Ricevimento

RICEVIMENTO

Commedia in un atto

di GINO ROCCA

PERSONAGGI

Il N. H. FAUSTINO DI CURANO E GLORIA

La N. D. ANGIOLA PIA DI CURANO E GLORIA nata marchesa TROFEI

La loro figliola CRISALIDE di 22 anni

SOVRANI conte di MALGAUDIOSO

L'ingegnere MARAGGIA

GIORGIO, suo figlio venticinquenne, atleta romantico e ingegnere per forza

FAGOTTA e MARTO-RIAN

e altri camerieri posticci.

Alcune dame, alcuni gentiluomini, alcuni servi,

come nei cori famelici, ma pur gloriosi, della nostra giovent vicina.

Commedia formattata da

Un salone antico con tre arcate: a sinistra, a destra in fondo. Pochi mobili dalle dorature scrostate e dai velluti corrosi: ma stemmi dovunque. Larcata di fondo chiusa da un gran velario di damasco azzurro orlato dargento sbiadito, che si schiude quando lo rimuovono i due servi e il maggiordomo annunzia i visitatori. Si travede allora una sala da museo piena di luci. Anche questo salone sfarzosamente illuminato per il ricevimento di gala; e gli specchi ne sembrano sbalorditi. Una lunga tavola coperta da un tappeto: servir per riporre le pellicce delle dame, i mantelli, i cappelli e le mazze dei cavalieri. Una piccola scrivania in un canto. Una cameriera bionda, con la cuf-fietta e i polsini inamidati, aggancer con uno spillo un numero su ogni indumento e dar la contromarca al proprietario).

Martorian - (E' in scena: d un'occhiata a tutto e scrolla il capo. Brontola continuamente: I fichi secchi! , molto seccato perch la livrea ormai mal s'abbottona sulla pancetta gonfia, e perch i guanti bianchi puzzano di benzina. Dice annusando le dita : All'ultimo momento! Scommetto che l'hanno fatto apposta per far credere che c' ancora l'automobile . Martorian il vecchio e unico servo dei nobili signori conti di Curano e Gloria: sua moglie Fagotta. Tutti e due vivono con i padroni nella splendente miseria di quel palazzo dove sono nati umili: e poich non hanno mai avuto figli si rassegnano alle pazzie della contessa e s'accontentano di qualche crosta di pane. Martorian bene sbarbato e ha la bocca sdegnosa dei vassalli sempre pronti ad obbedire e sempre pronti a comandare: bocca arsa e denti serrati, affilati, giallastri e piccolini).

Fagotta - (invece bonacciona, anche perch stata un poco mamma allevando i primi figli emigrati d'una sorella, e poi la contessa Crisalide sempre ammalata fino a dieci anni e spesso abbandonata nella negra e silenziosa villa patrizia di Somada, ora opificio sbiancato e pulsante. Per l'occasione Fagotta ha indossato labito di seta nera, molto rattoppato, ma molto imponente, con il collarino bianco e i merletti ai polsi. Fagotta pi larga che alta: ha un dolce viso tondo e rassegnato ed forse sempre stata grossa cos, anche da giovane, come una pallottola senza dita, senza collo e senza piedi. Ora sta insegnando alla camerierina cerula come dovr comportarsi quando le dame e i signori entreranno a deporre le pellicce, i pastrani e le mazze sulla grande tavola centrale. Le indica gli spilli, i numeri, la scatoletta delle contromarche. Le dice) E ritirarsi, scomparire subito... per non aver l'aria di aspettare la mancia.

La Camerierina - Ma il signor conte mi ha fatto capire che, oltre quel poco che mi si dar per questo servizio, ci saranno degli incerti.

Fagotta - Incerti, dunque...

La Camerierina - Si chiamano cos.

Fagotta - Ma io conosco bene tutti quelli che sono stati invitati e posso dirti di molti che non sono incerti... e che sono tutti.

La Camerierina - (con un gesto di stizza) Ma allora...

Fagotta - Ci sono delle guardarobiere che, per esempio, quando infilano un pastrano pare che vi si aggrappino per il bavero... oppure porgano con una mano la contromarca, e con l'altra cerchino... Roba da tabarin o da casa di pescicani! Qui no: qui non s' mai fatto questo, anche quando c'era ricevimento una volta alla settimana. Se farai bene il tuo dovere, ci penser il signor conte dopo, ne sono sicura, a darti qualche cosa di pi di quanto stato pattuito. .

La Camerierina - Speriamo.

Fagotta - Dunque... (Fagotta inizia, mimando, la propria lezione alla nuova guardarobiera) Qua il cappello, qua il bastone e la pelliccia... Cos si porge la pelliccia alla dama, ma se il cavaliere vuol prendersi la briga lui di coprire le spalle... un passo indietro... e non guardare: occuparsi di altri.

La Camerierina - In tutti quanti saranno?

Fagotta - (a Martorian) Quanti sono gli invitati, Momi?

Martorian - (che sta gi aggiustando la cravatta bianca e osservando le livree stinte dei due nuovi servi, che sono entrati di destra, si avvicina a Fagotto, la trae in disparte, le stringe con stizza il braccio grasso) Momi! Non, sono Momi, oggi. Che cosa ti salta in mente, brutta scimmia? Ho gi detto a loro che mi chiamo Galeazzo... e non siamo neanche marito e moglie!

Facotta - (sbarrando gli occhi) Cosa?

Martorian - Come l'anno scorso... non ti ricordi?

Facotta - Mi ricordo che ti ho trovato in cucina, con quella gattamorta, alla quale facevi mangiare i cioccolatini rubati. Piene le tasche aveva di cioccolatini rubati da te.

Martorian - E io ho piene le tasche di te: e non ti ho rubata a nessuno.

Facotta - (divampando) Villano! Pi diventi vecchio...

Martorian - (non ha lasciato che si scomponesse una ruga del suo volto di cartone. Ritorna ai due servi che aspettano e Fagotta si trucca con il solito sorriso e insegna alla guardarobiera malaccorta).

