Maria Stuarda

Vittorio Alfieri

Vittorio Alfieri

Maria Stuarda

[e-text prodotto dal Bolero di Ravel

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Edizione cartacea di riferimento:

Vittorio Alfieri, Tragedie, a cura di L. Toschi, Firenze, Sansoni, 1985

febbraio 2002]

Personaggi:

Maria

Arrigo

Botuello

Ormondo

Lamorre

Scena, la Reggia in Edimburgo.

Atto primo

Scena 1

LAMORRE. Se udire il vero osi, o regina, io l'oso

a te recar, poich il tuo popol fido

mi tien da tanto; e poich al soglio intorno

non chi voglia o ardisca dirlo. In seno

fiamma, cui non son esca umani affetti,

ma che tutta arde in Dio, libera io nutro.

MARIA. Non lieve impulso la licenza vostra

(o sia da me concessa, o da voi tolta)

alla licenza popolare. All'ombra

santa de' templi, in securt le mire

vostre non sante crescono: svelati

voi siete omai. Ma, perch aperto sia

che udir non temo io 'l ver, pi che tu dirlo,

io t'ascolto; favella.

LAMORRE. A te sgradito,

duolmene assai, son io; ma forse or posso

giovarti; e laude fia, pi che il piacerti.

Queste lagrime mie, finte non sono;

non di timor fallaci figlie: il pianto

questo di tutti; e queste voci mie,

son del tuo popol voce. - Or dimmi; a nome

di Scozia tutta il chieggio; or dimmi: sei

vedova, o sposa tu? Colui, che hai posto

tu stessa in trono al fianco tuo, che ha nome

di re, ti sposo? ovver nemico, o schiavo?

MARIA. Schiavo Arrigo, o nemico, a me? Che parli?

Amante e sposo ei nel mio cuore sempre;

ma nel suo, chi 'l pu dire?

LAMORRE. Ei, da te lungi,

tuoi veri sensi interpretar mal puote;

e men tu i suoi.

MARIA. Lungi da me ch'il tiene?

S'impon da corte ei volontario il bando.

Quante fiate al ritornarvi invito

non gli fe 'io? Pur dianzi, ove ridotta

morbo crudel mi avea di vita in fine,

non che vedermi, intender del mio stato

volea pur ei? Dell'amor mio quest'era

premio, il miglior; taccio degli altri; e taccio,

che di vassallo mio re vostro il feci,

e per gran tempo mio; che ai pi possenti

re di Europa negai per lui mia destra. -

Non rimembrar, far benefici io soglio;

ed obliar saprei fors'anche i tanti

non giusti oltraggi a me da Arrigo fatti,

se in lui duol ne vedessi, almen pur finto.

LAMORRE. Da te in bando lo tien fredda accoglienza,

e susurrar di corte, e vili audaci

sguardi de' grandi, e lo accennarsi, e il riso,

e l'esplorare, e l'auliche arti a mille,

atte a scacciar, non ch'uom che re si nomi,

ma qual pi umle e sofferente fora.

MARIA. E allor che a lui tutta ridea dintorno

questa mia corte, altro il vid'io? Le faci

ardeano ancor qui d'imeno per noi,

e mi avvedeva io gi, che in cor gli stava

non io, ma il trono. Ahi lassa me! deh, quante

volte il regal tiepido letto io poscia

bagnai di pianto! e quante al ciel mi dolsi

d'altezza troppa, ove per essa tolto

era a me d'ogni ben l'unico, il sommo,

l'essere amando riamata! Eppure

io, bench lungi da soverchia e falsa

opinion di me, pur mi vedea

di giovinezza e di beltade in fiore

quanto altra il fosse; e d'amor vero accesa,

che pregio era ben altro. Or, che n'ebb'io?

D'ogni oltraggio il pi fero in cambio n'ebbi.

Largo al par del mio onore ei, che del suo,

con empia man traea quel Rizio a morte;

macchia eterna ad entrambi...

LAMORRE. E che? nol desti

or per anco all'oblio? Straniero vile,

in soverchio poter salito, ei spiacque

al tuo consorte: e al popol tuo...

MARIA. Ma farsi

ei l'assassin dovea di un vil straniero?

Fare, o lasciar, che sel credesse il mondo,

ch'io per colui d'iniqua fiamma ardessi?

Giusto Dio, ben tu il sai! - Fedel consiglio,

conoscitor degli uomini sagace,

ministro esperto erami Rizio: in mezzo

al parteggiar secura, per lui, stetti:

vani, per lui, della instancabil mia

aspra nemica Elisabetta i tanti

perfidi aguati: Arrigo in fin, per lui,

la mia destra ottenea con il mio scettro.

N disdegnava ei lo straniero vile,

fin che per mezzo suo vedea da lungi

la corona, il superbo. Ei l'ebbe: e quale

merc ne diede a Rizio? Infra le quete

ombre di notte, entro il regal mio tetto,

fra securt di sacre mense, in mezzo

a inermi donne, a me davanti, grave

portando io il fianco del primiero pegno

d'amor gi dolce, al tradimento ei viene:

e di quel vil, quanto innocente, sangue

la mensa, il suolo, e le mie vesti, e il volto

contaminarmi, e in un mia fama, egli osa.

LAMORRE. Troppo era Rizio in alto. A un re qual puossi

pi oltraggio far, che averlo posto in seggio?

Tor pu il regno chi 'l diede; e chi il pu torre,

s'odia e spegne dai re. Ma pure, Arrigo

a tua vendetta abbandonava poscia

di tale impresa i complici: col sangue,

parmi, il sangue lavasti. - Io qui non vengo

d'Arrigo a tesser laudi: egli minore

del trono; or chi nol sa? Ch'ei t' onsorte,

vengo a membrarti; e che di lui pur nasce

l'unico erede del tuo soglio. Un grave

scandalo insorge dai privati vostri

sdegni; a noi tutti alto periglio presso.

Fama ch'oggi ei ritorna: altre fiate

torn; ma quindi ei ripartia pi mesto,

e assai pi fosca rimaneane l'aura

della tua reggia poi. Deh! fa' che invano

oggi ei non venga: assai discordie, troppe,

nutre in s questo regno. In mille opposte

sette straziar, non professare, io veggo

religion, che giace. Ultimo danno

fia la regal dissension; deh! il togli.

Senza velen di menzognera lingua,

di cor verace, arditamente io parlo.

MARIA. Io tel credo: ma basta. Or deggio in breve

dare all'anglo orator prima udienza.

Lasciami: e sappi, e al popol di', se il vuoi,

ch'io di me stessa immemore non vivo

s, ch'altri or debba il mio dover membrarmi.

Ci che a dirmi ti sforza amor del vero,

dillo ad Arrigo, a cui pi assai si aspetta.

Oda ei (se il pu) senza timor n sdegno,

questo parlar tuo libero, ch'io in prova

di non colpevol coscienza udiva.

Scena 2

MARIA. Del volgo cieco instigator mendaci,

d'empia setta ministri, udr sempr'io

il favellar vostro arrogante? - Ah! questo,

di quanti affanni seggon meco in trono,

il pi grave a soffrirsi: eppur mi forza

soffrirlo, infin che al prisco alto splendore

per me non torna il mio depresso soglio.

Scena 3

ORMONDO. Regina, a te raffermator di pace,

e d'eterna amist nunzio m'invia

Elisabetta; il cui possente aiuto

ad ogni impresa tua t'offro in suo nome.

MARIA. A prova io gi l'amist sua conobbi;

la mia per essa argomentar puoi quindi.

ORMONDO. Perci fidanza, e di pregarti ardire

prendo io...

MARIA. Di che?

ORMONDO. Sai, ch'Imeno finora

stretta non l'ha de' lacci suoi; che il solo

successor del suo regno il figliuol tuo:

per questo unico tuo s dolce pegno,

speme d'entrambi i regni, a noi non meno

caro, che a te; dare all'oblio ti piaccia

ogni rancor che in cor ti rimanesse

contro il padre di lui. Tu stessa a forza

sposo il volesti; ed or, fia ver che in breve

ten diparta il divorzio?...

MARIA. E chi tal grido

spandea di me? stolto, o maligno ei sia,

se al soglio pur di Elisabetta or giunge,

trovar de' fede in lei? N un sol pensiero

del divorzio ebbi mai; ma, se pur fosse,

che mi di' tu? spiacer potrebbe a quella,

ch'ebbi gi un d s caldamente avversa

alle mie nozze?

ORMONDO. Del tuo onor gelosa,

non di tua contentezza invida mai,

fu Elisabetta allora. Al tuo regale

libero senno ella porgea consiglio

amichevole, e franco. Ella ti stolse

da nozze alquanto meno illustri forse,

che doveano spettarsi a par tua donna;

ma nulla pi. Convinta appieno poscia

del tuo saldo voler, tacque; n, credo,

resta or per lei, che appien non sii tu lieta.

MARIA. ver: non ella in duri ceppi avvinto

tenne Arrigo, ch'io scelto aveami sposo;

s che al regal mio talamo ei veniva

fuggitivo dal carcere; e sua destra

livida ancor de' mal portati ferri

alla mia destra ei congiungea: non ella,

entro il suo regno, in ben guardata torre,

or, tuttavia, ritien del mio consorte

la madre a forza. Ella ben , che sente

oggi piet di quello stesso Arrigo. -

Trarla or tu dunque di s fatta angoscia

dei, col dirle, che Arrigo, a suo talento,

sta in corte, o lungi, in libert sua piena;

ch'io dal mio cor nol tolsi; e ch'io le altrui

private cure investigar non seppi

giammai; n il so.

