Wilelm tragedy
di
Giuseppe Manfridi
PERSONAGGI:
WILELM
M
FIGLIA
AMICO
AVVOCATO
INFERMIERE
MASUELLI
KRIKSTEIN
MORGANTI
GOLDENBERG
RAMON
ROSVITA
CORO
La scena si direbbe un grande 'loft'. Un enorme spazio predisposto ad accogliere tutta la luce del mondo. Tutto il buio della notte.
La volta superiore vitrea.
Tele. Di spropositate dimensioni. Molte senza telaio.
Dunque, pi vele che tele.
E' un gioco di superfici oblique, verticali e orizzontali che pendono, s'innalzano, galleggiano. Anche il pavimento ne invaso.
Tra queste superfici corrono dei praticabili a differenti altezze. Impalcature da cantiere.
Barattoli - anche enormi, gigantesci - di vernice. Aperti e chiusi.
Rivoli di tintura ovunque. Rappresa e fresca.
Pennelli, a mazzi, dalla lunga impugnatura. Come spiedi. Come armi segnate dai coaguli dei loro combattimenti.
Carte. Cartoni. Ferri. Spatole. Tavole di legno.
Un luogo, insomma, dove la prepotente quotidianit di una vita senz'altro esagerata camuffa ma non nasconde una struttura che non ignora la nudit e la purezza.
NESSUNA APERTURA A VISTA. I vari personaggi compariranno da fessure, spiragli, corridoi, passaggi disegnati dai velari stessi.
Il Coro emerger e scomparir, a vista o in controluce e alle diverse altezze, tra le frastagliature di queste poliedriche prospettive.
Ovviamente i velari di cui parlo sono le tele di Wilelm, una loro macroscopica proiezione, per cui appaiono invase - e andranno a esserlo anche nel tempo della rappresentazione - da colate di pittura e da convulse verniciature.
L'azione si svolge nel corso di una sola giornata,
dall'alba alla notte.
PRIMA PARTE (Alba e primo mattino)
(Il Coro parla dalla penombra, sparso e indistinguibile.
M una concrezione accucciata al centro della scena.
Guarda in alto, oltre un vasto tetto di cristallo da cui scende la notte che va estinguendo.)
CORO: Un uomo ride.
Perennemente.
Demente.
Ma nel pieno di s.
Noi siamo al suo servizio.
Non ci si parli male di lui: si parlerebbe
male di noi: sue bave
radiose e sanguigne, sua luce scorporata, sagomata... perlustrato
convolvolo di ombre, suoi colori mai rappresi
tra spatole e pennelli. Tra i nodi della canapa sue ultime
petulanti frange.
(In una bava aurorale)
M: Scccch!... E' l'ultimo soffio
della giornata di ieri. Gustiamolo.
La decisiva tra le albe si tratteggia.
Eccola!
(Ombre tra i velari)
Mai come oggi, capitemi bene,
si dovr, questa stanza, presidiarla
CON FORZA, e lui mai
come oggi si deve impedire che venga DISTRATTO.
Non pu dirsi ben fatto un lavoro
se non terminato. Il tramonto,
per cui quest'aurora imbandisce
il banchetto di luci, dir
quanto fummo capaci.
Ora, come
un generale sul punto
di giocarsi in un ultimo assalto
la citt che ha tenuto
per giorni e per mesi d'assedio non pi ordini
impartisce alle truppe, io cos far con voi.
Solo dolci parole e ricordi
per dar animo al vostro dovere.
CORO: O migliore tra noi!
Siamo tutti ancorati all'appello
a cui ancora ci chiami e ci piace
che tu ci ripeta, ci serve!,
perch siamo e chi siamo.
M: Cominci tempo addietro
il lavoro di noi tutti per strappare a quest'uomo, signore
dello spazio in cui stiamo, ci che a un uomo fa da massimo bene
per navigare nel mondo e che ha nome:
INTELLETTO.
E da medici pietosi ci adoprammo,
per noi e per lui, certissimi
di poter dare, sia a lui che a noi, con ci un futuro pi potente
del semplice presente.
Nessuno tra noi, credo,
abbia istinti distruttori.
CORO: Noi solo distruggiamo
ci che a noi da freno.
(Le luci si fanno pi intense.)
M: Che luce materiale.... quasi sembra
che scivoli dell'acqua nei suoi raggi.
Meglio!
Sar polpa alla sua sete! Ma daccapo...
Per ci che a lui chiedemmo ci chiese a contraccambio
la pi vana, per quest'epoca almeno, fra tutte le virt: non la scienza
ma il genio dell'arte, che era in lui
gi una nota presenza... uomo d'arte
tra i pi celebrati, non pago, ha voluto
sbaragliare il recinto gi estremo
dell'unanime consenso e raggiungere
l'aldil dei linguaggi. Quell'acme
che di pochi la meta perfetta.
CORO: S'accantoni perci la ragione
e che il genio dirompa!
Via l'ozioso reale e il disbrigo
degli impicci diuturni! Via l'anima
in cambio dei suoi frutti!
M: Cos tutto inizi.
Nel disagio generale - e fu, ricorderete,
la prima e trionfale tra le battaglie vinte -
lo si vide scimunire, ma non perci dimettere
la furia tempestosa del suo, e nostro,
implacabile produrre.
CORO: Enfiato
da luci mai trasmesse, diede luci
da braccio umano mai riverberate.
M: Procede ormai ben oltre
colonne d'Ercole ridotte
a stecche da giardino.
CORO: Ma in ci chi pu capirlo?...
Fa pena, e intanto ride...
Felicemente ride.
Ne piangono l'immane
distanza dagli umani
consessi e ne contendono
le opere scialando
fior fior di capitali.
M: Mai i mercati dell'arte
vissero maggior trambusto
dacch alienato
apparve a tutti Wilelm...
dacch perso
in una gioia incontrollabile
e di pubblico sconcerto.
Astrusi nomi danno
a malattie che non esistono per dire
che sia, che sia
questo suo deteriorarsi. Inorridiscono
a vederlo, ma vogliono vederlo...
gloria versano, temendolo,
sul caos del suo cervello. Risibili rond
dattorno ai suoi giorni danzano, spettegolando fervidi. Per
tutto, fratelli, non compiuto, e dire non possiamo:
consummatum est.
Il centro dell'evento, ve lo ricordo, altrove.
CORO: Noi solo per lui e da lui esistiamo.
Non l'abbiamo forse invaso
a sufficienza? Cosa manca?
Dicci, Frater, quel che si deve e lo faremo.
M: Bisogna ancora che
TOTALE SIA
la certezza di ci che .
Perci sua figlia sospingemmo,
come in un dramma antico,
contro suo padre con tutte le sue forze:
che ne additasse lo sfacelo e ne chiedesse
il bando dalla vita, spossessandolo
di tutto tranne
del suo poter dipingere.
Un tragico reclamo in apparenza
voluto dalla donna, IN REALTA' DA NOI.
In realt da Wilelm stesso.
Questo, ho saputo,
gi accadde al grande Sofocle:
dal suo ultimogenito costretto
davanti all'areopago perch lo decretasse
incapace di intendere e volere.
Vecchio, il poeta,
si difese, dicono, leggendo una sua pagina. Ma qui sar diverso.
BISOGNA CHE SI VINCA
ovvero CHE LEI VINCA
questo processo, non pi terribile
di quanto necessario, e che infine sia interdetto,
e che residui, il folle,
di nulla pi padrone ma solo di se stesso, e noi di lui.
Viaggia da anni
la procedura, l'approdo per stasera. Ma attenzione!...
L'esito incerto.
Probabile s, ma incerto.
Per dire l'ultima parola s'attende l'ultimo momento.
Dal tribunale ancora
pu essere che mandino
per vederlo, esaminarlo...
minacciano verifiche, controlli decisivi; e non detto
che ci avvenga apertamente. Come agenti
delle imposte o detectives camuffati
da amici o da parenti potrebbero venire, e lui potrebbe
cascare nel tranello... rispondergli, parlarci
A TONO, va' a sapere... sconfessando
il suo impegno con noi DI NON PIU' COMUNICARE.
M'accorgo come, a volte,
dalla gelida vertigine su cui l'abbiamo issato,
noiose nostalgie, struggenti lampi
di remote cosuetudini lo colgano.
Occhio, dunque: CHE SIA MANSUETO!
Con chiunque mansueto. Poi al calare
del buio potr dirsi
nostro il suo impero e che per sempre
saremo noi il suo impero.
CORO: Mai come oggi
questa stanza con forza verr presidiata!
Mai come oggi
da niente e nessuno verr lui distratto!
M: (Chiamando verso il fondo, dove l'ombra ancora buio.)
Mi senti, doctor?
Puoi rispondermi o farmi solo un segno?
(I teli oscillano, come se Wilelm fosse un vento che vi passa traverso.)
WILELM: (Dall'ombra)
S che posso. Ma tu puoi
ascoltarmi o ricevere il mio segno?
M: Gi il mattino s' fatto maturo...
l'inizio delle insidie.
WILELM: Ed eccomi giocato... cos andarono le cose...
ieri forse o, chiss, oggi stesso - un'ora, due ore fa
o decenni o mesi addietro, non lo so...
ma cos andarono le cose.
Per me finito il tempo come pura convenzione, come dote
a noi uomini rimessa per intendersi TRA VIVI.
Finito per me il tempo come utensile
per gestire le giornate; di giornate
a me UNA ne rimane e IN ESSA STO. - Come le mosche
che pi non vivono che un giorno, un giorno appena.
Sar per esse, penso,
lunghissimo quel giorno.
Per meglio dire sufficiente. Frazionato
in fasi della vita, in biologiche stagioni.
Io tale e quale, ormai che come mosca
sul reame del mio giorno sovrintendo.
Per dirla facilmente, questo :
reduce sono
da un catastrofico patto col demonio.
Dire non so con che demonio e perci dico:
col demonio.
Cos, mi rendo conto, favoleggio d'un demone assoluto.
Ma queste son speciose
disquisizioni inutili.
Sta di fatto / che il mio patto ha preso corpo e addirittura
sostanza notarile
nel corso di una lunga e diluita trattativa, non nel lampo
che in ardente bracere trasmut
la camera di Faust e che nel giro
di una notte produsse il gran contratto.
Per me, doctor / di un altro mezzo secolo, di questo
secondo mezzo secolo che s'erge
come l'ultimo mattone a muratura del millennio,
fu inoltrata una pratica diversa.
Giorno a giorno negli anni ho pattuito.
Ci furono momenti di ristagno nell'affare, poi rapide riprese
nell'intesa fra noi due, le parti in causa,
poi di nuovo vari inciampi sino a giungere
alla lenta, senza data, vicenda della firma.
M: Oggi scade l'attesa. Si sapr
se hai saputo mantenerlo il tuo patto oppure no.
WILELM: E come e quando si sapr?
M: Dall'istante in cui verranno
a dirti: sei interdetto
dal curarti di te stesso.
INCAPACE DI INTENDERE E VOLERE.
CORO: Demente, Wilelm, come stabilito.
In quell'attimo preciso
in cui idiota verranno a dichiararti
LO DIVERRAI DAVVERO.
M: La sentenza
scaturita dal processo sancir
la natura per cui t'hanno processato.
CORO: In quell'attimo preciso
in cui idiota verranno a dichiararti
LO DIVERRAI DAVVERO.
M: Cos saremo pari.
WILELM: Avrai trescato
perch tutto vada in questo modo...
M: Come un mercante: logico
che io abbia tutelato il mio commercio.
WILELM: Del mio processo
io non ricordo nulla.
CORO: Noi t'abbiamo accompagnato ad ogni istante
per dare le risposte necessarie
a offrire quella maschera voluta
dal consorzio dei normali che va a caccia
d'anomalie per farne selvaggina.
WILELM: Ricordatemi, ricordami.
CORO: Noi t'abbiamo pilotato
ne tuo ridere nevrotico, t'abbiamo
inabissato in sposalizi
con noi da cui una folle, indeflettibile allegria.
M: Ah, Wilelm, non sai quanta
felicit t'abbiamo data e quanta
te ne daremo
per costruirti e preservare questa faccia
che induce a ripugnanza chi ti vede.
WILELM: Basta cos! ME!...
Fate parlare me! Me me me!...
CORO: Tu non parli, ridi.
WILELM: Non parler mai pi?
M: Solo a noi per sempre.
WILELM: Allora a voi ma parler.
Sono qui a disposizione.
Pronto ad usare
esclamazioni degne
d'un tragico eroe... ahim, ahim
eh eh...
e voi passatemi
coi cingolati sulla pancia.
Consideratemi sdraiato.
Sul selciato ho deposto il mio cervello.
In esso ed esso sono io.
Dopo per
il secolo voglio
prendere tra le mani.
Sunteggiarlo e trascinarlo
di me carico alle grate del millennio.
Che filtri e che deflagri
ma non ignaro, e per ottimi motivi,
sia a lui il mio nome.
Come preteso. COME PROMESSO.
(Un fiotto di luce.
Entra l'infermiere con tre visitatori: Masuelli, giornalista di poco conto, Krikstein, dotto critico, e un terzo personaggio che verr individuato come come un vecchio amico di Wilelm.
L'infermiere veste di bianco, ma non da infermiere... da macellaio, piuttosto: gli sbaffi che lo macchiano non si pu dire se siano tintura oppure sangue.)
INFERMIERE : Evual, qui che lavora.
(Distraendosi) Oh, scusate se vi introduco insieme:
se ho ben capito
i signori non che si conoscono...
KRIKSTEIN : (Ignorando gli altri due) In effetti!
MASUELLI: Personalmente, almeno...
INFERMIERE : Che oggi una tale giornatina...
e voi capite che contentare tutti...
KRIKSTEIN : (Osservando lo spazio) Sicch lavora qui...
INFERMIERE : Beh, lavora... diciamo
E' QUI CHE STA.
Giorno e notte, eternamente
a bagnomaria tra questi lezzi
di trementina, vernici ed acqua ragia.
Vi dico io!... Ed io
ahim con lui. I vapori, capirete...
pi di tanto non si pu.
Quando poi nell'ipotesi peggiore
non accade come al primo che venuto qui a servizio:
ricovero d'urgenza e un polmone prosciugato.
Come un pezzo di cartone.
Do l'idea? Una sogliola essiccata.
Capirai, oggi beato
quello ci campa di rendita spesato
coi fiocchi e i controfiocchi. Voi sapete
come vanno queste cose: il sindacato non ci scherza.
KRIKSTEIN : Ma scusi, lei diceva:
non si muove da qui dentro.
E adesso, allora?
INFERMIERE: Infatti c'.
KRIKSTEIN : Qui?
INFERMIERE: Gi, qui.
MASUELLI: E dove?
INFERMIERE: Si nasconde.
MASUELLI: Ah, va bene: nella casa.
INFERMIERE: Ma no, qui dentro proprio.
KRIKSTEIN: Mi scusi, non capisco.
MASUELLI: Non capiamo.
INFERMIERE: Presente i gatti?
E' capace di sparire, se qui dentro,
nel raggio di due metri: svaporato.
Ma qui sta, parola mia.
KRIKSTEIN : E per vederlo?
INFERMIERE: Se gli va.
MASUELLI: Ma, per dire, ora ci sente?
INFERMIERE: Sordo non . Dovrebbe.
Vi garantisco: ce l'abbiamo a qualche metro.
(Il Coro avanza in luce.)
CORO: Cos da s
si messo in quarantena,
e chi lo ama e chi lo cura
lui lo tiene in quarantena.
INFREMIERE: Signori miei, per dirla pane al pane:
far pure grandi cose ma un cretino.
Che faccia grandi cose
lo dicono un po' tutti e mi sto zitto.
Che sia un cretino, per via...
non c' bisogno mica che vengano a spiegarmelo.
Ma a questo punto io mi domando e dico:
pu essere davvero che un genio e un imbecille
riescano a fare una persona sola?
KRIKSTEIN: (Allontanandosi)
Il suo cretino, perch lo sappia, un perno
dell'epoca in cui siamo.
INFERMIERE: O s, appunto, sento dire. Ma la questione un'altra.
MASUELLI: (Che si messo a prendere appunti)
Come tutte le tragedie ha, pure questa,
la sua parte di mistero, si rassegni.
INFERMIERE: (A parte, a Masuelli)
Oh dica, lei per caso un giornalista?
MASUELLI: Ha l'occhio lungo: esatto.
INFERMIERE : Mica avr in testa di scriverne qualcosa!
MASUELLI: Le posso garantire, il mio interesse
e s professionale, ma 'sui generis'.
INFERMIERE : E di che genere sarebbe?
MASUELLI: Gi l'ho detto all'altro sotto: sto scrivendo
un libro sul Maestro. Biografico, non critico.
INFERMIERE : Cio?
MASUELLI: Pi l'uomo che l'artista.
Dalle prime gozzoviglie e la miseria,
all'ascesa rapinosa, ai consensi universali;
poi gli amori, le 'dbacles'...
INFERMIERE : Scusi, le che?...
MASUELLI: Le esperienze pi infelici, le sconfitte...
INFERMIERE : Gi, beveva...
MASUELLI: E non stato il minor male. Insomma, tutto
sino al capitolo disordini mentali e al suo dipingere a dispetto
di quanto gli succede, e soprattutto
quest'inaudita vicenda processuale...
INFERMIERE: Io ci scomesso che la spunta la ragazza... ho fatto male?...)
Bah, non dovrei, ma certo quella donna...
dico la figlia... oh, a me mi paga bene... ma che diavolo...
sbattere un pap, cos... beh via diciamolo: nel cesso...
non so lei come la vede...
MASUELLI: Concordo, naturale,
col suo ottimo buon senso.
D'altronde oggi se ne sapr qualcosa.
INFERMIERE: Ma mi dica del suo libro che mi sfizia.
MASUELLI: Un ritratto vorrei farne
accessibile a chiunque, ma sentito.
(Pi piano, accennando a Krikstein)
Non certo come i tomi che pu sfornarti quello.
Uno studioso di prim'ordine.
Fra i suoi interpreti
di sicuro il pi importante.
INFERMIERE : Ma v!
MASUELLI: Altroch.
INFERMIERE : (Accennando all'amico, che sempre rimasto silenzioso e in disparte)
E quello, invece?... Oh, avesse aperto bocca!
MASUELLI: Se la memoria non m'inganna, un compagno di bagordi.
INFERMIERE : E dice sar innocuo?...
MASUELLI: Mi sa uno psicolabile.
Un mezzo romanziere; ad ogni modo innocuo.
INFERMIERE : Capito! Meglio stare in guardia. Non lo mollo.
Beh, comunque, per quando sar pronto...
MASUELLI: Cosa pronto?
INFERMIERE : Il suo libro, che diamine!... Spero proprio si ricordi
di una copia per me con dedica.
MASUELLI: Oh, far molto di pi: si consideri citato
nei miei ringraziamenti a pi di pagina.
INFERMIERE : Dice sul serio?
MASUELLI: Pi che sul serio! M'auguro che questo
mi consenta di chiederle di ritornare ancora.
INFERMIERE : Dipendesse da me solo...
MASUELLI: Per ci che da lei dipende.
INFERMIERE : Una maniera
com' come non si trova sempre.
(A Krikstein, che si messo a rovistare tra i dipinti)
O... dica lei, che sta facendo?
KRIKSTEIN : Guardo.
INFERMIERE : Mica si pu... rimetta a posto!
KRIKSTEIN : Io ho pagato per venire.
INFERMIERE : E parli pano!
KRIKSTEIN : Ho pagato. E gi che m' impossibile
d'incontrarmi col Maestro, potr almeno
vedere quel che fa o pretender troppo?...
INFERMIERE : (Rimettendo in ordine)
Guardare e non toccare una legge da imparare.
Ma che gente!
MASUELLI: (A Krikstein, riferendosi ai dipinti intorno)
Posso chiederle, cos - di primo acchito - che ne pensa?
KRIKSTEIN : E' pi che mai se stesso... anzi:
pi che mai
OLTRE SE STESSO.
E lo chiamano demente.
CORO: Demente! Demente!
Fattelo dire e perditi in me.
Demente! Demente!
Fattelo dire e perditi in noi.
KRIKSTEIN: Un destrutturatore dei linguaggi.
Appartiene a quella schiera
che ha dato nuovi criteri informativi, estetici, morali
a tutto il Novecento.
Ci che, esemplificando,
fu per le lettere un James Joyce
o uno Schomberg per la musica
lui lo fu per la visione.
Dire pittura sarebbe limitato.
M: Un De Profundis con tutti i crisantemi.
Ragazzi, sar idiota / ma ancora non morto.
KRIKSTEIN : Ha sconnesso le regole; strappando ha ricucito
un vergine intrico slanciato nel futuro.
M: O Wilelm... ti incoronano
a colpi di vanga e, in pi, per scranno
una bella sepoltura.
Conviene quasi che ti mostri, la tua assenza
finir col fare danni.
Giudicando da quel che vedono commettono
il pi scontato degli errori:
intelligenza e genio, loro,
li fanno equivalenti.
MASUELLI: (All'infermiere)
Ma lei sostiene che abbiamo qualche 'chances'?...
INFERMIERE : Cosa come?...
MASUELLI: C' caso di vederlo?...
INFERMIERE : Ve l'ho detto: qui che sta.
KRIKSTEIN : Notavo, infatti, un certo tramesto...
MASUELLI: Da dove? Quando?...
KRIKSTEIN : Prima, cercando.
E pure alcune ombre.
AMICO: (D'un tratto) Forse ci siamo, ZITTI!
INFERMIERE : (All'amico) Oh, alla buon'ora, ben svegliato!...
MASUELLI: Ma dove? Non lo vedo!
INFERMIERE: Ha ragione, sta arrivando.
Riconosco certi segni. La risata soprattutto:
m' entrata ormai nel sangue...
Bene, contenti?...
Buon pr vi faccia... ECCOLO!
WILELM: (Comparendo)
Dicono di me
magrissimo. - Di me!
E livido, da guancia a guancia
segato da perenni risate demenziali
che stirano la pelle, slargano la faccia.
(Continuando a parlare, sembra quasi che passi in rassegna le persone che si trovano l.)
No, non
la mia risata sconvolge bens l'occhio stupefatto
di chi viene a interloquire ed spiato
dal tutore di turno, dallo sgherro
unto e grasso coverto di denari e che di tutto ci redige
doviziosissimi rapporti. Memoriali. Stigmatizza
non tanto le mie colpe, di me che a quello sono
datore di lavoro, ma l'esecrabile sgomento
la mestizia lacerante, insopportabile, asociale
del gitante qui salito
col fiatone, con buoncuore,
com'io fossi la cappella in cima al monte
e lui il devoto escursionista, il pellegrino.
Sale, s'apre
il tabernacolo e dal calice che esce?
Questo ghigno alquanto eretico, allusivo...
sissignori, i pi tremuli
cos dicono: allusivo. Nonch de-
stabilizzante. I pi solidi ribattono:
"No, piuttosto: cadaverico, tombale." Come il segno
della mandibola che affiora, della carne
come in svelta aspirazione dissipata.
