Carlo Goldoni
LA DONNA DI TESTA DEBOLE
O SIA
LA VEDOVA INFATUATA
La presente Commedia di carattere, in tre Atti in prosa, fu rappresentata per la prima volta in Livorno,
nell'estate dell'anno 1753.
A SUA ECCELLENZA
IL SIGNOR
ALESSANDRO NAPOLION D'HERAUT
SERGENTE GENERALE
AL SERVIZIO DELLA SERENISSIMA
REPUBBLICA DI VENEZIA
Bellagloria per me, bell'onore per le opere mie, che fra la serie numerosa de' miei protettori contisi un Eroe Militare del valore e del merito di V. E. Gli elogi che si fanno nelle dedicatorie sogliono essere talvolta sospetti di adulazione, ma io non ho altro di buono nelle mie lettere, semplicemente scritte, che la verit e la moderazione; sicuro che quanto ho detto finora di quelli ai quali sono le opere mie raccomandate, non mi pu essere rimproverato di falso, ma piuttosto posso io rimproverar me medesimo di aver detto assai meno di quello che al sangue loro, alle loro virt e ai meriti loro si conveniva. Questa mia confessione sincera disporr l'animo di V.E. a leggere quest'ossequiosa mia lettera senza timore di ritrovarla caricata di lodi soverchiamente, e far s che il Mondo, dalla verit delle poche cose ch'io sapr dire, potr molto pi argomentare della vostra eccelsa virt. Con tanto miglior animo entro a parlar di Voi con moderazione, sapendo di certo che Voi amate pi di meritare le lodi, che di conseguirle; e rispetto al Pubblico, avvezzo da lungo tempo a lodarvi, non d'uopo ch'io mi affatichi a parlar di Voi, poich le vostre gloriose azioni vi hanno bastantemente fatto conoscere. L'illustre grado con cui la Repubblica Serenissima ha coronato gl'infiniti meriti vostri, ve lo avete acquistato colla fedelt, e col sangue, e colle fatiche, ed ella, clementissima Madre de' valorosi Figliuoli suoi, sparse ha sopra di Voi le sue giustissime beneficenze. Nel secolo oltrepassato l'illustre Genitore vostro, il Colonnello Francesco Napolion d'Heraut, lasci la Francia, ov'era noto e per il sangue, e per il valore, ed al servizio della Repubblica mor gloriosamente in guerra, unitamente a Massimiliano ed Antonio, altri figliuoli suoi e fratelli vostri. Voi principiaste a servire in qualit di Alfiere nella Veneta Armata in guerra viva cogli Ottomani nell'et d'anni tredici, e tanto si rese il vostro coraggio ammirabile, che d'anni sedici foste promosso al grado di Capitano. Sette battaglie in quattr'anni vi hanno indi portate al grado di Colonnello, e in ogni azione, o terrestre, o marittima, si sempre contradistinto il vostro valore non solo, ma la vostra singolare prudenza. Prova di ci validissima fu la Nave Veneta San Pio V, salvata dal vostro coraggio, dopo 13 ore di combattimento, e dalla vostra prudenza, a fronte di una sediziosa ribellione dell'equipaggio. In occasione di pace, nei tempi delle Neutralit, furono a Voi appoggiate dal Principe Serenissimo illustri cariche militari in Italia, in Levante, nella Dalmazia, e sostenendo in ogni pi malagevole incontro con egual merito le onorate vostre incombenze, foste poi decorato dello specioso titolo di Sergente Maggior di Battaglia. Quanto pi le grazie e gli onori vi caricavano, tanto pi si aumentava lo zelo vostro per il pubblico buon servizio, ed eccovi finalmente al grado eccelso di Generale. Io non ho fatto sinora che accennar di volo le vie gloriose che Voi calcaste per giugnere a meritarlo, il che vi onora assai pi, che se l'aveste molto prima ottenuto, e Voi sarete sempre un bell'esempio a tutti coloro che servono per la gloria, e aspirano al premio molto pi che al favore della fortuna. Permettami l'E. V., che trattenendomi dal continuare sul vasto argomento delle vostre lodi, dia luogo ad un pensiero che ora la mente mi suggerisce; dico io a me medesimo, che dir il Mondo di me, che a un s valoroso seguace di Marte ardisco offerire il bassissimo dono di una Commedia? Che han che fare cogli Eroi Militari di s alto grado i teneri amoretti, le scioccherie degli uomini, la critica delle donne? Ad un uomo di s gran mente, perch offerire una Donna di testa debole? L'obbietto che ora mi faccio, me lo suppongo ancora pi caricato da chi vuol torcere in mala parte gli altrui pensieri; per mi credo in debito di giustificarmi. Chi ha l'onor di conoscervi e di trattarvi, sa che in Voi, unito al valore, fiorisce mirabilmente il sapere; che quanto siete poderoso e forte nelle occasioni di guerra, siete altrettanto gentile nelle conversazioni, e che nei vostri brievi riposi vi compiacete assaissimo della piacevole letteratura. La Commedia per alcuni fatta per istruire, per altri fatta per divertire, e quanto pi ridicola, tanto pi acconcia al divertimento di chi ha l'animo in gravi cure occupato. Quante volte, Signore, vi sarete Voi incontrato in Donne di testa debole, infatuate di falsi principii, dottoresse male a proposito? Quanti giovanotti avrete Voi conosciuto ignorantissimi, sciocchi, affettar di sapere, e voler decidere senza verun fondamento? La Commedia che ora vi supplico umilmente di leggere e di ricevere sotto la vostra umanissima protezione, tanto piena di verit, che spero abbiate da compiacervene. Vedrete in essa un adulatore; e quanti non ne avrete Voi conosciuti? Vedrete un uomo sincero... Ah, di questi non ritroverete gli esempi cos comuni, ma lo ritroverete in Voi stesso. So essere la sincerit il pregio vostro pi favorito, pregio necessarissimo alle anime grandi come la vostra. Il tenero amore una passione, che non l'ha risparmiata agli Eroi pi famosi de' secoli oltrepassati; rinonziare alle pi belle speranze per impulso di una costante sincerit, tal Virt che render caro a' vostri occhi il carattere di Don Fausto, e voi sareste capace di fare altrettanto.
Non vi offendo, Signore, se ardisco credervi capace di sentir le fiamme d'amore. I figliuoli di Marte non saranno in questo pi forti del Padre loro; ma la vostra prudenza, unita alla vostra civile sincerit, non possono mai abbagliarvi alla vista di chi non merita. Parlo di quell'amore che conviene al grado vostro ed alla vostra virt, parlo dell'amar virtuoso, che distinguendo il merito ove risiede, sa fare giustizia ad altri, senza intacco del cuore che lo alimenta. Oh Dio! son tanto avvezzo sentirmi fare delle critiche e degli abbietti, che un altro me ne figuro. Dir taluno: perch divertasi un Uomo Grande col ridicolo di una Commedia, non basta che ei la trovi stampata e che si degni di leggerla? A che l'accompagni tu al Cavaliere colla tua lettera? Come ardisci di dedicargliela? Permettami anche per questa fiata V. E., che io risponda a coloro che cos parlano. Primieramente le mie lettere non sono Dedicatorie, le mie Commedie non sono opere dedicate. Sono fatte pel pubblico, ed il pubblico le ha vedute. Ora facendole per via del torchio rivedere la luce, ricordandomi delle crisi che sulle scene han passato non fo che raccomandarle ad una ad una alla protezione di lai Soggetti, che vagliano a difenderle non dalla critica onesta, ma dalla critica maliziosa. Questa Commedia fortunatissima, toccandole in sorte un Protettore che far tacere i malevoli a loro malgrado. Voi, Signore, li farete tacere, non con altro che col degnarvi di compatirla. Il giudizio vostro troppo rispettabile, perch si trovi chi voglia opporsi. Voi conservate il genio per le belle lettere ereditato da' vostri maggiori, il di cui nome rispettato tuttavia nella Francia, ove il Castello d'Heraut ha dato il nome alla vostra Famiglia, illustre per l'antichit, e per le cariche militari e civili in quel fioritissimo Regno sostenute. Napolion fu il nome di un vostro Progenitore, il di cui merito insigne f passare alla discendenza lo stesso nome, come in Roma ai Scipioni, ai Cornelii e a tant'altri Eroi di quel tempo. Un altro motivo, non meno forte di questo, mi move a scrivere ai padroni ed amici miei simili ossequiosi fogli, cio per dar loro qualche pubblica testimonianza del mio rispetto, e per corrispondere, a misura delle mie forze, alla benignit che mi usano. V. E. vent'anni sono mi onor della sua protezione; n mai d'allora volle privarmene, anzi in modo particolare me l'ha aumentata coi pi amabili segni di amorosa parzialit. Oh quanto far dovrei per corrispondere a s larga fonte di grazie! Ma il mio scarso talento non mi somministra di pi. So che le anime grandi si onorano col chieder loro le grazie. Una ne chiedo a V.E., che stimo quanto la vita, ed la permissione ch'io possa in pubblico gloriarmi di essere quale ossequiosamente m'inchino
Di V.E.
Umiliss. Devotiss. Obbligatiss. Serv.
Carlo Goldoni
L'AUTORE A CHI LEGGE
Non stravagante che una Commedia abbia due titoli: ne abbiamo l'esempio in Molire e molti altri Autori. bene stravagante piuttosto, che ad una stessa Commedia diasi un titolo, quando si rappresenta, meno conveniente all'argomento suo principale, riserbandosi darle il suo vero titolo quando si stampa. E pure una tale stravaganza ho dovuto io medesimo tollerarla. La Donna di testa debole, o sia La Vedova infatuata, sono due titoli che convengono al carattere della donna che forma il protagonista, ma per certo mio particolare riguardo mi sono contentato d'intitolarla: L'Uomo sincero. vero, che siccome lo scioglimento e la parte principale dell'intreccio s'appoggia all'Uomo sincero, ed interessato nella catastrofe, potea sperare che mi venisse passato, ma le genti, che hanno buon naso, non han lasciato di dire che il titolo non conveniva coll'azion principale. Ho simulato dentro di me il dispiacere, vergognandomi di addur la causa di tal licenza, e mi son contentato di dire: Mai pi. Questa la prima Commedia che ho scritta per il Teatro Vendramino in Venezia. Dovevasi rappresentare la prima sera, ma io non ci potei essere, e mi fu raccontato un imbroglio, per cui mi si ha voluto dare ad intendere, che non fu fatta per mera casualit. Chi non sa quel che passa nei Teatri, non sa le pi belle cose di questo mondo. Tornando dunque a ripetere, che tal Commedia doveva rappresentarsi la prima sera, prego il Lettore di osservare in essa con attenzione, aver io fatto studio particolare, perch figurassero tutte le persone che componevano la numerosa compagnia di detto Teatro; e precisamente le parti ridicole sono per l'appunto tali quali devono essere sul nostro Teatro, e come si sono vedute recitare le brave Maschere all'improvviso. Tutto questo l'ho fatto per giovare ai Comici precisamente, acci potesse ciascheduno comparire decentemente nella prima rappresentazione, e dar speranza al pubblico di veder tutti brillare nelle Commedie di particolare impegno. Mi fu rotto il dissegno; si fece in un tempo che il Teatro era stracco, e non bast per farlo risorgere, il che poi fu riserbato alla Sposa Persiana. Dir a questo proposito un'osservazione che ho fatto colla pratica e con il tempo. Nella scelta delle azioni, sieno tragiche, sieno comiche, o musicali, conviene avere un riguardo alla qualit del Teatro, cio alla sua grandezza. In un Teatro picciolo riescono bene alcune azioni leggere, familiari, o critiche, ma in un Teatro grande colpiscono difficilmente, e conviene scegliere azioni grandiose, strepitose, massiccie. Cos la musica in un Teatro picciolo si serve felicemente di modulazioni pi delicate, d'accompagnamenti meno sforzati, ma in un Teatro grande necessario lo strepito, tanto nella parte vocale, quanto nella istrumentale. In fatti alcune Commedie, che mi sono riescite mirabilmente nel Teatro di Sant'Angiolo, non farebbono lo stesso effetto in quello di San Luca, ove tutte le cose grandi mi sono andate prosperamente. Ma un uomo forzato a scrivere tutto l'anno dee contentarsi di prendere gli argomenti, e grandi, e piccioli, come la fantasia suggerisce, e il pubblico dovrebbe di ci contentarsi. Ho detto dovrebbe, ma non posso dire di pi. Per mi contento assaissimo del compatimento che hanno le opere mie; ed molto, che dopo dieci anni di continuo lavoro, mi soffrano con s grande bont.
PERSONAGGI
Donna VIOLANTE vedova
Donna ELVIRA sua cognata
Donna AURELIA loro amica
Don FAUSTO
Don ROBERTO
Don GISMONDO
Don PIROLINO nipote di donna Violante
PANTALONE mercante veneziano zio paterno di donna Elvira e del fu marito di donna Violante
Il DOTTOR BALANZONI avvocato
UN NOTARO
BRIGHELLA servitore di don Fausto
TRACCAGNINO servitore di don Roberto
ARGENTINA cameriera di donna Violante
CECCHINO paggio di donna Violante
Un SERVITORE di donna Aurelia
Un SERVITORE di Pantalone
La Scena si rappresenta in Napoli.
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Camera di ritiro di donna Violante, con un tavolino carico di libri e fogli e calamaio ecc.
Donna Violante sedendo al tavolino e leggendo, ed Argentina
ARG. Signora padrona.
VIO. Lasciami studiare.
ARG. Vorrei dirvi una cosa.
VIO. Aspetta. Lasciami terminare questa facciata.
ARG. (In verit, ho paura che la poverina voglia impazzire. In otto o nove mesi di vedovanza, ha fatte tante stravaganze ch'io non la so capire). (da s)
VIO. (Legge forte) Perciocch ella voce generale, e dicendosi versi senz'altra specificazione, si possono intendere cos i greci, come i latini, come i toscani, e come quelli di ogn'altra lingua, che gi quando il Petrarca disse... (piega la carta)Via, parla: che cosa mi vuoi dire?
ARG. Finite, finite, signora.
VIO. Ho finito. Parla.
ARG. Mi pareva che non aveste terminato il senso.
VIO. Io finisco di leggere, quando terminata la pagina.
ARG. Quando io andava alla scuola, la maestra non m'insegnava cos.
VIO. Don Pirolino, mio nipote, mi fa studiare quattro pagine al giorno; e non vuole ch'io passi oltre.
ARG. Voleva dirvi, prima d'ogni altra cosa, aver io sentito che il signor Pantalone vuol dar marito alla signora donna Elvira, vostra cognata.
VIO. Non suo zio, che si curi di maritarla. Ella , che ha volont di marito. Ma spero io ancora di passare alle seconde nozze, prima ch'ella si vegga coll'anello in dito.
ARG. Permettetemi ch'io dica, che a quest'ora il nuovo sposo lo avereste ritrovato, se vi conteneste da vedova, come avete fatto da fanciulla e da maritata. Ma... compatitemi: avete mutato intieramente il modo di vivere. Vi siete data a tre o quattro cose, che sono poi anche fra di loro contrarie. Queste critiche le sento dire, e mi vengono i rossori sul viso per parte vostra. Non voleva dirvelo, ma mi reputerei una serva indegna, se non parlassi col cuor sulle labbra alla mia padrona.
VIO. Cara Argentina, invece di riprenderti ti ammiro, ti lodo e dell'amor tuo ti son grata. Lascia per ch'io ti dica che hai poco spirito, e che sentendo parlar di me, non distingui la verit dall'invidia. Odimi, ti voglio ammettere all'ultima confidenza. Voglio svelarti il mio cuore in una maniera che a me medesima qualche volta ho soggezione di fare. Io mi sono maritata assai giovine; sono rimasta vedova in una et che non invidia niente quella di mia cognata. Tuttavolta quel primo fiore di giovent, Argentina mia, se n' ito; e il nome di vedova in qualunque et sempre per la femmina svantaggioso. La bellezza, se ve ne fosse, se ne va in pochissimi anni. La mia dote, tu lo sai, non arriva a seimila scudi. Li ventimila, che mi ha lasciati mio padre, mi sono acerrimamente contrastati da' miei cugini; e la causa pericolosa. In questo stato in cui mi ritrovo, la sola apprensione di restare in un canto sprezzata, o non curata, mi fa sudare qualunque volta ci penso. Ecco la ragione, per cui procuro essere fiancheggiata da quelle prerogative che mi possono mettere in maggior credito, in maggiore riputazione. Un poco di lettere, un poco di brio, un misto di seriet e di ridicolo per adattarsi ai caratteri delle persone; saper dire la barzelletta; saper dar la burla con grazia; stare all'occasione del tavolino e della bottiglia, sono cose che piacciono alla gente allegra. Parlar d'istorie, dir qualche verso; entrare in materia di politica, di erudizione, sono qualit che innamorano i dotti, e sono cose che durano assai pi d'un bel viso; sono meriti che si conservano nell'et pi avanzata; e tante e tante volte una vecchietta graziosa e dotta fa disperare le pi giovani e le pi belle, perch senza spirito e senza grazia.
