Titolo: Le Eumenidi
Autore: schilo
Lingua originaria: Greco
Traduttore: Ettore Romagnoli
Casa Editrice: Nicola Zanichelli Editore - Bologna
Luogo di pubblicazione: Bologna
Data di pubblicazione: 1927
Codice ISBN: Non esistente
Collana: I POETI GRECI TRADOTTI DA ETTORE ROMAGNOLI
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI
Le Eumnidi
di schilo
traduzione di Ettore Romagnoli
PERSONAGGI:
PROFETESSA pttica
APOLLO
ORESTE
L'OMBRA di Clitennstra
CORO di Furie
Atna
La scena della prima parte rappresenta l'adito
del tempio di Apollo in Delfi.
PROLOGO
SACERDOTESSA (Prega dinanzi al tempio):
Prima con questa prece onoro Gea
che profetessa fu prima: indi Tmide
che seconda ebbe sede in questo oracolo,
dopo sua madre, com' fama; e terza,
n gi per forza, ma piacendo a Tmide,
vi sal Febe, prole dei Titani,
figliuola anch'essa della terra; e dono
natale a Febo ella ne fece, e il nome
serba ancora dell'ava. E il Dio, lasciate
le scogliere di Delo e la palude,
alle acclivi approd spiagge di Pallade
e a questo suolo, ed al Parnaso giunse.
Scorta gli fanno, e grande onore, e innanzi
gli schiudono la via, gli Atenesi
figli d'Efesto, e la selvaggia terra
rendono pervia. E come ei giunge, il popolo
assai l'onora, e il re che questa terra
governa, Delfo. E Giove a lui fatidica
mente concesse; e quarto, in questo trono,
dei vaticini re lo fece; onde ora
profeta di Giove il Nume ambiguo.
Le prime preci a questi Numi salgano.
Poscia il saluto a Pallade che siede
innanzi al tempio io volgo, ed alle Ninfe
ch'nno dimora nella cava rupe
coricia, asilo ai Dmoni, diletta
agli aligeri; e Bromio ha quivi impero,
non l'oblio, no, dal d ch'egli fu duce
alle Baccanti, ed al Pento la sorte
feroce intorno, come a un lepre, strinse.
E del Pleisto le fonti, e la possanza
di Posdone invoco, e il sommo Giove:
e, fatidica voce, il trono ascendo.
Ed ora a me fausto l'ingresso, quanto
mai gi non fu, concedano. - E degli lleni
se alcuno qui, traggan la sorte e avanzino:
come il Dio guida, i vaticini io dico.
(Entra nel tempio. Ma subito ne balza fuori esterrefatta. piomba
con le mani al suolo, e si trascina ancora uno o due passi verso
gli spettatori)
Ahi! terribile a dire, e pi terribile
a vederlo, mi scaccia uno spettacolo
fuor dal tempio del Nume! Io non ho forze
pi: non mi reggo pi: sovra le palme
io mi trascino, e non sui piedi. Nulla
una vecchia che teme, come un pargolo!
(Rimane pochi momenti in silenzio)
Ai penetrali e alle sacre bende
m'accosto, e vedo sulla pietra un uomo
supplice, sozzo d'un delitto: sangue
stillano ancor le mani e il ferro ignudo;
e stringe un ramo di montano ulivo,
tutto avvolto di pii candidi bioccoli.
chiaro assai, ci che finor v'ho detto.
Ma dinanzi a costui, sovressi i troni,
sopito giace un mostruoso stuolo
di femmine: non femmine, anzi Grgoni
io le dir: bench, neppure a Grgoni
le posso assimigliar, quali dipinte
io le vidi a Fino predar la mensa.
Ma senz'ali son queste, e negre, e tutte
lorde: con ammorbanti aliti russano,
e sozze marce gi dai cigli colano.
N vesti pari a quelle ch'esse cingono
tollerare saprian dei Numi gl'idoli,
n tetti umani. Io mai progenie simile
non ho veduta, e non mi so qual terra
glorar si potr ch'ebbe a nutrirle
senza suo danno, senza averne a piangere.
Ma ci che far si debba, il Nume ambiguo,
il possente Signor di questo tempio,
egli lo vede: ch indovino e vate
medico, anche le altrui case purifica.
(La profetessa esce)
PRIMO EPISODIO
(Si spalancano le porte del tempio, e, dinanzi all'ara d'Apollo
si vede prostrato Oreste, che stringe la spada grondante di sangue.
D'intorno a lui sono le Furie sdraiate e addormentate. Quasi subito,
presso a lui compare Apollo)
APOLLO:
Io non ti tradir. Presso o lontano,
t'assister sino alla fine, e mite
mai non sar per gl'inimici tuoi.
Vedi che queste Furie infine ho colte:
giaccion nel sonno le odose vergini,
le antiche figlie della notte, a cui
non dei Superi alcuno e non degli uomini
n fiera alcuna mescesi. Ministre
qui di ruina vennero: ch pure
sotto la terra, in ruinosa tenebra,
han dimora, nel Tartaro; e degli uomini
le aborrisce la stirpe e degli Olimp.
Ma pur, tu fuggi, e non fiaccarti: ch'esse
t'inseguiranno; o sia che tu per vasti
piani sospinga l'errabondo piede,
o su le popolose isole e il pelago:
n sostener questa fatica stanco
te renda. E giunto alla citt di Pllade,
posa, e l'antico simulacro abbraccia.
Quivi saranno giudici e ragioni
per farli miti; e spedenti avr
che te per sempre dagli affanni sciolgano:
ch io t'indussi a uccidere tua madre.
ORESTE:
O sire Apollo, essere giusto sai.
Poi che sai questo, sappi anche esser memore.
La potenza d'oprare in te ben salda.
APOLLO:
Ricorda! N terror ti vinca l'anima.
Ermete, e tu ch'i padre il padre mio,
come, o fratello, il nome tuo pur suona,
sii custode, sii guida a questo supplice
mio, sii pastore. Giove stesso onora,
quando la sorte ad essi arride, i supplici.
(Oreste fugge, Apollo sparisce. Subito appare l'ombra
di Clitennstra, e si rivolge alle Furie)
Clitennstra:
Ehi l! Dormite? E che bisogno ho io
di sonnacchiose? Perch m'offendete
cos? Perch questa diversa legge?
Neppur fra i morti, poi che morte diedi,
evito io l'onta, ed erro in turpe bando:
ahi!, triste taccia, vi so dir, mi dnno!
Ma il male ch'io patii dai miei pi prossimi,
che fui sgozzata per man di mio figlio,
nessun dei Numi pensa a vendicarmene.
