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A PELLE

A PELLE

di

Patrizio Cigliano



Atto Unico.


A Pelle è una storia senza tempo, senza luogo, senza convenzioni. E’ la storia d’amore di tutti. Di tutti coloro che la cercano da sempre. Di tutti quelli che non l’hanno ancora trovata. Di coloro che sono felici perché hanno accanto il compagno di una vita, la compagna di sempre. Non è una storia “trasgressiva”. Non è una storia scandalistica. Non ruba dalla cronaca quotidiana. Non c’è violenza, né fisica né mentale. Non è una storia “estrema”. E’ una storia d’amore. Una bella storia d’amore che come quasi tutte le storie d’amore, finisce male. Ma non perché ci si è traditi, né perché si è stanchi. Semplicemente perché la vita finisce e prima che accada è bello poter fare un bilancio di una bella storia d’amore e rendersi conto che ne è valsa davvero la pena. La pena di sopportare anche le piccole insofferenze quotidiane che la convivenza inevitabilmente genera, perché in fondo non era affatto una pena. Era la vita. La serena e turbolenta vita di una coppia. A pelle è un’allegoria, tutto è simbolico, a partire dai nomi dei protagonisti che riecheggiano la prima vera “coppia” felice - per quello che ci è dato supporre! È la storia di una vita insieme, attraverso una buona metà di secolo. E’ il resoconto di un amore profondo, sincero, goliardico, difficile, meraviglioso. E le numerose - vibranti - scene di combattimento sono la lotta per la vita, per la memoria, per la freschezza di un amore che non è invecchiato con gli anni. La lotta di chi si difende perché vuole restare e di chi aggredisce perché vuole che l’altro resti, perché se il corpo ha una data di fine, il sentimento resta nelle cose, negli odori, nelle canzoni, finché tutto - ma proprio tutto - sarà finito, e finché non resterà neanche una persona a garantirne la memoria. A pelle fa piangere perché è una bella storia d’amore senza tempo, senza luogo e perché tutti noi vorremmo avere una storia – almeno una! – che sia senza tempo e senza luogo.


PERSONAGGI

I due protagonisti devono essere giovani (massimo 30 anni), belli e atletici, visto che dovranno eseguire numerose scene “fisiche” di combattimento. Non è escluso che i due attori possano arrivare ad essere completamente nudi sotto finale. È anche possibile che ci sia bisogno di cantare qualche nostalgico brano d’amore degli anni 40/50.


GIUSEPPE

MARIA

GIUSEPPE DA VECCHIO (personaggio muto)


LA SCENA

Scatola nera. Pavimento di moquette nera. Una serie di tappetini rossi da palestra forma un piccolo giaciglio-ring al centro del palco. Davanti al ring, al centro, c’è un catino di alluminio pieno d’acqua, in cui galleggia della frutta: pesche e mele. Alla destra e alla sinistra del palco ci sono due vecchi secchi di alluminio, anch’essi pieni d’acqua. In uno c’è un indumento.

SCENA UNICA

Buio. Parte una musica pulsante, forte. Subito dopo sale la luce e ci mostra un uomo e una dona, già in movimento. Si lanciano l’uno contro l’altra.
Sono giovani. Vestiti in maniera da ricordare gli anni 40/50, ma senza essere troppo specifici. La donna ha un vestito abbottonato sul davanti. Le braccia sono nude. L’uomo indossa una camicia e pantaloni di lana da lavoro, sorretti da bretelle. Sono scalzi.
Si danno un veloce bacio al centro del palco e cominciano a lottare.

Il combattimento è acceso, dinamico a volte brutale. Si colpiscono con pugni, calci, schiaffi, anche sbattendosi a terra. Sono molto equilibrati e nessuno ha il sopravvento per più di pochi secondi.

La musica si arresta. La temperie precedente, veloce forte, furiosa, lascia spazio a un singolo pulsare. In quel momento i due si staccano e rotolano via ai due lati del palco. Ansimano sudando e continuano a fissarsi intensamente. Vanno verso i secchi e immergono la testa nell’acqua, sempre continuando a fissarsi minacciosamente. Col ripartire della musica si lanciano in un altro attacco, ancora più violento di prima. Questa volta il contatto è più veloce, più corto e termina con la “vittoria” della donna, seduta a cavalcioni su di lui, steso supino. Lei alza un pugno per colpirlo, ma lui allarga le braccia in segno di resa. Lei ci pensa un attimo e lentamente abbassa il braccio. L’uomo si rilassa sotto di lei.
Lei allunga un braccio e afferra l’uomo per i capelli, sulla nuca. Solleva il suo capo violentemente e, fissandolo negli occhi, gli dà un bacio in bocca. È un bacio vorace, passionale.

Si sente il verso di un’upupa.

La donna si stende indietro, su di lui, e si asciuga la bocca col dorso della mano. Ansima come se avesse bevuto abbondantemente senza prendere fiato. Guarda l’uomo e ride. Entrambi sono esausti. La donna si rilassa e scivola via da lui senza alzarsi, fino a raggiungere il catino. Immerge una mano nell’acqua e prende una pesca, dando un gran morso. Masticando, continua a guardare l’uomo, divertita.
Intanto l’uomo è andato a un secchio, sghignazzando sotto il suo respiro affannato. Immerge una mano nel secchio e prende un coltello. Porge una mano alla donna, invitandola a passargli un frutto. Senza mai distogliere lo sguardo, prende dal suo secchio una mela e la lancia violentemente a lui che l’afferra con uno schiocco. Lui taglia un pezzo di mela col coltello, infilza il boccone e porta il tutto alla bocca. Prima lecca il succo sulla lama, sempre fissando la donna. Si fissano un po’, masticando e ansimando.

MARIA Devo andare.
GIUSEPPE Non ancora.
MARIA Sarei dovuta andare ore fa. (l’uomo si avvicina e siede dietro lei)
GIUSEPPE C’è tanto tempo.
MARIA Giuseppe...
GIUSEPPE Sono qui. (una pausa)
MARIA Hai ragione: c’è tanto tempo. 

Morde la pesca. Il succo cola sul suo mento. Alza una mano per pulirsi ma lui la blocca.

GIUSEPPE Ah-ah-ah! 