ARG. Voi parlate assai bene; voi avete delle massime buone. Ma, a buon conto, il maestro che avete scelto per erudirvi, uno sciocco.
VIO. Non vero. Mio nipote sa quanto basta; ed io mi prevalgo di lui, perch ho della confidenza, n voglio che si dica, prendendo un altro maestro, che principio oggi a studiare.
ARG. Ma non vedete, signora mia, che perdete il tempo, e potreste a quest'ora essere rimaritata? In verit fate torto a voi stessa a credere d'aver bisogno di maggior merito per essere amata. Tutti quelli che frequentano la vostra conversazione, e non sono pochi, tutti bramerebbero di conseguirvi.
VIO. Ho timore che mi coltivino per la speranza della mia eredit e che, perduta questa, mi lascino.
ARG. Il signor don Fausto, secondo me, vi ama pi di tutti, e senza alcun interesse. Egli un giovane che mi piace assaissimo, schietto, sincero...
VIO. Sincero un poco troppo. Anch'io, per dirti la verit, lo stimo e lo amo sopra d'ogni altro; ma ha un certo non so che di aspro qualche volta, e piccante, che incomoda infinitamente.
ARG. Egli ha per voi il maggior rispetto che possa aversi.
VIO. Te lo giuro: don Fausto mi piace infinitamente.
ARG. Piace anche a vostra cognata: e se voi lascierete correre...
VIO. Come! Mia cognata ardirebbe di frammischiarsi nella mia conversazione? Se ardir alzar gli occhi soltanto ad uno di quelli che hanno della parzialit per me, le far quello che forse non le aver mai fatto sua madre.
SCENA SECONDA
Cecchino e dette.
CECC. Signora.
VIO. Che cosa vuoi?
CECC. Due signori desiderano riverirla.
VIO. Chi sono?
CECC. Il signor don Roberto ed il signor don Gismondo.
VIO. Vengo subito... Ma in questa camera non vi uno specchio. Argentina, come ti pare ch'io stia?
ARG. Voi avete buonissima ciera.
VIO. Non dico questo. Il capo mi par d'averlo male assettato.
ARG. In verit, state benissimo.
VIO. Non vero. Qui sento che li capelli sono arruffati.
ARG. Ma no, vi dico.
VIO. Ma non me ne fido. Vammi a prendere uno specchio.
ARG. E quei signori aspettano.
VIO. Presto, cara Argentina. Se non son quieta, perdo lo spirito.
ARG. Non so che dire; vi contenter. (Davvero, davvero ho paura ch'ella abbia perso il cervello). (da s, parte)
SCENA TERZA
Donna Violantee Cecchino.
CECC. E quei signori passeggiano.
VIO. Non vorrei che mi tacciassero di malcreata... Prendi, reca loro questo pezzo di carta; di' che si divertano, fintanto che da un piccolo affare sono obbligata a lasciarli soli.
CECC. Sar qualche cosa di bello.
VIO. Portala a chi ti comando, e non pensar altro.
CECC. S, signora. (legge piano)
VIO. (Ammireranno intanto un primo parto della mia Musa). (da s)
CECC. (Leggendo piano, e camminando, si mette a ridere forte)
VIO. El, perch ridi?
CECC. Rido di quell'ignorante che ha fatta questa bella composizione.
VIO. Come! tu, asinaccio, giudicherai di quei versi?
CECC. Io non so de' versi. So che vi una sconcordanza in genere.
VIO. Cosa vuol dire questa sconcordanza in genere?
CECC. Vuol dire che il genere mascolino non accorda col femminino.
VIO. Via, impertinente. Ai ragazzi non tocca parlare di queste cose. Hai la bocca di latte e vuoi parlare del genere femminino?
CECC. Io m'intendo dire...
VIO. Via, via, non voglio sentir altro.
CECC. Dico che chi ha fatta questa composizione...
VIO. L'ho fatta io.
CECC. Oh, va bene; non parlo pi. (Di Partenope nostro: Partenope mascolino! Meriterebbe un cavallo, ma come va!) (da s, e parte)
SCENA QUARTA
Donna Violante, poi Argentina collo specchio.
ARG. Compatitemi signora; venuta una visita alla signora vostra cognata, e ha toccato a me riceverla ed introdurla
VIO. Chi questa visita?
ARG. la signora donna Aurelia.
VIO. Donna Aurelia va da mia cognata, e non viene prima da me? Bene, bene la scarter.
ARG. Ha domandato anche di voi, signora...
VIO. D qui lo specchio. (arrabbiata)
ARG. Eccolo.
VIO. (Si va guardando nello specchio, e s'accomoda con uno spillone).
ARG. Credo che dopo verr da voi...
VIO. Da me dopo? Vada al diavolo. (con rabbia si concia)
ARG. Voi avete paura di scomparire, e fate torto a voi stessa. Credetemi, signora padrona, avete assai migliorato da che siete vedova.
VIO. Gli occhi non mi pare che abbian patito. (guardandosi nello specchio)
ARG. Per quello che avete pianto, non doverebbono aver patito certo.
VIO. Una volta mi pare che io era pi rossa.
ARG. Ah, in quanto al rosso poi, il pi e il meno sta in vostra mano.
VIO. Sento gente. Chi viene?
ARG. Parmi che sia...
VIO. Donna Aurelia? non la voglio ricevere
ARG. Ma io non saprei...
SCENA QUINTA
Donna Aurelia e dette.
AUR. Amica, si pu venire?
VIO. Si pu. Quando si viene, si pu.
AUR. Non vi prendete soggezione di me. Accomodatevi pure.
VIO. Potevate restare da mia cognata.
AUR. Cara amica vi sono stata anche troppo. Mi ha veduta che smontavo dalla carrozza. Mi ha detto che mi voleva parlare, e non ho potuto esentarmi dall'ascoltarla. Ma la visita vostra, e sono qui a rallegrarmi; ma a rallegrarmi di cuore.
VIO. Di che?
AUR. Per tutto si parla del vostro spirito.
VIO. Portatele da sedere. (ad Argentina)
ARG. (Ora l'ha toccata sul vivo). (va per la sedia)
AUR. (A secondarla si ha dello spasso). (da s)
VIO. Cara amica, dubitava quasi essere da voi abbandonata. Sono vedova, ma sono ancora Violante.
AUR. Anzi siete pi che mai adorabile. Mio marito mi ha detto le mille volte: se non avessi moglie! e lo dice con tanta passione, che quasi quasi...
VIO. Oh, non vi state a mettere in gelosia. Gli uomini maritati ve li dono quanti che sono.
AUR. In fatti voi avete una turba di adoratori, ognuno de' quali vi potrebbe fare contenta.
VIO. Non dico per dire... ma ne ho parecchi.
AUR. Voi farete disperare tutte le fanciulle napolitane.
VIO. Se non ve n' una, che vaglia un fico.
AUR. Lo dicevamo anche l'altro giorno. Val pi lo spirito di donna Violante di tutte le pi rare bellezze.
VIO. Quando poi lo spirito accompagnato con un poco di buone carni, ha maggior merito.
AUR. S, in voi vi l'uno e l'altro.
VIO. Ah, ah, ah. Mi burlate...
AUR. No. Si vede...
VIO. Chi quella? (ad Argentina, osservando tra le scene)
ARG. Vostra signora cognata.
VIO. Che cosa pretende nelle mie camere? (s'alza)
AUR. Non ce la volete?
VIO. Non ce la voglio. Andiamo in quest'altra camera. (ad Argentina)Compatitemi; se volete venire, siete padrona.(ad Aurelia, e parte)
SCENA SESTA
Donna Aurelia e Argentina; poi di dentro Donna Violante.
AUR. Argentina.
ARG. Signora.
AUR. Ha un gran caldo la tua padrona.
ARG. Effetti della vedovanza.
AUR. Patisce a stare senza marito?
ARG. Non mi fate dire...
AUR. Raccontami qualche cosa.
ARG. Se potessi...
VIO. Argentina. (di dentro)
ARG. Verr da voi, signora. Vi racconter ogni cosa. (a donna Aurelia)
AUR. Tutto il giorno pazzie.
ARG. Quelle del giorno non contan niente: bisogna veder quelle della notte.
AUR. Deve smaniare.
ARG. Come una bestia.
VIO. Argentina. (di dentro)
ARG. Vengo. Oh belle cose! son fanciulla, ma qualche cosa capisco. Vengo, vengo; vi narrer. (parte)
SCENA SETTIMA
Donna Aurelia, poi Donna Elvira.
AUR. Eh! in oggi le fanciulle la sanno lunga. Ma dov' donna Elvira, che ha fatto sparire donna Violante? Io non la vedo venire. (s'accosta all'uscio)Amica, che fate cost? Venite, ch'io son sola.
ELV. Sento che la bile mi affoga.
AUR. Con chi l'avete?
ELV. Con quella incivile di mia cognata.
AUR. E per lei vi scaldate il sangue? Mettetela in ridicolo come fanno tanti, e non le badate.
ELV. Quando mi ha veduta, fuggita.
AUR. Dovreste aver piacere ch'ella avesse soggezione di voi; segno ch'ella vi crede pi vezzosa e pi bella.
ELV. Credetemi, amica, che con lei non si pu pi vivere.
AUR. Perch vostro zio non vi d marito?
ELV. Perch colei mi attraversa tutti i migliori partiti. Quanti vengono in questa casa, dopo ch'ella rimasta vedova, li vuole tutti per lei. Se vede che uno mi saluti in passando, ella subito gli fa le grazie e lo tira a s. Son certa che non mi mariter mai, fino ch'ella sta in questa casa.
AUR. Pu darsi ch'ella si rimariti.
ELV. Chi volete voi che la pigli?
AUR. Fra tanti che la trattano, possibile che non vi sia uno che dica davvero? Il signor don Fausto, fra gli altri, pare sia per lei appassionatissimo.
ELV. Il signor don Fausto mi pare, se non m'inganno, abbia qualche inclinazione per me.
AUR. Oh, l'averei pur caro! Starete con lui da regina; e se egli ha veramente quel buon senno che dimostra di avere, preferir voi per cento titoli a donna Violante.
ELV. Dote io ne ho pi di lei.
AUR. Tanto pi se perde la lite con i suoi cugini, come la perder certamente.
ELV. Di volto... non dico per dire...
AUR. Oh, non nemmeno da paragonarsi.
ELV. E poi... ella vedova.
AUR. S quel ch' stato, stato.
ELV. Eppure, con tutto questo, sinora me l'ha fatta vedere.
AUR. Volete ch'io dica una parolina a don Fausto?
ELV. Non sarebbe mal fatto che voi gli diceste qualche cosa.
AUR. Lasciate fare a me. Voglio io buscarmi la senseria.
ELV. Vi dar centomila baci.
AUR. Eh, no no, serbateli.
ELV. Per chi?
AUR. Eh furba!
ELV. Tenetene uno. (e la bacia in bocca)
AUR. (Sputa dopo il bacio)
ELV. Come! sputate il bacio?
AUR. Compatitemi, amica. Ho un labbro cos delicato, che tutto mi fa venire de' bruscoli.
ELV. Via via, non dubitate, che i miei baci non vi insudiceranno mai pi.
AUR. Ve ne avete a male per questo?
ELV. Che ora abbiamo? (sdegnosa)
AUR. Sar il mezzogiorno vicino. (sostenuta)
ELV. Bisognerebbe ch'io vedessi... Basta, non voglio lasciarvi sola.
AUR. Non v'incomodate per me. Gi voleva partire.
ELV. Se volete favorir di venire...
AUR. Vi ringrazio. Sono aspettata. Serva, donna Elvira.
ELV. Serva divota. (Stomacosa!) (da s)
AUR. (Sciocca! non sa altro che baciucchiare). (da s e parte)
ELV. (Vada a farsi baciar dal diavolo). (parte)
SCENA OTTAVA
Camera d'udienza di donna Violante.
Don Roberto e Don Gismondo.
ROB. Donna Violante vuol perdere tutto il merito con queste sue debolezze.
GIS. Stupisco che con tutta la sua seriet, si abbandoni a far dei versi cotanto sciocchi. (ha in mano un foglio)
ROB. Lodo ch'ella si dia ad un vivere un po' pi allegro e faccia qualche pompa del suo talento, ma non vorrei ch'ella si facesse ridicola.
GIS. Io vi consiglierei che colla vostra franchezza le apriste gli occhi.
ROB. Non vorrei disgustarla. Sapete, caro amico, che le donne amano di essere adulate. Per dirvela in confidenza, ho qualche buona speranza sulle sue nozze. Se me le rendo odioso correggendola, vi sar qualcun altro che secondandola mi balzer dal mio posto.
GIS. Oh, chi volete voi che si prenda la pena di lodarla in una cosa cos cattiva?
ROB. Voi colla vostra flemma potreste dirle la verit.
GlS. Io non ho poi certo impegno per lei; non vo' prendere, come si suol dire, gatti a pelar per nessuno. (Preme anche a me la grazia di donna Violante). (da s)
ROB. Basta; se sar mia moglie, la corregger con un poco di autorit. Per ora io lascio correre.
GIS. (Spero che non sar sua moglie, se valeranno le mie cautele). (da s)
ROB. Caro amico, aiutatemi.
GIS. S, lo far volentieri. Ecco donna Violante.
ROB. Date a me quella carta. (prende il foglio da don Gismondo)
SCENA NONA
Donna Violante e detti.
VIO. Scusatemi, signori, se vi ho fatto indiscretamente aspettare.
ROB. No, madama, abbiamo impiegato il tempo benissimo, ammirando le belle produzioni del vostro spirito.
VIO. Compatitemi. Son principiante.
ROB. Voi andate a gran passi per la strada dei letterati.
VIO. Troppo onore, signor don Roberto; e don Gismondo ha sofferto con bont quel piccolo scherzo della mia Musa?
GIS. Oh signora, io non posso decidere. Ma... per dirla... sono rimasto pieno di meraviglia. (con affettata umilt)
VIO. Credete voi che col tempo potr sperare di vedere impresso il mio nome?
GIS. Voi sarete un oggetto d'ammirazione e d'invidia.
ROB. Ma, cara donna Violante, non sagrificate i pi bei giorni alle lettere. Godete il mondo, finch la bella et lo permette.
VIO. S, voglio goderlo. Il mio tempo lo so dividere perfettamente. Sentite se io ho fatta una buona distribuzione del giro delle ventiquattr'ore. Dodici al letto, due alla tavoletta, due al pranzo, una alla cena, tre allo studio e quattro alla conversazione.
ROB. poco per la conversazione. Che dite, don Gismondo?
GIS. S, vorrebbono essere almeno sei.
VIO. Aspettate: leviamo due ore da qualche altra faccenda.
ROB. Io le leverei dallo studio.
VIO. Oh no: lo studio troppo necessario. Che dite, don Gismondo?
GIS. S, necessarissimo. Farebbe torto al suo felice talento.
ROB. Dalla tavoletta si potrebbe levar qualche cosa?
VIO. Due ore sono anche poche.
ROB. Due di pranzo, una di cena?...
VIO. Si pu far meno?
GIS. Anzi difficile che colla tavola non s'intacchi.
ROB. Per dirla, mi pare che delle dodici del letto se ne potrebbe levare un paio almeno per la conversazione.
VIO. Ma sono avvezza cos.
GIS. Si potrebbe conciliare una cosa coll'altra. Non incompatibile letto e conversazione.
VIO. S, s, per la cioccolata.
ROB. Bravissima! la conversazione della cioccolata
GIS. Grande spirito! gran prontezza ha madama!
SCENA DECIMA
Paggio e detti.
PAGG.Signora.
VIO. Che vuoi?
PAGG.Il signor don Fausto vorrebbe riverirla.
VIO. Venga pure, padrone.
PAGG.(A che serve ch'io faccia le imbasciate? Qui non si dice di no a nessuno). (da s, e parte)
ROB. Signora, con vostra buona licenza.