"E' quel corpo in evidente
marcescenza. Terminale
consunzione irrispettosa, ripugnante."
Addirittura addirittura
c' chi dice: inespressivo.
"Come ride inespressivo!..."
Poco conta come rido,
poco conta se poi rido
per davvero, sta di fatto
che mi dicono che rido.
(Comincia sistemare tele e colori.)
MASUELLI: Come ride!... Dio, come ride!
INFERMIERE : Mi sa che siamo in zona rischio. Adesso, attenti...
di rado capita, ma capita
e temo che ora stia per capitare.
MASUELLI : Che?
INFERMIERE : Rider sempre di pi, sempre di pi.
E se capita al risveglio, cio adesso, molto peggio.
Comincia a ridere e a dipingere, le due cose vanno insieme.
KRIKSTEIN: E dunque meno male, perch diceva attenti?
INFERMIERE : C' un rischio e non da poco:
che accorgendosi di noi ci rida in faccia.
KRIKSTEIN : Lei travalica il buon senso.
So capire quando insulto e quando sintomo
di miserevole natura mentecatta.
MASUELLI: (All'infermiere) Non dia retta, dica meglio.
INFERMIERE: Io per me non voglio starci.
Gi successo: domandate, domandate:
da vedere i sorci verdi...
e una volta che comincia la frittata bella e fatta!
MASUELLI: Cio in che senso?...
INFERMIERE: Non si scappa.
Meglio andarsene, e anche in fretta.
KRIKSTEIN: Liberissimi, io resto.
M: Tu non sai tu non sai,
non sai ma stai ridendo...
Chiassoso, allegramente...
risata dei primordi,
risata esagerata
in orge di ricordi
Non sai ma stai ridendo,
folle da te debordi!
CORO: Non sai non sai non sai
non sai ma stai ridendo!
In orge di ricordi,
folle da te debordi!
WILELM: (Dipingendo)
Io, per me, faccio
sovranamente quanto
la mano mi sussurra.
Altro non posso
che mettere il mio corpo,
per quanto pu soffrire,
per quanto pu godere,
al centro dello spazio
raggiunto, per spiarmi,
da disumane schiere.
M: Wilelm, non serve
che di loro t'accorga!
Che guardi non serve
ma fatti guardare.
Forse questo non
del tuo tempo lo scopo?
Non capire, ma farti
capire. Scatena
i tuoi satiri - e voi
SU' DANZATE! DANZATE! DANZATE!
CORO: Non sai non sai non sai...
non sai ma stai ridendo.
In orge di ricordi
folle da te debordi!
MASUELLI: O Ges... ora davvero...
guardatelo: ci guarda!
INFERMIERE: Fregati!
Di qui non se ne esce.
KRIKSTEIN: (A Masuelli) E lei perch lo guarda?
MASUELLI: Non posso non guardarlo!
KRIKSTEIN: Io guardo ci che fa.
CORO: Non sai non sai non sai...
non sai ma stai ridendo.
In orge di ricordi
folle da te debordi.
In orge di ricordi
folle da te debordi.
WILELM: Come ricordi?... Di che? Di cosa?...
Dire pi non saprei
le direzioni che determinano
lo scorrere del tempo.
Come in un luogo
a notte sconosciuto,
lungo l'asse dei giorni mi son perso.
Che m'aspetta domani? Il passato o il futuro?
Che anno, che mese?...
Da vivere o vissuto?...
S, m'abitano, vero,
vivaci memorie, come viscere, polpe...
Le sento in gaiezze
stupefacenti involtolate.
E di questo son io
dunque il fulcro, il perch?...
Oh, stranezza!
Non son forse i ricordi
dure e solide cose? Presenze.
E se sono presenze io con essi che c'entro?
Io che so dovrei offrire
di me algidi vuoti e vane trasparenze.
INFERMIERE: La scelleratezza lo avvolge. Guardatelo!
MASUELLI: Tutto, ridendo,
un essere cos pu / sia fare che disfare.
INFERMIERE: E quel che peggio
senza alcuna, alcunissima / premeditazione, lo conosco.
MASUELLI: Mi spaventa / quasi pi che addolorarmi.
KRIKSTEIN: No, no... io cos / non posso pi vederlo.
(A questo punto l'amico, rimasto per tutto il tempo defilato, tira fuori da una sua sacca una tromba e, sotto gli occhi stupefatti degli altri tre, comincia a suonare.
Sembra stabilire un abbozzo di contatto con Wilelm che, quasi accorgendosi di lui, gli sorride.
L'infermiere, Krikstein e Masuelli, superato lo sgomento, sembrano riprendere fiato. Ciononostante, seguono l'azione dell'altro con molta diffidenza.)
M: Attento, Wilelm... per carit, sta' attento!...
questo con te non c'entra,
tu con lui non c'entri!
MASUELLI: Beh, per... calmato si calmato.
INFERMIERE: Le magie col sottoscritto
non attaccano poi tanto.
MASUELLI: Io osservavo i risultati.
INFERMIERE: Mai fidarsi.
KRIKSTEIN: Condivido.
(Da ultimo l'amico smette di suonare e si accosta a Wilelm.)
AMICO: Lontano da te, amico mio, e solo se
lontano da te, la vita pu s continuare, MA NON QUI.
INFERMIERE: (Quasi andando a prenderlo di forza)
Non credo che gradisca
pi di tanto la sua presenza.
Se vuole favorire...
AMICO: Lei capisce quel che pensa?
INFERMIERE: Vede bene, il mio mestiere. Andiamo, venga!
MASUELLI: (All'infermiere) Compatisca, gliel'ho detto:
un amico di giovent che ai tempi suoi
godette pure di una qualche / non irrisoria notoriet.
KRIKSTEIN: E se n' fatta di galera, non ci scherzi.
MASUELLI: Gi certo, ora ricordo.
INFERMIERE: Dio buono, e come mai?
KRIKSTEIN : Ha freddato la moglie con un colpo di pistola.
MASUELLI: Sa come? Le ha piazzato
una mela sulla testa e pum.
INFERMIERE: La miseria... sulla testa e pum?!...
MASUELLI: E pum.
AMICO: Wilelm! Wilelm!
Fallo capire tu se vuoi che me ne vada.
Il montanaro che s'affanna per raggiungere,
scorticandosi gomiti e ginocchia,
il Titano appiccato sulla rupe non lo scacci
come un'litra ronzante con un gesto della mano.
Fuori siamo
sapessi quanti in processione.
Non sopportiamo
che quanto si vocifera diventi verit.
INFERMIERE: Ma che accidenti dice?
MASUELLI: Bah, non mi domandi.
Cominciarono insieme. Parleranno
di cose che san loro.
INFERMIERE: Come loro, se solo lui che parla?!...
MASUELLI: Veramente non saprei. Per me s'intendono.
WILELM: (All'amico) Dov'?...
M: (A Wilelm) Vuoi star zitto, sciagurato?!
WILELM: (CS) Mia figlia...
dov'?...
AMICO: (A Wilelm)
Qui fuori...
nella speranza di sapersi attesa.
WILELM: Dille...
che lo .
M: Non dovevi! Non dovevi! Non dovevi!
MASUELLI: Vede! Qualcosa si son detti.
INFERMIERE: Che?
MASUELLI: Boh.
AMICO: (A Wilelm) Ripetilo.
WILELM: Lo .
M: (Al Coro) E voi, pulviscolo
da quattro soldi, cos lo controllate!?...
(L'amico, lasciando l il suo poco bagaglio, si alza e corre fuori.)
INFERMIERE: Ah, meno male. L'ha capita da s che non aria.
Signori, a questo punto
lo spettacolo pu dirsi terminato.
KRIKSTEIN: Ma lei scherza? M'ha promesso
cinque minuti da solo a solo col Maestro.
Ci accordammo in questo senso e lo pretendo.
MASUELLI: E io pure avrei bisogno un minutino...
Oh, senza affaticarlo: una sciocchezza proprio.
(Pi a mezza voce) Si ricordi della dedica...
KRIKSTEIN: Mi dispiace, non transigo.
INFERMIERE: Ma adesso come fare?...
L'avvocato come niente sta gi fuori...
Voi lo sapete, la giornata un po' campale.
MASUELLI: (Allungandogli furtivamente dei soldi)
Per piacere...
KRIKSTEIN: Mi dispiace, non transigo.
INFERMIERE: Occhi, occhi: tagliamo la testa al toro.
Stamane, non per essere cattivo, ma davvero non si pu
ma nel primo pomeriggio gi diverso.
Ci sta pure, se non sbaglio, un'altra coppia
messa in lista da un pochetto ma fa nulla.
Voi tornate e qualcosa si combina.
KRIKSTEIN: Le ripeto: non transigo.
MASUELLI: Se mi dice che sicuro...
INFERMIERE: Sicurissimo. Oramai mi conoscete.
Per adesso, per piacere...
KRIKSTEIN: E sia, ritorno. Ma se si prova a fare il furbo...
INFERMIERE: Il furbo io?...S, l'ha trovato!...
(I tre, finalmente, escono.)
M: Ti rendi conto, Wilelm?
La tua disonest.
Non dovevi! Non dovevi! Non dovevi!
Tu sai cosa significa. Figurati se adesso
vien fuori che t'incontri con tua figlia.
Perch se quello la trova e te la porta
pu succedere di tutto.
WILELM: Chiudi la bocca, larva, e sta' tranquillo:
gi mi sento riaffogare
l da dove solamente
per l'inezia di un istante sono emerso.
E in quanto a quell'amico ti prometto
che torner, se torner, SENZA NESSUNO.
Mia figlia non pu entrare, l'accesso le precluso e l'ordine fu mio.)
A reciproca tutela, giorni addietro, a chiare lettere ho preteso
che un incontro tra noi non sia possibile
fin quando la questione ancora in corso.
Cambiassi pure idea, non cambia l'ordine.
Ululassi, gemessi... inderogabile
il mio esserle vietato;
il suo essermi vietata. Cos
ho detto.
Batta pure alla mia porta... batta pure!...
Pur se adesso la vorrei,
un me stesso pi deciso
di quello qui presente ha comandato
che a nessuna mia supplica, n sua,
possa avere da me udienza. Questo ho fatto.
Che anima terribile quell'anima
capace di domarsi da s sola!
Giorni addietro, merc tua probabilmente, io fui cos.
(Entra l'avvocato. Ha la barba. Quasi un camuffamento.
Cartella e carte varie sotto il braccio.
Avanza e, dopo essersi guardato intorno, si siede su un grande barattolo di vernice ancora chiuso.
Parlando, si metter a compulsare le sue carte.)
AVVOCATO: Eccomi come l'Angelos che m'ha pregato d'essere.
Un subalterno di fiducia. Il suo avvocato
qui a rapporto. Dunque...
nessuna notizia ancora.
Nessuna per poco ancora.
Wilelm... m'ascolta o no?
Almeno i suoi convenzionali... i nostri
soliti segni.
Abbiamo sudato per inventarci un codice: utilizziamolo, senn...
WILELM: (Mentre l'altro controlla le carte, senza sentirlo)
Da tempo sono in viaggio, e per distanze
probabilmente esagerate.
E' che ora per mi vedo
davvero troppo al largo. Troppo... troppo...
AVVOCATO: Non vuol rispondere?... Va bene, non si sforzi.
A parlare il subalterno, ma sia chiaro:
la voglio in forma, perfettamente in forma.
Della sua forma ho fatto quasi un ideale, e pi non mi ripeto.
Bon... tiremm innanz!
La situazione, presto detta, la seguente:
sua figlia vuole tutto e, senza scampo,
le sue pretese sono quanto - oh, lo so
di dispiacerle, ma dirglielo pur debbo - sono quanto
di pi famelico si possa immaginare.
Specula su tutto, e innanzitutto
- sgradevolmente, e quantomai
spregevolmente - su una certa sua - sua di lei, Wilelm - antica smodatezza)
in fatto d'alcool. Ella sostiene
di poterlo fatalmente dimostrare.
Ora domando:
che senso dare
a questa sua protervia - sua di sua figlia - che tanto la fa certa?
Ha basi o no?
Cio un attimo, mi spiego:
quale e quanto
- ma le chiedo di quisquilie a cui forse pi non pensa -
peso ha avuto il suo incastro con il bere sotto il verso... ehm ehm...
dell'autolesionismo?....)
Sottolineo: prescindendo
dal foraggio che ne ha fatto per la sua creativit.
Come e quando
fu sua figlia a patirne, o il benessere comune?...
Tutto serve
che mi dica, poich tutto pu
servirle: alla nostra controparte.
Quali sciali, che violenze
che ora in fase giudiziale potran darsi come prodromi
di catastrofi imminenti
ci vedremo venir contro, appannaggio dell'accusa?
Qui le lascio
foglio e penna, ma se vuole
usi pure dei suoi segni, versi altrove
un suo abbozzo di responso.
Vedr poi di interpretare.
Ripasso tra non molto, il tempo stringe.
Son le ore decisive.
Ma lo faccia
o si pascola nel buio.
(Se ne va portando via con s un schizzo recuperato da terra.
Una fulminea rapina.)
WILELM: Oh, perch pure stavolta,
come prima con quell'altro, un'eco m'ha raggiunto?
Pi o meno, se non tutto, l'ho capito quel che ha detto.
M: Poich, pi o meno ancora,
tu sei del loro mondo.
CORO: Pi meno che pi, e per poco ormai.
Molto pi meno
che pi, e per poco ormai.
WILELM: Non volevo sentirlo! Non volevo capirlo!
M: Cos'hai sentito lo so, ma che hai capito no.
WILELM: Che questo sar, allora, il vero prezzo.
Non una figlia che incolpa ma una figlia colpevole...
e di che alla fin fine?
Di troppa intelligenza. Lei s: di troppa.
E io
A TUTTO CIO' FONDAMENTALMENTE ESTRANEO.
Io cos
inevitabilmente felice.
No!
Tiratemi fuori di qui, di dove
la vita non ha ganci. Dove col resto
del mondo non c' mercato. Voglio, pretendo
d'esser pur io nello sbando generale!
Dentro mi voglio! Ancora dentro:
tra le cose, le citt, gli oggetti. Ghiaia
tra la ghiaia, molecola del mucchio: a costo d'essere insipiente
MA IMPLICATO.
Confondibile ma IN MOTO. - Esposto
all'alterco degli sfasci, all'azzardo
delle grandi evoluzioni.
Ahim, dunque non la gioia
l'esito, il traguardo... c' un altrove, c' un ancora, c' un di pi.
M: Vuoi il mio trucco?
Deglutisci e infischiatene!
Se poi per farlo
ti necessario fingere tormenti, fingili.
CORO: Demente, demente...
fattelo dire e perditi in noi!
Demente, demente...
fattelo dire e perditi in noi!
WILELM: Davvero forse per pi godere, adesso,
di dolore ho bisogno.
Della pena
di chi rumina dentro e con forza si indaga. Abbia nome
il mio essere cos divenuto e nel nome un perch.
Danno anima, spesso, le parole alle cose. S, con sagge
cautele proviamo a dirimere il nodo.
Ma senza farsi sentire. Azzardiamo.
(Si scosta di qualche passo, come per sottrarsi all'invadenza di M e del Coro.)
WILELM: Io sto fuori da un cerchio, e qui un fatto.
Quel cerchio il reale,
quel cerchio la vita nella sua plenitudine.
E presumendo di starvi pi dentro ho preteso
di sentirmene fuori. No, non presumendo: PER STARVI
pi dentro. Benissimo. E perch cos dentro?
Per manovrarlo, il reale: pu essere?
E perch manovralo? Il potere,
che tanto seduce, me poco seduce. Ma allora
che cosa m'attrasse? Che cosa mi spinge?
Sar quello sproposito, forse,
d'enormit future che nome ha
eternit?
Oh, come saresti piccino
se per un tutto che cos nulla il vero tutto ti vuoi giocare...
l'oro del mondo, l'intrico vivo
delle umane passioni e delle umane
caducit!... O perch cogliere
il frutto dell'arte ti esalta?
Immolarsi per giungere
all'aldil dei linguaggi sar lecito e giusto?... Sopprimere il mondo
sar lecito e giusto?
Al mondo negarsi
sar lecito e giusto laddove
il mistero supremo l'essenza
del desiderio tuo estremo?...
TU CHE MOLTO PRETENDI
CERTO E' CHE ORA A TUTTO RINUNCI, e non solo
agli oggetti in cui hai sparso di te stesso memoria
ma ai corpi, alle voci
che gi pi non ricordi e che sono
di te esiguo ricordo.
Dolcissimi furono
i miei tanti, i tuoi tanti possessi...
(M e il Coro tornano a farsi sotto.)
M: Vedi, al fondo
di te stesso possibile giungere
se a domanda incateni domande. Ma attento: ingannarti
fra i tuoi primi talenti.
Prova allora, piuttosto,
a discendere ancora, gi sino
a scardinarti nel cuore e come un tordo, vedrai,
tra le mani, stecchito, ti cadr il tuo perch.
CORO: Se a domanda incateni domande
potrai scendere ancora, n limiti
avrai al tuo cadere n al tuo rivelarti.
WILELM: Domande?...
Questa s me la strappo di dentro:
se per rendere
miserabile anche un solo minuto basta appena svuotarlo
di qualsiasi memoria, miserabili tutti
saran dunque i minuti e la vita che vivo?
Miserabili tutti?...
M: T'ostini e ostinarti
il tuo passatempo.
WILELM: Da me l'ho capito!
E' da me che l'ho detto:
se, per meglio godere,
quest'assillo ci vuole, che venga! Che venga!
M: Io per ci scommetto:
tu gi pi non ricordi la domanda che hai fatto.
WILELM: S, invece: in un cuore
smemorato che resta d'umano?
M: Resta umano il suo agire.
WILELM: Ma io ora ne soffro.
M: Sar un transito breve, pazienta.
Di qui arrivano i doni
di un ben pi lungo domani.
CORO: E svapori, svapori
quel pallido sangue che ha nome memoria.
Via ci che ti frena! Via ci che ti chiama!...
Via ci che reclama
fantasmi e ti vieta
di adempiere l'opera, Wilelm... la copula
totale con essa, con noi, con te stesso.
WILELM: Sar dunque incosciente siccome la fossa
che salme contiene di cui nulla conosce?...
Poich in me resteranno
frasi dette e ascoltate,
gesti miei, gesti altrui,
cose date e perdute,
episodi, esperienze - e se ad andarsene fosse
tutto questo io potrei sopportarlo!
Ma il pensiero, E' IL PENSIERO
del suo essere in me che svanisce.
Gi l'impresa comincia. Ne avverto
il sommuoversi dentro.
Sciama via... che lanugine il vento disperde!...
Come ciocche che snudano calvizie sul cranio.
Aaaaaaaaah...........
Sia anche un bene io per non lo voglio.
Venga il peggio, piuttosto! Anche solo
per un poco il mio peggio!
M: (Al coro) Dice per dire. Parla a vanvera, chiaro.
CORO: (A WILELM) Dici per dire. Parli a vanvera, chiaro.
WILELM: E in pi, per paradosso,
io che abbandono rimango abbandonato.
Ecco, questo se ne va, quest'altro pure.
M: Per cominciare, allora, mettiamola gi dura:
abbandonato, vecchio mio, e gi da tempo il nome
della sposa che avesti e da cui fosti
tu per primo abbandonato. Tu per primo.
WILELM: Sciagurato, perch me lo ricordi?
M: Non a questo che pensi?
WILELM: Ma perch me lo ricordi?
M: Perch voglio tu scenda, se non ora mai pi,
al carbone pi fondo del pi fondo di te.
WILELM: Io quel nome lo avevo artefatto.
Credo in meglio per me, con sottile
violenza per lei.
Sposa che
non ho pi, non pi.
S, vero, ci penso. Oggi, in questa
giornata in cui gravito al largo
della pi vasta dimenticanza,
solo un soffio mi manca perch
quel suo nome perfino, di lei
in me estremo residuo, dispaia.
Oso credere, eppure,
che molto l'amai e che davvero
io ne venni riamato.
Ma avviene.
Un liquido cala ed un altro rimonta,
e il vaso che brama
di sapersi ben colmo comunque appagato.
Cos ; poich tutto
negli umani finitezza, e poich tutto
limite di energie e di capienza, anche cose
talmente inverosimili possono avvenire:
che un uomo e una donna, voglio dire,
da tanto amore discendano nel nulla. E la sciattezza
del nulla rende sciatto, a ritroso, anche l'amore.
E questo il peggio
che solo i sogni sanno a volte mascherare.
M: Bocca non metto. Meriti
di fronteggiare i tuoi draghi in santa intimit.
Se qui che sta la tua voglia o il tuo bisogno...
WILELM: Zero il mio volere, zero il disvolere.
Lei viene e riscompare. Subisco il ricordarla
quanto ho subto l'abolirla ora per ora, anno per anno.
A stento ne rivedo
il viso, il passo... poi troppo si rimpone
e troppo ancora riscompare.
Sia comunque quel che sia:
io l'ho avuta: l'ho avuta compagna.
A lei simile mi feci, e questo, forse,
pi di tutto mi piace: essere stato
nella mia vita per una volta DOPPIO. O questo, almeno,
lei volle farmi credere e dunque cos fu. Poi se ne and.
Indelebile marchio! Anche al culmine
dove tutto si disintegra
la scintilla sua resiste: ultima cosa
tra le ultime a smorzarsi.
Non pi passano i giorni a lenire
n passano gli anni:
l'abbandono dismisura l'anima
e il mio dolore la terra in cui
l'amore tumulato. Io non per lei
mai nulla far pi.
Non pi per lei dipingo...
Non pi per lei mi adopero,
ma solo per lei dico
ci che per lei NON FACCIO. E se pur vale
di meno per me farlo, vale per gli altri
che sia comunque fatto. Perci lo faccio.
La vita legge che vuole da ciascuno
le imprese di chi sano,
perci serbi il mutilato
come un segreto in cuore la propria mano mozza:
ci pensi l'altra a lavorare doppio.
Nessuno dir 'bravo'. Cos' pi ingiusto
di questo prezzo infame: l'uguaglianza
che natura non d e che la vita pretende?
Il cielo sa, non lo sa lei!,
quanto io l'abbia, quel che dico, da me sperimentato!
E fu stordirmi
la sola medicina:
stordirmi fu
tornare, solo, al centro di me stesso.
Se ne vada ora chi vuole
riammobiliare il vuoto!
Non pi donne! Non pi
quella donna! Non voglio
rivederla com'era. Che rimanga confusa!
E tu aiutami, demonio!
Quel che desideri, fallo...
s, schiaccia il pulsante! Spegnimi!
Oh s, mio provvido
tutore, ora lo vedo:
la tua massima malizia volere il mio sollievo.
Spegnimi! In quest'attimo preciso, spegnimi!
