A casa per le sette

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Commedia in tre atti e cinque quadri

di   Robert C. SHERIFF

Versione italiana di Mirella Ducceschi

da IL DRAMMA n. 117 del 15 settembre 1950

LE PERSONE

DAVID  PRESTON

JANET,  sua moglie

IL DOTTOR SPARLING

IL MAGGIORE WATSON

L'AVVOCATO PETHERBRIDGE

PEGGY DOBSON

L'ISPETTORE HEMINGWAY

UN POLIZIOTTO

La scena rappresenta sempre il salotto dei signori Preston, nella loro casa a Bromley.

Siamo in autunno e l'anno è quello in corso.

ATTO PRIMO

PRIMO QUADRO

Il salotto dei Preston ha un aspetto molto simpatico, come se appartenesse a gente conosciuta e familiare. Ci sono due poltrone accanto al fuoco, con una radio e delle librerie basse. C'è una credenza, e su di essa un vaso rustico con dei fiori autunnali; nell'incavo della finestra c'è una scrivania e una seggiola; la finestra guarda su un giardinetto ben tenuto. Vicino al fuoco c'è un tavolinetto basso su cui poggiare dei libri o il vassoio del tè. Le tende e i tappeti sono di buona qualità senza essere di lusso, di buon gusto senza essere esage­rati. Nel centro del salotto c'è una porta che conduce in un piccolo ingresso in cui si intravedono le scale che conducono alle camere da letto superiori. Nell'in­gresso si vedono l'attaccapanni, il porta-ombrelli, il telefono, e la porta d'entrata con un pannello a vetri colorati che riflette l'ombra delle persone che vengono a far visita. Se lo spazio lo permette, quando si apre la porta d'ingresso si dovrebbe poter vedere il cancello del giardino, in fondo a un violetto di ghiaia costeg­giato di fiori e piante di rose. È una piccola casa semi­isolata, in una strada tranquilla, popolata di tutte case uguali. Un lampione vicino getta un po' di luce sul cancello quando è buio.

È una sera d'autunno, fuori c'è ancora luce, ma la scena diventa sempre più buia, a mano a mano che Tatto prosegue.  Janet Preston è seduta in una poltrona accanto al fuoco; è una donna sulla quaran­tina, dall'aspetto piacente,  tranquillo.   Veste bene, nel senso che non si nota quello che indossa e porta i capelli grigi pettinati in modo semplice, quasi austero. Potrebbe essere stata la figlia di un pastore, o un'insegnante, prima di sposarsi. Sta seduta senza appoggiarsi, sporta in avanti,, con un fazzoletto fra le mani. Di tanto in tanto singhiozza, disperatamente e fiocamente, come se non avesse più lacrime per il gran piangere e la sua disperazione fosse esausta. È pallida e sconvolta, con gli occhi infossati per la lunga veglia. La porta del salotto deve restare aperta in modo da poter vedere quella d'entrata, con la luce della sera che imbrunisce contro il pannello colorato. Ecco che un'ombra si forma contro il vetro; una chiave gira nella serratura ed entra David Preston. È un uomo di 50 anni, alto e robusto, vestito elegantemente con giacca scura e pantaloni grigi a righe, come si conviene a un cittadino benestante quale egli è. Infatti si tratta di un vecchio e quotato funzionario di una banca di Londra. Entra subito nell'ingresso con l'impermeabile e l'ombrello accurata­mente richiuso sul braccio, e il giornale della sera ripiegato in mano. È evidente che ignora lo stato d'animo di sua moglie, perché canticchia una allegra canzoncina mentre appende il cappello e l'impermeabile, e fa rica­dere l'ombrello nel porta ombrelli. Il rumore, secco, me­tallico, provocato dalla caduta dell'ombrello, elettrizza Janet. Balza dalla seggiola con un'espres­sione di incredula meraviglia. Resta ad aspettare, rigi­damente in piedi accanto alla poltrona, come se non osasse guardare nell'ingresso e temesse che i propri orecchi si siano ingannati. Preston prende il giornale ed entra in salotto come un qualunque nor­male uomo che rientra dall'ufficio la sera, stanco di una intera giornata di lavoro, desideroso di bere una tazza di tè e di godersi tranquillamente il fuoco del caminetto; getta uno sguardo distratto e affettuoso alla moglie  - così distratto che non si accorge di nulla - poi guarda il tavolino accanto al fuoco.

Preston         Buona sera, cara. Ebbene? Il mio te! (Dà un'occhiata interrogativa alla moglie e subito il suo contegno cambia, diventa apprensivo e preoccupato. Janet, infatti, muove incerta verso di lui e si getta convulsamente nelle sue braccia).

Janet              Oh, David! Caro. Caro. (Si stringe a lui singhiozzando con tutta l'anima).

Preston         Janet! Cosa succede? In nome di Dio, cos'è accaduto!

(Ella non risponde. Tutta l'ansietà e il tormento a lungo repressi trovano ora sfogo in un dirotto pianto. Preston è oltremodo sorpreso e preoccupato).

Janet              Oh, David! È stato terribile... Credevo d'impazzire.  Cosa ti è successo? Dove sei stato?

Preston          (stupefatto)   Dove sono stato? Ma all'uf­ficio, che diamine! Dove vuoi che aia stato?

Janet              Ma ieri sera... e tutto il giorno...?

(Egli la fissa completamente disorientato. Poi la prende gentilmente per un braccio e l'accom­pagna alla poltrona. È spaventato, ora, e le parla con molta dolcezza).

Preston         Janet, tu lavori troppo. Mettiti a sedere tranquillamente che adesso ti preparo una buona tazza di tè. Devi trovare un aiuto, non puoi far tutto da sola, la casa, le lezioni... Se non ti sen­tivi bene, perché non mi hai telefonato in banca! Sarei tornato subito a casa.

(Janet ora è più calma. Guarda suo marito con aria perplessa).

Janet              Non capisco cosa vuoi dire, David. Io sto benissimo, non ho nulla. Sono stata soloterribilmente in pensiero. Per te. Non ho fatto che tormentarmi tutto il giorno e tutta la notte. Non sapevo rosa fare. Credevo d'impazzire.

Preston         Tutta la notte? Come sarebbe a dire, cara, « tutta la notte? ».

Janet              Perché tu non sei tornato.

Preston          (con dolcezza cercando di calmarla)  Janet, cara. Guarda l'orologio lassù. Sono le sette e cinque. Torno sempre a casa a quest'ora, tutte le sere. Il mio treno arriva alle sette meno dieci, un quarto d'ora mi ci vuole dalla stazione a casa, ed eccomi qua. Non è che un giorno come tutti gli altri, cara: anzi, un lunedì come tutti gli altri.

Janet              Ma oggi è martedì!

Preston          (ridendo leggermente)  Lunedì,  tesoro.

Janet               (ostinata)   Martedì, David.

Preston          (preoccupato, cercando di farla tornare in sé)   Sei stanca, Janet. Hai le idee un po' confuse. Vuoi che non sappia che giorno è? Ieri era domenica, non ti ricordi? Ha piovuto un po' la mattina, ma poi ha smesso quando giamo andati in chiesa. Nel pomeriggio abbiamo lavorato in giardino: tu hai pulito i rosai, io ho tagliato l'erba nei prati. Dopo il tè, sono arrivato fino al Circolo, mentre tu prepa­ravi la cena, e dopo cena abbiamo sentito la radio, non ricordi? Quella commedia... E oggi, in ufficio, ho fatto quello che faccio tutti i lunedì mattina: ho verificato la corrispondenza amministrativa della set­timana ed ho sistemato gli ultimi conti dell'ammi­nistrazione insieme al direttore, come faccio ogni lunedì.

(C'è un silenzio. Janet si è voltata e guarda il fuoco. È calmissima, ora) 

Vado subito a farti una tazza di tè, cara. Probabilmente ti sei addormentata sulla poltrona e hai sognato che non ero tornato a casa. (Sorride)  Ma invece, eccomi qua! Tutto è a posto. (Va verso la porta).

(Janet prende in mano il giornale della sera che suo marito ha messo sul tavolino, gli dà un'occhiata, non appare sorpresa di quanto legge e richiama suo marito).

Janet              David, guarda. Il giornale lo  hai portato tu. Martedì, 17.

(Egli prende il giornale e guarda stupefatto la data).

Preston         È straordinario. È... è difficile che si sbaglino, in genere... Ah, devono avermi dato il gior­nale di martedì scorso.

Janet              Sarà meglio che tu guardi Il giornale di stamattina, allora. (Va verso la scri­vania a prendere il giornale).

Preston         Ma non può essere lì, lo porto sempre all'ufficio con me. Lo sai benissimo, Janet.

(Janet non risponde. Va alla scrivania e prende un giornale).

Janet              Stamattina non l'hai preso. Non potevi prenderlo: non c'eri.

(Dà un'occhiata al giornale e glielo porge). Martedì 17. Ed ecco la « Rivista del giardiniere » che arriva tutti i martedì.

(Preston guarda la data sul giornale. Non riesce a capire cosa significhi tutto ciò. Janet parla con molta calma. Nella sua voce non c'è alcun risentimento né rimprovero, solo dolore. Anche se prova del risentimento contro di lui, lo nasconde molto bene) 

Viviamo insieme da molto tempo, David. Siamo sempre stati felici, non abbiamo mai avuto segreti l'uno per l'atro. Ci siamo sempre capiti perfettamente, sempre. Se tu ad un tratto hai sentito il bisogno di andartene a stare solo per un po' di tempo, o di passare la serata con dei vecchi amici... non c'è nulla di male. Se tu me l'avessi detto, avrei capito e sarei stata contenta perché non vorrei mai che tu rinunziassi a qualche cosa per me. Ma perché mettermi in quest'ansia, in questo tormento? Non potevi tele­fonare e dirmi che non saresti tornato? E come potevi pensare di farmi credere che oggi è lunedì? Neppure un bambino si lascerebbe ingannare da una bugia così evidente. (Pausa)  Sul serio hai pensato di potermi far credere che mi ero addormentata ed avevo sognato tutto? Se è così, è un gran dolore per me vedere che dopo tutti questi anni tu mi giu­dichi così stupida. (La sua voce si spezza. Volta il capo e guarda il fuoco).

(Preston ha sentito solo in parte ciò che ha detto sua moglie. È troppo stupito e spaven­tato per poter capire. Le risponde con la stessa calma con cui ella gli ha parlato, ma con incertezza, con per­plessità, come se stesse lottando per trovare la chiave di tanto mistero).

Preston         C'è qualcosa che... Non capisco cosa sia successo, Janet. Devi darmi tempo per riflettere, perché io... Sono sicuro che fra un minuto troverò la spiegazione di tutto. Ti giuro che tutto quello che ti ho detto è la verità... parola per parola; e che continuo a dirtela. Sono uscito di casa, come sempre, alle otto e mezzo per prendere il treno delle nove meno dieci. Quando sono arrivato in banca, ho sbri­gato il solito lavoro di tutti i lunedì. Ho fatto cola­zione al ristorante all'angolo di via Vittoria; una tazza di brodo, del pesce e una fetta di dolce, come al solito. Ricordo perfettamente... fin nei più minuti particolari. Nel pomeriggio ho parlato col direttore, come tutti i lunedì. Sono tornato nella mia stanza alle tre e mezzo e ho fatto il solito lavoro fino all'ora di andar via... cioè fino alle... alle sei.

(Ha una leg­gera esitazione nel dire l'ora in cui se n'è andato. Janet gli lancia una rapida occhiata, come se questo confermasse i suoi sospetti nascosti, ma egli è troppo concentrato nei suoi pensieri per accorgersene, mentre prosegue nel suo racconto. Essa torna a fissare il fuoco restando in piedi con una mano sulla mensola del caminetto) 

Sono sceso per via Vittoria fino alla stazione. Ho comprato il giornale... Ho camminato su è giù per il marciapiede e sono salito in treno proprio mentre partiva, alle sei e mezzo. Arrivato qui dalla stazione, sono venuto direttamente a casa. (Pausa)  Vedi, dunque? Posso dirti quello che ho fatto minuto per minuto e chiunque in banca potrebbe dirti che sono rimasto là tutto il giorno.

(C'è un si­lenzio. Janet ha ascoltato pazientemente, senza credere una parola, e quando egli ha finito, essa comincia, con calma e decisione, a raccontare la « sua » storia).

Janet              Ti ho preparato il tè qui sul tavolino alle sette ieri sera come tutte le sere. Non vedendoti venire, ho pensato che tu avessi per­duto il treno, oppure che il treno fosse in ritardo. Sapevo che quello subito dopo arrivava alle sette e mezzo, ma quando non ti vidi arrivare neppure con quello, cominciai a meravigliarmi, perché ero sicura che mi avresti telefonato se tu fossi stato trattenuto in ufficio. Poi vennero le otto, l'ora di cena, e io non sapevo cosa fare. Ero terribilmente preoccupata: temevo che ti fosse accaduto un incidente. Alle nove non seppi più resistere e andai dai Warren, qui accanto, per quanto li conosca pochissimo. Il signor Warren mi disse che i treni funzionavano regolar­mente e mi suggerì di telefonare in banca. Avrei dovuto pensarci da sola, ma ero così preoccupata che non riuscivo più a ragionare. Telefonò lui in banca per me, ma c'era solo la donna della pulizia. Non seppe dirgli nulla, tranne che tutti se n'erano andati come al solito e che per quanto ne sapeva lei, non era successo niente. Il signor Warren disse allora che forse eri arrivato mentre ero da lui, così tornai qui, ma tu non c'eri, ed erano quasi le dieci. Aspettai ancora... non potei toccar cibo... ed ero così in ansia, così preoccupata... che finalmente mi decisi e telefonai alla polizia.

Preston          (esterrefatto)   Alla polizia?

Janet               (con un primo moto di rabbia)   Cosa volevi che facessi? Che chiudessi la porta di casa e andassi a dormire come se niente fosse?

(C'è un silenzio. Essa riprende a parlare con la sua voce di nuovo calma e sicura) 

Il sergente che rispose al telefono mi disse che avrebbe domandato negli ospedali e mi avrebbe informata se fosse stato rico­verato qualcuno. Sono rimasta tutta la notte in questa poltrona, in ascolto e in attesa. Stamattina, appena la banca si è aperta, ho telefonato al direttore. Mi ha detto che non eri venuto, ma che la sera prima te n'eri andato alle cinque, « come al solito ». (Lo guarda)  Tu mi hai detto che sei uscito alle sei David.

Preston          (a disagio)   È vero, Janet. Esco alle sei. Sempre.

Janet              Gliel'ho domandato un'altra volta, perché ero molto sorpresa. Me l'ha ripetuto.  Ha detto che vai sempre via alle cinque.

Preston         Dev'esserci uno sbaglio, forse hai ca­pito male. « Lui » va via alle cinque. Parlava di sé quando ti ha detto così.

(Silenzio. Janet decide di non insistere, ma il suo modo di fare, a poco a poco, diventa sempre più duro. Ora è sicura di essere stata ingannata).

Janet              Poi ritelefonò la polizia per sentire se eri tornato. Risposi che non avevo notizie. Telefonarono ancora. Era il sergente. Mi disse che avevano fatto altre ricerche negli ospedali, a Scotland Yard, ma che non avevano trovato nulla, nulla che potesse aiutarci. Da allora sono sempre stata seduta qui, per ore ed ore. Credevo d'impaz­zire... Ed ecco che tu entri in casa, David, come se niente fosse, e mi dici che è stato tutto un sogno.

Preston         Posso dirti questo solo, Janet: a meno che io non abbia perso la ragione, a meno che non sia diventato improvvisamente pazzo, sono stato in banca tutto il giorno e ho fatto il solito lavoro di tutti i lunedì. Guarda il mio vestito: ti sembra il vestito di uno che è stato in giro tutta la notte? (Si guarda le mani e si tasta i capelli)  Dove potrei essere andato a lavarmi e a farmi la barba? (Si alza in piedi e si guarda nello specchio sopra il caminetto) 

Il mio aspetto non é forse quello di tutte le sere, quando torno dall'ufficio? Tornando a casa, strada facendo, pensavo alle solite cose di tutti i giorni: che devo piantare i tulipani intorno alla casa dome­nica prossima, che devo preparare i conti del Circolo per l'Assemblea che ci sarà il mese venturo... che domani sera andremo al cinema... (Resta in silenzio, poi scuote il capo)  Ti sei arrabbiata quando ti ho detto che dovevi esserti addormentata sulla poltrona e dovevi aver fatto un brutto sogno, Janet. Ma che cosa altro posso pensare! (Guarda il tavolino ove sono posati i giornali)  Questi giornali... io... io non capisco... ma deve esserci una spiegazione... una spiegazione semplicissima, banale, elementare. (A poco a poco la sua voce si abbassa, si spegne. Il suo sforzo di con­vincere se stesso non è risultato soddisfacente)  Ma sono sicuro di una cosa, Janet: di dirti la verità.

(Nell'ingresso suona il telefono. Entrambi trasaliscono. Janet va a rispondere. Lascia la porta aperta e la si vede sollevare il microfono).

Janet               (al telefono)   Pronto. Sì. Parla la signora Preston. Buona sera, signor Cooper. (Pausa)  Sì. È tornato in questo momento. Sì. Capisco. No... sta... sta benissimo. (Pausa)  Sì. Lo chiamo subito. (Lascia il microfono staccato e torna in salotto) 

È il direttore della banca. Dice che non ti sei fatto vedere in tutto il giorno. Vuole parlarti.

Preston          (va al telefono)   Buona sera, signor Cooper. No, sto benissimo. (Pausa)  Ma non so... Avrei... avrei piacere di parlarvi. Non... non posso dirvi niente ora. Verrò in ufficio un po' prima domat­tina, alle nove meno un quarto e salirò da voi diret­tamente. Buona notte, signor direttore. (Riappende il microfono e torna in salotto. Appare stordito e spa­ventato).

Janet              Sarà meglio che vada io a farti una tazza di tè.

(Esce direttamente in cucina).

Preston          (tocca i giornali, poi guarda la porta, poi guarda di nuovo i giornali. Il sipario si abbassa per pochi momenti, ad indicare il passaggio di un breve intervallo di tempo).

SECONDO QUADRO

Mezz'ora dopo. Riaprendosi il velario, la stanza è vuota. La luce è accesa e le tende sono state tirate. Si apre la porta e Janet fa entrare il dottor Sparling, un libero professionista come tutti gli altri, un buon medico, un uomo semplice, senza pretese. Ha circa la stessa età di Preston; è onesto, cordiale, sensibile.

Janet              Vado a dirgli che siete arrivato, dottore. Non voleva che vi chiamassi, ma secondo me è meglio che lo vediate.

Il Dottore    (mettendo giù la borsa) Avete notato niente di... di strano, in lui, ultimamente?

Janet              Niente. Era perfettamente normale.

Il Dottore   Secondo voi, è veramente malato?

Janet              Non lo so. Non so niente di più di quanto vi ho già detto per telefono. Quando è tornato aveva un aspetto ottimo, era allegro, e si è comportato normalmente, come sempre, finché non gli ho detto che cosa era successo. Allora... ecco... si è rifiutato di credermi finché non gli ho mostrato il giornale e non ha telefonato il direttore della banca.

Il Dottore   Ci ha creduto, allora?

Janet              Per forza. Doveva crederci. Cos'altro poteva fare?

Il  Dottore  D'altra parte non è possibile che pensasse di poter tornare a casa così, tranquillamente, e di potervi far credere che non era successo nulla, a meno che lui stesso onestamente credesse che vera­mente non era successo nulla.

Janet              Lo so. È questo che non capisco. È un uomo così sincero. Sono sicura che non fingeva quando sembrava cosi sorpreso, eppure ho avuto la sensazione che mi nascondesse qualcosa.

Il Dottore   Perché?

Janet              Vedete... mi ha detto che era uscito dall'ufficio alle sei, quella sera... che esce sempre alle sei. Ma il direttore al telefono mi ha detto che esce invece alle cinque... regolarmente tutte le sere.

Il Dottore   Questo però non spiega la sua assenza di 24 ore... Glielo avete chiesto... se é vero che esce alle cinque?

Janet              Sì. Mi ha detto che c'era uno sbaglio. Era così sicuro di quel che diceva, che devo per forza credergli. (Il dottore annuisce)  Voi non ci conoscete molto bene, dottore, perché rara­mente ci ammaliamo, ma dovete sapere che andiamo perfettamente d'accordo fra noi, siamo molto felici.

Il Dottore   Non ne dubito. L'ho sentito dire da molta gente... (Bruscamente professionale)  Allora se volete dirgli che sono qui...

Janet              Subito. (Va verso la porta).

Il Dottore   Avete detto che non voleva vedermi, che avete tanto insistito...

Janet              In principio non voleva, perché odia l'idea di essere ammalato, ma poi... infine mi è sembrato contento che io insistessi. (Il dottore annuisce)  Deve spogliarsi?

Il Dottore   Oh no. Non credo che ce ne sarà bisogno.

Janet              Allora è inutile che riaccenda il fuoco. (Esce).

(Il dottore va al caminetto e aspetta. Non ha nessuna pretesa di fare lo psichiatra. Probabilmente è il primo caso del genere che gli capita e di gente un po' imbarazzato. Entra Preston: è pallido e nervoso, ma cerca di nascondere la sua preoccupazione).