ORMONDO. N l'indiscreto sguardo

entro tua reggia Elisabetta inoltra

pi che non lice. Ad ogni re son sacri,

bench palesi sian, dei re gli arcani.

Dirti m' imposto in rispettoso modo,

che un successor, sol uno, a doppio regno

poo , pur troppo; e ch'ella incerta cosa,

e di temenza piena ognor, la vita

di un sol fanciullo...

MARIA. I generosi sensi

del suo gran cor, gi nel mio core han desto

emuli sensi. In me la speme viva

d'esser pur anco madre; e lei far lieta,

lei che gioisce d'ogni gioia mia,

di numerosa mia prole novella.

Ma, se larga d'aiuto a me non mano

che di consiglio ell', questo mio regno,

non che mia reggia, in tutta pace io spero

veder fra breve.

ORMONDO. Ad ottener tal pace,

primo mezzo in suo nome oso proporti...

MARIA. Ed ?

ORMONDO. Non dubbio mezzo. Ella ti brama

pi mite alquanto inver color, che il giogo

di Roma s, ma non il tuo s'han tolto.

Sudditi fidi al par degli altri tuoi,

e assai di forza e numero maggiori;

uomini anch'essi, e figli tuoi non empi;

a cui sol reca oppression s fera

il lor creder diverso.

Scena 4

MARIA. Oh! vieni; inoltra

Botuello il passo; odi incredibil cosa,

che arreca a me, d'Elisabetta il nome,

il britanno oratore. Ella mi vuole

pi mite ai nuovi settatori; Arrigo

sempre indiviso dal mio fianco brama;

e che fra noi segua il divorzio, teme.

BOTUELLO. Or chi s falsa impression le diede

della corona tua? qual perseguisti

religioso culto? e chi pur osa

profferir oggi di divorzio il nome?

oggi, nel d, che a te ritorna Arrigo...

ORMONDO. Oggi ei ritorna?

MARIA. S. Ben vedi; io prima

di Elisabetta ogni desir prevengo.

ORMONDO. Mendace fama n ai re pur perdona:

di romor falso apportatrice giunse

alla regina mia; come gi venne

a te di lei non men fallace il grido,

che tua nemica te la pinse. Io nutro

(o men lusingo) alta speranza in core,

d'esser fra voi de' vostri sensi veri

non odioso interprete verace,

finch a te presso, col piacer d'entrambe,

grata m'avr quanto onorata stanza.

MARIA. Malignamente spesso a mal ritorte

l'opre son di chi troppo in alto siede:

finor palesi, e d'innocenza figlie,

le mie non sdegnan testimon nessuno.

Per te sian note a Elisabetta: e intanto

s per lei che t'invia, che per te stesso,

sarai tu sempre entro mia corte accetto.

Scena 5

MARIA. Duro a soffrir! so di colei qual sia

l'animo, e l'odio; e ammetter pur mi forza,

ed onorarne il delatore. Or ella

mi assal con arte nuova. A me consiglia

il ben, per ch'io nol faccia. Ella mi chiede

che ai settatori io tolleranza accordi;

brama dunque in suo cor ch'io li persegua.

Dal divorzio mi stoglie; ah! dunque spera

ella affrettarlo. Il so, vorria ch'io errassi

quanto da un re pi puossi errar sul trono.

Coll'arti stesse sue schermir saprommi.

Sue finte brame or compiacendo, io voglio

crucciar pi sempre il suo maligno core.

BOTUELLO. Ci pur ti dissi, il sai, quando degnasti

tua mente aprirmi. Omai da te lontano,

per pi ragioni, Arrigo esser non debbe.

Sia vero o finto il mincciar suo lungo

di uscir del regno tuo, torgliene i mezzi

parmi sen deggia, col vegliar sovr'esso.

MARIA. Certo in me ricadrebbe una tal fuga.

La patria, il trono, il figlio, la consorte

lasciar, per girne mendi cando asilo;

chi fia che il veggia, e me non rea ne stimi?

Favola al mondo io non sar; pria scelgo

ogni mio danno.

BOTUELLO. E tu ben pensi. Oh! fosse

pur oggi il d, che piena pace interna

qui risorgesse! Al fin, poi ch'ei pur cede

alle tue istanze, a cui finor fu sordo,

sperar tu puoi.

MARIA. S, men lusingo. Al fine,

di sua passata ingratitudin vero,

bench tardo, il rimorso oggi gli scorta.

Ei mi ritrova ognor per lui la stessa:

io perdono a lui tutto, pur ch'io il vegga.

BOTUELLO. Deh, pentito ei pur fosse! Il sai per prova

s'io felice ti vo'.

MARIA. Quant'io ti deggia,

di mente mai non mi uscir. Tu il soglio,

che i nemici di Rizio empi oltraggiaro,

con la lor morte hai vendiato. In campo

contro i ribelli aperti io t'ebbi scudo;

contro gli occulti, assai pi vili, io t'ebbi

fido consiglio in corte. In un sapesti

schernir d'Arrigo le imprudenti trame,

e rimembrar ch'era mio sposo Arrigo.

BOTUELLO. Fatal maneggio! Omai, deh pi non sia

qui d'uopo usarlo!

MARIA. Ah! se mi ascolta, e crede

Arrigo all'amor mio, (ch'ei sol nol crede)

sperar mi lice ogni ventura. Il trono,

men che il cor del mio sposo, a me fia caro.

Ma udiamlo; io spero: assai pu il ciel; la sorte

pu assai... Ma dove arte o consiglio or vaglia,

tu pi d'ogni altri a mio favor potrai.

BOTUELLO. Il mio braccio, il mio avere, il sangue, il senno,

(se pur n' in me) tutto, o regina, tuo.

Atto Secondo

Scena 1

ARRIGO. S, tel ridico; ad ottener vendetta

de' miei nemici io vengo, o a queste mura

io vengo a dar l'eterno addio.

LAMORRE. Ben fai.

Ma lusingarti di felice evento,

o re, non dei, finch ai rimorsi interni,

ai manifesti replicati segni

del cielo, hai sordo il core. Appien convinto

dell'error che professi in cor tu sei:

di tua crudel persecutrice setta,

a mille a mille, ad ogni passo, innanzi

le dolenti vestigia a te si fanno:

e il rio servaggio pur di Roma imbelle

scuoter non osi; onde tu in faccia al mondo

vile ti rendi, ed empio in faccia a Dio.

La prima questa, pur troppo! e la sola

cagion terribil d'ogni tua sventura.

ARRIGO. Pi che convinto io son, ch'io non dovea

mai ricercar regie fatali nozze:

non, che atterrito dall'altezza io sia

del grado, no; che questo scettro istesso

ignoto peso agli avi miei non era:

ma ben mi duol, ch'io non pensai qual vana

instabil cosa ell' di donna il core;

e un benefizio, quanto grave incarco,

se da chi far nol sappia ei si riceve.

LAMORRE. Uom non son io del volgo: odimi Arrigo.

Grazia in corte non cerco: amor di pace

parlar mi fa. Tutti ammendare ancora

gli error tuoi scorsi, e a sentier dritto puoi

teco tornar tua traviata donna;

puoi far tuo popol lieto; i figli eletti,

non del terribil Dio d'ira e di sangue,

(cui Roma pinge e rappresenta al vivo)

ma del Dio di pietade i veri figli,

che oppressi son, puoi sollevarli; e impura

nebbia sgombrar, che pestilente sorge

dal servo Tebro, ove ogni inganno ha seggio.

ARRIGO. E che? vuoi tu, che in disputar di vani

riti e di vane opinioni io spenda

il tempo, allor che del mio grado io debbo

contender?...

LAMORRE. Vane osi appellar tai cose?

Pur mille volte e mille han dato e tolto

e regno, e vita. In cor se Roma abborri,

perch tacerlo? Alto il vessillo spiega;

sostegni avrai quanti qui abborron Roma.

ARRIGO. Di civil sangue io non mi pasco: altrove

pace trovar, ch'io qui non ho...

LAMORRE. Che speri?

Per la patria vedere arder da lungi,

pace ne avrai? Fuggirtene, e la fiamma

destar di civil guerra, ei fia tutt'uno.

Io non ti spingo all'armi; io no, ministro

non son di sangue. A prevenir pi atroci

scandali, a trar d'oppression tuoi fidi,

pria che sforzati a ribellarsi sieno,

a null'altro, ti esorto. Usar la forza,

tu non dei; ma vietare altrui la forza.

Maria, che bevve a inesauribil fonte

con il latte stranier stranieri errori;

Maria, che a danno della Scozia accoppia

nel suo cor giovenil di Roma i duri

persecutor pensieri, e i molli modi

delle corrotte Gallie; a te non dico

d'obliar mai, ch'ella ti sposa, e donna:

ella a sua posta pensi; opri a sua posta:

gi non siam noi persecutori: pace

noi sol vogliamo, e libert: deh! s'abbia

per te. Tu puoi mercare in un la nostra,

e la tua pace. Oscuro un turbin veggio,

che noi minaccia, e che piombar potria

anco sul capo tuo, se me non odi.

Pessima gente or qui si alberga, e molta,

che perder vuolti, e ti calunnia e abborre.

Franchezza e onore invan fra lor tu cerchi:

se ancor v'ha Scotti, il siam pur noi; di Roma,

di rie straniere effeminate fogge

nemici al par, che di stranier sorgente

dispotico potere. Ai buoni farti

vuoi moderato re? tu il puoi pur anco:

farti a' rei vuoi tiranno? havvi chi 'l brama

pi assai di te. V'ha chi di ferro scettro

ha fatto gi: troppo intricato il nodo;

non da sciorsi, da tagliarsi. Il cielo

sa per ch'io parli; e s'altro io vo', che pace. -

Opra dunque a tuo senno: io gi non spero,

che il ver creduto mai da un re mi sia.