Martorian - (ha il compito di insegnare ai due servi come si devono schiudere le tende che compongono l'arcata di fondo e lasciarle ricadere su ogni ospite, che, lasciati gli indumenti, varca la miracolosa soglia di fondo. I due servi sono due giovani contadinotti impacciati dentro vecchie e troppo ampie livree. Martorian li mette sullattenti accanto allo spacco del velario. Dice) Sollevare... cos... (ed eseguisce). Lasciar ricadere dopo che il maggiordomo avr annunziato ad alta voce l'ospite. State attenti che molti nomi sono lunghi, perch ci sono anche tutti i titoli da dare. State attenti, perch di solito - anzi quasi sempre - gli uomini e le dame si soffermano qui, a guardarsi le scarpe, a sganciare i guanti. Se lasciate cadere la tenda troppo presto, le pettinature, vanno a farsi benedire e le dame, che hanno fatto la permanente, diventano feroci, capaci di tornare indietro e di sputarvi in faccia.

Un Servo - (ben tarchiato, si mette in posa da pugilatore) A me! Vorrei vedere anche questa! Tiro certi pugni, io.

Martorian - (lo calma) Sputare per modo di dire, ragazzo. La gente che entra qui non sputa.

Il Servo - E che cosa fa, allora?

Martorian - Entra. Ma pu pronunciare delle parole... una parola, che tu non capiresti... e che perci non ti darebbe alcun motivo di fare l'energumeno.

Il Servo - Oh, io per me se non capisco.

Martorian - Procura di capire invece quello che ti dico. Alzare: semplice. E senza inchinarsi, neanche se ti capitasse di sentire annunziare il nome di Carlomagno imperatore di Francia.

Il Servo - Chi lo conosce?

Martorian - Se vi inchinate picchiate una zuccata l'uno contro l'altro. E' capitato. Rigidi. Cos - (eseguisce). Adesso proviamo; entro io. (S annunzia con voce nasale) Il duca Salvatore della Corona senza Spine. (/ due servi ridono e non si muovono. Martorian irritato) Dunque...

Il Servo - Ma dov'?

Martorian - Sono io; si fa per provare. Io sono quello. Io! Provare come si fa a teatro, quando uno si mette addosso un nome che non il suo... Io ho fatto anche il corista e me ne intendo. Dunque: uno, due... tre. (Si annunzia)

Il duca della Corona - (non si ricorda) insomma quel duca: su. (Sulla soglia Martorian si ferma e il velario sta per ripiombargli addosso. Lo trattiene. E' livido) Vi ho detto...

Il Servo - Sissignore.

Martorian - Finch l'ospite non passato di l. L'altro Servo - Ma questa stoffa pesa.

Martorian - Non importa. Avanti! (Si annunzia) l duca della Corona... di Tartine... su! (/ servi eseguiscono. Martorian si affaccia, si sofferma, sorride alla sala vuota, procede con passo austero. Il velario ripiomba sulle sue spalle. Martoriati ritorna) Bravi. Mi pare che ci siamo. Soltanto quelle mani non buttarle troppo avanti: sembrano pugni in faccia. Sul serio. E, poi, non lasciar cadere gi tutto come se si buttasse una palata di terra nella fossa. (Mormora) Contadini siete, si sa: e bisogna capirvi e compatirvi. (Pi forte) Accompagnare il drappo dolcemente, cos (eseguisce).

(A un richiamo Fagotta uscita e torna con un biglietto che porge a Martorian).

Martorian - (legge il biglietto) Hanno portato le torte e le paste? Hai fatto mettere tutto nella dispensa?

Facotta - No.

Martorian - Come?

Fagotta - Non mi vogliono lasciar niente.

Martorian - Allora perch le hanno portate?

Fagotta - Perch sono stati ordinati.

Martorian - Dunque?

Fagotta - Ma il pi anziano dei giovanotti vuol essere pagato, se no ha ordine dal suo padrone di riportare tutto indietro.

Martorian - Pagati? E non c' l'amministratore, scusa, incaricato di regolare tutto a suo tempo?

Fagotta - Tu parli come la contessa.

Martorian - Gi, e ti pare che la signora contessa parli male?

Fagotta - No. No. Ma dal pasticcere ci ha un conto da due anni di oltre...

Martorian - (la interrompe brusco) Taci. (Ai servi) Ragazzi, noi ci siamo intesi. Poi, il maggiordomo vi dar disposizioni pi precise. Per ora potete ritirarvi. (A Fagotta) So che c' un conto. L'ultima volta me la sono cavata dicendo che a palazzo ci sono pi... conti che da lui.

Fagotta - Lui avr detto che sei uno stupido.

Martorian - Lo avr pensato forse. Non lo ha detto. Ad ogni modo non ha insistito pi.

Fagotta - Ora esige. Sar un volgare pasticcere, un servo della gleba, ma esige. E senza le torte e le paste, caro mio, con quei pochi biscotti vecchi, con quel vino di Marsala, che, se, lo avessero saputo i Mille...

Martorian - Cosa dici?

Fagotta - L'ho sentito dire da uno che ne ha assaggiata una sorsata. Se non fosse per l'amore di Garibaldi, Marsala... (Con una smorfia) Che roba!

Martorian - (leva le braccia al cielo) Ha detto male di Garibaldi.

Fagotta - Tutt'altro, mi pare.

Martorian - E' vecchio, si sa.

Fagotta - Non neanche vecchio: non Marsala.

Martorian - (cambiando discorso) E quelli aspettano il saldo di tutto il conto...

Fagotta - Almeno di quest'ultima ordinazione, dicono.

Martorian - Vai a chiamare il signor conte. S'arrab-bier. Non importa. Noi dobbiamo avvertirlo.

Fagotta - E' giusto.

Martorian - Brava!

(Fagotta esce frettolosamente, di destra, come pu. Martorian osserva se tutto in ordine. Alcuni fiori, modesti, sono sparsi qua e l, infilati dentro i vasetti pi decenti. Altri mazzi di foglie ingiallite coprono vasi di terracotta da pochi soldi e ricadono sulle cassepanche e sulle mensole tarlate. Lo stemma dei conti di Curano e Gloria con le aquile e le stelle dovunque. Il conte Fausto di Cirano e Gloria ha sessantanni ben pitturati: molto affabile, elegante a modo suo e gagliardo. Per c' un'ombra di malinconia sulla sua bianca faccia stanca, che cancella ogni segno di volont. Il suo sguardo rivolto sempre verso un'indulgenza alta e lontana: e la sua parlata pigra, sognante, estetica. Capelli grigi. Entra seguito da Fagotta, e sorride subito a Martorian, che si inchina).