Pi non potrei
contenere di lei un sol fiato, figurarsi
la sua resurrezione, spegnimi!
M: E' un istante tuo privato, goditelo.
Non molti te ne restano, perci goditelo.
Come ogni piacere, se ultimo, dolore,
ogni fastidio, se ultimo, un piacere.
WILELM: Che fu a rielaborati, moglie mia? L'assenza
che da anni, sterminata, ci separa o l'essere
mio ridotto, come sono, cos all'osso?...
CORO: Parole da poco la sofferenza nutre.
Non nel presente del malessere si pu
dar fiato a gemiti che siano a tutti musica.
WILELM: Voglio e non voglio! Voglio e non voglio! E tutto posso
fuor che il mio volere.
Che sia mai questo il fato?
Come tu, sposa, mi dicesti: PIU' NON VOGLIO.
Non questo mai desiderasti
di volere eppure l'hai voluto. Non pi amore! Non pi noi! Non pi!
Che sia mai questo... Che sia mai questo il fato?...
Ah... perch, dimmelo,
Incontenibile l'ansia che ho di ricordare?
M: Durer per poco, entro stasera
non avrai che sabbia distesa nei pensieri...
sabbia e fossili di memorie, una promessa.
WILELM: Stasera sar, e ci che sar NON E'.
Dio, come adesso
ricordare m' facile e dunque tremendo.
Son lupi
che a branchi discendono e fanno razzia
di me, cittadella, di me
senza argine alcuno a contrastarne la furia.
Come vento dai monti mi percuotono e fanno,
bene e male, di me quello che vogliono.
M: Suvvia, abbassa il tono!
Che mai, alla fin fine? Un istante
di rimpianti. Poi in fondo
ci che provi pu dirsi
malinconia, non di pi.
WILELM: S, di pi.
M: Neanche un po'.
WILELM: Non crederti esperto: la tua
una diagnosi grave.
Malinconia... io ne posso morire.
Se non cede, ne posso morire.
M: Dura poco, stasera finita.
Sta' sicuro, finita per sempre.
WILELM: Gi, ma sino a stasera
chi mi ci porta per mano?
Tu? Voi tutti?... O debbo farlo da me?
CORO: Noi con te, noi con lui.
Son nostri i tuoi nervi, son tuoi i nostri nervi.
Noi e te siamo lui,
lui e noi siamo te.
Mai pi solo, se solo, sarai.
Mai pi, Wilelm, sarai abbandonato.
Mai pi, Wilelm, da te abbandonato.
WILELM: Mai pi solo, se solo... un enigma?
M: Di cui tu, proprio tu,
la risposta divieni.
CORO: Noi e te siamo lui,
lui e noi siamo te.
Mai pi, Wilelm sarai abbandonato.
Mai pi, Wilelm, da te abbandonato.
WILELM: Sar in questo la gioia?
M: Anche in questo.
WILELM: La voglio.
M: Puoi avvertirla. Comincia.
CORO: Perduto il ricordo
conquisti la vita.
Non pi ti si chieda
Non pi ti si creda.
E che nulla mai pi
a te sia d'importuno,
ch la gioia qui sta:
tu sopportane il fiato
che al volto ti mira,
sopporta il connubio
di questo star fuori
lontano da ogni...
M: (A WILELM.) D tu la parola.
WILELM: Io? Che parola?
M: Da ogni... che cosa?...
WILELM: Non lo so... non lo so.
M: Re... respo...
responsa...
bilit.
WILELM: Responsa... bilit.
CORO: Lontano da ogni
responsabilit.
M: E ricorda il mio trucco:
deglutire e infischiarsene!
WILELM: Dici?
M: E' il segreto.
WILELM: Saper come il segreto.
M: E perci non sei solo.
WILELM: Ah, riuscirci e non essere
qui esiliato in un elettro-
encefalogramma a linea piatta!
(Si china sopra i suoi strumenti.
Fanno capolino dentro Rosvita e Ramon Fidante.
Lei con una macchina fotografica a tracolla.
Vedono Wilelm che sta tracciando dei segni e sembrano illuminarsi.
Rosvita sta per scattare una foto ma sopraggiunge quantomai aggressivo l'infermiere.)
INFERMIERE: Siamo impazziti?!... Che ci fate qua?
Per cortesia... via, via! Non si pu entrare!
RAMON: (Porgendo una carta da visita)
Ramon... Ramon Fidante. Dice nulla
il mio biglietto?... Forse a lei non molto.
ROSVITA: Ed io la sua signora. Troppo lieta.
RAMON: Un sigaro, gradisce?
INFERMIERE: Qui?! Lei scherza!
ROSVITA: Ramon, sei sempre cos goffo! Un sigaro
davanti a un ammalato: da cafoni.
RAMON: Non mi risulta, cara, che l'offrire
sia un gesto da cafoni.
INFERMIERE: Sta' a vedere
cos' che mi si offre.
ROSVITA: Al, touch!
Avrei voluto dirlo io. Bravissimo.
RAMON: Ti pareva! L'amica del giaguaro.
INFERMIERE: A ogni modo vedr che si pu fare.
Aspettate di fuori. Non prometto.
(I tre scompaiono.
Wilelm scoppia a ridere. Si asciuga gli occhi.)
WILELM: Il peggio poi che nulla
sa farmi stare male. (Ride) Neanche ci
per cui adesso vorrei soffrire e invece rido.
E tutto sommato, alla fin fine / non me ne frega un accidente.
(Wilelm traccia una lunga linea su una vasta tela ancora intatta nella corposa luce del mattino che viene gi, a cascata, su di lui.)
SECONDA PARTE - (Tarda mattinata)
(Una luce robusta invade lo spazio. Wilelm sta preparando i suoi colori.
A qualche metro da lui, l'amico.
Il Coro poco visibile, quasi intanato. M sbircia da qualche angolo discosto.)
AMICO: Non l'hanno fatta entrare.
M'hanno detto che tu lo sai perch ancora non si pu.
L'ho vista allontanarsi per andare in tribunale.
Se tutto, come sembra, con oggi finir
ritorner comunque.
(Wilelm non lo ascolta n lo guarda. Continua a preparare i suoi colori.)
AMICO: Io non pensavo. Sono stati irremovibili.
Ordini, hanno detto, superiori.
M: Bene, doctor, sei stato di parola.
WILELM: (A M) Che tu dica non so.
Ricordo di qualcuno, questo s, che temevi venisse e che non c'.
Non mi do meriti, poich qui dove mi trovo
tutto avviene senza pi la minima intenzione.
Fruscii sento
alla soglia di me stesso. Beatamente
tutto per me un'inezia.
Non m'interessa. Non m'interessa.
AMICO: Ridi pure se vuoi, mi sta bene.
Purch io almeno capisca di non stare qui invano.
La mia musica, d: ti va d'ascoltarla?...
Fosse voce capace di dirti
pi e meglio di me quanto abbiamo
di te bisogno... di te bisogno tutti!
(L'amico suona la sua tromba. E' un'evocazione di tempi passati.)
WILELM: Io sto come al tavolino di un bar...
CON DIGNITA' ANIMALE
guardo le donne e le cose.
Le linee guardo e i colori
e quasi ovvio m'appare
che sia forme che corpi son solo
CONSEGUENZE e che linee e colori
ne anticipano l'esistere.
Perci sia forme che corpi mi son tanto lontani.
Egualmente le tragedie e i
veri drammi.
Un muro il creato, una nube
che ha due sole dimensioni. Illusione
ogni altra prospettiva. Ogni profondit.
Perci, mie belle cos lontane, addio...
Perci, tragedie cos lontane, addio...
Veri drammi, conosciuti e sconosciuti, addio...
Se possedibile la gioia
IO HO GIOIA.
Se invece impossedibile
vorr dire che in me / si scelta il suo riparo.
(L'amico allontana lo strumento dalle labbra.)
AMICO: (Andandogli pi vicino)
Ombre ostili ti tratteggiano il volto.
Non il tuo, come dicono, lo sguardo
di chi scruti il paradiso, n lo sguardo
colato in apnee vertiginose
tra i vincastri di inumani sottosuoli.
E' ben di meno. Credilo: di meno.
L'essere tuo cos distante
dal resto di noi non che un'unghia, ma non perci colmabile.
Oh, combattila
questa cieca enormit! Non ne riavrai alcun vanto.
Che non t'abbagli il tuo declino: poca cosa: il tuo uno sguardo
che vorrebbe non sapere ci
che sa.
Wilelm!... Wilelm!... a che distanza
spietata da me le tue pupille?... Le piume delle palpebre....
WILELM: Io sto come... al tavolino di un bar...
AMICO: Ignave le tue mani ricusano ogni gesto
d'umana intercessione.
Solo l'opera gli preme.
Ma ormai l'opera pi nulla non ci dice.
WILELM: Con dignit animale...
AMICO: Solo per te lo fai.
E pi non alfabeto... no, amico, sordomuto
e cieco capitale
che accumuli al di l d'ogni esigenza.
WILELM: Le donne guardo... le donne e le cose...
AMICO: Oh, gelosia suprema del proprio sopravvivere!...
Scongiura il sortilegio!...
Ridatti a me, fratello!
E fa' che possa io
sentirmi ancora tuo!
WILELM: Le linee guardo e i colori...
(Entra l'infermiere e s'accorge dell'intruso.)
INFERMIERE : Porco demonio! 'Sto sciagurato non c' verso
di farlo andare via!... Come diavoli s'intrufoli
qui dentro ancora da capire!...
Andiamo, bello... sloggiare! Non aria!
AMICO: (A Wilelm) Tu so che non lo vuoi!
Sai che ti servo, diglielo!
WILELM: Chi che cos mi parla? Chi?...
E donde? E ancora? e se...
In un sonno
mio esagerato
avventano parole di cui odo
come un trambusto di sillabe infelici...
INFERMIERE : Eccolo l, comincia ad alterarsi!...
Ah, lo dicevo io: gente, questa,
che solo pu far danni. Vogliamo accomodarci?...
AMICO: No, perch?... E' a me che parla, non lo sente?...
Affiora
di lui qualcosa infine dal fondo di lui stesso; non smorziamo
questa gracile energia, non tronchiamo
il filo che balugina
timidissimo nell'aria!
Tenui aliti ne possano
sollevare il corpuscolo e che, opaco,
il seme si riscaldi, ci riporti
materie di messaggi, segnali, prove
di quella carne che in un viluppo d'ombre...
WILELM: Ma chi cos mi parla?... Chi geme? Chi?...
AMICO: Lo sente! Lo sente!... Avevo ragione o no?...
INFERMIERE: Ora stiamo, figliolo, davvero andando oltre.
A forza o con le buone, a te decidere ma smamma!
AMICO: Oh, non adesso... ma sordo? Non capisce?
INFERMIERE : (Gi mettendogli le mani addosso)
O, non ci siamo fatti i muscoli per nulla.
WILELM: Come quando
non ci si trova pi per casa e ci si chiama
da una camera all'altra non capendo
come sia che ci si possa
smarrire in uno spazio
fatto a propria misura e conosciuto...
AMICO: Eccolo! Eccolo!... Lo vede?... Sta tornando!
WILELM: E ogni passo, avvicinandoci, allontana...
di qui di l, in eterno occultamento.
Pi incolmabili
di immani praterie son gli spigoli, gli stipiti, le scale.
INFERMIERE : Bel gioco, dura poco! Ho detto 'via'. Sgombrare!
Abbiamo visite pi degne!
AMICO: Non quel braccio... Ah!
Me lo spacca!... No, la prego!...
INFERMIERE : Sono dolente ma
siamo preposti a compiti precisi.
AMICO: Aaaah!.... Aaaaah!..... Aaaaaah!....
Diglielo, Wilelm!... Diglielo che mi senti, diglielo!...
INFERMERE: (Torcendogli un braccio dietra la schiena e trascinandolo via)
La funzione funzione e la mia pazienza ha un limite!
(I due, brutalmente, scompaiono.)
WILELM: Cos' stato?
Che pu essere accaduto?
Poich certo
qualcosa ora accaduto...
come dire?... qui nei pressi.
Ma ho poi voglia di saperlo?
Oh, che m'importa?...
Il consueto postulante...
una questua
monotona la vita; solo in sogno
si riesce a ravvivarla.
M: Optime.
Non potevi dire meglio.
Hai rintuzzato un attacco non da poco:
sin troppo malizioso.
WILELM: Oh, magister...
M: Allora, Wilelm,
Non vuoi accingerti al lavoro?...
WILELM: Ne ho paura.
M: Perch, se lecito?...
WILELM: Paura di riuscire.
Di riscuotere il prezzo, insomma,
di quello che ti ho dato.
M: Paura di gioirne?
WILELM: Fosse pure?...
M: Bambinate.
E' d'un animo virile
farsi carico del proprio godimento.
WILELM: Gi, per se non avessi
un animo virile?...
M: Chi baratta cose estreme
come hai fatto tu con me
lo possiede, va' sicuro.
Che sia illimite la foga
della tua creativit,
intemerata la ricerca e senza metri la tua sonda!
(Al Coro)
Ors, tinte! Ors, colori!...
Ors, accolita di linee
maledette benedette
all'assedio delle mani, delle tele, delle chiare
superfici su cui infiggere
la visione d'un millennio
che trascende!... D'un millennio
che, proscritto, / si consegna al suo domani.
(Avanza il Coro. Come danzando)
CORO: Siamo tinte, siam colori
maledetti benedetti
nei tuoi polsi rovesciati
come in danze
ma scomposti
di te figli e genitori.
Siamo sigle siamo firme
concrezioni imperiture
mare magma, fiammeggianti
indecorosi, oh s s s,
satiretti: nulla siamo
da te assenti, nulla sei
da noi lontano!
Se tu danzi, noi danziamo,
se danzanti, da' la mano...
che con noi ti trasciniamo!
(Wilelm dipinge furiosamente. Tempestosamente.
Rientra l'infermiere, con Ramon e Rosvita.)
INFERMIERE : (Ai due) Scuserete...
ma ne viene gente strana!
Sono stato un poco brusco,
Che volete? Non si pu dar retta a tutti.
ROSVITA : (Incantata nel vedere Wilelm al lavoro)
Ah, che festa
che vederlo cos in preda
d'opportuni suoi deliri!
RAMON.: Ha ripreso?
INFERMIERE : Beh, sta a voi di giudicare.
RAMON: Le dispiace se si resta
a spiarlo dalla soglia?...
INFERMIERE: Capirete, gi condurvi
fin qua sopra fu uno strappo non da poco.
RAMON: Lo capiamo, non si creda...
ROSVITA: Via, sia buono, un minutino!
RAMON: Gi, d'altronde, il suo collega,
che anche ha avuto il suo 'conquibus'...
INFERMIERE : (Come tappandosi le orecchie)
Io nemmeno l'ho sentita!
RAMON: Ma cos, era per dire...
ROSVITA: In ginocchio la scongiuro...
RAMON: E comunque di lei disse
le cosette pi gentili.
ROSVITA: 'Con lui intendersi uno scherzo!...'
RAMON: 'E poi tanto di buon cuore...'
INFERMIERE : Ma nei limiti concessi!
RAMON: Oh, suvvia, caro signore...
lo spettacolo di quelli
di cui ha senso, se goduti, tramandare la memoria.
Che occasione
ci verrebbe perci data, che occasione
ci verrebbe perci tolta!
ROSVITA: Per carit, no no!
RAMON: Come langue, ma la sente?...
INFERMIERE : Per piacere, non insista.
RAMON: Siamo pronti, se bisogna...
ROSVITA: O s, faglielo capire!
RAMON: Mi capisce, come dire?...
Quasi storico il momento
INFERMIERE: Beh, ora 'storico'...
che si deve mai sentire!
ROSVITA: Ah, ridirlo!
RAMON: Ah, vederlo!
ROSVITA: Ah, poterlo
fuori poi testimoniare...
INFERMIERE: Per cortesia, la smetta!
RAMON: Oh, ma senza perci fare
figurette da operetta.
ROSVITA: Ah no, giammai!
D'operetta men che mai!
RAMON: Ahiaiahi!
ROSVITA: Ahiaiahi!
INFERMIERE : Signori! Signori!... Non contegno...
RAMON: Ops.
ROSVITA: Ops.
RAMON: Ops.
INFERMIERE : Comunque, che ne so...
insomma no, direi di no.
ROSVITA.: Ohioiohi...
RAMON: Ohioiohi...
ROSVITA: Ohioiohi...
INFERMIERE : Capirete, non modo... ci vuole del rispetto.
RAMON: Credeteci che intrisi
da capo a pi ne siamo.
ROSVITA: Triso petto pi ne siamo...
RAMON: E pi ne capo petto...
ROSVITA: Spetto capo re pi trisi.
RAMON: (Stropicciando allusivamente le dita.)
In pi se poi, l'ho detto,
qualcosa si conviene...
ROSVITA: E al suo sotteso
che sia sotteso il mio.
RAMON: Cara, la borsa
per tutti e due la stessa.
ROSVITA: Cos, per dar manforte.
RAMON: Mano alle tasche, insomma!
ROSVITA: Tasche profonde abbiamo.
INFERMIERE : Occhi, s' percepito.
Certo, purch non sembri...
v' chiaro quel che intendo?...
Che ora per venale
miserabile intenzione...
RAMON: Miserabile, piuttosto,
chi mai vorr pensarlo!
ROSVITA: Mi sdegno a immaginarlo.
INFERMIERE: Che insomma il fatto
la vita cosa dura.
RAMON: Durissima.
ROSVITA: Issimissima.
INFERMIERE : E allora ecco perci...
ROSVITA: (In ansia) E allora ecco?...
RAMON: (In ansia) E perci allora?...
(Cos dicendo, Ramon allunga all'infermiere un pugno di banconote.)
INFERMIERE : E sia, a voi di tutto cuore!
RAMON e ROSVITA: A noi! A noi!
INFERMIERE : Oh, ragazzi: quietamente.
RAMON: Pi che quieti!
ROSVITA: Superquieti!
INFERMIERE : Per me, implicito, sarebbe
ritrovarmi nella merda.
RAMON: Va da s... 'ca va sans dir'.
ROSVITA: 'Sans dir'.
RAMON: 'Sans dir'.
INFERMIERE : E niente foto, sia ben chiaro.
RAMON: Rincarando?
INFERMIERE : (Prendendo altri soldi)
Non vi ho visto.
RAMON: Non vi pare che il 'pour boir'
ci consenta di restare
tra noi un po' in intimit.
INFERMIERE : Sto di l. Se mai dovesse
buttar male, patti chiari:
chi vi ha aperto non si sa. (Va)
(Mentre Wilelm continua a dipingere, Ramon e Rosvita non si accorgono di essere in compagnia di altre presenze e di muoversi, in modo tanto garrulo, tra esse.
Il Coro, aggirandosi scomposto - a guizzi e a scatti - non far neanche molta attenzione per evitare contatti con i due che, nel caso, non si renderanno conto di nulla.)
ROSVITA: Bene bene, s al lavoro!
Guarda un po' tra quei cartoni mentre io scatto qualche foto.
RAMON: (Passando in rassegna le tele)
Mirabilie! Mirabilie!
(Accaldato) Dio, si afissia!
ROSVITA: (Porgendo la macchina fotografica)
Ora fanne a me con lui!
RAMON: (Scattando) Poi tu a me.
ROSVITA: Dopo le tele.
RAMON: Qui ce n' da portar via...
lo so io con chi trattare...
ROSVITA: Ma ci pensi?... (A Wilelm) O maestro, ma ci pensa?...
(A Ramon) Zoticone... non m'hai ancora presentato!
RAMON: Gi, perdoni... ma talmente lo sconcerto:
qui da lei che il notro culto!...
Beh, Ramon... Ramon Fidante... - ohi, come sudo! -
m'interesso di cementi, in pi consocio
della 'Luger & Fidante'... costruzione dighe e porti.
Di sicuro ne all'oscuro, ma noi siamo... noi saremmo...
ROSVITA: E s diglielo, Ramon!...
Ah Maestro, senta senta...
WILELM: (Dal suo altrove)
Un trepesto
come d'acqua ruscellante...
Ozio
che a me d'attorno spasimante tremula...
M: E' nulla e men che nulla...
Tutto ignora. Non badarci.
CORO: Tutto ignora. Non badarci.
(Wilelm continua a dipingere.)
RAMON: S, ecco, dunque noi saremmo... io sarei...
ROSVITA: O: noi! Noi!... Che sarebbe solo tu?...
RAMON: Beninteso: tutt'e due...
proprietari di ben cinque
sue opere, Maestro!...
ROSVITA: Cinque, cinque: dico cinque!
RAMON: Le regine
della nostra galleriola.
ROSVITA: Cio s avremmo pure un Rothko...
RAMON: Ma sentitela, sentitela!
Apre la bocca e le d fiato!...
Va' a sapere, come niente
non si possono vedere.
ROSVITA: Oddio Ges, pu essere?...
RAMON: Tra colleghi, artisti poi...
ROSVITA: Figurarsi!
Tipico tuo sprizzar veleno.
RAMON: (Di nuovo a Wilelm) Fatto sta... - ma tu non scoppi? -che oggi siamo)
un po' nell'occhio del ciclone. Pu capirlo:
retrospettive, personali, antologiche, manuali,
nonch archivi, cataloghi, dossier...
ROSVITA: Uh, non sa le Belle Arti!...
RAMON: Chi pi ne ha, pi ce ne metta!...
Quando, insomma, va a finire
che si ha in casa un dinosauro, e noi poi ne abbiamo cinque...
ROSVITA: Dinosauro... che espressioni!
RAMON: (A lei) M'ha capito, m'ha capito...
(A lui) non ti fanno respirare...
ROSVITA: E digli poi della tivv! Non glielo dici?...
RAMON: Stavo giusto ad arrivarci.
(A lui) Son venuti anche per fare
un servizo in casa nostra. Poi i giornali... una follia...
Interviste, rportages...
ROSVITA: Da non credere, mi creda!
RAMON: La sua vita e in pi la storia
dello stato in cui si trova...e s, diciamo, la vicenda
del processo di sua figlia... l'interesse
che rinato oggi per lei
ci ha stravolto le giornate. SIAM FAMOSI. Ci ha sbalzato
sotto gli occhi della gente. Beh, era d'uopo, lo comprende,
il venirle a dire 'grazie'.
ROSVITA: Non fu facile davvero!
RAMON: Oh, davvero proprio no.
ROSVITA: Mi permette di toccarla!
RAMON: Ma Rosvita!
(A Wilelm) Amo stringere al pi presto, perci svelto le propongo:
ha da vendere? Son qui.
(Silenzio)
ROSVITA: Si sapeva che non parla.
RAMON: Gi, non parla.
(Silenzio)
M: Ma a me s che puoi sentire, vero, doctor?...
WILELM: Mi domando come io possa
non sentirti. Sei o non sei
il cuore stesso del mio essere distratto?...
Dunque sempre puoi sapermi
concentrato su di te.
