Addio a tutto questo

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Addio a tutto questo

Addio a tutto questo

Tre atti di Bruno Corra e Giuseppe Achille

PERSONAGGI

Comm. PEPPINO BRIGHI, industriale 43 anni

ENRICA BRIGHI, sua figlia, 20 anni

GINA BRIGHI, sua moglie, 39 anni

Comm. BAREGGI, industriale, 50 anni

GIOGI BAREGGI, sua moglie, 43 anni

RICCARDO SANNA, nipote dei Bareggi studente di lettere

AMELIA, cameriera di casa Brighi

                                           
                                               RITA MONTINI
                                      RAIMONDO TROTTI           studenti di medicina

                                    OSCAR BELLATI                    e amici di Enrica

GIULIETTA BOCCARDI

L'azione sì svolge in casa Brighi.A Milano. Oggi.Fra il primo e il  secondo atto passano sette mesi.Fra il secondo e il terzo cinque.

ATTO PRIMO

(Lo studio di Enrica Brighi. Uno stanzone nudo. Mobili semplicissimi di legno grezzo. Nessun tappeto per terra, nessun ornamento sui muri, nessun cuscino. Scaffali pieni di li­bri. Una grande tavola con sopra libri, carte e una Ltmpada a paralume. Una cassapanca lungo ta parete di destra. Un'unica porta a destra. Nel fondo una grande finestra che dà su un giardino. L'am­biente è semplice sin quasi alla povertà. All'alzarsi del sipario la scena è vuota, ma subito entrano Enrica Brighi e la sua amica Rita Mondimi. Hanno l'impermeabile ad­dosso e l'ombrello in mano; un fascio dì li­bri sotto il braccio. Depongono gli ombrelli in un angolo della stanza con noncuranza, si levano l'impermeabile e lo buttano come viene sulla cassapanca. Si siedono sul pri­mo sgabello che capita a tiro, si tolgono le soprascarpe. Rita le va a deporre ordinata­mente vicino agli ombrelli, Enrica, invece. che è più lontano, le getta a volo nello stes­so angolo. Tutto con rapidità, e intanto par­lano. Enrica ha un abitino di lanetta, molto meschino, di taglio quasi maschile; scarpe ordinarie a tacco basso, quasi da uomo, e in testa un feltro nero, di foggia maschile. È spettinata, trasandata. Rita ha un povero abito da casa con un gol fino verde).

Enrica                 - Per me Frontini e al disopra di tutti. La sua lezione di ieri è stata di una chiarezza meravigliosa.

Rita                    - Ah, sì, bravissimo! Ma agli esami è una tale carogna! Fare che si diverta a imbrogliarti! Ha bocciato anche quel po­vero Marenghi...

Enrica                 - Ma se ha fatto benissimo! È un cretino! Hai delle sigarette?

Rita                    - (guardando nella borsetta) No! Ac­cidenti, abbiamo dimenticato di comprarle.

Enrica                 - Mi secca tornar giù. Con que­st'acqua.

Rita                    - Faccio un salto io...

Enrica                 - Ma no! Aspetta. Mandiamo qual­cuno. (Suona il campanello. Si siedono vicino al tavolo tutt'e due. Ogni atto di Enrica e volutamente sgraziato, plebeo. Ora, per esempio, mette i piedi sul tavolo allungandosi sulla sedia con uno sbadi­glio) Ah, io se fossi un professore non avrei riguardi per nessuno. Chi non sa, bocciato. Specialmente nella nostra mate­ria, scusa. Per fare il medico ci vuole una vocazione!

Rita                    - Ma tu quando avrai la laurea hai proprio intenzione di esercitare?

Enrica                 - Certamente. Figurati se io... (En­tra Amelia. Tipo di cameriera di casa ric­ca. Molto elegante e signorile. In netto contrasto con Enrica, la padroncino) Bra­va Amelia. Mandami a prendere le siga­rette per piacere. Sei pacchetti di esporta­zione. C'è Guido?

Amelia                - Guido è fuori con la macchina, si­gnorina, Manderò Maria.

Enrica                 - Si; basta che faccia presto. Crcpia­mo dalla voglia di fumare. (Amelia esce) Figurati se io posso stare senza far niente. Guarda, c'è una cosa che ho in orroresopra tutto: non servire a niente nella vi­ta, essere inutile. Ma mi vedi fare la vita di una signorina ricca? Io? Il tennis, il bridge, le visite, le modiste, i balli? Tali stupidaggini!

Rita                    - La pensi così adesso. Domani maga­ri... Si può anche eambiare nella vita.

Enrica                 - (sempre coi piedi sulla tavola) Ah, no! Ti garantisco che sono già collaudata io! Ci sono state tante discussioni, tante scene per queste cose fra me e mia madre che se avessi avuta la più piccola tenden­za avrei già mollato cento volte, fc l'in­cubo di mia madre, lo sai, che io studi me­dicina, che non faccia vita mondana con lei, che vada in giro per Milano vestita così.

Rita                    - (con un leggero imbarazzo) Ecco, En­rica, ti volevo parlare proprio di questo. Ho paura che sia anche un po' mia la colpa se... Ho capito che tua madre non ha simpatia per me... Le deve seccar mol­to che io sia la tua amica intima.

Enrica                 - (vivamente, mettendo già i piedi dalla tavola, con piglio combattivo) Per­ché? T'ha detto qualche cosa?...

Rita                    - No!... Ma, sai, ha un modo di fare, di guardarmi... L'altro giorno l'ho incon­trata qui in Corso Venezia... L'ho saluta­ta e lei ha finto di non vedermi.

Enrica                 - Un'altra volta tu non la saluti più e siete pari e patta.

Rita                    - Del resto non ha mica tutti i torti. C'è una tale distanza fra me e te.

Enrica                 - AufF, che barba! Adesso ricominci la solita tiritera: io sono la figlia di un milionario, mia madre e una delle signore più in vista di Milano, tua madre invece fa l'infermiera all'Ospedale Maggiore. Ac­cidenti! Roba da prenderti a pugni! Io am­miro tua madre. La sua forza di carattere, il suo sacrifìcio, la sua utilità nella vita. Se mi ripeti ancora una volta queste sce­menze io ti... Va là, va là, non farmi ar­rabbiare! Domani cosa abbiamo? Clinica, Patologia Medica. A proposito: l'ho la­sciato da te l'altro giorno lo Strumpell?

 Rita                   - Si. Che idiota! Mi son dimenticata di portartelo! Faccio un salto dopo a pren­derlo. (Bussano alla porta).

Enrica                 - Avanti. (Entra Amelia).

Amelia                - Signorina, ci sono...

Enrica                 - (balzando in piedi e interrompendo­la) La banda. Ho capito. Già arrivati. Avanti, avanti. (E va verso la porta a ri­cevere i suoi compagni. Con irruenza ai primi due che sono apparsi sulla porta) Ma cosa state lì a strusciarvi tanto le scar­pe? Avanti, su! (Sono studenti, colleghi di Enrica. Di condizione agiata. Vestono bene. Hanno anche loro impermeabili e cappelli bagnati. Si salutano alla buona con uno scambio di « ciao » cordiali).

Trotti                  - (che è restato ultimo, a bassa voce, a Enrica, accennando alle scarpe che ha finito di strusciare) C'era l'Amelia che ci guardava male. (Tutti ridono).

Giulietta             - (facendo sgocciolare il suo cap­pello impermeabile) Che diluvio! Ho le scarpe piene d'acqua.

Enrica                 - E levatele! Quante volte ve lo devo dire che qui potete fare i vostri comodi? Devo mettere un cartello: Si prega viva­mente di sputare per terrai Eh!...

Giulietta             - (levandosi le scarpe e andando a poggiarle contro il termosifone per farle asciugare) Sei proprio una stella!

Trotti                  - Vedi, Enrica: è quel portiere in li­vrea che ci frega! E poi quello scalone di marmo! Ma appena entro qui sono a po­sto. Mi metto il cuore tranquillo. Anzi, guarda, se e per farti piacere... (E sputa per terra).

Enrica                 - Grazie, Trotti. Molto gentile.

Trotti                  - (serio, con un piccolo inchino) Grazie, signorina.

Riccardo             - Bellati, ti è piaciuta ieri sera la conferenza di Carisi?

Bellati                 - (con una smorfia) MmL. Per me è un rammollito anche lui! Come fanno a diventare celebrità dei fessi di quel ca­libro!...

Riccardo             - Be', adesso non esagerare! La sua teoria sulla formazione del carattere è tutta conseguente. C'è del buono.

Enrica                 - (aggressiva) Ma cosa? Del buono dove? Ha la testa piena di stoppa quello lì! La necessità dell'esperienza in rappor­to al giudizio? Ma fammi il piacere! I soliti luoghi comuni. Allora per giudicare i vizi degli altri dovremo essere dei vizio­si anche noi?

Riccardo             - (un po' seccato) Ma no, non facciamo confusioni. Il tuo solito modo di discutere. Tu schematizzi tutto: di qua il bianco, di là il nero. Tante volte, invece, sono le sfumature che contano.

Bellati                 - Macché! Ha ragione Enrica. Al­lora, scusa, un medico per curare bene un malato dovrebbe aver avuto anche lui 'a stessa malattia?

Riccardo             - Cosa c'entra! Ma è evidente che solo quando sci passato attraverso l'espe­rienza di una data cosa puoi dire di cono­scerla a fondo.

Enrica                 - Ma quante storie! Nella vita vede più chiaro ed è più forte chi sta in dispar­te; chi si tiene contro la corrente. Questa è la verità. L'esperienza! Troppo comodo, caro mio. Si assorbono le idee fatte, i punti di vista convenzionali. Ci si im­branca. Si va sui binari di tutti. Invece bisogna avere il coraggio di rifiutare tut­to in blocco: tutto ralso, tutto sbagliato.

Bellati                 - (con entusiasmo) Benissimo. Una pedata a tutto. E ricominciare da capo.

Enrica                 - Non c'è che un modo di salvarsi: avere un cattivo carattere. Se no ti fai prendere dalla superficialità della vita e finisci in niente.

Riccardo             - Ma no, Enrica, andiamo! Sono pose! Questo non è ragionare...

Rita                    - Sei tu che sci nelle nuvole. Noi ab­biamo i piedi in terra.

Enrica                 - Lo studio della medicina ti obbli­ga ad aprire gli occhi sulla realtà, caro mio. Noi si va a fondo. Niente ipocrisie, niente finzioni. Io la vita la preferisco così: brutta, magari, ma sincera.

Trotti                  - (puntando un dito contro Riccar­do) Abbasso la facoltà di Lettere! Viva la Medicina!

Tutti                   - (con gran clamore) Viva!

Giulietta             - (con una vocina dolce) Non co­minciate col solito baccano. Diranno che siamo proprio dei selvaggi.

Trotti                  - (fingendosi in grande apprensione) Hai ragione! Che non venga su quel portiere coi galloni perché mi viene unaccidente!

Enrica                 - Smettila di sfottere, tu! (Entra Amelia coi pacchetti di sigarette su un vassoio).

Amelia                - Le sigarette, signorina. (Depone il vassoio sul tavolo).

Tutti                   - (in coro, compatti) Grazie. (Amelia se ne va. Appena e fuori dalla porta, tutti si buttano sulle sigarette).

Trotti                  - All'arrembaggio!

Enrica                 - Lasciatene almeno qualcuna per me.

(Bellati e Trotti aprono un pacchetto ciascuno, si mettono una sigaretta in boc­ca e si ficcano tranquillamente il pacchet­to in un taschino del panciotto).

Bellati                 - Senza complimenti, eh, Enrica?...

Trotti                  - Tanto tuo padre ha i milioni!

Enrica                 - (accendendosi una sigaretta a Ric­cardo che le è vicino) Mi fa rabbia sen­tirti parlare così! Una volta eravamo d'ac­cordo su queste idee!

Riccardo             - Ma è naturale che si cambi! Una volta non avevo la barba, e adesso invece...

Bellati                 - ...la fai crescere a noi! Ma va a nasconderti, letterato!

Trotti                  - Enrica, ho sognato o oggi in casa tua si doveva mangiare qualche cosa per festeggiare l'inizio dell'anno accademico?

Enrica                 - Sì, sì, vedrai che a momenti ci manderanno a chiamare.

Giulietta             - Io avrei quasi fame.

Trotti                  - E poi fumare a stomaco vuoto non è igienico. Facilita l'assorbimento della nicotina e produce...

Enrica                 - Taglia, taglia. Se volete possiamo andare addirittura di la. (Si alza e vanno tutti verso la porta).

Trotti                  - All'arrembaggio!

 Riccardo            - Ma non sai dire altro, Trotti!

Bellati                 - Enrica, quando saremo a tavola ti prego d'insistere perché io mi serva spesso. Sai che sono timido. E con la buo­na educazione non si mangia.

(Stanno per uscire, quando la porta si apre e appaiono Gina Brighi, madre di Enrica, e la signora Gioci Barecgi, sua amica. La signora Brighi ha jo anni, ma ne dimostra meno: è bionda, d'un biondo vivo e luminoso, molto elegante, accurata in tutti i particolari dell'abbigliamento. Ha un modo di fare molto signorile. G\o' gì Barecgi ha qualche anno di più, ma è donna che ancora non cede le armi; mol­to elegante, tinta, ingioiellata).

Gina                   - (affabile, squisita, affascinante) Ra­gazzi, ma non vi prenderete mica per i capelli?... Abbiamo sentito le vostre voci di là...

Trotti                  - (sorridendo, confuso) Già; quando cominciamo a discutere...

Giogi                  - (parlantina sciolta, risata facile, gesti nervosi) Oh, sappiamo benissimo che entrando qui abbiamo disturbato le vostre grandi discussioni intellettuali! Io sono una povera stupida, non è vero, Riccardo?

Riccardo             - Come vuoi, zia!

Giogi                  - (che non si smonta) Ma veniamo proprio per questo, sai? Per riposarvi il cervello.

Gina                   - (a Riccardo) Com'è andata la vostra estate, Sanna? Vi siete divertito a casa? Dev'essere così pittoresca la Sardegna!

Riccardo             - Oh, mi sono annoiato a morte, signora! Non vedevo l'ora di tornare a Milano.

Giogi                  - (leggera) Già! Per darmi delle preoc­cupazioni e dirmi delle scortesie. Sei pro­prio un selvaggio.

Gina                   - Allora, Enrica, vuoi offrire una tazza di tè ai tuoi amici?

Enrica                 - Appunto. Venivamo adesso, mam­ma.

Gina                   - (invitando con un gesto) Allora, pre­go. (Ringraziamenti a soggetto degli stu­denti. In questo frattempo Giulietta, non vista, s'è affrettata a ricuperare le scarpe e a calzarle. Tutti escono dietro Gina e Giogi. Enrica, ch'è restata ultima con Riccardo, lo tira per la giacca e gli fa cenno dì trattenersi).

Enrica                 - (a voce alta) Un momento, Riccar­do. Vorrei farti vedere quel volume del Lodge. Veniamo subito, mamma.

Giogi                  - (a Gina) Ecco! Sempre coi loro libri! (Al nipote e a Enrica) Questa manìa del­la carta stampata! Ma che razza di giova­ni siete? Quando penserete un po' a divertirvi? (E se ne va scuotendo il capo in segno di disapprovazione) Oh!...

Riccardo             - (guardando uscire la zia, con com­patimento) Divertirsi! Ci sono tante ma­niere per divertirsi! Io, per esempio, mi diverto un mondo a studiare quella cre­tina di mia zia. La guardo come i bambini al giardino zoologico guardano una scim­mia in gabbia: dal di fuori, sai, proprio obiettivamente. Non ha un grammo di cervello quella donna!