Martorian - Signor conte...

Il Conte - Che c'? (E si preoccupa della gardenia infilata all'occhiello della giacca nera e molto lucida).

Martorian - (porgendogli il biglietto) C' questo, signor conte.

Il Conte - (c. s.) Cio?

Martorian - Le torte e i gelati.

Il Conte - Non mi piacciono. Non ne manger e si torce le labbra anemiche e cascanti).

Martorian - Li hanno portati. Ha sentito anche lei, signor conte, quando la contessa li ha ordinati.

Il Conte - Giust'appunto: vuoi che vada a vedere se sono di crema, di latte di prima qualit o di cartone?

Martorian - No, signor conte... dicevo: li hanno portati.

Il Conte - Alle cinque: puntualissimi.

Martorian - (con un lieve scatto, che trattiene, ossequioso) Ma se si parla di puntualit, signor conte... Il pasticcere non stato mai pagato da due anni. E questa volta vuol esserlo.

Il Conte - (guardando un fiore) Se no?

Martorian - Se no, i garzoni hanno l'ordine di riportare via la roba.

Il Conte - (c. s.) Facciano.

Martorian - E noi, come facciamo?

Il Conte - Dove?

Martorian - (con un nervetto che scatta) Ma qui, ora.

Il Conte - (si rigira impassibile) Gi. Ci sar poca roba in casa.

Martorian - Niente : o quasi.

Il Conte - (osservando i vasi) Fiori. E pi foglie che fiori.

Martorian - E non vengono bestie, a palazzo.

Il Conte - (sorride impercettibilmente) Siamo generosi, galantuomo. La somma da pagare ingente?

Martorian - Se si dovesse saldare l'intera fattura, certo. Ma quelli si accontentano del saldo per l'ultima ordinazione.

Il Conte - Cio?

Martorian - Centtottanta.

Il Conte - Io non li ho, ma non un gran che fa l'atto di palparsi le saccocce, ma si trattiene) non un gran che. Con una mancia, credi?... No: Fagotta, chiama la signora contessa.

Fagotta - (si inchina ed esce di destra. Breve pausa).

Il Conte - Martorian: molti inviti?

Martorian - L'elenco l'ha veduto anche lei.

Il Conte - Gi. Non siamo pi in molti. Pochi fiori per: troppo pochi.

Martorian - Me li sono fatti regalare da un mio amico giardiniere che ha i padroni in montagna a sciare e che pu disporre di una serra. Se no, di questa stagione, i fiori...

Il Conte - (troncando) Bravo. I servi?

Martorian - Provveduto.

Il Conte - Quanti?

Martorian - Ho contato le livree che ancora potevano andare.

Il Conte - Dunque, meno dell'anno scorso, perch qualche coserellina fu venduta, mi pare.

Martorian - Oh, molte coserelline, signor conte. Anche questa mia giacca... (e si abbottona a stento la pancia grassa).

Il Conte - Ne riparleremo domani.

(Entra, con tutte le piume e i riccioli posticci al vento, la contessa Angiola Pia: pingue, frusciante, stizzosa, altera, ignorante. Stringe nel pugno un fazzolettino di trine e alcuni biglietti di banca. Investe il conte)

La Contessa - Tu... (si frena. Fa un cenno a Martorian e a Fagotta perch si allontanino) Tu continui a rubacchiarmi. Nella cassettina c'erano settecento lire.

Il Conte - (lievemente ironico) Pu darsi, contessa! Ma in casa propria non si ruba. Si prende. E, tante volte, si prende per donare.

La Contessa - (sarcastica) Fai ancora lo stupido con la fruttivendola.

Il Conte - (ritraendosi molto dignitoso) Ti prego...

La Contessa - S, non mi raccontare la storia della Regina di Rustignano. Altri tempi, caro mio!

Il Conte - (si accomoda la cravatta, lievemente compiaciuto) E la pi felice eri tu!

La Contessa - Sfido io!... Ma non perch ... Non mi far dire certe cose. Forse ero felice perch i tuoi viaggi erano lunghi. Ma adesso?

Il Conte - Mi farai il santo piacere di non tirar fuori la storia della fruttivendola.

La Contessa - Infatti, suo marito non pi ubriaco da tanto tempo.

Il Conte - Angiola Pia!

La Contessa - Le torte e le paste non le lasciano se non si paga subito.

Il Conte - (senza scomporsi) Le riportino a bottega.

La Contessa - E agli ospiti, cosa diamo? Tre croste e un caff? Si riceve una volta all'anno, all'antivigilia di Natale per l'anniversario della nascita di Sant'Apollinare, che fu un nostro antenato.

Il Conte - (drizzandosi sul busto) Mio.

La Contessa - Nostro.

Il Conte - I tuoi antenati vendevano prosciutto: e qualche tua bisavola pi ricca forse e pi matta delle altre, alla festa s metteva sulla parrucca di stoppa un affare cos (indica il ciuffettino di penne colorate che tremola fra i capelli della contessa).

La Contessa - (molto preoccupata toccando il ciuffettino e trasecolando) Fausto! (Si guarda nello specchio) Sto male?

Il Conte - (impassibile) Sembri un pappagallo imbalsamato.

La Contessa - (strappando con stizza il ciuffo dai capelli) Le cinquecento lire che mancano le hai prese tu: non puoi averle prese che tu. A meno che...

Il Conte - (con un lievissimo scatto) Angiola Pia! (e la fulmina con uno sguardo) Io? Ti dimentichi che sono un gentiluomo: io.

La Contessa - FJ che cosa hai comperato?

Il Conte - Niente.

La Contessa - Se pago il pasticcere - e bisogna pagarlo - che cosa d ai domestici presi a prestito per l'occasione? Tu dimentichi che se non li paghiamo, quelli parlano.

Il Conte - Per ora paga il pasticcere. I domestici avranno fior di mance.

La Contessa - (sobbalzando e gonfiando le gote) Da chi?

Il Conte - Dagli invitati, caspita! Il marchese... il duca...

La Contessa - (nervosissima) Eh, la conosco a memoria la lista.

Il Conte - Tutte corone.

La Contessa - Se fossero su d'una moneta da un soldo almeno, quelle corone! Tutta gente pi in bolletta di noi.

Il Conte - Sanno sorridere, almeno.

La Contessa - E qualcuno ha i denti d'oro, ma basta.

