27 vagoni di cotone

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27 VAGONI DI COTONE

Titolo originale: 27 wagons full of cotton

Commedia in un atto e tre quadri

Di TENNESSEE WILLIAMS

Versione italiana di Gigi Cane

PERSONAGGI

FLORA

JAKE

VICARRO

Commedia formattata da

QUADRO PRIMO

La veranda antistante il cottage dei Meighan vicino a Blue Mountain, Mississipi. La veranda è piuttosto angusta e si alza in un solo stretto frontone. Da ciascun lato bianche colonne affusolate ne reg­gono la volta, e una porta e due finestre di stile gotico si aprono da una parte e dall'altra. Il pannello ovale della porta ad ogiva ha il vetro riccamente colorato di azzurro, cremisi, smeraldo e oro. Alle finestre si vedono vaporose tendine vezzosamente raccolte nel mezzo da un nastro celeste. L'insieme ricorda abbastanza da vicino una « casa di bambola ».

(Di prima sera. Nel cielo i tenui colori rosati del crepuscolo. Subito dopo che si è levato il sipario Jake Meighan, corpulento individuo sui sessant’anni, esce precipitosamente dalla porta centrale e gira di corsa l'angolo del cottage tenendo fra le mani un piccolo bidone di petrolio. Contro di lui si alzano i latrati di un cane. Si sente mettere in moto un'auto e subito il rumore si disperde in lontananza. Un istante dopo giunge dall'interno la voce di Flora che chiama).

Flora                                - Jake! Non trovo più la borsetta bianca di capretto. (Più vicino alla porta) Jake? Dai un'occhiata a vedere se l'ho lasciata sull'amaca. (Pausa) Credi che potrei averla dimenticata nell'auto? (Si fa alla porta protetta dalla zanzariera) Jake! Dai un'occhiata a vedere se l'abbiamo lasciata sulla macchina. Jake? (Esce nel crepuscolo legger­mente rosato. Gira l'interruttore sulla veranda e guarda intorno, battendo le palme per schiacciare le zanzare attratte dalla luce. Solo la voce delle cicale le risponde. Flora alza un richiamo lungo e nasale) Ja-a-a-a-ake! (Con la medesima inflessione una mucca muggisce in lontananza. Da qualche parte, a circa mezzo miglio, giunge l'eco soffocata di una esplosione. Appare uno strano bagliore tremolante nel cielo: il riflesso di una vampata. Si sentono voci distanti che esclamano).

Voci                                 - (acute, chiocciatiti come di galline) Hai sentito che scoppio?

 

—Si. Sembrava una bomba.

—Oh, guarda.

—Ehi, è un incendio.

—Dov'è? Dove dici che può essere?

—Al sindacato della piantagione.

—Oh, Signore! Andiamo! (Si sente da lontano la sirena dei pompieri).

—Henry! Metti in marcia la macchina. Volete venire tutti con noi, voialtri?

—Andiamoci, tutti, sì.

—Spicciati, bellezza. (Giunge il rumore d'un auto che si avvia).

—Tienti saldo, tu.

—Be', sbrigati.

Una Voce                        - (attraverso la strada sudicia) Si­gnora Meighan?

Flora                                - Si-i?

La Voce                           - Non ci venite voi a vedere il fuoco?

Flora                                - Ci verrei sì, ma non posso perché Jake è uscito con l'auto.

La Voce                           - Scendete, bellezza. Venite su con noi.

Flora                                - Oh, non posso lasciare la casa aperta. Jake si è portato via le chiavi. Dove credete che sia, questo fuoco?

La Voce                           - Al sindacato della piantagione.

Flora                                - Al sindacato della piantagione? (L'auto si arresta e fa marcia indietro) Oh, mio Dio. (Risale pensosamente in veranda e siede sull'amaca che sta di fronte. In tono tragico si rivolge a se stessa) Nes­suno. Nessuno. Mai. Mai. Nessuno. (Si sentono zirlare le cicale. Giunge di dietro la casa il rumore di un'auto che si avvicina e poi si ferma. Un mo­mento dopo Jake gira l'angolo con andatura pacifica e distratta. Flora l'abborda con voce infantilmente petulante) Bene.

Jake                                 - Che c'è piccola?

Flora                                - Non avrei mai immaginato che un essere umano potesse essere così ignobile e senza riguardi.

Jake                                 - Oh, be', signora Meighan, è un'affer­mazione indiscreta mica male questa che fai. Che c'è stavolta da reclamare?

Flora                                - Andarsene fuori così senza neanche dire una parola.

Jake                                 - Che c'è di male?

Flora                                - Ti avevo detto che mi sentivo venire l'e­micrania e avrei avuto bisogno di un goccio da bere, che in casa non ce n'era più, e tu avevi detto: sì, mettiti qualcosa indosso che andiamo dritti in città. Così io, mi metto qualcosa indosso ma non riesco più a trovare la borsetta bianca di capretto. Allora mi ricordo che l'avevo lasciata sul sedile dell'auto. Esco per andarla a prendere. E tu dov'eri? Andato. Senza una parola. E poi, un gran scoppio. Senti il cuore come mi batte.

Jake                                 -  Vuoi che senta come batte il cuore della mia piccola? (Le pone una mano sul seno prosperoso).

Flora                                - Sì, sentimelo, che batte come un martello. Come potevo sapere che cosa stava succe­dendo? Tu non c'eri, te n'eri andato chissà dove!

Jake                                 - (aspro) Stai zitta. (Le scosta rozzamente il capo).

Flora                                - Jake! Perché fai così?

Jake                                 - Non mi va come ti lagni. Ogni cosa che dici è una lagna.

Flora                                - Cosa ti sta succedendo?

Jake                                 - Niente, mi sta succedendo.

Flora                                - Be', ma perché sei uscito?

Jake                                 - Non sono uscito.

Flora                                - « Sei » uscito, sicuro. Avresti il coraggio di dirmi che non ti sei mai mosso di qui quando un momento fa ti ho inteso che rientravi con la macchina. Ma che credi, che sia scema? Comple­tamente svanita?

Jake                                 - Se non fossi svanita terresti il becco chiuso.

Flora                                - Non mi parlare a quel modo.

Jake                                 - Vai in casa.

Flora                                - Non ci vado, no. Un egoista senza scru­poli, ecco che cosa sei. Te l'avevo detto a cena, guarda che di Coca-Cola non ne rimane neanche più una bottiglia. E tu hai detto: buono, subito dopo cenato andremo allo spaccio della White Star e ce ne faremo provvista. Quando esco di casa...

Jake                                 - (le si pone di fronte e le afferra il collo strin­gendolo con le due mani) Stai attenta. Ascolta bene quel che ti dico.

Flora                                - Jake!

