AMICIZIA

AMICIZIA

di Eduardo De Filippo

Personaggi:

BARTOLOMEO CIACCIA

CAROLINA CIACCIA, sua sorella

ALBERTO CALIFANO, amico di Bartolomeo

Scena:

Un grande camerone di una rustica casa di montagna. Tant’aria e tanto sole. Ore quindici di un giorno qualunque del mese di agosto.

ATTO UNICO

Sprofondato in una poltrona, col capo riverso sullo schienale e con la schiena incastrata fra cinque cuscini da letto, boccheggia il sessantenne Bartolomeo Ciaccia, possidente. Ormai costui non connette più; la morte si è già mezzo impossessata dell’uomo. Basta osservare gli occhi infossati di lui e il naso affilato per rendersene conto; basta ascoltare il suo fiatone a mantice con relative prolungate pause, per convincersene. Forse, per quel senso di vanità familiare a tutti coloro i quali si sentono protagonisti assoluti dell’ultima vicenda umana, Bartolomeo Ciaccia esagera un poco la gravità del suo stato, ma questi sono affari suoi. Chi avrebbe il coraggio di negargli gli ultimi istrionici atteggiamenti? E poi il dottore lo disse papale papale “Fategli cambiare aria, portatelo in montagna. Avete quella magnifica proprietà ad Avellino! Che aspettate? Fatelo questo tentativo. Però vi dico sinceramente che a me sembra spacciato; se in montagna, a quell’aria, ha una probabilità su mille di salvarsi, a Napoli, in via Costantinopoli, in questa casa vecchia e buia, muore certamente. Infatti, i primi giorni d’aria e sole avellinese giovarono molto al degente; mangiava con un certo appetito, cominciava a sorridere di nuovo; ad interessarsi a ciò che accadeva; ad avvertire strani desideri erotici… ma fu come un fuoco di paglia. Eccolo lì, ora… La sorella Carolina, costei decise di accompagnare ed assistere Bartolomeo in montagna, oramai non ne può più di quell’eremitaggio; si decida il fratello: o dentro o fuori. Ha famiglia, povera donna… un marito e tre figli da accudire! È possibile mai che un’agonia possa durare così a lungo?

Al levarsi del sipario Carolina è in piedi, sulla soglia della porta d’ingresso. Ha messo l’avambraccio destro all’altezza degli occhi per evitare i raggi solari e guardare meglio verso il pendio. Stenta a riconoscere in colui che sta per giungere un carissimo e fedele amico di famiglia.

ALBERTO – (dall’interno) Sono io, Alberto Califano. Preparatemi da bere! Acqua fresca!

CAROLINA – Salite Alberto… Voi siete la salvezza, la manna.

ALBERTO – Quello che vi chiedo: acqua fresca!

CAROLINA – Ma sì… venite. (Entra nella stanza e si dirige verso un angolo dove trova un orcio pieno d’acqua, ne versa il contenuto in un bicchiere fino a riempirlo e lo porta con sé fermandosi dov’era prima ad attendere. Ora mostra l’acqua ad Alberto che deve essere ormai a poca distanza dalla casa) È gelata, venite!

ALBERTO – (finalmente entra sbuffando, è un uomo sulla cinquantina: il suo insieme estivo, abito chiaro, camicia aperta e sandali non ha servito a rendergli agevole la “gita”, infatti la polvere di quelle straducole di fortuna, attraverso le quali si è dovuto arrampicare per giungere fin lassù, cosparsa sui capelli e sul vestito, e appiccicata sul sudore della faccia, lo fanno apparire poco meno di un essere di razza albina. Malgrado le sue pietose condizioni, grazie al suo carattere arrendevole e docile, trova ancora il modo di mostrarsi gentile nei confronti della padrona di casa) Carissima Carolina, sono veramente felice di vedervi. (E senza che Carolina abbia il tempo di rispondergli, si attacca al bicchiere e beve)

CAROLINA – Non mi sarei mai aspettata una vostra visita qua. Quello che sto passando di guai non ve lo so dire.

ALBERTO – (dopo bevuto, rinfrancato alquanto) La penna di Salgari avrebbe potuto descrivervi quello che ho passato io per arrampicarmi qua sopra. (Mostrando le condizioni pietose della sua persona dalla testa ai piedi) Guardate come sono ridotto… chi avrebbe mai pensato che Napoli-Avellino sarebbe stato poco meno di un percorso di guerra. D’altra parte, anche se l’avessi saputo ci sarei venuto lo stesso, non avrei mai rinunciato di vedere ancora una volta l’amico d’infanzia; il fraterno amico della prima giovinezza e della maturità.