Enrica                 - (decisa, entrando in argomento) Riccardo, parliamoci chiaro: perche sei cambiato così? Cos'hai? Enrica          - No, guarda, sono ormai cinque anni che siamo amici ;_ti conosco bene. Tu non sci più lo stesso. Del resto l'hai ri­conosciuto anche tu poco fa. Ti ricordi che cosa ci siamo promessi? Che se un giorno uno di noi due si fosse accorto di essere cambiato, l'avrebbe detto subito al­l'altro con assoluta franchezza. Dopotutto cosa me ne importerebbe? Sarebbe finita la nostra fraternità d'idee, ma resteremmo buoni amici ugualmente.

Riccardo             - (con una leggera ombra dì fastì­dio e d'imbarazzo) Ebbene, sì, Enrica, io riconosco la tua superiorità. Per non subire le influenze esterne ci vuole una bella forza; e io non ci riesco più, ecco. Fino a pochi mesi fa ci riuscivo, adesso no. La vita mi attira, mi lascio andare. Sarà un errore...

Enrica                 - (interrompendolo, con forza) È un errore. (Pausa brevissima) Precisiamo Ric­cardo: a che cosa alludi parlando di esperienza di vita? Vuoi dire l'amore? (Riccardo alza le spalle. Una pausa) È vero che tu e la... Come si chiama quella bionda che fa il tuo corso di lettere? La Bertoli, mi pare. Insomma, è vero che voi due ve la intendete?

Riccardo             - La Bertoli? Non mi aspettavo proprio che saltasse fuori la Bertoli! Non e vero, no, ma se anche fosse io non vedo perché...

Enrica                 - Ho capito: è inutile star qui a di­scutere, allora. T'avevo giudicato troppo bene. Sei uno dei tanti : un mediocre, uno zero. L'amore! Ti lasci prendere dall'a­more, adesso!...

Riccardo             - Mi fai ridere, Enrica. Un me­diocre, uno zero! Ma non rinuncio mica alle mie ambizioni, alle mie idee, io! So­lo le considero con più equilibrio. A che serve negare la vita? Dobbiamo in ogni modo fare i conti con la realtà, no?

Enrica                 - Senti, facciamola corta. Sono anni che noi d'accordo diciamo che tutti quel­li che fanno la solita vita sono dei creti­ni. Adesso tu ti metti a vivere così: be', sei un cretino anche tu. Ma se basta ve­derti, poi, se basta guardare come sei cam­biato anche esteriormente! La camicia di seta, cambi cravatta, ti sei messo a portare i guanti, parli di andare a sciare a St. Mo­ritz. Vuoto, vuoto, sbriciolato anche tu! Perso anche tu! Ma se sci contento peg­gio per te...

Riccardo             - Contento! No, non sono conten­te! I giorni più belli della mia vita sono stati quelli che ho passato con te...

Enrica                 - (tradendo un sentimento che vuol nascondere, protesa con gioia verso di luì) Davvero, Riccardo? Ma allora!...

Riccardo             - Quell'ottobre che siamo stati a Lodi in casa di tua nonna... Ti ricordi?... Le nostre passeggiate lungo l'argine del­l'Adda... quelle giornate di nebbia... I nostri sogni... quell'ambizione di essere diversi da tutti... di rifare il mondo, di ricostruire la società, la morale, la scien­za, l'arte...

Enrica                 - (sorridendo con beatitudine ai ricor­di lontani) Già!... E quando verso sera tornavamo a casa e la nonna ci domanda­va : « Ragazzi, volete minestrone o riso? » che tonfo, ti ricordi?

 Riccardo            - Euh! Era una caduta a piombo dal settimo cielo.

Enrica                 - Il minestrone! Che volgarità!

Riccardo             - (con voce lontana) Mi piacereb­be di tornare indietro!

Enrica                 - (con fervore) Ma anche dopo! Qui a Milano! Discussioni feroci, ma finivamo sempre per trovarci d'accordo. E anche le tue lettere di quest'estate... Ne ricordo una al principio d'agosto dove mi dicevi...

Riccardo             - (sottraendosi all'indagine) È ve­ro, è vero, ne sono convinto ancora. Ma sai come succede! Parlando, così... tu mi prendi di punta... Da una parola all'altra si va fuori di strada... Ma in realtà non c'è nessun vero contrasto fra noi.

Enrica                 - (sollevata, felice) Allora, Riccardo, promettiamoci un'altra volta: se domani ci fosse qualcosa di nuovo, sincerità as­soluta fra noi. Dirci tutto. (Gli stende la mano) Vuoi?

Riccardo             - (stringendogliela) Ma sì, Enrica. (Entrano Gina e Giogi fumando).

Gina                   - Enrica! Ma i tuoi amici ti recla­mano!...

Enrica                 - (con malagrazia, seccata di essere stata disturbata) Ma sì, vado, vado!... (Ed esce in furia, senza guardare in faccia nessuno. Riccardo la segue con aria im­barazzata).

Giogi                  - (// guarda uscire) Sono due bei tipi tua figlia e mio nipote! Hai visto che facce?... Ma che ci sia del tenero?... (Ci pensa un momento) Macché! Discutono magari sulla gravitazione universale e poi pigliano cappello. (Sedendosi tranquilla­mente) Tu li trovi interessanti questi ra­gazzi d'oggi? Io mi annoio a morte con loro. Mio nipote, poi! Pesante, duro. Non vedo l'ora che pigli la laurea e se ne vada. Mi fa paura con quel caratteraccio che ha! Serio, chiuso; non ha amichette, non esce mai la sera. Ma ci pensi? Se mi casca nelle grinfie di una donna furba, non ci leva più i piedi quello lì!

Gina                   - Mi pare migliorato, però, in questi ultimi tempi. Enrica, invece! Quella non la smuovi nemmeno!... (Con insofferen­za) Dio, che orrore quel suo modo di ve­stire! Ogni volta che giro la testa e me la vedo davanti è come uno schiaffo. Non riesco a farci l'abitudine. Parliamo d'altro.

Gioci                  - Tuo marito è ancora via?

Gina                   - Sì, a Zurigo. È stato molto carino con me in questi giorni. Mi ha telefonato che gli era andato bene un affare e che potevo comprare il braccialetto di smeral­di. Sai, quello che aveva in vetrina Ca­stoldi.

Gioci                  - Magnifico! (Breve pausa) Buona­notte! Siamo alle solite. Così gli sarai fe­dele qualche mese di più. Sentì: se anche quest'anno arrivi al 31 dicembre senza esserti preso un amante, non la finirò più di darti della stupida.

Gina                   - Sei un bel tipo! Ma non è mica una cosa da poco per me! Finché si tratta di farsi fare la corte ci sto. Anzi mi piace quel sentirmi esitare tra il sì e il no... Mi esalta, mi tien su! Ma al momento di de­cidere, cosa vuoi, è più forte di me, non posso! Sono un fenomeno, lo sai!

 Giogi                 - Ma se è così semplice! Ma cosa cre­di? Che io faccia le grandi passioni? Per me un uomo è come un pacco chiuso: quando l'ho aperto, vuotato, rovesciato, non m'interessa più. Ma intanto si passa il tempo, non ci si annoia troppo, bene­detta! Ma di che cosa sei fatta tu? Si può sapere? Vent'anni di fedeltà! Ma è mo­struoso! Un caso patologico!

Gina                   - Di ghiaccio sono. Mi conosci.

Giogi                  - Se almeno tu fossi innamorata di tuo marito!

Gina                   - Oh, figurati! Mio marito!

Giogi                  - Cara mia! Però un marito che ti fa dei regali simili! Scusami, cosa costerà quel braccialetto di Castoldi?

Gina                   - Centosessanta mila lire.

Giogi                  - (fa una smorfia ammirativa) E tan­to più in un momento in cui i suoi affari, se è vero quel che sì dice, non vanno trop­po bene.

Gina                   - (senza troppo interesse) '- Ah, sì? Chi te l'ha detto?

Giogi                  - Ne parlavano l'altro giorno mio ma­rito e Molteni. Pare che si sia impegnato troppo, buttato troppo avanti e che sia a corto di liquido. Ma chissà, magari sono chiacchiere, supposizioni. Allora siamo intesi, vero? A Natale andiamo a Cortina. Ci divertiremo, vedrai. Ci saranno i Fo-ster, Bubi Boltcni...

(Si sente d.d. la voce dì Peppino Brighi che chiama la moglie).

Brighi                 - Gina! Gina! (Si apre la porta. Ap­pare il comm. Brighi con Enrica, he tie­ne una mano sulla spalla con un gesto di affettuoso cameratismo e le parla anima­tamente) Accidenti, ma che braccioni hai! Hai fatto dei muscoli quest'estate a Lodi!

Enrica                 - Per forza! Andavo a remare tutti i giorni sull'Adda!

( il comm. Brighi è un tipico industriale lombardo. Uomo forte, sui 45 anni. È ve­stito elegantemente ma è ben visibile in luì l'origine popolana in contrasto con la finezza della moglie che ha preso invece attitudini da perfetta signora. Gesti vivi, cordialità aperta, voce forte, sicurez­za di sé, ottimismo. Alla moglie salutan­dola con la mano)

Brighi                 - Ciao! (A Giogi) Come va signora Bareggi? Raimondo sta bene?

Giogi                  - Sì. Oggi è a Roma.

Gina                   - (a Enrica) I tuoi amici se ne sono già andati, Enrica?

Enrica                 - No, non ancora. Papà, ti sei infor­mato poi per quei corsi d'estate a Zurigo?

Brighi                 - Ah, sì, sì! T'ho portato i prospet­ti. Li ho di là nella valigia.

Giogi                  - (alzandosi) Scappo perché ho paura che mio nipote se ne vada. L'ho invitato a pranzo. (Ironicamente a Gina) Imma­ginati che allegria! È così divertente quel ragazzo! Rideremo tutta sera come matti. Ciao, cara. Buona sera, Brighi. Addio, Enrichetta. (Saluti a soggetto. Giogi se ne va).

Gina                   - (a Enrica) Sicché fai già i tuoi  pro­getti per questa estate? E non me ne par­li, non mi dici niente? Come se io non esistessi? Come se non fossi tua madre?

Enrica                 - (fredda e calma) Ma sono cose che riguardano me. Trovo naturalissimo che sia io a decidere.

(Brighi intanto, come colto da un pen­siero, ha tolto di tasca un taccuino e sedu­to si è messo ad annotare qualcosa, assente da quel che gli accade intorno).

Gina                   - Ecco! Sempre il tuo solito tono! Come sei irritante, Enrica, quando fai così!

Enrica                 - (logica) Ma scusa, mamma: è così semplice. Io e te non andiamo d'accordo su niente. Se io ti dico un mio progetto è matematicamente sicuro che tu mi dai contro. Ed è ancora più sicuro che dopo che tu mi avrai detto di no io farò lo stesso quel che vorrò. Dunque perché fa­re delle discussioni inutili? Per economia di tempo e di energia ho adottato il siste­ma di non dirti mai niente.

Gina                   - (ironica) Che soddisfazione avere delle figlie come te! A Milano viviamo come due estrance. Non ci vedono mai insieme.

Enrica                 - Ho la scuola. Devo studiare.

Gina                   - Già! E Testate? Quest'estate ti sei rintanata a Lodi e non c'è stato verso di farti muovere. E io a Viareggio a dover inventare pretesti su pretesti per spiegare come mai tu non eri con tua madre. Se credi che la gente non osservi e non cri­tichi!

Enrica                 - E lasciamoli criticare. Cosa ce ne importa!

Gina                   - Importa a me.

Enrica                 - Mamma, non prendiamola così. Ma credi che mi diverta a mettermi sempre di punta contro di te? Lasciami stare. Che fastidio ti do? Tu fai la tua vita, io fac­cio la mia. A me piace di studiare, di sta­re coi miei amici, di andare in campagna dalla nonna. Che male c'è? Perché devi prenderla come un'offesa?

Gina                   - (con viva irritazione) Perche tu lo fai per far dispetto a me. Tu fai tutto per farmi dispetto. Guarda, anche qui: quanta pena mi sono data l'anno scorso per arredarti con un po' di gusto questo studio: progetti dell'architetto, scelta del­le tappezzerie, preventivi del mobiliere, e all'ultimo momento hai voluto fare di tua testa. Si vede con che bel risultato poi! Guarda che orrore! Domando io se in ca­sa nostra ci dev'essere una stanza ammo­biliata così. Io ho vergogna per te quan­do ricevi qui i tuoi amici!

Enrica                 - (sempre calma) E io invece mi sec­co quando devo riceverli di là. A te pia­ce l'eleganza e a me il lusso dà fastidio. Abbiamo dei gusti contrari, cosa vuoi farci!

Brighi                 - (che ogni tanto ha alzato la testa, le ha guardate ma senza vederle e sentir­le e s'è rituffato subito nel suo libretto di annotazioni, adesso alza definitivamen­te il capo, si mette il libretto in tasca) Cosa c'è, cosa c'è?

Enrica                 - (c. s.) Niente di nuovo, papà.

Gina                   - (al marito) Ieri sera avevo invitato a pranzo i Carson, quegli inglesi che ab­biamo conosciuto al Lido. Gente distintissima, ti ricordi? Lei è imparentata col Duca di Berwick. Bene: Enrica non s'è voluta mettere il vestito da sera ed è ve­nuta a tavola con le mani che puzzavano talmente di acido fenico che i Carson...

Enrica                 - Ero stata in sala anatomica tutto il pomeriggio!...

Gina                   - Ma potevi lavarti, profumarti! No, no, va là, è sempre così! Anche la tua idea di studiar medicina!... Tu sapevi che io avrei desiderato che tu prendessi lettere o lingue moderne e naturalmente... (Con disprezzo) Medicina! Perché? Con quale scopo poi? Nella nostra condizione! Cosa te ne farai della laurea, domando io!

Enrica                 - Cosa me ne farò della laurea? E-serciterò. Andrò a fare l'assistente in un ospedale o prenderò una condotta in cam­pagna.

Gina                   - (al marito) Ma la senti, la senti? (Ir-ritatissima) Ma di' qualche cosa anche tu!

Brighi                 - (bonario; si sente che è molto attac­cato alla figlia e in fondo la capisce) Eh, sì! Senti, Enrichetta, abbi pazienza ma la mamma ha ragione. Tu esageri qualche volta. Anche l'altra sera t'ha visto Bareg-gi davanti al San Carlo, circondata da una decina di energumeni che strillavi con le braccia per aria come una matta.

Enrica                 - Erano compagni, papà. Si discu­teva.

Brighi                 - Accidenti che discutere! Pareva, dice lui, che tu dirigessi il traffico del corso! (Si sbraccia in gesti buffi) Poi, scu­sa, giacché ci siamo, un'altra cosa che non va. Vieni a trovarmi in ufficio e vai a stringere la mano alle dattilografe.

Enrica                 - Be', che c'è di strano? Vuoi che mi dia delle arie?

Brighi                 - (leggermente spazientito) Ma non è questione di arie. Tu devi pensare che sei la figlia di un uomo molto in vista. Le tue stramberie mi danneggiano. Eh, diavolo! Devi andare in giro vestita come la figlia di un ciabattino fallito? Diranno che ti maltratto, che non voglio pagarti i vestiti. (La guarda attentamente) Dove l'hai preso, per esempio, questo straccio? Questa è roba già fatta : Magazzino del Buon mercato. Mi par di vederci ancora attaccato il cartellino col prezzo!

Enrica                 - Papà, sono brutta! Assomiglio tut­ta a te. Ho la tua faccia. Allora cosa con­tano i vestiti?!...

