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di Fortunato Pasqualino

da IL DRAMMA - Anno 44 - n. 2 - Novembre 1968

PERSONAGGI:

Abelardo

Eloisa

Bernardo di Chiaravalle

Abate di Cluny

Legato Pontifìcio

Padri conciliari

Suore del Paracleto

PREMESSA

Questo processo si ispira al concilio o sinodo di Sens (1140) più che a quello di Soissons (1121), l'uno e l'altro dedicati alla condanna di Abelardo. I particolari del comportamento dei Padri conciliari sono ricavati dalla sto­ria, così pure il linguaggio dei personaggi. I discorsi di Abelardo sono desunti per lo più dai suoi scritti filosofici, in special modo dall'’Ethica o Scito te ipsum. Eloisa ha il lin­guaggio delle sue lettere d'amore. A Bernardo di Chiaravalle sono lasciate le accuse e le invettive che egli lanciò contro Abelardo nella corrispondenza col Papa. Storica è la battuta finale dell'Abate di Cluny e così pure buona parte del resto. Il Legato Pontificio è in­vece liberamente inventato ma sul fonda­mento storico di fatti e di discorsi che ci furono realmente.

Le ricostruzioni drammaturgiche della vita di Abelardo si sono fermate di solito all'epi­stolario dei due amanti e alla Historia Calamitatum. Qui si è cercato di oltrepassare la cronaca sentimentale ed erotica, che risulta tuttavia nel contesto del processo, per recu­perare la personalità dialettica e il dramma intellettuale di Abelardo. Il quale, anche quando teologava « per scommessa » — ma forse tutta la teologia è una scommessa — metteva nella posta, per così dire, l'anima, preoccupando e scandalizzando allora nella misura in cui ci appare vicino alle crisi reli­giose e teologiche del nostro tempo.

Aula del concilio medievale. I Padri conci­liari prendono posto sugli scanni discutendo, sghignazzando, come se commentassero l'evi­razione di Pietro Abelardo, che è accasciato in un angolo, quasi dolorasse ancora e por­tasse il lutto alla propria virilità stroncata. Alcuni padri hanno in mano coppe di vino e bevono e si dànno violente manate sulle spalle, in contrasto con la solennità del mo­mento, alla quale vengono richiamati dall'abate di Cluny, da Bernardo di Chiaravalle e dal Legato Pontificio. Ora si mettono a scandire, battendo a ritmo piedi e mani, la parola « damnamus ».

Voce anonima.    Fuoco!

(Risata generale).

Abate di Cluny.(veste di nero, come i mo­naci del suo ordine, mentre Bernardo è tutto bianco: fa segni perché gli si lasci dire qual­cosa)  Di Abelardo abbiamo già letto col fuoco il De unitate et trinitate Dei, prima ancora di sfogliarlo.

(Mormorio dei padri).

Legato Pontificio.(si alza e leva la mano in alto, chiedendo di volere essere ascoltato)  Io non ho letto il libro di Abelardo. Se do­vessimo leggere tutti i libri che siamo chia­mati a giudicare!

(Ilarità dei padri).

Per noi ha letto però, e molto bene, l'abate Bernardo di Chiaravalle. Da tempo ormai egli legge per noi, commenta per noi, pensa per noi: lui e la Francia. A Roma e in Italia non si pensa che in francese. In Francia hanno cer­cato e trovato asilo, sotto il regno del vostro beneamato sovrano, ben cinque pontefici: Urbano II, Pasquale II, Gelasio II. Callisto II e l'attuale, sua santità Innocenzo II. che deve all'abate di Chiaravalle e alla Francia il rico­noscimento di essere il legittimo pontefice, contro gli antipapi Anacleto II e Vittorio IV. La Francia sta tanto a cuore al Papa che più di una volta egli ha espresso il desiderio di trasferitisi. Sua Santità volentieri sarebbe stata tra noi, se non avesse da combattere fra l'altro contro Tivoli, che minaccia di fare morire di sete i Romani. Tivoli ha bloccato non solo le proprie cantine ma anche il vino che viene dal Mezzogiorno. Capite quale rischio corrono le nostre mense e i nostri altari. Il Papa lascia a noi il compito di giu­dicare Abelardo; a noi e, in particolare, a Bernardo, che Sua Santità considera quasi « alter ego ».

Bernardo.            Graditissimo inviato della Santa Sede e confratelli amati; benché io sia il più inutile servo della Chiesa, sento di dovermi assumere il maggior peso di questo processo. Sarà vero che voi avete letto con me l'opera di Abelardo. Noi siamo un'unica cosa; e ciò che è stato appreso da uno di noi, è stato appreso da tutti. Voi avete letto con i miei occhi e disapprovato con la mia povera mente. È stato detto bene, per quanto in tono di scherno, che certi libri si dovrebbero leggere col fuoco; e, vorrei aggiungere, col fuoco dell'inferno.

Abate di Cluny. Lasciamo che siano poi il carnefice e Lucifero a bruciare i libri di Abelardo. Non possiamo giudicare ciò che non conosciamo. Si deve almeno esporre breve­mente il contenuto dei libri dell'accusato.

Bernardo.            Di Pietro Abelardo non abbiamo da giudicare soltanto libri. Egli è di più di quello che scrive. In Abelardo dobbiamo cer­care di scorgere molto di più di un uomo, di un filosofo, dell'autore di libri eretici. Nel suo nome si arma la mala volontà del secolo. Non dimenticate che egli vanta amici e com­plici in tutto il mondo, anche e soprattutto a Roma, e proprio presso la Santa Sede, tra vescovi e cardinali. Cinquemila studenti a Parigi lo hanno seguito. Per ascoltarlo sono venuti anche dall'Inghilterra, sfidando le tem­peste della Manica. Quel Giovanni di Salisbury, amico di Tommaso Becket e familiare nella corte d'Inghilterra, è uno dei suoi di­scepoli. Non so quanti di voi hanno visitato i ritrovi e gli accampamenti degli studenti di Abelardo a Parigi. Potreste vederli giocare allegramente ai dadi sugli altari di Notre Dame.

