BENE MIO E CORE MIO

 BENE MIO E CORE MIO

di

Eduardo De Filippo

Personaggi:

LORENZO SAVASTANO, restauratore di quadri

CHIARINA, sua sorella

MATILDE, loro vicina di casa

ALFONSO, marito di Matilde

FILUCCIO, ortolano

VIRGINIA, sua giovane e bella matrigna

PUMMAROLA, uomo di fatica di Filuccio

GAETANO CANNAVACCIUOLO, zio di Filuccio

PASQUALINO, fratello “scemo” di Filuccio

MARIA, cameriera dei Savastano

VALERIA MUSSO, ostetrica

ARCHITETTO

PRIMO MURATORE

SECONDO MURATORE

TERZO MURATORE

BALIA

Scena:

La casa di Lorenzo Savastano. L’arredamento è ricco e vistoso: ogni mobile uno stile, ogni oggetto una stravaganza. Le pareti sono cariche di dipinti d’ogni epoca e tendenza. Gli angoli dell’enorme stanzone sono stipati di vecchie tele e cornici pregiate di misure varie. La grande finestra situata al centro della parete in fondo, lascia vedere dall’alto la collina di Posillipo. Su di essa, si affaccia un ampio davanzale.

ATTO PRIMO

In piedi sul davanzale, si erge e si staglia contro il cielo azzurro, la figura tozza e massiccia di Chiarina Savastano. In un impeto di disperato sconforto e tutta fremente di sdegno da lungo tempo represso, la donna vuole compiere il gesto folle del suicidio. O, e questo sarebbe più attendibile, sta minacciando di farlo, per ricattare e piegare la volontà di qualcuno, ad uno scopo preciso, dal quale, secondo lei, dipende tutto il suo avvenire: è questione di vita o di morte. Chiarina ha più di quarant’anni, non la si potrebbe definire brutta, ma neppure bella. Dimostra quattro o cinque anni di meno, questo sì, un poco per la freschezza delle carni e il colore roseo della pelle, e un poco per i lineamenti infantili del suo volto. Veste un abito da casa di colore vivace e un lindo grembiule da cucina. Stringe nella mano destra un mestolo di legno. Le lenti spesse degli occhiali in tartaruga non riescono a sottrarre alla nostra attenzione il lampeggiare cattivo dei suoi occhi, i quali fissano testardi la porta d’ingresso. Dal lato sinistro, precisamente dal punto in cui sta fissando lo sguardo Chiarina, si ode la voce festosa di Lorenzo, il quale, inconsapevole di ciò che lo attende, invita cordialmente qualcuno ad entrare. Le parole dell’uomo, pronunciate con quel tono sicuro del fatto suo, fanno serrare fortemente le mascelle di Chiarina, nel tentativo estremo di contenere ancora per un attimo l’esplosione del suo rancore.

LORENZO – Entrate, entrate. Avere a che fare coi muratori significa la morte. Che diavolo! Vi aspettavo lunedì scorso.

ARCHITETTO – Avete ragione, ma se non si finisce un lavoro non se ne può cominciare un altro.

LORENZO – Ma voi sapevate che per me era urgente.

PRIMO MURATORE – Non dubitate, vuol dire che il tempo perduto lo guadagneremo via via.

SECONDO MURATORE – Ce sbrigammo cchiú ambressa.

LORENZO – Speriamo. Abbiamo perduto una settimana. (Entra dalla sinistra seguito dall’architetto e tre manovali muratori, in tenuta di lavoro. Lorenzo è un uomo anziano, sui cinquant’anni ben conservati. Nell’entrare, infervorato com’è nella discussione, non presta attenzione all’atteggiamento di sua sorella Chiarina. Tanto meno al gesto brusco che ella compie per chiudere la tenda della finestra, in modo che la sua figura scompaia dietro di essa)

ARCHITETTO – Il materiale è arrivato?

LORENZO – Come no. Ho fatto sistemare tutto sul terrazzo. Gli apparecchi igienici, le due vasche da bagno, i mattoni, il cemento, tutto.

ARCHITETTO – Le mattonelle del primo bagno vi sono piaciute?

LORENZO – A me si. Ma le avrei preferite di un rosa più pallido.

ARCHITETTO – La fidanzata vostra è stata scontenta della tinta?

LORENZO – Ma non è la mia fidanzata. Quella signorina tedesca che era qui quel giorno?

ARCHITETTO – Precisamente.

LORENZO – È una mia cliente. Appassionata di quadri antichi. Le ho restaurate parecchie tele.

ARCHITETTO – A me sembrava molto interessata alla trasformazione dell’appartamento.

LORENZO – Bella ragazza.

ARCHITETTO – Perciò pensai che fosse la vostra fidanzata.

LORENZO – Mi dava dei consigli. Si interessa appunto di costruzioni, arredamenti. Ha uno spiccato senso pittorico che le conferisce un gusto raffinatissimo. Adesso sta in Germania. Ma deve tornare. Ce avimm’ ‘a sta’ attiente… quando dà un giudizio sulla scelta e la fusione dei colori, è Cassazione.

ARCHITETTO – (srotolando un largo foglio di carta lucida che ha recato con sé) Io mi chiamo Progetto. (Si avvicina al tavolo centrale e vi spiana sopra il foglio) Guardate. (Lorenzo osserva interessato il progetto) Professo’, voi per seguire i consigli della signorina tedesca, mi avete fatto impazzire. Il progetto l’ho rifatto più di venti volte. Fino al punto che quando vi vidi più o meno d’accordo, l’ultimo ve lo feci firmare a tutti e due. (Indica un punto del foglio) Ecco le due firme.

LORENZO – (seguendo una considerazione personale) Io però…

ARCHITETTO – Che c’è?

LORENZO – Pensavo… Lo studio mio, dove abbiamo pensato di farlo, non mi persuade ancora. (Puntando l’indice sul disegno) Questa è una camera soggetta al caldo. Prende sole a tutte le ore del giorno. È calda d’inverno, figuratevi d’estate.

ARCHITETTO – Ma è piena di luce… per il vostro lavoro è l’ideale.

LORENZO – Già. Ma io quando attacco un lavoro mi ci applico per giornate intere… Voi non sapete la pazienza e il tempo che ci vogliono per restaurare una tela. Qui siamo sul Vomero, e quando il sole di giugno e luglio incoccia, io me faccio ‘e bagne turche.

ARCHITETTO – Sentite a me, professo’: mettiamo un apparecchio per il condizionamento d’aria.

LORENZO – E io vado a mare con le spese. Voi già mi avete fatto un preventivo che ha superato di gran lunga la cifra che avevo intenzione di spendere.

ARCHITETTO – Allora, se escludete la possibilità di trasformare a studio per voi le tre camere d’angolo, situate accanto a quella di vostra sorella, non vi sono altre soluzioni.

LORENZO – Non lo dite nemmeno per ischerzo. Quando accennai questa ipotesi, Chiarina non me lo fece nemmeno finire di dire. Le stava venendo una convulsione. Quelle sono le tre camere più belle dell’appartamento.

ARCHITETTO – Con l’altro terrazzo sopraelevato.

LORENZO – Si vede tutta Napoli da là sopra. Ma sapete, le buonanime di papà e mammà hanno vissuto una vita in quei tre ambienti… Là hanno vissuto e là hanno chiuso gli occhi tutti e due.

ARCHITETTO – Capisco.

LORENZO – Come lasciarono le stanze, così sono rimaste. I mobili, gli oggetti, i vestiti, i ricordi cari. I bastoni di papà nella bastoniera… il suo berrettino da notte sul comodino… il mazzo di carte, che serviva a mammà quando faceva il solitario… non abbiamo toccato niente. Quelle tre stanze sono diventate un santuario. Chiarina ci va ogni mattina per spolverare i mobili e per accendere la lampada alla Madonna, come faceva mammà.

ARCHITETTO – E allora quelle tre camere resteranno come si trovano, eternamente?

LORENZO – Finche saremo vivi io e mia sorella, sì.

ARCHITETTO – E allora professore mio, vi dovete sopportare il caldo di luglio e agosto.

LORENZO – Evidentemente. Dove cominciate a mettere mano?

ARCHITETTO – In camera vostra. Cominciamo a togliere l’intelaiata e le porte: poi attacchiamo il resto.

LORENZO – È già sgombra. I mobili li ho fatti ammassare tutti nella camera accanto.

ARCHITETTO – (rivolgendosi ai suoi dipendenti) Guagliu’, forza. (I tre muratori, al richiamo dell’architetto, raccolgono da terra i loro arnesi)

LORENZO – Da questa parte. (Tutti e quattro muovono verso destra)

CHIARINA – (apre di scatto la tenda e, come fuori di senno, grida forte il nome del fratello) Lore’… (Quel tono di voce, che di umano ha soltanto il livore represso, blocca il passo dei quattro uomini, i quali invece di impaurirsi restano incantati da quella scena, che attribuiscono più a visione fantastica che a realtà palpitante) Bada: se tocchi na preta d’ ‘a casa, me mengo abbascio.

LORENZO – (scosso dalla minaccia di Chiarina, realizza quanto i suoi occhi vedono e grida a sua volta) Chiari’, ma che sei pazza!

CHIARINA – ‘O pazzo si’ tu.

ARCHITETTO – (muovendo verso la finestra) Signorina…

CHIARINA – Non vi avvicinate. (A Lorenzo) Tu si’ ‘o pazzo! (Ora si rivolge ai tre uomini, puntando il mestolo di legno verso il fratello) Ha perduto ogni capacità di capire fino a quale punto d’imbecillità può arrivare l’uomo, senza compromettere irrimediabilmente la dignità umana. (Rivolta agli altri uomini) Non capisce più niente, si è rimbambito.

LORENZO – E ammesso pure che io mi sia rimbambito, tu te vuo’ menà abbascio?

CHIARINA – E tu non stai facendo lo stesso? E nel precipizio che hai scelto per concludere la tua vita non mi ci vuoi far cadere pure a me? Al precipizio morale, preferisco quello vero. (Testarda) Se non escono di casa l’architetto e i muratori, ti faccio vedere il volo dell’angelo.

LORENZO – (sinceramente disorientato) Ma perché? Non lo sapevi che da un momento all’altro dovevano mettere mano? Non eravamo d’accordo che l’appartamento bisognava modificarlo, renderlo moderno?

CHIARINA – D’accordo con chi, con me? Ti sbagli.

LORENZO – (sorpreso) Mi sbaglio? E allora me so’ rimbambito veramente. Ti misi a parte delle mie idee; ti mostrai i progetti; l’architetto, col metro, sta girando per casa da tre mesi.

CHIARINA – (ambigua) Non l’ho visto. E quando tu me ne parlavi non ti sentivo.

LORENZO – Allora si’ sorda e cecata.

CHIARINA – (di rimando) ‘E ttengo e’ rrecchie. ‘E ttengo ll’uocchie che vedono areto a na muntagna che ce sta; ma che però si rifiutano di vedere l’ingiustizia, la falsità e l’egoismo. Quando tu parlavi di trasformare la nostra casa, che è stata per noi la culla della nostra infanzia, in un ambiente estraneo ai sani principi che ci hanno tenuti legati l’uno all’altro, nella buona e nella cattiva ventura per tanti anni, si capisce che ho fatto finta di non vedere e di non sentire.

LORENZO – E mi fai arrivare fino al giorno dell’inizio dei lavori senza dare il minimo segno di contrarietà? Fai prima incomodare l’architetto e i muratori, e poi ricorri alla minaccia di gettarti dalla finestra?

CHIARINA – Ho taciuto. Quante volte intavolavi il discorso, non ti ho mai risposto. Non dicevo né si né no. Non mi verrai a dire che il mio silenzio veniva interpretato da te come adesione. Simme frate e sora: ce capimmo dint’all’uocchie. A te non poteva sfuggire il mio atteggiamento ostile. Ma siccome avevi deciso di attuare il tuo proposito, indipendentemente da quello che poteva essere la mia volontà, ti faceva più comodo interpretare il mio silenzio a modo tuo.

LORENZO – (autorevole) Insomma… Chiari’, scendi dal parapetto immediatamente. (Rivolgendosi ai quattro uomini) Sotto c’è la montagna… uno strapiombo di circa trecento metri… (A Chiarina) Che vogliamo fare? Metti un piede in fallo e una scena da San Carlino finisce a tragedia per tutti e due.

CHIARINA – Devono uscire i muratori e l’architetto.

LORENZO – (esasperato) Ma tu mi vuoi mettere con le spalle al muro? Vogliamo far ridere tutta la collina del Vomero? Sbrigati a scendere, se no mi attacco al telefo.no e chiamo i pompieri.

CHIARINA – E vediamo chi arriva prima, se i pompieri o io. (Gira sui tacchi bruscamente e muove un piccolo passo verso il limite esterno del davanzale)

LORENZO – (preso dal terrore grida) Ferma! (Chiarina blocca il passo girandosi verso il fratello)

ARCHITETTO – (accomodante) Professo’, sentite a me, adesso ce ne andiamo noi. Se è questo che vuole vostra sorella, accontentiamola. Quando vi sarete messi d’accordo…

LORENZO – Niente affatto. Io non posso subire una imposizione del genere. Non vi muovete di qua.

ARCHITETTO – E chella se mena abbascio.

LORENZO – E se mena.

ARCHITETTO – E quanno s’è menata, iammo ngalera tutt’ ‘e cinque.

PRIMO MURATORE – (ai due compagni) Iammuncenno. (I tre muovono verso l’uscita)

ARCHITETTO – (allarmato) Aspettate! Così restiamo pure senza testimoni… Mo ce ne andiamo insieme.

LORENZO – (in uno slancio di sincera ribellione) Ma perché dovrei andare in galera? C’è qualche legge forse che rende responsabile la gente della pazzia criminale degli altri? (Ponendo il quesito con un lieve senso ironico) Se la signorina Chiarina Savastano, per fatti suoi che non ci riguardano, se ne vuole andare all’altro mondo, scegliendo come scorciatoia la collina del Vomero, che colpa ne abbiamo noi?

CHIARINA – E che c’entrano gli altri? Perché dici: “Noi”? La colpa è tua. Tu mi costringi a gettarmi dalla finestra. Che ti credi che questi signori non andranno a ripetere in Tribunale quello che stiamo dicendo adesso? (Come in presenza di un ipotetico tribunale, di punto in bianco eleva il tono della voce, come per formulare l’accusa schiacciante contro il fratello) È la verità! Giuro! (Puntando l’indice verso Lorenzo) Si voleva liberare di me e c’è riuscito. Quando ha visto che non potevo essergli più utile, tanto ha fatto e tanto ha studiato finché è riuscito a farmi gettare dalla finestra. (Dispettosa e crudele) Ngalera, finisci, ngalera!

LORENZO – (rassegnato) E va bene. Archite’, scusate. Aspettate fuori coi muratori. Io cerco di convincere mia sorella e poi vi chiamo.

CHIARINA – No, se ne devono andare proprio. Allora non hai capito niente? Non li voglio più vedere in casa.

ARCHITETTO – Professo’, non c’è via di mezzo. (Ai muratori) Guagliu’, iammuncenno. Se vi sarà un contrordine, il professore me lo farà sapere, e io vi mando a chiamare un’altra volta.

LORENZO – Proprio così e… scusate tanto. (Sottovoce all’architetto) Suonate il campanello della porta affianco a noi e fate venire la signora Matilde: è meglio che viene qualcuno, io non posso rimanere solo con lei.

ARCHITETTO – (con un cenno d’intesa) Va bene. (Ai muratori) Andiamo. (I quattro escono)

LORENZO – Mi vuoi dire adesso qual è la tarantola che ti ha morsicato?

CHIARINA – (sul punto di piangere) E che t’ ‘o dico a ffa’? Nun me capisce cchiú, tu. Mammà me capiva, a me. Sulo mammà. Si nun avesseme perduto ‘e genitori…

LORENZO – Ma nuie tenimmo n’età, Chiarina mia. Sti genitori na vota l’avevam’ ‘a perdere. Tu non hai la cognizione del tempo che è passato (con una punta di cattiveria) pecché si’ rimasta zetella, e te cride sempre ca tiene quinnice anne.

CHIARINA – Per conto mio so benissimo gli anni che tengo. E mi pesano. E perciò mi difendo. Pecché si tenesse quinnice anne, come dici tu, nun stesse alletta ncopp’ ‘o parapetto ‘e na fenesta, pe’ te fa capi’ che non puoi disporre della casa come meglio ti piace, e trattarmi come una serva, che se piglia pe’ nu braccio e se mette for’ ‘a porta.

LORENZO – Ma chi ha mai pensato ‘e te mettere fore ‘a porta d’ ‘a casa?

CHIARINA – Tu. Non l’hai fatto praticamente perché nun tenive ‘o curaggio d’ ‘o fa’; ma piano piano me l’hê fatto capi’. (Alterando il tono di voce) E nun me ne vaco, hê capito? T’hê fatto malamente ‘e cunte. ‘A sposa t’ ‘a puorte a n’ata parte, ‘e rinnovazione ‘e vaie a fa’ ‘a casa soia. (Ironica) A chell’età, si sposa. Cos’ ‘e pazze. Po’ dice ch’io me credo ca tengo quinnice anne.

LORENZO – Ma perché, ho dichiarato a qualcuno che mi voglio sposare? Questa è un’altra manifestazione allucinante della tua fantasia malata.

CHIARINA – Ma che te cride ca me so’ scimunita io pure, o che tengo quinnice anne veramente? Da otto mesi, da quando è venuta la prima volta la tedesca in casa nostra, nun te sto perdenno ‘e vista. Mi mangiai i maccheroni immediatamente, quando preparavi il conto dei cinque quadri che le avevi restaurati; n’atu poco c’ ‘e vulive fa’ gratis. E quando si presentò qua, per consigliarti sul modo di modificare l’appartamento, io non parlavo ma sentivo. (Imitando sguaiatamente il tono gutturale tedesco e la durezza della pronunzia) “Per i tue ppagni sceglieremo tue colori spiatiti molto lecceri… e sul terrazzo piccolo facciamo il belfetere…” Quanno sentette: “facciamo”… me mangiaie ‘e maccarune, ‘a carne e ‘a frutta.

LORENZO – E con questo? Pure si te mangiave ‘o dolce e ‘o gelato, che succedeva? Anche ammesso che io mi sia innamorato della tedesca, che c’entri tu che da otto mesi non mi perdi di vista? Che me so’ miso ‘a polizia segreta alle spalle? Quale contratto abbiamo firmato, io e te? Di fronte a quale autorità abbiamo preso impegno formale di rimanere legati per la vita, l’uno all’altra, come i fratelli siamesi? Chiari’, siente a tuo fratello: chesta è ‘a zitellanza. A te ce vuleva ‘o marito.

CHIARINA – (colpita sul vivo dalle ultime parole di Lorenzo, non riesce a contenere uno scoppio di pianto e vi si abbandona in una forma infantile) Sei cattivo, e non mi hai voluto risparmiare l’umiliazione. Sposati a chi vuoi tu… fai quello che vuoi tu. (Alludendo a se stessa con un ambiguo atteggiamento da vittima) Questa zitella acida e pazza, alla quale è preclusa ogni via di salvezza, mettila in mezzo alla strada. Quando una è scema nella vita, questo è il destino che merita. (E continua a singhiozzare)

LORENZO – (esasperato dalla falsità di quel pianto, e soprattutto cosciente del motivo recondito che ha provocato la reazione di Chiarina, non volendo peggiorare il caso con il legittimo sfogo della sua sincerità, che sarebbe quello di dire pane al pane e vino al vino, cioè: “Tu sei brutta. Non ti sei sposata perché nessun uomo ti ha mai presa in considerazione. Non sei stata attraente nemmeno da ragazza”, contiene la sua esplosione, schiaffeggiandosi ripetutamente, come per comprimere e disperdere nella sua carne quella sacrosanta verità) Ma chi me l’ha rimasto scritto… A chi devo ringraziare? Chi me l’ha messa questa catena al piede…

CHIARINA – (premurosa e affettiva; ma sempre piangendo) Ti fai male. Pazzo! Ti scommi di sangue… Fermati!

MATILDE – (sui cinquant’anni, sani e attivi. Entra dalla destra, già al corrente di ciò che sta succedendo in casa Savastano) Chiarina, benedetta figlia… Ch’è successo? Professo’, che state facendo?

LORENZO – ‘E guarattelle. Stammo facenno ‘a farsa ‘e Pulicenella. E ‘o Pulicenella songh’ i’, donna Mati’. So’ Pulicenella, Turzillo, Coviello, Chiachieppe. Faccio schifo a me stesso, mi dovete credere.

MATILDE – E che significa stu parlà? Professo’, embe: quando mai avete detto cose di questo genere? (A Chiarina) E voi, signorina, scendete da quella finestra. (Con passo deciso si avvicina alla finestra e vi accosta una sedia) Iammo bello. E dove siamo arrivati. Volete veramente far ridere il vicinato. (Intanto ha allungato il braccio per tendere una mano a Chiarina, la quale ammansita ubbidisce di buon grado) Voi siete tanto garbata; così saggia e paziente… io questo dico sempre con mio marito: “È un piacere abitare a porta dei Savastano: non si vedono e non si sentono…”

CHIARINA – (nel sentirsi sotto i piedi il pavimento della stanza, realizza in pieno il pericolo corso; per cui, presa dal panico retrospettivo e in preda alle vertigini, allunga quanto più può le braccia, come per cercare a destra o a sinistra qualche cosa di fermo e resistente da puntellare il corpo, in maniera rassicurante) Fatemi sedere… una sedia, datemi una sedia. (Sostenuta da Matilde raggiunge il tavolo centrale e vi siede accanto) Non ci vedo… Non vedo gli oggetti e le cose che mi circondano…

MATILDE – Calmatevi, signorina Chiarina, adesso vi passa.

CHIARINA – (con un tono di sorpresa sproporzionato alla sensazione che avverte) Oh, la stanza gira torno torno… Fermate la stanza.