Il Conte - (troncando) Paga intanto il pasticcere.

La Contessa - (nervosa) Ma non mi restano poi che poche lire.

Il Conte - Intanto paga il pasticcere: questa la cosa urgente. Per il resto abbiamo almeno due ore di tempo: e il tempo moneta.

La Contessa - Che va.

Il Conte - Tante volte che viene.

(Entra Martorian affannato).

Martorian - (ansando) Signora contessa!

La Contessa - (porgendo alcuni biglietti di banca a Martorian) Martorian, paga intanto il pasticcere. Sono centottantotto lire. Il resto mancia a quei bravi ragazzi.

Martorian - (c. s.) Volevo dirle, signora contessa...

Il Conte - (un po' nervoso a Martorian) Dirai dopo. Le torte sono una cosa delicata che non si pu tenere sul tavolo di cucina. Di' a tua moglie e ai servi che mettano tutto con cura nella dispensa. E, poi, torna.

Martorian - (si inchina ed esce).

- (Breve pausa).

La Contessa - (sibilando) A chi le hai date?

Il Conte - (fingendo di cadere dalle sue estasi trascendentali) Io?

La Contessa - (c. s.) Per chi le hai prese? Sapevi che erano accumulate con mille sotterfugi per il ricevimento di oggi, che erano preziose.

Il Conte - Non voglio discutere: se te lo dico, nasce una discussione certo. (Energico) Non voglio!

La Contessa - (scatta) E io... (ma si ricompone perch ritorna Martorian).

Martorian - Signori, Barbisone ha fatto dire che non pu muoversi.

(La contessa impallidisce e traballa. Il conte, pur rimanendo immobile, ha una lieve contrazione di disappunto sulla faccia pallida. I due vecchi si guardano disperati. Il primo a riprendere vigore naturalmente il conte).

Il Conte - (a Martorian) Perch ?

Martorian - Dice che a letto con la febbre.

Il Conte - (alla contessa) Tu dimentichi che l'anno scorso non l'abbiamo pagato. Questa la sua febbre.

La Contessa - Era un maggiordomo ideale! (Quasi piagnucolando) E poi, la livrea, se ben ricordi, gliela abbiamo fatta aggiustare per lui. Come si fa?

Martorian - Se credono.

La Contessa - Ma tu sei piccolo, grasso...

Martorian - Non dico certo per la livrea.

La Contessa - Ma la voce! (Al conte) Ti ricordi come annunziava? (Con voce baritonale) Il principe Corsali della Sarnaglia! ... Il barone... (Con le lacrime agli occhi) Siamo rovinati.

Martorian - Se posso io...

La Contessa - Ma fammi il piacere, Martorian!

Martorian - Certo io non ho quella voce.

La Contessa - E la livrea? Vuoi fare il maggiordomo vestito cos? Vuoi che ti mettiamo la collana al collo, la collana d'argento con lo stemma?

Martorian - No, ma i nomi li so tutti a memoria: la lista l'ho scritta io. Certo non sbaglierei come quella volta che quell'imbecille, che aveva bevuto troppo, annunzi, invece che la contessa Carla Solenni di Nerda, aggiungendo, per conto suo una gamba di pi.

(La Contessa - (allibisce al ricordo e si tappa le orecchie) Non mi ci far pensare.

Martorian - Ho un'idea. Dove canto io, nel coro della chiesa di San Rocco, c' un basso, un basso che fu celebre ai suoi tempi, e che alto, magro, austero, come Barbisone. I nomi glieli suggerisco io, nascondendomi dietro i drappeggi, mentre i servi alzano la tenda.

Il Conte - E dov' questo basso?

Martorian - Lavora nella bottega di un orologiaio... (Sovvenendosi) Ma perdinci, oggi antivigilia di Natale, quasi festa: la bottega sar certamente chiusa.

Il Conte - E dove sta?

Martorian - Non lo so.

Il Conte - Faremo entrare la gente senza il maggiordomo. L'annunzio resta sottinteso. Anzi questa forma mi sembra nuova e quasi pi elegante, nomini

La 'Contessa - Ma tu sei matto. Penseranno...

Il Conte - E puoi impedire alla gente di pensare? Pensano gi!

La Contessa - (con un sospiro) E ricordano, ahim!

Il Conte - Questo vero. Diremo, cos per caso, che il maggiordomo ha la febbre sul serio. Mi devi aiutare anche tu. E Martorian dietro la tenda (A Martoriali) Fammi sentire la tua voce, quella di quando parli forte.

Martorian - (si sbottona la giacca, allenta il giro del solino, tossisce e con il suono stridulo d'un fringuello raffreddato) Il principe Alberghetti...

Il Conte - (si tappa le orecchie) Mio Dio.

(La contessa allibisce).

Martorian - Eppure quando canto non stecco mai.

Il Conte - (severo) Non vorrai metterti a cantare, per caso!

(Entra rapidamente, disinvolto, elastico, giovane, sportivo, lingegner Giorgio Maraggia: ha il cappello e un libro in mano. Si sbottona la pelliccia. Molto elegante).

Giorgio - (rimane un po' interdetto vedendo i due conti, ma si riprende con un sorriso molto simpatico) Sono venuto a portare questo libro alla contessina. In anticamera non c' alcuno.

Il Conte - Abbia pazienza, ingegnere: questa una giornata speciale.

La Contessa - (ricomponendo i capelli un po' sconvolti dal ciuffo di penne strappato) Antivigilia di Natale: nascita di Sant'Apollinare Vescovo, che fu...

Giorgio - (la interrompe lievemente ironico) Lo so. Ma anche il telefono non risponde.

La Contessa - (seccata) Le abbiamo detto che questa una giornata particolare.

Giorgio - Lo so. Sant'Apollinare, antivigilia di Natale: -ricevimento di gala.

La Contssa - (con sussiego) Un'usanza che dura da secoli in casa nostra. Noi siamo legati alle tradizioni. Adesso mando a chiamare mia figlia. (A Martorian, molto autorevole) Gerolamo, la contessina.

Il Conte - (si avvicina alla contessa, mormorando) Potevi anche dirgli di lasciare il libro.

La Contessa - (sottovoce) Suo padre ha trecento milioni.

Il Conte - Ma un contadino: e per questo non l'abbiamo invitato, anche se crede di essere la persona pi importante della citt.