Jake                                 - Ssst! Sfammi a sentire, piccola.

Flora                                - Lasciami andare. Lasciami andare il collo, che Dio ti maledica.

Jake                                 - Cerca di capire bene quel che ti dico.

Flora                                - Mi dici, che cosa?

Jake                                 - Non mi sono allontanato dalla veranda.

Flora                                - Uh.

Jake                                 - Non mi sono allontanato dalla veranda. Dopo cena non mi sono mosso. Questo, ora, lo capisci?

Flora                                - Jake, tesoro, sei uscito pazzo?

Jake                                 - Può essere. Non te ne occupare. Cerca soltanto di metterti bene in testa questo, che dopo cena io non mi sono mosso da questa veranda di questa casa.

Flora                                - Ma se è vero com'è vero Dio che sei uscito. (L'uomo le torce un polso) Ouuuuuu! Ferma, ferma, ferma.

Jake                                 - Dov'è che sono stato io, dopo cena?

Flora                                - Qui, qui. Sulla veranda. Per amor di Dio lasciami andare il braccio.

Jake                                 - Dov'è che sono stato?

Flora                                - Veranda. Veranda. Qui.

Jake                                 - A che fare?

 so

 Flora                               - Jake...

Jake                                 - A che fare?

Flora                                - Lasciami andare. Gesù, Jake. Lasciami. Smetti di torcere, mi spezzi il polso.

Jake                                 - (ridendo fra i denti) A che fare? Che facevo io? Dopo cena?

Flora                                - (gridando) Ma come diavolo vuoi che faccia a saperlo?

Jake                                 - Devi saperlo. Perché te ne stavi proprio qui, con me, tutto il tempo, un secondo dopo l'altro. Tu e io, tesoruccio, stavamo coricati insieme sull'amaca, e ci siamo dondolati avanti e indietro tutto il tempo, da dopo cena in poi. Ce l'hai ben chiaro in testa, questo?

Flora                                - (lamentosa) Lasciami.

Jake                                 - È chiaro? Ce l'hai ben chiaro in testa, adesso ?

Flora                                - Sì, sì, sì... lasciami.

Jake                                 - Che facevo, allora?

Flora                                - Dondolavi. Per l'amor di Dio... ti stavi a dondolare. (L'uomo la lascia. Flora si lamenta massaggiandosi il polso indolenzito: ma si ha l'impressione che l'esperienza non sia spiaciuta a nessuno dei due. La donna seguita a gemere piano e a lamentarsi).

Jake                                 - (tende la mano ai corti riccioli di lei e le piega il capo all'indietro. Le stampa un lungo umido bacio in bocca).

Flora                                - (gemendo) Mmmmm-hmmmmmm! -Mmmmm! Mmmmmmm!

Jake                                 - (rauco) È la mia piccolina, questa?

Flora                                - Mmmmmmm. Male. Male.

Jake                                 - Male?

Flora                                            - ; Mmmmm. Male.

Jake                                 - Bacio?

Flora                                - Mmmmm.

Jake                                 - Bene?

Flora                                - Mmmmm.

Jake                                 - Bene. Fammi un po' di posto.

Flora                                - Troppo caldo.

Jake                                 - Avanti, fammi un po' di posto.

Flora                                - Mmmmm.

Jake                                 - Così va bene?

Flora                                - Mmmmm.

Jake                                 - Di chi sei la piccolina, tu? La piccolina grossa? La piccolina dolce?

Flora                                - Mmmmm. Male.

Jake                                 - Bacio. (Alza la mano di lei alle labbra ed emette suoni succhianti).

Flora                                - (ridacchiando) Fermo. Stupidone. Mmmmm.

Jake                                 - Cosa farei se tu fossi una fetta di torta?

Flora                                - Stupidone.

Jake                                 - Ti divorerei. Ti divorerei.

Flora                                - Oh, che...

Jake                                 - Che cosa farei se tu fossi una torta per gli angioletti? Una grossa bianca torta con tanta tanta bella marmellata spessa?

Flora                                - (ridacchiando) : Basta.

Jake                                 - Ti divorerei, ti divorerei, ti divorerei.

Flora                                - (con un trillo) Jake.

Jake                                 - Uh?

Flora                                - Mi fai solletico.

Jake                                 - Vuoi rispondere a una domandina?

Flora                                - Co-o-sa?

Jake                                 - Dove sono stato io, dopo cena?

Flora                                - Fuori in macchina. (L'uomo le afferra immediatamente il polso. Flora grida).

Jake                                 - Dove sono stato io, dopo cena?

Flora                                - Veranda. Amaca.

Jake                                 - A che fare?

Flora                                - A dondolare. Oh Gesù, Jake, lasciami.

Jake                                 - Male?

Flora                                - Mmmmm.

Jake                                 - Bene?

Flora                                - (piagnucolosa) Mmmmmm.

Jake                                 - E adesso sappiamo dove sono stato e che cosa ho fatto dopo cena?

Flora                                - Sì...

Jake                                 - Caso mai qualcuno lo domandasse?

Flora                                - Chi è che lo domanda?

Jake                                 - Non ti occupare di chi è che lo domanda, basta che tu sappia cosa devi rispondere. Uh-uh?

Flora                                - Uh - uh. (Con barbuglio infantile) Tu eri qui. Dopo cena ti sei messo nell'amaca. E don­dolavi avanti e indietro... avanti e indietro... Tu non sei uscito in macchina. (Lentamente) E sei rimasto assai sorpreso quando è scoppiato il fuoco nel sindacato. (Jake le dà uno schiaffo) Jake!

Jake                                 - Tutto quel che hai detto va benissimo. Ma non cercare di avere idee.

Flora                                - Idee?

Jake                                 - Una donna come te non è fatta per avere idee. È fatta per essere accarezzata, e abbracciata...

Flora                                - (infantilmente) Mmmmm.

Jake                                 - ... ma non per avere idee. E così cerca di non avere idee. (Si alza) Vieni che usciamo con l'auto.

Flora                                - Andiamo a vedere il fuoco?

Jake                                 - No. Non andiamo a vedere il fuoco. Andiamo in città a farci una bella bevuta perché siamo pieni di caldo e di sete.

Flora                                - (vagamente, mentre si alza) Non trovo più la borsetta... bianca... di capretto...

Jake                                 - È sul sedile della macchina dove l'hai lasciata.

Flora                                - Dove vai?