MATILDE – (serena) Mo passa… mo passa…

CHIARINA – Che passa, donna Mati’… quella mi sembra una giostra impazzita.

MATILDE – È tutta impressione.

CHIARINA – Oh! Madonna santa… mi volta lo stomaco.

MATILDE – Voi vedete un poco il diavolo. Io stavo cucendo un bottone al polso della camicia di mio marito, quando si è presentato un signore: “Correte in casa Savastano, la signorina Chiarina si vuole buttare abbasso…” Mi sono precipitata. Ma ch’è successo?

LORENZO – Domandatelo a lei. Non credo che vi dirà la verità. Voglio sperare almeno che il senso del ridicolo non l’ha perduto ancora.

CHIARINA – Mi sta offendendo da quando ha capito che non sono scema completamente. Perché è così. Il fatto di mostrarsi compiacente e arrendevole e sempre pronta a qualunque richiesta di sacrificio, non si attribuisce a uno spirito altruistico, spinto fino all’annullamento d’ogni proprio diritto, no; ma a fessaggine vera e propria. Quando poi, la persona, un bel giorno, si sveglia e dice: “Vuo sape ‘a verità? Mi sono stancata di fare il comodo degli altri; da oggi in poi voglio fare un poco pure il comodo mio”, allora l’altro, visto che ha perduto il privilegio, non si può fare capace: “Ma come? Quella è stata fessa tanto bello fino a pochi minuti fa; come si permette di giovarsi, da un momento all’altro, del diritto al ragionamento comune?” E s’imbestialisce. Come ha fatto lui. Si è imbestialito e me ne ha detto di tutti i colori: che la zitellanza mi ha dato in testa… che mi ci voleva il marito… Che sono brutta… che nessun uomo mi ha odorata…

LORENZO – Questo non l’ho detto.

CHIARINA – (pronta ed aggressiva) L’hai pensato. Perché queste cose qua te le tieni in corpo; ma le tenevi in punta di lingua per dirmele.

LORENZO – Ecco, il processo all’intenzione. Donna Mati’, si voleva gettare dalla finestra… o meglio ha minacciato di farlo, perché ha supposto che io volevo rimodernare l’appartamento per ammogliarmi.

MATILDE – Signorina Chiarina… e pure se fosse? ‘O professore è un artista; tiene una posizione… è pure un bell’uomo, che ci sarebbe di male?

LORENZO – (incoraggiato dalle affermazioni di Matilde) A un certo punto si sente il bisogno di trovare una compagna, di sentirsi vicino un fiato.

CHIARINA – Un fiato tedesco.

LORENZO – Ma vedete se conclude? Che c’entra la nazionalità? Io me voglio spusà na cinese, aggi’ ‘a da’ cunto a essa.

CHIARINA – Spose e buoi dei paesi tuoi.

MATILDE – (accomodante) La signorina Chiarina si preoccupa che le mentalità di un marito e di una moglie di due paesi diversi non riescano a trovare il punto di contatto.

CHIARINA – Quando si saranno calmati i bollenti spiriti dei primi tempi, il periodo fisiologico di carattere internazionale, diciamo… alla prima discussione: “Io sono tedesca e tu sei italiano”.

LORENZO – Questo me lo devo piangere io.

CHIARINA – Ah sì? E io che faccio? Devo assistere alla tua infelicità e me ne devo stare con le mani in mano? Schiavo delle abitudini, com’è lui, e con la forma di dispotismo che si ritrova, alla prima contrarietà, quello commette qualunque sciocchezza. Colpa mia, che gliele ho date tutte vinte. L’ho servito come il prete all’altare. Donna Mati’, mi dovete credere: che voleva il latte della formicola? E Chiarina il latte della formicola gli portava.

LORENZO – Madonna, ma quanto latte ha questa formica: è diventata un dinosauro.

CHIARINA – (fissando sul fratello un femminile sguardo adescatore, volutamente crucciato) Quanto è brutto, ‘o ‘i’… nun me fido manco d’ ‘o vede! (Assumendo di colpo una espressione testarda e puntigliosa) Guai a chi m’ ‘o tocca… fanno ‘e cunte cu’ me… Donna Mati’, ho sacrificato una vita vicino a lui. Gli sono stata sorella, madre, padre: tutto.

MATILDE – E questo è risaputo. Tutto il Vomero vi porta per esempio per quello che siete stata per la vostra famiglia.

CHIARINA – E che me ne sono vista della vita? Tengo quarantadue anni, sarò andata a teatro si e no quattro o cinque volte. Non conosco cinematografo, non tengo amicizie. Ero giovanetta, sapete… a quattordici quindici anni cominciano i primi grilli per la testa. Niente mi diceva la buonanima di mammà… che possa stare nella schiera degli angeli… ma mi guardava mestamente, come per dire: “Chiari’, mo ti metti ad amoreggiare? E la casa?” Mammà era delicata come una libellula, con un polmone solo, stava sempre tienimi che mi tengo… Papà occupato a fare il decoratore… quando tornava a casa voleva trovare tutto pronto. Lui, (indica Lorenzo) giovanotto, camicie toglieva, camicie metteva… E Chiarina lavava, stirava, cucinava… Le persone di servizio? Si, me le salutate. Se fosse stato per le cameriere non ci sarebbe nemmeno la polvere di questa casa. Adesso ce ne abbiamo una: un’altra sfaticata… È di Caserta. È uscita da stamattina per la spesa, non è tornata ancora. (Elencando meticolosamente ogni mansione delicata a cui i casi e le contingenze familiari la sottoposero) …E fai le nottate accanto a mia madre, quando soffriva di oppressione: le pillole, le gocce, la bevanda… “Chiari’, mi voglio pettinare… Chiari’, un paio di lenzuola fresche!” Apri e chiudi il balcone per rinnovare l’aria… Poi chiuse gli occhi, perché il Signore se la chiamò, e mi rimase l’eredità di papà. Negli ultimi tempi, donna Mati’, papà aveva bisogno di una siringa ogni dieci minuti. Il becco dell’ossigeno ce l’ho tenuto io sotto il naso, per ventiquattro giorni e ventiquattro notti. Non vedeva la via di morire, povero papà. (Ripigliando l’argomento che più le sta a cuore) Lui non parla e io capisco quello che desidera. Conosco tutte le sue abitudini, tutte le sue manie. Conosco a memoria quello che deve mangiare e i cibi che preferisce. Escono i peperoni gialli di Nocera? E Chiarina glieli arrostisce sulle carbonelle, perché se no sul gas vengono una schifezza… Seh, te li arrostisce la tedesca i peperoni…! Quando vedo che lascia un oggetto in un posto e dopo cinque minuti non si ricorda dove l’ha messo, metto la sveglia alle cinque del mattino e gli faccio prendere il cremore di tartaro e il citrato di magnesia, perché è segno che sta imbarazzato e ha bisogno di un purgante leggero. Le camicie gliele faccio fare io, quattro d’estate e quattro d’inverno. Lui le trova nel tiretto belle e fatte senza sapere nemmeno da dove sono venute. La stoffa dei vestiti non te la scelgo io? I paracalli sul comodino da notte, chi te li fa trovare? Io sto attenta all’impianto elettrico; se si spana il rubinetto della fontanella, chiamo subito lo stagnaro. Le maniglie delle porte le lucido ogni settimana; l’argenteria ogni quindici giorni. Tengo le chiavi della dispensa, dell’armadio, del comò, degli stiponi. Ogni chiodo che sta in questa casa me lo sono sudato. Sono rimasta affezionata ai mobili che mi circondano, alle mura che mi hanno protetta. E così si è svolta tutta la mia dolorosa esistenza, da quando ho avuto uso di ragione fino ad oggi. Perciò sono rimasta per la vetrina. Pensavo all’amore, pensavo… E non me ne importa. Donna Mati’, non mi sono mai abbandonata a rimpianti e recriminazioni di sorta. Quello che ho fatto ho fatto. Se viene riconosciuto, bene… e se no, salute a noi. (Eroica) “Io ho quel che ho donato”. Possa stare nella schiera degli Angeli pure D’Annunzio. Ma la casa non la lascio. Mi deve crollare addosso con tutte le chiancarelle.

MATILDE – (comprensiva e partecipe a tutto il racconto di Chiarina) Vi dovete immedesimare, caro professore… La signorina Chiarina, a parte il fatto che si preoccupa per il vostro avvenire, pensa pure che all’ultimo dei conti perde tutto il ben fatto. Come si dice? “Casa mia, esci fuori”.

CHIARINA – Facciamo i caldi fuori e i freddi dentro.

LORENZO – (armandosi di santa pazienza, cerca, con dolcezza, di decidere Chiarina a rendersi conto delle sue sacrosante ragioni) Ma chi ti dice che devi uscire di casa? Chiari’, sora mia, cerca di capire e conciliare i tuoi diritti con le mie esigenze. Io non è che ho deciso irrevocabilmente il mio matrimonio con la tedesca. Ho simpatia per questa donna; e lei, mi lusingo, mi ricambia lo stesso sentimento; ma niente di concreto abbiamo stabilito. Insisto sull’argomento per stabilire il principio. In altri termini, io dovrei mandare a monte qualunque matrimonio altrimenti non trovo i paracalli sul comodino da notte? Ma è assurdo, Chiarina mia bella. Tu non mi fai mancare niente, e siamo d’accordo; ma, santi numi… io sono di carne ed ossa… Io pure avrò bisogno di qualche cosa che non mi puoi dare tu… e la conclusione lasciamola all’intuito del maligno lettore.

CHIARINA – (maligna) Certo, orge non te ne posso offrire.

LORENZO – (conciliante) Senti a me, fra me e la tedesca, che, detto fra noi, è una bravissima donna, onesta, intelligente, ci intendiamo insomma, potrebbe nascere qualche cosa di serio, di buono… e allora, chi ti verrebbe a dire: “Chiari’, siccome mi debbo sposare, quella è la porta, fila”? Si capisce che quello che sei stata per la casa, fino ad oggi, continueresti ad esserlo.

CHIARINA – (lancia un’occhiata a Matilde, la quale ricambia l’intenzione socchiudendo gli occhi e abbozzando un sorriso da idolo cinese) Avete capito, donna Mati’? (Con uno scatto improvviso di collera) Ma io l’incendio questa casa. Mengo na latta ‘e benzina e abbrucio tutte cose. (E scoppia a piangere)

LORENZO – Vedete, vedete se ne potete capire niente. È pazza, sentite a me. Donna Mati’, è pazza.

MATILDE – Abbiate pazienza, professo’: la signorina Chiarina ha ragione. Diventerebbe la serva della tedesca.

ALFONSO – (è un uomo di cinquantacinque anni, dallo sguardo acuto e furbo. Costui compra e vende oggetti d’arte. La perfetta competenza e l’astuzia che egli ha nel praticare tal genere di mestiere, gli hanno assicurato un’esistenza agiata e l’appartamento di proprietà accanto a quello dei Savastano, dove vive con sua moglie Matilde. Nell’entrare, si rivolge direttamente a sua moglie, alquanto risentito, fermandosi a due passi dalla porta d’ingresso) Neh, Matilde, Mati’! E io avevo voglia d’aspettà. So’ rimasto con l’ago infilato nel polsino. Buongiorno, professo’. Signorina Chiarina, buongiorno.

LORENZO – (scagionando Matilde) Scusate, don Alfo’, vostra moglie è stata tanto gentile…

MATILDE – Se non sono tornata per cucirti il bottone, è segno che non potevo. (E si accinge a farlo)

ALFONSO – Questo l’ho capito; ma intanto ho perduto un appuntamento importante. (Consulta l’orologio) Guarda ccà. Sono le dieci e mezzo… mo va t’ ‘o pesca a chillo.

MATILDE – E non gli puoi. telefonare?

ALFONSO – Sono mediatore, .Mati’… escono per la zuppa. E per fortuna sono tutti incompetenti. Molto spesso si ritrovano in possesso d’un oggetto d’epoca, importante, senza sapere nemmeno come e perché. Stamattina, quando mi ha telefonato Capa ‘e Chiuovo… così si chiama uno dei miei tanti cercatori volanti… (Imitando il tono premuroso con cui i suo uomo gli ha proposto l’affare per telefono, nelle prime ore del mattino) “Don Alfo’, c’è un affare per voi…”, lui conosce le mie preferenze… “Un servizio d’argento, da tavola, Luigi quattordici, per quarantotto persone. Se v’interessa, alle dieci meno un quarto mi trovate al caffè Tazza d’oro”. (A Matilde) M’hê fatto perdere un bel guadagno… ‘O professore mi potrebbe ripagare del mancato affare di stamattina… Io sono contrario a comprare quadri dell’Ottocento. Quando si tratta di dipinti, con me dovete parlare dal Cinquecento al Settecento. (Puntando il suo sguardo su di un piccolo dipinto) Ma quel piccolo Palizzi che avete voi, vi devo dire la verità, mi fa gola. Professo’, ‘o facimmo l’affare?

LORENZO – Don Alfo’, non è giornata… Tengo certi Palizzi per la testa… (Decidendo un proposito maturato durante le parole di don Alfonso) Anzi, facciamo proprio così. (Muove verso la porta d’ingresso)

CHIARINA – (preoccupata) Che fai?

LORENZO – (ironico) Non esco per sposarmi la prima donna che incontro per la strada, non ti preoccupare. Vado alla Società di Navigazione. In settimana parte il Saturnia, vedo se faccio ancora in tempo a prenotare un posto.

CHIARINA – Vuoi andare in America?

LORENZO – (sgarbato) Perché, se vado in America, scegli qualche altra forma di suicidio? Ne sto parlando da due mesi: tutte le pratiche fatte, passaporto pronto. Non mi decidevo, questo è tutto. Non mi decidevo per il fatto della tedesca. Ma mo ho deciso. Alla tedesca faccio un telegramma, così si mette l’anima in pace pure lei.

CHIARINA – (petulante) Mo vuole andare in America, mo… Uno da un momento all’altro se ne va in America. Pensaci bene. Lasci tutte le tue abitudini…

LORENZO – (al colmo dell’esasperazione) Nun me mporta, Chiari’. Nun me mporta ‘e niente. Voglio campà senza puparuole arrustute; senza citrato ‘e magnesia; senza paracalle: voglio cammenà zuoppo… Non mi ammoglio, ma voglio parti. (Ad Alfonso e Matilde) Scusate, ci vediamo più tardi. (Ed esce svelto per la destra)

CHIARINA – Ci voleva pure l’America. Quello se trova il posto è capace di partire veramente.

MATILDE – Ma che va a fare in America?

CHIARINA – Ebbe una proposta abbastanza vantaggiosa. No, per questo, intanto, se ci va, è un affare d’oro per lui.

ALFONSO – Diverso tempo fa me ne parlò. Anzi io gli consigliai di accettare senz’altro.

CHIARINA – Deve andare a restaurare dei quadri antichi in casa di un miliardario, il quale da cinque mesi lo su subissando di lettere e telegrammi. Ma lui non ne voleva sapere, pure perché io lo sconsigliavo.

MATILDE – Si vede che dopo la scena di stamattina…

ALFONSO – Io non ho mai visto ‘o professore così nervoso.

MATILDE – Tu stavi dentro, aspettando che io ti venissi a cucire il bottone… devi vedere qua che è successo. Se non arrivavo in tempo, la signorina Chiarina si voleva buttare abbasso.

ALFONSO – Tu che dici? Ma come, così, senza ragione?

MATILDE – Alfo’, ma come? Uno se mena abbascio senza ragione?

ALFONSO – Lo capisco; ma dico: perché?

MATILDE – Oh, bravo. Di’ che vuoi sapere la ragione, senza cercare di scavare.

ALFONSO – (risentito) Chi sta scavando, Mati’. Se me la dite la ragione mi fate un piacere, e se non me la dite me ne fate due.

MATILDE – Perché pare ca ‘o professore s’è innamorato di una tedesca e se la vuole sposare.

ALFONSO – E tanto ce vo’? Caccia ‘e ccarte e s’ ‘a sposa.

MATILDE – Alfo’, tu si’ venuto frisco frisco?

CHIARINA – (come per riscattare l’importanza della sua persona) E io? Dopo che ho fatto il comodo di tutti quanti, divento la serva degli sposi felici?

ALFONSO – Che c’entra… sempre vostro fratello è. La moglie, cognata vostra diventerebbe.

MATILDE – Alfo’, statte zitto, ca tu nun cunchiude.

ALFONSO – (offeso) Prima di tutto togliti il vizio di sottovalutare con apprezzamenti spregiativi la capacità intellettiva degli altri. Pecché chisto è nu brutto vizio che tiene. “Chillo nun cunchiude. Chill’ato è scemo. Chill’ato è ignorante”. Sei intelligente solamente tu.

MATILDE – Eh sì. Tu per intuire una cosa devono uscire le statue d’argento dal Vescovado. Ma ti pare possibile che dopo tanti sacrifici lei può permettere che entri un’estranea in casa a fa’ da padrona?

ALFONSO – (accomodante) Con un poco di compiacenza dall’una e dall’altra parte…

MATILDE – (ironica) Sicuro, la compiacenza. Già, si fosse pe’ te la casa nostra sarebbe infestata di parenti.

ALFONSO – Mati’, non tocchiamo questo argomento perché stamattina la croce già me la sono fatta col bottone della camicia, e non me ne voglio fare un’altra.

MATILDE – (come per dire “a chi lo dici”) Devi vedere chi ti sente!

ALFONSO – Che brutto carattere che tiene, Mati’. Non voglio discutere. E mo è meglio che me ne vado. (A Chiarina) Scusate le chiacchiere. (Poi a Matilde) Con te la discussione finisce sempre col degenerare.

MATILDE – Ma dint’ ‘a casa mia songo ‘a padrona e nun voglio a nisciuno.

ALFONSO – Statte bona.

MATILDE – (alludendo al desinare) Io faccio brodo.

ALFONSO – (sgarbato) Fa’ chello che vuo’ tu. (Ed esce)

MATILDE – Signorina Chiarina, qualunque cosa io sto dentro: un colpo di campanello.

CHIARINA – Lo stesso dico pure a voi.

FILUCCIO – (dall’interno) Ccà sta Filuccio.

MATILDE – (alludendo al personaggio che si è annunciato dall’interno) Viato a isso, sta sempe ‘e na manera. (Filuccio è il verduraio del quartiere. Entra col suo incedere spavaldo, vanesio, invadente. Spavaldo perché sa di poter contare sulla struttura solida del suo fisico massiccio. Vanesio perché ha successo con le cameriere del rione. Invadente perché manca assolutamente del senso della misura. Veste un irreprensibile pantalone fantasia e una vistosa camicia colorata, con le maniche rimboccate. Lo segue Pummarola, l’uomo di fatica della bottega. Quest’ultimo reca un cesto colmo di verdura d’ogni genere)

FILUCCIO – Signorina Chiarina, servo vostro. Signora Matilde, omaggi devoti. (Poi con gesto delicato costringe Pummarola a fermarsi) Aspetta. Addo vaie? Guarda areto a te… (Infatti Pummarola non si è accorto che alle sue spalle c’è Maria la serva di casa) C’è la donna. Miette ‘a capa sotto e cammina comm’ a nu valanzino. (Galante) Donna Marie’, lo dovete perdonare… È gente ‘e turreno… è ancora grezzo: è rrobba ‘e Marciano. (Richiamando Pummarola al dovuto senso di riguardo che ogni uomo deve avere verso il sesso gentile) Ricordati che il passo della donna è sacro. Il piede femminile non conosce superiorità di categoria che dir si voglia, ed ha diritto al calpestio immediato e permanente. Entrate Marie’. Chisto è nu trappano.

MARIA – (giovanissima, belloccia) Che me ne mporta. Primma, doppo.

CHIARINA – (con sopportazione) Marie’, finalmente…

MARIA – (giustificando il ritardo) ‘A folla accussì, signuri’… e nemmeno so’ riuscita a parlà. La comunicazione l’ho avuta… aggio pagato pure ottocento lire… Ottocento lire pe’ parlà c’ ‘o tabaccaro ‘e Caserta. Se vede che non ha trovato a tempo a mia sorella. ‘A signurina d’ ‘o telefono diceva: “Raddoppia?” Aggio ditto no, e me ne so’ andata.

CHIARINA – E non potevi domandare se sapeva tua madre come sta?

MARIA – Me so’ confusa, signuri’. Io per telefono m’imbroglio. Ma mo che so’ tornata aggio truvato stu telegramma. Mamma passa meglio. Ma io a n’atu pare ‘e giorne, si nun me danno nutizie, ve cerco ‘o permesso e ce vaco. (Mostrando un pacchettino) Ho comprato il filo bianco. (A Pummarola) Viene, Pummaro’. (E Pummarola muove verso la sinistra senza attendere che Maria lo preceda)

FILUCCIO – (richiamandolo sgarbatamente) Addo vaie?

PUMMAROLA – (che non ha compreso il richiamo del suo padrone) Addo aggi’ ‘a ji’, ‘on Filu’, dint’ ‘a cucina.

FILUCCIO – E che ti ho detto poco fa?

PUMMAROLA – Che m’avete detto?

FILUCCIO – La donna…

PUMMAROLA – Quale donna?

FILUCCIO – Il piede femminile…

PUMMAROLA – (spazientito) ‘On Filu’, a me me fanno male ‘e piede maschile. Nun pozzo sta’ allerta, fermato: aggi’ ‘a cammenà. (Ed esce per la sinistra seguito da Maria)

FILUCCIO – Ma che zoticone. Si chiama Pummarola pecché ‘a mamma ‘o facette mmiez’ a nu campo ‘e fiaschelle.

MATILDE – (avviandosi per uscire) Filu’, mi serve un mazzetto di erbette e un chilo di melanzane.

FILUCCIO – Sarete servita.

MATILDE – (a Chiarina) Permettete. (Ed esce)

FILUCCIO – Signorina Chiarina, come vi porta l’estate?

CHIARINA – Per me tutte le stagioni sono uguali.

FILUCCIO – Ma bagni non ne fate?