Si avvicina e le lecca il succo dal mento e dalla gola fino a baciarla in bocca. Poi si allontana. Lei lo guarda divertita e dà un altro morso alla pesca. Poi salta in piedi, prende il secchio che non contiene il vestito e versa l’acqua nel catino. Lui arretra per evitare gli schizzi. Rovescia il secchio vuoto e fa cenno a lui di sedercisi sopra. Lui lo fa e lei prende l’altro secchio e si siede davanti a lui. Da dietro il catino prende un boccale pieno di schiuma.
Rimanendo immobile davanti a lui, fa scivolare le bretelle dalle sue spalle giù per le braccia. Poi fa lo stesso con la camicia sicché lui è dolcemente immobilizzato. Prende il vestito dal secchio e lo strizza sulla testa dell’uomo. Lui sobbalza per il freddo. Prende una manciata di schiuma e la sparge sul suo mento, sulla gola, le spalle e il petto. In modo molto sensuale. Prende il coltello e lo sciacqua nell’acqua.

MARIA Perché mangi sempre le mele così?
GIUSEPPE Col coltello?
MARIA Sì.
GIUSEPPE Mi piace sentire la lama sulla pelle tesa, scivolare sulla carne. (lei comincia a fargli la barba) ...E mi piace leccare il succo che cola.
MARIA Lo fai fin dalla scuola. Mi ricordo di te a ricreazione, seduto sui gradini, con la tua mela e il temperino. Mi sembrava una cosa da grandi.
GIUSEPPE Ti stupiva?
MARIA Lo notavo.
GIUSEPPE Per questo lo facevo.
MARIA Mi avevi già capita.
GIUSEPPE Eri sempre vestita così male. (una pausa)
MARIA Ero vestita con quello che c’era in casa! I nostri sarti erano piuttosto modesti! 
GIUSEPPE Scusa.
MARIA ...Ti ricordi la prima volta?
GIUSEPPE Che ti ho vista?
MARIA No. La nostra, prima volta.
GIUSEPPE Certo.
MARIA Che ti ricordi?
GIUSEPPE Che ero nervoso.
MARIA Perché?
GIUSEPPE Beh... farlo! M’innervosiva. Era la mia prima volta.
MARIA Lo so. Anche per me.
GIUSEPPE Ero molto nervoso.
MARIA Cos’è che t’innervosiva?
GIUSEPPE L’idea... del sangue.
MARIA Io ero affascinata! Curiosissima! ...E poi?
GIUSEPPE Beh, avevo paura che non sarei stato capace a... trovarla.
MARIA Trovarla?
GIUSEPPE Sì. Trovarla... IN TE! Trovare ...dove andava messo!
MARIA Se me l’avessi detto, avrei saputo aiutarti... Più o meno l’avevo capito! Sì, ti avrei aiutato.
GIUSEPPE Sapevo che alla fine avrei saputo farlo. Ho anche controllato su un libro. Ma c’erano tutti dettagli medici, diagrammi, caratteristiche. 
MARIA Ti è stato utile?
GIUSEPPE ... Se avessimo tenuto la luce accesa! E se tu fossi stata una sezione trasversale del corpo umano femminile! …Come si fa a non essere nervosi?
MARIA Cos’altro ti innervosiva?
GIUSEPPE Beh... Essere troppo eccitato e ... (fa con le mani il segno di “cilecca”) ...O non esserlo abbastanza. Sarebbe stato terribile! No, è che... volevo farlo bene! Come si deve!
MARIA Non ti ricordi altro?
GIUSEPPE Il tuo odore. Cannella. (lei si ferma un attimo. Sorride. Risciacqua il coltello e continua a fargli la barba) E tu? Eri nervosa?
MARIA Direi! (una pausa)
GIUSEPPE Beh?
MARIA Avevo paura del dolore.
GIUSEPPE Ti ho fatto male?
MARIA ...No. (lui sorride) ... Forse un po’... ero preoccupata che... che idiota!
GIUSEPPE ...che?
MARIA ...Che non c’entrasse! (sorride) ...In quei momenti la memoria non ti assiste! (lui smette di sorridere) 
GIUSEPPE ...Cioè?
MARIA Beh, in fondo lo conoscevo già! Non avrei dovuto preoccuparmi!
GIUSEPPE Ho l’impressione che non sia un complimento!
MARIA ...E infatti mi sono rassicurata toccandoti.
GIUSEPPE No, non è un complimento!
MARIA In quei momenti la memoria non ti assiste! E ingigantisci tutto! Invece è tutto molto più piccolo di quello che sembra!
GIUSEPPE Forse dovrei cominciare ad offendermi! ...Senti, rassicurazioni e “ingigantimenti” a parte... com’era?
MARIA Strano. Piuttosto... spaventoso! 
GIUSEPPE (con soddisfazione “virile”) ...Oh. (una pausa. Lei continua a raderlo in silenzio) 
MARIA Tu a che pensavi proprio mentre lo stavamo facendo?
GIUSEPPE (fintamente spavaldo) “Lo stiamo facendo”! (ridono)
MARIA Anch’io! (pausa) E ti piaceva?
GIUSEPPE No. A te?
MARIA No.
GIUSEPPE (ironico) ...Bel ricordo!
MARIA (seriamente) Meraviglioso!
GIUSEPPE (teneramente) ... Sì.

Una pausa. Lei asciuga i residui di schiuma col suo vestito. Lui la guarda fisso negli occhi. Pausa. 

MARIA Hai chiamato Francesca?
GIUSEPPE Francesca?
MARIA Chicca! Sei scemo?
GIUSEPPE Ah, Chicca.
MARIA Lei preferisce Francesca. Chiamiamola così!
GIUSEPPE Sì, l’ho chiamata.
MARIA Come l’hai sentita?
GIUSEPPE Come se fosse alla porta accanto.
MARIA Speravo di parlarle. Avrei voluto vederla, prima di andare.
GIUSEPPE Gliel’ho detto. (una pausa. Lei lo guarda aspettando oltre) ...Farà quello che può. (lei si stende sul pavimento. Stanca. Triste. Con le braccia spalancate) ...Per lei è difficile.
MARIA Ho sempre avuto il terrore che succedesse così. Gliel’avevo anche detto... Non mi ha dato retta, come al solito...
GIUSEPPE Schhh...
MARIA Diceva che ero la sua migliore amica. Da piccola.
GIUSEPPE Schhh… Farà quello che può. (si siede e le abbraccia le ginocchia) Staremo bene! (silenzio)
MARIA Che ora è?
GIUSEPPE Mezzogiorno meno due. (pausa)
MARIA Se arriva in tempo potremmo andare in campagna. 
GIUSEPPE ...Sarebbe una buona idea.
MARIA Magari allo stagno del salice. Potremmo fare un picnic. Ce lo lascerebbero fare?
GIUSEPPE Ne sono sicuro.
MARIA Tanto cosa cambierebbe?
GIUSEPPE ...Ce lo lascerebbero fare.
MARIA Se arrivasse in tempo. (pausa) Chicca mia...