Queste mie piaghe l'animo tuo scorga:
pupille acute ha l'animo nel sonno,
anche se desto poco lungi vede.
Eppur molti lambiste, ed io v'infusi,
libamenti di pure acque e di miele;
e v'imbandii presso la sacra fiamma
notturne gapi, quando eran deserte
l'are d'ogni altro Nume. E tutto ci
ora lo veggo sotto i pie' calpesto.
E colui v'ha deluse, e fugge, simile
a cerbiatto: di mezzo alle reti, agile
via si lanci, di voi si prese gioco.
Udite, dunque: ch'io vi parlo, inferne
Dive, con tutta l'anima: destatevi:
io nel sonno vi chiamo, io Clitennstra.
(Le Furie russano)
Clitennstra:
Voi russate, e quell'uom fugge, lontano:
ch non son pari ai miei gli amici suoi!
(Le Furie russano)
Clitennstra:
Troppo dormi, e di me non ti di cura;
e Oreste, quei che uccise me, s'invola.
(Le Furie russano)
Clitennstra:
Sonnecchi, russi? Non ti desti? Sbrgati!
Non sai tu dunque fare altro che mali?
(Le Furie russano)
Clitennstra:
Stanchezza e sonno insieme congiurarono,
e la forza alla fiera idra fiaccarono.
FURIE:
Ghermisci, ghermisci, ghermisci, ghermisci!
Clitennstra:
La fiera in sogno insegui, e al par di cane
che mai la caccia non oblia, tu mugoli.
Sorgi, che fai? Stanchezza non t'abbatta!
Vedi il tuo smacco! Non t'afflosci il sonno!
Le mie giuste rampogne il cuor ti cruccino.
Son le rampogne, per chi senno ha, pungoli.
Sopra lui soffia il tuo fiato sanguineo,
consumalo con l'alito, col fuoco
dei tuoi visceri, ancora inseguilo, ardilo!
FURIA 1 (Si desta, e scuote una compagna):
Svgliati! E sveglia quella, io sveglio questa.
(Ne scuote un'altra)
Dormi? Dstati, dunque, e al sonno clcitra:
vediam se il sonno fu vano preludio.
(Le Furie si destano una dopo l'altra)
FURIA 2: Strofe prima
Ahim, che smacco soffrimmo, compagne!
FURIA 3:
Ahim, travaglio che invano ho durato!
FURIA 4:
Ahi quale affronto, che male insoffribile
dobbiamo plorare!
FURIA 5:
Da le reti balz, fugge la fiera!
FURIA 6:
Vinta dal sonno, perduta ho la preda.
(Le Furie si aggruppano in due semicori intorno all'altare di Apollo)
FURIA 2: Antistrofe prima
Figlio di Giove, ben tu sei furace.
FURIA 3:
Le antiche Dive, calpesti tu giovine!
FURIA 4:
Benigno al supplice, all'uom senza Iddio,
funesto ai parenti,
un matricida, tu, Nume, hai salvato.
FURIA 5:
Chi potr dire che giusta tale opera?
SEMICORO PRIMO: Strofe seconda
Una rampogna nel sogno giunse,
come l'auriga che a mezzo il pungolo
stringe; ed il fegato
mi batte, e l'anima.
Sotto il flagello
del reo carnefice,
un gelo un brivido ghiaccio m'assidera.
SEMICORO SECONDO: Antistrofe seconda
Tali, dei nuovi Numi le gesta.
Contro Giustizia tengono un seggio
che tutto or gemica
grumi sanguinei.
Contaminata
la sacra pietra
scorgi dall'orride macchie del sangue.
SEMICORO PRIMO: Strofe terza
Ei, ch' pur vate, con brama spontanea,
bruttava i recessi fatidici
di macchia domestica;
e, contro le leggi dei Superi,
le Norme antichissime
struggeva, ad onor d'un effimero.
SEMICORO SECONDO: Antistrofe terza
A me diviene odoso: n libero
sar che mai renda quell'empio,
se pur fra le tnebre,
del suolo fuggisse. colpevole:
a lui nuovo Dmone
piombare dovrebbe sul crebro.
SECONDO EPISODIO
(Improvvisamente appare Apollo)
APOLLO:
Via di qui, ve l'impongo, uscite sbito,
abbandonate questo antro fatidico,
s che la scintillante alata serpe
non si lanci su te dall'aurea corda,
e tu non debba, per l'algor, dai visceri
negra spuma cacciar, vomendo i grumi
che sorbisti, di strage. A queste case
tu non devi il tuo pie' volger; ma dove
si mozzan capi e forano pupille
con giudiz cruenti, ove dei pargoli
si offende il boccio e si distrugge il seme,
dove si muor sotto le pietre, o gente
supina, ai pali infissa, ulula e mugola.
E perch, l'intendete?, a voi dilette
son tali feste, i Numi v'abborriscono.
E all'esser vostro ben la forma addicesi.
D'un lion sanguinario a voi conviene
cercare l'antro; e gli opulenti oracoli
non insozzar con la lordura vostra.
Su via, senza pastore uscite a branco:
ch niun dei Numi amico di tal gregge!
CORIFEA:
Ascoltami a tua volta, o sire Apollo.
Complice tu non sei di tal delitto:
solo tu lo compiesti, e n'hai la colpa.
APOLLO:
Come? Pi a lungo questo punto spiegami!
CORIFEA:
L'uom tu spingesti a uccidere sua madre.
APOLLO:
Il padre a vendicar l'indussi! Ebbene?
CORIFEA:
Del nuovo scempio poi t'offristi a tergerlo.
APOLLO:
E l'indussi a scampare entro il mio tempio.
CORIFEA:
E noi che l'inseguiam perch vituperi?...
APOLLO:
In questa casa entrar non v' concesso.
CORIFEA:
Pure questo per noi prefisso debito.
APOLLO:
Quale? Di' questo tuo gran privilegio!
CORIFEA:
Via dalle case i matricidi spingere.
APOLLO:
Pur se la madre il suo consorte uccise?...
CORIFEA:
Non si macchi di consanguinea strage.
APOLLO:
Priva d'onore, nulla gi la fede
di Giove e d'Era pronuba! Bandita
va per i detti tuoi, spregiata Cipride,
onde hanno ogni maggior dolcezza gli uomini:
ch il sacro letto cui Giustizia vigila,
per la donna, per l'uom, val pi che giuro.
Ora, se tanto indulgi a chi die' morte
al suo consorte, che tu non lo vendichi,
che all'ira tua non la fai segno, io dico
che non a dritto Oreste ora perseguiti.