CHIARINA – Non so nuotare, a mare mi avvilisco.

FILUCCIO – Na matina ‘e cheste, se me lo consentite, se posso ricevere l’onore, vi porto io a Lucrino… camminate per chilometri e chilometri e toccate sempre; avite voglia ‘e sguazzarià. E vi insegno io a nuotare. Io tengo un’abilità speciale. E poi vicino a me state sicura: a mare sono un’aguglia imperiale. (Insinuante) Ci venite?

CHIARINA – (alquanto lusingata) Filu’, a voi vi piace scherzare.

FILUCCIO – No, io non scherzo. Vi vorrei vedere sollevata, allegra…

CHIARINA – E volete perdere il tempo proprio con me? Io sono nata per la casa.

FILUCCIO – D’accordo. Io pure penso alla bottega, ma ce penso allegramente. Anzi, proprio per questo sono salito. Come vi dissi, ho intenzione di impiantare un grande negozio di primizie. Un negozio di lusso, dove d’inverno potete trovare le fragole, le ciliege… Mostarde di ogni genere, specialità americane, vini pregiati. Non deve mancare il tartufo, l’ananasse. Io la zona l’ho studiata e sono sicuro d’indovinare. Il locale adatto sarebbe il deposito che avete voi, accanto alla bottega mia, al numero trentacinque.

CHIARINA – E non è mio. È di proprietà di mio fratello.

FILUCCIO – Che ne fa? Lo tiene pieno di roba inutile. Io invece me ne servo per una cosa dignitosa e decorativa. ‘O facimmo stu cuntratto?

CHIARINA – E ve l’ho detto: dipende da Lorenzo.

FILUCCIO – Una parola vostra vale più di qualunque raccomandazione.

CHIARINA – Quando viene ce ne parlo.

FILUCCIO – E poi mi dovete dire una cosa. Ve la posso chiedere?

CHIARINA – E perché no. (Dalla sinistra entra Pummarola, recando il cesto vuoto e si dirige verso l’uscita)

FILUCCIO – (a Pummarola) Pummaro’, porta nu mazzetto p’ ‘o brodo e nu chilo ‘e mulignane ‘a signora De Cicco, affianco.

PUMMAROLA – (con rammarico) Nun ‘o ssapeva signà dint’ ‘a nota, ‘a signora De Cicco… mo fatte n’ati tre piane… Tre a scennere, tre a saglì… po’ tre a scennere n’ata vota… (E mormorando altre frasi incomprensibili esce)

FILUCCIO – (notando un mandolino attaccato alla parete di fondo) Eccolo qua: ‘o cumpagno mio. (Lo stacca dal muro) Ci mancano due corde. Ma io ‘o mandulino ‘o sono pure senza corde. (Strimpella due note) È pure scurdato. (Si accinge ad accordarlo) E comme facesse, senza ‘e chisto? Io dentro ‘a bottega peso nu chilo ‘e patane e na sunata ‘e mandulino; duie chile ‘e crisommole e na canzone. Mo n’aggio scritta n’ata. (E comincia a suonare e a cantare, rapito dai suoi versi e dalla composizione musicale)

Si tiene ‘o desiderio ‘e na canzone,

sa’ che vuò fa’?

Cantala e stienne ‘a voce

quanno ammore te fa cantà.

Si sto durmenno me sceto,

e nun trovo arricietto.

Quanno me songo scetato

me votto d’ ‘o lietto.

Che staie mmiez’ ‘o mare?

Me mengo.

Che staie mparaviso?

Nce vengo.

Senza scala si voglio ce saglio!

Pecché saglio penzanno si voglio!

Mmiez’ ‘e nnuvole ‘a strada m’ ‘a sceglio…

mi sbaglio, me mbroglio… ma saglio e te piglio!

Mmiez’ a ll’acqua,

mmiez’ ‘o viento;

sott’ ‘o nuce ‘e Beneviento…

Pe’ cantà nzieme cu’ tte!

CHIARINA – (dopo ascoltata la canzone commenta) Bravo. Che bello carattere che tenite.

FILUCCIO – Qualunque preoccupazione ‘a faccio passà p’ ‘o mandulino. E si no, stesse frisco. Due botteghe sulle spalle: una qua e un’altra a Salvator Rosa. ‘A notte nun se dorme.

CHIARINA – Nun durmite?

FILUCCIO – ‘A preoccupazione mia è mammà: ‘a vicchiarella. Dopp’ ‘a morte ‘e papà, si è ritirata completamente. Fa casa e chiesa. Nun s’ha vuluto levà cchiu ‘o lutto… e papà è morto dieci anni fa.

CHIARINA – Nun ll’aggio mai vista.

FILUCCIO – Non esce mai, ve l’ho detto. ‘A sera, per andare in chiesa. Si occupa della casa, ricama, stira, cucina.

CHIARINA – E sta sempe sola?

FILUCCIO – C’è mio fratello; ma mio fratello è più una responsabilità per mia madre che una compagnia.

CHIARINA – È più giovane di voi?

FILUCCIO – No, è più anziano. Povero figlio… è deficiente. A nove anni si fermò la sua intelligenza ed è rimasto con la mentalità di un bambino. Sta bene, è di salute buona; ma giuoca ancora coi soldatini di piombo, le figurine di carta…

CHIARINA – Povero figlio…

FILUCCIO – Che volete sapere… una croce… Allora ce pensate voi per parlare c’ ‘o professore p’ ‘o fatto d’ ‘o deposito?

CHIARINA – Mio fratello forse parte per l’America.

FILUCCIO – E trovo a voi, non è lo stesso?

CHIARINA – Certamente.

FILUCCIO – Anzi è meglio. Facciamo due chiacchiere, se non vi dispiace. Ve canto qualche altra composizione mia.

CHIARINA – (interessata all’uomo, quasi con civetteria) Avete detto che io vi dovevo dire una cosa, e mi avete domandato se me la potevate chiedere… Di che si tratta?

FILUCCIO – (reticente) Embè… mo me manc’ ‘o curaggio.

CHIARINA – (incredula) A voi?

FILUCCIO – Poco fa il clima, diciamo, era già preparato… Adesso abbiamo toccato altri argomenti. Se non vi offendete, ve lo domando.

CHIARINA – Non mi offendo, dite.

FILUCCIO – Ecco qua. Volevo sapere se avete avuto mai un bacio da un uomo.

CHIARINA – (evasiva) Che bella testa gloriosa che tenite. Io poi lo vengo a dire a voi…

FILUCCIO – E che ci sarebbe di male? Io sono convinto che voi non siete stata mai baciata. (Chiarina rimane scossa dall’affermazione, si incupisce) E perciò non ridete mai. Perché nessun uomo ha mai pensato di disegnare il sorriso sulla vostra bocca. Perché il sorriso della donna da quello dipende: dal primo bacio che vi disegna sopra l’uomo. (Due lacrime solcano abbondantemente le guance di Chiarina) Piangete? Allora ho fatto male a domandarvelo?

CHIARINA – (col pianto in gola) No… mi sono ricordata di quando avevo quattordici anni… non ero brutta, ma insignificante… come adesso… Ma allora non lo sapevo ancora, adesso lo so. C’era un ragazzo che mi faceva la corte… forse mi prendeva in giro. Mi disse che mi voleva dare un bacio e se l’aspettavo la sera in mezzo alle scale di casa… Ci andai, ma lui non venne… Oramai sono vecchia.

FILUCCIO – Signorina Chiarina, vuie ‘a matina, quanno ve mettite ‘e llente, pigliate dieci anni dal calendario e ve li mettete sulle spalle. Ve le volete togliere un momento? Ve le tolgo io. (E delicatamente gliele toglie)

CHIARINA – (preoccupata e divertita insieme allunga le braccia e le agita nel vuoto) Aspettate, e io nun ce veco cchiú.

FILUCCIO – E che fa? Per un poco non è la fine del mondo. (Osservandola) Ecco: avete guadagnato dieci anni!

CHIARINA – Veramente?

FILUCCIO – (felice del giuoco) Aspettate. (Mostrando le cinque dita) Quante dita so’ queste?

CHIARINA – E chi vede niente.

FILUCCIO – State all’oscuro?

CHIARINA – Quasi.

FILUCCIO – E non vi muovete. Indovinate chi sta saglienno?

CHIARINA – Chi?

FILUCCIO – ‘O giuvinotto ca v’ha dato ‘appuntamento mmiez’ ‘e scale.

CHIARINA – Quale giuvinotto?

FILUCCIO – Chillo d’ ‘a prumessa. (E piano piano si avvicina alla donna) ‘O vi’ lloco, stateve attienta. (Raggiunge Chiarina, la ghermisce e di sorpresa la bacia lungamente sulla bocca)

CHIARINA – (non sa come reagire, rimane stordita da quel bacio, presa da un capogiro si abbandona sulla prima sedia che trova) E mo iatevenne… non capisco con quale imprudenza???

FILUCCIO – (ipocrita) Perdonatemi, signorina Chiarina… Vi chiedo perdono.

CHIARINA – Non c’è bisogno, andate. (Filuccio si avvia) Aspettate: ‘e llente! Mo resto pure senza ‘e llente… (Al pensiero di tale manchevolezza e alle conseguenze che ne potrebbero derivare involontariamente sorride)

FILUCCIO – (trionfante) ‘O sorriso… ‘o sorriso… (Dispettoso come un bambino) Nun t’ ‘e dongo ‘e llente, muor’ ‘e subbeto, nun t’ ‘e dongo.

CHIARINA – (presa da un’ilarità sincera, spontanea, ride freneticamente e senza riserva) No, io comme faccio…

FILUCCIO – T’ ‘e porto dimane. (Ed esce in fretta per la destra. Chiarina, rimasta sola, gira a tentoni per la stanza. Finalmente raggiunge un mobile sul quale riesce a trovare un paio di occhiali di ricambio, li inforca e tira un sospiro di sollievo. Poi raggiunge la finestra e solleva lo sguardo verso il cielo, come per riempirsi gli occhi di quella vista. L’arbitrio di Filuccio l’ha sconvolta, le ha messo il sangue in agitazione. Le idee e le ipotesi si susseguono nella sua mente con un ritmo vertiginoso. Trova il mandolino sul tavolo, meccanicamente lo rimette al suo posto. Infine siede accanto al tavolo centrale, cosciente del collasso immediato. Infatti la sua tensione nervosa cede; scoppia a piangere coprendosi il volto con le mani)

LORENZO – (dalla destra) È fatto. (Osservando Chiarina chi si asciuga le lagrime e che cerca di ricomporsi) Ch’è stato? N’atu guaio?

CHIARINA – Niente, niente. Tu ‘o ssaie, quanno me piglia ‘a malincunia.

LORENZO – Ho fatto appena in tempo a prenotare la cabina. Il Saturnia parte domani. Mo me preparo ‘e valigie e tutto il materiale che mi serve per il lavoro.

CHIARINA – (superficiale, meno interessata del solito) Non capisco: così, a morte ‘e subito… Quanto tempo pensi di trattenerti là?

LORENZO – Un paio di mesi. Mi farà bene, vedrai. Il telegramma alla tedesca l’ho fatto.

CHIARINA – (distratta) Quale tedesca?

LORENZO – Chiari’, stai dint’ ‘e nuvole? Io vado a prepararmi i vestiti. Se ci sono camicie lavate fammele stirare.

CHIARINA – (semplice) Sì.

LORENZO – (trasecolato dal fatto che sua sorella non abbia ancora trovato il modo di contraddirlo, chiede) Ci sono difficoltà?

CHIARINA – (sincera) No.

LORENZO – (segnandosi più di una volta) Padre, Figliuolo, Spirito Santo e così sia. (Soddisfatto, s’avvia svelto esclamando) Lassa fa’ ‘a Madonna! (Ed esce)

CHIARINA – (chiamando la cameriera) Maria.

MARIA – (dalla destra) Comandate.

CHIARINA – Si devono stirare le camicie del professore prima di sera perché deve partire.

MARIA – Va bene, signuri’.

CHIARINA – Appena dopo mangiato, così ti sbrighi e puoi partire per Caserta stasera stessa.

MARIA – (meravigliata) Vaco a Caserta?

CHIARINA – E non vuoi andare a sentire tua madre come sta, se ha bisogno di qualche cosa?

MARIA – (come per dimostrare la serenità del suo animo) Aggio avuto ‘o telegramma…

CHIARINA – È meglio che vai, tanto io resto sola… non ho bisogno di niente… ‘O professore parte domani.

MARIA – E allora va bene, grazie tante.

CHIARINA – E ricordami, stasera, prima di partire; si devono mettere due corde al mandolino.

MARIA – Sissignore. (Ed esce per la destra)

CHIARINA – (intona il ritornello della canzone di Filuccio, come meglio ricorda) Sott’ a ll’acqua e sott’ ‘o viento, ce ne iammo a Beneviento, pe’ cantà nzieme cu’ te… (Ed esce per la sinistra prolungando l’acuto dell’ultima frase musicale con un tono stridulo e chioccio)

SIPARIO

ATTO SECONDO

La stessa scena dell’atto precedente. Sono passati dieci mesi. Al levarsi del sipario vediamo Maria in piedi appoggiata al davanzale della finestra, con le braccia conserte e lo sguardo puntato sull’uscio di sinistra. Accanto al tavolo centrale c’è la signora Matilde, nello stesso atteggiamento di attesa. Dopo breve pausa, giunge dall’interno un ticchettio svelto, che distoglie le due donne da quella immobilità, dando ad esse, nel contempo, motivo di scambiarsi una significativa occhiata d’intesa. Infatti, dalla sinistra appare la signorina Valeria Musso, recando una bottiglia di formato ridotto avvolta in un pezzo di carta. Costei muove decisa verso il tavolo, liberandosi di un camice d’infermiera.

VALERIA – (rivolgendo la domanda che segue alle due donne, ritenendole al corrente del motivo per cui si è reso indispensabile il suo intervento) Suo marito dov’è?

MATILDE – (pronta) Si sta facendo la barba; se è necessario lo faccio chiamare.

VALERIA – (riponendo la bottiglia e il camice, che si è tolto, in una valigetta che troverà sul tavolo) Se posso parlare con qualche altra persona di famiglia è inutile incomodare lui.

MATILDE – Potete parlare con me.

VALERIA – Voi siete parente?

MATILDE – No, sono una buona amica di casa; abito a porta.

VALERIA – Allora è meglio che parlo con il marito; fatelo chiamare.

MATILDE – Mio marito?

VALERIA – E con vostro marito che parlo a fa’?

MATILDE – Ma voi con il marito di chi volete parlare?

VALERIA – (spazientita per l’incomprensione della donna) Sentite, qua pare che stiamo facendo il conto dei quattro i sordi.

MATILDE – E così mi sembra pure a me. Voi prima avete detto che volevate parlare con mio marito.

VALERIA – E vostro marito che c’entra?

MATILDE – Lo dovete sapere voi che me lo avete domandato.

VALERIA – Io sto parlando del marito della signora che ho visitata.

MARIA – (incuriosita) Ma dove l’avete visitata?

VALERIA – (meravigliata, quasi offesa) E lo devo dire a voi? L’ho visitata dove dovevo visitarla.

MARIA – No, dico: dove l’avete visitata questa signora, in questa casa?

VALERIA – E dove allora? (Indicando l’uscio di sinistra) Là, in quella camera.

MARIA – E là ci sta la signorina Chiarina.

MATILDE – E non è sposata.

MARIA – È zitella.

VALERIA – Sentite, io sono stata invitata con uno scopo preciso; se voi non siete al corrente dei fatti, è inutile che perdiamo tempo. La persona che sta là dentro, se è quella che ho visitata io, sarà zitella come volete voi, ma è incinta di cinque mesi.

MARIA – (trionfante per l’affermazione di Valeria, che viene ad avvalorare ciò che ella aveva sempre sospettato) ‘O bi’, signora Matilde, che vi dissi io, e voi non ci volevate credere?

MATILDE – Statte zitta, Mari’. (Ancora incredula rivolgendosi a Valeria) Ma voi siete levatrice?

VALERIA – Patentata, sissignore.

MARIA – (alludendo a Valeria) E quando è arrivata io mi credevo che era un’infermiera.

VALERIA – È venuto un giovane a casa mia, il quale mi ha dato l’indirizzo e il nome della persona da visitare: Chiarina Savastano. E quando sono entrata, ho chiesto: “Siete Chiarina Savastano?” Mi ha detto di sì, l’ho visitata.

MATILDE – (segnandosi) Giesù, Giuseppe, Sant’Anna e Maria… ed è incinta di cinque mesi?

VALERIA – E che ci vuole la zingara? Non l’avete vista la pancia?

MATILDE – Io non vedo Chiarina da circa cinque mesi perché sono stata a Benevento, da mia sorella. Sono tornata un mese fa. Ho chiesto un paio di volte di vederla ma lei mi ha fatto dire che stava occupata… e alloro non ho domandato più.

MARIA – E chi è il giovane che è venuto a casa vostra?

VALERIA – Questo non ve lo saprei dire, e non m’interessa. L’importante è di sorvegliare la signora Chiarina perché il parto potrebbe avere delle conseguenze gravi.

MATILDE – (preoccupata) Si presenta male?

VALERIA – No, ma bisogna pensare che la gestante è in età avanzata.

MARIA – Tiene quarantatré anni.

VALERIA – Ed è prima gravidanza. Deve allontanare pasta, patate e fagioli.

MATILDE – Così il bambino non cresce.

VALERIA – No, quello cresce lo stesso. Il bambino, allo stato attuale, è un parassita. Prende dalla madre tutto quello che gli serve. È la madre che deve cercare di dimagrire, per rendere più agevole un taglio, ove mai se ne dovesse presentare la necessità. Io adesso vado all’Istituto e faccio fare d’urgenza l’analisi delle urine. (A Maria) Voi chi siete?

MARIA – Sono la cameriera.

VALERIA – (porge a Maria un cartoncino stampato) Questo è l’indirizzo dell’Istituto. Ogni quindici giorni me ne porti una bottiglietta. Io torno domani. Cercate di tenere tranquilla la signora e di non farla arrabbiare. Quando una donna della sua età è in quelle condizioni, diventa irresponsabile. Io me ne vado. (Prende dal tavolo la borsa e qualche cos’altro di suo, e si avvia per uscire) Buongiorno. (Ed esce per la destra)

MATILDE – (risponde al saluto di Valeria, ma col pensiero segue il caso singolare di Chiarina) Buongiorno…

MARIA – Cos’ ‘e pazze… Donna Mati’, avete sentito?

MATILDE – E ch’ero sorda?

MARIA – Cinque mesi… Vuie avite capito niente?

MATILDE – Ho l’impressione di sognare.

MARIA – Ma io l’avevo capito… Solamente che me ne facevo troppa meraviglia e non lo credevo possibile. E poi, dovete vedere come faceva la parte naturale… (Imitando il tono lamentoso e falso di Chiarina con cui denunciava i suoi malesseri all’inizio della gravidanza) “Non mi sento bene… Mari’, mi volta lo stomaco… Hai messo troppo burro nel polpettone…” Questo al principio. Poi quando si fece allargare le prime gonne: “Mari’, e che sarà successo? Mari’, io mi metto paura… Fosse un tumore? Che dici, Mari’, me le faccio le lastre?…” Cos’ ‘e pazze!

MATILDE – E sai chi deve essere il responsabile? Il giovane ch’è andato a chiamare la levatrice.

MARIA – E io saccio pure chi è…

MATILDE – Chi?

CHIARINA – (dall’interno chiama) Marietta…

MARIA – Sto qua. (A Matilde, con un cenno d’intesa) Aspettate. (E si avvia verso la sinistra per uscire, ma si ferma perché vede Chiarina sopraggiungere dallo stesso uscio)

CHIARINA – (indossa un abito semplice in due pezzi. La lunga giacca, tagliata a campana, vorrebbe mascherare lo stato di gravidanza avanzata della donna, ma in realtà non riesce che a denunciare maggiormente l’evidenza del fatto. Chiarina non si sente a disagio in quell’arnese, non avverte il ridicolo che suscita intorno il suo corpo deformato a quel modo. Muove il passo con sicurezza, gestisce in maniera semplice e disinvolta. Il suo sguardo è divenuto dolce; il tono della sua voce mite e comprensivo) Marie’… (Scorgendo Matilde) Signora Matilde, buongiorno.

MATILDE – Cara Chiarina.

CHIARINA – (a Maria) Vai in casa della signora (allude a Matilde) e prega don Alfonso… (A Matilde) È occupato vostro marito in questo momento?

MATILDE – Si stava facendo la barba, ma adesso avrà finito.

CHIARINA – (a Maria) Gli dici se può venire un momento qua.

MARIA – Va bene. (Esce per la destra)

CHIARINA – (con l’espressione da vittima e allargando le braccia, come per mostrare meglio a Matilde le proporzioni allarmanti raggiunte dal suo ventre) Avete visto?

MATILDE – (ambigua) Eh, come no.

CHIARINA – (abbozzando un mezzo sorriso ironico, come chi accetta in rassegnazione le conseguenze di una colpa altrui) E con chi me la piglio? Ditemi voi con chi me la posso prendere?

MATILDE – (solidale per amor di pace) Avete ragione.

CHIARINA – E che tu prevedi? E che tu ti stai attenta? Che tu ti chiudi in casa senza mettere il naso fuori dalla porta?… Niente, non serve a niente. Quando il diavolo ti vuol dimostrare che ha deciso di mettere la coda nei fatti tuoi, ce la mette. E tu non hai nessuna possibilità di poterlo evitare. E ce l’ha messa la coda. Tanto ha fatto che ce l’ha messa.

MATILDE – (con intenzione) E come no. (Alludendo alla gravità del caso) Ha messo quella coda…

CHIARINA – Tutto ha congiurato. Tutto ha coinciso come se fosse stato preparato da qualcuno che aveva interesse far succedere quello che è successo. La partenza di mio fratello… Donna Mati’, decisa così da un attimo all’altro… Ma come, una partenza per l’America si decide su due piedi? Vi sembra una cosa normale? E vi sembra naturale il fatto che Marietta, la cameriera, invece di tornare da Caserta dopo due giorni, vi si ferma più di un mese perché la madre non vedeva la via di guarire? E, secondo me, io non mi sbaglio, donna Mati’, a certe cose soprannaturali io ci credo… secondo me, la coda ha funzionato pure con voi.