Scena 2

ARRIGO. Schietto forse costui; ma il mio destino

mi trasse a tal, che dell'error la scelta

sola mi avanza. - Or, ch'io ritorno invano,

tutto mel dice gi: muto ogni volto;

e la regina ad incontrarmi lenta;

e gli altri... oh rabbia! Ma, ella vien: si ascolti;

risolver con miglior senno io poscia.

Scena 3

MARIA. Ben giungi, o tu, che alle mie gioie e affanni

indivisibil mio compagno io scelsi.

Tu cedi al fine, e ai preghi miei ti arrendi:

ecco, al fin nella tua reggia tu riedi;

sai ch'ella - sempre tua, bench ti pia ia

starne s a lungo in volontario bando.

ARRIGO. Regina...

MARIA. Ahi nome! Or, che non di' consorte?

ARRIGO. Pari fra noi la sorte?

MARIA. Ah! no; che in pianto

viver mi fai miei lunghi giorni...

ARRIGO. Il pianto

mio, tu nol vedi...

MARIA. Io gi bagnar ti vidi

la guancia, ver, di lagrime di sdegno,

ma d'amor no.

ARRIGO. Sia che si voglia, io piansi;

e tuttor piango.

MARIA. E chi cessar pu il duolo,

chi rasciugar pu il iglio mio, chi all'alma

render mi pu pura e verace gioia,

chi, se non tu?

ARRIGO. Di noi chi 'l voglia, e il possa,

chiaro or tosto sar. Ti dico intanto

ch'oggi io non vengo a nuovi oltraggi...

MARIA. Oh cielo!

perch aspreggiarmi anzi che udirmi vuoi?

Se oltraggio chiami il non veder piegarsi

ad ogni tuo pensier l'altrui pensiero,

certo, qui spesso, e mal mio grado sempre,

oltraggiato tu fosti. Hanno, tu il sai,

i re lor modi, e le lor leggi i regni,

cui nuoce a tutti oltrepassar: n ardiva

io vietarti il varcarle in altra guisa,

che come a me tolto lo avrei, se a possa

illimitata un mio voler non saggio

spinta mi avesse. Ma, consorte amato,

se pur di me, se del mio cor tu parli,

e del mio amore, e dei privati affetti,

di me qual parte non ti diedi io tutta?

Tu mio signor, tu mio sostegno, e prima,

e sola cura mia, dimmi, nol fosti? -

E il sei tuttor, sol che deposto il truce

sdegno non giusto, esser pur anco or vogli

del regno, in quanto suo di legge il soffre,

di me, senza al un limite, signore.

ARRIGO. Oltraggio chiamo io l'alterigia, i modi

superbi, usati a me dagli insolenti

ministri, o amici, o consiglieri, o schiavi;

ch'io ben non so come a nomar me gli abbia,

quei che intorno ti stanno. E oltraggi chiamo

quanti ogni giorno a me si fan; del nome

appellarmi di re, mentre mi tolto,

non che il poter, perfin la inutil pompa

apparente di re; vedermi sempre

pi a servit che a libert vicino;

e i miei passi, e i miei detti opre e pensieri,

tutto esplorarsi, e riferirsi tutto;

e ogni dolcezza togliermi di padre;

e il mio figliuol, non che a mio senno io 'l possa

educar, n il vederlo essermi dato;

e a me solo vietarsi. - Or, che pi dico? -

Ad uno ad uno annoverar gli oltraggi

che vale? Il sai, quanto infelice, e oppresso,

ed avvilito, e abbandonato, e forse

tradito quei, che mal tu scelto hai sposo;

ma, che pur scelto, aver nol puoi tu a vile.

MARIA. Io replicarti forse anco potrei,

che l'opre tue non caute a tal ridotto

t'han sole; e dirti io pur potrei, quant'era

mal guiderdon, quel che al mio amor da prima

rendevi tu; che a soggiogar pi intento,

che a guadagnarti con benigni modi

gli animi altrui di freno impazienti,

tu li perdevi affatto; e nei mentiti

amici tuoi troppo affidando, in pria

consigli rei, poi tradimenti e danni

da lor traevi. Anco direi... Ma posso

io proseguire?... ah! no... Fia lieve amore

quel che d'amato oggetto osserva, o biasma,

o giudica gli errori. - Or tutto vada

in oblio sempiterno. Se a te piace

ch'io m'abbia il torto, avrommelo: deh, solo

che a niun di noi ne tocchi il danno! In calma

te stesso torna, e gli altri tutti a un tempo:

riapri il petto alla fidanza; e omai

di novit desio non ti lusinghi.

Di regnar l'arte entro tua reggia apprendi,

regnando. Io di tant'arte a te per norma

me non addito; che pi volte anch'io

errai, non molto esperta: il giovenile

mio senno, il debil sesso, anco la poca

capacit nata, mi han tratta forse

in molti errori. Altro non so, che scerre,

per quanto in me, destro consiglio e fido;

quindi tentar con pi timido il vasto

regale aringo. Ah! cos, pure io fossi,

come in amarti il sono, in regnar dotta!

ARRIGO. Ma in corte ogni uom destro consiglio e fido

appare a te, tranne il tuo sposo: ed egli

pure il solo, in cui private mire

non si ponno albergare...

MARIA. O almen, nol denno. -

Ma, cessa omai: tu nel mio cor la piaga

del diffidare apristi; e tu la sana.

Non che il rancor, n la memoria pure

io ne serbo, tel giuro; or, deh! mel credi.

Ma lo star lungi non accresce affetto,

n il sospettar minora. Al fianco stammi;

ognor beato io stimer quel giorno,

ov'io prove d'amor, per una, mille

contraccambiare a te potr. Maligna

gente non manca, il so, cui fra noi giova

il mantener la ria discordia; e forse

fomentarla si attenta. Ma, se appresso

mi stai tu sempre, in chi altri mai poss'io

pi affidarmi, che in te?

ARRIGO. Dolci parole

odo, ma fatti ognor pi duri io provo.

MARIA. Ma, che vuoi? parla: io far tutto...

ARRIGO. Io voglio

re, padre, sposo, essere in fatti; o i nomi

spogliarmen vo'...

MARIA. Meno il mio cor, vuoi tutto.

Pi che la chiesta tua duro il rifiuto;

pur voglia il ciel, che almen di ci ti appaghi!

S, tutto avrai, quanto in me sta; sol chieggio

da te, che alcun contegno, al mondo in faccia,

meco almen serbi, e che all'antica mostra

di spregiarmi non torni. Altrui, deh! lascia

creder, che almen mi estimi, se non m'ami.

Tel chieggo a nome del comune pegno,

non del tuo amor, del mio. L'amato nostro

unico figlio, il rivedrai; fia reso

agli amplessi paterni: ei ti rammenti

che re, consorte, e genitor tu sei.

ARRIGO. So quale incarco il mio: se me da tanto

io finor non mostrai, ne sia la colpa

di chi mel tolse. Io voglio oggi, pi ch'altri,

contraccambiare con l'amor l'amore;

ma, col disprezzo l'arte. - A chiarir tutto,

bastante il d. Vedr de' tuoi nel volto,

alta norma di corte, il pensar tuo.

Scena 4

BOTUELLO. Poss'io venir della tua nuova gioia

testimon lieto? Il ricovrato sposo,

di', qual ti par? migliore assai...

MARIA. Lo stesso.

Che dico? ei mesce ora allo sdegno antico

un derisor sorriso: a scherno or prende

i detti miei. Misera me! Qual mezzo

pi omai mi resta a raddolcirlo? Io parlo

d'amore; ei parla di possanza: io sono

l'oltraggiata, ei si duole. Invaso e guasto

d'ambizion, ma non sublime, ha il core.

BOTUELLO. Ma pur, che chiede?

MARIA. Illimitata possa.

BOTUELLO. L'hai tu, per darla?

MARIA. Ei chiamerebbe or poca,

quanta glien diedi pria ch'ei mi astringesse

a ripigliarla. Appien dato all'oblio

ha i perigli, ond'io 'l trassi.

BOTUELLO. Eppur non puoi,

senza tuo biasmo, al tuo consorte or nulla

negar di quanto in te. Ci ch'ebbe dianzi,

ci che a lui dan le leggi, anco a tuo costo,

tutto render gli dei.

MARIA. S'io men lo amassi,

pi d'un consiglio avria; da s lasciarlo

precipitarsi a forza in mille e mille

palesi danni: che a buon fin (pur troppo!)

uscir non ponno i mal tessuti suoi

disegni omai. Ma, combattuta io vivo

in feroce tempesta. Ogni suo danno,

per una parte, pi che a lui, mi duole;...

ma s'egli, ei sol, vuole il suo peggio... Eppure

colpa mia grave ogni suo danno or fora.

E il figlio... Oh ciel! se il figlio in mente io volgo,

in cui forse gli error potrian del padre

cadere un d!... pi allor non so...

BOTUELLO. Regina,

tu non m'imponi d'adularti: ed io

di servirti m'impongo. In te sol pugni

l'amor di madre coll'amor di sposa.

Tranne il figlio, dar tutto a Arrigo dei.

MARIA. E il figlio appunto, oltre ogni cosa, ei chiede.

BOTUELLO. Ma ne sei donna tu? Pubblico nostro

pegno ei forse non ? Qual maraviglia,

se reo marito, peggior padre or fosse?

MARIA. Pure, a placar la sempre torbid'alma,

io gli promisi...

BOTUELLO. Il figlio? Egli disporne?

Bada.