M: Questa volta un po' un peccato
la tua troppa distrazione. E' qui un teatrino
che t'avrebbe, mi sa tanto, sollazzato.
RAMON: Ride. Ridacchia.
Ridacchia e basta.
CORO: Tu gioca, tu gioca,
Siam dentro di te!
Dipana i tuoi rosa
sfilaccia gli azzurri...
Tu gioca, tu gioca,
siam dentro di te!
ROSVITA: (Al marito) Di s, riprovaci.
(Ramon tira fuori dalla tasca un gigantesco fazzolettone colorato e si deterge il sudore dal collo e dalla nuca con un gesto plateale. Quasi penetra sino al petto e alla schiena. Cerca una sedia che non c', poi riprende a parlare, mentre Wilelm continua a dipingere.)
RAMON: Dissanguato: di-ssa-ngua-to.
La parola esiste, tanto vale usarla.
Diassanguarmi ho dovuto - oh, che caldo! -
per riuscire a vederla. Esosissime cortine, esosissime,
la separano dal mondo; grazie a Dio
di discutibile morale - soffoco!
Beh, d'altronde
meglio cos. Insomma,
caro amico, eccoci qui.
Bellissimo atelier, davvero!
(A lei) Mi sto sciogliendo
come burro sulla griglia...
cara, tu no?... Io s.
ROSVITA: Credo sia pi la luce
che faccia quest'effetto.
A chiuder gli occhi
si sente un po' di fresco.
(Fidante prova a chiudere gli occhi)
RAMON: Curiosamente vero.
(A Wilelm) le duole se mi bendo usando il fularino?...
ROSVITA: Ramon, non gentile.
RAMON: Ma almeno non stramazzo.
ROSVITA: Fossimo altrove
ma, dico, da un pittore...
RAMON: Guardi, cos: lasciando
una certa fessurina...
Opere egrege!...
Non creda non le noti...
Oh, sia detto in un orecchio:
quell'infermiere, che Dio lo benedica,
i suoi affarucci li sa trattare eccome:
m'ha svuotato il portafoglio, ma fa nulla...
son le regole del gioco: lui conosce
il suo mestiere come io conosco il mio. Dimenticavo:
la mia signora! Sua grande estimatrice.
ROSVITA: (In estasi) O maestro... maestro...
WILELM: Che borborigmi mi fan bl bl d'attorno?...
Come liquame in bolle di vapore. Un altoforno
m'hanno messo per berretto!
ROSVITA: Trascendo... non so dirle... s mi pare
che sia questa la parola: innanzi a tanto
ben di Dio dell'anima trascendo. Quasi parmi
di non toccare pi la terra
coi piedini... levito, veleggio
tra nubi immacolate. Spasimo! COMPRENDO!
RAMON: La compatisca: esagera.
Oh, non nel senso, ovvio,
che l'arte sua non meriti...
ROSVITA: Maestro, lo perdoni...
un 'gaffeur' di prima forza.
RAMON: Certo, a non darmi
il tempo di spiegarmi!
ROSVITA: Se puoi non peggiorare
la situazione, idiota!
RAMON: Eh, la Madonna, clmati...
ho un mio percorso logico.
ROSVITA: Non bestemmiare, stronzo!
RAMON: Che odo! Madama
Marchesa ha aperto bocca!
ROSVITA: Inutile che sfotti.
RAMON: Rosvita, per piacere!...
Ehm ehm... (A Wilelm) 'Un petit dbat entre nous'...
questioni di famiglia... si diceva...
ROSVITA: E lvati quel coso!
RAMON: Se cerchi un calcio in culo...
ROSVITA: Per me puoi accomodarti:
ho chiappe corazzate.
RAMON: Ti sembra sia il momento?
ROSVITA: Ma guardati allo specchio!
RAMON: Che specie di baldracca!
ROSVITA: Che frocio intemerato...
RAMON: Pattume d'angiporto!
ROSVITA: Patetico lenone! Paraninfo!
RAMON: Libellula d'accatto! Ciucciaverghe!
ROSVITA: Barbabietola cornuta! Rigattiere!
RAMON: Fervida troia, zinne
da vasellame, fica!
ROSVITA: Membro
insupponente, altero
sbatacchio, trepido
scroto alla riscossa, OH VIENI!
RAMON: Ah, capriola s...
Dove tu vuoi MA SUBITO!
ROSVITA: Pi di cos non puossi!
RAMON: Lei capir, maestro,
da mente illuminata... ebbene s: una rara
forma di malattia la nostra,
un'obbrobriosa
ninfomania di coppia... ci perdoni!
ROSVITA: Ci coglie cos ratta, e senza tregua
di tutto ci spossessa, ci stravolge!
RAMON: Oh, non si creda, no!,
che sia per noi un piacere MA DOBBIAMO!
ROSVITA: E magari potessimo, magari!,
non dovere ma dobbiamo!
RAMON: Quando ci piglia, subito
ubicumque ci pigli l dobbiamo!
ROSVITA: E, dunque, in questo caso, che vergogna!,
esattamente qui, QUI CHE DOBBIAMO!
RAMON: Vergogna, vergognissima
mortificante immensa...
ROSVITA: O strazio giubilante!
Necessit perversa!
RAMON: (A lei) Che dici, questa tela
sar buon paravento?...
ROSVITA: Un'opera somma, dunque,
a farci da mezzana!
(A Wilelm) Vedr, ci sbrigheremo
in men che non si dica.
RAMON: Poi, inteso, si riprende
quel certo discorsetto
rimasto l a met.
(E si cacciano dietro una grande tela.)
M: Questo il mondo! Questo il mondo!
CORO: Ai suoi orrori non c' fondo.
M: S, mio caro, il mondo questo.
CORO: Perci fuggilo, ma presto!
M: Non guardarlo n ascoltarlo
CORO: Pi da saggi abbandonarlo.
M: E ai suoi sguardi non mostrarti
CORO: Tu non sai cosa pu farti!
M: In un battito di ciglia
ti riduce a una poltiglia
CORO: Se ti mischi la rovina:
ogni sguardo una rapina
M: Se ti sfiora appena appena...
CORO: Ma tu voltagli la schiena!
M: Con la pelle tua si veste.
CORO: Poi ti lascia nelle peste.
M e CORO: Questo il mondo! Questo il mondo!
Ai suoi orrori non c' fondo.
S, mio caro, il mondo questo
perci fuggilo, ma presto!
WILELM: Mosche api in testa ho
che mi ballano il rond...
insettucoli puntuti
mi dan guerra, il ciel m'aiuti!
Cosa attorno va accadendo
io davvero non lo intendo
ma che accada l'indicibile
parmi un fatto indiscutibile.
Dove sono? Nel bailamme
tra convolvoli di fiamme
ma non fuoco dignitoso
solo avvampo ignominioso
da burletta, un crepito,
un ronzante ciacolo.
O dio mo, o no no no
meglio allora un gran fal...
mosche api in testa ho
che mi ballano il rond.
M: Mosche api in testa hai
che ti danno solo guai!
(Entra l'infermiere. S'accorge dello stato di Wilelm.)
INFERMIERE: Come un pupo adesso frigna...
Che gli accade al poveraccio?...
(Da oltre la tela balza fuori, stravolto e rosso in faccia, Fidante.)
RAMON: Sovveniteci... soccorso!
INFERMIERE: Porca vacca, che succede?
RAMON: Qui, mia moglie... una mancamento!
INFERMIERE: Ma Dio buono, seminuda!
RAMON: Beh s... ehm... lei mi capisce...
fu per darle un poco d'aria...
INFERMIERE: Lo sapevo, lo sapevo...
Non dovevo darvi ascolto!
Se vien fuori l'antefatto
capirete, un bel pasticcio.
RAMON: Altre volte gi successo
che mi andasse un po' in apnea,
mai per che si facesse
tanto viola com' adesso.
INFERMIERE: Ch, 'ffanculo, non sfera
di mia stretta competenza!
RAMON: Riprendesse a respirare...
INFERMIERE: Porca troia, questa crepa...
RAMON (A Wilelm, a bassa voce)
Le confesso: so cos'.
In talune contingenze
con l'orgasmo in lei s'accende
come un lato un po' medianico.
INFERMIERE: Che farfuglia? Non capisco.
RAMON: Nulla nulla, ragguagliavo
qui il Maestro di che accade.
INFERMIERE: (A Ramon) Non la sente, lasci stare!
RAMON: (A Wilelm, c.s.) Ma stavolta oltremisura!
M: Un contatto ora s'impone
come autentica intrusione.
(Nel frattempo, come una sonnambula, Rosvita comincia a sollevarsi con la schiena da terra, ma saranno solo M, il Coro e Wilelm ad accorgersene.)
WILELM: Quella donna... mi si accosta,
la intravedo... mi raggiunge...
CORO: Un contatto ora s'impone
come autentica intrusione.
INFERMIERE: Qui non basto! Vado e torno...
ci sar chi ne capisce... (Va)
RAMON: Oh Rosvita... mia Rosvita...
D, mi ascolti?... D, mi senti?...
Come troppo t'ho percosso!
Come troppo ho esagerato!
(Rosvita adesso in piedi, ma Ramon continua a piangerla come se fosse ancora sdraiata.
Rosvita si muove, lenta, in direzione di Wilelm.)
CORO: Oh sventura, eccola, no!
Ferma ferma!... Non venire!
WILELM: Cosa vuoi?... Non ti conosco.
M: Cosa vuoi?... Non ti conosco.
RAMON: (Prono presso un corpo che, dunque, non c')
Le tue labbra tremolanti...
I tuoi occhi come uova...
ROSVITA: (Dando la chiara sensazione di vedere, oltre Wilelm, anche M e il Coro)
Donde vengo e dove sto?...
Quanta gente attorno vedo...
CORO: Tutti noi... ci vede tutti!
WILELM: E a me vede come sono...
me mi vede pi che nudo!
RAMON: (A Wilelm, che certo non stava ridendo)
Lei non rida, per piacere!
Quel suo ridere un insulto.
ROSVITA: (A Wilelm) Io la vedo che non ride...
RAMON: (c.s.) O Rosvita... d qualcosa!
ROSVITA: (A Wilelm) La sua maschera individuo.
WILELM: Son raggiunto, perlustrato...
Dalla tana mia stanato,
dal mio intimo scalzato
nelle viscere violato...
(Rosvita gli si fa avanti protendendo una mano, come per andare a sfiorargli il viso.)
M: Gi le zampe... via di qui...
RAMON: (Scuotendo un fantomatico involucro d'aria)
Niente, un sasso! Non reagisce...
ROSVITA: Chiedo solo una carezza...
Non d'averla ma di darla...
(E avanza d'un passo ancora.
Sino a raggiungere con la punta delle dita la guancia di Wilelm.
Urla del Coro, di Wilelm e di M, come se tutti, all'unisono, fossero stati sfiorati da una medusa.)
M: Collisione perniciosa
tra universi svincolati!...
ROSVITA: Non s'inalberi, signore...
Ben trovato. Ben trovati.
RAMON: (Tuttora genuflesso a prendersi cura di un corpo inesistente.)
Com' vero! Il troppo stroppia.
CORO: Pure noi... ci vede tutti!
M: Me mi vede! Te ti vede!
CORO: Noi ci sente! Voi vi sente!
RAMON: (c.s.) Ma da te che cominciata...
sempre tu la dissennata!
WILELM: (Tentando di fuggirla)
S'avventura... non si frena...
quel suo riso, Dio che pena!
ROSVITA: Non il mio: che in me lei vede
quel che mostra a chi le chiede.
M: Vade retro. E' zona 'off limits'!
WILELM: Qui mi porta strani climi.
ROSVITA: Io le porto solo me.
RAMON: (Mettendosi le mani nei capelli)
Ecco, morta! Pi non c'.
ROSVITA: la mia carne liquefatta
come ghiaccio svaporata,
su altitudini piovuta
dove in ghiaccio s' rifatta.
M: Non scusa sufficiente!
CORO: Noi ci vede! Noi ci sente!
ROSVITA: Non scusa: spiegazione.
CORO: Perniciosa collisione.
RAMON: Ora vedovo che fo?
Chiamo, fuggo oppure sto?
Fuggo, meglio, va spiegarla
che un amplesso fu a troncarla.
(Scappa)
M: Mi ritraggo, annichilisco.
CORO: Pure noi! Qui non si pu.
M: Tutto ci non lo capisco.
CORO: Restar soli? Grazie, no.
(M e il Coro scompaiono.)
WILELM: Dunque, allora?...
ROSVITA: Non c' dunque, non c' allora.
WILELM: Mi perdoni, ho un po' in disuso
il parlare a tu per tu.
ROSVITA: (Con l'aria di una che stia per predire il futuro)
Vedo vedo...
un crepuscolo tremendo... vedo vedo...
che chiudendosi va il cerchio, che una donna
aurea, calda
sta per lei precipitando. Nelle antiche
storie tragiche un po' ha nome... Ifigenia.
WILELM: Ifigenia?
ROSVITA: Proprio dietro quei medesimi velari...
WILELM: Che velari?
ROSVITA: Dove io con mio marito... ah, ma vero,
non mi vide, non lo sa.
Quel che dico glielo dico
ripetendo a pappagallo, come fosse
niente pi che un'ambasciata. Dunque, ascolti:
chi si dona in sacrificio, non lui il sacrificato...
e chi sembra stia colpendo,
contro s dirige il colpo.
Vola il fato,
un aquilotto,
e il capretto che trascina
non si libra, come crede, solitario nel suo balzo...
un artiglio che lo porta, egli ne avverte
l'unghia dura nel costato. Non la vede, allora pensa:
cos' mai questo dolore? Perch faccio quel che faccio?...
Si solleva, si solleva...
ma padrone
lui non di tanto vuoto.
WILELM: Cio, un istante!...
Lei che viene
sproloquiando a pappagallo d'aquilotti e di capretti
in sostanza chi sarebbe?... Una maga, una veggente...
ROSVITA: Mi deprezza, ma fa male.
M'ha fornito la natura di una dote un po' indecente:
per trasporti vaginali, e se eccitata
da contesti singolari, pu accadermi
d'esser presa da improvvise trascendenze.
Infrequenti, ma potenti.
Mai, comunque, come questa.
Lei davvero bene al fondo
di una qualche dimensione che le tenebre non sanno...
E vi si trova, altro che storie!,
di sua propria volont.
La giustifica l'enorme
messe d'opere / che qui vedo a contornarla.
M'ha estasiato la sua arte,
ci per cui ho trasumanato.
WILELM: Come ha detto? Ha detto: arte?...
Ah, in che rospo
si trasforma la parola in bocca vostra!
In che sudicia libidine
da succhiare come polpa dalle croste! Dice: arte!...
Mucillagine senz'ossa. Mi fa orrore.
La conosco la sua razza: ne venivano
pilotate a mandrie un tempo. VENIVATE. Diligenti appuntavate
'espertise' da sottoporre
a mariti facoltosi. I veri numi
del mercato voi eravate. Siete voi. Musei... bleah!...
Come templi in abbandono... no, i sacrari
di quell'arte che, gi antica, pur l'arte del mio tempo
sono stati i vostri cessi. Sono stati e sono ancora.
S, anche pure le terrazze e le camere da letto, ma il sublime
del sublime sta nei cessi.
Chi di noi vuole sapere - chi DI ME
vuole sapere - ha da cacare in casa vostra. Vi ricordo
fibrillanti a vaccheggiare, sulle soglie del pensiero, inumidite, invereconde...)
Ne ho scopate a mazzi e a mucchi
di virago come lei.
Perci grazie ai suoi pruriti, posso assumerla a modello?,
che ho vissuto la mia vita. Ma ho ricordi clandestini.
Oggigiorno sono a bordo,
per inediti naufragi, d'altre navi, d'altri scafi.
Non si provi a sindacare sui meandri dei miei giorni.
Via di qui! Mi lasci stare!
ROSVITA: Tutto vero:
sono quella che ha descritto.
Ma lei sa di che ho parlato?...
WILELM: D'un processo.
Se ne scrive, se ne legge.
Beh, con questo?...
Dice cose sovrumane
come un Giove recitato da un attore scalcagnato.
ROSVITA: Sar vero, tutto vero...
ma pur vero
il mio sdilinquere davvero
per quest'arte - mi perdoni
se non trovo altre parole - che ci in cui si esprime lei...
che all'estremo mi costerna
e che ancora, ancora, oh s,
a un gran climax... OH... OH... solitario mi conduce...
Certo, un male...AH... AH... ma anche immensa devozione...
OH... OH...
WILELM: Per carit, per carit, ritorni / l nel suo altrove, presto!
(Dal fondo o da qualche altro angolo ricompare M per controllare la situazione.)
M: Insomma allora?... Di cacciarla non c' verso?...
CORO: (A M, senza mostrarsi)
Che succede?... Si pu uscire o ancora no...?
M: No, via via... di nuovo gi!
(E scompare nuovamente.)
ROSVITA: Rifluisco... rifluisco...
mi reintrego, tranquilli...
Ah, volerne... ah, volerne a saziet...
tu sei stato e resterai
il desiderio mio supremo... OH... OH... OH...
E la brama mia pi calda, pi totale ed esaustiva...
AH...A H... AH...
tuttavia, purtuttavia ti dico...
un gran falso il tuo processo:
colei che non lo vuole, sembra colei che vuole...
WILELM: Perch dici 'colei'?...
ROSVITA: Mentre invece... OH... OH... OH...
chi temerlo dovrebbe se lo auspica
e... OOOH.... dicendo... AAAAAH..... di non volere vuole.
WILELM: Perch 'colei'?
ROSVITA: Contraddizione il nome
di ci che ti governa.
W: Banalissimi pensieri. Psicanalisi d'accatto.
Chiunque dentro / di s porta segreti
che, a scoperchiarli, olezzano
di delitti madornali.
ROSVITA: OH... AH... non delitti
segreti avverto, MA FUTURI... Ah... AH... AH...
WILELM: Troppe allusioni azzerano il discorso.
Non m'inganni.
ROSVITA: Inganno il tuo eroismo...
vedo vedo...
che in te il tragico
non solo grandezza...
OH... OH... OH...
WILELM: Strega di Machbet, vattene!...
(Chiamando) Mefisto, che significa?...
M: (FC) Cos non mai chiamarmi?...
WILELM: MEFISTO, CHE SIGNIFICA?
M: (FC) Dipingi, sei inondato!...
Di qui noi t'insuffliamo; di, dipingi!
WILELM: (Piegandosi su una tela)
Nei polsi, s, la febbre
pi tumultuosa scorre...
(E comincer a dipingere)
ROSVITA: (All'acme) Questo questo...
s il massimo di te...
OH... mentre me ne vengo... OH...
e ancora siamo soli... AH...
una foto, una... (scatta) O s, che meraviglia...
di te splendido cos! Addio
amor mio, inseminatore
delle carni mie, sconquasso
del mio cervello, addio... OH... OH... OH... OH...
(E si riadagia l dove gi si trovava sdraiata in precedenza.
Per alcuni secondi il suo corpo ancora scosso da convulsioni,
poi, infine, si calma.
Ricompare M che, rassicurato, pu chiamare il Coro.)
M: E' andata... rimontate...
CORO: (Riapparendo)
Nascondersi la pessima
tra tutte le fatiche.
M: Spero che non troppo, Wilelm,
tante scocchezze t'abbiano distratto...
WILELM: (Dipingendo) Mefisto, che significa?
M: Molto t'ha scosso.
CORO: Molto ci ha scosso.
M: Molto m'ha scosso.
Non so che dici, non so che ha detto. A tempo e a luogo
si parler di tutto.
WILELM: Che il tragico in me
non solo grandezza.
CORO: A tempo e a luogo
si parler di tutto.
(Rientra l'infermiere con un sacco. Va presso la donna.)
INFERMIERE : (Voltandosi indietro, rivolgendosi ad altri)
Ebb, perch non entra?...
Se fa senso a lei, pu figurarsi a me...
(Compare Ramon. Terreo.)
RAMON: Oh miseria... miseria umana... misero me...
INFERMIERE: Ci metta pure il sottoscritto.
RAMON: S, la debbo ringraziare...
qui lasciarla... abbandonarla... che bastardo scellerato!
INFERMIERE: Se credeva di mollarmi
culo a mollo si sbagliava.
Ma ora presto, impacchettiamola...
RAMON: O Rosvita... mia Rosvita...
s lo ammetto un po' brutale
questo modo di esumarti...
INFERMIERE: (Cominciando a trafficare con il corpo esanime della donna)
Tenga il sacco, che io la prendo dal davanti.
RAMON: E lei dice in bagagliaio
pu entrar bene?... Per me piccolo, non so.
INFERMIERE: Ce ne mette pure due. S, alla svelta!
ROSVITA: Ohim... ohim...
INFERMIERE: Chi bofonchia?
RAMON: Io no, lo giuro...
ROSVITA: Mi sollevo, mi riprendo...
INFERMIERE: (Facendo un gran balzo all'indietro)
Il cadavere... tremendo!
RAMON: Oh, ma dunque... ma tu, allora...
INFERMIERE: Chi che geme la signora!
ROSVITA: Mio Ramon, dov' che stai?...
RAMON: Passerotta, parla, di!
ROSVITA: Non ricordo... cosa fu?
RAMON: Due colpetti e andasti gi...
ROSVITA: Che disagio, che imbarazzo...
RAMON: Non dosammo lo strapazzo.
INFERMIERE: Qui non voglio pi vedervi!
Non si gioca coi miei nervi!
RAMON: Oh, mai istante pi beato
fu dai cieli a me donato.
INFERMIERE: Via di qui, porci maiali!
ROSVITA: Dio, che epiteti triviali...
INFERMIERE: Lo vedete questo pugno?...
Vi ci spacco a entrambi il grugno!
(E li caccia quasi a pedate.
Via i tre con gran schiamazzo.)
CORO: Pace pace ritornata...
ma a che prezzo s' pagata.
M: Non parlate come quelli!
Non parlate come quelli!
CORO: Mentre tu perch che fai?
Mentre tu perch che fai?...
WILELM: AAAAAAH....
Che vuol dire, Mefisto? Che vuol dire?
M: (Al Coro) Solo con lui... lasciatemi
solo con lui! Lasciatelo!
CORO: No, se ci vuole:
a dirlo sia lui!
Diccelo! Diglielo!
Wilelm, lo vuoi?...
WILELM: Se restate per dire... per fare.
Da chiunque ho bisogno, tra voi, di risposte.
M: E allora ti sbagli.
Il Coro, mi spiace,
ma mai n poi mai
decide o risolve.
(Al Coro) Rimanete, comunque...
se volete, se vuole.
(A Wilelm) Il Coro, mio caro, creatura di mezzo.
Che insuffla; che al massimo
ispira e consiglia ma mai
determina o agisce.
WILELM: Se tu qui sei Coro, allora tu menti.
M: Ne sono, lo ammetto, una parte.