MATILDE – Con me?

CHIARINA – Certo. Non ha fatto partire pure voi per Benevento?

MATILDE – Ah, già.

CHIARINA – Stiamo sempre insieme… O io in casa vostra, o voi in casa mia. Voglio dire, che l’occasione di rimanere sola tanto tempo non ci sarebbe stata.

MATILDE – (insinuante) Ma scusate, Chiari’, certo questa coda… diciamo, non si è presentata a voi con una rivoltella puntata. Una donna capisce quali possano essere le intenzioni intime di una coda. E allora si difende, cerca di evitare. Non vi pare?

CHIARINA – (colpita, rimane colta in fallo. Poi rimuginando dentro di sé le parole di Matilde, ripete due o tre volte, ma come a se stessa: “Già… Già… Già…” Poi, vinta, si abbandona al pianto, scoprendo in tal modo all’amica il suo vero stato di angoscia) Vuie che vulite ‘a me, donna Mati’… che vulite ‘a me.

MATILDE – (soddisfatta) Brava, così dovete fare. Voi, scusate se ve lo dico, fino a poco fa mi avete fatto un discorso che umiliava più voi che me. Eh sì, io vi sono amica, vi voglio bene e vi posso essere madre. E come madre mi dovete trattare, non come una scema.

CHIARINA – (in tono più straziante ripete) Che vulite ‘a me… Che vulite ‘a me…

MATILDE – Piangete, che vi fa bene. Voi, in questo momento, avete bisogno di vuotare il sacco; di sfogarvi; di togliervi il peso dallo stomaco, confidandovi con una persona che vi capisce e che vi vuole bene.

CHIARINA – (insiste con lo stesso tono di prima) Che vulite ‘a me… Che vulite ‘a me… Si fa presto a parlare, a dare un giudizio quando le conseguenze di un fatto non guastano i propri interessi. (In tono caricaturale come per imitare il ciarlare pettegolo dei vicini) “Un’altra volta si faceva i fatti suoi… Vuol dire che c’è stato il suo beneplacito… Che è fatta una minorenne? Quando la donna non vuole… si chiude in casa e sa come fare per difendersi…”

MATILDE – Ma niente affatto. Chi volete che si mette a dire di queste cose?

CHIARINA – Le dicono, donna Mati’, le dicono. Che tengo quarant’anni passati… che all’età mia si ha il dovere di ragionare. (Sinceramente convinta, afferma) Non si ragiona, donna Mati’. O a quindici, o a trenta, o a cinquanta o a settanta: è ‘a stessa cosa. A qualunque età, quando succede quello che è successo a me: non si ragiona. Anzi, si perde completamente la facoltà di ragionare. (Lentamente muove verso il tavolo centrale e si siede accanto. Matilde, timidamente, siede silenziosa di fronte a lei. Dopo una breve pausa, Chiarina riprende il suo discorso. Le ipotesi, le considerazioni, le immagini, gli accostamenti che ella, via via, va formulando a giustifica del suo caso, la esaltano sino a renderla inconsciamente eroina di una sublime favola fantastica, di cui non saprebbe più ammettere di essere stata la reale protagonista) Ti sembra tutto facile, tutto possibile. Perché ci pensi alle conseguenze: e come ci pensi! Non state a sentire, non state a sentire, donna Mati’, quando si dice: “In quel momento non ho capito più niente”. Nun è overo. Io capivo tutto. E non è “un momento”. Prima di arrivare a quel “momento” ho passato nottate intere senza chiudere occhio, prevedendo tutto; calcolando punto per punto il bene e il male che me ne poteva venire. (Enumerando i lati negativi del caso) Il pericolo di mettere al mondo un figlio nella incertezza di poterlo far riconoscere dal padre. Le condizioni familiari, l’atteggiamento di mio fratello, quello che avrebbe detto la gente, la mia età. Ma mi pareva tutto bello, tutto conciliabile. Pensavo a mio fratello, e dicevo: “Va bene, e Lorenzo che può dire? Se viene un figlio, pure per mio fratello sarà una gioia”. E sentivo la voce di Lorenzo che mi diceva: “Chiari’, sora mia: questa creatura è pure sangue mio. Se il padre non lo vuole riconoscere, non fa niente: ci sono io per lui”. E pensavo al battesimo, e vedevo la casa in festa, piena di amici: voi, vostro marito, gli altri inquilini… E dicevo: in fondo la gente è buona, è comprensiva. E chi mi diceva: “Chiari’, pensate alla salute, un figlio è sempre una benedizione… Avete sofferto tanto… Avete avuto coraggio, brava Chiarina… siamo tutti solidali con voi.” Poi pensavo: può darsi pure che il figlio non viene… Non è la prima donna che si sposa e non ha figli. Se avrò la fortuna di non averne, resta tutto tale e quale come prima… E, pensando che veramente poteva rimanere tutto come prima, mi mettevo a piangere. Mi pigliava una malinconia tale, e una tristezza così forte, che mi addormentavo piangendo, e piangendo mi svegliavo. Senza figli? E perché non ne devo avere? Perché così, quando gli amici mi accompagnavano al camposanto dicevano: “Brava Chiarina, è stata onesta fino all’ultimo”. Quegli stessi amici che se ne sono fatte risate alle mie spalle perché non avevo trovato marito, ed ero rimasta per la vetrina. (Scoppia a piangere)

MATILDE – (quasi scherzosa) E va bene. Non è finito il mondo per questo. Vuol dire che così era destinato. Sentite a me, Chiari’: quello che oggi vi sembra un guaio irreparabile, domani sarà la gioia della vostra casa.

CHIARINA – (prevedendo le reazioni del fratello, timidamente esclama) Lorenzo…

MATILDE – Ma scusate, Chiari’, voi perché ve la pigliate tanto? Il vostro è il caso più naturale di questo mondo. Vostro fratello è un artista, un uomo intelligente, comprensivo. Sul principio resterà sorpreso, e non escludo che ne potrà provare pure un certo disappunto; ma poi si farà una ragione e tutto si aggiusta. E poi vostro fratello per ora sta in America… quando torna se ne parla…

CHIARINA – (sempre piagnucolando) È tornato. È arrivato con l’aereo a Roma, e mi ha fatto un telegramma, prima di prendere il treno per Napoli.

MATILDE – (senza nascondere un lieve sgomento) Così, da un momento all’altro?

CHIARINA – Doveva rimanere in America altri sei mesi perché gli avevano offerto un lavoro vantaggioso; ma, preso dalla nostalgia, così dice il telegramma, se ne è tornato. E la decisione di tornare l’ha presa di punto in bianco, al solito come fa lui.

MATILDE – Guarda un poco la diavoleria…

CHIARINA – E io perciò ho mandato a chiamare vostro marito, per farlo andare alla stazione. Io come ci vado? Lorenzo non si spiegherebbe la mia assenza, e, d’altra parte, se mi vede così combinata gli viene una paralisi sul predellino del treno.

MATILDE – Se gli deve venire la paralisi, gli viene lo stesso pure quando vi vede qua.

CHIARINA – (con slancio altruistico) Ma almeno sta in casa sua!

ALFONSO – (dalla destra, seguito da Maria, entra guardingo e con aria grave. Egli, grazie all’indiscrezione della cameriera, è certamente al corrente del fatto. Si avvicina alle due donne, le scruta. E dopo di aver ricambiato l’occhiata d’intesa che sua moglie ha lanciato a lui precedendolo di un attimo, con il tono che si usa di solito per gli ammalati gravi, si rivolge a Chiarina) Signorina Chiarina, avete bisogno dei miei servigi?

CHIARINA – Se non vi è di fastidio. Arriva mio fratello da Roma col rapido delle nove e trenta.

ALFONSO – (volenteroso) Lo vado a ricevere ?

CHIARINA – Ditegli che non ci sono andata io, perché sono un poco indisposta.

ALFONSO – E non gli devo dire altro?

MATILDE – (sgarbata) Che altro gli vuoi dire?

ALFONSO – (smarrito) Non so… caso mai, una preparazione…

MATILDE – A che cosa?

ALFONSO – All’indisposizione della signorina Chiarina.

MATILDE – E non c’è bisogno, quella è cosa ‘e niente.

ALFONSO – (poco convinto) Allora io vado?

MATILDE – (aspra) E quando, dico io.

ALFONSO – (di malavoglia si avvia, poi ci ripensa e azzarda timido) Io dico una piccola preparazione… due parole ben piazzate…

MATILDE – Ma perché vuoi strafare? La signorina Chiarina ti ha chiesto di andare alla stazione a ricevere suo fratello. Questo devi fare e basta. (Deplorando in senso caricaturale l’iniziativa di Alfonso) ‘A preparazione… ‘E parole piazzate…

ALFONSO – (colpito, reagisce senza riguardi) Quanto sei sgarbata. E con l’età diventi sempre più acida. Secondo te non sono all’altezza di espletare un incarico delicato? Arriva nu povero Madonna dall’America, senza sape ‘o schiuoppeto che trova a casa… e, secondo te, il meschino deve essere privato pure del conforto che gli può venire dalla solidarietà disinteressata di un amico fedele?

MATILDE – (alludendo alla costruzione sofisticata di cui si è servito il marito nell’esprimersi) Si’ lluongo, Alfo’.

ALFONSO – (per non prolungare quel dibattito con sua moglie, che, secondo lui, potrebbe degenerare, taglia corto) Io vaco ‘a stazione. (Si avvia)

MATILDE – (volutamente indifferente) Staie ancora ccà?

ALFONSO – Sei sgarbata, Mati’. (Ed esce per la destra)

CHIARINA – (contrita) L’ha saputo pure vostro marito…

MATILDE – (rivolgendosi a Marietta sicura di non sbagliarsi) Tu ce l’hê ditto?

MARIA – Lui me l’ha domandato.

MATILDE – (contrariata per l’affermazione assurda della cameriera) Ma statte zitta. Come, uno s’informa intorno a un fatto che ignora completamente?

MARIA – (sincera) M’è scappato.

CHIARINA – (sostenuta) Vattene in cucina, va’. (Poi, non appena la cameriera se n’è andata, in previsione del dilagare della notizia, con amarezza, commenta) Mo, l’appura tutta la collina del Vomero!

MATILDE – (con immediata reazione di menefreghismo che intende inculcare pure all’amica) E salute a noi! Chiari’, voi vi dovete mettere in mente che la gente, non è oggi è domani, lo deve venire a sapere. E pure il fatto che il professore arrivi prima di quando aveva stabilito, è un bene.

CHIARINA – (al pensiero di quel ritorno inaspettato, riattacca la lamentela di prima) Che vulite ‘a me… che vulite ‘a me…

MATILDE – Ciari’, voi mi dovete parlare chiaro. Questa persona che avete conosciuto chi è? È persona degna? È in condizioni di fare onore alla sua parola?

CHIARINA – (biascica un mugolio lamentoso che vuole significare) Sì… eh!

MATILDE – E perché non ha sentito il bisogno di fare subito il suo dovere?

CHIARINA – (con lo stesso tono lamentoso) Non sapeva niente…

MATILDE – (meravigliata) Non gli avete detto niente?

CHIARINA – (c. s.) Gliel’ho detto ieri mattina, quando ricevetti il telegramma di Lorenzo.

MATILDE – E la notizia che effetto gli fece? Si mostrò turbato?

CHIARINA – (escludendo nettamente l’ipotesi) Nooo… Anzi, gli stava venendo uno svenimento, tanto della gioia… Non ingarrava nemmeno a parlare.

MA TILDE E perché avete aspettato tanto tempo per farglielo sapere?

CHIARINA – (sempre piagnucolando) Non tiene una posizione. Sta senza una lira. (In uno scoppio di pianto, dichiara incondizionatamente il vero sentimento d’amore che nutre per Filuccio) Sono innamorataaa… Non voglia mai il Cielo dovessi perdere quell’uomo, mi butto veramente dalla finestra, non una ma dieci volte. Donna Mati’, io non sono una ragazzina: tengo un’età… lui è giovane… Mi sono messa paura che, dandogli la notizia, m’inchiantava e se ne andava… Perché dovevo distruggere quei giorni di felicità… Mi sentivo in Paradiso, donna Mati’.

MATILDE – Lo credo.

CHIARINA – Sono passati i giorni, e nemmeno me ne sono accorta. Volevo scrivere a Lorenzo, raccontandogli tutto il fatto… (Rammaricata commenta) …e sarebbe stato meglio. Ma prima di fare un passo del genere, volevo essere d’accordo con la persona… E perciò rimandavo sempre.

MATILDE – E invece la persona si è mostrata felice quando l’ha saputo?

CHIARINA – (orgogliosa) Non ci stava nei panni. E io, come una scema, solamente ieri gliel’ho detto.

MATILDE – Scusate, donna Chiari’, lui in questi quattro mesi vi ha visto spesso, credo…

CHIARINA – (assaporando la dolcezza dell’affermazione) Tutti i giorni.

MATILDE – E come va, dico io, che non se n’è accorto?

CHIARINA – Mi stringevo. Certe volte mi uscivano gli occhi da fuori.

MATILDE – Senza pensare nemmeno lontanamente che per lui sarebbe stata una gioia?

CHIARINA – (con slancio d’amore, pensando a Filuccio) Che bellu carattere che tene, donna Mati’. Ride sempre, sta sempre allegro. E quanto me vo’ bene. Appena lle facette sape’… (allude alla gravidanza) ‘o fatto… comme prima cosa rimanette meravigliato, cu’ ll’uocchie spaparanzate e me guardava fisso, senza parlà. Tanto ca io me mettette paura. Pensavo: vuo’ vede’ ca chisto m’affoca? Poi si mise a piangere. (Rivivendo la gioia e lo stato d’animo con cui Filuccio le chiese) “Chiari’, tu dice overamente?” E piangeva, piangeva… Vi dico, donna Matilde mia, che per me è stata come una liberazione. Po’ faceva tanta prugette: “E si è masculo ‘o chiammammo accussì, si è femmena accussì… E comme te siente?… Hai bisogno di qualche cosa…” E lui ha fatto venire la levatrice… Dice: “Comme, nun hê chiammato ancora ‘a levatrice”. E mi ha assicurato che in un mese sposiamo.

MATILDE – Bravo.

CHIARINA – (intenerita e fiera) Ieri sera mi ha mandato un cestino di frutta fresca che si poteva dipingere, e tutta ‘a notte ha cantato e ha sunato ‘o mandulino. E io so’ stata fino all’alba for’ ‘o balcone a senti’.

MATILDE – (a colpo sicuro, chiede) Filuccio?

CHIARINA – (ammiccando, e con lieve cenno del capo conferma. Poi commenta es.tasiata) Comme sona bello!

FILUCCIO – (dall’interno lancia il solito festoso annuncio ) Ccà sta Filuccio!

CHIARINA – (scossa dall’emozione) È isso, donna Mati’…

MATILDE – Calmatevi, non vi emozionate. Fatelo entrare.

CHIARINA – (superato l’attimo di smarrimento, riesce ad esclamare con tono di voce alterato) Avanti. (Filuccio dalla destra seguito da Pummarola, il quale reca un cesto di verdure e frutta)

FILUCCIO – Trase, Pummaro’. (Poi si rivolge a Chiarina con naturale intimità) Chiari’… (Ma si accorge subito della presenza di Matilde, e si corregge) Signorina Chiarina, scusate… non sapevo che stavate in compagnia.

MATILDE – Ma io me ne vado subito.

FILUCCIO – E perché? La presenza di una signora come voi è sempre ambita e desiderata. Io volevo dire che forse ho interrotto una conversazione importante.

MATILDE – No. Facevamo quattro chiacchiere… niente d’importante.

FILUCCIO – Ho portato la verdura. (Con gesto largo da intenditore) Guardate che sciccheria. Ma quello non è un cesto di verdura. È la pagina a colori di una rivista di moda americana. Guardate come si accende quel giallo dei peperoni, nel ricevere i riflessi di fuoco lanciati dai fiasconi di San Marzano. E se Pummarola mette il cesto in modo che la luce della finestra ci può andare sopra… (Visto che Pummarola non lo ascolta ed è invece tutto preso da problemi di carattere personale, energicamente lo richiama) Guè, miettete vicino ‘a fenesta… (Pummarola esegue, mettendo in luce la sua persona anziché il cesto) Che faie? ‘A luce ha dda ji’ ncopp’ ‘a verdura, no ncuollo a te. (E corregge lui stesso la posizione di Pummarola nel modo desiderato) Accussì. (Indica di nuovo il cesto alle due donne) Che? Fra peperoni, pomidori, zucchine e melanzane, è una festa di colori. Come se il Padreterno sfidasse i pittori di tutto il mondo, dicendo: “Vediamo chi sa dipingere meglio: voi coi pennelli o io senza”. (Preso dall’entusiasmo per ciò che ha detto, dimostra il suo compiacimento tirando un forte scappellotto a Pummarola, affermandogli nel contempo) Ih… ca si’ na scamorza!

PUMMAROLA – (che non si aspettava quella singolare conclusione, nell’abbassare di scatto il capo, per il colpo ricevuto, esclama impermalito) Don Filu’, mo me faciveve ji’ cu’ ‘a capa nterra!

FILUCCIO – (senza scomporsi, ribatte con lo stesso tono compiaciuto di prima) Port’ ‘a verdura dint’ ‘a cucina, scigna! (Pummarola, mormorando parole incomprensibili, ingrugnito e torvo, esce per la sinistra. Filuccio, intanto, lungo il tratto percorso da Pummarola, annusa nell’aria gli aromi di quella verdura) Siente, sie’… A me, che volete, l’odore della verdura recisa di fresco e degli ortaggi appena raccolti, mi inebria. Io mo dovrei essere abituato a questa specie di fragranza; eppure, l’odore di un cetriuolo o di un sedano mi rianima, mi mette in allegria. (Fissando lo sguardo su Chiarina, con intenzione allusiva) E quest’anno la stagione è stata propizia. C’è stato il sole quando ci doveva essere, e ha piovuto quando doveva piovere. La terra ha fatto germogliare le piante al tempo giusto. È stata come una benedizione. (Chiarina raccoglie l’allusione e abbassa gli occhi pudica) Ve vulesse fa’ vede’ ‘e cepolle… me parene ndurate. Ogni cepolla è quanto ‘a capa ‘e na criatura.

MATILDE – (entrando nel giuoco) E una tempesta? Non potrebbe danneggiare il raccolto una tempesta?

FILUCCIO – (sicuro del fatto suo) Che volete danneggiare? Il miracolo della natura è già compiuto.

MATILDE – (sempre con tono scherzoso puntualizza) No… io dico: mo che arriva il fratello di donna Chiarina, come vi regolate?

FILUCCIO – (dopo un attimo di smarrimento, meravigliato, chiede a Chiarina) Ma la signora Matilde… (Chiarina tace)

MATILDE – Filu’, io tengo i capelli bianchi e so quello che dico. Voi avete un bel carattere, che il Signore ve lo conservi fino alla vecchiaia… ma con certe cose non si può scherzare. Voi vi rendete conto che avete capovolto completamente l’esistenza di una donna?

FILUCCIO – Signora Matilde, dal momento che siete al corrente di tutto… abbiate pazienza, poi ne parliamo. A me mme stanno tenenno ‘e cane. (Prende fra le sue la mano di Chiarina e gliela stringe con infinita tenerezza) Chiari’, comme te siente?

CHIARINA – (con dolcezza lo rassicura) Bene, bene.

FILUCCIO – Statte senza pensiero. Me so’ visto c’ ‘a signurina Musso. M’ha ditto che per il momento tutto procede bene. (Rivolgendosi a Matilde con trasporto sentito) Signora Matilde, io nu figlio vulevo. E lo volevo da una vera signora. II figlio è venuto, a Chiarina ‘a voglio bene… tutto il resto non conta.

MATILDE – Però, non avete risposto a quello che vi ho domandato io.

FILUCCIO – Che mi avete domandato?

MATILDE – Come pensate di regolarvi col fratello della signorina Chiarina? ‘O professore fra poco arriva.

FILUCCIO – E gli daremo il bene arrivato.

MATILDE – (facendogli notare l’inopportunità di quel tono evasivo) ‘O vvedete, Filu’, che voi la pigliate a scherzo?

FILUCCIO – La piglio a scherzo? Signora Matilde, come mi conoscete male. (Nel tralasciare quel tono scherzoso, e nell’assumere rapidamente un atteggiamento serio, rivolge un ordine perentorio a Pummarola, che in quel momento è tornato con il cesto vuoto) A te, Pummaro’: in bottega ci sta mio zio. Gli dici che lo sto aspettando qua. Ci devi impiegare due minuti.

PUMMAROLA – Va bene. (Ed esce per la destra)

MATILDE – (scambiando un’occhiata di curiosità con Chiarina) Vostro zio?

CHIARINA – (con un lieve senso di meraviglia) Tiene nu zio?

FILUCCIO – Ma perché, mio padre non poteva avere un fratello? (Precisando) Gaetano Cannavacciuolo, fratello della buon anima di papà.

MATILDE – E lo fate venire qua?

FILUCCIO – Voglio fare le cose con la massima serietà e sveltezza. In mezza giornata ho messo il mondo sottosopra. Non appena Chiarina mi fece la confessione e mi disse che il professore sarebbe arrivato stamattina, mandai a chiamare immediatamente mio zio.

MATILDE – E questo vostro zio, dovrebbe parlare col professore?

FILUCCIO. È naturale.

MATILDE – E, scusate, non ci potete parlare voi?