Una pausa. Lui si alza e parla allegramente. Lei si mette seduta.

GIUSEPPE Ti ricordi quando...
MARIA Sì.
GIUSEPPE Non sai ancora che stavo dicendo!
MARIA Non ne ho bisogno: mi ricordo tutto!
GIUSEPPE E va bene! Allora, che stavo per dire?
MARIA Non ho detto di sapere quello che stavi per dire. Dico che qualunque cosa tu mi chieda di ricordare, me la ricordo, perché mi ricordo tutto.
GIUSEPPE (giocando) Ah, sì? Bene: allora… quando ci siamo sposati, ti ricordi chi era il parroco... (lei sta per rispondere) ... del paese vicino?
MARIA (piccata) Mi ricordo solo le cose importanti.
GIUSEPPE Ah ha... (lui la provoca puntandole un dito davanti al naso. Lei di scatto glielo morde, lui soffoca un grido di dolore e si allontana) ...Ti ricordi quando siamo andati di notte allo stagno del salice con i compagni di classe...
MARIA ...Con le lampade a petrolio? Certo che mi ricordo, mi ricordo tutto! Benissimo! Abbiamo appeso le lampade sugli alberi a riva.
GIUSEPPE Che meraviglia! Uno di quei lunghi crepuscoli estivi che si vedono solo da noi! Era bello essere così giovani. (pausa) Quella notte... io ero innamorato! Di Anna Di Matteo.
MARIA Anna Di Matteo?
GIUSEPPE Innamorato pazzo ...per almeno una settimana!
MARIA Di quella sciacquetta?
GIUSEPPE Non lo era affatto!
MARIA Per te, forse! Perché tu venivi dalla città. Avevi un casale! Quella non usciva mai con uno qualunque perché aveva paura di prendersi i “germi della povertà”! Snobbetta idiota!
GIUSEPPE Guarda che in città non erano tutti snob! Io uscivo con tutti! (si accovaccia dietro di lei e la cinge con le braccia) ... E l’ho fatto anche dopo, mi pare.
MARIA Era bello essere così giovani! (Giuseppe sorride e posa le sue mani sul suo seno)
GIUSEPPE A me piaci grandicella! (lei gli scosta le mani) ...Non sarai mica gelosa di Anna Di Matteo? (lei rotola via rimanendo a terra)
MARIA No! Io non sono gelosa!
GIUSEPPE Non si direbbe!
MARIA Io? Gelosa! E di chi?
GIUSEPPE Di Anna Di Matteo, per esempio!
MARIA Figurati!
GIUSEPPE Allora di quando io uscivo con i miei amici, per esempio!
MARIA Quando mai sono stata gelosa di questo, per esempio?
GIUSEPPE Quando andavamo in costiera alle gare di vela.
MARIA Ridicolo!
GIUSEPPE Eri gelosa. Per esempio, quella volta che siamo andati lì per la coppa. L’anno che vinse il Golia. Ti dissi “ciao, amore!”. Rispondesti...
MARIA (come se fosse allora) ...“Te ne vai?”
GIUSEPPE (c.s.) ...“Sì, c’è qualche problema?”
MARIA “No, no. Tutto bene. Vattene e divertiti alla faccia mia coi tuoi amichetti!”
GIUSEPPE “Sei sicura che non vuoi venire?”
MARIA “No, grazie! Sto bene qui. Da sola!”
GIUSEPPE (dopo una pausa) ... E questa non è gelosia?
MARIA Eh no. (lui ride)
GIUSEPPE Eh sì!
MARIA No!!
GIUSEPPE Sì!

Lei fa per colpirlo ma lui blocca il colpo. Un piccolo combattimento in cui nessuno riesce a colpire l’altro che ogni volta blocca i colpi avversari. Lei alza un braccio per colpirlo ma lui l’anticipa colpendola al volto. Lei si volta per la botta e va al secchio, immerge una mano e si passa dell’acqua sul viso.

MARIA Non sopporto quando vinci!
GIUSEPPE Allora non ridurre ogni cosa al fatto di vincere o perdere! (si siede in terra)
MARIA Qualche volta è inevitabile! Una volta stavo per lasciarti, proprio perché “TU dovevi andare a vincere”!
GIUSEPPE Che cosa?
MARIA La guerra. 

Schiocco di un lampo.