CAROLINA – (mostrando l’agonizzante) Eccolo là.

ALBERTO – Povero Bartolomeo, povero amico mio! Come sta?

CAROLINA – (non può nascondere un senso di fastidio e d’insofferenza) Non so niente, non capisco più niente. Il dottore a Napoli consigliò di portarlo qua per il cambiamento d’aria, disse che sarebbe stato l’unico tentativo per salvarlo; che a Napoli sarebbe morto certamente. Prima di decidermi ad accompagnarlo qua mi informai bene: “Credete che si tratti di cosa che prenderà per le lunghe?” Ho famiglia anch’io, caro Alberto, ho marito e tre figli… da venti giorni non ne so più niente di loro… qui a marcire e senza chiudere occhi la notte. Sono diventata uno straccio. Come vi dicevo, il dottore mi assicurò che mio fratello avrebbe reagito subito al cambiamento d’aria: o guarigione o fine immediata.

ALBERTO – E non dà segni di ripresa?

CAROLINA – I primi giorni sì. Mi stupiva il suo miglioramento: mangiava con appetito, sorrideva, cominciava ad interessarsi di tutto ciò che succedeva intorno a lui; guardava con desiderio la moglie del colono! Una montanara abbastanza belloccia. Un giorno riuscì ad afferrare la gonna della donna costringendola a sedersi sulle sue gambe, e la strinse a sé con una forza talmente indiavolata… chi sa da dove la tirò fuori… che per strappargliela dalle braccia dovette accorrere il marito e il cognato della poveretta. E da quel momento ho perduto pure il loro aiuto di cui mi valevo tanto, perché non hanno voluto più mettere piede qui dentro.

ALBERTO – E poi?

CAROLINA – E poi è caduto in quel torpore, in quello stato di semincoscienza e da quindici giorni è rimasto stazionario. Ma io mi dico: è mai possibile che un uomo possa avere tanta resistenza? Non mette niente sotto i denti da circa quattro giorni, non distingue più le persone e le cose, a stento riconosce la mia voce…

ALBERTO – (commosso) Povero Bartolomeo, sarà questione di ore…

CAROLINA – (pronta) Così pensavo anch’io: non bisogna fidarsi.

ALBERTO – (sempre accaldato e disfatto, cambia tono per chiedere con urgenza) Non ci sarebbe da gettarsi un poco d’acqua fresca in faccia? Mi sento come venuto fuori da un pantano.

CAROLINA – (con un egoistico senso di difesa) Per bere magari sì… ma per lavarsi ne usiamo il meno possibile. Sapeste che traffico infernale che bisogna fare per raggiungere la fontana più vicina. Ci fosse il colono o la moglie…

ALBERTO – E non c’è altri da chiamare?

CAROLINA – Nessuno. Ed hanno ragione. Al principio veniva qualche conoscente del posto, non so: il procaccia, la maestrina comunale, il farmacista… (Alludendo al fratello) Ma lui non ne ha risparmiato uno. A chi ha tirato in faccia i cuscini, a chi il bastone… Alla maestrina una tazza di latte e caffè addosso…

ALBERTO – (alludendo all’acqua) Ma non dico assai, Carolina… un fondo di bacinella; tanto per rinfrescarmi gli occhi…

CAROLINA – Ma sì, venite… (seguita da Alberto si avvicina all’orcio, lo solleva, versa un poco d’acqua in una bacinella di latta o di coccio che troverà a portata di mano. Alberto, come aveva promesso del resto, in quelle due dita d’acqua riesce a bagnarsi soltanto gli occhi)

ALBERTO – (dopo lo strazio di quella “rinfrescata”, s’interessa di nuovo al fraterno amico) Carolina, volete dirgli che sono arrivato, e che vorrei parlargli… non so: vederlo.

CAROLINA – Bisogna usare molta cautela. Non gli posso dire così a bruciapelo: “È arrivato il tuo amico”. È diventato talmente emotivo che una notizia di questo genere potrebbe inchiodarlo sulla poltrona. Non subisce niente, bisogna fare in modo che lui chieda quello che magari gli si vuol dire. Adesso ci penso io. Tenetevi in disparte voi. (Si avvicina al fratello cauta e gli parla dolcemente) Bartolomeo. (un po’ più forte) Bartolomeo… (Bartolomeo straluna gli occhi facendosi attento) Come ti senti? (un lamento di Bartolomeo che vuol significare: “Che ne so”) Sai chi penso di far venire da Napoli? (Bartolomeo si fa sempre più attento) Quel tuo carissimo amico d’infanzia… quello grosso, te lo ricordi? Alberto Califano.