Ch tu per uno scempio assai t'adiri,
per l'altro sei palesemente mite.
Ma ci ch' giusto, vedr bene Pallade!
CORIFEA:
Mai non sar che di cacciarlo io resti!
APOLLO:
Caccialo! Aggiungi travaglio a travaglio.
CORIFEA:
Non scemar, coi tuoi detti, il mio diritto!
APOLLO:
Godere i tuoi diritti, io non vorrei!
CORIFEA:
Grande sei tu, tu presso a Giove siedi.
Ma la materna strage grida, e insegue
come un cane, quest'uomo, a la vendetta.
APOLLO:
Ed io proteggo, io far salvo il supplice!
Su l'uom, sul Nume che tradisce un supplice,
n v' costretto, incombe alta vendetta.
(Apollo da una parte, le Furie dall'altra, lasciano la scena)
SECONDA PARTE
(La scena in Atene, dinanzi al tempio d'Atna Pallade.
Al principio di questa seconda parte, giunge Oreste, e si prostra
dinanzi al simulacro della Dea)
ORESTE:
Atna Dea, per gli ordini di Febo
giungo: il fuggiasco accogli tu benevola:
ch'io non impuro, n con le man' sozze,
ma innocuo gi, purificato gi
in altre case, in altri umani tramiti,
attraversando e terre e mari, docile
ai fatidici mniti d'Apollo,
giungo al tuo tempio; e al simulacro tuo
strettomi, aspetto dal giudizio il fine.
(Irrompono nell'orchestra le Furie, cercando, fiutando il suolo,
come una canea in traccia della preda)
FURIA 1:
Ecco! Un palese indizio del fuggiasco.
Segui le tracce della muta guida!
FURIA 2:
Come canea su ferito cerbiatto
moviamo dietro le stille di sangue.
FURIA 3:
Seguir quest'uomo assai mi fiacca; ed ansima
il mio polmone: ch'errai della terra
per ogni luogo, lo cercai, volando
sul mar, senz'ali, al par di nave rapida.
FURIA 4:
Ed ora, certo, egli nascosto qui:
ch mi conforta odor d'umano sangue.
FURIA 1:
Cerca, su, cerca per tutto, ed investiga
ch il matricida non fugga impunito!
FURIA 2:
Bene ei trov soccorso!
Strettosi all'idolo sacro d'Atna,
chiede giudizio del sangue versato.
FURIA 3:
Ma lecito non : non si riscatta
il sangue materno che al suolo
stillava effuso, che bagna la terra.
FURIA 4:
No: dalle membra ancor vive, tu devi
l'pula offrirci di rosso libame:
nelle tue vene convien ch'io m'abbeveri.
FURIA 1:
Vivo t'emacier, ti condurr
ad espiare la colpa, tra gl'Inferi.
FURIA 2:
Qui tu vedrai chiunque altri degli uomini
pecc, facendo ingiuria
ai Numi, agli ospiti, ai suoi genitori,
ciascuno avendo la dbita pena.
FURIA 3:
Che l'Ade v' sotto la terra, giudice
solenne dei mortali,
che nella mente tutto scrive, e vigila.
(Le Furie si aggruppano intorno all'altare di Diniso)
ORESTE:
Dalle sciagure ammaestrato, appresi
ci che convenga in ogni evento; e so
quando parlar convien, quando il silenzio.
Saggio maestro or favellar m'impone.
Langue su la mia man, si strugge il sangue:
del matricidio la recente macchia
lavata gi: con sangue espiatorio
presso l'ara del Dio fu cancellata:
lungo sarebbe annoverare quanti
contatto ebbero meco, e illesi andarono.
E santamente e con pio labbro, adesso
chiamo la Dea di questa terra, Atna,
che a soccorrermi giunga. Ella, senz'armi,
e me stesso e la terra e il popol d'Argo
fido alleato ognor guadagner.
O sia che tu ne le contrade libiche
su 'l fluvale tramite tritonio
che ti die' vita, a sostener gli amici,
o nascosto o palese il piede avanzi,
o sia che, ardita guidatrice, vigili
con virile saldezza il pian di Flegra,
tu, che sei Dea, che pur da lungi m'odi,
amami, e me da queste pene salva.
FURIA 1:
Apollo non potr, non la possanza
potr d'Atna farti salvo. Andrai
randagio, n mai pi pace saprai!
Ombra vagante, esangue epula, ai Dmoni
tu non rispondi, i detti miei tu spregi,
tu sacro a me. Sarai la mia pastura,
non su l'ara sgozzato, anzi ancor vivo;
e udrai quest'inno che t'allacci e affscini!
PRIMO CANTO INTORNO ALL'ARA
FURIA 2:
Su via, dunque, la danza s'intrecci,
poich la ferale
canzone vogliamo intonare,
e dire la sorte che agli uomini
comparte la nostra congrega.
Ci vantiam di seguire Giustizia.
Chi pure ha le mani,
nessuna vendetta
spirata da noi su lui repe,
e illeso trascorre sua vita.
Ma se un reo, come l'uomo ch'or fugge,
nasconde le mani cruente,
noi, vindici giuste a chi cadde,
dinanzi apparendogli,
del sangue il riscatto esigiamo.
Strofe prima
O mia madre, o tu che m'hai
generata, Notte madre,
a punir vivi e defunti,
tu m'ascolta: ch'ora Febo
me d'ogni onore priva, e m'invola
questo fuggiasco, che la sua madre
scann, ch' sozzo di sangue ancora!
Sopra la vittima questa mia nenia
dissennatrice, folle, delira,
quest'inno delle Furie,
che avvince gli animi, che strugge gli uomini,
schivo di lira.
Antistrofe prima
Tale a noi perenne cmpito
die' la Parca inesorabile:
al mortale temerario
che le man' di strage macchia,
sempre seguire le sue vestigia,
sin che la terra non lo ricopra;
n dopo morto libero ancora.
Sopra la vittima questa mia nenia
dissennatrice, folle, delira,
quest'inno delle Furie,
che avvince gli animi, che strugge gli uomini,
schivo di lira.
Strofe seconda
Quando nascemmo, tal sorte per noi stabiliva il Destino:
lontane tenere le mani dai Superi: Nume non v'
che meco la mensa partecipi.
Candide vesti indossare mi negano il Fato e la Sorte:
ch'io m'elessi la rovina
delle case, allor che Marte
entro i letti ov'ha l'amico
nido, compie amica strage.
Sopra questo ci avventiamo,
e per quanto sia gagliardo,
l'abbattiam con nuovo sangue.
