A cuore aperto

Stampa questo copione

A cuore aperto

Atto unico di Patrizio Cigliano

Due Monologhi Incrociati

Scena: Un catino antico, di alluminio, al centro, in proscenio. A sinistra, una

scatola di latta dei biscotti della nonna. Sulla destra, una sedia fredda, da

ospedale. Nel catino (debitamente nascoste) 7 vecchie fotografie e due mele, una

pinza da fotografo. In quinta: due omini, un filo con 7 mollette, una “guida”

rossa da srotolare, 6 valigie antiche,un cesto da pic-nic, un vecchio album di

fotografie.

Controluce blu. Lento ticchettio di un pendolo antico. Entrano di spalle due

vecchi. da DX e SX. Un uomo e una donna. Sono avvolti dentro cappotti, sciarpe,

cappelli e guanti. Lui ha un bastone da passeggio. Non si vede il volto. I due

vecchi si vanno lentamente incontro di schiena. In lontananza si sentono le voci

di due vecchi cantare una antica ninna nanna toscana. Il vecchio scuote il capo

lentamente, ripetutamente come se dicesse “No, no, no, no, …”. Quando stanno per

scontrarsi si fermano e si voltano lentamente. Il vecchio alza una mano tremante

verso la vecchia che solleva la sua mano e gliela consegna. Il vecchio la

prende, la carezza e la bacia gentilmente. La ninna nanna registrata lascia

spazio al battito di un cuore. In lontananza, come da un vecchio grammofono, si

sente “Signora illusione”(1932). I due si avvicinano e accennano una danza,

mentre il vecchio comincia a piangere. E’ un pianto trattenuto, sentito. Si

copre il viso con le mani tremanti. La vecchia cerca di rassicurarlo, invano.

Lui cerca qualcosa nelle tasche. Trova qualcosa: una vecchia foto ingiallita. La

guarda. Scuote il capo Silenzio. La vecchia gli prende dolcemente la foto dalle

mani, la guarda. Sul battito del cuore i due vecchi cominciano a spogliarsi. Il

ritmo del cuore va progressivamente aumentando. In questa temperie crescente, si

sfilano i cappotti, le sciarpe, i cappelli. Si fermano. Ora sono due trentenni.

Lei è in camicia da notte antica, candida. Lui ha un completo chiaro, di

velluto.

ENSAMBLE (registrata) “Così ti ricordo. Così voglio che mi ricordi”. (Dal vivo)

Così ti ricordo. Così voglio che mi ricordi: Giovane.

…Ci siamo. Mezzogiorno meno 2. L’avevano detto.

Lei prende una mela e l’addenta per poi passarla a lui.

Lui prende la mela e va a sedersi. Prende dalla tasca un temperino e comincia a

sbucciarla con cura. Crea una lunga striscia rossa di buccia che arriva fino a

terra. Intanto parla. Di tanto in tanto si morde un labbro. E’ una specie di

lucido delirio da cui dovrà trasparire lo stato di grande confusione momentanea

in cui si trova. In sottofondo si dovranno sentire dei suoni precisi,

memorizzabili ma non decifrabili subito. Durante tutto il monologo, lei si

aggira per il palcoscenico come una “presenza” evocata. Toccherà oggetti, e

consegnerà a lui di volta in volta delle lettere: la loro memoria. Ogni lettera

sarà da lui “immersa” nel catino, tipo camera oscura, e per magia si trasformerà

in una fotografia antica, del loro passato. Ogni foto sarà poi appesa ad un filo

di mollette che attraverserà tutto il palcoscenico.

LUI …Perché, qualsiasi cosa pensi si deve rallentare con le parole? Perché non

si riesce a dire tutto senza dire niente solo con uno sguardo? Le parole sono un

inciampo, il pensiero è libero! Sto pensando: almeno una dozzina di immagini,

storie, che solo a elencarle tutte ti darebbero del matto! Niente panico. Niente

panico! …Come corre il pensiero! Quanto è libero! (piange) …Dove sono? Dove sei

tu? Perché non mi rispondi! Parlami! Guardami! Apri gli occhi! Dimmi che è tutto

a posto! In ogni faccia vedo la tua, in ogni sguardo vedo i tuoi occhi! …Dove

sei, adesso? … Mezzogiorno meno 2. …Ci siamo. L’avevano detto! Continuo a

mordermi e rimordermi il labbro e nel petto il cuore sta esplodendo per te!

Gli cade il coltello [rumore anche registrato], lo raccoglie e incrocia lo

sguardo di lei [lei sarà “virtualmente” la platea] . Serio, si pietrifica

fissandola. Sorride.

LUI …Amore! Amore, che c’è? …Perché mi guardi così? … (posa coltello e mela

sulla sedia. Avanza al centro in proscenio) Che calma improvvisa, mi è venuta!

Che pace, nei tuoi occhi …Che c’è, occhi d’acqua? …Come mi guardi! Non mi hai

mai guardato così. (pausa lunga. Lei gli mette in mano gentilmente la prima

lettera) …Mi ricordo di te a ricreazione, seduta sui gradini del cortile, mi

guardavi più o meno così. (serissimo, cambiando fronte col capo, come fosse un

“insert” a parte, mentre una voce anziana maschile“raddoppia” la battuta)

…Mezzogiorno meno 2. (Pausa. Si riprende) …Chi l’avrebbe mai detto? (Va vicino

al catino) …Mi incuriosivi, ma non avevo per te tanta simpatia. Chi l’avrebbe

mai detto? Tutta una vita! …Non vedevamo l’ora che arrivasse Aprile, i primi

caldi, per correre nei prati all’uscita della scuola per andarci a tuffare nello

stagno del salice. 15 marmocchi nudi, in acqua per ore. Finché qualche “grande”

non veniva a sgridarci. Tutti con le labbra viola. Meravigliosa campagna

assolata. Con lame di cipressi che sembravano orli sul centrino azzurro del

cielo. Chi l’avrebbe mai detto? … (tira il filo delle mollette da parte a parte)

…Improvvisamente tutti abbiamo sentito l’esigenza di coprirci! Improvvisamente

tutti insieme abbiamo deciso di fare il bagno con le mutande contemporaneamente,

tutti. Senza che ne avessimo mai parlato prima. …Credo sia stato per via di

quella mia figuraccia quando ho visto entrare in acqua, nuda, quella cugina

livornese di Giovanni. Era più grande di noi, e ho sentito una cosa strana,

molto imbarazzante, e giù a piangere! E disperatamente, perché tutti l’avevate

notato. Che tragedia! Pensavo di essere diventato improvvisamente deforme, con

quella specie di grande porro in mezzo alle gambe. …Così, come quando prendi una

botta ti metti subito a massaggiare per fermare il gonfiore, ho cominciato a

massaggiarlo… e invece di sgonfiarsi cresceva! E quanto! “Che malattia sarà?”

“Guarirò mai”? Lì per la prima volta, ho capito il sesso. Per la prima volta,

tra milioni di domande che mi riempivano la testa su quella cosa strana, ho

capito che era finita una parte della mia vita e ne cominciava un’altra. E c’eri

ancora tu! Ancora. Come prima ma diversamente. … (ancora l’insert) Mezzogiorno

meno 2. … (Pausa. VA AL CATINO) E con te ho cominciato a rendermi conto di

quello che c’era intorno. Buona natura esplosiva: invitava alla pace. (LETTERA

NEL CATINO) …Ti ricordi nel fienile? Eri uno spettacolo con quella coroncina di

paglia tra i capelli. Siamo stati lì dentro tutto il pomeriggio. Io mi davo un

gran da fare a toccarti il sedere! Non so perché! Tu non te l’aspettavi. Ma ho

capito che quello, era il giorno. Il cuore ha cominciato a martellarmi in gola.