Brighi                 - (che è restato un po' male) Ma­ma... ma!... Brutta! Macché brutta! Se soltanto tu la smettessi di conciarti in questa barbara maniera! Vedi: io mi ve­sto bene e faccio la mia figura.

Enrica                 - Ma no, papà, quanti discorsi! Sono brutta, proprio brutta! Se anche mi vestis­si d'oro sarei brutta lo stesso. Con la dif­ferenza che tutti farebbero attenzione a me. Invece, così, chi mi guarda? Chi vuoi che si occupi della figlia di un cia­battino quando scende dal tram? Se i pet­tegoli chiacchierano, cosa mi fa? Chi so­no, cosa valgono? Bareggi? Ma chi è? Farebbe meglio a occuparsi di sua moglie!

Gina                   - (con uno scatto di rabbia) Enrica, ti proibisco!...

 Enrica                - Ma non sono più una bambina! A Milano, lui, e l'unico che non lo sap­pia. I miei amici non sono ricchi. Se vado con loro a cinematografo -gli ultimi po­sti, non sarebbe ridicolo che fossi vestita da figlia di un milionario: E vuoi che ri­nunci alla compagnia delle persone intel­ligenti per stare con gli imbecilli che por­tano cravatte da settanta lire? Ma fammi il piacere, papà! Io lavoro. Mi piace di faticare. E non mi vergogno affatto di far sapere che tu vieni dal niente. Invece la mamma se ne vergogna; questa è la differenza.

Brighi                 - Ma cosa c'entra, cosa c'entra ades­so...

Gina                   - (interrompendo, al marito) Ah! Vuoi sapere l'ultima? Sai chi è venuta qui l'altro giorno (con marcata ironia) a farci visita? La Carlotta.

Brighi                 - Quale Carlotta?

Gina                   - Tua cugina. Quella di Lodi. Quella che sta alla Gatta. Ma sì! La moglie del Tugnin!

Brighi                 - (accigliandosi) Ah!... A farti visita?

Gina                   - Naturalmente! Enrica, l'estate scor­sa, andava a remare sull'Adda coi suoi figli e lei s'è sentita autorizzata...

Enrica                 - M'ha detto la nonna che erano no­stri parenti, bravissima gente!...

Brighi                 - No, no, guarda, Enrichetta, qui hai torto marcio. Parenti poveri io non li vo­glio fra i piedi. Intesi, eh? Ho lavorato tutta la vita per tirarmi fuori da quell'am­biente e non ne voglio più sapere. La mo­glie del Tugnin!

(Entra Amelia).

Amelia                - Signorina, vorrebbero andarsene, di là. (Raccoglie impermeabili e soprascarpe).

Enrica                 - Ah, vengo subito! (Si avvicina con grazia al papà) Papà, non sei mica arrab­biato con me?

Brighi                 - (facendole una carezza) Sono furi­bondo... StupidinaL. (Enrica sorride, esce in fretta salutandolo maliziosamente con la mano).

Gina                   - Te lo dico sul serio, sai, Peppino! Io sono stufa di quella ragazza. Se non ci pen­si tu qui non si avanti. Sei troppo indulgen­te con lei. Quando la rimproveri hai sempre l'aria di chiederle scusa di quel che le dici!

Brighi                 - Le voglio bene. È tanto una brava fi­gliola. Ma lascia fare: uno di questi giorni le parlerò a fondo. (Accende una sigaretta; contempla la moglie con uno sguardo d'am­mirazione) Quel vestito indosso a te è una meraviglia! Non te l'ho mai visto. Nuo­vo, eh?

Gina                   - (cortese, ma lontana) L'ho messo ieri l'altro. Il tuo viaggio, bene?

Brighi                 - Benone, benone! Sono un po' stanco. Ma quando gli affari marciano io ringiovanisco di vent'anni. (Si fruga in tasca e mo­stra alla moglie sul palmo della mano tre pezzi di tartaruga) Vieni qua. Tu che te ne intendi. Guarda qui questi tre pezzi di tartaruga : due sono veri e uno è imi­tazione: celluloide. Qual'è? Avanti!

Gina                   - (li guarda attentamente e punta l'in­dice) Questo!

 Brighi                - (le dà allegramente la baia) Ah, ah, ah! Sbagliato. Lo sapevo. Invece, que­sto è imitazione e gli altri due tartaruga autentica. È un affare, questo, cara mia! Una miniera d'oro! L'ho soffiato agli Schweiger di Berlino con un giuoco di bussolotti che parola d'onore!... Guarda: (Le mette davanti agli occhi le cinque di­ta di una mano aperta) Le vedi queste qui? Le cinque tappe memorabili della mia vita. (Comincia a contare dal migno­lo) Settantamila lire ereditate da mia zia cuoca. La compravendita degli Stabilimen­ti di Tavazzano. Il rilievo dei residuati di guerra. L'Immobiliare Domus. E la celluloide. Vedi? Il pollice e la celluloide. Il dito grosso. (Con un gesto impetuoso) Questo è un colpo che mi butterà su come una palla! Garantito che fra un mese!e fabbriche di Zurigo sono di Peppino Bri­ghi. È un nuovo sistema che dimezza i costi di produzione. Voglio vedere chi resisterà alla mia concorrenza. Ma che fatica combinare degli affari.al giorno d'oggi! Che vitaccia! Un duello che non finisce mai. Sempre la punta di una spa­da puntata al cuore.

Gina                   - Mi dai una sigaretta?... Grazie... (Mentre Brighi gliel'accende, leggera) Al­lora non hai preoccupazioni per i tuoi af­fari?

Brighi                 - Preoccupazioni? Perché?...

Gina                   - M'ha detto Giogi che suo marito...

Brighi                 - Eeeh! Quel pancione di Bareggi! Non capisce niente! Poi crepa d'invidia. Vede che io sono un affarista di grande sti­le. Vede che qui a Milano oramai mangio tutti. Divento il padrone del vapore io qui! Cara mia, dammi due o tre anni di tempo e vedi cosa ti metto in piedi, io!

Gina                   - Ti fermi o riparti?

Brighi                 - Devo fare una scappata a Genova alla fine del mese. E in dicembre poi... (È preso da un'idea) Ho una proposta da far­ti... Un viaggio interessante. Mi hanno of­ferto di entrare in una combinazione per l'acquisto di terreni fabbricabili a Tripoli. Vorrei farmi un'idea precisa dell'affare sul posto. Vuoi venire con me? C'imbarchiamo a Siracusa, stiamo a Tripoli un paio di set­timane e al ritorno ci fermiamo a Palermo e a Roma.

Gina                   - (con importanza come se si trattasse di gravi affari) Dicembre? Natale? Impossibile Peppino! Ma sai pure che in dicem­bre ho in programma Cortina! Non è mica una novità! È una cosa stabilita. Vado con Giogi. Te l'avevo detto. Lo sapevi.

Brighi                 - Lo sapevo, ma pensavo che tu po­tessi una volta tanto lasciare i tuoi amici per fare contento tuo marito.

Gina                   - Non vedo tutta questa premura, ca­ro! Andremo un'altra volta a fare un viaggio insieme.

Brighi                 -  (la guarda; una pausa) Il 20 di­cembre saranno ventun'anni dal giorno del nostro matrimonio. Per me è una data che conta ancora qualche cosa. Tu inve­ce, scommetto, non te ne ricordi neanche!

Gina                   - Chi ti dice che non ine ne ricordi? Che non ci pensi? Il fatto è che mi sono già impegnata con Giogi. Vieni tu con noi a Cortina. Farai il tuo viaggio dopo.

 Brighi                - Ti pare la stessa cosa? Io volevo essere solo con te... E non è mica un'idea che mi sia venuta in testa a caso! È un progetto serio... Ho pensato a noi due... alla nostra vita... Molto, sai?... Da molto tempo... Ormai non siamo più giovani... Tutt'a un tratto ci si sente stufi delle pic­cole cose, deì piccoli divertimenti... Sazi... con la nausea in gola... Si ha bisogno di qualche cosa di solido, di profondo... Que­sta freddezza, questo distacco che c'è sempre stato fra noi... Non ti pare Gina che sarebbe il momento buono per met­terci veramente insieme?... Capisci perché insisto su questo progetto? Ci tengo!... Lascia andare i tuoi amici per quindici giorni: se rifiuti questa volta io la pren­do male. E bada : non ti conviene.

Gina                   -  (sfuggendo) Oh, Dio! Perché mi metti in questo imbarazzo?... Non vorrei mai che tu mi parlassi così!

Brighi                 - Mi trovi ridicolo, lo so.

Gina                   - Ma si! Le tue solite febbriciattole di passione! Ti prendono ogni tanto come gli attacchi di malaria!

Brighi                 - È vero. In generale, lo sai, mi sen­to grottesco nella mia parte di marito innamorato e mi piglio in giro da me, mi guarisco subito. Ma oggi, no. Te l'ho det­to: è un'idea seria, una crisi importante.

Gina                   -  (scoppia a ridere) Povero Peppino! Ma cosa t'hanno fatto? (Ride ancora) Scu­sa, sai, ma sei talmente buffo con quella faccia!

Brighi                 -  (serio) Buffo perché?

Gina                   -  (con sopportazione) Perché questa scena noi l'abbiamo già fatta una trentina di volte! Uguale. Identica. Vuoi che la re­citiamo da capo? Recitiamola pure. Ma è tutto così chiaro! Tu hai litigato con una amante e l'hai piantata; perciò ti senti so­lo, disoccupato, un po' avvilito e ripieghi su tua moglie. Fai progetti seri, hai le crisi importanti... E vuoi sostenere che non è una cosa da ridere? Andiamo!

Brighi                 - Credimi, Gina, stavolta...

Gina                   -  (con gravità ironica) Stavolta si vede che hai preso una batosta più grave delle altre. Eh, povero Peppino! Cominci a in­vecchiare, ti piacciono le ragazzine giova­ni e quelle, si sa, imbrogliano, danno dei dispiaceri.

Brighi                 -  (rassegnato) Se la prendi così!... (Breve pausa; d'improvviso, con uno scat­to) Tu sai bene, però, che io sono stato fedele per parecchi anni. In modo assolu­to. Se un giorno mi sono deciso a pren­dermi delle amanti è stato perché... (S'in­terrompe) Ma sì! Non torniamo cento volte sullo stesso discorso! Il fatto è che io per te non ho mai rappresentato niente! Una macchina per stampare biglietti da mille: ecco che cosa sono stato per te! Mai una volta che t'abbia sentita un po' mia, un po' vicina a me. Sai cosa voglio dire! Mai uno slancio, mai tanto cosi di pas­sione, mai uno scatto di gelosia. Sempre le tue arie di regina indifferente. E tu sai che io invece... non ho mai amato che te... Le altre!... (Fa un gesto di dispregio).

Gina                   - Ah, si! Lo so, lo so! È una bella trovata! Tu hai dovuto mettere insieme una lista di amanti lunga così perché aveviuna moglie fredda, vero? L'hai fatto so­lamente per tenere in esercizio il tuo cuo­re e per ingelosirmi? È stato un grande sacrificio, insomma, da parte tua? Senti, se non trovi ridicolo tutto questo, fai pm-prio torto alla tua intelligenza.

Brighi                 -  (battendo le mani l'una contro l'al­tra in un rumoroso gesto d'irritazione) E va bene! Non parliamone più. (Altro tono, leggero, ironico) In generale, però, dopo che ti ho fatto un bel regalo, si, per qualche giorno tu sei gentile con me. Sta­volta, invece, non è servito a niente nean­che il braccialetto da centosessanra mila lire. XCon una smorfia) Accidenti! Sono passa­te appena quarantott'ore e hai già la tua faccia... coniugale! Ti assicuro che costa­no molto meno le amanti. E poi almeno ti danno qualche cosa!

Gina                   - Allora abbiamo finito?

Brighi                 - Ah, finitissimo! Ho solo due osser­vazioni da farti. Prima: la tua grande ami­cizia per quella cialtrona della Bareggi, conosciuta per tutta Milano come una don­no da strada, incomincia a darmi male­dettamente sui nervi. Seconda: non mi piace affatto di vedere troppo spesso in casa mia quel tuo Bubi Molteni e mi piace ancora meno di sapere che dove capiti tu fuori, lui non manca mai.

Gina                   -  (ironica) Hai chi t'informa bene a quanto pare!

Brighi                 - Questo non ti riguarda. Sono due pesi che mi stavano piantati qui sullo sto­maco. Oh! Me ne sono liberato! Giogi e Bubi, Bubi e Giogi tutto il giorno! Ne avevo piene le scatole! Respiro! E adesso che t'ho avvertita tu farai quello che credi. Vuoi tirare la corda fino a romperla? Pa­dronissima! Rifletti bene, però, prima di fa­re un passo falso. Perché dopo, bada, io avrei la forza di andare sino in fondo.

Gina                   -  (sincera, con forza) Sentimi bene, allora: tu non hai il diritto di parlarmi così. Tu sai, sicuro, tu sai, che io, io, non ti ho mai tradito! Ti sono rimasta fedele per me stessa, per un senso di pulizia, per un bisogno di sentirmi onesta. E tu pretenderesti anche di limitare quel tanto di libertà che mi concedo? Io non giudico la vita privata di Giogi; so soltanto che è un'ottima compagna. E quanto a Molteni, niente, capisci? Né lui, né un altro. Mai! Guardami in faccia: è la verità. E tu lo sai.

Brighi                 - Ma si, si, non scaldarti! Euh, che nervi! Che cosa vuoi, quella Giogi e quel Bubi mi fanno venire il mal di mare!

Gina                   -  (fredda) A me il mal di mare lo fan­no venire lettere come questa... (Dalla tasca dell'abito da passeggio toglie una lettera).

Brighi                 - Cos'è?... (Si gratta il mento, imba­razzato).

Gina                   - È indirizzata a te. Ma credevo che fosse la Carlotta che ti chiedeva dei quat­trini e l'ho aperta. Invece senti che bel­lezza! (Brighi assume un atteggiamento indifferente e alza le spalle. La moglie legge la lettera).«Signor commendatore Brighi illustrissi­mo, io sono la Teresina Pluderi dt Sale-rano al Lambro, cioè la madre dell'Ange­lina che lavorava in tintoria Carabelli che voi ben conoscete. L'Angelina quandoapriva bocca e cantava si rimaneva lì come stupidi e il maestro della Banda di Lodi di nome Anselmo Sbrondi diceva che guai se studia questa ragazza; va su che non la ferma più nessuno. Invece è venuta a Mi­lano, ha conosciuto voi e buonanotte. Cosa riavete fatto alle sue corde, commendatore illustrissimo, non lo so ma il fatto è che la voce è andata via e sta in un appartamento di lusso che è una vergogna. Mi perdoni l'ardire ma noi piangiamo nel disonore e almeno per darci sollievo man­dateci tremila lire subito e che il signore vi aiuti sempre con le industrie, il com­mercio fortunato e le banche. Mi firmoTeresina Pluderi ».A te. E se non vuoi che vada a Cortina, va bene. Starò a casa.

Brighi                 - (si alza, le toglie di mano con non­curanza la lettera, se la mette in tasca) Ma no, quante storie! Fa come vuoi! (Pau­sa; Gina s'incammina verso la porta. Bri­ghi per darsi un contegno). Ah, volevo dir­ti : se ti capita di trovarti con quel pan­cione di Bareggi, tira pure il discorso sui mici affari e digli che sono pieno di quat­trini fin qui... (alza la mano fin sopra i capelli) che vado a gonfie vele, che non mi hai mai visto così di buon'umore. Capito? Non voglio che vada in giro a fare delle chiacchiere stupide sul mio conto.

Gina                   - PeppinoL. Non per immischiarmi nei fatti tuoi, ma sta attento! Dev'essere giovanissima quell'Angelina!... E una pelle!...