BARTOLOMEO – (a quel nome rimane come freddato da una pallottola alla nuca. Poi raccoglie tutte le sue forze per formulare un lamento) No… no non lo voglio vedere…

CAROLINA – Ma come, vi volete tanto bene?

BARTOLOMEO – Sì, sì… ma non lo voglio vedere. (Un pianto gli sale alla gola, il quale confonde le poche parole che riesce a dire) Zia Matilde… Zia Matilde…

CAROLINA – (con mal repressa esasperazione) Ecco, lo sapevo; ci risiamo con zia Matilde.

ALBERTO – (chiede discreto) Che c’è?

CAROLINA – Da dieci giorni chiede di rivedere la zia Matilde.

ALBERTO – Perché non la fate venire qua?

CAROLINA – Dal cimitero, la faccio venire?

ALBERTO – È morta?

CAROLINA – Morì di colpo due mesi fa, quando seppe che lui stava morendo.

ALBERTO – E lui non lo sa?

CAROLINA – Non sarebbe stato prudente informarlo.

BARTOLOMEO – (lamentoso) Zia Matilde, perché non ti fai vedere?

CAROLINA – Avevo pensato di fingermi io zia Matilde per contentarlo, ma le proporzioni sono diverse: zia Matilde è un donnone… (Bartolomeo si lamenta) …e intanto quello muore dannato.

ALBERTO – Ma gli avete detto che sono venuto io?

CAROLINA – (mortificata) Sì, ma… chi sa che succede nel cervello di un uomo in quelle condizioni… non vi vuole vedere.

ALBERTO – (contrariato) Bisogna compatirlo.

BARTOLOMEO – (riesce a gridare) Zia Matilde, dove sei?

CAROLINA – Sì, adesso faccio il miracolo di zia Matilde.

ALBERTO – Scusate Carolina, lui non riconosce perfettamente le persone?

CAROLINA – Macché, ci sente pure poco.

ALBERTO – Allora gliela faccio io. Ditegli che zia Matilde è arrivata, e che vuole vederlo.

CAROLINA – (squadrando Alberto) Come proporzioni andiamo bene. Soltanto penso che dobbiate mettervi un cappello da donna, una qualche cosa che possa sembrare una gonna…

ALBERTO – Non avete niente a portata di mano?

CAROLINA – (indica la camera accanto) Di là c’è un armadio con tanta roba vecchia di casa, un cappello qualunque ci deve essere. (Esce per la destra e parla di dentro mentre apre l’armadio) Tanto lui non distingue niente. Ecco. (Ha trovato qualcosa di utile) Questo andrebbe bene… (Ha trovato qualcos’altro) Questa mantella fu di mia nonna… e questo tappeto andrebbe bene come gonna. (Torna recando tutto l’occorrente) Ecco, prendete.

ALBERTO – Aiutatemi a vestire. (S’arrangia come può. Quando la trasformazione è completa, Carolina gli porge ancora una borsetta, e un bastone grosso, di quelli che servono strofinare lo straccio sui pavimenti)

ALBERTO – (meravigliato) Che devo fare con questo?

CAROLINA – (convinta) La gruccia. Zia Matilde ha una sola gamba.

ALBERTO – Poveretta, non sapevo… (E si assoggetta alla gruccia)

CAROLINA – (dà inizio alla finta) Zia Matilde! Ma che sorpresa e che gioia! Venite zia, Bartolomeo non ha fatto altro che chiedere di voi.

ALBERTO – (alterando la sua voce) Per lui sono venuta. (Avanza verso Bartolomeo saltellando sulla gruccia)

CAROLINA – (al fratello) Bartolomeo, c’è zia Matilde. Zia, sedetevi accanto a Bartolomeo (porgendo la sedia ad Alberto)

ALBERTO – Ma prima di sedermi voglio abbracciare mio nipote. (il volto di Bartolomeo s’illumina di gioia, il trucco è riuscito. Alberto abbraccia e bacia Bartolomeo)

BARTOLOMEO – (balbetta) Zia Matilde!