MARIA. Ei disporne? non l'ardisco io stessa:

pensa, se il lascio altrui.

BOTUELLO. Dunque antivedi,

ch'altri nol tolga a te.

MARIA. - Ma, dove or vanno

i tuoi detti a ferir? sai forse?...

BOTUELLO. Io?... Nulla...

Ma penso pur, ch'oggi qui forse a caso

non torna Arrigo. Ai delator, che molti

sariano in corte, io primo tutte ho tronche

le vie finora, onde (o supposte, o vere)

mai non giungesser le minacce vane

di Arrigo a te. Ma, se a pi rei disegni

ei mai volgesse il suo pensier, mio incarco

ad ogni rischio allor fia di svelarti,

non ci ch'ei dice, ci che oprar si attenta.

MARIA. Certo, ei finora i replicati inviti

miei non cur... Chi pu saper?... Ma, dimmi;

qualche doppia sua mira oggi il potrebbe

ritrarre in corte?

BOTUELLO. Nol cred'io; ma stolto

consigliero sarei, se a te non fessi

antiveder quanto or possibil fora.

Soverchio amor mai nol pungea del figlio:

or, perch il chiede? Ormondo, anch'ei bramoso,

veder pretende il regal germe: ei reca

l'arti con s della britanna donna:

tutto esser pu: nulla sar; ma in trono

cieca fidanza, inescusabil fallo.

MARIA. Precipitar d'una in un'altra angoscia

ognor dovr? Fatal destino!... Eppure,

che far poss'io?

BOTUELLO. Vegliar, mentr'io pur veglio;

altro non dei. Sia falso il temer mio;

purch dannoso altrui non sia, non nuoce.

Sotto qual vuoi pi verisimil velo,

fa' soltanto che Arrigo abbia or diversa

stanza da questa, ove il regal tuo pegno

si alberga; e qui de' tuoi pi fidi il lascia

a guardia sempre. Ad abitar tu quindi,

quasi a pi lieto o pi salubre ostello,

con Arrigo ne andrai la rocca antica,

che la citt torreggia; ivi ben tosto

vedrai qual possa abbia il tuo amor sovr'esso.

Cos al ben far gli apri ogni strada; e togli

sol ch'ei non possa, n a s pur, far danno.

MARIA. Saggio consiglio; io mi v'attengo. Intanto

tu, per mia gloria sicurezza e pace,

trova efficaci e dolci mezzi, ond'io

prevenga il mal, che irrimediabil fora.

Atto terzo

Scena 1

ARRIGO. No, l'indugiar non vale; e omai non deggio

pi rispetti adoprare. Onor fallace

mi si fa, mal mio grado: a che assegnarmi

quella insolita stanza?... ver, che un tetto

mal coll'inganno l'innocenza alberga;

e me non cape scellerata reggia:

ma soverchio l'oltraggio; aperto troppo

il diffidare. Al fin si scelga, al fine,

un partito qualunque. - Ormondo chiede

di favellarmi; ei s'oda. Or forse scampo

(chi sa?) mi s'apre, donde io men lo attendo.

Scena 2

ARRIGO. Ben venga Ormondo alla novella corte,

cui niuna havvi simle.

ORMONDO. A noi son note

tue vicende, pur troppo; e me non manda

qui Elisabetta spettator soltanto:

ma, piena il cor per te di doglia, vuolmi

fra voi stromento d'una intera pace.

ARRIGO. Pace? ove appien non uguaglianza, pace?

Men lusingai pi volte anch'io, ma sempre

deluso fui.

ORMONDO. Pur, questo giorno a pace

sacro parmi...

ARRIGO. T'inganni. questo il giorno

scelto a varcar meco ogni meta: e questo

a un tempo il d, ch'oltre soffrir pi niego.

ORMONDO. Ma che? non credi che sincera in core

sia ver te la regina?

ARRIGO. Il cor? chi 'l vede?

Ma, n pur detti, onde affidar mi deggia,

odo da lei.

ORMONDO. S'ella t'inganna, giusto

lo sdegno in te. Bench di pace io venga

mediator, pur oso (e a me l'impone

Elisabetta, ove fia d'uopo) offrirti

qual pi brami, o consiglio, o aiuto, o scorta.

ARRIGO. Ben io, per me, strada a vendetta aprirmi

potrei, se in cor basso desio chiudessi:

ma, pur troppo, n scorta havvi, n aiuto,

che a disserrarmi omai le vie bastasse

della pace, ch'io bramo. Oh duro stato,

quello in cui vivo! Se alla forza io voh dolgo

il mio pensier, tosto, se pur non reo,

rassembro ingrato almeno: eppur, se dolce

mi mostro alquanto, oltre ogni modo accresco

baldanza e ardir di questi schiavi in core,

che d'ogni mal son fonte. A nulla io quindi

fra quanto imprender pur potrei, mi appiglio:

e spontaneo prescelgo irmene in bando.

ORMONDO. Che vuoi tu fare, o re? S'io dir tel debbo,

peggior del mal questo rimedio parmi.

ARRIGO. Tal non mi pare: e spero abbia a tornarne

pi danno altrui, che non a me vergogna.

ORMONDO. Ma, non sai tu, che un re fuor di suo seggio,

pi che a piet, vien preso a scherno? E ov'egli

piet pur desti, pu appagarsen mai?

ARRIGO. Che val superbia, ove di possa vuota?

Non obbedito re, minor d'ogni uomo

io son qui omai.

ORMONDO. Ma, di privato i dritti

forse racquisti in mutar cielo? o il nome

di re ti togli? Ah! poich ardir men porgi

col tuo parlar, ch'io ten convinca or soffri. -

Dove indrizzar tuoi passi? in Gallia? pensa,

ch'ivi e di sangue e d'amist congiunta

la regia stirpe con Maria; che tutti

fan plauso a lei col, dove de' molli

costumi loro ella da pria s'imbevve.

Col di Roma un messaggier, munito

di perdonanze e di veleni, stassi

presto ad invader, se glien dai tu il campo,

questo infelice regno. A' tuoi nemici

datti preso tu stesso: e reo sapranno

farti essi tosto...

ARRIGO. Ed agli amici in mezzo

fors'io qui sto?

ORMONDO. Stai nel tuo regno. - Indarno

ti aggiungerei, come l'Ispano infido,

l'Italo imbelle, asil mal certo l'uno,

infame l'altro, a te sarian: pi dico;

(e vedrai quindi se verace io parli)

dal ricovrarti a Elisabetta appresso,

io primier ti sconsiglio.

ARRIGO. E asil mi fora,

terra ov'io fui da libert diviso?

Ci non mi cade in mente: ivi rattiensi

a forza ancor la madre mia...

ORMONDO. Nol vedi

chiaro or per te? la madre tua sarebbe

qui men secura e libera, d'assai.

Nol niego; avversa Elisabetta avesti:

ma si cangian coi tempi anco i consigli.

Vide appena di voi nascer l'erede

del suo non men, che del materno regno,

ch'ella, appieno placata, ogni sua mira

rivolse in lui, quasi a sua prole; e schiva

quindi ognor pi di sottoporsi ell'era

al maritale giogo. Udendo poscia,

che da Maria tenuto eri in non cale;

che i non schiavi di Roma erano oppressi,

e che col latte il regio pargoletto

superstiziosi error bevendo andava,

forte glien dolse. Or quindi ella m'impone,

che se Maria ver te modi non cangia,

io mi volga a te solo; e mezzi io t'offra,

(di sangue no, che al par di te lo abborre)

ma tali, onde tu stesso al chiaror prisco

t'abbi a tornare. - In un, libero farti;

la mia sovrana compiacere; il figlio

pi in alto porre, ed in pi stabil sorte;

trar d'inganno Maria; tuoi rei nemici

annichilar: ci tutto, ove tu il vogli,

tosto il potrai.

ARRIGO. Che parli?

ORMONDO. Il ver: tu solo

puoi far ci ch'altri n tentar pur puote. -

Il regio erede, il tuo figliuol fia 'l mezzo

di tua grandezza, e in un di pace...

ARRIGO. Or, come?...

ORMONDO. Servo ei s'educa a Roma in queste soglie;

ei, che seder sovra il britanno trono

pur debbe un d. Ci di mal ochio han visto

Elisabetta, e il regno suo: recenti

son nella patria mia le piaghe ancora,

onde, instigata dall'ispan Filippo,

altra Maria lo afflisse. Odio profondo,

eterno, e tale in noi lasci la ispana

devota rabbia, che morir vuol pria

ciascun di noi, che all'abborrita cruda

religion di sangue obbedir mai.

Forza fia pur, che il tuo figliuol si stacchi

dal roman culto, il d che al soglio nostro

ei salir: non fia 'l miglior per tutti

ch'egli in error, cui dee lasciar, non cresca?

ARRIGO. Chi 'l niega? E tu, credi me forse in core

ligio a Roma pi ch'altri? Ma il mio figlio,

cui pur anco il vedere a me si vieta,

come educarlo a senno mio?...

ORMONDO. Ma tutto

tutto otterresti, se in poter tuo pieno

lo avessi tu.

ARRIGO. Quindi ei m' tolto.

ORMONDO. E quindi

ritor tu il dei.

ARRIGO. Veglian custodi.

ORMONDO. E' puonsi

deludere, omprare...

ARRIGO. E pon, ch'io l'abbia;

poscia il serbarlo...

ORMONDO. Io te lo serbo. Al fianco

d'Elisabetta ei crescer: gli fia

ella pi assai che madre. Ivi altamente

nudrirassi a regnar; sol ch'io pervenga

a trafugarlo, e ti vedrai tu tosto

signor del tutto. Reggitor sovrano

di questo regno pel crescente figlio

Elisabetta proclamar faratti;

potrai tu quindi alla tua sposa parte

dare qual pi vorrai; quella che appunto

mertar parratti...