MARIA (Giuseppe non vuole parlare di questo) E mi hai lasciata!
GIUSEPPE Non ti ho lasciata!
MARIA Ah no? È arrivata la chiamata e te ne sei andato. Non potevi aspettare, evitare! Dovevi fare l’Eroe! ...Borghese idealista! Per fortuna c’ha pensato la Tua Patria, a tradirti!
GIUSEPPE Possiamo lasciar perdere? ...Proprio ora...?
MARIA Sì, ora! Che perdita di tempo! Inutile, stupida perdita di tempo. (si siedono schiena contro schiena) Tutti in guerra! Tutti. Chissà che ricompensa vi aspettavate! Tutti i nostri meravigliosi ragazzi. Tutti affacciati ai finestrini del treno. Tutti quei ragazzi cretini che mi stuzzicavano sempre a scuola. Tutti schiacciati in un solo finestrino. Sorridendo grassi sorrisi sui denti. Tutti.
GIUSEPPE Per favore.
MARIA Giovanni prese il volo...
GIUSEPPE Maria...
MARIA E Marco, coi suoi polsi ossuti che spuntavano dalla manica della giacca. Un ragazzino con le braccia di un uomo. E tu. E tutti voi. Tutti i nostri meravigliosi ragazzi indistruttibili che si sganasciavano dalle risate al tramonto. E noi. Tutte noi totalmente inebetite. Tradite! Sorridendo, salutando e piangendo mentre il treno se ne andava. Tutte. Tranne la signora Paola. Di spalle alla stazione, nell’ombra. Con la faccia di pietra. Una smorfia di ghiaccio. Lei sapeva tutto. Già tutto! Noi no! E quel tramonto alla stazione ci distrusse a tutte. Ci avevate tradite. (pausa) E cominciarono ad arrivare i telegrammi, prima ancora che ci si fosse riavuti da quelli precedenti. Ogni giorno toccava a qualcuno! Ogni giorno una botta. Quante ne ha prese, la signora Paola! Una per ogni figlio! Dio del cazzo, potevi lasciargliene almeno uno! Susanna ha camminato per giorni senza meta. Stordita. Occhi prosciugati. E alla fine è scoppiata in lacrime - finalmente le erano scese - nell’emporio. Urlava. Eravamo pietrificati. Chiamava il nome di Simone. Chiamava, chiamava. E quell’uomo dietro la cassa sussurrava “è isterica”! No. Non era isterica. Era sola! Derubata del bene più prezioso. Tradita. Poi piano piano cominciaste a ritornare. Uno dopo l’altro, chi c’era ancora. Giacomo senza più le gambe. Poi Pietro con quel buco in testa tappato dalla placca d’argento. Uno per uno, chi c’era ancora. E poi tu. (si volta e gli cinge le spalle, sfiorandogli la schiena con il volto). Bello. Stagliato nel tramonto della stazione. Così forte e perfetto come mi ricordavo. Non riuscivo a crederci. Mi hai guardata, hai aperto le tue braccia e hai sussurrato il mio nome. E io ti sono corsa dentro. E per la prima volta ti ho visto piangere. E io, ancora spaesata, pensavo che quell’orrore era finalmente finito. E invece ogni notte tu mi raccontavi qualcosa di nuovo. Ogni notte si apriva in te qualche vecchia ferita e inondava il nostro letto di sangue indelebile. E dentro ogni ferita ce ne era un’altra, ancora più profonda. Gli schizzi di cervello di Giovanni sulla tua giubba. Tommaso schiacciato da un camion. (lui si volta e adagia la sua testa sul suo grembo, come un bimbo) Abbandonato nelle mie braccia, piangevi e tremavi così forte che pensavo morissi da un momento all’altro. E io avevo paura del sonno. Degli incubi. Avevo paura di te. (si scuote da qualche brutta sensazione) Mentre non c’eri, la mia carne bruciava per te. Ero assetata di te. Di tenerti stretto nelle mie braccia. Forte. Forte, dentro di me. Il tuo corpo, le risate, i sogni, i dispiaceri. Tutto quello che ti faceva paura, tutto quello che eri. Volevo tutto. E tu mi hai dato tutto. Niente proibito. Tutto. Troppo! Ogni nuovo orrore doveva essere la prova del tuo amore. Io dovevo diventarne parte, vero? E quasi ti lasciai per colpa del più grande tradimento di tutti: pensavo che l’amore era una cosa facile! (una pausa)
GIUSEPPE Io, mi sentivo tradito. Non volevo provarti niente. Avevo solo bisogno di te.
MARIA Non era la Patria, ad avere bisogno di te? (lui tace) Finché gli servivano gambe e braccia avevano bisogno di tutti. Poi, poco dopo, hanno cominciato a scegliere. E chi era “scomodo” l’hanno consegnato a quegli altri!

Gli scopre un avambraccio su cui si vede il tatuaggio dei Lager Nazisti.
Un tuono sinistro.

MARIA Poveri illusi! E vi è pure andata bene! Tutto si mostrava reale. Vero. Tutto si trasformava in rappresentazione. …Allora decisi che non ti avrei più concesso nulla. (prende una mela e passeggia mentre arrotola il picciolo)
GIUSEPPE Cioè? 
MARIA Niente più fastidi inutili.
GIUSEPPE Fastidi?
MARIA Sì, quelle piccole cose che ti irritano quando conosci bene qualcuno.
GIUSEPPE Irritano?
MARIA (il picciolo si stacca. Pianissimo) “C” : Chicca! (tornando a lui) …Sì, Giuseppe: irritano.
GIUSEPPE Io ti irrito?
MARIA Beh, più che irritarmi...
GIUSEPPE Ti infastidisco?
MARIA Qualche volta sì.
GIUSEPPE Quando, per esempio?
MARIA Per esempio... beh... quando fai cilecca.
GIUSEPPE …Ma sarà successo… una volta! (lei lo guarda scettica) …Due!
MARIA In 70 anni? …Lasciamo perdere!
GIUSEPPE (spiazzato) E allora tu? Quando diventi improvvisamente muta perché sai di aver sbagliato? (la spinge)
MARIA Non lo faccio mai. (lo spinge)
GIUSEPPE Ah no? (la spinge indietro)
MARIA E tu tiri su col naso. (la spinta diventa una stretta. La stretta diventa un combattimento)
GIUSEPPE E tu vuoi sempre sapere quello che leggo.
MARIA E tu ti gratti il culo davanti agli ospiti. E non metti mai il tappo al dentifricio che così diventa secco.
GIUSEPPE Almeno io non lascio le mie mutande sporche nel lavandino.
MARIA Almeno io non schizzo sulla tavoletta del bagno.
GIUSEPPE E tu hai quell’insopportabile vizio di schioccare le labbra quando bevi il tè.
MARIA Che?
GIUSEPPE E non vuoi mai un gelato ma dai sempre una leccata dal mio.
MARIA E allora? Che c’è di male? (lei lo butta a terra e rotola su di lui, immobilizzandolo a terra, come uno schiacciasassi)
GIUSEPPE Aghhhh! Brutta racchia.

Lei solleva braccia e gambe in modo da pesare il più possibile su di lui. Lui mugugna per il fastidio poi le fa il solletico. Lei grida e rotola via, mettendosi in ginocchio davanti a lui, arrabbiata, muta.

MARIA ...Mi hai fatto il solletico!
GIUSEPPE Mi stavi schiacciando.
MARIA Il solletico è più fastidioso!
GIUSEPPE Va bene. Pace. Niente “racchia”.
MARIA Né solletico? (lui va dietro di lei)
GIUSEPPE Né solletico. (l’afferra da dietro immobilizzandola) Ah ha! E ora che fai, Maria Racchia Racchiona?

Lei lo prende per il naso e stringe. Lui è immobilizzato dal dolore e parla “di naso”.

