Giambattista Della Porta

LA CINTIA

Commedia in cinque atti

Di GIAMBATTISTA DELLA PORTA

PERSONAGGI

MITIETO VECCHIO SERVO DI ARREOTIMO

CINTIA GIOVANE INNAMORATA SOTTO ABITO DI MASCHIO

BALIA DI LIDIA

AMASIO GIOVANE SOTTO ABITO DI DONNA

PEDOFILO PADRE DI AMASIO

SINESIO VECCHIO PADRE DI ERASTO E DI LIDIA

LIDIA INNAMORATA

ERASTO INNAMORATO

DULONE SERVO DI ERASTO

CAPITANO

BALIA DI CINTIA

ARREOTIMO PADRE DI CINTIA.

La favola si rappresenta in Napoli.

Commedia formattata da


Giambattista Della Porta

La Cintia

SEBETO FIUME FA IL PROLOGO.

Oh che pompa, oh che grandezza, oh che superbo spettacolo questo ch'oggi si rappresenta agli occhi miei! quando si vidde mai tanto ornamento di s superbo apparato? Veggio gli alti palagi, i dorati tetti, le ornate logge e i sacri tempi della mia gran citt ridotti in picciol seno, e d'una Napoli forse un'altra Napoli. Onde qui tanti lumi che non so se questo apparato sia asceso al cielo per arricchirsi delle sue stelle, o se le stelle del cielo sieno qua gi discese per illustrarlo? E se ben il sole di sotto il nostro emisferio, qui nondimeno si vede in mille parti diviso, s che par veramente che di bellezza egli contenda col cielo. Ma perch dico lumi, se sono vivi smeraldi, infocati rubini e giacinti di dorato splendor fiammeggianti? o forse la primavera l'ha ornato col prato de' suoi infiniti e vari fiori? O felici occhi miei, e quando vedeste voi mai in un ridotto tante illustrissime persone, quando tanta bellezza di donne? Veramente come l'Italia avanza tutto il mondo di pregio, cos ella avanzata dalle felici campagne dove risiede questa beata patria.

Ed ecco tutta la grandezza di Campagna chiusa in questo luogo; anzi quanto di pompa, di bello e di magnificenza possiede l'intiero mondo, tutto oggi si rinchiude in questa sala. Laonde se Venere con le sue grazie discesa dal cielo per goder cos onorata compagnia di gentildonne, le quali con lo splendor de' lor occhi lucenti hanno fatto qui in terra un picciol cielo, se Marte con la sua gloria per sedersi fra questi illustri cavalieri, se Giove con la sua maiest per starsi fra s giustissimi senatori, se Mercurio con la sua eloquenza per aiutar s nobilissimi rappresentatori che hanno oggi a recitarvi la favola; non vi debbia esser di maraviglia che vi compaia ancora il vostro Sebeto, picciol fiume e umile s bene, ma glorioso e grande per bagnar solo le mura dell'alma citt di Napoli. Ch, lasciando le mie fiorite sponde, l'erboso letto e l'onde pi chiare di stillato argento, vengo ad un s solenne spettacolo e ad allegrarmi con esso voi, o miei illustri e magnanimi figli; posciach per cos fatta ragione posso far gloriosa concorrenza col Po, col Mincio e col famoso Tebro.

Qui la copia col ricco corno feconda il bel vostro paese; qui la moltitudine del popolo contende con la grandezza della citt, perch la citt con la sua grandezza non cape in se stessa e il popolo quasi infinito: la sua capacit cos grande che non si pu imaginar cos gran popolo che basti a riempirla, e il popolo cos numeroso che non si pu imaginar citt che basti a capirlo; onde si pu ben dire che l'un resti dell'altro vincitore. Qui il tempio della religione, qui il trono della giustizia, qui la vera sede della pace, qui il rifugio de' miseri, qui il seggio della magnificenza, qui il cielo pieno di felici influssi, qui fioriscono i nobilissimi intelletti, qui cantano per le mie rive pi assai canori cigni che per le vaghe rive di Meandro, qui il valor della cavalleria, le leggi e le armi e i buoni costumi che bastano a far felice ogni cittade; onde non maraviglia se cos io me ne pregio, me ne glorio e me ne vanto.

Ecco qui una compagnia di nobilissimi cavalieri che vogliono recitar una comedia a queste bellissime gentildonne. Voi dunque con la piacevolezza de' vostri angelici visi aggradite le lor fatiche, accioch poi con maggior animo ve ne rappresentino dell'altre. Vivete dunque felici e lieti, ch'io, veggendo dar principio alla favola, mi ritiro a pi riposta parte per ascoltarla.


ATTO PRIMO

SCENA I.

Mitieto vecchio, Cintia sotto abito di maschio.

Mitieto - Talch, per dirvelo liberamente, Cintio mio caro, n maggior bellezza accompagnata da onest, n maggior chiarezza di sangue congionta con umilt trovarete, n maggior amor senza gelosia si vede in donna giamai di quello che porta ella a voi. E se in tutte le cose qualche termine o modo, solo in amar voi ella non serva n termine n modo. Ella non men d'opre che di nome chiara; si chiama Lidia, che la pietra del paragone dove tutte le virt si scuoprono e s'affinano: talch come cosa illustre e singulare, o sia in casa o sia in piazza o nelle chiese, tira a s gli occhi e tien le lingue sospese e i pensieri di ciascheduno; e par che la natura e la fortuna l'abbiano dotata di tante grazie solo per farla vostra compagna. Onde di tanto favore voi dovreste a Dio un perpetuo rendimento di grazie; e voi sempre pi duro e ostinato in rifiutarla perseverate.

Cintia - Mitieto, io non ho visto n il pi duro n il pi ostinato uomo di te, che, avendomi ostinatamente tutt'oggi intronato il capo, ancora perseveri a molestarmi.

Mitieto - La cagione n' Arreotimo vostro padre, il qual mi sforza a far questo ufficio con voi e pensa che il difetto venga da me, come io non sapessi persuaderlovi acconciamente, perch rissoluto che voi abbiate ad ammogliarvi.

Cintia - Se ben a mio padre io sia stato in tutto ubidiente e abbia fermo proposito d'esser cos sempre per l'avvenire, pur nel fatto della moglie voglio ubidire a me stesso, perch io son quello che ho da vivere e morir con lei.

Mitieto - Egli non vi obliga pi ad una che ad un'altra, ma vuol che la finiate tosto, perch molti anni vi vien dietro con diverse spose, e voi attaccandole or un difetto or un altro le rifiutate tutte, come se nel mondo non si trovassero donne di voi degne.

Cintia - Come ti sforzi di persuadere a me, perch non ti sforzi di persuadere a mio padre che faccia altro pensiero?

Mitieto - Voi sapete ch'ogni padre desia vedere i nepoti, e massime chi padre di un solo.

Cintia - Non vedr mai mio padre, dandomi moglie, da me generar figliuoli.

Mitieto - Che ste forse ammalato? Voi sapete che son stato vostro balio, e l'affezion grande, che v'ho portata da picciol bambino, s'ha occupato il luogo della natural creazione, che mi posso dir vostro padre: se vi nascondete da me, a chi dunque nel mondo vi palesarete?

Cintia - Mitieto, quando arai intesi i miei guai, a te dispiacer di avergli intesi e a me d'avergli raccontati: per per trre all'uno e all'altro questo travaglio sar meglio ch'io taccia e soffrisca.

Mitieto - Manifestate il vostro male, ch l'infirmit conosciuta si pu rimediare, ma la taciuta va sempre di male in peggio.

Cintia - Dimmi, posso fidarmi io di te?

Mitieto - Questa domanda un'occolta maniera di notarmi d'infedelt, poich dubitate se debbo tacer cosa che son tenuto per debito a tacere.

Cintia - Oim, che tremo e mi vergogno palesare il mio secreto! Sappi, Mitieto mio caro, ch'io son femina.

Mitieto - Femina? ed possibil questo?

Cintia - Cos non fusse mai stato!

Mitieto - O Dio, che intendo!

Cintia - Nulla ancora delle gran cose che sei per intendere.

Mitieto - Ma come son stato io cos cieco che, avendovi tenuto in braccio tante volte e vestito e spogliato tante volte, non mai me ne sia avveduto?

Cintia - Come volevi tu accorgertene, se la diligenza di Ersilia mia madre fu tale che n l'istesso mio padre ne fece accorgere?

Mitieto - Deh! manifestatemi di grazia la cagion del tutto.

Cintia - Stammi tu dunque ad ascoltare.

Mitieto - Ma raccontatelo di grazia come se aveste a raccontarlo in una scena.

Cintia - Sappi che quanto Ersilia, la mia madre, fu bella e nobile tanto fu poco agiata de' beni della fortuna; abbitava qui presso ad Arreotimo mio padre, il quale invaghitosi di lei corruppe la madre, le serve e tutti di casa con danari, e si god di lei. Ella che ben sapea l'arte di rendersi altrui soggetto, mostrandosegli grata in ogni cosa e soggiogandolo con la sua bellezza, lo ridusse in poco tempo a tale che oltra di lei non vedeva, n sentiva altro diletto che di udirla ragionare e di averla sempre in braccio. Onde ella divenne il tutto; ed egli le promise liberamente che se di lei avesse avuto un maschio, che sommamente desiderava, la sposarebbe e la farebbe erede del tutto; ma partorendogli una femina, le donarebbe quattromila ducati, e del resto lascerebbe erede Sinesio, questo vicino suo grandissimo amico. Or mia madre, che altro non bramava che uscir di peccato e restituirsi nell'onore, si volt a Dio con i pi efficaci prieghi, con le pi ardenti lacrime che mai uscissero da cor di donna, aggiongendo voti a voti e pregandolo che le concedesse un maschio. Ecco s'ingravida e partorisce me, nel cui picciol soggetto si vede raccolto un grande apparato di formidabili accidenti....

Mitieto - Come dunque nascose il parto ad Arreotimo?

Cintia - Ella avea determinato vincer l'impresa ad ogni modo, e come prudente ch'era, s'avea preparato una comare che le trovasse un maschio, per mostrarlo quel giorno ad Arreotimo. Venne il tempo del parto, e le successe ogni cosa come desiderava; sicch Arreotimo vide in scambio di me un maschio, ed io fui mandato a battezzare, e di Cintia che si dovea, Cintio mi si pose nome. Fu tal poi la sua accortezza che non lo fe' accorger mai ch'io fussi femina, fidandosi solo d'una mia balia. Arreotimo la spos secondo la promessa e l'institu erede nella sua morte; essendo anch'io bambina, pass di questa vita, restando io sola miserabil reliquia di tanti affanni. Or sia detto assai della mia madre, del mio nascimento, e torniamo a' casi miei....

Mitieto - Gran meraviglie son quelle che mi raccontate.

Cintia - Maggiori ne udirai. - ... Venuta ch'io fui all'et convenevole, Arreotimo mi mand alla scuola con Erasto, figlio di Sinesio, acci, per essere amendue d'una istessa et, l'emolazione avesse me spronato agli studi. Apparai lettere, e le mani nate alla conocchia e all'aco rivolsi a maneggiar cavalli e armi e tutte quelle arti che rendono illustre un cavaliero, non lasciandomi superar da Erasto, anzi lasciandomelo dietro di gran lunga. Lodava molto mio padre quest'amicizia, veggendolo ornato di tante lettere e di tante buone creanze, anzi non voleva ch'io trattassi con altro che con Erasto; onde nacque tra noi una amicizia strettissima, trattandosi fra noi di risoluzioni onorate, di desidri di belle imprese e d'esser compagni a gran fatti....

Mitieto - E in un petto di donna potea capir animo s valoroso?

Cintia - Ascolta, di grazia.

Mitieto - Che ascolti io? e chi sarebbe quello che cos bella storia non ascoltasse un giorno intiero? Non ascoltai mai cosa in mia vita che pi mi dilettasse.

Cintia - A me cominciarono a piacere i suoi modi come quelli che di tanta grazia erano pieni ch'io gli stimava l'istessa grazia, e mi s'imprimevano s fattamente nel core che mi pareva che ivi fussero visibilmente scolpiti. E cominciai ad amarlo senza che sapessi che cosa fusse amore: e semplice e inesperta a guisa di farfalla correva al dolce lume de' suoi begli occhi e ivi rimaneva preda della sua bellezza, sentendomi brusciar la mente e l'anima come arido legno e provando una passione non mai pi sentita. Allora opposi gli occhi della mente a quelli del corpo, ma restaron subito occecati; e la mia continenza fu vinta dalla passione, n fu mai possibile che si scancellasse quell'amorosa imagine che nel cuor s'era scolpita. Al fin, vedendo che con longa e ostinata resistenza non facea nulla, mi lasciai tutta brusciar di quel foco ardentissimo....

Mitieto - Voi m'avete cos bene espresse le parti d'Erasto ch'essendo io assente le contemplo, e non vedendole le ho innanzi agli occhi.

Cintia - Ahi, pessima mutazion della mia vita!

Mitieto - Talch da una cos virtuosa emulazione vi lasciaste cadere in cos ardente passione?

Cintia - In questo foco arsi e morii gran tempo desiando sempre occasione di medicare i miei mali; ed ecco Amor la mi presenta. Conversando Erasto in casa mia, s'accese assai fieramente d'Amasia, questa mia vicina; communica meco il suo amore e mi chiede consiglio e aiuto. Io fingo con una mia balia d'adoprarmi in suo servigio; e dopo alquanti giorni gli fo intendere da parte di Amasia che, quando volesse sposarla, gli darebbe in preda se stessa e l'amor suo. Erasto accetta l'invito contentissimo: cos cominciossi a trattar del modo. In somma, se gli fe' intendere da parte di Amasia che, volendola Pedofilo suo padre maritar in Bologna lor patria, non arebbe mai consentito a simili nozze. Per bisognava godersi insieme di notte senza che anima se ne accorgesse per imaginazione: e voleva per patto espresso che non passasse mai per casa sua, non le mandasse ambasciate per altri che per me o per la mia balia; e che si facesse una buca nel muro, che divideva la casa sua dalla mia, per poter passar nel mio appartamento; e che mentre ella stesse con lui, io non mi fussi partito dalla buca per alcun periglio che n'avesse potuto succedere; e che in camera si fusse contentata averla con un lumicino: il che fu tutto accettato da Erasto liberamente come quello che ne spasimava di passione....

Mitieto - Vieni presto alla conclusione, ch'io fatico mirabilmente col cervello per saper dove siate per riuscire.

Cintia - La conclusione venuta alle due ore di notte, che fu l'ora ordinata fra noi. Fingendo io d'andare alla buca a far la guardia, mi vesto de' panni d'Amasia e me ne vengo al mio studio terreno: la balia l'introduce; egli mi sposa, mi spoglia, e ci ponemo in letto, dove stemmo tutta notte abbracciati insieme tanto stretti che parevamo una cosa medesima....

Mitieto - O Dio, come non morivi dalla vergogna?

Cintia - Mi vergognava tanto che ancor la memoria se ne vergogna, anzi mi vergogno ora in palesarti quello che tutte le donne devrebbono nascondere. - ... Pass la notte pi tosto che avremmo voluto, anzi vol fra quei dolci contenti, e l'aurora ci svelse l'un dal braccio dell'altro con egual cordoglio ma con disegual animo. Percioch egli, pensando aver goduto Amasia, con quella falsa opinion di dolcezza non capa nella pelle; io, se ben pensavo il mio piacere era stato infinito, tanto mi era caro quanto discaro: m'era caro perch godeva tutto quel bene che arei potuto godere qui in terra, m'era discaro perch mi mancava il meglio, ch'era l'animo, non essendo altro che un furto il mio e una rapina dell'altrui dolcezze, che non poco mi toglieva dell'intiero diletto. Anzi nel mezo del piacere era tanta la paura che non mi scoprisse chi fussi, che mi amareggiava la dolcezza presente. La mattina tantosto che fu l'alba, viene a me e mi racconta gli diletti innumerabili che avea gustato con la falsa Amasia. Godeva io che avesse trovato in me cosa che gli fusse piaciuta: dispiacevami non fusse quello in me che con l'imaginativa si pensava che fusse in Amasia. Or avendo piaciuto il gioco all'uno e all'altra, molte volte ci siamo trovati insieme e abbiamo l'un l'altro medicato gli ardori delle nostre fiamme; ma a me il ventre n' divenuto gonfio ed cresciuto tuttavia al colmo, e dubito esser poco lontana dal partorire. Le cose, ristrette in breve somma, sono passate di questa maniera. Ecco or la chiave di tutti i miei secreti; or dammi qualche consiglio.

Mitieto - Il consiglio me lo dovevate domandar prima.

Cintia - Se te l'avessi dimandato prima, quel che ho fatto m'avresti sconsigliato, anzi trapostovi per interrompermi il mio piacere.

Mitieto - E qual fu il vostro primo pensiero?

Cintia - Tutti i miei pensieri fr volti a questo segno: ch'Erasto, conosciuto al fin l'inganno e adescato della dolcezza, si fusse contentato d'esser stato ingannato e si fusse mosso a compassione di me - e tu sai che la compassione mezana alla benevolenza, - e che conosciuto lo scambievole nostro merito e l'amor mio da sposa e pudica, fusse restato mio marito. Ma or temo tutto il contrario: che vedendo beffate le sue speranze si volger ad odiarmi quanto m'amava; n giudicher il mio inganno onorato; ma che quello che ho usato con lui, l'abbia usato con gli altri e che ad altri io abbia fatto copia di me; e non credendo ch'io sia pregna di lui, non mi attender la promessa. Eccomi infamata, odiata, scacciata e aborrita! O amarissime dolcezze, quanto care mi costate! del mio piacere ho in un tempo e il piacere e il castigo, e mi trovo al fin caduta in un mar di doloroso pentimento. Che debbo dunque accusar il cielo e le stelle perverse?

Mitieto - Che cielo? che stelle?

Cintia - Se da lor giri vengono le mie sventure.

Mitieto - Le vostre sventure vengono da voi stessa e dalle vostre cattive operazioni, perch voi stessa v'avete fabricati i vostri mali. - Ors a' rimedi. Io cercher di turbar il matrimonio fra voi e Lidia, e fratanto imagineremo alcuna cosa migliore; e vo a dar effetto a quanto ho promesso.

Cintia - Ed io a trovar Erasto, ch veggendolo sento qualche alleggiamento degli miei infortuni. - Ma ecco la balia di Lidia: verr a far meco delle solite canzoni. L'uno mi caccia, l'altra mi chiama. Vedr se potr sfuggirla.

SCENA II.

Balia di Lidia, Cintia.

Balia - Ove fuggi, petto senza core, core senza alma, alma senza fede?

Cintia - Che petto? che alma? che fede?

Balia - Ti chiamo cos, Cintio, angeluzzo mio polito, ch se non fussi di cos barbara e discortese natura, i tanti chiari e vivi segni, che hai conosciuti dell'affezion di Lidia, arebbono fatto teco alcun frutto.

Cintia - Deh! che la cagion d'ogni mia doglia che fui di natura troppo piacevole e cortese che subito apprese e fece frutto.

Balia - Lidia sta aspettando se pur si raddolcisse e rammorbidisse tanta discortesia; o se vuoi perseverare nella medesima ostinazione, che una morte la togliesse da mille morti.

Cintia - Dille da mia parte che lasci d'amar me, ch tanto amar me quanto una femina.

Balia - Ella lasciar pi tosto la vita che di amarti; e ancorch l'uccidessi, pur dopo morta lo spirito e l'ombra sua seguiteranno te, quando neanco dopo morte pu star l'uno spirito dall'altro diviso.

Cintia - Balia, non tutt'oro quello che luce: s'ella sapesse chi sono e ..., basta.

Balia - E che non pensi spaventarla con tanta rigidezza: ch quanto pi l'affliggi pi gli porgi occasione di mostrarti il suo amore e la sua fede verso di te; anzi quanto pi sente mancarsi nelle pene, con tanta pi ostinata costanza si fortifica contro quelle.

Cintia - Redille che il suo male senza rimedio, perch trovandomi innanzi a lei mi perderei affatto; e che veramente non posso.

Balia - Voi giovani non potete quando non volete, ch se voleste potreste ben s.

Cintia - Ti dico che non voglio n posso; e ancorch intrinsecamente ci fusse il buon volere, ci mancherebbe il potere.

Balia - Dice che ha fatto chiederti per isposo a tuo padre, e l'ha risposto che ci dipende dal voler tuo e ch'egli n' contentissimo; ma tu l'hai recusata sempre, n pu imaginarsi ond'ella meriti questo. E se non ti piace che lo sappia tuo padre, se ne fuggir di casa e verr teco dovunque vi; e se ti sdegni averla per moglie, che non la schivi per una minima schiava.

Cintia - A me poco importa che lo sappia o nol sappia mio padre, ch ci sarebbe il medesmo impedimento e ch essendo mia moglie non le potrei dar quella sodisfazione che sarebbe bisogno.

Balia - M'ha raccontato che questa notte s' sognata con voi e che stata abbracciatissima con voi, e che nel suo bel mezo de' suoi piaceri si risvegli e si trov ingannata e con le man vuote.

Cintia - Quello istesso l'interverrebbe nella vegghia.

Balia - Che non le dia tanto martello.

Cintia - Io son pi atto a riceverlo che a darlo.

Balia - Al fin che in te solo riposta la somma d'ogni suo bene, perch i cieli han riposto in te la bellezza, la grazia, la cortesia, il sapere e il tesoro di tutte le grazie, e dotatovi de' loro favori di soverchio.

Cintia - Anzi mi manca il meglio e quello che pi l'importa.

Balia - O Dio, e che ti manca?

Cintia - Quello che manca a te e a lei.

Balia - Per dirtela, mostacion mio di zucchero, tu sei in ogni gesto grazioso, in ogni modo suave e in ogni cosa garbato e gentile, e hai un certo grazioso modo di procedere, che me ne sono innamorata anch'io: e se ben son vecchia, pur tutta mi risento e ti vorrei aver sempre innanzi, e per trastularmi un'ora teco pagherei la vita, non che la robba.

Cintia - Balia mia, se ti trovassi meco ti troveresti ingannata com'ella, ch non son buono n per te n per lei: che vuoi che ti dica pi?

Balia - O nemico delle cose belle, com' possibile che non conoschi tanta bellezza: sei cieco, sei morto o non sei uomo?

Cintia - Proprio come hai detto.

Balia - Ch non drizzi ogni tuo pensiero verso lei?

Cintia - Io non ho pensiero da poterle drizzare.

Balia - Deh! non invidiar al mondo cos bei figli che nascerebbon da te e da lei, ch'essendo tu cos bello ed ella non men graziosa che tu sia, da una coppia di giovani cos fioriti nascerebbono figli da farne pi bello il mondo.

Cintia - Se il mondo non aspettasse altri figli che da noi, tosto verrebbe meno.

Balia - Parli da femina.

Cintia - Cos non fusse, ch non sarei in tanti guai!

Balia - Tu non sai che cosa mondo n hai provato la dolcezza di amore, ch se l'assaggiassi una volta ti verrebbe ben voglia di tornarvi dell'altre.

Cintia - L'ho gustata tante volte che ne son stucco e pregno.

Balia - Hai fatta la faccia rossa e vergognosa come fusse una vergine.

Cintia - Potrebbe essere che la vergine l'avessi in corpo.

Balia - Lascia tanta vergogna, togli a un tratto la maschera.

Cintia - Se lasciassi la maschera, ella subito lasciarebbe di amarmi, perch mi riconoscerebbe per quel ch'io sono.

Balia - Ti priega d'un favore: di poterti narrare a bocca, da solo a solo, gli affanni suoi, perch arebbe speranza che ti moveresti a piet di lei; e per non comportar ci lo stato d'una donzella, vorrebbe sicurt da te di non far alcun oltraggio all'onor suo.