ARRIGO. - Assai gran trama questa.

ORMONDO. Spiaceti?

ARRIGO. No; ma scabra parmi.

ORMONDO. Ardisci;

lieve si fa.

ARRIGO. Troppo parlammo. Or vanne:

vo' meditarvi a posta mia.

ORMONDO. Fra poco

dunque a te riedo: il tempo stringe...

ARRIGO. A notte

gi ben oltre avanzata, a me ritorna,

quanto pi 'l puoi, non osservato.

ORMONDO. Ai cenni

tuoi ne verr. Pensa frattanto, o Arrigo,

che il colpo, allor ch'egli aspettato meno,

pi certo sempre; e che ragion di stato

il vuole; e ch'util sei per trarne, e laude.

Scena 3

ARRIGO. Laude trarronne, ov'io 'l vantaggio n'abbia. -

Gran trama - questa, e pu gran danno uscirne...

Ma pur, qual danno? Ove a me nulla giovi,

a tal son io, che nulla omai mi nuoce...

Chi vien? Che cerca or qui da me costui?

Scena 4

ARRIGO. Che vuoi da me? Forse gli usati omaggi

re chi al non tuo signore?

BOTUELLO. Io pur ti sono,

bench mi sdegni, suddito ognor fido.

A te mi manda la regina: ell'ode

che tu, quasi d'oltraggio, alta querela

fai risuonar dell'assegnato ostello

Or sappi, ch'ella ivi albergar pur anco

teco in breve disegna: a un tempo dirti

deggio...

ARRIGO. Assai pi che la diversa stanza,

duolmi il veder, che riferita venga

ogni parola mia: pur non m' nuova

tal cosa. Or va'; dille, che s'io tenermi

di ci non debbo offeso, a me ne fia

se non creduta pi, pi almen gradita,

dalla sua propria bocca la discolpa;

e non per via di nunzio...

BOTUELLO. Ove pi alquanto

benigno a lei l'orechio tu porgessi,

signor, ben altro di sua bocca udresti:

n scelto io fora messagger: ma, teme

ella, che a te i suoi detti...

ARRIGO. Ella o' detti

spiacermi teme; e in un, coll'opre, il brama.

BOTUELLO. T'inganni. Io so quant'ella t'ami; e in prova,

io, bench a te sgradito, io, bench a torto

a te sospetto, or mi addossai di farti

tale un messaggio, che affidarlo ad altri

non vorria la regina: e tal, che udirlo

tu pure il dei; n di sua bocca il puote

Maria spiegar: cosa, che a dirsi dura,

ma che pur segno ella d'amor non lieve,

se detta vien, qual me l'impone, in guisa

di amichevol rampogna.

ARRIGO. Arbitro vieni

d'ascosi arcani tu? - Ma tu, chi sei?

BOTUELLO. ... Poich obliar vuoi di Dumbr la fuga,

donde, spenti i ribelli, entrambi voi

qui ricondussi in vostro seggio; io sono

tal, ch'or favella, perch il dir gli imposto.

ARRIGO. Non mi l'udirti imposto.

BOTUELLO. Altri pur odi.

ARRIGO. Che parli? Altri?... Che ardire?...

BOTUELLO. In queste soglie

tradito sei; ma non da chi tu il pensi.

Pi che a noi tutti, a te dovria sospetto

un uom parer, cui d'oratore il nome

a perfidia impunita invito e sprone.

Messo di pace a noi non viene Ormondo;

e a lungo pur tu l'odi; e a lui...

ARRIGO. Felloni!

Questo gi mi si ascrive anco a delitto?

Vili voi, vili, al par che iniqui; a male,

voi tutto a male ite torcendo. Ormondo

chiesta udienza ottenne: io nol cercai;

messo ei non viene a me...

BOTUELLO. Perfido ei viene

contro di te bens: n fosse egli altro

che traditor! ma non discreto, e meno

destro, ei gi si mostr: troppo affrettossi

a disvelar le ascose sue speranze,

e i rei disegni: onde ei tradia se stesso

anzi tempo di tanto, che gi il tutto

sa la regina, pria che teco ei parli.

N sdegno in lei, quanto piet, ne nasce

dell'ingannato. In nome suo, ten prego,

esci d'errore, o re; n con tuo biasmo

arrecar vogli ai traditor vantaggio,

danno a chi t'ama.

ARRIGO. - O chiaro parla, o taci:

misteriosi accenti io non intendo:

soltanto io so, che dove al par voi tutti

traditor siete, io mal fra voi ravviso

qual mi tradisca.

BOTUELLO. Egli il vederlo lieve;

cui pi il tradirti giova. Elisabetta,

invida ognora aspra nemica vostra,

pace teme fra voi. Da lei che speri?

ARRIGO. Che spero?... Nulla: e nulla chieggio; e nulla...

Ma tu, che sai? che mi si appon? che crede

Maria? che dice?...

BOTUELLO. A generoso core,

chi pu rimorder fallo, altri ch'ei stesso?

Che degg'io dir? fuorch un iniquo Ormondo;

che a te si tendon lacci; e che pel figlio,

per l'innocente figlio, or ti scongiura

Maria, piangendo...

ARRIGO. Oh! di che piange?... Lacci,

tendi a me tu...

BOTUELLO. Signor, te stesso inganni;

io non t'inganno. Eran d'Ormondo note

le fraudi gi: gi da' suoi detti incauti

pria traspir quell'empio tradimento,

ch'egli a propor ti venne...

ARRIGO. A me?... Che dirmi

osi, ribaldo?... Or, se prosiegui, io farti...

BOTUELLO. Signor, compiuto ho il dover mio.

ARRIGO. Compiuto

ho il mio soffrir.

BOTUELLO. Parlai, per ch'io 'l dovea...

ARRIGO. Pi del dover parlasti. Esci.

BOTUELLO. Che deggio

alla regina dire?

ARRIGO. Esci; va'; dille,...

che un temerario sei.

BOTUELLO. Signor...

ARRIGO. Non esci?

Scena 5

ARRIGO. Iniqui tutti; ed io pur anco. - Oh fero

baratro atroce d'ogni infamia e fraude!

Stolto! che volli a messaggier britanno

prestar io fede?

Scena 6

ARRIGO. Oh! gi ritorni?

ORMONDO. Un solo

dubbio ancor mi rimane: onde a te riedo...

ARRIGO. Traditor malaccorto; osi tu, vile,

venirmi innanzi?

ORMONDO. Or, che mai fu?...

ARRIGO. Sperasti,

ch'io nol sapessi, onde l'offerte inique

moveano? e speri, che impunita ell'abbia

a rimaner tua fraude?

ORMONDO. Onde improvviso

ti cangi? Or dianzi favellavi...

ARRIGO. Or dianzi

veder voll'io, fin dove insidiose

arti nemiche, sotto vel di pace,

giungeriano. - Ma tu, credestil mai,

ch'io mendicar nel vostro infido regno

a me soccorso, alla mia prole asilo,

volessi io mai?

ORMONDO. ... Se fabro io fui d'inganni

teco, or di me colpa tu il credi?

ARRIGO. Colpa

di te, di chi t'invia, dell'abborrito

tuo ministero...

ORMONDO. Della orribil corte,

ov'io mi sto, di' meglio: di quest'atra

gente infame, la colpa. Ardito avrei

tentarti io mai, sol per me stesso? a tanto

Maria fe' trarmi; a' cui comandi appieno

Elisabetta di obbedir m'impone.

Ci ch'ella volle, io dissi: ed or mi accusa,

di ci a te stesso un doppio tradimento? -

Deluso omai, no, non sar: fra voi,

cessi il ciel, ch'io mi adopri in nulla omai.

Io, d'ogni cosa che accader qui debba,

innocente son io; tale or mi grido;

tal griderommi ad alta voce ognora.

Scena 7

ARRIGO. Ben di' tu il ver; presso a colei chi reo? -

Io son preso a dileggio? oh rabbia! - Udrammi

l'iniqua, ancor sola una volta udrammi.

Di brevi detti ultimo sfogo forza

ch'io doni al furor mio: ma tempo poscia

di tentar pi efficaci arditi colpi.

Atto quarto

Scena 1

ARRIGO. Donna, il fingere abborro; a me non giova;

e, giovasse pur anco, io nol potrei.

Ma tu, perch di menzognero affetto

perfide voglie vesti? Io gi t'offesi,

ver; ma apertamente ognor ti offesi.

Norma imparar da me dovevi almeno,

come un tuo pari offendere si debba.

MARIA. Qual favellar? Che fu? gi, pria che salda

fra noi concordia si rinnovi, ascolto...

ARRIGO. Fra noi concordia? Sempiterna io giuro

inimist fra noi: schiudi i tuoi sensi;

m'imta: io voglio a te insegnar la via,

onde trabocchi il rattenuto a lungo

rancor tuo cupo: io risparmiarti voglio

pi finzioni, e pi lusinghe omai;

e pi delitti.

MARIA. Oh cielo! e tal rampogna

merto io da te?

ARRIGO. Ben dici. A tal sei giunta,

che il rampognarti vano. Assai fia meglio

disdegnoso silenzio; altro non merti: -

ma pur, mi dolce un breve sfogo; e il farti

or, per l'ultima volta, udir mia dura,

al reo tuo cor non comportabil voce. -

Mezzi appo me, pi forti assai de' tuoi,

e meno infami, stanno. In guise mille

a te far fronte entro al tuo regno io posso:

n il tuo poter mel toglie: a me nol vieta

altri, ch'io stesso: avviluppar non voglio

nelle private rie nostre contese

quest'innocente popolo. - Ma, udrai

al nuovo d, ci che di me n'avvenne:

pur che a te presso io mai non rieda. Ai fidi

tuoi consiglieri, e a' tuoi rimorsi in mezzo,

(se pur ten resta) omai ti lascio.