Voci.                     Damnamus.

Bernardo.            Abbiamo un obbligo: cercare di persuadere Abelardo dei suoi errori. Ricor­datevi che anche nell'esercizio dei nostri tri­bunali abbiamo compiti apostolici. Abelardo deve convincersi che la nostra condanna è giusta. Dovrebbe egli stesso invocarla, come una grazia del Signore.

Abate di Cluny.(a Bernardo)  Avete molta fiducia.

Bernardo.            Hosemplicemente fede. Taluni si sono meravigliati della tenacia con cui ho perseguito questa causa e mi hanno accusato di durezza. Che cosa mi ha fatto quest'uomo? A me personalmente, nulla. Eppure sento che invecchierò nell'odio di lui come di ogni nemico della Chiesa. Sarei disposto a odiare mio padre e mia madre. Nostro Signore ci comanda di odiare perfino le nostre anime per amore di Lui. Chi ha lo spirito di Dio, tenga bene a mente le parole del Vangelo. Noi abbiamo il peso tremendo, anche se provvidenziale, di un grande pontificato alle nostre spalle; una di quelle sferzate dello spi­rito che sembrano scrollare dalle fondamenta le istituzioni: i troni traballano, i templi paio­no rovinare, le stesse tavole della Legge sono spezzate come da un Mosè infuriato. Questo colpo d'ira di Dio sulla terra - di ira e di amore - ha il nome venerato di Gregorio VII. È passato molto tempo dal suo santo pontificato; e Dio si è degnato di dare altri pontefici alla Chiesa. Eppure i cavalieri della distruzione continuano a galoppare, forti di quel pontificato divinamente inquietante, che presumono di avere ereditato. Sennonché, come accade a certi eredi degeneri, essi deturpano e scialacquano la bella eredità; così quella che era grazia di Dio diventa nelle loro mani castigo; i tesori si tramutano in sterco; le ricchezze, in miseria; le virtù, in vizio;il principio della salvezza, in perdizione. Sommo alchimista di queste trasfor­mazioni è proprio questo maestro di mondo. Si sperava che la vergogna della mutilazione scoraggiasse la ciurma dei suoi studenti e che i giovani finalmente capissero e inorridissero del loro maestro. Invece lo hanno seguito, a costodi folli sacrifici. Lo hanno raggiunto nel suonascondiglio, nella foresta di Troyes, dov'egli si era ritirato con la sua ferita. Lo hanno aiutato. Gli hanno costruito un eremo; e sisono accampati là, costruendosi casupole dicanne. V'erano giovani della migliore no-biltà: Angli. Britannici, Baschi, Iberici, Nor­manni, Teutonici. Svevi, Galli. Romani. Si nutrivano di pane nero e di erbe, e si adat-tavano alle aspre fatiche della campagna. Se costui va a cadere in un deserto, il de­mo à popola. Egli dà la scalata alla mi-steriosa! oscurità di Dio, e passeggia per le vie del Cielo e fin nel profondo dell'inferno, portandosi dietro una gran turba, disputando su ogni domma della fede.

Legato Pontificio. Se ho inteso bene, voi, abate Bernardo, avete detto che si sperava che la vergogna della mutilazione fermasse gli studenti. Quale legame c'è stato tra que-sta speranza, da voi condivisa, e la disgrazia occorsa ad  Abelardo?

Bernardo.            Nessun legame, eccetto quello vo­luto dalla divina Provvidenza.

Legato Pontificio. Ammettete che la Prov­videnza di Dio possa essersi servita  degli eviratori di Abelardo?

Bernardo.            Nulla sfugge alla divina Prov­videnza.

Legato Pontificio. Sapete bene che contro i sicari che evirarono Abelardo è stata ap­plicata la legge del taglione e per di più essi sono stati accecati. Al canonico Fulberto, il supposto mandante, sono stati confiscati i beni. Ammettendo ora che la Provvidenza abbia voluto incaricare il canonico e gli altri di punire Abelardo, voi potreste far dubitare della giustizia compiuta a favore di questo uomo.

Bernardo.            Non intendo discutere la sentenza dei magistrati, però non escludo, come lo stesso Abelardo ha riconosciuto in un suo scritto autobiografico, che la mano che lo mutilò poteva essere quella di Dio stesso. Facendo evirare Abelardo, pur servendosi dei rozzi sentimenti di vendetta di un cano­nico e delle mani di vilissimi individui, Dio ha voluto probabilmente, oltre che umiliare la superbia di costui, respingerlo dalla sacra comunità. Nel Levitico leggiamo che Dio non permette che si accostino ai suoi altari neppure gli animali contritis vel tonsis vel sectis testiculis. Il Deuteronomio precisa che non deve essere ammesso nel tempio l'eunuco atritis vel amputatis testiculis et abscisso veretro.

Legato Pontificio.(rompe a ridere senza una ragione evidente, scandalizzando un po' Bernardo e gli altri; quando si calma, riesce a dire, sempre ridendo). I Filistei, sì, i Filistei, scusate, mi ricordano, ch'è diavolo, amputatis testiculis, la dote chiesta da Saul a Davide per Michael.

(Riprende a ridere forte; gli altri si guardano tra loro contrariati, chie­dendosi con sguardi e con gesti se l'inviato del Papa non sia per avventura impazzito).

Scusate, ma quel pazzo di Saul; e Dio, che permette certe cose. Però anche Davide (ri­dendo di nuovo) che entra nella reggia e conta davanti al re non cento bensì duecento membri tolti ai nemici uccisi.