La Contessa - (alzando le spalle) Caro mio, se la sposasse...

Il Conte - Potrebbe veramente dire di essere un uomo fortunato. Per io, per conto mio, preferisco la mia miseria.

La Contessa - (sibilando) E le figure che fai e che mi fai fare! (Sorridendo a Giorgio) Si accomodi, ingegnere: Crisalide viene subito.

Giorgio - Grazie. (Non siede. Si apparta).

La Contessa - (dopo aver mormorato qualche cosa ad un servo, che esce, si accosta concitata al conte e rimormora) A chi le hai date quelle cinquecento lire?

Il Conte - A Sovrani.

La Contessa - A quel

Il Conte - (impassibile) un gentiluomo.

La Contessa - Dopo quello che ha fatto?

Il Conte - Ha fatto bene.

La Contessa - (divampando) Ha fatto bene a rubare i soldi della fondazione?.,.

Il Conte - No, credevo tu volessi alludere agli schiaffi che ha dato a sua moglie.

La Contessa - (offesa, ritraendosi) Fausto!

Il Conte - E' un uomo che non mi meraviglierei di sapere domani padrone di dieci miliardi o re della Patagonia.

La Contessa - Non ho alcuna opinione sulla Patagonia. Ma so che cosa sono i miliardi e so chi questo conte Sovrani di Malgaudioso, che fece perdere la testa e qualche borsellino a molte dame.

Il Conte - Tu non lo conosci. Ma pare che quello che dici sia vero. Per niente mi impedisce di volergli bene. Certo quello che egli ha donato molto di pi di quello che egli ha preso.

La Contessa - Anche a te?

Il Conte - Anche a me.

La Contessa - (con lieve scatto) Ah, capisco!

Il Conte - (con un lievissimo sorriso di compatimento) No, non hai capito nulla.

La Contessa - (che sta per ribattere, si rivolge di colpo, e muta espressione) Ecco Crisalide. (Tirando il conte per la manica della giacca) Lasciamoli soli.

Il Conte - Perch ?

La Contessa - (energica, decisa) Vieni di l, ti dico!

Il Conte - Ma perch ? E senza salutare?

La Contessa - Saluteremo dopo. (A Martorian) Martorian, quei fiori nella terrazza coperta... (Al conte) Vieni a vedere, caro, come stanno bene i fiori che ho fatto mettere nella terrazza coperta (e trascina il conte fuori della scena, oltre i tendaggi, verso il fondo).

Crisalide - ( una fresca e bionda fanciulla un po' romantica, molto innamorata, ma tuttavia superba).

Giorgio - (porgendo il libro a Crisalide) Non bello.

Crisalide - (prende il libro) Sapevo. So i libri che piacciono a te. (E butta il libro in un canto).

Giorgio - Oh, non credere...

Crisalide - (interrompendo) Tu non sapresti prestare un libro che piaccia a me. Ecco la differenza. E io so perch questo libro non ti piace. Perch il protagonista un uomo che ama sul serio una donna.

Giorgio - Perch il protagonista un burattino: uno di quei fantocci di stoppa che adesso si usano nei salotti e si buttano dove piace - qua o l - sui divani, sulle seggiole, per terra, fuori della finestra. (Cambia tono) Vuoi che ce n'andiamo assieme? (e tenta di afferrarle una mano).

Crisalide - (si ritrae e ride).

Giorgio - (ride).

Crisalide e Giorgio - E i tuoi genitori?

Giorgio - (scattando, quasi rude) Senti, io ti ho sempre detto che dei milioni di mio padre me ne infischio. Io non sono un fantoccio di stoffa. Se prendo la donna che amo per il polso, cos (eseguisce e Crisalide trema, contenta) la conduco dove voglio e contro tutti. Temo che tu, invece... (la lascia andare quasi la respinge).

Crisalide - (addolorata) Giorgio!

Giorgio - Ho comprato una macchina nuova, con i soldi miei, guadagnati da me.

Crisalide - Scommetto: color rosso.

Giorgio - No, nera.

Crisalide - Che gusti!

Giorgio - ,Non il colore che prediligo. Tu un giorno hai detto: una macchina color crema. Io pensavo rossa. Ne crema, ne rossa: nera. N tua, n mia: nostra.

Crisalide - ( colpita da queste parole. Per non farsi vedere turbata, si china a raccattare il libro e lo restituisce, senza guardare Giorgio negli occhi) E allora tieni il libro, che non piace neanche a me. Domani ci vedremo al Lido, alle cinque.

Giorgio - (prendendo e intascando il libro) Ma c'era una cosa qua dentro, che ti far vedere domani.

Crisalide - (incuriosita) Cosa? (e si avvicina a Giorgio).

Giorgio - (si ritrae) Niente.

Crisalide - (quasi implorando) Vedere!

Giorgio - (duro, imperioso) No.

(Entra concitato, pettoruto, quasi militaresco, l'ingegner Maraggia. E' un uomo solido e dalla scorza rugosa: fronte ampia, capelli riccioluti, radi e un po' grigi. Si muove con scatti rapidi che vorrebbero essere napoleonici. Veste con una trasandata ostentazione e gli occhiali bene incastrati nell'orbita. Pupille grigie, insolenti, pungenti, da dominatore. Si toglie il cappello floscio e lo ributta sotto l'ascella, senza sbottonare il pastrano dal bavero alzato, e ripone le mani nervose in fondo alle saccocce).

L'ingegnere - (a Giorgio e a Crisalide, che vedendolo sobbalzano. Sorriso ironico) Ah! (La sua parlata rapida, nervosa, come di chi non ha mai tempo da perdere e ha la presunzione di farsi intendere subito).

Giorgio - (riprendendo l'equilibrio) Pap, ti presento la contessina...

L'Ingegnere - (lo interrompe alzando la testa) Conosco.

Giorgio - Non credevo.

LIngegnere Non avrei detto conosco.

(Breve pausa).

Giorgio - (prende animo e accostandosi a Crisalide per trattenerla) Ma come mai tu sei qua?

LIngegnere Non ti ho fatto pedinare. Ti ho incontrato. Non imi hai veduto. Sapevo -che saresti venuto' qua. Avevo bisogno di parlarti subito, perch questa sera non potr. Non pranzer neanche a casa. Volevo dirti che domani mattina partirai per l'Inghilterra, dove rimarrai cinque anni. Il cassiere stato gi avvertito.