MARIA. Ingrato,...

per pi non dirti: e il guiderdon fia questo

dell'immenso amor mio? del soffrir lungo?

del soverchio soffrir?... Cos mi parli?...

Cos ti scolpi? - In te il dispregio, or donde?

Chi son io non rimembri, e chi tu fosti?...

Deh! perdona; or mi sforzi a dirti cosa,

che a me pi il dir, che a te l'udirla, incresce.

Ma, in che t'offesi io mai? Nell'invitarti

a tornar, forse? in raccettarti troppo

pi caldamente ch'io mai nol dovessi?

nel concederti troppo? o nel supporti

di pentimento, e di consiglio ancora

capace, o almen di gratitudin lieve,

il duro petto?

ARRIGO. In trono siedi: e il trono

alta efficace ell' ragion pur sempre.

Ma, stupor nullo in me: quanto ora avviemmi,

tutto aspettai. Pure, il saper ti giovi,

ch'io n di furto oprer mai, n a caso;

che sconsigliato, debile, atterrito

non son, qual pensi; e che vostre arti vili...

MARIA. Opra a tuo senno omai: sol io ti priego,

che non s'interessa il tuo parlar di motti

per me oltraggiosi, indi egualmente indegni

di chi gli ascolta, e di chi gli usa.

ARRIGO. In detti

t'offendo io sempre; e me tu in fatti offendi.

Fuor di memoria gi?...

MARIA. Profondamente

memoria in cor dei tanti avvisi io serbo,

ch'io non curai; saggi, veraci avvisi;

che i tuoi modi, il tuo cor, te, qual ti sei,

pingeanmi appien, pria che la man ti dessi.

Creder non volli, e non veder, pur troppo

cieca d'amor... Chi s'infingeva allora?...

Rispondi, ingrato... Ahi lassa me! - Ma tardo

il pentirmene, e vano... Oh cielo!... E fia,

fia dunque ver, che ad ogni costo or vogli

nemica avermi?... Ah! nol potrai. Ben vedi;

di sdegno appena passeggera fiamma

tu accendi in me: solo un tuo detto basta

a cancellare ogni passata offesa:

pur che tu l'oda, l'amor mio gi presto

a riparlarmi. Or, deh! perch non vuoi,

qual ch'ella sia, narrarmi or la cagione

del novello tuo sdegno? Io tosto...

ARRIGO. Udirla

vuoi dal mio labbro dunque; ancor che nota,

non men che a me, ti sia? ten far paga.

Non del finto amor tuo, non delle finte

tue parolette; e non dell'assegnata

diversa stanza; e non del tolto figlio;

e non di regia autorit promessa,

gi omai tornata in pi insolenti oltraggi;

di tanto io no, non mi querelo: i modi

usati tuoi, son questi; mia la colpa,

s'io a te credea. Ma il sol, ch'io non comporto,

l'oltraggio che a me novello or fai.

E che? di tante tue stolte vendette,

che ordisci ognora a danno mio, tu chiami

anco la iniqua Elisabetta a parte?

MARIA. Che mai mi apponi? Oh ciel! qual prova?...

ARRIGO. Ormondo

perfido , s, ma non quant'altri; invano

a tentare, a promettere, a sedurre,

e a lusingar, me l'inviasti. Udissi

trama siml giammai? Volermi a forza

far traditore? onde ritrar pretesti

poi di velata iniquit...

MARIA. Che ascolto?

M'incenerisca il ciel, s'io mai...

ARRIGO. Non vale,

no, spergiurare. Intera io ben conobbi

la fraude tosto, e a consentirvi io finsi,

per ingannar l'ingannator: ma stanco

gi son d'arte s vile: ebbe gi piena

da me risposta Ormondo. Or sprezzeratti

Elisabetta, che ti odiava pria;

ella a biasmarti, ella a gridar fia prima

que' tuoi stessi delitti, a cui t'ha spinto.

MARIA. Vile impostura ell'. Chi spender osa

cos il mio nome?...

ARRIGO. Atroce appieno han l'alma

tuoi; non ten doler: solo, in dar tempo

ai loro inganni, ancor non son ben dotti.

Botuello e Ormondo in nobile vicenda

spiar volendo nel mio cor tropp'entro,

troppo hanno il loro, e troppo aperto il tuo.

MARIA. - Se in te ragion nulla potesse, o almeno

se tal tu fossi da ascoltarla, lieve

chiarir qui tosto il tutto: entrambi insieme

chiamarli; udire...

ARRIGO. A paragon venirne

io di costoro?...

MARIA. E come in altra guisa

poss'io del ver convincerti? la benda

ome dagli occhi trarti?

ARRIGO. tolta omai:

troppo veggo... - Ma pur, convinto e pago

vuoi farmi a un tempo tu? sol ten rimane

non dubbio un mezzo. Io di Botuello chieggo

a te l'altera ed esecrabil testa;

d'Ormondo il bando immantinente. - A tanto,

di' sei tu presta?

MARIA. Io veggo al fin (pur troppo!)

veggo ove tendi. Ogni uom, che il vero dirmi

possa, a te spiace: ogni uomo in cui mi affidi,

nemico t'. Su via, dunque la strage

or di Rizio rinnova: uso tu sei

a far le ingiuste tue vili vendette

di propria mano tua. Botuello puoi

nel modo stesso generosamente

trucidar tu, da forte; a te non posso

vietar delitti: a me ragion ben vieta

le ingiustizie di sangue. Ov'ei sia reo,

Botul si danni; ma si ascolti pria.

Or, mentr'io sottopor me stessa a schietto

e solenne giudizio non disdegno,

a dispotica voglia anco il pi vile

sottoporre ardir del popol mio?

ARRIGO. Giustizia a' rei mai non si vieta, e muta

pe' buoni stassi: ecco il regnar, che giova. -

Ti lascio; addio.

MARIA. Deh! m'odi...

ARRIGO. Ultima notte,

ch'io non al sonno, ma all'angoscie dono,

passarla io vo' nell'assegnata rocca.

L'invito accetto; e infin che l'alba lungi

dall'abborrita tua citt mi scorga,

stanza ove teco io non mi stia, m' grata.

Confusion recarti, ancor che lieve,

credea pur anco; ma il credea da stolto. -

Securo il viso hai quanto doppio il core.

Scena 2

MARIA. - Misera me!... Dove son io?... Che debbo,

che far poss'io?... Qual furia oggi l'inspira?...

Onde i sospetti infami?... In che si affida?

Nel mio spregiato amor?... Ma, s'egli imprende?...

Ah! pur ch'ei resti... Ah! s'egli parte, in tutti

odio di me, pi che di s pietade,

ne andr destando: e sallo il ciel s'io sono

d'altro rea, che d'averlo amato troppo,

e non ben conosciuto. Or, che diranno

gli empi settari, a calunniarmi avvezzi

da s gran tempo gi? Possenti assai

fansi ogni d... Forse a costor si appoggia

l'indegno Arrigo... Ah, d'ogni parte io scorgo

timore, e dubbi, e perigli, ed errori!

Mal fia il risolver; dubitar fia il peggio...

Scena 3

MARIA. Botul, deh! vieni: se al mio fero stato

tu di consiglio or non soccorri, io forse

di precipizio orribile sto all'orlo.

BOTUELLO. Da gran tempo vi stai; ma or pi che pria...

MARIA. E che? tu pur d'Arrigo i sensi?...

BOTUELLO. Io l'opre

di Arrigo so. Mi udisti mai, regina,

non che del tuo consorte, a te d'altr'uomo

accusatore io mai venirne? Eppure

necessitade oggi a ci far mi astringe.

MARIA. Dunque trama si ordisce?

BOTUELLO. Ordirsi? a fine

tratta gi fora, se Botul non era.

Quanto importasse il vigilar noi sempre

sovra Arrigo, e il saper del suo ritorno

la cagion vera, il sai, ch'io tel dicea:

ma poco and, ch'io la scopriva appieno.

Introdotto appo lui, tentollo Ormondo;

pria lusinghe gli di, promesse poscia:

quindi attentossi ei di proporgli, e ottenne,

che a lui si desse il figliuol tuo...

MARIA. Che sento?

a Ormondo?...

BOTUELLO. S; perch il trafughi in corte

d'Elisabetta.

MARIA. Ahi traditor!... Mio figlio

tormi?... Ed in man darlo a colei?...

BOTUELLO. Mercede

del tradimento pattuisce Arrigo,

ch'ei regger qui solo. A te dar legge,

di Roma il culto con ul ar pi sempre,

il proprio figlio in perdizion mandarne,

(vedi padre!) ei disegna...

MARIA. Oh ciel! Deh! taci.

Inorridir mi sento... E avea poc'anzi

ei tanto ardir, che a me imputava, ei stesso,

artificio s stolto? ei da me disse

indotto Ormondo a ordir la trama; e tesi

da me tai lacci: iniquo!...

BOTUELLO. Ei teco all'arte

or ricorrea, temendo a te palese

gi il tradimento. Io dianzi, in nome tuo,

di sconsigliarlo io m'attentava: ei scusa

cerca, e non trova, a tanto error; n il puote,

n il sa negare: in gravi accenti d'ira

quindi ei prorompe s, che in me diviene

certezza omai ci ch'era pria sospetto.