FILUCCIO – Signora Matilde, io sono un ragazzo troppo sensibile. Sotto le spoglie di un modesto verduraio si nascondono la timidezza e il candore di un’anima eletta. A dirvela sincera, ‘o professore mi mette soggezione. Io qua sopra ho portato sempre il cesto della verdura, e quante volte incontravo il professore, “Buongiorno, buonasera…” e tirati la porta. Volete che da un momento all’altro mi presento a lui per dirgli: “Si è fritto il fegato, e dobbiamo diventare cognati”?

MATILDE – Ma intanto i fatti sono questi. E mi pare che un giovane risoluto come voi…

FILUCCIO – Sembro, signora Matilde… sembro uno come dite voi, do questa impressione; ma in sostanza sono di natura timida. Mio padre mi ha lasciato quando tenevo dodici anni. Ero ancora un ragazzino che cercava i compagni di giuoco. E a quell’età mi cadde sulle spalle la responsabilità della bottega e quella di mia madre, che per poco non la portai al manicomio, per il dolore che l’aveva colpita. Senza mezzi di fortuna, perché mio padre non lasciò neanche una lira… allora: bottega e casa, casa e bottega. Come potevo avere l’opportunità di frequentare amici, di sveltirmi? Ecco spiegata la mia timidezza.

MATILDE – E questo fratello di vostro padre?

FILUCCIO – Zio Gaetano?

MATILDE – Bravo. Non poteva aiutarvi lui?

FILUCCIO – Uh, guardate, e se no come facevo? Per i primi tempi zio Gaetano si è occupato della situazione. E ancora oggi si interessa dei conti della bottega, perché lui è istruito… e qualche volta fa compagnia pure lui a quella povera vecchiarella di mammà.

CHIARINA – (premurosa) Come sta?

FILUCCIO – Di salute sta bene; ma è svagata. Pensa sempe ‘o marito muorto: casa, chiesa e campusanto.

MATILDE – E vostro zio che fa?

FILUCCIO – Si occupa di semine, di raccolti. Conosce i terreni, i concimi. (Come per citare un esempio) Dice: “Questi sono tanti moggi di terra? E allora ci vuole tanto di questo e tanto di quello… Questa pianta, qua non alligna, e là si”.

MATILDE – L ‘agrario.

FILUCCIO – Ecco. Potrebbe guadagnare quello che vuole lui, ma quando ce lo andate a dire vi risponde: “Io voglio guadagnà quello che mi serve per vivere e basta”. Non si è ammogliato…

MATILDE – È scapolo…

FILUCCIO – Un bell’uomo. Adesso tiene cinquantuno-cinquantadue anni. Una sola donna avrebbe voluto per moglie; ma siccome quella donna lo ha rifiutato, lui, come fosse rimasto mortificato… e di matrimonio non ne ha voluto più sapere. (Suona il campanello d’ingresso, internamente) E questo è lui.

CHIARINA – (allarmata) Può essere pure Lorenzo… (Intanto Maria entra dalla sinistra e, tirando diritto, esce per la destra)

MATILDE – Non credo. A che ora doveva arrivare?

CHIARINA – Alle nove e trenta.

MATILDE – (guarda l’ora sull’orologio che porta sul braccio) Sono le nove e trentacinque… il tempo per arrivare dalla stazione fino a qua…

MARIA – (torna introducendo Gaetano Cannavacciuolo) Ce sta nu signore. (E tirando diritto esce per la sinistra)

FILUCCIO – (alle due donne) Ve l’avevo detto… è zio Gaetano. (Poi rivolto a suo zio che in quel momento entra) Zi’ Gaeta’, entrate.

GAETANO – (è un uomo sui cinquantadue anni. Alto, ben piantato e di buona salute. Il grigio dei suoi capelli, in contrasto con il colore abbronzato del suo volto, gli conferisce un che di giovanile freschezza. Indossa un abito di una tinta calma; di quelli tagliati in serie. Panama e bastone campagnolo. Entra discreto e si ferma a due passi dall’uscio) Grazie. (Matilde s’alza in piedi per un senso di riguardo verso di lui. Chiarina rimane seduta per pudore. Filuccio segue con scaltrezza i movimenti di ognuno. Gaetano, tutto preso dall’incarico delicato affidatogli da suo nipote, avanza enigmatico verso il tavolo centrale, fermandosi poco discosto da esso, fra i tre. Ad un cenno invitante di Chiarina, il nuovo arrivato siede, ricambiando quell’attenzione riguardosa della donna con mezzo sorriso di compiacimento. Contemporaneamente siede anche Matilde. Lunga pausa imbarazzante. A questo punto, fra i quattro ha inizio uno scambio di significativi sguardi e convenzionali alzatine di sopracciglia, che via via si accentua, e va creando uno di quei mirabili giuochi mimici, fatti di migliaia di sottintesi satirici e sfumature ironiche, che soltanto i comici dialettali, veri e soli eredi della Commedia dell’Arte d’ogni tempo, hanno la facoltà miracolosa di intendere, fare intendere e condurre nella finzione scenica, con controllo avveduto del gesto e sorveglianza precisa di misura. Finalmente, Gaetano risolve quella penosa situazione di attesa, dichiarandosi patrocinatore del caso e disposto all’intervento. Infatti, egli si serve di una frase che vuol essere lapidaria quanto quella pronunciata abitualmente da un illustre luminare della scienza medica, al cospetto del grave caso clinico) Eccoci qua. (Dopo aver guardato lungamente Chiarina, a colpo sicuro afferma) Voi siete Chiarina.

CHIARINA – (timida) Sì.

MATILDE – Io sono un’amica… abito sullo stesso piano. Anzi, siccome dovete parlare di cose delicate, vi lascio tranquilli. (Si alza in piedi) Permettete. Chiari’. Se avete bisogno di me, mi chiamate.

GAETANO – (serio e pacato) Signora cara, qua i fatti sono chiari. Quando intervengo io per sistemare una faccenda, non ci devono essere né segreti né riserve mentali. (Rivolgendosi a Chiarina) Vostro fratello a che ora deve arrivare? (Dall’interno giunge un prolungato suono di campanello. Chiarina sussulta)

FILUCCIO – (allarmato afferma) È arrivato.

CHIARINA – (a Maria, che in quel momento sta attraversando la stanza per andare ad aprire l’uscio d’ingresso) No, Marie’, non aprire ancora.

MATILDE – Non ci possiamo far trovare tutti quanti qua pronti a discutere. Quel povero professore arriva dopo un viaggio così lungo; non è conveniente parlargli subito del fatto. Mi sembra un’aggressione.

FILUCCIO – Embè, e che vogliamo fare?

CHIARINA – Dice bene donna Matilde. (Indicando a Filuccio e suo zio l’uscio di sinistra) Andatevene dentro. Ci parlo io e poi vi chiamo.

MATILDE – Mi sembra più giusto.

FILUCCIO – Zi’ Gaeta’, andiamo.

GAETANO – Andiamo. (Ed escono zio e nipote per la sinistra)

CHIARINA – (a Maria) Vai ad aprire. (Maria esce)

MATILDE – Facciamolo prima respirare un poco, povero don Lorenzo. Io adesso lo saluto, poi me ne vado e vi lascio soli. (Alfonso, seguito da Maria, entra e si ferma a due passi dall’uscio. A Matilde non sfugge lo stato di agitazione in cui versa il marito. Maria esce per la sinistra) Alfo’, che d’è? (Alfonso, confuso, avanza di qualche altro passo) Ch’è succieso?

ALFONSO – Niente. Eccomi qua.

CHIARINA – E ‘o professore?

ALFONSO – Chi?

CHIARINA – Comme chi? Mio fratello.

ALFONSO – Ah, vostro fratello… si è seduto accanto al casotto del portiere a pigliare un poco d’aria.

CHIARINA – (allarmata) Ma perché, non si è sentito bene?

ALFONSO – Niente affatto, sta benissimo. Non ha voluto salire. Ha detto: “Qua, là…”

MATILDE – E che significa? Uno senza ragione dice: “Qua e là”?

ALFONSO – Senza ragione? Ma allora sei incosciente. Il fatto di donna Chiarina ti sembra cosa di poco conto?

MATILDE – E lui che ne sa?

ALFONSO – (secco) Lo sa.

MATILDE – (sicura di azzeccarla) Pecché ce l’hê ditto tu.

ALFONSO – (dispettoso) Sì. Perché non si mette un uomo di fronte al fatto compiuto. Con un certo garbo gli si prepara lo stato d’animo.

MATILDE – (convinta) Appena è sceso dal treno ha fatto il telegiornale. (Nauseata per il comportamento pettegolo del marito) Madonna, ma si’ proprio n’ommo ‘e tre solde! Scusate Chiari’, io me ne vado dentro perché non mi voglio avvelenare il sangue.

CHIARINA – (smarrita) E mo che facciamo?

ALFONSO – Aggiustiamo, aggiustiamo.

MATILDE – (non contenendo più il suo risentimento esplode) Ma vattenne, che non ti sembra vero di fare il “manteseniello ” col professore.

FILUCCIO – (seguito da Gaetano, dalla sinistra) Ch’è stato? ‘O professore non è salito?

MATILDE – No. Perché mio marito gli ha raccontato pane pane vino vino.

CHIARINA – (smarrita) E mo che facciamo?

FILUCCIO – Embè… ormai è fatto. Adesso deve scendere qualcuno per convincerlo a salire.

GAETANO – A me non mi conviene.

FILUCCIO – Tanto meno a me.

MATILDE – (autoritaria alludendo al marito) E scende lui. N’ata vota se steva zitto.

ALFONSO – (di rimando) E che scengo a ffa’? Chillo sta comm’ a n’animale.

GAETANO – Va bene, ma non lo potete lasciare abbasso al palazzo.

LORENZO – (con un tono di voce normale commenta uno sconcio che si verifica spesso in casa sua) ‘A porta aperta. (Tutti fissano lo sguardo su Chiarina, osservando lo sgomento in cui è caduta nell’udire la voce del fratello) Questo è un altro difetto di casa mia. (La porta dell’ingresso sbatte come sospinta da uno strattone energico) Marietta!

MARIA – (dopo una breve pausa, entra dalla sinistra) Comandate. (Ed esce svelta per la destra)

LORENZO – A porta d’ ‘e scale, ha dda sta’ chiusa.

MARIA – Ma pecché, steva aperta?

LORENZO – E come entravo io, p’ ‘a fenesta? Cretina!

MARIA – Io stavo in cucina.

LORENZO – Che risposta a maneco ‘e sicchio è chesta? Ma pecché, quanno tu staie dint’ ‘a cucina, ‘a porta d’ ‘e scale ha dda sta’ aperta?

MARIA – Pure la signorina Chiarina certe volte la lascia accostata.

LORENZO – Ad ogni modo sei avvertita. Piglia queste valigie e portale in camera mia. (Chiarina scoppia a piangere ed esce veloce per la sinistra nell’attimo in cui Lorenzo entra dalla destra seguito da Maria, la quale reca due valige) Eccomi qua. (Con un sorriso cordiale si rivolge un po’ a tutti) Amici carissimi: il professore è arrivato. (Maria attraversa la stanza ed esce svelta per la sinistra con le valige) Don Alfonso è stato tanto cortese di venirmi a rilevare alla stazione, e donna Matilde, squisitamente gentile com’è, ha fatto compagnia a Chiarina. E io per questo vi ringrazio di cuore. L’America è bella… Se non fossi stato preso dalla nostalgia, mi potevo trattenere là un sei sette mesi ancora, e pure un anno… Ho un bagaglio di cose da raccontarvi; ma tutte meno importanti di quella che dovete dire voi a me. (Dopo aver fissato per un momento lo sguardo su Gaetano) Voi siete lo zio di Filuccio, e siete venuto a parlarmi del fatto, perché vostro nipote non ha il coraggio di farlo lui.

GAETANO – Precisamente.

LORENZO – Don Gaetano…

GAETANO – Gaetano Cannavacciuolo, a servirvi.

LORENZO – (con deferenza) Mi favorite. (Indicando Filuccio) E là c’è il padre del nipotino che deve nascere fra quattro mesi. (Filuccio non osa sollevare gli occhi) È venuta pure la levatrice, è vero?

MATILDE – Ma questo non ve l’ha potuto dire mio marito, perché nemmeno lui lo sapeva.

LORENZO – (senza tralasciare la calma con cui ha inteso impostare la sua linea di condotta) C’è il quartiere pieno, donna Mati’. Sono stato seduto dieci minuti vicino alla guardiola del portiere, si è fatta la folla. Un altro poco mi dicevano pure se nasce femmina o maschio. Caro Filuccio, la gente ti osserva, ti seziona, ti analizza… Noi crediamo di aver fatto le cose sotto silenzio, e invece abbiamo fatto zitto zitto in mezzo al mercato. (Affettuosamente interessato) E Chiarina? (I quattro restano muti. Dopo una breve pausa, Lorenzo commenta) Già… Chiarina si mette vergogna di farsi vedere da me. Vergogna poi di che cosa, non capisco.

MATILDE – Professo’, scusate, io parlo molto chiaro, e mi permetto di intervenire perché mi sento molto amica di Chiarina e vostra. Voi non state parlando come ci aspettavamo, e come avreste il diritto di parlare. Mio marito ci ha detto che quando avete saputa la notizia vi siete arrabbiato al punto che non volevate salire…

LORENZO – (precisando ciò che Matilde avrebbe stentato a dire) …e adesso sto qua, parlando con tutta la calma, senza spaccare nemmeno una sedia, senza rompere nemmeno un oggetto contro il muro… È questo che mi volete dire? (Matilde conferma sorridendo, con un breve cenno del capo) Vedete, donna Mati’, quei dieci minuti di sosta sul portone di casa sono stati utili per tutti quanti. Quelli che non vedevano l’ora di raccontarmi la notizia con tutti i dettagli, hanno avuto il tempo di liberarsi del peso che avevano sullo stomaco; ed io, quello di capire che, più si affronta con calma e serietà il fatto, meno faremo ridere la gente. (I quattro, come liberati da un incubo, si scambiano sguardi di compiacimento) Vostro marito mi ha raccontato tutto quello che è successo, ma il nome della persona l’ho saputo dopo. Filuccio è un bravo giovane, un lavoratore… E questo mi dà molta tranquillità. La serietà delle sue intenzioni si vede dal fatto che si è fatto accompagnato dallo zio: perché dovrei sollevare delle eccezioni? La vita tende i suoi tranelli. Per fortuna ci troviamo fronte a due persone che, se vogliono, possono prendere la responsabilità di quello che hanno fatto… Quello che hanno deciso di fare, se entra nelle regole normali della comunità, quello si farà.

FILUCCIO – (incoraggiato e commosso dalla dichiarazione esplicita di Lorenzo, non esita ad affermare) Professo’, mi avete dato una grande soddisfazione. Grazie! Avete messo a fuoco la questione con quel senso di umanità che distingue gli uomini della vostra levatura. (Supplichevole e sempre più commosso) Mi dovete concedere una grazia… Voglio un abbraccio… prima di parlare e di dichiararvi il mio sentimento. Voglio un abbraccio.

LORENZO – (ben disposto) E perché no? (E l’abbraccio dei due si verifica pieno di commossa effusione da ambo le parti)

FILUCCIO – (rinfrancato e felice) Mo sì, mo me sento meglio. Adesso vi posso parlare senza quella timidezza che ho sempre provata alla vostra presenza.

MATILDE – Filu’, quello che dovete dire, è meglio che lo dite in presenza di Chiarina.

LORENZO – Addo sta?

MATILDE – Adesso la chiamo io. (Chiamando verso sinistra) Chiari’, venite… vostro fratello vi vuole vedere. (Chiarina, dopo breve pausa, entra e si ferma ad un passo dall’uscio senza parlare)

LORENZO – Chiari’, sora mia bella, che paura hai?

CHIARINA – (in uno slancio di viva commozione corre verso il fratello e gli si getta fra le braccia) Fratu mio.

LORENZO – Sora mia bella… (E si tengono stretti lungamente)

CHIARINA – (timorosa e singhiozzante) Nun s’è cambiato niente, è overo Lore’! Nun t’aggio perduto!? Me vuò sempe bene? (E scoppia a piangere)

LORENZO – (confortandola) E zitta… non piangere. Non è cambiato niente, e nun m’hê perduto. Se capisce che te voglio sempe bene… simme frate e sora.

FILUCCIO – (eroico rivolgendosi a Lorenzo) Chiarina è ‘a vita mia. Professo’, ce vulimmo bene e ce vulimmo spusà. Voi che ne dite?

LORENZO – E il mio parere che conta? Questa è una domanda che la dovete rivolgere a Chiarina. Se Chiarina è contenta, sono contento io pure.

MATILDE – Adesso non vi resta che fissare la data. Alfo’, andiamo, lasciamoli tranquilli. Chiari’, avete visto? Meglio di così non poteva andare.

ALFONSO – Stateve buono, professo’.

LORENZO – Scusate il fastidio.

ALFONSO – Per carità.

MATILDE – Permettete, noi ce ne andiamo.

FILUCCIO – Buone cose, signora Matilde.

MATILDE – Grazie. E pensate a mettere giudizio. Andiamo, Alfo’! (Ed esce dalla destra seguita dal marito)

CHIARINA – (rivolgendosi al fratello, piena d’interesse affettuoso) Staie stanco?

LORENZO – Se devo dire la verità, no. Ho fatto un viaggio magnifico.

CHIARINA – E te vuo’ bere qualche cosa?… Na tazza ‘e cafè?

LORENZO – No, grazie, nun voglio niente. Hai offerto qualche cosa a don Gaetano, a suo nipote?

GAETANO – Ho preso un caffè prima di salire… grazie.

LORENZO – Abitate a Napoli?

GAETANO – Sopra ‘o Scudillo. Ma pernotto spesso ad Afragola, dove conduco e amministro certe terre di un cliente. E da là vengo. Filuccio mi mandò a chiamare ieri sera.

LORENZO – E vi siete incomodato inutilmente perché, come avete visto, la partita si è chiusa facilmente e con poche parole.

GAETANO – (poco convinto ammette) Già… la partita è chiusa; ma ci sono i dettagli.

LORENZO – Fissare il giorno delle nozze, scegliere il compare. Se vogliono fare degli inviti, i testimoni…

GAETANO – Si capisce, tutte cose da precisare; ma in un secondo momento.

LORENZO – (candido) Perché, in un primo momento ci sono altre cose da precisare?

GAETANO – (dando peso a ciò che dice, per far rilevare a Lorenzo l’importanza dell’evento) È un matrimonio, professore mio. Un matrimonio che, per certe circostanze che si sono fatalmente verificate, si deve celebrare indipendentemente da quelle che potevano essere le aspirazioni di tutti.

LORENZO – (volutamente ingenuo) Don Gaeta’, non capisco.

GAETANO – Professo’, voi state stanco… Io adesso me ne vado, così vi riposate. La notte porta consiglio; mi fate l’onore di darmi un appuntamento per domani, mi dedicate una mezz’ora del vostro tempo prezioso, e metteremo in giusta luce la situazione.

LORENZO – Don Gaeta’, niente affatto, io non sono stanco. Se volete, possiamo parlare anche adesso.

GAETANO – Come volete voi.

LORENZO – Accomodatevi.

FILUCCIO – Allora io me ne scendo, così potete parlare con più libertà.

LORENZO – No, e perché? I dettagli a cui allude vostro zio riguardano tanto voi quanto mia sorella. Sedetevi. (E seggono tutti e quattro intorno al tavolo) Chiari’, ma c’hê fatto, t’hê levato ‘e llente?

CHIARINA – Hê visto?

LORENZO – E quanno te l’hê levate? Hai fatto qualche cura?

CHIARINA – No… no… e nun me ricordo nemmeno com’è stato… e nun saccio manco addò stanno. E ce veco buono: leggo, scrivo, ricamo… tutto.

LORENZO – Brava, me fa piacere… auguri. (A don Gaetano) Allora?

GAETANO – (dopo un attimo di raccoglimento, afferma orgoglioso) Professo’, io sono un galantuomo. Sono un uomo fatto tutto di un pezzo, al quale potete promettere un autotreno col rimorchio pieno di brillanti per fargli dire una bugia: non la dico. Professo’, fronte alta e mani pulite.

LORENZO – Ma chi vi dice il contrario?

GAETANO – Ve l’ho voluto dire perché voi non mi conoscete. Io vivo in campagna, a contatto con la natura, che non ti tradisce mai. Io parlo con gli alberi, con le piante, c’ ‘a frutta, cu’ ‘e ffoglie…

LORENZO – Conversazione sana e senza contraddittorio.

GAETANO – Un’opera lirica, professo’.

LORENZO – Con l’armonia di una partitura inattaccabile.

GAETANO – Una partitura armonizzata dal musicista divino, dove perfino il grillo e la cicala trovano la loro parte per entrare in battuta.

LORENZO – (con lievissimo senso d’ironia) Eh già; vuie ‘a sera v’assettate mmiez’ ‘a campagna, e ve sentite l’opera.

GAETANO – (a cui non è sfuggita l’ironia, alquanto impermalito ribatte) M’assetto, e me sento l’opera. Proprio così.

LORENZO – E con questo?

GAETANO – Professo’ se prendo a cuore il caso di mio nipote, e per conseguenza quello di vostra sorella, potete essere sicuro che lo faccio solamente nel loro interesse.

LORENZO – Andiamo avanti.

GAETANO – Filuccio non ha beni di fortuna. La bottega è intestata a sua madre, e rappresenta l’unica fonte di guadagno che le lasciò la buonanima di suo marito, mio fratello. Con l’introito di questa bottega, che detto fra noi non è così rilevante come si crede, devono vivere mia cognata, Filuccio e il fratello. Io, per conto mio, in bottega ci vado solamente il sabato, per fare i conti, e per questa mia prestazione non percepisco una lira. Finché Filuccio vive in casa di sua madre, sapete… dove mangiano due, mangiano tre: tutto va bene. Ma dal momento che si sposa, dal momento che apre famiglia… un figlio già sta per la strada… lui non può pretendere dalla madre più di quello che ha percepito fino adesso. Che cosa ha percepito fino adesso Filuccio? Filuccio ha percepito uno stipendio adeguato alla funzione che svolge in bottega, e cioè sessantamila lire al mese secche secche, come le percepirebbe un estraneo qualunque. Per ora, sessantamila lire al mese, se si tiene con che mangia a casa, la madre cucina, lava, stira… gli bastano e gli soverchiano. Ma, mettendo su famiglia, con tutto quel che segue, che fa? Se morene ‘e famma tutte e tre?