Jake                                 - Vado nel bagno un momento. In un attimo sono pronto. (Entra in casa facendo sbattere la porta nel richiuderla. Flora si trascina sull'orlo della breve gradinata che porta alla veranda e vi rimane immobile con un piccolo sorriso idiota. Poi comincia a scendere, ogni volta raggiungendo lO scalino inferiore prima con un piede e poi con Valtro, come un bimbo che comincia appena a camminare. Alla fine della gradinata si arresta e fissa il cielo con occhi estatici mentre le dita le si serrano deli­catamente attorno al polso indolenzito. Dall'interno giunge la voce di Jake che canta)

La mia piccina non pensa agli anelli

O ad altri costosi gioielli...

Perché...

La mia piccina pensa soltanto

A... me.

QUADRO SECONDO

Subito dopo mezzogiorno. Il cielo è del colore del nastro di raso che ferma le tendine: un celeste traslu­cido e innocente. Vampe di calore tengono tremolando il piatto paese del delta e l'aguzzo frontone della casa somiglia ed un'esclamazione in tono acuto. La sgranatrice di Jake è in moto: attraverso la strada si sente come un ronzare alterno. Il pulviscolo del cotone lavorato grava nell'aria fasciandola come una garza sottile.

(Enorme e risoluto, con braccia come prosciutti coperte di folta .peluria rossiccia, appare Jake. Dietro di lui viene Silva Vicarro, soprintendente del sindacato della piantagione che è andato a fuoco la notte prima. Questo Vicarro è un ometto piccino e nervoso di manifesta origine latina nell'aspetto fosco e nel carattere. Indossa braconi di fustagno, stivaletti allacciati, e maglietta bianca. Alla catenella che porta al collo è appeso un meda­glione cattolico romano).

Jake                                 - (con la cordiale condiscendenza del forzuto verso l'interlocutore piccino) Ma già, sicuro, tutto quel che so dire è che voi siete un omarino ben fortunato.

Vicarro                            - Fortunato? In che modo?

Jake                                 - Fortunato che io mi possa prendere un lavoro come questo. Ventisette vagoni di cotone sono piuttosto un bell'affare, mister Vicarro. (Si arresta ai piedi della gradinata) Piccola! (Dà un morso in una trancia di tabacco da masticare) Come vi chiamate di nome?

Vicarro                            - Silva.

Jake                                 - Com'è che si scrive?

Vicarro                            - S-I-L-V-A.

Jake                                 - Silva. Come una guarnizione d'argento. Tutte le nuvole hanno una guernizione d'argento. Dov'è che sta scritto questo? Nella Bibbia?

Vicarro                            - (sedendo sugli scalini) No. Nel «Libro di Mamma Oca» (i).         (i) The Mother Goose Book, di autore ignoto, è una raccolta di antiche « Nursery Rhymes » pubblicate a Londra nel 1760, e classiche nella letteratura infantile anglosassone. Il senso e il sale del bisticcio intraducibile di queste battute sta nell'affinità fonica fra il nome Silva e il sostantivo Silver che, appunto, vuol dire argento.

 Jake                                - Be', già, siete fortunato sicuro che io lo possa fare. Se avessi avuto tanta carne al fuoco come un paio di settimane fa avrei lasciato per­dere. Piccola, vieni fuori un minuto. (Dall'interno giunge una risposta vaga),

Vicarro                            - Fortunato. Proprio fortunato. (Si accende una sigaretta. Flora scosta la zanzariera ed esce. Indossa un abito di seta rosso-gialla e tiene stretta contro il corpo una grossa borsetta bianca di capretto che porta ben visibili le sue iniziali in grandi lettere di nickel).

Jake                                 - (con orgoglio) Mister Vicarro, lasciate che vi presenti la signora Meighan. Piccola, questo è un giovanotto abbacchiato e io voglio che tu gli tenga un po' su il morale. È persuaso di essere iellato forte per il fatto che gli è andata a fuoco la sgranatrice. Ha ventisette vagoni di cotone da sgranare d'urgenza per certi suoi importanti clienti di Mobile. Be', ma io gli ho detto, mister Vicarro, vi faccio le mie felicitazioni... non perché vi è andata a fuoco la macchina, ma perché capi­tate nel momento buono che io vi posso fare il lavoro. E adesso diglielo tu quanto è fortunato.

Flora                                - (nervosamente) Be', suppongo che gli riesca difficile di credersi fortunato dopo che gli è. andata a fuoco la macchina.

Vicarro                            - (acidamente) Si, signora.

Jake                                 - (in fretta) Mister Vicarro. Qualcuno sposa una ragazza quando è piccolina e magrolina. Gli piacciono le sagomette gentili. Capite? Poi, quando questa ragazza si è messa bene... che cosa ti combina? Comincia a mettere carne... già.

Flora                                - (vergognosa) Jake.

Jake                                 - E allora? Come reagisce questo qual­cuno? Accetta il fatto come una cosa normale, come una cosa che la natura comanda? Nossignore. No, certo, neanche pensarci. Comincia a sentirsi truffato. Crede che il destino ce l'abbia su con lui perché la piccola non è più così piccola com'era prima. Perché ha messo su una figura da matrona. Be', dico, proprio questa è la causa di un sacco di liti in famiglia. Ma io, mister Vicarro, io non ho commesso questo sbaglio. Quando mi sono inna­morato di questa bambolina qui e l'ho presa, era della stessa misura che la vedete oggi.

Flora                                - (avviandosi timidamente alla balaustra della veranda) Jake...

Jake                                 - (sogghignando) Come donna non è grassa ma è tremenda. È per questo che mi piace... tremenda. Glielo dissi subito, quando le misi l'anello in dito, un sabato sera in una baracca di Moon Lake... bellezza, le dissi, bellezza se perdi una sola libbra di carne... io ti pianto. Io ti pianto, dissi, il momento stesso che mi accorgo che tu cominci a perdere peso.

Flora                                - Oh, Jake... ti prego.

Jake                                 - Non mi vanno a sangue, a me, le cose piccole, specialmente nelle donne. Io non sono di quelli che corrono dietro alla « petite », come la chiamano i francesi. Questa è quella che volevo... e che mi sono preso. Guardatela, mister Vicarro. Guardatela come diventa rossa. (Afferra Flora per la nuca e tenta- di farla girare su se stessa).

Flora                                - Oh, basta, Jake. Basta, hai capito?

Jake                                 - Visto che bambolina che è? (Flora si volge improvvisamente e lo colpisce con la borsa. Jake ridacchia chiocciando e scende di corsa gli scalini. All'angolo della casa si ferma e si volta) Fai accomodare mister Vicarro, piccola, mentre io gli sgrano i suoi ventisette vagoni di cotone. Poli­tica di buon vicinato, mister Vicarro. Voi mi fate un piacere e io ve ne faccio un altro. Ci vediamo. Addio, piccola. (Si allontana con passo risoluto).

Vicarro                            - Politica di buon vicinato. (Torna a sedersi sui gradini della veranda).

Flora                                - (siede sull' amaca) Lasciamo solo che se ne vada. (Ride stupidamente mentre si mette in grembo la borsa. Vicarro fissa cupamente il tremolante splendore dei campi. Sporge le labbra come un bimbo imbronciato. Giunge di lontano il canto di un gallo) Io non avrei il coraggio di espormi a quel modo.

Vicarro                            - Esporvi? A cosa?

Flora                                - Al sole. Ho preso una terribile scot­tatura. Non dimenticherò mai che scottatura mi sono presa una volta. Fu a Moon Lake, un sabato, prima che mi sposassi. A me non mi è mai piaciuto andare a pescare ma quel giovanotto, uno dei ragazzi Peterson, insisteva che andassimo a pescare. Bene, non prendeva niente ma seguitava a pescare e pescare e io me ne stavo con lui nella barca con tutto quel sole che mi bruciava addosso. Andiamo sotto quei salici, gli dissi. Ma lui niente, non mi dava retta e così mi presi una scottatura così tre­menda che per tre notti mi toccò di dormire sulla pancia.

Vicarro                            - (distratto) Che stavate dicendo? Che vi siete presa una scottatura?

Flora                                - Sì. Una volta a Moon Lake.

Vicarro                            - Mica piacevole. E poi vi è passata?

Flora                                - Oh, sì. Finalmente. Sì.

Vicarro                            - Dev'essere stato abbastanza doloroso.

Flora                                - Una volta caddi anche nel lago. E c'era di nuovo uno dei ragazzi Peterson. Fu durante un'altra partita di pesca. Erano una banda di tipi terribili, questi ragazzi Peterson. Uscivo sempre con loro, ma ogni volta succedeva qual­cosa che mi faceva desiderare di essere stata a casa. Una volta, la scottatura. Una volta, perché a momenti affogavo. Un'altra volta... mi fecero mangiare erbe velenose. Eppure, a ripensarci adesso, credo che nonostante tutto ci siamo diver­titi mica male.

Vicarro                            - Politica di buon vicinato, eh? (Si dà un colpo sullo stivaletto col frustino. Poi si leva in piedi).

Flora                                - Potreste anche salire in veranda e mettervi un po' a comodo vostro.

Vicarro                            - Uh-uh.

Flora                                - Io non sono tanto buona a... far con­versazione.

Vicarro                            - (prendendo finalmente atto della pre­senza di lei) Non disturbatevi a far conversa­zione per me, signora Meighan. Sono un tipo, io, di quelli che preferiscono una calma comprensione. (Flora ride perplessa) C'è una cosa che osservo sempre in voi signore...

Flora                                - Che cosa, mister Vicarro?

Vicarro                            - Avete sempre qualcosa fra le mani... da tenere. Questa borsetta...

Flora                                - La borsetta?

Vicarro                            - Non c'è ragione che teniate in mano questa borsetta. Certo non avete paura che ve la porti via.

Flora                                - Oh, Dio, no. Non ho proprio paura di questo.

Vicarro                            - Non sarebbe politica di buon vici­nato, vi pare? Ma tenete la vostra borsetta perché è qualche cosa che potete stringere. Non è così?

Flora                                - Sì. Mi piace avere sempre qualcosa in mano.

Vicarro                            - Già. Sentite quante cose malsicure ci sono. Sgranatrici che vanno a fuoco. Pompieri che non hanno mezzi decenti. Non esiste protezione sufficiente. Il sole dopo mezzogiorno è caldo. E non c'è modo di proteggersi. Gli alberi stanno dietro la casa. Non c'è modo di proteggersi. Gli abiti che indossate sono fatti di... e non proteggono. E allora cosa fate voi, signora Meighan? Prendete la vostra borsetta bianca di capretto. Che è solida. Che è sicura. Che è certa. Che è qualcosa alla quale ci si può tenere. Capite cosa voglio dire?

Flora                                - Sì. Credo di sì.

Vicarro                            - Vi dà la sensazione di essere attac­cata a qualche cosa. E la madre che protegge il bambino? No, no, no..., è il bambino che protegge la madre. La protegge contro la paura di essere perduta e vuota, di non avere niente di vivo nelle mani. Forse vi sembrerà che questo non c'entra.

Flora                                - Non fatemi pensare troppo, abbiate pazienza. Sono molto pigra.

Vicarro                            - Come vi chiamate di nome, signora Meighan?

Flora                                - Flora.

Vicarro                            - Io, Silva. Come dire qualcosa non proprio d'oro... Silva- (j).

(i) Vedi nota precedente.

Flora                                - Come un dollaro d'argento?

Vicarro                            - No, come un nichelino d'argento. È un nome italiano. Io sono di New Orleans, sapete.

Flora                                - Allora non è per il sole. Siete così scuro di natura.

Vicarro                            - (alzandosi la maglietta sul ventre) Guardate qui.

Flora                                - Mister Vicarro!

Vicarro                            - Nero come ho nere le braccia.

Flora                                - Non voglio che me lo facciate vedere. Mica sono del Missouri, io.

Vicarro                            - (ridacchiando) Scusatemi.

Flora                                - (con un riso nervoso) Mi spiace che non ho niente in casa da offrirvi da bere. Iersera volevamo andare a prendere una cassetta di Cola, ma poi tutto quel trambusto che c'è stato...

Vicarro                            - Che trambusto?

Flora                                - Oh, il fuoco e tutto.

Vicarro                            - (accendendosi una sigaretta) Non sapevo che il fuoco vi avesse eccitato così tutti quanti.

Flora                                - Il fuoco eccita sempre. Dopo il fuoco cani e galline non possono più dormire. Credo che le nostre galline, qui, siano state sveglie tutta la notte.

Vicarro                            - Sì?

Flora                                - Non hanno fatto altro che agitarsi nel pollaio chiocciando e facendo baccano... una cosa esasperante. Neanch'io sono riuscita a chiu­dere occhio. Sono stata distesa tutta notte in un bagno di sudore.

Vicarro                            - Per causa dell'incendio?

Flora                                - E del caldo e delle zanzare. E poi ce l'avevo su con Jake.

Vicarro                            - Ce l'avevate su con mister Meighan? E perché ce l'avevate su con mister Meighan?

Flora                                - Oh, se n'era andato fuori e m'aveva piantata qui in questa vecchia veranda senza neanche un goccio di Coca-Cola in casa.

Vicarro                            - Se n'era andato e v'aveva pian­tata, eh?

Flora                                - Già. Subito dopo cena. E quando tornò, il fuoco era già scoppiato e invece di por­tarmi in città come aveva detto, volle andare a dare un'occhiata a quella vostra sgranatrice bru­ciata. Mi sono riempita di fumo gli occhi, il naso e la gola. Così m'è venuto l'affanno e mi sono tro­vata tanto depressa e nervosa che mi son messa a piangere. Piangevo come una bimba. Infine ho preso due cucchiaini di tintura canforata d'oppio che è abbastanza da addormentare un elefante. Ma neanche così sono riuscita a prendere sonno e continuavo a sentire le galline di fuori che non stavano ferme.

Vicarro                            - Sembra che abbiate passato una gran brutta notte.

Flora                                - Sembra? L'ho passata vi dico.

Vicarro                            - Così mister Meighan, avete detto, dopo cena è scomparso. (Pausa, durante la quale Flora lo guarda sconcertata).

Flora                                - Uh?

Vicarro                            - Avete detto che dopo cena mister Meighan andò fuori per un po' di tempo. (Qualcosa nel tono dell'uomo rende Flora cosciente della propria indiscrezione).

Flora                                - Oh... uh... solo per un attimo.

Vicarro                            - Solo per un attimo, eh? Lungo come, quest'attimo? (La fissa con estrema durezza).

Flora                                - A cos'è che volete arrivare, mister Vicarro ?

Vicarro                            - Arrivare? A niente.

Flora                                - Mi guardate in un modo così buffo.

Vicarro                            - È scomparso un attimo. Così? Ma quanto è stato lungo quest'attimo? Mica vi riesce di ricordarvene, signora Meighan?

Flora                                - Che differenza fa? E a voi che v'im­porta, ad ogni modo?

Vicarro                            - Che? Vi preoccupa se ve lo domando?

Flora                                - Sembra che mi facciate un interro­gatorio in tribunale.

Vicarro                            - Non vi va di essere presa a testimone?

Flora                                - Testimone di che, mister Vicarro?

Vicarro                            - Be'... per esempio... diciamo... di un caso di incendio doloso.

Flora                                - (inumidendosi le labbra) Un caso di che? Cosa sarebbe... incendio doloso?

Vicarro                            - La distruzione volontaria di una proprietà mediante il fuoco. (Si percuote violen­temente lo stivaletto col frustino).

Flora                                - (impaurita) Oh. (Cincischia nervosa­mente la borsetta fra le dita) Be' adesso non comin­ciate a mettere fuori... idee buffe.

Vicarro                            - Idee su che cosa, signora Meighan?

Flora                                - Sul fatto che mio1 marito è scomparso... dopo cena. Ve lo posso spiegare io.

Vicarro                            - Davvero?

Flora                                - Certo che sì.

Vicarro                            - Bene. E in che modo? (La fissa. Flora abbassa gli occhi) Che succede? Non vi riesce più di connettere, signora Meighan?

Flora                                - No, ma...

Vicarro                            - Forse che l'argomento vi confonde?

Flora                                - Ecco, adesso... (Si raggomitola nell'amaca).

Vicarro                            - Non ce la fate più a ricordare perché mai vostro marito dopo cena è scomparso? Non potete immaginare che razza di commissione urgente aveva da fare, eh?

Flora                                - No. No, non posso immaginare.

Vicarro                            - Ma quando tornò... vediamo... era appena scoppiato l'incendio al sindacato della piantagione.

Flora                                - Mister Vicarro, non ho la più piccola idea di dove voi vogliate arrivare.

Vicarro                            - Come testimone siete assai poco soddisfacente, signora Meighan.

 Flora                               - Non sono capace di pensare quando la gente... mi tiene gli occhi piantati addosso.

Vicarro                            - Be', allora guarderò da un'altra parte. (Le volge le spalle) Adesso la memoria vi aiuta meglio? Riuscite a concentrarvi sull'ar­gomento ?

Flora                                - Uh...

Vicarro                            - No? Non ci riuscite? (Si volge di nuovo, sogghignando cattivo) Be'... volete che la­sciamo cadere il discorso?

Flora                                - Mi farebbe piacere.

Vicarro                            - Non serve a niente piangere su una sgranatrice bruciata. D'altra parte questo mondo è regolato dalla legge del taglione.

Flora                                - Sarebbe a dire?

Vicarro                            - Niente di speciale. Vi fa mica niente se io?...

Flora                                - Cosa?

Vicarro                            - Vi spiace stringervi un momentino così da farmi un po' di posto? (Flora si sposta da una parte dell'amaca. L'uomo le si va a sedere accanto) L'amaca mi piace. Sedermi a dondolare su un'amaca mi è sempre piaciuto. È una cosa che riposa... vi riposa, a voi?

Flora                                - Certo.

Vicarro                            - No, che non, vi riposa. Voi avete i nervi troppo tesi.

Flora                                - Be', siete voi che mi fate diventare nervosa. Tutte le domande che mi fate sul fuoco.

Vicarro                            - Non vi ho fatto nessuna domanda sul fuoco. Vi ho soltanto domandato dì vostro marito che è uscito dopo cena.

Flora                                - Ve l'ho spiegato.

Vicarro                            - Sicuro. Infatti. Me l'avete spiegato. Politica di buon vicinato. È stato una osserva­zione mica male quella che vostro marito ha fatto sulla politica del buon vicinato. Ora capisco che cosa voleva dire.

Flora                                - Gli era venuto in mente il discorso del presidente Roosevelt. L'abbiamo sentito una sera della settimana scorsa.

Vicarro                            - No, signora Meighan, credo che si riferisse a qualcosa di più vicino a noi. Voi mi fate un favore e io ve ne fo' un altro... è in questo modo che luì l'ha messa. Avete un pezzo di cotone in faccia. State ferma... ora ve lo tolgo. (Sfiora delicatamente il viso della donna) Là... ecco.

Flora                                - (nervosa) Grazie.

Vicarro                            - C'è parecchio cotone sospeso in aria.

Flora                                - Lo so. Mi irrita il naso. Credo che mi sconvolga anche dentro.

Vicarro                            - Be', siete una donna delicata.

Flora                                - Delicata? Io? Oh, no. Sono troppo grossa per essere delicata.

Vicarro                            - La corporatura fa parte della vostra delicatezza, signora Meighan.

Flora                                - Sarebbe a dire?

Vicarro                            - Siete tanta, signora Meighan, ma ogni pezzetto di voi è delicato. Di prim'ordine. Delizioso, vorrei dire.

Flora                                - Uh?

Vicarro                            - Intendo, che in voi non c'è ombra di ruvidezza. Siete tenera. D'impasto squisito. E dolce.

Flora                                - Mi pare che la conversazione stia diventando personale.

Vicarro                            - Sì. Mi fate pensare al cotone.

Flora                                - Uh?

Vicarro                            - Cotone.

Flora                                - Be'. Devo ringraziarvi o qualcosa del genere?

Vicarro                            - No. Basta che mi facciate un sorriso, signora Meighan. Avete un sorriso affascinante. Fate le fossette.

Flora                                - No...

Vicarro                            - Sì, che le fate. Sorridete, signora Meighan. Avanti, sorridete. (Flora volge il viso, sorridendo debolmente) Così va bene. Visto? Ecco che fate le fossette. [Le tocca delicatamente una guancia).

Flora                                - Non mi toccate, per piacere. Non mi va di essere toccata.

Vicarro                            - E allora perché ridete?

Flora                                - Non mi posso tenere. Mi fate diventare isterica, mister Vicarro. Mister Vicarro...

Vicarro                            - Sì?

Flora                                - Spero che non crediate che Jake c'entri in questa faccenda dell'incendio. Giuro davanti al cielo che non si è mosso dalla veranda. Ora me ne ricordo perfettamente. Ce ne restammo a sedere qui finché scoppiò il fuoco e poi andammo in città.

Vicarro                            - A celebrare?

Flora                                - No, no, no.

Vicarro                            - Ventisette vagoni di cotone sono un affare troppo bello perché vi cada in grembo così, come un dono del cielo, signora Meighan.

Flora                                - Credevo aveste detto ch'era meglio lasciare cadere questo discorso.

Vicarro                            - Già. Ma questa volta siete voi che ci siete tornata su.

Flora                                - Be', non mi ci fate cascare un'altra volta, per piacere. Giuro davanti al cielo che il fuoco era già scoppiato quando lui tornò.

Vicarro                            - Non è così che mi avete detto un momento fa.

'Flora                               - Siete voi che mi confondete le idee. Siamo andati in città. Scoppiò l'incendio e noi non ne abbiamo saputo niente.

Vicarro                            - Mi pareva aveste detto che vi aveva fatto venire l'affanno.

Flora                                - Oh, mio Dio, mi volete far dire quello che non mi sono mai sognato. Forse è meglio che prepari una limonata per tutti e due.

 Vicarro                           - Non datevi disturbo.

Flora                                - Vorrei entrare subito un momento a prepararla, ma adesso mi sento troppo spossata per alzarmi. Non so come sia, ma non mi riesce di tenere gli occhi aperti. Continuano a chiudersi... credo sia perché si sta troppo stretti in due dentro quest'amaca. Vorreste farmi il piacere di andarvi a sedere laggiù?

Vicarro                            - Perché mi volete far muovere?

Flora                                - Due corpi si riscaldano troppo a stare così vicini.

Vicarro                            - Un corpo può dar fresco all'altro.

Flora                                - Ho sempre inteso che i corpi danno caldo.

Vicarro                            - Non in questo caso... Io sono fresco.

Flora                                - Mica mi sembra, a me.

Vicarro                            - Fresco come un'anguria, sono. Toc­catemi, se non ci credete.

Flora                                - Dove?

Vicarro                            - Dove vi pare.

Flora                                - (levandosi in piedi con grande sforzo) Scusatemi, cerco di andare in casa. (Vicarro la -prende per le spalle costringendola a sedersi di nuovo) Perché fate così?

Vicarro                            - Non mi voglio privare della vostra compagnia.

Flora                                - Mister Vicarro, state prendendo troppa confidenza.

Vicarro                            - Mai avuto un uomo amabile e spi­ritoso intorno?

Flora                                - Questo non è spiritoso.

Vicarro                            - E perché ridete, allora?

Flora                                - Mi fate il solletico. State fermo con quel frustino, per favore.

Vicarro                            - È soltanto per tenere lontano le mosche.

Flora                                - Lasciate stare. Non fanno male a nessuno.

Vicarro                            - Credo che non vi spiaccia essere accarezzata col frustino.

Flora                                - E invece mi spiace. Desidero che la smettiate.

Vicarro                            - Forse vi piacerebbe se vi accarezzassi più forte, col frustino.

Flora                                - Non mi piacerebbe, no.

Vicarro                            - Quel segno blu sul polso.

Flora                                - Ebbene?

Vicarro                            - Mi ha messo in sospetto.

Flora                                - Di che?

Vicarro                            - Ve l'ha storto. Vostro marito.

Flora                                - Siete matto in testa.

Vicarro                            - Sicuro che ve l'ha storto. E a voi piaceva.

Flora                                - Certo che no. Vi fa niente spostare il braccio?

Vicarro                            - Come siete ombrosa.

Flora                                - Bene. Ora mi alzo.

Vicarro                            - Avanti.

Flora                                - Mi sento cosi spossata.

Vicarro                            - Vertigine?

Flora                                - Un po'. Sì. La testa mi gira. Non potreste smetterla di rigirarlo, quel frustino?

Vicarro                            - Mica lo rigiro tanto.

Flora                                - Sempre troppo, però.

Vicarro                            - Siete una creatura delicata. E anche un grosso donnino grazioso.

Flora                                - Come l'America. Grossa.

Vicarro                            - È un'osservazione buffa.

Flora                                - Già. Non so perché l'ho fatta. Ho un tal ronzìo in testa.

Vicarro                            - Dura ce l'avete, la testa.

Flora                                - Dura e con ronzìo. Ho qualcosa sul braccio ?

Vicarro                            - No.

Flora                                - E allora che lo fregate a fare?

Vicarro                            - Asciugo il sudore.

Flora                                - Lasciatemi andare.

Vicarro                            - Permettete che ve l'asciughi. (Le passa il fazzoletto sul braccio).

Flora                                - (ridendo débolmente) No, vi prego, basta. Mi dà un senso buffo.

Vicarro                            - Che senso vi dà.

Flora                                - Mi fa solletico. Su e giù. Smettetela, adesso. Se non la smettete chiamo.

Vicarro                            - Chiamate, chi?

Flora                                - Quel negro, chiamo. Il negro che taglia l'erba lungo la strada.

Vicarro                            - Avanti. Chiamatelo.

Flora                                - (con voce fievole) Ehi, ehi, giovanotto.

Vicarro                            - Non potreste chiamarlo un po' più forte?

Flora                                - Mi sento così buffa. Che cosa mi succede?

Vicarro                            - Vi state riposando. Siete grossa. Siete un donnino del tipo grosso. Mi piacete. Non eccitatevi.

Flora                                - Io non mi eccito, ma voi però...

Vicarro                            - Io, che cosa?

Flora                                - Sospetti. Voi avete sospetti su mio marito e poi avete anche idee su di me.

Vicarro                            - Sarebbe a dire?

Flora                                - Che lui vi ha messo a fuoco la sgra­natrice. Non è vero. E non è vero neanche che io sono una balla di cotone. (Si leva energicamente in piedi) Vado dentro.

Vicarro                            - (alzandosi) Credo che sia una buona idea.

Flora                                - Ho detto che « io » vado dentro. Non voi.

Vicarro                            - Perché io no?

Flora                                - Staremo stretti, se venite anche voi.

Vicarro                            - In tre, si sta stretti. Noi siamo due.

Flora                                - Restate fuori. Aspettate qui.

Vicarro                            - Che andate a fare, dentro?

 Flora                               - Vado a preparare una bella caraffa di limonata fresca.

Vicarro                            - Ottimo. Andate pure.

Flora                                - E voi che fate, intanto?

Vicarro                            - Vi vengo dietro.

Flora                                - Proprio questo immaginavo che voleste fare. Stiamo fuori tutti e due.

Vicarro                            - Al sole?

Flora                                - Ci possiamo sedere là dietro, all'ombra. (L'uomo la ferma) Non attraversatemi la strada.

Vicarro                            - Siete voi che attraversate la mia.

Flora                                - Mi gira la testa.

Vicarro                            - Sarebbe meglio che vi coricaste un po'.

Flora                                - E come faccio?

Vicarro                            - Andate in casa.

Flora                                - Voi mi venite dietro.

Vicarro                            - E con questo?

Flora                                - Ho paura.

Vicarro                            - State per piangere.

Flora                                - Ho paura.

Vicarro                            - Paura, di che?

Flora                                - Di voi.

Vicarro                            - Io sono piccolino.

Flora                                - Ma a me mi gira la testa. Ho le gi­nocchia così molli che neanche fossero d'acqua. Mi risiedo.

Vicarro                            - Andate in casa.

Flora                                - Non posso.

Vicarro                            - Perché no?

Flora                                - Voi mi venite dietro.

Vicarro                            - Vi sembra tanto brutto?

Flora                                - Avete gli occhi cattivi e non mi piace il frustino che tenete in mano. Quant'è vero Dio, lui non c'entra. Non è stato lui, lo giuro.

Vicarro                            - Non è stato lui, cosa?

Flora                                - Il fuoco.

Vicarro                            - Andiamo.

Flora                                - Per piacere, no.

Vicarro                            - Cosa, no?

Flora                                - Posatelo. Il frustino, per piacere, posatelo. Lasciatelo qui sulla veranda.

Vicarro                            - Cos'è che vi spaventa ?

Flora                                - Voi.

Vicarro                            - Andiamo. (Flora si volge senza spe­ranza e s'avvia alla porta che l'uomo le apre).

Flora                                - Non venitemi dietro. Per piacere, non venitemi dietro. (Si agita incerta. Vicarro la so­spinge con la mano. Flora entra seguita da lui. La porta viene chiusa delicatamente. Oltre la strada si sente il lento e assiduo pulsare della sgranatrice. Dall'interno giunge un grido di selvaggia dispera­zione. Una porta si chiude con fracasso. Echeggia di nuovo, ma più debole, il grido della donna).

 QUADRO TERZO

 La sera dello stesso giorno, verso le nove. Sebbene il sole dietro la casa abbia ancora i colori rosati del crepuscolo, la luna piena di settembre quasi altret-anto intensamente luminosa, conferisce uno splen­dore spettrale alla facciata del cottage. Attraverso gli affocati campi del delta, i cani latrano come demoni. Sulla scena non c'è nessuno.

(Un istante dopo che si è levato il sipario si scosta lentamente la porta protetta dalla zanzariera e, a poco a poco, emerge Flora Meighan. Appare abbat­tuta. Nella luce lunare i suoi occhi hanno una vuota limpidezza. Tiene le labbra socchiuse. Procede bran­colando con le mani in avanti finche incontra una colonna della veranda. Qui si ferma e prende a lamentarsi fievolmente. I capelli le cadono sciolti e disordinati. Tolta una lacera striscia rosa che le fascia il petto, ha nuda tutta la parte superiore del corpo. Spalle e braccia ha visibilmente rigale di segni bluastri e un livido le attraversa la guancia. Un rivoletto scuro, ormai disseccato, le scende da un angolo della bocca. Come Jake s'avvicina alla veranda, la donna cerca di coprire con la mano i segni più evidenti che porta in viso. Jake giunge cantando fra se).

Jake                                 - Al chiaro... al chiaro... al chiaro... dell'argentea luna. (Istintivamente Flora indietreggia a immergersi nella zona d'ombra al fondo della veranda. Jake appare troppo stanco e soddisfatto per accorgersi della sua presenza) Dove sta la mia piccolina? (Flora alza un mugolìo lamentoso) Stanca? Troppo stanca per parlare? Qui ce n'è un altro. Troppo stanco per parlare. Troppo maledettamente stanco per mettere fuori una parola. (Si lascia cadere sugli scalini gemendo e alza appena gli occhi su Flora) Ventisette vagoni di cotone. Tanti ne ho fatto passare stamattina. Un lavoro da maschio.

Flora                                - (con voce rauca) Uh-uh... un lavoro da maschio.

Jake                                 - Ventisette vagoni di cotone.

Flora                                - (ripetendo stupidamente) Ventisette vagoni di cotone. (Un cane latra. Flora ride, di un riso ansante e sfiatato).

Jake                                 - Che c'è da ridere, bellezza? Mica ridi per me, spero?

Flora ;                              - No...

Jake                                 - Meno male. Mica è roba da riderci sopra, il lavoro che ho fatto oggi. Ho messo sotto quel branco di negri come un mulattiere. Non hanno cervello nella ciccia. Hanno soltanto ciccia. E uno deve guidarli, guidarli, guidarli. Neanche man­giare credo che saprebbero, se non ci fosse qualcuno che gli mette il cibo in bocca. (Flora ride di nuovo, e il riso le sgorga dalle labbra come acqua) Uh. Ridi come una... Cristo. È stata una sfaticata paurosa,

oggi-

Flora                                - (lentamente) Non darti tante arie... per questo...

Jake                                 - Non mi dò arie, dico soltanto che è stata una sfacchinata, sono stanco morto e mi farebbe piacere sentire un po' di comprensione e non discorsi stravaganti. Tesoro...

Flora                                - Io non... (ride di nuovo) non faccio discorsi stravaganti.

Jake                                 - Prendersi un lavoro di quella mole e farlo e dire che lo si è fatto, non è darsi delle arie.

Flora                                - Non l'hai fatta solo tu... una sfac­chinata.

Jake                                 - E chi altri, che io sappia?

Flora                                - Hai l'aria di credere che io mi sia data al bel tempo. (Di nuovo ride, a gola spiegata).

Jake                                 - Ridi che neanche fossi stata a bagno in una botte di gin. (Flora ride) Che diavolo di sbronza hai combinato? Credo che ti piacerebbe mica male che io lavorassi come una bestia per mantenerti un negro a lavare i piatti e a mandare avanti la casa. Un elefante di donna più debole di una gatta, ecco che razza di moglie mi trovo fra i piedi.

Flora                                - Certo... (ride) mi piacerebbe mica male.

Jake                                 - Un dito ch'è un dito devo ancora ve­derti muovere. Sei sempre stata troppo pigra per darti da fare in casa. Basta che te ne stia stra­vaccata mezza nuda. \ vivere nelle nuvole. Tutto quel che riesci a pensare e a dire è « Dammi della Coca-Cola ». Be', meglio che tu stia su con le orec­chie. Quelli del governo hanno messo su un ufficio nuovo che si chiama D. I., come a dire Donne Inutili. Ed è già a buon punto un piano segreto per farle fuori tutte. (Ride del proprio scherzo).

Flora                                - Un piano segreto... a buon punto?

Jake                                 - Per farle fuori.

Flora                                - Bene. Sono contenta di saperlo. (Ride di nuovo).

Jake                                 - Io me ne torno a casa stanco come una bestia e tu non trovi niente di meglio che saltarmi agli occhi. Com'è che la mettiamo?

Flora                                - Credo che sia stato uno sbaglio.

Jake                                 - Cosa credi che sia stato uno sbaglio?

Flora                                - Uno sbaglio per te fare lo stupido col sindacato della piantagione.

Jake                                 - Non so. Noi stavamo dall'altra parte, bellezza. Il sindacato compra tutta la terra qui intorno e ti mette fuori i vecchi coltivatori senza un soldo, con la conseguenza che ancora un po' e vanno in malora tutte le imprese mercantili della Two Rivers County. E poi si fa venire le sgrana­trici e sgrana il cotone da sé. Per un po' credetti che non ci fosse più niente da fare neanche per me. Ma poi quando andò a fuoco la sgranatrice e mister Vicarro pensò ch'era meglio affidarmi il suo lavoretto, io dissi che la situazione era note­volmente migliorata.

Flora                                - (ridendo debolmente) Può essere che tu non abbia capito bene la politica di buon vicinato.

Jake                                 - Non l'ho capita? Ma se sono io il tipo che l'ha inventata.

Flora                                - Uh-uh. Che « invenzione ». Io dico solo questo... spero che tu sia soddisfatto adesso che hai sgranato tutti i tuoi ventisette vagoni di cotone.

Jake                                 - Vicarro era piuttosto contento quando andò via.

Flora                                - Già. Era... piuttosto... contento.

Jake                                 - Come ve la siete passata mentre io stavo a lavorare?

Flora                                - Bene, ce la siamo passata. Proprio bene... che meglio non si poteva.

Jake                                 - Non è mica quel brutto tipo che sembra. Capisce come stanno le cose.

Flora                                - (ridendo debolmente) Sì, capisce.

Jake                                 - Spero che tu l'abbia trattato bene.

Flora                                - (con un risolino idiota) Gli ho preparato una bella caraffa di limonata fresca.

Jake                                 - Con dentro un po' di gin, eh? È così che ti sei sborniata. Non spiacerebbe neanche a me un po' di roba fresca da bere. Ne è rimasta niente ?

Flora                                - Neanche un goccio, mister Meighan. L'abbiamo bevuta tutta. (Si lascia cadere sull'amaca) .

Jake                                 - Allora non è che ti sia stancata poi tanto ?

Flora                                - No. Non mi sono stancata per niente. Ho fatto una bella chiacchierata con mister Vicarro.

Jake                                 - Di che cosa avete parlato?

Flora                                - Politica di buon vicinato.

Jake                                 - (ridacchiando) E che ne pensa, lui, della politica di buon vicinato?

Flora                                - Oh... (Ride) Pensa... ch'è una buona idea. Dice...

Jake                                 - Uh? (Flora seguita a ridere debolmente) Dice cosa?

Flora                                - Dice... (S'interrompe per uno scoppio di risa).

Jake                                 - Qualunque cosa abbia detto dev'essere stato piuttosto divertente.

Flora                                - Dice... (cercando di frenarsi) che non crede di aver ancora voglia di mettere insieme un'altra sgranatrice. Dice che farà sgranare a te... tutto il suo...

 Jake                                - Te l'ho detto ch'è uno che capisce.

Flora                                - Sì. Domani ha in mente di tornare con dell'altro cotone. Più di ventisette vagoni, forse.

Jake                                 - Sì?

Flora                                - E mentre tu glielo sgrani... vuole che io gli faccia compagnia con... la limonata fresca. (E colta da un altro accesso di risa).

Jake                                 - Più sento parlare di questa limonata e più me ne viene voglia. Limonata al whisky, eh?

Flora                                - Credo che... continuerà a tornare... per tutto il resto dell'estate.

Jake                                 - (levandosi in piedi e stirandosi soddisfatto) Be', non tarderà... non tarderà a finire. Le notti sono già più fresche.

Flora                                - Non so se questo basterà... a tenerlo lontano... per quanto...

Jake                                 - (distratto) L'aria comincia a farsi più fresca. Non dovresti star fuori senza camicetta, tesoro. Basta che cambi il vento per prenderti un brutto raffreddore.

Flora                                - Non posso sopportare niente addosso... sulla schiena.

Jake                                 - Orticaria. Ma non è mica il caldo che te l'ha fatta venire. È il troppo alcool. Una bella fioritura di gin, ecco che cos'hai. Vado nel bagno. Quando esco... (apre la porta e va in casa) andiamo in città a vedere un pezzo di cine. Salta in macchina. (Flora ride fra sé. Apre l'enorme borsetta di capretto e ne toglie un batuffolo di cotone idrofilo che si passa leggermente sulle parli offese ridendo e ansando).

Flora                                - (forte) Davvero non dovrei tenere questa borsa bianca di capretto. È tutta imbottita di bambagia, e diventa grossa... come un bambino. Grossa... fra le braccia... come un bambino.

Jake                                 - (dall'interno) Cosa dici, piccola?

Flora                                - (si leva in piedi afferrandosi alla catena dell' amaca) Non sono piccola. Mamma. Mam­mina. Ecco che cosa sono... io. (Cullando la bor­setta fra le braccia si dirige lentamente e teneramente verso un angolo della veranda. La luna le illumina in pieno il viso sorridente e sfigurato. Flora comincia a oscillare e a dondolarsi dolcemente, seguitando a cullare la borsetta fra le braccia e canticchiando) Sulla cima dell'albero si dondola una culla. E quando il vento soffia oscilla la culla. (Scende uno scalino). E quando il ramo piega la culla cadrà. (Scende un altro scalino). E il pupo con la culla a terra piomberà. (Ride fis­sando estatica la luna).

FINE

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