Brighi                 - (che vuol voltare il discorso) Mac­ché, macché, macché! Quando andresti a Cortina?

Gina                   - Qualche giorno prima di Natale. Al­lora vieni anche tu?

Brighi                 - C'è quell'affare di Tripoli. Non vorrei che qualcuno ci saltasse dentro pri­ma di me. (Cambiando tòno) Poi, io a Cortina? Col freddo che ci fa? Tutta quella neve? Brr! Ho già tanto ghiaccio in casa! Nemmeno per idea. Quello è il tuo elemento. Va, va pure con tutti i Bubi che vuoi. Ti conosco. Medaglia d'oro a chi ti fa girare la testa. Quaranta gradi sotto zero. Polo Nord! (Buffonesco inchinando­si) Mi permetti di baciarti la mano? (Le prende la mano come una reliquia) Sta tranquilla; un bacio castissimo sulla pun­ta delle dita!... (Le bacia la mano con una specie di genuflessione).

Gina                   - Che scemo!

Brighi                 - Sai che ti rispetto e ti venero... (Si sprofonda in un altro inchino caricaturale) Signora!... (Gina sta per dire qualche cosa, ma entra Rita Mondini con un grosso li­bro sotto il braccio. Porta ancora imper­meabile e soprascarpe).

Rita                    - (confusa, fermandosi sulla soglia) Oh, scusatemi!.,. Enrica m'ha detto di aspet­tarla qui...

Brighi                 - (cordialone) Avanti, avanti, signo­rina! Come va?

Rita                    - Bene. Grazie. Si studia.

Gina                   - (La saluta freddamente prima di usci­re) Buona sera.

 Rita                   - Buona sera, signora. (Via Gina).

Brighi                 - (con bonomìa) Dunque la laurea si avvicina, eh? Ma brava, brava!

Rita                    - Purtroppo siamo ancora lontani. An­cora tre anni, commendatore.

Brighi                 - Ma dopo, però,non ci saranno più malati al mondo. Con due medichesse co­me voi!

Rita                    - (sorridendo) Speriamo che ce ne sia qualcuno di meno. Sarà già una bella cosa.

Brighi                 - Ah, che! I medici, figurarsi! Alla larga! Io non ci credo per niente. (Fa una smorfia come chi aspetta uno sternuto e poi sternutisce) Ecco, vedete: questo è un raffreddore che comincia. Insegnatemi la maniera di farlo finire subito. Niente! Bi­sogna che aspetti che passi. Aah! E pre­tendete di curare le vere malattie?... (En-tra Enrica. Brighi a Rita con comica paura) Con Enrica non discuto. Scappo. Con lei, se si attacca, non si smette più. Ciao, scienziate. (Se ne va. Sulla porta, pri­ma di uscire, sternutisce ancora) Ecco: aspettare che passi. Non c'è altro da fare. Ciao. (Via Brighi).

Enrica                 - Allora facciamo Patologia.

Rita                    - Si. (Si siedono al tavolo. Enrica trae un respiro di sollievo).

Enrica                 - Ah! Questo è un gran bel momen­to! Studiare. Pensare. Non aver più negli orecchi le chiacchiere della gente. (Si pie­ga sul testo di anatomia e si mette a sfo­gliarlo) Dove siamo rimaste? (Continua a sfogliare) Ali, ecco! Qui. (Comincia a leg­gere) « Le altre anomalìe sono poco salien­ti e spesso non si rivelano che in una fase tardiva. Spesso poi si trovano anche in al­tre valvole lievi alterazioni le quali però non avevano avuto speciale esplicazione clinica ».

Rita                    - Aspetta: vuoi ripetere? Non stavo attenta.

Enrica                 - (rilegge l'ultimo periodo) « Spesso poi si trovano anche in altre valvole lievi alterazioni le quali però non avevano avu­to speciale esplicazione clinica ». (S'inter­rompe) Ma cos'hai?

Rita                    - Hai ragione, scusa; sono distratta. (Si china sul libro, poi prendendo un'im­provvisa decisione) Insomma, io te lo di­co subito. Quando sono uscita per andare a casa a prendere il libro c'era giù Sanna che m'aspettava...

Enrica                 - (interessata) Ah?...

Rita                    - Mi ha accompagnata per un pezzo di strada e mi ha detto... (Ha un'esitazio­ne) che non verrà più qui.

Enrica                 - (colpita, impallidendo) Non verrà più?...

Rita                    - Si. Dice che siete troppo diversi or­mai... Che nascono continuamente delle discussioni spiacevoli... E che è meglio per tutt'e due... D'altra parte non sapeva come fare a dirtelo e allora ha pregato me...

Enrica                 - Ma è diventato matto? Ma se abbia­mo discusso migliaia di volte! Ce ne siamo dette di tutti i colori e il giorno dopo non ce ne ricordavamo nemmeno. Ma poi se mezz'ora fa, qui, ci siamo promessi anco­ra di essere sempre sinceri, di dirci tutto. E lui... Ma perché? Ma come si spiega?...

Rita                    - Non so... Mi pareva molto imbaraz­zato... Non trovava le parole...

Enrica                 - Tu sai che amicizia c'è sempre stata fra noi... Per me Riccardo è come... No, no, qui c'è sotto qualche cosa... (Pausa) Tu la conosci la Bertoli? fi vera quella chiacchiera?...

Rita                    - Con Sanna? Non credo! Li ho visti insieme qualche volta, ma è più che natu­rale. Fanno lo stesso corso!

Enrica                 - (riflettendo) Ma poi che ragione ci sarebbe di non venire più da me se... Ric­cardo fare questi sotterfugi?... Con me?... (Sì toglie a forza dai suoi pensieri) Be', andiamo avanti. (Riprende a leggere ma si sente che la sua attenzione è lontana; fa qualche brevissima pausa, riprende su­bito, rilegge una frase che aveva già letta) « Dopo aver esposto il meccanismo dei sin­goli vizi... vizi valvolari e i segni fisici che... (Pausa; è distratta, riprende) vizi valvolari e i segni fisici che ne derivano descriveremo un certo numero di sintomi e di conseguenze...». (Si distrac ancora) Che roba! Non riesco a star lì col cervello! (Riprende a leggere) «Di sintomi e di conseguenze che si possono presentare...». (D'improvviso si alza) Dove andava Sanna?

Rita                    - Verso Porta Venezia. M'ha detto che prendeva il 22.

Enrica                 - Allora andava a casa. (Si avvicina all'attaccapanni dov'è appeso il suo impermeabile) Vado da lui. Deve spiegarmicosa vuol dire questa storia. (Indossa in gran furia l'impermeabile e il cappelluc-cio di feltro) Tutti questi misteri! Non venire più a casa mia! Dopo cinque an­ni!... Cretino! Adesso mi sentirà! Ah, glie­lo dico sul muso, io! (Stringendosi la cin­tura dell' impermeabile) Aspettami. Pren­do un tassì. Vado e torno. (Di colpo la sua decisione cade. Si toglie lentamente l'im­permeabile. Dominandosi) No... Meglio di no... Perché devo lasciarmi prendere così dai nervi?... Se crede poi che io mi disperi! Peggio per lui!... (Butta l'imper­meabile sulla cassapanca, prende una si­garetta sul tavolo. L'accende. Si siede con ostentata calma) Andiamo avanti. ^Ri­prende a leggere) « Sintomi subbiettivi. Manifestazioni relative al cuore. In certi casi il cuore... (La voce le si incrina) ...il cuore... ».

Rita                    - (traverso il tavolo le mette una mano sulla mano) Enrica!... Tanto bene gli vuoi?...

Enrica                 - (con irritazione, ma sempre con la voce incrinata) Io? Stupida che sei! Fi­gurati se io!... (Si domina con un grande sforzo di volontà e con voce ferma, china sul testo) In certi casi il cuore...

CALA LA TELA

ATTO SECONDO

(Sette mesi dopo. Pomeriggio di giugno. Un salotto in casa Brighi. Arredamento lus­suoso, di stile moderno. Uno sfarzo che contrasta con la nuda semplicità della scena del primo atto. Su un tavolino un apparecchio telefonico.

Una porta a destra. La comune è a sinistra. All'alzarsi del sipario Gina sta leggendo se­mi sdraiata su un divano. È in abito da pas­seggio. Entra Amelia con una scatola in mano).

Amelia                - Signora, dalla profumeria hanno mandato questo.

Gina                   - Ah, sì, va bene. Metti qui. E va a chiamare la signorina, per piacere. (Via Amelia. Gina apre la scatola e ne trae delle saponette e dei flaconi d'acqua di la­vanda. Dopo qualche istante entra Enri­ca. È molto cambiata. Ha un abito sem­plice, ma che le sta d'incanto; evidente­mente confezionato da una gran sarta. È ben pettinata, calzata elegantemente. Gi­na parla alla figliola con grande affabi­lità) Guarda, Enrica. Mi hanno mandato adesso dei saponi e dell'acqua di lavan­da. Vuoi che facciamo a metà, cara? A te! Prendi due bottiglie e due scatole.

Enrica                 - (annoiata) Mi fai chiamare per questo, mamma? Valeva la pena di far­mi alzare per darmi dei saponi! Sai che ho tanto da studiare!

Gina                   - (sempre estremamente gentile) Cre­devo di usarti una cortesia.

Enrica                 - Ma potevi farli portare dall'Ame­lia nella mia stanza!

Gina                   - (ancora gentile, con un tono di con­discendente malinconia) Enrichetta, sei proprio una bambina dispettosa. Ad ogni modo scusami se t'ho disturbata.

Enrica                 - Se devo dirti la verità la tua genti­lezza di questi ultimi tempi mi dà noia, mi pesa.

Gina                   - (e. s.) Cerco di passare sopra alle tue villanie. Purtroppo il risultato è che più io sono gentile, più tu diventi sgarbata.

Enrica                 - Ma sì! Era molto meglio prima, mamma: quando non ti occupavi di me. Da qualche mese con le tue attenzioni sei diventata opprimente. (Enrica ha detto con forza « opprimente ». Questa parola colpisce evidentemente la madre a tal punto che dopo aver fissato per qualche momento Enrica con uno sguardo ango­sciato, balbetta con voce lagrimosa).

Gina                   - Opprimente?... Io?... È troppo!... È troppo!... (e si abbandona singhiozzando contro la spalliera del divano con una pena sproporzionata alla causa. Enrica, in piedi, la guarda sbalordita).

Enrica                 - (interdetta) Ma che cosa c'è?... Co­sa ho detto?... (Con dolcezza inconsueta) Non mi pare che valga la pena di fare una tragedia. Non avevo la più lontana intenzione di... Ero su che studiavo... Sai che sono sotto gli esami... Allora capirai...

                           - (La dolcezza di Enrica accresce l'angoscia della madre che piange più forte. La ra­gazza ne è toccata. Si piega su Gina, lemette una mano sulla spalla e teneramen­te) Mamma, per carità, fatti forza!... Non così, andiamo! Devi avere proprio i nervi esauriti!... Ti assicuro che se avessi saputo di darti un grande dispiacere...

Gina                   - (si solleva con stanchezza. Non pian­ge più. Finisce di asciugarsi gli occhi e va a guardarsi in una specchiera) Dio, che faccia! Che occhi! Come mi sciupo il viso quando piango!... Non so cosa m'ab­bia preso! Oggi sono talmente nervosa... Un niente mi butta giù... Non m'era mai successo! Proprio sciocca!... Hai ragione tu; devo avere i nervi stanchi... Però cer­te parole non dovresti dirmele, Enrica!

Enrica                 - (ancora sotto l'impressione di quel-l'itnpreveduta reazione materna) Ma è la prima volta ch'io ti vedo soffrire così per una mia parola!... Non capisco!...

Gina                   - (sfuggendo, con tono leggero, quasi sorridente) È passato!... Vai, vai a stu­diare. Che scenata stupida, è vero? Mi dai un bacio, cara?... (Si abbracciano).

Enrica                 - Ma devi curarti, mamma.

Gina                   - Eh, curarmi! Lo so io cos'è! Invec­chio, mia cara! Lo sai che fra un anno sono quaranta? (Con improvvisa preoc­cupazione) Mi si vedono in faccia? Dim­mi la verità.

Enrica                 - Sembro più vecchia io che ne ho venti di meno. Sai cosa c'è piuttosto, mamma? Non ti fa bene vivere senza distrazioni, senza divertimenti. Parlo sul serio. Sono mesi e mesi che non vai più in nessun posto. Fai una vita troppo riti­rata. Certe abitudini diventano una ne­cessità. Mi pare che tu debba annoiarti. Ci dev'essere un gran vuoto nelle tue giornate.

Gina                   - Cosa vuoi, cara, tutte cose che non m'interessano più! Sino a un certo punto ti divertono, poi un bel giorno ti danno la nausea.

Enrica                 - (prende i flaconi e la scatola) Io vado di là. Ho molto da fare. Pensa, mamma: tre esami da preparare. E i più diffìcili, anche. (Entra Amelia).

Amelia                - (a Gina) C'è il comm. Bareggi.

Gina                   - (subito nervosa, ansiosa) , Bareggi? Fallo passare subito. (Via Amelia).

Enrica                 - Per carità! Tanti mesi che non si vedevano più quei due cataplasmi! Spe­ravo proprio che si fossero perduti per sempre.

Gina                   - Ho gli occhi rossi? Si vede che ho pianto?

Enrica                 - Un po'... Io scappo, mamma.

Gina                   - No, no, fammi il favore, cara! Sii gentile. Salutalo anche tu. Due minuti. Intanto io vado a mettermi un po' d'ac­qua fredda sugli occhi. (Esce da destra. Enrica sbuffa, mette giù flaconi e scatole; appare alla comune il comm. Bareggi. 50 anni. Ben pasciuto. Aria tranquilla, sicu­ra di sé. Enrica gli va incontro con soste­nuta cortesia).

Enrica                 - Buongiorno, commendatore, come state?

 Bareggi              - Oh, Enrica! È un pezzo che non ci si vede. Ti dò ancora del tu, eh? T'ho conosciuta grande così.

Enrica                 - Ma certo!

Bareggi               - Ti sei fatta bella! Lascia che ti guardi... (La rimira ben bene) Hanno ra­gione! Me l'avevano già detto in tre o quattro: la figlia di Brighi sta diventando una bella ragazza. (Con convinzione) Ma proprio carina! Carina sul serio!

Enrica                 - Si vede che sta crescendo una ge­nerazione di ragazze brutte. Allora in mezzo alle altre io non ci sfiguro troppo. (Alzando le spalle) Ma del resto cosa conta? Che importanza ha? (Si sente in­vece che la constatazione di Bareggi le ha fatto piacere).

Bareggi               - Eh, va là che lo capisci anche tu che è importante! Ti arrangi molto me­glio. Guarda che bell'abitino! E i capelli ondulati, le calze di seta... Fai tutto un altro effetto!

Enrica                 - (come per giustificarsi) Mi hanno detto tante volte che quella di vestirmi male era una posa. Anche al papà sec­cava tanto. Ho ceduto.

Bareggi               - (sedendosi tranquillo) Vedi, En­richetta: tu sei fortunata. Sì! I tempi nuovi ti sono venuti incontro. Adesso è di moda un tipettino di ragazza franca, di­sinvolta, sportiva, proprio sul tuo genere. E vedrai che...

Enrica                 - (con leggero compiacimento) Sì, sì, ho già visto. Anche ieri un garzone di fornaio mi ha gridato per la strada « Ciau, bel dónninl». Dunque vedete: comincio ad avere dei successi. (Bareggi ride. Entra Gina).

Gina                   - (disinvolta, sorridente) Caro Bareg­gi, come state?