Antistrofe seconda
Altri cos, merc nostra, di simile cura va sgombro.
Orecchio a le preci che a me si volgono, i Numi non prestino,
n l'opera nostra inquisiscano.
Giove di motto non degna la gente odosa che sangue
da le man' stilla: io rovino,
le lor case, allor che Marte
entro i letti ov'ha tranquillo
nido, compie amica strage.
Sopra questo ci avventiamo,
e per quanto sia gagliardo,
l'abbattiam con nuovo sangue.
Strofe terza
Anche se giungono al cielo, la fama, la gloria degli uomini,
cadono al suolo disfatte, deserte d'onore,
quando avanziamo recinte dai lividi pepli,
e batte l'infesto mio piede la danza.
Con un gran lancio dall'alto io piombo,
e l'orma somma del mio pie' gravo
sopra i fuggiaschi, gravo a sterminio
le membra, e infliggo la trista sorte.
Antistrofe terza
N chi rovina, nel turpe delirio, del crollo s'avvede:
come caligine attorno lo scempio gli svola;
e la lor misera fama, sovr'esse le case
addensa fra lagrime le tenebre cieche.
Con un gran lancio dall'alto io piombo,
e l'orma somma del mio pie' gravo
sopra i fuggiaschi, gravo a sterminio
le membra, e infliggo la trista sorte.
Strofe quarta
Questa la nostra legge,
e al nostro fine agevoli
troviamo i mezzi. Memori
e severe ai mortali, e inesorabili,
senza onore n pregio,
viviam lunge dai Numi,
dove non s'apre tramite
n ai vivi, n ai defunti, ove non brillano
giammai del sole i lumi.
Antistrofe quarta
Chi mai dunque fra gli uomini
non mi venera e teme,
udendo la mia norma
fatale, a cui concede esito il Dio?
L'antico privilegio
anche oggi in me perdura;
n priva andr d'onore,
se pur sotto la terra io mi rifugio,
ne la tnebra oscura.
TERZO EPISODIO
(Giunge Atna)
Atna:
Da lungi udito ho de l'appello il suono,
dallo Scamandro, ove la sede mia
stabilita ho nel suol, che, parte eletta
dei predati trofei, tutto a me sacro,
per sempre, i duci e i prenci d'Argo vollero,
e ai figli di Teso dono ne fecero.
Di l spingendo il pie' mai stanco, giunsi
senz'ali, e ai venti fremea gonfia l'egida.
Or, qui veggendo cos nuova accolta,
non temo io gi, ma stupefatta resto.
Chi siete mai? Lo chiedo a tutti. A questo
che, stranero, all'idol mio si stringe,
e a voi, disforrni ad ogni essere nato,
cui n mai tra le Dee videro i Numi,
n somigliate alle parvenze umane.
Ma rinfacciare apertamente altrui
la sua deformit, non mi par giusto!
CORIFEA:
Figlia di Giove, in breve il tutto udrai.
Noi della Notte siam le fiere figlie,
Dire chiamate nelle inferne case.
Atna:
Noti mi son la stirpe vostra e il nome.
CORIFEA:
E il nostro ufficio presto apprenderai.
Atna:
L'apprender se me lo dice alcuno.
CORIFEA:
Dalle case scacciam qualunque ancide.
Atna:
E dove trova di sua fuga il termine?
CORIFEA:
Dove per sempre ogni letizia morta.
Atna:
Tale la caccia che su costui gridi?
CORIFEA:
Egli sua madre assassinare ard.
Atna:
N la furia tema d'altra pressura?
CORIFEA:
Pungol non v'ha, che al matricidio astringa!
Atna:
Son due le parti, e solo una parl.
CORIFEA:
Ei non pu dare il giuro, n riceverlo!
Atna:
Pi che oprar giusto, averne fama brami!
CORIFEA:
Dimmi il perch, saggezza a te non manca.
Atna:
Far non pu il giuro che trionfi il falso.
CORIFEA:
Chiedi le prove, e tu la lite giudica.
Atna:
Dunque il giudizio rimettete a me.
CORIFEA:
Come no? Ti prestiamo l'onor debito.
Atna:
E tu, che cosa opporre, ospite, puoi?
Di' la tua patria, la progenie tua
e le vicende, e dalle accuse sclpati,
se fede hai pur nella giustizia, e siedi
perci, come Isson, supplice sacro
vicino all'ara e al simulacro mio.
Rispondi a tutto, e fa ch'io chiaro intenda.
ORESTE:
O diva Atna, prima io dall'estreme
parole tue, vo' trre un gran sospetto.
Non giunsi qui contaminato. All'idolo
tuo non m'assisi con le mani impure.
E grande prova addurre io te ne posso.
Muto convien che l'omicida resti,
sin che del sangue d'un lattante verro
altri, a espar, non lo cosperga. Ed io,
da lungo tempo gi, presso altre case,
presso altre genti, fui purificato.
Il tuo primo sospetto ecco rimosso.
Ed ora, sappi la progenie mia.
Io sono d'Argo: mio padre Agamnnone,
signor dei navichieri, a te ben noto:
che tu con esso, ov'era la citt
d'Ilio, facesti la rovina. Ora, egli,
tornato alla sua casa, trov morte:
ignobil morte: ch la torva madre
mia, lo sgozz, lo strinse entro una rete
versicolore, testimone ancora
dell'assassinio: e fu nel bagno. Ed io
tornai, che prima andato era fuggiasco,
ed uccisi mia madre, io non lo nego,
e con la morte vendicai la morte
del carissimo padre. Ed partecipe
di questo scempio, Apollo: egli mi disse
quali tormenti il cuor mio punto avrebbero
se cos non punivo i due colpevoli.
Se il giusto feci, se fallai, tu giudica:
loder, qual che sia, la tua sentenza.
Atna:
Se alcuno v' che troppo ardua tal causa
pensa che sia da giudicarla gli uomini,
neppure a me consento io stessa sciogliere
d'un omicidio l'odosa lite.
Ch tu supplice giungi alla mia casa,
purificato, innocuo, n pu biasimo
la citt rinfacciarti, e debbo accoglierti.
Ma tali queste Dee son, che difficile
lo scacciarle; e ov'esse non trionfino,
piombando al suol dai lor visceri, un tossico
letal susciter funereo morbo.
A questo punto or siam: n trattenerle
n rimandarle senza lite io posso.
E poi che a ci giunser gli eventi, giudici
elegger, che sacra abbian la legge
ch'eterna io render, del giuramento;
e voi le prove procacciate e i giuri
e i testi onde ristoro abbia giustizia.