GIUSEPPE Ah... vecchio trucco! Vecchio ma efficace! Va bene, Brava! Pace. Pace davvero. (pausa) Pace?
MARIA Niente solletico?
GIUSEPPE Niente solletico.
MARIA E non mi chiamerai più “racchia”, vero? (pausa. Lei stringe più forte)
GIUSEPPE Aaghh! Va bene, dai! Non ti chiamo più ... (lei stringe) ...quello lì.
MARIA Promesso?
GIUSEPPE Ti ho detto di ... (fa segno di sì col capo e lei lo lascia. Lui si alza e mostra che aveva le dita incrociate) ...NO: racchia! 

Ride forte. Tira su col naso e si gratta il culo vistosamente. Prende il coltello e una mela. Maria fa scena muta in disparte. Lui si avvicina e schiaccia un bacio sulle sue labbra finché lei si rilassa schiudendole in un bacio sentito. 

Giuseppe taglia un pezzo di mela e lo mette in bocca, poi lecca il succo sulla lama. Mastica senza mai toglierle lo sguardo di dosso con sfida. 
Lei ricambia lo sguardo ma con una tenue traccia di dolcezza. Lui taglia un altro pezzo di mela, lo mangia e lecca la lama vistosamente. Con uno scatto lei gli afferra la mano avvicina a lei il coltello e lecca il succo sulla lama. Lui gira il coltello e lei fa scorrere la lingua proprio sulla parte affilata. 

Si sente il suono della lama che scorre sul metallo. 

Lei, sempre fissandolo, prende il coltello tra le labbra, saldamente. 
Musica di tensione, pulsante. Nelle loro espressioni c’è un cambiamento. Lui agita morbidamente il coltello nell’aria e lei accompagna questo movimento in perfetta armonia, anche anticipando i suoi movimenti. Improvvisamente lui affonda in avanti. Lei è sorpresa ma riesce a assecondare il movimento. Il sorriso sfuma sulle loro facce. Lui affonda ancora un paio di volte, minacciosamente, poi allontana il coltello da lei, come per “graziarla”. Abbassa la lama, sorride, e prende un altro pezzo di mela, ma lei ancora gli blocca la mano e porta coltello e mela alla sua bocca. Gli fa un occhiolino. Lui le lascia il coltello che lei lecca maliziosamente. Si sente il suono della lama sul metallo.

GIUSEPPE Pace, dai! (indicando il coltello) Toglilo dalla bocca: è pericoloso! (lei non lo fa) ...Toglilo, dai!

In evidente segno di sfida lei si lascia il coltello in bocca, tenendolo solo con labbra e denti e continua ad agitarsi sinistramente, più nervosamente di prima. Lui cerca di intercettarla facendo veloci ma prudenti assalti. Lei oscilla sbilanciandosi ma riesce a rimanere in piedi. Improvvisamente lui l’afferra e la sbatte in terra sulla schiena, con le gambe piegate. Restano immobili. La musica cessa. Lui sfila lentamente il coltello dalla bocca di lei. Si sente il suono della lama sul metallo. Lo posa sul suo seno e si inginocchia davanti a lei. Lei scuote le gambe facendo scivolare il vestito, scoprendo così le gambe.

GIUSEPPE Ci conosciamo troppo bene.

Lei prende il coltello avvicina la punta alla fronte di lui, facendola oscillare davanti agli occhi. Lui non ha paura. Si fida. La fa scorrere sulle sue guance, gola, petto, stomaco e inguine.

MARIA Ho avuto un amante.

Affonda il pugnale nel suo stomaco. Sotto il costato, a destra. 

Lo schiocco di un tuono.

Lui si piega su se stesso. Ansima. Si stringe lo stomaco e si trascina gemendo fino al catino. Da qui in poi ci sarà sulla sua maglia il segno rosso della ferita.

MARIA Non te l’aspettavi, vero?

Lui è chino sul catino. Tossisce e si bagna lo stomaco con l’acqua.

MARIA Dai! È solo un graffio. (una pausa) Oh?
GIUSEPPE Fa male!
MARIA Non essere patetico! È stato tanto tempo fa. Non può farti male adesso! 
GIUSEPPE La ferita. Fa male!
MARIA Forse non hai capito: ti ho tradito!
GIUSEPPE ...Non ci credo.
MARIA Durante la guerra. Tu eri lontano.
GIUSEPPE Smettila! Mi fa male!
MARIA La ferita?
GIUSEPPE Quello che dici.
MARIA Hai detto che non ci credi!
GIUSEPPE Infatti. Non ci credo.
MARIA Come vuoi. (si sciacqua il viso. Lui la guarda)
GIUSEPPE ...Chi era?
MARIA Era...
GIUSEPPE No! Zitta. (una pausa) ... Chi era?
MARIA Un tosatore.
GIUSEPPE Di che?
MARIA Di pecore, scemo! Conosci altri tosatori?
GIUSEPPE Tanto non ci credo! (una pausa) ...Chi era?
MARIA Un ragazzo.
GIUSEPPE Ti ha costretta? (lei ha una debole reazione di disappunto) ...Avresti dovuto dirmelo. Avrei capito.
MARIA Avresti reagito malissimo.
GIUSEPPE (feroce) Non è affatto vero! (lei lo guarda e gli fa cenno di stare calmo. Lui abbassa il suo sguardo feroce)
MARIA Non mi ha costretta per niente. Era giovane, dolce, ingenuo. L’ho sedotto io.
GIUSEPPE Mi hai tradito? (si tocca la ferita)
MARIA Sì. Ti ho tradito.
GIUSEPPE Perché?
MARIA Per distrarmi da te! Per vedere se riuscivo a stare almeno un secondo senza pensare a te! Per capire se avrei saputo dimenticarti, se avessi dovuto!
GIUSEPPE Non potevi distrarti... che ne so... con un libro?
MARIA Avevo bisogno di qualcosa di un po’ più forte!
GIUSEPPE E lui te l’ha data?
MARIA Lui...
GIUSEPPE (forte) No. Zitta! (una lunga pausa) ...E ... ci sei riuscita?
MARIA Che?
GIUSEPPE A dimenticarmi.
MARIA No. Per niente. Anche nel preciso istante dell’... (lui ha un fremito) ...anche in quel momento, c’era il tuo viso. Ma è stato un bene! Almeno ho capito. Ho capito chi ero e quello che sentivo. Sì, è stato utile.
GIUSEPPE Perché me lo dici adesso? (accavallato) Perché me lo dici adesso?
MARIA (acc) Perché sto per andarmene. E questo era il mio ultimo segreto. Ora sai davvero tutto di me!