Cintia - D'ogni cosa potrebbe di me temere fuorch d'esserle fatto oltraggio all'onore; e assicurala che starebbe con me come se stesse con una sua sorella. Ors, mi parto, adio.

Balia - E io vo' andar a chiesa a far compagnia a Lidia fin a casa. Ma veggio Amasia sua amica dalla fenestra che mi fa segno.

SCENA III.

Balia di Lidia, Amasio sotto abito di donna.

Amasio - Balia balia, dove sei avviata?

Balia - Alla chiesa: ch mentre Lidia sta ascoltando la messa, m'ha imposto che le facessi un servigio qui presso; e torno ora a lei.

Amasio - Aspetta un poco, di grazia, ch'io cali gi, ch mi facci compagnia alla medesima chiesa per ragionar un poco con Lidia e per ascoltar ancor io la messa.

Balia - (Io non ho visto ancora a' miei giorni una donna amar un'altra donna come fa costei Lidia: ch se fosse uomo, direi che fusse guasto dell'amor suo).

Amasio - Balia, se t'indovino il servigio che Lidia t'ha inviato a fare, m'accetterai tu la verit?

Balia - Accetter da vero.

Amasio - Qualche ambasciata a Cintio, eh?

Balia - Quello istesso.

Amasio - Ben, che buona risposta tu le rapporti?

Balia - La solita d'un insipido, d'un disamorato, d'un uomo di legno.

Amasio - O amor ingiusto, non amar Lidia che l'amarebbe l'istesso Amore! Balia mia, perch non ti adopri che amasse ella cos me come ama Cintio?

Balia - Certo che ti ama pi che sorella assai.

Amasio - Vorrei che m'amasse altramente che da sorella.

Balia - Come dunque vorresti ch'ella ti amasse?

Amasio - Io ho tanta voglia d'esser uomo e talmente mi son persuaso d'esservi, che mi sono innamorato di lei.

Balia - Ors facciamo che Lidia t'amasse come proprio vorresti, che sarebbe poi? che avresti fatto? sei donna come ella, come sodisfaresti a' suoi desidri?

Amasio - Non son state al mondo pur belle donne c'hanno amato altre donne? sarei forse io la prima? Balia mia, ho desiato molto tempo averti da sola a sola come ora: se tu vuoi aiutarmi a questo, io far conoscere che sar buona riconoscitrice del beneficio fattomi; eccoti questi scudi per arra, toglili per amor mio e per segno del mio buon animo.

Balia - Ti ringrazio infinitamente e del dono e del buon animo che mi porti: dammi pur occasione di poterti servire, ch l'ar caro. Ma io non so dove sia per riuscir questo tuo amore.

Amasio - Se tu prometti voler servirmi e aiutarmi, ti manifestar cosa che forse nol pensi.

Balia - Chi non servisse a te non servirebbe all'istessa cortesia.

Amasio - Ti prego ad essermi secreta.

Balia - Giurer, se cos vuoi.

Amasio - Conosco la prontezza dell'animo: la tua promessa mi basta. - Balia mia, se ben ho questi panni di donna attorno, io son maschio di dentro....

Balia - Io arei giurato prima che me lo dicessi che cos fossi, vedendo che incontrandoti con Lidia impallidivi, arrossivi e inspiritavi. Gli sguardi tuoi troppo erano lascivi, gli atti senza modestia, i baci troppo affettuosi, anzi basciandola le mordevi tal volta le labbra. Ma perch ingannar gli amici cos vestito da donna?

Amasio - Anzi per ingannar gl'inimici.... Ma accioch sii consapevole del tutto e sappi dove aiutarmi, io ti dir in somma tutto l'esser mio. Tu sai che siamo da Bologna della famiglia de' Malvezzi, principal in quella terra, e siamo ghibellini nemici affatto de' guelfi; e sai pur anco che l'una fazione cerca distrugger l'altra, e principalmente ne' Mafolti, per estirpar in tutto le famiglie. Piacque a Dio, dopo molto tempo avendolo desiderato, dar a Pedofilo mio padre me unigenito, e temendo della mia vita contro di cui fusse tessuto alcun laccio da' guelfi, diede nome di essergli nata una femina e mi vest da femina; n tenendosi cos sicuro, mi mand qui in Napoli ad allevarmi, e non potendo patir che vivesse da lui lontano, se ne venuto a viver qui meco. Or tornando a me, io conversando con Lidia mi sono acceso fieramente di lei e la torrei volentieri per isposa, n penso ch'io sia di lei inferior di nobilt o di ricchezza. Or a questo mio desiderio vorrei che tu mi aiutassi.

Balia - Ma perch non publicarvi per maschio e fari a chiedere al suo padre legittimamente per moglie, ch son certa non vi sarebbe disdetta?

Amasio - Gi essendo acquietata e pacificata la parte guelfa lo potrei far liberamente, e mio padre ha gi deliberato di publicarlo. Ma chi sa se fratanto lo star cos vestito da donna mi potrebbe esser giovevole in questo amore! Pur la vedo quando mi piace e raggiono con lei a mio gusto, che essendo vestito da maschio non mi sarebbe concesso; la bacio e abbraccio strettamente, n so come, tenendola cos abbracciata, non s'accende della fiamma che vien fuori dall'infiammata anima mia.

Balia - Non mi dispiace il tuo pensiero. Ma dimmi: che ho a far io per servirti?

Amasio - Aiutar dove vedi l'occasione, porleme in grazia e Cintio in disgrazia; vorrei scoprirmi e non vorrei: in somma, io stesso non so quel che vorrei.

Balia - Saria bene di porle in disgrazia Cintio e darle ad intendere un certo altro che l'ami; ch, desiando ella di saperlo, le scopriremo all'ultimo esser tu quello, e tentiamo con qualche inganno l'animo suo.

Amasio - Cos faremo: entriamocene in chiesa.

SCENA IV.

Pedofilo, Sinesio, vecchi.

Pedofilo - (Ho visto Amasio con la balia di Lidia che se n'entra in chiesa. Faccia Iddio che questa amist che ha preso con Lidia non lo conduca a qualche mal passo, ch, se non m'inganno, mi par che n'arda fieramente. Ma veggio Sinesio venir verso di me, e pensa ad intronarmi la testa ch'io dia Amasio, come se donzella fusse, per isposa ad Erasto; cercher schivarlo per questa strada).

Sinesio - Pedofilo Pedofilo! di grazia non partite cos tosto, perch ho da ragionarvi d'un negozio.

Pedofilo - Che negozio avete voi meco degno di tanta fretta?

Sinesio - Due parole e non pi.

Pedofilo - Non ho orecchie per ascoltarne una sola.

Sinesio - Pregovi che mi doniate udienza.

Pedofilo - Ed io vi prego che non mi tratteniate.

Sinesio - User con voi le pi brevi parole che potr.

Pedofilo - Ors eccomi, con patto che la spediate tosto.

Sinesio - Fra gli amici non bisognano preamboli per guadagnarsi la volont: per vengo liberamente all'importanza del fatto. Voi dovete sapere ch'io non son de' minimi della mia citt, e che tra voi e me non ci sia molta differenza. ...

Pedofilo - A che effetto cotesto?

Sinesio - ... E sapete che non ho altro figlio che Erasto, e toltone una picciol parte che dar a Lidia, le restanti mie facolt seranno di Erasto. Le sue qualit non bisogna che le dica, ch gi la fama con onorato grido n'ha ripiene l'orecchie di tutta la citt.....

Pedofilo - Niuno ve ne dice il contrario.

Sinesio - ... E sapete ancora che se i padri amano i figli naturalmente, quando sono poi virtuosi, sono sproni e stimoli alla nostra vita, che ne trapassano insino all'anima, di contentarli. Or ascoltate quanto mi detta il mio desiderio. Vorrei che deste Amasia vostra figlia per moglie ad Erasto, perch ne sta innamorato; ed io vi prometto non far molto conto della dote.

Pedofilo - Sinesio mio caro, se non compiaccio al voler vostro, molte son le cagioni, delle quali altre ne dir liberamente altre non lece dire.

Sinesio - Oim, negarmela cos alla prima un principio d'ingiuria!

Pedofilo - Non fa ingiuria chi onestamente dice le sue ragioni. Il partito cos buono che io nol merito: le qualit del giovane sono veramente riguardevoli. Ma dovete ricordarvi ch'io son da Bologna e non pretendo aver a vivere o a morir in Napoli; e massime ch'ora intendo la parte guelfa nostra contraria esser gi quietata, la vo' maritare alla patria, ch maritandola qui mi sarebbe molto discommodo.

Sinesio - Che val quell'amico che non si discommoda per un amico?

Pedofilo - Anzi che val quell'amico che cerca il discommodo del suo amico? E vi fo sapere ch'ella non vuol marito napolitano, e in questo io non son per isforzarla altrimenti.

Sinesio - I presenti mutano gli animi feminili: ricami, perle, gioie e vesti le faranno mutar proposito.

Pedofilo - Ella non stima vezzi feminili; d'animo assai maschile, e tanto maschile che non le manca nulla di maschio.

Sinesio - Il parentado si chiama parentado perch si deve far tra pari, e fra pari ogni cosa va bene; e io non credo sia fatto parentado pi tra suoi pari come questo: sono nobili, ricchi, d'un'et, virtuosi e belli egualmente, che par che sieno nati per esser sposi insieme; ed un matrimonio molto proporzionato e naturale.

Pedofilo - Anzi, sproporzionato e contro natura.

Sinesio - E chi dicesse che non stessero bene insieme, meritarebbe una forca!

Pedofilo - E chi dicesse che stessero bene insieme, meritarebbe il fuoco!

Sinesio - E quando i matrimoni son ben accoppiati, ogni cosa va per suo dritto.

Pedofilo - Il qual che ogni cosa qui andrebbe a roverscio.

Sinesio - Giovani e gagliardi nel fior dell'et loro, non garrirebbono mai.

Pedofilo - Non giostrarebbono se non di lancia, non giocarebbono se non di pugnale.

Sinesio - Mi fo gran meraviglia che non me la concediate.

Pedofilo - Non vi sarebbe di meraviglia se ne sapeste la cagione.

Sinesio - Vi cerco cose giuste, per ne vorrei saper la cagione perch non vi contentiate.

Pedofilo - Altre ne ho dette, altre ne restano a dire: per vi conchiudo che il matrimonio sar impossibile a riuscire.

Sinesio - Avertite che le cagioni che mi spingono a pregarvene sono che non accaggia alcun scandalo fra la vostra casa e la mia.

Pedofilo - Avertite voi bene alla vostra casa, ch'io son sicuro che alla mia non sia per accadervene alcuno.

Sinesio - Voi dovete molto attribuire al vostro giudizio ed esser amico del parer vostro; ma vorrei che v'ingannaste, ch gli uomini sono pi cattivi che buoni, e riesce pi tosto il male che il bene. Il mio figlio sta innamorato della vostra figlia; e chi ama non istima periglio, poco l'avere e manco la vita. Vi passeggia tutto il giorno d'intorno la casa; tirato dal desiderio pu far qualche errore, e questi errori si tirano dietro le ruine delle case. Perci avertite di nuovo che non siate constretto patir a vostro malgrado qualche sorte d'ingiuria.

Pedofilo - Passeggi quanto vuole e faccia quanto puote, ch perde il tempo: ed io temo tutto il contrario di quello che voi temete.

Sinesio - I giovani del nostro tempo, appena spuntano fuor della buccia, che sentono cillicarsi dalle dolcezze d'amore e hanno il pizzicore, s'amano e desiano trovarsi insieme; e quando vi sono, il maschio usa la forza e le sue armi, e la femina le soffre volentieri. Non vi dico altro.

Pedofilo - Usi la forza quanto gli piace, ch l'armi non riusciranno.

Sinesio - Se voi sapeste quel che so io, pensareste a' casi vostri.

Pedofilo - E se voi sapeste quel che so io, pensareste a' casi vostri.

Sinesio - Se mi date licenza, v'avisar del tutto.

Pedofilo - Tutte le licenze sieno vostre.

Sinesio - Voi stimate che vostra figlia sia vergine e io stimo che la partorir.

Pedofilo - E io temo d'ogni altra cosa pi di questa.

Sinesio - Parler pi chiaro: dico che la troverete impregnata.

Pedofilo - E io dico che sar pi tosto l'impregnante che l'impregnata.

Sinesio - Il vostro umore cosa da ridere: ste di quei matti che non vogliono guarire.

Pedofilo - E il vostro umore da far ridere tutto il mondo.

Sinesio - Ah, ah, ah, chi non ridesse?

Pedofilo - Ah, ah, ah, chi non scoppiasse?

Sinesio - Mi duole il fianco per tanto ridere.

Pedofilo - E a me il polmone.

Sinesio - Ah, ah, ah! ti lascio, adio.

Pedofilo - Ah, ah, ah, andate con Dio! Or chi non ridesse di costui a crepacuore? fa del mastro e presume saper pi degli altri, e non buon discepolo. Egli si pensa che Erasto suo figliuolo faccia l'amor con Amasia mia figlia, e tien per certo che l'abbi impregnata; ed io giocherei che Amasio sia tanto maschio e pi maschio del suo figlio, che se ne potrebbono far duo maschi, e dubito che Amasio non faccia l'amor con Lidia sua figlia e che un giorno me l'impregni. Or mirate come van le cose del mondo: che quello pi sciocco che si pensa saper pi degli altri. Io l'ho vestito da donna per ischivarlo da un pericolo e l'ho fatto cader in un altro: ecco piena la scena di una falsa apparenza. Ma lo veggio che vien con Lidia: mira come la guata e come la tien stretta! L'avea vestito da donna per tenerlo ristretto sotto le leggi di donna, ma l'abito non fa l'uomo: ha un spirito - che Iddio lo dica per me - che non pu capirlo l'angustia di quella donna; non ha altro di donna che l'imperfezione di correr col suo desiderio, e avengane quel che si voglia.

SCENA V.

Lidia innamorata, Amasio, Balia di Lidia.

Lidia - Sich avete pur inteso, Amasia, mia carissima sorella, dalla mia balia l'ostinata ostinazione di questo crudel di Cintio, cui n servir lungo n la gran conosciuta fede a mille segni han potuto tanto rammorbidire, che d'una finta parola mi fusse stato cortese e liberale. E' non m'uccide per privarmi d'una giocondissima morte; n all'incontro, perch m'usi tanta impiet, scema in me punto l'infinito amor che gli porto. O Lidia, odiata da tutti e da te stessa!

Amasio - Lidia mia carissima, voi sapete gi che voglio dirvi.

Lidia - Lo so e mi rincresce saperlo: che l'abandoni affatto, eh?

Amasio - Non peggior cosa al mondo, vita mia, che pascere il desiderio di speranze vane e di vani consigli; per vi dico alla libera che la pi lodevole cosa che potesse mai fare saria liberarvi da cos fatto pensiero e far una ferma deliberazione di lasciar d'amarlo; e sar meglio sentir una morte in lasciarlo che patirne ben mille il giorno per seguitarlo.

Lidia - Ahi! che bisognarebbe privarmi prima della vita, bisognarebbe che non conoscessi lo splendore della sua bellezza se volessi arrestarmi d'amarlo.

Amasio - Ed io vorrei che pi tosto opponeste il giudicio e la ragione in considerar che tanto tempo l'avete servito pi dell'istessa servit senza esser stata giamai con un sol piacevol atto guiderdonata, e non pensar a quella bellezza ch' sol bella per chi pietosa; ch per l'amor che vi porto e che conosco che portate a me, pato le medesime passioni che patite voi, anzi a voi non cade una minima lacrimuccia dagli occhi che tutti non sieno rivi di sangue che mi piovono dal core e m'affligono d'un'afflizione intolerabile: n posso far che non vel dica.

Balia - Non il maggior rabarbaro, figlia, per purgar l'animo di amore che l'ingratitudine, e io non so come per tante che n'avete patite voi stiate cos ostinata in questo amore; per scioglietevi, vi dico, da questo laccio.

Lidia - Oim, che quante volte ho tentato di sciormene me ci sono pi strettamente aviluppata, per esser a questa guisa tessuti i lacci amorosi! O mio cuor troppo ardente, o suo troppo freddo, o sua bellezza che tanto mi piaci, o mio volto che cos gli spiaci, o dolor insoportabile, ahi, ch'io sola li so ch sola li provo!

Amasio - Lidia mia, ascolta un consiglio.

Lidia - Amor non ascolta consiglio.

Balia - Avete dunque ad impazar per Cintio? Maladetta sia tal sorta d'amore! io non so come lo potete amare pensando che siate disamata.

Lidia - Son disamata, odiata e schivata da ciascuno.

Amasio - Non dite cos, ch conosco persona che v'ama tanto che non so se voi cos amate Cintio svisceratamente.

Balia - Ascolta, figlia mia, ch non morto il mondo per te gi.

Lidia - Che miserabil uomo deve essere costui che si sia posto ad amar me?

Amasio - nobile e ricco quanto voi; bello non dico quanto voi, ch voi avanzate l'istessa bellezza.

Lidia - Voi ste tanto bella che mi contenterei esser bella quanto voi.

Amasio - Ma tanto bello che voi poco anzi l'avete lodato.

Lidia - Dove abita?

Amasio - Poco lungi da vostra casa.

Lidia - Sa egli che amo altri?

Amasio - S bene; e i suoi dolori e i cigli sono pari ad una bilancia.

Lidia - Come pu amarmi se sa ch'io amo altrui?

Amasio - tanto l'amor sviscerato che vi porta che, sapendo che voi non siate vostra ma d'altri, non lascia far cosa per liberarvi dall'amor di questo ingrato di Cintio.

Lidia - Come sapete voi che m'ami?

Amasio - Ragionamo spesso de' vostri amori.

Lidia - L'ho veduto io mai?

Amasio - Come avete veduto me.

Lidia - Ha ragionato meco mai?

Amasio - Come avete ragionato con me.

Lidia - Di che et egli ?

Amasio - Della mia.

Lidia - E dice che mi ama?

Amasio - Anzi arde; n ardentissima fornace nodrisce tante fiamme nel suo seno quante egli ne nudre nel cuor suo per amor vostro.

Lidia - Perch non mi si scuopre?

Amasio - Perch vede che vi struggete per altri miseramente senza speranza alcuna.

Lidia - Certo che ha ragione ed uomo di giudizio.

Balia - Ama, figlia, chi t'ama e odia a morte chi t'odia.

Lidia - Digli che me si scuopra.

Amasio - Se promettete di amarlo, lo far volentieri.

Lidia - Dimmi prima chi sia.

Amasio - Non negozio questo da spedirsi cos in fretta; n egli tanto vile che stia buttato in mezo la strada, che si lasci raccr da ognuno.

Lidia - Che dice dell'amor mio?

Amasio - Che Amor cieco, non ferisce chi deve, ingiusto, poich patisce che non sia riamato chi ama; maledice la sua mala ventura; chiama Cintio ingrato e senza core, ch non corrisponde con amore a tanto amore.

Lidia - Dicete una bugia: c'ho lasciato d'amar Cintio.

Amasio - Non lece dir bugie.

Lidia - vero; ma manco male quando giova a chi la dice e non nuoce a chi l'ascolta.

Amasio - Non giova dircela, perch sa tutti i miei pensieri.

Lidia - Deve esser vostro amico.

Amasio - Tanto amico che son come egli stesso.

Lidia - E dice che m'ama molto?

Amasio - Cos amaste voi me!

Lidia - Sappiate, Amasia, sorella cara, che non persona al mondo che v'ami pi di me, perch vedo che veramente mi amate di cuore e compatite i miei dolori.

Amasio - Certo che se voi m'amaste mille volte pi di quello che dite, non paghereste una minima scintilla dell'amor che vi porto. Ors, fate ferma risoluzione: lasciate d'amar Cintio e abbiate piet di colui.

Lidia - Essendo usata tanta crudelt contro me stessa, non posso aver piet di niuno; ma io ho scherzato cos con voi, Amasia mia dolcissima. Si cangiar pi tosto il mondo che cangi io voglia o pensiero, o Amasia. Lasciar io di amar Cintio? sarebbe pi possibile lasciar la vita: sar di Cintio o della morte!

Amasio - (O miserabil effetto d'amor vano, o insuperabil pertinacia contro di me!). Certo costui v'ar ammaliato.

Lidia - Le malie che ave usate contro di me sono i suoi gentil modi, i graziosi costumi e la sua bellezza.

Balia - O immutabil petto di femina, certo che voi non parete donna! Non v'accorgete come Amasia tutta mutata di colore e par che venghi meno?

Lidia - Amasia mia, che hai? che mutazione questa? e che doglia t' sovraggionta?

Amasio - Soverchia passione mi occupa il core!

Lidia - Balia balia, sostieni, ch'io stropiccer l'orecchie.

Balia - Mordile le labbia, ch cos gli ravviverai gli spirti.

Lidia - Rivieni, Amasia mia.

Balia - I vostri baci l'han fatta rivenire.

Lidia - Sia ringraziato Iddio! Amasia mia, abbi piet di me, aiutami con Cintio tuo vicino.

Amasio - Non convien aver piet di chi la niega ad altri.

Lidia - Amore vuole che s'ami un solo e si schivi ogni altro.

Amasio - E per Cintio schiva voi perch ama altra.

Lidia - O infelice mio stato, che non posso arrivar chi voglio e corro dietro a chi mi fugge!

Amasio - L'ostinazione ha cos indurito il suo cuore contro voi, come avete indurito il cuor vostro contro gli altri.

Lidia - Amasia mia, voi usate contro me le mie ragioni e mi ferite con quelle armi con che ferisco altri.

Amasio - Lidia mia, fate conto che questa sia una lite di cui giudice Amore: quella piet, che voi chiedete ad altri, chiesta a voi da altri; se non date, non riceverete.

Lidia - Adopratevi prima che Cintio m'ami, ed io mi sforzer di amar questo vostro amico.

Amasio - Fate prova d'amar prima quel mio amico, ch'io poi mi adoprar che Cintio v'ami.

Lidia - Se non avr presto aita mi morr disperata, cos immensa la mia passione!

Amasio - L'istessa sente quel mio amico per voi.

Lidia - Ditegli che pensi in altro.

Amasio - E Cintio dice che pensiate in altro.

Lidia - Amasia, conservatrice della mia vita, Cintio vostro amico e vicino, e volendo voi potreste aiutarmi.

Amasio - La difficult grande mi spaventa, l'amor che vi porto pi grande: far ogni cosa per amar vostro, mi sforzer far ufficio che ne restiate sodisfatta.

Lidia - Deh, non mi ponete in falsa speranza!

Amasio - Statene sicura, perch il vostro travaglio non men tiene occupato il vostro animo che il mio. Ma io far di modo che v'ami, se vi dovessi perder la vita.

Lidia - Io non ho altro schermo contro il dolore che la vostra sofficienza e amorevolezza, e con ci resto in vita; per vi priego per quella cosa che voi pi amate al mondo, che quando ragionarete con Cintio me lo facciate intendere, accioch con le mie orecchie ascolti la sentenza che mi condanner a morte.

Amasio - Ors, quando ar l'agio ve ne render avisata.

Lidia - Io non so altro che darvi baci in vece di preghiere, io resto piena di felici speranze; adio. Balia, falle compagnia insino a casa, ch'io son gionta, non ne ho pi bisogno.

SCENA VI.

Amasio, Balia di Lidia.

Amasio - Quanto sarei felice se quei baci, che mi d pensandosi che sia donna, me li desse nella mia forma! O dolcezza che ho gustato in quei baci! par che ancora mi siedano nelle labra, anzi mi son discesi nel cuore e mi respirano d'un infocato piacere. Ahi, che di finti baci ne raccoglio veraci pene!