Bareggi               - Bene. Benone. A voi non lo do­mando nemmeno. Si vede. Una cera ma­gnifica.

Enrica                 - Io me ne vado. Ho molto da stu diare. Arrivederci.

Bareggi               - (salutandola con la mano, affettuo­samente) Ciao, cara. E auguri per i tuoi esami.

Enrica                 - Grazie. (Via. Restano soli Bareggi e Gina).

Bareggi               - (imbarazzato si asciuga la fronte e il collo con un fazzoletto) Fa caldo! Che caldo! È venuto presto quest'anno. Siamo appena alla metà di giugno: 32 gradi! (altro tono) Peppino non è mica in casa?

Gina                   - No, no. È uscito subito dopo cola­zione.

Bareggi               - (si raschia la gola; non sa da che parte cominciare) Dunque, io sono qui... Mi ha mandato Giogi... Francamente ne avrei fatto a meno volentieri... Io sono un po' un orso, una talpa, lo sapete. Tutto il giorno in banca... Cambiali, sconti, bilan­ci, io mi ci trovo benissimo, ma queste faccende qui!... Be', insomma, mi scuse­rete. Ci conosciamo da tanti anni! Pos­siamo ben parlarci francamente, no?

Gina                   - (ansiosa) Ma certo, certo! Dite...

Bareggi               - E poi dopo tutto lo faccio nel vo­stro interesse. Dunque: avete saputo che cos'è successo ieri sera al Savini?

Gina                   - (va ad assicurarsi se la comune è ben chiusa e abbassando la voce) Bareggi, sono in una tale ansia! Riccardo mi ha tele­fonato stamattina. Due parole e ha interrotto la comunicazione. Io sono corsa su­bito da lui. Non era in casa. Ma come è stato?

Barecci               - Mio nipote passava in Gallerìa. Moltcni era seduto a un tavolino e per caso in quel momento rideva. Lui s'è fer­mato e gli ha chiesto: « Ridete di me? ». E giù schiaffi, senza dargli tempo di ri­spondere. Una scena disgustosa. Il caffè pie­no dì gente. Li hanno separati. Figuratevi le chiacchiere.

Gina                   - (fa un gesto di disperazione) Dio! Dio!...

Bareggi               - Un bel pasticcio anche per noi, capirete! Riccardo nipote di mia moglie, Moltcni mio socio in Banca. Una situa­zione spiacevolissima. Bisogna che la cosa finisca qui, che non accadano altri guai.

Gina                   - (disperata) Ma che cosa posso fare? Dove lo posso trovare? Mi sfugge, non vuole più vedermi...

Bareggi               - Ne abbiamo parlato a fondo con Giogi. Io avrei preferito che fosse venuta lei, ma e una benedetta donna! Voi la co­noscete; ha le sue idee! E questa faccenda l'ha presa male. Dal giorno che ha saputo questa cosa fra... (con imbarazzo) voi e Riccardo... Eh, insomma, non ha voluto più venire qui. Cosa volete farci! E vi voleva bene, eh? Aveva proprio una sincera affezione per voi. Ma e fatta così! Rigida, intransigente. E anche stamattina m'ha detto: caro Raimondo, non insistere. Guarda, io capisco tutto, perdono tutto, ma una donna che inganna il marito, no.

Gina                   - Ma allora, Bareggi, cosa si può fare?

Bareggi               - Signora Gina: è stata una debo­lezza e chi è senza peccato, vero?... Io non indago e non giudico. Ma in certi momenti della vita ci vuole del coraggio. (Fa con la mano aperta l'atto di vibrare un colpo di scure) Zac! Taglio netto. Al ragazzo ho parlato io. Sistemato tutto. Tra poco avrà finito gli esami, lo spediamo da sua madre per direttissima e un altro anno studierà a Roma. Quanto a Molteni è un uomo che ragiona. Niente paura.

Gina                   - Ma, Bareggi, bisognerà bene che io...

Bareggi               - Voi che cosar Vederlo, spiegare? Niente, niente, per l'amor di Dio! Due si vedono e s'incollano un'altra volta. E non c'è da scherzare, sapete, con quel ra­gazzo. Sangue sardo, fuoco. No, no, no! Date retta a me! Zac!... (Ripete il gesto) Avete un marito, una figlia!... (Occhi al cielo) E speriamo che Pcppino non venga a sapere!...

Gina                   - (supplichevole) Ma Giogi non potrei vederla?...

Bareggi               - (allargando le braccia rassegnato) Cosa volete che vi dica! Irremovibile! (accennando a ripetere la frase della moglie) « Io capisco tutto ma... ».

(Bussano alla porta; entra Amelia).

Amelia                - C'è la signora Bareggi.

Bareggi               - Oh, bella! Questa è bella! (Entra Giogi trafelata).

Giogi                  - (al marito, come giustificandosi) Ci ho ripensato bene Raimondo. È meglio che le parli io.

Bareggi               - (con leggero rimprovero) Ah, fi­gurati! Ma perché non ti sei decisa prima, cara! Ho tanto da fare in Banca, lo sai!... (Si alza).

Giogi                  - (a Gina) Prima di tutto: tuo marito non ha saputo niente?

Gina                   - No... Niente... È tornato stamattina da Roma. Ha fatto colazione con noi. Era del solito umore...

Giogi                  - E Enrica? Non vorrei che all'Uni­versità, fra compagni, sai com'è, avessero chiacchierato.

Gina                   - Lo temevo anch'io. Le ho parlato poco fa, con un pretesto qualunque. Non sa niente. Ne sono sicura.

Giogi                  - (si preme una mano sul cuore, tira un respiro di sollievo) Meno male! (Si siede affranta).

Barecgi               - Allora sistemato tutto, eh? Benissimo. Vado via...

(Appare alla comune Peppino Brichi. È serio, pallido, chiuso in sé. I tre si voltano a guardarlo. Brighi s'è fermato sulla soglia e, a sua volta, li scruta a uno a uno. Una lunga pausa. Bareggi per rompere quel gelo con voce stonata) Ciao, Pcppino.

Brighi                 - Ma guarda che novità! Tanti mesi che non vi vedevo più in casa mia e pro­prio oggi siete qui tutt'c due.

Giogi                  - (che ha ripreso spirito, con disinvol­tura mondana) Caro Brighi se sapeste che mesi ho passato. Una nevrastenia ter­ribile! M'aveva ridotta in una tale prò strazione che non potevo vedere più nes­suno.

Mareggi              - Ma nemmeno le persone più ca­re, sai!

Giogi                  - Piangevo, mi disgravo, volevo mo­rire...

Bareggi               - Ti dico, una cosa penosa, pove­rina!...

Brighi                 - (senza sbilanciarsi, ancora acciglia­to) Ah!... (Altro silenzio generale).

Giogi                  - (a Gina, come conchiudendo un di­scorso incominciato) Allora, questa villeggiatura? Torniamo a Viareggio o hai del­le altre idee? I Silvestri vanno al Lido.

Baregci               - (che intanto si è avvicinato a Bri­ghi) È un po' che non ti vedo, Poppino. Sei stato via?

Brighi                 - (dopo una pausa, lentamente) Si... Ho viaggiato molto in questi ultimi tem­pi... Sono un po' stanco, a dire la verità... (Prende il portasigarette, ne prende una sigaretta e lo chiude rumorosamente batten­dovi la mano sopra) Be', forza e sempre avanti! (E si frega energicamente le ma­ni. Poi, con un tono dì voce mutato; mol­to, forse troppo disinvolto) Dimmi un po', Raimondo: ne sai niente tu di questo af­fare della Pesca Atlantica? M'hanno offerto un blocco d'azioni ma sono incerto...

Bareggi               - Ah! Buono, buono, buono! Te lo consiglio.

 Brighi                - (accendendo la sigaretta) Mah! Sa­rà che sono lombardo... Di mare non me ne intendo... Questa faccenda a base di bastimenti, di reti e di merluzzi!... Non mi ci raccapezzo!... Eppure pare che sia un affarone. Mi hanno fornito dei dati precisi... Vieni di là un momento che ti faccio vedere.

Bareggi               - Volentieri. (Brighi s'avvia alla porta, Bareggi lo segue. Prima di uscire Bareggi si volge furtivamente e getta uno sguardo perplesso alle due donne. Ha l'aria di dire: che cosa vorrà da me ades­so?).

Giogi                  - (a Gina, alludendo al disagio di Ba­reggi) No, no, macché! Raimondo, fi­gurati, ha paura anche delle ombre! Pep­pino non sa niente. Scommetto. I mariti non le vengono mai a sapere queste cose. Parlano d'affari. Per loro gli affari son sempre più importanti delle donne.

Gina                   - Allora, Giogi, facciamo la pace?

Giogi                  - Sono stata proprio in collera con te. Furiosa sai. Da strapparti i capelli. Da levarti gli occhi.

Gina                   - Non devi dimenticare che da sette anni io faccio da paravento ai tuoi pastic­ci. Ti ho aiutato tante volte io, puoi ben aiutarmi una volta tu!

Giogi                  - Ah, d'accordo! Ma lasciami dire, però, che c'è una bella differenza fra i miei capricci e questa tua pazzia! Io so essere viziosa con misura. Tu invece hai aspettato vent'anni a deciderti e il giorno in cui bai fatto il salto è stato un capi­tombolo!

Gina                   - (con impeto) Giogi, sono felice!

Giogi                  - Eh, no, cara mia! Non si fa così nel­la buona società! Hai perduto la bussola, sei partita per la luna. Prenderti per aman­te un ragazzo ili vent'anni! Ma poi, scu­sa, non potevi agire con un po' di ritc gno? Da un giorno all'altro non ti si e vista più in nessun posto. Un'apparizione ogni tanto con una faccia da donna stre­gata. Tutti hanno capito! Una burrasca di pettegolezzi...

Gina                   - Riccardo era geloso. Non voleva. Ogni giorno dovevo notare su un foglio l'impiego del mio tempo. Dov'ero stata, chi avevo visto, con chi avevo parlato... Ed era una tale gioia farlo contento, sa­crificarmi per lui...

Giogi                  - (interrompendola) Ma che stupidag­gini!... Un giorno t'incontro in via Man­zoni, ti saluto; tu non mi vedi, non senti la mia voce, te ne vai via che sembri una sonnambula. Ho avuto l'impressione che tu fossi proprio impazzita!

Gina                   - Ecco, sì, vedi: proprio così. La trop­pa felicità mi dà dei momenti di pazzia. Conosco l'amore per la prima volta, non ho esperienza, non so essere prudente. Sono come fuori dalla vita. Una cosa sola m'importa: che Riccardo mi ami.

Giogi                  - Ma Gina! Fra l'altro tu non ti ren­di conto del male che gli fai. Un ragazzo che sino a pochi mesi fa non sapeva qua si niente dell'amore. Libri, idee, ambizio ni. Nicnt'altro. E gli cade fra le braccia una donna come te. Ma è un'esplosione! Addio studio, addio carriera, addìo tutto!

 Gina                  - (prendendole le mani, affannata) Non lo volevo, sai, ti giuro che non lo volevo! Non so nemmeno io come ci sono cascata! Prima m'interessavo a lui perché lo vedevo così fine, così diverso dagli al­tri. Lo guardavo e pensavo: come mi piacerebbe di avere un figlio come lui. Ma con me era sempre così ispido, scontro­so... Allora ho cercato di smontare quella sua ostilità, mi sono appassionata al gio­co... Un giorno mi sono accorta che l'a­mavo, che non potevo più rinunciare a lui... È stato quando l'ho rivisto a fine ottobre, al suo ritorno dalla Sardegna. Ep­pure ho sperato ancora di vincermi. Gli ho parlato. L'ho pregato di non venire più qui in casa. Ma era preso anche lui, ormai. Poi tu a Natale l'hai invitato a Cortina...

Giogi                  - (disperata) Finirà in un disastro. Lo sento. Lo vedo chiarissimo. Ma... Enri­ca?... Hai pensato a Enrica?... Se tua fi­glia scoprisse la ragione per la quale Ric­cardo l'ha piantata?... Ci credi tu che ci fosse soltanto dell'amicìzia fra loro? Vo­glio dire dalla parte di Enrica?... Io no, sai! Ci giurerei. Bada che Enrica ti osser­va! Per molti anni tu l'hai trascurata. E lei s'è messa in contrasto con te. S'è fatta una vita opposta alla tua. Ti studia. Ti giudica. Ora, se tuo marito e tua figlia venissero a sapere?... Che non debba tro­varti costretta a lasciare questa casa, Gi­na! Ad abbandonare la tua famiglia!...

Gina                   - E se anche fosse? Credi che abbia paura?... (Perduta in un suo sogno) Avere un piccolo appartamento... Vivere sola... Pensare a lui.., aspettarlo... Sareb­be la felicità completa!... E dopo... dopo niente!... Una donna vecchia, finita!... Ma almeno avere amato una volta!...

Giogi                  - (avvicinandosi a lei e fissandola sba­lordita) Sei arrivata a questo punto?... Matura per il manicomio, parola d'ono­re!... Mi spaventi, Gina! (Prendendola per le braccia e scuotendola) Ma non capisci, non capisci che?... (Rimane incantata a guardarla).

Gina                   - Dicevi?...

Giogi                  - (lasciando cadere le braccia) Dicevo che sono una cretina! Solo in questo momento ho capito perché ti avevo presa in odio! Era perche ti invidiavo! (Sillabando) Sporca invidia; nient'altro! Ma dim­mi, insegnami, come si fa a innamorarsi così, perdere la testa, rompersi il collo, istupidirsi! La felicità, il paradiso, l'unica cosa al mondo per la quale vale la pena di vivere! (L'abbraccia impetuosamente. la bacia sulle guancie) Toh, Toh! Toh! Toh!...

Gina                   - (tenendosi stretta a lei) Giogi, aiu­tami!

Giogi                  - Ma sì, sì, lascia fare a me! Vedia­mo: cosa gli avevi detto di Molteni?

Gina                   - Che mi piaceva, che anche in questi giorni mi aveva telefonato, che mi face­va una corte insistente...

Giogi                  - Ho capito. Per ingelosirlo, eh?... Le solite manovre... Quello che è stato è stato. Adesso bisogna evitare dei guai più grossi. Dunque, dovete rappacificarvi. Gli ho parlato io. Lui ti telefonerà allequattro. (Controlla il suo orologio da pol­so) Fra venti minuti. Combinerete un ap­puntamento...

 Gina                  - (felice, stringendo l'amica guancia a guancia) Cara Giogi!

Giogi                  - Sì, sì, ma non fare più sciocchezze, adesso. Perché gli amanti passano, ma il marito resta. Il mio Raimondo non lo mollo nemmeno!... (Si sentono d. d. le voci di Brighi e di Bareggi).

Brighi                 - (apparendo alla comune e volgendo il capo verso Bareggi che lo segue, con l'aria di continuare un discorso già inco­minciato) Oh, la celluloide! Tutto an­dasse come quella! Col vento in poppa addirittura. I concorrenti sono a terra. Facciamo tali prezzi che nessuno può re­sistere.

Gina                   - (a Giogi) Allora vuoi vedere quel modello?

Giogi                  - Ah, sì, ci tengo (Al marito) Rai­mondo aspettami cinque minuti che poi mi accompagni a casa in macchina.

Bareggi               - Sì, ma se vi mettete a parlare di vestiti, povero me!

Giogi                  - No, no, torno subito.

Bareggi               - Speriamo. (Le due donne escono).

Brighi                 - (sedendosi sul divano e segnando il posto accanto a sé con un colpo della ma­no aperta) Vieni qua! (Bareggi gli si siede vicino) Barcggione, sei invecchiato! Ti sei messo tranquillo con le donne, eh?...