Ed io, dei cittadini il fiore eletto
trover: scioglieranno essi la lite,
senza far torto insidoso al giuro.
SECONDO CANTO INTORNO ALL'ARA
CORO: Strofe prima
Leggi novelle sconvolgeranno
la terra tutta, se questo scempio, se questa causa
del matricida trionfer.
Per tal sentenza, la man degli uomini
ad ogni eccesso trascorre immune.
Di vere piaghe dai figli aperte
la doglia incombe gi sui parenti.
Antistrofe prima
La furia nostra, Mnadi vigili
sovra i mortali, nessun delitto pi colpir.
Ogni destino volga a sua posta!
Narrando i mali dei lor vicini,
si chiederanno l'un l'altro un frmaco,
una difesa dai mali, ahi, miseri!,
dove consigli non son che vani!
Strofe seconda
Bene spesso che tra gli uomini
trovi luogo, e che degli animi
a custodia il timor segga:
non disdicono
a saggezza angusti freni.
Qual citt, quale uomo credi
che potr, se in cuore dramma
di timore non alberghi,
venerare la giustizia?
Antistrofe seconda
Niuno ormai, se la sciagura
lo percuota, osi levare
pi le supplici parole:
O Giustizia,
e voi, troni dell'Erinni!
Lever presto tal gemito
qualche padre, qualche madre
tormentata, poi che il tempio
di Giustizia crolla gi.
Strofe terza
Non lodar vita servile,
n che sciolto abbia ogni freno.
Ogni possanza nel mezzo locar volle il Nume, che vigile
or qui l'occhio volge, ora altrove.
Io dico in verit,
ch' Tracotanza figliuola d'Empiezza;
ma dal pensier prudente
nasce Beatitudine,
diletta ad ogni gente.
Antistrofe terza
Sempre a te ripeto: Prstrati
all'altare di Giustizia.
N calpestarlo, per lucro che vegga, con piede sacrilego:
ch pronta la pena t'aspetta,
il destinato giorno.
Dunque, rispetta chi luce ti diede;
e se giunge al tuo tetto
a rifugiarsi un ospite,
abbi di lui rispetto.
Strofe quarta
Chi, non costretto, la giustizia pratica,
mai non vivr d'ogni fortuna privo,
mai non cadr nell'ultima rovina.
Ma chi veleggia con opposti sensi,
molte recando, e mal raccolte prede,
dovr col tempo, a forza,
raccogliere le vele,
allor che la procella
piomber sopra la spezzata antenna.
Antistrofe quarta
Soccorso invoca allor, nell'invincibile
vortice chiuso, ma nessun l'ascolta;
ch ride il Nume, allorch vede un empio
senza pi millantar, senza pi forza,
tra le iatture senza uscita, al culmine
pi non regger del flutto.
E l'antica fortuna,
di giustizia allo scoglio,
non pianta e non veduta, urta, e si fiacca.
QUARTO EPISODIO
Atna (All'Araldo):
Lancia l'appello, e frena, o araldo, il popolo.
E la squillante bccina tirrena,
sino al cielo, di vivo alito gonfia,
l'acutissima voce alzi alla turba.
(Si leva l'acutissimo squillo della tromba. Accorre tutto
il popolo e riempie la scena)
Atna:
Poi che gi piena l'assemblea, conviene
che silenzio vi regni, e Atene e i giudici
queste mie leggi, ch'io sancisco eterne,
odano, ed equa le sentenza diano.
(Si presenta Apollo)
CORIFEA:
Apollo re, nei tuoi domin impera.
Quale ufficio a te spetta in questa causa?
APOLLO:
Testimonio qui giungo e n'ho diritto:
ch al tempio mio, che all'ara mia, gi venne
quest'uom supplice, ed io puro l'ho reso.
E partecipe giungo: mia la colpa
del matricidio. Apri ora tu la causa,
e giusta, come sai, d la sentenza.
Atna:
A voi parlare. Aperta gi la causa.
Quegli che accusa, favellando primo,
dirittamente i fatti ci esporr.
CORIFEA:
Molte siam noi, ma parleremo brevi.
E tu motto per motto a noi rispondi.
Or di' prima se tua madre uccidesti.
ORESTE:
L'uccisi: mai non negher lo scempio.
CORIFEA:
Una delle tre prove vinta gi.
ORESTE:
Non millantar: caduto ancor non sono.
CORIFEA:
Or devi dire come l'uccidesti.
ORESTE:
Stretta una spada, le tagliai la gola.
CORIFEA:
Istigato da chi? Chi vi t'indusse?
ORESTE:
Dai responsi di Febo. Ei lo conferma.
CORIFEA:
T'indusse Apollo a uccidere tua madre?
ORESTE:
N della sorte mia fin qui mi lagno.
CORIFEA:
Altro presto dirai, se ti condannano.
ORESTE:
Non temo: il padre aiuta me dal tumulo.
CORIFEA:
Tu, matricida, hai fede nei defunti?
ORESTE:
Di due misfatti la coprian le macchie.
CORIFEA:
Di due misfatti? Spiega questo ai giudici.
ORESTE:
Mio padre uccise, e insiem lo sposo suo.
CORIFEA:
Ma tu sei vivo, e lei Morte fa libera.
ORESTE:
Perch, mentre vivea, non l'inseguisti?
CORIFEA:
Non era, l'uom che uccise, consanguineo.
ORESTE:
E consanguineo di mia madre io sono?
CORIFEA:
O tristo, il sangue ch' pi tuo, repud:
di tua madre, che in grembo ha te cresciuto.
ORESTE:
Tu siimi teste, e tu dimostra, Apollo,
se a buon diritto uccisi. Uccisa l'ho,
non io lo nego. Ma se giusto fu,
versare il sangue, o ingiusto, a tuo giudizio
ora tu dimmi, ch'io lo dica a questi.
APOLLO:
Il giusto a voi faveller, d'Atene
giura suprema. Io, che profeta sono,
non mentir. Dal mio trono fatidico,
n di citt, n d'uomo, n di femmina
nulla io non dissi mai, che Giove Olimpio
nol m'imponesse. Ed or, persuadetevi
quanto fu l'atto di costui legittimo,
ed al voler del padre mio chinatevi:
ch pi di Giove nessun giuro vale.
CORIFEA:
T'esort Giove, che ad Oreste dessi
tal responso, tu dici? In nessun conto
tener la madre, e vendicare il padre?