Abate di Cluny. Non sono propenso a fare della religione una quaestio testiculorum. Poiché sono stati tratti in questione i prepuzi dei Filistei e la situazione fisiologica dell'accusato, ed io, in qualche modo, me l'aspet­tavo, debbo avvertirvi che gli articoli biblici citati da Bernardo sono stati superati dai Profeti e da Cristo. Ricordate ciò che il Si­gnore dice per bocca di Isaia? « Agli eunuchi che custodiscono i miei sabati, che predili­gono le cose di mio gusto e restano fermi nella mia alleanza, io concederò loro, nella mia casa e dentro le mie mura, un posto e un nome migliore dei figli e delle figlie di Israele; darò loro un nome eterno, imperi­turo ». Il medesimo concetto è espresso nel libro della Sapienza. E che dire degli uffici delicatissimi assegnati agli eunuchi, come si legge in Ester, nel primo e nel secondo dei Re, e in altri libri sacri? Dagli Atti degli Apostoli apprendiamo di un santo eunuco, ministro delle finanze della regina di Etiopia. Quanto poi gli eunuchi possano risultare graditi a Dio, è detto personalmente da no­stro Signore Gesù Cristo. «Perché vi sono eunuchi che sono tali dal seno materno, e vi sono eunuchi che sono stati fatti tali dagli uomini, e vi sono eunuchi che si sono fatti tali per il regno dei Cieli. Chi può capire, capisca». Il beato martire Origene. interpretando a modo suo questo passo del Vangelo, si evirò da sé. Comprendiamo che non è necessario ricorrere alla mutilazione per essere eunuchi nel nome del Signore. Si è eunuchi attraverso le rinunce che il sacerdozio implica. D'altra parte, a renderci tali, col passare degli anni, concorrono sicari ancora più spietati di quelli che sorpresero Abelardo:  la vecchiaia e poi la morte, confratelli cari, espugnano e ridu­cono alla polvere anche gli attributi virili più potenti.

Legato Pontificio.  Ci spaventate, con que­sti discorsi. (Risatina degli altri). Non credo che Bernardo ce l'avesse con gli eunuchi. Ha ricordato, è vero, che al Signore, almeno dapprincipio, essi non erano molto graditi. Bernardo però sa. e noi con lui sappiamo, che Abelardo è stato ordinato sacerdote non prima bensì dopo la disgrazia; e non credo che l'abate di Chiaravalle né altri vogliano mettere in dubbio una ordinazione sacerdo­tale di cui si è compiaciuto molto il Papa. Non vorrei però che ora si dichiarasse guerra ai prepuzi e s'invogliassero gli uomini di Dio all'auto-evirazione. Dio si compiace della na­turale funzione fisiologica dell'uomo tanto ch'Egli consentì a Davide vecchio di portarsi nel letto una fanciulla.

(Mormorio generale).

Non fraintendete, vi prego. A Davide il Si­gnore concesse ciò che noi non possiamo pretendere. Io sono tra coloro che approvano il recente provvedimento preso da Sua San­tità, nel Concilio Lateranense, circa le agapete,  le pie donne che, datesi per pura carità al servizio della Chiesa, finivano non di rado col riscaldare il letto degli ecclesiastici.

Bernardo.            Pregherei sua eminenza e l'abate di Cluny di non perdere altro tempo dietro questo argomento. Abbiamo da esaminare non il corpo ma lo spirito di Abelardo.

Legato Pontificio.  Ai discorsi generali, pur sapienti, che voi, abate Bernardo, pronuncia­te, preferirei testimonianze, capi di accusa. Si deve giudicare quest'uomo, ma non sap­piamo ancora in che cosa.

Bernardo.            Ditemi voi di dove devo comin­ciare, perché non vedo nulla della vita e dell'opera di Abelardo che non sia contrario allo spirito della vera religione.

Legato Pontificio. Parlavate di sferzate, di troni e di altari che vacillano. Credete dav­vero che il sovrano di Francia e la Chiesa abbiano da temere da Abelardo? A vederlo, non si direbbe una seria minaccia.

Bernardo.            Non lasciatevi prendere da una pietà di cui egli stesso potrebbe dolersi o beffarsi. Se cercate la forza nelle corazze e negli eserciti, sono il primo a dimostrarvi che Abelardo non ha nulla di tutto ciò. La sua forza risiede altrove. Il demonio non ha mai armato legioni. Si fa anzi portatore di pace. Abelardo detesta le armi e ha in odio le sante crociate e lo spirito che arma gli Stati cristiani. Fin dagli anni della gio­vinezza, disse di preferire alla spada la pa­rola e la logica. Distoglie i giovani dal pen­siero delle armi e delle crociate, e ha con­fessato che di buon grado passerebbe agli infedeli.

(I padri conciliari riprendono a coro « Damnamus! »).

Legato Pontificio. (Rivolgendosi ad Abe­lardo) È vero ciò di cui vi si accusa? Alza­tevi e parlate.

Abelardo.            (si alza lentamente, si avvicina al leggio della Bibbia)  Sì, è vero.

Legato Pontificio.              Perché vorreste passare agli  infedeli?

Abelardo.            Tra i cristiani non ho più pace. I monaci della mia abbazia hanno tentato di uccidermi, prima mettendo il veleno nel ca­lice con cui dovevo celebrare; poi, con agguati e con pugnali. Stamani, mentre venivo qui, sono stato preso a sassate e a sputi dalla folla aizzata contro di me. Gli infedeli mi tratterebbero meglio, specie sapendo che sono stato condannato da voi. e che potrei essere convertito alla loro fede.

Legato Pontificio. Dimenticate di essere un sacerdote.

Abelardo.            Appunto per conservarmi nella fede, vorrei andare tra gli infedeli.

Legato Pontificio. Noi combattiamo contro di loro.

Abelardo.            Gesù comandò a Pietro di rimet­tere la spada nel fodero. I cristiani dovreb­bero avere già  buttate via le armi e non aspettare che vengano loro ritolte da altri, come furono strappate di  mano a Israele. Mi dispiace di essere contro l'amico Bernardo, che predica la nuova crociata.

Legato Pontificio. Il Dio di Israele è chia­mato Dio degli eserciti.