Corro ad Ormondo; e il debil cor d'Arrigo,

la dubbia f, la poca sua fermezza

gli espongo; e fingo che la trama, incauto,

scoperta in parte hammi lo stesso Arrigo.

Scaltro nell'arti delle corti Ormondo,

pur tradito si crede; e altrove tosto

volte sue mire, ei non mel niega; assvra

bens, che primo Arrigo era a proporgli

di rapire il fanciullo; e ch'ei fea tosto

in s pensiero di svelarti il tutto:

e che a tal fin con lui fingea soltanto

d'acconsentirvi. Allora, io pur fingea

di fede appien prestargli, e a tal lo indussi,

ch'ei stesso a te palesator sincero

d'ogni cosa or ne viene. Udirlo vuoi?

Egli attende...

MARIA. Venga egli, e tosto ei venga.

Scena 4

MARIA. Il mio figlio!... Che intesi?... il figliuol mio

in man di quella invidiosa, cruda,

nemica donna? E chi gliel dona? il padre;

il proprio padre il sangue suo tradisce,

il suo onore, se stesso? Insania tanta,

quando mai, dove mai, fu in uomo aggiunta

a tanta iniquit?

Scena 5

MARIA. Parla; e di' vero;

che favellotti Arrigo?

ORMONDO. Ei... si... dolea...

del lieve conto, in che ciascun qui il tiene.

MARIA. Tempo or non di menomar suoi detti:

togli ogni vel; sue temerarie inchieste,

e tue promesse temerarie, narra.

ORMONDO. ... vero,... ei... mi chiedea... d'Elisabetta,

in suo favor, l'ata.

MARIA. Omai scusarti

sol puoi col vero. Il tutto io so. Che vale?

Taciuto invan l'avresti. Arrigo, ei stesso,

all'eseguir come all'imprender cauto,

ei primo avrebbe Elisabetta, e Ormondo,

e s tradito: ma di propria tua

bocca udir voglio...

ORMONDO. A me doleasi Arrigo,

che mal si nutre a doppio regno in queste

mura il suo figlio: a Elisabetta quindi

darlo in ostaggio, di sua fede in pegno,

sceglieva ei stesso...

MARIA. Oh non mai visto padre!

E v'assentivi tu?

ORMONDO. ... Con un rifiuto

nol volli a prima io disperar del tutto...

per ch'ei null'altro disegnasse, io finsi...

MARIA. Basta; non pi. Macchinator d'inganni

Elisabetta, il credo, a me t'invia;

ma pi sottili almeno. Or vanne; al grado,

ci che non merti per te stesso, io dono.

Ella intanto sapr, che a me si debbe,

se non pi fido, messaggier pi destro.

Scena 6

BOTUELLO. Arte, ma tarda, ne' suoi detti. Oh come

passa ei tra 'l vero e la menzogna! In tempo

conoscerlo giov.

MARIA. - Consiglio, ahi lassa!

non trovo in me, n forza: il cor mi sento

squarciare a un tempo e dal dubbio, e dall'ira,

e dal timore; e, il crederai? pur anco

da non so qual speranza...

BOTUELLO. Ed io pur spero,

ch'ora, ita a vuoto la scoperta trama,

null'altro mal sia per seguirne.

MARIA. Oh cielo!

Arrigo tal, ch'or che scoperta ei vede

sua folle impresa...

BOTUELLO. E che pu far?

MARIA. Pu andarne

fuor del mio regno. Il duro ultimo addio

ei gi...

BOTUELLO. Fuor del tuo regno? - Anzi che noto

questo suo nuovo tradimento fosse,

tu giustamente gliel vietavi: or fora

pi giusto ancora; or, che in ammenda ei forse

de' gi mal tesi aguati, altri ne andrebbe

a ritentar con pi felice ardire.

MARIA. Ci penso an ch'io; ma pure...

BOTUELLO. E chi sa, dove

volgere or voglia i suoi maligni passi?

Chi sa qual farsi osi sostegno?... Avrallo;

ah! s, pur troppo, nel rancore altrui

fido appoggio egli avr. - Scegliere or dessi

il mal minor...

MARIA. Ma il minor mal qual fia?

BOTUELLO. Tu ben lo sai, meglio di me: ma al tuo

ottimo cor ripugna altrui far forza.

Eppur, che vuoi? d'Elisabetta in corte

vuoi che Arrigo ricovri? E se in persona

con essa ei tratta, allor, trame ben altre...

MARIA. Oh fatal giorno! e d'altri assai pi tristi

foriero forse! e fia pur vero, al fine

giunto mi sei?... temuto, orribil giorno!...

Misera me! Contro chi stato pria

l'amor mio, la mia prima unica cura,

or io la forza adoprerei?.... Nol posso...

e, sia che vuol, mai nol faro.

BOTUELLO. Ma, pensa,

ch'ei nuocer molto...

MARIA. E qual pu danno ei farmi,

che il non amarmi agguagli?

BOTUELLO. Ove ei partisse,

certo, mai pi nol rivedresti...

MARIA. Oh cielo!...

Pur ch'io nol perda affatto...

BOTUELLO. O madre, il figlio

non ami, almen quanto il consorte? In grave

periglio ei sta; morte dell'alma vera,

empio eretico error sovrasta, il sai,

alla innocenza sua.

MARIA. Pur troppo io deggio...

Ma,... come mai?...

BOTUELLO. Se libert fia sola

scema ad Arrigo; e nessun menom'atto

di forza usato alla real sua sacra

persona fosse?...

MARIA. Insofferente troppo:

l'onta, il rimorso, e il disperato duolo

pi temerario potrian farlo ancora.

Fautori avr, quanti ho nemici e infidi

sudditi rei.

BOTUELLO. ... Pur, di accertar l'impresa,

senza destar tumulto, io veggo un mezzo;

uno, e non pi. - Scende or la notte; il colle,

ove il suo regio ostel solo torreggia,

d'armi, fra l'ombre, cingi. Ivi ritratto

ei s' pur dianzi ad aspettarvi il giorno,

per poi partirsi: e v'ha con s non molti

oscuri amici. Ivi guardato ei resti

cortesemente: in lui cos por mano

nessun si attenta; e cos nullo a un colpo

il suo furor tu fai. Null'uom pentri,

per questa notte, a lui: doman poi campo

aperto lascia alle ragion tue giuste;

e a lui, se il pu, campo a impugnarle lascia.

MARIA. Parmi il men reo partito; eppure...

BOTUELLO. Ah! credi,

ch'altro non n'hai.

MARIA. Ma, in eseguirlo...

BOTUELLO. Io cura

ne prender, se il brami...

MARIA. E se i comandi

si oltrepassasser mai?... Bada...

BOTUELLO. Che temi?

Ch'io nol sappia eseguir? Ma, breve il tempo;

pria che ne manchi, io corro...

MARIA. Ah no;... t'arresta...

BOTUELLO. Farti or vo' forza: io ti salvai, rimembra,

gi un'altra volta...

MARIA. Il so; ma...

BOTUELLO. In me ti affida.

Scena 7

MARIA. Ah! no... Sospendi... Ei vola. - Oh fatal punto!

Pende or da un filo la mia pace e fama.

Atto quinto

Scena 1

LAMORRE. Posto in disparte ogni rispetto, io vengo

ansio, anelante, alle tue stanze, in ora

strana. Oh qual notte!...

MARIA. Or, che vuoi tu?

LAMORRE. Che fai?

Chi ti consiglia? Entro i recessi starti

puoi di tua reggia omai secura tanto,

mentre il consorte tuo di grida e d'armi

cinto?

MARIA. Ma in te, donde l'ardir?... Vedrassi

al nuovo d, ch'io nulla a lui togliea,

che di nuocere a s.

LAMORRE. Qual sia il disegno,

egli crudo, terribile, inaudito:

e la plebe furor pi assai ne tragge,

che non terrore. Or, ben rifletti: forse

v'ha chi t'inganna: a rischiararti in tempo

forse ch'io giungo. Uscirne sol pu danno

dai satelliti rei, che inondan tutte

della citt le vie, lugbri tede

recando in mano, e minacciosi brandi.

Che fan costor del regio colle al piede

schierati in cerchio, ogni uom lontano a forza

feri tenendo?

MARIA. Oh! del mio oprar ragione

a te degg'io? Son dritti i miei disegni:

e li sapr chi pur saper li debbe.

LAMORRE. Ti affidi tu nella insolente plebe?

In me mi affido, ed in quel Dio verace,

onde ministro io sono. A me la vita

toglier tu puoi, non la franchezza e l'alto

libero dire... Al tuo marito accanto,

se il vuoi, mi uccidi; ma mi ascolta pria.

MARIA. Che parli? Oh cielo!... e bramo io forse il sangue

del mio consorte? e chi 'l pu dire?...

LAMORRE. Oh vista! -

Il cervo imbelle infra i feroci artigli

sta di arrabbiata tigre... Oim! gi il fianco

ella gli squarcia... Ei palpitante cade,

e spira;... e fu... Deh! chi non piange? - Oh lampo!

qual raggio eterno agli occhi miei traluce?

Mortal son io? - Le dense orride nubi,

ch'entro nera caligine profonda

tengon sepolto l'avvenire, in fumo,

ecco, si sciolgon rapide... Che veggo?

Io veggio, ahi! s, quel traditor, che tutto

gronda di sangue ancora. Empio! fumante

di sangue sacro e tremendo, tu giaci

entro il vedovo ancor tiepido letto?

Ahi donna iniqua! e il soffri tu?...

MARIA. Qual voce?

Quali accenti son questi? Oh ciel! che parli?...

Presagi orrendi... Ei non mi ascolta; in volto

gli arde una fiamma inusitata...