APOLLO:
Ugual cosa non , morire un uomo
nobile, che lo scettro ebbe da Giove,
e per man d'una donna, e non di freccia
saettata da lungi, d'una Amazzone,
ma, come udrete, o Dea Pllade, e giudici,
che dar dovrete in questa causa il voto.
Come dal campo egli torn, compiuta
felicemente la gran gesta, quella,
con dolci motti accoltolo, mentr'egli
scendea nel bagno, gli stese d'attorno
un manto; e stretto nel funereo laccio
di screzato peplo, lo colp.
Del gloroso eroe tal fu la sorte,
del condottiere delle navi; ed anche
vi parlai della donna: il cuore, io penso
s'indigner di voi, prescelti giudici.
CORIFEA:
Giove, tu dici, ha pi riguardo ai padri?
Ed egli in lacci il vecchio Crono avvinse.
Ch non esponi il fatto a questi giudici?
A udirlo, o testimon, io vi sollecito.
APOLLO:
Mostri a tutti esecrandi, odio dei Numi,
si pu sciogliere un laccio, esiston farmachi
di questo male, ed assai vie di scampo.
Ma poi che spento un uomo, e n'ha la polvere
bevuto il sangue, mai pi non risurge.
Trovare incanto a ci, non lo potrebbe
il padre mio, che tutto ordina e tutto
in cielo e in terra, senza ansimo, volge.
CORIFEA:
Vuoi che costui venga assoluto? Pensa!
Versato il sangue ha della madre: come
del padre, in Argo, abiter la casa?
A quali altari pubblici potr
far sacrifiz? Qual trib vorr
partecipar con lui l'acqua lustrale?
APOLLO:
Anche questo dir: se a dritto, intendilo!
A quel che figlio noi diciam, la madre
genitrice non : bens nutrice
del nuovo germe: genitore quegli
che il germe espresse. Come ospite l'ospite,
se non lo strugge un Nume, essa lo porta.
E dei miei detti dar prova ti posso.
Aver puoi padre senza madre: presso
a noi la figlia dell'Olimpio Giove,
a farne prova, che non fu cresciuta
entro l'oscuro viscere; ma quale
Dea, generar saprebbe un tal rampollo?
O Palla, ed io, per quanto posso, grande
la tua citt, la tua gente far;
e mandai questo alla tua casa supplice,
che per sempre fedele egli ti fosse,
ed alleato, o Diva, egli e i suoi posteri;
e sacri ognora questi patti restino.
Atna:
Bastino i detti. Or voi, giusto, s come
coscenza vi spinge, il voto date.
CORIFEA:
Tutte scagliate abbiam le nostre freccie:
della causa il giudizio ora attendiamo.
APOLLO:
Avete udito: nel dar voto, o giudici,
il giuramento in cuor sacro vi sia.
Atna:
Or la mia legge udite, Attiche genti,
voi prime elette a giudicare questa
causa di sangue. Al popolo d'Egeo
anche i venturi d, questo consesso
dar sentenza, qui dove le Amazzoni
posero campo e tende, allorch l'odio
contro Teseo le spinse a guerra, ed esse,
di fronte alla citt, questa munirono
di torri eccelsa rocca, ed immolarono
vittime ad Are: onde la rupe ancora
d'Aropgo ha nome. Esso il rispetto
ed il timore ai cittadini in cuore
indurr, che non mai, n d, n notte,
volino giustizia, e che le leggi,
d'Atene i cittadini mai non mutino:
ch, se di fango e umor fradici, l'onda
limpida inquini, ber pi non la puoi.
Vita consiglio ai cittadini miei
n senza freno, n servil: n lungi
dalla citt si scacci ogni timore:
qual uom giusto sar, se nulla teme?
Voi temetelo dunque e rispettatelo:
esso schermo dell'Attica sar,
e salute d'Atene; e alcun degli uomini
il simile non ha, n fra gli Sciti,
n di Pelope il suol: tale consesso,
venerando severo incorruttibile
della terra d'Atene propugnacolo,
vigile su chi dorme, io stabilisco.
Questo ammonisco ai cittadini miei
che sia per l'avvenire. Adesso alzatevi,
prendete i voti, ed ossequenti al giuro,
equa sentenza pronunciate. Ho detto.
CORIFEA:
Ed io t'esorto che d'onor non frodi
questa dura d'Atene ospite schiera.
APOLLO:
Di temere io t'impongo i miei responsi
che son di Giove, e non li renda sterili.
Eumnidi:
D'omicid t'impacci: a te non spetta:
n l'oracolo tuo sar pi sacro.
APOLLO:
Anche mio padre mal mi consigli,
che d'Issone ud le prime preci?
CORIFEA:
Anche in Fere, per te, le Parche un giorno
vita perenne diedero ai mortali.
APOLLO:
Giusto non far bene a chi ti venera,
massime allor ch'ei di soccorso indige?
CORIFEA:
Le antiche leggi da te son distrutte:
le antiche Dee di loro epule privi.
APOLLO:
Presto, sconfitta nella causa, innocuo
vomirai sui nemici il tuo veleno.
CORIFEA:
Tu cianci! Ove io la causa perda, infesta
a questo suol sar la torma nostra.
APOLLO:
Fra i Numi antichi, fra i novelli Numi,
tu vai priva d'onore: io vincer.
CORIFEA:
Giovine Iddio, tu me conculchi annosa:
ma se infierire contro Atene io debba
non so: che fine abbia la causa attendo.
(Durante tutta questa discussione s' compiuta la votazione.
Atna si approssima ultima a dare il voto)
Atna:
la mia volta: a me l'ultimo voto.
In favore d'Oreste io lo dar.
Madre non ho che generata m'abbia;
e il costume virile, approvo, tranne
che stringer nozze, con gran cuore, in tutto.
Figlia son di mio padre: e a cuor la sorte
mai d'una donna non avr, che uccise
lo sposo suo, custode della casa.
Anche se i voti siano pari, Oreste
vince la causa. O voi, giudici, cui
l'ufficio spetta, rovesciate l'urne.
ORESTE:
O Febo Apollo, quale sar l'esito?
CORIFEA:
Notte, mia negra madre, a noi riguarda!
ORESTE:
Questo il punto: esser perso o veder luce!
CORIFEA:
E per noi, bando avere, o nuovi onori.
Atna:
Attentamente computate i voti,
ospiti: e lunge ogni ingiustizia vada.
Un voto meno, e un gran cordoglio segue:
un voto pi, risorge una progenie.
(Intanto, si fatto lo spoglio dei voti. Atna lo verifica)
Atna:
Assoluto quest'uomo nella causa:
ch ugual risulta il numero dei voti.