Abelardo.            Se Dio avesse dovuto vincere il mondo con le schiere ebraiche, avrebbe per­duto da gran tempo la sua battaglia.

Legato Pontificio.  Oggi ha  però le armi della Francia e degli altri paesi cristiani.

Abelardo.            Non credo che valgano molto di più della spada di Pietro e dell'esercito di Israele.

Voce.                    Dio ha scelto la spada di Costantino.

Abelardo.            Costantino mise nei suoi labari il simbolo della religione solare che poi contrabbandò con la croce cristiana. Calcolò bene, da politico.

Voce.                    Chi incoronò Carlo Magno?

Abelardo.            Un papa, ma la cosa non piacque al re dei Franchi, né credo sia stata molto gradita a Dio. Tanti guai hanno la loro origine nell'atto di sottomissione compiuto dal papa ai piedi di Carlo Magno.

Bernardo.            Avete sentito? Non ha alcun ri­spetto per la tradizione e tende a sconsa­crare la storia. Sulla vittoria di Costantino c'è una pia tradizione, secondo cui l'impe­ratore, prima della battaglia del Ponte Milvio, ebbe una visione: In hoc signo vinces. E in quel segno egli vinse. Vero è che lui non si mostrò sempre degno della vittoria, né fu principe molto cristiano. Però la tradizione può ben conservarsi ed elevarsi a simbolo di tutti coloro che nelle insegne delle proprie lotte terrene adottano il segno di Cristo. Si sa che a noi non interessano Costantino e Carlo Magno. A noi preme il principio della tradizione cristiana, bistrattato da Pietro Abelardo.

Abelardo.            Gesù Cristo disse: « Io sono la verità ». Non disse mai: « Io sono la tra­dizione ».

Bernardo.            L'illustre abbazia di San Dionigi è cara ai Francesi per una duplice ragione: in essa, come sapete, riposano insieme le ossa del Santo Patrono e dei sovrani della Francia. Giusta la pia costumanza, morto il re, il successore al trono porta in dono a San Dionigi le regie insegne del sovrano de­funto. Il religioso omaggio rinnova ogni volta la pia credenza del corpo di San Dionigi esistente in quella chiesa e i favori regali di cui i monaci sono fieri. Non sono mai stato tenero verso quei monaci. Ho loro rimpro­verato più volte di sapere rendere a Cesare ciò che è di Cesare; ma di non dare con pari fedeltà a Dio ciò che a Dio appartiene. Tuttavia, penso che Abelardo li abbia pro­vocati oltre ogni limite. Bene o male, egli era stato accolto nell'abbazia. Vi sarebbe potuto essere ospite gradito. Invece, proprio nei giorni in cui il sovrano, i monaci, e i Fran­cesi erano intenti a rendere omaggio al loro Santo Patrono e alla memoria dei defunti, Abelardo se la rideva in disparte e sussur­rava ai monaci che il corpo di San Dionigi, tanto venerato, non era affatto nella loro chiesa. Non senza ragione Abelardo provava la sua tesi; ma avrebbe potuto tacere, almeno in quei giorni di solennità, usando magari un po' di benevola finzione e lasciando in pace le ossa dei santi su cui consacriamo. Negare che il corpo di San Dionigi sia in Francia, significa gettare nel ridicolo la nazione, la Chiesa, i Francesi, e il loro sovrano, che dal Patrono traggono il  nome. Sarebbe ba­stato questo a far condannare Abelardo. Pensate un po'. eminenza, se a Roma, egli venisse a dire: Qui le ossa del primo apo­stolo non ci sono. Voi ecclesiastici, insieme col Papa, vi sbagliate; e si sbagliano tutti i pellegrini che vengono a inginocchiarsi e  a pregare su questa tomba.

Legato Pontificio. Domandiamo a lui. (Ad Abelardo). Diteci, secondo voi ci sono o no le ossa di San Pietro a Roma?

Abelardo.            La Chiesa si fonda sul sacrificio e sul sangue versato da Gesù Cristo; e non ha importanza che Pietro sia stato o no a Roma e che vi abbia lasciato le ossa.

Legato Pontificio.  (ad Abelardo)  Come vi spiegate le grazie che i Francesi ottengono per intercessione di San Dionigi?

Abelardo.            Dio può venire incontro ai suoi fedeli anche se essi  pregano su una tomba vuota. Credete che Dio abbia bisogno di uno scheletro per soccorrerci?

Legato Pontificio. E andreste a raccontare queste cose  agli  infedeli? Come  giustifiche­reste il vostro passaggio all'Islam? Direste che Dio è dalla loro parte?

Abelardo.            Sì.

Legato Pontificio. Dio si è fatto musulmano?

Abelardo.            Perché no? Dio potrebbe farsi persino ateo. Anzi, lo è, non credendo in altro Dio all'infuori di Sé stesso. Egli non crede in Dio; egli è Dio. Ha bisogno forse di credere in Dio colui che è Dio?

Legato Pontificio.(ironico)  Ci confondete, maestro!

Abelardo.            Il profeta Isaia dice che Dio par­lerà parole barbare e che si esprimerà in lin­gua straniera. Leggiamo nella Sacra Scrit­tura che Dio considerava gli Assiri e i Ba­bilonesi sferza della sua ira; e il coccodrillo d'Egitto, bastone d'Israele. Non ha detto il Signore che, al momento giusto, con un fischio chiamerà le moltitudini dell'estremo Oriente e darà loro passo svelto e le spro­nerà contro il suo popolo?

Legato Pontificio. Dunque. Carlo Martello fece male a fermare gli Arabi a Poitiers.

Abelardo.            Nella cattività musulmana forse i cristiani avrebbero espresso più santi e più profeti, come Israele sotto i Babilonesi.

Bernardo.            Ci vuole schiavi dell'Oriente; e il tempio di Dio distrutto: e i regni cristiani dispersi.