Ero terrorizzato! Non pensavo che avresti preso tu l’iniziativa. E quando

improvvisamente hai infilato la mano nei miei pantaloni: panico! L’idea di

essere troppo eccitato e (gesto di cilecca) … o di non esserlo abbastanza -

peggio ancora! - mi devastava. … No, è che volevo farlo bene, come si deve. Per

te! …Sapevo che sarei stato capace, (PRENDE LA PINZA E ESTRAE UNA FOTO) ma non

volevo deluderti. Ero terrorizzato. …Avevo anche controllato sul libro di

biologia, ma le parti intime, ovviamente, erano censurate, (SI ALZA E VA AL

CENTRO) e c’erano solo nomi latini, diagrammi, sezioni longitudinali del corpo

femminile! Non si capiva niente! Come si fa a non essere nervosi? …Avevo paura

di farti male. Avevo paura che ci scoprissero. Avevo paura del peccato. E avevo

paura di quell’enorme, minaccioso e terrificante topo che si aggirava

indisturbato tra le balle di fieno, sempre più vicino a noi sorridendoci con un

ghigno di supponenza. E quando l’hai visto anche tu, hai cacciato un urlo

agghiacciante e in un secondo eravamo fuori. …E io mi sono sentito sollevato.

Credo di averlo addirittura ringraziato, dentro di me, quel topo. (pausa.

Negativo) … Bel ricordo! (pausa. Positivo) Magnifico, sì! (ALLA FOTO CHE HA IN

MANO) …Eri uno spettacolo con quella coroncina di paglia tra i capelli! (VA AL

FILO E APPENDE LA FOTO MENTRE PARLA) Ci conosciamo troppo bene, da troppo tempo.

Non abbiamo segreti! Ci capiamo con uno sguardo. … Chi l’avrebbe mai detto?

(pausa. Serio, VOLTANDOSI DAL FONDO PER POI AVANZARE) Perché mi guardi così? Non

abbiamo segreti, noi!

L’attore si sdoppia, facendo tutte e due le parti. Le battute che dovrà dire

come se fosse “lei” sono scritte in rosso. L’attore farà un lieve alleggerimento

della voce e troverà un ritmo più lento. Fisicamente ora resta “uomo”: il viso

non si “incollerà” sulle battute di lei, ma solo su quelle di lui.

…Ho avuto un amante. (tuono) – (lui si accascia come colpito da una lama, a

destra, sotto il costato, da cui emerge una traccia di sangue. Continua lei) Non

te l’aspettavi, vero? Eppure è così: ti ho tradito! – Non ci credo. – Durante la

guerra. Tu eri lontano. – Noi non abbiamo segreti! (LA VOCE ANZIANA MASCHILE,

REGISTRATA) Non pensare! Non questo! Non è possibile! E’ un pensiero falso! –

(LIVE) Era un tosatore. –Di che? – Di pecore, scemo, conosci altri tosatori? –

(REGISTRATA) Lo vedi? Anche il pensiero ti prende in giro? Non ascoltarlo! –

(LIVE) Era un ragazzo. – (REGISTRATA) Non ascoltare. Non è vero! Smetti di

pensarlo! Te l’avrebbe detto da un pezzo, e tu l’avresti capita! – (LIVE) … Mi

hai tradito? (REGISTRATA) No. Non devi pensarlo! Non ha senso! – (LIVE) Sì, ti

ho tradito. –Perché? – Per vedere se potevo stare senza di te. Se avrei saputo

dimenticarti, se quella guerra maledetta mi avesse privato di te. – (in platea)

E ci sei riuscita? (REGISTRATA) Smetti! – (LIVE) No. Ma ho visto chiaramente

quanto eravamo legati, anche con un filo spinato in mezzo. – Come mi guardi!

…Perché me lo dici adesso? (REGISTRATA) Non ti dice niente! Perché vuoi pensare

male? – (LIVE) Non è il momento di tenersi segreti, e ora davvero non abbiamo

segreti! Che ore sono? – Mezzogiorno meno 1. –

Una folata di vento. L’attore ondeggia e “diventa” lei, ora anche nella postura.

Guerra maledetta! Allontanarti da me tutto quel tempo! Patrioti increduli!

Borghesi idealisti. Chissà che ricompensa vi aspettavate. E invece: traditi!

Finché servivano gambe e braccia da mandare sotto il sole africano andavate

tutti bene, poi hanno dovuto scegliere, e chi era “scomodo”, l’hanno consegnato

a quegli altri.

Scopre un braccio su cui spicca il tatuaggio dei Lager Nazisti. Tuono.

C’era una pensione in una città del Sud, in un quartiere che si chiamava Fonte.

Al secondo piano c’era un corridoio con una lunghissima fila di soldati, in

attesa dietro una porta. E Ogni soldato aveva una manciata di spiccioli o dei

doni: calze, profumi. E ogni pochi minuti la porta si apriva, usciva un soldato

e ne entrava un altro che riusciva dopo pochi minuti senza più quegli spiccioli,

quei doni, quelle calze, quei profumi. E un soldato molto giovane uscì con

ancora tutti i suoi doni in mano. Asciugandosi le lacrime. Perché era giovane e

perché aveva paura di morire. E perché la donna in quella stanza sapeva di

cannella. (LEI GLI CONSEGNA UN’ALTRA LETTERA) Com’è che dicevi? Ah, sì: “pensavo

che l’Amore fosse una cosa facile”!

Ancora una folata di vento.

“Che perdita di tempo! Inutile, stupida perdita di tempo. Tutti in guerra! Tutti

i nostri ragazzi indistruttibili che mi trascinavano nello stagno quando andavo

a lavare i panni. Tutti schiacciati in un solo finestrino di quel maledetto

treno alla stazione, sorridendo incoscienti sorrisi sui denti. …E Giovanni ha

preso il volo. Poi Marco, coi suoi polsi ossuti che spuntavano dalla giacca. Un

ragazzino con le braccia di un uomo. E tu. E tutti voi. E noi. Tutte noi

totalmente inebetite. Tradite. Cercando di sorridere tra le lacrime mentre il

treno se ne andava. Tutte. Tranne la signora Paola. (VA ALCATINO E SI

INGINOCCHIA) Di spalle, nell’ombra. Con la faccia di pietra. Una smorfia di

ghiaccio. Lei sapeva tutto. Già tutto. Noi no! Maledetto tramonto alla stazione.

(IMMERGE LA LETTERA) Ci avevate tradite. …Poi: i telegrammi. Tanti. Ogni giorno

toccava a qualcuno. Ogni giorno una botta. Quante ne ha prese la Signora Paola.

Una per ogni figlio. 5. Dio del cazzo, potevi lasciargliene almeno uno! …E piano

piano, eccovi ritornare, chi c’era ancora. Uno dopo l’altro, chi c’era ancora.

Giacomo senza più le gambe. Poi Pietro, con quel buco in testa tappato dalla

placca d’argento. Uno per uno, chi c’era ancora. E poi tu. Bello. Stagliato nel

tramonto della stazione. Così forte e perfetto come mi ricordavo. Non riuscivo a

crederci. Mi hai guardata, hai aperto le braccia e hai sussurrato il mio nome. E

io ti sono corsa dentro. E per la prima volta, la prima dopo quella dello

stagno, ti ho visto piangere. Ero spaesata, ma felice: quell’orrore era

finalmente finito! …E invece (PINZA E FOTO) ogni notte mi raccontavi qualcosa di

nuovo. Ogni notte si apriva in te una ferita che inondava il nostro letto di

sangue indelebile. (SI ALZA E VA IN CENTRO) E dentro ogni ferita, un’altra, più

profonda. Gli schizzi del cervello di Giovanni sulla tua giubba. Tommaso

schiacciato da un camion. Matteo, annegato in mare perché nello stagno stava

solo dove si toccava. Abbandonato nelle mie braccia piangevi e tremavi così

forte che pensavo morissi. E io avevo paura del sonno. Degli incubi. Avevo paura

di te. …Mentre non c’eri la mia carne bruciava per te. Volevo tenerti stretto.

Forte. Dentro di me. Forte! Volevo tutto. E tu mi hai dato tutto. …Troppo. …Ogni

nuovo orrore doveva essere la prova del tuo amore per me, vero? Io Dovevo

diventarne parte, vero? …Sì: (VA AL FILO E APPENDE LA FOTO) Pensavo che l’amore

fosse una cosa facile! (UNA VOCE ANZIANA FEMMINILE, REGISTRATA) Pensavo che

l’amore fosse una cosa facile! (LEI PRENDE DAL CATINO UNA MELA E GLIELA LANCIA)

…Allora ho deciso che non ti avrei più concesso nulla! Niente più fastidi

inutili! Sopportazioni sterili! La tua mania dell’ordine: tu mettevi in ordine e

io in disordine! Sì: fastidi, fastidi! Tutte quelle piccole cose che ti

infastidiscono quando conosci bene una persona. E noi ci conosciamo molto bene.

Da troppo tempo. (stava giocando con la mela e gli resta in mano il picciolo.

Piano) …“C”: Chicca. – (l’attore si palleggia la mela tra le mani con forza. Ad

ogni schiocco corrisponde una battuta. L’attore guarda la mela) No, scusa, e

quand’ è che ti infastidisco? – Beh, per esempio… quando fai cilecca! – …Ma sarà

successo una volta! – Figurati! – …Due! – In 70 anni? Ti sei sempre

sopravvalutato! – E tu allora? Che per togliere il calcare dai rubinetti li

prendi a martellate? - Non parliamo della tua vocazione da idraulico! Sei un

commerciante? Fai il commerciante! Che ti metti a fare l’idraulico, non sei

capace! – E tu vuoi sempre sapere quello che leggo! – E tu ti gratti il culo

davanti agli ospiti! Culo! Sissignore: “culo”, culo e non sedere! – Non dire

parolacce, e poi almeno io non lascio le mutande sporche nel lavandino! – Almeno

io non schizzo sulla tavoletta! – E tu non vuoi mai un gelato tuo, ma dai sempre

una leccata dal mio! – E allora? Che male c’è? – (Folata di vento. Lei ondeggia.

Torna lui. Tra sé) …Hai ragione: nessun male, occhi d’acqua! …La verità è che

non abbiamo niente da rimproverarci. E’ stata una storia bellissima! …

(L’insert) Mezzogiorno meno 1. (pausa) …Come corre il pensiero. Quanto è libero!

(LUI LANCIA LA MELA A LEI) …Il casale mi manca. E’ una bella parte di me.

(PRENDE DALLA TASCA UNA LETTERA INVISIBILE E SI AVVIA AL CATINO) Di noi. Mentre

ero in alto mare, era come un’ancora in mezzo a tutto quel delirio di morte. (SI

INGINOCCHIA) Anche quando ero al Campo, in Austria. Ma non solo casa nostra.

Tutt’ intorno. I campi, le colline, (APRE LA LETTERA IMMAGINARIA) i cipressi

(LEI GLI FA CADERE IN MANO LA LETTERA). Tutti quei nomi che usavo per cullarmi

come un bambino: Maddalena, Riva Verde, Gelsomino. Piccoli nomi pieni di magia.

Il Ponticello del Glicine, Libeccio, Ranuncoli. E tutti i fiumi: il Passetto,

l’Acquanera, il Lettogrande, che sembrava rigurgitare latte dalla schiuma dei

vortici. (LETTERA IMMERSA NEL CATINO. PAUSA) …Chi, tra me mamma e papà, fosse

tornato vivo, avrebbe venduto il casale. Mamma non ce l’ha fatta. Maledetti.

…Papà era troppo vecchio per stare lì senza di lei. C’era rimasto solo quello

per sperare di avere qualche soldo. Io avevo te. Lui non aveva più nulla.

Bisognava tornare in città. Meno spese e più comodità per tutti. Era troppo

vecchio per restare lì. La guerra era finita. Tante cose, erano finite o mancava

poco. Anche la nostra vita a due si stava trasformando in una (PINZA E FOTO)

meravigliosa vita a tre. (pianissimo) …Chicca! (SI ALZA E VA AL CENTRO) Anch’ io

mi ricordo il ritorno alla stazione. Anch’ io non riuscivo a crederci. Non avevo

dormito al pensiero di rivederti dopo 7 anni. Quando sei corsa nelle mie

braccia, ho pensato che mi sarei svegliato da un momento all’altro, in mezzo

alla neve, con quel sogno che scivolava via tra le dita. Per qualche tempo ci

siamo studiati un po’. Cercando di conoscerci di nuovo. Poi, (VA AL FILO) siamo

andati via dal casale. (APPENDE LA FOTO E POI VA VERSO DESTRA) C’era qualcosa,

nel paesaggio. Qualcosa che voleva mostrarsi, raccontare la sua storia. La

nostra storia. …Chissà che ne ha fatto, la banca, del nostro passato! Di tutti i

ricordi che non sono invecchiati di un secondo. Giovani, come siamo noi adesso!

Dentro. Giovani. …Pieno inverno. (CAMMINANO L’UNO VERSO L’ALTRA E SI SORPASSANO)

Tu eri andata via presto per cercare di vendere l’ultimo grano rimasto. Io ero

andato al canile per lasciarci i cani. (PRENDE LA LETTERA DALLE MANI DI LEI)

Azzannavano il freddo. Non potevo immaginarli, in catene. Mi tremavano le mani.

Loro avevano capito. Attraverso il guinzaglio gli arrivava il mio tremore. “Solo

l’inverno, poi vi vengo a riprendere e vi porto in città con noi, di nuovo

insieme”. A metà strada: (AL CENTRO, ACCOVACCIATO) “Via! Liberi. Fate quello che

volete! Scappate! Via”! Non si muovevano da me neanche di un millimetro. (VA AL

CATINO E SI INGINOCCHIA) Siamo tornati indietro. Piano. In silenzio. Vedendo il

casale che si riavvicinava, il dolore era straziante. Mi raggelava le braccia.

Abbiamo cominciato a camminare intorno al casale. I cani mi guardavano come per

dire: “che succede? Che scherzo ci stai preparando, adesso?”. (IMMERGE LA

LETTERA) Abbiamo camminato tutto il giorno. Battendo tutto il terreno intorno.

Tornato a casa, mi tremavano ancora le mani. Quella serena giornata d’inverno

non era riuscita a calmarmi. Non potevo entrare. Non riuscivo ad aprire la porta

della casa che mi aveva cresciuto. Mi sono seduto fuori, sul muretto, e quei

cani sapevano cosa stava succedendo. Là, seduti. Insieme. Tre vecchi amici che

aspettavano il tuo ritorno. …Ciao Golia! Ciao piccola Nuvola! Perdonatemi!

Quanto mi siete mancati! E quanto mi manca il casale! (LUNGA MUSICA – MA L’AMORE

NO - . LUI VA AL CATINO, APPENDE LA FOTO E PASSA IN RASSEGNA TUTTE LE FOTO

APPESE, LEI PRENDE LA MELA DALLA SEDIA E LI POSA NEL CATINO. POI PRENDE IL

TEMPERINO DALLA SEDIA E LO PORTA ALLA SCATOLA DI LATTA. PRENDE DALLA SCATOLA UNA

NUOVA LETTERA E LA PORTA NEL CATINO. POI TIRA FUORI L’OMINO DI SINISTRA E CI

METTE I VESTITI DI LUI DA VECCHIO. LUI SI VOLTA E TROVA IL SUO OMINO TUTTO

VESTITO. VA A CONTROLLARE LE SCARPE. LE PULISCE. INTANTO LEI PRENDE L’OMINO DI

DESTRA E CI METTE I SUOI VESTITI DA VECCHIA. LUI VEDE NEL CATINO LA NUOVA FOTO.

LA PRENDE E LA VA AD APPENDERE MENTRE LEI PRENDE UN’ALTRA LETTERA DALLA SCATOLA

E LA PORTA AL CATINO. SI INCONTRANO IN CENTRO E ONDEGGIANO AD OCCHI CHIUSI SUL

REFRAIN STRUMENTALE. LUI APRE GLI OCCHI E LEI NON C’è PIU’. VEDE L’ALTRA FOTO

NEL CATINO. LA PRENDE E VA IN PROSCENIO) Che c’è amore? Perché mi guardi così? …

(L’INSERT) Mezzogiorno meno 1. …No, credo di saperlo! … (VA AL FILO) (di spalle)

Sì, credo proprio di saperlo! – (LE VOCI DEI DUE ATTORI, REGISTRATE. LEI E’

ROSSA LUI E’ NERO)…Hai parlato con Chicca? – …Gliel’ho detto. // Gliel’hai

detto? – Farà quello che può. // Non verrà, vero? – Non verrà. // Avrei voluto

parlarle … – Ha detto di dirti che ti vuol bene. – Davvero? // Per lei è

difficile! – E’ difficile per me! // Si è sentita giudicata: era convinta, delle

sue scelte. – Avrebbe dovuto ascoltarmi. – I figli non lo fanno mai. /// (LIVE)

Non l’ho fatto neanch’io, Maria, con i miei genitori, per fortuna! Se l’avessi

fatto non avremmo vissuto questa meravigliosa vita insieme, Maria! I brividi

della disapprovazione di un genitore scavano dentro. Scavano e ti rovinano

dentro. Inquinano tutto! Ci vuole tantissimo per mandarli via! Io l’ho provato,

e so cosa vuol dire! E ho giurato che non lo avrei mai fatto provare a nessuno!

E ho voluto che Chicca sapesse che noi non l’avremmo amata di meno, per le sue

scelte! Ho parlato anche per te, sì. Perché so quanto ti manca! E perché so

quello che pensi! – (VA AL CATINO) Fino a Buenos Aires, per capire che avevo

ragione io: (SI INGINOCCHIA) “sono passati 17 anni, ormai”. Sono sua madre e non

la conosco. Né lei né mio nipote. (LA VOCE ANZIANA FEMMINILE, REGISTRATA, CANTA

LA NINNA NANNA MENTRE LUI TIENE GLI OCCHI CHIUSI, AGITANDO L’ACQUA IMMAGINARIA

NEL CATINO) “Fate la nanna coscine di pollo / La vostra mamma vi ha fatto un

gonnello / E ve l’ha fatto con lo smerlo tondo / Fate la nanna coscine di pollo

// Ninna nanna, ninna nanna / La bambina è della mamma / e la mamma è di Gesù /

La bambina non piange più”. (una fitta. Si porta una mano sul viso) … Ecco una

piccola fitta. E’ brutto quando il tuo corpo piano piano si ferma. Non c’è un

vero dolore, ma un crescente vuoto. Pezzetto per pezzetto te ne dimentichi. Una

piccola puntura di spillo e un battito del cuore fuori ritmo, e non senti più

quel fastidio che ti perseguitava. E’ triste, ma è naturale. Che ora è? – (LA

VOCE ANZIANA MASCHILE, REGISTRATA) Quasi mezzogiorno. (LIVE) Quasi mezzogiorno!

…Perché mi guardi così? …La stanza è pulita. Le lenzuola profumano di fresco.

Fiori lilla sul davanzale. La finestra aperta lascia entrare un caldo piacevole.

E’ una bella giornata per andare. Era bello essere così giovani. Occhi d’acqua.

– (L’INSERT) Quasi Mezzogiorno! (LIVE) Ci siamo! L’avevano detto. Quasi

mezzogiorno!…

Lui va al cappotto sull’omino. Estrae dalla tasca una busta sigillata con

ceralacca. Va a sedersi. L’apre: è il testamento morale di lei. Lo sentiamo in

registrata dalla voce anziana femminile.

“…Non ho paura, Giuseppe. Prima o poi deve succedere, no? Il fiume continua a

scorrere. I suoi panorami sfumano in lontananza, caldi e azzurri come la

memoria. La memoria. Ricordati di me. Il paesaggio raccoglie la sua vecchia

pelle increspata e fa capolino bramosamente sul muro dei tuoni che vengono da

nord. Ho preso tutto il sole possibile. Voglio restare in piedi, nuda, sotto la

pioggia. Aprire tutti i miei pori e berla. Tutta. Sentire la mia pelle di nuovo

giovane tirarsi sul mio corpo, senza sgualcirsi. Dolcemente. La schiena tornerà

dritta. I muscoli di nuovo scattanti. Io mi stiracchierò in quell’acqua e mi

vedrò per quella che sono davvero. Dentro. Quella che correva con te a tuffarsi

nello stagno del salice dopo la scuola. Giovane! …Ricorda tutto, di me!” –

(LIVE) Vorrei crederti, ma so che non è vero! Vorrei fidarmi di queste parole,

ma non ci riesco! Vorrei che fosse vera la serenità che vuoi trasmettermi.

…Niente da fare! - (LE VOCI ANZIANE, REGISTRATE) Le più belle parole del mondo.

- Tu non vuoi andartene! - Non voglio lasciarvi. - Lo so! Da come mi stai

guardando! - …Cosa senti per me, piccolo mio? – Sto morendo con te. – Fammi

andare.

Il ticchettio di un pendolo introduce un bolero drammaticamente crescente per

tutto il pezzo.

Succede così: tutto procede uguale per anni, e succede anche che di questa

consuetudine senza colpi di scena te ne lamenti – tu lo facevi sempre: ti

dichiaravi addirittura annoiata, da questa vita, da questa routine. Ma io sapevo

– l’ho sempre saputo! – che era solo un tuo modo di fare, e che in realtà, la

nostra vita, consueta, prevedibile e sempre uguale, era il tuo vanto. Lo sapevo

perché siamo uguali, dentro, nel profondo e perché era anche il mio, di vanto.

Succede! Succede!! E com’è bello conoscersi così bene! E’ quel momento in cui la

consuetudine di una vita insieme non ti pesa, ma anzi ne sei orgoglioso! E non è

un adattarsi, né un rassegnarsi, né un abituarsi. E’ che la vita insieme è fatta

di vite insieme! E la simbiosi tra due persone fa sì che ci si compenetri in

tutto. Non c’è routine in un gesto che racconta amore. Non ti stancherai mai di

vederlo. Non ti stancherai mai di farlo. Non mi sono mai stancato di te!

Succede! Succede!! Ormai è raro, ma succede! Succede! … Ma poi succede anche che

il controllo della tua storia, la scaletta sempre uguale del tuo “programma

preferito” – la tua vita! – ti sfugge di mano, e un “fuori programma” prende il

sopravvento. A una certa età lo sai che può succedere. Ma quando succede, non

sei ancora pronto! E succede che il panico inonda ogni angolo del tuo corpo. E’

un fiume di ricordi in piena. Le immagini si affastellano l’una sull’altra a un

ritmo indescrivibile. Succede! Succede!! Eccome, se succede! E sai che tra un

minuto sarà tutto finito! Non ci puoi credere, ma è così. E senti che hai ancora

molte cose da dire, ma sai che non avrai più il tempo per farlo. E’ una

sensazione straziante: ti senti impotente. Non c’è più il margine di recupero.

E’ andata davvero! Quel che è fatto è fatto e quel che non è fatto…! Allora

succede che il pensiero di non condividere più quella vita, quella routine, ti

devasta. Troppe cose, stanno rimanendo dentro di te. Troppe cose devi ancora

dire! E non sono – non devono essere! – le cose brutte. Non le scuse, non i

sensi di colpa da cancellare. Non sono – non devono essere! – i segreti, no!

Sarebbe scorretto, volersi pulire la coscienza adesso. Consegnarti il fardello

dei miei rimorsi e sentirmi “onesto” solo perché nell’ultimo minuto di vita

insieme ho trovato il coraggio di dirteli. No! Non sono – non devono essere!

queste, le cose che vorresti dire adesso! Non deve succedere così! Vorresti solo

– e non è poco! – dire tutte quelle cose belle che hai sempre pensato e per

pigrizia, forse stupido pudore, non hai mai detto. Vorresti raccontare quanto

grande è stato il tuo amore. Vorresti descrivere le sensazioni di un bacio;

dipingere la profondità di uno sguardo. Vorresti cantare l’armonia del contatto

fisico. Vorresti! Ma succede che il tempo carceriere ha vinto ancora. E quello

che resta è insopportabile. Un vuoto inatteso. Un dolore atroce. Un peso sullo

stomaco. Un ronzio fisso nelle orecchie. L’illusione che sia tutto un brutto

sogno viene sbeffeggiata dal sobbalzo della realtà che ti schizza in faccia

senza preavviso graffiandoti il cuore e il cervello con artigli di ghiaccio. E

per la prima volta assapori l’amarezza della solitudine. Disperato. Perché tutto

l’amore che hai dentro, sai di non averlo mai fatto vedere, se non all’inizio,

quando il pudore veniva soggiogato dalla magia delle pulsioni, dalla novità

delle reciproche scoperte. Quando l’imbarazzo dell’adolescenza era una forza e

non una debolezza! Da allora in poi, sai che sei stato avaro! E questa avarizia

testarda brucia e corrode, e purtroppo, continuerà a bruciare e corrodere fino

alla fine. E allora, solo allora, succede che capisci: ci voleva così poco per

fare così tanto! E disperatamente succede che le parole ti schizzano fuori dalla

bocca e dal cuore con la forza di un vulcano! E succede quello che non era più

successo da tanto tempo! Perché nel petto il cuore sta esplodendo per te! E

allora succede: Ti amo, amore mio! Ti ho amata da impazzire per tutta questa

nostra meravigliosa vita insieme. So che lo sai. Ma solo adesso ho capito quanto

è bello dirlo! Scusami! Ti amo! Ti amo, amore mio!

Fine musica. Ancora il ticchettio Poi il pendolo, 12 rintocchi mentre la voce

anziana maschile recita l’epilogo. Intanto l’attore va ad appendere anche il

testamento. Poi si va a rivestire da vecchio. La voce registrata è serena.

LA VOCE ANZIANA MASCHILE …Mezzogiorno. L’avevano detto i medici! “Ci siamo, si

faccia coraggio!” E su di me era piombato il panico. Avevi gli occhi chiusi,

respiravi con fatica, con flebili lamenti. Poi un’apnea. Mancavano due minuti,

forse meno, a mezzogiorno. Hai aperto gli occhi e mi hai guardato. Fisso. Non mi

avevi mai guardato così. E in un attimo hai fatto svanire tutta la confusione

che avevo in testa. E in quello sguardo di appena un minuto, è passata tutta la

nostra storia. 70 anni di felicità. E ci siamo risentiti giovani. Ho creduto di

ascoltare i tuoi segreti, i tuoi ricordi, senza una parola, ma io li ho capiti

tutti. Ripercorsi. Ti ho detto i miei, senza una parola. E so che li hai capiti.

Ripercorsi. Non mi avevi mai guardato così. Poi una lacrima ha trovato la sua

strada seguendo il corso di una ruga-letto-di-fiume. Mi hai sorriso. E hai

richiuso gli occhi. Era Mezzogiorno in punto.

Il pendolo batte l’ultimo rintocco. Con la voce rotta da un pianto trattenuto,

accenna la ninna nanna mentre arretra.

“Fate la nanna e la nanna farete / il letto cosparso di rose e di viole / e la

coperta di panno sottile / fate la nanna occhi d’acqua e di sole // Ninna nanna,

ninna nanna / la bambina è della mamma / e la mamma è di Gesù / la bambina non

piange più”.

Lei subentra in proscenio quasi “impallandolo”. E’ ad occhi chiusi e in evidente

Apnea. Spalanca bocca e occhi e prende una grossa boccata d’aria.

In questa boccata sentiamo la voce di lei da vecchia che grida “Giuseppe!”.

Prosegue lei dal vivo. Frizzante, allegra, un po’ “sempliciotta”. Nel monologo

di lei, sarà lui ad aggirarsi per il palco, con azioni di sostegno al recitato

di lei.

LEI Giuseppe! (LUI SI VOLTA, VECCHIO) …Devo andare. Sarei dovuta andare ore fa.

(Lei sorride) …Perché mangi sempre le mele così? (PRENDE LA MELA SBUCCIATA DAL

CATINO CON LA STRISCIA DI BUCCIA. CI GIOCHERELLA) …Una lunga lama di buccia

rossa. Sembra sangue che sgorga dalle tue mani. Da sempre. Fin dalla scuola. Mi

ricordo di te bambino, a ricreazione, seduto sui gradini con la tua mela e il

temperino. Mi sembrava una cosa da grandi. Mi stupiva. …Figurati! (SI LIBERA

DELLA MELA TIRANDOLA VIA) … Tu lo sapevi, lo so, e lo facevi sapendo che mi

stupiva. Mi avevi già capita. Mi guardavi con una maledetta superiorità. Mi

sentivo così inferiore! Giudicata. Tu eri ricco. La tua famiglia aveva negozi in

città. E il più bel casale della provincia. Commercianti di città che vivevano

in campagna. (GLI PRENDE IL BASTONE) Era strano! (LO POSA ALL’OMINO) Bella cosa

essere ricchi di famiglia, eh? Potersi permettere la macchina, (LO SPOGLIA DEGLI

ABITI DA VECCHIO) qualcuno che cucina per te, che pulisce per te, che coltiva il

grano per te. Figurati! Ti vedevo con ammirazione, antipatia e invidia. Perché

mi piacevi. E non potevo permettermelo. Era bello, però, essere così! Giovani!

(LUI E’ CURVO, ANZIANO. LEI LO RADDRIZZA E GLI METTE IN MANO LA BUCCIA. LUI SI

TOGLIE LE SCARPE, PRENDE IL FAZZOLETTO DALLA TASCA DIETRO DEI PANTALONI E VA A

SEDERSI ALLA SEDIA, STENDENDO IL FAZZOLETTO TIPO TOVAGLIETTA) …No, dico, tutte

le ricreazioni le passavi su quel gradino con la tua mela e il temperino. Solo.

Con un fazzoletto – sempre pulitissimo – che noia! - che stendevi con cura sul

gradino prima di posarci il tuo altolocato culo. – sissignore culo e non sedere!

Culo! – Ecco ho perso il filo! … (LUI PRENDE UNA MELA DAL CATINO E COMINCIA A

SBUCCIARLA) Sì: (ripassando) prima di posarci il tuo altolocato culo… (in voce)

protetto da pantaloni chiari. A volte corti al ginocchio a volte lunghi. Ma

sempre chiari e perfetti. Era un rito. Prima questa lunga striscia rossa che non

ho mai visto rompersi neanche una volta. (LEI SI SIEDE A TERRA. LA GUIDA ROSSA

VIENE SROTOLATA DA QUINTA A QUINTA) Poi facevi delle strane incisioni sulla

mela. Come dei quadrati. Affondavi il coltello nella carne zuccherina e ne

estraevi un cubetto perfetto. Lo avvicinavi alla bocca e prima di addentarlo

leccavi il succo che colava sulla lama. Non immaginavo che quel gesto mi sarebbe

diventato così familiare.. (Rumore del coltello che cade. CAMBIO DI FRONTE,

GUARDANO AVANTI) …Eccomi sono qui. Come mi guardi! Sì sono qui! Eri

soprappensiero! Come mi guardi! Sei spaventato! Piccolo mio, che pena vederti

così. In questo momento non sento più niente. Lo vedi? Anche il respiro si è

normalizzato. Che hai? Oddio, hai gli occhi lucidi! No, Ora mi sento molto

meglio. Davvero! Come mi guardi! Scemo, va meglio! Non vedi che sto meglio. Hai

avuto paura, lo so. Ma ora è passata. Va molto meglio! Quello sguardo! (SULLA

GUIDA, ENTRA UNA VALIGIA ANTICA) Un giorno tua madre ti ha sorpreso mentre

leccavi il coltello a ricreazione. Che ceffone, che ti ha dato. “Non si fanno

queste sporcherie. Mangia composto”. (LUI VA A POSARE MELA E COLTELLO ALL’OMINO)

Che faccia imbarazzata che avevi. Era venuta a prenderti all’improvviso per

andare in città per una settimana. (LEI PRENDE LA VALIGIA ROSSA E AVANZA AL

CENTRO MENTRE LUI SI TOGLIE LA GIACCA E SISTEMA TUTTI I VESTITI DA VECCHIO

SULL’OMINO. SI SLACCIA IL PANCIOTTO) Mentre ti portava via, ti ho raggiunto per

darti il fazzoletto che avevi dimenticato sul gradino. Tua madre me l’ha

strappato dalle mani con un grazie frettoloso e ha proseguito attraverso il

cortile della scuola. Per starle al passo, dovevi quasi trotterellare. Eri

piuttosto buffo. In contrasto con l’immagine altera che davi di solito di te.

Quel giorno mi hai fatto compassione, tenerezza. I tuoi occhi erano spaesati. Un

po’ come adesso. Ti ho visto come me: bambino. (LEI APRE LA VALIGIA. E’ VUOTA.

LUI LA RAGGIUNGE IN TERRA) Ma arrivato in fondo al cortile, sotto l’arco

dell’uscita, mentre tua madre apriva il cancello ti sei voltato, immagino per

controllare che la scena poco edificante fosse passata in cavalleria senza

grossi commenti da parte nostra. E invece ti guardavamo tutti. Guardavamo quella

bellissima signora elegante dal viso dolce ma troppo di fretta. E guardavamo il

tuo imbarazzo con una certa derisione, è vero. Tu hai sorriso e hai fermato gli

occhi su di me. Solo me. Più a lungo. (SULLA GUIDA, SECONDA VALIGIA) Poi

indicando il fazzoletto che tua madre ti aveva ridato, mi hai detto grazie. E

hai sorriso. (LUI VA A PRENDERSI IL FAZZOLETTO CHE AVEVA LASCIATO SULLA SEDIA)

Un sorriso strano. Che somiglia a quello che hai adesso sulla tua bocca, quando

smetti di morderti il labbro e rilassi quella meravigliosa bocca. Sto meglio! E

con quello sguardo mi hai conquistata. Non ci siamo più parlati per almeno un

anno. Ma da come di nascosto ci guardavamo – perché di nascosto ci guardavamo

eccome! – avevo capito di piacerti anch’io. Poi qualche bacchettone ha deciso

che era giunta l’ora di dividere i sessi! (SALTA SULLA SEDIA - DA GERARCA

FASCISTA) “Rigore: a scuola, maschi con maschi e femmine con femmine. Aiuta la

concentrazione e amplifica il rendimento”. “Concentrarsi sul dovere è una

prerogativa del popolo italiano”. (SCENDE) Figurati! A voi maschi sono spuntate

ore e ore di storia e ginnastica; (PRENDE LA VALIGIA E LA PORTA VICINO ALLA

SEDIA. CI SI SIEDE SOPRA) a noi molta matematica e cucito! E siccome i giovani

sono sempre ribelli, incontrarci dopo la scuola era diventato il massimo della

trasgressione e l’unico svago. Così, dopo quasi due anni, sono venuta a sedermi

accanto a te, sulla riva dello stagno del salice. L’ho fatto per sfidarti.

Perché per la prima volta in quello stagno il tuo comportamento era cambiato.

C’era (SMORFIOSA) la cugina livornese di Giovanni. Quella più grande, sì! Come

al solito facevamo il bagno nudi nello stagno, e tu improvvisamente sei

diventato rosso rosso e sei scappato via. (LUI VA A SEDERSI IN TERRA IN ZONA

VALIGIE) Ero gelosa. Invidiosa che lei avesse scatenato in te quel rossore. Non

ho mai capito come ha fatto! Quando ti ho raggiunto a riva, sei scoppiato a

piangere e sei scappato via cercando di coprirti. Era strano! Non l’avevi mai

fatto. Facevamo il bagno nudi da sempre, era normale, ormai, anzi lo era sempre

stato! Perché, quella vergogna improvvisa? Cosa volevi nascondere? Non hai mai

voluto raccontarmi che cavolo ti era successo! Gli altri ridevano del tuo

imbarazzo, io ti odiavo a morte. A te e a quella cugina di Giovanni. “Tornatene

a Livorno, no? Che sei venuta a fare qui?”. … Ecco ho perso di nuovo il filo!

Dove ero arrivata? Figurati! (PRENDE LA VALIGIA E LA PORTA DA LUI.) Vabbè,

comunque da quel giorno, caro mio, i nostri sguardi si incrociarono senza più

pudore. Anzi, amore mio, da quel giorno mi sono sentita più forte di te.

SI SDOPPIA. APRE E CHIUDE LA VALIGIA AD OGNI BATTUTA, IMITANDO LA VOCE DI LUI.

LUI E’ IN BLU.

“Io ci gioco pure, con te, ma perché sei sempre vestita così male?” [lei]

“Questi vestiti erano di mia cugina; a lei stavano bene, a me no”? – [lui] “Ah,

ho capito, sono solo un po’ vecchi!” [torna lei] Se avessi avuto più prontezza

di riflessi avrei dovuto stamparti 5 belle dita in faccia. Ero vestita con

quello che c’era in casa! I nostri “sarti” erano piuttosto modesti! Ti ricordi

la prima volta? – quella del fienile? – no, quella “vera”, completa, scemo! –

Ah, certo che mi ricordo! – Che ti ricordi? – Niente di particolare – Bugiardo,

ma se eri terrorizzato! – Io? Semmai nervoso. – Sei il solito spaccone. Secondo

me non ti ricordi. Quanti anni avevi? – 14! Sono sempre stato un tipo sveglio! –

14 era il primo tentativo, quello nel fienile! Questo era a 17 e se non prendevo

io l’iniziativa tu non l’avresti mai fatto. Ti sei sempre sopravvalutato! (AL

CENTRO) …Era estate. Il giorno della festa della ribollita. La festa era sempre

stata molto divertente, l’aspettavamo tutti!, ma quell’anno era addirittura

eccessiva. Si voleva non pensare alle brutte cose che serpeggiavano nell’aria

minacciosamente. Tutte cose che capisci solo dopo un po’. Per noi era solo una

festa! Attesissima. (DALLA VALIGIA PRENDE UNA VECCHIA BOCCETTA DI PROFUMO A

POMPETTA, CI GIOCA RICORDANDO SE’ DA PICCOLA) Si mangiava, si ballava e i grandi

chiacchieravano intorno al grande catino della ribollita. Mia mamma (POSA IL

PROFUMO) mi aveva messo il profumo che usava lei. Era il regalo di Natale della

maestra. Mamma lavorava a mezzo servizio da lei. L’ho portato tutta la vita:

cannella. Dopo il pranzo, mentre i grandi chiacchieravano, noi piccoli ci siamo

messi a giocare a nascondino. (LUI PER CHIUDERE LA VALIGIA E’ CARPONI) E ci

siamo trovati, io e te, carponi (SI INCONTRANO FACCIA A FACCIA, CARPONI. RIDONO)

allo stagno del salice. Non dovevamo avere un aspetto molto intelligente. (SI

STENDONO) Io me ne fregavo, ma tu perdevi punti, signorino mio! Dopo le meritate

risate per aver scelto lo stesso nascondiglio, c’è stato un lungo imbarazzo. Ti

ho preso la mano e siamo stati così ancora qualche interminabile bellissimo

minuto. Poi ci siamo guardati. E da un timido sorriso è nato un bacio. Il

secondo, dopo tre anni dal primo, del fienile. Sembrava naturale a tutti e due

proseguire da dove eravamo rimasti. (LUI SI ARROTOLA I PANTALONI) …Tremavi. (LEI

SI STENDE A PANCIA SOTTO) Il respiro era veloce e corto. Attraverso il mio seno,

sentivo il tuo cuore correre come un treno. Sentirti così in difficoltà, così

fragile, mi ha dato una grande forza. Anch’io avevo paura. Ma ero troppo curiosa

per ripensarci. Mi affascinava dall’idea del primo rapporto sessuale completo.

Mi spaventava solo l’idea del sangue, del dolore. …Che scema! Ero preoccupata

che… figurati! …Che non c’entrasse! In quei momenti la memoria non ti assiste.

In fondo lo conoscevo già e il ricordo di quel primo contatto fugace del fienile

era vecchio ma unico e quindi chiarissimo. Non avrei dovuto preoccuparmi. (SI

SIEDE) In quei momenti la memoria non ti assiste. E ingigantisci tutto. Invece è

tutto molto più piccolo di quello che pensi. (SULLA GUIDA ARRIVA L’ALBUM. LUI LO

VA A PRENDERE E RESTA IN CENTRO DIETRO DI LEI) Non è stato come nei sogni, ma

molto più semplice. Direi goffo. Bel ricordo! Meraviglioso, sì. …Come mi guardi!

Quanta vita c’è nel nero dei tuoi occhi. Sembra che tu voglia chiedermi perdono!

(LEI SI ALZA E VA VERSO IL CENTRO) Non farlo. Ti ho già perdonato tutto. Ed è

facile, perché non c’è niente da perdonare, amore di una vita. Ah! Ecco una

piccola fitta. (VA ALLA SEDIA) E’ brutto quando il tuo corpo piano piano si

ferma. Non c’è un vero dolore, ma un crescente vuoto. Pezzetto per pezzetto te

ne dimentichi. Una piccola puntura di spillo e un battito del cuore fuori ritmo,

e non senti più quel fastidio che ti perseguitava. E’ triste, ma è naturale.

(LUI VA ALLA PRIMA VALIGIA – QUELLA VUOTA - E CI METTE L’ALBUM) No. Ti prego,

non abbassare lo sguardo. Ho ancora molte immagini negli occhi e voglio dartele.

Guardami ancora, amore mio. …Come somigli a Francesca! C’è anche lei in quel

nero sconfinato. Chicca mia. (VANNO AL FILO. LEI PRENDE LA FOTO DI CHICCA) …Mi

ricordo stesa, con Chicca in braccio. Una piccola palletta rosa attaccata al mio

seno, felice. (FACCIA A FACCIA) Avrei voluto parlarle. Avevo il terrore che

finisse così. Perché così lontano da noi? Buenos Aires. (LEI TORNA DAVANTI AL

CENTRO) Ti ricordi quando ha parlato per la prima volta ? Non ha detto Pappa, né

mamma, né papà. Ha detto “no”. La parola che ogni bambino ha sentito di più. E’

normale! …E in quel no, a conti fatti, c’è tutta lei. …E in questo, ha preso da

me! (SI ACCOVACCIA E PARLA CON CHICCA. LO FA ANCHE LUI, DIETRO) …Chicca mia.

…Non è colpa nostra se le mamme sono più presenti dei papà. Non è colpa nostra

se ci toccano i divieti più odiosi. Non è colpa nostra se vi amiamo con qualche

premura in più! Vi abbiamo tenuti dentro per nove mesi! E quella simbiosi

assoluta non si cancella più! … Ma poi voi vi innamorate dei vostri padri! … E

non è colpa nostra! …Noi perdiamo punti e i papà recuperano importanza. E finché

non diventi grande, “mamma è cattiva e papà è buono”! Poi a 20 anni cominci a

capire, e tutto torna a posto. …Ma tu a vent’anni non c’eri già più! …Lontana,

ambigua… Argentina! (pausa) (SULLA GUIDA, ARRIVA IL CESTO DA PIC-NIC. LUI LO

PRENDE) …Vorrei tornare al casale. Che pace. Ho un’immagine: un giorno caldo.

Quel caldo accogliente del Mezzogiorno d’autunno stemperato dalla pioggia appena

passata. Tu ci porti il pic-nic a piedi nudi. Con i pantaloni arrotolati sotto

il ginocchio. Ti vedo venire da lontano, mentre Chicca gioca a raccogliere fiori

intorno. Le montagne sembrano più vicine e il sole si riflette nell’acqua del

lettogrande. (LEI METTE LA FOTO NELL’ALBUM. LUI APRE IL PIC-NIC. Vediamo i

piatti, i bicchieri una vecchia tovaglia e un mazzo di fiori di campo) Come mi

manca il casale. Mi sento meglio. (LEI TORNA IN CENTRO) Se Chicca arriva in

tempo voglio tornare al casale con lei. Sono sicura che me lo lascerebbero fare.

Tanto ormai cosa cambierebbe? Ma nel nero dei tuoi occhi vedo anche che non

arriverà. E so anche che continuerai a giustificarla! “Per lei è difficile!” –

E’ difficile per me! Per quanto tempo continuerai con questa scusa? Stai sempre

dalla sua parte. Io ho sempre torto, vero? … Io ho solo cercato di essere

concreta, realistica! Buenos Aires! …Ma lei si confidava con te, solo con te! E

non venirmi a dire che non eri dalla sua parte ! Sì, questa è l’unica cosa che

avrei voluto rimproverarti! …Mi ha spezzato il cuore! Non ti auguro di provare

come ci si sente! …Com’è che dicevi? (LEI IMITA LA VOCE DELL’ATTORE) “So come ci

si sente quando si ama davvero! So che vuol dire sentire i genitori che ti

sussurrano continuamente nelle orecchie “non è la donna giusta per te. La sua

famiglia non è chic, non è ‘bene’. Lei sa benissimo che avrai questo casale. Sa

da dove veniamo. È questo che sta puntando. Ne puoi trovare decine meglio di

lei”! Allora vai dalla tua donna. E senti che finché c’è lei vicino, potrai fare

tutto. Ma quel brivido di disapprovazione è sempre in agguato. Inquina e

indebolisce tutto. Ci vuole tantissimo per cacciarlo via. E io ho giurato che

non lo avrei fatto mai provare a nessuno. E ho voluto che Chicca sapesse che noi

non l’avremmo amata di meno per le sue scelte!”. (LA VOCE DELL’ATTORE,

REGISTRATA) “E io ho giurato che non lo avrei fatto mai provare a nessuno. E ho

voluto che Chicca sapesse che noi non l’avremmo amata di meno per le sue

scelte!” (LEI) Sono sua madre e non la conosco. Né lei né mio nipote. (PRENDE

UNA CARTOLINA DALLA TASCA DELLA CAMICIA DA NOTTE E LA STRAPPA. LUI VA A POSARE

IL PIC-NIC NELLA ZONA VALIGIE) “Sono passati 17 anni, ormai! Ci siamo solo io e

il bambino. Buenos Aires è peggio dell’inferno. Sei riuscita a rovinarmi la vita

anche con l’Oceano in mezzo. I brividi della tua disapprovazione hanno inquinato

tutto”. Una cartolina. Due anni fa! Quasi una punizione, no? (SI SIEDE ALLA

SEDIA) Ma so anche che l’avresti giustificata, minimizzata! Per questo non te ne

ho mai parlato! Per questo l’ho strappata. Quel giorno abbiamo discusso! Ti ho

detto che ero nervosa per via dei reumatismi. Ti sei arrabbiato perché non te

l’avevo mai detto. E perché mi avresti portato da un dottore. Ho cercato di

minimizzare. Non mi hai creduto. Da quell’anno ho fatto le terme ogni settembre.

Pur non avendo mai avuto un reumatismo! Non c’è che dire, almeno ci ho

guadagnato in salute! …Ma non ho mai voluto dirti di quella cartolina. Il vero

motivo di quel nervosismo, quel giorno. Non volevo farti conoscere Chicca per

come l’avevo conosciuta io! Non volevo far crollare l’immagine di piccola

ingenua con cui la vedevi. Non volevo che scoprissi con quanta durezza si

rivolgeva a me. E ho sbagliato! Avresti capito qualcosa di più di me, di lei… e

di te. …Chicca mia! (SULLA GUIDA, NUOVA VALIGIA ANTICA) …Quante cose ho dovuto

mandare giù! E non lo saprai mai! (VA IN CENTRO) Anche per colpa tua, caro mio.

E non lo saprai mai! Tu e le tue manie di ricco viziato. Preciso fino al

disgusto. (RACCOGLIE LA CARTOLINA STRAPPATA E LA METTE NEL CATINO) Che palle!

(LUI PRENDE LA VALIGIA E LA PORTA NELLA ZONA DELLE VALIGIE) Mica è stato facile

sopportarti tutta la vita! Eppure è stato così! Chi l’avrebbe mai detto! Io: la

figlia maschiaccio di una cameriera e un contadino, sposata con te. Io: sempre

vestita alla buona, moglie del “signor precisione”! Che palle! …Ogni sera la

stessa identica scena: mi inventavo sempre qualche cosa da fare all’ultimo

momento per perdere tempo, per riuscire a metterci a letto insieme, (LEI SI

INGINOCCHIA ALLA VALIGIA) per non doverti aspettare sotto le coperte quella

mezz’ora che sistematicamente mi faceva crollare – mi sarebbe piaciuto farci

qualche chiacchierata al caldo del lettuccio, sai? E invece no! (LUI APRE LA

VALIGIA. DENTRO C’è IL NECESSARIO PER LO STRUCCO E DUE ROTELLE DI CETRIOLI)

Dovevo sorbirmi tutto il tuo rituale maniacale della svestizione! Manco fossi il

Papa! (DURANTE IL PEZZO, SI STRUCCA E SI METTE I CETRIOLI SUGLI OCCHI) Prima ti

toglievi la vestaglia di flanella rossa. Prendevi la stampella dall’armadio, ce

la adagiavi con cura e poi la rimettevi dentro, sulla sinistra perché sennò te

la perdi! E per carità! Poi la camicia: la slacciavi a partire dal basso fino al

colletto, per ultimi i polsini, che guardavi con attenzione avvicinandoli in

trasparenza all’abat jour per vedere se c’erano ombrature. Se c’erano, a lavare.

Se no, sull’omino, ai piedi del letto. Le scarpe: seduto sulla sedia della

toletta sfilavi prima la destra poi la sinistra; le mettevi vicine alla luce e

sistematicamente scoprivi borbottando che almeno una era sporca. Prendevi dal

cassetto il lucido e lo spazzolino e le rifacevi nuove! Ogni sera! Poi i

pantaloni: via la cinta, arrotolata nel primo cassetto del settimino, e poi la

lunga trafila delle pieghe. Con una cura meticolosamente stucchevole li piegavi

almeno tre volte, finché non erano perfetti. Passavi una spazzolata e riponevi

anche quelli sull’omino. A questo punto prendevi il pigiama e andavi in bagno.

Ti pesavi e facevi sempre lo stesso commento: “Beh, per la mia età, reggo bene”!

Le ovvie lavate di rito – tutte, dai denti al collutorio, dalle orecchie,

all’acqua di colonia picchiettata su tutto il torace – e tornavi. Sollevavi le

coperte e ti accomodavi sotto le lenzuola e anche lì c’era il commento – sempre

lo stesso: (LUI, RISENTITO, CHIUDE LA VALIGIA) “il momento più bello della

giornata!”. (SULLA GUIDA, NUOVA VALIGIA. LUI LA VA A PRENDERE E LA PORTA ASSIEME

ALLE ALTRE) Io intanto avevo perso quasi tutte le mie forze nel torpore di un

silenzio accogliente. C’era il tempo di darci un tenero bacio, un sincero

“buonanotte, amore” spegnere l’abat-jour, (LO FA) e anche quella notte prendeva

il sopravvento. (LUNGA MUSICA. ABAT-JOUR (1939). LEI PRENDE UNA AD UNA LE FOTO E

LE METTE NELL’ALBUM. LUI METTE IN ORDINE LE VALIGIE. POI LEI GLIELE DISFA

DISPETTOSAMENTE. LUI LA COSTRINGERE A RIMETTERLE A POSTO. SI PROVOCANO

AMOREVOLMENTE. FINE MUSICA) …Che palle, Giuseppe! Ma che bello conoscersi così

bene! E’ quel momento in cui la consuetudine di una vita insieme non ti pesa

più, ma ne sei orgoglioso! Magari – come facevo io – te ne lamenti, ma in realtà

va benissimo così. E non è un adattarsi, né un rassegnarsi, né un abituarsi.

(LEI SI SIEDE IN MEZZO) E’ che la vita insieme è fatta di vite insieme! E la

simbiosi tra due persone fa sì che ci si compenetri in tutto. Non c’è routine in

un gesto che racconta amore. Non ti stancherai mai di vederlo! Non mi sono mai

stancata di te! Certo, mi sono anche presa delle rivincite, piuttosto

succulente! Non mi dimenticherò mai quando ci svegliammo in 30 centimetri di

acqua. (SULLA GUIDA, VUOVA VALIGIA) Sì: io per togliere il calcare dai rubinetti

li avevo presi a martellate! Ma tu caro mio mi avevi assicurato di averli

riparati a dovere! Idraulico mancato! Risultato: il tubo si era rotto durante la

notte e aveva continuato indisturbato a versare acqua in tutta la casa. (SI ALZA

E RESTA IN CENTRO. LUI SIEDE ALLA SEDIA) La mattina ci ha svegliati un rumore.

Hai fatto per scendere dal letto e dopo un inquietante “ciaff”, mi hai resa

felice come non avevi mai fatto! Per la prima volta dopo tanti anni di pantaloni

piegati, da quella tua boccuccia santa è partito un meraviglioso, sonoro e

appropriatissimo “che cazzo è?”. Tu che dici “cazzo”? Doveva essere qualcosa di

davvero terribile! Sono saltata giù dal letto preoccupatissima e … “ciaff”! E

tu: “Porca paletta, e qui restiamo affogati!” … Non abbiamo mai riso così tanto!

Eravamo di nuovo quelli dello stagno del salice! Di nuovo con i piedi ammollo!

Di nuovo a ridere di noi! Giovani! E felici di essere vecchi ma giovani e ancora

con i piedi ammollo! Lo stagno del salice. (VA AL FILO E PRENDE IL TESTAMENTO)

Andavamo lì di notte con tutti i ragazzi e appendevamo le lampade a petrolio

sugli alberi a riva. Che bello. E ora non mi posso alzare, anche se lo vorrei.

[pausa] Mi lavi i capelli? Lo so non è il momento, ma mi piace. Promettimi che

mi laverai tu, quando sarò morta. No, non sarò io! Il mio corpo. Io sarò andata.

In volo con le upupe. Un giro intorno al casale per l’ultimo sguardo e poi via.

Chissà dove! Dovrai lavarmi solo tu. Non voglio che un infermiere o peggio

ancora un becchino posi le sue dita di morte su di me. E se quel giorno mi fossi

dimenticata le mutande? Nessuno dovrà vedermi! Nessuno oltre te. (METTE IL

TESTAMENTO NELLA TASCA DEL CAPPOTTO DI LUI. TORNA IN CENTRO) E pulirai la

stanza. Metterai uno stupendo mazzo di fiori sul davanzale. Aprirai la finestra

e farai entrare nella camera il profumo dei fiori e il caldo umido di ottobre. E

mi coccolerai in lenzuola candide.

CANTA ASSIEME ALLA VOCE ANZIANA FEMMINILE, REGISTRATA. INTANTO PRENDE L’ULTIMA

VALIGIA, LA PORTA IN POSIZIONE E L’APRE. DENTRO C’E’ UN PENDOLO ANTICO. PRENDE

IL PENDOLO E LO VA AD APPENDERE.

“Fate la nanna coscine di pollo / La vostra mamma vi ha fatto un gonnello / E ve

l’ha fatto con lo smerlo tondo / Fate la nanna coscine di pollo // Ninna nanna,

ninna nanna / La bambina è della mamma / e la mamma è di Gesù / La bambina non

piange più”.

GIRA LE LANCETTE FINO ALLE 12. APPENA E’ SULLE 12, IL PENDOLO BATTE IL TOCCO.

Come mi guardi, Giuseppe. Come era bello essere così giovani! Ricorda tutto di

me!

LUI, SERISSIMO, VA A CHIUDERE TUTTE LE VALIGIE. LEI RIGUADAGNA IL CENTRO.

E sii tranquillo! … Dio come è penoso abbandonarsi. Non voglio andarmene, non

voglio lasciarvi!

LA VOCE ANZIANA FEMMINILE RADDOPPIA QUESTA BATTUTA.

Assolve un Walzer struggente, lontano. Lui si avvicina, porge una mano, lei

risponde, lui la accarezza e gliela bacia gentilmente. Sulla musica sentiamo le

due voci da vecchi:

LEI Cosa senti per me piccolo mio?

LUI Sto morendo con te.

LEI Fammi andare!

DANZANO. LUI PIANGE DISPERATO, LEI LO RASSICURA. POI LUI CORRE A PRENDERE LA

PRIMA VALIGIA E LA PORTA A LEI. LEI HA UNA FORTE VERTIGINE, BARCOLLA. CI SIAMO.

LEI AVANZA IMPROVVISAMENTE SERISSIMA AL CATINO. LO GUARDA CON PAURA. LUI LE SI

AVVICINA. SI DISPONGONO DI PROFILO AL PUBBLICO. LUI E’ ALLE SUE SPALLE. LEI

SOLLEVA APPENA LE BRACCIA PERMETTENDO A LUI DI PRENDERLA ALLA VITA,

ABBRACCIANDOLA. LEI SI ABBANDONA LENTAMENTE SU DI LUI. UNO SCATTO, TORNA ANCORA

IN SE’ USCENDO DALL’APNEA PROPRIO COME ALL’INIZIO DEL SUO PEZZO. COME ALLORA,

CHIAMA “GIUSEPPE!”. GUARDA FISSO IN PLATEA

LEI … Ricorda tutto, di me!

RISOLLEVA LE BRACCIA E SI LASCIA ABBRACCIARE PER POI CEDERE LENTAMENTE. MUORE.

LUI E’ DISPERATO. L’ADAGIA LENTAMENTE NEL CATINO. FA IL GESTO DI LAVARLA.

ACCENNA UNA IMPOSSIBILE NINNA NANNA. LA CAREZZA, LA BACIA TRA LE LACRIME. SI

SOFFERMA SU UN LUNGO BACIAMANO.

LA VOCE ANZIANA FEMMINILE Non ti dimenticherò mai.

LA VOCE ANZIANA MASCHILE Non ti dimenticherò mai.

LA VOCE DI LEI Non ti dimenticherò mai.

LA VOCE DI LUI Non ti dimenticherò mai.

Lentamente le luci vanno al buio.

Sipario

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 1 volte nell' ultima settimana
  • 9 volte nell' ultimo mese
  • 72 volte nell' arco di un'anno