Balia - La poverina si pensa trattar con pecorelle e sta in mezo di lupi arrabbiati. Oh quanto fuggirebbe da voi, se li fussero palesi i vostri secreti e sapesse quello che si nasconde sotto la gonna!

Amasio - Le carezze che mi fa mi conducono alla strada della morte. Balia mia, pensa al mio male, ch beata te!

Balia - Vivete sicuro che per amor vostro un poco il cervello ho in volta, ch son rissoluta che il vostro desio giunga a felice fine.

Amasio - Ecco dieci altri scudi: tutte le mie speranze son volte a te. Vanne in buon'ora.

Balia - Restate felice. - Se Lidia non l'amer da vero, far con alcun inganno che l'ami. Chi non rubba non ha robba; Con arte e con inganno si vive la mett dell'anno, con inganno e con arte si vive l'altra parte.

Fine del primo atto


ATTO SECONDO

SCENA I

Erasto innamorato, Cintia.

Erasto - (Non ho lasciato luogo nella citt, dove suol conversar Cintio, che non abbia cerco, e non ho avuto ventura d'incontrarlo).

Cintia - (Ho caminato gran pezza con desio di veder un poco Erasto, perch son risoluta narrargli il mio caso sotto altri nomi e altre persone, per iscoprir qual sia il suo animo verso il mio).

Erasto - (Dove potr esser gito costui?).

Cintia - (Gi lo veggio. Vo' narrarglielo in ogni modo).

Erasto - (Ma eccolo). Dove si va, Cintio mio caro?

Cintia - Cercando di voi. E voi?

Erasto - Col medesimo pensiero son uscito di casa ancor io, ch non ben di me quel giorno che non vi veggio; per vi andava cercando.

Cintia - Cercavate uno che non si parte da voi mai.

Erasto - M'amate al solito, eh?

Cintia - Al solito, perch non si pu pi, e salito al colmo non si pu pi crescere.

Erasto - Non so come stiate di mala ciera, Cintio mio, e con un ventre gonfio: patite forse d'oppilazione o d'idropisia?

Cintia - Di cuor pi tosto; e i dolori son fatti meco s familiari che non si partono da me mai e mi tengono oppresso cos di corpo come d'animo. Ahi, ahi!

Erasto - Voi sospirate: certo che ste innamorato, e gli occhi ve lo manifestano.

Cintia - Ragionamo d'altro, di grazia.

Erasto - Se non ragionamo de' nostri amori, di che ragioneremo noi?

Cintia - Dite il vero, ch a niuno appartengono quanto a noi.

Erasto - Quante dolcezze e gioie ho conseguito in questa vita, tutte l'ho conseguite per vostro mezo.

Cintia - vero che senza me non areste avuta niuna dolcezza, n di ci mi dovete aver obligo alcuno, perch di quella ne ho avuto altretanta anch'io, anzi il doppio, ch ho avuto il mio e il piacer del vostro piacere.

Erasto - Ors, narratemi i vostri amori, ch far tutto il possibile accioch abbiate il vostro intento.

Cintia - Fusse pur cos che lo diceste col core e non per complemento con parole di cerimonie!

Erasto - Mi sia cavato il core se non lo dico con tutto il core!

Cintia - Volendo voi favorir i miei amori, son gionto a quel segno a cui son volti tutti i miei pensieri.

Erasto - lo non m'offerisco di nuovo, accioch non ponga in compromesso quello che vi ho offerto da prima. Vorrei che mi comandaste, accioch io cominciassi a scir uno di quegli oblighi che vi tengo, e ogni affanno che patissi sarebbe ben impiegato per voi.

Cintia - Non vi feci alcun serviggio mai che non l'avessi fatto con animo di farvene degli altri: bastar solo che conosciate che io vi ami.

Erasto - Non moltiplichiamo in cerimonie; pregovi per quanto amor mi portate, che mi scopriate i vostri amori.

Cintia - Poich mi giurate per cosa alla quale io non posso venir meno, io vo' narrarvi i miei amori.

Erasto - Ors, dite.

Cintia - Gli dir. Ma fate conto che voi siate quella persona che tanto amo e a cui sia accaduta questa mia amorosa istoria, accioch ne possiate far quel giudicio che si conviene....

Erasto - Volentieri.

Cintia - Io avea amicizia con una persona, l'eccellenza della cui bellezza era tanta che non si potria esprimere a parole, ch come avanzava tutte l'altre da me conosciute, cos conversando con lei me ne accesi s fieramente che la fiamma era al maggior grado. Ma io fui cos destro che non la feci accorta dell'amor mio, dubitando che, non essendo convenevol sogetto d'esser riamato da lei, avesse schivato o sdegnato l'amor mio. M'accorgo che costei s'era invaghita d'un gentiluomo, ma da quello non conosciuta o stimata poco; onde era cos impossibile io di lasciarla come quello fusse rivolto ad amarla. Io, vedendo che col core ci perdeva il tempo e la vita insieme, feci pensiero d'ingannarla. Mi domestico con la balia, la corroppi con danari e l'indussi a tradirla d'un amoroso tradimento....

Erasto - Questo un principio d'ingiuria.

Cintia - Finse la balia esser amica del gentiluomo amato; e le refer da sua parte che molto gradiva l'amor suo, ma per certi rispetti, che sarebbon lunghi a raccontarsi, egli non voleva venir a lei se non di notte, ch a pena si fidava di lui medesimo. La donna rimase contenta, e si determin la notte; ed io con le vesti simili a quelle del gentiluomo, sotto il mentito abito fui introdotto in sua camera, gli diedi la fede e godetti del suo amore....

Erasto - Come costei fu cos sciocca che non s'accorse che non giaceva con quello che tanto amava?

Cintia - Quella falsa imaginazion di dolcezza l'ingann, avendo ripieno l'animo dell'imagine della sua bellezza.

Erasto - Ognuno si pu ingannare, ma non un innamorato.

Cintia - La buona sorte m'aiut, in somma.

Erasto - In ogni cosa io porei esser ingannato, ma non in questa.

Cintia - Cos ella pigliando molte volte me in fallo, ma non io lei, sotto s piacevole inganno ho gustato le estreme dolcezze di amore. Ahi, che non ingannava lei, ma ingannava me stesso, perch abbracciando lei abbracciava la mia ruina, cercando refrigerio in mezo le fiamme e riposo in mezo le pene! Ecco il meglio stato dove mi trovo.

Erasto - Cintio mio caro, per dirvelo alla libera, come conviene fra tali amici come noi siamo, da che nacqui io non viddi pi brutto e pi infame atto di questo, o non pi mai inteso tradimento al mondo, indegno non solo da imaginarsi da un gentiluomo par vostro ma da un barbaro e ben incolto; n so come in un bell'animo, come il vostro , abbia potuto capir cos brutto pensiero. Avere ingannato una donna, il cui sesso esposto all'ingiurie di ognuno, poi innamorata! E che si pu dir peggio? Converrebbe che quella gentildonna perdesse la vita per farla perdere a voi, avendo con voi perduto il suo onore; e che colui, sotto il cui nome l'avete ingiuriata, togliesse per lei l'impresa. Ed io vi giuro su la f di gentiluomo che, se non fussi vostro amico cos stretto, torrei l'impresa di ambedue sovra di me, tanto l'atto infame e disonorato!

Cintia - Oh che sentenza crudele, oh che giudice precipitoso! come prorumpete in un cos rigoroso decreto senza ascoltar le mie ragioni e legittime difese!

Erasto - E che ragioni e che difese?

Cintia - E chi fu mai condannato senza ascoltar le sue ragioni? Amava e ardeva senza speranza, occecato di amore non sapeva quello che mi facesse.

Erasto - Amor non fu mai cagion di atto discortese e infame.

Cintia - Il mio non fu effetto di malvagio pensiero siccome appare alla prima vista, ma per alleggiar la mia passione e non morirmi, sapendo quanto naturale cosa difendersi dalla morte. E che? voleva io consumar la mia vita in piangere e suspirare?

Erasto - Non si deve mai commettere inganno.

Cintia - E se pur si dovesse commettere, solo per amor si dovrebbe.

Erasto - Chi veramente ama non fa cos.

Cintia - Anzi, chi veramente ama fa cos.

Erasto - Chi ama procura l'amor della sua amata, non le procura biasmo o disonore.

Cintia - Era mia moglie, non l'ho machinato contra l'onore.

Erasto - Il matrimonio non valido, perch non contratto con colui col quale ella aveva l'animo; e se voi non foste cos occecato dalla passione, un tal fatto lo reprenderesti in un altro. N so come non vi morde la conscienza, che val pi di mille testimoni e accusatori.

Cintia - Che ho fatto altro di male che rubbar le dolcezze altrui?

Erasto - Ma che dolcezze eran le vostre di goder quel corpo di cui l'animo non concorreva col piacere con voi? godevate un cadavero.

Cintia - Vuol la ragione che chi amato ami, se non vuol essere ingannato.

Erasto - Nello amore non bisogna assegnar ragioni, perch libero.

Cintia - Voi dunque perch ne assegnate tante contro di me? Avete il torto a star cos sul rigor del primo decreto: m'avete cos inacerbite le piaghe dell'anima che me ne sento morire.

Erasto - Seguite. Par che non abbiate parola: che mutazione questa? voi mi parete mezo morto!

Cintia - Sento un svenimento d'animo che mi pone in forse tra il vivere e il morire.

Erasto - O Dio, che cosa questa? Cintio mio, rivenite!

Cintia - Ho fretta di partirmi; adio.

Erasto - Non vorrei che costui patisse alcun male, per quanto mi val la vita, perch il pi gentil, cortese e leal amico che mai nascesse, e mi ama svisceratamente. Volea ragionargli un poco de' fatti miei, ed partito subito. Ma non so perch tardi tanto Dulone, il mio servo, ch ho mandato in dono una collana ad Amasia. Ma lo veggio venire. - Dulone, dimmi, son morto o vivo? perch mi porti la morte o la vita nella tua lingua.

SCENA II.

Dulone servo, Erasto -

Dulone - Morto, arcimorto, pi di l de' morti, ascoltate.

Erasto - Come vuoi che ascolti se dici che son morto? i morti non ascoltano.

Dulone - Rivocate l'animo a voi mentre vi racconto quanto ho fatto. - Andai col presente a Pandora mia amica e intrinseca di Amasia, le narrai i progressi de' vostri amori: come per mezo di Cintio vostro amico siate sposati insieme e come pregna di voi vicina al parto, e che l'avete fatta chiedere a Pedofilo per moglie, il qual, se ben al principio s' mostrato alquanto ritrosetto, speravate che presto ve la concederebbe....

Erasto - Presto alla conclusione, ch sto attaccato alla corda.

Dulone - E come la domenica passata giaceste seco tutta la notte. Ella ne rest tutta stupefatta, che, essendo Amasia tanto sua amica e intrinseca, in una cosa di tanta importanza non si fusse fidata di lei. E dice che la domenica passata fu con lei in un festino in casa di una sua vicina insino alle sei ore, e che poi dorm in sua camera insino al giorno, e che era impossibile che voi fuste giaciuto seco. Di pi, che l'ha spogliata e vestita mille volte e che in conto alcuno ha segno di pregnanza, anzi il ventre cos scarno e ritratto in dentro che non par femina....

Erasto - Uccidimi presto e non farmi morire d'una ferita immortale.

Dulone - Al fin le diedi i dieci ducati per amor vostro e le diedi la collana, ch la portasse ad Amasia. And molto volentieri: e dice che Amasia rest molto meravigliata, e che non solo non era vostra sposa ma che n col pensiero ci era caduta mai, e che ha s ben amicizia con Cintio ma che di voi non mosse parola mai; all'ultimo, che l'avevate presa in cambio: e le torn la collana. Eccola. Avete inteso?

Erasto - Cos fusse nato sordo! Ma non lo credo.

Dulone - Perch non lo credete?

Erasto - Perch se lo credessi morirei.

Dulone - Non lo credete perch vi dispiace.

Erasto - Ma tu non sai che la domenica passata giacque meco e l'ebbi nuda in queste braccia? come dice che dorm seco in sua camera?

Dulone - Dite che nol credete, e pure il domandate.

Erasto - Cerco la verit del fatto.

Dulone - Quanto pi cercherete peggio troverete: ch quel Cintio, che voi stimate cos buon amico, ...; basta.

Erasto - Che vuol dire quel basta? che dici balbottando? che ti riservi fra la lingua?

Dulone - M'ha ciera di un traforello, di un traditorello.

Erasto - Ma che pi bella ciera si potrebbe veder di quella sua? come sotto quel color di latte e rose pu covar tradimento? come possibile che quel che dentro si covasse non apparisse di fuori?

Dulone - Io non so perch tanta affezione.

Erasto - Mi ama, mi onora, mi serve con ogni affetto e ne ricevo continui benefici, che la maggior catena che attacchi la benevolenza.

Dulone - V'ama e vi serve con amor simulato e con nemicizia coperta, con desegni.

Erasto - Che utile ne pu sperar egli da me?

Dulone - Che so io?

Erasto - Parla, col tuo malanno!

Dulone - Dubbito non ve la facci doppia.

Erasto - Come doppia?

Dulone - Che mentre egli vi trattiene in casa sua con qualche puttana vecchia in letto sotto nome di Amasia, si giaccia con Lidia vostra sorella.

Erasto - Perch tu non avesti mai n bont n fede, col paragon del tuo animo fai giudicio degli altri e pensi sia qualche traditore.

Dulone - Io non lo penso ma lo credo.

Erasto - A che te ne sei avvisto?

Dulone - Quando egli viene a casa a trovarvi, Lidia a scavezzacollo corre agli usci, alle fenestre per vederlo; si tramuta di cento colori; e se la onest di donzella non gliel vietasse, correrebbe in mezo la strada per vederlo.

Erasto - Di questo me ne sono avveduto anch'io, lo confessa ella e l'ha fatto chiedere al padre per suo sposo; ma egli risponde che non vuol ammogliarsi. Se l'amasse come tu dici, l'accettarebbe per isposo.

Dulone - Pazzo chi accetta per isposa chi pu giacer seco quando gli piace.

Erasto - Taci, lingua fradicia! Non so io il costume di servi, che come veggon un che sia caro al padrone se gli congiurano contro? tu cerchi turbar una coppia di amici cari come noi siamo.

Dulone - Questo s'acquista per dirsi il vero a' padroni e per tener dal suo onore.

Erasto - Non mi sono accorto io che da certi giorni in qua tu l'odii?

Dulone - Perch da certi giorni in qua m'accorgo che vi tradisce.

Erasto - gentiluomo, non far cosa cattiva.

Dulone - Quel che non fa la natura, lo fa il mal uso. Ma io dubito che voi siate come colui che ha la febre al cervello, che vede una cosa per un'altra. Dice madonna Pandora ch'ella non vi conosce, che non ha ventre gonfio per pensiero; e voi dite che vicina al parto.

Erasto - Pandora deve esser qualche porca come tu sei: vi ste accordati insieme per farmi cadere in odio Cintio. La domenica notte l'ebbi in braccio a suo e tuo dispetto: non sognava o stava in estasi, e credo pi a me stesso che a niuno.

Dulone - Non dico io che non siate giaciuto con una donna e che non si l'abbiate impregnata, ma non Amasia.

Erasto - Quella con la quale io giaccio ha il pi bel corpo che mai si sia visto, i pi gentili costumi che sieno in donna, la maggior accortezza che s'ud mai.

Dulone - Dubito che non siate come quello che dorme, che sempre sogna quel che desia, e desto poi trova il contrario; ma il giorno avete la mente cos ripiena dalla sua imagine che la notte pur al buio vi par di godere l'istessa bellezza. Per vi dovreste risolvere di vederla ben di giorno e non starne con l'animo cos dubioso.

Erasto - Se potesse essere saria gi fatto.

Dulone - Usate l'ingegno o la forza.

Erasto - Non vorrei turbarla o farle dispiacere, sich offesa nella fede o nell'onore si sdegnasse meco e non l'avessi a godere pi mai.

Dulone - Non vostra moglie? non per partorir tra poco? bisogno che si sappia, o le piaccia o dispiaccia.

Erasto - Ors, cos son rissoluto di vederla a mio modo, e se non posso di giorno, di notte avendola in braccio: vo' per forza portarla a casa, e seguane quel che si voglia, rovini il mondo, ancorch avesse a romper seco l'amicizia e uccidermi con Cintio.

Dulone - Concorro con voi in un istesso volere, e sol ci ho voluto tutto oggi significarvi.

SCENA III.

Capitano, Pedofilo.

Capitano - Io penso che arai mille volte letto, Pedofilo mio padrone, per tanti scartafacci che Teseo rap Arianna, Achille Briseida ed Ercole Pirene, e poi quanti fracassi ne sieno seguiti da queste rapine. Io di questi Teseunculi, Achillini ed Erculetti ne porto le centinaia attaccati per stringa; or pensa che arei fatto per Amasia tua figlia, di che ne sto cotto e spolpato. Ma Amor, che doma i leoni, le tigre e i ferocissimi animali, mi mitiga l'orgoglio e rammorbidisce il mio rabbioso sdegno. Onde per lei ho dismesso mandar popoli a fil di spada, citt a sangue e fuoco e far balzar castelli per aria con le mine e altre opre da stragi; e vo' pi tosto con amorevoli persuasioni conseguire il mio intento che venir alla forza. Per mi meraviglio non poco di te che a concederlami ne stia cos restivo.

Pedofilo - (Io non vidi in mia vita giamai il pi bugiardo vantatore, timido e impastato di mala creanza, di costui: oh che venerabil bestia!). Mi meraviglio di voi che me la dimandiate.

Capitano - Anzi vo' che abbi a sommo favor di darlami: ho cento gentildonne principali, principesse e regine che me ne pregano, perch di pari miei pochi se ne trovano nel mondo.

Pedofilo - Di grazia, toglietevi una di queste regine e lasciate mia figlia.

Capitano - Il fatto sta a poterlo fare. Se potessi cos lasciar d'amarla come farla principessa o regina, lo farei assai volentieri. Che pensi tu che ci metta a far una principessa? in una ora ammazzarei tutte le persone di una provincia e la fo principessa, e volendola per reina porrei a fil di spada tutti gli uomini del mondo; ma non lo fo per non restar solo e non aver a chi comandare. Chi pensi che sia io? Ho tanto caldo nel petto che, un minimo suspiro che buttassi, accenderei l'aria e ridurrei una montagna in cenere; e se ponessi il pi in fallo e stropicciassi, farei venir il terremoto; ho la presa delle mani tanto gagliarda che, se non toccassi le cose con destrezza, ne farei polvere.

Pedofilo - E per questo non vo' darvi la mia figlia, ch volendola toccare non ne faceste polvere, e volendola baciare ne faceste cenere.

Capitano - Per dirti il vero, ho pi l'animo inchinato a combattere in steccato da solo a solo, debellar popoli, ruinar muraglie e abbatter beluardi che a trattar con donne. Ma Amor per questa volta me n'ha clto e fa ch'io arrabbi per mio dispetto.

Pedofilo - E Amor fa contrario effetto in lei, perch non ha core col qual ne possa amare.

Capitano - O Amor senza amor, che ogni cosa hai sopra, eccetto che di amore, dove sei? fatti vedere, ch ti far conoscere chi sono o sia in campagna, fantasma con quei tuoi straluzzi spuntati! Puoi negar tu che non sia figlio di una puttana? se ne dici il contrario, menti per la gola. Ti fo troppo onore pormi con te. Una sola cosa ti scampa dalle mie mani: che ho troppo vantaggio teco ed io non voglio combattere con vantaggio: tu putto ed io gigante, tu nudo ed io coperto di piastre e maglie, tu con uno archetto ed io con pugnali, spadoni a due mani e pistoletti. Se tu fussi mio pari, verrei fin cost dove sei, per disfidarti. Ma tu a che ti risolvi?

Pedofilo - Voi pensate che siate solo a ricercarmela? son tanti che per sbrigarmene non posso attendere a' fatti miei.

Capitano - E chi son costoro? Fusse mai quel cattivello, quel disgraziato di Erasto, quel civettone che non fa altro tutto il giorno che civettarci intorno alle finestre? e va infamando per tutto che t'ha impregnata tua figlia?

Pedofilo - Perch non pu essere quel che dice, non me ne curo.

Capitano - Una bastonatina che gli dar, lo far star un anno ammalato in letto, che non ci dar fastidio. Ma tu sei uno di quei che piglia il peggio. Aim, e cerchi altri? Ascolta: Amor regge suo imperio senza spada; non darmi tu occasione che l'abbi ad adoprare!

Pedofilo - Vi lascio, ch ho da fare.

Capitano - Lascio io te, ch ho da far pi di te.

SCENA IV.

Cintia, Erasto

Cintia - (O quanto misera e infelice la mia vita, posciach'io, io, oim!, io con le mie orecchie ho inteso da Erasto la crudel sentenza della mia morte; ch, sperando ch'egli avesse compassione dell'amor mio come imagine del suo, dimostr il volto avampato del foco dell'ira che l'ardeva nel petto, e negli occhi suoi come in un specchio si vedevano scolpiti il veleno e il furore, e le parole che venivan fuori eran piene della perfidia del suo mal animo. Onde io, percossa da quelle parole come da un folgore, fui morta prima che morisse, sich ancora ho l'orecchie piene dell'ingiurie dettemi. Or che far quando s'accorger che quello, che ho celato sotto l'altrui persona, sia accaduto nella sua propria? Ahi, che la sentenza della mia morte nella sua bocca mi parea dolce e suave! Oh contro me implacabil contumacia di fortuna! se taccio fo male, se parlo fo peggio, se non parlo io parler il ventre per me. Che speranza posso aver io di salute, se l'infirmit ch'io pato sono fra s contrarie e discordanti, e quel che giova all'uno nuoce all'altro? Ecco i giochi della mia infelicit! oh che sogetto di poco onorata favola dar di me per tutte le lingue: uomo di giorno e femina di notte!).

Erasto - Cintio mio, vi son gito cercando una gran pezza.

Cintia - Eccomi per servirvi.

Erasto - Ti ha lasciato il dolore?

Cintia - I dolori mi son fatti tanto familiari che mai quasi non m'abbandonano.

Erasto - Cintio mio, perch conosco l'amor vostro verso di me, piglio animo di avalermi del vostro favore: i' vorrei pregarvi di molti favori che mi premono ben assai.

Cintia - Ho caro me si porga occasione onde possiate accertarvi dell'amor che vi porto.

Erasto - Ditemi prima: che sai d'Amasia mia?

Cintia - sempre con voi la poverina, e pi ora che mai.

Erasto - Da questo, di che intendo pregarvi, piglio argomento dell'amor che mi portate: ch la notte che viene mi trovi con Amasia e, perch senza voi non posso far nulla, mi avaglio della grazia solita.

Cintia - Veramente senza me non potreste far nulla: far di modo che la mia balia gli ne faccia motto e che restiate sodisfatto in ogni modo.

Erasto - Vorrei un'altra grazia: vederla in casa vostra di giorno o in fenestra fuor della gelosia liberamente, perch, avendola amata tanto tempo ed essendo mia sposa, non ho potuto saziarmi di vederla a mio modo.

Cintia - Mi chiedete cose troppo difficili, Erasto mio: io vorrei che soffriste quanto potete, e godeste fratanto tutto quel piacere che vi viene offerto dalla vostra felice avventura, ch poi quando sarete vostri conoscerete le cagioni secrete di quel che or non sapete. Come volete ch'una donzella, o stimata donzella insin ora, venghi di giorno in casa mia ove non son altre donne ch'una mia balia vecchia e scimonita, e per farsi veder per le fenestre? Ponetevi in suo luogo e siate giudice di voi stesso.