Giorgio - (sbalordito) No...

L'Ingegnere - (imperioso, ballonzolando sulle gambe divaricate) Mi dispiace: s.

Giorgio - (con un altro tono, categorico) No!

L'Ingegnere - (affronta la situazione da gradasso) Il padrone, se non sbaglio, sono io, sono io: chi comanda, se non sbaglio, sono ancora io.

Giorgio - (gelido, fissando il padre) Penso che ti faccio sapere che sono tuo figlio e che le tue parole possono essere anche mie.

L'Ingegnere - (muovendo rabbiosamente le dita dentro le tasche) Rifiuti?

Giorgio - S.

L'Ingegnere - (con la voce che frusta, che taglia) Ma io ti caccio...

Giorgio - (senza batter ciglio) Dove? Cinquanta industriali sarebbero felici di avermi nelle loro officine.

LIngegnere Perch sanno che sei mio figlio.

Giorgio - Perch sanno che sono io.

L'Ingegnere - Va bene. Andrai da loro. Ma per ora uscirai da questa casa dove ti si intrappola, come un sorcio. Questa gente che affoga, che piena di boria, che ha bisogno di noi e che ha buttato la rete, illudendosi di prendere il pesciolino d'oro. Conosco la situazione.

Giorgio - (con forza) Ma non conosci me! (Rivolgendosi a Crisalide che, offesa, traballa e sta per piangere) Crisalide, non piangere.

LIngegnere Giorgio, questa pupattola di cui ti sei stupidamente innamorato rappresenta una corona di cartapesta.

Giorgio - (reprime uno scatto e accompagna Crisalide fin sulla soglia dell'arcata di destra) Crisalide, va via-

(Crisalide esce, mordendo il fazzoletto. I due uomini si guardano in faccia per un attimo ostili e decisi).

LIngegnere Giorgio, tornerai, se crederai, quando qui non ci sar pi io e quando avrai riflettuto. Dice la gente che i conti li so' fare bene. Perci so che sei maggiorenne. Ma questo non ti autorizza, fintantoch sono vivo e porti il mio nome, anche se non sai che fartene dei miei soldi, a pestarmi i piedi. Ne riparleremo.

Giorgio - S'intende (e si avvia per uscire di sinistra, quando sulla soglia dell'arcata di fondo appare il conte, il quale probabilmente ha sentito le ultime parole e ha capito subito la gravit della situazione. Il volto del conte per e il suo sorriso non si scompongono. Alto, gentile, signorile, mentre Giorgio esce, il conte dice ironicamente all'ingegnere)

Il Conte - Se non sbaglio, la prima volta che lei entra qua.

LIngegnere La prima volta.

Il Conte - E chi l'ha pregata, scusi...

LIngegnere Nessuno. Io entro dove voglio.

Il Conte - (senza alzare la voce) No. Neanche gli uscieri possono far questo e per quanto lei abbia, come dicono, la mentalit di un usciere...

L'Ingegnere - (interrompe, rapidissimo, violento) Se lei crede di salvarsi con i miei soldi... io non ho l'abitudine 'di dormire quattordici ore al giorno, infinocchiando mio figlio, cos come lei infinocchia la gente che passa, che vede i saloni del suo palazzo avito illuminati sfarzosamente. (Solleva lievemente la tenda e vede la grande luce che di l. Si rigira di scatto) A proposito dal momento che io ho la mentalit di un usciere, come in regola lei con le bollette della luce?

Il Conte - (senza scomporsi) Non so: il mio amministratore...

L'Ingegnere - (con uno scatto volgare) Ma che amministratore! A chi la vuol dare a intendere? Quando non si hanno centocinquanta lire in saccoccia, signor mio, neanche per pagare il lattaio.

Il Conte - Che ne sa, lei?

LIngegnere Pi di quanto lei forse sappia d n;e Probabilmente lei non sa neanche che io sono il consigliere delegato della Societ Mellina che distribuisce la forza elettrica a mezza Italia.

Il Conte - Cinquecentomila lire all'anno... senza i rotti.

LIngegnere Di pi: e me li merito. Lo domandi agli azionisti! (Breve pausa. L'ingegnere guarda ancora rapidamente intorno e vede i pochi fiori e le grandi foglie nei vasi) Oggi Sant'Apollinare. (Ironico) Gran festa: molti inviti.

Il Conte - Moltissimi.

LIngegnere Mezza citt.

Il Conte - Quasi.

LIngegnere E me no.

Il Conte - Lei che c'entra! Qui vengono dei signori, non dei miliardari. Il consigliere delegato della Societ Elettrica Mellina non ci riguarda.

LIngegnere (divampando, vibrando) Ah, no?

Il Conte - (reciso) No.

LIngegnere Aspetti. (Guarda l'ora) Forse sono ancora in tempo. Se permette telefono. (Si avvicina all'apparecchio telefonico che in un canto e compone un numero, telefonando) E lei guardi. Gli operai sono andati via? Antivigilia di Natale? Festa? Macch festa d'Egitto! Me ne fermi due, magari sulle scale, d'ordine mio. Se l'orario finito non importa. Pago io lo straordinario. Pinza e bollette: si tratta forse di tagliare i fili d'una conduttura elettrica privata morosa. Il regolamento lo so a memoria e dice: Oltre le seicento lire e dal terzo preavviso . Del terzo preavviso sono sicuro. Bisogna mandare qualcuno a registrare il contatore della luce. Chi c' li? Nessuno? (Alzando la voce) Ma se non sono ancora le cinque! Violanti va bene, un controllore in regola... Deve andare a una festa di bambini?... A sessant'anni... I suoi nipotini si divertiranno anche senza di lui e se si messo l'abito- nuovo non si sporcher per questo. Questione di dieci minuti. Palazzo dei conti di Curano a San Vittore. Se si superano anche di un centesimo le seicento lire... tracchete! I due operai aspetteranno in corte. Non transigo. Subito... (Alzando ancora di pi la voce) Ma dico, guardi! (Si calma) Ah, va bene. Del resto, anche se non andasse bene, vi farei ballare tutti Io stesso! (Depone l'apparecchio e si rivolge al conte, che ha ascoltato la telefonata, impassibile) Sentite, signor conte. Sono certo che le taglieranno i fili nel bel mezzo della festa.

Il Conte - (senza muoversi) Accenderemo le fiaccole!