Bareggi               - (allargando le braccia rassegnato) Cosa vuoi! Capitolo chiuso!...

Brighi                 - (gonfiando il petto, soddisfatto di sé) Ah, io no. Sempre in gamba!

Bareggi               - Beato te!

Brighi                 - Ti ricordi quella romana che ave vo portata via al vecchio Colombo? Si è sposata! È piena di quattrini, adesso. Ave­va certe spalle! Quando entrava in un lo­cale si voltavano tutti! Una maniera di camminare... (Imita con un movimento del busto l'andatura trionfale della ragaz­za) che ci avresti messo un punto escla­mativo a ogni passo!

Bareggi               - Ti dev'essere costata parecchio quella lì?

Brighi                 - Ma valeva, valeva, caro mio!

Bareggi               - A me, però, delle tue amiche quella che mi sarebbe andata più a fagio­lo era quella... Qucll'ex-modella che poi aveva sposato il pittore Pedrini e aveva la manìa di giocare in Borsa? Come si chiamava?...

Brighi                 - Ah, la Renata?... Sì, sì, sì!... Che sangue, che temperamento!... Una specie di demonio in sottana, quella!

Bareggi               - Quand'era vestita da cavallerizza coi gambali!... (Si sente elettrizzato. Fa schioccare la lingua come se incitasse un cavallo a correre) Porca miseria!

Brighi                 - (mettendosi la mani in tasca e allun­gando le gambe beatamente) Non è più il mio genere quello lì, però. Adesso ho cambiato tipo.

Bareggi               - Ah, la Rosy?... Una bella figliola! Dove l'hai pescata?

Brighi                 - Dalle mie parti. È di Salerano al Lambro. Buona. Una bambinona. Mi ci sono affezionato. Ma sul serio, sai? Tan­te volte quando torno da un viaggio, se arrivo a Milano la sera, vado a dormire da lei. Non ti dico che delizia la mattina quando mi sveglio, e lei è lì che mi sfrega il naso contro il naso. Mi chiama « Mi-sciolone ». Mi fa « miao-miao! ». Stupi­da! Ma mi allarga il cuore, mi fa bene ai nervi, mi rinfresca. Dopo vado in uffi­cio che mi par d'essere tornato giovane. Senti : il giorno che crcpo la mia parte l'ho fatta! (Gli batte vigorosamente una mano sulla spalla) Barcggionc! Su allegro!

Bareggi               - L'altra sera sono andato al Dal Verme. C'era una ginnasta tedesca in ma­glia rosa... Bella ragazza... Mi venivano in testa delle idee buffe!... (Una pausa come se contemplasse la visione della ginnasta. Fa una risatina fra se, come per un'idea bizzarra che gli viene in testa) Eh, eh. eh!... Avere una forbicina piccola così e cominciare a tagliare la maglia... (altra risatina; scuote il capo) Be' si fa così per distrarsi. Perché al giorno d'oggi con gli affari è dura, sai. Va piano anche tu, da retta a me. Frena. Ti butti troppo avanti.

Brighi                 - Cos'è? Altre chiacchiere sul mio conto?

Bareggi               - No, no, ma non te lo nascondo. Una volta quando saltava fuori un affare si diceva: c'è Brighi? Il tuo nome era già una garanzia. Oggi, invece... £ inu­tile, i tempi sono cambiati.

Brighi                 - Caro mio, hanno voglia di chiac­chierare. Lo so chi sono; sempre quei quattro o cinque. Ma verrà il momento che dovranno alzare bandiera bianca, ve­drai. (Rientrano, Giogi e Gina).

Giogi                  - Andiamo Raimondo?

Bareggi               - (si alza) Eccomi. Ciao Beppino.Arrivederci, signora Gina. Quando venitea pranzo da noi?

Gina                   - Presto. Telefoneremo. Grazie. (Sa­luti a soggetto. Via Giogi e Bareggi)

Brighi                 - (riassumendo di colpo l'espressione di cattivo umore che aveva quando è en­trato) Come mai Bareggi s'è scomodato a venire qui?

Gina                   - Mah! Non saprei. Mi sono meravi­gliata anch'io. (E per sottrarsi ad altre do­mande si avvia alla porta di destra).

Brighi                 - Dove vai?

Gina                   - A cambiarmi. A vestirmi. Devo u-scirc.

Brighi                 - Aspetta un momento. Devo par­larti.

Gina                   - (nervosa, guardando l'orologio) A-vrci parecchie commissioni da fare, og­gi. È urgente quello che devi dirmi? Se no ne parliamo stasera a tavola.

Brighi                 - (categorico) È urgente. E poi a ta­vola no. Ci sarà l'Enrica. Si tratta appun­to delle tue commissioni, delle tue spese. (Grave) Bisogna fare economia. A Roma non ho potuto concludere niente. Ho l'ac­qua alla gola. Allora, capisci, anche tu devi fare dei sacrifici.

Gina                   - Va bene, va bene, li faremo. Ne par­leremo con calma... (È impaziente di fi­nirla con quel colloquio che minaccia dì durare troppo).

Brighi                 - (si siede, appoggia la nuca alla spal­liera, parla lentamente in tono stanco) Che fatica! Si ha l'impressione di battersi con un fantasma, si picchiano dei colpi che sfondano l'aria... Tu sai se io ho co­raggio! Non sono mica di quelli che alle prime bòtte chinano la testa, ma ti confesso che stavolta vedo nero. Mi sono cac­ciato in una stretta tale da rimanerci mas­sacrato! Farabutti! Mi hanno promesso mari e monti per spingermi avanti, e oggi che sono in trappola chiudono lo sportello. Per strozzarmi. Ho dato noia a troppa gente, per troppi anni con la mia attività, con la mia fortuna. Mi hanno segnato. Mi hanno messo sulla schiena il timbro delle bestie da macello. Questo mi vorrà a lesso, quell'altro mi vorrà arrosto, ma tutti sono d'accordo sul programma di mangiarmi.

Gina                   - (accendendo una sigaretta) Capisco, un momento critico. Non credere che io... Ne parleremo stasera, a fondo... (Guarda ancora l'orologio, impaziente) Dopo che l'Enrica sarà andata su. Va bene?

Brighi                 - Sì, ma c'è una cosa importante. Il danaro liquido che ho, devo impegnar­lo tutto negli affari. Dunque economia, tagliare le spese. Subito.

Gina                   - Sì, certo. Ti prometto che farò tutto il possibile... Ma adesso dovresti coricarti un paio d'ore... Hai la faccia stanca. Se dormi un po', dopo vedrai le cose meno in brutto. (Accenna ad avviarsi alla porta).

Brighi                 - (con uno scatto) Ma dove vai? Ma aspetta! Vediamo un po': che risparmi si possono fare sull'andamento di casa? Già che siamo qui a parlarne cerchiamo di definire... (Esasperato) Che fretta hai! Non sarà mica una rovina se rimandi a domani le tue corse per i negozi! Io ho viaggiato tre notti di seguito e avrei di­ritto di riposarmi; eppure non cedo alla stanchezza, mi tengo su a forza di nervi. E lasciale perdere le tue commissioni!

Gina                   - (cercando di calmarlo, con voce quie­ta) Se fosse necessario, ben volentieri! Ma in questo momento tu non vedi chia­ro. Sei stanco, irritato. Ma ti conosco, io! Domani sarai di nuovo ottimista, mi dirai che tutto va benone. Va a riposarti, caro. Ne riparleremo stasera, domattina. Ho anche un appuntamento con la signo­ra Frontini... (Accenna ancora ad uscire).

Brighi                 - (saltando su dalla poltrona e affer­randola per un braccio) No, no e no! (Con uno scoppio di voce) Tu non esci! Io ti dico che tu non esci!

Gina                   - Cosa ti piglia? Diventi matto?

Brighi                 - Ti ripeto che tu non esci.

Gina                   - E va bene. (Sono una di fronte al­l'altro) Inutile discutere con te quando sei di cattivo umore! (E intanto per darsi un contegno disinvolto, si mette la sigaretta fra le labbra, si china, si alza la sottana molto sopra il ginocchio e con un gesto un po' sguaiato si tira la calza, facendo poi schioccare leggermente sulla carne l'e­lastico della giarrettiera. Si sente scrutata. Alza il viso verso il marito) Cos'hai da guardarmi così?...

Brighi                 - (lento, intento) Non t'avevo mai vista fare questo atto! Strano! M'è parso di averti veduta per la prima volta. La gonna fin qui... Perché tieni tanto a andar fuori? Tu sai bene che cosa significherebbe per te la mia rovina! Se io salto, non c'è più questa casa, non ci sono più le auto­mobili né i viaggi, né i gioielli, né i ve­stiti! Ma si direbbe che non te ne importa niente. Scappar via, correre non so dove,questo sì ti interessa!... Chi ti aspetta?... Le amiche?... No, sono trovate vecchie, cerotti che non attaccano. Ne so più di quanto tu credi. Ho gli occhi aperti. Fuori la verità.

Gina                   - (fra compatimento e sopportazione) Senti, non avrei mai, mai pensato che fra noi ci potesse essere ancora una scena di gelosia.

Brighi                 - Gelosia?... Io geloso di te?... (Una risata cattiva) Ah, ah, ah!... Sono finiti quei tempi. Voglio solo dimostrarti che non sono un imbecille. E voglio mettere in chiaro una questione che è in rapporto coi miei affari. Perché i tuoi vestiti li pago io. E io ti dico: bastai I miei affari sono in secca. Non intendo, nelle strettez­ze in cui mi trovo, di continuare a for­nirti le 200.000 lire all'anno che servono a farti bella per gli altri, per un altro.

Gina                   - (evidentemente preoccupata che da un momento all'altro Satina possa telefonare, lancia uno sguardo furtivo e allarmato al­l'apparecchio telefonico che è sul tavolino e va a sedersi in una poltroncina lì vici­no. Sospira, prende un atteggiamento ras­segnato) E aspettiamo che passi!...

Brighi                 - (pallido d'ira) Dico i vestiti, ma potrei domandarti dove vanno a finire tut­ti i danari che io ti dò per le spese di casa. È un pozzo, una buca senza fondo. Avrò bene il diritto di vederci chiaro. Per­ché a una certa età le donne, se incon­trano un mascalzone deciso a sfruttarle...

Gina                   - (scattando in piedi) Ah, no, eh? Que­sto non dovevi dirlo, perché allora...

Brighi                 - (con cattiveria vendicativa) Allora che cosa?... Se credi che sia facile farmi fare il cretino, il fantoccio, l'imbecille che paga!

Gina                   - (velenosa) E credi che anche a un uomo non possa capitare, a una certa età, di cadere nelle unghie di una donnetta che lo peli? Vuoi che ti dia un esempio? Vuoi che ti dica il nome e l'indirizzo di quella contadina ripulita che a Milano tutti conoscono come la tua mantenuta? Parliamo pure di economie, restringia­mo pure le nostre spese, ma tu dovrai ridurre lo stipendio anche a quella brava ragazza. Anzi, dovrai cominciare proprio da lei. (Si risiede, accavalla le gambe, fa ciondolare nervosamente un piede).

Brighi                 - (le si avvicina pallido, furioso, pic­chia un pugno sul tavolino del telefono e urla fuori di sé) Ma se io spendo sono danari miei. Sono vent'anni che mi am­mazzo a lavorare. (Ripicchia il pugno) Li guadagno io i quattrini! E ne faccio quel­lo che voglio! Li butto dalla finestra, se mi pare! Tu no! Perché tu mangi del mio! E sei una bugiarda! Le tue commis­sioni, il tuo appuntamento con la Fronti­ni, bugie, bugie! Lo so anch'io, sai, cos'è successo ieri sera e che cosa si dice di me per Milano! Sci una carogna! E se dici ancora una parola... (Ha la mano al­zata sopra di lei come se stesse per pic­chiarla. La comune si apre di colpo; ap­pare Enrica).

Enrica                 - (come per fermare il gesto del pa­dre) Papà! Cosa fai?... (Un momento di disagio. Un lungo silenzio. Brighi va a sedersi sul divano).

 Brighi                - (che ha ritrovato la sua calma) È bene che anche tu conosca la nostra situa­zione. I miei affari vanno malissimo. Bi­sogna fare economia. Ma tua madre da questo orecchio non ci sente. Perciò mi sono arrabbiato e ho alzato la voce. In fin dei conti non è una faccenda che ri­guardi soltanto me. La mia sorte è anche la vostra. Che cosa ne dici, Enrica?

Enrica                 - Io? Tutte le economie, papà. Im­mediatamente. Senza discutere. Sono pron­ta, prontissima. E prima di tutto bisogne­rebbe liberarsi di questa casa. Stando qui si è obbligati a spendere molto.

Gina                   - (sarcastica) Sì. Andremo a vivere in una soffitta al quinto piano di una casa operaia. O meglio ancora : in una porti­neria. Naturalmente liccnzicrcmo tutti i servitori. Io laverò i piatti e farò il bu­cato.

Enrica                 - Perché no, mamma? Abbiamo il sangue blu nelle vene? Siamo milionari per diritto divino? (Un'alzata di spalle) Per me!... L'idea di non essere più ricca domani mi lascia del tutto indifferente.

Gina                   - (sarcastica) Ma guarda! Felice sei, eh? Si direbbe che hai avuto la più bella notizia del mondo! Per te e una festa, un gioco!... Parli della miseria come di uno sport molto interessante. Ti assicuro che te ne stancherai molto, ma molto presto! (Durante queste battute fra le due donne, Brighi seduto sul divano sì allunga tutto, chiude gli occhi, rovescia il capo all'indietro. Si sente male).

Enrica                 - Forse; può darsi. Però... (sì accor­ge del malore del padre; gli si avvicina di slancio) Papà! Ti senti male?...

Gina                   -       - (accorrendo presso il marito) Peppino!... Cos'hai?...

Enrica                 - Distenditi. Riposa. Lasciati anda­re, papà.

Gina                   - Sei stanco morto, vedi. Te l'avevo detto io che non era questo il momento di affaticarti a discutere.

Brighi                 - (che comincia a riaversi, con voce stanca) Niente, niente!... Passa!... È pas­sato!... Ho dormito da cane stanotte in treno... Sono sceso che mi pareva d'es­sere ubbriaco... Eh, lo so! È un avviso, un segnale d'allarme... Dovrei riposarmi, finirla con questa vitaccia!... (Squilla il telefono. Gina fa per slanciarsi all'appa­recchio ma Brighi risolleva il capo bru­scamente, è pronto ad afferrarla per un braccio, con rabbia) No! Rispondo io. Vo­glio sapere chi è... (Sta per alzarsi con fa­tica. Enrica che intuisce un pericolo corre all'apparecch io).

Enrica                 - (con voluta indifferenza) Andiamo, non fate tragedie! Una telefonata! Cosa c'è di straordinario?! Rispondo io. (Afferra il ricevitore, se lo preme contro l'orecchio) Pronto?... Eh?... (È rimasta impietrita. È Sanna che parla. Le parole ch'egli dice credendo che sia Gina al telefono sono per lei una terribile rivelazione) No!... (Si domina a stento; con voce alterata) Sì!... Va bene, va bene!... (mette giù il ricevitore dì scatto come se scottasse. Si sente gli occhi dei due piantati addosso. Batte le palpebre come se uscisse da un sogno e sì aggrappa alla prima giustifi­cazione che le viene in mente. Ma dice male la bugia) Era la... Era Rita... (Si passa una mano sulla fronte smarritamente. China la testa e resta in silenzio. Anche la madre abbassa gli occhi. Il disagio è pe­sante. Brighi è sempre seduto. Le guarda).