Il Dottore    (gli va incontro con un allegro sorriso)   Buona sera.

Preston         Buona sera, dottore. (Si stringono la mano).

Il Dottore   È un bel pezzo che non ci vediamo.

Preston         Già, l'ultima volta veniste per quel ginocchio; due anni fa.

Il Dottore   Vi ha dato fastidio?

Preston         Affatto. Feci un po' di massaggi con quell'unguento e non se ne parlò più.

Il Dottore   Meno male. Ci siamo visti un'altra volta, dopo. Vi ricordate! Al ballo del Circolo.

Preston          (annuendo)   A Natale. Sì, abbiamo avuto molta gente,  quella sera.

Il Dottore   Notai molta gioventù.

Preston F      acciamo di tutto per incoraggiare i giovani. I Circoli, di solito, invecchiano prima del tempo, perciò abbiamo stabilito come regola di eleggere tutti gli anni nel comitato almeno tre membri sotto la ventina.

Il Dottore   Una grande idea. Vi dà molto da fare essere il tesoriere di un Circolo così grande!

Preston         Piuttosto; porta via molto tempo, ma mi piace.

Il Dottore   Quanti soci avete!

Preston         Beh... quest'anno più di trecento.

Il Dottore   Sono parecchi. E un Circolo impor­tante, ormai.

Preston         Eh sì. Quando lo fondammo, dieci anni fa, cominciammo con 15 soci.

(C'è un silenzio. Entrambi hanno fatto la conversazione seguendo un loro scopo personale: il dottore di mettere il paziente a suo agio e di saggiare la memoria; Preston di dimo­strare al dottore che egli è perfettamente normale e ricorda tutto. Ma nessuno dei due è a proprio agio. Preston sta sforzandosi di dominarsi, ma è nervoso, imbarazzato  e spaventato).

Il Dottore   Di aspetto state benissimo.

Preston         E mi sento bene. Benissimo. (Pausa)  Mia moglie  vi ha telefonato tutto quello che é successo!

Il Dottore   Sì. Mi ha detto tutto quello che le avevate detto voi. Veramente sapevo fin da ieri sera che era successo qualcosa.

Preston          (bruscamente)   E come!

Il Dottore   La polizia ha telefonato in ospe­dale per sentire se era stato ricoverato nessuno. C'ero anch'io quando hanno telefonato. Hanno fatto il vostro nome.

Preston         Già. Mi dispiace molto che mia moglie si sia rivolta alla polizia.

Il Dottore   Era l'unica cosa che potesse fare in  simili circostanze.

Preston         Ah, d'accordo. Capisco bene. Ma ve­dete, noi siamo persone che facciamo una vita così tranquilla, così normale; ora, voi capite, la polizia...

Il Dottore   Ma non dovete preoccuparvi. Sono molto discreti. Non avrete nessuna pubblicità spia­cevole. Li avete avvertiti che siete tornato?

Preston         Sì. Ha telefonato mia moglie.

Il Dottore   Tutto è a posto, allora. Ora vediamo cosa possiamo fare. Se ho ben capito, voi siete par­tito per Londra, come sempre, ieri mattina e siete tornato a casa stasera, alla solita ora, convinto che fosse lo stesso giorno, mentre invece era il giorno dopo...  È  così?

Preston         Sì. (Pausa)  È tutto così strano, dottore... Sono tornato a casa, come faccio tutte le sere, alle sette e qualche minuto. Mi sentivoperfet­tamente normale, più che sicuro di tornare a casa dopo una comune giornata di lavoro. Ho trovato mia moglie inuno stato spaventoso. Quando mi ha raccontato cosa era successo, ho creduto che avesse sognato... (Pausa)  Non riesco ancora a crederci... È come un incubo...

Il Dottore   Già. Capisco. Non vorrei che mi fraintendeste, ma certo vi rendete conto che qualsiasi cosa mi diciate resta legata al segreto profes­sionale. Neppure vostra moglie lo saprà. Non mi è possibile aiutarvi senza sapere tutto. Se c'è qualcosa che desiderate la signora non sappia...

Preston          (fermamente)   Non c'è nulla che io possa dirvi che non abbia già detto a mia moglie.

Il Dottore   Fra il momento in cui siete uscito di casa ieri mattina e il momento in cui siete tornato a casa stasera, può essere accaduta un'unica cosa: un'amnesia dell'apparente durata di 24 ore.

Preston         Ma quando un uomo perde la memoria per un certo periodo di tempo, ci sarà certo un mo­mento in cui la riacquista, e in cui si domanda ove si trova e che cosa gli è successo?

Il Dottore   Non è indispensabile. Il ritorno della memoria non è sempre una cosa improvvisa. E possibile che ritorni gradualmente, che a poco a poco vi accorgiate della presenza di cosefamiliari intorno a voi e riprendiate il filo della vostra nor­male vita quotidiana senza neppure rendervi conto che siete stato in preda ad un'amnesia. Non succede spesso,  ma può succedere.

Preston         Ma dove potrei essere stato in quelle 24 ore? Vi pare che qualcuno non avrebbe notato un uomo che vaga senza mèta per la città? Se fosse stato in campagna, ancora ancora, ma si tratta di Londra. E poi, dove posso essermi lavato e fatta la barba! Guardate: i miei pantaloni hanno ancora la piega; il soprabito e il cappello sono pulitissimi e spazzolati.

Il Dottore   È appunto questo che dobbiamo scoprire. Vi siete sempre sentito bene in questi ultimi tempi! Niente mal di testa, stanchezza senza ragione, insonnia?

Preston         No. Non mi pare.

Il Dottore                Nessuna grave  preoccupazione?

Preston         Niente che possa giustificare una cosa simile.

Il Dottore   Non c'è stato niente di insolito nel vostro viaggio a Londra?

Preston         Niente assolutamente. Sono arrivato alla stazione pochi minuti prima dell'arrivo del treno. Sul marciapiede ho incontrato il maggiore Watson, il presidente del nostro Circolo. Abbiamo fatto il viaggio insieme parlando degli affari del Circolo, dei nuovi campi da tennis che stiamo allestendo, e dell'assemblea generale che sarà tenuta il mese venturo. Me ne ricordo perfettamente. Una volta arrivati, il maggiore si è diretto verso il suo ufficio di Regent Street ed io ho preso la metropolitana per la City. In banca non è accaduto niente perché il direttore ha detto per telefono a mia moglie che ero rimasto là tutto il giorno.

Il Dottore   Il vostro lavoro è proceduto rego­larmente quel giorno! Voglio dire, che non c'è stato nessun problema difficile, nessuna questione speciale che potesse destarvi preoccupazione!

Preston         Niente, assolutamente. È stata una giornata di lavoro come tutte le altre.

Il Dottore   E avete lasciata la banca alla solita ora!

Preston          (si alza e comincia a passeggiare su e giù. Era stato sempre deciso e sicuro, ma ora comincia ad esitare)   Avete detto che qualunque cosa vi confidi resta fra noi!

Il Dottore   Assolutamente. Ve ne dò la mia parola.

Preston         Ecco, c'è una cosa. È una cosa così insignificante, senza importanza, che non può avere nessuna relazione con l'accaduto. (Esita)  Vi ripeto che mia moglie ed io siamo perfettamente felici.

Il Dottore   Non ne dubito.

Preston         All'infuori delle piccole discussioni do-mestiche che hanno tutti, fra noi non c'è mai stata una seria divergenza e non ci sarà mai. Ma c'è sempre qualcosa che piace all'uno e non piace all'altro. A mia moglie non piacciono i liquori... Oh Dio, sono sicurissimo che se volessi tenerne in casa, non sol­leverebbe la minima obbiezione. Ma io rispetto le sue idee e me ne astengo. Soltanto, come a molti altri, mi fa piacere bere un bicchiere di sherry la sera, quando ho finito di lavorare.

Il Dottore   Piace molto anche a me.

Preston         Per qualche tempo presi l'abitudine di fare tutte le sere una scappatina in un bar verso la stazione a bere un bicchiere di sherry.

Il Dottore   Non ci vedo niente di male.

Preston         Fu appena finita la guerra. Avevamo poco personale e dovevamo lavorare tino alle sette tutte le sere. Alle sei uscivo, andavo a bere il mio sherry, e tornavo al lavoro. Andavo in un piccolo bar, in una via laterale vicino alla banca; i padroni sono un fratello e due sorelle, brava gente, certi Dobson. Joe Dobson è sulla quarantina, Ellen ha presso a poco la mia età. Peggy, la minore, è molto più giovane, sotto i trenta, credo. (Dà un'occhiata al dottore, con un sorriso forzato)  So cosa state pensando, dottore.

Il Dottore    (in fretta)   No, no, affatto! E perché dovrei...

Preston         Non c'è nulla di cui mi debba vergognare, vi ho detto. Circa due anni fa il lavoro finì, e fui libero di lasciare l'ufficio alla solita ora, cioè alle cinque. Mi dispiaceva dover rinunziare a questa piacevole mezz'oretta nel bar. Il bar, al pomeriggio, non si apriva prima delle sei, come tutti gli altri, naturalmente, e non potevo stare in giro per un'ora ad aspettare.

Il Dottore   Così siete entrato dalla porta late­rale? Io facevo sempre così a Winchester durante la guerra.

Preston         Appunto. Non avevo che da suonare alla porta di casa e entrare, non come cliente, ma come amico. Da allora esco sempre d'ufficio alle cinque, passo mezz'oretta dai Dobson e poi vado a piedi alla stazione a prendere il treno delle sei e trenta. Capisco che è sciocco non averlo detto a mia moglie, ma il fatto è che ora, dopo tanto tempo...

Il Dottore   Beh, non mi sembra poi così impor­tante. Chissà quante brave persone fanno lo stesso.

Preston         Sì, ma se, tutt'a un tratto, le dicessi che faccio questo da 3 o 4 anni, potrebbe pensar male, e che ha qualche relazione con quanto è suc­cesso ieri, mentre io sono sicuro di no... Dunque, arrivo là alle cinque e dieci e mi fanno passare in salotto. Naturalmente pago quello che bevo: di solito prendo due bicchierini di sherry, molto piccoli, e qualche volta un sandwich, e giochiamo a biliardo. Peggy, la più giovane, è affascinante, piena di spirito e mi piace molto la sua conversazione.

Il Dottore   E lunedì sera ci siete andato come al solito?

Preston         Sono arrivato alle cinque e qualche minuto e me ne sono andato alle sei, in tempo per prendere il treno.

Il Dottore   Non è successo nulla di insolito?

Preston          Nulla, assolutamente, e ricordo benis­simo di aver sentito suonare le sei alla chiesa di San Paolo, mentre ero sulla porta che li salutavo.

Il Dottore   Allora non ci resta che un'ora da esaminare, perché normalmente sareste tornato a casa alle sette, no? Potete ricordarvi come vi senti­vate mentre andavate verso la stazione? C'è stato nessun incidente lungo la strada?

Preston         Mi sentivo perfettamente lieto e soddisfatto.

Il Dottore   Scusate l'indiscrezione della do­manda, ma per caso, avete bevuto più del solito quella sera!

Preston         No, ne sono sicuro. Non supero mai i due bicchierini e loro non insistono. Sono schiavo delle abitudini,  dottore, e sono un metodico.

Il Dottore   E arrivaste alla stazione in anticipo?!

Preston         Sì. (La sua incertezza ritorna e prende a parlare lentamente cercando le parole)  C'è solo una cosa... Forse non me ne sarei neppure ricordato se non stessi ricercando ansiosamente qualcosa fuor dell'ordinario, ma ricordo bene una curiosa sensazione che provai entrando alla stazione e guardando il grande orologio, in alto. Non posso descriverla con precisione: una sensazione molto vaga, incerta. Mi ricordo di aver fissato a lungo l'orologio, così a lungo che se chiudo gli occhi lo vedo ancora: il quadrante bianco e le lancette nere che segnavano le sei e venti.

Il Dottore   Forse siamo arrivati a qualche cosa.

Preston         Ricordo che lo guardavo come se avessi paura... ed effettivamente era così... di staccarne lo sguardo, poi ricordo una sensazione come di stordimento, d'incertezza mentre mi dirigevo verso il treno. Dovetti fare uno sforzo per ricordare il numero del binario, nonostante sia sempre il binario numero sei, tutte le sere.

Il Dottore    Vi ricordate il viaggio?

Preston          (incerto)   Mi pare che lo scomparti­mento fosse pieno e di aver fatto un sonnellino.

Il Dottore   Volete dire che avete dormito durante il viaggio?

Preston         Mi capita spesso. Poi mi risveglio per forza d'abitudine, proprio prima che il treno entri in stazione.

Il Dottore   Non c'era nessuno che conosce­vate sul treno?

Preston         Non mi pare. I miei conoscenti tor­nano con i treni precedenti. Mi sembra però di essere rimasto solo nello scompartimento all'ultima stazione.

Il Dottore   Eravate solo arrivando qui?

Preston         Mi pare di sì.

Il Dottore   Non ne siete perfettamente sicuro?

Preston          (dopo aver riflettuto)   Non perfetta­mente.

(Si apre la porta e Janet guarda dentro incapace di trattenere la sua curiosità e la sua ansietà).

Il Dottore    Signora Preston, credo di potervi assicurare che vostro marito sta benissimo. Posso dirlo anche senza misurargli la temperatura o sen­tirgli il polso. Quanto alla sua memoria, anche qui va quasi tutto bene. Nessuna paura di un esauri­mento o qualcosa del genere. Si tratta semplicemente di un'amnesia o interruzione di memoria. È seccante, certo, ma non è affatto il caso di allarmarsi. (Pausa)  Avete mai avuto nessuna malattia grave, signor Pre­ston, o qualche incidente?

Preston         No, mai. Sono sempre stato benissimo.

Il Dottore   Cosa avete fatto durante la guerra?

Preston         Ero addetto al servizio di protezione antiarea, qui in paese.

Il Dottore   Avete avuto dei grossi bombardamenti?

Janet              Ah sì. Eravamo molto esposti qui, sapete.

Il Dottore    (a Preston)   Vi ricordate nessuna esperienza particolarmente spiacevole?

Janet               (al marito)   Quella volta in via Nazionale, David... L'occhio...

Preston         Già, l'occhio... Una bomba cadde proprio dietro alle case. Io ero a neppure cento metri e naturalmente l'esplosione fu piuttosto forte. Non fui colpito minimamente, però rimasi sordo da questo orecchio (indica l'orecchio destro)  per qualche giorno.

Il Dottore   Vi faceste vedere da un medico?

Preston         Non lo ritenni necessario. Mi sentivo benissimo, a parte la sordità, e anche quella passò subito. Mi è rimasto però una specie di crampo fac­ciale che mi fa chiudere di tanto in tanto l'occhio... cosa da nulla, ma abbastanza noiosa. Sono costretto a mettermi spesso gli occhiali neri. Anzi, dottore...

Il Dottore   Sì, certo, ne riparleremo... Vedete, choc di questo genere giocano dei brutti tiri certe volte. Ci sono stati centinaia di casi del genere dopo la guerra. Amnesie come la vostra possono capitare a persone perfettamente normali senza che neppure ne ricordino la causa originale. Possono essere pro­vocate da un forte choc, come quello che avete avuto voi, o possono essere il risultato di un lungo periodo di lavoro eccessivo.

Preston         Intendete dire che si ripeterà altre volte?

Il Dottore   No. Non è stabilito affatto, può e non può ripetersi e del resto, può darsi che sia stato un bene, anzi, per voi... che sia servito a libe­rarvi da unaspecie di ossessione rimasta in voi a vostra insaputa. Una volta libero, non ne resta più traccia.

Janet              Se soltanto si potesse sapere quanto è successo!

Il Dottore   Mi sembra abbastanza chiaro. (A Janet)  Vostro marito ricorda di essersi sentito in modo leggermente strano arrivando alla stazione.

Janet               (ancora un po' sospettosa)  Non me l'avevi detto, David.

Preston         Mi è venuto in mente solo pochi minuti fa.

Il Dottore    (alla signora)   Ora noi possiamo stabilire come ha passato tutto il lunedì fino al momento in cui è arrivato alla stazione per tornare a casa. Adesso dobbiamo cercare di scoprire se la sua memoria se n'è andata al momento in cui dice di aver provato quella strana sensazione, o se questo sia piuttosto un sintomo che gli stava ritornando. Capite cosa voglio dire?

Janet              Intendete dire che avrebbe perso la memoria alla stazione ieri sera e sarebbe rimasto lì fino a stasera?

Il Dottore   È possibile.

Janet               (incredula)   Ma il capostazione o i ferrovieri avrebbero pur fatto qualcosa, non vi pare?

Il Dottore   Uno può restare in una stazione per ore ed ore senza attrarre l'attenzione di nessuno. C'è tanta gente seduta ad aspettare i treni. Non è necessario comportarsi in modo strano. Può darsi che sia rimasto seduto su una delle panche della sala d'aspetto, o che sia andato al ristorante o che sia uscito di stazione e tornato in città. La polizia non ferma mai un uomo ben vestito e di aspetto rassicurante. Anche se la memoria se ne è tempo­raneamente andata, il cervello può continuare a funzionare normalmente in altri campi. (A Preston) Non avete qualche reminiscenza anche confusa, annebbiata?

Preston         Nulla. Assolutamente.

Il Dottore   La mattina può darsi che siate stato dal barbiere. Ci sono dei casi in cui si continua ad agire cosi meccanicamente per settimane, restando perfettamente normali, soltanto con una lacuna nella memoria. Stasera forse siete tornato inconsciamente alla stazione. La vista dell'orologio che segnava l'ora abituale del vostro ritorno, può darsi sia stato ciò che vi ha fatto ritornare la memoria. Avete riunito i fili al punto in cui li avete lasciati cadere 24 ore prima e vi siete diretto verso casa del tutto ignaro che qualcosa vi fosse accaduto.

Preston          (scuotendo il capo)   Non posso crederlo. Conosco Londra pietra per pietra, ogni strada, ogni piazza. Se avessi camminato tutta la notte e tutto il giorno, rivedendo una delle tante cose familiari avrei riacquistato la memoria prima di vedere quell'orologio, non vi pare?

Il Dottore   Sì, le cose familiari in genere ten­dono ad aiutare. Ecco perché sono più propenso a credere che sia successo nell'altro modo.

Preston         Quale altro modo?

Il Dottore   Certo io non sono specialista in questa materia, ma penso che perdere la memoria sia un processo più graduale che non il riacquistarla. Quella sensazione alla stazione, la vostra confusione, non ricordavate più da che binario partiva il vostro treno, la vostra incertezza sulle persone che trovaste in vettura... ebbene, questo mi ha tutta l'aria di essere il periodo in cui si perde la memoria.

Preston         Secondo voi, sarebbe accaduto in treno, tornando a casa?

Il Dottore    Non avete le idee molto chiare riguardo al viaggio, vero?

Preston          (incerto)   Vi ho detto che in treno mi sentivo stanco e insonnolito.

Il Dottore   Allora credo proprio che sia andata cosi. La vostra memoria cominciò a funzionare male appena arrivato in stazione. Può darsi che siate sceso dal treno una stazione prima, sufficientemente lon­tano da casa per ritrovarvi in strade del tutto sco­nosciute. So la vostra memoria era già vacillante, l'ambiente estraneo vi ha determinato la lacuna com­pleta. Siete semplicemente andato in giro qua e là senza scopo.

Preston          (irritato)   Ma dove, in tutto quel tempo?

Il Dottore   Questo è quanto ancora non sap­piamo. Domattina, dopo il riposo della notte, forse vi tornerà in mente qualche piccola cosa che vi aiu­terà a ricostruire il resto.

(Si interrompe. Egli stesso non è molto soddisfatto della soluzione trovata, ma cerca di essere gioviale e incoraggiante per aiutare il suo paziente che appare preoccupato) 

L'importante è che siate a casa, sano e salvo. Vi sarebbe potuta andare molto peggio. (Si alza e si prepara ad uscire)  È natu­rale che vi sentiate un po' sconvolto e preoccupato. Vi manderò qualche cosetta per dormire.

Preston         Non prendo mai sonniferi.

Il Dottore   Qualcosa di perfettamente innocuo, in caso non riusciste a prender sonno. E tornerò domattina verso le dieci.

Preston         Devo uscire di casa alle otto. Ho pro­messo al direttore di essere in banca presto.

Il Dottore   Se fossi in voi, non andrei in banca domani. Prendetevi un giorno di riposo. Non vi preoccupate. Occupatevi del giardino, fate una pas­seggiata. Vi ripeto, non credo assolutamente che un tale disturbo si possa ripetere. (Sorride)  Comunque, immagino che vi portiate dietro la vostra carta d'identità.

Preston         Per dire la verità, no. Non la porto. Mi è venuto in mente proprio ora. Porto solo il por­tafoglio con un po' di danaro.

Il Dottore   Non portate qualcosa col vostro indirizzo?

Preston         No, ma in futuro lo farò senz'altro. (Esita)  C'è una cosa che mi preoccupa un poco, dot­tore. Si tratta della banca. È ormai un fatto sicuro che sarò nominato direttore della liliale di Eastbourne l'anno prossimo. È un ottimo posto e ci tengo molto, ma se la direzione viene a sapere quanto è successo, la mia nomina verrà pregiudicata. Naturalmente non pretendo che facciate una falsa dichiarazione, ma si può fare in modo che la direzione non sappia quanto è accaduto?

Il Dottore    (esitante)   Ecco, a quanto ho capito dai discorsi della signora, lo sanno già. (Alla signora)  Non lo avete detto voi per telefono al direttore?

Janet              Ho dovuto dirglielo. Cos'altro potevo fare?

Preston         Hai detto soltanto che non ero tor­nato a casa, no? Non hai parlato di perdita della memoria...

Janet              No, naturalmente. Non lo sapevo neppure.

Preston          (al dottore)   E se io dicessi che ho pas­sato la sera con degli amici e che mia moglie se n'era dimenticata... oppure che io mi ero dimenticato di dirglielo?

Il Dottore   Questo sta a voi deciderlo. Quanto a me, se mi viene richiesto un certificato, devo dire cosa è successo.

Preston         Non è necessario il certificato per due giorni di assenza. Dopodomani potrò tornare in banca?

Il Dottore   Sì. Penso di sì.

(Preston appare sollevato. Si è tolto un gran peso. Subito cambia d'umore. È di nuovo allegro, vivace e contento).

Preston         Potrei dire che da questi amici mi sono sentito male... e che per un malinteso non hanno fatto alla banca la mia ambasciata... (Si rivolge al dottore ansioso di ottenere la sua approvazione)  Oppure pensate che sia mio dovere dire la verità?

Il Dottore   Non è affar mio, signor Preston, quanto deciderete di fare.

Preston         Dopo tutto, voi avete detto che sto benissimo e che probabilmente non succederà mai più. Ma questi direttori di banca sono strane persone. Sono sicuro che me ne farebbero colpa. Anche qui in paese mi nuocerebbe. Tutto cambierebbe... (Pausa)  Capite cosa voglio dire, vero, dottore? Non... non è delittuoso nascondere una colpa come questa, vero?

Il Dottore   No. Non vedo perché dovrebbe esserlo.

Preston          (felice)   Telefonerò al direttore domat­tina e gli spiegherò tutto. (A sua moglie)  Tu sosterrai quello che dico, vero, Janet?

Janet              Farò tutto quello che ti sembrerà giusto, David. 

(Il dottore prende la borsa).

Preston         Caro dottore, vi sono gratissimo per quanto avete fatto per me. Altri dottori avrebbero pronunciato una sfilza di parolone difficili spaven­tandomi da morire.

Il Dottore   Non ce n'è nessun bisogno, ne sono certo. Però, se avete piacere di farvi vedere da uno specialista...

Preston         Santo cielo, no davvero! Voi mi avete detto che sono in buona salute e che probabilmente non si ripeterà più. Non voglio altre medicine che le vostre parole!

(Suonano alla porta. I nervi di Janet sono molto scossi. Ella trasalisce spaventata).

Janet              Sarà il sergente di polizia?

Preston         Gli hai telefonato che ero tornato?

Janet              Sì, proprio prima di tele­fonare al dottore.

Preston          (al dottore)   Con tutto questo la polizia non ha niente a che vedere, vero?

Il Dottore   Oh no. Ora che siete a casa e state benissimo, non c'è più nessun bisogno dell'intervento della polizia. Forse verranno semplicemente a prender conferma.

Janet               (mentre va alla porta)   È un uomo molto a posto, il sergente.

Il Dottore   Se è il sergente Blake, senz'altro. (A Preston)  È meglio che vi facciate vedere un mo­mento, tanto per dimostrare che siete davvero in casa.

Preston         Fallo entrare, allora, Janet.

(Essa esce chiudendosi la porta dietro).

Il Dottore   Vi manderò quelle pillole...

Preston         Sul serio, non ne ho bisogno.

Il Dottore   Andate a letto presto, allora, e cercate di riposarvi. Tornerò domattina verso le dieci.

Preston         Pensate davvero che... che non si tratti di una cosa grave che potrebbe ripetersi? (Guarda verso la porta dove i uscita la moglie).

Il Dottore   Ve l'ho detto. Non c'è nessuna ragione di pensarlo. Vi ho suggerito di restare a casa domani perché dopo un forte choc come questo è probabile che abbiate una reazione, ma se cercate di essere calmo sono certo che non ne risentirete minimamente, e meno ci pensate, meglio è.

(Janet ritorna con un uomo magro, alto e calvo con forti sopracciglia. Il maggiore Watson pro­babilmente è ufficiale della riserva che ama usare il proprio titolo militare. È pieno di vigore fisico e di vitalità gioviale, piuttosto brusco, non molto sensibile).

Janet              C'è il maggiore Watson, David.

Preston          (sollevato che non sia la polizia)   Salve, maggiore! Entrate, entrate! Conoscete il maggiore Watson, dottore? È il presidente del nostro Circolo.

Il Dottore   Sì. Come state, maggiore?

Il Maggiore   Non c'è male, grazie. Ci siamo visti al nostro ballo di Natale, se non sbaglio.

Il Dottore   Sì. Venni come invitato di un socio.

Il Maggiore  E la cena, come vi sembrò?

Il Dottore   Eccellente.

Il Maggiore  Siete riuscito ad assaggiare le crocchette di carne? Erano squisite.

Il Dottore   Sì. Erano ottime.

Il Maggiore  Un uomo lo si giudica dagli amici, e un Circolo dalle vivande. Io lo dico sempre. (A Preston)  Siete riuscito ad accalappiarlo?

Preston          (ridendo)   No, non ancora.

Il Maggiore  Dobbiamo farlo diventare nostro socio assolutamente. Tassa d'entrata: una ghinea. Canone annuo due.  Ecco tutto.

Il Dottore   Beh! Forse fin qui ci potrei arrivare.

Il Maggiore  È il miglior Circolo della zona: bridge, biliardo, tutto quello che volete, compreso un quiz intellettuale al mese. Stiamo anche facendo una lotteria per raccogliere fondi per un nuovo campo da tennis: finora abbiamo più di 500 sterline, al Circolo spetta il 20%, non va quindi poi tanto male...

Il Dottore   Anzi, va molto bene.

Il Maggiore  Domani ci sarà l'estrazione. Come socio, avreste potuto parteciparvi.

Il Dottore   L'anno prossimo! (Si volta per andarsene)  Buona notte, signor Preston. (Alla signora)  Buona notte... 

(Esce con Janet)

Il Maggiore   (indicando la porta col capo)  Brava persona.

Preston          Sì, ottima.

Il Maggiore  Proprio l'altro giorno pensavo che dovremmo accaparrarci un po' di medici. Abbiamo un paio di chimici, ma i medici hanno più classe. Come mai è venuto? Non state bene?

Preston          Niente di grave. Un po'  di mal di stomaco. 

Il Maggiore Mi sono meravigliato di non trovarvi sul treno stamattina. Siete rimasto a casa tutto il giorno?

Preston          (recitando la parte che ha scelto)   No. Per dirvi la verità ho passato la serata con degli amici.Qualcosa a cena mi ha fatto male e così mi son dovuto fermare da loro. Sono appena tornato.

(Janet ritorna. È ansiosa che suo marito si riposi e cerca di liberarsi del maggiore).

Janet              Mi dispiace non potervi dire di restare a cena con noi, maggiore.

Il Maggiore  Per carità, per carità! Mi fermo solo cinque minuti. Credevo aveste già cenato.

Janet              Siamo un po' in ritardo, stasera.

Il Maggiore  Beh, quando è pronto non farete che buttarmi fuori.

Janet              Non c'è nessuna fretta. (Esce chiudendo la porta).

(Rimasto solo con Preston il maggiore non è più così gioviale. Sembra imbarazzato).

Il Maggiore   Dicevate che avete passato la serata con degli amici?

Preston         Sì.

Il Maggiore  Volete dire che... che avete dor­mito anche da loro?

Preston          (esita a rispondere. Trova la cosa più difficile di quanto si aspettasse)   Ve l'ho appena detto. Dei vecchi amici che stanno all'altro capo di Londra. Ogni tanto vado a trovarli.

(Il maggiore Watson lo fissa. È ancora più imbarazzato e sta diventando  ansioso).

Il Maggiore  Sono venuto a trovarvi per il danaro della lotteria.

(Fa una pausa e guarda Preston interrogativamente. Preston io guarda senza capire) 

Lo avete portato via dal Circolo ieri sera, vero? Robinson il cameriere, ha detto che alle dieci eravate ancora nel « bureau ». Dovete aver cenato piuttosto tar­di con i vostri amici se non avete lasciato il Circolo fin dopo le dieci, no?

(Il disagio di Preston si è mutato in spavento. Il maggiore Watson lo guarda allarmato) 

Voi siete andato al Circolo ieri sera. L'avete preso voi il danaro, vero?

Preston          (con voce rauca)   Vi ripeto che ho pas­sata la serata con degli amici.

Il Maggiore  Non siete affatto andato al Circolo?

Preston          (in tono di sfida)   No!

Il Maggiore   (scattando in piedi)   Mio Dio!

Preston         Che cosa vi ha detto il cameriere?

Il Maggiore  Qualunque cosa mi abbia detto è una vergognosa menzogna, e quell'uomo è un furfante, un ladro!                                 

Preston         Che cosa vi ha detto?

Il Maggiore   (cammina su e giù sempre più coster­nato)   È venuto a casa mia ieri sera a lasciarmi le chiavi perché andava in permesso oggi. Ha detto che aveva spento tutte le luci, ma che proprio quando stava per uscire aveva visto la luce nel « bureau ». Lì per lì pensò di averla lasciata accesa per «baglio, e così entrò per spegnere... e trovò voi davanti alla cassaforte. Disse che era aperta e che vide il denaro della lotteria... quelle banconote in pacchetti... su una seggiola. Voi allora gli diceste che non vi senti­vate tranquillo a lasciare tutto quel denaro in una cassaforte così poco cassaforte, e che lo avreste custodito voi finché non venissero pagati i premi. Tutto questo è falso, allora, secondo voi?

Preston          (sforzandosi di apparire calmo)   Vi ho già detto che non c'ero.

Il Maggiore  Canaglia di un ladro, era così gentile e complimentoso che non ho dubitato nep­pure per un momento delle sue parole. È stato abba­stanza abile da dirmi che era perfettamente d'accordo con voi perché anche lui giudicava poco prudente lasciare tutto quel denaro in quella cassaforte. Poi, proprio prima di andarsene, ha aggiunto qualche cosa che ora capisco.

Preston         Che cosa?

Il Maggiore  Disse che vi comportavate in modo strano, che vi arrabbiaste moltissimo vedendolo e gli diceste di andarsene e di badare ai fatti suoi. Sapendo bene che non avete mai avuto simpatia per lui, ho creduto anche a questo. Ma capite ora perché me l'ha detto? Perché io sospettassi di voi una volta sparito il danaro e per avere più tempo di squagliar­sela! Avevo pensato di venire da voi per ottenere una conferma, ma poi mi sono ricordato che vi avrei visto sul treno stamattina. Ho cercato di tele­fonarvi in banca e non vi sono riuscito. E ora quel mascalzone ha avuto una giornata intera per squa­gliarsela!

Preston         Siete sicuro che il denaro sia sparito?

Il Maggiore  Altroché! Ho guardato stasera dappertutto: 515 sterline della cassa del Circolo, danaro dei soci! E con l'estrazione domani sera! Dobbiamo avvertire immediatamente la polizia!  Se lo  pigliano subito, forse non fa in tempo a spenderlo tutto! Posso telefonare! (Fa per andare al telefono nell'ingresso ma Preston  lo richiama).

Preston          (quasi incapace di parlare)   Maggiore Watson, aspettate! Non fate nulla stasera!

Il Maggiore   (sbalordito)   Non fate nulla! Come sarebbe a dire?

Preston         Lo... lo scandalo significherebbe per il  Circolo...

Il Maggiore  Scandalo!... Buon Dio, Preston, ma questo è un furto bello e buono, altro che scandalo! Lui cerca di farlo ricadere su di voi e voi dite di non far niente!

Preston         Forse c'è uno sbaglio... un malinteso...

Il Maggiore  Ma quale sbaglio? Il danaro non c'è più!

Preston         Forse non è stato rubato!

Il Maggiore  E dov'è allora? Noi due in per­sona l'abbiamo contato domenica sera e poi l'abbiamo chiuso. Se non l'ha preso Robinson, chi l'ha preso!

Preston         Non lo so. So soltanto che sono io il tesoriere del Circolo e che perciò mi sento respon­sabile. Se dovesse esserci uno sbaglio, sarebbe una cosa terribile mettere la polizia dietro a Robinson e farlo accusare. E se fosse innocente?

(Il maggiore fissa Preston sospettoso e perplesso).

Il Maggiore   Sentiamo la vostra idea, allora. Forse dobbiamo sederci e chiacchierare lasciando che quel mascalzone fugga tranquillamente col danaro? Sapete bene che non siamo assicurati contro i furti.

Preston          (a bassa voce)   Vi ripeto, mi sento responsabile.

(Silenzio. Watson lo guarda con aria incredula).

Il Maggiore  È incredibile! Quell'uomo non vi è mai piaciuto, non ve ne siete mai fidato, e ora che vi fa un'azione così sporca cercate di aiutarlo!

Preston          (portandosi una mano alla fronte)   Sono stanco stasera, maggiore. Ho avuto una brutta gior­nata... non mi sento bene.

Il Maggiore   (indignato)   E credete forse che io mi senta bene dopo questa storia? Cosa diremo in assemblea domani sera? Faremo finta che il danaro sia ancora nella cassaforte? Oppure diremo che non sappiamo chi l'ha rubato quando invece lo sappiamo benissimo?

Preston         Potreste aspettare fino a domattina, maggiore? Domattina decideremo...

Il Maggiore  E così gli daremo un'altra notte di vantaggio, vero!

Preston         È una cosa molto grave accusare un uomo finché non si è sicuri.

Il Maggiore  Cosa potremmo sapere domattina che non sappiamo già adesso!

(Preston non risponde. È terribilmente stanco. Watson ora è più sospettoso che arrabbiato) 

Non capisco proprio! Credevo che metteste il Circolo avanti a tutto!

Preston         Domattina vi telefonerò io!

Il Maggiore  Probabilmente vi telefonerò prima io. Sono il presidente del Circolo e ho le mie respon­sabilità!

(Preston si alza per accompagnarlo), ma Watson se ne va senza voltarsi, sbattendo la porta dietro di sé. Preston si volta e guarda il fuoco con aria scoraggiata).

Janet               (torna dalla cucina attraverso l'ingresso)   È  terribile,  vero,  David?

Preston          (seccamente)   Come l'hai saputo?

Janet              Me l'ha telefonato la signora Barlow proprio ora.

Preston         La signora Barlow! E come faceva a saperlo?

Janet              Era nel giornale della sera.

Preston         Che cosa c'era nel giornale?

Janet              Ma come? Il maggiore non è venuto apposta per dirtelo! Possibile che non lo sapesse! Stasera hanno trovato Robinson, il came­riere del Circolo, ai giardini pubblici... nel boschetto accanto allo stagno... assassinato.

(Preston, dopo una pausa in cui è rimasto immobile, si affloscia al suolo) 

Janet            David!

ATTO SECONDO

PRIMO QUADRO

La mattina dopo, alle nove. Una bella giornata d'autunno. Il sole brilla in giardino. Preston è in piedi vicino al caminetto, pronto a ricevere un visitatore. La porta del salotto è aperta e si può vedere Janet che apre la porta d'ingresso. Preston, che indossa un abito scuro, appare pallido e stanco.

Il Visitatore            (alla porta)   Buon giorno. (Pausa)  La signora Preston?

Janet              Sì, appunto.

Il Visitatore           Sono l'ispettore Hemingway. Ho parlato ora per telefono con vostro marito.

Janet               (con voce stanca)   Sì. Benissimo.  Volete accomodarvi?

L'Ispettore   Grazie. (appende il cappello all'attaccapanni nell'ingresso ed entra in salotto. È un uomo di mezza età, robusto, simpatico, che parla in tono lento e deciso. Janet chiude la porta e lascia soli i due uomini) 

Buon giorno, signor Preston. Ci siamo appena parlati per telefono.

Preston         Già. (Pausa)  Volete sedervi?

L'Ispettore   Grazie. (Prima di sedersi dà un'oc­chiata fuori dalla finestra)  Che bei crisantemi nani avete in giardino.

Preston         Sì. Li... li coltivo io.

L'Ispettore   Mettono una magnifica nota di colore. Come avete ottenuto dei colori così belli!

(Preston, che temeva il peggio, è sorpreso da questo linguaggio amichevole e cerca di rispondere con lo stesso spirito).

Preston         Mi son procurato un po' di concime buono alla scuola di equitazione.

L'Ispettore   È difficile trovarlo di questi tempi.

Preston         Già. È difficile.

L'Ispettore   Nella mia strada il lattaio viene sempre con un carretto e un cavallo. Tutti aspettano pronti in giardino, con secchi e pale, sperando di avere un po' di fortuna.

Preston          (con un riso forzato)   È un modo come un altro per procurarsi il concime.

L'Ispettore   Il guaio è che i cavalli sono così regolari nelle loro abitudini che tutte le mattine è sempre la stessa persona che ne approfitta.

(Preston ride ancora. Poi c'è un silenzio. È molto nervoso. L'ispettore siede) 

Brutto affare, questa storia di Robinson.

Preston         Sì.

L'Ispettore   Personalmente non l'ho mai cono­sciuto.  Non era di qui, vero?

Preston         No. Veniva dal Nord, credo.

L'Ispettore   Ho avuto qualche informazione su di lui dal maggiore Watson stamattina. Viveva in una camera mobiliata. Era un tipo molto soli­tario. L'affittacamere dice che aveva un fratello da qualche parte, ma non siamo ancora riusciti a rin­tracciarlo. Voi siete il tesoriere del Circolo, vero?

Preston         Sì, infatti.

L'Ispettore   Immagino che lo conoscevate piuttosto bene?

Preston         Solo come cameriere del Circolo. Non c'era che lui e un altro, ma questi è infermiere all'Ospe­dale e veniva al Circolo la domenica e le feste a dare una mano a Robinson. Mi portava i conti, io li verificavo e versavo l'equivalente in banca.

L'Ispettore   Era sempre tutto esatto? C'è mai stato qualche inconveniente?

Preston         No. Mai. Non era molto bravo nel fare i conti, c'era qualche piccolo sbaglio nelle somme, ma niente di voluto, non lo faceva mai intenzionalmente.

L'Ispettore   Il maggiore Watson mi ha rac­contato una strana storia stamattina. Il maggiore è venuto da voi ieri sera, vero?

Preston         Sì. È venuto qui.

L'Ispettore   Da quanto egli racconta, pare che questo individuo volesse coinvolgere anche voi nella faccenda, signor Preston.

Preston         Sì. Il maggiore me l'ha detto.

L'Ispettore   Certo non abbiamo ancora nessuna prova che sia stato lui a prendere il danaro. Non l'aveva con sé quando è stato ritrovato, ma ammesso che l'abbia preso lui, aveva certamente organizzato un piccolo piano molto astuto per squagliarsela tranquillamente. Non credo che questo Robinson potesse realmente pensare di coinvolgere nella fac­cenda un uomo come voi, ma anche supponendo che lo volesse, non è stato molto fortunato, dato che il maggiore Watson mi ha detto che eravate da degli amici a quell'ora, quella sera. (Tira fuori un'agenda)  Naturalmente dobbiamo accertarci di tutto, in casi come questi. Altrimenti sentiamo dopo gli strilli in Tribunale! Sono sempre pronti a gettare la croce addosso a questa povera polizia! (Apre l'agenda e ne estrae una matita)  È una pura formalità, ma se voleste darmi l'indirizzo delle persone da cui eravate lunedì sera, potremmo subito verificare.

Preston          (è esitante. È in gioco la sua vita, ora. Ha già deciso cosa dire in caso di necessità, e cerca di rispondere con calma e disinvoltura)   Passai la serata con un vecchio amico. Si chiama Wainwright.

L'Ispettore   Volete darmi il suo indirizzo?

Preston         17, Manor Farm Road, Wenbley.

L'Ispettore    (prendendo appunto)   Bel posto, Wenbley. Ci sono stato l'anno scorso per le Gare Olimpioniche. Le avete viste?

Preston         No.

L'Ispettore   Era il giorno in cui facevano le maratone. Non dimenticherò mai come finì. Terribile... e anche patetico in un certo senso. C'era un povero belga che perse terreno agli ultimi metri, dopo aver corso per chilometri e chilometri. Sapete, a uno spor­tivo le cose di questo genere lo fanno quasi piangere.

Preston         Già. Capisco.

(L'ispettore chiude l'agenda e si  alza).

L'Ispettore   Non voglio trattenervi oltre, signor Preston. Ci sarà bisogno di voi all'inchiesta perché certamente verrà tirata fuori anche questa storia che Robinson raccontò al maggiore Watson. Ma vi avvertiranno per tempo. È un bel danno per il vostro Circolo. Eravate assicurati contro i furti?

Preston         No. Non fanno assicurazioni del genere.

L'Ispettore   Beh, speriamo che possiate riavere il vostro danaro. (Va fino alla finestra e guarda in giardino)  Vi dispiacerebbe mettermi da parte qualche crisantemo?

Preston          (con uno sforzo)   Affatto, con piacere.

L'Ispettore   A mia moglie piace avere un po' di fiori in casa, ma non abbiamo giardino, disgra­ziatamente, e d'altra parte...

Preston         Di... dirò a mia moglie di prepararne qualcuno.

L'Ispettore   Davvero! Grazie. Ripasserò a prenderli verso le cinque, se posso, prima di andare a casa.

Preston         Ve li farò trovare pronti.

L'Ispettore   Benissimo. Arrivederci allora. Vi terremo informato.

Preston         Vi accompagno.

L'Ispettore   Non disturbatevi. Non importa. (Ma Preston va alla porta con lui)  Davvero non vi dispiace per i crisantemi?

Preston         Assolutamente.

L'Ispettore   Bene. Allora grazie e arrivederci.

Preston         Arrivederci. (Chiude la porta, rimane sopra pensiero, poi va al telefono)  Datemi Wenbley 7294.  

(Mentre aspetta entra la moglie dalla cucina).

Janet              Che cosa ha detto!

Preston          Te lo dico subito.

Janet              A chi telefoni!

Preston          (nervoso)   Ti prego, Janet... non riesco a parlare se ci sei tu. Ho promesso all'ispettore qualche crisantemo. Ti dispiacerebbe coglierne qualcuno!

Janet               (sollevata)   Tutto bene, allora!

Preston          (impaziente)   Ma sì. Benissimo!

(Janet, sempre perplessa e preoccupata, se ne va e Preston aspetta la comunicazione) 

Pronto! Wenbley 7294! Desidero parlare col signor Wainwright, per favore. (Pausa)  Come! Quando è partito!... Sabato scorso!... Devo parlargli assolutamente, è molto urgente. (Pausa)  Ma saprete pure a quale albergo si trova! (Pausa)  Ah, capisco. Nessuna amba­sciata. Arrivederci. (Riattacca e torna in salotto).

(Janet entra con un paio di forbici).

Janet              Scusa, ti ha detto che colore preferisce?

Preston          (distratto)  Colori! Che colori!

Janet              Hai detto che l'ispettore voleva dei crisantemi.

Preston          (con un sospiro)   Non importa più, ormai.

Janet              Ma David, caro... Mi hai detto un minuto fa...

Preston         Ah sì... Un po' di diversi colori... andrà benissimo.

(Essa lo guarda preoccupata, ma vede che desidera star solo e se ne va. È nell'ingresso quando suona il campanello).

Janet              Sarà il dottor Sparling. (Apre la porta).

Il Dottore    (allegramente)   Buon giorno, signora Preston.

Janet              Buon giorno, dottore. Volete accomodarvi?

Il Dottore    (entrando)   Beh, come sta vostro marito stamattina?

(Janet scuote il capo e indica il salotto. Il dottore comprendendo che le cose non vanno troppo bene, annuisce ed entra. Janet, con un ultimo sguardo preoccupato, esce dalla porta d'entrata e va in giardino a cogliere i fiori; il dottore cordialmente) 

Il Dottore   (A Preston) Buongiorno. Beh, come va?

Preston          (con uno sforzo)   ... bene, grazie.

Il Dottore   Avete passato una buona notte? Avete dormito?

Preston          (stancamente)   No, non ho dormito.

Il Dottore   Immaginavo. È per questo che volevo mandarvi quelle pillole.

Preston         Avete sentito cosa è successo?

Il Dottore   Cosa?

Preston         Era sul giornale di stamani.

Il Dottore   Parlate di quel cameriere del Cir­colo? Sì, l'hanno ritrovato vicinissimo a casa mia. (Anche se sospetta che vi sia qualche relazione fra l'assassinio e il suo paziente, cerca attentamente di non dimostrarlo. Parla della cosa in modo del tutto distac­cato e impersonale, poi porta la conversazione sulla salute di Preston) 

Beh, siete poi capace di ricostruire almeno in parte l'accaduto?

Preston          (esitante)   No. Affatto.

Il Dottore   Nessun pensiero, nessun vago ricordo che possa venirci in aiuto?

(Preston scuote il capo) 

Vogliamo riepilogare un'altra volta, con calma, piano piano, per vedere se, tante volte...

Preston          (con un improvviso scoppio di nervi)  No, per l'amor di Dio! No! Stanotte non ho fatto altro, per ore ed ore. Credevo di impazzire. Lo desi­deravo quasi, e nello stesso tempo ne ero terroriz­zato.  Era troppo orribile.

Il Dottore   Non dovete pensare a queste cose.

Preston         Non posso imponili di non pensare, purtroppo! Perché non dite il vostro pensiero esatto, piuttosto? Che pensate di tutto questo, voi, dottore?

Il Dottore   So benissimo cosa state pensando. Qualsiasi uomo reduce da un'esperienza come la vostra, penserebbe come voi. È una cosa naturale. Qualsiasi persona dotata d'immaginazione, e che abbia avuto un'amnesia, cerca di colmare la lacuna con tutte le cose più svariate che possono essere accadute. Se non aveste letto quella storia sul gior­nale, avreste qualcos'altro, un fatto qualsiasi, avve­nuto in una qualunque parte di Londra... e avreste dato libero corso alla vostra fantasia. Non sarebbe umano se non lo faceste. Ma è assurdo ricollegare la faccenda del cameriere con la vostra.

Preston         Perché assurdo?

Il Dottore   Perché una persona che soffre di amnesie, conserva però la propria personalità, signor Preston. Se un criminale pazzo perde la memoria, probabilmente continuerà a condursi come un cri­minale pazzo; ma un uomo onesto e normale conti­nuerà a condursi normalmente e onestamente.

Preston         È supponiamo che quest'uomo onesto e normale odiasse qualcuno... continuerebbe a odiare quella persona durante l'amnesia?

Il Dottore   Se l'odiava veramente, allora sì. Senz'altro.  Ma voi  non odiavate questo Robinson.

Preston         Sì. Lo odiavo, invece. (Il dottore lo guarda)  Come spiegarvelo? Non era l'odio di due uomini che vivono nello stesso ambiente, che si odiano per ragioni di interesse o di gelosia. Lui non era che un cameriere, mentre io ho una diversa posi­zione. Ma lo ebbi in antipatia fin dal primo giorno, senza una ragione, senza un perché. Per questo mi opponi alla sua assunzione e sono sicuro che se ne accorse.

Il Dottore   Cosa vi spinse a farlo?

Preston         Come posso dirlo? Non ho mai avuto risentimento per nessuno, in vita mia, tranne che per lui. Fin dalla prima occhiata a quell'individuo, capii subito che non era adatto per un Circolo come il nostro. Non mi piaceva come tipo, così grasso e pallido, con quella faccia flaccida. Meno di tutto mi piacevano gli occhi, il modo con cui mi guardava. Portò delle ottime referenze, sotto le armi aveva fatto il dispensiere o qualcosa di simile, e ad onta della mia opposizione - senza fondamento, lo rico­nosco - l'opinione dell'Assemblea prevalse sulla mia.

Il Dottore   E si dimostrò veramente inadatto?

Preston         Faceva il suo lavoro abbastanza bene. Non beveva, non aveva altri vizi, almeno notoria­mente. Ma più lo vedevo e più non lo potevo soffrire. Mi piaceva di più il suo aiutante: un infermiere dell'ospedale che veniva a dargli una mano nelle sere di festa. Tutte le volte che Robinson entrava nella stanza, sentivo i suoi occhi fissi su me. Sentivo in lui qualcosa di malvagio; sapevo che sarebbe stato felice di farmi del male. Sentivo che in un modo o nell'altro egli mi avrebbe fatalmente rovinato e distrutto.

Il Dottore   Vi avevo avvisato, ieri sera, che avreste avuto una brutta reazione. Era inevitabile. Ecco perché vi ho detto di restare a casa oggi e di riposarvi. L'immaginazione può giocare dei brutti tiri,  ma voi dovete ragionare.

Preston         Non crederete che pensi a tutto questo soltanto ora? Sono mesi che mi sveglio la notte e impreco contro quell'uomo... che mi domando come posso  fare  per  liberarmene!

Il Dottore   In tal caso è ancora più naturale che ricolleghiate la sua morte al vostro periodo di amnesia. Ma dovete aver buon senso e rendervi giustizia. A mente fredda, voi non avete mai pen­sato di ucciderlo.

Preston         Ah no! Certamente. No, mai!

Il Dottore   Allora è più probabile che non l'abbiate ucciso lunedì sera!

Preston         Sapete cosa è successo lunedì sera? Poche ore prima che morisse? È andato a dire al maggiore Watson di avermi visto al Circolo mentre prendevo il danaro della lotteria.

Il Dottore    (trasalisce, ma si controlla. Con l'abi­tuale voce calma)   Ebbene, anche questo potete provare di non averlo fatto.

Preston         Come?

Il Dottore   Con lo stesso modo. Con buon senso e col ragionamento. Se un uomo avesse un disperato bisogno di danaro, allora è possibile che venga attirato inconsciamente in un posto dove sa di poterne trovare, ma...

Preston          (interrompendolo bruscamente)   Ah! Questo è possibile?

Il Dottore   Se ha già rubato mentalmente, prima di perdere la memoria... ma non venitemi a dire che in questi attimi tempi avete organizzato con calma un furto e un assassinio, perché non vi crederei. Andiamo, perbacco, com'èpossibile che io vi aiuti se voi stesso mi impedite di aiutarvi?

Preston          (va su e giù in silenzio)   Dicevate che il sonno può aiutare a ricordare?

Il Dottore    (in guardia)   Non è proprio sicuro, ma... Un'amnesia segue il corso normale di un attacco di lombaggine odi influenza.

Preston         Lo speravo tanto. Speravo che stamattina mi sarei svegliato con le idee perfettamente chiare... Ma dopo ieri sera... non mi sono più sentito di affrontare la verità. La ragione mi ha suggerito che se la mia memoria fosse rimasta sempre comple­tamente vuota e confusa, allora mi sarei potuto onestamente difendere contro qualsiasi cosa. Avrei potuto rispondere in piena coscienza che non ne sapevo nulla e non ricordavo nulla. Ma se invece la memoria mi fosse veramente ritornata, se sapessi davvero cosa è accaduto, allora dovrei dire la verità o aspettare che me la facciano confessare in Tribu­nale. È così, non è vero?

Il Dottore   Dipende dalla vostra memoria.

Preston         Ero stanco morto quando sono andato a letto, ma ho lottato con tutte le mie forze per tenermi sveglio. Mi sembrava che se avessi potuto superare la prima notte...

Il Dottore   Dopo di che vi siete addormentato e avete sognato le cose più spaventose...

Preston          (scuotendo il capo)   Non mi sono addor­mentato. Non ho smesso un momento di sentire il ticchettio della pioggia fuori e il rumore del treno e del traffico qui della stazione. La memoria comin­ciava a ritornare a pezzi, come avevate detto voi... delle strane piccole cose senza senso, senza nessun nesso... un albero di castagno, delle striscette di metallo che suonavano come campanelli... i piedi di un uomo che frusciavano passando fra le foglie secche. Una parte del mio cervello cercava di ricostruire; l'altra faceva di tutto per impedirglielo. Poi, tutt'a un tratto, i pezzi si ricongiunsero. Ero ai giardini pubblici, potevo vedere ogni dettaglio: c'era la luna e il vento faceva tintinnare quelle striscette di metallo che gli uomini attaccano per spaventare gli uccelli. Vedevo lo stagno dove i bambini giocano con le barchette e la lunga fila dei castagni, con le foglie secche che volavano e i due vecchi rifugi antiaerei sotto il bastione. Camminavo sull'asfalto lungo la stagno con una specie di paura disperata e quell'uomo, Robinson, mi seguiva, strisciando nel buio come una enorme lumaca. Passai fra un albero e l'altro e scesi i gradini di uno dei rifugi. In un angolo c'era un mucchio di vecchi sacchi di sabbia e un pezzo di tegola. La sollevai e ci misi sotto il danaro, poi ci vuotai sopra ul po' di sabbia, e per tutto il tempo dell'operazione, continuai a sentire lui che camminava sopra a me fra le foglie morte. Poi risalii gli scalini e mi guardai intorno. Feci giusto in tempo a vederlo che si incamminava verso il boschetto e lo seguii.

Il Dottore   Quando avete saputo che era stato assassinato?

Preston         Ieri sera. Qualcuno l'ha telefonato a mia moglie.

Il Dottore    (con sollievo)   Vedete... esempio tipico di auto-suggestione! Robinson vi ha accusato di furto e Robinson è stato assassinato. La persona che ha telefonato, ha detto a vostra moglie come era stato commesso il delitto?

Preston         Eh? Ah, non gliel'ho chiesto.

Il Dottore   E cosa è successo poi nel vostro ricordo? Come si è svolto l'assassinio?

Preston         Lo seguivo nel boschetto, poi io... il pensiero mi faceva male qui... non ne potevo più. Il pensiero era come un incubo nel cervello. Era orribile.

Il Dottore Ma non capite, dunque? è chia­rissimo: avete sognato quel che vi aveva detto vostra moglie...

Preston Non era un sogno.

Il Dottore ... avete aggiunto al sogno quanto il maggiore Watson vi aveva detto del danaro rubato e vi siete svegliato quando non avevate più infor­mazioni in proposito! Se oggi saprete come, è stato commesso il delitto, vi garantisco che stanotte farete un altro sogno, nel quale assassinerete Robinson esattamente nello stesso modo in cui è stato assassinato!

Preston         Ma quale sicurezza avete che sia stato solo un sogno?

(Il dottore non è sicuro e trova una certa difficoltà nel rispondere).

Il Dottore   Perché è il sogno tipico che si fa dopo esperienze come la vostra.

Preston         Avete detto che la mia memoria potrebbe ritornare.... allora non ne siete proprio sicuro?

Il Dottore    (esitante)   Posso soltanto conside­rare attentamente le due eventualità e dire quale delle due è più probabile.

Preston         Se mi venisse chiesto di punto in bianco se ricordo qualche cosa di quelle ore perdute... voglio dire, se le autorità dovessero chiedermelo dietro giuramento... sarebbe onesto rispondere che non ricordo ancora nulla?

Il Dottore   Al vostro posto risponderei senz'altro così. Se foste sicuro dei vostri pensieri, allora sarebbe diverso, ma voi non ne siete affatto sicuro. Mi concederei il beneficio del dubbio perché la legge lo applica sempre. Se sia onesto, non lo so, ma rispon­derei proprio così se venissi interrogato.

Preston         Sono stato interrogato.

Il Dottore   Quando?

Preston         Proprio ora. È venuto un ispettore a trovarmi. Voleva sapere dov'ero quella sera.

Il Dottore   Non gli avete raccontato tutto questo?

Preston         No.

Il Dottore   Avete parlato della vostra amnesia?

Preston         No, non ne ho parlato affatto. Vedete, ieri nera ho detto al maggiore Watson che avevo passata la serata con degli amici. Lui l'ha riferito alla polizia e la polizia è venuta a chiedermi il nome e l'indirizzo delle persone con cui mi trovavo. Ormai non potevo più tornare indietro, vi pare? Ho dovuto sostenere quanto avevo detto al maggiore. Temo di non essere stato molto onesto, ma è accaduto tutto così in fretta, che non ho avuto il tempo di riflettere.

Il Dottore   Che cosa avete detto?

Preston         Se io avessi ritrattato quanto avevo detto al maggiore e avessi dichiarato di aver perduto la memoria, tanto valeva chiedere di essere arrestato. Ragionandovi sopra, tutto mi diceva che avevo il diritto di difendermi. Se riuscivo a provare che non mi trovavo al Circolo quella sera, allora ero salvo.

Il Dottore   Cosa gli avete detto?

Preston         Gli ho detto che avevo passato il lunedì sera a Wenbley con un amico di nome Wainwright. È il mio migliore amico. Sapevo che se gli avessi telefonato e gli avessi chiesto di dire alla polizia... che ero con lui quella sera, l'avrebbe fatto senza  domandarmi  nulla.

Il Dottore   Non ha fatto nessuna obiezione?

Preston         Al telefono mi ha risposto un cameriere. Wainwright era partito in macchina sabato mattina. Passava il week-end sui laghi e ora è in Scozia... Mi disapprovate, non avrei dovuto farlo?

Il Dottore    No. Non posso biasimarvi. Proba­bilmente io avrei fatto lo stesso. Ma temo che questo sia piuttosto grave.

Preston         Cosa dovrei fare, secondo voi! Tele­fono all'ispettore e lo faccio venire qui! Cosa gli dico, poi!

Il Dottore   Non gli direi niente. Se fossi in voi... finché non siate stato consigliato a dovere.

Preston         In che modo!

Il Dottore   Beh... credo che un bravo avvocato sappia consigliarvi per il meglio.

Preston         Se prendo un avvocato, la polizia capirà subito che sono nei guai e che nascondo qualche cosa.

Il Dottore   Purtroppo, mi sembra che siate effettivamente nei guai. Non credo sia colpa vostra, e probabilmente c'è ben poco da fare per aggiustare le cose, ma se tentate di aggiustarle da solo, stanco e preoccupato come siete, peggiorerete ancora la situazione. Queste cose vanno fatte con calma, len­tamente. Per conto mio, la prima cosa che farei sarebbe prendere un buon avvocato.

Preston         Non ne conosco, di avvocati. Voi ne conoscete qualcuno!

Il Dottore   Qui quasi tutti vanno dall'avvo­cato Petherbridge. Appartiene a una vecchia famiglia che vive qui da molti anni. È sempre meglio pren­dere qualcuno che conosca bene la polizia locale e sappia come trattarla. (Va verso la porta)  Passerò con la macchina a vedere se lo trovo.

Preston         Sì. Grazie, dottore.

Il Dottore   Vedrete come vi sentirete subito meglio appena avrete parlato con l'avvocato.

(Mentre sta uscendo Janet entra con un mazzo di crisantemi).

Janet               (mostrando i fiori al dottore)   Come sono belli, vero!

Il Dottore   Molto belli.

Janet              La pioggia di stanotte li ha irrobustiti. Li vuole l'ispettore di polizia.

Il Dottore    (sorpreso)   L'ispettore!

Janet              Li ha chiesti a mio marito. (A Preston)  Torna a prenderli?

Preston         Sì. Stasera, credo.

Janet              Li tengo nell'acqua, allora. (Si incammina verso l'ingresso insieme al dottore. Sottovoce)  Come sta, oggi! Meglio?

Il Dottore   Sì. Molto meglio.

Preston          (chiamando)   Dottore...

Il Dottore   Dicevate?

Preston         È proprio indispensabile questo avvocato?

Il Dottore   Secondo me...

Preston         Eh già...

Il Dottore   Di nuovo, signora... (Esce in fretta).

(Janet guarda i fiori e va in cucina a prendere il vaso. Il sipario si abbassa per qualche istante, ad indicare un breve intervallo di tempo).

SECONDO QUADRO

Venti minuti dopo. Il signor Petherbridge, l'avvo­cato, è appena arrivato. È nell'ingresso che appende il cappello all'attaccapanni. Con lui c'è il dottore. Janet sta chiudendo la porta. Preston aspetta sulla soglia).

Il Dottore    (entrando)   Questo è l'avvocato Petherbridge... (Fa le presentazioni)  Il signor Preston...

L'Avvocato  Piacere.

Preston         Piacere. (Pausa)  Siete stato molto gentile a venire così presto.

L'Avvocato   (educatamente e in modo formale)  Per carità, per carità! Per fortuna ero in ufficio.

Preston         Volete sedervi?

L'Avvocato  Grazie. (Siede a destra e accavalla le sue magre gambe. È un uomo sulla settantina, con gli occhiali e pochi capelli bianchi. È molto rigido, formale e preciso. Senza dubbio è un buon avvocato, molto scrupoloso e attento, ma né il suo aspetto, né la sua personalità ispirano incoraggiamento e ottimismo. Janet è seduta tristemente sul divano e il dottore è in piedi accanto alla finestra; tutto intento alla conversazione) 

Il dottor Sparling mi ha fatto un breve resoconto dei fatti avvenuti, signor Preston. È veramente deplorevole che abbiate ritenuto neces­sario ingannare la polizia con una falsa dichiarazione. Complica molto la situazione.

Preston         Volevo telefonare subito e spiegare tutto. È stato il dottor Sparling a dirmi che avevo bisogno di essere consigliato prima.

L'Avvocato  Sì. Credo che il dottor Sparling abbia agito molto saggiamente.

Preston         È la prima volta che mi rivolgo a un avvocato. Sono nelle vostre mani.

L'Avvocato  Sì. (Riflette)  Sarò costretto a farvi alcune domande che forse vi sembreranno spiacevoli, ma un consigliere legale deve essere in possesso di tutta la verità, prima di poter decidere in merito ai migliori mezzi di difesa. (Pausa)  Se gli venisse nascosto anche un piccolo dettaglio... sia volontaria­mente, sia per sbadataggine o distrazione, ciò ren­derebbe la sua posizione estremamente difficile. Talvolta perfino impossibile.

Preston         Se il dottor Sparling vi ha ripetuto tutto quello che gli ho detto sapete tutta la verità. (Guarda il dottore).

Il Dottore   L'avvocato sa tutto quello che mi avete detto ieri sera e stamattina.

Janet              Ma mio marito ha perduto la memoria, signor Petherbridge.

L'Avvocato   (senza convinzione)   Già. Appunto.

Janet              E voi avete parlato di difesa come se avesse commesso qualcosa di male. Non credo che occorra difendersi solo perché si è persa la memoria, vero!

L'Avvocato  Ho usato la parola difesa in senso anticipatorio, signora. Non come conclusione prede-terminata. Dovete rendervi conto che vostro marito ha fatto una falsa dichiarazione di una certa gravità, quando la polizia ha indagato per stabilire i suoi movimenti lunedì sera. Temo che la falsa dichiara­zione in sé stessa costituisca reato agli occhi della polizia.

Il Dottore   Fece quella dichiarazione in un momento di estrema stanchezza, in un momento in cui era nervosissimo. La polizia dovrebbe tenerne conto.

(L'avvocato si stringe nelle spalle come se avesse qualche dubbio in proposito).

L'Avvocato   (a Preston)   Se non sbaglio, con questa dichiarazione veniva a trovarsi coinvolta anche un'altra persona... un amico intimo vostro, non è vero?

Preston         Sì.

L'Avvocato  Tale amico, in virtù dei sentimenti che ha per voi, avrebbe potuto sentirsi in dovere di accogliere la vostra preghiera e dichiarare che voi eravate veramente in casa sua quella sera?

Preston         Non sarebbe stato un obbligo per lui, ma sono sicuro che l'avrebbe fatto di sua spontanea volontà, come del resto lo farei io per lui.

L'Avvocato  Comunque sia, voi gli avreste chiesto di fare una falsa testimonianza. Se egli avesse fatto quanto gli chiedevate, con tutta probabilità sarebbe stato accusato di « complicità » con tutte le spiacevoli conseguenze del caso.

Preston         Avvocato, voi siete per me o contro di me? Siete venuto per aiutarmi o per condannarmi?

L'Avvocato  Vi avevo avvertito che avrei dovuto farvi delle domande spiacevoli, signor Preston. Avrei dovuto anche avvertirvi che dovrò ricordarvi alcuni fatti spiacevoli. So per esperienza che l'uomo di legge viene spesse volte ostacolato - sovente in modo fatale - dal proprio cliente che sottovaluta la gravità e i pericoli della sua posizione. Ritengo vitale - non importa quanto sia spiacevole - che il cliente abbia in testa delle idee ben chiare; è l'unico modo per evitare recriminazioni in una fase successiva e possibilmente il fallimento della sua difesa al mo­mento decisivo.

Preston         Almeno chiaritemi questo punto, per favore. Se un uomo ha commesso un delitto in un momento di amnesia, tale delitto sarebbe giudicato alla stessa stregua di un altro commesso in normali condizioni?

L'Avvocato  È estremamente difficile rispondere a questa domanda, signor Preston. Dovremmo prima ricercare i precedenti ed esaminarli. Non sono a conoscenza di nessuna sentenza di assoluzione pro­nunziata per un delitto in cui l'accusato dichiarasse a sua discolpa di avere agito in stato di amnesia, benché sia certissimo che tale genere di difesa sia già stato sperimentato.

Preston         Voi non credete che io abbia perso la memoria?

L'Avvocato             Non ho detto questo, signor Preston. Se mi assicurate sul vostro onore che avete veramente perduto la memoria, allora accetterò la vostra dichiarazione senza far domande. Il nostro compito sarà quindi di convincere la polizia.

Il Dottore   Non sta alla polizia provare che l'ha persa o no?

L'Avvocato  Certo. Questa è la legge. Ma temo che il signor Preston abbia dato loro un tremendo vantaggio facendo quella dichiarazione falsa sui suoi movimenti di lunedì sera. La Corte potrebbe appi­gliarsi a questo punto in Tribunale.

Il Dottore   Credo che il signor Preston abbia in mente un'altra cosa. Vi ho detto che ha avuto delle impressioni... personalmente credo si tratti di un sogno.

L'Avvocato  Parlate del danaro rubato?

Il Dottore   Sì. Un uomo in quello stato può immaginarsi le cose più svariate, naturalmente... ma tuttavia resta sempre una probabilità che sia proprio la sua memoria che ritorna, in frammenti, forse anche completa.

L'Avvocato   (annuendo)   Volete dire che sarebbe difficile stabilire quale è la parte immaginaria e quale la parte vera.

Il Dottore   È abbastanza facile accertarsi sulla verità di questo sogno... basta andare a quel rifugio e vedere se c'è il danaro.

L'Avvocato  Non credo che questo sia molto consigliabile. Certo la polizia avrà piantonato il luogo del delitto. Potremmo destare dei sospetti. Comunque, anche se il danaro non ci fosse...

Il Dottore   Questo tranquillizzerebbe il signor Preston.

L'Avvocato  Perché? Il danaro potrebbe essere stato tolto da qualcuno, da un complico, in un secondo tempo... e in ogni caso questo non risolve nulla. Un sogno che si dimostra del tutto immaginario, non è una prova sufficiente per l'innocenza di un uomo. I fattori che contano realmente sono le testi­monianze  materiali e gli indizi precisi.

Preston         Che indizi possono avere?

L'Avvocato  Non saprei. E se li hanno, non li riveleranno fino al momento opportuno. Il mio parere è questo, signor Preston. Anche se la vostra memoria torna, e voi ricordate perfettamente cosa avete fatto in quelle ore e noi sappiamo che non avete niente a che vedere col delitto in questione, ci resta da produrre delle testimonianze materiali per provarlo, dobbiamo trovare delle persone che dichiarino che non eravate sul luogo del delitto all'ora in questione. Se invece, siete effettivamente coinvolto, allora è la polizia, a sua volta, che deve darne le prove.

Il Dottore   Non credo neppure per un momento che il signor Preston abbia a che fare col delitto, ma se la sua memoria ritornasse in modo chiaro e completo, non lasciandogli alcun dubbio che egli è implicato veramente nel delitto, in tal caso, cosa dovrebbe dire alla polizia e cosa dovrebbe invece tacere!

L'Avvocato  In questo caso ci dobbiamo inte­ramente affidare al Collegio di difesa nominato a difenderlo.   (A Preston)    Nel frattempo vi consiglio caldamente di non dire nulla alla polizia, all'infuori del semplice fatto che avete perso la memoria. (Pausa) 

Quello che mi interessa in questo momento sono gli indizi. C'è qualcosa che vi apparteneva e che non ritrovate più? Qualche piccola cosa che avevate con voi prima di perdere la memoria e che ora vi manca?

Preston         I guanti...

L'Avvocato   (tristemente)   Oh!

Preston         ... e un fazzoletto.

L'Avvocato  Ah!

Janet              Del fazzoletto non è sicuro. Vedete, di solito ne porta due, uno ripiegato nel taschino e uno nella tasca dei pantaloni.

Preston         Quello del taschino c'era ancora. Non posso giurare di aver avuto anche l'altro quando sono uscito, ma credo di sì.

L'Avvocato  Come erano questi guanti?

Preston         Di pelle scura. Quasi nuovi.

L'Avvocato  C'erano iniziali sul fazzoletto?

Preston         Le mie.

L'Avvocato  Ah!

Janet              Le ricamo su tutti i fazzoletti di mio marito.

L'Avvocato  Naturale.

Il Dottore     In treno si è addormentato. Può darsi che i guanti li abbia dimenticati là.

L'Avvocato  Già. Dobbiamo sperare che sia così. (Breve silenzio)  Ebbene, signor Preston, ora come ora, posso consigliarvi un'unica cosa: la più assoluta franchezza. Quindi mettetevi subito in con­tatto con la polizia, dito che desiderate correggere la vostra precedente dichiarazione, ed esponete loro tutti i particolari che siete in grado di ricordare, da quando siete uscito di casa lunedì mattina a quando siete tornato martedì sera. Soltanto questo. Niente assolutamente di quanto possa esservi tornato in niente o abbiate soltanto immaginato da allora.

Janet              E cosa faranno allora!

L'Avvocato  Non lo so. Dipende da molte, cose... Bisogna vedere se hanno testimonianze e indizi a loro vantaggio, fino a che punto accettano la dichia­razione di vostro marito riguardo alla sua perdita di memoria...

Janet              Ma è vero! Noi lo sappiamo bene.

L'Avvocato  Dobbiamo provarlo, signora Preston. Normalmente lo si prova stabilendo un alibi. Disgraziatamente vostro marito ha cercato di stabi­lirne uno falso e noi non siamo in grado di sapere in che conto la polizia terrà la cosa. Faremo del nostro meglio per giustificarla, naturalmente, ma è probabile che si valgano della evidenza delle cir­costanze e agiscano di conseguenza.

Janet              Che cosa significherebbe allora!

L'Avvocato  Dobbiamo assumere un avvocato difensore che sia il migliore possibile. Come sapete, io non sono un avvocato penalista, non posso quindi difenderlo in Tribunale.

Preston          Quanto costerà!

L'Avvocato  In un caso difficile come questo, vi occorrerà un avvocato in vista. Se una persona sospettata di furto può mostrarsi sotto il suo aspetto migliore, che cioè sia evidente che non ha nessun urgente bisogno di danaro, allora la sua posizione agli occhi della giuria è assai migliore. Ecco perché ha un certo valore psicologico rivolgersi a una per­sona importante.

Janet              Non capisco cosa volete dire.

L'Avvocato  Voglio dire che un avvocato di grido ha delle parcelle assai più elevate di uno qualsiasi. Se potete dimostrare che siete in grado di sostenere tale spesa, allora automaticamente dimo­strate alla giuria che è molto improbabile che abbiate rubato spinto dalla necessità di danaro.

Preston          (insistendo  nervoso)   Quanto costerà

L'Avvocato  Solo l'avvocato o tutta la difesa?

Preston         Tutta la difesa.

L'Avvocato  È difficile poterlo dire. Non credo sarà una causa lunga... Beh, un 250 ghinee. Il referto medico, forse 50 ghinee. Se perdiamo la causa e bisogna ricorrere in appello, allora forse altre 100 ghinee. (Riflette)  Direi che 500 ghinee dovrebbero essere sufficienti per tutto!

(Preston non risponde. C'è un breve silenzio in cui si sente suonare il campa­nello. Janet si alza per andare ad aprire. Gli altri aspettano in silenzio sapendo bene chi può essere il visitatore. Janet apre la porta all'ispettore Hemingway. Il modo di fare dell'ispettore non è cambiato. È sempre calmo e cordiale).

L'Ispettore    (alla porta)   Mi dispiace distur­barvi ancora, signora. Potrei dire una parola al signor Preston!

Janet              Accomodatevi, prego. (L'ispettore entra in salotto. Mostra una leggera sor­presa nello scorgere l'avvocato Petherbridge).

L'Avvocato  Buon giorno, ispettore.

L'Ispettore   Buon giorno, avvocato.

L'Avvocato  Il signor Preston mi ha pregato di assisterlo.  (L'ispettore annuisce)  Conosce il dottor Sparling!

L'Ispettore   Buon giorno, dottore.

Il Dottore   Buon giorno, ispettore. (Pausa)  Sono venuto a vedere il signor Preston in veste pro­fessionale. Posso andarmene, se volete.

L'Ispettore   No. Restate pure, prego.

Il Dottore   Grazie.

L'Ispettore   Immagino che sappiate perché sono  tornato,   signor  Preston.

Preston         Sì.

L'Ispettore   Abbiamo telefonato a casa del signor Wainwright.

Preston         Sì. Lo so. Il signor Wainwright è partito in vacanza sabato mattina.

L'Ispettore   Appunto. (Breve silenzio)  Se sape­vate che il signor Wainwright era partito, mi do­mando perché mi avete detto che siete stato con lui.

Preston         Non sapevo che fosse partito.

L'Ispettore   Intendete dire che non lo sapevate quando me lo avete detto stamattina?

Preston         Esattamente.

(L'avvocato che si è seduto su una seggiola dallo schienale rigido, e sta in guardia, tenta di intervenire).

L'Avvocato  Vogliate scusarmi, ispettore. Non sarebbe meglio se...

L'Ispettore   Non preoccupatevi, avvocato. Questa é una semplice chiacchierata senza nessuna formalità. Non prenderò nessun appunto. (A Preston)  Il cameriere di casa Wainwright ci ha detto che qualcuno aveva telefonato chiedendo del signor Wainwright verso le dieci. Eravate voi, signor Preston?

Preston         Sì. Volevo chiedere al signor Wainwright...

L'Ispettore    (interrompendolo)   Basta così. Mi era venuto in niente che aveste potuto darmi quella informazione per sbaglio... che foste stato col signor Wainwright un'altra volta e aveste fatto un po' di confusione con un'altra visita ad amici fatta lunedì sera.

(Si ferma. Vede che Preston è turbato e cerca di metterlo a suo agio) 

Quando sono venuto stamattina vi ho spiegato che mi occorreva quella informazione per smentire la storia che Robinson raccontò al mag­giore Watson. Non vi chiedo di dirmi cosa avete fatto, minuto per minuto, quella sera, perché è diffìcile poter rispondere a una simile domanda così all'improvviso. Lunedì pomeriggio, ad esempio, io ero libero e andai a fare una passeggiata nel parco. Mi fermai a guardare una partita di foot-ball, ma non potrei mai dire quanto tempo restai lì. Capite cosa voglio dire? Basta che mi diate un'idea generale.

Preston         Non posso dirvi nulla di quello che ho fatto lunedì sera, e neppure martedì, perché ho avuto un'amnesia.

L'Ispettore   Capisco. (Accetta la dichiarazione senza mostrare eccessiva sorpresa. Sembra perfino che se l'aspettasse).

Il Dottore   Posso dire una parola?

L'Ispettore   Prego!

Il Dottore   La signora Preston mi ha telefonato alle sette e mezzo ieri sera. Mi disse che suo marito aveva avuto questa amnesia. Venni a vederlo e parlai a lungo con lui, e sono convinto che quanto egli ha detto è vero. Sono convinto che egli ebbe veramente questa amnesia. Sarò ben lieto di fare una dichia­razione, se necessario.

L'Ispettore    (annuisce educatamente)   Avete un'idea di quando sia cominciata questa amnesia e di quando sia finita?

Preston         Ricordo tutto perfettamente fino alle sei e mezzo del lunedì sera, quando ero alla stazione. Ricordo che alla stazione mi sentii in modo strano. Provavo una certa difficoltà a ricordarmi il numero del binario da cui partiva il mio treno.

L'Ispettore   Intendete dire che pensate di aver perso la memoria allora?

Preston         O l'ho perduta o l'ho riacquistata.

L'Ispettore   Ma se vi ricordate tutto fino al momento in cui siete arrivato alla stazione...?

Il Dottore   Noi pensiamo che possa averla perduta alla stazione lunedì sera e che poi inconsciamente vi sia ritornato martedì.

L'Ispettore   Cioè, avrebbe passato tutto il tempo nelle vicinanze della stazione?

Il Dottore   Può essere andato in giro per Londra. Può anche aver passato la notte all'albergo. È possibilissimo in simili condizioni.

(L'ispettore annuisce. Le teorie del dottore pare non gli interessino molto).

L'Ispettore    (aPreston)   Non avete neppure... come dire... qualche lampo, qualche squarcio?

Preston         No. Ho cercato, ho pensato. Non riesco a ricordare nulla.

L'Ispettore   Avevate niente con voi quando siete tornato? Oppure vi mancava qualcosa?

(Preston esita. Lancia un'occhiata all'avvocato che è seduto un po' più indietro dell'ispettore e scuote il capo per fargli capire di non parlare. L'ispettore si volta in tempo per cogliere il gesto dell'avvocato. Lo vede ma non fa nessun commento. Anzi, fa un'altra domanda per togliere Preston dall'imbarazzo)  ... non so... un biglietto del tram... o qualcosa del genere? Qualcosa che potesse rivelare dove eravate stato o cosa avevate fatto?

Preston         No. Ho rovistato tutte le tasche nella speranza di trovar qualcosa. Non c'era niente. (L'ispettore annuisce. Non sembra molto interessato a indagare la teoria dell'amnesia, benché non dia nessun segno di non crederci).

L'Ispettore   Riguardo la cassaforte del Circolo, signor Preston, sapete per caso quante chiavi ci sono?

Preston         Ce ne sono tre. Una l'ha il maggiore Watson, una l'ho io, e la terza viene tenuta in banca.

L'Ispettore   Immagino che la vostra la terrete in un posto sicuro.

Preston         La tengo qui insieme alle altre chiavi. (Tira fuori di tasca un mazzo di chiavi)  Le mie chiavi d'ufficio, la chiave di casa, e questa è la chiave della cassaforte. (Offre le chiavi all'ispettore che non le vuole).

L'Ispettore   Non importa. E Robinson, il came­riere, non aveva chiavi, allora?

Preston         Oh no. Non aveva nessuna necessità di usare la cassaforte.

L'Ispettore   Avrete una chiave anche del Cir­colo, suppongo.

Preston         Oh sì. Insieme alle altre. Eccola qui.

L'Ispettore   Ci tornate qualche volta, la sera, dopo che il cameriere ha chiuso tutto?

Preston         Qualche volta, dopo cena, per sbri­gare qualche cosa di urgente.

L'Ispettore   Non ricordate minimamente di esserci andato lunedì sera?

Preston         No.  (Pausa).

L'Ispettore   Beh, allora vi dispiacerebbe venire con me alla sede centrale! Sapete, è regolamentare far fare una dichiarazione a chiunque sia implicato, in un modo o nell'altro, in un affare di questo genere.

(Preston lo guarda stupito e spaventato. L'ispettore cerca di rassicurarlo) 

È una semplice formalità. Mi son fatto fare una dichiarazione anche dal mag­giore Watson stamattina e dovrò farmene fare delle altre.

Preston         Farò tutto quello che riterrete necessario.

L'Ispettore   Non ci vorrà molto tempo.

Preston         Tornerò a casa!

L'Ispettore   Ma certo, naturalmente!

Janet               Potrei venire anch'io?

L'Ispettore   Avete qualche dichiarazione da fare, signora Preston!

Janet              No, ma credo che mio marito avrebbe piacere che venissi, vero, David? Potrei aspettarlo fuori.

Preston         E meglio che resti a casa, Janet.

L'Ispettore   Indossavate un altro abito, lunedì!

Preston         Sì.

L'Ispettore   Vi dispiace se lo portiamo con noi! E anche le scarpe!  Rientra nelle formalità.

Preston         Come volete. (Si alza)  Vado a prenderli.

L'Ispettore   Vengo con voi, così vi aiuto. Avete una borsa dove metterli!

Preston         Sì. Ho una borsa.

L'Avvocato  Avete qualche obiezione che io resti col mio cliente quando fa la sua dichiarazione!

L'Ispettore    No. Nessuna. Anzi preferiamo. (Sorride a Janet)  Signora, avete pulito o stirato il vestito dopo che è tornato!

Janet              No. Non ne ho avuto il tempo.  Eravamo così preoccupati.

L'Ispettore    (sollevato)   Meglio così. Scendiamo fra pochi minuti.

(Esce con Preston e salgono insieme le scale. Janet, rimasta sola col dottore e l'avvocato, è nervosa e le riesce difficile esporre quello che ha da dire).

Janet              Per quegli onorari, avvo­cato, di cui parlavate proprio ora... pensavo... se potessi pagarli io, potreste fare in modo di non far saper nulla a mio marito!

L'Avvocato   (imbarazzato)   Ma... com'è possibile, signora Preston! Certamente egli insisterebbe per sapere chi ha pagato.

Janet              Se gli dicessi che l'avvo­cato si è offerto di difenderlo gratis, e poi invece pagassi il conto a voi!

L'Avvocato  Pensate che ci crederebbe!

(Un silenzio).

Janet              Se vi dico una cosa, promettete di non farne parola con mio marito!

L'Avvocato  Certo.

Il Dottore    (con tatto)   Io vado.

Janet              No. Voglio che la sappiate anche voi, dottore. Forse vi aiuterà a capire perché mio marito sembra così preoccupato e tor­mentato. (Esita)  Vedete, per molto tempo ha avuto un terribile bisogno di danaro...

(Il dottore e l'avvocato trasaliscono) 

Non era colpa sua, era colpa di suo padre. Risale a molti anni fa, benché io l'abbia saputo solo la settimana scorsa. Suo padre lavorava per un'azienda, viaggiava per raccogliere capitali. Poi un giorno non poté più versare i capitali raccolti: li aveva persi al gioco.

L'Avvocato  Sapete a quanto ammontava la somma!

Janet              Sì, erano circa duemila sterline. Volevano farlo arrestare, ma David s'inter­pose e promise che avrebbe pagato fino all'ultimo centesimo il debito di suo padre. Era una cosa mera­vigliosa da parte sua, voleva molto bene a suo padre.

L'Avvocato  La sua proposta fu accettata!

Janet              Sì. E mio marito pagò. Vendette una polizza d'assicurazione, si fece fare qualche prestito da alcuni amici, ma non bastava, e il resto se lo fece dare da un usuraio. Risparmiò fino al centesimo e a poco a poco restituì quanto doveva ai suoi amici, ma l'usuraio continuava ad aumentare gli interessi, tanto che ora è... oh, è quasi il doppio della somma iniziale.

L'Avvocato  Dicevate che vostro marito vi ha detto tutto questo la settimana scorsa!

Janet              No. Non me l'ha detto. Ho trovato una lettera. Avevo aperto il cassetto della sua scrivania per cercarvi qualche cosa e non ho potuto fare a meno di vederla. Una lettera terribile.

L'Avvocato  Di questo usuraio!

Janet              Sì. Diceva che se non avesse pagato entro un mese, sarebbe andato alla banca di mio marito e avrebbe parlato al direttore. Dovetti per forza parlargliene. Andò su tutte le furie, lì per lì; ma poi mi disse tutto. (Esitando)  Vi dico questo, dottore, perché penso che una preoccupazione del genere abbia potuto influire sul suo stato d'animo, sulla sua perdita di memoria.

L'Avvocato  Per quale motivo, secondo voi, era tanto arrabbiato!

Janet              Disse che la responsabi­lità era tutta sua e non voleva che mi preoccupassi. Ma anch'io mi arrabbiai, perché ho qualcosa di mio, una piccola eredità, dei titoli... un valore di mille sterline. Certo ormai sarebbe inutile, ma allora avreb­bero potuto servire, vero!

L'Avvocato  Poteva servire a sistemare tutto, credo.

Janet              Ogni tanto gli proponevo di venderli, ma andava su tutte le furie. È stata la nostra unica ragione di litigio. Diceva che niente l'avrebbe indotto a servirsi del mio danaro.

(Un silenzio).

L'Avvocato  Se per caso la polizia vi chiede di fare una dichiarazione, signora Preston, è consi­gliabile che non diciate niente di tutto questo.

Janet              Non mi sarei mai sognata di dirlo. David non me l'avrebbe mai perdonato. Vedete, ormai suo padre è morto, ma lui non sop­porterebbe l'idea che qualcuno sapesse.

L'Avvocato  Se vi interrogano circa gli affari di vostro marito, rispondete che non ha mai desi­derato parlarne con voi.

Janet              Va bene. Senz'altro. Ma capite anche voi perché dobbiamo pagare queste spese senza che mio marito lo sappia! Non potrebbe mai sperare di pagarle da sé e d'altra parte prefe­rirebbe rinunziare alla difesa piuttosto che doverle pagare col mio danaro.

L'Avvocato  Sì. Capisco benissimo. Vi posso assicurare che, per parte mia, non trarrò alcun van­taggio dalle vostre difficoltà, signora Preston.

Janet               Ma io voglio pagarvi!

L'Avvocato  IL mio onorario sarà puramente nominale. Ma naturalmente l'avvocato difensore esigerà un pagamento.

Janet              Avvocato, non crederò mai che David abbia fatto una cosa tanto orribile.

L'Avvocato  Ma non hanno detto questo, signora Preston. E forse non lo diranno mai.

Janet              Ma lo pensano. Se non lo  pensassero, che ragione ci sarebbe che l'ispettore si portasse via l'abito? Questo si fa solo con i cri­minali. È orribile!

L'Avvocato  È una consuetudine.

Janet              Sono sicura che desidera che io vada con lui. Credete che potrò?

L'Avvocato  Ma certo. Perché no!

Janet               (si alza e va alla porta)  Domani vi darò quei titoli. Prendete il migliore avvocato, vero?

L'Avvocato  Sì, il migliore.

(Janet esce. L'avvocato sospira e scuote il capo) 

È molto difficile.  

(Silenzio imbarazzato. Suonano alla porta).

Il Dottore   Vado a vedere chi è. (Va alla porta).

Watson          (nell'ingresso)   Buon giorno, dottore. Sono venuto per parlare con Preston.

Il Dottore   Credo che ora non sia possibile.

Watson         Perché?  Sta male?

Il Dottore   No, è di sopra con l'ispettore di polizia.

Watson          (curioso)   Oh! Perché di sopra!

Il Dottore   Dovreste tornare più  tardi.

Watson          Beh... era per i conti del Circolo. Il registro lo tiene qui.

Il Dottore   È meglio che ne parliate con l'avvocato.

Watson         Chi? L'avvocato!

Il Dottore   Sì.  È qui.

Watson          (fissando il dottore)   Buon Dio! (Entra in salotto con la sensazione che qualcosa di eccezionale sia nell'aria).

L'Avvocato              Buon  giorno,  maggiore Watson.

Watson         Buon giorno. Sono venuto per il registro dei conti del nostro Circolo.

L'Avvocato   (che aveva sentito prima)   Non ritengo opportuno toccare niente senza l'autorizza­zione della polizia.

Watson         Era per la nostra lotteria. Preston ha le liste dei biglietti che hanno preso. Stasera ci riu­niamo in assemblea, sa Dio cosa succederà.

L'Avvocato  Se spiegherete la situazione alla polizia, sono sicuro che faranno di tutto per aiutarvi. (Spera con questo di essersi liberato di Watson, ma questi non pare affatto propenso ad andarsene).

Watson         Ma cosa è successo! Perché non posso vedere Preston!

Il Dottore   Non si sente bene.

Watson         Mi sembrava strano, diverso dal solito, ieri sera. (Pausa)  Che curiosa faccenda, vero?

Il Dottore   Cosa volete dire, esattamente!

Watson         Ma... tutto l'insieme. Ieri mi disse che lunedì sera era con degli amici, invece proprio ora ho sentito che è ricercato dalla polizia.

Il Dottore   Chi ve l'ha detto!

Watson         Un tizio che lavora all'ospedale. La polizia ha telefonato per sapere se Preston era là.

Il Dottore   Non dovete badare a quanto il signor Preston può avervi detto ieri sera... si sen­tiva male.

Watson         È stato sempre bene. Cosa gli suc­cede, ora!

L'Avvocato  Gli è venuta un'amnesia, lunedì sera.

Watson          Buon Dio! (Resta in silenzio e guarda interrogativamente ora il dottore ora l'avvocato)  Che strana coincidenza, vero!

L'Avvocato   (irrigidendosi)   Cosa vorreste dire!

Watson         Beh, che è una strana coincidenza, nient'altro. (Pausa)  E lui, cosa ha detto alla polizia!

L'Avvocato  Ha detto la verità.

Watson          (dopo un silenzio colmo di paura)   Povero Preston! Non l'avrei mai creduto! Eppure succede sempre così, voglio dire, quando si guardano le foto­grafie dei giornali, sono sempre i tipi che meno si crederebbero. Hanno potuto riavere il danaro?

L'Avvocato  Non mi risulta affatto che il signor Preston abbia qualcosa a che vedere col danaro e col delitto.

Watson         Ma dicevate che ha detto la verità.

L'Avvocato   (decisamente)   Cioè che lunedì sera ha perduto la memoria.

(Watson lo guarda incredulo, accettando questa dichiarazione solo come una semplice formalità).

Watson         Questo significa che non hanno ancora riavuto il danaro!

L'Avvocato  Non so. Ciò riguarda la polizia.

Watson         Beh... non può essere molto lontano. (Pausa)  Voi non aiutate la polizia!

L'Avvocato  Il signor Preston mi ha chiesto di assisterlo.

Watson         Oh! (Pausa)  Se lui non c'entra con tutto questo, che cosa vi ha chiamato a fare!

L'Avvocato  Appunto per questa ragione, mag­giore Watson. Talvolta accade che un innocente abbia più bisogno di protezione di un colpevole.

(Janet scende le scale e guarda nella stanza).

Janet              L'ispettore dice se non vi dispiacerebbe salire un minuto. Mio marito gli ha dato il permesso di guardare e frugare nella sua camera, ma avrebbe piacere che ci foste anche voi.

L'Avvocato  Vengo subito. (A Watson)  Scusate. (Esce per le scale con Janet).

Watson          (non ha nessuna intenzione di andarsene)   Credete che la berranno, questa storia dell'amnesia!

Il Dottore   Perché no! Se è vera.

Watson         Voi ci credete!

Il Dottore   Certo che ci credo.

Watson         Perché!

Il Dottore   Perché ho parlato col signor Preston ieri sera e poi di nuovo stamattina e sono certo che mi diceva la verità. Sono certo che non è l'uomo da organizzare un furto e poi un delitto a sangue freddo. (Pausa)  Faccio il dottore da quasi 30 anni. Ho avuto occasione di conoscere molta gente e poterla giudicare; sosterrò quello che penso su Preston a costo della reputazione.

Watson          (cominciando a capire)   Allora ha perso sul serio la memoria, secondo voi?

Il Dottore   Ve l'ho detto!

Watson          (scettico)   Ma come si possono fare tutte queste cose in stato di amnesia?

Il Dottore   È possibile, ma non credo che Preston le abbia fatte.

Watson         Come la chiamerebbero? Pazzia o qualcosa del genere?

(Il dottore fa finta di non sentire, ma sente che vale la pena di interrogare Watson).

Il Dottore   Voi siete un suo vecchio amico, vero, maggiore?

Watson         Lo conosco da più di dieci anni.

Il Dottore   Quindi, naturalmente, volete aiutarlo?

Watson         Non voglio peggiorargli la situazione, come non lo volete voi. Ma sono un soldato - o per lo meno lo sono stato - e ho il senso del dovere e della responsabilità. Sono presidente del Circolo e devo riavere quel danaro. (Pausa)  Voglio dire, sup­poniamo che ne esca, che lo dichiarino innocente, cosa succede allora del danaro?

Il Dottore   Perché siete così convinto che l'abbia preso lui?

Watson         Beh... prima o poi verrà fuori, quindi perché non dirlo subito? Prima di tutto, Preston era a corto di danaro. Ne ha chiesto in prestito a tutto il Circolo. Io stesso gli ho prestato 50 sterline.

Il Dottore   Ve l'ha restituito?

Watson         Oh, l'ha restituito a tutti, e in tempo debito. Questo è il grave. Dove l'ha preso? Non ho mai sentito che uno si sia liberato dai debiti una volta che ha cominciato. Un debito tira l'altro... Voi che siete un uomo di esperienza lo saprete bene. Seconda cosa: odiava il cameriere del Circolo, Robinson.

Il Dottore   Sapete perché?

Watson         Lo ignoro. Forse Robinson sapeva qualcosa di questi debiti. Comunque. Preston faceva delle continue lagnanze e cercava in tutti i modi di farlo licenziare. E poi c'è un'altra cosa: la cassaforte non fu aperta con una chiave: fu forzata.

Il Dottore   Vedete? Se Preston ha la sua chiave, perché avrebbe dovuto forzarla?

Watson         Non occorre essere Sherlok Holmes per capirlo! L'ha forzata perché lui aveva la chiave e Robinson non l'aveva! Lo ha fatto per potere accusare  Robinson.

Il Dottore   Bisogna essere piuttosto abili per poter forzare una cassaforte,  non credete?

Watson         È piuttosto una cassetta di sicurezza che una cassaforte. Io stesso non ero troppo tran­quillo a depositarvi tutto quel danaro, ma Preston disse che andava benissimo. Abbiamo contato le banconote domenica sera, poi le abbiamo rimesse e richiuse. Preston sapeva benissimo che Robinson sarebbe andato in permesso lunedì sera. Capite adesso?

Il Dottore   Non ci vedo altro che qualche coincidenza occasionale, cose che possono capitare tutti i giorni e a qualsiasi persona.

Watson         Eh! Voi non avete visto la faccia di Preston quando gli ho detto che Robinson era venuto a casa mia. Non si fa quella faccia se si tratta solo di coincidenza!

Il Dottore   Cosa vi ha detto?

Watson         In principio, niente. Sembrava spaventatissimo. Poi ha tirato fuori quella storia che lunedì sera era rimasto a Londra con degli amici.

Il Dottore   Un uomo che ha una lacuna nella memoria, può dire la prima cosa che gli viene in mente, spinto dalla necessità del momento.

Watson         Quando gli dissi che sarei andato alla polizia a denunziare il furto per poco cadeva in ginocchio per impedirmelo. Agirebbe cosi un uomo se non  sapesse  qualche  cosa?

Il Dottore   Se egli era veramente alla cas­saforte e Robinson l'ha sorpreso là, perché avrebbe dovuto lasciare che Robinson venisse ad avvertirvi?

Watson          (diventando più confidenziale)   Lui non sapeva che Robinson sarebbe venuto da me, ecco perché. L'ho capito quando gliel'ho riferito. Dev'es­sere stato il colpo più duro della sua vita. Credevo che svenisse. Mettetevi al suo posto e capirete. Voi organizzate un furto facendone ricadere la colpa su un altro, e proprio l'uomo che dovrebbe venire incol­pato vi coglie con le mani nel sacco. Lì per lì imba­stite la storia che l'avete fatto per prendervi cura personalmente del danaro. Lui se ne va. Ma non sapete se l'abbiate convinto o no. Poi, tutt'a un tratto vi ricordate che avete scassinato quella male­detta cassaforte per far sembrare che era stato lui. (Pausa)  Chiaro, fin qui?

Il Dottore   Chiarissimo.

Watson         Benissimo. Siete in un pasticcio tre­mendo. Inoltre, volete tenervi il denaro ormai che l'avete preso. Sapete che Robinson va a casa a pren­dere la valigia e poi il treno per Londra. Sapete dove abita e sapete che per andare alla stazione passerà dai Giardini pubblici...

Il Dottore   Come fu commesso il delitto?

Watson         Colpito alla nuca da dietro, capite? E morto sul colpo. Stava andando alla stazione perché hanno ritrovata la valigia, con i vestiti da portarsi in viaggio.  

(Un silenzio).

Il Dottore   Perché dite tutto questo contro Preston?

Watson         lo non dico una parola « contro » di lui. Espongo semplicemente i fatti. Voi volete aiu­tarlo, e allora perché chiudere gli occhi di fronte a ciò che la polizia scoprirà tra poco, senza dubbio? Voglio che sia resa giustizia a Preston, ma anche al mio Circolo, e se ora non ritroviamo quel danaro non so proprio cosa succederà!

(Silenzio. Il dottore guarda Watson pensieroso).

Il Dottore   Capisco. Le apparenze sono contro Preston, ma basta che prendiate un po' di coinci­denze e le mettiate insieme, con un pizzico di fantasia, ed ecco che la situazione diventa cattiva... forse peg­giore... anche per altre persone... anche per voi.

Watson         Per me! (Ride).

Il Dottore   E perché no? Supponiamo che a voi servisse del danaro. Beh, voi sapete quanto Preston dove trovarlo. Che prova avete che Robinson è venuto a casa vostra quella sera? C'era qualche testimonio?

Watson         C'era mia moglie.

Il Dottore   La moglie non conta... e poi era nella stanza con voi?

Watson         No, era andata a letto. Ma avrà sen­tito il campanello.

Il Dottore   È facile far sentire un campanello. Potete uscire e suonarlo voi, se è necessario. Capite, abbiamo soltanto la vostra parola per credere che Robinson sia venuto da voi ad accusare il signor Preston. Supponiamo che voi abbiate scassinata la cassaforte, perché voi avete la chiave. Forse vole­vate farlo credere un furto fatto da estranei, ma Robinson vi coglie con le mani nel sacco. Tutto chiaro fin qui?

Watson         Abbastanza. Però io ero al cinema lunedì sera. Ero rientrato da pochi minuti quando venne Robinson.

Il Dottore   Potete provarlo? Eravate con qualcuno?

Watson         A mia moglie non piace il cinema. Ci vado sempre da solo.

Il Dottore   Vedete? Non c'è nessuna prova che foste al cinema, non c'è nessuna prova che Robinson sia venuto da voi. Voi ammazzate Robinson par farlo star zitto, poi vi viene in mente il signor Preston. Sapete che la sua forte antipatia per Ro­binson è ben nota al Circolo e che aveva chiesto del danaro in prestito. Bene. Sapete anche che è un uomo tranquillo, che passa quasi tutte le sere a casa. Sua moglie potrebbe dire che era in casa quella sera, ma la polizia non si fida della parola di una moglie devota e affezionata. Andate a casa di Preston per tastare il terreno, e per colmo di fortuna scoprite questa amnesia che fa sì che Preston dubiti di sé stesso. Magnifico! Siete salvo! Lasciate Preston solo con i suoi pensieri, e la sua immaginazione farà il resto.

Watson         L'immaginazione non manca neanche a voi, a quanto pare.

Il Dottore   Ma avete commesso un grave errore. Nell'ansietà di far ricadere tutta la colpa su Preston, parlate tanto contro di lui che naturalmente la polizia si mette in sospetto. Hanno pescato tanti uomini in questo modo! Indagano cosa avete fatto quella sera, e scoprono che non potete provare niente, che non avete nessun alibi.

Watson         Vi ho detto che ero al cinema.

Il Dottore   Se dite questo alla polizia, si met­tono a ridere. È una vecchia storia: chiunque voglia trovare un falso alibi dice che era al cinema. È suc­cesso anche la settimana scorsa a un tizio. L'hanno impiccato venerdì. Quanto a Preston, la sua posi­zione è molto migliore della vostra.

Watson         Perché?

Il Dottore   Perché la sua amnesia è troppo rara per sembrare una bugia. Se avesse detto che era andato al cinema, avrei dubitato molto di più delle sue parole. Ma un uomo che sia in pieno pos­sesso delle sue facoltà mentali, quando mai commetterebbe un assassinio e poi sparirebbe per 24 ore senza neppure tentare di spargere dei falsi indizi? E poi tornerebbe tranquillamente a casa sua e cer­cherebbe di far credere alla moglie che è il giorno prima, tentando di abolire 24 ore? (Scuote il capo con un sorriso)  No, maggiore... è assurdo!

Watson         Non ho mai detto che avesse coscienza di quel che faceva. L'avere ucciso un uomo può avergli determinato uno choc che gli ha fatto perdere la memoria e perciò non ricorderebbe più niente.

Il Dottore   No, non credo sia così. Lo choc poteva fargliela ritornare, mai perdere.

(Pausa. Watson suda freddo) 

Naturalmente so benissimo che voi non c'entrate affatto in questa faccenda...

(Sol­lievo di Watson)

 Volevo dimostrarvi solo com'è facile per un innocente far ricadere i sospetti su di sé quando cerca di incolpare un altro.

Watson         Non ho mai detto di volerlo accusare!

Il Dottore     Lo so. Parlavo in senso generale, ecco tutto.

(Un silenzio. Watson non è molto soddi­sfatto. Non capisce bene dove il dottore voglia arrivare. Si chiude la porta di sopra e si odono delle voci).

Watson         Beh, andrò alla polizia a sentire per questo registro.

(Il dottore annuisce. Watson prende il cappello e va alla porta) 

Se posso fare qualcosa, fatemelo sapere. Non sono il tipo che se la squaglia quando un amico è nei guai. Voglio soltanto riavere quel danaro. Possiamo prendere un altro cameriere, non è difficile trovarlo, ma non possiamo prendere altre 500 sterline per comprare i premi della lotteria.

Il Dottore   Sono certo che riavrete il denaro, se non lo avete già!

Watson          (allarmatissimo)   Eh?

Il Dottore   Scherzo, naturalmente... scherzo!

Watson         Ah! Ah! (Via a precipizio).

(Il dottore è in piedi accanto alla finestra che guarda il giardino pieno di sole. Poi si sentono delle voci per le scale e il dottore si volta. Scende l'ispettore portando la borsa di Preston. È seguito da Preston e dalla moglie e dall’avvocato. Il dottore resta in piedi accanto alla porta del salotto, mentre gli altri prendono il cappello e il cappotto dall'attaccapanni dell'ingresso. Janet entra  in salotto e mette il parafuoco metallico davanti al fuoco).

L'Ispettore   Beh, dottore, noi ce ne andiamo. Potreste passare in ufficio oggi pomeriggio?

Il Dottore   Sì. Quando volete. Va bene alle tre?

L'Ispettore   Benissimo.

(Escono tutti. Percor­rono il violetto del giardino fino al cancello. Janet, che è l'ultima ad uscire, chiude la porta. La casa rimane vuota).


ATTO TERZO

Il giorno dopo nelle prime ore della sera. Preston è seduto alla scrivania accanto alla finestra e consulta alcune carte. Dopo qualche minuto Janet entra portando il tè. Posa il vassoio sul tavolino accanto al fuoco. Mentre la scena si svolge si osserva il tramonto.

Janet              David, il tè.

Preston          (girandosi sulla seggiola)   Bene.

Janet              Ti ho preparato qualche sandwich. Ho pensato che ti facesse piacere.

Preston         Sì. Benissimo. (Prende alcune carte e le porta con sé al tavolino, si siede in una poltrona e comincia ad esaminarle mentre la moglie versa il tè)  Ho sistemato molte cose, Janet. Ti resta da pagare soltanto il gas, la lavandaia e quel conticino di Rogers per i tulipani. Ti ho fatto degli assegni, quindi puoi ritirare il denaro senza difficoltà né preoccupazioni.

Janet              Sono sicura che non sarà necessario.

Preston         Lo so, ma ho sempre sbrigato da me queste cosette. Non vorrei che tu ti trovassi imba­razzata e preoccupata se dovessi farlo da sola.

Janet              Sono certa che non ce ne sarà alcun bisogno, David. Se avessero voluto farti qualcosa, lo avrebbero già fatto ieri, quando ti hanno portato all'ufficio di polizia. Ma l'ispettore è stato così gentile quando sei uscito dall'inter­rogatorio.

Preston         Sì. È una brava persona. Sono stato fortunato. Non credo siano tutti così.

Janet              Mi ha detto di farti ripo­sare una volta tornato a casa, e di non preoccuparti. Non sarebbe stato tanto crudele da dire una cosa come questa se sapeva che non era vera.

Preston         Sì. ma ha messo un poliziotto davanti alla casa, però.

Janet              Tu ti immagini le cose, David. C'è sempre stato un poliziotto vicino a quel fanale.

Preston         È rimasto lì tutta la notte. Potevo vederlo benissimo dalle finestre della mia camera. Era là anche alle tre di stamattina, in piedi sotto il lampione.

Janet              Ce n'era uno anche quando siamo tornati dal ballo per Natale, ed erano quasi le tre. Me lo ricordo perché gli abbiamo detto buona notte. Tu non fai che tormentarti, David. Vuoi che ti avrebbero lasciato andare solo tutto il giorno se pensassero che sei stato tu?

Preston          (pazientemente)   Se almeno non fossimo sposati, Janet!

Janet              Ma cosa dici, David?

Preston         Eh! Piuttosto che... Non vorrei che tu restassi sola, capisci?t Pensavo che forse potrebbe venire tua sorella... oppure preferiresti andare da lei?

(La guarda. Essa comincia a piangere silenziosamente volgendogli le spalle. Egli fa finta di non vedere) 

Tua sorella ha la sua pensione, e tu i tuoi titoli... Mi ascolti,  Janet?

Janet               (con voce strozzata)   Sì.

Preston         Non sarebbe molto, ma due donne insieme si arrangiano sempre. Potreste riaprire un altro giardino d'infanzia, come faceste tanto tempo fa. La casa si presterebbe. (Pausa)  Ti sentiresti di farlo, Janet?

Janet               (con disperazione)   Farò tutto quello che vorrai, David... fino al tuo ritorno.

Preston         Stamattina ho parlato con l'avvocato di quell'usuraio... non c'è nessuna ragione che tu ti preoccupi, perché non ha nessun diritto di pretendere qualcosa da te. Anzi non può pretendere niente da nessuno. Gli ho restituito molto di più di quanto mi aveva prestato. L'avvocato dice che una sua let­tera metterà tutto a posto. Te lo dico perché, se per caso ti scrivesse, devi dare subito la lettera all'avvocato. Non gli rispondere e, soprattutto, non fare nessuna stupidaggine, come, per esempio, pre­levare del denaro dai tuoi titoli per mandarglielo. Me lo prometti?

Janet              Sì.

Preston         Ho scritto alla banca. (Estrae dalle varie carte una lettera)  Desidero che tu la imposti in caso mi portassero via. In questa lettera ho spie­gato tutto, e sono sicuro che faranno qualcosa per te dopo tanti anni che lavoro per loro.

Janet              Non parlare così, David, ti prego. Mi fa male!

Preston         Lo so, Janet, ma vedi, farebbe più male a me se dovessi andarmene senza sapere di aver sistemato tutto. È così semplice farlo ora, qui seduti, tutti e due... Dopo non credo che ci lasce­ranno più soli insieme.

Janet              Ma se anche ti portassero via, non potrebbero trattarti come un criminale. Il dottor Sparling dice che non possono assoluta­mente farlo. Non sarebbe umano farti una colpa di qualcosa che è successo quando tu non eri nelle tue complete facoltà.

Preston         Dobbiamo farci forra, cara, e affron­tare la realtà. Anche se credessero alla mia amnesia, non potrebbero ugualmente lasciarmi andare. È im­possibile. C'è un luogo dove si mettono le persone che fanno le cose senza rendersene conto. (Pausa)  E poi non siamo affatto sicuri che crederanno che io abbia perso la memoria.

Janet              Ma è vero, David! È vero! Non è così!

Preston         Lo giuro, Janet. Io ignoro tutto quello che è accaduto in queste ventiquattro ore. Non ho fatto nulla di  mia spontanea volontà.

Janet              E quelle cose che ti sei ricordato, o che hai creduto di ricordare... non devi dirle.

Preston         Se mi interrogano in Tribunale, temo che dovrò dirle.

Janet              Ma l'avvocato ha detto di no!

Preston         Mi ha detto di non parlarne nella mia deposizione alla polizia, ma, capisci, questi uomini che ti sottopongono a un interrogatorio, capi­scono subito se menti o nascondi qualcosa; sono abilissimi, e insistono finché non confessi. Non potrei mai sopportare una simile umiliazione, Janet. Che almeno conservi la mia dignità. No! Non m'importa quello che accade, se tu mi prometti di tirare avanti ed essere felice.

Janet               Ma come potrei essere felice?

Preston         Credendo in me, mia cara. Fidandoti di me quando ti dico che non ho fatto niente deli­beratamente come un comune criminale. Potrà essermi di grande aiuto morale questa tua sicurezza.

Janet              Io credo ancora che non succederà, David: è tutto frutto della tua fantasia. Ieri sera e tutta stamattina sono stata in ascolto, credevo che venissero... ma ormai è passato un giorno intero; senz'altro è tutto a posto, tutto risolto. (Prende in mano un piatto)  Guarda:  marmellata e burro...

Preston         Grazie. Sei sempre stata brava a fare i sandwich. (Ne prende un pezzetto e si sforza di man-giarlo. Beve il tè)  Ho cercato sempre di farti felice, vero? Lo siamo anche stati... quel poco che la vita concede...  proprio  poco!

Janet              Da quando sei tornato, non hai dormito, non ti sei mai riposato. Sdraiati un pochino dopo il tè e cerca di dormire.

Preston         Sì. È una buona idea.

Janet              Alle sette ceniamo e poi potremmo andare al cinema, che ne dici?  Stasera è la nostra serata.

Preston         Già. Me n'ero dimenticato.

Janet              Non hanno mica detto che devi restare in casa. Diremo buona sera a quel poliziotto che è all'angolo, e vedrai che ci risponderà buona sera senza scomporsi, ed allora ti meraviglierai di essere stato così sciocco!

Preston          (ride e si alza)   Come sei buona! (La prende per le spalle e la bacia).

Janet              È facile, con te! (Pausa)  Adesso ti sdrai e cerchi di dormire, vero?

Preston         Sì. (Sorride rassicurante)  Ah! (Prende un libro di conti)  Vorrei che tu dessi un'occhiata a questo registro per vedere se ti ci sai raccapezzare. Se c'è qualcosa che non capisci, dimmelo. È sempli­cissimo, guarda: qui c'è quel che ricevo, le « entrate », e qui i pagamenti che faccio, le « uscite ». In questo momento non c'è molto, ma ci saranno circa cento sterline quando arriverà il  mio stipendio, venerdì.

Janet              Sono così contenta di quell'usuraio. Vedi, non tutto il male viene per nuo­cere, in tutto c'è sempre qualcosa di buono. Se non ci fosse stato questo grosso guaio, tu non ne avresti mai parlato con quell'avvocato e non avresti mai saputo che bastava una lettera per metterlo a posto.

Preston         È vero. Sono stato uno stupido a non farlo prima.

Janet              E ora non gli devi più niente!

Preston         Niente.

Janet              Se risparmiamo un po', potremo andare al mare quest'estate.

Preston         Sì. Al mare! Lo faremo senz'altro.

Janet              Chiudi la finestra e fai una bella dormita.

Preston         Sì.

Janet              E ti prego, caro, non preoccuparti più. Verrò io a chiamarti quando la cena sarà pronta.

Preston         Benissimo.

(Le sorride. Va nell’ingresso e sale le scale. Janet mantiene il suo atteggiamento allegro finché egli se ne andato, poi il suo coraggioso tentativo e la sua finzione finiscono. Appare spaventosamente stanca e sul punto di scop­piare in pianto. Meccanicamente mette un po' d'ordine nella stanza, scopa accanto al caminetto, aggiunge un ceppo al fuoco. Prende il vassoio del tè e sta per por­tarlo in cucina quando sente sbattere  il cancello del giardino. Curiosa ed ansiosa mette giù il vassoio, va nell'ingresso e apre la porta prima che il visitatore abbia il tempo di suonare il campanello. È una gio­vane donna che appare piuttosto spiacevolmente sor­presa di vedersi aperta la porta da Janet. Evidentemente non se l'aspettava).

La Donna      Oh, buona sera. Il signor Preston abita qui?

Janet               (sospettosa e sulla difensiva)   Sì.

La Donna      Voi siete la signora Preston!

Janet              Sì.

La Donna       (leggermente imbarazzata)   Potrei ve­dere il signor Preston, per favore!

Janet              Non credo sia possibile. (Pausa)  Che cosa desiderate!

La Donna      Beh... dovevo vederlo... per una ragione.

Janet              Se volete dire a me di che si tratta, glielo riferirò. Ma in questo momento sta riposando e non posso disturbarlo.

La Donna      Era per quella storia. Per quel delitto.

Janet               (irrigidendosi)   Giornalista? Fotografa? Mi spiace, non c'è niente da fare!

La Donna       (ridendo)   Oh no! Non è per questo! Vedete, sono una buona amica del signor Preston e pensavo che forse lo potrei aiutare.

(Janet la guarda acutamente con crescente sospetto e antipatia).

Janet              Gli amici di mio marito li conosco quasi tutti.

La Donna      Beh, certo, è logico... ma non credo che Dave vi abbia mai parlato di me.

Janet               (arrabbiata e incredula)  Dave! Che significa!

La Donna       (correggendosi, con una risatina nervosa)   Il signor Preston, volevo dire. Lo chiamo sempre Dave, scusatemi.  (Pausa)  Si trova nei guai per via di quel delitto!  Voglio dire, guai seri! 

(Silenzio, Janet  non sa decidersi)  Perché, se è dav­vero nei guai, voglio aiutarlo e credo di poterlo fare.

Janet               (ancora dubbiosa)   Sarà meglio che entriate, allora.

(La giovane donna entra in salotto. Janet la segue chiudendosi dietro la porta. La visitatrice é molto attraente, bruna, grassottella, ben fatta. Ha l'aria di una barista di classe, ben vestita, ma senza esagerazione. Ha tendenza a parlare in dialetto, ma non fa niente per nasconderlo. È spontanea e simpatica).

La Donna       (guardandosi attorno)   Bella casa!

Janet              Sì. (Pausa)  Non mi avete detto il vostro nome.

La Donna      Sono la signorina Dobson: Peggy Dobson. Lavoro con mio fratello e mia sorella alle « Quattro piume » in River Lane, proprio accanto a via Regina Vittoria, nella City, sapete.

Janet              Le « Quattro piume! ».

Peggy             È  un bar. È di nostra proprietà.

Janet               (dopo un silenzio)   Che cosa  volevate dirmi!

Peggy             Ecco... ho saputo cos'era successo soltanto a colazione. Ho preso il primo treno e sono subito venuta.

Janet              Sui giornali non c'era il nome del signor Preston. Come avete fatto a sapere che c'entrava anche lui!

Peggy             Ecco... è passato dal bar un giovanotto che veniva da qui e ci ha detto che ieri avevano portato il signor Preston all'ufficio di polizia. Natu­ralmente avevamo letto sui giornali di questo ter­ribile delitto, e allora abbiamo messo assieme le due cose; il delitto e il nostro signor Preston.

Janet              Il vostro signor Preston?

Peggy             Lo so. Sembra strano. Lo conosciamo da tanti anni e non abbiamo mai saputo da dove venisse. L'abbiamo capito solo quando quel giovanotto ha detto: « Sapete, quel Preston che viene qui la sera? È implicato nell'assassinio di quel cameriere, la polizia lo  tiene  d'occhio ».   E allora ho capito subito che dovevo venire. Mi disse in che strada abitava, ma la casa ho dovuto domandarla al poliziotto qui all'angolo. Mi ha guardata in modo così strano, quando gliel'ho chiesto, che ho subito capito che la situazione era grave.

Janet              Perché siete venuta? Di che si tratta?

Peggy             Beh, di tutto; di lunedì sera. Vedete, il signor Preston viene al nostro bar...  oh, fin da quando è cominciata la guerra. Fa una capatina la sera, prima di tornare a casa.

(Legge il sospetto cre­scente e l'ostilità sul viso di Janet e comincia ad arrabbiarsi) 

Sentite, se credete che ci sia qualche cosa di male, vi sbagliate, perché non c'è nulla. Io non sono certo il tipo che corre dietro ai mariti delle altre. Non l'ho mai fatto!

Janet               (freddamente)   Non ho detto nulla, signorina Dobson.

Peggy             Ma lo pensate! Vi si legge in faccia! Chiunque lo capirebbe, si vede lontano un miglio. È inutile che vi parli se non volete ascoltarmi. Perché non fate venire lui e lasciate che parli con lui?

(Janet non ha nessuna intenzione di far venire suo marito. È decisa di scoprire da sé la ragione per cui Peggy è venuta).

Janet              Vi ripeto che mio marito è molto stanco e ha bisogno di riposare. Se avete qualcosa da dire, ditela a me.

Peggy              (ancora offesa)   Le « Quattro piume » è un locale rispettabile. Potete chiederlo a chiunque. Tutto quel che pretendeva, vostro marito, era un bicchiere di sherry e qualche volta un sandwich. Certe volte ci sedevamo a chiacchierare nella nostra stanza privata...

Janet              La vostra stanza privata?

Peggy             Sì, perché veniva prima che aprissimo il bar. Certe volte andavamo nel bar e facevamo una partita a biliardo, ma quando suonavano le sei se ne andava sempre a prendere il treno alla stazione.

Janet              Dite che fa questo da molto tempo?

Peggy             Oh, sono cinque anni, ormai, che viene regolarmente tutte le sere. Sono sicura che gli fa bene, perché ci sono delle sere in cui ha un'aria molto stanca e preoccupata, quando arriva, ma quando se ne va, si sente sempre meglio. (Pausa)  Non vi sembra che da un po' di tempo non stia molto bene?

Janet              Sì. (Pausa)  Vi ascolto, signorina Dobson.

Peggy             Beh, lunedì sera ci sembrò più stanco del solito, così io gli preparai un sandwich e il suo bicchiere di sherry. Poi andammo nel bar a giocare a biliardo. Non c'era nessuno, naturalmente, perché non avevamo ancora aperto, ma teniamo sempre le saracinesche abbassate perché non ci facciano la contravvenzione. Il signor Preston gioca molto bene a biliardo, lo sapete, e vince sempre. Anche quella sera. Mentre giocava, rideva e scherzava come l'uomo più tranquillo di questa terra, e a un tratto è successa una cosa stranissima. Noi abbiamo un furgoncino che ci porta i sandwich dalla periferia. È molto più conveniente. Viene sempre alle cinque e mezzo, ed é Giorgio, il barista, che porta dentro la roba. Beh! Aveva appena finito di scaricare e stava ripartendo, quando si è sentito un terribile scoppio, sapete, come quando spara un cannone. Era scoppiata una gomma di uno di quei grossi camion», sapete... Abbiamo tutti fatto un salto per lo spavento, anche il signor Preston. Ha voltato rapidamente il capo... e poi, quando si è voltato di nuovo, non sembrava più lo stesso. Era diverso.

Janet              Cosa vorreste dire? Era diverso?

Peggy             Beh, sapete, quando voltate la testa troppo in fretta e vi storcete il collo? Era come se il signor Preston, invece, si fosse storto il cervello. A dirlo sembra strano, ma è esattamente quello che è successo ed aveva proprio l'aria di uno così. Certo non so spiegarlo molto bene, perché non sono un dottore né niente del genere. Ma il suo viso era diverso. Si guardava intorno come se non sapesse dove si trovasse, poi lasciò cadere la palla da biliardo che aveva in mano, e si lasciò cadere sulla sedia. Naturalmente ci spaventammo perché credemmo che si sentisse male. Lui continuava a dirci che stava benissimo, ma lo diceva con uno strano tono di voce. Poi si alzò e ci disse: « È meglio che scendiate in rifugio ».

Janet               (stupita)   Quale rifugio?

Peggy             Non lo so. Non abbiamo mai avuto un rifugio antiaereo. Durante la guerra scendevamo in cantina, ma il signor Preston non sapeva neppure che esistesse. A un tratto capimmo cos'era successo: sapevamo che era addetto alla protezione antiaerea durante la guerra ed ora credeva d'essere ancora in servizio. Cercammo di parlargli, di fargli capire che non era successo nulla... ma continuava amormorare, a balbettare, e scuoteva il capo. Capirete bene, non sapevamo cosa fare.

(Un breve silenzio. Janet è ancora ostile e profondamente sospettosa).

Janet              Perché non mi avete telefonato?

Peggy             Ma non era possibile. Non ci aveva mai dato il suo indirizzo e c'erano centinaia di Preston sull'elenco telefonico. Dopo, quando quel giovanotto ci disse la strada, cercai di telefonare, ma non rispon­deva nessuno. Dunque, arrivò l'ora di aprire il locale. Non potevamo tenerlo seduto li nel bar con quel­l'aria così strana; allora mio fratello Joe se lo portò su nella camera degli ospiti, sperando che gli pas­sasse presto. Dopo poco dormiva d'un sonno pesan­tissimo, tanto che non riuscivamo a svegliarlo. Quando chiudemmo il bar, alle dieci, salimmo tutti di sopra... e ci mettemmo a discutere su cosa avremmo dovuto fare.

Janet                Non potevate chiamare un medico?

Peggy             Ci abbiamo pensato, e come! Abbiamo pensato anche alla polizia, ma non aveva nulla addosso che potesse aiutarci, nessuna carta d'iden­tità, nessuna lettera, niente. D'altra parte, il sonno era completamente cambiato. Dormiva in un modo così tranquillo, così calmo che pensammo fosse meglio aspettare che si svegliasse e vedere cosa sarebbe accaduto allora. Joe ed io andammo a vederlo due volte durante la notte. Dormiva sempre tranquillo. La mattina, quando gli portai una tazza di tè, si svegliò facilmente, ma era sempre molto strano. Pareva che non sapesse ancora dove fosse, né il posto dove lavorava e pareva anche che non gliene impor­tasse di saperlo, non si sforzò neppure di riflettere quando glielo domandammo.

(Il cervello stanco e torturato di Janet non afferra affatto il significato di tutto questo. Da prima essa è ossessionata da un sospetto: la certezza che tutto il racconto faccia parte di un piano per spiegare qualche affare miste­rioso e probabilmente poco bello, tenutole nascosto finora. Non crede una parola di quanto dice Peggy) 

Si lavò e si fece la barba col rasoio di Joe come se niente fosse, ma col pensiero era ancora immerso nella guerra. Continuava a dire che era una giornata tranquilla; che non ci sarebbero stati allarmi, ma poi, di tanto in tanto diceva: « Ssssh, sentite? Eccone uno! » o qualcosa del genere. Non faceva altro che pensare ai bombardamenti. Gli demmo qualcosa da mangiare e poi lo facemmo stare tranquillo nella sua stanza, ma Joe disse che se la sera non stava meglio, avrebbe senz'altro avvertito la polizia.

Janet              Sapevate che la sua banca era ad un passo. Perché non l'avete detto a loro?

Peggy              (tristemente)   Non lo sapevamo! Non sapevamo neppure che fosse impiegato in una banca! Sembra incredibile, eppure è così: non abbiamo mai parlato di queste cose, e non era affare nostro, d'altronde.

Janet              E che cosa fece tutto il giorno !

Peggy             Restò seduto in quella camera, inerte e fisso in qualche pensiero. Poco dopo le cinque, Joe disse che l'unica cosa era portarlo alla più vicina stazione di polizia e lì riferire quanto era accaduto. E a questo punto succede la cosa più strana di tutte. Pensammo di dargli un bicchierino di sherry, prima che Joe lo portasse via, per rinfrancarlo un po'. Eravamo seduti nel bar, tutti col nostro bicchierino di sherry, quando ad un tratto, dopo il primo sorso di sherry cominciò a cambiare. Sembrava nervoso, stupito, poi fece come uno sforzo per riprendersi e disse improvvisamente: « Beh, non finiamo la nostra partita a biliardo! ».  Capite? Eravamo tutti seduti nella stessa stanza, alla stessa ora, bevendo lo stesso sherry della sera prima. Tranquillamente si alzò, prese in mano una stecca ed esclamò: « Avanti, su! Cosa aspettiamo! ». In principio non sapevamo pro­prio cosa fare, poi Joe pensò che era meglio non dir niente, per paura che si turbasse di nuovo, e ci fece segno di tacere. Così ci mettemmo a giocare come se niente fosse accaduto... sapete, cercando di chiac­chierare del più e del meno, scherzando un po', come si fa di solito. Ma ad un tratto l'orologio di San Paolo cominciò a suonare le sei, e lui disse, come al solito: « Mio Dio, devo andare ». Tutte le sere se ne andava regolarmente, quando sentiva suonare le sei a San Paolo. Non volevamo lasciarlo andare da solo in quel modo, ma d'altra parte aveva un'aria così nor­male, così naturale, quando si mise il soprabito e prese l'ombrello, che lì per lì pensammo di essere noi gli anormali... Joe pensò di accompagnarlo fino a...

(si interrompe bruscamente nel vedere aprirsi la porta e comparire Preston).

Preston         Janet, scusa, ti dispiacerebbe...

(si interrompe nel vedere che tua moglie non è sola. Peggy è in piedi, confusa e imbarazzata, nel vederlo per la prima volta in un ambiente diverso dal solito. Gli rivolge un sorriso incerto e timido).

Peggy             Oh, salve...

(Silenzio. Egli la fissa stupito e incredulo).

Preston         Perché siete venuta?

Peggy             Beh, ho sentito che eravate nei guai, Dave, e...

Preston          (duramente)   Come l'avete saputo! (Peggy esita. Non è una persona dotata di fantasia. Non si aspettava un'atmosfera così tesa. È molto col­pita di trovare Preston così cambiato verso di lei. Comincia a balbettare nervosamente e frettolosamente).

Peggy             Beh, è stato oggi a colazione. È venuto un giovanotto di qui, ha detto che eravate stato chiamato dalla polizia ieri e...

(Preston parla contemporaneamente a Peggy cercando di superarne la voce. È rivolto a sua moglie, ansioso di darle una spiegazione).

Preston         La signorina Dobson lavora con suo fratello e sua sorella in un bar dove io mi fermo la sera a bere un bicchiere di sherry prima di andare alla stazione...

Peggy              (continuando a balbettare)   Certo avevamo letto sui  giornali  di  questo  delitto  spaventoso,  e...

Preston         Non c'è niente altro, Janet... solo un bicchiere di sherry e qualche volta una partita a biliardo...

Peggy             ... e ho capito subito che dovevo sco­prire dove abitavate per poter venire ad aiutarvi.

(Solo dopo aver dato la spiegazione a sua moglie, Preston può occuparsi di Peggy. Sente le sue ultime parole e la guarda in silenzio).

Preston           Come potete aiutarmi?

Janet              La signorina Dobson dice che hai passato la sera da loro.

Peggy              (ansiosamente)   Siete rimasto tutta la notte alle « Quattro piume », Dave! Se io giuro questo alla polizia, tutto andrà a posto e non potranno farvi niente!

(Preston guarda ora sua moglie, ora Peggy,  senza capire).

Preston         Sono uscito dal vostro bar alle sei... quando suonavano le sei a San Paolo.

Peggy             Ma ecco il fatto! Non è vero! Non lo stesso giorno che siete venuto, voglio dire! Voi siete uscito dal bar quando il delitto era già stato compiuto!

(Preston non è più stupito, ora. La guarda pensosamente, quasi tristemente, nel sentire ciò che gli sembra un altro misero tentativo di alibi).

Preston          (si commuove, poi triste)   Vi ringrazio per l'alibi che avete escogitato per salvarmi. Ma le cose si sono svolte altrimenti. Sono venuto alle « Quattro piume » che erano appena passate le cinque. Erano le cinque precise all'orologio dell'ufficio quando sono uscito dalla banca...

(Non vede la faccia di sua moglie. Essa volta il capo nel sentirlo ammettere che ha mentito. Egli continua, con attenzione e fermezza, mentre esamina gli avvenimenti delle prime ore di lunedì sera, avvenimenti che ora sono per lui una certezza) 

Sono entrato nel vostro salotto e voi mi avete portato un bicchiere di sherry e un sandwich. C'era anche Joe che scriveva delle ordinazioni. Siamo stati a chiacchierare per un po', poi entrò vostra sorella ed andammo tutti nel bar a giocare a biliardo, tinche a San Paolo cominciarono a suonare le sei. La  polizia lo sa.

Peggy             Come può saperlo?

Preston         Perché gliel'ho detto io... ricordo tutto... com'è accaduto... tutto... (Esita, la sua mente è ottenebrata ed esausta. Si porta una mano agli occhi) 

È stato dopo... alla stazione: erano le sei e un quarto. Vedo l'orologio come se fosse ora... chiarissimo... erano proprio le sei e un quarto... c'era della gente sul marciapiede... un vecchio signore con un garo­fano rosso all'occhiello e due ragazze... due ragazze che leggevano un libro...

Peggy              (preoccupata)   Sentite, Dave... voi non state bene. A che cosa servono gli amici se non per­mettete che vi aiutino?

Janet              La signorina Dobson dice che suo fratello e sua sorella possono testimoniare che tu sei rimasto là tutta la notte.

(Egli non l'ascolta. La sua mente cerca di raggiungere gli spazi oscuri che, tante volte e sempre inutilmente ha cercato di penetrare).

Preston         Mentono! Mentono per aiutarmi! Mentono per bontà! Nel mio scompartimento c'era un soldato... un soldato con uno zaino e un ragazzo con un pacco. Forse ho sbagliato treno. Anche il dottore l'ha detto. Porse sono sceso prima, quella sera, prima di arrivare qui.

(Campanello. Preston se ne accorge appena. Janet va ad aprire).

Peggy             Non importa quanto voi diciate o pen­siate, Dave. Ormai è tutto a posto. Non appena avrò parlato con la polizia, non avrete più ragione di preoccuparvi.

(Janet apre la porta d'ingresso. È il maggiore Watson che con la sua voce forte subito domina la scena).

Watson         Buona sera, signora Preston. Posso entrare? (Senza aspettar risposta entra in salotto) 

Salve, vecchio mio. Non hanno ancora fatto nulla?

(Nonostante la sua aria sicura e sfrontata, Watson è pallido e nervoso. Il dottore infatti lo ha notevolmente spaventato facendogli balenare l'ipotesi che lui stesso potrebbe venire sospettato, ed egli ha molto faticato per mettersi in una posizione sicura. Guarda Peggy con curiosità. Janet, più per abitudine che per compiacenza, li presenta).

Janet              La signorina Dobson, maggiore.

Watson         Piacere... Mi chiamo Watson... mag­giore Watson...  (Pausa)  Siete giornalista?

Peggy              (sentendosi un po' intrusa)   No! sono un'amica del signor Prestou...

Watson          (con enfasi)   Anch'io, perbacco, anch'io sono un amico del signor Preston. (A Preston)  Pen­savo che vi avrebbe fatto piacere sapere cos'è suc­cesso ieri sera in assemblea.

(Preston lo guarda stra­namente come se lo vedesse per la prima volta).

Preston         In assemblea?

Watson         Beh, lo sapete. Dovevamo riunirci per decidere della lotteria, ma ho convocato in assemblea straordinaria l'intero comitato perché ritengo che dobbiamo fare di tutto per aiutarvi. È nostro dovere.

Peggy             Ma non è stato lui!

Watson          (sorpreso e leggermente ansioso)   Come fate a saperlo?

Peggy             Non importa come lo so. Ma è certo che non è stato lui.

(Watson la guarda sospettosamente con una certa ansietà).

Watson         Beh, qui non la pensano così. Se ne è parlato anche troppo e deve finire. (A Preston)  In assemblea ho proposto che il comitato dichiari suo dovere assistere un socio nella disgrazia...

Preston          (fingendo che gliene importi)  Siete stato molto buono a far questo, maggiore!

Watson         Un momento! Non è finito! (Ripete)  ... di assistere un socio nella disgrazia e di aprire una sottoscrizione per la sua difesa. Mi aspettavo qualche opposizione e ho detto subito che avrei dato le dimissioni da presidente del Circolo se tale deli­berazione non fosse stata passata ai voti, e infatti passò, con nove voti contro tre. Dick Podmore ha appoggiato molto questa decisione ed è comunque con voi. Suo fratello fa l'avvocato. Non è ancora molto noto, ma è un ometto intelligente che conosce tutti i trucchi. Ha tirato fuori un tizio da un brutto caso di rapina giù a Shoreditch, il mese scorso...

Janet              Mio marito ha già un avvocato,  maggiore...

Watson         Lo so, ma quel Petherbridge è troppo formalista, troppo all'antica, non è adatto in un caso come questo. Qui ci vuole un avvocato vero e proprio. Non chiederà molti perché... beh, un tipo come quello ha bisogno di farsi strada. Ho aperto io stesso la sottoscrizione con cinque sterline e ho già la pro­messa di altri versamenti. (Sorride a Preston)  Quindi, amico mio, non c'è niente da preoccuparsi da questo lato.

Preston          (stancamente)   Grazie, maggiore.

(Ha ascoltato pazientemente, ma la voce acuta e rimboccante del maggiore Watson è fisicamente un tormento per lui. Sua moglie gli si avvicina e lo prende per un braccio)

Janet              Mio marito è molto stanco, maggiore. Sono certa che vi sarà riconoscente, ma ora desidero che si riposi.

Watson          (con simpatia)   Eh, ma certo... povero Preston, capisco. Volete che vi mandi una bottiglia dì Porto o di qualche altra cosa?

Preston          (abassa voce)   No, grazie, maggiore, siete molto gentile, ma... non ce n'è bisogno, grazie.

Watson         Beh, non dimenticatevi di questo: sono pronto ad aiutarvi. Ditelo anche al dottore. Basta che me lo diciate.

(Janet aspetta che se ne vada, ma egli non pare averne intenzione, guarda Peggy con insistenza, curiosità e ansia. Gli piacerebbe scoprire più di quello che sa, ma Peggy gli volta le spalle e guarda il caminetto ignorando la sua presenza. Watson si volta ed esce con Janet)

Voi conoscete il mio numero. Basta chia­marmi al telefono, se avrete bisogno di me.

Janet              Senz'altro.

Peggy              (si volta quando Watson è uscito. A Preston)   Chi è quello?

Preston         È un mio amico. È bello da parte sua volermi aiutare. (Breve silenzio)  La polizia sa che siete venuta qui!

Peggy             Non ancora, ma lo saprà presto.

Preston         Sapete cosa significherebbe se andaste a parlare? Capite la gravità della cosa? Voi non siete una bambina, Peggy... vi rendete conto delle con­seguenze che potrebbe avere?

(Janet si è liberata di Watson e torna in salotto).

Peggy             Sentite, Dave. Voi non capite cosa vi èsuccesso e pare non cerchiate neppure di capirlo.

Preston         Ma sì che capisco. Forse sono l'unico che ha capito. La sola cosa che non capisco è perché doveva succedere una cosa simile e proprio a me. Molto tempo fa si credeva agli spiriti del male che stanno in agguato finché, ad un tratto, se ne impossessano. Buona gente, certe volte. Già, perché io non dovrei definirmi buono? Forse è per queste ragioni che è successo quel che è successo. Non è solo per quanto ho fatto lunedì sera. Quando venne la polizia ero stordito dalla paura, non pensai che a salvarmi. Cercai di tirare in ballo il mio migliore amico, come un uomo può trascinare davanti a sé un bambino per salvarsi da un toro furioso. Dissi che quella sera ero a casa sua, ma, per grazia di Dio, lui era partito. Mi avrebbe certamente aiutato, come state facendo voi, avrebbe giurato che ero da lui, finché in Tribu­nale gli avrebbero estratta a forza la verità e cosi anche lui si sarebbe trovato nei guai per colpa mia. Questa non è una cosa molto « buona » da farsi. L'altra sera mi venne in mente lui come l'unico amico che avrebbe potuto aiutarmi. Non pensai che ve n'erano altri... (Guarda Peggy)  Voglio che andiate a casa, ora, perché state scherzando con delle cose pericolose, più pericolose di quanto non crediate, Peggy... Promettete di andare subito a casa.

Peggy             Salite a riposarvi e non pensate ad altro, come vi ha detto la signora.

Preston         Me lo promettete?

Peggy              (stringendosi nelle spalle)   Se è questo che volete.

Preston         Non crediate che non ve ne sia grato. Siete venuta fin qui per aiutarmi... e mi avete aiutato... più di quanto possa dirsi... e non lo dimen­ticherò... Buona notte, Peggy! Janet... Janet... cara... (Le sorride, poi esce dalla stanza e sale le scale. Via).

Peggy              (a Janet)   Non sta bene, è proprio malato. Dovreste chiamare il dottore.

Janet              C'è già stato il dottore.

Peggy             Beh, pensate a lui. Io vado alla polizia.

Janet               (ancora tormentata dal dubbio)   Pensate proprio di andarci?

Peggy             Certo che ci vado!

Janet              Se la ritenete una cosa giusta, è bene che la facciate.

(L'ispettore Hemingway avanza per il violetto del giardino. Janet va ad aprire la porta. Peggy prende la propria borsa e ne tira fuori un paio di guanti di cuoio scuro e un fazzoletto che Preston ha dimenticato alle « Quattro piume » lunedì sera. Li mette sul tavolino).

L'Ispettore    (entra)   Buona sera, signora Preston. Vostro marito è in casa?

Janet              Sì, è di sopra. (Con ansietà)  Ma è appena venuta una signorina.  Vorrei che sentiste quel che ha da dire. (Lo fa entrare; presentando)  L'ispettore Hemingway... la signorina Dobson.

L'Ispettore   Ah, sì. Sapevo che eravate venuta, signorina. Ho fatto quattro chiacchiere con vostro fratello e vostra sorella oggi pomeriggio.

Peggy              (stupita)   Come mai eravate informato?

L'Ispettore   Di che cosa? Che il signor Preston era venuto da voi? Oh, ce lo disse ieri lui, ma capi­rete, era così deciso nel sostenere che si era fermato a bere un bicchiere di sherry e che poi, alle sei in punto, stava proseguendo per la stazione, che in principio ci portò un po' fuori di strada. Ho perduto un'infinità di tempo a far ricerche intorno alla sta­zione. (A Janet)  Non è che io lo rimproveri di questo, signora, sono certo che non sapeva cosa gli fosse realmente successo.

Janet                E passò davvero la notte là?

L'Ispettore   Oh sì. Senz'altro. Non ve l'ha detto la signorina Dobson?

Peggy             L'ho detto anche a lui ma pare che non capisca.

L'Ispettore   Oramai è tutto a posto, signora Preston. Mi hanno detto tutto, e non c'è più ragione che vi preoccupiate.

Janet              E voi credevate che fosse stato lui a commettere quell'assassinio?

L'Ispettore   Oh no... non l'ho veramente cre­duto... benché, badate, vostro marito avesse creato un po' di confusione, e non potessimo essere per­fettamente sicuri finché tutto non fosse chiarito. No. C'era un'altra cosa che mi colpì. Mi sembrò una coincidenza molto strana che un uomo cercasse di incolpare il signor Preston di furto proprio la sera in cui non era in casa.

Peggy             Sui giornali non parlavano di furto, però.

L'Ispettore   Era troppo una coincidenza, capite cosa voglio dire? (Pausa)  Le uniche persone che sapevano dell'assenza del signor Preston, oltre voi, la polizia e la famiglia accanto, erano quelle dell'ospedale, perché fummo noi a telefonare... L'ospe­dale viene a saperlo poco dopo le nove e il furto al Circolo avviene alle dieci. Cominciai a capire che in tutto questo c'era qualcosa che non andava, special­mente quando il signor Preston nominò per caso un individuo che lavora all'ospedale la sera e al Circolo la domenica.

Peggy             Ma i giornali parlano di un assassinio, di un delitto.

L'Ispettore   Oh sì, il delitto c'è, e come: è la solita storia dei ladri che si tradiscono a vicenda. Robinson, il cameriere, e questo individuo dell'ospe­dale sapevano del denaro nella cassaforte. Forse avevano stabilito di impossessarsene proprio lunedì sera, forse la sera dopo, chissà. Sapevano che il denaro sarebbe rimasto nella cassaforte finché non venissero pagati i premi della lotteria, ma quando sentirono che il tesoriere del Circolo non era a casa e che nessuno sapeva dove si trovasse, l'occasione sembrò troppo propizia. Scassinano la cassaforte e dividono il denaro. Poi Robinson va dal maggiore Watson e gli imbastisce una storia dicendo che ha visto Preston prendere il denaro.

Peggy             Questa è un'azione molto sporca, direi.

L'Ispettore   Beh, non credo che in realtà pen­sasse di poter incriminare un uomo come Preston; non lo pensava seriamente, comunque, ma serve sempre a confondere le idee e a guadagnare tempo, capite. Nel frattempo il nostro amico dell'ospedale pare non fosse molto soddisfatto della divisione della somma e cambia idea. Ferma Robinson mentre va alla stazione, tenta di estorcergli il denaro, finisce per colpirlo mortalmente alla nuca e fuggire con la refurtiva.

Peggy             L'avete preso?

L'Ispettore   Preso e confessato. Signora Preston, per quanto riguarda vostro marito, tutto è perfet­tamente a posto.

Peggy              (ha ascoltato con crescente indignazione. L'ispettore non ha saputo resistere a dimostrare un certo orgoglio mentre racconta il successo delle sue indagini, e le sue ultime parole, pronunciate in tono leggero, sono troppo per lei. Con ira)   

Ah, è tutto perfettamente a posto, vero? Secondo voi basta fare un bel sorriso, sfoggiare la vostra abilità e tutto è a posto. A sentirvi si direbbe che parlate di un cane smarrito che è tornato a casa! Ma non capite che l'avete fatto star male? Terribilmente male? Appena avete saputo che non era stato lui, perché non gli avete telefonato dalle « Quattro piume » e non gliel'avete detto subito? Siete venuto quando vi ha fatto comodo, ecco la verità! Che cosa importano i suoi sentimenti, quello che passa dentro di lui!... Che aspetti! Che continui a soffrire! Siete tutti eguali, non siete buoni ad altro che a far la ronda di notte e a vedere che i bar chiudano alle dieci!

(Fatto questo sfogo si rivolge a Janet e le prende una mano) 

Mi dispiace, signora Preston, ma più di questo non potevo fare. Spero che vostro marito si rimetta al più presto. Buona notte.

Janet               (con gratitudine)   Buona notte. E grazie infinite.

Peggy              (dà un ultimo sguardo mentre va alla porta)   Avete bisogno di me?

L'Ispettore   No. No. Grazie. Non c'è altro.

Peggy             In caso, sapete dove trovarmi: Peggy Dobson, le « Quattro piume , River Lane.

(Janet apre la porta del salotto. Peggy traversa l'in­gresso ed esce. Janet è ora cosi stanca e felice che non si accorge di lasciare aperta la porta dell'ingresso. Preston appare sulla scala, indi lenta­mente, mentre si svolge il dialogo fra l'ispettore e Janet, sparisce in giardino. L'ispettore è rimasto un po' male per le parole di Peggy e vuol giustificarsi).

L'Ispettore   Mi dispiace, signora Preston, forse avrei dovuto telefonarvi...

Janet              Oh, non fa niente...

L'Ispettore   Quando mi hanno detto che era venuta la signorina Dobson, naturalmente io...

Janet              Non importa. Non preoccupatevi. (Sospira)  Che sollievo! Ha sempre fatto una vita così tranquilla... una cosa come questa... lo preoccupava da morire...

L'Ispettore   Forse preferite restare sola con lui e dirglielo voi stessa?

Janet               (subito)   No! Voi dovete dirglielo, a me non crederebbe, voi dovete convin­cerlo. (Va alla scala)  David! David! (Alla porta della cucina)  David! (Al giardino)  David! (Poi improv­visamente)  David, che fai!

(Colpo di rivoltella. Urlo soffocato di Janet. L'ispettore si precipita fuori. Pausa nella quale la signora non osa guardare alla porta, poi si decide e grida) 

David, in nome del cielo!

L'Ispettore    (da dentro)   Siete impazzito! Pro­prio nel momento in cui la vostra innocenza è pro­vata! (Entra sostenendo David).

Preston          (sulla porta tenendo»» una mano sul petto)   Janet perdonami... Volevo evitarti la vergogna della galera, del manicomio, non sono riuscito... (Mentre vengono avanti la signora sposta la poltrona e l'aiuta a sedere mentre l'ispettore parla).

L'Ispettore   Per fortuna il vostro grido deve avergli fatto tremare la mano; il colpo è deviato, me ne intendo, la ferita è di striscio.

Janet              Dio ti ringrazio!

L'Ispettore   Il vostro alibi era perfetto. L'as­sassino di Robinson è stato arrestato. Ha confessato.

Preston          (dopo una pausa, alia signora Preston)  Non è vero! Non è vero!

Janet              Un dottore, presto!

L'Ispettore    (va al telefono e forma un numero).

Preston         Non è vero, Janet, non è vero!

L'Ispettore    (al telefono)   Qui 16 Allen Street Bromley. Un'autoambulanza subito, parla l'ispet­tore Hemingway.

FINE DELLA COMMEDIA

Alla prima rappresentazione di questa commedie, al Teatro Odeon di Milano, 11 10 luglio 1950. da parte della Compa­gnia Donadio-Giorda, con le direzione di Giulio Donadio, le parti furono così distribuite: David Preston (Giulio Donadio); Janet (Landa Galli); dott. Sparling (Marcello Giorda); maggiore Watson (R. Martini); avvocato Petherbridge (Fernando Farese); Peggy Dobson (Adriana Innocenti); Ispettore Hemingway (Gualtiero Rizzi); un poliziotto (A. Beratti).

♦ Tutti I diritti riservati alle Edizioni Raggio, Via Savoia, 80 - Roma.

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