Abelardo.            Non voglio nulla, io. Sostengo solo che, a rigore di Bibbia, Dio potrebbe richiedere al suo popolo di sottomettersi ai nemici e di abbracciarli come fratelli o addi­rittura come padroni e maestri. Ricordate che agli occhi di Dio. in un certo momento, fu molto più gradito il sovrano dei Babilonesi che non il re ebreo Sedecia. che si rifiutava di seguire la parola del profeta. Ragionava col metro della sua politica. Credeva che Dio non avrebbe permesso mai che il popolo eletto si piegasse agli Orientali. Se la pren­deva col profeta e lo torturava, non tolle­rando di essere contraddetto in quella sua guerra santa. Sapete bene che alla fine il re di Israele fu vinto, accecato e ucciso, dopo che gli fu mostrata la distruzione della sua famiglia.

Legato Pontificio.  A seguire i vostri ragio­namenti, non capiremmo più da quale parte stia Dio: se dalla parte di Israele o dalla parte dei Babilonesi e degli Egiziani; se dalla parte nostra o da quella dei nostri nemici.

Bernardo.            Volevate qualche testimonianza. Ora Abelardo stesso ha testimoniato. Lasciatelo parlare. Le sue eresie coprono tutto, a cominciare da Adamo. Sapevate che siamo senza peccato? Abelardo infatti sostiene che noi abbiamo ereditato dal primo uomo non tanto il peccato quanto la pena.

Abelardo.            Mi è parso più ragionevole cre­dere che noi abbiamo ereditato da Adamo la pena, principalmente la pena di morte, così come da coloro che ci hanno generato ereditiamo, nel corpo e nella mente, le con­seguenze dei loro vizi e dei loro malanni, con o senza la possibilità di rimediarvi. La colpa implica la coscienza di ciò che si è fatto. Ora noi non possiamo essere coscienti, né sentirci responsabili di quello che è stato compiuto assai prima della nostra nascita, da un lontanissimo progenitore; né Dio può in­colparci di ciò. Ereditiamo sì dal primo uomo la tendenza al peccato e ogni predi­sposizione al male, ma se noi, in tutta co­scienza, non acconsentiamo e non seguiamo quella tendenza, non pecchiamo.

Bernardo.            In forza di questo sofisma, egli assolve da ogni colpa coloro che crocifissero Gesù Cristo. Dice che non si può ascrivere a colpa ciò che essi fecero per ignoranza.

(Si risveglia parte del corpo dei Padri con­ciliari e intonano « Vade retro»).

Abelardo.            Non sapevano e perciò non peccarono.

Bernardo             (ad Abelardo). Voi, in un vostro libro, avete commentato il grido del Croci-fisso: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. Ora negate che ci possa essere colpa nell'ignoranza. Quindi, che cosa Cristo ha chiesto al Padre di perdonare? Avrebbe potuto dire: Padre, non hanno colpa, e basta. Però stupisco che voi, seguace dei filosofi pagani più che dei padri della Chiesa, vi dimentichiate di Socrate, per il quale l'ignoranza era il solo e unico male da combattere. Se dovessimo dare ragione a voi, per redimerci da ogni colpa avremmo soltanto da ignorare sempre di più il nostro stato. L'ignoranza sarebbe la nostra salvezza.

Abelardo.            Vedo che l'abate Bernardo si di­letta di paradossi. Ci sono molte specie di ignoranza: quella contro cui Socrate e la scuola combattono e l'ignoranza del saggio che conosce i propri limiti. Noi ignoriamo il mistero di Dio, il mistero della natura e del­la vita. Ciononostante indaghiamo continua­mente e ci sforziamo di approssimarci quanto più possibile alla verità delle cose. A molti mali del corpo e della mente cerchiamo di rimediare con le scienze, né io ho mai soste­nuto che ignorando guariamo. Una cosa però sono i mali, da cui cerchiamo di guarire, un'altra cosa è la colpa. L'ignoranza ci può discolpare, ma non salva dal male. La legge proibisce di uccidere il padre e di unirsi in matrimonio con la propria madre, però si capisce che non tutti possono osservare tale comandamento. Alcuni ignorano le persone dacui sono nati. Quando accade, come a Edipo, di uccidere per ignoranza il padre e di unirsi con la madre, forse per ciò si è trasgressori della legge? Edipo non avrebbe mai consentito di uccidere il padre e di andare a nozze con la madre e non ha colpa, ma anche senza colpa non ha evitato il male. A questo proposito c'è il caso di Giobbe, il quale giustamente si considerava più carico di sciagure e di sofferenze che non di pec­cati, e chiedeva conto a Dio della triste condizione dell'uomo. In quanto poi ad Adamo, vorrei dire che noi non sempre siamo degni di lui. Adamo a confronto di noi fu un peccatore assai modesto. Non uccise, non rubò; solo una volta gustò di un frutto che la pianta poteva ridare.

Legato Pontificio. Volete assolvere anche Adamo dal peccato originale? Ma il male, il male nel mondo allora come è entrato?

Abelardo.            Certamente non tutto per colpa dell'uomo. Prima di Adamo c'erano stati ri­volgimenti nel cielo: potenze buone erano diventate cattive; angeli erano stati precipi­tati negli abissi. Quando l'uomo e la donna apparvero nel paradiso terrestre, il serpente era già in agguato tra i rami dell'albero del bene e del male.

Legato Pontificio. Se non dalla colpa di Adamo, da che cosa Gesù Cristo ci ha re­denti? Perché il Verbo di Dio si è fatto uomo?

Abelardo.            Per redimerci dal più tremendo dei mali, la disperazione; per rivelarci che Dio ci ama e che non siamo abbandonati a noi stessi.

Bernardo.            Cosìla prima caduta dell'uomo, ammessa pure dai poeti e dai filosofi del pa­ganesimo, viene se non annullata, minimiz­zata. Abelardo non solo ci libera dal peccato originale ma per tutte le colpe ci dà un nuo­vo sacramento, che vanifica quello della con­fessione: il sacramento delle lacrime.