ORESTE:
O Palla, o tu che la mia stirpe hai salva,
tu la mia casa rendi a me, che privo
ero di patria. Ed or diranno gli lleni:
Un uomo d'Argo, le paterne mura
abita ancora, pel favor di Pallade
e di Febo e di quei che tutto domina,
di Giove. Ei tutel del padre mio
la sorte, e volle me salvo, e neglesse
queste, a vendetta di mia madre sorte.
Ed ora, io parto, e alla mia casa torno,
a questa terra e al popol tuo giurando
che mai, pei mille e mille anni venturi
uomo alcun che la mia terra governi
qui condurr guerresco ordin di lance.
Ch io, dal fondo della tomba mia,
chi questo giuro mio trasgredir,
colpir con sciagura immedicabile,
e ogni via di sgomento, ed ogni tramite
gli sbarrer di tristi augur, ond'egli
dovr desister dall'impresa. E dove
il mio giuro rispettino, ed a questa
citt d'Atene aiuto in guerra prestino,
sar benigno ai cittadini miei.
A te salute e al popolo d'Atene.
LAMENTAZIONE
CORO: Strofe prima
Ahi, nuovi Iddei, sotto i pie' calpestate
le antiche leggi! Di man le mie prede
voi mi strappate! Ma, spoglia d'onore,
io sciagurata, nell'aspra mia doglia,
stiller lo sterminio
sopra questo terreno,
dal furore dell'anima
sprizzando atro veleno.
Da questo una serpigine
che greggi strugga ed erba,
su le zolle spargendosi,
le letifere macchie la terra coprir.
Che ti faccio? Verso lagrime?
Sar con questi cittadini acerba?
O della Notte misere
figlie, nessuno, onor prestato v'ha.
Atna:
Credete a me: non v'affliggete troppo.
Vinte non foste: il numero dei voti
fu pari: e spregio a te non vien. Ma v'erano
segni ben chiari del voler di Giove;
e quegli stesso che il responso diede,
giunse a prestar la fede sua, che Oreste
compier dovea lo scempio, e andare immune.
Non vi crucciate dunque, e il fiero sdegno
non infliggete a questo suolo, e sterile
non lo rendete, non struggete i germi
col morso edace dell'infeste bave.
Ed io con certa fede a voi prometto
che in questa terra di giustizia avrete
riposte sedi, e onor dai cittadini,
presso l'are sedendo, in troni fulgidi.
CORO: Antistrofe prima
Ahi, nuovi Iddei, sotto i pie' calpestate
le antiche leggi! Di man le mie prede
voi mi strappate! Ma, spoglia d'onore,
io, sciagurata, nell'aspra mia doglia,
stiller lo sterminio
sopra questo terreno,
dal furore dell'anima
sprizzando atro veleno.
Da questo una serpigine
che greggi strugga ed erba,
su le zolle spargendosi,
di letifere macchie la terra coprir.
Che faccio? Verso lagrime?
Sar con questi cittadini acerba?
O della Notte misere
figlie, nessuno, onor prestato v'ha.
Atna:
Prive d'onor non siete, e non vi piaccia,
per troppo d'ira, questo suolo rendere
sterile, o Dive. Anch'io - dirlo che giova? -
posso in Giove fidare: io sola so
del ricetto le chiavi ove la folgore
sigillata. Ma per che, la folgore?
Ben t'indurrai per le parole mie
a non scagliare con impronta lingua
su questa terra il maleficio, e tutti
farne abortire i frutti. In cuor sopisci
l'impeto amaro della negra furia,
e delle cose e degli onor partecipe
con me sarai: di questa terra grande
offerte le primizie a te saranno
per gli sponsali, e quando nascon pargoli:
onde il consiglio mio loderai sempre.
CORO: Strofe seconda
Questo da me si tollera,
da me vetusta Diva! E, ahim, di questa
terra, impunita la sozzura resta!
Spirer la mia furia, la mia collera.
Ahim, ahim, sciagura,
quale tortura
penetra il fianco mio!
O Madre notte, il mio furore ascolta.
Gli onori a me dovuti, antica Diva,
invincibile frode or me ne priva.
Atna:
Le furie tue sopporter: ch annosa
pi sei di me: pi accorta anche tu sei:
ma senno acuto Giove anche a me diede.
Se ad altre terre, ad altre genti andrete,
brama vi punger, ve lo predco,
di questo suol: ch ai cittadini miei
maggior gloria addurranno i d venturi.
E tu, vivendo in onorata sede,
d'Eretto presso la dimora, offerte
avrai da turbe d'uomini e di femmine,
quali niun altra gente a te farebbe.
E su la terra mia tu non gittare
i sanguinei pungigli, onde si struggono
i cuori giovanili in una furia
d'ebbrezza senza vino; e non accendere
come galli pugnaci i cittadini,
non annidarvi la guerra civile,
la promiscua strage. E non s'appressi,
resti la guerra oltre le porte, ed ivi
terribile di gloria amore avvampi.
Queste le offerte ch'io ti faccio. Beni
largire e averne, onori aver, partecipe
di questo sacro suol diletto ai Numi.
CORO: Antistrofe seconda
Questo da me si tollera,
da me, vetusta Diva! E, ahim, di questa
terra, impunita la sozzura resta!
Spirer la mia furia, la mia collera.
Ahim, ahim, sciagura,
quale tortura
pnetra il fianco mio!
O madre Notte, il mio furore ascolta.
Gli onori a me dovuti, antica Diva,
invincibile frode or me ne priva.
Atna:
Mai stanca mi far parlarti il bene:
dir non potrai che tu, vetusta Diva,
spregiata da me giovine, e dal mio
popolo, vai da questo suolo in bando.
Ma, se pur tu la Dea Suada veneri,
che dal mio labbro col suo miel ti molce,
resta fra noi. Ch se restar non vuoi,
giusto non che l'ira tua su Atene
piombi, n il danno od il furor sul popolo:
ch'esser tu puoi di questo suol partecipe
direttamente, e onore aver perenne.
CORIFEA:
Qual sede, o Atna, dici tu che avrei?
Atna:
D'ogni cordoglio immune: or dunque accettala.
CORIFEA:
L'accetter. Ma quali onor' mi serbi?
Atna:
Che senza te nessuna casa prosperi.
CORIFEA:
Questo farai? Che tal potere io m'abbia?
Atna:
La fortuna daremo a chi te veneri.
CORIFEA:
Per sempre? E te ne fai mallevadrice?
Atna:
Cosa non posso dir ch'io non la compia.
CORIFEA:
Molcir mi sento, e il furor mio depongo!