LORENZO – (ambiguo) È giusto. (E tanto per dire qualcosa, aggiunge) Si deve trovare una via.

GAETANO – Oh, benedetto Iddio! E questo dicevo io. Perciò vi ho detto prima che dovevamo parlare. In che modo, in che maniera e in quale proporzione, non so: deciderete voi; ma una via si deve trovare.

LORENZO – (rivolgendosi a Chiarina e a Filuccio) E di questo non ne avete mai parlato fra voi?

CHIARINA – Come no, ne abbiamo parlato sempre.

LORENZO – E non avete deciso mai niente?

CHIARINA – Senz’ ‘e te, Lore’? Abbiamo aspettato che venivi tu.

LORENZO – Capisco, capisco… E allora?

CHIARINA – (si fa animo e prende l’iniziativa per chiarire a fratello quali siano le loro intenzioni) Filuccio vo’ faticà.

FILUCCIO – (convinto) Sì, io voglio faticà.

LORENZO – Bravo.

CHIARINA – Non vuole dipendere da nessuno, e si vuole aprire una strada con il suo lavoro. Il posto che tiene adesso in bottega lo vuole lasciare.

LORENZO – (pronto) E perde pure ‘e sissantamila lire ‘o mese?

CHIARINA – Aspetta. E si nun me faie parlà? Vuole impiantare lui un negozio moderno, dignitoso. Chilli negozie tantu belle, ‘e ssaie? Dove si vende uno di tutto.

FILUCCIO – Un negozio di primizie. Ll’uva ‘e contratiempo, ortaggi fuori stagione. Per esempio: io a Natale entro, e trovo ‘o cetrulo.

LORENZO – Già. (Amaro) Vuie entrate e truvate ‘o cetrulo, ‘e pere, ‘o vruoccolo.

CHIARINA – E tu ci dovresti aiutare.

LORENZO – Sora mia bella… per impiantare un negozio del genere ci vuole un capitale di cinque sei milioni. Io non ho una posizione tale da permettermi di affrontare una spesa simile. Chiari’, chi meglio di te lo sa? Io vivo di lavoro.

CHIARINA – Ma tu non devi sborsare nemmeno una lira. Lore’, core d’ ‘a sora toia, te pare ca io te voglio fa’ caccià danaro liquido? Ma neanche per sogno.

LORENZO – Non posso. Materialmente non posso.

CHIARINA – Ma si capisce. Noi pensavamo un’altra cosa.

LORENZO – Fammi sentire che avete pensato.

CHIARINA – Io te ne parlai pure prima che tu partissi per l’America. ‘O fatto d’ ‘o deposito.

LORENZO – Ah, sì… E quello è un bel locale, con quattro camere sopra… Quattro camere con i servizi. Volendo, c’è pure lo spazio per una stanzetta da bagno. Un pianterreno comodissimo.

CHIARINA – Tu lo usi come locale di sbarazzo. Ci tieni dentro un ammasso di roba fuori d’uso, mobili vecchi, sedie rotte…

LORENZO – …cornici, quadri, specchiere…

CHIARINA – Tutta roba ingombrante, che non ti serve più.

LORENZO – Sì. Tanto è vero che ho deciso di chiamare un rivenditore e faccio piazza pulita.

CHIARINA. Le quattro camere ci bastano come abitazione, e il deposito sotto, Filuccio lo trasforma a negozio.

FILUCCIO – Professo’, ma che si scherza? E dove lo trovo un negozio ad angolo su due strade principali?

LORENZO – E la spesa d’impianto?

FILUCCIO – Qualche economia la tengo, il resto a cambiali… Quando c’è una proprietà, il danaro in piazza si trova.

LORENZO – Quale proprietà?

CHIARINA – Il deposito con le quattro camere.

LORENZO – Ah, ecco.

GAETANO – (con una sigaretta fra le dita, che precedentemente avrà tirato fuori dal pacchetto) Professo’, voi dovete prendere il deposito con le quattro camere sopra e lo dovete regalare agli sposi. (E senza attendere risposta mostra la sigaretta a Filuccio, chiedendogli in tono autorevole) Famme appiccià. (Filuccio lo contenta con attenzione servile)

LORENZO – (di palo in frasca) Io vulesse na tazza ‘e cafè.

CHIARINA – E mo t’ ‘o faccio purtà subito. (Alzandosi premurosa, muove verso sinistra e chiama) Marietta, prepara una tazza di caffè per il professore. Fallo fresco. (Torna di nuovo al suo posto e, nel rimettersi a sedere, aggiunge con disappunto) Te lo volevo dare non appena sei arrivato…

LORENZO – E voi siete ammogliato, don Gaetà?

GAETANO – (come colpito sul vivo di un dolore profondo, abbassa il capo. Dopo una piccola pausa, afferma con un sorrisetto amaro) No… aspetto una donna.

LORENZO – Deve venire da fuori?

GAETANO – No… l’aspetto da quindici anni.

FILUCCIO – (a Lorenzo) Avete toccato un tasto doloroso.

GAETANO – (a Filuccio) E per questo vuoi amareggiare il professore? (Entusiasmandosi) Siamo uomini, professo’… sono innamorato di una donna, questo è tutto. E non mi vergogno di confessarlo.

LORENZO – Certo.

GAETANO – Una donna che mi ha rifiutato, e che forse per questa ragione mi ci sono incaponito.

LORENZO – Non c’è di peggio.

GAETANO – Oramai siamo arrivati a un punto che quando la vedo, tremo come una foglia.

FILUCCIO – (alludendo alla donna in questione) È stata lo scoglio della sua vita.

GAETANO – Ma io l’aspetto: deve venire a maturazione.

LORENZO – (bruscamente ripiglia il discorso di prima) E i mobili?

GAETANO – (confuso) Quali mobili?

LORENZO – Domandavo a mia sorella e a Filuccio, come hanno pensato di risolvere il problema dei mobili.

CHIARINA – Veramente di questo non ne abbiamo parlato; ma io ho pensato qualche cosa.

LORENZO – Ah, ecco.

CHIARINA – Tu ti ricordi come dicesti, quando morirono papà e mammà? Lui, generoso com’è… perché la generosità di mio fratello è proverbiale. (In un improvviso slancio di affetto dichiara con orgoglio) Quanto si’ bello, teh! (E con la mano lancia un bacio al fratello) Buono, altruista e generoso… mi disse: “Chiari’, questa è tutta roba tua. Papà e mammà ci tenevano tanto a questi mobili… quando ti sposi, te li pigli tu”.

LORENZO – (puntualizzando discreto) Allora di matrimonio non se ne parlava proprio.

CHIARINA – Con quei mobili si possono arredare due appartamenti.

LORENZO – (richiamando Chiarina al preciso scopo per cui furono lasciate immutate le stanze) Dobbiamo smontare il santuario.

CHIARINA – (pronta) Ma i mobili vengono con me, mi seguono. Io ricostruisco tutto com’era. E mi sembrerà di vivere sempre con papà e mammà. E pure loro, dall’altro mondo, si sentiranno sollevati al pensiero di aver contribuito alla mia felicità. (Ispirata) Io m’ ‘o sento. Sento ‘a voce ‘e mammà che dice: “Figlia mia, nuie oramai che ne facimmo ‘e chilli mobile? È meglio che te li godi tu con la tua famiglia”. E papà che mi consiglia: “Chiari’, siente a pateto, piglia ‘e mobile e puortatille”.

LORENZO – Eh già, per loro sono inservibili.

CHIARINA – Tu, in quelle tre camere, ti volevi fare lo studio… Quale più bella occasione?

LORENZO – (seguendo il filo del suo ragionamento intimo) I mobili sono tuoi, non si discute. (Cauto) Il fatto del deposito… con le quattro stanze…

CHIARINA – (tassativa, escludendo qualunque altro ripiego) No, Lore’… quelle quattro camere rappresentano l’unico spiraglio di luce per me, e il deposito il solo mezzo di sostentamento per l’avvenire.

LORENZO – Capisco, ma…

CHIARINA – E come facciamo? Tu ci metti in alto mare.

LORENZO – (sgarbato) Sto parlanno, Chiari’. Aspetta. (Dolcemente e con delicata diplomazia si accinge a chiarire il suo punto di vista) Quando comprai il deposito con le quattro camere sopra, sembrò a tutti una pazzia. (Rivolgendosi a Chiarina) Tu per la prima mi dicesti: “Lore’, a me sembra che hai fatta una spesa inutile”. Se ti ricordi, da poco avevo finito di pagare le rate di quest’appartamento. (Ora si rivolge a Filuccio e a Gaetano) Perché questo appartamento è pure di proprietà mia. Nostro padre lo aveva preso in fitto venti anni prima, pagava una sciocchezza al mese… e allora non trovava nessuna convenienza a comprarlo. E, d’altra parte, anche se avesse voluto, la sua posizione finanziaria non glielo avrebbe consentito. Papà guadagnava molto, ma spendeva pure assai. Con sacrifici personali, e con il mio lavoro, assicurai il tetto per me e per Chiarina. Po comprai il deposito con le quattro camere. Perché lo comprai? Beh, non credo che uno quando fa na cosa ha il dovere di mettere i manifesti per far sapere a tutti quanti il come e il perché. Ognuno ha il diritto di realizzare una cosa qualunque, e crearci sopra i castelli di carta, senza rendere conto a nessuno.

CHIARINA – Vuoi dire che sapevi la destinazione che volevi dare alle quattro camere col deposito?

GAETANO – Il professore vuol dire che un presentimento lo aveva, quando fece l’acquisto; che quella spesa, tanto inopportuna in quel momento, ha presentato più tardi la sua validità.

LORENZO – No, don Gaeta’, non voglio dire questo. Fatemi finire. Io e mia sorella siamo stati sempre uniti, legati da un affetto veramente esemplare. Io vorrei dare a Chiarina, non quelle quattro camere, ma dieci palazzi di casa, se li avessi… il tragico è che io sono un piccolo proprietario, Chiari’, sora mia, io quel poco tengo… come me lo tolgo?

CHIARINA – Fratu mio bello… e noi come facciamo?

LORENZO – Chiari’, sora mia, io sento la voce di mio nonno che dice: “Lore’, pensa all’avvenire!” Filuccio è giovane… ha un avvenire… Avite voglia ‘e fa’! Per i primi tempi vi troverete una casetta modesta… Adesso, con quaranta cinquantamila lire al mese si trovano degli appartamentini graziosi, moderni… ‘e mobile ‘e ttiene!

CHIARINA – (sbigottita) Ma pecché, me ne devo andare pure da qua?

LORENZO – Sora mia bella… e chi ti dice questo? Ho pensato che, sposandovi, sentirete voi stessi il bisogno di avere una casetta tutta per voi, per godere di quell’indipendenza, di quella libertà cui tutti abbiamo diritto.

CHIARINA – Filu’, tu che dici?

FILUCCIO – (a testa bassa) E che devo dire…

GAETANO – Sicché, voi vi rifiutate di aiutarli?

LORENZO – Non è che mi rifiuto: non posso.

GAETANO – Ma scusate, voi così volete maritare una sorella?

LORENZO – Piano, don Gaetà; vostro nipote non ha ricevuto nessun biglietto d’invito da parte mia. Filuccio, bontà sua, è venuto spontaneamente in casa mia, e si è servito a suo beneplacito, senza aspettare che il padrone di casa gli avesse detto: “Posso offrire?”

GAETANO – Professo’, voi siete una persona seria e un uomo di mondo. Qua fra pochi mesi nasce una creatura.

LORENZO – Già.

GAETANO – Vi voglio fare una domanda. Facciamo per ipotesi che mio nipote si fa i conti in tasca e dice: “Io non mi posso permettere il lusso di aprire famiglia”, voi come vi regolate?

LORENZO – Vorrei esservi preciso nella risposta, ma non mi è possibile. Potrei dirvi: “Mi regolerei così e così”, salvo poi a regolarmi in tutt’altra maniera, nel caso in cui non si trattasse più di una ipotesi, ma bensì di una realtà. Se Filuccio si fa i conti in tasca e mi dà la risposta prevista da voi, io vi dirò con precisione come mi regolerò.

FILUCCIO – Professo’, la risposta mia è questa: “Fra venti giorni io e Chiarina saremo marito e moglie”.

CHIARINA – (illuminandosi) Veramente, Filu’?

FILUCCIO – Chiari’, nuie tenimmo nu figlio.

LORENZO – (apparentemente commosso tende la destra a Filuccio) Damme ‘a mano! (Stringe energicamente la mano a Filuccio) Un bacio. (Scambio di due scoccanti baci) Un abbraccio. (Entrambi si gettano le braccia al collo con effusione) Sei un uomo. Questo volevo sentire da te. Chiari’, sora mia, tu devi sapere qual è stata la ragione del mio rifiuto. Non vi offendete, ma da parte di Filuccio poteva esserci pure un certo calcolo. Adesso la sua buona fede è chiara, e ne sono veramente felice.

CHIARINA – (piena di speranza) E allora?

LORENZO – Lasciatevi guidare da me. Faremo le cose in regola e con la piena legalità. Per ora non c’è bisogno d prendere in fitto una casa; restate qua; ‘a casa è grossa e non ci daremo fastidio. Per il deposito, col quale Filuccio ha intenzione di impiantare un negozio, faremo un affitto regolare, fissando un tanto al mese di pigione.

CHIARINA – Si, ma…

LORENZO – Un momento, fatemi completare. Per le quattro camere, ci metteremo d’accordo dopo, perché non ho deciso ancora dove farò il mio studio. Se le cose si mettono bene, e Filuccio dimostra una seria attività, quando Chiarina mette al mondo l’erede, io piglio il deposito con le quattro camere e ve li cedo come regalo di nozze.

GAETANO – Questo dopo il matrimonio?

LORENZO – Avete la mia promessa.

FILUCCIO – E quando vi sarete deciso, io non voglio niente per me; io tengo ‘e braccia per lavorare; la proprietà la dovete intestare a mia madre, a quella povera donna, che rimane sola con un figlio scemo: mio fratello.

LORENZO – Questo ti fa ancora più onore. Nun ce penzà: ‘a mamma è mamma. ‘A vicchiarella ‘a mettimmo a posto.

FILUCCIO – (con entusiasmo, alludendo al prossimo lieto evento) E se nasce maschio, lo chiameremo Lorenzo.

LORENZO – No, grazie, il nome di papà.

CHIARINA – E se no Adelaide, ‘o nomme ‘e mammà.

MARIA – (dalla sinistra, recando un completo per caffè) Ecco servito. (Poggia il tutto sul tavolo)

CHIARINA – Pigliete ‘o cafè, Lore’. (Campanello dalla porta d’ingresso) Marie’, ‘a porta. (Maria esce per la destra)

PUMMAROLA – (dall’interno, con tono agitato) Filu’… Filu’…

FILUCCIO – Ch’è stato?

PUMMAROLA – (entra trafelato e ansante per aver salito le scale di corsa) Filu’, una cosa: stateve fermo cu’ ‘e mane, pecché io nun nn’aggio nisciuna colpa.

FILUCCIO – C’hê fatto?

PUMMAROLA – Donna Virginia, ‘a mamma vosta, sta saglienno ‘ e scale.

FILUCCIO – (allarmato) Qua’ scale?

PUMMAROLA – ‘E scale ‘e sta casa; sta venenno ccà, nzieme c’ ‘o frate vuosto.

FILUCCIO – (minaccioso) E tu l’hai fatta salire?

PUMMAROLA – E che facevo? L’attaccavo? Nun c’è stato verso. L’ho pregata come una santa, niente: ha voluto venì pe’ fforza. Mo parlate cu’ essa.

FILUCCIO – (rabbioso) Parlo cu’ essa… (Scagliandosi contro Pummarola) Io mo t’arapo ‘a capa…

GAETANO – (fermando il gesto minaccioso di Filuccio) E va bene, oramai…

FILUCCIO – (sempre contro Pummarola) Nun ‘o saie che mammà nun ha dda ascì d’ ‘a casa? Chi ‘a tene ncunsegna: io o tu?

LORENZO – Una vecchietta… farle fare tre piani di scale… Adesso scendo e l’aiuto a salire.

MARIA – (guardando verso l’ingresso) È arrivata. (Virginia entra dalla destra seguita da Pasqualino, il fratello di Filuccio. Virginia è una bellissima donna di trentasei anni. L’abito e lo scialle nero che indossa non riescono ad appesantire le curve armoniche del suo corpo prosperoso e slanciato. Due fasce corvine di capelli fitti e ben pettinati danno risalto al pallore delicato del suo volto, sul quale trionfano l’irrequietezza dei grandi occhi nerissimi, e l’inconscia sensualità della bocca carnosa e vermiglia. Il tono della sua voce è dolce e remissivo. Controlla i suoi gesti affinché essi denunzino un complesso religioso spinto fino alla superstizione; ma non riesce ad armonizzarli con la flessuosità del suo corpo invadente. Il povero Pasqualino è deficiente. I suoi miseri trentott’anni contrastano con il gesto infantile e lo sguardo vago degli occhi, che vuol essere furbo ad ogni costo. Segue Virginia, ostinatamente aggrappato alla gonna di lei)

VIRGINIA – Donna Chiari’, potete stare tranquilla; andrà tutto bene. (Scorgendo Gaetano) Buongiorno, don

Gaeta’.

GAETANO – (nell’udire quel tono di voce impallidisce. Vorrebbe darsi un contegno; ma il suo smarrimento è evidente. Un tremito nervoso s’impossessa di lui, per cui riesce appena a balbettare) Buongiorno, donna Virgi’.

VIRGINIA – Filu’, figlio mio, mi devi scusare… Appena ho saputo il fatto di donna Chiarina, non mi sono potuta trattenere. Sono andata subito in chiesa.

PASQUALINO – (ripete la frase di Virginia, smozzicando ogni parola) Siamo andati in chiesa.

VIRGINIA – Ho pregato fervidamente per mezz’ora. Poi mi sono fatto dare dal parroco trenta candele.

PASQUALINO – (mostrando il pacco di candele, ripete c. s) Trenta candele.

VIRGINIA – Ne dovete accendere una al giorno davanti all’immagine di sant’Agostino. Quando sono finite queste, ve ne porto altre trenta, e così fino al giorno che viene alla luce la creatura innocente. (Intanto, trae dal seno una borsetta rigonfia e ricucita solidamente a grossi punti tutt’intorno) Qua dentro, poi, so io cosa ci sta. Questa ve la dovete legare sulla pancia, in direzione della testa del bambino, e tenerla fino al giorno del lieto evento.

PASQUALINO – (c. s) Fino al giorno del lieto evento.

VIRGINIA – E ve la devo legare io stessa, perché mentre ve la lego devo dire mentalmente una ventina di parole che conosco io solamente. Mo andiamo dentro, e ve metto ‘a burzetta ncopp’ ‘a panza.

CHIARINA – (titubante) Adesso, adesso?

VIRGINIA – Non vi rifiutate, donna Chiari’. Dobbiamo stare con la coscienza a posto. Filuccio farà il suo dovere e non dobbiamo avere sorprese durante la gravidanza. Andiamo. (E delicatamente sospinge Chiarina verso la stanza a sinistra. Poi si rivolge a Pasqualino con dolcezza) Tu aspettami qua, non puoi entrare.

PASQUALINO – Io volevo vede ‘a panza.

VIRGINIA – (teneramente) Un’altra volta, figlio mio, un’altra volta. (In tono supplichevole) Don Gaeta’, date voi un occhio a Pasqualino.

GAETANO – (in un impeto di travolgente desiderio, esclama) Virgi’!… (Poi vinto dall’emozione e col pianto in gola, ripiega dichiarando un po’ a tutti) Scusate, songo nu pover’ommo. Faccio pietà.

VIRGINIA – (con un tono di voce ancora più dolce di prima) È la tentazione, don Gaeta’, è la tentazione.

PASQUALINO – È la tentazione.

VIRGINIA – Andatevi a confessare. E domani mattina fatevi la comunione. (Gaetano siede affranto su una sedia) Andiamo Chiari’. Permettete. (Ed esce con Chiarina per la sinistra)

LORENZO – (dopo una breve pausa, si rivolge a Filuccio, il quale è rimasto a testa bassa in amara meditazione) È vostra madre?

PASQUALINO – (precedendo nella risposta Filuccio) Madrigna. Papà, buonanima, passò in seconde nozze. Io e Filuccio siamo figli di primo letto.

LORENZO – (puntando uno sguardo ironico su Filuccio, bruscamente gli chiede) ‘A vicchiarella?

FILUCCIO – (a denti stretti e con un mezzo sorriso amaro conferma) ‘A vicchiarella.

SIPARIO

ATTO TERZO

Ancora in casa Savastano. La stessa scena degli atti precedenti. Verso sinistra, a mezza profondità, vi sarà un numero considerevole di indumenti personali da mandare al bucato, fra cui fasciole e quadrati di lino da neonato, ammucchiati in un lenzuolo aperto e steso sul pavimento. Sul tavolo centrale, ricoperto per metà da una tovaglia che presenta in vari punti tracce evidenti dell’incuria biasimevole di commensali maldestri, vi sono i resti di una frugale colazione, consumata da Lorenzo. A destra, una carrozzella da neonato. Intorno, inquietudine e disordine. Lorenzo è in piedi, davanti alla finestra, fumando la pipa e menando boccate di fumo verso la collina del Vomero. Chiarina, dalla sinistra, recando una pila di biancheria stirata e una valigia pesante si rivolge a Pasqualino il quale la segue inutilmente affaccendato.