Erasto - Non ella mia moglie? l'onore e la sua infamia mia.

Cintia - Vi ponete a pericolo che, scoprendosi un tantino, la perderete per sempre.

Erasto - Ella in punto di partorire e bisogna che si scuopra: un poco pi over un poco meno non importa.

Cintia - Forse fra questo mezo porebbe balenar per voi qualche raggio di speranza.

Erasto - N mi basta sol questo; ma quando trattarete con lei in questo particulare, vorrei esservi io presente e ascoltarlo con le mie orecchie.

Cintia - A che proposito? dubitate forse non si faccia l'ufficio cos caldamente come desiate?

Erasto - Sapete che gli amanti intorno i loro amori credono solo al testimonio degli occhi loro. Fate, Cintio mio caro, ch'io non resti cos defraudato d'un mio cos ardente desiderio, e se amate la mia vita adopratevi per lei.

Cintia - Non si lascier opra per servigio vostro, e se non di tutto, almeno in parte ne resterete sodisfatto. Tratter con lei; ma bisogna che restiate discosto e appiattato di modo ch'ella non se ne accorga, ch, cos ingannandola, voi ne resterete sodisfatto e a lei non darete occasione di dolersi di voi.

Erasto - Vi prego a mostrarmi con effetto quello ch'or dimostrate con le parole. Ma non Amasia quella ch'or si mostra in fenestra? ella per certo e par che mostri voglia di ragionarvi: vi sta mirando.

Cintia - (O Dio, a che punto costei ha voluto comparir in fenestra!).

Erasto - O felice incontro! Or conoscer, Cintio mio caro, quanto appresso di voi vagliano le mie preghiere.

Cintia - Scostatevi ch non vi vegga, se non che sconciaremo il tutto.

Erasto - Sto qui bene?

Cintia - Un poco pi in l; un altro poco: cos state benissimo. (O Dio, in che pericolo mi pongo! Questo voler ascoltar con l'orecchie sue e voler chiarirsene con gli occhi suoi un certo che di voler tacciarmi di mancamento di fede, e io conosco al volger degli occhi che ha non so che contro di me. Certo sar insuspettito del fatto mio; onde, accioch la suspezione non alligni e vada crescendo nell'animo suo, bisogno estirpar le radici e purgarla con altra evidente chiarezza).

SCENA V.

Amasio, Cintia, Erasto, Lidia, Balia di Lidia.

Amasio - (Desiderarei veder passar per cost Cintio per mostrar a Lidia che m'affatico a servirla. Ma non vorrei che Cintio s'accorgesse del fatto e che per mio mezo s'amassero da dovero e io fussi ministro del mio male; ma ragionando con lui vo' ingannar l'uno e l'altra, e trattando di altra cosa li facesse ascoltar solo quelle parole che facessero a suo proposito).

Cintia - (Parler con Amasia ma non di Erasto, percioch, se da dovero s'amassero insieme e si scoprisse l'inganno, sarebbe spacciato il fatto mio ed io stesso m'arei data dell'ascia ne' piedi. Ma bisogna ingannarlo, e se l'inganno non mi riesce, son rovinata. Parler di modo che alcune parole ne ascolter egli che li parranno che vadino in suo favore, e parler basso poi quelle che non voglio che ascolti. Dio me la mandi buona!).

Amasio - (Ma ecco la balia di Lidia che vien fuori dalla sua casa). Balia balia! accostati a me.

Balia - Eccomi, signora mia.

Amasio - Di' a Lidia che ascolti dalla fenestra ch'ora ragioner di lei a Cintio, perch me ne porge occasione; e aiutami come m'hai promesso.

Balia - Molto volentieri; ma siate destra che n Cintio s'accorga di lei, n pur ella dell'inganno.

Cintia - (Io vo' salutarla).

Amasio - (Io vo' salutarlo). Signor Cintio, Dio vi dia ogni contento!

Cintia - Ne arei bisogno, signora Amasia mia padrona! E a voi doni Iddio ogni contento e felicit; n bisogna ch'io domandi come stiate ch vi veggio bellissima.

Amasio - L'affezion che mi portate vi fa parer cos.

Cintia - Anzi cos il grido universale, che dove voi apparite come un lampo offuscate lo splendor di ciascheduna: e questa mattina in chiesa se ne vide il paragone al giudicio di tutti e principalmente di un fidelissimo e affezionatissimo vostro servitore che vi ama e riverisce fra tutti.

Erasto - (Certo ch'ora le vuol ragionar di me, ch ha detto: un fidelissimo e affezionatissimo vostro servidore che vi ama e riverisce fra tutti).

Amasio - Chi costui che voi dite?

Cintia - Era stamane io cogli altri in chiesa, che la giudicai tale.

Erasto - (Non tel dissi io? ben l'indovinava: ha detto Erasto).

Cintia - Non son io vostro servidore?

Amasio - Anzi, mio carissimo padrone.

Erasto - (Ha risposto che son suo padrone. O Cintio mio galante, o Cintio mio realissimo amico!).

Cintia - Le vo' chieder una grazia,...

Amasio - Che mi comanda?

Erasto - (Le chiede una grazia: certo le dir che venghi a giacer meco questa notte).

Cintia - la qual perch ste solita concedermi altre volte, mi prometto tanto del suo favore che so non mi mancherete:...

Amasio - Dite via, presto.

Cintia - che mi prestiate le vostre vesti, ch vogliam recitare una comedia; e mi servono dalle due ore di notte insino all'alba....

Erasto - (L'ha dimandato una grazia solita. E poi non so che ha detto, ch non l'ho potuto intender bene; ma ar detto che venghi alle due ore di notte insin all'alba).

Cintia - E se volete venir in casa nostra a vederla, ci onorarete con la vostra presenza.

Amasio - Se volete questa ser al vostro comando, n bisogna me ne abbiate obligo alcuno, ch ho pi a caro servirlo che voi, o esser servito; del venir a veder recitar la comedia non posso prometterlo, ch tra noi donne vogliam far maschere questa sera.

Erasto - (Ha detto: che questa sera verr per servirlo, n di ci bisogna che ce ne abbi obligo alcuno, e che ha pi a caro servirlo che d'esser servito. All'ultimo non so che ha detto. O felice mia ventura!).

Cintia - Ma quando io vi reservir tanta grazia?

Amasio - Farei altra cosa per amor vostro.

Cintia - Vorrei un'altra grazia da Vostra Signoria:...

Amasio - Comandate liberamente.

Erasto - (Le chiede un'altra grazia: certo sar da farsi veder liberamente in fenestra).

Cintia - che quando mi mandate le vesti, me le porgeste per quel vicolo con una pertica e che non le faceste veder per la fenestra sopra la porta senza gelosia;...

Erasto - (Gi l'ha pregata che compara su la fenestra senza gelosia sopra la porta).

Cintia - accioch le genti vedendole non pensino alcun male....

Amasio - Far quanto da voi mi vien comandato.

Erasto - (O vita mia, quanto ce l'ha concesso liberamente! Ma non so che altra cosa ha detto pi bassamente. O Cintio mio caro, e con quanto bel modo ne la priega! Dove sei, o Dulone, ch l'ascoltassi, ch conosceresti Cintio quanto fusse lealissimo amico?).

Cintia - E questo per un effetto importantissimo:...

Amasio - Io non vi ho inteso. Accostatevi un altro poco: dove ste?

Cintia - Dove era sto. - ... dico, per un effetto importantissimo.

Erasto - (Ha nominato Erasto, e dice: per un effetto importantissimo).

Amasio - (Gi Lidia compar su la fenestra - oh, mia ventura! - e la balia le sta a lato: certo ne aiuter al bisogno). - Signor Cintio, una vostra umilissima serva ancora vi supplica d'un favore.

Lidia - (Certo adesso le deve ragionar de' fatti miei).

Cintia - Chi questa umilissima mia serva? quella corteggiana dell'altro giorno di cui mi ragionaste?

Amasio - Il malanno che Dio li dia! la vostra umilissima serva Amasia.

Cintia - Costei degnissima mia padrona.

Balia - (Ascolta, figlia, che ha detto che Lidia vostra umilissima serva, ed egli ha risposto che ste la sua dignissima padrona).

Lidia - (O Amasia mia cara, in quanto obligo tu mi poni! ben conosco che m'ami!).

Cintia - Che dunque mi comanda ella?

Amasio - Che questa notte alle due ore vengate a casa a portarmi le vostre vesti; ed io le mander a trre, acci li dia ad una sua amica, ch vogliam far maschere tra noi.

Balia - (Li ha detto che venghi alle due ore di notte a casa di Lidia).

Lidia - (Gi l'ho inteso benissimo).

Cintia - Far quanto dalla mia padrona mi sar imposto.

Lidia - (O felicissima Lidia, ecco quello che non ha potuto il padre, la balia e tutto il mondo, Amasia mia dolce l'ha conseguito in un subito: aver accettato che vuol venire insino a casa!).

Cintia - Se volete questa che ho adosso, questa ser certissimo.

Lidia - (Ha replicato: questa sera certissimo).

Amasio - Quelle istesse che altre volte m'avete prestato, ch siam simili di persone.

Lidia - (Non ho potuto intendere quel che ha detto ora: ha parlato pian piano).

Balia - (Dice che in ogni modo verr in persona).

Amasio - Non mi mancate, di grazia, se m'amate.

Cintia - Mancherei pi tosto a me stesso.

Amasio - Io adesso vo a spogliarmi per mandarvele; adio.

Cintia - Adio, signora mia.

Lidia - (O felice e contenta Lidia, ch alle due ore di notte vedr qui Cintio, sfogher seco i miei ardori raccontandogli le mie pene! Balia, vattene a casa sua e fatti raccontare appuntino ogni cosa che han detto, ch non ho potuto intendere ben il tutto).

Balia - (Andr or ora).

SCENA VI.

Erasto, Cintia.

Erasto - Cintio mio caro, amico mio dolce, convenevol mezo da conseguir tutte le mie amorose consolazioni, quando vi pagher giamai tanto obligo? Deh, lasciate che vi baci le mani apportatrici de' remedi alle mie passioni!

Cintia - Vo' che me ne baciate la bocca, se la mia indignit nol vieta.

Erasto - Io stesso non avrei potuto far l'ufficio per me stesso secondo l'animo mio, e se voi foste stato nel mio core e io nel vostro.

Cintia - Non so se io son nel vostro: so ben io che voi ste nel mio. Ma se di queste cosucce mostrate avermene cos grand'obligo, quanto me ne devreste per quelle che non sapete?

Erasto - Vorrei poter sodisfar l'obligo di quanto fate per amor mio.

Cintia - E se non lo fo per amor vostro, per chi lo debbo far io?

Erasto - Ma dimmi, Cintio mio, tutte le paroli e che ti disse del venir alle due ore di notte e del comparir su la fenestra; ch non potei intender ben bene il tutto.

Cintia - Del venir questa notte, disse che per tma di suo padre e di quei di casa, che non si fussero avisati del fatto, avea determinato fra s per alcuni mesi aver pazienza di non essere insieme con voi; ma a' vostri e miei prieghi dice che verr senza fallo, ancorch fusse sicura di aver a perderci la vita: n lo pot esprimere che con le pi suavi e dolci parole.

Erasto - E come non volevano esser dolci e suavi se uscivano dalla pi dolce e suave bocca de quante mai fussero in terra? Poi, che disse del comparir su la fenestra?

Cintia - Che arebbe dato una scorsa per la casa; e come tutta la famiglia era occupata ne' servigi, arebbe fatto segno alla balia ch'io fusse venuto alla buca, e che sarebbe passata in casa mia.

Erasto - Deh! andatevene a casa, gentilissimo Cintio mio, ch forse or ora potr aver l'agio e venirsene a casa vostra; ch con la medesima affezione io servirei negli amori vostri.

Cintia - Quando i miei amori saranno aiutati da voi, saranno felicissimi. Ors, io me ne vo, ch questa festa non si pu far senza me.

Erasto - Veramente la gentilezza e la cortesia di Cintio incomparabile, e conosco che m'ama lealmente. Ecco, pur mi son chiarito di alcune cose: che in mia presenza Cintio ha ragionato con Amasia di me, e l'ha promesso venir questa sera - e l'ho inteso con le mie orecchie - e che or ora si far su la fenestra; ch se verr, conoscer chiaramente che tutto sia forfantaria quanto mi ha detto Dulone di lui.

SCENA VII.

Balia di Cintia, Erasto, Cintia.

Balia - Erasto mio padrone, Amasia m'ha fatto intendere che verr or ora alla fenestra, che mandiate Cintio a far la spia e che non vi tratteniate.

Erasto - Cintio gi venuto, ed io non mi partirei di qua se mi fusse consignato l'imperio di tutto il mondo.

Balia - Eccola che viene.

Cintia - Erasto, vita mia, Dio vi dia ogni contento e felicit!

Erasto - Ogni contento e felicit che posso aver in questa vita la tua presenza, anima mia!

Cintia - M'avete comandato per Cintio, vostro fidelissimo amico, che fusse venuta qui in finestra: ecco vi ubbedisco, perch la vostra bellezza fatta padrona del cor mio, ogni vostro desiderio fatto padron del mio.

Erasto - E quando io potr compensarle cotanta cortesia?

Cintia - Io non ho fatto mai tanto per lei che il suo merito non ne meritasse molto pi.

Erasto - Ma qual merito non cede a tanta ricompensa? pregovi per ora appagarvi della mia perpetua servit.

Cintia - Non pu esser servo chi maggior del padrone.

Erasto - Signora mia, poich questa la prima volta che le parlo di giorno e la prima che Vostra Signoria mi favorisce della sua vista, la prego a far questo ufficio un poco pi spesso.

Cintia - Il far sempre che conoscer che il vedermi vi apporti piacere.

Erasto - Come volete che non mi apporti piacere, se non per altro ho caro questi occhi che per vedervi?

Cintia - Gli occhi vostri non devrebbono mai veder altro che voi stesso, perch non ponno mirar cosa pi bella di loro; e per devreste sempre tener dinanzi un specchio.

Erasto - Voi ste il mio specchio, ch mirando voi vedo tutto quel bello che posso veder qui in terra; e se pur vedete in me cosa che vi piaccia, vien dal reflesso della vostra bellezza. Ma lasciamo le cerimonie. Vorrei, signora mia, che mi amaste pi di quello che fate.

Cintia - V'ho donato il mio core e sta gi in vostra podest: fatevi amar quanto vi piace. Ma ditemi, signor mio, come posso amarvi pi di quello che vi amo?

Erasto - Se m'amaste quanto vi amo io, desiareste vedermi pi spesso di quello che fate.

Cintia - Se voi mi vedete di rado, io vi vedo ben spesso ad ogni ora che voglio, e vi son sempre appresso come ve ne accorgerete alcun giorno.

Erasto - Ditemi di grazia, vera tanta difficolt, che vi pone Cintio, quando io vo' venire a vedervi?

Cintia - Quanto Cintio vi dice tutto vero; e fate conto ch'io e Cintio siamo una cosa medesima: che vi parli con la mia bocca, che vi ami col mio core, ch'io sia la sua mente, ch'io sia lui tutto; e quando non possiamo essere insieme, egli se ne afflige quant'io, e quando vi ha sodisfatto, n'ha quel gusto che n'ho io.

Erasto - Veramente l'ho stimato cos sempre, ma ho voluto saperlo di bocca vostra, padrona singulare. Attendo l'altra grazia che vi chiese - e perdonatemi tanta importunit per dar questa importunit al mio core: - che apriate il portello della gelosia che v'impedisce la vista, ch non mi lascia godere un tanto bene.

Cintia - Di grazia, signor mio, stendete la vista per la strada e per le fenestre, ch non vi sia alcuno che stia spiando i fatti nostri.

Erasto - Non appar anima viva.

Balia - Amasia Amasia, presto presto! ch Cintio vi chiama ch vostro padre vi cerca.

Cintia - Cor mio, perdonatemi. - Eccomi eccomi!

Erasto - O infelicissima mia disgrazia, mira a che ponto stata chiamata! or non poteva tardar un altro pochino ch l'avessi potuto mirar a mio modo?

SCENA VIII.

Dulone, Erasto -

Dulone - Padrone, se foste stato meco, avreste goduto la vista della vostra Amasia quanto avreste desiderato.

Erasto - Teh, e come?

Dulone - stata ragionando col suo padre una gran pezza.

Erasto - Mira traditora bugia che ardisce dirmi! Come ora stava ragionando col padre, se ora stava ragionando meco?

Dulone - Alcun di noi sta fuor di s. Dove voi avete ragionato con Amasia?

Erasto - In casa di Cintio, in quella finestra sovra la porta; nel por che tu facesti il pi nella strada, ella fu chiamata e partissi.

Dulone - Ed io nel por del pi in questa strada, l'ho lasciata che stava ragionando col padre su la fenestra in quel vicolo, e l'ho vista come veggio voi. Se Amasia non gioca di bagattelle o non qualche fantasima, non so come possa star in duo luoghi in uno istesso tempo.

Erasto - Chi era seco nella strada?

Dulone - Ben dimandate quella venerabil bestia del capitano, che stava passeggiando dinanzi a lei e suo padre, e con tanta sproporzionata bravura che ha mosso a rider l'uno e l'altra pi di tre volte.

Erasto - E il capitano stava mirando?

Dulone - S che il suo suspirare s'udiva un miglio. - Ma eccolo che viene; non potea venir a tempo pi opportuno.

SCENA IX.

Capitano, Erasto, Dulone.

Capitano - Ecco che la tua mala sorte pur me ti ha menato dinanzi!

Erasto - (Anzi, la tua dinanzi a me!).

Capitano - E stimo che nel vedermi calar la barretta su gli occhi, e allo sventolar del pennacchio tu debba conoscere che il cervello mi frulla sotto.

Erasto - (Mira che volto acerbo, che fronte crespa, che trasvoltar d'occhi! par che mi voglia inghiottire alla vista). Che vi tu da me che mi stai cos mirando?

Capitano - E tu perch stai mirando me?

Erasto - Che mi curo io di mirar un tuo pari?

Capitano - Come sai tu dunque ch'io miro te, se tu non miri me?

Erasto - Su, che vo' far questione teco.

Capitano - Tu vi far questione meco?

Erasto - S.

Capitano - E sei deliberato cos?

Erasto - Deliberatissimo.

Capitano - E senza altro vi far questione meco?

Erasto - Senz'altro.

Capitano - Or se tu vuoi far questione, non ne vo' far io.

Dulone - Padrone, datemi licenza ch'io facci questione con lui.

Capitano - Un tuo pari trsela meco, ah? Che stimi tu ch'io fugga le questioni? corro io pi volentieri alle coltellate che un tedesco invitato al bere; n si allegra cos il chirurgo delle ferite come io di farle: e io do di vivere a tutti, ch se non fusse per me si morirebbono di fame. Turberei la face di Ottavian per far questione. Ma la tua indegnit ti salva per questa volta, e ti si perdona la vita: per ingenocchiati e cercami perdono.

Dulone - Io ingenocchiarmi a te?

Capitano - Fa' quello che dico, non ti far guastare: non sai tu che, se pongo mano alla spada, ti spolpo, disosso, scarnifico e smidollo? La maggior cortesia che possa farti darti una boffettina dietro la testa e farti balzar gli occhi fuor della testa pi di un miglio e farti restar figura contrafatta, e con un dito farti pi busi nel corpo che non ha un crivello da crivellar meloni!

Erasto - Capitano, ti son gito cercando molte volte per far teco questioni per conto di Amasia, e or vogliamo azzuffarci.

Capitano - Io ti vo' far conoscere che veramente sono innamorato di Amasia, ch l'odor che spira da questa casa dove abita mi ferisce nell'anima e mi fa un essempio di pazienza: mi farei dar bastonate per amor suo. Vo' temprar la fierezza del mio guardo, ch non ti ferisca mirando, e vo' parlar teco cortesemente.

Erasto - Dico che la tua una soverchia importunit, ch non passo mai di qua se non ti veggia in questa strada passeggiare; per cava fuor la spada.

Capitano - Non mia usanza por mano alla spada, se almeno con un colpo non ho speranza di squartar cento uomini, sbarattar un essercito, cacciarmi dinanzi dieci bandiere; e avendola in mano nuda, ammazzo cos gli amici come gli nemici.

Erasto - Se non poni mano alla spada, te la dar in testa con tutto il fodero.

Capitano - Ahi, fortuna traditora, perch non ho meco la gastigamatti o lo spadone a due mani? ch lo farei pentir del tanto ardire: e gi mi brillano le mani. Ma perch vuoi far tu meco questioni?

Erasto - Accioch non passi pi per questa strada.

Capitano - La strada mia e ci posso passar quanto voglio.

Erasto - Come tua?

Capitano - A me sta ammazzar tutti gli uomini che ci stanno e farla mia. Ma perch non vuoi tu che ci passi?

Erasto - Accioch non miri in quelle finestre.

Capitano - In quelle finestre sta Amasia mia moglie.

Erasto - Come tua moglie?

Capitano - mia e vo' che sia mia.

Erasto - Non tua n sar tua, n il padre la vuol dar ad un baionaccio tuo pari.

Capitano - Io son stato or ora ragionando con lei e col padre nella sua finestra.

Erasto - Da qual finestra?

Capitano - Da quella che risponde sul vicolo. E ha riso e scherzato meco.

Dulone - Ascoltate, padrone, che ha pur detto il vero senza che glielo dimandaste.

Erasto - A te fece tanti favori dianzi suo padre?

Capitano - Il padre tiene a molto favore darlami per isposa ad ogni mia richiesta.

Erasto - Che favori ti fece ella?

Capitano - Mille basciamani e inchini con la testa e con cenni, che dimostravan apertamente che dentro brusciava tutta; e ci siamo parlati col cuore l'un con l'altra senza adoprar la lingua, che ci sarebbe stata anzi d'impedimento, vedendo ella il cor mio ed io il suo: e ci siamo partiti l'un dall'altra pieni di scontentezza.

Erasto - Dicoti che Amasia mia moglie e gi ci siamo sposati di nascosto, e giaccio seco quando mi piace a mio bell'agio ed gi gravida di me: e se ben devrei tacerlo per amor suo, pur lo dico accioch non passi per qua; ch, cos facendo, tu viverai sano e a me non darai fastidio di averti a romper la testa.

Capitano - Con la mia testa ho fracassato bastioni e belovardi, e fo pi col mio fronte che non fa l'ariete con la testa di bronzo. Ma s'ella tua moglie, ha perdute meco le sue ragioni e la ripudiar com'ella merita. Ma che so io se sia vero quel che dici?

Erasto - La domenica passata giacqui seco insino all'alba.

Capitano - Come pu esser ci vero, se la domenica a notte fu ad un festino d'una sua vicina ed io fui sempre seco? penso che ci l'arai sognato.

Erasto - Per vincer cos perfida tua ostinazione e ch non dichi se ci sia vero o no, questa notte vo a dormir seco e voglio che tu me la veda in braccio con gli occhi tuoi.

Capitano - Quando vedr questo, la disgraziar: a me non mancano innamorate. Che resta da far dunque?

Erasto - Quello che tu intenderai: fatti trovar qui alle due ore di notte ch ti far veder quanto ti ho detto. E accioch l'uno e l'altro di voi si penta di quanto dice, tu di averle parlato dalla fenestra e tu d'esser stato seco al festino, vo' che siate spettatori della mia gloria e delle mie dolcezze.

Capitano - Io non mi partir da qui intorno.

Fine del secondo atto


ATTO TERZO

SCENA I.

Erasto, Dulone.

Erasto - Gi deve esser la citt tutta sepolta nel sonno e la mezanotte passata.

Dulone - Ed io stimo che non sieno ancor le due ore: voi misurate l'ore col vostro desiderio.