Va dietro al catino e si inginocchia. Lui riflette su quanto ha appena sentito. La sua espressione cambia come se si fosse ricordato di qualcosa. Si allontana da lei pensando e si mette a sedere, fissando il vuoto.

GIUSEPPE Pioverà. 

Una lunga pausa. La musica sfuma mentre Maria inizia dolcemente a cantare una ninna nanna. Continua a canticchiare a bocca chiusa, piano, agitando lentamente la mano nell’acqua del catino. Lentamente lui si alza e si avvicina al catino. Si inginocchia davanti a lei, senza guardarla. Lei lo guarda e solleva un po’ d’acqua con la mano e gli bagna il volto. Lo battezza. Ora lui la fissa. Lei lo bagna ancora, ma con un dolce sorriso. Si fissano e lentamente avvicinano il viso al pelo dell’acqua nel catino. Stessa musica pulsante dell’inizio.
Si porta una manciata d’acqua alla bocca e lo fissa con un’espressione maliziosa. Improvvisamente gli sputa l’acqua in faccia. Una pausa. Insieme immergono la testa nell’acqua prendendo una boccata d’acqua e si tirano su fissandosi. Una pausa e insieme si sputano l’acqua addosso. Si abbracciano, ma lei ha ancora dell’acqua in bocca e quando le loro facce sono vicine, gliela sputa addosso ancora. Lui sobbalza indietro, lei ridacchia. Si riabbracciano e lui sputa a lei la poca acqua che aveva ancora in bocca. Scoppiano a ridere. Abbracciandosi sensualmente. Si stendono a terra l’una sull’altro. La risata e l’abbraccio si trasforma in un profondissimo bacio.

GIUSEPPE Ti ricordi nel fienile?
MARIA Ti ho detto che mi ricordo tutto. ...Perché il fienile?
GIUSEPPE Eri bellissima con la paglia nei capelli.
MARIA Ah. Quello. ...Sì, carino. ...C’è di meglio.
GIUSEPPE Cioè?
MARIA Un giorno, mentre eravamo nel fienile, tu hai cominciato a...
GIUSEPPE ...Cosa? Che ho fatto?
MARIA ...accarezzarmi il sedere. Allora ho pensato: “uhh, Giuseppino mio, questa è una novità...” E ho cominciato a farlo anch’io. Era sempre più sensuale... e poi ho visto tutte e due le tue mani che si davano da fare... maiale! (ridono e rotolano in terra)
GIUSEPPE Improvvisamente hai sganciato un urlo agghiacciante e in un secondo eravamo fuori.
MARIA Ho fatto male?
GIUSEPPE Scherzi? Era il più enorme, terrificante e minaccioso topo che avessi mai visto! (continuano a ridere) E ci guardava con un ghigno...! (la risata aumenta per poi sfumare)
MARIA Il casale mi manca!
GIUSEPPE Lo terranno in ordine i gatti. (lo colpisce scherzosamente)
MARIA Cinico! Manca anche a te, vero? (una pausa) Vero?
GIUSEPPE È una bella parte di me. Di noi. Mentre ero in alto mare, era come un’ancora. Un punto fermo in mezzo a quel delirio. (si alza e cammina) Anche quando eravamo al Campo, in Austria. Ma non solo casa nostra, tutto intorno. I campi, le colline. Tutti quei nomi che usavo per cullarmi come un bambino. Maddalena. Riva Verde. Gelsomino. Tutti piccoli nomi pieni di magia, di pace. Il ponticello del glicine. Libeccio. Ranuncoli. Tutti i fiumi. Il Passetto, l’Acquanera, il Lettogrande, che sembrava rigurgitare latte dalla schiuma dei vortici. Nomi che rimandavano all’idea di grandezza. E che mi ricordavano chi ero e in cosa credevo. Chi, tra me, mamma e papà, fosse tornato vivo, avrebbe venduto il casale. Mamma non tornò. Maledetti. Papà non poteva starci senza di lei. C’era rimasto solo quello per sperare di avere qualche soldo. Io avevo te. Lui non aveva più niente! Bisognava tornare in città. Meno spese e più comodità per tutti. Era troppo vecchio per non farlo. Per restare lì. La guerra era finita. Tante cose erano finite, o mancava poco. (lei si accarezza il ventre, ascoltandolo. Lui si siede a fianco accarezzandole i capelli e le spalle) Anch’io mi ricordo il ritorno alla stazione. Anch’io non riuscivo a crederci. Ero intontito. Non avevo dormito. Quando sei corsa nelle mie braccia, ho pensato che da un momento all’altro mi sarei svegliato, in mezzo alla neve, con quel sogno che scivolava via tra le dita. Per qualche giorno ci siamo studiati un po’, cercando di conoscerci di nuovo. Poi siamo andati via dal casale. C’era qualcosa nel paesaggio. Qualcosa che voleva mostrarsi, raccontare la sua storia. La nostra storia. I bambini che dopo la scuola correvano nell’erba per andare a tuffarsi nello stagno del salice, come facevamo noi.
MARIA ...Disgraziati! Mi trascinavano in acqua quando andavo a sciacquare i panni.
GIUSEPPE Che Pace. Ho un’ immagine. Un giorno caldo. Quel caldo accogliente del Mezzogiorno d’autunno stemperato dalla pioggia appena passata. Tu ci porti da mangiare. Ti vedo venire da lontano. Le montagne sembrano più vicine e il sole si riflette nell’acqua del fiume. Tu cammini alzandoti la gonna, mentre ci porti il picnic. È una immagine che porto sempre con me. (la guarda e le accarezza le gambe, mentre intona la stessa melodia di prima)
MARIA (Sorpresa) Non me lo ricordo!
GIUSEPPE Infatti non è il caldo accogliente del Mezzogiorno d’autunno stemperato dalla pioggia. mai successo! (pausa. Lui intona la stessa ninna nanna)
MARIA (Giuseppe si astrae pensieroso) ...Che c’è? (lo richiama con un piede) ...Giuseppe? (smette quella posizione. Si alza e si allontana)
GIUSEPPE A chi appartiene ora? Alla banca!
MARIA Abbiamo fatto il possibile! Quegli anni sono stati terribili. Per tutti.
GIUSEPPE Pieno inverno! Tu eri andata via presto, a cercare di vendere l’ultimo grano rimasto. Io ero andato al canile per lasciarci i cani. Azzannavano il freddo. Non potevo immaginarli in catene. Mi tremavano le mani. Loro avevano capito. Attraverso il guinzaglio gli arrivava il mio tremore. Solo l’inverno, pensai. Poi vi vengo a riprendere. A metà strada li lasciai liberi. Fate quello che volete! Scappate via. Ma loro non si muovevano da me neanche di un millimetro. Così siamo tornati indietro. Piano. In silenzio. Vedendo il casale che si riavvicinava, il dolore era straziante. Mi raggelava le braccia. Così ho cominciato a camminare intorno al casale. I cani mi guardavano come per dire “che succede? Questo non ce l’aspettavamo proprio!” Abbiamo camminato tutto il giorno. Battendo tutto il terreno intorno. Tornato a casa nel tardo pomeriggio, mi tremavano ancora le mani. Quella giornata meravigliosa non era riuscita a calmarmi. Non potevo entrare. Non riuscivo ad aprire la porta della casa che mi aveva cresciuto. Mi sono seduto fuori, sul muretto, e quei cani sapevano cosa stava succedendo. Là, seduti. Insieme. Tre vecchi amici che aspettavano il tuo ritorno.
MARIA Sì. Stavate lì. Il mio vecchio Giuseppe e i suoi amici. Ma andò tutto bene, no? Una bella passeggiata, no? Ne facevamo spesso.
GIUSEPPE Sì. (una pausa)
MARIA Mi lavi i capelli?
GIUSEPPE È necessario?
MARIA Proprio necessario, no. Mi piace. (gli sorride. Lui ricambia il sorriso)
GIUSEPPE Va bene. Vieni qui.