Gina                   - (uscendo da sinistra, al marito, senza guardarlo) Non esco. Se quando sarai più calmo vorrai parlarmi sono di là... (Via Gina. Enrica in piedi accanto al ta­volino del telefono è come concentrata in un pensiero).

Brichi                 - (sempre seduto al suo posto, curvo in avanti, con le mani piantate sulle ginocchia, fissa lungamente la figlia, poi lentamente, marcando le parole con orgo­glio) Sei proprio della mia razza, tu! Ce ne vuole per buttarci in terra! Hai preso la botta a denti stretti, senza un la­mento. Brava! (Enrica vorrebbe fingere ancora, replicare. È più forte di lei. Chi­na la testa in silenzio. Brighi si alza, le si avvicina lentamente, la costringe ad al­zare il capo e a guardarlo negli occhi).

Enrica                 - (in un estremo tentativo di finzione) Papà, che dici?...

Brighi                 - Ci siamo capiti benissimo, va là. E adesso parliamo con calma. Ho i nervi a posto... (Breve pausa, si risiede) Dun­que, ho tante cose da dirti, ma non so da dove cominciare... È imbarazzante per un padre dover parlare di certi argomenti con sua figlia... Ma tu hai un'intelligenza e un carattere da persona matura. Del resto se ti confesso che fra me e tua madre non c'è mai stata buona armonia non ti dico mica niente di nuovo! Purtroppo il nostro vecchio disaccordo e arrivato a una crisi che... si può risolvere in una sola ma­niera : ciascuno per la sua strada. Ci ho pensato molto. Ho deciso, è inevitabile una separazione.

Enrica                 - (con malinconica comprensione) Papà! A dieci anni mi ero già accorta di queste cose. Le sentivo per aria. Figurati se possono farmi un grande effetto ades­so! Vedi, la mamma aveva ragione di dire poco fa che le cattive notizie sui tuoi affari m'hanno quasi fatto piacere. L'ho sempre odiata questa casa con tutto il suo lusso. Anche da bambina. Tu sapessi che impressione mi faceva quando tornavo dal collegio. Mi sembrava che fosse sua la colpa se io non ero felice, se la mamma non mi voleva bene. Però, è una decisione gravissima. Separarvi dopo tanti anni che siete insieme!

Brighi                 - Cosa vuoi! A un certo momento la possibilità di tollerarsi è esaurita. Io sono arrivato a questo punto: sento che non ne posso più. (Pausa) M'ero proposto di non discutere, di non accusare e invece parlo, parlo!...

Enrica                 - Perché no, papà? Se non dici tut­to con me!

Brighi                 - (dopo una pausa) Che disastro!... Forse ho sbagliato tutta la mia vita. Se fossi rimasto quello che ero a venti anni, un operaio, un «povero diavolo qualun­que, forse sarei stato più felice. Questi vent'anni di ascensione, se mi volto indie­tro a guardarli, mi fanno l'effetto di una lunga caduta. Una specie di... di caduta all'insù, ecco!... (S'interrompe, alza la te­sta, la guarda, e con un tono diverso, dì bonaria ironia) Tu che sei una donna sa­piente: si può dire una «caduta al­l'insù? ».

 Enrica                - (in piedi accanto a lui seduto, gli passa una mano nei capelli con un sor­riso triste) Credo che sia proprio la defi­nizione giusta.

Brighi                 - Ma con le chiacchiere non si con­clude niente. Quello che m'interessa di farti sapere riguarda la sistemazione pra­tica della tua vita. Io non sono più ricco. Avrei dovuto liquidare i miei affari un anno fa. Oggi, con un realizzo rapido efortunato, posso mettere a parte si e no una somma sufficiente a vivere; le bri­ciole del mio patrimonio... (Preso dal pen­siero degli affari, vi si ingolfa a poco a poco; come fra sé) E se tiro in lungo sarà peggio... (Pausa pensosa, poi riscuotendo­si) In queste condizioni, non sono di­sposto a compiere sacrifici per mia mo­glie. Le ho regalato un capitale in gio­ielli e tutto quello che possiede sua ma­dre a Lodi è venuto fuori dalle mie ta­sche. Dunque, lì, ho fatto anche troppo. Ma io mi preoccupo di te. Ho pensato di vincolare un piccolo capitale con un atto che te ne assicuri la rendita subito e la proprietà assoluta quando compirai venti­cinque anni. Naturalmente tutto questo deve rimanere fra noi. Ho bisogno di tut­ta la mia energia per condurre in porto la transazione d'affari che sto preparando. Non voglio essere disturbato da litigi e da persecuzioni. Ma con te, sì, ho voluto intendermi subito. Sono orgoglioso di ave­re una figlia brava come te. Voglio che tu sia contenta. Credo di poter disporre a tuo favore di una cifra di ottocentomila lire. Avresti circa quarantamila lire al­l'anno...

Enrica                 - (senza entusiasmo) Grazie. È trop­po. Una volta finiti gli studi saprò gua­dagnarmi la vita, se sarà necessario. (Rad­dolcendo il tono) Ma, scusa, papà, io non so dire le cose a mezzo. Non vedo per quale ragione tu pensi a una sistemazione definitiva come se anche noi due doves­simo lasciarci! Perché? Che intenzioni hai?

Brighi                 - (che vuol dire e non dire) Ah!... Non so ancora... Ma, vedi, a Milano non mi ci trovo più... Vorrei andare a stabi­lirmi a... a Genova, forse... Ci penserò... Vedremo... C'è tempo...

Enrica                 - Ma io potrei venire con te... Potrei studiare a Genova... (Brighi fa un vago gesto di rifiuto) No, no, non ti metto mica sotto processo! Ma tu... Ho l'impressione che tu mi comunichi solo una parte dei tuoi progetti. E questo non va. Io non sono mica un'estranea! Mi viene il sospet­to che ti prepari a fare una grossa scioc­chezza. So che hai una relazione... Non vorrei che tu pensassi di andare a vi­vere con quella donna... Allora sì che non potrei più stare con te!...

Brighi                 - Ma cosa dici? Cosa vai a cercare?...

Enrica                 - Ma sì! Sono cose che si sanno! Me l'hanno detto... E poi quando l'incontro per la strada, la tua amica, mi guarda in un certo modo! Sta attento, papà, perché quella ragazza...

Brighi                 - (interrompendola bruscamente) Basta, Enrica. Queste sono faccende mie e non ti permetto...

Enrica                 - (ferma) Non permetti!... Tu non puoi impedirmi di pensare con la miatesta! Ti pare che io possa restare fuori da questo contrasto fra te e la mamma? (Si avvicina a lui, con affetto) Io?... Ma è assurdo!... E sai perché mi dà tanto fa­stidio questo sospetto che m'è venuto? Perché vorrei stare dalla tua parte, essere convinta che tu hai tutte le ragioni. E invece se tu.,. (Appassionata) Dimmi la verità: che cosa vuoi fare? Metterti in casa quella donna? T'illudi che ti sia af­fezionata? (A un gesto del padre replica) Lascia andare che in questo campo la donnetta più scema riesce a imbrogliare il più intelligente degli uomini!

Brighi                 - (ironico) Ah, bene! Dunque tu mi accogli sotto la tua alta tutela? Offri a questo ragazzino stagionato la protezione della tua grande esperienza? Ma benone! Che sollievo! Mi sento più tranquillo, ades­so! Vediamo un po': come facciamo? Mi dai le tue istruzioni ogni mattina prima di andare a scuola? E se per caso una donnina dimostrasse un po' di simpatia per questo vecchione rimbambito, cosa faccio? Ti scrivo o ti telefono? (Ride già pieno di affettuosa indulgenza) Ero di cattivo umore e m'hai fatto ridere di gu­sto. Allora torno sul mio progetto, toh! Ritocco la cifra. Se appena appena la for­tuna mi aiuta col dito mignolo (fa il ge­sto) metto in un angolo per la mia figliuo­la superdonna un milionario tondo tondo. (Facendole una carezza rude sulla guan­cia) Ma tu mi prometti che con quell'im-piastro... (Addita il telefono; allude a Sanna) Ci siamo capiti, vero? Tagliato. Cancellato dal registro. (Fa dei gesti sec­chi; è scuro in viso) Bada! Se sapessi che fai una lacrima per quel...

Enrica                 - (irrigidendosi subito) Cosa vuoi dire? Puoi parlare chiaro. Alludi a San­na? Sei proprio nella luna allora! Lacri­me io? Ti provo subito che sbagli: sare­sti contento se mi fidanzassi con Guido Bianchi?

Brighi                 - Bianchi? Quale Bianchi? Quello che è ingegnere al Canapificio a Lodi? Quello spilungone?... (Fa una smorfia) Mm!... Sarà magari un bravo giovane, ma... Un mediocre, mi pare... Un tipo insulso... (Incredulo) Tu e Guido Bianchi?

Enrica                 - (con una disinvoltura forzata, ec­cessiva) Ah, non te l'aspettavi questo nome, eh? Vedi come mi conosci male? Ci siamo visti qualche volta a Lodi... Mi avrà scritto trecento lettere!... Dovresti vedere le mie risposte, però! Dieci, dodici righe con la mia scrittura da vecchio me­dico. Sembrano ricette per il farmacista.

Brighi                 - Ma... e pensi dì sposarlo?

Enrica                 - Sì! Mica che sia innamorata! Ma credo che mi convenga. Così... per ragionamento.

Brighi                 - (dopo un attimo di perplessità) Va bene: sono vecchio. Non capisco più il mondo. I giovani d'oggi! Sposarsi così? Senza amore?... Ma noi ai nostri tempi... Io quando mi sono sposato ero addirittu­ra in delirio! (S'interrompe) Già, dirai tu, e vedi che bel risultato!... (Una pau­sa) Accidenti! Quarantatre anni! Tutto in malora! Ricominciare da capo!...

Enrica                 - Papà, tanti bei discorsi ma tu non mi hai risposto. Le tue intenzioni, allora? Non ci riesci, sai, a confondermi. Non ti mollo. Facciamo un patto, su : tu miprometti di tenermi informata delle tue decisioni e io ti prometto il segreto più assoluto. Non apro bocca. Capirò tutto. Ma niente stupidaggini, eh? Se no per salvarti, bada, io faccio il diavolo a quattro.

Brighi                 - (dopo una breve pausa, con slancio) Qua, te lo meriti! (Le offre la mano, glie­la stringe) Promesso. Se sapessi che forza mi dà sentirti così sicura di te! Hai visto: un momento fa ero uno straccio e ades­so!... Parola d'onore che quelli che vo­gliono mangiarmi si romperanno i denti. Poppino Brighi è duro. Una pellaccia da elefante. Se ne accorgeranno. Ciao, Enrichetta. (Si avvia alla comune parlando) Il tuo coraggio mi ha... (Sulla soglia si volge alla figlia in un impeto di esalta­zione, di gioiosa energia, di fiducia in se) Porco mondo! Enrichetta! (Tende le brac­cia coi pugni chiusi) Non molliamo, sai, noi! Non ci butta giù nessuno!

 Enrica                - (vibrante di forza) Sta tranquillo, papà. E tu non cedere, veh!

Brighi                 - Cedere io? Mi basta di saperti con me, di sentirti così vicina; non ho più paura di nessuno. Giuro che non saranno capaci di mangiarmi. Sono talmente ama­ro e salato che dovranno sputarmi fuori. Ho due appuntamenti prima di sera. Im­portantissimi. Ci vado con un fegataccio da leone! Li inchiodo al muro! Li pelo vivi! (Breve pausa) Enrichetta, vinceremo a ogni costo. Sono in piedi : di ferro, di bronzo, sai! Ti giuro che vinceremo! Ciao bamboccia (In uno slancio simultaneo si tendono le braccia, si corrono incontro, sì avvincono un attimo, si staccano).

Enrica                 - (esultante) Evviva, papà! (Brighi esce impetuosamente. Appena rimasta sola Enrica cambia atteggiamento. La sua gioia, il suo fervore cadono. Si siede, si piega, si passa lentamente le mani sul viso con un'espressione di acuto tormento, d'intollerabile sofferenza. Resta un attimo così, piegata, vinta. Si alza di scatto. Si avvicina al tavolo, ha grà la mano sul ri­cevitore, ma si ritrae. Resta in ascolto. Poi afferra il ricevitore, compone febbril­mente un numero. A bassa voce) Pensio­ne Lombardia? C'è il signor Sauna?... Grazie... (Una breve attesa durante la quale Enrica, nervosa, ha vigilato le por­te con sguardi ansiosi) Riccardo, sei tu? Sono Enrica... (Pausa, con risolutezza) No, no, è necessario. Poco fa mio padre era qui. Devo parlarti, insomma... (Fer­ma, decisa) È necessario, ti ripeto. In tut­ti questi mesi, da novembre, non ho mai cercato di vederti. Oggi sì. E subito, su­bito. Aspettami in casa. Vengo da te. E guai se non ti trovo! Capiscimi bene: guai! (Depone il ricevitore, corre alla co­mune mentre) è clamorosa rivelazione  giornalistica del 1938. Esso è ormai divenuto l'inseparabile amico di tutti coloro che su qualunque argomento della vita nazionale o mondiale desiderano formarsi un'opinione precisa e definitiva. Ogni numero di "Omnibus" è di 12 pagine di grande formato, che costituiscono un raro esempio di vivacità giornalistica e di perfezione tipografica. È in vendita in tutte le edicole a una lira.

CALA LA TELA

ATTO TERZO

(La stessa scena. Sono passati cinque mesi. È ottobre avanzato. Mattina. È in scena Rita Mondini. Viene da fuori, evidente­mente. Ha soprabito e cappello. Dopo qual­che istante entra Enrica. È vestita con ele­gante semplicità).

Enrica                 - (entrando) Ciao, cara.

Rita                    - Ciao, Enrica.

Enrica                 - Se non ti dispiace stiamo qui per­ché aspetto una telefonata. Mi deve chia­mare Bareggi. Allora hai trovato?

Rita                    - Sì. Ci sarebbero due stanze ammo­biliate nella mia strada. Una è al terzo piano, nella casa di rimpctto a noi; vo­gliono 180 lire al mese, ma non c'è termosifone. L'altra è al 34, la casa d'ango­lo. Molto bella, tutte le comodità. Però chiedono 300 lire. Aspettano la risposta fino a stasera.

Enrica                 - Va bene. Grazie, Rita. Nel po­meriggio ti dirò cosa ho deciso.

Rita                    - Per il mangiare, se ti contenti, puoi venire da noi. Faresti felice mia madre.

Enrica                 - (teneramente) Sei tanto buona.

Rita                    - (con interesse) Niente di nuovo?

Enrica                 - Niente. Ma oramai siamo alla fine. Non è tpiù il caso di farsi delle illusioni. L'importante per me è di arrivare alla laurea. Avrei voluto specializzarmi... Mi sarebbe piaciuto fare Batteriologia. (Con un'alzata dì spalle) Pazienza! Appena lau­reata mi metterò a lavorare.

Rita                    - Ma coi voti che hai potresti ottenere una borsa di studio.

Enrica                 - Ci avevo pensato, ma per quest'an­no è troppo tardi. Vedremo l'anno pros­simo.

Rita                    - Sai che Sauna s'è iscritto a Roma? L'ho visto ieri, dava l'ultimo esame.

Enrica                 - (neutra) Ah!

Rita                    - Come ci siamo persi tutti per la stra­da! Uno di qua, uno di là. Trotti a Pa­dova, Giulietta a Bologna...

Enrica                 - Del nostro gruppo non siamo ri­maste che noi due. (Entra Amelia).

Amelia                - C'è il comm. Bareggi, signorina.

Enrica                 - (sorpresa) Bareggi?... Vengo su­bito.