Erasto - Il tuo orologio zoppo e flemmatico, si muove sempre tardi.

Dulone - E il vostro, spinto dal caldo dell'ardente desio, tocca assai presto: a chi aspetta non corre l'orologio.

Erasto - Vo' accostarmi alla casa e fare il segno.

Dulone - Ricordatevi, padrone, quando sarete insieme, accostarvi alla luce e mirarla ben bene, accioch vi possiate accorgere se siate ingannato.

Erasto - Ti prometto che non potendola veder a mio modo, quando mi licenziar, finger di abbracciarla; e cos trla di peso e portarmela a casa, perch, secondo tu mi dici e io mi persuado, son stimato da goffo.

Dulone - Dubito che con la sua vista vi incanter, e rapito dalla dolcezza porrete in oblio ancor voi stesso.

Erasto - Far come ti ho detto, ancorch ci vada il rischio di perdervi la sua grazia.

Dulone - Fratanto far la spia se Cintio venisse fuori, e mentre voi vi trastullerete con lei, s'egli si trastuller con Lidia vostra sorella.

Erasto - Questo tuo suspetto vano. Accostiamoci alla casa. - Ma non so chi vien per qua: sar certo il capitano.

SCENA II.

Capitano, Erasto, Dulone.

Capitano - Chi passa, ol, scostisi lungi, ch non s'infilzi in questo spadone da se stesso!

Erasto - Capitano, ste venuto a tempo per attendervi la promessa.

Capitano - Sarei venuto un pezzo prima se i birri e il capitano non m'avessero trattenuto: i quali con molta mala creanza venendomi adosso per ispiar chi fussi, io gli ho lasciati accostare, e come gli ebbi tutti a cerchio a mio modo, mi lasciai andar con un roverscio in tondo e ne feci dieci pezzi d'ognuno. Io restai circondato di gente intorno, e i corpi andaron volando per l'aria, e ancor piovono dal cielo gambe, braccia, testa e mani di quei miserelli: pochi ne scamparono per aver avuto buone gambe.

Dulone - Ecco l'avanzo de' birri che vengono per vendicarsi.

Capitano - Bestie indiscrete, fatevi adietro, ch quelli han fatto bene a morire perch sono usciti d'impaccio; ma voi ponetevi i stivali, pigliate i cavalli da posta per andar all'altro mondo! Ol ol, fermatevi!

Erasto - Non niuno, non dubitate.

Capitano - Meglio per loro; ch non avea pelo indosso che non gridasse carne e sangue, ch gi di farne un scamazzo di loro l'ira m'era salita insino al naso.

Dulone - Su, che badiamo?

Erasto - Tacete, vo' far il segno alla balia: fis, fis.

Capitano - Questa non la casa di Amasia.

Erasto - di Cintio, che per un tragetto che abbiam fatto tra l'una casa e l'altra viene a ritrovarmi: fis, fis. Ecco la balia.

SCENA III.

Balia di Cintia, Erasto, Cintia, Capitano, Dulone.

Balia - Erasto, ste qui voi?

Erasto - Eccomi, balia, dove Amasia mia?

Balia - qui in ordine e vi sta aspettando.

Erasto - Dille di grazia, che compaia su l'uscio, sol per dar questo contento al cor mio.

Balia - Di grazia, mirate che non siate sovragionti da alcuno.

Erasto - Non dubitate ch'io e Dulone stiam facendo la spia.

Cintia - Buona notte, Erasto, cuor mio!

Erasto - Veramente che voi sola potete darmi la buona e felicissima notte.

Cintia - Posso ben dir ch'ancor io ne ricevo la parte mia.

Erasto - Che notte notte? chiaro e felicissimo giorno! E come pu esser notte dove compaiono gli occhi vostri, che a malgrado delle pi oscure tenebre scintillano intorno di splendidissima luce?

Cintia - Erasto, vita mia, areste detto pi il vero: che il lampo che vien fuor dalla fiamma accesa nel mio core illuminasse queste tenebre.

Erasto - Se il fuoco del mio petto splendesse, aggiongerei un altro sole a questo emisfero.

Cintia - Desiderarei, Erasto mio, spender il tempo in pi virtuoso essercizio che in cerimonie.

Dulone - (Che dici, capitano, vero quanto diciamo?).

Capitano - ( vero e me ne dispiace).

Cintia - Entriamo, anima mia.

SCENA IV.

Dulone, Capitano.

Dulone - Hai visto e inteso, capitano?

Capitano - Ho visto la persona, le vesti, il ventre gonfio, e intesa la voce di Amasia; il volto non ho potuto veder bene. Ma perch Cintio il mezano del suo amore?

Dulone - Son grandissimi amici da che furon bambini.

Capitano - Oim, che sento indragarmi d'amore e inserpentirmi di gelosia! Ahi, mondo traditore, cos si trattano i pari miei? non so che mi tiene che non dia un calcio alla casa e non la facci balzar per l'aria con quanti vi sono dentro! Ma troppo io son vile a far conto d'una sfacciata feminella, ch non la terrei in casa per forbir i piatti n il suo padre per famiglio di stalla. Son ricercato e va a ricercar lui: merito questo e peggio!

Dulone - Per certo che dite bene.

Capitano - O Dio, e perch non compaiono su la piazza dieci compagnie tedesche in ordine con loro coscialetti, altrettante di svizzeri o di borgognoni con una banda di cavalli, per ficcarmi in mezo a loro e sbramar il digiuno c'ho di carne e sangue umano, e sfogasse cos l'amore e la gelosia? Ma dove sono spariti da Napoli i sgherri, i scavezzacolli, i compagnoni, ch li scapricciasse a lor modo? dove ste, o diavoli, ch vi sto aspettando con l'arme in mano?

SCENA V.

Amasio, Dulone, Capitano.

Amasio - (Io non so se sia l'ora constituita, ch a me par ogni minimo indugio una gran lunghezza di tempo. I pericoli mi atterriscono, la fortuna mi spaventa, un amor m'affida: i pericoli per amore non son pericoli. Ma non so che sia per la strada, che non mi vuol dar luogo che me ne vada per il fatto mio).

Dulone - Ma perch desideri tedeschi, svizzeri e scavezzacolli e diavoli, se la rabbia l'hai solo con Cintio che con i suoi ruffianesmi t'ha tolta l'innamorata?

Amasio - (Io non posso passar innanzi se non scaccio costor prima dalla strada).

Capitano - Adesso lo desidererei cos all'oscuro che non potesse dir: - Siatemi testimoni! - n avesse speranza che fossimo spartiti. O Dio! se comparisse qui, subito me li presenterei con la punta su gli occhi; e s'egli sfugisse il colpo di vita, cambierei cos de piedi e gli sarei sopra con un mandritto; e s'egli cedesse alla furia e si ritirasse adietro - ch parar di lama sarebbe mal sicuro, ch lo fenderei per mezo insino al centro della terra, - io con un salto a pi pari gli sarei nel fianco e con uno stramazzone e con un falso filo ne farei centomilla quarti.

Amasio - (Chi questo squartatore in aria? sar certo quel ballon da vento del capitano, n sar per levarsi di qua se non lo scaccio per forza).

Dulone - Oh che ventura, capitano, ecco Cintio, quel che tu tanto desideravi! Vorrebbe passare innanzi e non pu per esser visto da voi.

Capitano - Cintio costui? Cintio? Per vita di Marte, altri che lui non desiava: non mi posso pi tenere che non mi lassi correre! Ol, chi sei? passa alla larga: non s'incontri meco chi vuol pace!

Amasio - Perch ti ho sofferto troppo, sei fatto cos insolente; chi sei, ol? fatti innanzi!

Capitano - Costui non dice a me, ch se sapesse chi sono tremerebbe dal capo alle piante.

Amasio - A te dico, capitano, se sei uomo da bene fatti innanzi!

Capitano - Non fui, non sono n voglio essere uomo da bene.

Dulone - (O cosa da crepar delle risa!).

Capitano - Ma tu chi sei?

Amasio - Son chi vuoi tu che sia, quel Cintio che desiavi.

Capitano - Se sei Cintio, non vo' nulla da te: che occasion mi desti di adirarmi mai teco?

Amasio - Desiavi le compagnie di tedeschi, di sguizzeri, di genti d'arme per azzuffarti con loro; or temi di me solo.

Capitano - Tu non sei compagnie n di svizzeri n di tedeschi. Vien qui con un essercito e ti porr in vero quanto n'ho detto.

Amasio - Fatti innanzi, ti dico.

Capitano - Staria ben fresco l'onor mio, che dopo aver combattuto cinquanta volte in steccato e debellato i superbi capi del mondo, voglia far questioni con un figliolaccio.

Amasio - Eccoti il figliolaccio!

Capitano - Questa bastonata, in malora! le conosco per prattica.

Amasio - Eccone un'altra; ch la medicina per buona che sia, se non continuata, non fa effetto. Io ti disfido.

Capitano - Va' va', poni la barba prima e poi mi disfida. Che onor mi sarebbe pormi con un par tuo?

Amasio - Perch non vuoi far questione meco?

Capitano - Per ragion di Stato.

Amasio - Dove fuggi?

Capitano - Io fuggo? ahi, ciel traverso, io seguo te! Oim, che ho avuto a rompermi il collo!

Amasio - Codardaccio, ora ti pestar!

Capitano - Oh che onore! ferir un caduto cosa da gentiluomo?

Amasio - Alzati, ch non vo' offenderti mentre giaci.

Capitano - Se questo , non m'alzer mai. Renditi a me se non mi rendo io a te.

Amasio - Se ti partirai di qui tosto, far teco la pace.

Capitano - M'hai ferito, non ci l'onor mio! vo' la sodisfazione.

Amasio - Se ti ho dato bastonate, fu per tua colpa, e son ben date e te l'hai meritate; ma se te ne ho dato pi del dovere, ne far sodisfazione.

Dulone - (Tutto coperto di ferro e tutto armato, e pur teme! In somma, tutte l'armi del mondo non armarebbono la paura: quel pugnal li serve per busar le botti. Gi s' alzato e se ne fugge, il poltrone).

Capitano - Qua qua, poltrone, volgeti a me!

Amasio - Eccomi; dove sei? Mi scappa di man come un'anguilla; mi provoca e poi fugge.

Capitano - Eccomi qua innanzi: mostri di non vedermi; dove fuggi?

Amasio - Fermati, dove sei balzato? Non so come trapassa per questi vicoli, ch me lo retrovo sempre dietro.

Capitano - Tu non vuoi vedermi n ti piace incontrarti con me. Eccomi qui: dove sei?

Amasio - Corro alla voce e gionto al luogo lo sento altrove. Se ti giungo ti far ricordare di questa notte e di questo luogo.

Dulone - (Dove si vede mai la pi bella festa? lo sfida da un capo della strada, e come quel viene, se ne fugge per un vicolo e comparisce per un'altra strada; lo chiama, quel viene, ed egli scampa!).

Capitano - Qua qua, se tu ne vuoi.

Amasio - Qui sento la voce, altrove sento il calpestio. Ors vieni, ch non vo' che tu muoia per mia mano: la mia vendetta sia la tua vita infame: sopravivi alla tua codardia! - Questa la casa di Lidia; vo' fare il segno: fis, fis.

Dulone - (Ah, traditore, or s che m'accorgo che tutto vero quanto ho suspetto!).

SCENA VI.

Balia di Lidia, Amasio, Lidia, Dulone.

Balia - Cintio mio, ste voi qui?

Amasio - S ben, balia mia cara.

Balia - Lidia, Lidia figlia, che badi che non corri a ricevere il tuo Cintio?

Lidia - Cintio, anima mia, dove sei?

Amasio - Eccomi; e voi ste Lidia mia?

Lidia - Cos fussi polvere e cenere non essendo riamata da voi!

Amasio - Avete il torto a dir cos.

Lidia - Tutto il mondo vi predica per un tempio di cortesia e di gentilezza, solo a me usate tanta disamorevolezza e discortesia; ma io vi veggio, e appena lo credono gli occhi miei. Certo che disconviene ad una anima bella come la vostra l'esser sitibonda e ingorda dell'altrui sangue.

Amasio - (Dubito non poter contenermi ne' termini dell'onest, perch vorrei rispondere come devo; ma se mi mostro cos volontaroso, l'empir di suspezione e forse accorgerassi dell'inganno).

Lidia - Gi penso che sia diventata molle quella dura durezza che s gran tempo stata d'intorno al durissimo vostro cuore, e mossasi a piet della mia fede, la qual omai meritarebbe d'esser riconosciuta da voi.

Amasio - Sappiate, Lidia, dolcissima anima mia, che voi sempre foste la pi dolce fiamma del mio core; ma l'ho sempre con simulata rigidezza cos ben finto che voi non ve ne siate giamai accorta, dubitando che il vostro amor non fusse stabile e solido ma capriccioso e convenevole all'et d'una fanciulla come ste, e che tra poco avreste voi mutato cervello. Ma poich v'ho conosciuta fermissima e l'amar convenevole ad una gentildonna sua pari, ecco mi vi scuopro, ch non fu mai fiamma cos ardente come quella che ha per amor vostro consumato e brusciato il mio petto.

Balia - Ascolta, figlia, perch si mostrato cos crudo: ed era ben di ragione.

Lidia - O mio penoso diletto, non conoscevate le mie fiamme palesi, anzi scolpite nel fronte, e ch'io era assai pi vostra che di me stessa? conoscerete le mie pene forse quando sar morta?

Dulone - (Chi crederebbe ch'una fanciulla scoprisse cos bene la sua passione?).

Amasio - Anima mia, perch conosco il vostro amor non da scherzo ma degno d'una persona come voi ste, con le ginocchia del core e dell'anima chine ve ne cerco perdono, pregandovi che siate cos intiera padrona di me come io tutto mi vi dono per servo.

Lidia - Ors, Cintio mio, poich voi affermate che cos voi m'amate come v'amo io, e che i vostri amori non sono vani o lascivi ma da sposi, con licenza de' nostri padri potremo sposarci insieme.

Amasio - Eccovi qui prontissima la mia fede d'esservi sposo e servo mentre vivo; per calate gi, anima mia, accioch la possiamo insieme stringere.

Lidia - Cintio mio, conosco ben quanto un innamorato infido guardiano della sua amata, e principalmente quando conosce che sia amato da lei; per io non verr cost, ch dubito anch'io non potermi contener ne' termini dell'onest.

Amasio - Ma che tradimento si porebbe imaginare maggiore che tradir sotto la fede?

Lidia - Temo: se mi assecurate con giuramento, verr subito.

Amasio - Signora mia, questo richiedermi del giuramento una occolta maniera di notarmi d'infedelt: perch non posso mostrarvi se vi amo o no, perch, conoscendomi voi modesto, stimarete ci faccia costretto dal giuramento.

Balia - Credegli, figlia, credegli, ch'io verr teco in compagnia, ch non dandovi la fede cos da presso non vi manterr quanto v'ha promesso.

Lidia - Ecco, ne vengo a voi.

Dulone - (Non calar gi, Lidia, ch costui un cattivello, e si t'ar le mani adosso, non so come andr la cosa poi).

Amasio - (Amasio, non perderti d'animo, desta in te stesso l'ardire: ch se mi scappa questa ventura dalle mani, mi morr di dolore, avendo lasciato di far cos bell'opra).

Lidia - Eccovi la mia fede.

Amasio - Vita dell'anima mia, la fede senza il bacio non val nulla.

Lidia - Questo stato soverchio; ors, tiratevi indietro, ch mal cosa star l'esca appresso al foco. Dove mi spengete? di grazia, non fate oltraggio all'onor mio.

Amasio - Non ste voi mia moglie? non posso far di voi quel che mi piace?

Lidia - Se voi volete esser cos mio come io son vostra, non bisogna far altra violenza; ch cos facendo mostrate il poco amore. Balia balia, aiutami, dove sei?

Balia - Son qui impedita; verr or ora. E che pensiate che sia ci?

Dulone - (O povero padrone, se vedeste con gli occhi vostri quel che ho visto io, areste dato credito alle parole d'un vostro fidelissimo servidore, poich non l'avete data per lo passato. Va', fidati d'amici, va'. Ecco gli amici d'oggi: tutti interessi e dissegni. Chi mostr ad uomo amicizia pi leal di costui? e or gli fa cos gran tradimento. Oh quanto desiderarei ch'egli fusse qui adesso per fargli veder il tutto con gli occhi suoi!).

SCENA VII.

Capitano, Dulone.

Capitano - Son gito cercando quel furfantello di Cintio, l'ho dato una buona stretta; ma le botte l'han gionte l'ali a' piedi: le buone gambe l'han salvato, ch con questa sola scrima si scampa dalle mie mani.

Dulone - Io ho inteso dar certe botte e gridar molto.

Capitano - Le botte le dava io, e colui che le riceveva era quel che gridava.

Dulone - T'hai pur fatto scampar Cintio di mano: oh gran vergogna!

Capitano - Giuro a f di Marte e di Bellona, che ancor ch'ei s'incavernasse sotterra e si rinselvasse nella Transilvania, non sar per iscampar dalle mie mani e prover che cosa sia far sdegno ad un par mio! Non sa egli ch'io son capitano dal cui ritratto si de' tr il modello de tutti i capitani del mondo?

Dulone - Veggio venir fuori Cintio da Lidia, e viene a tempo.

SCENA VIII.

Amasio, Capitano, Dulone.

Amasio - Sento nominar Cintio. Ancor sta qui questa bestia che non lascia far i miei fatti? eccomi qui per sbestiarti, bestiaccia!

Capitano - Qui ci manca un schiaffo e una mentita: sta da lungi e non posso dargli lo schiaffo, pazienza! della mentita non posso farne di meno. - Menti d'una mentitissima, arcimentita, arcimentitissima, mentitissimissima, missimissima mentita! Tu sei un di quei che vogliono essere uccisi per forza; ed io ti sodisfar, ch ti dar il castigo con questa spada temprata nel sangue de' rodomonti.

Amasio - Toglici questo!

Capitano - (Oh, figlio di puttana, un altro poco pi alto mi dava in testa; ma gita di piatto, se no stava fresco!). Tu chi sei?

Amasio - Son io.

Capitano - (Certo sar Marte: non potr esser altro).

Amasio - Son Cintio al tuo comando.

Capitano - (Diavolo, toglitel su calzato e vestito, ch non posso trmelo d'intorno tutta la notte; e gli deve venir l'odor al naso del mio valore: Ma non importa: ch se la natura mi ha fatto d'animo debole, mi ha fatto gagliardo di scrima).

Amasio - Chi questo altro tuo amico?

Dulone - (Bisogna levarmi di qua ch non mi veggia; ch ben s' accorto che dico mal di lui ad Erasto, e forse fra queste tenebre si volesse sfogar la rabbia c'ha contro di me).

Amasio - Ancor tu sei qui?

Capitano - (Qui ci va la schena a pericolo). Ol ol, o dalla piazza, candele candele, ladri ladri in piazza!

Amasio - Gi s' fuggito. - Io non so se debba felice o infelice chiamarmi: ch avendo quel conseguito di che non desiava maggior cosa in vita mia, posso felicissimo chiamarmi; ma ben all'incontro misero e infelice, avendolo conseguito contro la sua volont e col suo dispiacere. Ella certissimo si crede che sia Cintio: io ho fatto il male, altri ne ar la penitenza. Io non trovo altro rimedio al mio male che andarmene a mio padre e narrargli il successo - chi mi desia vivo mi faccia aver Lidia per isposa, ch impossibile che viver possa senza lei; - so che m'ama e cercher darmi sodisfazione.

Dulone - (E tu, savio capitano, che veggendoti poco lontano il bastone chiami i vicini e le candele in aiuto: la paura buon maestro da trovar invenzioni).

Capitano - (Ad una repentina furia de nemici forza cedere. Un buon consiglio dato a tempo fa un essercito vittorioso, e un error apporta gran ruina: quel subito consiglio fu la salvezza della mia vita).

Dulone - (Ma pur n'hai avuta una dozzina a buon conto).

Capitano - (In questi pericoli, della necessit bisogna far virtude).

SCENA IX.

Cintia, Erasto, Capitano, Dulone.

Cintia - Vita mia, andate in buon'ora e ricordatevi di chi v'ama.

Erasto - Come non ricordarmi di quello che mi sta sempre fisso nella mente?

Cintia - Cor mio, che fate? voi mi togliete in braccio.

Erasto - Perdonatemi, padrona, se contro il voler vostro vi porto a casa mia: da che voi mi ste moglie, non vo' pi vivere senza voi.

Cintia - Erasto, se mi amate non fate cotal pensiero: avete s poco conto dell'onor mio che le mie vergogne secrete volete che sieno palesi a tutto il mondo? Deh, non fate cose spinto dalla furia, ch poi non possiate pentirvene rinvenuto in voi.

Erasto - Padrona, ho cos rissoluto.

Cintia - Uccidetemi piuttosto e sepelite me e le mie disonest in queste tenebre! lasciate di grazia, oim!

Capitano - (Erasto rapisce Amasia e se la porta di peso per forza: come patir io tanta insolenza e dinanzi gli occhi miei?). Fermati ol, lascia costei!

Erasto - Se non taci e ti parti, ti far pentir di tanta temerit!

Capitano - Se non ti fermi, ti taglier le gambe!

Erasto - Capitan, va' via, non tr briga dove non hai a far nulla.

Capitano - Come nulla? i fatti d'Amasia m'importano molto.

Erasto - Traditore, me l'hai fatta scampar di mano: mal per te, bestiaccia! - Dulone, vedilo tu?

Dulone - Io non vedo niuno: egli sparito come una nebbia. - Ma fermatevi, dove andate?

Erasto - Ors, me la pagherai davero!

Dulone - Padrone, io son chiaro di quanto dubitava: mentre voi ste stato in casa di Cintio, egli, uscendo dalla casa di Amasio, stato in casa vostra, ha ragionato un pezzo con Lidia dalla finestra. Al fin cal a lui; l'ha usata violenza e fattala sua donna.

Erasto - Dovevi star imbriaco, per ti pareva di veder questo.

Dulone - Ben sta: in pago del ruffianesimo che v'ha usato, v'ha dato un bel paio di corna.

Erasto - Dovevi star in estasi.

Dulone - possibil, padrone, ch'egli cos volentieri vi fa credere il falso, ed io non basta a farvi vedere il vero?

Erasto - Entra e serra l'uscio.

Capitano - (Gi egli entrato e serrato l'uscio. Vo' sfidarlo e provocarlo, cos proveder all'onor mio). Tic, toc.

Erasto - Chi l?

Capitano - il capitano qui, per mantenerti che ha fatto molto bene a trti di mano Amasia la sua innamorata e fattoti restar con le man vote e come un asino.

Erasto - Dove questo furfante bestione, dove sei, dove sei gito? stimo che sei fuggito dal mondo: misero te se t'incontro!

Dulone - Entriamo, padrone, ch egli se n' scampato.

Erasto - Entriamo. Capitano - Ti sei rinserrato e inchiavato, timido coniglio! hai paura di me, ah? Perch tanta bravura quando sei solo, e come ti vedi incontro me, t'incaverni e te imbuchi come un granchio? Io furfante bestione? menti per la gola: ecco son qui per mantenertelo.

Erasto - Capitano, se verr fuori, sar mal per te; vattene con tutti i tuoi diavoli!

Capitano - Vien fuori, vien fuori dalla tua tana! romper l'uscio a tuo malgrado e con una schieggia di quello ti dar mille legnate.

Erasto - Ah, traditor villano, questo a me? dove sei, dove ti sei appiattato, codardaccio? deh, se ti ritrovo, far che il pi grosso pezzo di te sia l'orecchia!