Lei si china sul catino, piegata sulle ginocchia. Sembra un’operazione consueta. Lui si inginocchia dall’altra parte del catino e fa scorrere l’acqua sulla sua testa, tra i capelli. Silenzio.

GIUSEPPE Come va?
MARIA Mmmm... (pausa. solo il rumore dell’acqua) ...Mi laverai quando sarò morta?
GIUSEPPE MARIA...
MARIA Ci siamo quasi.
GIUSEPPE Non dobbiamo parlarne per forza.
MARIA Lo farai?
GIUSEPPE ...Sì. Ti laverò io.
MARIA Non me. Il mio corpo. Io sarò andata. In volo con le upupe. Un giro intorno al casale per l’ultimo sguardo e poi via.
GIUSEPPE Dove?
MARIA Solo loro lo sanno.
GIUSEPPE Egoiste! (ridono. una pausa)
MARIA Non voglio che qualche infermiere o un becchino posi le sue dita di morte su di me.
GIUSEPPE È il loro lavoro. Sono abituati.
MARIA Io no.
GIUSEPPE Non sarai tu. Tu sarai andata.
MARIA E se quel giorno mi fossi dimenticata le mutande? Nessuno dovrà vedermi. Nessuno oltre te. E pulirai tutta la stanza, metterai uno stupendo mazzo di fiori sul davanzale, aprirai la finestra per far entrare nella camera il profumo dei fiori e il caldo accogliente del Mezzogiorno d’autunno stemperato dalla pioggia, e mi coccolerai in lenzuola candide, sarà bellissimo. 

Lei si asciuga con la camicia di lui. Solleva il volto, scosta i capelli e lo fissa amorosamente. Lui ricambia e si baciano.

MARIA L’abbiamo mai fatto al bagno?
GIUSEPPE Al bagno? Aspetta... L’abbiamo fatto nel fiume...
MARIA A scuola.
GIUSEPPE Ah, eri tu?
MARIA Eri esausto?
GIUSEPPE Ero distrutto!
MARIA Ero io! (ridono continuando il lavaggio) Che meraviglia!
GIUSEPPE Anche a Chicca piaceva che glieli lavassi. (l’espressione di lei si rabbuia) ...Povera Chicca! (notandola imbronciata)...Che c’è?
MARIA “Povera Chicca”?
GIUSEPPE Beh? (una pausa) ...Non capisco...
MARIA No, decisamente non capisci!
GIUSEPPE Che vuol dire? (si alza e cammina nervosamente) Allora? 

Lui le afferra un polso, lei fa per colpirlo ma lui la ferma. Restano immobili, fissandosi. Lei guarda il polso poi di nuovo lui. Lui apre la stretta liberandole il polso. Lei resta immobile poi abbassa il braccio.

MARIA Non verrà, vero?
GIUSEPPE No. Non verrà.
MARIA Le hai detto tutto?
GIUSEPPE Tutto. (una pausa) ... Per lei è dura...
MARIA È dura per me! Per quanto tempo continuerai a blaterare questa scusa?
GIUSEPPE Finché sarà vera!
MARIA Stai sempre dalla sua parte! Io ho sempre torto, vero?
GIUSEPPE Non è questione di torto o ragione.
MARIA L’ho sempre saputo.
GIUSEPPE Forse se non ne fossi stata così convinta, le cose sarebbero andate diversamente.
MARIA Ho solo cercato di essere concreta. Realistica. E invece mi fate sentire una specie di mostro.
GIUSEPPE Non è così.
MARIA Tu eri così disponibile con lei! Si confidava, con te! Solo con te! E non venirmi a dire che non eri dalla sua parte. Ti auguro, prima o poi, di provare come ci si sente!
GIUSEPPE So come ci si sente quando si ama davvero! So che vuol dire sentire i genitori che ti sussurrano continuamente nelle orecchie “non è la donna giusta per te. La sua famiglia non è chic, non è ‘bene’. Lei sa benissimo che avrai questo casale. Sa da dove veniamo. È questo che sta puntando. Ne puoi trovare decine meglio di lei”! E tu gli rispondi che la ami e loro dicono: “Ma che ne sai tu dell’amore?” E vai avanti così per mesi, anni, finché non cominci a dubitare anche tu. Veramente. Allora vai dalla tua donna. E senti che finché c’è lei vicino, potrai fare tutto. Ma quel brivido di disapprovazione è sempre in agguato. Inquina e indebolisce tutto. Ci vuole tantissimo per cacciarlo via. Io ho giurato che non lo avrei fatto mai provare a nessuno. E ho voluto che Chicca sapesse che noi non l’avremmo amata di meno per le sue scelte.
MARIA Mi ha spezzato il cuore.
GIUSEPPE E tu il suo. Si è sentita “giudicata”.
MARIA “Sono passati sette anni, ormai. Ci siamo solo io e il bambino. Buenos Aires è peggio dell’inferno”.
GIUSEPPE Cos’è?
MARIA L’ultimo messaggio che mi ha mandato. Una cartolina.
GIUSEPPE Non lo sapevo.
MARIA Era indirizzata a me. Quasi una punizione, no? “Visto? È successo proprio come avevi detto. Sono sola e disperata. Contenta? Sei riuscita a rovinarmi la vita anche con l’oceano in mezzo. I brividi della tua disapprovazione hanno inquinato tutto”. Sono sua madre e non la conosco.
GIUSEPPE Quando l’ho chiamata, mi ha detto di dirti che ti vuole bene.
MARIA Davvero? (una pausa. Si fissano)
GIUSEPPE Maria, non siamo perfetti. Non siamo immortali. Viviamo, sbagliamo, giochiamo, gioiamo e moriamo!” (silenzio. Lui si siede davanti a lei. Non succede niente eppure succede tantissimo)
MARIA Che ora è?
GIUSEPPE Mezzogiorno meno uno. (lei si alza) Fa un fresco piacevole. È una bella giornata per andare.
GIUSEPPE Sì.
MARIA Hai pulito la stanza?
GIUSEPPE Sì. (lei si rasserena)
MARIA Mi sarebbe piaciuto tornare al casale.
GIUSEPPE Ci puoi andare con l’immaginazione.
MARIA Già. (chiude gli occhi) Hai messo fiori freschi nel vaso?
GIUSEPPE Sì. (una pausa)
MARIA Mi ricordo stesa, con Chicca in braccio. Una piccola palletta rosa attaccata al mio seno, felice. 