Diciamo un po' il 'leader'.
WILELM: E allora tu menti.
M: Io? Perch?
WILELM: Non sei stato tu a vendermi, serpe,
questa odiosa devianza dal mondo?
M: A suggerire, non vendere.
WILELM: Tu: per filo e per segno.
Scivolato, con ingegno
di volpe, nei recessi
dell'anima. Tu
che m'hai detto: se lo vuoi
sar tua figlia poi
a tradurre in evidenza
il quanto pattuito.
E allora? Tua non fu
l'idea e, nell'idea,
non fu tua la richiesta?....
M: Suggerimento, suggerimento.
WILELM: Obbligo
che m'ha spinto A FARMI IDIOTA e che ha ridotto
mia figlia a tuo strumento.
M: Vaniloquio generato
da chiss che vaniloqui.
WILELM: Li hai origliati?
M: Neanche un po'.
WILELM: Quella donna ha profetato
comprensibili visioni.
L'ho scacciata com' logico si scacci
chi non possiamo sopportare POICHE' CI FA CAPIRE.
Ma il senso delle cose, nudo e crudo,
non in criptici messaggi mi ha lasciato a suo ricordo.
Al valico m'aspettano
tragedie non gloriose. E per mia figlia
una beffa perversa si prepara. Dunque, dimmelo:
lo volle o non lo volle
ci per cui di lei si sparla? La vittoria
che tanto la fa ricca, ma dinanzi
agli Dei disonorata?...
M: Tua figlia ha scelto,
te lo scandisco, LIBERAMENTE.
WILELM: Rovesciata come un guanto da una ridda
di sortilegi: L'HO SAPUTO.
D'altronde, poi, basta guardare
le cose bene in faccia. Non so come
tu abbia fatto ma l'hai fatto.
M: Magari le bastato
di guardare te, Wilelm, bene in faccia.
WILELM: Ma di dove scaturito, da che attimo
periferico alla vita e alla ragione, sei mai stato
tu baro sciagurato, imbroglione da due soldi?!
M: Io - noi
che fui e che fummo messi
al tuo servizio, tuoi colori,
tue tele, tuoi pennelli,
ci limitammo alla proposta per necessaria conseguenza
commentando e pedinando negli anni la tua vita.
Non abbiamo fatto altro che esternare un desiderio
scaturito da te stesso.
Se ti guardi bene dentro dovrai ammettere cos.
WILELM: (Tormentandosi)
Come un cane... con zampe
affannose di cane
raspo dentro di me, come un cane
che raspi la terra facendo
del buco in se stesso la preda. Raspando
alla caccia non so di che cosa...
Solo zolle strappate alle zolle
il risultato del mio ossesso raspare.
M: Pi ti sforzi, pi t'accechi. LEGGERMENTE
in te affonda lo sguardo e, non smanioso,
abbandonati al paesaggio
delle antiche tue passioni chiamandole per nome.
Di me infine capirai
chi sono e quanto poco una scoria in disaccordo
con le linfe tue vitali. Quanto poco
un intruso tra ci che ti concerne.
CORO: Desiderio desiderio desiderio
straziante desiderio
urlante incistato febbrile desiderio...
WILELM: D'essere? D'avere? Di che
desiderio?... O forse s... di un fare, di un agire
in cui l'avere e l'essere fossero congiunti...
di un dare, di un produrre
come mai se ne conobbe
tra gli uomini l'eguale!
Vero che questo l'ho conosciuto eccome.
E tu questo esaudiresti? Per questo tu sei qui?
Ma come dire
che sia poi il pi lancinante?... Ci per cui
baratterei ogni cosa...
Perch non mi rispondi?... Vitrei
rimandano i tuoi globi / riflessi come ghigni e sono la risposta!
Aaaaaah..... Aaaaaah.... Aaaaaaaaaah
GIA' L'HO FATTO! GIA' L'HO FATTO! IL BARATTO E' GIA' COMPIUTO!
Ratificato il mondo, creato il tribunale...
la mia parola data. Ci che sta per investirmi
altro non che gioia, e la suprema
da me bramata! Stupenda congiunzione
tra un uomo e la sua idea,
tra un uomo e il suo destino.
QUEL CHE HO FATTO
LO RIFAREI DI NUOVO!
Ma ora basta! Da ora in poi
di quanto ho in me ho rivisto
pi non voglio ricordarmene, mai pi!
Godimento e cecit
residuino in me e non altro.
L'opera
mi ingloba e mi risolve.
N altro, forse, da chiedere all'azione
se non il suo prodursi.
(Va alle sue tele e ai suoi
colori.
M e il Coro rifluiscono nei recessi dello spazio.
Piove una luce torrida.
Wilelm dipinge, dipinge, dipinge.)
TERZA PARTE (Primo pomeriggio)
(Il massimo splendore ormai passato. Ma non il caldo.
Wilelm seduto per terra, al centro della scena, tra i suoi barattoli e le sue tele.
Soffia, stonatamente, nella tromba lasciata l dall'amico prima che questi venisse buttato fuori dall'infermiere.
Dallo strumento escono stridii feroci, gemiti irrisori, ma anche richiami lanciati nel deserto.)
WILELM: L'epoca tuona
(Soffia)
guantata di silenzi, ma chi ha orecchie
carico si fa della sordit degli altri.
(Soffia)
L'epoca tuona.
Tu suona.
(Soffia due volte)
L'epoca stride.
E qui si ride.
(Soffia)
L'epoca strepita, l'epoca geme.
(Soffia tre, quattro volte)
Io in essa voglio stare.
Non di l dal cataclisma ma vivo in tanta
pur mia dissipazione.
(Soffia)
Va scoccando
il dodicesimo mese dell'anno
(Soffia)
ovverosia il decennio
ovvero il secolo e il millennio.
Cos il giorno al tramonto
deglutisce epopee. Ingurgita appelli
di nomi che furono
(Soffia funebremente)
gli amici che ebbi. Li mette in bacheca, sotto un gelido neon.
(Entra Goldenberg, gallerista da strapazzo. Si sofferma appena oltre la soglia. Ha tra le mani un foglio di carta, lo controlla e lo ripone nella tasca interna della giacca.
Guarda Wilelm, si guarda intorno, guarda l'ora.
Tutto ci mentre Wilelm continua a parlare. E a soffiare.)
WILELM: Varr dunque la pena
di sprizzare saliva in te, lucido ordigno? Per me dico di s.
(Soffia festosamente)
Ah, che uomo
maledettamente disinteressato, se uomo sono, mi sono fatto!
(Soffia ancora pi festosamente)
E tu, altro tu... cornuto d'un coro cornuto, taci!
Taci, o il tuo sogno rovino.
(Soffia imperiosamente. Poi ostentando lo strumento)
Questo demone mio. E' qui per me. Non t' padrone n servo.
(Alla tromba) Il cagnaccio alle corde. Di, suona.
(Soffia sfrontatamente.
Poi tace.
Ascolta il silenzio attorno.)
I miei ordini, vedo, finalmente hanno udienza.
Dunque, OMBRE,
davvero non ci siete...
davvero siete solo
di me una lugubre espansione, e tu, coreuta
serpentino, miserabile espulsione
di un mio alito infelice.
(Soffia seccamente)
I muri vi risucchiano
e i muri vi disegnano
come umidi fiori: un nonnulla che un conato
di vernice fa sparire.
(Soffia)
FATEMI SPAZIO! FATEMI LARGO!
Se solo come sono, ne ho pi bisogno ancora.
Senza amici e genitori,
senza figli n compagni
tra i disastri a me basta prosciugarmi.
(Soffia sfiatatamente)
(Entra Krikstein. Rapido sguardo di saluto ma non d'intesa con Goldenberg. Krikstein si caccia un portafogli che aveva tra le mani nella tasca posteriore dei pantaloni. C' da suppore che abbia appena placato l'ingordigia dell'infermiere.
Sembra non badare affatto a Wilelm; si mette a sbirciare per lo studio buttando l'occhio ovunque. Anche toccando. Anche spostando.)
WILELM: Forse io sono
QUALSIASI UOMO AL MONDO
che in questo istante al ciglio
d'un continente epocale guarda oltre
l'emisfero del suo tempo, verso i ghiacci senza data...
Io vichingo che ho di fronte
una plaga immacolata, un vuoto foglio
interminato, un calendario
disertato da ogni cifra in cui svaporo.
(Soffia.
Una pausa e soffia ancora)
Sono come il cavaliere che sul lago di Costanza
va ignorando che una patina di gelo a sostenerlo.
E arrivato all'altra costa una vecchia mi dir:
"Dal coacervo delle acque,
dove draghi si impastano agli abissi,
solo il velo della brina ti ha salvato."
Io, per, non ne morr dallo spavento.
Finch l'acqua rappresa mi sostiene
vado avanti. Pi tenace di un coagulo di sangue
sar il piede messo in marcia, sar il suolo su cui pesta.
Sgomberata la mia testa dal nugolo degli anni
presi al laccio dal secolo che sgancio alle mie spalle!
(Soffia rabbiosamente)
Cos voglio, cos ...
(Soffia rabbiosamente)
N m'importa n m'importa cos' stato a consentirlo...
Suona, ladrone, ti porto in paradiso!
(Soffia)
Valica, amico, con me il confine!
Vieni e spargi
con me semenze...
(Soffia)
con me scemenze...
(Soffia)
Sospingi gli alfabeti a cui vita abbiamo dato
aldil della frontiera, col dove
l'infanzia tutto, DOVE L'INFANZIA E' UN'ERA!
(Soffia energicamente. Una pausa,
poi soffia dolentemente.)
(Entra Morganti, direttore di un museo. Porta con s un pomposo rotolo di pergamena fermato da una piccola coccarda, oltre a un fascicoletto di carte.
Krikstein neanche lo nota; Golbenberg, ricambiato, lo saluta. I due si scambiano qualche impercettibie battuta a bassissima voce. Entrambi guardano l'ora per controllare gli orologi.)
WILELM: (Continuando l'azione precedente, reclina su se stesso)
Stupido!... Stupido!...
Diversamente da come quelli credono, ma stupido...
(Soffia)
Non ti morde gi la fronte la corona
che ti decreta, DI QUESTA SPECIE, l'ultimo?...
E non gran titolo ti sembra?...
Da tanto abdicheresti
per titolarti PRIMO?...
(Soffia sfiatatamente)
La tua culla dove il cerchio
si conclude e non dove rinizia. Figlio nato
a regolare il tramonto e non l'aurora...
(Un tempo)
Dio... Sant'Iddio...
che lacrime retoriche...
Che enfatico cipiglio!...
Mi sforzo in gemiti
che dentro non mi sento...
E di che blatero
se in fondo al cuore esulto?
(Soffia sfrenatamente)
SUONA! SUONA! SUONA!
L'EPOCA TUONA
(Soffia ancora)
L'EPOCA STRIDE
E QUI SI RIDE! E QUI SI RIDE!
(Soffia drammaticamente, sfrenatamente e beffardamente al tempo stesso. Un pagliaccio.)
(Fa il suo ingresso Masuelli, il giornalista-biografo. Entra a passo svelto. Perde delle banconote dietro di s... scivolate, evidentemente, mentre le stava rimettendo via. Morganti glielo fa notare. L'altro torna sui suoi passi e si china a raccogliere. Ringrazia.
Stavolta Krikstein, che finito al capo opposto dello spazio, s'accorge del nuovo arrivato; raggiunto da un cenno del capo non pu non rispondere.
Dopo alcuni istanti anche Masuelli, Goldenberg e Morganti cominceranno, sull'esempio di Krikstein, a perlustrare lo spazio.)
(Wilelm ancora soffia. Avanza M)
M: Wilelm sorridi... sorridi alla tua sorte:
il destino, il destino da te effettuato.
Quel che volevi . Quel che volevi
t'entra in casa, come fiamma
dalla finestra. Sei tu la casa. S'avviluppa
attorno alle tue carni; s'abbarbica alle ossa, ricama coi tuoi nervi,
fa con essi
viticchi inestricabili di trecce. E ti lamenti?
Quel che volevi
spadroneggia alla mensa dei tuoi giorni.
S'abbandona, per consistere, a razzie
che senza prevedere hai consentito. Ora d'attorno
alla tua anima, che un tronco
sul quale la beatitudine fiorisce, un popolo precipita.
WILELM: Che popolo?
Non ho seguito di popoli.
M: (Accennando ai visitatori)
I figli tuoi diseredati.
Non li vedi brancolanti?... Non li vedi
come allungano il muso nella macchia
per fiutare un tuo residuo, un rimasuglio?...
E si guatano sospetti; si sanno l sull'argine
di un vuoto miserando; premurosi
di tacere ogni commento, reverenti
come presso un catafalco.
WILELM: Non li vedo, non li sento.
M: Gi, evidente.
Per te questo si dipana: L'EGOISMO
DELL'ESSERE DISTANTE.
WILELM: Ora sei tu, ora sei tu che ridi.
M: Ma solo tu lo sai.
Ed ogni mia risata
ti si fa maschera sul viso.
(Wilelm soffia, soffia, soffia.)
GOLDENBERG : Vecchi amici anche voi del qui presente?
MASUELLI: Per certi versi, e lei?
GOLDENBERG : Dire d'antica data forse esagerato,
ma diciamo che fra noi c' un buon rapporto.
Brian Goldenberg , gallerista! Suo fiduciario qui in citt.
MORGANTI: Ah!
MASUELLI: Mi rallegro, ottimo e abbondante.
GOLDENBERG : Non c' di che, s'immagini!
MASUELLI: Masuelli, piacere. Se colleghi d'amicizia...
MORGANTI: Penosissima amicizia. Joe Morganti.
GOLDENBERG : Dolente, dolentissima.
MORGANTI: Io, per contro, invece sono
nelle strutture pubbliche: Musei.
GOLDENBERG: Beh, dunque, una qualche colleganza...
MORGANTI: Non fosse che voi vendete e noi compriamo.
GOLDENBERG : Nati appunto per intenderci. (A Masuelli) E lei pure?...
MASUELLI: Ah, no: io esulo dal ramo. Scrivo.
GOLDENBERG: Scrive?
MASUELLI: Gi.
GOLDENBERG: Ah!
MORGANTI: Ah!
MASUELLI: Eh.
(Wilelm, quasi a commento di questo dialoghetto, soffia.)
GOLDENBERG : Sar, chiss, accaduto
di esserci gi visti.
MASUELLI: Sar, chiss.
MORGANTI: Chiss.
GOLDENBERG : Ah!
MORGANTI: Ah!
MASUELLI: Eh.
(Wilelm soffia.)
GOLDENBERG : (Accennando a Krikstein) A me, non vorrei dire,
ma quello pare di conoscerlo.
MASUELLI: Bella forza, Krikstein: il postrevisionista.
GOLDENBERG : Ullall.
MORGANTI: Ah!
GOLDENBERG : Ah!
MASUELLI: Eh.
(Wilelm soffia.)
GOLDENBERG : Con tutto il rispetto, sapete che vi dico?...
MASUELLI: No, ci dica.
GOLDENBERG : Mi sento compassato nel dare a voi del lei.
Vi infastidisce il tu?
MORGANTI: Per me, come ti pare.
GOLDENBERG : A lei le va?
MASUELLI: Mi va, mi va.
MORGANTI: Ah!
GOLDENBERG : Ah!
MASUELLI: Eh.
(Wilelm soffia.)
GOLDENBERG : Certo, che cruccio.
Non posso darmi pace.
Assistere impotenti a tanto sbando!
MASUELLI: Un osso da spolpare.
Ecco cos' oramai.
MORGANTI: Ben detto.
GOLDENBERG: Pi che ben detto.
MASUELLI: Cosa detta...
GOLDENBERG : Capo ha.
MORGANTI: Ah!
GOLDENBERG: Ah!
MASUELLI: Eh.
(Wilelm soffia.
Krikstein, a passo svelto, si unisce infine al gruppetto attaccando, quasi imprevedutamente, a parlare.)
KRIKSTEIN: Bando agli scrupoli!...
Facciamogli i conti in tasca, necessario.
GOLDENBERG : Facciamogli o facciamole?
MORGANTI: Dice alla figlia?
GOLDENBERG: A chi senn?
KRIKSTEIN: Facendoli oggi a lui
come farli a lei domani. Nel caso, ovvio,
in cui le dica bene.
MASUELLI: La vede ancora incerta?
La sua, intendo, di lei vittoria?
KRIKSTEIN: Probabile ma incerta.
MORGANTI: Per quanto abbia trescato
con astuzie sopraffine.
GOLDENBERG: Se sa qualcosa, s, la dica!
MORGANTI: Corre voce
di maneggi da provetta...
GOLDENBERG: Che vuol dire 'da provetta'?
MORGANTI: E mi lasci terminare! Da provetta Mazarino,
proprio lei che aveva fama
d'un implume sprovveduta...
MASUELLI: Mentre adesso d'improvviso...
GOLDENBERG: Zanne e grinfie!
MORGANTI: E con che lucida
visione delle cose sa entrare nella disputa!
E con che scienza
sa mischiare i suoi slanci di passione agli argomenti
pi ferrei ed impietosi.
GOLDENBERG: Gi, ho sentito, come no!...
MORGANTI: Cos'ha ha sentito?
GOLDENBERG : Che nemmeno il suo Avvocato la pareggia
nel dar forma e vigore ai resoconti
del calvario di famiglia.
MASUELLI: E poi, per paradosso, chi pu dire
che s'avverta del malanimo? Nessuno.
GOLDENBERG: Ha conquistato
l'intero tribunale.
MORGANTI: Per dir meglio: soggiogato.
MASUELLI: Boh, misteri
della psiche. Io per me non mi pronuncio.
KRIKSTEIN : Quel che sia, tornando a noi.
Io mi preoccupo per quanto
pu finire all'abbandono. L'ingordigia
potr essere letale. Qui ci vuole chi si curi
dell'intero patrimonio non per s ma per il bene
di noi tutti. Ci che rischia
di finirle tra mani un impero che stordisce.
Solo un Rembrandt, l'altro ieri,
fu battuto a poco pi di una sua tela. L'una e l'altra, per inciso,
finiti a un giapponese. Jasper Jones, la met della met...
Frank Stella poco pi della met, e a distanze siderali
Jackson Pollok, Dubuffet e Morandi.
MORGANTI: E senza poi contare
che il nostro Wilelm una macchina in funzione.
KRIKSTEIN: Al meglio di s, direi.
MASUELLI: E lei su tutto avrebbe,
davesse averla vinta,
diritto di gestione senza riserve in toto?
KRIKSTEIN: La propriet assoluta.
I soldi son potere ed il potere un'arma...
ora essendo lui ridotto in questo stato
sarebbe quasi come un ragazzino
armato sino ai denti: questo il succo
del reclamo che ha avanzato la fanciulla.
MASUELLI: Ma voialtri, fatemi capire,
parteggiate per chi? Per lei o per lui?
GOLDENBERG: Per lui, ma mille volte.
MASUELLI: Certo, che quella un po' carogna...
MORGANTI: Per vero dire, in parte
quanto lei dice ha un senso.
KRIKSTEIN: C' ben altro, ben altro...
uno scialo terribile qui in gioco.
(Wilelm ancora soffia. Avanza il Coro. Quasi una danza.
Wilelm soffia, soffia, soffia.)
CORO: Ancora vedi ancora vedi
ancora vedi non deciso.
M: Cosa vuoi, cosa vuoi
che reciti il verdetto?
Se quel che pur io voglio,
quel che tu vuoi avrai.
CORO: Dementi e fecondi
imprescindibili saremo.
M: Tu sei il tuo secolo, in te
s'incarner il tuo secolo. Tu
con lui sarai, sarete.
Con lui sarai, saremo.
CORO: Oh, Doctor, d di s!
D di s! Di di s! Di di s!
WILELM: E tu perch lo vuoi
questo mio s, Mefisto?
M: Com' che m'hai chiamato?
WILELM: Per l'appunto con un nome che non hai.
Mefistofele non sei.
M: Gi te l'ho detto: non chiamarmi
cos mai pi! Mai pi! Mai pi!
WILELM: ...Se tu lo fossi, infatti,
un'intera teologia starebbe a dire
il perch del tuo inesausto prodigarti. Ma cos
CHE VUOI DA ME?
E quello che tu vuoi perch lo vuoi?
Hai un inferno
al quale guadagnarmi?
Un tornaconto metafisico o che cosa?
M.: AGNIZIONE. CADUTA DELLE MASCHERE.
denudamento inverecondo: io...
un muscolo sono
del tuo avambraccio, Wilelm...
WILELM: Cos' che sei?
M: Particola di te. Esattamente.
Non fuori di te, ma in te.
Capomastro
della tua officina.
Inglomerati
strumenti di lavoro, utensili sciacquati
in botti di tinture.
Ci, insomma, che nascendo
fuori di te trovasti
e che, permeabile facendoti,
tanto ciclicamente
quanto implacabilmente in te assorbisti.
(Per tutta risposta Wilelm soffia nella sua tromba.)
GOLDENBERG: (Guardando l'ora)
Il problema per che io
dovrei pure parlargli.
MORGANTI: Anch'io!
MASUELLI: Pur io!
KRIKSTEIN: NON IO.
M: ...Noi quella parte siamo
che al mondo hai rapinato.
Trangugiata. Assimilata.
WILELM: Tu me saresti?... ME?...
M: Come il bolo digerito...
come il bulbo il suo capello...
WILELM: Ma utensili sciacquati, cos hai detto...
e botti di tinture...
e forse allora
perch non tele e tavolozze?...
M: Perch no, sicuro?!....
WILELM: Tutte cose che sommate
si riducono al dipingere.
M: Nel caso in causa, al tuo dipingere e solamente al tuo.
WILELM: E tu, dunque, me saresti in quanto
saresti il mio dipingere?...
M: Io non solo, guarda:
i tuoi colori a farti qui da corte, a farti qui da coro!
CORO: Demente! Demente!
fattelo dire e perditi in me.
Demente! Demente!
fattelo dire e perditi in noi.
(Wilelm ride. Poi soffia. E lo fa in faccia a M. Lo fa pi volte.
Ride ancora. Poi va a soffiare in faccia al Coro. Sempre ridendo.)
GOLDENBERG: Quasi quasi io ci provo.
MASUELLI: Se credi sia il momento...
GOLDENBERG: Soprassiedo?...
MASUELLI: Soprsassiedi.
MORGANTI: Oh, sia chiaro, dopo di lui sto io.
WILELM: (Ghignando)
I miei colori!... Ma sentite! I miei colori...
Patetico! Patetici!
(Soffia)
Strano pathos... invero strano pathos
in cose che AL MONDO
DELLE COSE pensavo appartenessero!
M: (Quasi spingendo il Coro una danza barbara)
Se noi siamo la tua arte, E NOI LO SIAMO,
non macchiarci con burlette, non ridurci a vilipesi
virtuosismi strascinati in borbottii di poco conto, in quel costume
tanto in voga ultimamente di svilire nel sarcasmo ogni questione.