ALBERTO – Ora sì, ora mi seggo. (Siede accanto all’amico)

BARTOLOMEO – (piagnucola ma è felice) A voi aspettavo per morire…

ALBERTO – No, Bartolomeo mio, non lo dire… Tu non devi morire.

BARTOLOMEO – Voi siete stata la mia vera madre; in casa vostra ho mosso i primi passi. Aspettavo voi per morire.

CAROLINA – Adesso sei contento?

BARTOLOMEO – Vi voglio bene, Zia Matilde… e mi sento sicuro vicino a voi. Dov’è la gruccia?

ALBERTO – (mostrando lo spazzolone) Eccola, nipote mio. Senza questa, non mi sarebbe stato possibile di salire fin quassù.

BARTOLOMEO – Vi ricordate zia, quando m’insegnavate a scrivere?

ALBERTO – Eri un gran testone.

BARTOLOMEO – Quando componeste una poesia per me?

ALBERTO – Sì che me la ricordo.

BARTOLOMEO – Vorreste dirmela, zia?

ALBERTO – (piano a Carolina) Che gli dico?

CAROLINA – (sottovoce ad Alberto) Me la ricordo. Io scrivo e voi leggete ad alta voce. (Scrive su di un quaderno. Via via Alberto legge)

ALBERTO – (legge il titolo) “LA PECORELLA”

Deh, volgete uno sguardo ai campi

rinverditi dall’erba fresca,

non vedete la pecorella

che vi accorre e che ad essa adesca?

Mbè… mbè… mbèè… Che chiede infine

quel belare con insistenza?

Prega? Implora? Compiange? Gode?

Od all’uom chiede clemenza?

Mentre bela bruca l’erba

bela e bruca, bruca e bela.

Deh, volgete uno sguardo ai campi

rinverditi dall’erba fresca,

non vedete la pecorella

che vi accorre e che ad essa adesca?

Mbè… mbè… mbèèè…

Chiede clemenza… perciò bela con insistenza? (Sì agita in un bagno di sudore, si rivolge a Carolina implorante) Mi vorrei togliere il tappeto.

CAROLINA – (a Bartolomeo con voce suadente) Zia Matilde è stanca adesso… facciamola riposare. (Ad Alberto) Zia, andate a stendervi un poco sul letto. (A Bartolomeo) Quando la vuoi vicino a te la chiamiamo un’altra volta. (Reazione di Alberto)

ALBERTO – (alzandosi) E stai tranquillo nipote mio… vedrai che sono stata di buon augurio…

BARTOLOMEO – (non l’ascolta più, ripete come un automa i versi della poesia) Deh, volgete uno sguardo ai campi, rinverditi dall’erba fresca…

CAROLINA – (ad Alberto, il quale già si è allontanato da Bartolomeo) È fatta. Quanto bene gli avete fatto; non saprò mai ricompensarvi!

ALBERTO – (togliendosi la mantella ed il cappello chiede) Un sorso d’acqua.

CAROLINA – (sorpresa) Ancora?!

ALBERTO – Chiedo scusa, ma ho la gola secca.

CAROLINA – (porgendogli il bicchiere in cui ne ha bevuto Alberto poc’anzi) Ecco, non l’avete bevuta tutta… (infatti nel bicchiere c’è ancora un dito d’acqua)

ALBERTO – (facendo buon viso) Grazie. (E beve quel sorso d’acqua)

CAROLINA – (avvicinandosi a Bartolomeo, gli chiede) Sei contento? (Ma si accorge che Bartolomeo piange dirottamente) Che c’è, perché piangi così? (Bartolomeo farfuglia qualche parola che solo la sorella comprende. Carolina ha già realizzato qualche cosa che possa valere per accontentare l’estrema richiesta del fratello) Ma non bisogna disperare, amore santo. Gli ho telefonato… può darsi che da un attimo all’altro… (Bartolomeo continua a lamentarsi)

ALBERTO – (accasciato su di una sedia al lato destro della stanza) Che c’è?

CAROLINA – (discreta) Vorrebbe vedere un suo amico che conobbe in un ricovero durante la guerra… (con allusione) Voi non potreste…

ALBERTO – Volentieri, ma riusciremo come prima?

CAROLINA – (decisa) Dobbiamo, dobbiamo riuscirci, altrimenti mi muore dannato, quello. (indica il fratello)

ALBERTO – (rassegnato) Come si chiama costui?

CAROLINA – (pronta) Lorenzo Botta, un siciliano!