Dulone - Entrate, padrone, ch questi sono suoi modi: egli sparito via che non lo trovarebbe il demonio. Vi far cos tutta la notte: lascialo in sua malora!

Capitano - Gi riserrato. Tic, toc.

Erasto - Chi l?

Capitano - Cosa d'importanza.

Erasto - Chi sei che batti?

Capitano - Un vostro amico, e vorrei dir una parola ad Erasto di cose importanti: che di grazia si facci su la fenestra.

Erasto - Chi sei, ol? chi domandi?

Capitano - Son quello che tu men desii che sia, son il gran capitano, il quale qui comparso a disfidarti: che cali gi ch ti vo' rompere la schena di bastonate e trattarti come meriti.

Erasto - Va' va', ch ci conosciamo insieme; domani ci rivederemo.

Capitano - Ti disfido: cala gi, non dir poi che non sia venuto a disfidarti in casa tua.

Erasto - Hai ragione, tu sei il vincitore; non mi dar pi travaglio.

Capitano - Ecco t'ho fatto conoscere chi sia io: bisogna in somma mostrar valore. Ecco ricuperato il mio onore: o vincere o morire!

Fine del terzo atto


ATTO QUARTO

SCENA I.

Pedofilo, Erasto -

Pedofilo - (Sto con animo assai travagliato dal fatto di Amasio mio figliuolo. La notte passata scappato di casa, poi l'ho visto venir tutto turbato: l'animo mio s'incontra alcun male!...).

Erasto - (Son venuto rissoluto per uscir di fastidio; e sar meglio arrossir una volta e scoprirlo che tenerlo secreto e impallidir mille volte il giorno e soffrir mille indignit....)

Pedofilo - (... Vo' manifestar al mondo che sia maschio e ritornarmene a Bologna, poich intendo che la parte guelfa nostra nemica gi dipressa e annichilata).

Erasto - (... E vo' dirgli che siamo sposati di nascosto e sia pregna di me, ch non penso sar cos goffo che, avendole tolto l'onore, me la voglia negar per moglie; e quando pur non volesse concederlami, venir alla forza, alla violenza, alla rapina).

Pedofilo - (Ma ecco il fratello di colei che vien cost: vedr modestamente potergli ragionar su questo fatto).

Erasto - (Lo veggio venir verso di me). Ben venghi il mio padre e padrone!

Pedofilo - Ben venghi il mio caro figlio e signore!

Erasto - Avendomi tolto molti mesi sono Vostra Signoria per patrone e per padre, con quella confidanza che si conviene tra figlio e padre, son venuto a ragionargli....

Pedofilo - N altrimente ricever le vostre parole.

Erasto - ... Sappiate, Pedofilo, mio carissimo padrone, che Amasia la tua figlia moglie mia.

Pedofilo - Vostra moglie? Gies, che dite? e come? Erasto - Perch ci siamo sposati di nascosto.

Pedofilo - Come pu esser questo?

Erasto - Anzi stato pi di questo: ch'essendole io sposo e servidore, siamo giaciuti insieme ed gi pregna di me.

Pedofilo - Cos pregna di voi come ne son io!

Erasto - Il ventre gonfio ne potr far a voi ben larga testimonianza.

Pedofilo - Il ventre non si potr mai gonfiar ad Amasia se non per qualche idropisia.

Erasto - V'ho detto quanto passato tra noi.

Pedofilo - Voi avete visto il ventre gonfio a mia figlia?

Erasto - L'ho visto e l'ho tocco, per dirlovi pi chiaramente, dalle due ore di notte insino all'alba.

Pedofilo - Voi dite cose impossibili: la notte passata ha dormito meco dalle due ore insino all'alba.

Erasto - V'ho detto il tutto.

Pedofilo - E se voi sapeste il tutto, vi vergognareste e v'arrossireste di quel che dite.

Erasto - Se non volete crederlo a me, credetelo a' testimoni.

Pedofilo - Chi sono i testimoni?

Erasto - Cintio, il vostro vicino, che n' stato il nostro caro mezano, e la sua balia: che passata dalla vostra casa alla sua per un tragetto quando siamo giaciuti insieme.

Pedofilo - Come ha possuto passar dalla mia nella sua casa?

Erasto - Dico, abbiamo fatto una buca nel muro tra voi e lui, e s' passato per quella.

Pedofilo - Vo' che le vostre parole stesse discoprano la bugia: fra la mia casa e quella di Cintio non vedete che v' il vicolo in mezo? in qual muro avete voi fatto la buca? Se non passata per aria o sotterra, non ha potuto venir per altra via. Non v'accorgete che tutto il restante sia bugia?

Erasto - Ma io veggio il Capitano - Eccovi un testimonio.

Pedofilo - Oh che testimonio!

Erasto - Capitano, di grazia accostatevi qua.

SCENA II.

Capitano, Pedofilo, Erasto -

Capitano - Pedofilo, buon giorno, poich tua figlia ha dato a costui la buona notte.

Pedofilo - Chi te l'ha detto?

Capitano - Dimandate chi me l'ha detto? tutto il mondo.

Erasto - Capitano, dite come pass il tutto e con verit, e quanto avete visto.

Pedofilo - (Sar pi difficolt a far dir a costui una verit che a farlo sudar di mezo gennaio).

Capitano - Quel che dico l'ho visto con questi occhi. Alle due ore di notte vidi Amasia nella casa di Cintio venir ad incontrar Erasto fin in mezo la strada, abbracciarlo e baciarlo; ed egli, condottola poi su, se l'ha goduta in sino a giorno; poi l'accompagn sin alla strada e si licenzi da lui.

Erasto - Anzi io volea portarla insin a casa in braccio; e per l'impedimento che costui mi diede, mi scapp dalle mani: ch'io volea che voi non l'aveste a veder pi mai se non dopo concessalami per moglie.

Pedofilo - E questo vero?

Capitano - Se questo non vero, che questa mia spada non magni pi cuor di principi n beva pi sangue di colonelli.

Pedofilo - L'arai tu visto in sogno questo?

Capitano - Se fusse altri che tu che ardisse cos mentirmi sul viso, a questa ora arebbe veduto il ciel della luna.

Pedofilo - E se altri che tu avesse avuto ardir far tal testimonianza, m'arebbe fatto adirar da dovero; ma ben ti conosco che cos dici in questo il vero come nelle altre tue cose.

Capitano - Ti mostravi assai schivo di darmi tua figlia per isposa, che non l'accetterei per una fante di cucina: io te la renunzio ancorch sapessi che per me ne avesse a crepar di martello. Adio. Pedofilo - Va' va'.

Erasto - Ma ecco la balia di Cintio, viene a tempo: questa pur stata mezana de' nostri amori.

SCENA III.

Balia di Cintia, Erasto, Pedofilo.

Balia - (Veggio Pedofilo ed Erasto che gareggiano insieme. Iddio mi aiti!).

Erasto - Balia balia, vien qui per amor mio!

Balia - (Oim misera, dove sono inciampata! o terra, apriti e divorami! adesso fia per discoprirsi il tutto. O figlia, dove m'hai tu ridotta!).

Erasto - Vien qui tosto, di grazia.

Balia - Vo in fretta per un servigio di grandissima importanza. (O Dio, come potrei scampare?).

Erasto - Non pu esser di maggior importanza di quello che si tratta ora.

Pedofilo - (Oh, come il testimonio viene mal volentieri all'essamina!).

Balia - Eccomi, che volete?

Erasto - Balia mia cara, or non pi tempo di nasconderci: ch ben sai che Amasia mia moglie, per senza respetto alcuno narra alla libera il fatto come passato.

Balia - Che volete saper da me meschina? io non so nulla. (O Dio, in che intrigo mi ritrovo!).

Erasto - Narra quanto sai di me e della figlia di questo gentiluomo.

Balia - Non so che dirvi.

Erasto - Tu non sei stata la mezana tra me e Amasia e principio de' nostri amori? non sai come sia meco giaciuta e sia mia moglie?

Balia - L'avete detto voi: a che vi giova che lo redica?

Pedofilo - (Non lo vuol dir di bocca sua).

Erasto - Vo' che l'accerti in presenza di suo padre.

Balia - Lo dissi, vero.

Erasto - Che cosa dicesti?

Balia - Quello che avete detto voi.

Erasto - Non abbiam fatto un traghetto nel muro divisorio fra l'uno e l'altro, per il quale passata ogni volta ch' venuta a giacer meco?

Balia - Cos come voi dite.

Pedofilo - O Iddio, che intendo!

Erasto - pi di quello che avete inteso? - Dimmi, non ella di me pregna e omai sul mese del partorire?

Balia - Quanto dite cos.

Pedofilo - Non ti vergogni tu, feminaccia del diavolo, con la tua falsa testimonianza tr l'onore e la fama a mia figliuola?

Balia - Mi parto, ho da compir quel mio negozio.

Erasto - Fermati un altro poco. - E la notte passata non giaciuta meco dalle due ore insino all'alba?

Balia - Vero vero.

Pedofilo - Falso, arcifalso, falsissimo, e ne menti centomila volte per la gola, vecchia falsa, strega, ruffiana! Mira qua se tra noi v' questo vicolo in mezo: in qual muro avete voi fatto il traghetto? Se dalle due ore di notte ha dormito in mia camera insino a giorno, come fu in braccio di costui? Come ardisci tu dir che sia pregna, se il suo ventre pi ritirato in dentro che non il mio?

Balia - Adio adio, signori.

Pedofilo - Mira che testimoni! Ma per mostrarvi che quanto dite di mia figlia tutto falso, son uomo di farla calar qua gi e che tu veggia con gli occhi propri che non pregna.

Erasto - Di grazia, fatela calar qua gi, ch far ch'ella confessi il tutto in vostra presenza; ch gi non pi tempo di tenersi nascosto il fatto.

Pedofilo - O di casa, fate che cali qua gi Amasia per cosa che importi assai. - Che pregne? che sposi? che traghetti? imparate di grazia ad esser pi continenti nel parlare.

Erasto - Vi prego che voi tacciate: lasciate ragionar a me primo, ch forse vergognandosi della vostra presenza non volesse accertarlo.

Pedofilo - Far come volete. Eccola che gi viene.

SCENA IV.

Amasio, Pedofilo, Erasto -

Amasio - Che comandate, mio padre?

Pedofilo - Ascolta quel gentiluomo che dice.

Erasto - Amasia, mia carissima sposa, or gionto quel tempo cos desiato da voi, cio di trci questa maschera dal volto e non aver a viver pi di nascosto. Ho raccontato a vostro padre tutto quello ch' passato tra noi; non ci manca altro, solo che l'accertiate di bocca vostra.

Amasio - Che sposa, che sposa? che hai tu raccontato a mio padre? ma che cosa di nascosto passata tra noi?

Erasto - Vita mia, lo sai meglio di me: che siamo sposati di nascosto, giaciuti insieme e che v'ho resa gravida.

Amasio - Io tua moglie? tu giacesti meco? io di te gravida?

Erasto - Anima mia, perch lo nieghi?

Amasio - Lo niego perch una menzogna espressa!

Erasto - Voi avete fatta la faccia rossa e vi vergognate: non pi tempo di vergogna, perch ste gi mia moglie.

Amasio - Tu mi fai vergognar da dovero, e bisognarebbe veramente esser senza vergogna perch non arrossisse. Io mi vergogno che si trovi uomo cos senza vergogna che mi venga innanzi con queste favole! Ma dubito che tu sia cos senza vergogna come senza cervello.

Erasto - E perch senza cervello, vita mia?

Amasio - Perch altri che un senzacervello non potrebbe dir queste cose. Quando mi hai tu veduta o parlato prima, che mi vieni cos sfacciatamente dinanzi a ragionarmi di cose cos sfacciate?

Erasto - Moglie mia cara, non bisogna mostrarsi cos semplice e innocente. Qui tuo marito e tuo padre, non hai altri al mondo che ti amino pi di noi. Bisogna per finirla venir al tronco, per non aver a goderci insieme di nascosto; e se non volevate venir ad un tal tronco, non bisognava sposarci insieme.

Amasio - Come sei tu giaciuto meco, in sogno od in farnetico?

Erasto - La notte passata non ste voi venuta a giacer meco insino all'alba?

Amasio - Veggio che non solo sei pazzo, ma dubito, se tratto molto teco, che non impazzisca ancor io. Dove hai tu meco trattato mai?

Erasto - In camera e in letto.

Amasio - Tu non puoi esser gentiluomo n persona onorata, poich in sul viso e in presenza di mio padre senza sospetto alcuno ardisci dir cose che non fr mai per imaginazione, con tanto pregiudizio dell'onor mio.

Erasto - Moglie mia cara, non dico ci per infamar l'onor vostro, ch non ho per altro a caro la vita che per spenderla in vostro servigio; e quando per ogni minima occasione nol facessi, allor non sarei n gentiluomo n persona di onore.

Amasio - Di grazia, non mi ingiuriar pi di quello che ingiuriata m'hai: ch se a mio padre non fussero noti gli miei andamenti e la mia vita che gli facessero fede della mia innocenza, mi faresti impazzir da dovero.

Erasto - Gi mi avveggio che ridete e volete accettar la verit. Cara mia moglie, non pi burle, non mi straziate pi di grazia: togliamoci ad un tratto la noia di aver pi a vivere di nascosto. Prometto servir vostro padre di modo che non si pentir di avermi concessa voi per isposa.

Amasio - Io per me non so dove sia per riuscire questa cosa. Mira razza di uomo! dice che sia pregna di lui e vicina al parto, e non vede con gli occhi suoi che non sia vero.

Erasto - Voi vi ste fasciata di sotto cos stretta per non parer pregna, onde dubito che siate per isconciarvi.

Amasio - Tu pi mi sconci con queste tue sconcie parole.

Erasto - Non fate male a voi n al mio figliuolo. Deh, per amor di Dio, non siate cos crudele che vogliate uccidere ad un tempo il padre e il figlio!

Amasio - O Dio, che ostinato uomo costui! e quando stimo che cominci a riconoscersi a poco a poco, io lo veggio indurito pi che mai.

Pedofilo - Io son stato cheto insino adesso per veder dove avea a parar la favola. Ella si ha chiarito del tutto: io dubito che non siate stato ingannato da alcuno.

Erasto - Io non sono stato ingannato se non da lei nell'amor suo; percioch io stimava che mi amasse come amava io lei e come suo sposo, ma veggio che nemica del suo sposo e di se stessa.

Pedofilo - E pur l con la moglie. La tua perfidia mi condurr oggi a manifestarvi cosa che da che sono in Napoli non non ho voluto manifestare.

Erasto - Di grazia, ditela e togliete me e voi ad un tratto di fastidio, perch'io in una cos fatta pertinacia sarei per perder la vita e l'onore, per non dir l'anima ancora.

Pedofilo - San rissoluto di dirla. - Come hai voluto tu impregnar costui, s' pi maschio che tu non sei? Dubiti che non sia di razza del lepre, che maschio e femina, e che impregni altri e ch'ella resti impregnata?

Erasto - Come maschio? non l'ho io avuta in braccio cinquanta volte?

Pedofilo - Io per non rompermi con te tutto oggi il capo, avendoti manifestato quello che importa pi, vo' manifestarti quello che importa meno. - Amasio, va' dentro insieme con lui e fagli conoscere se sei femina o maschio.

Amasio - E mi comandate cos, padre?

Pedofilo - Cos ti comando io.

Amasio - Venite dentro.

Erasto - Volentieri.

Pedofilo - (Io mi fo le maggior meraviglie di costui che abbi mai fatto di cosa alcuna in mia vita: che abbia ripieno tutto Napoli c'ha impregnata mia figlia e che sieno sposati di nascosto, che bisogna per onor mio manifestar a tutti che sia maschio. Con questo mi torr dinanzi lui, il capitano e tanti che me la cercano. Ma eccolo venir fuori). Or s che arai toccato con mano la verit.

Erasto - Pedofilo caro, io non ho faccia con che possa mirarvi n da comparir pi mai per questa strada: mi fuggir da Napoli. Vi priego caldamente a perdonarmi, ch, essendo stato ingannato io, cercava ingannar voi: io era cos perfidioso perch mi pensava che dicessi la verit. Ma forse alcuno me la pagher.

Pedofilo - Poich ste sodisfatto, ite in buon'ora.

SCENA V.

Erasto solo.

Erasto - O meraviglia delle meraviglie, o Dio, che ho visto e tcco con le mie mani? ed possibile che sia stato tanti anni e tanti mesi in cos fatta cecit e abisso di ombre, d'imagini, di larve e d'incantamenti? son fuor di me stesso o sono in un altro mondo? Ed possibile che abbi amato una donna e tante volte giaciuto seco e resala gravida di me, e or trovo che sia mutata in altro sesso? Ahi, Cintio Cintio, questa l'amicizia cos cara e cos stretta che hai tu finta tanti anni meco, per tradirmi sotto quella e venir meco a cos sconci modi? O mondo traditore, e di chi debbo fldarmi? Per giacer tu con mia sorella, farmi dormire con una puttana vecchia! Ma perch dico puttana vecchia, se le mie mani mai non toccorono carni pi morbide e delicate e un corpo pi sodo e ben formato? se mai non intesi parole pi ben formate e accorte? n costumi vidi pi nobili e pi onorate maniere, n spirito pi vivace e divino? Io non penso che sia stata donna, ma qualche corpo aereo formato per incantamenti d'un demonio, o per dir meglio d'un angelo in donna trasformato. Ma poich la prima volta che ho veramente parlato con Amasia e conosciuto in lei costumi poco rispettevoli e modi troppo sdegnosi e creanza pi tosto d'un orgoglioso maschio che de una modesta femina convenevole, un tanto amore mi si in odio converso. O povero Erasto, ingannato, burlato e aggirato per lo naso! Amo chi non so chi sia, son giaciuto con chi non conosco, ho impregnato non so che cosa; e pien d'un vano amore, non so quel che desio e sol mi resta non so come il nome di marito. Cintio me la pagher ben s; conoscer quanto possa un sdegno d'un amante schernito! Poco sar se l'aprir il petto con le mie mani e ne strapper quel cuor malvagio e traditore; far che il mio amar a molti ritorni amaro. O Dulone, or conosco gli avisi che tu mi davi, ch'eran d'un buon servo e amorevole! Sia io fatto in mille pezzi, se non me ne pagher e se di lui non ne far qualche funesta tragedia!

SCENA VI.

Balia di Cintia, Cintia.

Balia - Fermati, figlia mia, non correr con tanto impeto, frena questo pensiero con qualche ragionevol discorso, non ti lasciar cos vincer dal dolore e dalla disperazione, perch di tante hai eletta la pi perigliosa, precipitosa e disperata rissoluzione.

Cintia - Balia mia, vorrei maledir mille volte l'ora che nacqui: deh! perch non mi soffocasti nella cuna? Qual pensi ch'or sia l'anima mia, se pur ho anima in questi affanni? Il mio male senza conforto; per non pi tempo di speranze o di trattenimenti. Egli non sol non mi ama, ma da lui son odiata, sdegnata e aborrita. A me impossibile il viver senza di lui; per prima che sia d'altro uomo, voglio essere della morte. Che cagion ho di vivere? La vita m' per ogni rispetto molesta: restando in vita, mi sarebbe il vivere pi acerbo d'ogni acerbissima morte; sarei una che morisse mille volte il giorno senza poter morire; solo nella morte pu esser la mia pace e la mia requie. Onde essendo risoluta morire, tardando mi uccido prima che mora: ogni momento che tardo m' una morte; il pensar a morire il maggior travaglio che sia nel morire.

Balia - Figlia, tu sei cos ebra dell'ira e infrenesita dal furore che capiterai male. Non correr con tanto impeto, frena i tuoi spiriti cos feroci e furiosi, spera un poco meglio. Il tempo suol apportar pi maturo consiglio: forse la fortuna ci apporter qualche rimedio, ci far qualche favore.

Cintia - Che rimedio pu trovarsi ove non rimedio alcuno? il caso irremediabile! Se la fortuna ci ha mostrato qualche favore, ha fatto l'ultimo suo sforzo come quando all'infermo viene il miglioramento della morte. Gi s' scoverto che Amasia sia uomo; e in un'ora, in un punto si son scoverti tanti inganni, son perdute tante fatiche e tanti consigli che abbiam fatto tanti mesi e anni. Non ci pi speranza, non ci pi pericolo, non ci pi che temere, ogni cosa piena di garbuglio: ecco il fiele che ave amareggiato tutte le passate dolcezze - se posso dir in tanto tempo aver gustato alcuna vera dolcezza!

Balia - Che hai dunque determinato di fare?

Cintia - So ch'egli arde di rabbia contro me e m'odia insino a morte: incontrandomi con lui, porr subito le mani all'armi, le porr anch'io. Io cercher di pungerlo e inasprirlo con le pi ingiuriose parole che sapr imaginarmi. Al primo colpo gli mostrar disavedutamente il fianco accioch mi passi il core: vo' che quella mano che da principio mi invol il core, quella istessa lo ferisca e uccida. Quando poi mi conoscer morta, conoscer parimente il mio amore e la mia fede; e so che la sua spada passar allor in un punto duo cuori. Cos morendo per le sue mani, mi saranno le piaghe care e fortunate; morr felice e con quella morte mi involer dalla morte. Per ti prego non invidiarmi cos dolce e felice morire!

Balia - Non sar meglio, o figlia, che gli scuopra ch'io sola son stata cagione del tutto e ch'io l'ho ingiuriato e tradito; accioch, sfogando la rabbia contro la mia vita stanca gi di viver e poco lontana dalla morte, serbi la tua pi degna vita a pi felice fortuna? Qual sarebbe la mia vita, tu mancandomi? rimarrei orfana, vedova, sola e sfortunata, ch tu in vece di tutti sei mia madre, mio marito, mia compagna e mia figlia. E poi ben convien ch'io ne patisca la pena, perch io son stata cagion di consigliarti e aiutarti in questo amore.

Cintia - Madre mia, se tu facessi questo, mi condurresti ad uccidermi con le mie mani per disperata e mi faresti perder la vita e l'anima insieme: per ti prego che non cerchi ingannarmi con farmi restar in vita, ch privandomi di ci mi privaresti di una giocondissima morte e col volermi esser pietosa m'usaresti opra di crudeltade.

Balia - Figlia, non sarebbe pi bene che lo scoprissi a tuo padre? ch mi confiderei di far tanto con lui ch'egli scoprisse il fatto a Sinesio suo padre, e fra loro trovassero qualche assetto a questi intrighi. Chi sforzato morire fa prima ogni sforzo di non morire: ch all'ultimo non saremo al peggio di quel che noi siamo.

Cintia - Sar peggio, perch mio padre, sentendosi oltraggiato da mia madre per l'inganno usatogli, e poi oltraggiato da me nel fatto dell'onore, si sentir due volte ingiuriato; n stimer ch'io spinta da amor di marito abbia concesso il mio corpo ad Erasto, ma ben da lascivo o disonesto appetito; onde, fatta rea e suspetta appo mio padre di un vano appetito, non si terr per pago se mi strangoler con le sue mani. Onde saresti cagione d'una mia doppia morte; donque per quanto amor mi porti, lascia ch'io sodisfaccia al mio desio e con una volontaria prevenga la necessaria mia morte. E dopo morta, scuopri per ordine ad Erasto il tutto, e digli che occecata da troppo ardentissimo amore ho fatto quanto ho fatto. A mio padre dirai che non s'affligga, ch non ha perduto un maschio, ch'egli tanto desiderava, ma una femina sfortunata e infelicissima.