VIO. Volete partire?
ROB. Don Fausto, per dirvela, un uomo melanconico, che non mi piace; non so come il vostro brio, il vostro spirito, lo sopporti.
VIO. vero, patetichino; ma di buon cuore.
GIS. Il cuore delle persone, signora mia, non si conosce s facilmente. Questi uomini tetri non hanno il cuore sincero.
VIO. Sinora non ho avuta occasione di diffidare di lui.
GIS. Lo proverete. Servitor divotissimo.
VIO. Anche voi mi lasciate?
GIS. Parto qui coll'amico.
VIO. Favoritemi quel pezzo di carta. (a don Roberto)
ROB. Non volete lasciarmi una cosa cos preziosa? Permettete ch'io ne possa estrarre una copia. Vi mander questa per Traccagnino mio servitore.
VIO. Servitevi come vi aggrada. Gi ho meco l'originale. Ma i miei versi non hanno merito.
GIS. Meritano di essere scritti a caratteri d'oro.
VIO. Voi mi burlate.
GIS. Vi parlo con il cuor sulle labbra. Permettetemi. (le bacia la mano)
ROB. Oggi, oggi verremo da voi a far le quattr'ore di conversazione. Questi momenti non li contiamo.
VIO. Caro don Roberto, il vostro brio mi consola.
ROB. Sono a' vostri comandi, madama. (le bacia la mano)
GIS. Madama. (partono)
SCENA UNDICESIMA
Donna Violante, poi Don Fausto.
VIO. Son confusa da tante grazie, da tante lodi.
FAU. permesso che possa anch'io riverirvi?
VIO. Credeva che pi non veniste. mezz'ora che mi avete fatta far l'imbasciata. Dove siete stato? da donna Elvira?
FAU. Non signora, mi sono un poco trattenuto nell'anticamera con Argentina.
VIO. Gi, anche quella scioccherella trattiene l'anticamera; la mander via.
FAU. Lasciatemi dire, signora; mi sono trattenuto, diceva, per non interrompere i complimenti di don Roberto e don Gismondo.
VIO. Non potete voi stare in conversazione con essi ancora?
FAU. S, ci posso stare; ma non lo desidero.
VIO. Vi sar il suo perch.
FAU. Voi mi dispenserete di dirlo.
VIO. Don Fausto, parlatemi con sincerit, siete un poco geloso, non egli vero?
FAU. Sapete voi di che son geloso? Del vostro buon nome, dell'onor vostro.
VIO. Di ci vi son grata, e spero avrete occasione d'esser contento.
FAU. Credetemi, donna Violante, che mi d pena, quando sento parlar di certe cose...
VIO. Non occorre farsi meraviglia di niente. L'invidia lo spirito dominatore degl'ignoranti.
FAU. Io mi augurerei che foste oggetto d'invidia.
VIO. Oh, lo sono, ve l'assicuro. In oggi non alla moda che le donne diansi allo studio; e se taluna, amando le lettere, si fa distinguere dalle altre, le si scatena contro l'invidia.
FAU. L'invidia non sarebbe niente. Mi fa paura la derisione.
VIO. S, anche la derisione. Ma di chi? degl'ignoranti: di quelli che, vergognandosi di non sapere, tentano di porre in ridicolo quelli che sanno.
FAU. Voi dite benissimo; ma quelli che veramente sanno, si burlano degl'ignoranti, e si consolano coll'approvazione dei dotti.
VIO. Cos faccio io.
FAU. Cara donna Violante, non ci aduliamo.
VIO. Faccio cos sicuramente. Io non abbado ai maligni. Mi contento di quelli che fanno applauso, non dir alla mia virt, ma alla mia inclinazione.
FAU. E chi sono questi, signora?
VIO. Ve ne potrei numerar pi di venti. Ma ora, pi recentemente degli altri, don Roberto e don Gismondo. Non si saziavano di dirmi di quelle cose che in verit mi fanno arrossire.
FAU. Li conoscete voi bene, signora, quei due valenti uomini che vi colmano di tante lodi?
VIO. Non volete ch'io li conosca? La vostra domanda sar misteriosa.
FAU. Voi non conoscete che i loro volti; ma io conosco il loro carattere.
VIO. Spiegatevi; non vi capisco.
FAU. Sono adulatori.
VIO. Eh!... caro don Fausto! Sono vostri nemici.
FAU. Miei nemici? perch?
VIO. Voi non vorreste ch'io praticassi nessuno.
FAU. Perdonatemi. Non ho queste pretensioni.
VIO. Perch dunque perseguitate don Roberto e don Gismondo?
FAU. Io dico questo fra voi e me, che nessuno ci sente. Guardatevi, donna Violante, perch vi adulano.
VIO. Chi sente voi, io sono una sciocca che viene lodata per adulazione.
FAU. Compatite la mia sincerit. Vostro nipote non vi pu insegnar cosa buona.
VIO. No? Perch?
FAU. Perch non ne sa nemmeno per lui.
VIO. Eppure l'esperienza prova in contrario.
FAU. Io di questa esperienza cos avvantaggiosa non sono inteso.
VIO. Appunto vi aspettava con ansiet, per comunicarvi un primo frutto delle nostre lezioni. (tira fuori un foglio)
FAU. qualche cosa che vi abbiano lodata quei due signori che erano qua da voi?
VIO. S per dire il vero, l'hanno ammirata.
FAU. Questo non basta per poter dir che sia buona.
VIO. Ma siete bene ostinato, o per dir meglio, sono bene io sfortunata con voi.
FAU. Signora, vi prego, non andate in collera.
VIO. Quando si tratta di me, posso sperare che tutti si contentino, fuori di voi.
FAU. Eppure, credetemi, niuno pi di me vi rispetta e vi ama.
VIO. Bell'amore! contraddirmi sempre.
FAU. Questo un effetto della mia sincerit...
VIO. E questa un'insolenza che voi mi dite. Se mi contraddite per effetto di sincerit, dunque sono una bestia, che merita di essere contraddetta.
FAU. Ma! pur troppo cos. Chi non sa fingere, non sa regnare.
VIO. Oh! con me, chi finge, regna per poco. Sono ignorantissima, caro don Fausto, ma ho talento che basta per distinguere il vero dal falso.
FAU. Voi distinguerete dunque da quello degli altri il mio cuore.
VIO. S, lo conosco. Un cuore... cos... un cuore fatto di carne.
FAU. Ah! non avete poi coraggio di dirne male.
VIO. N voi potete dolervi di me. Non potrete dire ch'io non vi abbia sempre dati dei chiari segni della mia pi tenera parzialit.
FAU. Ma il vostro confidente non sono io.
VIO. Perch non volete esserlo. (con alterezza)
FAU. Sar come dite voi. Non voglio che il giustificarmi vi offenda.
VIO. Ecco qui. Io ho questa composizione che da tutti mi si vorrebbe rubare con ansiet dalle mani, e voi non vi curate nemmen di vederla.
FAU. Non mi avete fatto l'onore di comunicarmela.
VIO. E che? ho da pregarvi che la leggiate?
FAU. Se aveste piacere ch'io la leggessi, fareste con me quello che avete fatto cogli altri.
VIO. Se voi aveste caro di leggerla, me la chiedereste con un poco pi di premura.
FAU. Via, signora, favoritemela.
VIO. Oh caro! che bella grazia! Favoritemela. Pare che me la chieda per farmi una carit.
FAU. No, ve la chiedo per grazia, per desiderio di leggerla, di goderla...
VIO. E di criticarla. (con caricatura)
FAU. Non permetterete ch'io vi dica il mio sentimento schietto e sincero?
VIO. Anzi; mi farete piacere.
FAU. Favorite. Non mi fate penare d'avvantaggio.
VIO. una piccola cosa, sapete? un primo parto di poeta novella.
FAU. S, di poetessa novella. Son persuaso che abbia ad essere qualche cosarella che dia speranza in progresso.
VIO. Per altro, chi l'ha sentita, l'ha portata alle stelle.
FAU. La sentir ancor io volontieri.
VIO. Eccola. Ma gi non vi piacer.
FAU. Parliamoci chiaro. Volete ch'io ve la lodi, o volete che vi dica la verit, come nell'animo mio l'intendo?
VIO. Se mi lodaste per complimento, tradireste voi stesso e la mia confidenza.
FAU. Oh bene, da vostra pari. Leggiamo e dunque, sentiamo. (legge)
Se il nuovo stil risuonante
(stringe i denti e si contorce)
VIO. Che c'? vi vengono le convulsioni?
FAU. Niente signora, andiamo innanzi.
Di Partenope nostro
Partenope nostro? Partenope mascolino?
VIO. In verit, don Fausto, ne sapete quanto ne sa il mio paggio. Ora capisco che cosa voleva dire quello sciocco, quando si maravigliava del mascolino.
FAU. Ma il vostro paggio ne sa pi assai di chi vi ha insegnato finora.
VIO. Oh, quest' bella! Partenope non vuol dir Napoli? e Napoli sar femminino?
FAU. Anche Napoli istesso vogliono i buoni autori che si accordi col femminino; Partenope molto pi.
VIO. Tutti sono ignoranti, fuori di voi. (con disprezzo)
FAU. Tutti vi adulano, fuori di me.
VIO. Dunque l'ignorantaccia sono io sola.
FAU. Compatitemi, non dico questo...
VIO. Di peggio non si pu dire di quello che avete detto.
FAU. Mi avete pur comandato di dire la verit.
VIO. Bisogna vedere se questa verit voi la conoscete.
FAU. Se poi non mi credete atto ad intendere, superfluo che mi facciate leggere le cose vostre.
VIO. Date qui, insolente. (gli strappa di mano la carta)
FAU. Vi prego di perdonarmi...
VIO. In casa mia farete bene a non ci venire.
FAU. Pazienza. Io mi merito peggio.
VIO. Uomo incivile! S, ignorante. (parte)
SCENA DODICESIMA
Don Fausto solo.
FAU. Ecco quello che si guadagna a dire la verit. Io non sono buono da secondare, da adulare, e vedo pur troppo che le signore donne, che non sono adulate, non credono essere amate. Se tutti trattassero donna Violante come la tratto io, non si darebbe pascolo alla sua debolezza; ma una povera donna che concepisca un grado solo di qualche pazzia, forzata moltiplicarlo in infinito, per causa dei ridicoli adulatori.
SCENA TREDICESIMA
Donna Elvira e detto.
ELV. (Ecco don Fausto. Vo' mandarlo da donna Aurelia; giacch ella colla sua imbasciata mostra d'esser pentita d'avermi quasi affrontata). (da s)Don Fausto, mi dispiace della vostra disgrazia.
FAU. Di che, signora?
ELV. Donna Violante ha parlato di voi nell'anticamera con poca stima.
FAU. Ed io non cesser mai di parlare con della stima di lei.
ELV. Le vostre attenzioni sono troppo male impiegate.
FAU. Non merito maggior fortuna.
ELV. Troppa umilt, don Fausto. Voi meritate assaissimo, ed avete delle persone che vi amano.
FAU. Chi mai sar di s poco spirito, che voglia perdere meco il tempo?
ELV. Siete amico di donna Aurelia?
FAU. Le sono buon servitore.
ELV. Ella forse ve lo dir.
FAU. Attender l'incontro di saperlo da lei.
ELV. Sarebbe necessario che andaste voi medesimo a ritrovarla.
FAU. Non sono solito a frequentar la sua casa.
ELV. Potete dirle ch'io vi ho dato l'eccitamento d'andarvi.
FAU. Ella dunque sapr che a voi noto l'arcano.
ELV. S, ella ed io lo sappiamo.
FAU. Dunque, se avessi della curiosit di saperlo, potreste voi compiacermi, senza dare incomodo a donna Aurelia.
ELV. vero che a me non conviene dir tutto quello ch'ella potrebbe dirvi; ma se poi aveste veramente curiosit di saperlo...
FAU. Signora, il punto sta che questa curiosit io non la ho veramente, sul riflesso che sarebbe inutile ch'io l'avessi.
ELV. Perch inutile?
FAU. Non solo inutile, ma dispiacevole anzi mi sarebbe il saperlo.
ELV. Vi torno a domandare il perch.
FAU. Perch non essendo in grado di corrispondere a chi che sia, non ho nemmen desiderio di essere amato.
ELV. Come? non siete in grado di corrispondere?
FAU. Lo dico sinceramente: amo donna Violante.
ELV. Una donna che vi disprezza?
FAU. Il suo disprezzo non ancora giunto a segno di far ch'io la odii.
ELV. Vi giunger.
FAU. E allora principier a dar orecchio a qualche altro amore.
ELV. Bisogner vedere se sarete pi in tempo.
FAU. Diamine! ha da essere per me finito il mondo s presto?
ELV. Quella che oggi vi ama, non sar sempre in libert di amarvi.
FAU. Ve ne sar qualcun'altra.
ELV. Ma non sar come quella.
FAU. Voi la conoscete questa mia amante?
ELV. S, la conosco.
FAU. Favoritemi dirle una cosarella per parte mia.
ELV. Lo far volentieri.
FAU. Ditele che la ringrazio della bont che ha per me, che troppo mi onora coll'amor suo; ma che non la consiglio a scoprirsi, per evitare il rammarico di non essere corrisposta. Amo donna Violante, e l'amer fin ch'io viva. Ditele il mio sentimento sincero, e per non recarvi tedio maggiore, vi riverisco umilmente e vi levo l'incomodo. (parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
Donna Elvira, poi Pantalone.
ELV. Signora donna Violante, le porter i complimenti del signor don Fausto. Indegnissimo! Crediamo ch'egli se ne sia avveduto, e mi abbia cos gentilmente derisa? Se me ne potessi assicurare, vorrei che se ne pentisse. Ma no; forse, se gli avessi manifestato esser io quella, forse forse non avrebbe detto cos.
PANT. Siora nezza, cossa feu in ste camere? No saveu che qua no gh'av da vegnir? Quante volte voleu che ve lo diga?
ELV. Gi una minima libert ch'io mi prenda, subito si critica e si mette sulla bilancia della delicatezza; e alla vedovella garbata si passano tutte le pazzie, tutte le frascherie, e anche di quelle cose che rendono poco buon odore alla casa.
PANT. A vu, siora, no ve tocca parlar cuss. Mi son el paron in sta casa, e mi conosso i desordeni, e me tocca a mi a remediarghe. Credeu che no veda? Credeu che no sappia? Siora s, vedo, e so; e provveder a tutto. Sta vedova l'ander via. Ma se posso far de manco, no voggio che una che xe stada muggier de un mio nevodo, se vaga a far nasar per el mondo. Vi piuttosto sopportar mi fin che posso qualcossa in casa, che mandarla fora de casa a precipitar.
ELV. Se aspettate ch'ella trovi marito, volete aspettare un pezzo.
PANT. Fra tanti che licca, che no ghe sia uno che sorba?
ELV. Dote ne ha poca.
PANT. La ghe n'aver pi de vu.
ELV. Io finalmente sono fanciulla.
PANT. Qualchedun gh'aver pi gusto che la sia vedova.
ELV. Signor zio, mi pare che a voi dovrebbe premere di collocar prima me.
PANT. Voleu che vaga mi a recercarve el mario colla candeletta?
ELV. A me non lecito di procurarlo.
PANT. Vedo per altro che ve inzegn.
ELV. Io? come, signore?
PANT. No so gnente. Ve vedo qua troppo spesso. Quando un pescaor se butta dove che ghe xe del pesce, qualcossa el chiappa seguro.
ELV. Voi buttate la cosa in barzelletta.
PANT. E vu vorressi che se fasse dasseno!
ELV. Mi pare che sarebbe ora.
PANT. Com'ela? Ve par che el bossolo scomenza andar verso tramontana?
ELV. Per donna sono assai giovine, ma per fanciulla...
PANT. Per putta, ah? sarave ora de andar al spaghetto.
ELV. M'aspetto ancor di vedere donna Violante rimaritata prima ch'io sia sposa.
PANT. No sarave miga gran maraveggia! Chi ha vog in regata, trova paron pi presto.
ELV. Ma io mi dar alla disperazione.
PANT. Eh via!
ELV. Se fosse vivo mio padre, in questa casa non ci sarei.
PANT. Pol esser che fussi a suspirar in t'un'altra.
ELV. Siete troppo crudele.
PANT. La me la conta ben granda!
ELV. Ma se voi non ci penserete... Signor zio, non mi mettete alla disperazione. (parte)
SCENA QUINDICESIMA
Pantalone, poi Donna Violante.