Rita                    - Io scappo...

Enrica                 - Arrivederci, cara. Ti aspetto nel pomeriggio. (Accompagna l'amica alla comune e va incontro a Bareggi. Si sente d. d. la voce di Enrica) Credevo che mi telefonaste. Non dovevate disturbarvi. Sa­rei venuta io da voi. (Entrano).

Bareggi               - Ho capito che avevi fretta, ho piantato tutto e sono venuto qui io. Poi, sai, in Banca, gente che va, viene; non avremmo potuto parlare in pace. Sentia­mo: cosa c'è?

Enrica                 - (con franchezza quasi aggressiva) Prima di tutto: posso fidarmi? Vorrei parlarvi di mio padre. Ma forse ci faccio una parte da ingenua. Siete anche voiun uomo d'affari, un concorrente; magari sarete contentissimo di vederlo andare in rovina (Vivo gesto di sorpresa e di diniego di Bareggi; Enrica prosegue senza lasciargli il tempo di rispondere) Insomma, ho preso la decisione di domandare con­siglio a voi. (Lieve cenno di gradimento di Bareggi) Non avrei proprio saputo a chi altro rivolgermi.

Bareggi               - (resta un po' male a quella schiet­ta dichiarazione della ragazza, ma poi subito cordialone) Sci un gran bel tipo, Enrica. Viva la faccia della sincerità. Mi chiedi un favore e tanto per entrare in argomento mi dai dell'imbroglione. Ma scusa; che cosa ci guadagno io nel disa­stro di tuo padre? Vorrei che tu me lo spiegassi! Invidia? (Alludendo alla sua mole) Ma ti pare che se fossi invidioso avrei addosso tutti questi chili di carne? Poi, tuo padre è un mio vecchio amico e mi dispiace moltissimo di vederlo an­dare a rotoli. Ti dirò di più : ho fatto tutto il possibile per metterlo in guardia. Non ha voluto ascoltarmi. Non potevo mica prenderlo per il collo.

Enrica                 - Allora parliamoci chiaro, Bareggi. È tutta l'estate che io sorveglio mio padre. La mamma è sempre stata a Lodi. Era­vamo qui soli e con me lui non sa finge­re... Ho paura che si prepari a una par­tenza vergognosa, a una fuga, ecco! Vor­rei fate un tentativo [>er impedirglielo. Credete che il mio sospetto sia giustifi­cato?

Bareggi               - (fa un muso lungo una spanna e prima di parlare fa cenno gravemente, ripetutamente di sì col capo) Eh, sì, pur­troppo! Franchezza per franchezza, ve­ro? Vedi, tuo padre non è un calcolato­re, un uomo d'affari limato dall'esperien­za. Pcppino è un passionale, un giocatore d'azzardo, un poeta. Il suo istinto lo por­ta a preferire le soluzioni estreme. Guarda la tattica che ha seguito in questi anni! Una condotta da corridore di sangue cal­do: o arrivo primo o mi rompo l'osso del collo.

Enrica                 - Sì. Sono già dei mesi che mi fa dei discorsi strani: partire, farsi una nuo­va esistenza...

Bareggi               - È il suo stile. Non può assistere alla demolizione di tutto quello che ha costruito in vent'anni. Poi ha un coraggio a prova di bomba. Il grande giuoco gli piace, il rischio lo esalta. Il contrario di me che appartengo alla razza dei pancio­ni. Poi, sai, c'è chi soffia nel fuoco...

Enrica                 - Già!... Quella sua amica... Deve essere una tale canaglia!...

Bareggi               - (con un gesto di deprecazione) Robaccia!... (Confidenziale) La sorella di una nostra cameriera è a servizio da un certo ing. Pizzuto in via Archimede, pro­prio nella casa dove sta l'amica di tuo padre. Naturalmente si sa tutto. Figurati: quella cretina è andata a dire alla porti­naia che Pcppino le ha promesso di por­tarla in America. Si è già fatta fare i bi­glietti da visita con su Rosy Brighi!...

 Enrica                - (un po' smarrita) Ma cosa si può fare allora?... (Presa da un'idea) Se il papà facesse un'offerta ai suoi creditori? Cedere tutto?...

Bareggi               - (si gratta la testa) Hm!... Ho pau­ra che sia troppo tardi. Se si fosse affidato al notaio Melandri quando glicl'ho con­sigliato io! ft una tale autorità Melandri! Ma oggi è tardi, è tardi!... (Una pausa) Però... Ci sono dei gesti che disarmano gli avversari più feroci. Se tuo padre di­cesse: signori, sono disposto a darvi tutto quello che possiedo, sono contento di uscirne senza un centesimo in tasca io e la mia famiglia, magari senza guanti ma con le mani pulite! Eh, sai, allora...

Enrica                 - Solo i gioielli della mamma valgo­no milioni...

Bareggi               - Appunto! Cedendo tutto, il pas­sivo si ridurrebbe a proporzioni modeste. Se poi qualche cannibale volesse dargli addosso per pura malvagità, ti assicuro che saremmo qua noi a sostenerlo. Io, Melandri, tanti altri! Non devi mica pen­sare che noi uomini d'affari siamo tanti lupi! Il guaio e che Pcppino non la vorrà intendere. Bisogna fare i conti con la testa dura di tuo padre.

Enrica                 - (come fra sé) E anche con la vanità di mia madre... (Altro tono) Ma il notaio Melandri accetterebbe ancora l'incarico di liquidare in amicizia gli affari del papà?

Bareggi               - (allarga le braccia, poi guarda l'oro­logio) Se vado subito lo trovo di certo in ufficio. Ti telefono la risposta. Ma sia­mo intesi : cessione totale e incondizionata di tutto quello che hanno tuo padre e tua madre. Poppino dovrebbe impegnare la sua parola d'onore. È  necessario il bel gesto, una prova di lealtà completa. Tuo padre è a Milano?

Enrica                 - No. È andato a Genova ieri sera. Torna oggi alle tre. Gli parlerò subito. Andrò ad aspettarlo in ufficio.

Bareggi               - Allora vado. A tra poco.

Enrica                 - Grazie, commendatore.

Bareggi               - La mamma è sempre a Lodi?

Enrica                 - Sì. L'aspetto oggi.

Bareggi               - (con bontà, avviandosi alla comu­ne) Enrica... (Si ferma) Volevo dirti... (Una pausa) Non voler male alla tua mamma. È stato l'unico errore della sua vita. E le ha dato più dolore che piacere...

Enrica                 - (grave) Lo so.

Bareggi               - (mettendole una mano sulla spal­la) Brava!... Eh, sì!... Tu sei proprio... Vedi, mi dispiace di non avere un figliolo della tua età. Sai cosa gli direi? Ho sco­perto un tesoro per te. La più brava ra­gazza di Milano. La più sicura moglie del mondo.

Enrica                 - (sorridendo, amara) Grazie. Ma sono giovane. Ho il tempo di cambiare anch'io.

Bareggi               - Ah, no! Tu no! Metto la mano sul fuoco! Ciao, cara. Dicci minuti. Hai la mia risposta.Nel sacco tutti. Ah, perdio, farabutti loro, farabutto io!

Enrica                 - Papà! Ma ti accorgi delle enormità che dici? Fare una proposta simile a me?... E pensi che io?... (Una lunga pau­sa. Padre e figlia si guardano. È Brighi che distoglie lo sguardo, abbassa il capo, sconvolto, avvilito).

Brighi                 - No, no!... A te no, a te no!... Che roba!... Che rivoluzione qui den­tro!... (E si batte col pugno chiuso sul­la fronte. Poi come rientrando in se stes­so si passa una mano nei capelli, guar­da per qualche istante Enrica a occhi sbar­rati e disperato, con dolore) Ma non capi­sci che non e per i quattrini! Che non me ne importa niente dei quattrini! Che li butterei dalla finestra, che mi fanno schi­fo! Ma non voglio che mi mettano con le spalle per terra, capisci?, non voglio che dicano: Brighi è finito! Ventanni per arrivare qui!... (Urla ancora) Non mollo... Non devo cedere a nessun costo! Mi fac­cio scannare, piuttosto!

Enrica                 - (si avvicina risoluta al telefono e comincia a comporre un numero).

Brighi                 - (avvicinandosi a lei) Cosa fai? Chiami Melandri? Bada, io te lo mando all'inferno, sai! Niente! Mi batto fino al­l'ultimo! Meglio farabutto che cretino!

Enrica                 - (che ha afferrato il padre per un braccio, parla al telefono con voce ferma) Pronto? II notaio Melandri?... Sono En­rica Brighi. C'è qui il papà che... (Bri­ghi tenta di liberarsi dalla presa di En­rica) Un momento, per piacere... (Al pa­dre, affannata, vibrante, sottovoce) Papà, guai a te se fai il matto ancora! Devi ce­dere tutto, tutto!... Ricomincerai la tua vita con noi, con me... Io non voglio es­sere la figlia di un ladro! Digli di sì, di­gli di sì, papà!... Lo farai per me, per me!... (Gli mette in mano il ricevitore e per la prima volta ha le lagrime nella voce).

Brighi                 - (come travolto dalla dolorosa foga della figlia, prende il ricevitore, soffia, ansima, si siede) Mi viene un accidente!... (Enrica gli tiene le due mani sulle spal­le, vi calca sopra con forza, come per far sentire al padre la sua presenza, la sua volontà. Brighi parlando, ogni tanto, ha degli scatti di voce, subito dominati) Sei tu, Melandri?... Sì, siamo qui, io, mia moglie, mia figlia... Deciso ancora no, perché vedi... (Pausa; azione di Enrica) Dammi un po' di tempo... Ma tu vuoi proprio tagliarmi la testa per guarirmi dal mal di denti!... Io, io!... A dirti la verità vorrei mandarti al diavolo se non fosse che... (Altra azione di Enrica) Caro Melandri, ma tu non sei un notaio, sei un bandito! Mi punti la pistola alla faccia!...

                           - (Enrica gli sta sopra, lo domina) Scherzo!Lo so che sei un galantomone!... (Altro scoppio di voce) Ma corpo d'un diavolo; vuoi scorticarmi vivo!...

Enrica                 - (a bassa voce, premendogli, ora, le mani sul collo addirittura) Papà, ti pre­go, ti prego!...

Brighi                 - (in risposta a qualcosa che gli ha detto Melandri) Ma no, ma no! Se vengo a parlare con te mi convinci di sicuro!... (Questa volta la pausa è più lunga; Bri­ghi ascolta intento; alla fine esplode) Oh, senti: non ne posso più! Il cervello mi va in acqua! Sai cosa faccio? Ti dico di sì, di sì, di sì!... Tutto, tutto, brigante!... (Intanto Enrica felice, lo bacia fitto sui capelli) Sì, la fabbrica di Zurigo, le at­tività della Domus, i titoli, il palazzo a portone chiuso, i gioielli di mia moglie, lutto quello che ho, fino all'ultimo cente­simo! Va bene?... Ti dò la mia parola d'onore, sì! Alle quattro sono da te. Se non mi vedrai vorrà dire che sono crepato di rabbia o clic m'hanno portato al ma­nicomio con la camicia di forza. Grazie Melandri. (Depone il ricevitore e scostan­do rabbiosamente Enrica si alza con im­peto) All'inferno anche tu! Vale la pena di mettere al mondo dei figli per avere un giorno dei padroni in casa! (Con furia) Se mi viene un accidente m'hai accop­pato tu! E mi viene, oh, se mi viene!... (Portato via da un estremo accesso di fu­rore, con gesti convulsi si ficca le mani in tasca e scaraventa per terra tutto quel­lo che trova) Banda di delinquenti! Con­grega di borsaioli! Prendete anche il mio portafoglio! E il portamonete con gli spic­cioli e il mazzo delle chiavi e la stilogra­fica!... Non basta?... Aspettate, maledetti strozzini, che mi levi anche le scarpe! Voglio tornare a Lodi scalzo!... (Si è se­duto e sta per slacciarsi le stringhe) E dopo mi strappo anche la pelle, le unghie e i capelli che ho in testa!...

Enrica                 - (con calma) Papà, come sei buffo! Vorrei commuovermi e mi viene da ri­dere. Ma calmati, andiamo! Che figura! Un uomo! II commendator Brighi!...

Brighi                 - (si calma di botto, rinuncia a slac­ciarsi le scarpe, si asciuga il sudore. En­rica va a raccogliere la roba, gliela porta. Ironico, con ostentata calma) Benone! So­no contento, toh! Mi sono liberato di tutti i fastidi in una sola volta! Vado in pensio­ne, finalmente. A Lodi, da tua madre ci sarà sempre da mangiare. Mi metto a fare il figlio di famiglia. Ogni giorno mi date tre lire per le sigarette e io sono a posto. Dalla mattina alla sera con la pancia in aria: vedrete che ingrasso. Accidenti agli affari! Non tento più una speculazione nemmeno se!... Già, non ho più un soldoda rischiare, dunque!... Ma se qualcuno mi prestasse dei quattrini e mi venisse l'idea di ritentare la fortuna, non per­dete tempo, eh? Telefonate subito alla Croce Verde che avete un pazzo furioso in casa e fatemi ricoverare! (Lascia rica­dere le braccia affranto) Porco mondo, che batosta!... M'hanno ammazzato!... (Si passa una mano sugli occhi) Vado di là a buttarmi giù un momento perché non sto più in piedi. (Si avvia alla comune; prima di uscire si volta) Sapete cosa fac­cio a Lodi? (a Gina) Zappo l'orto di tua madre. Pianto le verze. Tanto non san capace di far altro. Un cretino come me!... (Se ne va. Restate sole le due donne re­stano discoste; pesa su loro un disagio profondo. È la madre che per prima cer­ca di rompere quell'impaccio).

Gina                   - Enrica...

Enrica                 - (pronta, nervosamente) No, mam­ma, guarda... Non parliamo, non diciamo niente, adesso... Più avanti, vedrai, a po­co a poco...

Gina                   - Ma bisogna pure che io ti spieghi...

Enrica                 - (con nervosismo, con sofferenza) No, mamma, non c'è niente da spiegare. Tu non hai mai voluto bene al papa e non volevi bene a me perche gli somigliavo troppo. È tutto qui. Ma dopo questa bur­rasca tutti saremo migliorati, vedrai. Piano piano, a poco a poco ci avvicineremo... (Una breve pausa) Ora vado di là. Non voglio lasciar solo il papà... (D'improvviso si ode un colpo, un rimbombo secco. Ma­dre e figlia si guardano un istante. Il pen­siero, la paura che le colpisce nello stesso istante, fa scomparire il disagio che le di­videva. Si corrono incontro, si abbracciano disperatamente) Mamma!...

Gina                   - Oh, Dio, Enrica!... Qui!... (Si ode di nuovo il colpo).

Enrica                 - (già calma) Ma no, mamma! È una porta che sbatte. C'è vento... (Sono anco­ra abbracciate; si disgiungono mentre la comune si apre, ma si tengono ancora per mano. È Brighi. Ha in mano il suo taccuino e una matita. Tiene aita la fron­te. I suoi occhi brillano. Sorride. Batte con la matita sul libretto e alla moglie vivacemente)

Brighi                 - Ma l'orto dì tua madre!... Lodi si è sviluppata da quella parte! È diventato tutto terreno fabbricabile! Centoventi per cento, fanno dodicimila metri quadrati; an­che a quaranta lire al metro sono quattro-centottantamila lire! Tua madre la per­suado io. Mi bollono in testa delle idee di affari straordinarie! Vendo l'orto, ritento la fortuna, ricomincio!... (In uno slancio) d'entusiasmo) Sto in piedi!... Che bellezza!... Sto in piedi!...

 

CALA IL SIPARIO

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