Balia - O indarno nata bella, o indarno tante virt imparate, e cos morir tu devi? ahi stelle crudeli, e che quel che ascolto? Figlia, ti prego per quello latte che asciugasti dalle mie poppe, per quei dolci travagli che ho sofferti in allevarti e nudrirti - giacch tu non conosci tua madre, ch'io son stata la tua balia e la tua madre, - che tu non corri con tanta furia. Vo' partirmi, ch non ti incontri con lui dinanzi gli occhi miei. Ahi, che solo pensandoci mi si schianta il core! Figlia, ti benedico il sangue che ti ho dato; il resto pongo nelle man d'Iddio.

Cintia - Va' e accompagna i prieghi tuoi con i miei a Dio, ch raccolga la misera anima mia. E tu che raccogliesti le membra al mio natale, tu ricevi ultimamente il mio corpo moriente; e se essendo bambina le tue braccia mi fr culla, mi sieno feretro nella mia morte!

SCENA VII.

Lidia, Cintia.

Lidia - (Misera me, che non trovo riposo, n per molte volte che mi sia fatta su la fenestra posso veder Cintio aver altri da parte sua che venghi a trattar con mio padre su le mie nozze; e pur si mostrava meco tutto di fuoco in desiarle! Ma eccolo. Mi par assai d'animo travagliato. Dio m'aiti! forse non ar potuto accapar con mio padre le nozze).

Cintia - (Ogni rumor che sento, ogni persona che veggio mi par Erasto che mi chiami e mi sfidi ad uccidermi con lui).

Lidia - Cintio, Cintio mio!

Cintia - Eccomi, eccomi pronto, che volete da me?

Lidia - (Gies, questi pon mano alla spada!). Signor Cintio, volgetevi qua a me.

Cintia - Deh, voi ste! (Questa sovraggionta mancava al mio affanno!).

Lidia - Cuor mio, come state cos travagliato?

Cintia - Che avete voi ad impacciarvi de' fatti miei, o sia travagliato o felice?

Lidia - Non sapete voi che i vostri travagli son miei? come sia possibile che voi passando un minimo travaglio, a me non sieno vive punture nell'alma?

Cintia - Di grazia, badate a' casi vostri.

Lidia - Dunque, cos tosto vi son uscita dal core?

Cintia - Dal cor voi non ne ste uscita, perch non ci entraste giamai.

Lidia - Oim, che subiti mutamenti son questi? questo dunque l'amor che cos caldamente dimostravate portarmi?

Cintia - Che mutamenti? che amor? io non so che vi dite.

Lidia - Non merita tali risposte quello che ho fatto per voi.

Cintia - Che cosa faceste voi per me mai?

Lidia - Eh, Cintio, non mi straziate pi di quello che sin qui fatto m'avete! Non so che volete da me: m'avete tolto la vita, l'onore e l'anima.

Cintia - Veramente che voi dovete sognarvi, dovete dormir ancora.

Lidia - Piacesse a Dio che dormisse, piacesse a Dio che mai mi svegliasse o fusse morta mille anni sono per non udir quel che sento! E gi parevami che il cor mio presagesse questa disgrazia, ch'impossibil mi pareva che essendo cos subito rivoltato ad amarmi, che s'avesse a scemar in me un punto. Il vostro stato odio e non amore; ch avendo perduto con voi l'anima e il core, ben poco mi parea se non mi aveste fatto perder l'onore ancora.

Cintia - Io non so quello che vi diciate, e io ho altri garbugli per la testa che badar alle vostre ciancie.

Lidia - O dolor che avanzi tutti gli altri, o anima, o spirito mio, perch non fuggi da questo corpo tribulato? Non vi muove dunque la data fede?

Cintia - Che fede, che fede vi diedi io mai?

Lidia - Mi desti quella fede solo per ingannarmi sotto quella fede! Or che pi tradimento pu ascoltarsi che tradir una povera feminella sotto la fede, o che pi agevol cosa d'usar fraude ad una donna, ad una che potevi sempre ingannar che volevi? che sapevi ben quanto t'amava e che voleva tutto quello che tu volevi, e che Amor m'avea bendati gli occhi che non sapea quel che facesse? Ah quanto rara si trova la fede negli uomini!

Cintia - So che se non mi parto di qua, che non saresti per finir tutto oggi.

Lidia - Un traditor perfido e disleale non potea rispondermi altro che questo: ora m'accorgo chi tu sei! Tu gentiluomo? tu perfido, barbaro e inumano! Ma o che io morr o far che ti sia tratta quella lingua di bocca, accioch non inganni alcun'altra povera donnicciuola: ti far cavar quel cuore malvaggio e traditore!

Cintia - Gi s' partita. Non mancava altro agli affanni miei! La fortuna non comincia per una sola: a tempo che non so se debba viver un'ora, ar pensiero dell'altrui vita. Misera, che far, qual sar il pensier mio? Non credo che viva anima cos tribulata nell'inferno come la mia: resto al mondo per un infelice essempio d'ogni miseria. Oh quanto felici coloro che morti sono! che sar della mia vita?

SCENA VIII.

Erasto, Cintia, Dulone.

Erasto - (Ed pur stato possibile ch'un uomo abbia potuto coprir sotto una simulata amicizia cos orribile tradimento?).

Cintia - (Oim, gi conosco alle narici aperte e inspiranti infocato fumo, dall'aria della fronte turbatissima e dal minaccievol volto la tempesta in punto contro di me!).

Erasto - (Ma veggio Cintio tutto mutato nel volto: gi gli sar raccontato l'affronto). Cintio, vo' cercando di te per tutta la citt.

Cintia - Eccomi al vostro comando.

Erasto - Abbreviamo le ciancie. Dimmi di grazia, Cintio, che ingiuria o dispiacere tu ricevesti da me mai, ch'io meritassi d'esser cos amareggiato nell'anima per tuo conto? e sotto una finta amicizia nascondessi un verace tradimento? Ma non buon nemico chi non sa fingere un buon amico.

Cintia - Non so che vogliate dirvi.

Erasto - Che mi abbi girato e aggirato come un putto, con darmi ad intendere che Amasia mi amasse e sposarla all'oscuro; e dopo ingravidata la ritrovo maschio e che non mi conosce. Tu gentiluomo di onore no, ma d'infamia; tu di fede no, ma di tradimento!

Cintia - Io sono gentiluomo e di onore e di fede, e ve lo far conoscere, e son qui nelle man vostre, e se non vi fossi verrei a porvemi per giustificarmi con voi.

Erasto - E hai tu tanta lingua e tanta fronte? e non ammutisci e non arrossisci? In cambio di Amasia mi conduci a giacer meco una puttana vecchia.

Cintia - Nol dite che sia una puttana, ch ve lo manterr con questa spada mentre ar spirito a reggerla. Non m'avete voi confessato che la prima notte che giaceste seco, godeste le primizie della sua virginit? come or dunque una puttana vecchia?

Erasto - Ho detto puttana vecchia, non perch non sia vero quello che ti confessai; ma chiunque ella si sia, una vile e poveraccia, poich sotto altrui nome s' venuta a giacer con uno che non sa chi si sia.

Cintia - Ed io vi dico che nobile e ricca quanto voi, e conosce meglio voi che voi stesso. Ma che gran sceleratezza o peccato ha commesso costei contro di voi che le portate tanto odio e vi sentite cos oltraggiato da lei? Una che ha brusciato in tanto foco per voi, amatovi con tanta fede e datovi quei segni d'amore che da onesta donzella si potessero dare; anzi ella per compiacervi ha trasportato i termini di ogni donnesca onest! E se pur ha peccato contro di voi, in una sola cosa ha peccato: che v'ave amato troppo svisceratamente, e accecata dal troppo insopportabile amore venuta ne' termini che voi sapete.

Erasto - Chi dunque questa femina?

Cintia - Non bisogna saperla: perch mentre non la conoscete l'amate, conoscendola l'odiate; sotto la falsa sembianza la raccogliete e abbracciate, sotto la vera la scacciate e aborrite; non sapendo chi sia l'onorate, e avendola dinanzi agli occhi l'ingiuriate e oltraggiate e mostrate di non conoscerla.

Erasto - Chi cotesta brutta disgraziata?

Cintia - Disgraziata e infelice s bene, ma non brutta se dicevate il vero quando stavate abbracciato con lei: che avanzava di leggiadria tutte le umane creature.

Erasto - Chi ha inteso questo da me?

Cintia - Chi v'era presente: io.

Erasto - Eravamo duo soli.

Cintia - Fra quelli ci era ancor io.

Erasto - Dimmi, dov' cotesta donna?

Cintia - Dove volete voi che sia? pi presso che voi non vi pensate: quanto voi ste lontano da me.

Erasto - Che ne sai tu?

Cintia - Niun lo sa meglio di me.

Erasto - Non peggior sordo che quello che non vuole intendere. Parlami un poco pi chiaro, rispondimi a proposito: chi quella che m'hai fatta sposare?

Cintia - Dimandatelo a voi stesso che l'avete avuta in braccio tante volte: niuno sa meglio di voi che la conoscete come me.

Erasto - Non la potei mai veder bene perch eravamo all'oscuro o con un lumicino: cos accordato fra voi per ingannarmi, come m'avete gi ingannato. Ma io vorrei che, imparando il mio linguaggio, mi dicessi chiaro chi fu quella.

Cintia - Perch ste ingrato sopra tutti gl'ingrati e cieco sopra tutti i ciechi, anzi indegno che mai pi donna v'ami, ancorch'ella non vel dica chi sia, tutto il mondo parla per lei: ve lo dicono gli occhi suoi, il volto, la sua bocca e l'anima e il sangue dell'anima sua, la qual, trafitta dalle vostre ingiuriose parole pi assai che da un acutissimo coltello, vi manda il sangue fuori. Non vedete le lacrime sue? che son altro le lacrime che il sangue dell'anima? E se pur ste tanto cieco e sordo che non volete udirla n vederla, ve lo dir all'ultimo la sua morte che sar tra poco; anzi uccisa dalle vostre mani, morta l'abbracciarete e la basciarete. Ma voi che ste di cos bel giudicio, di cos raro intelletto e discortese cos altamente, come non ve ne accorgete?

Erasto - Io non sento da te se non parole mascherate. Ma lasciamo questa ingiuria e tocchiamone un'altra maggiore. Dimmi, come sei infellonito cos contro di me che, praticando in casa mia cos alla libera, mentre ch'io giaceva con quella... che non so come nominarla, in casa tua, tu venivi in mia casa a far violenza a mia sorella?

Cintia - Ti giuro su la mia fede che non solamente non ho ci fatto, ma n meno mi pass per il pensiero giamai!

Erasto - Che fede fede? che fede hai o avesti tu mai? La tua fede ti serve per ingannare chi ha fede nella tua fede.

Cintia - Chi non ha fede non crede. Ti giuro da quel che sono!

Erasto - Da un disleale, da un traditore.

Cintia - Credete a me!

Erasto - Creder io a quella lingua mendace che m'ha fatto mille spergiuri?

Cintia - Io non feci in voi mai cosa onde meritasse riceverne cos ingiuriose parole; ma qualunque ci dice contro di me, ne mente mille volte per la gola!

Erasto - Ecco qui il testimonio. Vien qui, Dulone: non hai tu visto costui la notte passata in casa mia ragionar con Lidia ed entrare in casa mia?

Dulone - vero e l'ho visto!

Cintia - Tu hai visto me entrar in casa sua la notte passata?

Dulone - Io io, s s, con questi occhi!

Cintia - Se tu non fossi suo servo a cui porto rispetto, ti darei tanti calci su lo stomaco che ti farei vomitar il sangue e l'anima, o la verit. Ma s'era di notte, come mi conoscevi?

Dulone - Ti conobbi alla statura, alla voce, alle vesti, al mover della persona, al volto senza barba.

Erasto - Anzi quello che costui dice, Lidia lo conferma e mi cerca vendetta dalla violenza che l'hai tu usata.

Cintia - Io non l'ho fatto violenza, ma riveritala sempre come mia sorella.

Erasto - Dulone, di' a Lidia che cali gi: vo' veder se, nello affronto, in quel tuo volto vitriato rester qualche segno di vergogna.

Cintia - Non trovarete mai altro che la notte passata, che voi giaceste con quella che voi tanto ingiuriate, io non mi partii da voi, e se fui sempre con voi, non poteva essere altrove.

Erasto - Non dar pi fede alle parole tue.

SCENA IX.

Lidia, Erasto, Cintia, Dulone.

Lidia - Che comandate, fratello?

Erasto - Dimmi liberamente come pass la cosa tra voi e costui la passata notte, e non temer di nulla.

Lidia - Io non vi niego, fratel mio caro, che non abbia amato costui di tutto cuore, perch mille volte dalla vostra bocca ho inteso raccontare il valor, la virt, i costumi e le sue gentili maniere; e io, ponendo effetto a' suoi trattamenti quando egli con voi trattava, conobbi ch'era assai pi di quello che voi dicevate. Lo desiai per marito e, lo confesso, ne feci motto a mia madre; ella a mio padre e a voi, e ne ragion con Arreotimo suo padre: ma egli non volse accettarmi mai. Oggi, ragionando egli con Amasia, disse voler ragionar meco alle due ore di notte. L'attesi: venne e mi chiese perdono della sua ostinazione; mi die' la fede di sposo; calando al buio per stringer la fede, mi baci per forza e con una villana violenza e grandissima discortesia fe' oltraggio all'onor mio.

Cintia - Ed possibile che una signora cos nobilmente nata, come voi ste, finga contro di me cos bugiarda bugia? Se ben ho ragionato oggi con Amasia, non mi fece di voi parola mai.

Lidia - Io non arei stimato n col pensiero che in un gentiluomo, come voi ste, vi fusse cos mala creanza e tanto tradimento che neghiate or quello che non vi vergognaste di farlo con tanta sfacciatezza.

Erasto - Che rispondi, Cintio?

Dulone - Non vedete il tacere e il timore, che sono i perpetui compagni della colpa?

Cintia - S'io l'avessi desiata per isposa, l'arei chiesta a voi o a vostro padre, la qual, come offertami da prima, so che me l'arebbe concessa, e non venir a questi modi cos indegni.

Erasto - Dunque, ella non dice il vero?

Lidia - Io in nessuna parte ho mentito di quel che ho detto.

Erasto - Io non posso pi crederti, ch, avendomi due volte ingannato, non prestar pi fede alle tue parole.

Cintia - Chiamo Iddio in testimonio!

Erasto - Tu te ne servi per ingannare.

Cintia - Dico che ci non solo non vero, ma meno pu esser vero; anzi se Iddio volesse far questo vero, bisognarebbe trasformarmi dalla mia natura e darmi altro naturale col qual bastasse a farvi una simile ingiuria. E presto v'accorgerete che dico il vero.

Erasto - Lidia, vattene su, ch tra noi diffiniremo le nostre contese. - Cintio, l'amicizia che hai avuta fin ora meco non stata per altro che per tradirmi; ma d'oggi innanzi ti ar per quel traditore che tu sei.

Cintia - Io non ti ho fatto altro tradimento che di averti troppo amato.

Erasto - Tu non mi ci corrai pi con le tue paroline; e la spada scoprir la verit, e gi mi vien la stizza passartela per lo petto.

Cintia - Pi tosto per lo ventre, acci non resti al mondo seme di tanta ingratitudine! Ma poich la volete meco, la torr con voi assai volentieri. Ponete mano alla spada.

Erasto - Ancor ardisci, puttaccio, di provocarmi?

Dulone - Padron, state in cervello, ch sta armato di giacco: perci ha tanto ardire.

Cintia - Vedete se ho soverchiaria con voi: ecco il fianco nudo.

Erasto - Va' va', ch ci vedremo.

Cintia - Finiamola ora.

Erasto - Ci troveremo bene in altro luogo.

Cintia - Dove, quando e come volete!

SCENA X.

Erasto, Dulone.

Erasto - Son desto o dormo, son vivo o morto? Che novit son queste che veggio o che ingannano gli occhi miei? O caso non pi intervenuto! e se il racconto, che fia di Cintio?

Dulone - Voi l'avete fatta, padrone, assai onorata: provocate prima Cintio all'armi, ed egli facendovisi incontro animosamente con la spada poi, l'avete sfuggito.

Erasto - Volevi tu che avessi ammazzato una donna?

Dulone - Che donna?

Erasto - Quando si slacci il giubbone, si ruppero i lacci della camicia e dimostr una mammella nuda.

Dulone - Che mammella mammella? dove egli ha mammelle? quante volte l'ho io spogliato e vestito, quante volte avete dormito voi seco, quando siamo andati alla villa a caccia, dove si videro mai mammelle?

Erasto - Io ti dico che ho visto la pi leggiadra mammella che si vedesse giamai in donna.

Dulone - Stimo che il furore e l'ira, di che eravate acceso contro di lui, v'abbino mostrato una cosa per un'altra.

Erasto - A me parve cos vedere.

Dulone - La rabbia e lo sdegno imbriaca come il vino.

Erasto - Potrebbe esser quel che tu dici. Andiamo a incontrarlo, ch vo' ucciderlo in ogni modo.

Dulone - Se non fate conto dell'onor di vostra sorella e d'un incontro come quel che v'ha fatto, di che voi vi risentirete?

Erasto - Andiamo andiamo.

Fine del quarto atto


ATTO QUINTO

SCENA I.

Arreotimo padre di Cintia, Balia.

Arreotimo - Ed vero quanto mi dici?

Balia - Io v'ho narrato appuntino tutto il fatto, onde nelle mani vostre sta la morte e la vita di mia figliuola.

Arreotimo - O misero Arreotimo, e qual prima piangerai di tante disgrazie? che di maschio ch'io pensava Cintio, or sia femina; o di femina che ora la trovo, sia disonesta; o che nel fin perduta l'onest, abbia insieme a perder la vita? o debbo forse pianger me stesso che sia vissuto insino a tanto ch'abbia dovuto veder tante disgrazie? Che tu sia femina o maschio me ne doglio e rallegro; ma mi doglio che pensandomi aver un maschio mi ritrovo aver una femina, e mi rallegro ch'essendo femina sia di tanta virt e valore. Dogliomi non abbia avuto pi riguardo all'onor tuo; mi rallegro che, inscusabile in s rendendosi la tua incontinenza, il pregiudicio, che hai fatto a me e a te stessa, sia stato per uomo di tanta qualit, la cui riputazione e bellezza sarebbono state bastevoli a far arder altra persona di una fanciulla inesperta. Ch se le femine cinte di mura e sotto le guardie di madri, padri e fratelli pur fanno delle scappate, come tu, andando libera e trattando con gentiluomini giornalmente, non avevi da pericolare? Dogliomi ch'io non sapendo che fusse femina l'ho fatto conversar con lui e interdettole ogni altra conversazione, talch io medesimo son stato il ministro e il fabro della mia ruina. Ma a che effetto Ersilia mia moglie ingannarmi?

Balia - La poveretta sperava che, vivendo pi lungo tempo, l'amore, la riverenza e l'ubidienza, con le quali ella pensava amarvi, ubidirvi e riverirvi, avessero intercesso appo voi il perdono dell'inganno usatovi, e in ricompensa di tanta affezione vi foste contentato d'esser stato ingannato. Ma la morte le ruppe ogni disegno, onde lasci a me imposto e alla figliuola con profondi gemiti, che avessimo fatto il dovuto officio per lei quando l'inganno scoverto si fusse; ch non desio di danari, non di riputazione, ma dell'onore e dell'anima l'avevano a ci indotta.

Arreotimo - Dogliomi di tanta diffidenza che avea meco, ch i suoi buoni portamenti fr tali che sarebbono stati bastanti per maggior cosa, non che di farmi curar nulla di ci: or non conosceva ella che io non amava cosa in terra pi di lei?

Balia - Chi pi ama pi serve.

Arreotimo - Ma tu a cui era commessa la cura della sua persona, e sapevi ch'era donna e senza la cura della madre, e conoscevi la sua inchinazione, perch non la rimovevi da cotali pensieri overo avisarmene me ancora, ma l'aiutavi a scavezzare il collo? ch non fece mai donna errore che la madre o la balia non ne fussero la mezana.

Balia - Che poteva far una povera vecchia? l'ammoniva, l'amminacciava che voleva far consapevole voi del tutto, e con questi spaventi la trattenni cos dui anni; all'ultimo, spinta da una precipitosa desperazione d'amore, ributtava tutte le mie ragioni e col pugnal nudo in mano minacciava o d'uccidersi in mia presenza o fugirsene da Napoli in luogo ove mai pi di lei si sapesse novella. Io, che la vedeva cos risoluta e infuriata, che volea fare? feci il possibile ch, avendo a capitar male, fusse il manco possibil male.

Arreotimo - Io m'ho inteso schiantare il core pensando al pericolo dove s' trovata: ch vedendosi Erasto cos burlato da lei n sapendo la cosa come fusse passata, tirato da sdegno l'avesse dato qualche ferita, e fusse stata al mondo essempio di costante ben s, ma d'infelicissimo amore.

Balia - Ma perch perdete ora il tempo in parole, che potreste pi utilmente spenderlo per la vita di vostra figliuola? ch dubito che non siate prevenuto da lei, che, per scampar presto dalle miserie che gli sovrastano, vuol con la morte por fine alla sua favola.

Arreotimo - Che ti parrebbe di fare?

Balia - Trovar Sinesio, vostro carissimo amico, e componere seco di modo il fatto che si racchetino fra loro.

Arreotimo - Cos vo' fare. Tu vattene a casa; e se Cintia vi cpita, dille per quanto ha cara la grazia mia, che non si parta fin ch'io non ritorno. Io veggio Sinesio molto minaccioso e iracondo; se ne viene alla volta mia.

Balia - Io vado.

SCENA II.

Sinesio, Arreotimo.

Sinesio - Arreotimo, vengo a recarti nuova di grandissima importanza e molto stomachevole e molesta, ma necessaria in ogni modo che si sappi; e dubito che la nostra antica amicizia, nella quale fin da fanciulli siamo allevati insieme, or s'abbia a partir con odio e con rancori, e piaccia a Dio senza sangue, ch sai che i pericoli e l'ingiurie rompono i legami dell'amicizie.

Arreotimo - Di che cosa?

Sinesio - L'ascoltarete. Sappiate che Cintio vostro figliuolo, fingendo di far giacere Erasto mio figlio con una certa sua innamorata, gli ha supposta in cambio di lei qualche donna di cattivo essere; ed egli intanto se ne veniva in mia casa dove era ricevuto come figliuolo, e sotto color di voler Lidia mia per isposa, l'ha tolto l'onore. Or che vi par di questo? vo' che si dia la sentenza di tal ingiustizia con la vostra bocca.

Arreotimo - Veramente il fatto assai brutto e infamissimo, ed io desidererei sopra di ci il parer tuo.

Sinesio - Dir alla libera quanto giustamente si devria fare, ch se ben siamo in conflitto di tante passioni, pur convien che al fin prevaglia la ragione. Bisogna che questa burla gli costi molto cara. Prima porlo in man della giustizia, ch ben sapete che vi sia pena capitale; e se quella ci manca, farcela con le man nostre, cio darli cinquanta pugnalate nel core.

Arreotimo - Se mio figlio avesse fatto l'ingiuria che voi dite, meritarebbe il gastigo gi detto?

Sinesio - Non ho detto la met di quello che meritarebbe.

Arreotimo - E dite da vero?

Sinesio - Non beffeggio; ch dico da senno, n mi par tempo da scherzi questo.

Arreotimo - E se vostro figlio avesse usato l'istesso atto a mia figlia, lo giudicareste voi cos crudelmente?

Sinesio - Il somigliante io farei verso mio figlio, e forse pi crudelmente, avendo avuto ardir di oltraggiar un amico come tu mi sei.

Arreotimo - Cos faresti?

Sinesio - Cos farei.

Arreotimo - E ne giuraresti?

Sinesio - E ne giurarei.