LAMORRE. Oh nuova

figlia d'Acb! gi l'urla orride sento,

gi di rabidi cani ecco ampie canne,

cui tuoi visceri impuri esser den pasto. -

Ma tu, che in trono usurpator ti assidi,

figlio d'iniquit, tu regni, e vivi?

MARIA. Fero un Nume lo invade!... Oh ciel!... Deh! m'odi...

LAMORRE. Ma no, non vivi: ecco la orribil falce,

che l'empia messe abbatte. Morte, morte...

sue strida io sento, e gi venir la miro.

Oh vendetta di Dio, deh, come sconti

ogni delitto!... Il ciel trionfa: - tolta,

ecco, strappata la perfida donna

dalle braccia d'adultero marito...

ecco traditi i traditori... Oh gioia!

Disgiunti sono,... e straziati,... e morti.

MARIA. Tremar mi fai... Deh!... di chi parli?... Io manco.

LAMORRE. Ma qual vista novella?... Oh tetra Scena!

Negri addobbi sanguigni intorno intorno

a fero palco?... E chi sovr'esso ascende?

Oh! sei tu dessa? O gi superba tanto,

or pure inchini la cervice altera

alla tagliente scure? Altra scettrata

donna il gran colpo vibra. Ecco l'infido

sangue in alto zampilla; e un'ombra accorre

sitibonda, che tutto lo tracanna. -

Deh, pago in ci fosse il celeste sdegno!

Ma lunga striscia la trista cometa

dietro a s trae. Del fianco alla morente

donna, ecco uscir molti superbi e inetti

miseri re. Gi in un col sangue in loro

del re dei re la giusta orribil ira

scorre trasfusa...

MARIA. ... Ahi lassa me!... Ministro

del ciel, qual luce or ti rischiara? Ah! taci...

deh! taci... Io moro...

LAMORRE. Oh! chi mi appella?... Invano

tor mi si vuol questa tremenda vista...

Gi gi tornar nell'aere cieco in folla

veggio gli spettri. - Oh! chi se' tu, che quasi

desti a pietade?... Ahi! sovra te la cruda

bipenne piomba!... Io miro entro a vil polve

rotolar tronco il coronato capo!...

E invendicato sei?... Pur troppo, il sei:

che a vendetta pi antica era dovuta

l'alta tua testa gi. - Pugnar,... ritrarsi,...

spaventare,... tremar;... quante a vicenda

regali scorgo ombre minori! Oh schiatta

funesta altrui, come a te stessa! i fiumi

fansi per te di sangue... E il merti?... Ah! fuggi,

per non pi mai contaminar col tuo

pi questa terra: va'; fuggi; ricovra

l, di viltade in grembo; agli idolatri

tuoi pari appresso: obbrobriosi giorni,

quivi favola al mondo, onta del trono,

scherno di tutti, orribilmente vivi...

MARIA. Che sento?... Oim!... Quale incognita possa

han sul mio cor quei detti!...

LAMORRE. - Oh, d'agitata

mente, di accesa fantasia, di pieno

invaso petto alti trasporti! or dove

me traeste?... Che dissi?... Ove mi aggiro?...

Che vidi?... A chi parlai?... La reggia questa?

La reggia?... O stanza di dolore e morte,

io per sempre ti lascio.

MARIA. Arresta...

LAMORRE. O donna,

di'; consiglio cangiasti?

MARIA. Ahi me infelice!...

Omai... respiro... appena. Io dunque deggio

dar di nuocermi il campo?...

LAMORRE. Anzi, dei torre

campo al nuocer; ma pria, veder chi nuoce.

Che a te Botuello non sia noto appieno,

il creder, per tua discolpa: tale

quel rio fellon, da stupir quanti iniqui

abbiavi al mondo.

MARIA. Oh ciel! s'ei mi tradisse?...

Ma il diffidarne - il meglio. - Or tosto vanne

ad Arrigo tu stesso: a lui saratti

scorta Argallo in mio nome. Ove ei mi giuri

di non uscir di Scozia, anzi che tutto

non sia fra noi chiaro e quieto, io giuro

sgombrar d'ogni arme, pria che aggiorni, il piano.

Va', corri, vola; ottien sol questo, e riedi.

Scena 2

MARIA. ...Oh! qual tremor mi scuote! Oim!... se mai?...

Ma, son io rea? Tu il sai, che il tutto scorgi. -

Pur presagi pi orribili non ebbi

nel core io mai... Che fia? Dal costui labro,

quai feri tuoni usciano! - A me non scese

notte pi infausta mai...

Scena 3

MARIA. Che festi? ahi lassa!

Ove mi hai tratta? Ancor d'ammenda tempo:

vanne, e gli armati tuoi...

BOTUELLO. Ma che? tu cangi

or consiglio altra volta?

MARIA. Io mai non dissi...

tu primo osasti...

BOTUELLO. Osai, s, porti innanzi

pi dolce un mezzo ad ottener tuo fine,

di quanti in te ne disegnavi: e cura

a me ne desti; ed io l'impresi. Or viste

ha le mie squadre Arrigo; udito ha il nome

ei di Botuello; e per gli spaldi in arme

corre, e provvede a disperata pugna.

Andar, venire, infuriar, mostrarsi

l di fiaccole ardenti al lampo il vidi;

e scende al pian di sue minacce il suono.

Lieve - l'armi ritrar; ma Arrigo poscia

chi raffrenar potr? Di me non parlo:

vittima poca (ov'io pur basti) a sdegno

s giusto, io sono: ma di te, che fora?

Arrigo offeso...

MARIA. Ah! dimmi: or or Lamorre

non ne andava ad Arrigo?...

BOTUELLO. Io nol vedea. -

Di quel ministro di menzogna hai forse

udito i detti ancora?

MARIA. Ah s, pur troppo!...

Bench ministro di nemica setta,

che non svelommi? oh ciel! presagi orrendi

ascoltai di sua bocca! All'ostinato

mio consorte in messaggio il mando io stessa:

deh! possa in lui quel suo parlar, non meno

che in me potea! Chi sa? spesso ha tai mezzi

l'invisibil celeste arbitro eletti:

forse Lamor stromento suo. Va', corri;

fa' ch'ei parli col re.

BOTUELLO. Lamor, nemico

di nostro culto, a suo talento ei spera

il debil senno governar di Arrigo;

quindi a lui finge essere amico. Iniquo!

Capo ei farsi di parte, altro non brama.

Gi in arme sta dei pi rubelli il nerbo;

manca il vessillo; e l'alzer Lamorre.

Quai sien costoro, il sai; tu, che in lor mani

caduta un d, dure dettar ti udisti

ingiuriose leggi: ed io il rimembro,

io, che ten trassi. - Or, finch l'aure io spiro,

giuro, a tal non verrai: fia lealtade

ora il non obbedirti. Il passo a ogni uomo

strettamente chiuso: a chi il tentasse,

ne va la vita. Invano, anco il pi fido

de' tuoi, vi si appresenta; invan ci andava

in tuo nome Lamorre...

MARIA. E che? tant'osi?...

BOTUELLO. Oso, e voglio, salvarti: or, quel ch'io fa ia,

appieno io 'l so. Se apertamente reo

tu non convinci Arrigo, or che a lui festi

aperto oltraggio, a mal partito sei.

MARIA. E sia che pu: pria vo' morir, che macchia

porre alla fama mia... Dunque, obbedisci;

zelo soverchio in te mi nuoce: or tosto,

va'; sgombra il passo... Ma che veggio? Oh cielo!...

Qual lampo orrendo!... Ah!... quale scoppio! Trema,

s'apre la terra...

BOTUELLO. Oh!... di squarciata nube...

scende dal ciel... divoratri e... fiamma?...

MARIA. ... Si spalancan le porte!...

BOTUELLO. Oh! qual rimugge

l'aura infuocata!...

MARIA. ... Ahi! dove fuggo?...

Scena 4

LAMORRE. E dove,

dove fuggir potrai?

MARIA. Lamor!... che fia?...

Tu... gi ritorni?...

LAMORRE. E tu qui stai? Va', corri;

vedi ucciso il marito...

MARIA. Oim!... che sento?...

BOTUELLO. Ucciso il re? come? da chi?...

LAMORRE. Fellone,

da te.

BOTUELLO. Ch'osi tu dirmi?...

MARIA. Ucciso Arrigo!...

Ma, come?... Oh cielo!... Il rio fragor?...

LAMORRE. Secura

statti. D'Arrigo la magion disvelta

fin da radice, dalla incesa polve:

ei fra l'alte rovine ha orribil tomba.

MARIA. Che ascolto!...

BOTUELLO. Ah! certo; l'adunata polve,

che serbavasi chiusa a mezzo il colle,

Arrigo, ei stesso, disperato incese.

LAMORRE. Te grida ognun, te traditor, Botuello.

MARIA. Malvagio, avresti?...

BOTUELLO. Ecco il mio capo: ei spetta

a chi tal mi chiarisca. A te non chieggo

grazia, o regina: alta, spedita, e intera

giustizia chieggo.

LAMORRE. Ei non si uccise. Infame

gente lo uccise...

MARIA. Ahi reo sospetto! Oh pena

peggio assai d'ogni morte!... Oh macchia eterna!...

Oh dolor crudo!... - Or via, ciascun si tragga

dagli occhi miei. Saprassi il vero; e tremi,

qual ch'egli sia, l'autor perfido atroce

di un tal misfatto. Alla vendetta io vivo;

ed a null'altro.

BOTUELLO. Il tuo dolor, regina,

rispetto io s; ma per me pur non tremo.

LAMORRE. Tremar dei tu? - Finch dal ciel non piomba

il fulmin qui, chi non reo sol tremi.

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