No, non farlo!
CORO: NO, NON FARLO!
M: No, non farlo!
Ti pregammo, ma tu sordo... all'infinito
ti pregammo, ma tu sordo!
Inoculati in te eravamo, svergognati
nell'essere tuoi servi. Noi per primi lo capimmo:
eri freno tu a te stesso nel tuo troppo
macerarti, nel tuo dotto
dissiparti per abissi
inapparenti. Dissugato
vetriolo t'era musa, e fu qui ch'ebbe principio...
CORO: E FU QUI CH'EBBE PRINCIPIO!
M: ...la fatica che abbiam fatta per distrarti
dall'effimero presente riportandoti
nuovamente in faccia a noi, autoescludendoti
da tutto poich tutto
ALL'INFUORI DI TE STESSO TI E' STRANIERO.
CORO: Demente! Demente!
Fattelo dire e perditi in me.
Demente! Demente!
Fattelo dire e perditi in noi.
M: Ripeti, Wilelm, ripeti la strofetta!
Provaci, avanti... cantiamola insieme!...
WILELM: Demente! Demente!
M: Fattelo dire e perditi in me.
WILELM: Demente! Demente!
CORO: Fattelo dire e perditi in noi.
(Wilem soffia, soffia, soffia, soffia, soffia... e ricasca gi, bocconi per terra.
M e il Coro rifluiscono sul fondo ma non scompaiono.)
GOLDENBERG: Oh, io vado, che se qua perdiamo il turno
poi comincia la trafila e buonanotte.
MASUELLI: Prova un po'.
MORGANTI: Non tirarla per le lunghe.
KRIKSTEIN: Cosa spera d'ottenere non capisco.
GOLDENBERG: E allora lei?
KRIKSTEIN: Lasci stare, un'altra storia.
GOLDENBERG: Beh, io ci provo. Con permesso.
MASUELLI: In bocca al lupo.
(Goldenberg si avvicina a Wilelm Gli parler a voce bassa per non farsi sentire dagli altri, i quali per contro, dando l'aria di non interessarsi, se ne staranno con le orecchie tese.
In particolare Masuelli e Morganti.)
GOLDENBERG : Maestro, sono Goldenberg... Goldenberg!
Gallerista: IL SUO
gallerista... si ricorda? Siamo in parola
per un'esposizione dalle tre
alle cinque opere: due per due e due per quattro
pi altre sei o sette di piccolo formato.
Io direi, fintanto ancora
che possibile trattare con lei direttamente,
non foss'altro per un fatto
di reciproco vantaggio, converrebbe
dare una stretta al contratto qui per qui.
Non per essere pressante ma s'impone.
E sia chiaro, Maestro, che lo dico
assai pi nel suo interesse che nel mio.
Se ne rende da s conto: ormai tra noi
si , di fatto, stabilita, una certa consuetudine.
E fiducia, soprattutto. Dico male?
Oh, ma pensi alle rogne, ai ritardi, ai malumori
per non dire agli imprevisti che prevedo in quantit
semmai dovessimo riniziare dapprincipio...
No no, per carit... preferirei non farne nulla.
E poi, via... me lo consenta...
sua figlia io nemmeno la conosco. Cos, un poco di sfuggita.
Oh, non dubito: bravissima persona... ma per
tra artisti, ne conviene, un'altra cosa. Si rammenta?...
Le ho mostrato un mio acrilico e lei espresse
lusinghieri apprezzamenti che m'auguro sinceri.
(Quantomai circospetto nel tirar fuori la sua carta...)
Giustappunto avrei qui una scritturina
privata da lasciarle. La controlli.
Senza trucco e senza inganno, come dicono alle fiere...
una battuta, me la passi!... Va da s che non le chiedo
di firmare qui all'istante, ma stasera gi pu essere sia tardi.
Se d'accordo
ripasserei, cosa ne dice?, fra un'oretta, o meglio due?
CORO: Perch no? Perch no? Perch no?
(Wilelm soffia.)
WILELM: Non capisco...
Non capisco...
GOLDENBERG.: Dio mio... ma cos semplice.
M: Un'azione da puro
purissimo imbecille. La farei, la farei.
(Wilelm soffia)
GOLDENBERG: A ogni buon conto, qui sta. Gliela lascio.
CORO: Perch no? Perch no? Perch no?
GOLDENBERG: (Insistendo nel porgere il foglio)
Suvvia, la prenda almeno!...
(Inaspettatamente Wilelm prende la carta... con l'altra mano fa segno di volere una penna che subito Goldenberg estrae da un taschino e gliela d.
Wilelm firma. Poi soffia.
Goldenberg , come un brigante - e forse non lo - intasca il foglio e, dopo essersi sveltamente prosternato, fugge via.)
MORGANTI: Si era detto: tocca a me.
MASUELLI: Sto facendo discussioni?...
(Morganti va da Wilelm Nel parlare non mostrer le stesse preoccupazioni di Goldenberg.)
MORGANTI: Morganti... Joe Morganti.
Museo di Pisa.
Direttore.
Pisa Pennsylvania.
Museo, l'ho detto?
OF MODERN ART.
Dunque, signore, sar conciso e breve.
Noi vantiamo gi due sale consacrate ai suoi dipinti, ma ora essendo...)
- quante ne ho dette? Due?... S, due! - ma ora essendo
anche una terza in via d'allestimento...
- dico: una terza. Consideri gi due, con questa: tre -
orbene, a voto unanime il Consiglio
dei Soci Fondatori ha stabilito
di intestare col suo nome e dunque a lei
l'intiera Fondazione. Che, sia detto con rispetto,
cosa piccola ma soda.
Comprendo, son d'accordo:
non andrebbe, tanto fausta
notizia, in tanto infausto frangente riferita...
lo so, purtroppo, ma che vuole?...
La vita cosa amara, toglie e d.
Che sia almeno quest'omaggio
di qualche lenimento. Ordunque, Mister...
(Consegnando) questo il titolo d'accredito, e questo il documento
con acclusa fotocopia del verbale dov' scritto
il quanto detto. Colleggiale
la proposta, consensuale
la risposta. Legga legga...
se da s non ce la fa
chieda chieda
che le leggano e vedr.
Le ho detto che c' pure
fotocopia del verbale?
S, gliel'ho detto. Oh!...
Vedo di l che fanno
come gesti per dirmi di sbrigarmi, s mi sbrigo.
Bene, signore...
tutto detto, tutto dato.
A onta del suo stato non osiamo dubitare
di averla con noi in spirito presente
in quel di Pisa, Pennsylvania,
il giorno inaugurale, non ancora
stabilito. Al momento ci consente
di darne la notizia?... Non vedo cosa osti.
Mille grazie. Riverisco. Joe Morganti. Direttore.
Museo, Pisa, gi l'ho detto?:
OF MODERN ART. In Pennsylvania. La saluto.
(Va.
E' il turno adesso di Masuelli che, per, prima di andare accenna un'occhiata a Krikstein, forse per lasciargli il passo senonch l'altro, con una certa malagrazia, gli lancia di rimando...)
KRIKSTEIN: Vada, vada!
MASUELLI: Veramente
mi sembrava di essere per ultimo.
KRIKSTEIN: Ho altro da fare, VADA.
(Masuelli avanza verso Wilelm Una volta di fronte a lui estrae da sotto la giacca, che in effetti denunciava un rigonfiamento, una tromba.
Si mette a suonarla, non bene ma con qualche intonazione.
Pure Wilelm soffia. Orribilmente.)
MASUELLI: Avevo dunque, Maestro, beninteso
che un modo c'era di penetrare nella breccia.
(Suona ancora. Wilelm, per tutta risposta, soffia.)
MASUELLI: Il mio nome le ignoto di sicuro: Masuelli.
Giornalista. Oh, ma questo poco c'entra.
L'argomento di cui tratto
principalmente quello della moda. Per essere pi esatti:
di moda per bambini. Nel mio campo, va pur detto, son qualcuno, ma a ogni modo...)
(Suona. Wilelm soffia.)
MASUELLI: Vorrei passare ad altro. No, anzi: sto
passando ad altro. Il mio giornale - che ha rubriche culturali, le assicuro,)
da fare invidia anche a testate
non solo del settore - ha bene accolto la proposta,
mia l'idea, di pubblicare a puntate la sua vita per poi farne un bel librone) integrato di appendici e di facile utilizzo: divulgativo, via!, ma non perci da poco.)
Direi di pi: l'opera verrebbe - mi perdoni
se dico opera ma io un po' cos la sento - a colmare senza dubbio un grande vuoto:)
vero o non vero
che di lei - di lei persona: come uomo,
Maestro, intendo come uomo - non poi in fondo che se ne sappia molto?...)
Si figuri, a ferro caldo, che interesse
si potrebbe suscitare! Si figuri lei che utenza
andremmo a soddisfare!
Bene, alle strette: la cosa che mi serve...
(Suona. L'altro soffia)
Diciamo sono lettere... magari qualche foto...
Sa, un autografo - sia pure pubblicato
in copia fotostatica - arricchisce, d un tono d'importanza e soprattutto)
fa sempre un bell'effetto. Lei che pensa?...Che avr modo
di darmi qualcosina?... Non le chiedo, Dio ne scampi, seccature
tipo lunghe chiacchierate, indiscrezioni
circa, che so, scheletri
nascosti nell'armadio o similcose...
Ah, no, non il mio genere! Mai niente di morboso e niente
scandalismi.)
Un lavoretto realizzato s col cuore, ma pulito.
Non intendo disturbarla pi di tanto...
anche solo un due righe, una sciocchezza, ma sarebbe un
bell'acquisto...)
Oh, sia chiaro che tutto poi le verr resituito.
E se vuole accetto pure, nel tempo che le carte saranno in mio
possesso,)
di assicurarle a spese mie... sa, a scanso di pericoli!...
(Ci detto, suona. E l'altro soffia.
Suona ancora, e l'altro soffia ancora.
Infine, da sopra, M e il Coro fanno volare gi valanghe di fogli, di foto e carte varie.
Wilelm soffia.)
M: Libera nos, Domine!
Libera nos, Domine!
CORO: Libera nos! Libera nos!
M: Questo il tuo popolo, Wilelm, dgli pane! Dgli quello
che lui da te s'aspetta.
Libera nos! Libera nos! Libera nos!
CORO: Domine! Domine! Domine!
(Wilelm continua a soffiare.
Masuelli si getta sopra tutto quel ben di Dio. E' esattamente quello che voleva. Se ne riempie le tasche e scappa via gridando...)
MASUELLI: Restituisco, restituisco!... Stia sicuro!...
Sino all'ultima pagina, restituisco tutto!
(Un ultimo squillo di tromba e scompare.
Wilelm smette di soffiare.
Adesso rimane Krikstein. Finalmente anch'egli si avvicina a Wilelm. Segue, praticamente, una scena muta.
Wilelm lo fissa in modo atono. Krikstein comincia a palpare gli indumenti indossati dall'altro.
Si guarda intorno, poi si mette a sbottonargli la camicia. Quindi, levatosi la giaccia, si sbottona la sua. Si guarda nuovamente intorno.
Toglie la camicia a Wilelm. Si toglie la propria. Si guarda nuovamente intorno.
Fa indossare a Wilelm la camicia che si tolta e, a sua volta, indossa quella che ha sfilato all'altro. Si passa, con soddisfazione, le palme sul petto a carezzare il tessuto della camicia sottratta a Wilelm. Rindossa la giacca. Si rimette in sesto; come se nulla fosse accaduto.
Wilelm continua a fissarlo in modo atono.)
KRIKSTEIN: Mi batter per lei sino alla fine.
Perch nulla vada perso.
Le ho dedicato, Maestro,
ogni giornata della mia esistenza.
Ogni giornata.
(Carezzando ancora il suo nuovo indumento)
Oggi sono malato, mi rimangono
tre mesi di vita al massimo. Ma ora so
come e con cosa
chieder di essere sepolto.
(Fa per andare. A un passo dallo scomparire, si volta e dice...)
KRIKSTEIN: Solo il soprannaturale
pu esprimere il soprannaturale.
(Va.
Wilelm soffia ancora. Poi infine getta via la tromba.)
WILELM: Non capisco. Io non capisco.
Non decifro, non calcolo, non valuto.
Pi che versacci
non ho niente da ostentare.
Come corpo, se inattivo, non sono che un ingombro.
Questo s lo percepisco
E MI DIVERTE.
Devo avere astutissime pupille
per me solo predisposte, mentre agli altri
demando sguardi ottusi che a cercarli nello specchio non ritrovo.
Due corpi forse, e forse due figure.
M: Ti sei descritto per quel che sei:
il mentecatto che alloca in questa stanza.
Per esser chiari: stai diventando, Wilelm,
ci che di te si dice.
WILELM: Ma dentro dentro,
al di qua del mio apparire, non sento mutamenti.
M: Non cercarti
dove senz'altro stai,
poich ogni volta finirai col ritrovarti
e te ne dovrai stupire e non ne avrai il perch.
E' che cercando noi stessi, noi in verit non cerchiamo nulla.
Come una mano che vada rovistando
serrando in pugno ci che vuol trovare.
WILELM: Ma io in te mi cerco, a te che chiedo.
M: E se io fossi
l dove tu sei?
WILELM: Ma dove sono io / non trovo altri che me.
M: Gi, eppure, te l'ho detto che potrei
essere in te e di te una parte.
WILELM: Bene, deciso!
Stavolta voglio crederti: tu insisti
a dire di essere me o di me una parte?... E sia!
(Affannandosi come alla ricerca del suo interlocutore.)
Fa' in modo allora ch'io possa afferrarti!
Sento che prudi, mi va di grattarti!
Oppure magari
sei una parte piacevole...
Mi pizzichi i sensi, di vieni...
mi va di toccarti.
E dovrebbe anche a te, non ti va?
Stropicciamoci, s... sei o no una mia parte?
E allora fccati in corpo qualcosa che morda,
che tagli e recida
perch io voglio sentirlo il dolore che provi!
Non lo fai?... Guarda allora...
me lo faccio da me... E LO FACCIO PER TE!
Questa stecca, la vedi?... Preparati a urlare,
ne trapasso la mano... non urli?...
(Si trafigge la mano col puntale di un lungo pennello.)
M: No, non urlo. Purtuttavia ti confermo:
una parte di te. Il mistero dir quale.
Nulla, forse,
ci pi estraneo di una parte di noi stessi:
ne potremmo ignorare finanche l'esistenza.
Tale e quale alla stella pi remota,
tale e quale alla goccia
fra le gocce sepolta nel buio dell'oceano.
Ma un granulo, a volte, dell'anima copula
con la parte d'una parte e ne aumenta le misure;
ne impone l'esplosione e, da quel meno,
scaturirne pu un avvento eterodosso. Forse questo
che in te mi ha generato e plasmato nel tuo cosmo.
Oh, bada che la mia un'ipotesi, non altro.
Anche per me l'esistere
non meno che per te un mistero.
WILELM: (Prostrato. Quasi squarciato dal suo stesso gemito.)
Vorrei urlare il mio nome...
VORREI URLARE IL MIO NOME!...
Quello di prima: l'antico, non questo
in cui il mio vero s' perso. Ridatemi il mio nome!
E uno specchio: la mia faccia...
non la ricordo... non la ricordo pi!
(Wilelm in ginocchio per terra con il pennello che gli trapassa la mano.)
QUARTA PARTE (Tardo pomeriggio, sera)
(Ombre frastagliate. La luce ha perso la propria densit e sembra ricaschi tra le cose quasi senza criterio, diffusa e frantumata. Come ridotta a braci. Casualmente qua e l.
Dalla volta di cristallo piove un vapore opaco. Greve come afa e senza bellezza.
Wilelm si nuovamente intanato e non visibile in scena.
Quando lo sar, mostrer il marchio della ferita alla mano.
M e il Coro, invece sono presenti. Come accampati. Come in attesa. Senza vivacit.
Tra loro, non visti, si muove coi modi di un flaccido aguzzino l'infermiere. Recuperer su un vassoio poche stoviglie sparse per lo studio. Nei piatti, qualche minimo resto di cibo. Al momento, svuota fondi di bicchiere e disossa gli avanzi.
Ha uno straccio buttato su una spalla. Gli abiti ancora pi sporchi, e sempre meno si capisce se di tinture o di sangue.
E parla.)
INFERMIERE: Servizio d'ordine del cazzo! Come niente
qualche idiota finisce gi lungo stecchito;
sia chiaro, gi l'ho detto:
puntini sulle i, che io non ne voglio sapere.
Vedere per credere: una ressa inaudita, e col caldo che fa
non vorrei ritrovarmi un cianotico in casa.
Oh lo so come fanno! Mi creda ce n'
per tutti i gusti e di tutte le salse.
Chi aspetta di entrare, chi aspetta chi entra,
chi svacca e stravacca... un bordello!
Per me sa che farei?...
Una bella annaffiata, questo s ci vorrebbe!
Ma tu prvati a dirlo! Manco fossi un nazista.
Beh stamane l'ho detto: alla radio l'ho detto...
un altro po' mi linciavano...stronzi...
Un po' d'acqua gelata sar mica un bazooka!
Ehi, per, santiddio...
dico guardi la cena: sputazzata dovunque...
Ah, Maestro, Maestro...
ce ne vuole con lei di pazienza.
Si figuri se fossi
io di quelli fiscali...
ma nemmeno due giorni
rimanevo qui dentro. E' che ho troppo buon cuore, e che poi le
confesso:)
un po' affezionato oramai mi ci sento.
(Avanza M. Va a prendere l'infermiere per i capelli. Lo scuote. Lo lascia.)
M: Questo porco, lo so, sa qualcosa!
CORO: Ora l'ora.
Se si sa, lui lo sa. Se qualcuno
gi lo sa, lui lo sa.
(L'infermiere, mettendosi a strofinare per terra e come se nulla fosse accaduto, ride maligno. Una risata compressa e tutta sua.)
M: E lo sa! QUESTO PORCO
NON SOLO QUALCOSA: SA TUTTO!
(Wilelm, dal fondo, ride.)
INFERMIERE: (Ostentando un'improvvisa costernazione)
Ebbene s, caro mio, l'ha capito:
SO QUALCOSA, e anche pi di qualcosa
Per, ahim, non c' niente da ridere.
M: Siamo al punto. Eccellente premessa.
INFERMIERE: Potrei non dirglielo ma, via, glielo dico.
Da qui, tanto,
soldi ormai non se ne cavano pi.
Detto questo...
a buon intenditor, ho detto tutto.
M: Quel che si voleva. E' quel che si voleva!
CORO: Se va per allusioni
come dire: fatta.
M: (A Wilelm) Vieni, ascoltalo... esci!
Sta per dirti: ' perduta', e non sa
che come dirci: VITTORIA! VITTORIA!
INFERMIERE: La notizia l'ho comprata e rivenduta
pi nuova di quando l'ho pagata.
Beh, oramai
posso darla anche per niente: gi circola dovunque,
e darla ufficialmente.
Come uno chicchessia di quelli fuori,
dico i cenciosi che fanno capannello.
SUA FIGLIA L'HA SFANGATA.
Proprio cos, carissimo...
a questo punto davvero fuori gioco
Completamente 'out'. Mi spiace.
Dovunque adesso decider di vivere...
o meglio: dove
decider per lei sua figlia
sar comunque,
lo chiami come vuole, UN MANICOMIO.
M: (Applaudendo)
Beato il porco
che sa fare il suo mestiere!
Ecco la razza
di cui ha bisogno il mondo.
INFERMIERE: Per me, comunque, che sia qui o da un'altra parte,
mi dicessero: 'Fai a cambio?', ma all'istante, altro che storie!
Nel senso, intendo, per stare al posto suo.
Non sta meglio di un pasci?... se la spassa come vuole...
ha i giocarelli che le servono e chi pronto
a levarle ogni grana come solo schiocca un dito...
Pensi a me, invece, in quale merda sono...
Il mio destino, mi ci sono rassegnato, quello d'essere
mal giudicato: sempre. Mi si chiede, io ricambio
e vengo mal giudicato.
Solo lei
sembra avere per me qualche
riguardo.
Ah, io le cose le noto, non si creda.
Mi ritenga, la prego, solo perci un amico.
Adesso poi
che di gente fidata non so quanta gliene resti.
(M sottrae un bicchiere al vassoio su cui l'infermiere ha sistemato le stoviglie sporche.)
M: Questo bicchiere, 'amico',
tu me lo lasci. Grazie.
INFERMIERE: Beh, pace, andata male.
Cambio padrone. Il che, per me, non cambia nulla.
E a mio modesto, modestissimo parere
forse giusto. Forse quel che andava fatto.
Oh, ma un attimo, sia chiaro:
io, Maestro, non la disprezzo affatto.
Non la capisco, ma questo che vuol dire?
Se tutti dicono che vale quanto vale
capir che ha il mio massimo rispetto.
(Ascolta.)
Bah, c' traffico l fuori.
Detesto fare da gorilla ma mi tocca.
Comincia, a quanto pare,
la sequela un po' rognosa degli addii. (Va)
(M alza il bicchiere nel quale ha fatto gocciare la sua propria saliva e quella del Coro.)
M: A te, Wilelm! Meritatissimo bene. Ora s.
Le sfere hanno battuto il tempo loro.
(Al Coro) E a voi, argini perfetti...
il mondo abbandonato, il risultato chiuso.
(Dal fondo, la risata di Wilelm)
CORO: (A danza, quasi per invocare l'ingresso di Wilelm)
Continua continua
il tuo essere nostro...
continua continua
il nostro essere tuoi.
Dilguati in noi
dilguati in noi!
Non pi limiti avr
l'instacabile nostro
coesistere. Mai
torneranno pi dubbi
o stanchezza. Pi mai
aridit aridit.
Poich questo sar
d'ora in poi
il tuo essere in noi,
il nostro essere tuoi
WILELM: (Comparendo)
Da me a voi
da voi a me
si trasmette una danza
d'allegra demenza.
La colgo, vi colgo
per quello che siete, che siamo.
Eppure voi non sapete
che qualcosa m'aspetta
non dai piani prescritta.
Ma via, allegri, che sia
io lo voglio ignorare, lo voglio ignorare!
Poi non sempre detto
che il destino si debba ogni volta avverare.
M: Di che parli? Qui stiamo a far festa.
WILELM: D'una cosa che, a stralcio,
quasi come un'infamia m' stata predetta.
Senonch oscuramente, il che segno evidente
di malanimo o invidia in chi la predisse.
M: Che tu dica non so, non sappiamo.
Ma risposta non vuole chi, come tu dici, parla spinto dal male.
Perci, danza! Danzate!
Danziamo! Danziamo!
CORO: Continua continua
il tuo essere nostro
il nostro essere tuoi.
Dilguati in noi
dilguati in noi!
(Wilelm prende il calice dalle mani di M e beve suggendone la saliva.)
WILELM: Sia cos! Sia cos!