CHIARINA – Pasquali’, per piacere, togliti di mezzo; mi fai imbrogliare a camminare. Va a finire che caschiamo per terra tutti e due. Poco prima stavamo rotolando per le scale. E levete ‘a nnanze. (Pasqualino cede il passo alla donna. Ma Chiarina parla verso sinistra come per sollecitare qualcuno) E fa’ presto, altrimenti fa buio e il resto della roba lo dobbiamo mettere a posto con le candele.

FILUCCIO – (dall’interno) Mo, mo, Chiari’. Quando do na mano a Pummarola.

CHIARINA – Allora m’avvio. Lore’, fratu mio, poi salgo e ti metto in ordine la casa.

LORENZO – Fai con comodo.

PASQUALINO – Voi andate, che me lo vedo io, me lo vedo.

FILUCCIO – (dalla sinistra, recando una sedia e un attaccapanni uomo-morto, fine Ottocento) Chillo, Pummarola, nun ce ‘a fa cchiú.

CHIARINA – Andiamo, se no veramente si fa tardi… Abbasso c’è la balia sola col bambino.

FILUCCIO – E che fa, chella è mamma ‘e figlie.

CHIARINA – Lo so. Le sto facendo pigliare un poco d’aria davanti al portone… ma adesso comincia a fare fresco… le voglio dire che rientrasse.

FILUCCIO – E andiamo. (A Pasqualino) Tu vattenne dinto che daie fastidio ‘o prufessore.

PASQUALINO – Allora vado a fare lo sfratto dentro.

FILUCCIO – Bravo, va’ a fare ‘o sfratto dentro. (A Chiarina) Andiamo. Professo’, mo ci vediamo. (Ed esce con Chiarina per la destra, mentre Pasqualino esce per la sinistra)

PUMMAROLA – (entra dalla sinistra recando a spalle un comodino da notte ottocentesco, mentre stringe a sé, con il braccio destro, un lume a petrolio della stessa epoca) Ma io mi domando se è giusto… Ma che so’ fatto ‘e fierro? Dice: ma tu sei un uomo di fatica… Ma questo è uno sfratto di casa vero e proprio, e per fare uno sfratto ci vogliono i facchini adatti, no nu pover’ommo comm’a me, ca Dio ‘o sape ‘e piede che tene. (Colloca il comodino a terra e si asciuga il sudore)

LORENZO – Ma non avete finito ancora?

PUMMAROLA – Ce sta un altro comodino come questo… Professore mio, me sento muorto.

LORENZO – E siediti un momento, beviti un bicchiere di vino.

PUMMAROLA – (riconoscente) Quanto siete buono, professo’… (Siede)

LORENZO – (versandogli da bere) Bevi… un ristorino fa bene.

PUMMAROLA – Grazie. (Beve a sorsi) Nun tengo manco ‘a forza ‘e bevere. (Alludendo a qualcuno che lo sottopone a fatiche sproporzionate) Non tiene carità cristiana.

LORENZO – Chi?

PUMMAROLA – Nun ‘o sapite chi? ‘O padrone mio. Pecché isso è ‘o padrone. Cioè, è diventato il padrone. ‘A buonanima d’ ‘o pate era un gran galantuomo.

LORENZO – Ma tu dici Filuccio?

PUMMAROLA – Non mi fate parlare; facitelo pe’ carità.

LORENZO – Ti tratta male?

PUMMAROLA – È malamente, prufesso’. Se vi dico ch’è malamente, è malamente. Donna Virginia è una santa.

LORENZO – La madre?

PUMMAROLA – (rettificando) La matrea. È una donna ca vi dico a voi… di una delicatezza e di una squisitezza che non ce ne sono consimili: non la vedete e non la sentite.

LORENZO – Ma non l’ho vista più… che se n’è fatta?

PUMMAROLA – (ambiguo, come per sottolineare che non gli è consentito dire la verità) È stata poco bene… Doveva cambiare aria… (Assumendo di colpo un atteggiamento furbo) Professo’, donna Virginia è giovane e bella… e don Filuccio più la tiene in disparte, diciamo, più tranquillo si sente. Quando donna Virginia portò le candele qua sopra, professo’, don Filuccio avesse vuluto murì. ‘E denare, professo’, fanno crescere le unghie alle lumache.

LORENZO – Quali denare?

PUMMAROLA – Nun me fate parlà, professo’. Vi ho pregato, non mi fate parlare. (Allusivo) ‘A verità sapite comm’è? È come una giornata di sole. Avite voglia ‘e chiudere ‘e feneste, ‘a dint’ ‘e senghe trase sempe ‘a luce… E ‘a femmena bella è comm’ ‘a luce: trova sempe na senga pe’ trasì. (Finisce il suo vino. Poi si alza, solleva il comodino e se lo rimette sulla spalla) Io vado. (Tirando le somme del conto previsto e realizzato da Filuccio) Avete visto comme ha fatto bello don Filuccio? Si è sposato con una signora, l’erede è arrivato; mo si sta mettendo in ordine l’appartamentino di quattro camere; la bottega di primizie con due ingressi su due strade principali… e Pummarola trasporta i mobili. Ma Pummarola, ‘a notte, dorme. Pummarola nun parla dint’ ‘o suonno. Pummarola nun parla cu’ l’al di là.

LORENZO – Pecché, chi parla cu’ l’al di là?

PUMMAROLA – (riservato) Io ve l’ho detto: la verità è come una giornata di sole… aspettate e vedrete entrare la luce da una senga. (Si avvicina alla parete di sinistra e ne stacca il dipinto del Palizzi)

LORENZO – Che fai?

PUMMAROLA – La signora Chiarina mi ha detto che lo dovevo portare abbasso.

LORENZO – Lascia sta’. La signora Chiarina se vuole il Palizzi lo chiede a me.

PUMMAROLA – (ricollocando il dipinto alla parete) È di valore, eh? Quello è stato don Filuccio che ha detto: “Qua ci starebbe bene quel quadretto con l’asinello…” E ‘a signora Chiarina mi ha detto: “Levalo dal muro e portalo qua”. (Alludendo a Filuccio) È malamente, professo’. (Indicando una cicatrice che gli deturpa la fronte) ‘O vedite chistu segno? Me lo fece Filuccio… teneva cinque anni, me menaie na chiave nfronte. E poi non ama gli animali… se mette appaura d’ ‘e gatte…! Quando vede nu mucillo tantillo, addeventa una carogna. Stateve accorto, professo’. Stateve accorto ‘e don Filuccio. È birbante, calcolatore e cimicio. (Ed esce con il suo comodino per la destra)

PASQUALINO – (entra ritagliando le figurine da un vecchio calendario) E tagliammo pure chesto tantu bello; Vedete quanta pazienza deve tenere uno.

LORENZO – Stai lavorando molto?

PASQUALINO – Non ne parliamo. Sto facendo una fatica… Ma Filuccio doveva fare lo sfratto di casa tanto bello, e io quando si fanno i sfratti di casa, faccio i sfratti di casa pure io. Se andavo a messa con mammà, chi l’aiutava a Filuccio? (ricomincia il lavoro delle figurine)

LORENZO – E mamma è andata a messa?

PASQUALINO – Ha portato le candele a santa Gervasia tanto bello, che l’ha fatto passà ‘a malattia.

LORENZO – Chi stava ammalata?

PASQUALINO – Mammà. Stava malata tanto bello, e non lo sapeva. (Il cartone del vecchio calendario resiste alle forbici, per cui lo scemo istintivamente mastica la lingua all’unisono con le lente forbiciate, credendo fermamente, in tal modo, di rendere meno faticoso lo sforzo)

LORENZO – E che malattia teneva?

PASQUALINO – Io non lo so. Ma se non era per papà che se ne accorgeva tanto bello…

LORENZO – E papà non è morto?

PASQUALINO – Come no. È morto tanto bello…

LORENZO – E come si è accorto della malattia di sua moglie se sta al camposanto?

PASQUALINO – Ma Filuccio lo tiene dentro.

LORENZO – Chi tiene dentro?

PASQUALINO – A papà. Papà sta al camposanto, ma sta pure dentro a Filuccio. (E continua a tagliare) Quando vuole parlare con mammà, Filuccio si addormenta e papà si sveglia… E quando si sveglia parla da dentro alla pancia di Filuccio. Poi, quando ha parlato, papà si addormenta e Filuccio si sveglia. E quando si sveglia non si è accorto di niente, e nun sape nemmeno quello che papà ha detto a mammà.

LORENZO – (falsamente convinto) Guardate… E tu non sai che lle dice papà a mammà?

PASQUALINO – Sì! E mammà non si può sposare un’altra volta, perché papà non vuole. Lo dice sempre: “Se ti mariti, io non esco dalle fiamme del Purgatorio”. Perché papà non so quanti altri anni di Purgatorio deve fare.

LORENZO – Povero papà.

PASQUALINO – E se no mammà se la sposava zio Gaetano.

LORENZO – (interessato) Zio Gateano s’ ‘a vuleva spusà?

PASQUALINO – Come! Zio Gaetano s’ ‘a spusasse tanto bello. Ma po’ papà resta dentro ‘o Purgatorio? Mammà ‘o pigliaie pure a schiaffi a zio Gaetano.

LORENZO – E perché?

PASQUALINO – Io non conosco tanto bene la ragione. Ma mammà me l’ha spiegata pecché io arrivaie al momento dei schiaffi. Mammà teneva ‘a febbre, e non si voleva coricare. Zio Gaetano, invece, afforza ‘a vuleva mettere sopra ‘o letto. “E spogliete”, diceva zio Gaetano, e ‘a teneva stretta accussì… (Ripete il gesto dello zio nel momento in cui stringeva a sé Virginia) Mammà, ch’è na piezz’ ‘e femmena, cu’ tutta ‘a febbre che teneva ‘o scummaie ‘e sango.

LORENZO – E papà è stato contento ‘e chesto?

PASQUALINO – Come!… Papà, quando seppe il fatto, disse, sempre da dentro alla pancia di Filuccio, che mammà l’aveva fatto risparmiare un anno di Purgatorio.

LORENZO – E adesso mammà sta in chiesa?

PASQUALINO – La messa sarà già finita tanto bello. E mammà, a quest’ora sta a casa. (Un colpo di forbici a vuoto ferisce lievemente di punta un dito della mano sinistra dello scemo) Ah! Mannaggia!

LORENZO – Ch’è succieso?

PASQUALINO – La bua… (Mostra il dito ferito) La bua…

LORENZO – (in malafede, approfitta subito dell’incidente per attuare immediatamente un suo piano) La bua? Tu ti sei rovinato! Povero figlio!… (Osservando la lieve ferita) Guarda qua… quanto sangue…

PASQUALINO – (allarmato dall’affermazione di Lorenzo, piange più forte) Mammaaà!

LORENZO – Ma come hai fatto? Adesso ti faccio io una medicazione. Tu intanto stringi forte il polso con l’altra mano, se no esce tutto il sangue, muori e vai a trovare a papà nel Purgatorio.

PASQUALINO – (impaurito) Non ci voglio andare al Purgatorio.

LORENZO – Togliti la giacca. (Aiuta lo scemo a togliersi la giacca) Bravo, così. Adesso stringi il polso, se no esce il sangue.

PASQUALINO – (egli stesso stringe forte il polso sinistro) Non ci voglio andare al Purgatorio.

LORENZO – Se ti fai fare la fasciatura, non ci vai. Il Purgatorio è brutto. (Prende un pennello da una scatola di colori, lo intinge nel rosso e con esso pratica delle larghe macchie vermiglie sulla mano ferita dello scemo) Guarda, guarda quanto sangue.

PASQUALINO – (allarmatissimo) Mammaaaà!

LORENZO – Non ti muovere e stringi forte. (Ora prende dal cumulo degli indumenti ammucchiati una fasciola da neonato e con essa fascia tutto il braccio dello scemo. Poi forma una lunga benda con un quadrato di lino, gliela annoda al collo e vi colloca dentro il braccio fasciato) Così va bene. Mettiti la giacca. (Lo scemo, aiutato da Lorenzo, infila il solo braccio destro. L’altra metà della giacca, Lorenzo stesso gliela poggia sulla spalla sinistra)

PASQUALINO – Non ci voglio andare nel Purgatorio…

LORENZO – Speriamo di no.

PASQUALINO – Se no poi devo andare pure nella pancia di Filuccio.

PUMMAROLA – (dalla destra) Facciamoci quest’ultimo viaggio. (Nel vedere lo scemo, chiede allarmato) Che s’ha fatto?

LORENZO – Si è ferito, poco è mancato che si tagliava una mano.

PUMMAROLA – E comm’ha fatto?

LORENZO – Con le forbici. (Il sopraggiungere di Pummarola e l’interessamento che ha dimostrato per lui, lo allarmano maggiormente, per cui ora grida a bocca spalancata)

PASQUALINO – Mammà!

PUMMAROLA – Ma chi ce l’ha messe le forbici in mano?

LORENZO – Marietta, quella stupida!

PASQUALINO – Mammà!

LORENZO – Pummaro’, non perdere tempo; fai venire subito la madre qua, perché non voglio responsabilità.

PUMMAROLA – Donna Virginia?

LORENZO – E chi, allora? (Spazientito) Pummaro’, fa quello che ti ho detto: fa’ venì ‘a mamma ccà.

PUMMAROLA – Va bene. (Si avvia)

LORENZO – (fermandolo) Aspetta. Non dire niente a Chiarina e Filuccio se no si spaventano.

PUMMAROLA – (che ha mangiato la foglia) E ‘a mammà no… ‘a mamma non si spaventa? Va bene; vuie vulite donna Virginia qua sopra. (Malizioso e solidale) Mo v’ ‘a faccio saglì. (Ed esce).

MARIA – (dalla sinistra, reca un cesto con il manico ricurvo carico di bottiglie varie e oggetti casalinghi) Ma pecché strilla ‘o scemo? (Pasqualino, colpito dall’affermazione di Maria, smette di piangere e si incupisce)

LORENZO – Niente. Ce l’hê date tu ‘e forbici mmano?

MARIA – P’ ‘o fa’ sta’ tranquillo. Ma che s’ha fatto?

LORENZO – S’è tagliato malamente.

MARIA – (rivolgendosi allo scemo) Ma perché non sei andato a messa con mammà? (Lo scemo non risponde. Fissa lo sguardo torvo e minaccioso sulla ragazza) ‘A signora Chiarina e don Filuccio me l’hanno fatto portare qui perché dava fastidio. Se mette in mezzo e non fa conchiudere niente a nessuno. Certo, fa pena perché è scemo; ma uno ‘e fatte suoie pure adda fa’. (gli occhi di Pasqualino lampeggiano di rancore per Maria)

LORENZO – Ci vuole pazienza. Abbasso che stanno facendo, c’è tempo per finire?

MARIA – Io devo portare solo questo. (Indica il cesto) Ma voi sapete com’è fatta la signora Chiarina… Quando si tratta di mettere a posto na casa, non se stanca maie. (Ammirata) Ma quanto so’ riuscite bene quelle quattro camere. Con i mobili dentro sembrano più grandi. ‘A signora Chiarina tiene gusto, l’ha fatto dipingere così bene. E pure la divisione delle stanze l’hanno indovinata.

LORENZO – ‘A balia col bambino dove l’hanno messa?

MARIA – Nell’ultima camera, vicino ‘o bagno. E quant’è bello ‘o bagno! ‘A stanza da pranzo nun l’hanno fatta: fanno salotto e stanza ‘e pranzo tutto insieme. La camera da letto per tutte e due, e la cameretta vicino alla cucina per la donna. Anzi, professo’… io vi volevo dire una cosa…

LORENZO – Che cosa?

MARIA – Quando la signora se ne va ad abitare là, col marito, fatemi rimanere con voi.

LORENZO – Perché, non vuoi andare con mia sorella?

MARIA – Vi dico la verità, non ci vorrei andare. Un uomo solo è un’altra cosa. Voi non ci state mai, in casa… Quando lavorate, vi chiudete dentro, e quello che uno vi porta per mangiare, quello vi mangiate… non siete sofistico. No, veramente… se io non tengo a nessuno vicino che mi dice: fai questo e fai quello… lavoro meglio e con più soddisfazione. (Supplichevole) Professo’, fatemi rimanere con voi.

LORENZO – E va bene, quando sarà il momento ne parleremo.

MARIA – (convinta) No, io resto ccà. C’ ‘a sorella vostra non ci vado. (Muove qualche passo verso sinistra e stacca il solito quadretto dalla parete)

LORENZO – (precipitosamente, ferma l’azione della ragazza) Mo vedimmo si ‘o facite sta’ tranquillo chillu quadretto vicino ‘o muro.

MARIA – (giustificandosi) Me l’ha detto la signora Chiarina.

LORENZO – (autoritario) Lascialo stare là.

MARIA – E se me lo chiede? Me l’ha detto due volte: “Nun te scurdà ‘o quadrillo”.

LORENZO – E tu dirai che te ne sei dimenticata un’altra volta.

VIRGINIA – (dalla destra seguita da Pummarola, entra agitatissima) Permesso. (Scorgendo il braccio fasciato dello scemo, sbarra gli occhi impaurita) Figlio mio… e che t’hê fatto? (Si avvicina allo scemo e lo accarezza maternamente)

LORENZO – (ipocrita) Io gli ho fatto una fasciatura provvisoria; ma il taglio è profondo. Secondo me bisognerebbe portarlo al pronto soccorso. Con una decina di punti se la cava.

VIRGINIA – (smarrita) Embè… e perché non lo avete mandato subito?

LORENZO – La responsabilità la potevate prendere voi solamente, perciò ho detto a Pummarola: “Fai salire donna Virginia”. E non perdete tempo… (Con un cenno d’intesa a Pummarola) Accompagnalo, Pummaro’, la mano perde sangue.

VIRGINIA – (amorosamente, allo scemo) Se venivi in chiesa con me, questo non ti succedeva. Andiamo, t’accompagno io.

PUMMAROLA – (prestandosi volentieri alla buona riuscita dell’intimo disegno di Lorenzo) Nonzignore, donna Virgi’. A voi il sangue vi fa impressione… Siete stata pure poco bene; l’accompagno io. Di me vi potete fidare. Io piglio un tassametro e in dieci minuti vado e torno.

VIRGINIA – Filuccio e Chiarina dove stanno?

LORENZO – Stanno sistemando l’appartamento abbasso.

PUMMAROLA – Aspettateli qua. Quelli fra poco hanno finito. Voi intanto vi riposate. Sedetevi, donna Virgi’, voi state debole.

VIRGINIA – (ammette di buon grado) Sì, mi gira la testa.

PUMMAROLA – (ironico) Ma si capisce; avete avuta quella malattia…

VIRGINIA – E ancora sto che Iddio lo sa.

PUMMAROLA – (sicuro di avere avuta la partita vinta, taglia corto, rivolgendosi allo scemo) Iammo, t’accumpagna Pummarola. Ce pigliammo ‘a pò pò. (Allude all’automobile) E p’ ‘a strada t’accatto ‘a bò bò… (Allude a qualche leccornia)

PASQUALINO – (durante tutta la scena non ha dimenticato l’offesa mossagli a freddo da Maria, all’invito di Pummarola muove lento e ingrugnito verso l’uscita, mormorando incomprensibili monosillabi che vogliono essere parole di vilipendio nei confronti della ragazza. Giunto sul limitare dell’uscio, si ferma e dopo aver saettata Maria con uno sguardo feroce, si rivolge a Virginia per formulare l’accusa in tono cupo e lamentoso) Mi ha chiamato scemo…

MARIA – Io? Quando? Io non mi ricordo.

PASQUALINO – Adesso fa vedere che non si ricorda. Mi ha chiamato scemo tanto bello.

PUMMAROLA – Va buo’, nu’ mporta; andiamoci a prendere ‘e pò pò.

PASQUALINO – (non modifica il suo atteggiamento di fronte a quella lusinga, ma testardo continua) Io non sono scemo, hai capito. Io a dieci anni ero già deficiente, e quella mi chiama scemo… Sai come ha detto il prete a mammà? Ce lo puoi domandare… mammà sta llà. Il prete dicette: “Signora Virginia, il deficiente è sacro!” Chiamami scemo un’altra volta, e poi vedi la Madonna come ti punisce tanto bello.

PUMMAROLA – (un po’ commosso gli batte affettuosamente la mano sulla spalla, ripetendogli dolcemente) Cammina, iammo a piglià ‘a pò pò… (Ed escono insieme per la destra)

MARIA – (avviandosi per uscire) Mi dispiace, ma io l’ho detto senza malignità. (Ed esce per la destra).

LORENZO – Mi dispiace che avete trovato la casa così in disordine.

VIRGINIA – (compiacente) E che fa? Voi non è che aspettavate visite.

LORENZO – E sedetevi. Vi state in piedi?

VIRGINIA – Grazie. (Siede).

LORENZO – Donna Virgi’, io vi debbo parlare seriamente.

VIRGINIA – E di che cosa?

LORENZO – Adesso vi spiego. Se non si fosse data la combinazione della ferita di Pasqualino, sarei venuto io da voi.

VIRGINIA – Ma è una cosa importante?

LORENZO – Un incarico che ho ricevuto. Giorni fa mi venne a trovare vostro cognato, don Gaetano Cannavacciuolo.

VIRGINIA – (allarmata) E che voleva? Che v’ha detto?

LORENZO – (fingendo di non accorgersi dell’agitazione di lei, continua e parla con apparente disinteresse) Mi ha pregato d’intercedere presso di voi affinché vi decidiate a prendere in considerazione la sua proposta di matrimonio.

VIRGINIA – (esasperata afferma) Ma allora è persecuzione? (Alludendo al proposito testardo di Gaetano) Ma che vo’ ‘a me? Che vo’?

LORENZO – (ipocrita) Mi dovete perdonare, io non pensavo di darvi fastidio con quello che vi ho detto.

VIRGINIA – No, e voi che c’entrate? Voi non conoscete i fatti.

LORENZO – Ma allora quest’aspirazione di vostro cognato dura da molto tempo?