LIngegnere Come nel medioevo... Quando probabilmente gli antenati, dei quali vi vantate di discendere, facevano con i loro vassalli debitori quello che io faccio con voi questa sera.

Il Conte - (sforzandosi di parere calmo) Quando lei sar un antenato, signor ingegnere, si faranno altri conti.

LIngegnere Voi siete stati fatti conti cos.

Il Conte - (ergendosi fieramente sul busto) Signor ingegnere, non cos... (Mostra le picche, le mazze, le lance di un trofeo d'armi appeso alla parete) Cos.

LIngegnere Adesso ci sono altri codici, signor conte di Curano. Sar anche difficile acquistare fiaccole, poich non se ne vendono pi e la vostra educazione vi. insegna che non si devono accendere moccoli! Buona festa di Sant'Apollinare al buio, per quest'anno. Un altro anno, non avrete neanche il tetto. E ci conosceremo meglio, senza esserci incontrati mai pi. Io non ho tempo da perdere.

Il Conte - Neanch'io.

(Martorian lui seguito ansimando in disparte, questa scena: e si rosicchiate tutte le unghie. L'ingegnere volta le spalle e se ne va rapidamente di sinistra. Silenzio tragico. Il conte, dopo un attimo, calmo, impassibile, va a spegnere una stufetta elettrica che nascosta dietro una cassapanca. Dal fondo entra ballonzolando la contessa. E ha la voce gaia).

La Contessa - Fausto, sono quasi le cinque e mezza. La sala bellissima. Fagotta s' fatta prestare da un sagrestano suo cugino un lampadario da chiesa, che prima non aveva visto... cinquantasei lampade: uno splendore!

Il Conte - (a denti stretti) S, sar uno splendore.

La Contessa - In quanto al maggiordomo...

Il Conte - (non potendo trattenere un lievissimo scatto) Ma lasciatemi in pace!

La Contessa - Ah, io dovrei lasciarti in pace e lasciarti regalare le nostre economie ai ladri? Sovrani sar conte fin che vuoi e sar stato a scucia con te. Ma un autentico ladro, un baro, un... (Si interrompe, perch un servo sollevando la portiera di sinistra annunzia) : Il conte Sovrani).

La Contessa - (impallidendo) Lui?

(Entra Sovrani. E' snello, rapace, facondo, incartapecorito, intelligente e galante. Veste sempre benissimo da gran signore in bolletta. Bacia la mano alla contessa, saluta con un cenno cordiale il conte).

La Contessa - (un po' impacciata) Stavamo appunto parlando di lei.

Sovrani - Ho visto che c' gran ricevimento: il palazzo sembra un incendio di ghiacciole. (Al conte) Ma in due minuti te la cavi. Puoi? (Cava di tasca il portafoglio e un biglietto di banca) Intanto, eccoti le cinquecento lire che mi hai prestato ieri, perch non avevo che pochi spiccioli nella rivoltella (sogghigno).

La Contessa - (con la faccia illuminata alla vista di quel foglio di banca, finge un esagerato terrore) Mio Dio!

Sovrani - Scherzavo. (Ci ripensa, mentre ripone il portafoglio nella tasca posteriore dei calzoni) Per... (sospira e guarda lontano: un'ombra passa attraverso il suo sguardo e sparisce. Al conte, offrendo il biglietto di banca) Tieni.

La Contessa - (afferra il biglietto al volo e lo nasconde subito nella bottonatura del guanto) E pardon.

Il Conte - (a Sovrani) Hai vinto?

Sovrani - Ho vinto e parto.

Il Conte - Quando?

Sovrani - Domattina per Bucarest. Ho gi fissato il letto sul treno e l'appartamentino all'Albergo Maestoso.

Il Conte - Caspita! Hai vinto molto, allora!

Sovrani - Non tanto. Quel che mi basta per arrivare a Bucarest. Ma lass ho un grosso affare di benzina da combinare. Dunque, Rodolfo...

Il Conte - Ti avverto che mi chiamo Fausto.

Sovrani - Ah, scusa! Ma siccome devo dare cinquecento lire anche a Rodolfo Girotti...

La Contessa - Ma fa lo stesso.

Il Conte - (seccato) Fa lo stesso un corno!

Sovrani - Dunque, subito. Tu conosci il questore. So che sei andato da lui per quell'incidente di caccia e che stato molto gentile con te.

La Contessa - Fenomeni.

Sovrani - Io i questori li ho sempre trovati molto gentili, contessa. Parto domani: devo comprare una valigia perch la mia grande l'ho dimenticata a Palermo.

Il Conte - Te la manderanno.

Sovrani - (con un lieve sorriso) S, quando torner a riprenderla. Ora non posso. Devo farmi fare il passaporto. Ho tutte le carte in regola e le fotografie, ma soltanto con due righe tue di raccomandazione...

Il Conte - (si avvia verso un tavolino, dove c' un calamaio, una cartella e un foglio da scrivere. Intinge e scrive) E io te le faccio... Figurati!

Sovrani - Grazie.

Il Conte - (scrivendo ; a Sovrani) Dunque... (Pausa).

La Contessa - (con il volto illuminato da un'idea, a Sovrani) Scusi... la valigia la pu comprare anche alle sette o alle otto di questa sera. Il questore non esce d'ufficio prima. Mio marito le ha prestato cinquecento lire. Mezz'ora, lei non ce la potrebbe prestare, no?

Sovrani - Perch ?

La Contessa - Perch noi qui siamo in un grave imbarazzo, quasi grave quanto il suo di ieri. Il nostro maggiordomo ha la febbre. Gli invitati arrivano in mezz'ora. Per i ritardatari, pazienza. La livrea del nostro maggiordomo, ho visto subito, le va a pennello: lei magro, alto... Non occorre che indossi la giacca : scarpe lucide, uose bianche, calzoni rigati... tutto questo c'. E annunziare chi entra in sala. Anche la sua voce bella. E' maiestatica. Martorian le suggerir i nomi, mentre la guardarobiera si attarder ad allineare le pellicce e i cappelli e a distribuire le contromarche. Si offeso? Ci salvi!

Il Conte - (che ha finito di scrivere il foglietto per Sovrani, si solleva di scatto e si rivolge alla moglie) Ma diventi matta?