Legato Pontificio.  Dal sacramento dell'igno­ranza a quello delle lacrime: è una ben nuova teologia.

Abelardo.            Non ho mai detto che la confes­sione dei peccati sia da abolire. Potrebbe essere però qualche volta tralasciata ed evi­tata, secondo un criterio di salutare dispensa, come nel caso di Pietro. Del primo apostolo conosciamo il pianto per il pentimento di avere rinnegato Gesù Cristo, ma non leggia­mo nei Vangeli che Pietro sia andato a con­fessarsi, né che abbia dato altra soddisfa­zione. La validità sacramentale del pianto è riconosciuta da sant'Ambrogio. al quale spero non vorrete imputare eresia. Non trovo che Pietro abbia parlato - egli dice -: trovo che ha pianto; leggiamo delle sue lacrime, non già della confessione fatta. Le lacrime can­cellano la colpa che ci vergogniamo di con­fessare a parole, mentre il pianto provvede al perdono e alla vergogna. Le lacrime di­cono la colpa senza orrore, e operano una confessione che non offende il ritegno. Le lacrime non chiedono, ma meritano il per­dono. Consideriamo quale particolare pu­dore e quale vergogna siano stati quelli di Pietro per ottenergli una soddisfazione mag­giore col pianto che non con la confessione.

Bernardo.            Liquidato così il sacramento della confessione grazie a quello superiore del pianto, scalzati i corpi dei santi dalle chiese, liberatici dalla colpa di Adamo, non resta che svincolarci dalle leggi. E anche a questo ha pensato Abelardo. Egli ci insegna come disobbedire non soltanto agli ordini di un sovrano terreno ma anche ai comandi di Nostro Signore. Forse negate, caro Abelardo, di avere scritto un bell'elogio della disubbi­dienza, in un vostro libro nel quale vi appro­priate, con non troppa modestia, del            « conosci te stesso » di Socrate?

Abelardo.            Altre volte avete ironeggiato sul « conosci te stesso », dicendo che io conosco sì molte cose, a eccezione di me. E avete ra­gione. Possiamo ben dire che non sappiamo chi siamo né forse quello che facciamo. È vero che io ho scritto dei casi in cui si deve disobbedire non solo ai sovrani ma allo stesso Gesù Cristo. Non scandalizzatevi. Posso provare col Vangelo come talvolta ciò che Nostro Signore stesso proibisce può essere compiuto legittimamente e anzi deve essere fatto. Viceversa. Egli comanda a volte cose che non si devono compiere.

(Mormorio dell'assemblea).

Sappiamo, per esempio, di alcuni miracoli di Gesù, con i quali egli sa­nava gli infermi, miracoli che proibiva ve­nissero raccontati in giro. Con la proibizione Gesù voleva dare un esempio di umiltà. Ma non per questo, coloro che avevano ricevuto i suoi benefici, desistevano dal raccontarli, quei miracoli, e proprio in onore di colui che li aveva compiuti. Quanto più Gesù co­mandava loro di tacere, tanto più quelli par­lavano. Giudichereste voi costoro rei di avere trasgredito a un comando, perché si compor­tavano contro la norma che avevano rice­vuto? E, badate, disobbedivano cosciente­mente. Ditemi se fece male Gesù a coman­dare una cosa che non doveva essere coman­data, oppure se fecero male coloro che non tennero conto di un'ingiunzione che doveva essere osservata? Per me fu cosa buona sia il comando di Gesù sia la disubbidienza degli altri.

Legato Pontificio.  Tornate a confonderci, maestro Abelardo. Noi preferiamo l'ubbidien­za, specie quando si tratta di comandi divini. Abramo, pronto a sacrificare il proprio figlio Isacco. in obbedienza al comando di Dio. è di certo più vicino allo spirito delle leggi che governano le cose.

Abelardo.            Però anche nel caso di Abramo, sapete bene che il sacrificio del figlio, prima richiesto dal comando divino, fu poi impe­dito dallo stesso Dio. Accuserete Dio che prima comandò e poi proibì ad Abramo di sacrificare Isacco? Non fece forse bene Dio a comandare che si facesse una cosa che sarebbe stato bene non fare? Se la cosa co­mandata era buona, perché fu poi proibita?

Legato Pontificio.  Già! Perché Dio co­mandò una cosa che poi Egli stesso impedì che fosse compiuta?

Abelardo.            A Dio interessava l'intenzione di Abramo, non l'azione.

Bernardo.            Ci siamo trattenuti abbastanza con i sofismi di Abelardo. Abbiamo ora però il meglio. Egli ha scritto quod potestas ligandi atque solvendi apostolis tantum data sit non successoribus. Il che significa che costui nega il fondamento divino della Chiesa. Che cosa, infatti, resterebbe della Chiesa e dei suoi vescovi, se venisse a mancare loro la potestà di legare e di sciogliere, data da Gesù Cristo non soltanto agli apostoli ma ai successori?

(« Damnamus!» dell'assemblea).

Legato Pontificio.  Questa è certamente l'e­resia più grave. Negate davvero, Abelardo, che i vescovi non abbiano la potestà di le­gare e di sciogliere?