VIRGINIA – Che ne volete sapere… Lui approfitta che io sono una donna sola, e che oramai siamo arrivati a un punto che, se lui si disinteressa dell’azienda agricola e di tutto il resto della proprietà, io non so nemmeno dove mettere le mani per andare avanti.

LORENZO – Perché è lui che conduce la proprietà della buonanima di vostro marito?

VIRGINIA – Ma la buonanima non teneva niente. ‘A proprietà è roba mia. La buonanima teneva affittato un fondo ad Afragola, vicino ‘a casa nostra. E così ci mettemmo a fare l’amore. Io tenevo quindici anni. Papà non voleva farmi sposare un vedovo con due figli; ma poi, siccome mi voleva bene assai, si convinse e ci fece sposare. Papà era vedovo pure lui. Io ero figlia unica e quando mori lasciò tutto a me. E pure le due botteghe di frutta appartenevano a papà e mo so’ di proprietà mia.

LORENZO – Ho capito. E quando morì vostro marito, don Gaetano sentì il bisogno di aiutarvi, e prese lui le redini in mano.

VIRGINIA – E come potevo fare io sola? (Enumerando le diverse aziende disseminate nella provincia di Napoli) Dieci moggia di frutteti a Terzigno; due vigneti di trenta moggia a Ottaviano; l’oliveto a Sorrento; ‘a fabbrica ‘e muzzarelle a Mondragone; trenta ettari coltivati a canapa ad Afragola, dove tengo il palazzo; ‘e cuniglie, ‘e pecore, ‘e galline…

LORENZO – Qualche maialetto…

VIRGINIA – Due allevamenti di maiali, uno ad Afragola e uno a Terzigno. Naturalmente don Gaetano mi ricatta…

LORENZO – Eh già, tiene le mani in pasta. D’altra parte lui oramai è addentro a tutti i vostri affari… Allora penso che un matrimonio fra voi due non sarebbe sbagliato.

VIRGINIA – (esclude recisamente l’ipotesi) Ma nemmeno si avess’ ‘a perdere tutto chello che tengo! Io non mi posso risposare, perché mio marito me l’ha proibito, non vuole. Da quando è morto non fa altro che ripetermi la stessa cosa; ma io non sposerei mai don Gaetano. Guardatevi da quell’uomo: è falso, interessato e vendicativo. Mi sorveglia continuamente. Io vado ad Afragola? Dopo due ore appuro che è arrivato in paese pure lui. Vado a Ottaviano? Lui appresso. Conosce ogni mio gesto, ogni pensiero, ogni passo che faccio. Mo per esempio sto qua? Mi meraviglio ca nun è arrivato ancora. Io ve l’ho detto perché lo sopporto; ma mi è talmente antipatico, che solamente a sentirlo nominare, mi viene un nervoso tale che non so nemmeno io che farei.

LORENZO – E non ne parliamo più. Perché vi dovete guastare il sangue? Vi domando scusa se vi ho dato fastidio; ma l’ho fatto senza volerlo. Parliamo d’altro.

VIRGINIA – Proprio così; parliamo d’altro.

LORENZO – Vorrei chiedervi una cosa, se me lo consentite.

VIRGINIA – Dite.

LORENZO – Speriamo che l’argomento non sia fastidioso per voi come lo è stato il primo.

VIRGINIA – Allora?

LORENZO – Mi avete detto, se non sbaglio, che vostro marito vi ha proibito di risposarvi, e che non fa altro che ripetervi la stessa cosa da quando è morto. Ma se è morto, donna Virgi’, mi fate la finezza di spiegarmi come fa a ripetervelo? Vi dispiace di parlarne?

VIRGINIA – No, e perché?… È una cosa tanto naturale. Da quando è morto, si serve di suo figlio per parlarmi. Io me ne accorgo subito perché Filuccio comincia a sudare, se fa pallido, spalanca gli occhi, e comincia a parlare con la voce della buonanima. E con questo sistema mio marito mi guida, m’assiste, m’aiuta a campà.

LORENZO – (divertito) Ho capito.

VIRGINIA – Non devo andare al cinematografo, non devo andare a teatro, non mi devo truccare, non mi devo togliere il lutto…

LORENZO – E non vi sembra un sacrificio troppo pesante?

VIRGINIA – È una missione, caro professore; ma ci stanno pure i vantaggi.

LORENZO – E quali sarebbero?

VIRGINIA – Vi ricordate quel giorno che io portai le candele a donna Chiarina?

LORENZO – Come no.

VIRGINIA – ‘A sera stessa Filuccio tornò a casa tutto stralunato e senza appetito: “Filu’, mangete qualche cosa…” “Nun voglio mangià, s’è chiuso ‘o stommaco”. E smaniava, girava p’ ‘a casa comm’a nu pazzo… “Ho capito…”, dicette io, “stasera c’è la visita”. Come infatti Filuccio cominciò a sudare, diventò bianco come la carta; dopo un poco chiuse gli occhi e mio marito cominciò a parlare… “Virgi’, devi cambiare aria. Vattenne ad Afragola a respirare aria di campagna, pecché staie malata.” “E per quanto tempo?”, dicette io… “Nun ‘o saccio. Si rieste a Napule, muore certamente.” “Ma fra poche settimane se sposa Filuccio cu’ donna Chiarina.” “Penz’ ‘a salute, vattenne ad Afragola…” E perciò al matrimonio nun ce so’ venuta. Dunque, mio marito me dice pure se sto malata e se mi devo curare.

LORENZO – Certo… E scusate, che malattia aveta avuta?

VIRGINIA – (convinta) È stata una ricaduta. ‘O nomme d’ ‘a malattia non ve lo saprei dire perché nemmeno ‘e dottore l’hanno capita; ma è stata na ricaduta.

LORENZO – Perché già avevate avuto lo stesso male prima della sera delle candele?

VIRGINIA – Come no. Dopo la morte di mio marito, a periodi, mi sento che Iddio lo sa.

LORENZO – E quali sono i sintomi?

VIRGINIA – (senza interruzione precisa) Soffocazioni, vampori, mancanza di respiro e cerchi alla testa.

LORENZO – Ho capito; capogiri, oppressioni…

VIRGINIA – …pesantezza di testa e svenimenti. (Inaspettatamente, un singhiozzo e un tremolio del labbro inferiore la sorprendono, mentre gli occhi indipendentemente dalla sua volontà cominciano a versare lagrimoni) Vedete? (E commenta freddamente il fenomeno, come a riprova della reale esistenza del suo enigmatico male) Due tre volte al giorno, senza ragione, mi metto a piangere come una cretina. Però, dopo mi sento meglio. Scusatemi se vi affliggo.

LORENZO – Per carità, fate pure, voi state poco bene.

VIRGINIA – Sarà debolezza, ma dopo un poco mi passa. (E continua a piangere. Intanto Lorenzo, avendo l’aria di appartarsi discreto, si avvicina a un mobile antico, rovista in un cassetto e ne trae un magnifico broccato di fine Settecento ben conservato e di colori vivacissimi. Poi avanza verso la donna e, con gesto delicato, adagia mollemente la preziosa stoffa sulle spalle di Virginia. Al contatto inaspettato lei rimane per un attimo attonita; poi volge lo sguardo intorno per cercare Lorenzo e chiedergli il movente di quel gesto)

LORENZO – (interviene opportuno) È un broccato di fine Settecento. Vi piace?

VIRGINIA – (ammirata) Quant’è bello! (E non piange più)

LORENZO – E sapete perché ve l’ho messo sulle spalle? Perché questa stoffa ha un potere incredibile, straordinario. Non si può dire soprannaturale perché la funzione che svolge è accertata scientificamente e con dati di fatto. Ma si potrebbe definire addirittura miracolosa.

VIRGINIA – (affascinata da quella affermazione chiede con interesse) Veramente?

LORENZO – E per quale motivo vi dovrei dire una cosa per un’altra? Chiunque si copre il corpo con questa stoffa avverte una specie di benessere; riceve una influenza benefica, capace di trasformare in euforiche manifestazioni di gioia qualunque stato depressivo della persona. (Virginia, soggiogata da quel racconto fantastico, si fa più attenta e più interessata) Un grande scienziato dell’epoca, fuggito dall’Estremo Oriente non si sa bene per quali circostanze misteriose, fu chiamato alla Corte di Ferdinando IV, per tentare di strappare la Regina da uno stato di prostrazione e di malinconia, in cui era caduta, in seguito a malattia o ad una fattura confezionata ai suoi danni, da oscuri elementi antimonarchici. Lo scienziato prese un mese di tempo. Durante questi trenta giorni disegnò e colorò egli stesso questo taglio di stoffa che avete sulle spalle e infine si presentò a corte dichiarandosi pronto per l’esperimento e sicuro della riuscita. Infatti la Regina, grazie a questo taglio di broccato, riprese la sua allegria, e visse felice per tutto il resto della sua vita.

VIRGINIA – E come si spiega?!

LORENZO – Tutto il mistero consiste nel disegno e nei colori. Permettete? (Prende un lembo del broccato e vi punta sopra l’indice perché la donna possa seguirlo nei suoi ragguagli e particolari che egli intende segnalare, per rendere a lei più semplice la rivelazione dell’arcano) Guardate questo disegno come parte involuto, e con quale vigore prende corpo, per poi descrivere una curva delicata che va a formare inaspettatamente questo groviglio? Questo tracciato lo percorre il pensiero, indipendentemente dalla nostra volontà. Il pensiero parte col disegno, s’irrobustisce via via, piega con la curva delicata, e raggiunge il groviglio, il quale cancella inesorabilmente la macchia scura del colore triste che ognuno di noi porta sulla coscienza. Il colore triste quale è? Il nero. Quali sono i colori che si sovrappongono al colore triste? Eccoli qua. (Li enumera indicandoli uno per uno) Il rosa, il rosso, il celeste, il verde… Una volta cancellato il colore triste, entrano in funzione quelli allegri. Difatti, non appena vi ho messo la stoffa sulle spalle, avete smesso di piangere.

VIRGINIA – (felice della constatazione) Già…

LORENZO – E io ve la regalo questa stoffa.

VIRGINIA – (lusingata) Me la regalate?

LORENZO – Perché vi sta bene addosso, e vi può fare felice.

VIRGINIA – (compiaciuta) Grazie.

LORENZO – (con puerile semplicità) Virgi’, ce vulimmo spusà?

VIRGINIA – (con adesione sincera) Sì. (Lunga pausa, durante la quale i due si sorridono a vicenda, per scambiarsi ancora una volta l’adesione reciproca)

LORENZO – (quasi a se stesso, lievemente commosso) È diventata una cosa seria. Due minuti fa non si trattava che di una mia intima aspirazione, presa stupidamente alla leggera per paura d’insuccesso e per non impegnare il mio orgoglio di uomo. Mi metterei a piangere)

VIRGINIA – (scherzosamente affettuosa) E ce sta ‘a stoffa…

LORENZO – (per un attimo sorride compiaciuto, poi si avvicina alla donna e le siede accanto, assumendo di colpo una espressione seria e meditativa) Virgi’, stamme a sentì. La storia della stoffa è stata una mia invenzione. E tu non devi credere più a questo genere di cose. Così la stoffa, così Filuccio, che dice di parlare con la voce di suo padre.

VIRGINIA – Nun ne parlammo cchiú ‘e chesto. Io nun ‘o voglio sape’ si Filuccio me mbrugliava o no. Può darsi pure che isso se credeva ‘e me mbruglià, ma che invece mio marito me parlava veramente. Pecché, guarda: se io non ci avessi creduto, le cose potevano andare diversamente… e a quest’ora io e te non parleremmo qua, come stiamo parlando. E a mme me fa tanto piacere ‘e parlà cu’ te. Tu dici che la storia della stoffa l’hai inventata? E che ne sai? ‘A cosa certa è ca io, cu’ sta stoffa sopr’ ‘e spalle, veramente me sento cchiú allegra e cchiú felice.

LORENZO – Virgi’, nuie avimm’ ‘a parlà assai… Ma qua è impossibile. A quest’ora avranno messo a posto la casa e da un momento all’altro vedremo arrivare Filuccio e Chiarina.

VIRGINIA – Allora io me ne vado.

LORENZO – Facciamo così: aspettami a casa. Io fra poco te vengo a piglià, e ce ne andiamo a mangiare a Torre del Greco.

VIRGINIA – (accettando l’invito di buon grado) E là parlammo. E me cunte n’ata vota ‘o fatto d’ ‘a stoffa… quanto me piace ‘o fatto d’ ‘a stoffa…

LORENZO – (preso da un’idea) Aspetta… (Toglie il broccato dalle spalle di Virginia e poi le chiede guardandola lungamente negli occhi) Virgi’, ce vulimmo spusà?

VIRGINIA – (lusingata da quel gesto, perché ella ne ha compreso fino in fondo il significato, risponde con lo stesso tono e la stessa sincerità di prima) Sì. (Internamente si odono le voci di Chiarina, Filuccio e la balia, e quella più pettegola di Marietta)

LORENZO – (alludendo al prossimo matrimonio con Virginia) E ce lo vogliamo dire a loro?

VIRGINIA – No, e pecché, che ce ne mporta?

LORENZO – Allora facimmo accussì: io mo me ne vado dentro. Tu dici che non mi hai visto. Stai aspettando Pasqualino che torna dal pronto soccorso. Fra poco vengo a casa tua. (La donna assentisce con un sorriso d’incoraggiamento) Mettiti in finestra con disinvoltura. (Le bacia le mani ed esce in fretta per la sinistra. Chiarina, dalla destra seguita da Filuccio, Maria, la balia la quale stringe a sé un neonato di un paio di mesi)

CHIARINA – Madonna, che stanchezza! (Entra e si abbandona su di una sedia)

FILUCCIO – (sudato e impolverato) Pareva niente a mettere a posto chelli quatte cammere.

CHIARINA – (scorgendo Virginia) Uh… mammà… E voi che fate qua?

VIRGINIA – So’ salita pe’ vede Pasqualino che s’era fatto, e ‘o sto aspettanno che torna d’ ‘o pronto soccorso. L’ha accumpagnato Pummarola.

FILUCCIO – (sgarbato) Vuie nun ce vulite sta’ ‘a casa, è ove’? ‘O sfizio vuosto è quanno putite sagli ccà ncoppa.

CHIARINA – E mio fratello?

VIRGINIA – ‘O prufessore nun ll’aggio visto. (Si avvicina alla balia per accarezzare il neonato) Quant’è bello! Sta ancora sveglio?

BALIA – Ha mangiato e mo s’addorme. (Colloca il neonato sulla carrozzella e comincia a dondolarlo, mentre intona una nenia dolcemente lamentosa)

Viènece suonno, e viene da lu monte.

Viene palluccia d’oro e dalle nfronte.

Oh oh… (Pummarola dalla destra seguito da Pasqualino, il quale, liberato dalla fasciatura praticatagli da Lorenzo, tiene a mostrare l’indice della mano sinistra con appena la terza falange ricoperta da un cerotto)

PUMMAROLA – Ecco qua. Tutto fatto. Pasqualino è stato operato.

CHIARINA – Ma che s’ha fatto?

PUMMAROLA – S’è tagliato c’ ‘a forbice.

FILUCCIO – E pe’ na sciucchezza simile ‘o purtate ‘o pronto soccorso?

PUMMAROLA – (allusivo) La signora Virginia si è messa paura delle complicazioni e di una probabile prognosi riservata.

VIRGINIA – (decide di andarsene) E allora buona sera. Ce vedimmo dimane.

FILUCCIO – Vengo io da voi, non salite qua.

VIRGINIA – (si avvicina a Chiarina e la bacia) Statte bona, Chiari’. (Poi al neonato) Fatte na bella dormita. I bambini devono dormire per crescere. (Pasqualino si aggrappa alle gonne di Virginia) Pummaro’, fa’ na cosa. Porta a Pasqualino a fa’ na bella passeggiata; po’ ve ne andate ‘o Luna Park, ‘o faie divertì nu poco; e po’ t’ ‘o puorte a durmì a casa toia. Nun me sento bona, voglio sta’ sola…

PUMMAROLA – Embè, Pasqualino è venuto tanta vote a durmì a casa mia. Pascali’, stanotte viene a durmì cu’ me…

PASQUALINO – Tanto bello.

PUMMAROLA – Te faccio spassà c’ ‘o cane e ‘a gatta.

VIRGINIA – Buona sera. (Ed esce per la destra)

BALIA – (monotona) Ma quanta priarie che vo’ stu suonno

O chiamme ‘e notte e isso vène a ghiuorno…

FILUCCIO – Mo ce avessem’ ‘a mangià qualche cosa.

CHIARINA – Marie’, va’ dint’ ‘a cucina e prepara.

MARIA – Subito. (Esce per la sinistra)

FILUCCIO – Me pareno mill’anne che ce ne scendiamo abbasso. Chiari’, io ccà nun me fido ‘e sta’.

CHIARINA – E domani ce ne scendiamo.

FILUCCIO – (esasperato) Madonna! Aggio passato sei mesi in questa casa, con la suggezione di tuo fratello; nun me ne fido cchiú.

CHIARINA – Hai ragione.

FILUCCIO – Poi si deve decidere il fatto della casa e della bottega: ce ‘a vo’ dà, nun ce ‘a vo’ dà… Dobbiamo pagare il mensile, non lo dobbiamo pagare…

CHIARINA – Un poco di pazienza.

FILUCCIO – Quanto è brutto a sta’ suggetto.

PUMMAROLA – Allora io vado. (A Pasqualino) Pascali’ iammuncenne. Andiamo sulle montagne russe.

PASQUALINO – ‘O tiro a segno!

PUMMAROLA – Sicuro, accussì accedimmo ‘a signurina d’ ‘o barraccone…

LORENZO – (dalla sinistra) Vuie state ccà…

CHIARINA – Adesso abbiamo finito.

PASQUALINO – (mostra il dito ferito a Lorenzo) Mi hanno fatto l’operazione tanto bello.

LORENZO – Bravo.

PUMMAROLA – (invogliando Pasqualino a seguirlo) Andiamo. (E rivolto agli altri) Buona sera. (Ed esce seguito da Pasqualino)

GAETANO – (dalla destra malinconico e cupo) Buonasera.

FILUCCIO – Buonasera, zi’ Gaeta’.

GAETANO – Filu’, ho deciso. Di’ a tua madre che trovasse un altro amministratore, perché non mi voglio occupare più di niente.

FILUCCIO – E pecché?

GAETANO – So’ stanco, me voglio riposà.

FILUCCIO – (al quale non è sfuggito lo stato di depressione di Gaetano) Ch’è succieso?

GAETANO – Filu’, io sono chiaro nelle mie cose. Io non dico che tua madre mi deve accendere le candele davanti per tutto quello che faccio nel suo interesse, ma, santo Dio… l’ho incontrata prima di salire qua, ho detto: “Donna Virgi’, volete essere accompagnata?” Non mi ha neanche risposto. Mi ha guardato come se fossi stato un nemico feroce e se n’è andata senza nemmeno salutarmi. Dunque, quello che faccio è perduto. Perciò, non ne voglio più sapere.

FILUCCIO – (accomodante) Va buo’, po’ dimane ve passa ‘o malumore e ce penzate meglio.

GAETANO – Non credo.

FILUCCIO – ‘A settimana entrante ve ne venite a mangià cu’ nuie; il primo pranzetto della casa nuova l’offriamo a voi.

LORENZO – E quando prendete possesso della casa?

CHIARINA – Domani.

LORENZO – (stacca dalla parete il dipinto del Palizzi e lo porge a Chiarina) Te voglio fa’ nu regalo.

CHIARINA – (falsamente sorpresa) Oh… e pecché t’ ‘o vuo’ levà?

LORENZO – Per la gioia di regalarlo a te.

CHIARINA – Ma quanto sei generoso. (A Filuccio) La sua gioia è quella di regalare una cosa.

FILUCCIO – Lasciate sta’, professo’… Quelle quattro camere sono talmente piene di roba che, in certi punti, nun se pò manco passà.

LORENZO – (impassibile e compassato) Non importa, un angoletto per questo dipinto lo troverete certamente.

CHIARINA – Grazie, quanto sei buono.

FILUCCIO – Professo’, poi dobbiamo decidere. Io pure devo fare un conto del mio bilancio: quanto devo pagare al mese, se devo pagare…

LORENZO – No… no… io ho deciso: la casa con la bottega ve la regalo.

CHIARINA – Veramente?

LORENZO – Domani andremo dal notaio e facciamo tutte le cose in regola e la proprietà la intestiamo a mammà!

CHIARINA – (affettuosa) E nun rieste sulo. Io te vengo a trovà tutti i giorni. Vengo a vede comme staie, si te serve niente… Stamme dint’ ‘o stesso palazzo.

LORENZO – Se mi vieni a trovare, mi fai piacere; ma io non resto solo. Perché io e donna Virginia ci sposiamo.

FILUCCIO – (sorpreso, incredulo) Come?

LORENZO – (confermando) Ci sposiamo. Ci siamo messi d’accordo. (Chiarina e Filuccio si guardano trasognati) Così tu e Chiarina mi chiamerete papà. (Si avvicina al neonato) E tu, nonno! Come gira il mondo, e quante sorprese ci riserva. Basta, io scendo. Mi voglio fare una passeggiata per prendere un poco d’aria. (Si avvia per uscire, poi ci ripensa) Chiari’, Filu’? Non mi avete fatto nemmeno gli auguri.

FILUCCIO – Già.

CHIARINA – Non ce l’aspettavamo.

LORENZO – Capisco. Ad ogni modo, come fatti. Buona sera. (Si avvia di nuovo, poi torna ancora sui suoi passi) Filu’, e mi raccomando: quando qualche volta andrai a trovare mammà, nun ‘o fa’ venì cchiú a papà: so’ geluso. (E finalmente esce per la destra. Filuccio e Chiarina si guardano ancora trasecolati, mentre la balia ripiglia la nenia più monotona e lamentosa)

BALIA – E quanta vote, figlio, t’aggio ditto… ooooh!

Duorme na vota sola, e statte zitto… ooooh!

SIPARIO