ALBERTO – Non sono padrone del dialetto… mi arrangerò… (Avanza verso Bartolomeo annunciandosi) Lorenzo Botta siciliano non manca mai ai suoi doveri…

CAROLINA – (fermandolo) Ma no, non così… (Indica il vestito di Alberto) Lorenzo Botta è un carabiniere. (Meditando qualcosa) Si potrebbe… (Corre di nuovo nell’altra stanza per aprire l’armadio. Torna dopo poco recando un feltro nero da donna) Ecco… (Lo trasforma in una feluca napoleonica, applicando nel bel mezzo di essa un variopinto piumino per la polvere che troverà in un angolo della camera. Ha trovato pure un vecchio frac tarlato, una cinghia di pelle bianca con applicazioni di orpelli arrugginiti e due portamonete, una sciarpa azzurra sbiadita, ed una bilancia paesana. La trasformazione avviene. Lorenzo Botta, imponente figura dell’arma benemerita, è pronto per visitare l’amico infermo)

ALBERTO – (con aria marziale muove verso Bartolomeo) Lorenzo Botta, siciliano di nascita, non manca mai ai suoi doveri di amicizia. Bartolomeo, che fai? Bedda Madre Santissima, me scantaje quanno seppi la notizia della tua infermità. Dammi un bacio figghiuzzo beddo.

BARTOLOMEO – (rischiarato in volto, tende le pesanti braccia verso Alberto) Sì, sì…

ALBERTO – (siede accanto all’amico, battendo la bilancia in terra come se fosse una sciabola) Ti ricordi quando ci conoscemmo in quel ricovero?

BARTOLOMEO – (con evidente nostalgia) I bombardamenti…

ALBERTO – Mizzeca, che pioggia!

BARTOLOMEO – Ti ricordi la mitragliatrice?

ALBERTO – (imitando il crepitio dell’arma) Ta-ta-ta-ta-ta-tà…

BARTOLOMEO – (sognando) Fammi una bomba.

ALBERTO – (con un senso d’incertezza ci prova) Craaaan!

BARTOLOMEO – (scontento) No, col fischio.

ALBERTO – Già, il fischio prima. (Imita come può il sibilo dello sgancio, poi conclude con un secondo) Craaaan!

BARTOLOMEO – Me la fai una fortezza volante? (Alberto con uno sguardo implora l’intervento di Carolina, la quale risponde con un gesto che vuol significare: fategli un rumore qualunque. Alberto non se la sente. Allora Carolina risolve trascinando un mobile per la stanza. D’un. tratto Alberto si alza in piedi come se in quello stesso istante si fosse ricordato di un impegno urgente)

ALBERTO – Accidenti, devo scappare… Il servizio mi chiama. Curati, Bartolomeo caro. Quando torno domani voglio trovarti a tavola. (Ma Bartolomeo non lo ascolta più, rincorre le granate e le fortezze volanti di un tempo)

CAROLINA – (ad Alberto riconoscente) Grazie, e questa pure è fatta. (ad Alberto, per sfortuna, sfugge un perfetto “Okey” che Bartolomeo immediatamente raccoglie)

BARTOLOMEO – (al colmo della felicità) Jòn… è arrivato Jòn! (Alberto si rabbuia)

CAROLINA – (accorre verso il fratello e afferma) Sì, è arrivato in questo momento per vederti. (rivolgendosi poi ad Alberto lo informa meglio) Il negro. Un negro che mio fratello conobbe dopo la liberazione. (Questa volta Carolina non chiede nemmeno il beneplacito di Alberto. Trasforma costui in un negro facendogli indossare una giacca di tela grezza da montanaro, ed infilandogli in testa una calza marrone velata. Alberto è intontito ormai; non reagisce. Carolina, rivolgendosi al fratello e sospingendo Alberto fino a farlo sedere come un sacco di patate vicino a lui) Eccolo qua. Jòn ti è stato fedele.

BARTOLOMEO – Jòn, tu mi ricordi i momenti più divertenti della mia vita. Grazie, grazie di essere venuto.

ALBERTO – Io moldo condendo vedere te mio amigo.

BARTOLOMEO – (quella voce lo affascina) Mi sembra di rivivere quei giorni pieni di euforia.

ALBERTO – Tutta allegria sbenzierada.

BARTOLOMEO – Le nostre scappate nei locali notturni… ballavi come un Dio! (Alberto si agita sulla sedia incupendosi) Jòn, balla un’ultima volta per me… il buchi buchi… Jòn, balla con Carolina, te lo permetto.