Abelardo.            Ci sono vescovi che non hanno religione né discrezione, pur essendo investiti di potere episcopale. Per loro penso non convengano le parole del Signore: Coloro ai quali rimetterete i peccati, saranno rimes­si: coloro cui li riterrete, saranno ritenuti. Se un vescovo vuole accrescere o diminuire oltre misura la pena per un peccato, è in suo potere di farlo? Dio, insomma, assegne­rebbe la pena secondo l'arbitrio di costui? Se un vescovo per l'ira o per l'odio che nutre verso uno, stabilisce che quel tale per falli leggeri debba fare penitenza come per colpe gravi; o se il vescovo estende in eterno la pena, o se avrà giurato di non diminuirla, per quanto quell'altro si penta, Dio forse confermerà una simile sentenza? San Girolamo risponde negativamente. Egli rimpro­verava ad alcuni vescovi l'alterigia dei fa­risei e la presunzione di essere autorizzati a condannare gli innocenti e ad assolvere i colpevoli, mentre dì fronte a Dio - sono parole del santo - è presa in considerazione la vita degli uomini, non la decisione dei sacerdoti. Quale superbia e malizia diabolica, avvertiva Origene, è più grave di quella di chi si arroga un potere tale che presuma, nel legare e nello sciogliere ad arbitrio i fedeli, di avere subordinato il giudizio di Dio al proprio? Ascoltate Sant'Agostino, in­signe anche tra i vescovi. Hai cominciato a ritenere tuo fratello come un pubblicano? Lo leghi sulla terra? Bada a legarlo secondo giustizia; poiché la giustizia spezza i legami dell'ingiustizia. Secondo San Gregorio. co­loro che nell'assolvere o legare i fedeli se­guono i moti della volontà, odio, interessi e preferenze particolari, si privano dello stesso potere di legare e di sciogliere; sono come le false profetesse di cui parlava Ezechiele: annunciavano la morte ad anime destinate a non morire mai. e promettevano la vita ad anime morte da sempre. Ricordate infine ciò che fu stabilito nel concilio afri­cano: il vescovo non privi temerariamente qualcuno della comunione; e finché lui non comunica lo scomunicato, neppure gli altri vescovi comunichino quel vescovo.

Legato Pontificio. A questo punto doman­do se riconoscete a noi la potestà di giudi­carvi e la legittimità di questo tribunale.

Eloisa.                  (entra accompagnarti da alcune mo­nache, come in processione). Perché ti sei dimenticato di me? Dillo, se puoi, o dirò io ciò che sento; anzi ciò che tutti sospettano. La concupiscenza della carne più che altro ti legava a me; il piacere più che l'amore. Quando i tuoi appetiti carnali sono cessati, è svanita la tenerezza che mi usavi per appagarli. Non è una mia supposizione. Lo pensano tutti. Potessi io almeno non badarci, inventarmi pretesti, ingannarmi. Se tu fossi stato meno sicuro del mio amore! Non mi avresti trascurata così. Mi sono rassegnata alla vita del chiostro non per vocazione, ma per amore tuo. Ho seguito unicamente te, che ti affrettavi a farti monaco; anzi ti ho preceduto. Mi volevi vedere vestita di questi panni. Io, Dio lo sa, non avrei esitato a seguirti o a precederti all'inferno, se tu me lo avessi ordinato. L'anima mia era con te, non con me; e anche ora, più che mai, se non è con te, non è in nessun luogo. Ti prego, fa che essa resti con te. Sarà fe­lice se tu la riguardi appena, se le rendi anche solo parole in cambio di cose. La maniera in cui finisco ti mostra la maniera in cui ho cominciato.

Abelardo.          (alle donne) Andate via e pre­gate. Il Signore è misericordioso e saprà santificare la vita anche di chi si trova nel monastero senza vocazione.

Eloisa.                  E tu resti qui ad aspettare la loro condanna?

Abelardo.            Costoro siedono sulla cattedra di Mosè e anche se fossero i peggiori Scribi e i peggiori Farisei, bisognerebbe ascoltarli.

Bernardo.            (ironico)  Ci difende!

Legato Pontificio. Ionon lo comprendo molto, però mi sembra che nessuno possa confutare Abelardo meglio di Abelardo. Quest'uomo disputa con la propria anima.

Eloisa.                  Si prendono gioco del tuo tormento.

Abelardo.            Tunon sei più mia.

Eloisa.                  A indossare questo velo monastico mi indusse il tuo volere, non l'amore del Signore. Tu non meno che molli altri ho persuaso con la mia finzione, sì che tu hai donato un'ipocrita al chiostro. Potrò forse avere qualche lode dagli uomini, ma non ho alcun merito davanti a Dio, scrutatore dei reni e dei cuori. Mio diletto, devo pro­prio dirlo? Io temo più di offendere te che non Dio; di non piacere a te più che a Lui.

Abelardo.            Nel chiostro avresti dovuto di­menticare.

Eloisa.                  Tu, con la tua ferita, hai potuto sa­nare la tua carne, placare i tuoi appetiti e staccarti dal pensiero di me. ma io non ho alcuna difesa contro il fuoco del mio corpo e contro il ricordo di ciò che non so dimen­ticare. Che cosa posso farci se conservo ancora la voglia di peccare e fervo tutta dei desideri di allora? Mi è difficile staccare l'anima dalla brama di quello che fu per me sorgente di piaceri ineffabili. Le reciproche delizie, cui ci abbandonavamo, o mio caro, mi furono così dolci che non possono dispiacermi né se ne vanno via dalla mente. Dovunque io mi rivolga, credo di averle davanti agli occhi. Ridestano nel mio cuore desideri senza fine. Né l'illusione della loro possibilità mi risparmiano mentre dormo. In mezzo alle stesse solennità religiose, in chiesa, mi si presentano alla mente, quelle immagini. Si impadroniscono della mia anima. La rendono più attenta alle loro sedu­zioni che alle preghiere. E, quando dovrei gemere su quello che ho fatto, sospiro invece per quello che non feci. Né soltanto le cose da noi fatte, ma i tempi e i luoghi dove avvennero, sono insieme con la tua imma­gine fisse in me. Tu sei sempre con me. in ogni mio atto, di giorno e di notte. A volte, dai moti spontanei del mio corpo sfuggono i pensieri segreti che nutro dentro, per cui prorompo da sola nell'esclamazione: me sciagurata!

Abelardo.            Percosso dalla mano del Signore e libero dalla follia della carne, ho potuto attendere meglio alla religione scoprendovi la mia vocazione.

Legato Pontificio.  Difende il canonico Fulberto e benedice la mano che lo evirò. Va oltre il vostro desiderio, abate Bernardo.