Quel che m'aspetta, il ripetersi, sembra,
di me al meglio di me
in ogni ora del giorno, in un giorno
senza pi interruzioni.
Un sol fiato
l'ala ferma mi tiene ed incanta
il mio dove e il mio quando
e traslucidi
fa i miei lieti pensieri: che siano
cos lieti i miei gesti! Del tutto
ormai inutile casca il fastidio
dell'et accumulata
e che pi non avanza; con piume
improvvise si stacca
dal corpo che offro
al curioso che viene. Non pi
sono vecchio. Io sto altrove.
Che muti
la luce! Divori
quest'afa il mio gelo! Pi nulla
per me si trasmuta. Non muto. Ora posso
fare quello che voglio: sostare
a una sola e finale
figura, di tutte
compendio essenziale.
Quella l'opera mia
senza cui ci che ho fatto
non pu dirsi mai fatto.
Perci ha senso ch'io danzi,
pur se vecchio a vedermi,
una danza che sia
per me gi compimento
di quest'opera mia.
CORO: Perci ha senso danzare
sia con gli altri che senza
con te il tuo dileguare
con te il tuo abbandonare.
M: Che ha nome...
CORO: Demenza!
M: Che ha nome...
CORO: Esperienza!
(Musica e danza cessano. Il brano che segue, unico in prosa,
vien detto da Wilelm solitariamente. Al di l delle parole pronunciate da considerare il suo vero addio alla ragione.)
WILELM: Dunque parto. Sto per non esserci pi. Me ne vado. Una volta per tutte mai pi. Mi dispiace sinceramente per qualcuno che ancora so di amare. Ma il mio amore non serve pi all'amore. Chiamo un nome e gi alla memoria risponde un altro volto. Fa niente, ma un poco mi dispiace. Fosse pure una goccia questo mio dispiacere e fossi io un intero monte, siamo al momento e al punto in cui la goccia bagna il monte. Roba da poco. Batto le palpebre e gi non se ne parla pi. Da oggi sar la creatura pi docile del mondo, ma anche la pi libera. Perci diffondo, attorno a me, tanto spavento.
E stupore. Io sono nel mio sogno. Voi che mi vedete, vedete solo me ma non pure dove sono e lo sapete, lo sapete, che c' qualcosa che non possibile vedere. Cercate di percepirla attraverso l'unico indizio che ancora posso offrirvi, vale a dire: me. Ma io vi tradir, in piena libert e docilmente, sempre. E pure questo... pure questo lo sapete.
CORO: C' chi preme alla porta! C' chi preme alla porta!
M: La sequela,
come ha detto quell'infame con parole pertinenti,
un po' rognosa dei congedi.
Doveroso, se c' di mezzo un principe,
tanto omaggiare quanto il farsi omaggiare.
WILELM: Questa notte ha assorbito pi notti
di quante il futuro ne possa dispensare.
Aurora e Crepuscolo, ahim, precipitano
nel medesimo giorno la medesima notte.
Di qui non pi, se non in circoli oziosi, si lever la vela
poich rive non ha questo cerchio
d'ore liete che non hanno sequenza.
M: Perch 'ahim'? Urr! Urr!
Oggi, doctor, s' consumato il fatto.
Pubblicata la sentenza.
Tutto finito, tutto risolto.
Contro di te una figlia
sino all'ultimo assalto s' slanciata.
E solo parzialmente
PARZIALMENTE da me spinta. Eccola. Viene.
Tu contro di lei che contro
di te s' fatta grande, adesso puoi
con pienezza di sorrisi offrirle in dono
quella tua immagine che tanto
ha non invano propagandato intorno.
(Entra la Figlia. Di slancio va a gettarsi ai piedi del padre.)
FIGLIA: O padre difendimi, dicono
che io contro di te l'abbia voluto.
Anzi, voluta:
la mia vottoria.
E che sarebbe una vittoria...
Cos dicono.
No, non perdno
vengo ad implorare ma il tuo aiuto.
(Padre e figlia si incontrano in un dialogo che, musicalmente, potrebbe definirsi dodecafonico. Astruso non ci che, di volta in volta, ciascuno dei due dice, enuncia, intende; bens il silenzio di quanto, tacendo, ascolta - come intendendo, come valutando, come soppesando. Per poi nuovamente dire, affermare, argomentare.)
WILELM: E' tanto, tantissimo che non ti vedo.
FIGLIA: Altri si sono
messi di mezzo. Troppi.
WILELM: M' giunta voce. Sento.
FIGLIA: Lo sai.
WILELM: Io? Che?
FIGLIA: Chi stato a volere tutto quello che successo.
WILELM: Quei troppi dicono...
FIGLIA: S?... Che dicono?
WILELM: Che sei stata... tu.
FIGLIA: Io solamente?
WILELM: Tu solamente.
FIGLIA: Dunque vero?
WILELM: Dicono.
FIGLIA: All'inizio di tutto questo 'affaire'
- cos lo chiamano: un 'affaire'... avrai saputo:
Art News va pubblicando i verbali del processo - ma dicevo...
che uno stigma quasi magico all'inizio di tutta la vicenda.
Una cosa da te scritta, marginale ad un tuo schizzo.
Cos dice: 'La massima sventura che la sorte
ci induca ad auspicare / quanto di peggio dovremmo deprecare'.
WILELM: E si direbbe che oggi il peggio
sia arrivato per entrambi...
FIGLIA: Perch ti volti? Io sono qui!
WILELM: Ma un giorno il meglio sbraner il suo peggio.
FIGLIA: Non c' violenza / nel mio sguardo, guardami!
WILELM: Lo sto facendo. Non quello
che sto facendo?...
FIGLIA.: Tu mi guardi
come se io fossi un cesto...
un vaso, un macigno, un corpo duro
contro cui la luce frange e t'impedisce
d'osservare, pi oltre, la parete dietro.
T' pi cara
di me quella parete.
Dimmelo: se lo vuoi mi scosto.
WILELM: Tu mi stai, figlia, qui davanti esposta
come una donna berbera in attesa del suo sposo.
Se niente hai da dirmi
cos'hai da darmi?
FIGLIA: Le mie domande. L'ansia
che ho di giudicarti.
WILELM: (Ora s, guardandola)
Riconosco il cerchio degli zigomi.
E quest'azzurro che hai sparso un poco intorno.
Un'ombra non dolente che racconta
l'insonnia che ti tocca. Riconosco
il bordo delle tempie, il mento, il naso.
Se ti toccassi riconoscerei l'addome e il seno.
L'inevitabile bellezza da tua madre ereditata
ti fa apparire pi lei che te. Ah, ritrarti
ma senza deformarti! Diluirti
esatta come sei nei miei colori!
FIGLIA: Tu non dirmi di mia madre.
Il tuo averla abbandonata stato il mio destino.
WILELM: Fu lei ad andarsene, non io.
FIGLIA: A portar via di s i suoi resti. La tua vita
le era passata a macinarla sopra.
WILELM: La mia vita, pienissima,
che macin il suo vuoto!? Se cos fu, sia benedetto
chi, pur vuoto, da nulla pu essere riempito e non invidia
ci che pieno e con esso s'accompagna.
Non era lei cos, n lo saresti tu: il suo vuoto
succhi il mio pieno e poi fu presa
da un solo desiderio: vomitarlo.
Staccandosi da me. Chiss di quali vuoti
si soddisfatta poi. Maschi da nulla, mi pare di vederli!
FIGLIA: Senz'altro vero.
WILELM: Se lo sai non dirmelo!
FIGLIA: Non m'interessa. Vorrei piuttosto in questa
miserabile giornata di reciproche vittorie
ricordarti un episodio che ti racconta bene.
(Wilelm si accosta ai suoi colori.)
WILELM: Te l'ho detto di che non devi dirmi, per il resto,
se non di lei, d quello che ti pare.
FIGLIA: Ero minuscola e mi portavi in viaggio.
Tu, me
e un cartone, ti ricordi?
Era il primo dei tuoi Muri, quella serie
dinanzi a cui si inginocchiarono poi tutti.
'The wall, number one.'
Ero minuscola eppure mi parlavi
come da allora non hai pi fatto mai:
di ci che avevi in testa, e dell'idea
che nei colori volevi sostanziare.
Qui il principio, mi dicevi,
di un strada mai percorsa. - Quel cartone
fu l'inizio della gloria.
Stavi ridendo come ridi adesso. E l fu il colpo.
Bruciore e fumo.
Da lamiere arroventate
tu mi spingi per un vetro e non mi strilli di scappare
ma di prendere, mi strilli,
quell'inizio tuo di gloria: quel cartone
maledetto e benedetto.
Io che piango ma lo faccio e tu per ultimo.
Mi gridi: 'Corri! Corri!'
Per chi, pap? Di chi imploravi la salvezza?
Il non saperlo
all'origine del mio amarti come ti amo:
bene e male, e del perenne
mio scacciarti, inutile, da me.
Per pi non essere, da allora,
obbediente come fui prendendo il tuo cartone
m'invischiai nella pi cieca
sudditanza come fosse, chiss mai per quali loschi
tuoi trucchi da imbroglione, il modo mio, paradossale,
di esserti ribelle.)
Partorita in una rete, pi ho cercato
di dar cielo alle mie ali e pi ho ottenuto
di consegnarmi a te. Non altri
uomini mai pi.
Non altre
mai pi vicende che non fossero le tue.
Ci pensi, pap? NON ALTRI / UOMINI MAI PIU'. Tu mi hai costretta
a assasinarli tutti.
WILELM: (Rimestando)
Si d il caso, mia diletta,
ch'io sia un pittore antico.
Mi governano le leggi
con cui, ignaro, mi si dice che governo.
FIGLIA: E me, mi guardi?
WILELM: Ho amato quel che ho amato
e quel che amo io faccio.
(La tocca.)
FIGLIA: Me, mi guardi?
Sai chi sono? Mi vedi? Mi senti?
WILELM: (Iniziando a pitturarle addosso)
Non pi compagni di ventura. Volutt.
FIGLIA: (Senza scostarsi)
L'ultimo tuo muro. Riducimi cos.
CORO: Amare e fare
di ci che si ama l'opera.
Amare e fare
se stessi dell'amato.
M: Amare e fare
prospero l'amore amato.
WILELM: Ti tradurrei, mia bella, in una lunga striscia
d'un rosa tenue che non si mai visto.
CORO: Amare e fare
del disamore l'opera.
Amare e fare
del non pi amore l'opera.
M: Facendola cos a tua misura l'ami.
Amandola la fai.
Amandola come / tu vuoi, come tu vuoi la fai.
FIGLIA: Se questo che vuoi, allora
contro di te vivr.
Non pi volendo
niente di quel che vuoi.
WILELM: Dio mio, senti quel che penso?
FIGLIA: Se da sempre mi costringi a pensare i tuoi pensieri...
WILELM: Le tue carni colorano il colore.
Il liquefarsi sia / un liquefarsi in te.
FIGLIA: Chi l'ha pagata per te questa tua gioia?
E in quanti assieme a me?
(Wilelm la pittura tutta. Le spalma il colore addosso con le mani nude.)
WILELM: Nell'idea c' l'idea della bellezza
se il colore il colore del tuo corpo.
(La Figlia si stacca dal padre, ora immobile. Fronteggia il Coro e M come vedendoli.)
FIGLIA: Uno a uno ora li vedo
tutti i tuoi desideri: non mi interessano pi.
Mi senti?...
NON MI INTERESSANO PIU'.
(Coro e M si allontanano.)
WILELM: Ogni millennio un Dio, ed io
forse noi, sto... stiamo,
andando oltre il nostro Dio.
Perci quest'aria, immagino,
di smarrimento ovunque.
FIGLIA: Sei tu che mi smarrisci.
A me una cosa basta: che non mi chiami pi.
Sai che verrei e quanto male sai
sarebbe per me obbedirti...
Cerca, ti prego, di non chiamarmi pi.
WILELM: Scappa se vuoi ma credimi:
tu sei stata qualcosa anche di tuo per me. Anche
di solamente tuo. Giuro.
Io non voglio essere crudele,
n voglio esserlo stato.
Se mai accaduto, non con te.
Mai con te, giuro. Mai con te!
FIGLIA: (Lanciandosi per abbracciarlo)
O padre! Padre mio!...
Il tuo non essere crudele non mi basta. Un flusso tragico
trascorre, dalle mie, nelle tue vene
e a onde mi rinvade.
Sempre pi te dentro di me,
e di me dentro di te.
E sempre di pi invischiati,
malamente, l'un con l'altra!
E dovunque io ricerchi non
c' un perch.
Ah, stringerti, allora, come pi non si potrebbe! Come mai
tra corpi umani si scaten un abbraccio,
e sino alla tortura, sino all'afflato
terminale delle cellule confuse.
Non dico morte, poich morte
tra noi non pu sussistere.
WILELM: (Scansandola)
Non essere nemica, o cara, della mia allegria - vetro
pi di essa fragile non so.
Neanche un alito sopporta: se l'offuschi
si frantuma. Via da me i tuoi graffi!
FIGLIA: Se ti chiedessi, invece,
di spartirla con me la tua allegria?
WILELM: S'io ti chiedessi
di spartire con me... il tuo braccio?...
FIGLIA: Eccotelo.
WILELM: Non per scherzo.
FIGLIA: Eccotelo!
WILELM: E sia: ti prendo, a
met, sul serio.
Non il braccio: un tuo dito mi basta.
Portamelo qui stasera.
FIGLIA: Quale?
WILELM: Il pi virile, fra i dieci il pi compagno.
FIGLIA: Ho dita femmine, dalla prima all'ultima.
WILELM: Indagale per bene.
Individuato che avrai il prescelto
cricati con esso ancora
per una volta e poi
farai come promesso.
FIGLIA: E in cambio tu?...
WILELM: In cambio che?
Potrai esibire il tuo arto mutilato a manifesta
prova della mia demenza e della tua obbedienza.
Con un sol gesto, dunque, due trofei.
Questo, s'intende,
se le parole per te hanno un peso.
FIGLIA: Pi di quanto lo abbiano per te senz'altro,
che da sole non ti bastano, le vuoi di corpo e sangue.
WILELM: Come chiunque voglio
ci che mi diverte.
FIGLIA: Come puoi essere cos, con me, tanto feroce?...
WILELM: Con te sono quel che giusto io sia per te:
feroce in quanto padre, e tu
profondamente figlia.
FIGLIA: Bene, capito.
Dunque, a stasera.
Dunque, a fra pochissimo.
(Va)
WILELM: (Come se lei fosse ancora l)
"E in quell'ora in cui io e la Morte ci incontreremo
cosa vedr? Cosa sapr?
Che non vedr? Che non sapr?..."
Straziati da questa
domanda viaggiamo
illusoriamente distratti da altre indecisioni,
ma uno solo il dubbio, e quella
la sola e vera interrogazione.
Per il tempo che ancora avrai da vivere
ritieni, Figlia, questa mia intangibile chiarezza:
quel dubbio la vita: esattamente ad essa
equivalente, n pi n meno. - Osserva
con che inaudita propensione i bimbi
gridano, per gioco, "aiuto! aiuto!"
L'avrai notato, immagino. E ogni bimbo
considera quanto in quel suo grido solo,
animato da angosce che un adulto
non sapr pi ricordare: addirittura liete - e quanto
sia egli, soprattutto, UNICO.
(Si fa avanti M)
M: Strane minacce
ha sparso quella donna.
Le sue offese
possiamo perdonarle: fu efficiente
e tanto basta. S'accantoni
la smaniosa sua eco: non pi bene
n male pu portarci.
WILELM: T'insultano, Figlia, e t'insultano
per amore di me. Ci sei pi?...
No, non ci sei.
Cosa importa? Tu mi senti lo stesso.
Qui sei stata e t'ho vista.
T'ho ascoltata.
Sar il nocciolo, questo,
di tutti i respiri: di tutti.
Dei miei respiri futuri e di quelli passati.
E se estranea potrai divenirmi,
estranee giammai le parole spartite.
Le conduco con me:
dove l'opera ancora da farsi.
(Entra l'Avvocato. Va a sedersi sullo stesso barattolo di vernice usato allo stesso scopo nella prima scena.)
AVVOCATO: E' andata come andata.
Avr saputo, abbiamo perso.
(Si leva la barba finta dal viso.)
AVRAI SAPUTO, ABBIAMO PERSO.
Non so darmi alcuna colpa. Quel che potevo ho fatto.
(Raccoglie da terra la tromba dell'amico.)
Determinante stato quanto detto
quest'oggi in aula da quell'amico tuo
poeta e suonatore: ha dichiarato
d'averti visto anche stamane
pi che mai irrecuperabile. Era lui
il test pi a discarico, crollato.
Almeno adesso,
tolto di mezzo il nodo dell'intesa ,
pu riprendere il filo degli antichi resoconti
che mi mischiano a te, che ti mischiano a me.
L'antica trama di emozioni che, ahim, sono
per lo pi direi rancori... rancori e basta.
(Affonda le dita in un altro barattolo di colore, aperto, che si ritrova l vicino.)
Cos quando le storie
che ti capita di vivere
ti si spalmano sull'anima come vernici e peggio!...
Uso un lingaggio, vedi, di tua stretta competenza...
e del tutto confacente.
Colleghi che erano al corrente
della nostra giovanile convivenza in cui spartimmo
- a dire il vero, fui io a spartire: tu mi depredasti -
il futuro ancora in ballo, hanno provato in tutti i modi a dissuadermi.
Magari per invidia. Ma in effetti...
che perversione essere io
a battermi per te!... Prendere io
le tue difese. Ho cercato di spiegarlo:
lui che va dissuaso e non c' verso.
L'hai voluto e l'han voluto
i tuoi amici a tutti i costi.
Beh, sai perch l'ho fatto? Perch, almeno, mi son detto: se va bene
sar la volta questa, Dio volesse,
che a guadagnarci sar pure il sottoscritto.
Il caso clamoroso: a sufficienza
per rompere gli indugi. E' andata storta.
E il sottoscritto, ti pareva, resta al palo.
Terribile, in vecchiaia,
trovarsi ancora al palo.
Io son d'altronde una perfetta
metafora di te: NON LASCI NIENTE.
E' cos, cos: non hai capito male.
Il cervello sar in panne, ma le orecchie ascoltano per forza:
che risuonino
di questa enormit: NON LASCI NIENTE.
E a meno che in se stesso
non sia un valore il niente,
tu non lasci proprio niente.
Eppure tutti con te, creatura
schifosamente apolitica, si sono fatti ricchi.
Tutti tranne
naturalmente me. Non batto ciglio.
M'hai rubato idee a palate, e neanche a dire
che fossimo colleghi: tu l alle prime prove
e io studente in Legge. Tuttavia
le parole che usavi erano mie
e se ero io a dirle si diceva
che ero io a ripetere le tue.
Io l'ombra e tu il corpo.
Sono forse io l'unico a cui ha preso
senza avere dato nulla. Bel primato!
E come non bastassero le idee
convivendo mi svuotavi degli spiccioli il cassetto.
M'hai rubato ben due donne,
da una delle quali
hai avuto anche una figlia.
La sola tua progenie mentre io
non ne ho nessuna.
Dunque, forse
m'hai rubato anche una figlia:
QUELLA.
Prova ne sia
che oggi a lei s'affida, proprio a lei,
un mio straccio di vendetta. Orribile parola...
NEMESI: cos pi alto
sia il linguaggio che il concetto.
L'ho ammirata in tribunale, e mai l'avevo vista...
inconsapevole crocifera
d'una causa tanto assurda quanto giusta, ed ero io
fra tutti l a saperlo: solo io.
Pazzamente l'ho sentita
quasi sangue del mio sangue... Devastata
da inconsapevoli passioni si battuta, e nel disdegno
finanche della Corte s' poi trovata a vincere.
Ma lei, ci giurerei, nemmeno sa perch.
Dico, cio, perch l'ha fatto: IO lo so.
Con tutto ci mi son battuto, eppure,
toccando di me il meglio: di questo sta' sicuro.
E adesso ricomincia la mestizia.
Finita la tregua, riprender ad odiarti.
(Wilelm va alla carta che l'Avvocato gli aveva lasciato a conclusione della sua prima visita. Vi traccia sopra dei segni.)
AVVOCATO: No, non m'interessa pi!
L'alfabeto che abbiamo elaborato
a questo punto bello che abolito.
Solo valeva per ragioni tecniche, oramai
non ha alcun senso comunicarci altro.
(Wilelm insiste a tracciare segni e, ridendo, a offrirglieli.
E' forse la prima volta che lo si pu intuire veramente idiota.
Il Coro e M, dal fondo delle loro tane, ridono.
L'avvocato toglie la penna dalle mani di Wilelm.)
AVVOCATO: Questa penna era mia, me la riprendo.
E merc questa mia ultima
visita qui dentro ne approfitto
per derubarti a mia volta, per una volta ancora.
(Cos dicendo, come gi gli abbiamo visto fare, intasca uno schizzo: uno fra i tanti sparsi per lo studio.)
AVVOCATO: Almeno per un po' potr camparci.
Ahim, davvero non contavo
di diventare un gran cialtrone. Beh, successo.
Pace all'anima mia, alla tua: LA MESSA E' FINITA ANDATE IN PACE.
(Fa per andare.)
Ah, volevo pure dirti...
la vuoi sentire una cosa buffa?... Oggi da Christie's
i dipinti pi quotati assieme i tuoi
sono stati tre acquarelli / firmati, di prova a indovinare...
Adolf Hitler.
(Sopraggiunge trafelato l'infermiere. Alquanto sconvolto.)
INFERMIERE Presto, fuori!... Si sbrighi, se ne vada!...
La figlia: sta tornando... La vedesse!...
Impossibile fermarla... qui ritorna...
Uno spettacolo tremendo, da metterti noccut!
AVVOCATO: Di che parla? Ma che dice?
INFERMIERE: Mi dia retta, se ne vada!
Fuori una bolgia... ma non li sente i gridi?...
(E compare la figlia.
Gronda sangue. Ha entrambi le mani orribilmente mutilate.
L'infermiere e l'Avvocato si scostano per lasciarle il massimo spazio. Dopo alcuni istanti l'infermiere scappa via.)
CORO: Accade l'eccesivo! Accade l'eccessivo!
Tutto eccessivo
in quello che ti accade!
M: (Cercando di coprire con una mano gli occhi di Wilelm)
Non sei tu, non per te...
Scosta lo sguardo! Non ti riguarda affatto.
(Wilelm si agita bruscamente per allontanarlo da s.)
M: (Quasi gemendo) Ascoltami, ascoltami...
Non ti riguarda affatto.
(L'Avvocato, in uno slancio, si getta ai piedi della figlia, ne bacia il
dorso.)
AVVOCATO: Sei la cosa pi terribile,
inesplicabile e reale
che io abbia mai
che abbia mai veduto.
(Si rialza e fugge via.)
FIGLIA: (A Wilelm)
Non ho saputo scegliere per cui
non uno, dieci pegni vengo a riportarti.