Si sfiora dolcemente un seno con la punta di un dito. Abbassa le mani e se le afferra stringendosele, al ventre. Un lampo di dolore attraversa il suo sguardo.

MARIA E ora non mi posso alzare anche se lo vorrei. (una pausa. Si alza. lo guarda) ...Hai aperto la finestra?
GIUSEPPE Sì.
MARIA Non ho paura, Giuseppe. Prima o poi deve succedere, no? Il fiume continua a scorrere. I suoi panorami sfumano in lontananza, caldi e azzurri come la memoria. Il paesaggio raccoglie la sua vecchia pelle increspata e fa capolino bramosamente sul muro nero dei tuoni che arrivano da Nord. Voglio solo stendermi ad occhi chiusi e ascoltare la pioggia. Voglio vedermi giovane! Vedere noi come eravamo all’inizio. Voglio il caldo accogliente del Mezzogiorno d’autunno stemperato dalla pioggia. …Ho fatto tutto quello che potevo. Ho preso tutto il sole possibile. Voglio restare in piedi, nuda sotto la pioggia. Aprire tutti i miei pori e berla. Tutta. Sentire la mia pelle tirarsi sul mio corpo, senza sgualcirsi, dolcemente. La schiena non si incurverà, le mie membra diventeranno lunghe e pulite. Io mi stiracchierò in quella dolce acqua e mi vedrò per quella che sono davvero.
GIUSEPPE Come ti vedo io. Da sempre! Tu mi fisserai per un attimo, e in quell’attimo passerà tutta la nostra meravigliosa vita insieme. (lei gli sorride un attimo, mestamente. Lui le si avvicina e l’abbraccia) ...Che succede?
MARIA Tutte palle! Le più belle parole possibili... La verità è che non voglio andarmene! Non voglio lasciarvi. 

Cresce un dolce Walzer antico, mentre loro si abbracciano e accennano una triste danza. Lui si allontana indietreggiando. Le loro braccia si tendono lentamente mentre scivolano sempre più lontane. Si sfiorano le spalle, i gomiti, gli avambracci, i polsi, le mani le dita. Quando le dita si separano le braccia cadono giù a peso morto. Lui le sorride. Le porge ancora una mano. Lei risponde con un sorriso e gliela prende. 

MARIA Cosa senti per me, piccolo mio?
GIUSEPPE Sto morendo con te.
MARIA Fammi andare.

Si sollevano. C’è un velo di imbarazzo. Facendosi forza, lui prende il vestito dal catino. Tenendolo ad altezza braccia su di lei, lo strizza. Lei si inarca all’indietro, facendo cadere l’acqua sulla sua gola e il petto. Gli sfiora con una mano le cosce, l’addome, le braccia e prende il vestito. Lo passa sul petto di Giuseppe, sulla schiena, strizzandolo su di lui. Lo getta nel catino, forte, creando schizzi. Si inginocchiano e si cospargono d’acqua, inizialmente lentamente, poi sempre più forte fino a diventare violenti, schizzandosi l’acqua addosso furiosamente in una risata isterica. Giocano come due bambini. Saltano in piedi, sempre ridendo con una punta di imbarazzo consapevole, e lentamente camminano circolarmente. La musica ora è forte, piena, ricca. Le loro risate si trasformano in un pianto. Si abbracciano fortissimo, e parlano così, nell’ultimo abbraccio. Le loro voci non sovrastano la musica: è il loro ultimo addio privato. Noi ne siamo esclusi. Vediamo che si parlano. Lui piange, lei sorride dolorosamente. Questa scena deve durare abbastanza. Poi lei si porta ancora una mano allo stomaco, dolorante. La musica comincia a dissolvere. 

MARIA Giuseppe, io mi ricordo tutto.

Lui l’aiuta ad entrare nel catino. La testa è appoggiata ad una estremità, le braccia sporgono fuori. Le ginocchia sono appoggiate all’altra estremità. I piedi sfiorano il pavimento. È morta. Lui si inginocchia dietro il catino. Denso silenzio. La guarda, sorride. Fa un sospiro pieno di pianto trattenuto. E comincia a cantare la ninna nanna mentre gentilmente la lava.

Prende la sua mano e l’avvicina al viso, si accarezza mentre piange. 
Silenzio assoluto, poi il fermo di questa immagine. 
Le luci sfumano dolcemente fino al buio.
Sul buio, in controluce, dal fondo arriva lentamente un vecchio sugli 80. E’ vestito esattamente come Giuseppe all’inizio dello spettacolo. Arriva fino in proscenio, si decentra in un cono di luce e comincia a sbucciare una mela. Si interrompe, ha il volto sereno su cui scorre una lacrima. Guarda verso l’alto. Sorride. La luce sfuma dolcemente. Il canto del’upupa, sul buio, chiude lo spettacolo.

SIPARIO

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