Eloisa.                  Povero amore mio, ringrazi Iddio di averti castigato? Lascia alla mia anima il diritto di discutere coll'Onnipotente. Per noi sono state sovvertite tutte le leggi della giu­stizia. Quando godevamo di un amore an­cora non benedetto, quando ci abbracciava­mo e ci univamo, in chiesa, dietro l'altare della Madonna, anche il Venerdì Santo, il giorno della Passione di Cristo, ricordi?, la severità divina ci risparmiava. Appena ab­biamo cercato di riparare alla colpa, quando il sacro legame delle nozze rese onesto il nostro rapporto, la mano di Dio si aggravò crudelmente su noi. Non ci perdonò l'unione matrimoniale, dopo essere stato misericor­dioso verso il nostro stato di amanti. Ciò che viene fatto a chi è colto in adulterio, per te fu conseguenza delle nozze, con le quali confidavi di avere cancellati i tuoi torti. Il danno che la donna adultera porta all'a­mante, a te fu causato dalla tua stessa mo­glie. Forse Dio ci voleva amanti? Si compia­ceva di vederci fornicare dietro i suoi altari? (Piange).

Legato Pontificio.(a Eloisa)  Signora, com­prendiamo il vostro dolore, ma voi, così gri­dandolo, mettete a disagio l'uomo che amate e noi. (Agli altri). Oramai la disputa riguarda loro due, e Dio. Noi abbiamo compiuto il nostro dovere. (Ad Abelardo). Avete detto bene che, ancorché qui sedessero Scribi e Farisei, avreste l'obbligo di ascoltarli e di osservare le loro parole. Giustamente dice­vate che mal si associa l'indegnità di taluni sacerdoti e vescovi alla potestà di legare e di sciogliere. Però guai a presumere che tale potestà possa mancare, anche ai più indegni uomini della Chiesa. Certo noi e il Ponte­fice più di tutti desideriamo che la condotta dei vescovi e di noi stessi sia conforme ai divini comandamenti. Se però ciò non avvie­ne, non crolla il principio della corrispon­denza tra Cielo e terra, affidato alla Chiesa.

Se Nostro Signore avesse dovuto tenere conto della condotta umana, non avrebbe dato le chiavi del suo regno a Pietro, che lasciò anche lui. come sapete, a desiderare. Né credo che ci sarebbe sacerdote, vescovo, papa o santo tanto forsennato da dire parole di Dio, in chiesa e fuori, con la presunzione di essere corrisposto e confermato da parte dell'Onnipotente. I nostri altari e il culto sarebbero uno spettacolo di follia. Ma Dio ha voluto confondere e colmare la nostra miseria, dandoci segni reali benché miste­riosi di corrispondenza celeste, quasi che tra Lui e noi ci fosse non solo un colloquio ma un'unica parola, quella dei sacerdoti e dei fedeli. Guai a noi se Dio per corrisponderci dovesse chiederci qualcosa di più delle nostre debolezze, delle nostre sofferenze, delle nostre lacrime. D'altronde, se non ricordo male, pro­prio il san Gerolamo, da voi amato, quando domandò a Dio che cosa volesse. Nostro Signore gli disse: dammi i tuoi peccati. Ora, maestro Abelardo. si vuole il vostro silen­zio. La Chiesa ha cercato di aiutarvi con ogni mezzo. Che cosa avete chiesto che non vi sia stato accordato? Desideravate per vo­stra moglie Eloisa un monastero; e le è stato dato un monastero, esente da ogni tributo regale ed ecclesiastico. La volevate badessa: e il papa personalmente, con bolle partico­lari, ha dato a Eloisa il grado e il titolo di monastero del Paracleto. Ancora, nonostante la disgrazia, siete stato ordinato sacerdote e fatto abate. Riferivate che i monaci della vostra abbazia hanno tentato di avvelenarvi. Pensate a san Benedetto che a Subiaco, in Italia, dovette anche lui combattere con i veleni, propinatigli nel cibo dai confratelli. Ogni buon abate è destinato prima o poi a trovare un po' di veleno nel piatto o nel calice. Insomma, vi chiediamo il silenzio. Vi dovrebbe bastare la carriera ecclesiastica.

Abelardo.            Il silenzio? Che sarà mai la mia vita senza la parola? Andrò a Roma. Andrò da pellegrino.

Legato Pontificio. Non desideriamo toglier­vi il diritto di appellarvi a Roma. Devo tut­tavia dirvi che è stato espresso un desiderio a Roma e che quel desiderio coincide con la sentenza che noi qui esprimiamo: perpetuum silentium.

Abate di Cluny.(al Legato Pontificio)  Dite a Sua Santità che avrà il silenzio non di uno ma di cento e cento monaci: il silenzio che osserveremo, nella mia abbazia, per ascol­tare lui. (Indicando Abelardo).

Bernardo.            Non potete.

Abate di Cluny.(a Bernardo)  Voi compite tutti i grandi doveri della religione - digiu­nate, vegliate, soffrite - ma non compren­dete le piccole cose. Voi non amate.

(Bernardo esce un po' stizzito. Il Legato Ponti­ficio e gli altri sgombrano senza ordine e in silenzio).

Abelardo.            (a Eloisa e alle altre monache)  Pregate. Perché solo voi donne potrete otte­nere da Dio, con le vostre preghiere, la resurrezione degli uomini. Ebbero le donne i loro compagni resuscitati. (All'abate di Cluny, indicando Eloisa). Rendetele il mio corpo, quando sarò morto.

(Abelardo e l'Abate di Cluny escono insieme).

Eloisa.                  Pregare, io, infelicissima tra le don­ne? Signore, come potrò chiamarti Padre nelle mie preghiere? (Crolla in ginocchio). O Dio in tutto crudele verso di me, abbi pietà! (Riavendosi un poco)  Kyrie, elèison.

Monache.             Kyrie, elèison.

Eloisa.                  Christe, elèison.

Monache.             Christe, elèison.

Fortunato Pasqualino

(Copyright 1968 by Fortunato Pasqualino)

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