CAROLINA – (decisa) Su, un pochetto. (Costringe Alberto ad alzarsi ed a ballare il buchi buchi con lei. Alberto la segue come trasognato)

ALBERTO – (ballando gli viene sulle labbra la poesia di zia Matilde, non può fare a meno di dirla ad alta voce) Deh, volgete lo sguardo ai campi…

belano e brucano, brucano e belano… (Dopo poco si accosta disfatto su di una sedia strappandosi la calza da capo)

BARTOLOMEO – (non udendo più i passi ritmati di Jòn, chiede a Carolina) Dov’è andato Jòn?

CAROLINA – (con tono dolce cercando di convincere il fratello) Sai come sono i negri… quando ballano si esaltano e non si controllano più. Nell’entusiasmo ha infilata la porta di casa, ed ora sta ballando per la montagna; ma vedrai che fra poco tornerà. (Ad Alberto) Meno male, Bartolomeo se l’è bevuta.

ALBERTO – (sottovoce a Carolina) Ditegli se vuole vedere me. È mai possibile che non debba avere la gioia di parlargli con le mie parole; con la gioia nel cuore di sentirmi accanto a lui sapendomi riconosciuto per chi effettivamente sono.

CAROLINA – (comprende il legittimo desiderio di Alberto, tenta ancora una volta di ottenere l’adesione del moribondo) Bartolomeo, ascolta: se facessi venire il tuo amico Alberto Califano? (Bartolomeo s’irrigidisce, straluna gli occhi e fa cenno di no col capo. Carolina suo malgrado è costretta a deludere l’amico Alberto) Niente, non ne vuole sapere.

BARTOLOMEO – (con voce d’oltretomba, chiede) Il notaio… è venuto il notaio.

CAROLINA – (ad Alberto) Lo chiede da quattro giorni.

ALBERTO – (prevenendo ogni proposta da parte di Carolina) Con tutto il cuore, ma non me ne sento la forza.

BARTOLOMEO – Se non arriva il notaio, non posso morire.

CAROLINA – (piena di speranza) Alberto, che ci perdete?

ALBERTO – (cede anche questa volta per forza di inerzia) Oramai non ho più niente da perdere. Come si chiama il notaio?

CAROLINA – Antonio Covone.

ALBERTO – Eccomi qua.

CAROLINA – Ha barba e baffi. (Richiamandolo con complicità) Venite. (Questa volta, sempre nell’armadio che sta nella stanza vicina, trova una giacca nera, un cappello a bombetta a foggia antica, e un paio di occhiali neri. E per completare la figura approssimativa di Antonio Covone, gli mette una borsa da spesa sotto il braccio. Dopo aver dato un ultimo sguardo ad Alberto per garantirsi dell’effetto, si avvicina a Bartolomeo annunciando la nuova visita) Bartolomeo, è venuto il notaio.

BARTOLOMEO – Antonio Covone?

CAROLINA – Lui in persona.

BARTOLOMEO – (preparandosi seriamente al colloquio) Fallo sedere.

ALBERTO – (sedendosi accanto all’amico) Eccomi, signor Ciaccia.

BARTOLOMEO – Grazie di essere venuto.

ALBERTO – È il mio dovere.

BARTOLOMEO – Come vedete sto per rendere l’anima al Signore.

ALBERTO – Il Signore è padrone di affrettare i tempi.

BARTOLOMEO – Lo sta facendo.

ALBERTO – Voi forse lo vedete, io no.

BARTOLOMEO – Sono un misero peccatore.

ALBERTO – Vi siete confessato?

BARTOLOMEO – Sì, ma non basta, ho bisogno di voi. (Da una scatola che aveva tenuta sempre accanto, cava un pacchetto, abbastanza voluminoso, legato con un nastro e lo mostra) Dovete consegnare queste lettere alla moglie di Alberto Califano… Sono stato il suo amante per molti anni. (Alberto macchinalmente prende nelle mani il pacchetto di lettere) Da queste lettere risulta pure che il primo figlio dei coniugi è mio.

CAROLINA – (smarrita interviene) Ma cosa dici?

ALBERTO – (alzandosi in piedi, completamente ebete) È chiaro. Non lo avete capito? (Non sa che fare, imita la mitragliatrice) Ta-ta-ta-ta-ta-tò. (E grida il capoverso della poesia) Deh, volgete uno sguardo ai campi… Belano e brucano… Brucano e belano…

SIPARIO