PANT. Sta mia nezza gh'ha una voggia de mario, che la butta fuogo. Le fa cuss ste putte: no le vede l'ora de maridarse, e po, co le xe maridae, le fa come i marineri in borrasca, le se augura un cantoncin del fogher. Anca donna Violante la se vorria maridar; e quella, per dir la verit, no vedo l'ora anca mi che la se marida. Prego el cielo che la vadagna sta lite, son interess in sta cossa, come se se trattasse de una mia fia, perch finalmente la xe stada muggier de un mio nevodo e la considero del mio sangue. Siemile ducati la gh'ha de dota. Vintimile importa la eredit contenziosa. Con vintisiemile ducati la doveria trovar qualcossa de bon.
VIO. Signor zio, appunto desiderava vedervi.
PANT. E mi giusto vegniva in cerca de vu.
VIO. Datemi qualche notizia della mia causa. Posso sperare di guadagnarla? La sentenza l'avremo noi presto? Per amor del cielo, signor zio, non mi abbandonate. Non ho altri che mi voglia bene che voi.
PANT. S, fia, ve voggio ben, e ve ne vorave anca de pi, se ve contegnissi con un puoco pi de prudenza.
VIO. Signore, che cosa faccio io che vi rassembri mal fatto?
PANT. Troppe conversazion, troppe chiaccole, troppi reziri, e po cossa xe sto mattezzo che ve xe salt in te la testa de voler deventar dottoressa? Tutto el zerno coi libri in man. Se li intendessi, pazenzia. Se gh'avessi una bona disposizion, se a bonora i v'avesse fatto studiar, ve loderia, ve compatiria; ma a scomenzar adesso xe tardi. El studio delle donne no l'ha da esser n la grammatica, n la poesia, ma l'economia della casa, l'educazion dei fioli, co ghe ne xe; farse ben voler dal mario, farse respettar dalla servit, acquistarse un bon nome, saver trattar con giudizio, conversar con prudenza, e devertirse con moderazion. Questo xe el studio delle femene che gh'ha giudizio. Questa xe la dota, che pi de tutto ha da premer a un bon mario. I vintimile ducati spero che i gh'aver. Ancuo se dar la sentenza, e spero che sar consolada. Se anca la se perdesse, no ve st a desperar. Fideve de mi, no ve dubit gnente; abbi prudenza, regoleve da donna savia, e no ve abbandoner mai. Se la vostra dota no ve basta per remaridarve, son qua, son galantomo, son vostro barba. Se trover un parto che me piasa, veder cossa che far.
VIO. Signore, io mi getter nelle vostre braccia.
PANT. Se no fussi stada muggier de mio nevodo, gh'averia ancora brazzi e gambe da sustentarve. La conclusion xe questa. Pi presto che ve marider, me far pi servizio; e se l'occasion no capita, fe cuss: fe metter i bollettini sulle cantonae: Possession da vender con tutte le so abenzie e pertinenzie, usi, servit e comodi e chi la volesse, vada a parlar a domino Pantalon dei Bisognosi. Fe che i vegna da mi, e no ve dubit gnente. (parte)
SCENA SEDICESIMA
Donna Violante, poi Don Pirolino.
VIO. Non vorrebbe ch'io coltivassi le lettere. Sar difficile ch'io le abbandoni. Ci ho preso gusto, e vedo che ci profitto moltissimo. Ma ecco qui don Pirolino: ecco il mio erudito maestro; quello che mi fa comparire, che mi fa invidiare. Don Fausto non lo stima; ma don Fausto non conosce il merito.
PIR. Salve, domina zia.
VIO. Bravissimo. Che cosa vuol dire?
PIR. Vuol dire: saluto la signora zia.
VIO. Salve, domina zia: eccellente. Che linguaggio ?
PIR. Latino.
VIO. Latino?
PIR. Io parlo sempre latino. Anche colla serva.
VIO. Ma la serva non v'intender.
PIR. Che importa a me che m'intenda? Per esempio... Anche il mio maestro parler talvolta un'ora meco, senza ch'io intenda parola.
VIO. Nipote mio, siamo in un grand'impegno.
PIR. Lo sosterremo, basta che non sia colla spada, lo sosterremo.
VIO. I nostri versi sono stati barbaramente criticati.
PIR. Ho gusto. segno che sono belli.
VIO. Pretendono che Partenope abbia da essere femminino.
PIR. Vi hanno detto il perch?
VIO. Non me l'hanno detto.
PIR. Quando vi diranno il perch, daremo loro la risposta.
VIO. Ditemi intanto voi il perch lo crediate essere mascolino.
PIR. Il mio perch fondato sulla ragione.
VIO. Bravissimo. Qual la ragione?
PIR. Eccola: colla dottrina alla mano. Tutti i nomi sono o mascolini, o femminini, o neutri. Questo non n femminino, n neutro, dunque sar mascolino.
VIO. Chi pu rispondere a una ragione s chiara? Quanto pagherei che ci fosse don Fausto.
PIR. Don Fausto dunque stato il satirico criticante?
VIO. S, egli stato il criticante.
PIR. Criticoneremo, satiriconeremo anche lui.
VIO. Perch non avete detto criticheremo, satiricheremo?
PIR. Perch criticonare e satiriconare sono verbi superlativi.
VIO. Oh, se ci fosse don Fausto!
PIR. Ma lasciamo ora da una parte la teorica, e veniamo alla pratica.
VIO. Cosa vuol dire in questo senso la pratica?
PIR. Vuol dire, signora zia, ch'io sono innamorato come una bestia.
VIO. Caro don Pirolino, non vorrei che l'amore vi facesse perdere l'attenzione allo studio. Sarebbe un peccato che si perdesse un uomo della vostra sorta; un uomo che sa perfino i superlativi dei verbi.
PIR. Tant', signora zia, fra l'amore e lo studio divengo sempre pi magro.
VIO. Ma chi l'oggetto de' vostri amori?
PIR. Indovinatelo.
VIO. Non mi avete ancora insegnata l'astrologia.
PIR. Ve la insegner. Ma voi mi avete a fare un altro servizio.
VIO. Comandate, nipote mio; per voi cosa non farei?
PIR. Che sono innamorato gi ve l'ho detto.
VIO. S, l'ho inteso.
PIR. Cavatene la conseguenza.
VIO. Se non mi dite altro, non capisco.
PIR. Torniamo alla grammatica.
VIO. Oh, quanto pagherei di saper la grammatica!
PIR. Facciamo un latino della prima regola degli attivi. Ego amo iuvenem.
VIO. Amate un giovane?
PIR. No, diavolo! una giovane. Questa parola giovane pu essere maschio o femmina.
VIO. S, s, come Partenope. Quando verr don Fausto! Voi amate una giovane.
PIR. Maxime.
VIO. Che dite?
PIR. Maxime vuol dir di s.
VIO. Bravissimo. Anche questa l'ho imparata. E la giovane come si chiama?
PIR. Vocatur.
VIO. Vocatur?
PIR. Vocatur vuol dir si chiama. Non intendete?
VIO. Maxime.
PIR. Vocatur ergo.
VIO. Ergo?
PIR. Vocatur ergo: si chiama dunque; vocatur ergo: Elvira.
VIO. Mia cognata?
PIR. Ella di questo core ha il chiavistello.
VIO. Ma voi sputate perle. Parler col signor Pantalone.
PIR. S, fate ch'egli sia il mezzo termine per la conclusione.
VIO. Vado subito dal signor zio. Far tutto per voi. V'attendo allo studio. Caro nipote, mi preme di smentire don Fausto. Quell'ergo, quel maxime, sono termini che lo faranno avvilire. (parte)
PIR. Qui bisogna che venghino quei bricconi de' miei compagni che nelle scuole mi burlano. Qui dico le belle cose, sputo sentenze e faccio latini a rotta di collo. Ciascuno ha il suo clima pi favorevole. Gli altri compariscono nelle scuole, ed io nelle camere. (parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Strada.
Don Gismondo, poi Traccagnino.
GIS. Don Roberto colle sue caricature va sempre pi impossessandosi del cuore di donna Violante. Convien rovinarlo; convien discreditarlo. Se mi riesce far passare questi versi per suoi; se posso far che li abbia donna Violante, come da lui mandati...
TRACC. (Parlando verso la scena di dove esce)Corpo de mi; se no ti me la paghi, dime che no son fiol de me pader.
GIS. (Questi il servo di don Roberto). (da s)
TRACC. A mi un'insolenza de sta sorte? dirme mezzan? Sangue de mi! mezzan a un omo della mia statura?
GIS. Con chi l'hai, Traccagnino?
TRACC. Sat a chi se ghe pol dir mezzan? a sto sior ch' qua.
GIS. Come? che dici?
TRACC. Sior s, a un omo che non n grando, n piccolo, se ghe dise mezzan. (a don Gismondo)
GIS. (Ora intendo lo sciocco). (da s)Per qual motivo colui vi ha detto mezzano?
TRACC. La guarda con che sugo! Domando a uno dove sta de casa una siora, alla qual ho da portar sta lettera, e invece de insegnarme, el me dise mezzan. (verso la scena)
GIS. E a chi va quella lettera?
TRACC. Quest l' quel che no so gnanca mi.
GIS. Chi la manda? Il vostro padrone?
TRACC. Sior s; ma non alter che quattro zorni che son vegn a Napoli, no gh'ho pratica della citt; domando, prego, e se me dise mezzan.
GIS. Volete ch'io v'insegni dove sta la persona cui diretta la lettera?
TRACC. La me far ben grazia.
GIS. Lasciate ch'io veda la lettera, e ve lo dir.
TRACC. Ma la lettera gh'ho ordine de no la lassar vder a nissun.
GIS. E che s che va ad una vedova?
TRACC. Me par de s; l' giusto scritta coll'ingiostro negro.
GIS. Sar poi la signora donna Violante.
TRACC. Donna Violante?... Me par, e no me par: el nome no me l'arrecordo ben.
GIS. Vi ricordate il cognome?
TRACC. El cognome... Sior s; me par de s.
GIS. Come vi pare ch'ella si chiami?
TRACC. Me par che la pizzega del necessario
GIS. Non donna Violante de' Bisognosi?
TRACC. Sior s; vedeu se me l'arrecordo? Gh' poca differenza tra el bisogno e la necessit.
GIS. Io so dove sta di casa.
TRACC. La me far servizio a insegnarmelo
GIS. Ma se ve lo dico a voce, ve lo scorderete. Volete ch'io ve lo scriva?
TRACC. La me far servizio.
GIS. (Tira fuori l'astucchio con il tocca lapis)
TRACC. Oh che bella cosa! (osservando l'astucchio)
GIS. Mi dispiace ch'io non ho carta.
TRACC. Senza carta no se scrive.
GIS. Non avete la lettera che va a donna Violante?
TRACC. Seguro che la gh'ho.
GIS. Oh sciocco che sono io! avete quella lettera. Vi posso scriver sopra comodamente il recapito, e vado cercando carta.
TRACC. And l, che s un gran mamalucco.
GIS. Compatitemi, caro Traccagnino. Datemi la lettera, e vi spiccio subito.
TRACC. Eccola qua. Ma no l'av da vder.
GIS. Come volete ch'io scriva?
TRACC. Scriv da roverso.
GIS. Bene scriver dove volete.
TRACC. Scriv chiaro, destacc, che possa capir.
GIS. Questo astucchio m'incomoda. Tenete, frattanto ch'io scrivo. (d l'astucchio a Traccagnino)
TRACC. Sior s, intanto me divertir co ste bagatelle.
GIS. (Col cambio di questa lettera fo il pi bel colpo del mondo). (frattanto che Traccagnino osserva i pezzi che sono nell'astucchio, don Gismondo cambia la lettera)
TRACC. Cossa ela questa? una verigola?
GIS. Si chiama dal francese: tirabusson.
TRACC. Oh che caro tirabusson!
GIS. Ecco fatto. Ecco il recapito chiaro e netto.
TRACC. Me fala un altro servizio? Me dnela sto tirabusson?
GIS. Che cosa vorreste farne?
TRACC. Vorria cavar un occhio a quello che m'ha dito mezzan.
GIS. No, caro; questo serve per me. Tenete la lettera. Portatela dove va. Vedrete che il recapito in piazza dell'Erbe. Non potete fallar, se volete. (Costui non mi conosce. Il carattere non mio; io non sar sospetto; e don Roberto passer per autore di quella satira). (da s, e parte)
SCENA SECONDA
Traccagnino, poi Brighella.
TRACC. L' mi che vaga subito a portar sta lettera. El dis che la va in piazza delle Erbe. Dov'ela mo la piazza delle Erbe? La sar in un qualche pr fora delle porte. Vardemo sel dis cuss. (vuol leggere)Oh bella! le parole rosse? Parole rosse a una vedua? Oh, sta lettera no ghe la porto pi... Ma se no ghe la porto, cossa dir el patron? E se ghe la porto co sto rossetto, la vedua cossa dirala? Se le podesse spegazzar. (si prova!)Tol adesso mo la carta l' pi rossa che mai. meio che sto tocco de carta lo tira via. (strappa di dietro la lettera)Cuss va ben. Ander a portarla... ma adesso mo no m'arrecordo dove che abbia da andar. Non so se disesse in piazza del pr, o in tel pr dell'erba. Sia maledetto! Oh paesan, giusto ti.
BRIGH. Coss', amigo? cossa gh' de novo?
TRACC. Sat dove che staga quella signora che cerco?
BRIGH. Se no so chi ti cerchi, no te posso dir dove che la sta.
TRACC. El pr dell'erba sat dove che el sia?
BRIGH. Dei pradi con dell'erba ghe n' de quei pochi.
TRACC. Ma la piazza del pr dov'ela?
BRI GH.Ti vorr dir la piazza delle Erbe.
TRACC. Giusto quella. Sat dove che la staga de casa?
BRIGH. La piazza delle Erbe l' in fondo de quella strada a man dretta.
TRACC. Te ringrazio, paesan.
BRIGH. Av qualche interesse da quelle bande?
TRACC. Gnente; un piccolo interessetto.
BRIGH. Qualche letterina?
TRACC. Gran bergamaschi! Omeni suttili, speculativi.
BRIGH. L'ho indovinada donca.
TRACC. Sigura.
BRIGH. Anca s, che so a chi la va sta lettera?
TRACC. Via mo?
BRIGH. A una certa signora donna Violante Bisognosi.
TRACC. Va l, che ti ha tolto in tante pillole la digestion de Rosazio.
BRIGH. Se pol vder sta lettera?
TRACC. Oib.
BRIGH. Gnanca al to paesan?
TRACC. Gnanca a me pader.
BRIGH. Gnanca per servizio?
TRACC. Gnanca per carit.
BRIGH. Pazenzia.
TRACC. Paesan, te saludo. (in atto di partire)
BRIGH. Va l, va l; va a far el mezzan.
TRACC. Oh corpo del diavolo! a mi mezzan? Fin che me lo diga un napolitan, pazenzia; ma che me lo diga un bergamasco, no la posso inghiottir. Varda se son mezzan. (vuol misurarsi con lui)
BRIGH. Sta in drio.
TRACC. Varda se son mezzan; varda dove te arrivo. Ti ti un omo mezzan. E fra i Traccagnini de tutte le vallade de Bergamo son traccagntolo, e no son mezzan. (parte)
SCENA TERZA
Brighella, poi Don Fausto.
BRIGH. Oh bella! cost ha credudo che a dirghe mezzan avesse in considerazion la statura, e no l'offizio de portar le lettere. Za me ne son accorto, che l'aveva qualche lettera de sior don Roberto per donna Violante. Se giera qua el me padron, voleva certo ch'el fasse de tutto de vderla, e de saver... Eccolo: el me par stralun.
FAU. (Donna Violante vuol essere oggetto delle altrui derisioni). (da s)
BRIGH. Cossa averia pag, sior padron, che la fusse stada qua za un momento!
FAU. Pagherei anch'io non aver saputo quello che mi stato fatto sapere.
BRIGH. Qualche novit, signor?
FAU. Donna Violante d nella debolezza di un saccentismo ridicolo; e don Roberto si burla villanamente di lei.
BRIGH. Sior don Roberto poco fa ha mand una lettera alla signora donna Violante per el so servitor.
FAU. Don Roberto aspira al di lei possesso, e ci non ostante ha l'imprudenza di farne giuoco.
BRIGH. E vossignoria la lassa far, e no la se rissente?
FAU. Mi risento anche troppo, ma ho la sfortuna che a donna Violante le mie parole dispiacciono.
BRIGH. Le ghe despiase, signor, perch, la me perdona, la ghe contradise a tutto con un poco troppo de austerit.
FAU. Guai a coloro che per fare la corte ad una donna di testa debole, non si fanno scrupolo a secondarla. Essi sono colpevoli delle sue leggerezze; e le funeste impressioni che le si formano dagli adulatori nella mente e nel cuore, non si cancellano s facilmente.
BRIGH. Non so cossa dir; vossignoria parla da quel signor savio e prudente che l'. Mi, se ardisso de suggerir qualche volta, lo fazzo per el desiderio che ho de vderlo contento. So che el ghe vol ben, so che l' una vedua che pol esser ricca, se la vence la causa, come se spera che l'abbia da guadagnar. Vedo che per rason de condotta vossignoria la desguster, e per questo el zelo, l'amor, la servit, la mia et medesima, e sora tutto la bont che l'ha sempre avudo de tollerarme, me sforza a pensar, me anima a dir, e me trasporta a desiderar.
FAU. Io non cesser mai di far conto dell'amor tuo, del tuo zelo, della tua fedelt. Voglio per instruirti in una massima, che mostri presentemente o di non perfettamente intendere, o di non credere necessaria. Due sono le strade che possono condur l'uomo al possedimento d'un bene. L'una la via retta e giusta, per la quale vi si giunge forse pi tardi; l'altra la tortuosa e falsa, per cui pensan gli uomini d'arrivarvi pi presto. Ma che succede dappoi? Lo perdono colla stessa sollecitudine con cui hanno studiato di conseguirlo. La verit presto o tardi ha da avere il suo luogo, ha da conoscersi, ha da trionfare; e sono tanto pi grati della verit i trionfi, quanto sono pi certi, pi durevoli, e pi dal merito sostenuti.
SCENA QUARTA
Un Servitore di donna Aurelia, e detti.
SERV. Signore, appunto io aveva ordine dalla mia padrona di ricercare di lei.
FAU. Cosa comanda donna Aurelia da me?
SERV. Ha necessit di dirgli una cosa, e lo prega pigliarsi l'incomodo di andar da lei.
FAU. Ditele che fra un'ora al pi sar ad obbedirla.
SERV. La supplico di non mancare.
FAU. Preme anche a voi ch'io vada? Si tratta di qualche vostro interesse?
SERV. Signore, la mi perdoni, non la mia premura senza ragione. Quando la padrona aspetta qualche visita, di quelle come sarebbe a dire... non so se la mi capisca! impaziente, tutto le d fastidio, l'aspettare la inquieta, e la si sfoga colla povera servit. La prego dunque. Le bacio le mani. (parte)
BRIGH. Gran galeotto che l' col! L'ha vols dir gentilmente che donna Aurelia aspetta vossignoria, et cetera.
FAU. Mi noto ci che vuol da me donna Aurelia.
BRIGH. Sta lettera che ha scritto sior don Roberto a siora donna Violante, cossa vorala dir?
FAU. Di questa vorrei chiarirmene, s'io potessi. Tu mi parli di lettera, don Gismondo mi parl di satira; qualunque sia quella carta, procurer di saperlo. Vado per questo solo motivo da donna Violante, prima di passare da donna Aurelia.
BRIGH. Comandela che la serva?
FAU. No, non mi occorre. Portati pi tosto alla casa di donna Aurelia, e perch non s'inquieti, se qualche momento di pi tardassi, falle sapere che sar da lei, dopo aver riverita donna Violante.
BRIGH. Mo no ghe dir miga cuss, la me perdona.
FAU. No? perch?
BRIGH. Dir a una donna vegnir da vu quando sar st da quell'altra, l' un complimento da farse romper el muso.
FAU. Di' quel che vuoi: io non so nascondere la verit. Chi mi vuole, mi prenda; chi non mi vuole, mi lasci. Amo chi mi ama; venero tutto il mondo; ma non ho soggezione di disgustar chi che sia, quando trattasi di dover dire la verit. (parte)
BRIGH. Dis el proverbio, che la verit partorisce l'odio e pur l' una madre bellissima, che non merita una prole cuss cattiva. Ma l'odio veramente nol nasceria dalla verit, se sta povera infelice no fusse violada dall'interesse, che finze de sposarla per ruvinarla. Anca mi qualche volta, matto, strambo che son, me par una bella cossa sto maledetto interesse; ma el mio padron pensa giusto e le so massime le fa in mi quel effetto, che fa el fogo sull'oro. Par che le me infiamma un pochetto per la vergogna; ma le destruze in tel mio cuor onorato ogn'ombra de falsit, ogni macchia de interesse, de artifizio, de simulazion. (parte)
SCENA QUINTA
Camera di donna Aurelia.
Donna Aurelia ed il Servitore
AUR. Ha detto dunque che verr senz'altro?
SERV. S signora, ha detto da qui a un'oretta.
AUR. E donna Elvira?
SERV. La signora donna Elvira ha detto che verr, quando sar escito di casa il vecchio.
AUR. Gi, sta in soggezione per forza. Se non fosse quel vecchio, si vederebbono da quella frasca delle belle pazzie.
SERV. Sento battere: con licenza. (parte, poi torna)
AUR. Che bei caratteri sono queste due cognate! Donna Violante poi deliziosissima.
SERV. la signora donna Elvira.
AUR. Capperi! stata sollecita! Fa che passi.
SERV. Subito. Guai se la facessi aspettare, voleva venire senza l'imbasciata. (parte)
SCENA SESTA
Donna Elvira e detta.
AUR. Di grazia, non si faccia aspettare questa gran signora! Eccola. (La volont di marito l'ha strascinata fin qui).
ELV. Serva, donna Aurelia. (guarda d'intorno)
AUR. Che guardate, amica?
ELV. Niente; son qui a ricevere i vostri comandi.
AUR. E che s, che coll'occhio andate ricercando don Fausto?
ELV. Mi fate ridere. Ha da esser qui don Fausto?
AUR. S, ci ha da essere. A momenti verr. Sedete. (siedono)
ElV. Sono obbligata al vostro buon cuore; ma ho timore che noi gettiamo la fatica ed il tempo.
AUR. Cara amica, ci conosciamo; e poi diffidate che due delle mie parole non abbiano a persuadere don Fausto?
ELV. In verit voi mi consolate. Lo farete di buon cuore?
AUR. Se non vi amassi, non lo farei.
ELV. Questa mattina, confesso il vero, ho dubitato dell'amor vostro; non mi sarei mai creduta che un'amica, come voi siete, ricusasse un bacio.
AUR. L'ho forse io ricusato?
ELV. No; ma sputandovi sopra, il disprezzo stato maggiore.
AUR. Vi ho pure detto il perch.
ELV. Avete paura che sulle mie labbra vi sia il carmino? Io non ne ho bisogno, per grazia del cielo.
AUR. Eh gi tutti i vostri colori sono naturali. (con ironia)
ELV. Vorreste forse dir di no? Venite la mattina a vedermi levar dal letto.
AUR. E poi, un poco di tinturetta non ist male.
ELV. Io no certo.
AUR. Oh!
ELV. No, vi dico
AUR. Eh!
ELV. Venite qua, provate col fazzoletto.
AUR. S, proviamo. (tira fuori il fazzoletto, e va per toccarla, ed ella si ritira)
ELV. Ma quando lo dico, dovete crederlo.
AUR. Presumete troppo a voler render la gente cieca.
SCENA SETTIMA
Il Servitore e dette; poi Donna Violante.
SERV. Signora, qui donna Violante, che desidera riverirla.
AUR. Padrona. (al Servitore, alzandosi)
ELV. Oh diamine! aspettate. (al Servitore, alzandosi)Donna Aurelia, quest'incontro pericoloso.
AUR. Potete passare in un'altra camera. Fa che venga donna Violante. (al Servitore, che parte)
ELV. A voi mi raccomando. (parte)
AUR. Oh va, che sei bene raccomandata. Io non credeva in tal guisa avermi da moltiplicare il divertimento con tutte due le cognate.
VIO. Amica, compatite s'io vengo a recarvi incomodo.
AUR. Voi mi onorate.
VIO. Honor est honorantis, dice il latino. Ma lasciamo le cerimonie, e permettetemi ch'io vi dica...
AUR. Sedete, donna Violante
VIO. Maxime.
AUR. Che dite?
VIO. Niente, niente. (Poverina! non intende). (da s, siede)Permettetemi che io vi dica: mia cognata dov'?
AUR. A me lo chiedete?
VIO. Cara amica, non mi fate parlare.
AUR. Anzi, se siete amica, non dovete tacere.
VIO. Ho veduto il servitor di don Fausto sulla vostra porta; gli ho chiesto se vi era qui il suo padrone, ed ei rispose: lo aspetto.
AUR. Bene, e per questo?
VIO. E per questo in buona argomentazione posso conchiudere: ergo donna Aurelia ha messo l'accordo.
AUR. Donna Violante, voi mi fate ridere.
VIO. Non rido io, donna Aurelia; non rido, perch son tocca.
AUR. Tocca? da che mai?
VIO. La verit non la so nascondere. Amo don Fausto, e chi cerca rapirmelo mio nemico, e chi vi coopera non ridebit.
AUR. Io non rido di voi.
VIO. Voi non intendete il latino. Ho detto, chi vi coopera non rider.
AUR. (Oh quanto mi dispiace, che a questa scena non vi sia nessuno!) (da s)
VIO. Credono, perch io mi sono data alle lettere, che non veda, non sappia e non conosca le loro insidie: ma assicuratevi, donna Aurelia, che bench io abbia
Pien di filosofia la lingua e il petto;
sapr anche, occorrendo,
Rotar la spada e insanguinar le mani.
SCENA OTTAVA
Servitore e dette; poi Don Fausto.
SERV. Signora, il signor don Fausto.
VIO. Lupus est in fabula.
AUR. Che cosa dite?
VIO. Non l'intendete niente niente il latino?
AUR. Niente affatto. Tutti non posson essere virtuosi come voi, cara donna Violante.
VIO. S, vero, ma don Fausto aspetta.
AUR. Digli che passi, che padrone. (Servitore va via)Cos bel bello, io vi far la mezzana.
VIO. Se non volete ch'io resti...
AUR. Via, non si pu scherzare?
VIO. S, per ischerzo tutto licet.
FAU. (Qui donna Violante?) (da s)
AUR. Avanti, signor don Fausto.
VIO. Avete forse soggezione di me?
FAU. Signore, son vostro servo.
VIO. Voi non credevate trovarmi qui.
FAU. No certamente, signora.
VIO. Bravissimo! almeno per farmi una buona grazia, potevate dire che siete venuto per me.
FAU. Non voglio darmi quel merito che non ho. Son contento d'avervi qui ritrovata, ma non sapeva che voi ci foste.
VIO. Avete saputo che ci doveva essere mia cognata.
FAU. Molto meno, signora.
VIO. Eh via, donna Aurelia ve lo aver fatto sapere
FAU. No certamente, vi dico.
AUR. Amica, voi mi offendete. Pare ch'io voglia tener mano a delle conferenze sospette.
FAU. Avete voi ricevuta una lettera di don Roberto? (a donna Violante)
VIO. No, non l'ho ricevuta. Come sapete voi ch'io la dovessi ricevere?
FAU. Il di lui servo ve la doveva recare.
VIO. So cosa deve essere. Egli mi fa la restituzione della copia del mio madrigale.
FAU. Credo vi sia qualche cosa di pi.
VIO. Che vuol dire?
FAU. Una insolente satira contro di voi.
VIO. Contro di me una satira?
FAU. S; vi divertirete.
AUR. (Quanto pagherei questa satira di vederla!) (da s)
VIO. Voi come lo sapete?
FAU. Lo so, perch mi stato narrato.
VIO. Una satira contro di me? Muoio di volont di vederla. Chi l'ha fatta, s'aspetti una risposta che lo far intisichire.
FAU. No, donna Violante...
AUR. Eh s, lasciate ch'ella risponda; vi va della sua riputazione.
FAU. E voi, signora, la seducete?
AUR. Donna Violante non ha s poco spirito per lasciarsi sedurre.
VIO. Io non sono un'ignorantella. So le mie convenienze; a chi mi ha scritto contro, voglio rendere pan per focaccia, come scrive il Boccaccio alla novella settantaotto.
AUR. Oh bravissima!
FAU. Sempre pi vi compiango.
VIO. Sempre pi mi venite a noia. Donna Aurelia, vado via, perch la bile mi ristringe l'esofago. Ma giuro al cielo, mi sfogher. Don Fausto insolentissimo, nella satirica mia risposta vi sapr cacciare anche voi. (parte)
SCENA NONA
Donna Aurelia e Don Fausto
FAU. Io mi darei al diavolo per queste sue maledettissime scioccherie.
AUR. Caro don Fausto, perch volete irritarla? Non vedete che fate peggio?
FAU. Il peggio lo fate voi, signora, adulandola crudelmente.
AUR. Io non l'adulo. Parlo come son persuasa.
FAU. Non mi darete ad intendere, che siate voi persuasa di tai sciocchezze. Una donna di spirito non lo pu essere.
AUR. Eppure, con tutto questo vostro acerbo costume, siete ancor fortunato.
FAU. Non posso ancora della mia fortuna lodarmi.
AUR. Le donne vi corron dietro.
FAU. Donna Violante non qui venuta per me.
AUR. Vi ben venuta la sua cognata.
FAU. Venne qui da voi donna Elvira?
AUR. Venne e vi tuttavia. Si ritirata; ma fra poco la vedrete.
FAU. Signora donna Aurelia, vi prego, fatemi questa grazia...
AUR. Volete che le parli per voi? Lo far volentieri.
FAU. No, ditele che a me non pensi, che impieghi meglio gli affetti suoi, ch'io non sono in grado d'amarla.
AUR. In fatti vi compatisco. Ella non ha qualit, che meritino da voi amore.
FAU. Non intendo di sprezzarla; ma ho il cuor prevenuto.
AUR. Se fosse anche in libert, son certa che non l'amereste.
FAU. Perch, signora?
AUR. Perch, secondo me, non ha n volto, n grazia per innamorare nessuno.
FAU. Voi non le siete amica, come credeva.
AUR. Credetemi, che non la posso soffrire.
FAU. Perch dunque riceverla in casa vostra?
AUR. La ricevo per civilt, per convenienza.
SCENA DECIMA
Donna Elvira e detti.
ELV. permesso? Si pu venire?
AUR. S, amica, venite; siete appunto desiderata.
FAU. (L'odia, e le dice amica). (da s)
ELV. Mi rallegro con voi, don Fausto.
FAU. Di che, signora?
ELV. Vi sarete pacificato con donna Violante.
FAU. Io non ho guerra con lei. Ma la mia sfortuna assai grande.
ELV. Il vostro merito dovrebbe esser meglio ricompensato.
AUR. Voi, donna Elvira, sareste una cosettina a proposito per don Fausto. Il vostro viso, la vostra grazia...
ELV. Non mi fate arrossire.
FAU. (Si pu sentire di peggio? Adulazion maledetta! (da s)
AUR. Che dite, don Fausto, chi non s'innamorerebbe in quegli occhi?
FAU. (Non posso pi sofferirla). (da s)
ELV. Don Fausto non si degna nemmeno di rimirarmi.
AUR. Don Fausto ha della stima per voi.
FAU. (Mi sento rodere; non posso pi). (da s)Signore, vi riverisco divotamente.
ELV. Fuggite da me, signore?
AUR. Fugge, perch si sente accendere...
FAU. Fuggo, perch soffrir non posso che una fanciulla onesta e civile sugli occhi miei si schernisca, si derida, si aduli. (parte)
SCENA UNDICESIMA
Donna Elvira e Donna Aurelia.
ELV. Cosa intende dire don Fausto?
AUR. Perch vi lodo, dice ch'io vi adulo; convien ben dire ch'egli vi creda brutta.
ELV. Temerario! a me un tal disprezzo?
AUR. Vendicatevi, donna Elvira.
ELV. S, lo far.
AUR. Ma presto.
ELV. Indegno! Chi mi loda, mi adula? Me la pagher. (parte)
AUR. Oh che scena deliziosissima! Ho acquistata materia per trattenere tre o quattr'ore la conversazione di questa sera. (parte)
SCENA DODICESIMA
Camera di donna Violante.
Argentina e Traccagnino
ARG. Potete lasciarla a me quella lettera, se v'incomoda l'aspettare.
TRACC. Signora no, no la posso lassar. Ghe l'ho da dar propriamente in man.
ARG. Sa il cielo quando verr.
TRACC. Per mi vorria che la stasse tre o quattro zorni a vegnir.
ARG. E stareste qui ad aspettarla?
TRACC. Per vder, contemplar, ammirar la pi bell'opera della madre natura.
ARG. Vi qualche cosa che vi d nel genio?
TRACC. Siora s. Era avvezzo alle bellezze de Bergamo: bellezze no ghe n'ho visto pi. Le vedo adesso, e me sento da quei occhietti a bisegar in tel cor. Che bella filosofia! che bel frontespizio! che guance candide e traccagnote! vero che ghe manca la bellezza del gosso, ma gh' qualcossa che pol supplir.
ARG. Il vostro nome?
TRACC. Traccagnin.
ARG. Bellissimo nome!
TRACC. Ghe dalo in tel genio sto nome diminutivo?
ARG. S, un nome adattato alla vostra corporatura.
TRACC. E pur un tocco de aseno m'ha dito che son un mezzan.
ARG. Non avr inteso dirlo perch siete piccolo, ma per qualche altra ragione.
TRACC. Ma per cossa donca?
ARG. Forse perch vi aver veduto portar quella lettera. Mezzano vuol dire uno che porta lettere e fa imbasciate amorose.
TRACC. Ah, adesso lo capisso. Bravo! se lo trovo, vi che femo pase, che bevemo un boccal de vin. S ben porto lettere, fazzo ambassade: son un mezzan. Vard quando che i dise, se precipita delle volte per no capir.
ARG. Ecco la padrona.
TRACC. Me despiase che la sia vegnuda. Principiava a chiapparghe gusto. Ma se vederemo.
SCENA TREDICESIMA
Donna Violante e detti.
VIO. Chi costui?
ARG. uno, signora, che vi ha da dare una lettera.
TRACC. Eccola qua. Se la me vol dar la risposta, star attendendola. (le d la lettera)
VIO. Questa lettera stata aperta. (a Traccagnino)
TRACC. Mi no crederave.
VIO. Qui vi manca un pezzo di carta. Chi l'ha strappata?
TRACC. Via, gh' tanto mal per un pezzo de carta? Se la vol carta, ghe ne porter un quinterno.
VIO. Tu l'hai stracciata?
TRACC. L'ho strazzada mi. Ma son galantomo, e quel tocco de carta ghe lo pagher.
VIO. (Costui uno sciocco. Vediamo s' vero che in questo foglio vi sia una satira). (legge piano)
TRACC. (L' molto avara la vostra padrona). (ad Argentina)
ARG. (Oib, v'ingannate. Vedendo la lettera aperta, si messa in qualche sospetto).
TRACC. (Eh gnente. L'ho rotta mi per causa del rosso...)
VIO. (Leggendo piano, esclama per la lettera, e Traccagnino crede che dica a lui) Indegno!
TRACC. Via, no l' mo sto gran delitto! (a donna Violante)
VIO. A me un'ingiuria di questa sorta? (come sopra)
TRACC. Mi ho fatto per far ben. Ghe giera del rosso, e me pareva che no l'andasse ben.
VIO. Me la pagherai. (leggendo)
TRACC. Mo perch, signora?
VIO. S, temerario, me la pagherai. (come sopra)
TRACC. Ghe domando perdon, signora. (s'inginocchia)
VIO. No, non vi perdono; non vi ha da esser piet.
TRACC. Ma la prego...
VIO. Alzati, servo indegno di uno scellerato padrone.
TRACC. Oh, poveretto mi! cossa gh'intra el patron?
VIO. S, di' a don Roberto, che si accorger egli chi sono.
TRACC. Cara la, al patron no la ghe diga gnente.
VIO. Vattene tosto di questa casa.
TRACC. Ma la me senta...
VIO. Vanne, o giuro al cielo, ti far balzar dalle scale.
TRACC. Sia maledetto! se pol dar de pezo? Tanto strepito per un pezzo de carta! Bisogna che in sto paese la carta sia molto cara. (parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
Donna Violante ed Argentina.
VIO. Si pu sentire di peggio? (osservando la carta)
ARG. Ma perch, signora, andar in collera in quella maniera? Finalmente non una gran cosa.
VIO. Non una gran cosa? Una satira di questa sorta non una gran cosa?
ARG. Una satira? Chi l'ha fatta?
VIO. Quel temerario di don Roberto
ARG. Ah indegno! Fa il cascamorto con voi, e poi vi manda le satire. Vedete, se il povero don Fausto dice sempre la verit?
VIO. S, lo conosco. Don Fausto mi ama; egli mi parla schietto, perch ha dell'amore per me. Basta che si moderi nel perseguitare il genio che ho per le lettere; del resto poi conosco ch'egli il pi sincero de' miei amici. Spiacemi averlo disgustato. Argentina, procura di ritrovarlo. Digli che mi preme comunicargli un affar d'importanza, che venga subito e che non manchi.
ARG. S, signora, ander a cercarlo per tutto. Voglia il cielo che una volta diciate con lui davvero. (va per partire)
VIO. Senti.
ARG. Signora?
VIO. Della satira non gli dir nulla per ora.
ARG. Oh, signora no. (Questa ha da essere la prima cosa che io gli dico; e se trovo don Roberto, gli voglio dire le parolette turchine). (da s, e parte)
SCENA QUINDICESIMA
Donna Violante, poi Don Pirolino.
VIO. Se quella satira si diffonde per Napoli, io son la favola del paese. Vorrei risponderle, ma non vorrei far peggio.
PIR. Signora zia, che risposta mi date del mio negozio?
VIO. Siete venuto a tempo, nipote. Abbiamo delle novit.
PIR. Gi me l'immagino. La signora donna Elvira non deve veder l'ora di stringere al seno il pi bel fiore di Napoli.
VIO. Or non tempo di favellare d'amori. Un affar pi serioso ci chiama al consiglio, al rimedio, alla vendetta. Questa una satira.
PIR. Contro chi?
VIO. Una satira contro di noi.
PIR. Contro di noi? Chi l'ha fatta?
VIO. Quel temerario di don Roberto.
PIR. Don Roberto ha avuta la tracotanza?
VIO. S, egli il tracotante. Conviene che ne prendiamo vendetta.
PIR. Vendetta, vendetta.
VIO. Anche colla spada, se fa bisogno.
PIR. No, non far bisogno. Ma la satira che cosa dice?
VIO. Uditela, e inorridite. Gi nessuno ci sente. (legge)
Una donna infatuata,
Un nipote sciagurato,
Dan piacere alla brigata
Con un estro inusitato.
(don Pirolino mostra di aggradire )
PIR. Via, via, non mi discontento.
VIO. Vi par poco?
PIR. Non vi altro?
VIO. S, sentite il resto.
PIR. Sentiamo. (Gran donne! tutto ricevono in mala parte. (da s)
VIO. Quella ha voglia di marito,
Quel di moglie ha l'appetito
Troveran forse ambidue
L'un la capra di Giove, e l'altra il bue.
PIR. Buono, buono, non mi dispiace.
VIO. Come? non vi riscaldate a cotali ingiurie?
PIR. Vi altro?
VIO. Non vi basta? Vi par questa una leggiera satira?
PIR. Satira?
VIO. S, una satira sanguinosa.
PIR. Questa una lode, un panegirico, un complimento.
VIO. Voi mi vorreste acquietare, perch la bile non mi facesse del male; ma non sono una sciocca. Intendo il senso delle parole.
PIR. Non intendete un'acca. Quello un componimento allegorico.
VIO. Nipote, mi fate torto a parlar cos.
PIR. Lasciate vedere a me. (prende la carta)Il senso allegorico. Sentite. Una donna infatuata...
VIO. E bene: non vuol dir pazza?
PIR. Non vero; vuol dire piena di fantasia, poetessa vera. Infatuata, cio fatidica, corrispondente del fato. I vati fatidici, fanatici, infatuati, sono i veri poeti.
VIO. Se la cosa fosse cos...
PIR. Io parlo coll'erudizione alla mano. Andiamo avanti. Un nipote sciagurato.
VIO. Non vuol dir disgraziato?
PIR. S, sfortunato. Se la mia bella la mi martella, Son sciagurato, son sfortunato. Ah, che dite?
VIO. Potrebbe darsi che volesse anche dire sventurato.
PIR. S, sono sfortunato in tutto. Se il maestro ha stabilito una mattina di voler dare un cavallo, il cavallo tocca a me certamente.
VIO. Cavalli a un giovine del vostro merito?
PIR. Vi dir. Siccome negli anni passati io sapeva poco, il maestro ha preso l'uso di bastonarmi. Ora son virtuoso, non vi che dire, e se il maestro mi d i cavalli, non me li d sul demerito presente, ma sul preterito.
VIO. E che don Roberto sappia tutte codeste cose?
PIR. Tutti le sanno. Sono pi noto io per questi accidenti, che non era noto Alessandro Magno per le sue vittorie.
VIO. Andiamo innanzi.
PIR. Dan piacere alla brigata
Con un estro inusitato.
VIO. Qui vuol dire...
PIR. Vuol dire che i nostri versi spiritosi, brillanti, danno piacere a tutti. Con un estro inusitato! si pu dir meglio? Si pu dare una lode maggior di questa? Noi scriviamo in una maniera inusitata e nuova, colla quale non ha scritto nessuno: n Dante, n Petrarca, n il Calepino.
VIO. un poco oscuretta; ma voi la dilucidate assai bene.
PIR. Quella ha voglia di marito,
Quel di moglie ha appetito.
Qui non vi n la satira n l'allegoria.
VIO. Quel voglia di marito un poco basso.
PIR. stile bernesco.
VIO. Cosa vuol dire bernesco?
PIR. Ve lo spiegher un'altra volta. Terminiamo la spiegazione.
VIO. Via, interpretate la chiusa.
PIR. Subito. A prima vista.
Troveran forse ambidue
L'un la capra di Giove e l'altra il bue.
Il poeta parla di voi e di me. Io trover la capra di Giove. Ho sentito nella Regia Parnassi che la capra Amaltea ha dato il latte a Giove, e mi hanno fatto un onore ch'io non merito, credendomi degno di tanta grazia d'essere fratello di latte dell'istesso Giove. Di voi istessamente, perch hanno letta la Regia Parnassi, dicono che qual nuova Europa meritate che Giove in toro a trasformarsi ritorni per rapirvi, giovarvi, immortalarvi.
VIO. Io rimango stordita, come voi sappiate a memoria cotante cose. poi vero d'Europa, della capra e del toro?
PIR. Ne avete dubbio? Sono istorie verissime. La Regia Parnassi istoria vera, quanto i Reali di Francia. Conviene studiare, chi vuole intendere le allegorie.
VIO. Insegnatemi, per amor del cielo.
PIR. Ecco qui; se non ero io, don Roberto si rimproverava come satirico.
VIO. Ora lo ringrazier per le sue finezze.
SCENA SEDICESIMA
Argentina e detti.
ARG. Signora padrona, qui il signor don Fausto, il signor don Roberto e il signor don Gismondo.
VIO. Vengano pure. Ho piacere che s'incontri don Fausto con don Roberto.
ARG. Sono stata io, che li ha tirati qui con bel modo. Ditegli l'animo vostro a quell'ardito di don Roberto. Nega tutto con una faccia da mandatario.
VIO. Gli hai tu detto forse della satira?
ARG. Sicuro che gliel'ho detto.
VIO. Ciarliera. Hai fatta la bella cosa!
ARG. Io l'ho fatto per bene. (parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
Donna Violante, Don Pirolino; poi Don Fausto, Don Roberto e Don Gismondo.
VIO. Colei mi ha posta in un qualche impegno.
PIR. Con una buona interpretazione si accomoda tutto.
ROB. Signora, di che potete voi lagnarvi di me?
VIO. Niente, don Roberto. Chi vi ha detto ch'io mi lagno di voi?
ROB. Me l'ha detto la vostra serva.
FAU. Per verit, don Roberto, gli uomini onesti non fanno satire, e molto meno ardiscono gli uomini savii di spedirle sfacciatamente alle persone che sono offese.
ROB. Io non intendo di che parliate.
VIO. (Cosa meriterebbe ora don Fausto?) (a don Pirolino)
PIR. (Una di quelle finezze che mi suol fare il maestro). (a donna Violante)
GIS. Parla don Fausto di quella lettera che voi avete spedita a donna Violante.
VIO. Una lettera con i pi bei versi del mondo. Due stanze allegoriche, ch'io non avrei certamente inteso se don Pirolino non me le avesse spiegate.
FAU. Signora donna Violante, sentendo che siete stata regalata con due versi, vi supplico comunicarmeli.
VIO. Voi non lo meritate.
GIS. Posso io essere onorato, signora?
VIO. Caro don Gismondo, senza la chiave voi forse non intendereste il senso di questi versi allegorici.
ROB. E questa chiave chi l'ha?
VIO. Due sole persone: don Pirolino e voi. Don Pirolino, perch ha studiato di molto; voi, come autore.
ROB. Permettetemi dunque ch'io li legga.
VIO. S, teneteli pure; leggeteli a questi signori che bramano di sentirli; e dove non intendessero, fate voi l'interpretazione.
ROB. Ben volentieri. (Ora mi chiarir). (da s)
GIS. (Sentirete). (a don Fausto)
FAU. (Sono in un'estrema curiosit). (da s)
ROB. (Legge)
Una donna infatuata,
Un nipote sciagurato.
(si mette a ridere)
FAU. Come! ridete ancora di tali ingiurie?
VIO. Spiegategli questi due versi. (a don Roberto)
ROB. Signora, io non li saprei spiegare senza offendervi maggiormente. Vi giuro bene, che questi versi non sono miei.
GIS. Non glieli avete mandati voi?
VIO. Il vostro servo medesimo me li ha recati.
ROB. Traccagnino? il mio bergamasco?
VIO. S, egli medesimo.
ROB. Io rimango di sasso.
FAU. Non occorre nascondersi dietro un dito. Voi avete offesa donna Violante, e dell'offese a lei fatte a me ne dovete render conto.
ROB. Come?
FAU. Colla spada alla mano. (parte)
PIR. Servitor umilissimo di lor signori. (parte con timore)
ROB. Io sono in un impegno senza sapere il perch.
GIS. Vi par poco il principio di quella satira, figuratevi cosa sar il resto.
VIO. Che satira! Date qui, don Roberto. Questa carta mi cara, quanto una delle mie medesime produzioni di spirito. Non badate a don Fausto. Mi siete caro. Mi preme la vostra vita; conservatela per gloria delle Muse, per consolazione di Apollo, e per decoro di Partenope nostro.
ROB. (Ride)
GIS. Ridete? S, signore, di Partenope nostro. Non si pu scrivere con maggior eleganza. La sirena Partenope che ha dato il nome a questa nostra citt, era la met donna e la met pesce. Come donna, dovrebbe dirsi di Partenope nostra; come pesce, di Partenope nostro. Donna Violante parla con fondamento; ed io la difender colla penna e colla spada, se occorre. (parte)
VIO. Viva l'eruditissimo don Gismondo.
ROB. (Costui conosce il debole e mi soverchia). (da s)
VIO. Non pu negarsi che don Gismondo non sia un uomo dotto, e non abbia per me della parzialit e della stima.
ROB. Ma io, signora...
VIO. Ma voi, ricusando di palesarvi autore di questa composizione, mostrate di averla fatta per bizzarria e non con animo di piacermi.
ROB. (Proviamoci dunque). (da s)Signora, poich vi piace cos, dir essere io l'autore di codesti versi; e se tai versi vi sono grati, m'ingegner di farne degli altri simili per compiacervi.
VIO. Questo sar il maggior contrassegno del vostro amore.
ROB. Posso sperare di essere ricompensato?
VIO. S, sarete arbitro di me stessa.
ROB. (Sarebbe la bella cosa, ch'io mi guadagnassi una ricca dote a forza di scrivere delle impertinenze) (da s)
VIO. Che dite fra voi medesimo? Vi viene qualche bell'estro?
ROB. Non ho la mente cos pronta come la vostra.
VIO. Io per dirla, sono felicissima nell'improvviso. Sentite un bel pensiere che ora mi viene in mente, a proposito di Giove e di Europa.
Se Europa io son per mio fatal decoro,
Prego Giove che voi trasformi in toro.
ROB. Obbligatissimo alle vostre grazie. (ridendo va via)
VIO. Sentite, sentite. I miei versi lo hanno colpito. Egli corre a scrivere la risposta. Si vede che all'improvviso non ha abilit di comporre. Per la sua penna una penna d'oro. Fra don Roberto e don Gismondo non saprei chi scegliere, non saprei quale di questi due preferire. Uno istorico, l'altro poeta. Tutti e due sapientissimi. E don Fausto, che se volesse avrebbe merito pi degli altri, si avvilisce per causa dell'ostinazione e dell'ignoranza. Non vedo l'ora che sia terminata questa mia lite, non vedo l'ora di vincerla. Voglio premiare colla mia dote il merito di chi studia. Vedr don Fausto i frutti dell'ozio e gli effetti delle sue impertinenze.
Io gli dir, s'egli d'avermi aspetta:
Barbaro, discortese, alla vendetta.
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera in casa di Pantalone
Pantalone e Cecchino
PANT. Vegn qua mo, bel putto, contme: la ve vol mandar via la vostra parona? per cossa?
CECC. Mi manda via, perch le ho corretta una sconcordanza.
PANT. Gerela in discordia con qualchedun?
CECC. Fra lei e suo nipote fanno cose da far ridere i capponi. Basta dire che stata fatta contro di loro una satira, ed essi se la bevono per una lode.
PANT. Una satira?
CECC. E che pezzo di satira! Non sa niente vossignoria?
PANT. No so gnente. Caro vu, contme.
CECC. Se la vuol vedere, io ne ho la copia.
PANT. La veder volentiera.
CECC. Eccola qui: l'ho trovata sul tavolino della padrona, e mentre pranzava, l'ho copiata. (d un foglio a Pantalone)
PANT. Sentimola mo. (legge piano)Pulito! bravi! Senti che roba! Bella sta chiusa:
Troveran forse ambidue
L'un la capra di Giove, e l'altra il bue.
A don Pirolino i ghe d del cavron, e donna Violante trover un mario coi pennacchi. Presto, and l, diseghe a donna Violante che la vegna qua, che ghe vi parlar.
CECC. Io, signore, con sua buona grazia, alla padrona non lo dico certo.
PANT. Per cossa? ghe vol tanto a dir che la vegna qua?
CECC. Mi ha dato poco fa uno schiaffo da questa parte, non vorrei ch'ella si credesse in debito di darmene uno anche da quest'altra. Lo dir alla cameriera.
PANT. Giusto; diseghelo a Arzentina.
CECC. Anche quella povera ragazza sta fresca con quella padrona; ed la pi buona figliuola di questo mondo. Mi dispiace andar via da questa casa per lei.
PANT. Ghe volevi ben a Arzentina?
CECC. Assai. Desiderava venir grande unicamente per lei.
PANT. Bravo! co la bocca da latte!
CECC. Uh, ecco la padrona.
PANT. Gh'ho gusto da galontomo.
CECC. Quando la vedo, ho pi paura di lei, che non aveva dello staffile del mio maestro. (parte)
SCENA SECONDA
Pantalone e Donna Violante.
PANT. De sti bei complimenti, nevvero siora, i ve fa? de sti bei elogi?
Troveran forse ambidue
L'un la capra di Giove, e l'altra il bue.
VIO. S signore, la capra Amaltea, e Giove trasformato in toro per il rapimento di Europa.
PANT. E Venere trasformada in fersora, per frizer i vostri vovi.
VIO. Dimandatelo a mio nipote.
PANT. Eh, ziradonarlo anca elo sto pezzo de aseno, che ve
fa dar volta al cervello.
VIO. Parlate con rispetto di mio nipote.
PANT. In sta casa no vi che el ghe vegna pi.
SCENA TERZA
Don Pirolino e detti; poi il Servitore di Pantalone
PIR. Servitor umilissimo di lor signori.
PANT. Cossa fala qua, patron?
PIR. Vale, domina zia.
VIO. Valete, nepos.
PANT. Cossa diavolo diseli?
PIR. Vale, domine Pantaleo de Necessitatibus.
PANT. Vorla fursi dir Pantalon de' Bisognosi?
PIR. Maxime.
PANT. Sior Massimo e siora Massima, mi no gh'ho bisogno dei so mattezzi; le far ben andar a spuar latini fora de casa mia; mi no gh'ho n acqua, n fien, da pascolar sta sorte de virtuosi.
PIR. Io son qui per un affar di premura. Ho trovato il servitore del notaro attuario della vostra causa. D'ordine del suo padrone mi ha dato questo foglio. Mi ha detto che lo dia a voi o al signor Pantalone, che poi sar qui egli in persona post prandium. (a donna Violante)
VIO. Intendete? Sar qui dopo pranzo. (a Pantalone)
PANT. Cossa contien quella carta?
PIR. Per quel che mi ha detto il servitor del notaro, questa la copia della sentenza uscita calda calda a judice pro tribunali sedente.
VIO. Dal giudice che sedeva sul tribunale: avete capito? (come sopra)
PANT. Donca la causa xe terminada. La sentenza xe dada.
PIR. Ergo, la sentenza data.
PANT. Ergo chi l'ha vadagnada? (a don Pirolino)
VIO. Oh cieli! l'abbiamo noi guadagnata? (a don Pirolino)
PIR. Basta leggere la sentenza, e si sapr.
PANT. No l'av letta? (a don Pirolino)
PIR. Io no. Nec oculus in carta, nec manus in arca.
PANT. Cossa alo dito mo adesso? (a donna Violante)
VIO. Ha detto benissimo. Guardate presto se abbiamo vinto (a don Pirolino)
PIR. Signora zia, la causa perduta.
PANT. L'avemo persa? Con che fondamento lo disela?
VIO. Don Pirolino, con qual fondamento lo dite voi?
PIR. Ecco qui le tremende parole: Domina Violante de Bisognosi partem adversam condemnando.
PANT. Cossa mo vorlo dir?
VIO. Non l'intendete? Io sono la condannata. (a Pantalone)
PANT. Pussibile che la sia cuss!
PIR. La mettereste in dubbio? Chi sono io? Un babbuino?
PANT. Me par ancora impussibile. El dottor Balanzoni, che ne defende, ha sempre dito che gh'avemo rason; che el giudice l'intende in nostro favor. Ma sto no vegnir lo a portarme la niova della sentenza, me mette in qualche sospetto. Oe, gh' nissun de l?
SERV. La comandi.
PANT. Vard mo se fusse a casa el sior dottor Balanzoni; diseghe ch'el favorissa de vegnir da mi, se el pol, o che el m'aspetta, che vegnir mi da lo.
SERV. L'ho veduto poco fa dalla finestra entrare nel di lui studio.
PANT. And donca, e diseghe quel che v'ho dito.
SERV. Vado subito. (parte)
PIR. Signora zia, tenete la vostra sentenza. Parliamo di una cosa che preme pi.
PANT. Cossa ghe pol esser de mazor premura? Ghe dis gnente una perdita de sta sorte? Me par ancora impussibile.
PIR. V'ha detto nulla la signora zia? (a Pantalone)
PANT. De cossa?
PIR. Non gliel'avete detto al signor Pantalone? (a donna Violante)
VIO. Che cosa?
PIR. Non gliel'avete voi detto, ch'io sono innamorato come una bestia, e che la mia bella vocatur Elvira?
PANT. Donna Violante no me l'ha dito, ma l'ho savesto, patron; e mi ve rispondo, che mia nezza no la xe nassua per far razza de matti.
PIR. Heu me miser!
PANT. E in sta casa me far servizio a no ghe vegnir. Av rovin el cervello a donna Violante, no vorria che fessi l'istesso con mia nezza Elvira. M'aveu inteso, sior?
PIR. Heu me miser! Si vales, bene est, ego quidem valeo. (parte)
SCENA QUARTA
Donna Violante e Pantalone.
PANT. Oh che pezzo de matto! E cuss, siora nezza, l'aveu gnancora ben capia quella sentenza?
VIO. Ah signor Pantalone, la causa noi l'abbiamo perduta.
PANT. No so cossa dir: son fora de mi.
SCENA QUINTA
Dottor Balanzonie detti.
DOTT. qua il signor Pantalone? (di dentro)
PANT. Oh, el xe lu da galantomo; el vien a tempo. La resta servida, sior Dottor.
DOTT. Signor Pantalone riveritissimo, sono stato prevenuto da una sua imbasciata, nel tempo istesso che venivo per riverirla.
PANT. Scus se v'ho incomod...
DOTT. Fo umilissima riverenza alla signora donna Violante.
VIO. La riverisco. (sostenuta)
PANT. Scus se v'ho incomod. Me premeva de saver...
DOTT. L'esito della causa?
PANT. La xe donca spedia la causa?
DOTT. Certo, la causa spedita, e l'abbiamo guadagnata; e la parte avversaria stata condannata in tutte le spese.
PANT. Oe, cossa disela, siora donna Violante?
VIO. Oim! temo che il signor Dottore ci voglia mascherare la verit.
DOTT. Come? Un affronto di questa sorta ad un uomo della mia qualit?
VIO. Ma non questa la sentenza?...
DOTT. Il dottor Balanzoni un uomo cognito ed esperimentato. (levando a donna Violante la sentenza, legge forte) Nos, et in causa vertenti etc. (barbotta)In tutti i tribunali si parla di me con stima, con rispetto e venerazione. Dicimus, pronunciamus etc. (come sopra)In tanti anni ch'esercito l'onoratissima carica dell'avvocato, ho sempre sostenuto il decoro della mia illibatissima professione.
VIO. Signor Dottore, lasciate parlare a me...
DOTT. Prima di parlare, bisogna pensare a quel che si dice.
PANT. Ve dir con qual fondamento...
DOTT. Il fondamento della causa l'ho conosciuto. (come sopra)La causa vinta, la sentenza data. La copia questa: leggetela, consolatevi, e del Dottore pensate bene, parlate bene e preparatevi di pagarlo ancora bene.
PANT. Cossa dsela, siora donna Violante?
VIO. Questa sentenza ci d torto, o ci d ragione? (al Dottore)
DOTT. In che linguaggio l'ho da dire? Ci d ragione, abbiamo guadagnato.
PANT. Sntela, siora donna Violante?
VIO. Ma non dice: Domina Violante de Bisognosi partem adversam condemnando?
DOTT. Signora no, non dice cos. Se confonderemo i termini, se romperemo il senso, e se stroppieremo le parole in questa maniera, so ancor io che la sentenza avr un altro significato; ma a leggerla come si deve, dice cos: Sententiamus, pronuntiamus etc. iuxta petita a domina Violante de Bisognosi, partem adversam condemnando in totum et in expensis etc. che vuol dire: sentenziamo, pronunciamo, a tenore della domanda di donna Violante de' Bisognosi, condannando la parte avversaria in tutto ecc. e nelle spese.
VIO. Don Pirolino non la intendeva cos.
DOTT. un asino. Prenda la sua sentenza, la faccia leggere a chi la intende, e non ad un babbano, ad un ignorantaccio, che in materia di studio e di sapere est tanquam tabula rasa. E se vossignoria gli attender, la far impazzire. Io sono un uomo di onore: suo nepote un buffone; e mi perdoni, vossignoria pu dire unicamente per sua scusa: per verbum nescio solvitur omnis quaestio. (parte)
SCENA SESTA
Donna Violante e Pantalone.
PANT. Ala sentio, patrona? la che intende el latin, cossa alo volesto dir el Dottor: per verbum quaestio solvitur nescio?
VIO. S signore, la questione, idest la causa, l'abbiamo vinta.
PANT. La causa xe vadagnada, me ne consolo infinitamente, de mi no la gh'aver pi bisogno; la pensa o a maridarse, o retirarse, e la vaga ch'el cielo la benediga. Non ostante me recorder de la, e ogni mattina e ogni sera pregher messier Giove che ghe daga quel che la gh'ha bisogno, che vuol dir contentezza de cuor e sanit de cervello. Poverazza! sanit de cervello. (parte)
SCENA SETTIMA
Donna Violante sola.
VIO. Dunque la causa vinta, e mio nipote diceva ch'io l'aveva perduta? Possibile che questa sentenza non l'abbia egli intesa? Mio nipote certamente ne sa... Ma se non ne sapesse quanto io mi persuado ch'egli ne sappia, lo sbaglio di chi sarebbe? Di lui, che ne avrebbe fatta una falsissima spiegazione. E in tal caso non potrei sospettar lo stesso della interpretazione di quelle due stanzine che, a dispetto di tutto il mondo, vuole don Pirolino che sieno fatte per nostra lode? In verit, sono un poco confusa. Voglio assicurarmi un po' meglio della scienza di mio nipote, e se mai per disgrazia mi fossi fin adesso ingannata, sono in tempo di rimediarvi. Posso far di meno di studiare il latino. Apprender la lingua francese; in oggi questa la lingua dominatrice nelle conversazioni; e spero che riuscir pi ammirabile, pi gradita, se in vece di dire, domine, maxime, amo, cupio, dir con un poco di buona grazia: Monsieur, oui, je vous jaime, je mour pour vous. (parte)
SCENA OTTAVA
Strada.
Don Fausto e Brighella.
BRIGH. Ala savudo la bella nova?
FAU. Qual nuova?
BRIGH. La siora donna Violante ha perso la causa.
FAU. Povera signora! me ne dispiace infinitamente. Come l'hai saputo?
BRIGH. Ho incontr el sior don Pirolino, e el m'ha d sta notizia.
FAU. Che sia poi vera?
BRIGH. L' verissima. I ha avudo la copia della sentenza e el dise cuss che so zia l' tutta afflizion.
FAU. Ora tempo ch'io faccia conoscere a donna Violante la sincerit della mia stima e dell'amor mio.
BRIGH. E la la sposer con tutti quei pregiudizi che l'ha acquistadi con le belle lezion de don Pirolino?
FAU. No, Brighella. Questa l'unica condizione che le sar da me imposta per conseguir la mia mano: ch'ella abbandoni la pazzia di cos pessimi studi.
BRIGH. El cielo voggia che la sia cuss. Fora de ste pazzie, l' una signora adorabile. Quando, signor, l'ha sta bona intenzion, mi diria che l'andasse subito a ritrovarla.
FAU. No, non voglio andar subito. Voglio scriverle prima un viglietto. Voglio darle campo di pensare pria di rispondere; acci la di lei risposta sia certa, maturata e libera da qualunque immaginabile soggezione.
BRIGH. Vossignoria pensa sempre ben, da par suo, con prudenza e con nobilt.
FAU. Vedo venir don Roberto. Lasciami solo. Voglio favellare con lui.
BRIGH. Comandela che vada a casa?
FAU. S, preparami da scrivere, che ora vengo.
BRIGH. La sar servida. (Oh, se ne trova pochi de' omeni come el me padron! Bon cuor, amor vero, sincerit, l' una cosa... come dis el poeta: Che vi sia ciascun lo dice; dove sia nessun lo sa ). (da s, parte)
SCENA NONA
Don Fausto e Don Roberto.
FAU. Voi non siete dei pi solleciti negl'impegni d'onore.
ROB. Non sono per dei men coraggiosi per incontrarli.
FAU. Non si deridono le persone d'onore. Ponete mano alla spada.
ROB. S lo far, signor amante ridicolo. (mette mano)
FAU. Non ha bisogno di nuovi stimoli l'ira mia. (si battono. Don Fausto rimane ferito)
ROB. Siete ferito?
FAU. S son ferito.
ROB. Vi basta quel poco sangue a cancellare i torti di donna Violante?
FAU. Giuro al cielo... Ah, non possibile ch'io sostenga il ferro. In altro tempo vi dar risposta. (parte)
SCENA DECIMA
Don Roberto e poi Don Gismondo.
ROB. Povero stolto! Ci lascierai la vita sotto di questa spada.
GIS. Amico...
ROB. Ora ch'io sono in battermi, ci mancherebbe poco che non mi battessi con voi.
GIS. Con chi vi siete battuto?
ROB. Con don Fausto, e l'ho in una mano ferito.
GIS. Povero galantuomo! ed ora vorreste fare a me una finezza simile?
ROB. Che intenzione avete voi rispetto a donna Violante? Spiegatevi.
GIS. Caro amico, cosa occorre che ci confondiamo per lei, ora che ha perduta la lite...
ROB. Ha perduta la lite donna Violante?
GIS. L'ha perduta certo.
ROB. Chi ve l'ha detto?
GIS. Don Pirolino.
ROB. Che sia poi vero?
GIS. vero pur troppo.
ROB. Povera donna! me ne dispiace infinitamente. Ora durer fatica a rimaritarsi. (ripone la spada)
GIS. Voi l'abbandonerete per questo?
ROB. Per dirvela in confidenza, non son s pazzo a precipitarmi.
GIS. Non so che dire. Io non vi posso dar torto.
ROB. E voi, don Gismondo, pensate voler continuare ad andarvi?
GIS. Oh, per un poco. Per non allontanarmi tutto ad un tratto. Per non far dire.
ROB. S, anch'io ho risolto di far il medesimo.
GIS. Bisogna che andiamo a condolerci della sua disgrazia.
ROB. vero; questo un complimento necessarissimo. Andremo poi allontanandoci un poco per volta.
GIS. Alla villeggiatura si tronca affatto. M'impegno che in quest'anno s'ha da ridurre in villa sola soletta a verseggiare con suo nipote. (parte)
ROB. Verseggi con chi le pare. Se ha perduta la speranza de' ventimila ducati, ella si render ridicola sempre pi. (parte)
SCENA UNDICESIMA
Camera.
Donna Violante sola, poi Argentina con lettera.
VIO. Ma se don Pirolino sostiene costantemente che la causa persa, e contro di me pronunziata; se con tanta franchezza la spiega, la traduce, l'intende, dovr io credere d'aver vinto, dovr cantare il trionfo prima d'esserne assicurata? No certamente, non fo s gran torto a don Pirolino.
ARG. Signora padrona, ho da darle una cosa che mi fa paura.
VIO. Che cosa?
ARG. Una lettera insanguinata.
VIO. Insanguinata? come? da chi?
ARG. Il povero don Fausto, ferito in una mano da don Roberto, l'ha scritta colla mano offesa e l'ha sporcata con il suo sangue. In verit mi rimescolo tutta. Non ho coraggio di rimirarla.
VIO. Da' qui, da' qui. Il sangue non mi fa tremare. Ho uno spirito forte nientemeno di Bradamante, e saprei anche, se abbisognasse, vestir la lorica, e imprigionar le chiome nell'elmo.
ARG. (Frutto della lettura dei romanzi). (da s)
VIO. Perch don Roberto ha ferito don Fausto?
ARG. Perch don Fausto l'ha sfidato per causa vostra.
VIO. Il battersi per le donne stata sempre azione da cavaliere. Anche don Chisciotte l'ha fatto per la sua bellissima Dulcinea.
ARG. Ma vedete un poco, signora, che cosa vi scrive quel povero disgraziato.
VIO. S, leggiamo. Oim, questo sangue! Mi sento un certo affanno di cuore. Eh, che una donna di spirito non dee avvilirsi per cos poco. Leggiamo. Se questo sangue che per voi io verso... Oim, non ci vedo pi.
ARG. Che cos', signora?
VIO. Niente. Il troppo studiare mi ha indebolita la vista: questo carattere l'intendo poco. Argentina, leggi tu questa carta.
ARG. Lo far per obbedirvi; legger come sapr. Se questo sangue che per voi io verso... Signora padrona, in verit mi si move lo stomaco, non posso pi andar innanzi.
VIO. Da' qui, scioccarella... Pu farvi fede dell'amor mio, vengo ad assicurarvi che morir piuttosto... Mi si offuscano gli occhi. Aiutami, Argentina.
ARG. Finiamola, se si pu... Che morir piuttosto che abbandonarvi.
VIO. Ma quando sapesse ch'io avessi perduta la lite...
ARG. Sentite, a proposito della lite. Sa che l'avete perduta.
VIO. Ah! non vi pi lusinga. Anch'egli sa che la lite perduta. In tal proposito, che cosa dice?
ARG. La perdita dei ventimila scudi non vi avvilisca; poich la mia mano pu rimediare alle vostre disavventure, ve la esibisco di cuore.
VIO. Me la esibisce?
ARG. S, chiaramente.
VIO. Con tutta la perdita della mia lite?
ARG. Non lo sapete che don Fausto del miglior cuore del mondo?
VIO. Vi altro nella lettera?
ARG. Vi sono delle altre righe; ma qui vi una parola coperta da una goccia di sangue. Osservate.
VIO. No, non la voglio vedere.
ARG. N men io certamente.
VIO. Finisci di leggere.
ARG. Non v' dubbio. Or ora mi mancano le gambe sotto.
VIO. Ors, abbiamo inteso tanto che basta.
ARG. Sento gente (parte)
SCENA DODICESIMA
Donna Violante, Donna Elvira e Donna Aurelia.
AUR. Donna Violante, siete visibile?
VIO. Son qui, avete nulla da comandarmi?
AUR. Mi dispiace che abbiate perduta la vostra causa.
VIO. Avete sentito dire ch'io l'abbia perduta?
AUR. S, l'ho sentito dire con mio sommo rincrescimento.
VIO. (Ah, sar pur troppo la verit). (da s)
AUR. Ma voi siete superiore ai colpi della fortuna. Il vostro spirito non si lascia abbattere dalle disgrazie.
VIO. No certamente, non mi lascio abbattere; sono ancora la medesima. Semper idem.
SCENA TREDICESIMA
Don Roberto, Don Gismondo e dette.
ROB. Signora donna Violante, col pi sincero sentimento del cuore vi attesto il mio rincrescimento per la vostra lite perduta.
GIS. Anch'io ne provo un dolore estremo, signora.
VIO. Tutto Napoli dunque informato di tal giudizio! Ma niente. Se ho perduta la causa non ho perduto lo spirito. Il denaro un dono della fortuna, il talento un bene ch' tutto nostro. Voglio che non ostante ci divertiamo; che facciamo delle accademie, delle dispute, delle conclusioni. Ho preparato un argomento bellissimo per la prima riduzione che noi faremo. Eccolo qui: se nella donna sia pi pregevole la virt o la ricchezza. Si trover chi voglia difendere la ricchezza?
ELV. Tutti la difenderanno.
AUR. S, donna Violante; per la parte della virt dubito che restiate voi sola.
VIO. Non conoscete il merito della virt. Questi signori non la intendono come voi.
AUR. Che dice il signor don Roberto?
ROB. Io dico che la virt bella e buona, ma la ricchezza in ogni conto la supera.
ELV. E voi, signor don Gismondo, che cosa dite?
GIS. Dico che i denari sono la miglior cosa di questo mondo.
VIO. Questi sono paradossi. In queste vostre risposte vi sar il senso allegorico certamente. Non possibile che gli uomini dotti preferiscano alla virt la ricchezza.
ELV. S, vi sar il senso allegorico, come in quella satira in cui vi dicono infatuata.
VIO. Quella una composizione bellissima di don Roberto.
AUR. egli vero, don Roberto? Voi ne siete stato l'autore?
ELV. Sarebbe un bel carattere il signor don Roberto, se sotto pretesto d'amicizia si burlasse cos delle persone civili.
ROB. Dir dunque, che la composizione di cui si parla, una satira insolentissima; e giuro sull'onor mio di non esserne autore, e di non sapere da qual mano sia stata fatta.
VIO. Come! non mi avete detto voi stesso poche ore sono il contrario?
ROB. S, l'ho detto per compiacervi. Ma ora con tai scongiuri mi avete obbligato a dire la verit.
VIO. Siete dunque un bugiardo.
ROB. Son tutto quello che pu piacere a madama.
AUR. (Oh bellissima!) (a donna Elvira)
ELV. (Se lo merita quella sciocca). (a donna Aurelia)
GIS. Ed io so chi l'autore di quella satira.
VIO. Satira?
GIS. Cos mi pare.
VIO. Ma se avete detto voi pure ch'era una lode.
GIS. L'ho detto per compiacere madama.
VIO. Ah, se don Roberto e don Gismondo mi avessero villanamente tradita sarebbero due mostri pi orribili di Minos e di Radamanto.
ROB. Signora, parlate con pi rispetto. Mi meraviglio di voi. (Attacchiamola per cavarci). (a don Gismondo)
GIS. Non occorre che mettiate mano alle favole antiche, poich abbiamo da voi delle favole pi moderne.
VIO. Ah, mi si raccapricciano tutti i capelli!
AUR. (Eh che s, che la piantano?) (a donna Elvira)
ELV. (Suo danno. Merita peggio). (a donnna Aurelia)
SCENA QUATTORDICESIMA
Don Fausto, Argentina e detti.
ARG. Ecco il signor don Fausto.
VIO. Ahim! siete voi ferito?
FAU. Niente, signora, niente. La mano fasciata, guarita la ferita; e sar presto in grado di attaccar nuovamente chi ha l'ardir d'insultarvi.
VIO. S, questi sono due menzogneri, i quali nella presente mia disgrazia si burlano indegnamente di me.
FAU. Ho piacere che li abbiate finalmente conosciuti. (Don Roberto e don Gismondo parlano tra di loro. Il medesimo fanno donna Elvira e donna Aurelia)
VIO. Ma caro don Fausto, giacch avete tanta bont per me, mortificateli questi impostori, e dandomi in presenza loro la mano, scenda Venere pronuba sopra di noi; e Amore ed Imeneo congiungano le nostre destre ed i nostri cori.
FAU. (Eccola allo stile usato). (da s)Signora, perdonatemi, se in tali massime continuate, io non vi sposer certamente. (don Roberto e don Gismondo ridono)
VIO. Ma, don Fausto, voi vi siete impegnato meco con un viglietto...
FAU. Ricordatevi delle ultime righe di quel viglietto.
VIO. Per dirla... non le ho lette; erano coperte di sangue: n Argentina, n io le abbiamo potute leggere.
FAU. Che avete fatto di quella carta?
VIO. Eccola. (gli d la carta)
FAU. Favorite: terminer di leggerla io. Ecco, cos diceva: Se la mia mano pu rimediare alle vostre disavventure, ve la esibisco di cuore.
VIO. Fin qui abbiamo letto.
FAU. Sentite il resto: Con questo patto per, che abbandonando affatto quel falso amore che concepito avete alle lettere sotto il peggior maestro del mondo, torniate qual eravate un tempo, saggia, moderata e prudente.
VIO. Questa condizione ingiuriosa per una donna della mia sorta, mi fa credere che non mi amiate. Date qui questo indiscreto viglietto, vo' lacerarlo. Se avessi lette queste ultime righe, se non fossero tanto coperte da questo sangue... (Ma questo sangue l'ha sparso pure don Fausto per amor mio. Qual segno maggiore poteva darmi d'affetto, oltre quello d'arrischiare per me la vita? E se mi ama davvero, e in me condanna quest'amor per le lettere, quasi quasi m'indurrei a credere d'ingannarmi). (da s)
FAU. E bene, che risolvete, donna Violante?
VIO. Lasciatemi pensare per un momento.
SCENA QUINDICESIMA
Pantalone, un Notaro e detti.
PANT. Oh, son qua, siora nezza. Questo xe el sior nodaro che ha mand la copia della sentenza, e el dise, e el ne assicura, che la causa l'avemo vadagnada.
VIO. Vinta la causa?
NOT.S signora, non vi alcun dubbio. Ella ha vinto la causa, e la parte avversaria ancor condannata nelle spese.
ROB. (Oh diamine! la cosa cambia di aspetto). (da s)
GIS. (Ventimila ducati non sono un piccolo patrimonio) (da s)
VIO. Ma don Pirolino...
PANT. Don Pirolino xe un ignorantazzo.
VIO. E tutte queste persone che mi assicurano aver io perduta la lite, con che fondamento me l'hanno detto?
FAU. A me lo disse il mio servitore Brighella, per averlo sentito dire a don Pirolino.
VIO. E voi, don Roberto, da chi l'avete saputo?
ROB. Me l'ha dato ad intendere don Gismondo.
GIS. Io l'ho sentito dire a don Pirolino.
VIO. E voi altre, signore, perch avete detto lo stesso?
AUR. Domandatelo a donna Elvira. Io l'ho inteso dire da lei.
ELV. Ed io l'ho inteso dire a don Pirolino.
PANT. Ecco qua el fondamento de sti descorsi: don Pirolino.
VIO. Dunque mio nipote...
PANT. El xe un pezzo de aseno, che no sa gnente. Questa xe la copia della sentenza, e avemo vadagn.
VIO. Caro don Fausto, leggetela voi.
FAU. Volentieri. Favoritemela. (a Pantalone)
PANT. La toga, e la persuada, se se pol, quella bona testa.
ELV. (Ah, come presto si cambiano le speranze in seno!) (da s)
FAU. S donna Violante, consolatevi, la causa vinta. Voi siete l'erede dei ventimila ducati. Godeteli, che il cielo vi benedica.
VIO. Ah don Fausto, li goder pi contenta, se voi mi onorerete della vostra mano.
ROB. Signora donna Violante, me ne consolo di cuore; ora potrete con maggior tranquillit coltivare il vostro talento.
GIS. Sarebbe un peccato che abbandonaste gli studi.
ROB. Disponete di me, disponete di un vostro servo.
GIS. Nelle questioni, nelle accademie, io terr sempre dalla vostra parte.
VIO. Ed io da questo punto determino, propongo e giuro, che n voi, n altri della vostra fatta, saranno mai pi in casa mia tollerati. Andate da me lontani, perfidi adulatori, mendaci, che innamorati della mia eredit deste fomento alle mie illusioni. Don Fausto, uomo saggio, uomo veramente sincero, compatite se ho fatto s lungamente dei torti al vostro merito. Conosco adesso la verit. Sono disingannata. Ringrazio il cielo che mi ha concesso li ventimila ducati, e questi alla mia mano uniti a voi li offerisco, a voi li dono, in premio della vostra sincerit. (gli d la mano)
FAU. Non per i ventimila ducati, ma per la speranza che ritorniate quella saggia donna che foste, vi do la mano e vi prometto esser vostro.
GIS. ( fatta). (da s)
ROB. (Non c' pi rimedio). (da s)
GIS. Mi rallegro infinitamente con i signori sposi. Se posso servirli, mi comandino. Servitor umilissimo di lor signori. (parte)
ROB. Servitor umilissimo di lor signori. (parte)
FAU. Perfidi! mi renderete conto...
PANT. Lass che i vaga sti musi da do musi; no ghe st a badar.
ELV. Ecco: la signora cognata ha ritrovato marito, e di me, signor zio carissimo, non si parla?
PANT. St attenta, che ve toccher la volta.
AUR. Donna Violante, mi rallegro con voi.
VIO. Spero, donna Aurelia, che alle mie spalle avrete terminato di ridere.
AUR. Io?
VIO. S, vi conosco. Mi avete anche voi stuzzicata a scrivere, per aver nuova materia da pascolar le conversazioni.
AUR. Oh, in quanto a questo ne avete fatte tante, che per degli anni siamo ben provveduti. Signor don Fausto, mi rallegro, se la godi, riverisco tutti. (parte)
SCENA ULTIMA
Don Pirolino con vari libri, e detti.
PIR. Son qui a provarvi, e farvi toccar con mano, che il dottor Balanzoni un ignorante, e ch'io intendo il latino meglio di lui.
VIO. Don Pirolino, la causa l'ho guadagnata.
PIR. Guadagnata?
PANT. Sior s, vadagnada.
FAU. L'ha vinta.
ELV. S, l'ha vinta.
PIR. Me ne rallegro infinitamente.
VIO. Eh nipote mio, disinganniamoci. Voi non sapete niente, ed io da voi non voglio altre lezioni.
PIR. Non me n'importa un fico. Mi unir con donna Elvira, e far con lei quello che fin adesso ho fatto con voi.
ELV. Piuttosto che un tal marito mi eleggerei un ritiro.
PIR. Cosa ha detto? (a donna Violante)
VIO. Ha detto che non vi vuole.
PIR. Chi non mi vuol, non mi merita. A me non mancano donne. Insegner a tante fanciulle la grammatica e la rettorica, finch con qualcheduna arriveremo allo studio dell'umanit.
VIO. Nipote mio, illuminatevi, che ne avete bisogno. Anch'io, acciecata dall'ambizion di sapere, e dalla fiducia che aveva in voi, mi sono resa ridicola per cagion vostra. Don Fausto mi ha illuminata; don Fausto, che fra gl'infiniti pregi che lo adornano, ha quello della pi perfetta sincerit.
FAU. S, donna Violante, di ci unicamente mi vanto. So che la verit parecchie volte dispiace, ma non ricuso di dirla. So che l'adulazione trionfa, ma io la detesto. Sar sfortunato, ma sar sempre sincero.
Fine della Commedia