Che il mondo da ci mi sappia
dieci volte obbediente a un padre
dieci volte demente.
WILELM: (Scostando, con lo sguardo, tutto se stesso)
C' qualcosa di me che contraddice
il sangue che indubbiamente vedo.
Sar forse il mio ridere... ne colgo
il solletico sul mento, ai bordi delle labbra...
quasi a darmi prurito sia l'interno della maschera
che, pure se non calzo, a detta di molti ostento.
Mi dice lei che sangue, e mi fa intendere
che sangue suo. Per me
non che materia interposta tra materie...
chiazza tra le chiazze, e cos d'un rosso folto!...
Niente da dire: questa creatura un fatto
che qui fatti viene ad esibire.
Mi disturba, se ne vada! Non la voglio!
M.: (A lei) Non qui chiamata, non pi voluta,
Vattene via, vattene via
orrida e insulsa
iconografia!
WILELM: Se non tra le cose
tu non esisti.
TU NON ESISTI!
CORO: Vattene via, vattene via
orrida e insulsa
iconografia!
FIGLIA: (A Wilelm, ma forse anche a M e al Coro)
Celebre, dentro
il nome che porto - per esso e contro
di esso - son divenuta.
Eletta
a fare le tue veci in tutto fuor che a fare
ci che fai e per cui vale
che qualcuno, CIOE' IO, da oggi ti amministri.
Ridi, ridi: rideremo insieme. Tetramente insieme. Di chi amministra
l'impero in verit l'impero, e non del fondatore. C' davvero
di che ridere. Ammetto: c' di che essere pi che inorriditi.
(Aprendo le braccia)
Ma eccoti un coltello, padre - ECCOTI UN COLTELLO
lucido come la luna che se ancora
su me verr a rifulgere sar per scotennarmi.
Questo lo stesso
che m'ha ridotto in dieci moccoli le palme.
Da me non posso offrirtelo, prendilo da te.
E' un pargolo famelico
d'un becchime preziosissimo, e d'un latte ancor pi raro.
Da me si munge.
E urla, lo senti, per averne ancora.
(Wilelm prende il coltello dalle vesti della figlia.)
Nascondilo per bene e adesso ascoltami...
passata l'ora in cui dssipa la pi vivida luce
da te, solitaria, torner in totale
solitudine: all'istante
in cui notte e giorno s'allacciano alle frange
del trapasso diuturno. L di me
e di te decidere dovrai. Ignorati
in quell'attimo saremo
da tutto quanto nel cosmo non risponde
ai nomi, nudissimi, che fanno
di noi i due erranti qui inchiodati a fronteggiarsi.
Figure di un'epoca remota, inesprimibile, saremo.
Da leggi cavernicole, ultraterrene, governati.
Sar una la parola, unico il gesto:
vita o morte basteranno
senza intermesse sciocchezze a definire
il senso del giudizio. DI ME SARA'
QUEL CHE TU VORRAI.
(Wilelm con il coltello. M e il Coro nelle loro tane.)
QUINTA PARTE (Sera, poi notte)
(Dal grande tetto, una luce grigiorosa. In profonda sintonia con i colori di Wilelm. Il grigio esalta i rosa; il rosa esalta i grigi.
E' questa la vera luce. La luce di Wilelm.
Il Coro non visibile. Solo M e Wilelm.
Portano i segni di ci che accaduto.
Sono accucciati a due capi opposti dello spazio, timorosi di rompere il silenzio che li circonda.
Infine, Wilelm a farlo.)
WILELM:
Vorrei sapere qualcosa d'un vecchio amico che si chiama
Henry.
Grande scrittore da cui ancora ci si aspetta
l'opera somma, che pare sia vicina.
E' vecchissimo e mi dicono
che stia scrivendo un libro immane.
Tifo per lui ma temo
che alla fin fine ci lascer un abbozzo...
genere, se genere pu dirsi, pure eccelso
non fosse che i suoi libri in
abbozzo sono nulla.
Perci il mondo, tutto il mondo, oggi dovrebbe
seguire quest'impresa a fiato mozzo
ora per ora dandone notizie
con priorit assoluta: aggiornamenti
continui, mane e sera, da diffondere
a ogni angolo del globo. Che si sappia
quanto manca, QUANTO
all'ultima pagina, all'arbitrio
dell'ultima virgola spostata,
dell'ultima variante, e quanto
sapr il male mantenersi
reverente all'et e lento quanto il tempo, senza farsi
veloce come il rivolo che, staccandosi dal letto
della placida corrente, d corso al proprio moto e tumultando
si precipita a un suo ritmo impertinente. - Tipico di Henry
non essere prudente a calcolare l'imprevedibile nel conto.
Un capolavoro, insomma, qui combatte
con la miseria delle flebo e dei quadranti.
Guarda un po' cosa puoi fare.
I suoi referti clinici...
e se il lavoro procede regolare...
M: Non stato mio cliente. E' affare d'altri.
WILELM: Tu qualcosa se vuoi puoi dirmela.
M: Potrei al massimo ripeterti
quello che sai benissimo.
WILELM: Cio, sarebbe?
M: Ti ripeto: sarebbe
un ripetermi e basta.
WILELM: E ripeti!
M: Se tanto ci tieni... daccapo:
come gi a te accaduto si offerto anche a lui
tutto il tempo necessario ma lui niente:
ha preferito restarsene da solo
alle prese con sconcezze innominabili:
la cornea che s'imbianca, il reuma che distorce
tra bernoccoli le dita, il fischio dei polmoni e la coatta
tramaglia dei tubi e la giallastra orina.
Non come te si dimostrato astuto.
Henry morto, egoista da due soldi.
Bad solo a se stesso. Pace all'anima sua, e del suo libro
men che un abbozzo: un monte di brogliacci
in cui tutto pu essere / e niente .
Che trucido 'amen'!
Un rischio che tu
ormai hai scongiurato.
WILELM: Ripetilo che morto.
M: Ripeterlo non serve
a farlo meno morto di quanto gi non sia.
A ogni buon conto, morto. E, ahim, da quanto
te lo vado ripetendo:
fanne buon uso
di questa morte di cui sai da tempo.
WILELM: Se da tempo non so, ma solo adesso
io la vedo per davvero. La vedo e la comprendo.
Cosa enorme e madornale
su me frana questa morte e, spaventevole, mi fa
paurosamente solo / terribilmente ULTIMO.
(Wilelm va ai suoi attrezzi di lavoro. Comincia a prepararli. Comincia a prepararsi.)
WILELM: Ebbene sia.
PROFETERO'. Altro compito
per me non so vedere...
Profeter quest'epoca suicida in cui le piccole
materie, ad una ad una, si sfaldano e le grandi
si trovano spogliate di terra le radici.
Non pi sorrette assurdamente crollano
ancora sane nel loro morire.
Miserevole tempo...
dissipare, sciupare, scialare... i tuoi verbi son questi.
Di te prodigo sino alla strage. Carnefice tempo
profeter i tuoi delitti.
M: Profeter, lui dice... e per chi profeteresti?
Se per te stesso passi ma per il resto
sei reso, ti ricordo, pi inascoltabile di un sasso.
E' in un vuoto pneumatico che vai verso la gloria.
Per cui inutile che graffi
con unghie che non hai un muro che non c'.
WILELM: Questo vuoto il recinto
della mia ottusit?
M: La tua risibile, trionfale
costernante leggerezza.
WILELM: Risibile o ridente?
M: L'una cosa poich l'altra.
Sai essere, vedo, con me - ovvero:
con te stesso - arguto.
WILELM: No, credo che ti sbagli: se l'arguzia
virt della coscienza, la produco inconsciamente.
Perci non sono arguto.
M.: Ma un sofista sopraffino.
WILELM: Per tener dietro ai tuoi discorsi un obbligo.
M: Non mi dire: io ti stanco?
WILELM: Non pi.
M: Ma accaduto...
WILELM: Che tu m'abbia, ogni tanto, un po' annoiato s.
M: Ma naturale.
Noi due siamo come il piatto e la tovaglia:
in un contesto intrinseco.
La noia nelle cose legate dal reale
nella pi giusta, per loro, conclusione.
WILELM: Che sto facendo adesso? Dipingendo?...
M: Meraviglie. - Meraviglie.
(Wilelm dipinge nella luce del tramonto.
Compare il Coro.
Sar una grande danza. Tribale e liturgica al tempo stesso.)
CORO: Tutto cosparso di rosa.
Anche ci che non rosa.
Anche l'azzurro. Eppure
non son fatti gli oggetti per essere
inevitabilmente rosa.
N il paesaggio che ora esiste
solamente in quanto rosa, e ovunque
in se stesso rosa.
Anche dove non lo , lo .
Perci, in idea, si liquef il paesaggio
sulla lustra pianura per cui tu vai danzando,
e questa danza
di ape laboriosa il tuo mestiere.
Tu non rifai la vita, ma la fai...
S'inchiodano le creste
del mare nelle baie, dove assalti insopportabili
erodono la luce e la disgregano.
Disumano il reale
per chi non lo fraintende.
Oh, gioia di te, guerriero / smemorato
portatore d'opere / creatura
felice in tanto rosa / la cui immensa
vastit ha un colpevole: sei tu...
tu il solo responsabile, e ne sei tu il padrone.
Nel rosa la miniera
dell'oro e dell'argento, la sorgente
di tutti i liquidi, del ghiaccio e della neve.
M: Ah, resta acquartierato
tra i merli del tuo impero!
Mai monarca pi assoluto di te seppe varcare
il ciglio di una culla, l'argine del globo.
CORO: Tu resti, resisti; a te d'intorno
l'innumerevole si spegne.
Smemora e prospera
M: Smemora e prospera!
Diffondi del tuo mondo
l'ombra, solenne
sorella a tanta luce.
CORO: No, non sei tu
non sei tu che muori,
non tu a morire, per te faremo
morire il mondo.
M: Tu isola e regione
da nulla contornata, il mare del declino
lambisce le tue sponde.
CORO: Chi che, in realt, scompare?
L'occhio che pi non vede
o il corpo non pi visto?
M: Ora continua, ora procedi.
Smemora e prospera!
Sei morto, eppure
quanto mai prima VIVO!
(Wilelm dipinge come perso in un'infinita dolcezza. Languidamente. Serenamente.)
WILELM: Ecco, la vedo! Vedo
la luce che sostanzio.
M: Col dove ti spingi / ci che fai.
E' l, l che stai.
(Wilelm si adagia sul grande quadro, sul dipinto.
Il Coro e M si allontanano.Quasi svaniscono.)
(Tramonto cupo. Wilelm riposa sulle sue tele, tra i suoi colori.
Il Coro dorme rintanato tra le vele tinteggiate, a flussi, a spruzzi.
M pure dorme.
Entra l'infermiere. Va da Wilelm. Si prodiga presso di lui. Dalle labbra di Wilelm fuoriesce un ghigno rauco, spossato.
Alle spalle dell'infermiere compare la Figlia.
E' come se fosse entrata la luna. Una carezza di pallido oro percorre la scena. Eppure la donna, a ben vedere, malvestita e sudicia.
L'infermiere si allontana dopo averle tirato via, reverente, qualcosa, probabilente dei soldi, da una piega del vestito.
Le braccia di lei sono incappucciate ai polsi con bende luride.
E' come una lebbrosa. Suscita ammirazione e ripugnanza.)
FIGLIA: All'ultima pagina
la rivelazione certa.
Io l'ho avuta e m'ha sconvolta; stentavo quasi
a crederci leggendo.
SEI TU L'ORRORE, SEI TU L'AUTORE
DI QUANTO, ME ATTRAVERSO,
VOLEVI TI ACCADDESSE. E ovunque adesso
si indica in me l'artefice. Io stessa a gran fatica
mi distinguo da ci che tramite mio avvenuto.
Detesto il modo
in cui da orfana ho vissuto.
Puniscimi
e punisciti, Padre.
Non io ho voluto ci che tu CHE TU
m'hai imposto di fare e ho fatto.
Per infinite e antiche
soggezioni l'ho fatto. Per antichi
innamoramenti forse, e tu la sai.
Nella mia mente un vento
da altitudini non mie spirato
s' abbattuto a compiere
razzie mostruose. Ma ora l'ultima pagina m'ha svelato
che in te sono quelle
altitudini, in te quelle vertigini.
Cos ora che tutto ho, che tutto ho vinto
niente sono, niente resto.
Totalmente costretta, e pi che mai,
a prescindere da te, e pi che mai insultata.
Da sempre orfana, da sempre monca...
invisibile da sempre per ci che realmente sono.
T'ho condotto per mano al tuo Nirvana.
Non questo che volevi?
M'hai lasciato sulla soglia.
Grazie, Padre.
La tua arte un sesso che non voglio.
N m'interessa l'epoca
in cui, dimentico, m'hai generata e della quale
rimarrai tu il campione.
Come un anello
nuziale ti ho offerto il mio metallo. L'avrai serbato, spero,
gelosamente. E' tempo
di darmi con esso una risposta.
(Wilelm estrae il coltello, la cui lama brilla come un diamante.)
WILELM: Sei fortunata, donna... sei fortunata...
di tanta folla, non un occhio ci scorge...
non un orecchio attento...
Mai notte
pi di questa fu densamente notte.
S, ho voglia di te.
Bassa, brutale, elementare e perci innocente;
e senza nemmeno sapere chi tu sia, mi va
di rispondere ai tuoi cenni
di lussuria, ai tuoi ammicamenti.
Ah, che puttana venuta stanotte a farmi visita!
Da fregarsi le mani, grazie mille.
E ti desidero con punti del mio corpo
che male so individuare e che ti chiamano, ti chiamano...
membra
e membri
che mai risposero ad appelli pi indecenti.
Un giorno, forse, ricordando,
capir anche il resto di quello che mi hai detto, per adesso
non qui il luogo n il momento.
Barbara vieni con un richiamo barbaro...
aurea baldracca, di te far cisterna!
E il cielo voglia
serbarmi ottuso per il tempo che ci vuole!
La mia risposta s.
Non qui, comunque... LI' DIETRO. ANDIAMO.
(Wilelm e la Figlia scompiano oltre una vasta superfice chiara
il cui candore non smorzato dall'ombra, anzi: in essa appare quasi pi eclatante.
Per alcuni o molti secondi, silenzio e immobilit.
Poi il Coro e M cominciano a muoversi pigramente: come soldati, all'alba, di presso ai fuochi spenti.
Con muti cenni si richiamano l'un l'altro. Si alzano... chi era nascosto, compare...
Si raggiungono... si scambiano vaghi segnali di inquietudine.
Un enigma li lega.
E' un morbido muoversi nell'oscurit.
Dal buio, viene avanti Wilelm.)
WILELM: Ripartir da zero. Ma potr farlo?
M: Decifraci il tuo zero.
WILELM: Zero il mio mondo
prima che fosse / nata a me una figlia.
M: E ridurresti tutto
a una semplice questione di sangue e di budella?
WILELM: S, di sangue e di budella, ma semplice non so.
N so perch mi venga
di parlartene ancora, di parlarti di lei.
Io non so se in futuro
vorr pi rivederla.
Lei penso vorrebbe e gi questo mi lega.
Non so dove sia. V' qualcosa di me
che si ostina a cercarla.
In un sogno che ho fatto, anche adesso
mi son perso alla caccia
dei giorni e degli anni trascorsi con lei.
M: Sono bave, prometto, destinate a passare.
CORO: (A M) Attenzione che intende
qualche cosa di strano.
WILELM: Mi sembrava d'averla ad un passo, ad un soffio
mentre ad altro ero intento.
O Magister... da zero: ti prego, tu fammi
riniziare da zero!
M: Ma tu dimmi perch!
Non ne hai pi bisogno.
WILELM: Ma lo zero, se sta
ben pi in alto di noi sar sempre un guadagno.
M: Lascia stare gli zeri, fatue formule astratte: sia il tempo
a spolpare i suoi zeri. Che sia lui a riniziare.
WILELM: Sia cos / ma per quanto tu possa, Mefisto, parlare
GUARDA QUELLO CHE HO FATTO.
(Wilelm mostra, oltre una tela, il cadavere della Figlia.)
WILELM: Vedi, ho agito
come avrebbe agito il tempo. E adesso?... E ADESSO?...
M: (Rabbrividendo) O doctor...
eclissa l'immagine, subito!
NON CONTA. O, se conta,
senz'altro meno di quanto tu pensi.
Sia io che te ne eravamo all'oscuro... NON CONTA.
Via l'immagine, subito!
Sipario di ferro! Sipario di ferro!
Seppellisci l'enorme! Il macigno
del tuo non sapere richiuda l'avello.
CORO: (Sperdendosi)
Non sapevi? Non sai. Noi con te
ciechi siamo nella tua cecit.
Non imporci pupille
quando il peggio dispiega paesaggi.
Noi agli occhi siam cibo, ma ignari di noi.
Potr un pezzo di pane
masticare se stesso?
WILELM: Una torbida
nebulosa nel lago
del mio sogno si immersa.
Ma chi era? Cos'?
CORO: Demente! Demente! Ora stringiti, SUBITO,
solo attorno al tuo niente
M: Da' retta, da' retta.
Punta presto lo sguardo
solo in me d'ora in poi
solo in noi, da ora in poi.
CORO: Solo in noi! Solo in noi!
Ma cercandoci tu!
Non chiamarci mai pi.
Non chiamarci mai pi.
(E il Coro scompare, per non riapparire pi.)
WILELM: Non demente MA AUTORE
DI TANTA DEMENZA:
se ora voglio
condiscendere a qualche morale
la cosa pi grave,
ed assai, non ti sembra?
Cosa pi mi perdona
per l'idiota che sono?
Inutile a dire ma utilissimo a fare.
E pur questo:
non un fatto? Lo .
Rispondiamone insieme.
Rispondine tu!
M.: Io rincarto le carte. Scompaio.
WILELM: No, spiegami prima!
M: Ma spiegarti che cosa?...
Ah no, alzo le mani!
Questa, credimi, amico, un'altra storia davvero.
E distante, sin troppo, da tutti
i discorsi intercorsi tra noi perch possa
mescolarsi col nodo centrale:
il tuo produrre in eterna
quintessenziale felicit.
Per me defilo tra i ranghi, ridivento
uno fra tutti: CORO / E NON MAI PIU' COREUTA.
Se un raschio alla gola vorr farmi tacere
la melodia ronzante nasconder l'assenza.
Pagliuzza del cuscino, minima ruga, scheggia.
M'allineo: assolto il mio dovere e soddisfatto,
alle tue spalle resto, e al tuo servizio. E che si scordi
la mano tua di ci che l'altra ha fatto.
(E M scompare, per non riapparire pi.)
WILELM: Reciti formule
non pi parole, vattene!
E portati, se puoi,
via con te la vita, ma s vattene!
Questo ho voluto,
tutto mostra la mia firma.
Ma cos'abbia poi voluto
io in realt non lo capisco.
So che ha un prezzo
non saldato la mia voglia
e che un giorno capir.
Ah, lo temo quel giorno, lo temo!
Giorno, quello, in cui tutto
IO RICORDERO'.
E quel terribile giorno
fermarmi dovr. Colossali
saran le scoperte.
Non so quali, ma certo saranno.
Oh, mi basti per oggi sapere:
non oggi! Non oggi!
E l'oggi solamente
fa da culla a un altro oggi.
NON QUEL GIORNO! MAI QUEL GIORNO!
Oh, non venga quel giorno, lo estirpi
dalla mia bocca il destino! Per ora
solo giorni che incalzino i
miei.
Di me pieni. Non di ci
che accaduto e non so.
Oh, che festa struggente
la mia tanta vuotezza!
Allegrarmi per essa
e che mai mi sia tolta:
sia qui l'ordine e basta!
Qui l'unico bene
cui sottrarmi una colpa!
Fuori poi...
ci che avviene continui.
Inalterato io continuo.
Incontaminato qui sto.
(Si muove tra le sue tele. Prepara le vernici.)
Scoppiano guerre
e io non lo so.
Citt s'annientano
e io non le sento.
S'oscurano di termiti,
come gramaglie o nere frange
di femmine in lutto, i cieli / e io non li vedo. Crollano
mercati, industrie, aziende... ai quattro angoli
del globo saltano le borse, franano le imprese ed io, schermato
dalla grana delle tele, pulviscoli ne sbircio.
Per me remoto
tutto ci pi di una guerra punica.
Cadmio e pervinca
son prediletti ai miei pensieri. Questo lo scopo...
il modo mio
di dare un centro al mondo e di tenermi
come centro di quel centro. Bene cos, e nel dubbio
che sia una colpa o una conquista, la prendo per conquista.
A un malumore ipotetico e futuro
il vederla come colpa, ch d'altronde
io il futuro l'ho lasciato coi bagagli alla stazione.
S' incastrato il granello nella strozza
micidiale della vitrea mia clessidra... SONO IO.
Dalla gola di cristallo guardo fuori: nel mio attimo mi scorgo.
Dio, mi strangola quel morso che mi salva. Ah, desiderio
di dar peso al proprio peso e cader gi!
Nel cadere che m'aspetta riconosco il mio cammino.
Nell'attesa del cadere riconosco il mio durare.
NON UN LUOGO E' LA MIA PATRIA MA UN ARCO TEMPORALE
e da esso allontanandomi, dal mondo
in esilio mi allontano.
Il mio secolo abbandono, la mia patria m'abbandona.
Chi da mura si separa perch altre ne raggiunge.
Gi ne vedo gli stendardi,
le straniere merlature e uno solo pu essere il tragitto:
verso quelle mi costringe.
OBBLIGATORIO
OBBLIGATORIO E' IL VIAGGIO.
Ecco un fiume e poi altra terra.
Non lo freno il mio destino
poi che tanto l'ho voluto. Ora lui che fa da prua.
Lui gli zoccoli
che battono il percorso, lui le mani
che tengono le redini. Al di l della riviera,
dove sembra sia impensabile
sdoganare il cuore umano, consentirgli
di ancor essere partecipe, PROCEDO.
Pi che mai... pi che mai l'arte mi preme.
Sfiorandoti, anche solo
sfiorandoti, ti invado, vuota plaga senza cielo
che sei tu TERZO MILLENNIO! E ti regalo
uno spasimo violento che mai pi potrai scordare.
Una manciata
di conchiglie variopinte dai miei mari sollevata
su te lancio. Ti insemino. Che sia
in te immessa, nella tua, la mia progenie.
Vulnerabili follie, aneliti, illusioni
e desideri tenacissimi e sconfitte...
il branco
delle umane estenuazioni alle tue soglie
spauritissimo si affaccia pilotato
dal mio logoro guinzaglio; sulla proda
tua ricasco, ma se ancora
per un attimo resisto per sempre sar vivo.
(Ricopre il corpo della Figlia.)
E richiuse le tende continua
in un altrove la luce,
in un altrove
che pi di me
che pi di me significa.
(Niente di pi)
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