Arreotimo - Or per questa giustizia, avendola voi commendata di vostra bocca e giurato che cos fareste, diamo Erasto vostro figlio in poter della giustizia, o che gli diamo cinquanta pugnalate nel cuore, e se vi , un castigo pi severo di questo; e se voi non fate far la giustizia che m'avete promessa, proveder io per quella via che miglior mi parer.

Sinesio - Che cosa t'odo io dire?

Arreotimo - Il fatto va tutto al contrario di quel che pensate: ch Cintio non ha tolto l'onore a Lidia, ma Erasto l'ha tolto a mia figliuola, l'ha impregnata ed quasi vicina al parto.

Sinesio - Che figlia aveste voi mai? voi mi burlate.

Arreotimo - Ho una figlia femina, e non vi burlo.

Sinesio - Di grazia, disvelatemi il negozio ch lo capisca.

Arreotimo - Sappiate che Cintio mio femina e no maschio.

Sinesio - Perch lo facevate andare cos da uomo?

Arreotimo - Non l'ho saputo infino ad oggi, ch Ersilia mia moglie me lo nascose, come l'intenderete pi distesamente; e conoscendo io vostro figlio cos virtuoso e onorato, gli ordinai che non trattasse con altri che con lui. L'et e la natura han fatto lor corso; ch s' innamorata di lui, e dubitando non esser rifiutata da lui l'ingann: dandogli ad intendere che giaceva con Amasia di cui egli stava invaghito, giacque seco e n' pregna. Erasto chiedendo Amasia a Pedofilo ostinatamente, questi l'ha fatto veder ch' maschio; onde tenendosi beffeggiato da Cintio, l'ha disfidato ad uccidersi seco. Cintia, sovrapresa dall'ultimo grado della disperazione, vuol morir per le sue mani, il svillaneggia e provoca il sdegno contro di s. E or si sta su queste prattiche. Ecco la somma del fatto; fatemi dunque la giustizia che avete promesso di farmi.

Sinesio - O istoria tutta piena di amore, degna di non esser creduta! ed possibile che fra le donne se ne trovi una di cos alti pensieri, di cos sublimi spiriti, d'animo cos bello e di maniere cos illustri e cos stupende? O felice coppia d'amanti! veramente conosco Erasto molto diseguale a lei di merito; e se mai lo desiai di maggior qualit e valore, lo desidero ora accioch fusse meritevole di tanta donna.

Arreotimo - Che dunque pensate di fare?

Sinesio - Patirei pi tosto che si spartisse l'anima dal mio corpo che si partisse cos rara e cos virtuosa coppia d'innamorati! e so che altramente facendo, procacciar la morte dell'uno e dell'altra. Va' che suo sia quel marito che si ha comprato con tanto pericolo dell'onore e della sua vita. O mia felice vecchiezza, vissuta vicino a tanto che veggia una nuora entrarmi in casa, di cos real animo, di tanta donnesca virt, di tante lettere e di tanto maneggio d'armi! Questa sar il frutto e il trastullo di questa poca vita che m'avanza; questa sola mi far parer dolce e passar men gravemente i difetti della mia vecchiaia. Oh che non basto fra me stesso rallegrarmi tanto che me ne veggia satollo! Mi parr ragionando con lei di ringiovenire. Se mi fu cara la vita mia, mi sar d'oggi innanzi. Vo' ch'ella governi il tutto e sia donna e madonna del mio avere.

Arreotimo - Vorrei ringraziarvi a pieno di tanto buon animo verso la mia figliuola; ma non posso, ch le lacrime me l'impediscono. Son rivenuto; mi avete riposto l'anima nel corpo, ch avendo mal ella, non era possibile che avess'io potuto vivere.

Sinesio - Non pi parole, ch la brevit del tempo non ricerca pi lunghi ragionamenti: itene a casa, e s'ella vi cpita, sia vostra cura di trattenerla, ch se s'incontrasse con Erasto prima ch'io le parlassi, potrebbono porre in effetto il loro fiero proponimento; ch'io cercher di Erasto e di racchetarlo.

Arreotimo - Adio.

SCENA III.

Erasto, Sinesio -

Erasto - Quanti impeti di precipitose voglie in un punto m'assalgono, n so dove dar di capo!

Sinesio - Erasto, tu qui sei?

Erasto - Cos non vi fussi e che fussi morto dieci anni sono!

Sinesio - Che cose ti traggono cos fuor di cervello?

Erasto - Inganni, finzioni e tradimenti.

Sinesio - Fermati un poco qui, narrami il tutto: forse non saran tali come gli estimi.

Erasto - Non fui mai ne' miei giorni in maggior angoscia: una nuvola di melancolia m'adombra d'intorno il core.

Sinesio - Narramelo, ti dico.

Erasto - Lo saprete un'altra volta, ch'or non ho tempo.

Sinesio - Il negarmelo cos ostinatamente mi accresce la voglia di saperlo.

Erasto - Sappiate che doppiamente mi sento oltraggiato da Cintio, e nel fatto di mia sorella e dell'avermi fatto sposar una donna, che non so chi sia, sotto nome di Amasia, che col vostro consenso l'avea fatta dimandare al padre. M'ha fatto giacer seco e l'ho impregnata: al fin ho discoperto che Amasia sia maschio.

Sinesio - Nel fatto di Lidia l'ingiuria manifesta, ma non sappiamo chi l'ha ingiuriata; nel fatto di Amasia di che ti duoli di lui? Se non hai goduto quel corpo di Amasia, pur l'hai goduto con l'imaginazione e ne hai preso piacere.

Erasto - Quella donna, con la quale mi fe' giacere, era d'una bellezza incomparabile, d'un spirito vivacissimo e di s meravigliose maniere che l'anima mia cieca non se le sa imaginare pi grandi e stupende; e or non posso saper da lui chi sia.

Sinesio - Ti contentaresti che fusse tua sposa colei con la qual tu giacesti?

Erasto - Vorrei saper due cose: prima di che condizione ella sia....

Sinesio - Di miglior che tu non sei, e con forse cinquantamila ducati di dote.

Erasto - Vorrei ancor sapere se il tr costei per moglie fosse di vostro contento.

Sinesio - Io ne sarei contentissimo, n altro mi resta ad esserne contento a pieno se non che ne resti contento ancor tu.

Erasto - Ed io son contento, contentissimo.

Sinesio - Ed io far che sia tua moglie. Nel fatto di Lidia, non possibil che Cintio gli abbi usata violenza.

Erasto - Caro padre, di grazia dimmi chi sia la mia moglie.

Sinesio - Cintio tua moglie: eccola bella e spedita.

Erasto - Come Cintio mia moglie? Padre, voi mi burlate.

Sinesio - Sappi che Cintio donna, e il padre non l'ha saputo insino adesso. Ella, conversando teco e conoscendo il tuo merito e il suo, e conoscendosi degna di te e tu di lei, conoscendo Amasia indegna di te e tu di lei, s'occec nell'amar tuo; n avendo animo di scoprirloti perch tu stavi invaghito di Amasia, per non morirsi di passione, si dispose ingannarti e giacque teco sotto nome di Amasia.

Erasto - O Dio, che intendo! ecco districato l'intrigo d'una intricatissima comedia: questa luce ha disgombrato tutte le tenebre del mio intelletto. Ho tanto legati i sensi che non so se sia vivo o morto: l'anima mia sta cos confusa tra tanta meraviglia e allegrezza che non pu mostrar quel mar di gioia dove or nuota. Ecco passo da un abisso di affanni ad un mar di delizie! O vivo spirto del cuore e dell'anima mia, chi sar pi di te generosa e amorevole, chi pi costante in amare, chi pi fedele in servire, chi nella conversazione pi dolce, chi ne' trattamenti pi soave? O donna degnissima d'ogni onore, o essempio di eroica virt, chi sar pi di te paziente, servente e perseverante? e chi di me pi cieco, pi ingrato e pi disamorevole? Poich tante volte sotto altri nomi e altre persone, in tanti sonetti, in tante elegie, in tante cifere m'hai narrati gli accidenti degli amori tuoi, ed io tanto ignorante non intendeva e non penetrava il secreto, or come potevi tu pi dolcemente beffarmi? con quai pi onorati modi potevi tentar l'animo mio? con qual pi grazioso effetto potevi scorger la mia disamorevolezza? Ed io con tante villane e discortesi parole e al fin con fiere pugnalate ho voluto pagarti di tanto amore! Al fin non riuscendoti meco alcun disegno, volevi morire e morir per le mie mani. Dio sa che sia ora di te, ch, non ti riuscendo il morir per le mie mani, dubito che ti sarai uccisa con le tue; e se non sei morta, sarai poco lontana dalla morte, ch gi ti scorgeva i segni nel volto spiegati dalla disperazione. Hai voluto pagar, o invittissima donna, la colpa delle mie sciocchezze con la tua morte: il che ha dato a questo core un perpetuo tormento, a questi occhi perpetue lacrime; anzi mi uccider con le mie mani, ch veramente mi conosco indegno di pi vivere, infame mostro, senza anima e senza core!

Sinesio - Ma perch trattieni te stesso e me consumando questo tempo in dolerci? corri e senza lasciar punto di sollecitudine va' ricercandola per una strada, ed io per un'altra; forse l'incontraremo. Io vado ringraziando sempre la divina bont ch mi dia per nuora una donna di s mirabil condizione!

Erasto - Vado. Ma eccola che viene. O dolcissima vita dell'anima mia, mira come sta in estasi rapita da se stessa, e se ben mesta e afflitta, pur spira di un generoso ardire!

SCENA IV.

Cintia, Erasto -

Cintia - Io ho gran dubio che, quando disavedutamente mi sfibiai il giubbone, Erasto se sia accorto ch'io fussi femina, e per ritir la spada e non m'uccise; ma se la sua spada mi perdon la vita, non me la perdoner il veleno. Ahi! che il mio amore per s strani successi non scema punto, ma va pi sempre crescendo.

Erasto - (Va ragionando fra se sola, fa diverse mutazioni, s'adira, s'attrista e si vergogna: segni d'affanno che la sua misera anima deve patire! Eccolo che mi sta aspettando, e se dalla vista si ponno scorgere gli effetti dell'animo, arde nel suo petto la rabbia e lo sdegno contro di me).

Cintia - Erasto, son qui per mantenervi quello che v'ho promesso.

Erasto - Che cerchi tu da me?

Cintia - Quel che sei solito darmi: crudelt, morti, uccisioni. Io son colui che t'ho turbato, ingannato e tradito.

Erasto - Come sei diventato cos severo accusator di te stesso?

Cintia - Su su, alle mani, non pi tardare, fammi morire, ch non potrai cos mortalmente ferir questo corpo che non abbi pi acerbamente feritomi nell'anima.

Erasto - Tu vieni a disfidarmi molto disarmato e con molto poca arte di scrima.

Cintia - La prontezza dell'animo vincer la poca arte dello schermire, e al corpo disarmato la disperazione ministrar l'armi, trover nuovi usi, far che l'unghie e i denti mi serviranno in vece di pugnali e di coltelli; e per mostrarti che ho voglia di morire, solo, nudo e senza armi m'uccider teco come tu vuoi.

Erasto - Sei gi disposto di ucciderti meco?

Cintia - Dispostissimo.

Erasto - Ors, poich sei cos disposto di ucciderti meco, per esser noi stati tanto tempo prima amici insieme, abbracciamoci e baciamoci, e dopo ripigliamo l'armi e feriamoci.

Cintia - Mi contento d'ogni tuo contento.

Erasto - Lasciate l'armi; ecco lascio le mie.

Cintia - Io ho lasciate le mie.

Erasto - O vita assai pi cara della mia vita, come vuoi ch'io dia morte a te da cui ho ricevuto tante volte cos graziosissima vita? O mia sposa dolcissima, il dar morte a te che sempre fosti suavissima esca di miei pensieri, senza la cui vita n viver vorrei n esser stato nel mondo; o mia vera Amasia, e non pi imagine della finta Amasia - sei l'una e l'altra, e la vera e l'ombra della falsa, - uccider te da cui solo riconosco la mia vita? Oh quanto sarei cieco e ingrato sopra tutti gli uomini del mondo, s come m'hai sempre rimproverato, se conosciuto l'error mio, come gi il conosco, non ricorressi alle tue ginocchia dove m'inchino, non ricercando da te vita, no, ma perdono! Hai vicina la spada: piglia quella vendetta di me che par che meriti tanta offesa. Io ti giuro per la tua vita, a me pi cara dell'istessa mia vita, che se non conoscessi nell'interno della mia conscienza non averti offeso per nequizia o malignitade, ch'io medesimo me la darei per le mie mani; ma perch non ho alcun rimorso nella mia mente, fa' che ne speri perdono dalla tua benevolenza. Ecco io abbraccio le ginocchia; n mi levar da queste mai, se non mi di alcun saggio che, avendo a far penitenza tutto l'avanzo della mia vita, in ricompensa io ne abbi a sperare il perdono.

Cintia - Erasto, alzatevi e non mi offendete con questo atto: perch inchinarvi dinanzi a una che vi fu sempre serva?

Erasto - Non mi levar mai se non mi date prima la penitenza.

Cintia - Alzatevi, vi dico, e se dite che voi ste servo, ubidite alla vostra padrona: il castigo e la penitenza sar che se non conoscendomi non mi avete amata, or che mi conoscete debbiate amarmi come io amo voi.

Erasto - Che io non debba amarvi? e comandarmi voi il contrario, come potrei ubbidirvi? Vita mia, d'una cosa di voi mi doglio, che avete avuto in me cos poca confidenza: ch, conoscendo esser cos ardentemente da voi amato, perch non doveva io amarvi? perch con cos onorati inganni e cos fideli tradimenti ricoprirvi? perch non venir meco alla libera? Voi ste stata cagione a voi stessa della vostra afflizione: ed io sarei stato il pi disconoscente uomo e ingrato, come voi dite, se non avessi con amore corrisposto a un tanto amore.

Cintia - Conosceva io che il mio ardire era troppo di desiderarvi; e troppo ostinata nell'amarvi, dubitava che la candidezza della mia fede, la qual non volli n col pensiero macchiare di un picciol neo di suspizione, non fusse mai per esservi cara abbastanza; per ricorsi agl'inganni.

Erasto - Ors, andiamo a casa, non tardiamo a dar cotal contentezza a mio padre, che con somma allegrezza vi sta aspettando.

Cintia - E come? vostro padre sa alcuna cosa di questo fatto?

Erasto - La balia ha discoperti al vostro e al mio padre gli amori nostri, e di commun consentimento gi ste stata confirmata mia sposa. Ma voi come non parlate?

Cintia - Non so s'io mi sia anco viva: ancor mi par esser preda della disperazione della morte o della volont di morire; e avendovi, meno credo di avervi.

Erasto - O giorno pieno di tante gioie e di tante meraviglie, o cielo a me cortese di tanti doni, o fortuna che con tanti rivolgimenti ti sei traposta tra le nostre avventure! Benedetto sia Iddio, che m' pur lecito di veder alla libera quel volto tanto desiderato, quel petto, quel seno e quelle mani che sotto tante imagini, viluppi e ombre m'eran nascoste! Veggio pur quegli occhi vivaci. E ben veramente mi chiamavi cieco, ch non conosceva quel celeste lume de' tuoi begli occhi che, a malgrado delle mie tenebre, nella pi oscura notte scintillavano come stelle e fulgoravano come mille soli: e quali altri, salvo che gli occhi tuoi, potevan cos alte meraviglie? or gli riconosco e raffiguro. Ti tocco e stringo, e non lo credo ch'a pena.

SCENA V.

Dulone, Cintia, Erasto -

Dulone - Signora Cintia, non pi signor Cintio, sia lodato Iddio ch' scoverta ogni cosa; e poich la fortuna e tutto il mondo vi riverisce, giusto che vi riverisca ancor io e che vi cerchi perdono delle offese, e del mio mal animo che v'ho sempre avuto, e di aver sempre dissuaso al padrone ch non v'amasse; ma poich il mio padrone, che di maggior giudicio ch'io non sono, ci s'era ingannato, non gran cosa che mi fusse ingannato ancor io. V'ho offesa non volendo, anzi voi stessa m'avete dato cagione che vi offendesse. In tanta allegrezza di ragion che mi perdoniate.

Cintia - Dulone mio, io non sol ti perdono, ma ti ho caro pi di prima per duo cagioni: l'una perch sei fidele al tuo padrone, l'altra perch la fortuna s'ha voluto servir di te per istrumento della mia felicit. Tu hai proposto e Dio ha disposto: la sorte ha combattuto per me contro il padre, la madre e nemici; e quelli che han cercato di farmi danno, quelli mi han fatto pi utile. Erasto mio, mi sento un caldo che mi scorre per tutta la persona, e certi movimenti per il corpo, non so se da soverchia allegrezza o dal passato dolore.

Erasto - Apri la porta, Dulone - Entrate in vostra casa, vita mia.

SCENA VI.

Pedofilo, Sinesio -

Pedofilo - Sto con animo assai dubioso e pieno di malinconia, ch Amasio, mio figliuolo, m'ha detto che ha usato violenza a Lidia e toltole l'onore; e dubitando di non venire ad alcun atto disconvenevole col fratello, risoluto averla per moglie o di morire: e non so se sia vero o se lo dica perch consenta a' suoi desidri.

Sinesio - Eccomi, vi ha tolta la fatica di averlo a cercare.

Pedofilo - Sinesio caro, arei voglia di dirvi ben cinquanta parole.

Sinesio - Saria ben vi rispondessi non poterne ascoltar una sola se ben avessi cinquanta orecchie, perch ier mi diceste con due orecchie non poter ascoltarne a me meza.

Pedofilo - So che pi volte m'avete chiesta Amasia per isposa di vostro figliuolo; e perch me la chiedevate con grande istanza, stimo che avevate prima giudicato tra voi e me non esservi molta disaguaglianza di nobiltade o di ricchezza.

Sinesio - Cos ho sempre stimato certo.

Pedofilo - Or di quel parentado che voi me prima ricercavate, io ne ricerco voi; e dove volevate dar Erasto ad Amasia mia, or vorrei dar Amasio a Lidia vostra.

Sinesio - Pedofilo mio, vuol la legge che, negandoti un amico un piacere, possi tu giustamente a lui negar il medesimo piacere: avendomi voi negato la vostra figliuola per mio figlio, giusto e convenevole che vi nieghi la mia figliuola per vostro figlio.

Pedofilo - Io non vo' romper la vostra legge ma difender le mie ragioni con un'altra legge. Come voleva io cedervi un maschio per isposa a vostro figlio, qual voi credevate femina? e se ben mi ricordo, ve l'accennava con certe parole mezo scoverte; ma voi non la volevate intendere. Or che vi scuopro che sia maschio, il matrimonio ch'io vi domando convenevole.

Sinesio - Per non far molte parole tra noi, me ne contento, anzi vengo costretto a contentarmene, ch vostro figlio, qual noi credevamo femina, pratticando con mia figlia, l'ha usato discortesia; ed io ora era per girmene a Sua Eccellenza e far quelle provisioni che si convenivano, ch il suo atto troppo mi par infame e insopportabile.

Pedofilo - Non posso imaginarmi che mio figlio, qual ho sempre conosciuto modestissimo, abbi usato atto cos discortese.

Sinesio - Non dice cos Lidia, che, stimandolo Cintio, si ridusse onestamente a trattar con lui.

Pedofilo - Or, Dio grazia, abbiamo onorata la vergogna. E sappiate che son della famiglia Malvezzi, de' principali di Bologna; non credo che apparentando meco disgradarete di condizione.

Sinesio - Certo che vostro figliuolo ha dimostrato che sia di veri mal vezzi, anzi di mali avezzatissimi.

Pedofilo - Ors, questo Malvezzo che ha voluto entrar nell'altrui gabbia per forza, facciamo che sia entrato nella sua.

Sinesio - Ors, vengane con lui a casa mia, perch ho ammogliato Erasto e tutta la casa piena di allegrezza, e faremo al fratello e alla sorella una festa commune.

Pedofilo - Non mi donarete tanto tempo che si faccia le vesti da maschio, perch non ha se non vesti da donna?

Sinesio - Faremo che le sue vesti si dieno a Cintia e quelle di Cintia a lui; ch se le vesti han servito prima per finzioni e inganni, or servino da dovero.

Pedofilo - Cos si faccia: andr a casa e vi condurr Amasio per l'uscio di dietro. - O Dio, sia tu lodato in sempiterno, ch non pensava con s poco travaglio passar da un tanto affanno a s tranquilla quiete!

SCENA VII.

Dulone, Sinesio -

Dulone - Padrone, allegrezza allegrezza!

Sinesio - Io so meglio di te.

Dulone - Questa non la potete sapere, ch in casa voi non ste stato ed ella accaduta or ora.

Sinesio - Ors, dimmi che cosa?

Dulone - Cintia ha partorito un bel bambino!

Sinesio - Cos passi presto da una nuova di tanto contento? or dimmi il come.

Dulone - Cintia appena entr in casa che si pose in letto, dicendo che non si sentiva bene e dubitando che la soverchia allegrezza l'uccidesse; altri dubitavano che non fusse per isconciarsi per il travaglio preso del giorno. S'invi per la comare, ma prima ch'ella venisse ha partorito un maschio, il pi bello che si possa vedere.

Sinesio - O Dio, quante dolcezze mi di tu insieme! Non posso trattenermi che non entri: volea andar a casa di Arreotimo per invitarlo alla festa della figliuola, e non posso trattenermi per il gran desiderio che ho di veder il nepotino. Fagli da mia parte tu l'ambasciata.

Dulone - Cos far.

SCENA VIII.

Arreotimo, Dulone.

Arreotimo - Sono tra il vivo e il morto: onde s'i' fussi dimandato qual fussi o morto o vivo, non saprei che rispondergli, cos ho l'animo turbato tra il timore e la speranza, dubitando che Erasto non s'incontri con Cintia e non s'ammazzino insieme! L'ho attesa a casa e non ancor venuta, n la balia che gita in cerca di lei ha potuto trovarla.

Dulone - Arreotimo, vi prega Sinesio che vegnate a casa, ch vi stanno aspettando con grandissimo desiderio.

Arreotimo - Si sa nuova di Cintia?

Dulone - Ivi Cintia ed Erasto -

Arreotimo - Sono accordati insieme?

Dulone - Poco contrasto ci ha voluto per accordargli; or con grandissimo contento di ciascheduno si sposano insieme Cintia con Erasto, e Lidia con Amasio, e tutta la casa in gioia.

Arreotimo - O Dio, come ti render io grazie bastanti, se ben mentre io vivesse stesse sempre in un perpetuo rendimento di grazie?

Dulone - Ci maggior allegrezza.

Arreotimo - Qual pu esser maggiore?

Dulone - Cintia vi manda a dir che, per temprarvi il dolore di non aver Cintio che pensavate, ma una femina Cintia, e ch non vi dogliate di Ersilia, la sua madre, e di lei, v'ha partorito un bel maschio.

Arreotimo - Ed ella infantata?

Dulone - Infantatissima e di un graziosissimo bambino.

Arreotimo - O Dio, quanto son oltremisura allegro! O soprana bont, quanti sono i favori che oggi tu mi concedi! dolevami di aver una femina, poi di averla perduta; or ho una figlia e un nipote di lei. Mi par mille anni di riveder l'una e l'altro, ch, dubitando di non averla a veder in eterno, sto con uno accesissimo desiderio di rivederla.

Dulone - Ascoltate tutta l'ambasciata.

Arreotimo - Non posso ascoltare, vieni ch me la dirai poi dentro.

Dulone - Spettatori, Amasio gi in casa, e questa sera si faranno le feste magnifiche e sontuose. Non usciranno pi fuori, ch si sta intorno l'infantata. Se la comedia v'ha piaciuta come l'altre, fatele quell'applauso che solete.

FINE

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