Sovrani - (intervenendo, gentile) Offeso? Le pare, contessa? Io ho fatto nella mia vita il cavallerizzo di circo equestre, il capitano di artiglieria al Messico, il segretario particolare di un ministro greco durante una rivoluzione... Ho piantato una moglie che aveva venti milioni per correr dietro a una ballerina, che non mangiava da due giorni, con trecento franchi in saccoccia. Ho avuto... Soltanto (guarda l'ora).

La Contessa - Qui personalmente manca da non so quanti anni. Nessuno la riconoscerebbe: sia certo.

Sovrani - (sorride mefistofelico) Non per questo. Certo io, almeno di nome, conoscer tutte le persone che avrete invitate.

La Contessa - I pi bei nomi della citt.

Sovrani - Lo immagino. Un lapis nero. Due righe qui (indica due rughe che gli sono caratteristiche alle gote. Osservando attentamente gli occhi della contessa) Lei adopera il lapis nero Mozart, contessa: si vede, e me ne intendo (sorride). Ogni faccia cambia con un piccolo frego: ho anche fatto l'attore. Soltanto... (guarda ancora l'orologio).

La Contessa - Ho detto che alle sei e mezzo pu esser libero. (A Martorian) Martorian, porta la giacca con i bottoni e il collare.

Sovrani - Mi diverte. E per Rodolfo lo faccio volentieri. Ma vi avverto che alle sei e mezzo scappo.

La Contessa - Non occorre annunziare la gente che se ne va.

Sovrani - Lo so.

|La Contessa - Per quella che arriva...

Sovrani - Non si preoccupi, contessa; ho una pratica particolare.

Il Conte - Crisalide dov'?

(La Contessa - In sala.

Sovrani - (a Martorian che tornato e che lo aiuta a indossare la giacca e a infilare ih collare con la medaglia e lo stemma) Fammi vedere la lista. (Occhiata rapida) Ho capito. E dimmi l'ora esatta.

Martorian - (cava dalla tasca del panciotto un grosso orologio di nichel) Le cinque e trentasei.

Sovrani - (alla contessa) H lapis, prego.

La Contessa - (offre, a Sovrani, il lapis, che le servito per truccarsi gli occhi).

Sovrani - (mentre si tinge le rughe delle gote) Alle sei e mezzo scappo, inteso? Di pi non posso fare.

Il Conte - (chiama in disparte Martorian) Martorian... verranno forse tre signori, che non sono nella lista. Uno meglio vestito degli altri. Gli altri due sono operai. Uno forse avr una pelliccia. Non si sa. Avr certo una borsa. Tu fai salire il - diciamo cos - benestante. Gli altri due hanno ordine di trattenersi in cortile. Con la scusa del freddo, tu li fai salire per la scala di servizio, li fai andare in cucina. Vedranno i dolci. Preferiranno due bicchieri di vino rosso. Offrine anche quattro o sei e chiudi a chiave la porta che mette nel corridoio che conduce nella guardaroba.

Martorian - S, signor conte.

(Si sente un rumore di voci su per lo scalone a sinistra).

La Contessa - (che comincia ad elettrizzarsi) Ecco i primi. (Si acconcia). Aspettiamoli in sala. (Prende il marito per il braccio e lo trascina verso il fondo) Vieni, Fausto.

(Entrano il barone e la baronessa Polluce. Compassati. A un cenno di Sovrani i camerieri afferrano la mazza di lui, la pelliccia di lei, vorrebbero impadronirsi dei guanti che il barone s' tolti, ma un'occhiata feroce di Martorian li arresta).

La Baronessa - (vedendo il tavolo vuoto) Siamo i primi? Eppure sono oltre le sei.

Il Barone - (guardando preoccupato l'orologio) Non possibile!

Martorian - (suggerisce rapidamente a Sovrani, preoccupato, i nomi. I servi sollevano la tenda: si travede il salone sfarzosamente illuminato e infiorato, e il conte e la contessina che si muovono sorridendo incontro agli ospiti).

Sovrani - (annunzia pomposamente) Il barone e la baronessa Polluce! (E guarda preoccupato l'ora, prima che i tendaggi ricadano sui due primi ospiti che hanno varcato la soglia. Altri arrivi. Martorian suggerisce sempre; ma sulle spine come Sovrani e tutti e due guardano l'ora).

Sovrani - (annunzia) Il conte Salvadego e Mazza... le contessine Mammola.

(Tutta questa gente che arriva bene agghindata, ma con vestiti di gala vecchi: hanno ciondoli, bracciali, collane con vecchi stemmi scrostati. Ad un tratto entra frettoloso, con una borsa di cuoio sotto il braccio e il cappello duro in mano, un signore vestito di nero. Si vede subito: il controllore. Il suo incedere, malgrado l'abito nuovo, tutto nero, plebeo: colletto ritto, cravatta fatta e scarpe troppo strette e lucenti. E' ben sbarbato e ha lo sguardo smarrito e incauto. Martorian annusa, capisce e scappa via in fretta. Il controllore, che avrebbe una gran voglia di fare il proprio dovere e di scappare dai propri parenti, ad un cenno imperioso di Sovrani acciuffato dai servi energumeni, che gli tolgono di dosso il pastrano. Non riescono a strappargli di mano la borsa, che, a quanto pare, molto preziosa. Prima che Sovrani riesca a capire chi veramente questo nuovo invitato sia, i servi sono sul punto di sollevare i tendaggi).

Sovrani - (al nuovo ospite, nervosissimo, ma sorridente) Scusi (E tutti guardano l'ora).

L'Ispettore - (frettolosamente concitato) Il contatore della luce... scusi.

Sovrani - (non ha capito ancora e interroga con lo sguardo uno dei servi, il quale mormora) Ha detto: il conte Torre della Luce.

L'Ispettore - (spazientito) Il contatore della luce... scusi! (E guarda sempre l'ora).

Sovrani - (all'ispettore, sorridendo enigmaticamente) Non si spaventi: non tardi - (Fa un cenno imperioso ai due servi, i quali spalancano il velario e sospingono lispettore recalcitrante verso la fiorita sala che sfolgora).

Sovrani - (annunzia con voce pi alta e solenne) Il conte Torre della Luce.

(Le tende ricadono sul disgraziato che entra con la sua borsa sotto il braccio, quando il vero dramma comincia e quando questa piccola commedia finisce).

FINE

    Questo copione è stato visto: