‘A patenti

Luigi Pirandello

'A Patenti

La prima ebbe luogo al Teatro Alfieri di Torino il 23 marzo 1918, nella serata d'onore di Jole Campagna; la stessa sera venne recitata anche la commedia Rinninedda di Francesca Sabato Agnetta. Interpreti:

Angelo Musco, Chirchiaro,
Jole Campagna, Rusinedda,
Turi Pandolfini, Marranca.

Personaggi

Rosario Chirchiaro
Rusinedda
, sua figlia
Il giudice istruttore D'AndreaTre altri giudici
Marranca, usciere

Stanza del Giudice Istruttore D'Andrea. Grande scaffale, che prende quasi tutta la parete di fondo, pieno di scatole verdi a casellario, che si suppongono zeppe d'incartamenti. Scrivania, sovraccarica di fascicoli, a destra, in fondo, e accanto, addossato alla parete di destra, un altro palchetto, con altre scatole pi piccole contenenti documenti. Un seggiolone di cuojo, per il giudice, davanti la scrivania. Altre seggiole antiche. Lo stanzone squallido. La comune nella parete a destra. A sinistra, un'ampia finestra, alta, con invetriata antica, scompartita. Davanti la finestra come un treppiedi alto, che regge una grande gabbia. Lateralmente a sinistra anche un usciolino nascosto.

SCENA ID'Andrea, solo, poi Marranca

Il giudice D'Andrea entra per la comune col cappello in capo e il soprabito. Reca in mano una gabbiola, poco pi grossa d'un pugno. Va davanti alla grande gabbia sul treppiedi, ne apre lo sportello, poi apre lo sportellino della gabbiola e fa passare (o finge di far passare) da questa nella gabbia grande un cardellino.

D'Andrea: Via, dentro! - E su, pigrone! - Oh, finalmente! - Zitto, adesso, al solito, e lasciami amministrare la giustizia a questi poveri piccoli uomi[ni] feroci...

Si leva il soprabito, e lo appende insieme col cappello all'attaccapanni. Va alla scrivania; prende il fascicolo del processo che deve istruire, lo scuote in aria con impazienza, sbuffa.

Questo benedett'uomo!

Resta un po' assorto a pensare, poi suona il campanello e dalla comune si presenta l'usciere Marranca.

Marranca: Comandi, signur Cavaleri!
D'Andrea: Ecco, Marranca: andate - ( qua vicino) - al vicolo del Forno, a casa di don Rosario Chirchiaro...
Marranca (con un balzo, atterrito, facendo le corna): Ppi carit, signur Cavaleri, ma chi dici! non lu muntuassi!
D'Andrea (irritatissimo, dando un pugno sulla scrivania): Basta, perdio! Vi proibisco di manifestare cos, davanti a me, la vostra bestialit, a danno d'un pover'uomo! -. E sia detto una volta per sempre!
Marranca: Mi scusassi, signur Cavaleri... Iu cci lu dicu ppi lu so beni macari...
D'Andrea: Ah! seguitate ancora?
Marranca: Nonsignura, non parru cchi. Ch' jiri a fari nni la casa di... di stu santu cristianu?
D'Andrea: Gli direte che il giudice istruttore ha da parlargli, e lo farete venire subito qua.
Marranca: Subito, va beni, signur Cavaleri... Avi autri cumanni?
D'Andrea: Nient'altro. Andate.

Marranca esce, tenendo la porta per dar passo ai tre giudici colleghi.

SCENA IID'Andrea e i tre giudici colleghi

I tre giudici entrano con le toghe e i berretti e scambiano a soggetto i saluti col D Andrea, poi se ne vanno tutti e tre a guardare il cardellino nella gabbia.

Primo Giudice: Che dice qua, questo signor cardellino?
Secondo Giudice: Ma 'u sai ca s veru curiusu tu, ccu stu cardidduzzu chi ti vai purtannu appressu?
Terzo Giudice: 'U sai comu ti chiamanu 'nta tuttu 'u paisi? 'U judici Cardiddu!
Primo Giudice: Unn', unn' 'a jaggitedda cu cui t' 'u porti?
Secondo Giudice (prendendola dalla scrivania, a cui s' accostato): Eccula cc! Signuri mei, taliati: cosi di picciriddi. Un omu seriu...
D'Andrea: Ah s? io, per codesta gabbiola, cose da bambino? E voi, allora, parati cos?
Terzo Giudice: Oh, oh, rispetta la toga, perdio!
D'Andrea: Ma andate l, non scherziamo!
Tutti e tre: Oh! oh! oh!
D'Andrea: Ma s! Qua siamo in camera caritatis! Quand'ero piccolo, giocavo coi miei compagni "al tribunale". C'era uno che faceva da imputato; uno, da presidente; poi, altri da giudici, da avvocati... Ci avrete giocato anche voi! V'assicuro io, ch'eravamo pi serii allora!
Primo Giudice: Eh altro! Chist' veru! Ccu 'u sangu allocchi!
Secondo Giudice: Fina a sciarra ogni vota!
Terzo Giudice (mostrando una vecchia cicatrice alla fronte): Cc! taliati cc! Chista fu 'na pitrata chi mi tirau un avvocatu, mentri iu faca 'u reggiu procuraturi!
D'Andrea: Tutto il bello era nella toga con cui ci paravamo! Nella toga era la grandezza, e dentro di essa noi eravamo bambini! Ora che siamo grandi e abbiamo ciascuno il peso dei nostri pensieri e delle nostre miserie, quando ci tocca venire qua a indossare codesto straccio, ci sembra essa, la toga, invece, un gioco da bambini! E poich i pi crudeli, spesso, senza saperlo, sono i bambini, questa giustizia che noi amministriamo, il pi crudele giuuco che si possa immaginare! - Ecco qua, signori miei (prende dalla scrivania il fascicolo del Chirchiaro): io debbo istruire questo processo. Niente di pi iniquo di questo processo! Iniquo, iniquo perch include la pi spietata ingiustizia contro alla quale un pover'uomo tenta disperatamente di ribellarsi, senza nessuna probabilit di scampo! C' una vittima qua, che non pu prendersela con nessuno! Ha voluto qua, in questo processo, prendersela con due, coi primi due che gli sono capitati sotto mano, e sissignori - la giustizia deve dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo cos, ferocemente, l'iniquit di cui questo pover'uomo vittima!
Primo Giudice: Ma che processo ?
Secondo Giudice: Di cui si tratta?
D'Andrea: Rosario Chiarchiaro!

Subito, al nome, i tre giudici indietreggiano, con atti di spavento, di scongiuro, gridando.

Tutti e tre i giudici: - Ah, mamma mia! Chi ti scappa!
- Tucca ferru! tocca ferru!
- Per la Madonna Santissima, ti voi stari zittu?
D'Andrea: Ecco qua! E dovreste render voi giustizia a questo pover'uomo!
Primo Giudice: Ma chi giustizia! un pazzu!
D'Andrea: Un disgraziato!
Secondo Giudice: Sar macari un disgraziatu; ma scusa, puru un pazzu! Ha fattu querela di diffamazione, signori miei, contra 'u figghiu d' 'u snnacu, nenti di menu, veru?
D'Andrea: S, e contro il farmacista Vito Fazio.
Terzo Giudice: Per diffamazione?
Primo Giudice: Gi, capisci? perch, dici ca li sorprese nell'atto che facevano gli scongiuri al suo passaggio.
Secondo Giudice: Diffamazione! Ma chi diffamazioni si 'nta tuttu 'u paisi avi armenu du' anni ca diffusissima la s fama di jittaturi?
D'Andrea: E innumerevoli testimonii possono venire in tribunale a giurare che egli in tante e tante occasioni ha dato segno di conoscere questa sua fama, ribellandosi con proteste violente!
Primo Giudice: Ah, 'u vidi? Lo dici tu stesso!
Secondo Giudice: Comu cunnannari, in coscienza, 'u figghiu d' 'u snnacu e Vitu Faziu quali diffamatori, p'aviri fattu, vidennulu passari, il gesto che da tempo sogliono fari apertamenti tutti...
D'Andrea: E primi fra tutti voi altri?
Tutti e tre i giudici: - Ma sicuramenti! - terribili, ti dicu! - Scanztinni, Signuri!
D'Andrea: E poi vi fate meraviglia, amici miei, ch'io mi porti qua il cardellino? - Eppure me lo porto - voi lo sapete - perch son rimasto solo da un anno: era di mia madre questo cardellino; e per me il ricordo vivo di lei: siamo noi due soli, ora; e non me ne posso staccare... Gli parlo, imitando, cos, con le labbra, il suo verso e lui mi risponde. Io non so che gli dico, ma lui, se mi risponde, segno che coglie qualche senso nei suoni che gli faccio... Tale e quale come noi, amici miei, quando crediamo che la natura ci parli, con la poesia dei suoi fiori, con l'azzurro del suo cielo, mentre la natura forse non sa neppure che noi esistiamo!
Primo Giudice: E a tia sta filosofia, caro mio, ti fa infelici!

SCENA IIIDetti e Marranca

Marranca (sporgendo il capo dalla comune): Permissu, signor Cavaleri?
D'Andrea: Avanti, Marranca.
Marranca: Iddu, in casa, non c'era, signur Cavaleri. Cci lassai dittu a una di li figghi, ca comu veni, lu mannassi cc. vinuta intantu la figghia cchi nica - Rusinedda. Si voscenza la voli riciviri...
D'Andrea: Ma no: io voglio parlari con lui! con lui!
Marranca: Dici ca cci voli dari 'na prighera, signur Cav(al)eri... tutta scantata...
Primo Giudice: Noi ce n'andiamo. A rivederci, D'Andrea!

Scambio di saluti - e i tre giudici escono per la comune.

D'Andrea: Falla passare.
Marranca: Subitu, signor Cavaleri.

Via anche lui.

SCENA IVD'Andrea e Rusinedda

Rusinedda (dietro la comune): Permissu?
D'Andrea: Avanti, avanti.
Rusinedda (sui sedici anni, poveramente vestita, ma con una certa decenza, mostrando appena il volto dallo scialle nero di lana): Serva di voscenza. Oh Maria, signuri aggiudici, voscenza fici chiamari a m patri?... Chi , signuri aggiudici? pirch? Non avemu cchi sangu nni li vini!
D'Andrea: Ma via! Che cos'? calmatevi!
Rusinedda: E ca non avemu avutu mai chi fari cu la giustizia, nautri, cillenza!
D'Andrea: E vi fa tanto terrore la giustizia?
Rusinedda: Sissignura: cci dico ca non avemu cchi sangu nni li vini! Li mali cristiani, cillenza, hannu chi fari cu la giustizia! Ma nautri semu puvureddi, e poviri disgraziati! E si macari la giustizia si metti ora contra di nui...
D'Andrea: Ma no. Chi ve l'ha detto? State tranquilla! La giustizia non si mette contro di voi.
Rusinedda: E allura pirch voscenza ha fattu chiamari a me' patri?
D'Andrea: Perch vostro padre vuol mettersi lui contro la giustizia.
Rusinedda: Me patri? Chi dici!
D'Andrea: Non vi spaventate. Vedete che sorrido... Ma come? non sapete che vostro padre s' querelato contro il figlio del sindaco e il farmacista Fazio per diffamazione?
Rusinedda: Nonsignura! Maria Santissima, non sapemu nenti! Comu un pazzu me patri! Non cci dassi cuntu! Avi di quarchi misi ca comu pazzu, cillenza! Avi quasi un anno ca non travagghia cchi, jittatu fora di tutti, furiatu e spirdatu comu la pesti di tuttu lu paisi! Chi fici quarela? Contra 'u figghiu d' 'u sinnacu fici quarela? Chi focu granni! Ma pazzu, pazzu, cci dicu! Sta guerra 'nfami ca cci fannu tutti ppi ssa mala nnuminata chi cci vsiru jittari, cci ha fattu prtiri li cirivedda! Ppi carit, signuri aggiudici: cci 'a facissi ritirari 'a quarela! cci 'a facissi ritirari!
D'Andrea: Ma s, carina! Voglio proprio questo! E l'ho fatto chiamare per questo. - Spero di riuscirvi. Ma voi sapete: molto pi facile fare il male che il bene...
Rusinedda: Comu, cillenza! Ppi voscenza?
D'Andrea: Anche per me! Perch il male, carina, si pu fare a tutti e da tutti, e il bene solo a quelli che ne hanno di bisogno.
Rusinedda: Me patri! Ah cci pari ca me patri non n'avi di bisogno?
D'Andrea: S, figliuola. Ma questo bisogno d'aver fatto il bene, rende spesso cos nemici gli animi di coloro che si vogliono beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo. - Capite?
Rusinedda: Nonsignura: non capisciu! Ma facissi di tutto voscenza! Nni ha jittatu a solu sta 'nfamit di la mala genti! Ppi nautri finuta! Non cc' cchi paci, non cc' cchi beni!
D'Andrea: Ma non potreste andar via da questo paese?
Rusinedda: E unni? Ah, voscenza non sapi com'! Nni la purtamu d'appresso, la mala nnuminata, unni jamu jamu... Non si leva cchi, manco cu 'u cuteddu... Cci dico ca pari foddi, me' patri: s'ha fattu crisciri la varva, 'na varvazza ca pari un varvajanni, e si cusu d'iddu stissu un paru di robbi, cillenza, ca si si li metti fa scantari la genti, fa fjiri macari li cani!
D'Andrea: E perch?
Rusinedda: S' 'u sapi iddu, 'u pirch! Cci dicu ca pari 'mpazzutu! Cci la facissi ritirari voscenza ssa quarela!

Si sente picchiare alla comune.

D'Andrea: Chi ? Avanti.

SCENA VDetti e Marranca

Marranca (tutto tremante): Cc , signur cavaleri... Ch' ffari?
D'Andrea: E perch cos spaventato?
Rusinedda: Cu' , me patri? Ppi carit, cillenza, non mi facissi truvari cc, vasann mi mancia!
D'Andrea: Come? Perch?
Rusinedda: Non voli ca niscemu mancu 'u nasu fora di la porta! Unni m'ammucciu? D'unni mi nni fa scappari?
D'Andrea: Ecco. Non temete. (apre una porticina nascosta nella parete di sinistra) Andate via di qua; poi girate per il corridojo e troverete l'uscita.
Rusinedda: Sissi, sissi, grazii! Mi raccumannu a voscenza. Serva sua!

Via per la porticina. D Andrea la richiude.

D'Andrea: Introducetelo.
Marranca (tenendo aperto quanto pi pu la comune, per tenersi discosto): Avanti, avanti... introducetevi... (e come Chirchiaro entra, se ne scappa via di furia)

SCENA VID'Andrea e Chirchiaro

Rosario Chirchiaro s' combinata una faccia da jettatore che una meraviglia a vedere. S' lasciato crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliata; s' insellato sul naso un pajo di grossi occhiali di quelli con le grate, pei malati d'occhi; ha poi indossato un abito lustro, sorcigno che gli sgonfia da tutte legarti, e tiene una canna d'India in mano. Entra con passo funebre, cadenzato, battendo il bastone e si para davanti al giudice.

D'Andrea (con uno scatto violento d'irritazione, buttando via le carte del processo): Ma fatemi il piacere! Che storie son codeste! Vergognatevi!
Chirchiaro (senza scomporsi minimamente allo scatto del giudice, digrigna i denti gialli, e dice sottovoce): Lei dunque non ci crede?
D'Andrea: V'ho detto di farmi il piacere! Non facciamo scherzi, via, caro Chirchiaro! Sedete, sedete qua. (gli s'accosta e fa per posargli una mano sulla spalla)
Chirchiaro (subito, traendosi indietro e fremendo): Signor giudice, non mi tocchi! Se ne guardi bene! Lei ci perde la vista!
D'Andrea (lo guarda freddamente, poi dice): Seguitate... Quando sarete comodo... - Vi ho mandato a chiamare per il vostro bene. L c' una sedia: sedete.
Chirchiaro (prende la seggiola, siede, guarda il giudice, poi si mette a far rotolare con le mani sulle gambe la canna d'India come un matterello, e tentenna il capo a lungo. Alla fine, mastica): Per il mio bene... Per il mio bene, lei dice... Avi il coraggio di dire per il mio bene?... E lei si figura di fari il mio bene, signor giudice, dicennu ca non cridi a la jettatura?
D'Andrea (sedendo anche lui): Volete che vi dica che ci credo? E vi dir che ci credo. Va bene cos?
Chirchiaro (recisamente, col tono di chi non ammette scherzi): Nossignore! Lei l'avi a cridiri supra 'u seriu - supra 'u seriu! Non sulu, ma l'avi a dimostrari istruendo il processo!
D'Andrea: Ah, vedete: questo sar un po' difficile!
Chirchiaro (alzandosi): E allora me ne vado.
D'Andrea: E via! sedete! V'ho detto di non fare scherzi!
Chirchiaro: Ma io faccio sul serio, caro lei! Che ne vuol vedere qualche esperienza? - (Si tocchi, via! si tocchi! si tocchi!)
D'Andrea: Ma io non mi tocco niente!
Chirchiaro: Si tocchi, le dico! Sono terribile, sa!
D'Andrea (severo): Basta, Chirchiaro! Non mi seccate: Sedete, e vediamo d'intenderci. Vi ho fatto chiamare per dimostrarvi che la via che avete preso non propriamente quella che possa condurvi a buon porto.
Chirchiaro: Io? via? quali via? Signor giudice, iu sugnu ccu li spaddi a lu muru, dintra un vicolo cieco, d'unni non pozzu cchi n nsciri n arriminarimi. Quali via?
D'Andrea: N questa d'adesso, n quella l del processo. Gi l'una e l'altra - scusate - sono tra loro cos... (infronta gl'indici delle due mani per significare che le due vie gli sembrano opposte)
Chirchiaro (chinandosi e introducendo un suo dito tra le due dita cos opposte del giudice, e scotendolo in senso negativo): Non veru per nientissimo affatto, signor Giudici!
D'Andrea: Come no? L, nel processo, accusate come diffamatori due giovani perch vi credono jettatore, e ora qua vi presentate a me, parato cos, in veste di jettatore e pretendete anzi ch'io creda alla vostra jettatura.
Chirchiaro: Sissignore. Perfettamenti!
D'Andrea: E non vi pare che ci sia contraddizione?
Chirchiaro (lo guarda un pezzo, poi con sdegnosa commiserazione): Mi pare, signor Giudice, che lei non capisci nenti!
D'Andrea: Dite, dite pure, caro Chiarchiaro. Forse una sacrosanta verit questa che dite. Ma abbiate la bont di spiegarmi perch non capisco niente.
Chirchiaro: Lo servo subito. Eccomi qua. (accosta la seggiola) Non sulu cci far vidiri ca lei non capisci nenti; ma cci far vidiri anche ca lei un mio nemico.
D'Andrea: Io?
Chirchiaro: Lei, lei, sissignore. Lei chi cridi di fari "il mio bene" - Quali beni? Lei? Lei il mio pi acerrimu nemicu! - Mi dicissi 'na cosa: Sapi o non sapi ca 'u figghiu d' 'u snnacu ha chiesto il patrocinio di l'avvucatu Lorecchio?
D'Andrea: S. Questo lo so.
Chirchiaro: E 'u sapi che iu - iu, Rosario Chirchiaro - io stesso sono andato dall'avvocatu Lorecchio a daricci tutti li provi di lu fattu, cio, che non sulu iu m'ava addunatu da pi d'un annu chi tutti, vidennumi passari, facianu li corna e altri sconciuri pi o meno puliti, ma anche le prove, signor giudice - provi documentati - testimonianze irrepetibili, sa? ir-re-pe-ti-bi-li di tutti li fatti spavintusi su cui edificata incrollabilmente, in-crol-la-bilmente, la me' fama di jettaturi!
D'Andrea: Voi? Come? Voi siete andato a dar le prove all'avvocato avversario?
Chirchiaro: Dal Lorecchio. Sissignore.
D'Andrea (pi imbalordito che mai): Eh... vi confesso che capisco anche meno di prima.
Chirchiaro: Ma no! - Niente! Lei non capisce niente!
D'Andrea: Ma come? scusate... Siete andato a portar codeste prove contro di voi stesso all'avvocato avversario, perch? per render pi sicura l'assoluzione di quei due giovanotti? E perch allora vi siete querelato?
Chirchiaro: Ma in questa domanda appunto la prova, signor giudici, ca lei non capisci nenti! Io mi sono la [sic] querelato perch voglio il riconoscimento ufficiale della mia potenza - non capisci ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza terribile, che ormai l'unico mio capitale, signor giudice!
D'Andrea (facendo per abbracciarlo, commosso): Ah, povero Chirchiaro! povero Chirchiaro mio, ora capisco! Bel capitale, povero Chirchiaro! E che te ne fai?
Chirchiaro: Che me ne faccio? Come che me ne faccio! Lei, caro signore, per esercitari sta professioni di judici - macari accuss mali comu la esercita - mi dica un po', non s'ha dovuto prima prendere la Laura - lei?
D'Andrea: Eh s, la laurea...
Chirchiaro: E dunque! Voglio anch'io la mia patente. - La patente di jettatore. - Ccu tanto di bullu! bollo legale! - Jettatore patentato dal regio tribunale!
D'Andrea: E poi? Io dico: Che te ne fai?
Chirchiaro: Chi mi nni fazzu? Ah vero loccu lei! Me lo metto come titolo nei biglietti da visita! Ah nenti cci pari? La patente! la patente! sar il mio capitale! la mia professione! il mio campa-vita! - Ma non lo sa lei, signor giudice, che m'hanno assassinato? Iu sognu un poviru patri di famigghia, e lavoravo, lavoravo onestamenti! M'hannu fattu cacciari fora di lu postu unni mi guadagnava lu pani e m'hanno jittatu mmezzu a 'na strata! con la moglie, con la moglie paralitica, di tri anni nn funnu di lettu! con due ragazze, ca si li vidissi, signor giudici, scppanu lu cori di la pena chi fanno: beddi tutti dui, armuzzi 'nnuccenti, ca nuddu si li vorr cchi pigghiari, pirch sonnu figghi mii! E 'u sapi di chi stamo campannu tutti quattro? Di lu pani chi si leva di la vucca un figlio mio, che ha pure la sua famiglia, tre picciriddi! E po' stu figghiu mio fari ancora stu sacrifiziu ppi mia? Signor giudice, non mi resta altro che di mttirmi a fari la professioni del jettatore!
D'Andrea: Ma come la fate?
Chirchiaro: Come la faccio?
D'Andrea: Chi cci guadagnati?
Chirchiaro: Chi cci guadagno? Ora cci 'u dico iu, comu la fazzu e chi cci guadagno. Intanto, mi vidi: mi sugnu cumminatu, ccu sti robbi: - mi sta vidennu? Fazzu scantari! Sta varva, st'occhiali... Appena lei mi fa ottenere la patente, entro in campo! - Lei voli sapiri comu? Me lo domanda perch - le ripeto - lei un mio nemico!
D'Andrea: Ma io? Vi pare?
Chirchiaro: Sissignore, lei! Pirch s'ostina a non credere alla mia potenza! Ma ppi fortuna cci cridinu l'autri, sa? Tutti, tutti cci cridinu! Questa la mia ricchezza! Cci sunnu tanti case da giuoco nn' ' nostru paisi! Basta ca mi prisentu: non cci sar bisognu di diri nenti. Mi pagherannu suttamanu ppi fariminni jiri! Mi metter a firriari comu un lapuni attornu a tutti li fabbrichi; mi stabilir ora davanti a una putia, ora davanti a n'autra: mi 'mpostu cos (eseguisce), mi mettu a guardari la gente cos (eseguisce) - e ccu' voli ca trasi cchi nni dda putia? Nesci 'u principali, e mi prj tre, cinque lire ppi farimi arrassari e farimi jiri a impostari davanti la putia del suo rivale - capisci? una specie di tassa ca iu d'ora in poi mi metter ad esigere!
D'Andrea: La tassa dell'ignoranza!
Chirchiaro: Dell'ignoranza? Ma che dell'ignoranza, caro lei! La tassa della salute! Pirch haju accumulatu tanta bili e tantu odiu, iu, contra tutta questa schifosa umanit, ca ppi daveru cridu, signor giudice, d'aviri cc, cc, nni st'occhi, la potenza di fari crollare dalle fondamenta una intera citt! - Si tocchi! si tocchi, perdio! Non lo vede? Lei rimasto 'mpassulutu!

D'Andrea, compreso di profonda piet, rimasto davvero, come balordo, a tentennare il capo.

Va', si susissi! E jissi a istruiri ssu processo c'avi a fari poca, in modo ca sti dui giovanotti niscissiru assolti per inesistenza di reato. Questo vorr dire per me il riconoscimento ufficiale.
D'Andrea (alzandosi): La patente?
Chirchiaro (impostandosi grottescamente e battendo la canna): La patente, sissignore!

Non ha finito di dire cos, che la vetrata della grande finestra a sinistra si apre pian piano, come mossa dal vento, urta contro il treppiedi e la gabbia del cardellino e li fa cadere con fracasso.

D'Andrea (con un grido, accorrendo): Ah Dio! il cardellino! il cardellino! Ah Dio! morto! morto! l'unico ricordo di mia madre! morto!

Alle grida, si spalanca la comune e accorrono i tre giudici e l'usciere Marranca, che subito si trattengono allibiti alla vista di Chirchiaro.

SCENA VIIDetti, i tre giudici e Marranca

Tutti: Chi ? chi ? chi fu? chi fu?
D'Andrea: Il vento... la vetrata... il cardellino...
Chirchiaro: Ma chi ventu! chi vitrata! Sono io! sono stato io! Non ci voleva credere, e gli ho dato la prova della mia potenza! Io! io!

TELA