Atna:
Qui rimanendo, amici acquisterai!
CORIFEA:
Quali inni vuoi per questo suol ch'io levi?
Atna:
Tali che araldi sian di fausta sorte!
Dalla terra essa giunga, e dalla rorida
acqua del mar, dal cielo: e spirino aliti
di venti su la terra, e il sole sfolgori.
E che le zolle il frutto e de le greggi
rigogli e abbondi; e non la fiacchi il tempo;
e la progenie dei mortali, prosperi.
E si disperda dei malvagi il germe:
ch'io, come saggio agricoltore, illese
le progenie dei giusti sol desidero.
Queste saranno le tue cure. Ed io
questa citt vittrice, ognor fra gli uomini
chiara far nelle guerresche prove.
ULTIMO CANTO INTORNO ALL'ARA
CORO: Strofe prima
Mi sar grato vivere con Pallade;
n la citt dispregio
cui Giove ed il gagliardo
Marte, dei Numi asil vollero, e fregio,
e all'are baluardo
di tutti i Numi Ellni.
Per essa, con fatidici
benigni augur imploro che della vita i beni
faccia il sol coi suoi vampi
impetuosi germinar dai campi.
Atna:
Lieta sono che ai miei cittadini
tanto ben procacciai: che qui restino
queste Dive possenti e implacabili.
Tutte quante le sorti fra gli uomini
spetta ad esse partir. Chi non mai
s'imbatt ne le Dive terribili,
della vita gli straz non sa.
I delitti che gli avi compierono
te lo spingono contro; e Rovina,
senza voce, mentre alto tu gridi,
con infesto furore ti stermina.
CORO: Antistrofe prima
Che mai non soffi aura nociva agli alberi
sar vigil mia cura,
n a questo suol s'appressi,
le nuove gemme a struggere, l'arsura,
n a far vane le messi
feral morbo serpeggi,
anzi, con parti duplici
allegri a tempo debito Pan le floride greggi;
e le genti felici
lodino ognor dei Numi i benefici.
Atna:
O d'Atna presidio, o voi giudici,
questi voti ora udite? Ben grande
presso i Dmoni inferni la possa
de l'Erinni; e palese fra gli uomini
ci che valgano: a questi concedono
gioie e canti: di lagrime a quelli
fosca e torbida rendon la vita
CORO: Strofe seconda
E depreco le sorti
d'intempestive morti.
O Dive, che degli uomini
leggete il fato, o Moire, a quest'amabile
giovent date la vita propizia,
o Dive nostre suore,
Dive della Giustizia,
d'ogni casa partecipi,
vigili a tutte l'ore,
o severa adunanza
che sopra ogni altro Iddio godi onoranza!
Atna:
Bene io godo che a questa mia terra
tali augur si facciano, e venero
il tuo volto, Suada, che il labbro,
che la voce m'ornasti; e m'opposi
di costoro al selvaggio rifiuto.
Or trionfo ebbe Giove, cui grata
facondia: trionfo la causa
di Giustizia ebbe in tutto per me.
CORO: Antistrofe seconda
N mai su questa terra
frema civile guerra,
che mai di mali sazia.
N d'atro sangue cittadin s'abbeveri
la polvere, onde poi furia nemica
sitisca nuova strage
a vendicar l'antica.
Ma li stringa d'unanimi
affetti una compage,
d'unanimi od: ai mali
farmaco sommo questo pei mortali.
Atna:
Chi ben pensa, di sagge parole
trova dunque la via! Grandi beni
io da queste terribili forme
qui prevedo alla nostra citt.
E se voi queste Dive benevole
con benevolo cuore onoriate,
sempre insigni ne andrete, reggendo
con giustizia la patria ed Atne.
CORO: Strofe terza
Genti d'Atene, salvete, salvete! Fluisca abbondanza
sovra te, popol, ch'i stanza
presso a Giove, e della vergine
sua figliuola sei delizia!
Saggio ognor tu sii: di Pllade
fanno l'ale a te riparo.
e per ci Giove t'ha caro.
Atna:
E salute anche a voi. Debbo ai talami,
or, movendo io la prima, guidarvi,
alla luce del sacro corteo.
Avanzate al bagliore di queste
sacre fiaccole, e, giunte sotterra,
trattenete nel suolo ogni germe
di sfacelo, e crescete i proficui
pel trionfo di nostra citt.
E voi tutti, o rampolli di Crnao,
siate guida a queste ospiti, e sempre
bei pensieri a begli atti vi spronino.
CORO: Antistrofe terza
Anche una volta - raddoppio gli augur - salvete, salvete!,
tutti voi che sede avete
in Atene, uomini e Dmoni,
nella rocca sacra a Pllade.
Da voi lungi, sin che ospite
voi m'avrete in queste mura,
sar sempre ogni sciagura.
Atna:
Di questi voti io godo, ed al fulgore
v'invier di scintillanti fiaccole
sottesso il suolo, in sotterranei lochi,
e le ministre mie guida vi siano
che santamente l'idol mio tutelano.
Compagna avrete un'onorata schiera,
del suolo di Teseo viva pupilla,
di fanciulle, di donne e di vegliarde,
tutte velate di purpurei manti.
Movete! E il fuoco ed il baglior proceda,
s che felice questa patria schiera
sempre per fausta sorte insigne vada.
(Formano un corteo le ministre di Atna, poi le Eumnidi, poi le
fanciulle, le donne e le vecchie d'Atene, poi tutto il popolo. Una
schiera di cittadini, durante la sfilata, canta l'inno seguente)
SCHIERA DI CITTADINI: Strofe prima
O de la Notte possenti onorate figliuole
intatte, a la vostra dimora movete,
seguite dal sacro corteo.
E voi, cittadini, acclamate!
(Alto applauso del popolo)
Antistrofe prima
Entro gli spechi segreti dei secoli prischi
movete: qui vittime solenni, qui onori
avrete: ed arrida Fortuna.
E voi, cittadini, acclamate!
(Alto applauso del popolo)
Strofe seconda
A questa terra benevole e ai Lari,
qui, venerande, movete; e v'allegrino
lungo la strada, brillando, le fiaccole!
Sposate ai canti grida alte di giubilo!
(Il popolo leva alte grida di gioia)
Antistrofe seconda
Di libagioni penuria non abbiano
i cittadini di Pallade. Vigile
a tutto Giove, e la Parca, acconsentono.
Sposate ai canti grida alte di giubilo!
(Con le ultime note dell'inno, tutti i personaggi sono usciti
dalla scena e dall'orchestra)
- Questo copione è stato visto:


