Adolfo, o della magia

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ADOLFO

O DELLA MAGIA

Due tempi

di ANTON GAETANO PARODI

                                   

PERSONAGGI

Adolfo

Eugene

Walter

Mara

Due ragazze

Il giudice

Il commissario di polizia

Il direttore delle carceri

Il cancelliere

Il padre e la madre di Adolfo

Il professor Motke

La donna delle visioni

5 cacciatori vestiti di bianco

Commedia formattata da



PRIMO TEMPO

Quadro primo

(L'ufficio del direttore delle carceri. Due guardie in divisa ai lati della porta sul fondo. All'alzarsi del sipario sono in scena il direttore, il giudice, il cancelliere e il commissario. Il cancelliere ha deposto il registratore su un tavolo accanto alla scrivania del direttore e vi armeggia attorno per metterlo a punto. Dalle posizioni dei personaggi è evidente che il commissario è giunto da poco tempo. Pausa. Il giudice restituisce al commissa­rio il fonogramma che ha finito di leggere).

Il Giudice                        - Eugene Tisset. Non vi sono dubbi. E' quel ragazzo. In che punto esatto del parco è stato trovato il corpo?

Il Commissario                - Dietro le siepi, vicino all'uscita di servizio del museo.

Il Giudice                        - Chi lo ha trovato?

Il Commissario                - Un guardiano.

Il Giudice                        - Lei lo ha veduto?

Il Commissario                - Sì, signor giudice. Aveva una posizione innaturale come se fosse stato abban­donato quando la rigidità era già iniziata.

Il Giudice                        - Non mancano le prove che non è stato ucciso nel parco.

Il Commissario                - No. Non mancano.

Il Giudice                        - (dopo una pausa) Da quanti giorni era scomparso?

Il Commissario                - Una ventina.

Il Giudice                        - L'ho interrogato l'ultima volta, ve­diamo...

Il Cancelliere                   - Il quattro settembre.

Il Giudice                        - Ai primi di settembre, appunto. (Breve pausa) Se ne avessi ordinato il fermo forse gli avrei salvato la vita. Non è un rimprovero che faccio a lei, signor commissario. In questo male­detto imbroglio lei ha fatto tutto quello che ha potuto. E' un rimprovero che rivolgo a me stesso. Quel giorno, durante l'ultimo interrogatorio, Eu­gene Tisset pareva fuori di sé. Non parlò quasi mai di Adolfo Meningher: lo ricordo benissimo. Mi rac­contò una strana storia di cacciatori. Era soltanto un testimone. Non avevamo il minimo elemento a suo carico...

Il Commissario                - Neanche adesso ne abbiamo.

Il Giudice                        - Avrei dovuto insistere, avrei dovuto andare più a fondo, capire che quel ragazzo era sull'orlo di una crisi e stava per crollare.

Il Commissario                - Come può dirlo?

Il Giudice                        - Qualcuno ha avuto tanta paura che crollasse da farlo sparire e da restituirlo con due proiettili nella testa.

Il Commissario                - Non c'è niente di certo, ancora.

Il Giudice                        - Ho letto sul fonogramma che il cor­po presenta tracce evidenti di iniezioni soprat­tutto alle braccia e alle gambe.

Il Commissario                - Era un drogato. Sì.

Il Giudice                        - Congratulazioni a me e a lei, signor commissario. Due uomini come noi, che pure do­vrebbero avere molta esperienza in materia, si sono lasciati mettere nel sacco da un ragazzo di dician­nove anni.

Il Commissario                - Lo ha detto lei stesso che con­tro di lui non potevamo fare nulla.

Il Giudice                        - Ma dovevamo accorgerci che era un tossicomane.

Il Commissario                - Non li ho fatti io i regolamenti di polizia. Fosse dipeso da me avrei tenuto Eugene Tisset in guardina fino a quando si fosse deciso a dire tutto quanto sapeva del suo amico.

Il Giudice                        - Anche Adolfo Meningher ha tracce di iniezioni. (Al direttore) Ma lei, signor direttore, ha sempre sostenuto che il suo comportamento in cella non è mai stato quello di un tossicomane.

Il Direttore                      - Lo confermo, signor giudice. Un ragazzo molto tranquillo. Un detenuto esemplare.

Il Commissario                - Gli faremo avere un diploma al merito. Al più presto. Mi scusi, signor direttore.

Il Direttore                      - Non fa niente. Siamo tutti un po' nervosi, stasera.

Il Giudice                        - Se avessimo potuto far visitare Eu­gene Tisset da un medico avremmo avuto un'al­tra prova che tra lui e Adolfo Meningher vi erano più che rapporti di amicizia.

Il Commissario                - Se avessimo potuto. Il fatto è che non abbiamo potuto.

Il Giudice                        - (dopo una pausa) Chi ha dato la notizia alla famiglia?

Il Commissario                - Non aveva famiglia. Soltanto una vecchia zia.

Il Giudice                        - Mi riferivo a lei.

Il Commissario                - Ci sono andato io. La conoscevo già. Una donna sui settant'anni.

Il Giudice                        - Che cosa ha detto quando ha saputo?

Il Commissario                - Niente. Mi ha ringraziato.

Il Giudice                        - Non capisco.

Il Commissario                - Mi ha ascoltato, è rimasta un po' in silenzio e finalmente mi ha detto: grazie di essere venuto. L'ho convocata per domattina alle dieci nel mio ufficio. Tutto qui. (Trilla il telefono. Il direttore solleva il microfono).

Il Direttore                      - (al telefono) Sì, sono io. Benissimo. Attenda. (Al giudice) Il detenuto è in anticamera.

Il Giudice                        - Lo faccia attendere ancora per qual­che minuto.

Il Direttore                      - (al telefono) Sì, sono io. Benissimo. (Posa il ricevitore).

Il Giudice                        - Dobbiamo decidere cosa dirgli, se annunciargli subito o no la fine di Eugene Tisset...

Il Commissario                - (interrompendolo) Signor giu­dice...

Il Giudice                        - Dica.

Il Commissario                - Io ho arrestato Adolfo Menin­gher. Due mesi di fatiche sprecate prima di defe­rirlo alla magistratura. L'assassino colto in fla­grante e non riuscire a trovare il movente del de­litto...

Il Giudice                        - Non è stato soltanto lei a sprecare fatica.

Il Commissario                - Ma dopo l'uccisione di Eugene Tisset le cose sono cambiate. Prima avevamo solo dei vaghi sospetti. Adesso abbiamo la certezza di esserci imbattuti in qualcosa dì molto più grave del delitto stesso.

Il Giudice                        - Lei pensa agli stupefacenti.

Il Commissario                - A questo punto siamo autorizzati a ritenere che il padre di Adolfo Meningher avesse scoperto che il figlio era entrato nel giro e forse qualcosa di più. Questo potrebbe essere il movente del delitto.

Il Giudice                        - Potrebbe esserlo.

Il Commissario                - Sta a noi provarlo.

Il Giudice                        - Certo, sta a noi. La sua ipotesi, si­gnor commissario, è assai ragionevole e probabil­mente si rivelerà quella giusta. Non quadra, ecco, signor commissario, la ragione della mia perples­sità; non quadra con la figura psicologica di Adolfo Meningher.

Il Commissario                - Se quadreranno i fatti...

Il Giudice                        - Me lo auguro, signor commissario.

Il Commissario                - Ho imparato a memoria la let­tera che egli le ha scritto per invitarla qui stasera. La giudico un documento per uno psichiatra, non per un magistrato. Adolfo Meningher ha scritto che stanotte a mezzanotte (solleva lo sguardo all'orologio) tra poco più di due ore, egli sparirà...

Il Giudice                        - Non ha usato il verbo sparire...

Il Commissario                - Ha scritto: « ... né lei, né nes­sun altro uomo sulla terra avranno più potere su di me. Io sarò diventato il più grande di tutti e il più forte ».

Il Giudice                        - Conosce veramente quella lettera a memoria.

Il Commissario                - Adolfo Meningher, tutto som­mato, è un ragazzo come Eugene Tisset. Non può essere il duro che ha voluto farsi credere. Secondo me quella lettera rivela che egli sta cercando la strada per alleggerirsi la coscienza, salvandosi la faccia. Le sue resistenze interne stanno cedendo. La notizia della morte dell'amico comunicata al momento opportuno, può essere il colpo di grazia.

Il Giudice                        - Lei ne parla come se avesse un conto personale con quel ragazzo.

Il Commissario                - Forse ha ragione, signor giudice. Ma non come poliziotto. Come uomo. Io voglio sapere perché ha ucciso, io voglio conoscere il movente del suo delitto...

Il Giudice                        - (al direttore) Lei che ne pensa?

Il Direttore                      - Mi pare che il signor commissario abbia ragione.

Il Giudice                        - (al cancelliere) E' pronto con il regi­stratore, signor cancelliere?

Il Cancelliere                   - Prontissimo. Mi sono permesso di portare anche il nastro che il signor commis­sario ha inciso all'ospedale.

Il Giudice                        - (colpito) Perché? Io non gliel'ho or­dinato.

Il Cancelliere                   - Può essere utile, signor giudice.

Il Commissario                - Signor giudice, anch'io ho cer­cato di vedere le cose con la più grande obietti­vità. Ho cercato di fare appello a tutta l'umanità che questo mestiere mi ha lasciato dopo vent'anni che lo faccio.

Il Giudice                        - (al direttore) Vuol dare ordine che entri il detenuto?

Il Direttore                      - Immediatamente. (Le due guardie escono assieme e rientrano poco dopo con Adolfo Meningher. Nell'attesa, i tre personaggi sulla scena sono rimasti quasi immobili. Soltanto il cancel­liere ha controllato ancora una volta il registra­tore. Adolfo entra e osserva a lungo i presenti).

Adolfo                             - (al giudice) Avevo chiesto di incontrar­mi soltanto con lei.

Il Giudice                        - Chi ti ha fatto credere di essere in grado di dettare condizioni?

Adolfo                             - Non ho inteso porre condizioni.

Il Giudice                        - Desidero farti notare che sono le dieci di sera, che tutti noi abbiamo avuto una gior­nata faticosa e che nonostante questo abbiamo deciso di ascoltare quanto hai da dirci nell'ora e nel luogo che tu hai indicato. Avrei potuto rispon­dere alla tua lettera che se avevi intenzione di incontrarmi sarei stato io a decidere quando. Co­m'è mio diritto. Ti posso assicurare che non avrei scelto quest'ora.

Adolfo                             - Perché è venuto, allora?

Il Giudice                        - Perché, anche se tu lo dimentichi, io mi sforzo di trovare la verità e non aspetto e non pretendo che sia essa a venirmi a cercare. Perché sorridi?

Adolfo                             - (indica il commissario) Anche lui cerca la verità?

Il Commissario                - Più di quanto immagini. E smet­tila di ghignare.

Adolfo                             - Sto cercando di immaginare lei, signor giudice, e lei, signor commissario, se trovassero la verità che cercano.

Il Giudice                        - E sarebbe così buffa la situazione?

Adolfo                             - Sì. Sarebbe molto buffa. Ma lei, signor giudice, non può capirla perché pensa alla sua verità, quella dei codici, che è la sola che le inte­ressi.

Il Giudice                        - E tu, invece, a quale verità ti rife­risci?

Adolfo                             - All'ora che le ho indicato nella lettera, ne scoprirà una piccola parte e se saprà ricono­scerla avrà fatto un buon passo in avanti.

Il Commissario                - (al giudice) La perizia psichia­trica è in corso, non è vero?

Il Giudice                        - Da due settimane.

Il Commissario                - (ad Adolfo) Forse sei un male­detto furbo.

Adolfo                             - Non ho bisogno di ricorrere ad espedienti. Sono sanissimo di mente. Ho cercato di farlo ca­pire anche a quell'imbecille che vuole sapere che cosa sogno alla notte.

Il Giudice                        - In che cosa speri? Nella migliore delle ipotesi quando uscirai di prigione sarai un vecchio e inutile rottame d'uomo. Hai commesso un delitto che ha ucciso anche te, vuoi rendertene conto?

Adolfo                             - La predica sul mio avvenire me l'hanno già fatta in cinquanta. (Al direttore) Anche i suoi guardiani. (Al giudice) La prego di credermi. Ne ho abbastanza.

Il Commissario                - Fin da bambino il tuo hobby era l'ergastolo, non è così?

 Adolfo                            - (al giudice) Anche il signor commissario fa parte dell'avvenire che dovrei rimpiangere?

Il Giudice                        - Mi domando che cosa c'è dentro di te. Un minimo di nozione del bene e del male do­vrebbe esserti rimasta.

Adolfo                             - No, signor giudice, per piacere. Non ricominciamo.

Il Giudice                        - Mi sono riletto alcune delle tesine che avevi preparato per gli esami universitari. Fino a pochi mesi fa...

Adolfo                             - (interrompendolo) Fino a pochi mesi fa sonnecchiavo.

Il Giudice                        - E in seguito che cosa ti è accaduto?

Adolfo                             - Mi sono destato.

Il Giudice                        - A che cosa ti sei destato? al delitto?

Adolfo                             - E' così importante per lei il mio delitto?

Il Giudice                        - E' importante per te.

Adolfo                             - A me sembra che sia più importante per lei. Non capisco perché lei debba ritenere così importante un solo delitto quando tutti i giorni se ne commettono centinaia e migliaia. Se del mio delitto se ne occupasse un altro giudice a questa ora lei sarebbe a casa sua, felice e soddisfatto, e mi ignorerebbe. Tutt'al più, pensando al suo col­lega, direbbe: bella rogna gli è capitata con quel mascalzone di giovane.

Il Giudice                        - (dopo una pausa) Abbiamo già per­duto troppo tempo. Non sono venuto per discu­tere con te. Se hai qualcosa da dire che sia perti­nente all'istruttoria, benissimo, altrimenti ce ne andremo.

Il Commissario                - Non hai mai detto perché hai ucciso ed è soltanto questo che ci interessa.

Adolfo                             - Lo dirò questa sera.

Il Giudice                        - rosso chiederti perché, finalmente, ti sei deciso?

Adolfo                             - Perché ho più poche ore di tempo. A mezzanotte in un modo o nell'altro, non sarò più qui.

Il Commissario                - Tu sei pazzo se pensi di poter evadere.

Adolfo                             - Chi ha parlato di evasione? (Al giudice) Lei, signor giudice, probabilmente sonnecchierà tutta la vita. Non sì desterà mai. Ma è l'unico indi­viduo ricettivo, estremamente ricettivo, che io, in questa situazione, potessi avvicinare prima di mez­zanotte. Fino a quel momento io le racconterò tutto quanto potrà servirle a chiarire quello che lei chiama movente del mio delitto e lei non mi cre­derà. Dopo quell'ora sarà diverso. Ma, a meno che lei e il signor commissario non vogliano passare per pazzi non potranno ripetere quanto io avrò detto. (Indica il registratore) Non mi riferisco alle parole. Mi riferisco a ciò che le parole avranno suscitato dentro di lei, signor giudice. Sarà qual­cosa che ad un certo momento lei confiderà al suo amico più intimo, il suo amico, a sua volta, lo tra­smetterà ad altri e così via. Le affiderò un mes­saggio, signor giudice, che finirà per arrivare alle orecchie giuste e un altro dormiente si desterà. Nelle mie condizioni non posso fare di più, ma è quanto devo fare.

Il Giudice                        - E poi, che cosa accadrà?

Adolfo                             - I destati continueranno ad aumentare di numero.

Il Giudice                        - Adolfo, ho letto anch'io dei romanzi di fantascienza.

Adolfo                             - Io, purtroppo, non ho mai avuto inte­resse per quel genere di letteratura. Ma so che piace ai dormienti ricettivi. Questo conferma il mio giudizio su di lei.

Il Commissario                - Signor Giudice, ci stiamo fa­cendo prendere in giro da questo...

Adolfo                             - Signor giudice, inviti il commissario a moderare il suo tono. Ne ho avuto abbastanza di lui in questura. E poiché siamo in argomento devo aggiungere qualcosa. (Al commissario) Può darsi che lei si ritenga al servizio di chissà quale ideale superiore. Per me lei è soltanto uno dei cani che corrono attorno al gregge per farlo marciare in ordine sulla strada che deve percorrere. Se uno di quei cani potesse pensare, si riterrebbe altret­tanto importante e investito di responsabilità tra­scendentali di quanto si giudica lei. (Al giudice) Anche per lei il discorso non cambia. Forse non è un'immagine troppo felice quella del gregge e penso che sia anche logora per l'uso, ma non posso farci nulla se in questo momento non ne trovo un'altra. Lei, signor giudice, ha la funzione di punire l'animale che tenta di fuggire dal gregge o che non ne accetta le leggi.

Il Giudice                        - Ancora una parola e ti lasciamo ai tuoi farnetichi.

Adolfo                             - E' da mesi che io ascolto senza prote­stare i suoi, quelli del commissario, degli agenti, dei guardiani. Anche stasera lei aveva cominciato il discorso sul bene e sul male come se fosse depo­sitario di una scienza assoluta in proposito. Per me, lei, signor giudice, e lei, signor commissario, contano soltanto per quello che ho detto. (Al can­celliere) Ed ora, signor cancelliere, io sono pronto. (Il cancelliere apre il registratore. Si sente, legger­mente amplificato, il fruscio del nastro).

Quadro secondo

(Lo scantinato elevato a rango di « cave ». La « cave » è congegnata in modo da occupare una parte della scena. La porta a destra immette in una stradetta che sarà illuminata quando Adolfo e Eugene usciranno. I due giovani, adesso, sono seduti attorno ad un tavolino. Musica dal ritmo velocissimo. Su alcuni tavolini ravvicinati, Walter e Nora stando ballando incitati dagli altri giovani. La riunione va avanti da un pezzo e l'atmosfera è tesa).

Walter                              - (ballando si toglie la camicia) Che caldo... (Si toglie la maglietta) Che schifoso caldo...

La prima Ragazza            - Avanti, Walter, avanti...

La seconda Ragazza        - Con i pantaloni non vale...

Walter                              - (si toglie i pantaloni e rimane in slip) Che maledetto caldo...

Il primo Giovane             - Nora, scoppierai per il caldo...

Nora                                - (continuando a ballare si toglie il maglioncino) Che caldo... (Eugene si alza di scatto).

Adolfo                             - Dove vai?

Eugene                            - Esco. Non ne posso più di quest'aria puzzolente. (Eugene si avvia all'uscita e Adolfo lo segue. Mara sta per fare altrettanto, ma qualcosa nell'atteggiamento di Adolfo nei suoi confronti, la ferma. La ragazza siede al posto abbandonato da Adolfo. Mentre i due giovani escono).

Nora                                - (cominciando a sfilarsi la sottana) Che schifoso caldo... (Buio nella « cave ». Adolfo e Eugene sono seduti sui gradini della porta che si apre sulla stradetta. Un lampione. Muri).

Eugene                            - Non riuscivo più a respirare là dentro. Perché mi sei venuto dietro?

Adolfo                             - Neanche io riuscivo più a respirare.

Eugene                            - Avrei fatto meglio a restarmene a casa stasera. (Stizzito) Quando sono a casa non vedo l'ora di essere fuori, quando sono fuori...

Adolfo                             - Dove abiti?

Eugene                            - All'inferno. Una casa così vecchia che sembra di sentirla rantolare. Un giorno o l'altro ti ci porterò.

Adolfo                             - Tua zia...

Eugene                            - Mia zia non dirà niente. Non dice mai niente. Non parla mai. Una volta, qualche anno fa, sono stato malato per un mese e avevo preso l'abitudine di parlare da solo. La mania di sen­tire una voce.

Adolfo                             - In casa mia è diverso. Mia madre non fa che parlare e mio padre... Dio, quando torna alla sera quante cose dice.

Eugene                            - Preferisco mia zia che tace.

Adolfo                             - A volte mi sembra di essere avviluppato nelle parole. Come un pesce nella rete. (Breve pausa) Hai voglia di discorrere, adesso?

Eugene                            - Se tu ne hai voglia, parla pure.

Adolfo                             - Ho pensato molto a quello che mi hai detto l'altra sera.

Eugene                            - Che cosa ti ho detto?

Adolfo                             - Lo sai bene.

Eugene                            - E così?

Adolfo                             - Non sono state novità per me.

Eugene                            - Ne ho piacere.

Adolfo                             - Prima credevo di averle scoperte io. Credevo di avere scoperto io che viviamo in mezzo a cose vive, anche se le nostre vite sono apparen­temente diverse e se la mia carne è, apparente­mente, diversa dal mattone, dalla pietra, dall'al­bero.

Eugene                            - Ti ho detto questo, io?

Adolfo                             - Non solo questo. Ma ho cominciato a riflettere su quello che ho compreso di più.

Eugene                            - Perché non ritorni dentro? A quest'ora Nora ha finito lo spogliarello. E' meglio che fare questi discorsi. A te piacciono le ragazze.

Adolfo                             - Non voglio tornare dentro. Voglio par­lare.

Eugene                            - D'accordo. Allora avevi già scoperto di essere come una cimice su un elefante. E dopo?

Adolfo                             - Perché usi quel tono con me? Non inten­devo affatto quello che hai detto.

Eugene                            - E che cosa intendevi?

Adolfo                             - Che tutto vive, ecco, che sono diverse soltanto le misure e le intensità delle diverse esi­stenze. Che noi uomini viviamo in un modo del tutto particolare.

Eugene                            - Non noi uomini. Qualcuno tra noi.

Adolfo                             - Hai ragione. La maggioranza vive come le cose.

Eugene                            - La stragrande maggioranza.

Adolfo                             - Fino a qualche tempo fa anch'io vivevo così.

Eugene                            - E ora?

Adolfo                             - Ora non so se sono cambiato o se sono ancora come prima.

Eugene                            - Se tu fossi cambiato, come immagini che te ne saresti accorto?

Adolfo                             - Non riconoscendo più quello che ero.

Eugene                            - Sciocchezze. Quello che eri continuerai ad esserlo sempre. Ogni giorno che passa diventi sempre qualcosa di diverso, ma non butti via niente del giorno prima. (Con un po' più di ani­mazione) Io immagino dentro di me come una grandissima piazza affollata di gente. Milioni di personaggi. Ognuno di essi è come sono stato un minuto fa, un'ora fa, ieri, il mese scorso, l'anno scorso. Questi personaggi, vedi, questi milioni di me, anche se sono nati in epoche diverse sono tutti contemporanei. Ogni minuto qualcuno sale sul podio, fa il suo bravo comizio alla folla e, quindi, discende e si mischia con essa, mentre un altro prende il suo posto e così via. Non è così che ti accorgerai di essere cambiato.

Adolfo                             - Come me ne accorgerò?

Eugene                            - Ognuno se ne accorge in modo diverso. Non c'è una cosa eguale per tutti e neanche un modo per rendersi conto se si è cambiati o no che sia eguale per me e per te.

Adolfo                             - Tu come ti sei accorto di non essere più quello che eri?

Eugene                            - Non stiamo parlando di me.

Adolfo                             - (dopo una breve pausa) Ancora qualche anno fa ero molto religioso e per me una casa era una casa, un albero un albero, una pietra una pietra. Tutto ordinato. Come in un archivio. Ogni cosa al suo posto. Io, in quanto uomo, creatura perfetta, in cima alla piramide. Perché vogliono farti credere che sia così, mentre, un po' alla volta, ti accorgi che tutto è differente? Una cosa sudicia, Eugene. Non c'è niente che sia ordinato, niente che sia al suo posto. Altro che creatura perfetta! Ti annoio?

Eugene                            - No.

Adolfo                             - Mio padre è un gran brav'uomo. Io non credo che esistano altri uomini come lui. A suo modo è anche colto. Quando gli dissi a che punto ero arrivato, mi rispose: non pensare troppo. E' inutile. E' come perdersi in un mondo che non conosci. Anche se tu non vai a cercare le conclu­sioni un poco alla volta saranno loro a cercare te e a trovarti e tu vedrai, con l'esperienza che intanto ti sarai fatta, se ti converrà o meno accet­tarle. In genere tutti le accettano, ma si guardano bene dal rivelarlo ad altri. Finirai per accorgerti che tutti pensano allo stesso modo e ognuno parla in modo diverso dall'altro. Una vera, torre di Babele. Non è giusto, gli dissi, pensare una cosa e dirne un'altra. Be'! rispose mio padre, dipende dai punti di vista, ma senza l'esperienza che ti dà la vita non puoi comprenderlo.

Eugene                            - (ironico) Evirazione indolore.

Adolfo                             - Mi propose di pensare assieme. Lui e io. Ti immagini due che pensano assieme?

Eugene                            - Non posso immaginarli.

Adolfo                             - Neanch'io. Comunque, alla fine cessai di essere religioso. Appartengo ad una specie ani­male tra le tante, mi dissi, e per tanto che cerchi di uscirne ci sarò sempre dentro.

Eugene                            - Così ora ti consideri un animale.

Adolfo                             - No. Anche se hanno fatto di tutto per convincermi di esserlo. Anche se nessuno di quelli che si spaventa all'idea che un uomo possa rite­nersi un animale mi ha dato un solo argomento contrario. Ma se sono un animale, è una specie straordinaria la mia, visto che posso immaginare il tempo e lo spazio e perfino il mondo che sfug­ge ai miei sensi. Un animale straordinario. Troppo straordinario.

Eugene                            - Ti sei avvicinato alla porta.

Adolfo                             - Quale porta?

Eugene                            - Non hai pensato altro? Non hai con­cluso altro, dopo questo?

Adolfo                             - Sì. Ma temo che mi prenderai per un presuntuoso.

Eugene                            - Non avresti dovuto cominciare, se mi giudichi così male.

Adolfo                             - (dopo una breve pausa. Esitante) Ho la sensazione, confusa sai, nient'affatto chiara, ai non rassomigliare a nessuno, di essere unico, come se appartenessi a...

Eugene                            - A che cosa?

Adolfo                             - Non lo so.

Eugene                            - Hai anche bussato alla porta, ma finora non ti è stato aperto.

Adolfo                             - Non capisco che cosa vuoi dire.

Eugene                            - Ti senti solo, non è vero?

Adolfo                             - Ecco, è questo. Prima credevo di avere molti amici. Ora li ho ancora, ma è come se non li avessi perché non so più come parlare con loro. Anche poco fa, là dentro.

Eugene                            - Che cosa intendi per amici?

Adolfo                             - Qualcuno che pensa quello che pensi tu e con il quale puoi parlare delle cose di cui stiamo parlando noi adesso.

Eugene                            - Ti piacerebbe vivere in un mondo senza più uomini-cose e uomini-animali, fatto tutto di gente come te.

Adolfo                             - Certo che mi piacerebbe. Come potrebbe esistere un mondo così?

Eugene                            - E' stato fatto un grande tentativo per farlo esistere quando tu e io dovevamo ancora nascere. Ma è fallito. Non era il primo, ma è stato il primo veramente grandioso. Per questo, forse, non è riuscito. L'errore, secondo me, è stato quel­lo di poter pensare che era possibile eliminare gli uomini-cose e gli uomini-animali, un po' alla volta. Ma l'esperienza è servita.

Adolfo                             - Chi ha fatto il tentativo?

Eugene                            - Pensaci un po'.

Adolfo                             - (dopo una breve pausa) A chi è servito?

Eugene                            - Come a chi? Non crederai mica che sia stata fatta terra bruciata. No, mio caro. Nes­suna terra bruciata. Anzi.

Adolfo                             - Non so se comprendo bene ciò che dici.

Eugene                            - Importante è che comprendi che non parlo di politica. La politica è il modo di cercare di far capire certe cose agli uomini-cose e agli uomini-animali. Perché anche se poi dovrai farli fuori, non ti riuscirà mai niente se non ti servi di essi. Il primo esperimento fallì perché dovevi usare milioni di uomini-cose e uomini-animali e contemporaneamente ucciderne altrettanti milio­ni. Un popolo solo non fu sufficiente per portare a termine il tentativo anche se fece del suo me­glio. La patria, il partito, lo spazio vitale, il diritto della razza... Forse fu sbagliata l'impostazione. Fu sbagliato tutto dall'inizio. Non bisognava fare della politica un muro attorno a quel popolo. Bisognava seminare l'idea in mezzo a tutti i po­poli e al momento buono chiamare a raccolta co­loro che aveva destato. Adesso loro hanno capito e lasciano trapelare un po' alla volta la verità e non tra un popolo, ma tra tutti i popoli perché in tutti i popoli c'è chi la comprende, uomini veri, non cose e animali, e sono soltanto essi che con­tano.

Adolfo                             - Chi sono « loro »?

Eugene                            - Vorrei saperlo anch'io. Molti vorreb­bero saperlo.

Adolfo                             - Dove sono?

Eugene                            - Chi?

Adolfo                             - Quelli che hai chiamato « loro ».

Eugene                            - Io non ho parlato di nessuno.

Adolfo                             - Non ti fidi di me.

Eugene                            - Perché non dovrei fidarmi di te? Non ho mica segreti da confidarti.

Adolfo                             - Mi pareva di avere finalmente compreso. (Breve pausa) Io vorrei un mondo come quello che hai detto.

Eugene                            - Perché non ci rinunci e non ti metti a pensare assieme a tuo padre?

Adolfo                             - Se me ne hai parlato vuol dire che...

Eugene                            - Non vuol dire niente. Parole.

Adolfo                             - Sento che non è così. Tu non sei come gli altri, ma non sei nemmeno come me. Tu sai.

Eugene                            - Bada bene di non farti udire dagli altri. Sono stupidaggini quelle che dici.

Adolfo                             - Perché me ne hai parlato se non esiste?

Eugene                            - Ma anche se esistesse e tu ci entrassi, pensi che saresti felice dopo?

Adolfo                             - Non m'importa del dopo.

Eugene                            - Per entrarci devi... (Dal fondo della stradetta entra un cacciatore che indossa un abito tutto bianco. Non fa alcun rumore camminando. Passa dinanzi ai due, saluta festoso Eugene che si è immobilizzato e ha taciuto alla sua vista, e gli fa cenno che non lo disturberà, che non ne ha alcuna intenzione, che non interromperà la sua conversazione con Adolfo. Questi non vede l'uomo e guarda stupefatto Eugene paralizzato).

Adolfo                             - Eugene...

Eugene                            - (con voce soffocata) Hai veduto niente, tu? Un uomo... quell'uomo...

Adolfo                             - Non ho visto nessuno. Non c'era nessuno.

Eugene                            - Maledizione, c'era. (Si alza nervosissi­mo) Anch'io mi sento solo, maledettamente solo, se proprio vuoi saperlo io ci sono entrato in quel mondo, c'entro quando voglio, una volta pagato il biglietto d'ingresso sei libero di entrarne e uscir­ne a volontà, ma il biglietto costa caro, se vuoi pagarlo, benissimo, ti darò una mano... (Mara esce, rinchiude la porta. Guarda i due).

Mara                                - Che cosa succede? State litigando?

Adolfo                             - Che cosa fai qui tu?

Mara                                - Io... (Siede su un gradino e comincia a piangere. Eugene, dopo il violento sfogo verbale che ha avuto, siede anch'egli, come se si acca­sciasse).

Adolfo                             - (a Mara) Che cosa vuoi? Non vedi che sei di troppo?

Mara                                - (piangendo) Dovrò andare da uno psica-questo non sei sbagliata, perché non sei donna, sbagliata.

Adolfo                             - Cosa è successo?

Mara                                - Là dentro... quando... non riesco. Mi di­sgustano.

Adolfo                             - Smettila di frignare e vattene.

Mara                                - (lentamente si rialza) Anche tu mi dici che sono una donna sbagliata.

Eugene                            - (cattivo) Non sei una donna sbagliata. Non sei donna. Sei frigida, vero? Sei frigida. Per questo non sei sbagliata, perché non sei donna. Una donna frigida non è donna. (Mara, con digni­tà, si allontana).

Adolfo                             - Perché sei stato così cattivo con lei?

Eugene                            - E' una cosa qualunque. Non m'interessa.

Adolfo                             - Smettila. (Si allontana seguendo Mara che intanto è scomparsa. Poco dopo si ode la sua voce) Mara!... Mara!... (Si fa buio sulla scena della stradetta. Ancora luce all'interno della « cave ». / giovani, stanchi, riposano. Eugene è seduto al solito tavolo. Entra Adolfo. Raggiunge Eugene. Siede).

Eugene                            - L'hai trovata?

Adolfo                             - No. Perché non mi hai aspettato fuori?

Eugene                            - Non ne avevo voglia. Non sono fatti tuoi. (Walter si porta vicino ai due. Ha i pantaloni, ma è a torso nudo).

Walter                              - C'è ancora un po' di vino. Non avete voglia di bere, voi due?

Eugene                            - No.

Walter                              - (ad Adolfo) Neanche tu?

Adolfo                             - No. Non ho voglia di bere.

Il primo Ragazzo             - Lasciali perdere, Walter. Non vedi che sembrano due vecchi?

Eugene                            - (a Walter) Che cosa aspetti per lasciarci perdere?

Walter                              - (a Eugene) Cristo, sei tutto spine. (Ad Adolfo) Che cosa è successo a voi due?

Adolfo                             - Niente.

Walter                              - Eravamo amici. Ora mi guardi come se ti facessi schifo. Non è un gran male divertirci un po', dopo avere sgobbato sui libri. Anche a te piaceva divertirti prima di conoscere quelli lì. (A Eugene) Ehi! Vuoi dirmi a che setta religiosa appartieni?

Eugene                            - (stridulo) Io non appartengo a nessuna setta.

Walter                              - Io dico di sì. Non sei neanche capace di ridere.

La seconda Ragazza        - Non dirglielo, poverino.

Eugene                            - (alla ragazza) Tu stai zitta.

La seconda Ragazza        - Accidenti! Neanche la voce di una donna sopporti più?

Eugene                            - All'inferno tutti quanti... (Si alza e si avvia all'uscita).

Adolfo                             - Eugene... (Si muove per seguirlo).

(Lo studio del professor Motke. Completamente fa­sciato di nero. Poca luce. Il professore, Adolfo e Eugene).

Motke                              - (a Eugene) Che cosa possiamo fare per il tuo giovane amico?

Eugene                            - Gli ho parlato di lei, professor Motke, e mi ha chiesto di conoscerla.

Motke                              - (ad Adolfo) Adesso mi conosce. Si segga pure. Si metta comodo. (Indicando il nero delle pa­reti) Niente di allusivo. Trovo che il nero è ripo­sante. Così, giovanotto, lei ha voluto conoscermi. Penso che il nostro comune amico Eugene le abbia parlato anche di qualcosa di più importante e interessante della mia persona.

Adolfo                             - Me ne ha parlato.

Motke                              - (va a sedere dietro la scrivania, prende un foglio e legge) Adolfo Meningher, diciannove anni. Primo anno di università. Facoltà di lettere. Suo padre è direttore di una filiale della banca nazionale. Buon funzionario, ma piuttosto alieno da iniziative personali. Politicamente neutro. Sua madre si chiama Savia. Diploma di maestra. Negli ultimi anni ha sofferto di una forma acuta di annessite. I rapporti tra i suoi genitori, a seguito di questa malattia, si sono - come dire? - dete­riorati. Non sono mai stati eccellenti per il ca­rattere piuttosto, sto cercando la parola, piuttosto difficile di sua madre. Nulla di grave, ma a suffi­cienza per mettere a disagio il marito. Suo padre deve pagare ancora otto rate dell'appartamento acquistato cinque anni orsono...

Adolfo                             - (con uno scatto irato) Tutto questo può averlo appreso (indica Eugene) da lui.

Motke                              - Sua madre, prima di conoscere suo pa­dre, ebbe una relazione di cui, all'insaputa del marito, conserva un buon ricordo. Lei lo ha sco­perto un paio di anni fa.

Adolfo                             - No!

Motke                              - Posso dirle nome e cognome del... scusi, del ricordo?

Adolfo                             - No. Non voglio saperlo. (Sì alza).

Motke                              - Segga. Il nostro non è un gioco da ra­gazzi. (Passando brutalmente al tu) E se credi che io abbia voglia di perder tempo, sbagli. Puoi andartene anche subito. Eugene, portalo via!

Eugene                            - Andiamo, Adolfo.

Adolfo                             - (torna a sedersi. Al professore) Mi per­doni.

Motke                              - Più che naturale la tua reazione. E adesso dimmi la vera ragione per cui hai voluto cono­scermi.

Adolfo                             - Io... Mi scusi, ma sono molto imbaraz­zato.

Motke                              - (a Eugene) Dagli un bicchierino di co­gnac. Ha bisogno di rinfrancarsi, il tuo amico. (Eugene obbedisce e Adolfo beve).

Adolfo                             - (riponendo il bicchiere) Grazie. Eugene mi aveva detto che lei potrebbe aiutarmi...

Motke                              - Certo che posso. Ma prima devi sapere di che cosa hai bisogno.

Adolfo                             - Anche adesso, vede professore, anche adesso mi sembra di avere perduto i contatti con la realtà.

Motke                              - Ti succede spesso?

Adolfo                             - Troppo spesso.

Motke                              - A quale realtà ti riferisci?

Adolfo                             - Quale realtà?

Motke                              - Ti ho fatto una domanda troppo difficile. Ti faccio un esempio banale. Dall'Universo giun­gono ai nostri occhi luci di stelle spente da mi­lioni di anni. Noi non sappiamo se quella luce proviene da una stella ancora viva o da una già morta. Qual è in questo caso la realtà? La logica umana è molto difettosa. Direi che è ancora ad uno stadio elementare. La realtà, secondo il suo significato corrente, è ciò che ci circonda. Ma per l'uomo comune questa realtà appare in un modo diverso da quello con cui si presenta, ad esempio, ad uno scienziato o ad un filosofo. L'uomo comune, ad esempio, non potrà mai credere che questo tavolo non è così come egli lo vede. Un uomo di scienza non si porrà neppure il problema del ta­volo così come gli appare.

Adolfo                             - Forse è questo che provo.

Motke                              - Non credo. Tu non sei né un uomo di scienza, né un filosofo. Sei un dormiente che in-travvede appena la possibilità del risveglio. Ap­pena, ho detto. Anche se tu fossi uno scienziato potresti rimanere per sempre un dormiente pur ponendoti il problema della realtà da un punto di vista diverso da quello dell'uomo comune. Che cosa pensi degli scienziati i quali affermano che la realtà è conoscibile soltanto attraverso simboli matematici e che questi simboli sono niente di più di una convenzione?

Adolfo                             - Lei ha la risposta che mi occorre.

Motke                              - Potrei anche averla.

Adolfo                             - Ne ho bisogno.

Motke                              - Perché la chiedi a me? Non hai forse tuo padre pronto a dartela? E i professori di scuola, la radio, la televisione, i libri? Non viviamo forse in una grande e bella democrazia? Non sei, forse, libero di porre la domanda a chi Vuoi? Ma, forse, non l'hai mai rivolta a nessuno. Te la sei tenuta per te, come se ne avessi paura e ora vieni a importunarmi solo perché Eugene ti ha detto che sono uri uomo paziente.

Adolfo                             - L'ho fatta quella domanda. L'ho fatta mille volte. Deve credermi.

Motke                              - Se lo dici ti crederò. Anche perché non sei l'unico giovane al quale non è stata data la risposta.

Adolfo                             - Eugene mi ha parlato degli uomini-cose e degli uomini-animali.

Motke                              - E ti avrà detto che essi hanno studiato le domande sulla misura delle risposte che vole­vano, intendi bene, dico volevano, darsi e dare. Eugene mi ha detto che tu non sei religioso.

Adolfo                             - No.

Motke                              - E' un errore rifiutare le religioni e la religione. Un uomo intelligente le affronta e le studia tutte. Non ne esclude nessuna. Cerca di vedere al fondo di ognuna di esse.

Adolfo                             - Perché?

Motke                              - Prova a pensare che le religioni siano il ricordo sbiadito e tradito di avvenimenti di un passato così lontano da noi da non poter neanche essere immaginato. E prova a pensare che questi avvenimenti si riferiscono all'incontro, non im­porta per ora se occasionale o voluto, tra gli uo­mini e la verità. Quale verità e come essa si è presentata è un altro discorso. Prova a vedere le religioni da questo punto di vista. Mi comprendi?

Adolfo                             - Come può essere avvenuto l'incontro?

Motke                              - Le possibilità sono infinite. Esistono, mio caro, più incognite nel nostro passato di quante ne riservi il nostro avvenire. Acquisterai la giusta dimensione dell'uomo quando ti sarai destato e avrai acquistato la piena coscienza del tempo come presente infinito o infinito presente. (Pausa) E' di questo che hai bisogno, non è vero?

Adolfo                             - Di questo. (Il professore spegne le luci, un attimo di buio sulla scena, poi, sulla parete nera di fondo, ma sfumata alle pareti laterali, una grande croce uncinata. Lunga pausa).

Motke                              - (solenne) Osserva questo simbolo spo­gliandolo dai suoi significati banali. E' il più an­tico della storia dell'uomo. Lo trovi anche nel pas­sato più remoto laddove, ancora, non dovrebbe esistere che animalità. Dalle rive del Gange alla pianura cinese, dalle montagne del Tibet alla fo­resta nera, appare all'improvviso come una grande luce nelle tenebre. Questo simbolo appartiene ai popoli ai quali l'umanità deve la sua ricchezza spirituale. I popoli semiti lo hanno ignorato per millenni e quando lo hanno conosciuto ne sono diventati nemici implacabili.

Adolfo                             - (ansioso) Prosegua, la prego.

Motke                              - Tu cerchi la realtà, tu vuoi la realtà, io ti ho chiesto quale realtà? Che cosa significa que­sta parola? Soltanto ciò che i tuoi sensi possono percepire? No. Non può essere quella perché il tuo cervello, perché la tua ragione, ne intuisce e ne prevede un'altra ben più vasta e complessa. E se il tuo cervello, se quella che tu chiami la tua ragione, è alimentata soltanto dai sensi, come puoi immaginare che esista qualcosa oltre ad essi? Chi ha impresso nel tuo cervello l'immagine di una realtà così diversa da quella che i tuoi occhi possono vedere, le tue orecchie udire, il tuo ol­fatto e il tuo tatto scoprire? (Si china su Adolfo) Tu sei venuto da me perché io rispondessi alle tue domande.

Adolfo                             - Sì.

Motke                              - Non esiste una risposta. Ne esistono molte risposte, come una scala. Io posso darti la prima. Questa. C'è stato un istante, all'inizio della nostra storia, nel quale abbiamo vissuto piena­mente, concretamente, tutta la realtà. La verità. Ti ho già detto che è sciocco respingere le reli­gioni. Rifiutarsi di riconoscerle e di studiarle. Nelle religioni, confuse e sbiadite, l'uomo conserva il ricordo di quell'istante. Il paradiso terrestre. Il paradiso perduto. E' da quel paradiso nel quale siamo vissuti che proviene questo simbolo. Lo ri­trovi ancora oggi nel suo significato antico là dove il ricordo si è mantenuto più puro. Ti darò dei libri nei quali quanto ti sto dicendo è confermato e provato.

Adolfo                             - Non è ancora tutta la risposta promessa.

Motke                              - No. Hai ragione. (Breve pausa) Dove e come abbiamo vissuto l'istante che le religioni chiamano paradiso perduto? Rifletti ancora sulle religioni. Non vi è religione che non abbia un mediatore tra gli uomini. (Breve pausa) La reli­gione cattolica è quella che più chiaramente con­serva i ricordi. Il figlio di Dio scende dalle stelle sulla terra e si fa uomo. Guarda dentro le parole. Risali nel tempo. Da millenni gli uomini adorano qualcuno o qualcosa - come possiamo saperlo? -disceso dalle stelle. E' questo che io chiamo il grande incontro e aggiungo che ignoro - vedremo poi questo - se esso è avvenuto tra entità arri­vate dal cielo o uscite da una dimensione del reale che è negata ai nostri tempi. Io so con ma­tematica certezza che questo è il simbolo dell'in­contro. Ti ho parlato dei popoli semiti che lo igno­rano. Mi riferivo agli ebrei. La loro è la religione dell'angoscia. L'attesa del loro Messia che si pro­lunga inutilmente nei millenni è la tragedia dell'incontro mancato. Gli ebrei, sì, gli ebrei vera­mente posseggono la realtà dei loro sensi e non c'è da stupirsi se qualcuno tra di essi è arrivato a guadagnarsi la fama di grande scienziato. Ma non è questo, per il momento, che mi interessa che tu comprenda. Devo ancora dirti qualcosa. (Si china verso di lui) Devo ancora dirti che vi sono degli uomini i quali, attraverso i millenni non hanno mai perduto i contatti con colui, con coloro o con la cosa di cui le religioni serbano un ricordo tanto annebbiato. Devo ancora dirti che questi uomini sono pochissimi... (Dal fondo, come se uscisse dalla parete, entra il cacciatore vestito di bianco che abbiamo veduto nel quadro prece­dente. Egli fa cenno a Eugene che starà zitto, che non disturberà e si mette al suo fianco. Eugene appare sconvolto dalla paura che il professore e Adolfo possono vedere il suo visitatore) e che essi cercano affannosamente, disperatamente i loro simili per destarli. Ora cominci a sapere. (Voltan­dosi verso Eugene) Che cosa hai tu? Che ti suc­cede?

Eugene                            - Niente.

Motke                              - Forse ti senti male.

Eugene                            - Sto benissimo.

Motke                              - Cerca di stare bene di salute.

Eugene                            - Ho bisogno, ho bisogno...

Motke                              - Vedremo. Ne parleremo. Non è il mo­mento questo.

Eugene                            - Ma io non posso più attendere. (Il cac­ciatore vestito di bianco lo incoraggia a segni a farsi le sue ragioni).

Motke                              - Ti ho detto che non è questo il mo­mento.

Eugene                            - Per me lo è. La prego, professore...

Motke                              - (senza curarsi di lui, si volta verso Adolfo) Domattina, quando ti sveglierai, tutto ciò che ti ho detto ti sembrerà una favola. Ma poi ci ripenserai. E tornerai da me. Non qui, in questa casa. In un'altra. Io abito in mille posti. Di volta in volta saprai dove. (Mentre egli parla il caccia­tore vestito di bianco si è sforzato di consolare Eugene. Ed Eugene ha fatto di tutto, silenziosa­mente, per fargli comprendere di allontanarsi, di non farsi vedere. A Eugene) E ora andatevene. Mi avete rubato già troppo tempo. (I due giovani, lentamente, in silenzio, si avviano verso la porta. Il cacciatore vestito di bianco li ha preceduti).

Quadro quarto

(La stanza dove studia Adolfo, nella sua casa. Adolfo è seduto dietro il tavolino. Mara è davanti a lui).

Adolfo                             - Sto studiando, vedi?

Mara                                - E' da molti giorni che non vieni a lezione!

Adolfo                             - E con questo?

Mara                                - Vuoi che me ne vada?

Adolfo                             - Ormai sei qui.

Mara                                - Posso sedermi?

Adolfo                             - Sì. Prego. Scusami, non aspettavo visite.

Mara                                - Non sono dispense quelle che hai davanti.

Adolfo                             - (frettolosamente fa sparire il libro che ha dinanzi) E' un libro. Che cosa ti prende? Che cosa vuoi?

Mara                                - Io... mi sento molto imbarazzata. Avevo pensato che avrei dovuto dirti dell'altra sera. Ho sentito quando mi chiamavi. Mi sei corso dietro.

Adolfo                             - Dov'eri?

Mara                                - Nascosta in un portone.

Adolfo                             - Perché?

Mara                                - Perché sono una stupida. Perché non sono capace di vivere come tutti gli altri. Perché com­plico tutto e rovino tutto. Perché ho paura di tutto.

Adolfo                             - Non cominciare a piangere, per piacere.

Mara                                - No. Non voglio piangere. Io ci ho pensato e mi sono detta che una ragazza, un'altra ragazza, al mio posto sarebbe venuta da te per spiegarti.

Adolfo                             - Non era il caso.

Mara                                - Mio Dio! Sbaglio sempre.

Adolfo                             - Non riesco a comprenderti. Che cosa hai sbagliato stavolta?

Mara                                - Ho sbagliato a venire da te.

Adolfo                             - Non ne vorrai fare un dramma. Non ho tempo per queste storie.

Mara                                - Tu mi avevi detto... (brevissima pausa) io avevo creduto... (Si alza).

Adolfo                             - (toccato) Non te n'andare. Rimani an­cora un momento. Chiariamo questa faccenda.

Mara                                - Non c'è più nulla da chiarire. Ho capito.

Adolfo                             - Ti ho detto di non piangere.

Mara                                - Non piangerò. Non temere.

Adolfo                             - E va bene. Sono il tuo primo amore. Con questo? Hai preso calda una ragazzata. Alla tua età le bambine sono romantiche. Io non lo sono. Mi sei piaciuta e ho cercato di fare all'amore con te. Tu non ci sei stata. Punto e basta. Adesso non ne ho più voglia io.

Mara                                - Era la prima volta che mi succedeva. Mi pareva una cosa troppo bella. Avevo paura che non fosse vera. (Si appoggia al tavolo) Ma io non ti credo ora. Ora che dici che non ne hai più vo­glia. Ti è accaduto qualcosa.

Adolfo                             - Sei ammattita?

Mara                                - Sei molto amico di Eugene, vero?

Adolfo                             - Gli sono amico quanto mi pare. Che cosa hai contro di lui?

Mara                                - Io niente. Tutti dicono che è un tipo strano.

Adolfo                             - Non è strano affatto. Non è Mister Uni­verso, come Walter e gli altri.

Mara                                - Dicono...

Adolfo                             - Che cosa dicono? Sentiamo.

Mara                                - Niente.

Adolfo                             - Aspetta che ti aiuto. Dicono che non gli piacciono le ragazze e le donne in genere. Non è vero?

Mara                                - Io non so di queste cose.

Adolfo                             - Si che le sai. Non fare l'ipocrita. Del resto, neanche a te piacciono troppo gli uomini.

Mara                                - Oh! No! Non in quel senso. Mio Dio! Mi farai diventare matta sul serio se pensi questo di me.

Adolfo                             - Non ti preoccupare dì quello che pen­so io.

Mara                                - No. Non me ne preoccupo.

Adolfo                             - Che cosa dicono d'altro di Eugene?

Mara                                - Non ho più voglia di parlare di lui.

Adolfo                             - E bada bene a non parlarne mai, con nessuno.

Mara                                - (dopo una breve pausa) Prestami un libro, Adolfo.

Adolfo                             - Che libro?

Mara                                - Uno qualsiasi. Non ha importanza quale.

Adolfo                             - Che significa uno qualsiasi?

Mara                                - Non capisci? Devo giustificare davanti a me stessa di essere venuta da te. Anche davanti a tua madre. Ma è di me che m'importa di più.

Adolfo                             - Ho capito benissimo. Sei venuta a chie­dermi un libro in prestito, io te l'ho dato e amici come prima. (Adolfo si alza e nella libreria prende un volume a caso. Mara senza neanche guardarlo lo mette sottobraccio. Da una tasca toglie delle lettere che posa sul tavolino).

Adolfo                             - Che cosa sono?

Mara                                - Le lettere che mi hai scritto.

Adolfo                             - Già. Ma non ricordo che tu mi abbia mai risposto.

Mara                                - Non fa niente. Adesso è come se non le avessi mai scritte. (Gli volta le spalle ed esce. Adolfo prende le lettere, le sfoglia, le strappa e le getta nel cestino. Quindi si avvicina alla fine­stra, appoggia la fronte sui vetri e guarda fuori).

Quadro quinto

(Uno spaccato di scena: la camera da letto di Adolfo. Adolfo è sul letto. Ai piedi del letto il padre).

Il Padre                            - Neanche stamattina andrai a lezione?

Adolfo                             - No.

Il Padre                            - Ieri ho parlato con il professor Dezin. E' venuto in banca per un'operazione e mi ha detto di te. E' preoccupato. (Aspetta una risposta che non viene) Sei malato, Adolfo?

Adolfo                             - Affatto. Mai stato bene come adesso.

Il Padre                            - Questo è importante. Che cosa ti sta succedendo, dunque?

Adolfo                             - Niente. Proprio niente.

Il Padre                            - Non direi. Non puoi dire che non ti sta succedendo niente.

Adolfo                             - Che cosa te lo fa pensare?

Il Padre                            - Non credermi così sciocco. Come si chiama quella ragazza?

Adolfo                             - Quale?

Il Padre                            - Quella che è venuta qui ieri. La mamma dice che avete litigato.

Adolfo                             - Litigato? No.

Il Padre                            - Io ho pensato che forse hai combinato un guaio con lei. Non so. Alla tua età è facile com­binare guai del genere.

Adolfo                             - Non è incinta. Non l'ho mai toccata nep­pure con un dito.

Il Padre                            - Be'! Anche questa è una bella fortuna. Avevo creduto che si trattasse di quella cosa lì.

Adolfo                             - Non hai molta immaginazione, papà.

Il Padre                            - E' vero! La fantasia mi ha sempre difettato. In compenso mi aiuta un po' l'esperienza.

Adolfo                             - Quale? Quella fatta dietro gli sportelli della banca?

Il Padre                            - Oh! No. Sono anni che non sto più die­tro gli sportelli. Ma non disprezzerei neanche quel­la che si fa dietro gli sportelli. Impari a conoscere gli uomini molto rapidamente.

Adolfo                             - Gli uomini che vengono a versare e a prelevare denaro.

Il Padre                            - Non dirlo con quel tono. Non sono pochi e non sono quelli che contano meno.

Adolfo                             - Io non ho niente contro chi ha denaro. Mi piacerebbe essere uno di quelli ai quali lo por­tate a casa.

Il Padre                            - Non hai idea di quanti pochi siano i clienti ai quali portiamo il denaro a casa. L'espe­rienza, poi, non te la fai soltanto nel luogo dove lavori.

Adolfo                             - E dove?

Il Padre                            - Dappertutto. Per la strada. Nei bar. Al cinema. Con la gente che incontri e che conosci e con quella che incontri e non conoscerai mai. In casa. Con la moglie. Con i figli. Il tempo stesso che ti si accumula dentro diventa esperienza.

Adolfo                             - E a che serve averne tanta? A te che cosa serve?

Il Padre                            - Toccato. Così, su due piedi, non saprei risponderti.

Adolfo                             - Non ti arricchisce la fantasia e non ti suggerisce iniziative.

Il Padre                            - Che cosa c'entrano le iniziative?

Adolfo                             - Non sei forse un buon funzionario, ma incapace di iniziative?

Il Padre                            - Con chi hai parlato di me, Adolfo?

Adolfo                             - Con nessuno. Certe cose ho finito per capirle da solo.

Il Padre                            - Io non ho mai cercato di farmi passare ai tuoi occhi per ciò che non sono. Quando eri piccolo e mi consideravi un gigante io ti dicevo: anche tu crescerai e forse diverrai più alto e ro­busto del tuo papà. Quando hai cominciato ad andare a scuola e credevi che io sapessi tutto quel­lo che c'è da sapere al mondo, soltanto perché ti aiutavo a fare le addizioni e le sottrazioni, io ti dicevo: fra qualche anno sarai tu ad insegnare al tuo papà. Non è vero, forse?

Adolfo                             - (scosso e tormentato) Sì, papà.

Il Padre                            - E allora? Ti ho sempre detto perfino che non sono coraggioso, che mantenere la calma nei momenti difficili mi costa uno sforzo enorme. Molte volte l'ho perduta e ho fatto quello che mi ordinava la paura. (Breve pausa) Capisco, però, che è duro per un figlio, per un giovane, misurare all'improvviso il proprio padre e il proprio am­biente e accorgersi che... è l'esperienza più dura di ogni generazione. Nessuno, però, è mai morto per questo, né si è tirato indietro. E' andato avanti cercando di fare meglio dei propri padri salvo, poi, alla fine, di essere messo via a sua volta dalla generazione che lo ha seguito. Il mondo va avanti così. Io, vedi, in fondo sono contento che tu, alla tua età, possa già giudicare tuo padre. Non m'im­porta molto neanche se lo disprezzi. Questo vuol dire che sei due o tre passi davanti a lui.

Adolfo                             - Non è questo. Vuoi capire o no che non è questo?

Il Padre                            - Che cosa c'è, allora?

Adolfo                             - C'è che mi hai sempre trattato come un bambino, come un minorato che ha continuamente bisogno di qualcuno che lo assista, c'è che final­mente sono adulto e voglio fare a modo mio...

Il Padre                            - Chi ti impedisce di fare a modo tuo?

Adolfo                             - Chi mi impedisce? Tu, la mamma, que­sta casa maledetta, tutto.

Il Padre                            - Capisco. (Breve pausa) Non hai alcun obbligo verso me e verso tua madre.

Adolfo                             - (nuovamente toccato) Papà...

Il Padre                            - Non credere di dire cose nuove. Anche io ho detto a mio padre le stesse cose anche se con un tono e con parole diversi. La prima nascita è quando vieni al mondo. E fai un male terribile a tua madre che pure ti accoglie con gioia. La se­conda nascita è quando ti accorgi che puoi fare a meno di tuo padre e di tua madre. Soltanto che nella seconda nascita il male è di tutti, anche del neonato. Ma la seconda è fatale come la prima. Non c'è nient'altro da fare che lasciar libertà alla natura.

Adolfo                             - Anche se...

Il Padre                            - Lo sai le gatte come fanno? Per un mese, un mese e mezzo allevano, difendono e coc­colano i loro gattini. Scaduto questo tempo li scacciano e se li dimenticano. Noi genitori avremmo molto da imparare dai gatti. (Accorgendosi che Adolfo sta piangendo) Adolfo... (Si china sul figlio) Adolfo, che cosa ho detto? Che cosa ti ho fatto?

Adolfo                             - (cercando di superare la somma di emo­zioni che ha dentro e di ribellarsi ad essa) Niente. Non hai detto niente e non mi hai fatto niente. Solo che... (Cambiando tono) Non riuscirò mai a liberarmi di te, non riuscirò mai a nascere, come dici tu, per la seconda volta. Avanti, perché non mi batti? perché non mi pigli a schiaffi come fanno tutti gli altri padri, che cosa aspetti? se mi battessi potrei liberarmi di te, ma così... vattene... fammi il piacere; vattene,., io voglio fare a modo mio da ora in avanti... nessuno dovrà più chie­dermi niente... anche se volessi tagliar la corda da questo sporco mondo... (Si abbatte sul letto. Il padre, in silenzio, esce).

Quadro sesto

(Ancora l'ufficio del direttore delle carceri. O an­che un suo spaccato. Tensione nei personaggi che ascoltano il racconto di Adolfo).

Adolfo                             - ... parola per parola. Ricordo tutto be­nissimo.

Il Giudice                        - Ma tu, tu, tuo padre lo amavi...

Adolfo                             - Mi pareva di essere una sola persona con lui. Era la mia radice nella terra. Mi teneva incatenato alla terra. (Breve pausa) C'è una parti­colare tortura che mi ha atterrito sin da quando l'ho appresa dai libri di scuola. L'abitudine di certi popoli di legare un prigioniero nemico vivo al cadavere di un proprio guerriero caduto in com­battimento. Tra me e mio padre c'era qualcosa di simile. Il vivo ero io. Ma anche se glielo avessi detto non avrebbe capito. Mi avrebbe detto: libe­rati di me nel modo che ritieni migliore. Eccoti del denaro. Va pure. O avrebbe potuto dirmi: non vuoi del denaro? No? Fa niente! Dopo tutto è giu­sto che tu voglia dar battaglia con le tue sole armi. Anche se me ne fossi andato da casa, ovun­que fossi andato, non mi avrebbe perduto di vista un istante, mi avrebbe sempre seguito, avrebbe sem­pre saputo ciò che facevo e ciò che non facevo e al momento giusto, quando avessi avuto bisogno di lui, mi sarebbe comparso davanti.

Il Giudice                        - Era questo un motivo sufficiente per cominciare ad odiarlo? Per odiarlo tanto?

Adolfo                             - Perché parla di odio? Io non ho mai odiato nessuno. Non si tratta di odio o di non odio. Si tratta di guardare freddamente le cose come stanno e decidere che cosa bisogna fare. Senza sentimentalismo.

Il Giudice                        - (dopo una pausa) Continua pure. (Mentre Adolfo sì accinge a riprendere il racconto).

Quadro settimo

(Lo studio del professore Motke. Diverso da quello precedente, immerso in pochissima luce. Soltanto quella diffusa da una lampada posata sul tavolo che illumina Adolfo seduto. Motke spesso cammina nervosamente per lo studio e la sua ombra si pro­ietta sul fondo).

Motke                              - ... messaggi, decine, centinaia di messaggi attraverso i secoli... molti li hanno ricevuti e non li hanno compresi, altri li hanno compresi, ma sono stati scoperti e mandati ad ardere sul rogo o sono stati impiccati o fucilati. Pochi quelli che hanno potuto raccoglierli e farne buon uso. Quei pochi hanno fatto la storia. Nessun altro. (Gira attorno al tavolo e si china su Adolfo) Anche tu hai rice­vuto il messaggio, ma non sai ancora decifrarlo. Se non superi la prova non avrai mai la chiave per decifrarlo. Ancora qualche tempo e poi sarai chiamato alla prova. E' la più grande fortuna che possa toccare ad un uomo. Se la supererai non sarai più eguale a nessun altro. Sarai solo te stesso. Apparterrai ad un altro mondo e ad un'altra specie.

Adolfo                             - (in preda ad un'esaltazione mentale che sfiora la morbosità) Voglio sapere, voglio sa­pere...

Motke                              - In nessun altro momento della storia abbiamo corso un periodo tanto grave come in questo. Una rossa e ardente ondata minaccia di sommergerci. (Eccitato, nervoso) Cento anni fa, poco più di cento anni fa, un piccolo e sporco ebreo si avvicinò talmente alla nostra verità, se ne impa­dronì a tal punto da deformarla a suo piacimento e da farla diventare un'arma contro di noi. Egli ha cominciato col negare che vi sono uomini i quali appartengono ad un'elite che ha il diritto, il sacrosanto diritto, di esercitare il suo potere sulle masse. Egli ha fatto credere che questo potere è solamente economico, che è frutto di rapina e di furto, che è stato usurpato. Ma noi sappiamo che questo potere oltre la sua apparenza economica o politica, nasconde una verità più profonda. La verità dei destati. Ed anch'egli, anche quel piccolo e sporco ebreo, lo sapeva. Lo sapeva così bene che ha attaccato le religioni, tutte le religioni che, pure, nulla hanno a che vedere col potere econo­mico. E perché si sarebbe rivolto contro ad esse se non per condurre la battaglia sui due fronti? Distruggere l'elite e, nel contempo, ogni ricordo, anche il più debole e confuso, del grande incon­tro nelle menti delle masse? Da allora la guerra che è sempre esistita tra noi e gli altri .è entrata in una fase nuova. Il simbolo del grande incontro è riemerso dai millenni ed è diventato una ban­diera. Ora tu sai perché quel simbolo significò la morte di milioni di ebrei e di altri esseri infe­riori. Puoi comprendermi?

Adolfo                             - Sì. La comprendo.

Motke                              - Se vai indietro nel passato, se arrivi fino a dove la mente umana si può spingere, scopri che la guerra di cui ti sto parlando inizia da quando il paradiso fu perduto. Da quel momento non c'è più pace tra i pochi che tentano di ricostruire la gerarchia che li riconduca all'origine, all'incontro, e tra coloro che non sospettano neppure l'esisten­za di questo grande progetto e che se lo conoscono ne hanno paura, oppure lo avversano perché sanno che essi saranno sempre esclusi dal simbolo. Anche tra i dormienti vi è stato chi ha intuito i termini esatti dì questa guerra. In tutti i secoli si è parlato della lotta tra il cielo e la terra, tra lo spirito e la materia. Vai dentro le parole, ri­peto, non ti stancare mai, dì entrare nelle parole, di vedere il loro contenuto ultimo. Cielo e terra, spirito e materia, hanno un contenuto infinita­mente più grande, complesso e misterioso di quanto immaginano gli stessi che ne parlano. Fino a ieri avevamo dinanzi un avversario di poco conto. Ma non fu preso sul serio nonostante l'al­larme e il ritorno del simbolo. Attualmente è un avversario potente, terribile.

Adolfo                             - (sempre come in trance) Eugene mi ha parlato del tentativo, del grande tentativo...

Motke                              - Anche di questo, per il momento, posso dirti poco. Furono « loro » a volerlo quando il ne­mico divenne così forte che non fu più possibile ignorarlo e quando si accorsero che il mondo non se ne rendeva ancora conto. Il simbolo, allora, tornò alla luce del sole nelle mani della razza prescelta. Soltanto una razza mantenutasi pura attraverso i secoli, depositaria delle testimonian­ze, poteva levarlo su tutti gli altri popoli. I soldati del simbolo portavano inciso su una piastrina « Dio è con noi ». Ancora una volta entra nella parola. Dio è una parola, ma dentro c'è di più di quanto è immaginabile. Per quei soldati, Dio erano « loro », erano colui, coloro e la cosa con la quale un gruppo di uomini sì erano incontrati all'origine ricevendone le rivelazioni. Fu un ten­tativo all'apparenza sfortunato. Guardati attorno oggi, rifletti su ciò che sta succedendo nel mondo, ti accorgerai che grazie a quel tentativo è stato gettato un seme che è cresciuto, è diventato albero possente, ricco, a sua volta, di nuovi e più vigo­rosi semi...

Adolfo                             - Quando?...

Motke                              - (dopo una pausa) Quando la data della prova sarà decisa anche tu sarai ammesso. Te lo prometto. Ancora non sei pronto.

Adolfo                             - Lo sono... lo sono... le giuro che lo sono...

Motke                              - (tornando a sedere dietro il tavolo, freddo) La conoscenza diretta ti faciliterà il supera­mento della prova. Ma tutto avverrà quando sarà il momento.

Quadro ottavo

(Ancora l'ufficio del direttore delle carceri. Il can­celliere sta cambiando il nastro al registratore).

Adolfo                             - (indicando il registratore, ironico) L'am­ministrazione della giustizia è nemica degli sprechi. E' piuttosto antiquato quel registratore. (Al com­missario) Come si sente lei, signor commissario?

Il Commissario                - (turbato da ciò che ha udito) Come dovrei sentirmi?

Adolfo                             - (al giudice) E lei, signor giudice?

Il Giudice                        - (china il capo e non risponde).

Adolfo                             - (al commissario) Fumerei volentieri una sigaretta se non fosse contro il regolamento.

Il Commissario                - (gli porge una sigaretta e gliela accende).

Adolfo                             - Grazie. Sono le undici, signor giudice. A mezzanotte in punto toglierò il disturbo.

Il Giudice                        - (un po' trasognato) Ne parli come se ne fossi matematicamente certo.

Adolfo                             - Ne sono matematicamente certo. (Al commissario) E non penso ad una evasione. Anche lei ha una fantasia modesta. Una fantasia elemen­tare. (Al giudice) A me interessa che lei non perda una parola di ciò che ho detto e di ciò che dirò.

Il Giudice                        - Non la perdo.

Adolfo                             - Tra un'ora dovrà ricordarsele tutte. Una ad una. E non attraverso l'incisione.

Il Giudice                        - (piano) Come te n'andrai?

Adolfo                             - Potrà sembrarle strano, ma non lo so. So soltanto che me n'andrò. Il modo non è mai eguale per tutti. E ognuno lo esperimenta in forme diverse ad ogni uscita.

Il Giudice                        - (dopo una breve pausa) Tu sei già « uscito » altre volte?

Adolfo                             - Sì, parecchie volte. E' la cosa più bella del mondo. Non ci sono parole per descrivere ciò che si prova. Provi ad immaginare di essere... No. Non è possibile. (Breve pausa) Mi devo sforzare di farlo capire. Deve almeno intuire ciò che vo­glio dire. Immagini di poter volare da desto come vola quando sogna. Penso che sarà capitato anche a lei di sognare qualcosa di simile. Moltiplichi la stessa sensazione per un numero infinito di volte. Si avvicinerà all'emozione che sì prova quando l'uscita è prossima.

Il Commissario                - (duro) Perché non dici, in­vece, dove possiamo trovare quel tuo professor Motke?

Adolfo                             - Motke non è il suo vero cognome.

Il Commissario                - Quali sono le sue precise ge­neralità?

Adolfo                             - Non le conosco.

Il Commissario                - Non conosci neanche uno degli indirizzi dove lo hai incontrato?

Adolfo                             - No. Non m'interessavano.

Il Commissario                - (al giudice) Lei non può pren­derlo sul serio. Lei non può prendere sul serio quanto ci sta raccontando.

Adolfo                             - (al commissario) lo non lo racconto a lei.

Il Commissario                - Non m'importa niente di quello che vuoi e che fai.

Adolfo                             - Perché grida?

Il Commissario                - Perché sei un assassino, perché hai ucciso tuo padre e vuoi prenderci in giro con le tue favole...

Il Cancelliere                   - Il nuovo nastro è a posto.

Adolfo                             - (al commissario, con dolcezza) Comun­que non deve perdere la calma.

Il Giudice                        - (dopo una lunga pausa, indica il regi­stratore e poi ad Adolfo) Proseguiamo.

SECONDO TEMPO

Quadro primo

(Ancora lo studio di Adolfo. Sulla scena Adolfo, Walter e due ragazze.

Walter                              - L'idea è stata sua. Quando stamattina ha finito la lezione mi ha chiamato e mi ha detto: va' a vedere cosa combina quello là. A me i tuoi affari personali non interessano più neanche da lontano. Se ti avessi trovato qui dentro impiccato, mi sarei detto: bene, un altro fesso che si è tolto di mezzo.

Adolfo                             - E ora, visto che non mi avete trovato impiccato, levatevi dai piedi.

La prima Ragazza            - Non ci dai niente da bere?

Adolfo                             - No.

La prima Ragazza            - Potresti essere un po' meno villano. Una volta non lo eri. (Gli si avvicina) Io, invece, sono venuta per parlarti di Mara.

Adolfo                             - Che c'entra Mara?

La prima Ragazza            - E' una stupida quella ragazza.

Adolfo                             - Walter, portatele via.

La prima Ragazza            - Un momento. Portatele via: ma che modi! (Alla seconda ragazza) Ci ha scam­biato per pacchi. O per valigie.

La seconda Ragazza        - Ancora un po' che bazzica Eugene...

La prima ragazza             - (fingendo meraviglia) Perché? Eugene?...

La seconda ragazza         - (prestandosi al gioco) Ma come? Non lo sai? Poverino. Scambia per pacchi tutte le donne. Tutte, dico, capisci? Dalle neonate alle vegliarde.

La prima Ragazza            - Guarda, guarda... e tu pensi che(indica Adolfo) quello, sì, insomma, anche lui possa... Oh! No. Un fusto come lui, no.

La seconda Ragazza        - Io non dico niente. Certo che se fossi sua madre o suo padre comincerei a preoccuparmi.

Adolfo                             - (in piedi, livido) Basta, ora!

La prima Ragazza            - Smettila di fare il gradasso. Hai aperto bene le orecchie? Lo hai ascoltato il nostro discorsino? Bene. Da domattina ti fischie-ranno le orecchie anche se te le tapperai. Lo ri­peteremo a tutti quelli che conosci e ti conoscono e anche agli altri. Ci faremo sentire perfino dai professori.

Adolfo                             - (torna a sedere, con voce diversa) Che cosa volete da me?

La prima Ragazza            - Ecco come si parla. Con quel tono. Voglio dirti una cosa. Tu non conosci Mara come la conosco io. E' una bambina. Anche se l'hai chiamata così, l'altro giorno quando è venuta qui. Me lo ha detto lei. Tu non sai cosa possono combinare le bambine quando sono come lei e si trovano nel suo stato d'animo.

 

Adolfo                             - Io non le ho fatto niente.

La seconda Ragazza        - Scusa se mi intrometto. Non puoi dire di non averle fatto niente. Le hai fatto la corte e le hai scritto perfino delle lettere.

Adolfo                             - Ragazzate. Sta a vedere che l'ho svergi­nata con un paio di lettere..

La seconda Ragazza        - Non essere volgare quando non ce n'è bisogno.

La prima Ragazza            - Sei diventato leggermente ri­pugnante, Adolfo. 0 forse lo sei sempre stato e non me ne sono mai accorta.

La seconda Ragazza        - Comunque, ci sono molti modi di fare ad una ragazza quello che hai detto. Molti. Lei è un tipo speciale. Ci sta facendo una malattia.

Adolfo                             - Io non capisco niente di quello che dite. Non è accaduto nulla, ma proprio nulla, tra noi due. Se è una pazza che cosa posso farci?

La seconda Ragazza        - Non è una pazza. E' una stupida, come ha già detto lei. (Indica la prima ragazza) Una povera stupida. Non è colpa sua, d'accordo, ma lo è.

La prima Ragazza            - E' nata nell'epoca sbagliata.

Adolfo                             - Non m'interessa niente di lei. Potete dirglielo. (A Walter) Hai mai sentito qualcosa di così ridicolo?

Walter                              - (serio) Sì.

Adolfo                             - (alle due ragazze) Statemi bene a sentire... (S'interrompe perché si apre la porta. Eugene entra. Quando vede gli altri giovani ha un moto di disappunto).

La prima Ragazza            - Eccolo qui, il nostro. (Gli si avvicina) Sei ancor più dimagrito dall'ultima volta che ti ho visto.

La seconda Ragazza        - Non sei mai stato una gran bellezza, ma ora fai spavento.

La prima ragazza             - (ad Eugene, indicandogli Adolfo) Che cosa gli hai combinato?

Eugene                            - Io che c'entro?

La seconda Ragazza        - Qualcuno insinua che fate all'amore, voi due.

Eugene                            - Adolfo...

Adolfo                             - Rispondile che sono affari nostri.

La seconda Ragazza        - Bravi! (Con comica gravità) Gli imputati non negano di camminare sull'altro marciapiede.

Walter                              - State esagerando, ragazze.

Eugene                            - (con voce ironica, stridula) Diglielo, Walter. Mi stanno facendo sentir male.

La seconda Ragazza        - Ma se sei appena arrivato. Dio, come sei fragile, bello di mamma. (Lo prende per mano per accompagnarlo a sedere. Ritrae la mano) Hai la mano bagnata di sudore.

Walter                              - Forse sta male davvero.

Eugene                            - (si siede) Sono stanco. Mi sento benis­simo, ma sono stanco. Ho fatto una lunga passeg­giata a piedi.

La prima ragazza             - (alla seconda, indicando Adolfo e Eugene) Ehi? Ce li vedi quei due giocare ai car­bonari?

La seconda Ragazza        - Mah! Ti dirò. Silvio Pellico doveva essere un tipo come lui. (Indica Eugene) Una ragazzina in pantaloni.

Adolfo                             - (ai tre) Adesso avete veduto, avete detto tutto ciò che volevate dire. Andatevene. (A Walter) Di' al professor Dezin che vada all'inferno. (Alle due ragazze) E voi due non andate in giro a rac­contare sciocchezze.

La seconda Ragazza        - Che sciocchezze, caro?

Adolfo                             - Santo Iddio, Walter, è un incubo sen­tire ancora le vostre voci. Perché non ve n'andate?

Eugene                            - Falli andare via... te ne prego... falli andare via. Ero venuto qui per stare un po' in pace, per non vedere nessuno, (leggermente sva­nito, distante) ho bisogno di starmene un po' ad occhi chiusi, sto male, molto male (lamentoso) non m'importa niente di tutto quello che dite, cose - vero, Adolfo? - soltanto cose, un giorno non ci sarete più e potrò andare dove voglio senza incontrarvi, un giorno via tutti, il mondo pulito, bello, senza cose e senza animali, piccole cose, piccoli animali, se ne sono andati, Adolfo?

Adolfo                             - (è corso accanto a Eugene, ora lo scuote) Che cosa stai dicendo? Che cosa ti ha preso?

Eugene                            - Non farmi male anche tu. Non strin­gere. Mi soffochi.

Walter                              - (intenso, a Adolfo) Lascialo stare. Sta male davvero.

La seconda ragazza         - (vicina a Eugene, lo osserva a lungo) Walter...

Walter                              - Sì...

La seconda Ragazza        - Guardagli gli occhi. Le mani bagnate. Per quel poco che ne so, Eugene è dro­gato... (Sta per chinarsi ancor più su di lui, ma Adolfo l'afferra per un braccio e l'allontana).

Adolfo                             - (fuori di sé) Andatevene... andatevene... via... (/ tre giovani, sopraffatti dalla violenza che sentono nella voce di Adolfo, indietreggiano).

Quadro secondo

(La stessa scena del I quadro. Lo spaccato dello studio, però, si è ampliato e ora si vede anche il letto di Adolfo. Su di esso è steso Eugene. Adolfo sta rinchiudendo la porta alle spalle della madre).

Adolfo                             - Se avrò ancora bisogno di te ti chia­merò, mamma. (Si avvicina al letto. Siede accanto a Eugene su uno sgabello. Lunga pausa).

Eugene                            - Mi avevano innervosito. Mi sentivo il sangue alla testa. Ora sto meglio.

Adolfo                             - (piano) Sei troppo imprudente, Eugene. Ti stavi per tradire.

Eugene                            - Non dirlo a lui. Non dirglielo.

Adolfo                             - Non glielo dirò.

Eugene                            - (tormentato) Come posso esserne si­curo? E' accaduto altre volte, di'?

Adolfo                             - Altre volte.

Eugene                            - Se lui viene a saperlo, per me è finita. Non deve saperlo. Tu tacerai. (Con energia insospet­tata) Se non tacerai io inventerò su di te cose orribili. Sarà finita per me, ma anche per te.

Adolfo                             - Non ti agitare. Non dirò nulla.

Eugene                            - Abbi pietà di me. Farò tutto quello che vorrai. Tutto, Adolfo, carissimo Adolfo, tutto. Vie­nimi un po' più vicino. Dammi un po' del tuo calore.

Adolfo                             - Ecco. Ti sono vicino.

Eugene                            - Ancora più vicino.

Adolfo                             - Così?

Eugene                            - Così. Le tue mani. Come sono calde. Devo sempre ricordarmi che ci spiano. Dobbiamo imparare a controllarci, a controllare ogni nostra parola, ogni nostro gesto. Non possiamo fidarci di nessuno. Fino a quando non saremo un grande esercito dobbiamo non esistere per gli altri. Ma tu hai già imparato. Io no. Io non ancora. Qual­che volta, anche in mezzo alla gente, mi pare di essere solo. Non vedo nessuno attorno a me. Mi sento in mezzo a cascate di luce e sono alto, alto... Ma tu non devi ancora sapere questo.

Adolfo                             - Io voglio sapere tutto. Sono vicino alla prova, Eugene,

Eugene                            - Ma non posso parlare. (Breve pausa) Molte volte mi sembra di morire.

Adolfo                             - Tu la prova l'hai superata.

Eugene                            - Puoi ricadere tra le cose in qualsiasi momento. Loro possono ricacciarti indietro quan­do vogliono. Devi imparare adesso a stringere i denti. Non devi dire ciò che pensi, ciò che senti. Nascondi tutto. Comportati come sai che loro si aspettano da te. Dopo, dopo sarà un'altra cosa.

Adolfo                             - Dopo, quando? Dopo la prova?

Eugene                            - Oh! No. Dopo la prova sarà mille volte peggio di adesso. Dopo: quando non ci sarà più bisogno di nasconderci. (Breve pausa) Ora che ti conosco meglio, mi rincresce per te.

Adolfo                             - Perché ti rincresce?

Eugene                            - Non avrei dovuto... Ma eri così tran­quillo tu.

Adolfo                             - (dopo una pausa) Mi fai male alle mani.

Eugene                            - Mi pareva di odiarti per la tua tran­quillità. Ti prego. Ridammi le mani. Ora siamo tutti e due sulla stessa barca. No. Ancora non del tutto. Non hai idea di quanto sia doloroso. Qual­cosa che è la tua stessa vita e tu devi strappar­tela, altrimenti non sarai mai libero. Questa è la prova. Loro sanno già di te. Sanno già che cosa ti tiene legato.

Adolfo                             - Avevo capito che si trattava di questo. Ma non so trovare niente dentro di me che debba strappare, gettare via.

Eugene                            - Perché si nasconde. Lo hai nascosto così profondamente che non ne avverti neppure l'esistenza, ma quando te lo diranno lo vedrai chiaramente e saprai che loro non sbagliano mai. E ti scoppierà la testa per quello che dovrai fare. Devi prepararti ora se non vuoi fallire. E tu vuoi riuscire, non è vero? Noi due resteremo sempre assieme. Dimmelo, Adolfo. Te ne prego.

Adolfo                             - Io mi sto preparando.

Eugene                            - Siamo circondati da macerie. Dobbia­mo diventare subito un grande esercito e comin­ciare a costruire se non vogliamo essere inghiot­titi. Posso dirti una cosa se mi prometti di non parlarne con il professor Motke.

Adolfo                             - Te lo prometto.

Eugene                            - (piano) Noi non avremo bisogno di astronavi. (Spaventato) Giurami che non mi tra­dirai. Sono veramente pazzo a fidarmi tanto di te.

Adolfo                             - (lo accarezza) Io ti voglio bene, lo sai. Puoi fidarti di me come di te stesso.

Eugene                            - Accarezzami. Così. Piano.

Adolfo                             - Perché non avremo bisogno di astro­navi?

Eugene                            - Astronavi?

Adolfo                             - Eugene, Eugene caro, voglio sapere qual è stata la tua prova.

Eugene                            - (con uno scatto, in un'impeto di energia che si spegne subito) Hai detto di volermi bene... Sporco bugiardo. Traditore. (Ricade. Pia­gnucoloso) Non è permesso parlare della prova. E' proibito. Non devi chiedermi di sapere questo.

Adolfo                             - E' stata molto difficile?

Eugene                            - (dopo una pausa) Difficile, hai detto?... Non voglio ricordarla. Non voglio. (Da questo mo­mento in poi Adolfo non vedrà il seguito del qua­dro che è vissuto da Eugene. Questi si alza mentre la scena si illumina. A destra una viuzza di mon­tagna che sale e su un piccolo spiazzo, un tumulo. Eugene raggiunge quest'ultimo e come se com­pisse un'azione che ha fatto un milione di volte, cerca affannosamente di trasformarlo in qualcos'al­tro, in qualcosa che non rassomigli più. a una tomba. Entra il cacciatore vestito di bianco).

Il Cacciatore                    - (festoso) Buongiorno. (Si guarda attorno) Una fatica che valeva la pena di fare. E' bellissimo quassù. Uno splendido panorama. (Indica il tumulo) Ma lei che cosa sta facendo? Che cosa è quello?

Eugene                            - (spaventato, finge di non capire) Che cosa?

Il Cacciatore                    - Il mucchio di terra che ha da­vanti. Sembra un tumulo.

Eugene                            - Questo? No. Sì. E' un tumulo.

Il Cacciatore                    - Accidenti. Chi ha sotterrato?

Eugene                            - Il mio cane.

Il Cacciatore                    - Ed è venuto fin quassù per sot­terrarlo?

Eugene                            - E' morto qui. Poco fa. Gli piaceva que­sto posto. Ci venivamo spesso.

Il Cacciatore                    - Non se la prenda troppo per la morte di un cane, via! Non crederà mica alla sto­ria del cane amico dell'uomo! Io sono un caccia­tore, come vede. Ebbene, sa che cosa le dico? Quando inventeranno qualcosa che sostituisca i cani io ne sarò felicissimo.

Eugene                            - E' sicuro di quanto dice?

Il Cacciatore                    - Sicurissimo. Il cane le è amico fino a quando lei gli dà da mangiare, poi addio e sta bene. Chi lo ha visto lo ha visto. Un po' come gli uomini.

Eugene                            - Lei lo dice per consolarmi.

Il Cacciatore                    - Affatto. Vuole un po' di cognac?

Eugene                            - Sì. Grazie.

Il Cacciatore                    - (porgendogli la borraccia) Beva direttamente dalla borraccia. (Mentre Eugene be­ve) Comunque la capisco. Anch'io ho avuto un cane, a suo tempo, il miglior cane da caccia che sia mai esistito. Si chiamava Fedro. Nome buffo per un cane. Il suo come si chiamava?

Eugene                            - (restituendogli la borraccia) Il mio, che cosa?

Il Cacciatore                    - Il suo cane.

Eugene                            - Non lo so. Non ricordo, Si chiamava Bobi.

Il Cacciatore                    - Un nome come un altro. Sa se c'è della selvaggina qui in giro?

Eugene                            - No. Non lo so.

Il Cacciatore                    - Beva ancora un po' di cognac. Le farà bene. (Eugenio beve. Riprendendosi la bor­raccia) Se la morte di un cane l'ha colpita fino a questo punto, lei deve essere un ipersensibile. Mi fa quasi pena. Be'! Arrivederci... (Il cacciatore vestito di bianco si allontana. Eugene si asciuga il sudore e china il capo tra le mani. Ritorna il cacciatore con altri quattro cacciatori, tutti vestiti di bianco come il primo. I cinque gli si fanno at­torno).

Il prtmo Cacciatore         - (agli altri) Non ci credevate. Eccolo. Sta piangendo perché gli è morto il cane.

Eugene                            - (di scatto) Non piango.

Il secondo Cacciatore      - Può piangere quanto vuo­le. Noi comprendiamo benissimo.

Il terzo Cacciatore           - Di che colore aveva i capelli il suo cane?

Eugene                            - Neri. Erano neri.

Il terzo Cacciatore           - Magari crespi. O ondulati. Non mi sono mai piaciuti i cani dai capelli neri.

Il quarto Cacciatore         - E la pelle? Come aveva la pelle?

Eugene                            - Rosa. Era molto giovane. Un bambino.

Il quinto Cacciatore         - Ora capisco il suo dolore. Quando muore un cane giovane, un bambino come dice lei, con i capelli neri e la pelle rosa, è sempre un dramma. E' atroce la morte dei bambini. E ci scommetto (a Eugene) che a lei piacciono.

Eugene                            - Sono la cosa più bella che esiste al mon­do. Come raggi di sole all'alba.

Il primo Cacciatore          - Aveva già tutti i denti?

Eugene                            - Oh! Dio! Questo non lo so.

Il secondo Cacciatore      - Era un cane che studiava?

Eugene                            - Non credo. Non aveva ancora l'età della scuola.

Il primo Cacciatore          - Ma dica un po' la verità: era proprio suo quel cane?

Eugene                            - Sicuro.

Il primo Cacciatore          - Mi sembra così esitante. La proprietà dà sempre sicurezza. Invece lei, mah!, se dice che il cane era suo sarà così senz'altro.

Il secondo Cacciatore      - Si fa presto a saperlo. Ha la medaglietta?

Eugene                            - La medaglietta? No.

Il secondo Cacciatore      - Possibile? Non vorrà mica dire che l'ha sotterrata assieme al cane?

Eugene                            - E' così. L'ho sotterrata assieme al cane.

Il primo Cacciatore          - Finirò per non capirci più nulla in questa storia.

Il terzo Cacciatore           - (ad Eugene) Ha rinunciato a qualsiasi ricordo di lui.

Eugene                            - Sì.

Il secondo Cacciatore      - Almeno i vestiti poteva levarglieli. Ci sono tanti bambini che hanno biso­gno di tutto a questo mondo.

Il primo Cacciatore          - Io continuo a dubitare che fosse il suo. Magari lo ha incontrato per caso e adesso viene a dirci che gli apparteneva. .

Il secondo Cacciatore      - Ma a te che importa, dopo­tutto?

Il primo Cacciatore          - Ammettiamo per un istante che il cane non appartenesse a questo giovanotto e che egli lo abbia incontrato per caso. Lo incontra e chissà per quale ragione lo uccide. Ecco spiegato perché lo sotterra in fretta, senza spogliarlo e senza serbare di lui alcun ricordo.

Il secondo Cacciatore      - Andiamo! Come può un uomo incontrare un bambino e ucciderlo, così, senza motivo?

Il primo Cacciatore          - Motivi possono essercene a migliaia. Ce ne possono essere più di quanti servono. (Sì china su Eugene) Giovanotto, ci sono certe forme di libidine...

Eugene                            - No. Questo no. Io sono normalissimo. Potete chiederlo a chi volete. Potete sottopormi a tutte le prove che volete. Non ho mai pensato...

Il primo Cacciatore          - Però, poco fa, ha detto che i bambini sono i raggi del sole all'alba.

Eugene                            - Che cosa vuol dire? Sono rimasto orfa­no assai presto e sono cresciuto solo. Il secondo Cacciatore                            - (al primo cacciatore) E' ragionevole quello che dice. E' cresciuto deside­rando un fratello, oppure di giocare con altri bam­bini e non gli è stato permesso neanche questo.

Il primo Cacciatore          - Io non credo a queste bub­bole.

Il secondo Cacciatore      - Quando gli è morto il cane deve avere perduto la testa. Forse era il primo che aveva. Noi ragioniamo a mente fredda, a noi, tutto sommato, non importa nulla di quanto gli è acca­duto, ma lui c'è dentro,..

Il primo Cacciatore          - Potrebbe avere rubato il cane. In questo caso lo sapremo perché il proprie­tario lo cercherà.

Il terzo Cacciatore           - (a Eugene) Giovanotto, mi auguro che lei non abbia fatto nulla di simile. E' la peggior cosa rubare il cane degli altri. Tanto più se è un bambino.

Il secondo Cacciatore      - Non siate così maledetta­mente duri. Se il cane non fosse stato suo perché avrebbe dovuto prendersela tanto a cuore?

Il primo Cacciatore          - Be'! poteva essere il cane di un suo vicino di casa. (A Eugene) Ci sono. Era un cane che abbaiava troppo e le dava fastidio. Lei lo ha preso, lo ha condotto qui, e...

Eugene                            - (interrompendolo) No. Non è così. No conoscevo nemmeno. Voglio dire... non lo avevo mai veduto prima d'oggi quel bambino.

primo Cacciatore             - Straordinario. Era morente quando lo ha trovato?

Eugene                            - No. Sì.

Il primo Cacciatore          - No o sì?

Eugene                            - Sì. Era morente. Io stavo risalendo il sentiero...

 

Il primo Cacciatore          - Perché?

Eugene                            - Ci vengo spesso qui.

Il primo Cacciatore          - Allora?

Eugene                            - Camminavo, quando vedo il cane. Io sapevo che avrei dovuto incontrarlo, ma speravo ar­dentemente che non avvenisse oggi. Domani, mi dicevo, domani sarò più preparato.

Il primo Cacciatore          - Non capisco. Lei sapeva che avrebbe dovuto incontrare un cane e che questo cane sarebbe morto?

Eugene                            - (dopo una pausa) Non mi faccia tante domande. Non le sopporto. Non le sopporto più.

Il primo Cacciatore          - A questa deve rispondere. Perché doveva morire?

Eugene                            - Lui non lo sapeva. Saltellava qui attorno e raccoglieva fiori. Poi cominciava a diventare pal­lido, a sudare, tentava di gridare ma non riusciva I e, finalmente, cadde a terra, senza far rumore. Allora, allora l'ho sotterrato.

Il primo Cacciatore          - Senza neanche accertarsi I che fosse morto davvero?

Eugene                            - Era morto. Di questo sono certo.

Il secondo Cacciatore      - (al primo cacciatore) Io non capisco la tua mania di complicare le cose. Che cosa è accaduto, dunque? E' accaduto che questo giovane ha incontrato un cane morente e che quando è morto lo ha sotterrato.

Il primo Cacciatore          - Sarà. Ma ci sono troppe contraddizioni in quello che racconta.

Il terzo Cacciatore           - E' meglio che ce n'andiamo, Stiamo perdendo un sacco di tempo. Caro giovanotto, si faccia animo. Ha tutta la mia simpatia. Le dirò di più. L'ammiro per avere sotterrato subito quella bestia. Le carogne puzzano maledettamente. Arrivederci. (I cacciatori salutano ed escono. Luce come all'inizio. Eugene torna a sdraiarsi sul letto).

Adolfo                             - Mi era sembrato che avessi perduto i J sensi. Eri diventato così freddo!

Eugene                            - Non mi chiedere mai nulla. Nulla. Nulla,

Adolfo                             - Riposati, ora.

Quadro terzo

Il buio che divide questo quadro dal precedente dura appena qualche secondo. I quadri che segui- ranno: Il III, il IV e il V, sono collegati dai brevissimi attimi di pausa che li dividono e perché, possibilmente, le azioni devono svolgersi su piani diversi della scena. (La scena del quadro III è la stessa del II: Eugene è nuovamente steso sul letto e Adolfo è chino su j di lui).

Adolfo                             - Perché hai gridato, Eugene?

Eugene                            - Ho gridato? Non ricordo. Mi sono addormentato.

Adolfo                             - Hai bisogno di qualcosa?

Eugene                            - No. Grazie. Tu non sei ancora entrato. Non puoi sapere. Una volta entrato non vorresti più uscire. Vorresti rimanere per sempre. Non è giusto che ti richiamino. Mi sento soffocare. Mi manca l'aria.

Adolfo                             - Un giorno ci rimarremo per sempre.

Eugene                            - Ma io voglio adesso. Subito. (Spaventato) Non posso più rimanere qui. Devo andar­mene. Glielo dirò. Soltanto Motke ha la chiave.

Adolfo                             - Perché non gliela rubi? Ce n'andremo assieme.

Eugene                            - (dopo una pausa) Se quelle ragazze tor­nassero.

Adolfo                             - Non torneranno. Non oggi, almeno.

Eugene                            - Ti hanno parlato di lei...

Adolfo                             - Di chi?

Eugene                            - Mara.

Adolfo                             - Sì.

Eugene                            - Non devi pensare più a lei. Apri un po' la finestra. Ti prego. (Adolfo esegue. Eugene si alza e lentamente raggiunge la finestra. Dopo una pau­sa) Adolfo! (Con voce bassa) Se le vuoi bene non pensarci più. Cancellala dalla tua mente. Se do­vessi ucciderla perché le vuoi bene...

Adolfo                             - Perché dovrei ucciderla?

Eugene                            - (continuando il discorso, senza ascoltarlo) Se loro vengono a sapere che tu le vuoi bene... (Si volta di scatto) Accidenti a te! Non mi fare par­lare della mia prova! Mai, mai, mai...

Quadro quarto

(Adolfo, il padre e la madre. Bisogna rendere evi­dente il fatto che i genitori e Adolfo parlano lingue diverse. Le battute della madre possono essere so­stituite, ad esempio, da una musica elettronica tre­molante, irritante; quelle del padre da una musica elettronica più sostenuta).

Adolfo                             - (al padre) Che cosa vuoi da me, insom­ma?

Il Padre                            - (musica come abbiamo detto).

La Madre                         - (c.s.)

Adolfo                             - Anche a te lo dico.

La Madre                         - (c.s.)

Adolfo                             - Niente. Ti dico che non capisco più niente di quello che dici. Chiacchiere. Chiacchiere vuote. Suoni senza senso.

Il Padre                            - (c.s.)

Adolfo                             - (al padre) Anche le tue parole sono sol­tanto suoni. No. Non è una crisi giovanile, come pensi tu. Ma come potresti capire? Ti sei mai oc­cupato di me? Oh! Certo. Te ne sei occupato per rendermi tutto più facile, un padre esemplare, ma io non avevo bisogno di un padre esemplare, avevo bisogno di un nemico con il quale misurarmi, per strappargli i segreti, per conoscere attraverso lui quello che volevo, che voglio conoscere. Quante volte mi è sembrato di essere arrivato e quante volte mi hai umiliato. Che cosa mi hai dato in cambio di ciò che mi hai tolto? In che cosa credi che posso credere anch'io? Che diritto hai su di me? Sto nascendo per la seconda volta. E questa è una nascita più vera della prima perché io la vivo e perché io la voglio così com'è.

La Madre                         - (c.s.)

Adolfo                             - Non m'interrompere. (Al padre) Poiché sei stato tu a cominciare voglio dirti che c'è stato un momento nel quale ti ho disprezzato. Quando ho compreso quale occasione gli uomini come te hanno perduto e hanno fatto perdere. Adesso non ti disprezzo più. Adesso mi sei indifferente. Non potevi fare altrimenti. Non potevate fare altri­menti.

La Madre                         - (c.s.)

Adolfo                             - Tu capiresti meno di chiunque. Meno ancora di papà. (A tutti e due) L'avete voluto voi. Io non avrei mai parlato di queste cose. Ora, vi prego, andatevene di là a raccontarvi le vostre fa­vole. Io non ho più l'età di starle a sentire...

Quadro quinto

(Spaccato di un bar. Mara ad un tavolino. Entra Adolfo e le si avvicina).

Adolfo                             - Eccomi qui, davanti a te. Tutto intero.

Mara                                - Ti ringrazio di essere venuto.

Adolfo                             - Non sono venuto per farti piacere, ma per dirti di smetterla.

Mara                                - Mi giudichi troppo stupida per te, non è vero?

Adolfo                             - Non stupida. Attaccaticcia. Una carta moschicida. Credevo che l'altro giorno, in casa mia, tu avessi capito e invece no. Mi hai mandato le truppe...

Mara                                - Che truppe?

Adolfo                             - Walter e quelle due sciocche.

Mara                                - Non le ho mandate io.

Adolfo                             - Prendiamo un caffè.

Mara                                - Aspetta un minuto. (Brevissima pausa) E' possibile che io sia una stupida. Ma ti sbagli se mi giudichi dagli anni che ho. Non sei il solo ra­gazzo che conosco. Con te, però, è diverso. Mi pare di averti sempre conosciuto. Io amerò una sola volta, Adolfo.

Adolfo                             - Te lo verrò a chiedere tra una ventina di anni quando sarai una grassa e tranquilla si­gnora, madre di cinque o sei bambini.

Mara                                - Non riesci ad offendermi. Io sento che non sei tu che parli così, lo sento tanto che non mi vergogno di correrti dietro, di dirti quello che ti dico. Così come da te sarei pronta ad accettare tutto, così, finalmente, ho capito che di me non c'è nulla di cui mi debba vergognare. Non siamo degli estranei l'uno all'altra. (Breve pausa) Adolfo, l'ho compreso troppo tardi.

Adolfo                             - Più niente da fare, allora.

Mara                                - (breve pausa) Adolfo, ho paura per te.

Adolfo                             - Per me?

Mara                                - Sì. Per te. Lasciami dire. (Gli posa una mano sul braccio) Ho sentito di giovani che... Non so neanch'io perché ho paura.

Adolfo                             - Tu devi avere paura soltanto per te. (Si libera il braccio) E devi ringraziare il tuo Dio, se ne hai uno, che io non sono stato al gioco. Perché avrei potuto starci, venire a letto con te tutte le volte che volevo e poi mandarti all'inferno. Non l'ho fatto. Esci da quest'avventura, che ti sei vo­luta tu, vergine come ti ha fatto mamma. Di me non ti preoccupare. Non corro alcun pericolo. Ed ora mi hai stancato. Alzati e taglia la corda. (Mara, in silenzio, si alza ed esce. Si imbatte in Eugene che sta arrivando. Eugene si porta vicino ad Adolfo. E' irritato).

Eugene                            - Mi avevi dato la tua parola...

Adolfo                             - Come hai fatto a sapere che ero qui?

Eugene                            - Ti ho spiato. Se vuoi saperlo. E' da molti giorni che ti spio. Mi avevi giurato che non l'avresti più rivista.

Adolfo                             - Siediti e non fare storie.

Eugene                            - (siede) Io lo faccio per lei e per te. E anche per me.

Adolfo                             - Ti senti nuovamente male.

Eugene                            - Non molto.

Adolfo                             - Se tu mi avessi telefonato sarei venuto a trovarti.

Eugene                            - Avevo voglia di uscire. Volevo sapere...

Adolfo                             - Cameriere!

Il Cameriere                     - Eccomi, signore.

Adolfo                             - Due cognac.

Il Cameriere                     - Subito, signore. (Si allontana).

Adolfo                             - (a Eugene) Dovresti andare da un me­dico. Non puoi continuare così.

Eugene                            - Impossibile. Non potrò mai andare da un medico.

Adolfo                             - Perché?

Eugene                            - Lo saprai anche tu. Presto. (Angosciato) Adolfo, è più dura di quanto avessi previsto. (Breve pausa) Quando anche tu avrai superato la prova ce ne andremo. C'è un mucchio di posti, oggi, nel mondo dove possiamo andare. Il professre Motke mi ha detto che molti dei nostri sono già nel Con­go. Altri nel Sud Africa. Ma ce ne sono anche in Florida. Un po' dappertutto. (Il cameriere depone i due bicchieri sul tavolo e si allontana).

Adolfo                             - Bevi, ora.

Eugene                            - Non posso più restare qui.

Adolfo                             - Bevi. (Eugene si guarda attorno spaven­tato, come se avvertisse la presenza dei suoi per­secutori, invisibili agli altri, poi beve. Entra il pri­mo cacciatore. Fa un amichevole cenno di saluto a Eugene. Si ferma ad osservarlo).

Eugene                            - (terrorizzato) Adolfo!

Adolfo                             - Vuoi che usciamo di qui?

Eugene                            - (piano, guardando il cacciatore) No. Or­mai non possiamo più. Abbi pazienza. (Mentre il cacciatore si avvicina ad Eugene, Adolfo rimane immobile. Per dare il senso dell'irrealtà della scena nello stesso momento si potrebbe interrompere un'eventuale musica di sottofondo che si immagina proveniente dal juke-box del bar. Il cacciatore sie­de accanto a Eugene).

Il Cacciatore                    - Che bella sorpresa! Chi si aspet­tava di trovarla qui. Spero che non se la sia presa con me per quanto ho detto l'ultima volta che ci siamo incontrati. Lei deve sapere che ho un carat­tere molto sospettoso. Quando ero piccolo volevo fare il poliziotto. Un'idea un po' stramba. Non è vero? Ma lei è triste. E' ancora addolorato per il cane, ci scommetto. Mi rincresce di avere sospet­tato di lei. Si vede che lei è un giovane sensibilis­simo. Soffrire tanto per la morte di un cane che, in fondo, conosceva appena. Ma, forse, la capisco, lei non soffre tanto per il cane, per quel cane, quanto per la morte in sé, questa fine spaventosa, questo nulla a cui siamo condannati. La capisco, eccome la capisco. Non si lasci ingannare dal fatto che vado sempre a caccia. Io penso. Ho scoperto anch'io che attraverso ognuno di noi, attraverso ogni essere vivente, passa l'asse dell'universo e che quando uno di noi, una qualsiasi creatura muore, è l'universo che muore con lui. Rimangono gli al­tri, è vero, ma quell'universo è morto. Irrimedia­bilmente finito. Deve farsi coraggio. E' ineluttabile.

Eugene                            - Io la ringrazio. Ma ora il mio amico ed io dobbiamo andare.

Il Cacciatore                    - Rimanga ancora un poco. Non le ho detto tutto.

Eugene                            - Che cosa ha da dirmi ancora?

Il Cacciatore                    - Ricorda quei miei amici cacciatori?

Eugene                            - Sì. Certo.

Il Cacciatore                    - Ebbene, abbiamo parlato a lungo di lei, della sua tristezza, del suo dolore. Le stiamo preparando una sorpresa.

Eugene                            - Quale sorpresa?

Il Cacciatore                    - Non posso rivelargliela. Non sa­rebbe più una sorpresa.

Eugene                            - Per piacere, mi dica di che cosa si tratta.

Il Cacciatore                    - Non faccia così. Le dirò tutto a patto che lei non mi tradisca con i miei amici.

Eugene                            - Glielo giuro.

Il Cacciatore                    - (abbassa la voce) Quel povero cane bambino dai capelli neri e dalla pelle rosa, non può rimanere sepolto sul cocuzzolo di quella collina. Sole, neve, pioggia, vento. Quando sarà in­verno e lei sentirà infuriare la bufera, non potrà prendere sonno pensando a quel tumulo abban­donato.

Eugene                            - Allora?

Il Cacciatore                    - Ma stia calmo. I miei amici ed io abbiamo deciso di dissotterrare quel bambino e di farlo seppellire in un vero cimitero assieme agli altri morti. Sotto i cipressi.

Eugene                            - (si alza di scatto, pieno di angoscia) No. (Grida) No. No. (Adolfo accanto all'amico. Accorre il cameriere. Il cacciatore, nella confusione, si al­lontana).

Adolfo                                        - Eugene...

Eugene                            - Non devono, non devono farlo... lo impe­dirò.

Adolfo                             - Eugene...

Eugene                            - Vattene, Adolfo, vattene fino a quando hai tempo, fuggi, nasconditi... non voglio che an­che tu...

Il Cameriere                     - Si sente male il suo amico?

Adolfo                             - Non so. Ma ora ce n'andiamo. Un po' d'aria gli farà bene. Starà subito meglio. (Adolfo mette del denaro sul tavolino poi, sorreggendo Eu­gene, si avvia verso la porta).

Quadro sesto

(Ancora il professor Motke e Adolfo. Nessuna par­ticolare indicazione per la scena).

Motke                              - (continuando il discorso) Qual è la no­stra missione? Noi abbiamo il compito di difendere e conservare il nostro sistema sociale perché esso è il riflesso, la materializzazione, di un mondo infinitamente superiore. Spetta a noi farlo pro­gredire rapidamente e liberarlo dai suoi nemici. Una sola razza di uomini ha il diritto di vivere. Il resto dell'umanità ha il dovere di servire e solo fino a quando sarà necessario. Poiché sei alla vigilia della prova posso cominciare a rivelarti il grandioso progetto che siamo chiamati a realiz­zare. La società del futuro avrà al suo vertice gli uomini della razza superiore. Coloro che comuni­cheranno direttamente con i superiori. Apparterrà a questi uomini la dimensione dell'universo per­cettibile dai sensi e saranno accolti come fratelli dai superiori nell'altra dimensione. Al di sotto di essi saranno i destati. Una grande aristocrazia. Vi saranno poi i servi. E, infine, gli schiavi. Gli schiavi saranno privati della facoltà di procreare e della volontà individuale. Entro un breve periodo di tempo essi diventeranno inutili perché saranno sostituiti da macchine perfette. Poi sarà la volta dei servi. Anche essi finiranno per diventare inu­tili. La terra sarà quindi, un grande meraviglioso giardino. L'Eden perduto sarà finalmente ritrovato. (Motke volta le spalle a Adolfo. Immobile. Lunga pausa). Lo scontro decisivo è vicino. La guerra. L'arma atomica. Quando penso alla storia di quest'arma io mi convinco che quello del passato non fu un tentativo fallito. Fu la prima fase di attua­zione di un disegno troppo grandioso per essere compreso da coloro che la vissero, che ne furono protagonisti o la subirono. Se quel tentativo fosse riuscito il suo successo sarebbe stato limitato ad una sola parte del mondo e forse la sua durata sarebbe stata breve. Mentre gli avversari apparenti si combattevano e andavano intrecciando tra essi quei legami allora segreti, ignoti perfino agli ini­ziati, che oggi sono ben visibili e che li pongono sulla stessa linea da una parte all'altra del mon­do contro il vero e irriducibile loro nemico. Ma, forse, è troppo difficile per te che sei giovane, quanto ti sto dicendo.

Adolfo                             - (lento, serio) No. Io comprendo ciò che lei dice. E' come se dentro di me tutto si schia­risse un po' alla volta. (Si alza, anch'egli immobile) Io so adesso di essere nato all'inizio dei tempi. Io so, adesso, di possedere dentro di me l'infinito. Io so adesso che le mie sofferenze e le mie angosce sono provocate dagli ostacoli che m'impediscono di diventare me stesso e che questi ostacoli sono rappresentati dagli egoismi, dalle meschinità, dalla cattiveria dei piccoli uomini che mi attorniano. Io comprendo adesso la ragione della mia solitudine. io sono straniero in mezzo a questi piccoli uomini ed essi si frappongono tra me e i miei fratelli. Io non ho più paura di dire che devo distruggere tutto ciò che sta tra me come sono e come dovrò essere, com'è nella mia natura di essere.

Motke                              - Oggi inizierai la preparazione alla prova che ti attende.

Quadro settimo

(Un alto praticabile in mezzo alla scena di cui è il­luminata soltanto la piattaforma. Il resto della sce­na è al buio. Sul praticabile un divano di forma classica sul quale giace Adolfo che sta ridestandosi. Al suo fianco una giovane donna avvolta in veli. Sul fondo una gigantesca armatura).

La Donna                        - (china su Adolfo) Ti sei destato, final­mente.

Adolfo                             - (si rizza su un gomito, si guarda attorno) Dove sono?

La Donna                        - Dove ti era stato detto.

Adolfo                             - Chi sei?

La Donna                        - Guardami.

Adolfo                             - Non ti conosco.

La Donna                        - Dentro di te mi conosci. Mi hai già posseduta nei tuoi sogni.

Adolfo                             - E' vero.

La Donna                        - Io sono venuta spesso a trovarti quando il sonno apriva la tua mente. Ma adesso sono reale. (Gli accarezza la fronte) Io ti conosco bene. (Appassionata) Oh! Quando saprai da quan­to tempo ti attendo.

Adolfo                             - Anch'io ti ho sempre cercata.

La Donna                        - Le tue mani sono fresche e il tuo sor­riso giovane.

Adolfo                             - Tu sei bellissima.

La Donna                        - Come mi hai desiderata.

Adolfo                             - (si alza, la luce, lo abbaglia, la luce dà la sensazione dell'infinito) Che cosa c'è attorno a noi oltre questa luce?

La Donna                        - Ancora luce.

Adolfo                             - (vede l'armatura) Di chi è quell'arma­tura?

La Donna                        - Tua.

Adolfo                             - No. E' troppo grande per me.

La Donna                        - Tu ti misuri ancora con gli occhi della realtà da cui provieni.

Adolfo                             - Vuoi dire che se l'indossassi...

La Donna                        - Ti ho detto che è tua. (Adolfo si lascia andare sul letto, si nasconde il volto tra le mani) Se vuoi puoi provarla. Ti è consentito. (Adolfo si rialza esitante, si avvia verso l'armatura). (Musica elettronica in crescendo. Mediante un sipa­rietto l'armatura scompare, mentre la donna gui­da, per mano, Adolfo verso di essa. Anche la donna e Adolfo scompaiono. Istanti di vuoto sulla scena riempiti dalla musica in crescendo. Adolfo ricom­pare indossando un'armatura che, beninteso, è adatta alla sua reale altezza).

La Donna                        - Te l'avevo detto che è tua.

Adolfo                             - Ma allora...

La Donna                        - Questa è la verità di te stesso che do­vevi scoprire. L'hai scoperta.

Adolfo                             - Non avverto neppure il peso dell'arma­tura.

La Donna                        - Lo so. Eppure essa ti schiaccerebbe con il suo peso nella realtà da cui provieni.

Adolfo                             - (si muove per la scena, cautamente dappri­ma, poi sempre più sciolto, infine si ferma) At­torno a noi, hai detto, vi è soltanto luce.

La Donna                        - Soltanto luce.

Adolfo                             - Ma siamo soli.

La Donna                        - (soffocando un risolino) Non siamo soli. Tu ancora non puoi vedere i tuoi fratelli. Essi sono qui, attorno a te, attorno a noi.

Adolfo                             - Tu li vedi?

La Donna                        - Li vedo.

Adolfo                             - Quando potrò vederli anch'io?

La Donna                        - Quando tra loro e ciò che tu sei non vi sarà più alcun impedimento. (Gli si avvicina) Ora ti ricordi di me.

Il Cacciatore                    - Era diventato ciò che è nella radice della sua vita.

Eugene                            - Sì.

Il Cacciatore                    - Un'operazione dolorosa. (Pausa) Rifarebbe la prova se la minacciassero di non farla più tornare qui dove non ha paura e dove è un gigante?

Eugene                            - (agitato) Lei non ha alcun diritto di rivolgermi queste domande. Lei è troppo curioso.

Il Cacciatore                    - Insomma, tornerebbe o no su quel sentiero?

Eugene                            - Le ho detto di non farmi domande.

Il Cacciatore                    - Mi scusi. Sono troppo curioso, io. Gliel'ho detto, però, che è nel mio carattere e che quando ero giovane volevo diventare un poliziotto.

Eugene                            - Mi lasci solo.

Il Cacciatore                    - Subito. Ero venuto per dirle che i miei amici si danno da fare per quella sorpresa di cui le ho parlato. Il terreno, però, è duro. Male­dettamente duro. Si danno il turno a scavare ma, creda, è una fatica. Vedrà che anche lei sarà più contento quando lo seppelliremo in un cimitero vero, sotto i cipressi, tra gli altri morti a tenergli compagnia. E adesso la lascio solo, come vuole lei. Arrivederci. (Esce. Eugene tenta ripetutamente di alzarsi. Non vi riesce. Rimane immobile. Le luci, un poco alla volta, si oscurano).

Quadro nono

(Un cono di luce illumina Adolfo, immobile a de­stra della scena. Il professor Motke gli parla accanto, ma non viene veduto dal pubblico).

Motke                              - Questo è quanto ti chiediamo. Questa è la tua radice. Egli è dentro di te e tu non potrai mai liberartene se non a patto di ucciderlo. Ancheagli uomini che compirono il primo grande tenta­tivo furono chieste prove sovrumane. Fu chiesto ad essi di liberarsi dei sentimenti, di trasfor­marsi in spade, in incendi, nel caos. A noi j che impugneremo l'arma assoluta viene chiesto di più. A noi che siamo il presente infinito viene chie­sto dì diventare il nulla. Non potremo usare l'arma assoluta se il nulla non sarà dentro di noi. Gli uomini-cose e gli uomini-animali urleranno per l'angoscia e il dolore del loro annientamento, e noi non dovremo udirli. Le città di questi uomini ; diventeranno cimiteri e noi non dovremo vederle. Il nostro respiro dovrà essere regolare e la nostra voce tranquilla quando trasvoleremo sul grigio È deserto del mondo. Arrivederci tra un mese. (Luce nella camera da letto-studio di Adolfo. Il padre di Adolfo davanti al figlio).

Il Padre                            - Se t'interessa puoi partire anche domani.

Adolfo                             - Non ti ho seguito.

Il Padre                            - Benedetto ragazzo. Un mese di campa­gna. Ecco tutto. Ospite del dottor Venz. Ti ci tro­verai benissimo. Venz è un ottimo amico.

Adolfo                             - Perché pensi che abbia bisogno di campagna?

Il Padre                            - Non lo penso. Lo so. Lo vedo. Forse è stato un eccesso di studio o forse un'altra cosa.

Adolfo                             - (sinceramente convinto) Sì.

La Donna                        - Te l'ho letto negli occhi. (Lo abbrac­cia) Noi siamo l'amore. Togliti quest'armatura. (Mentre Adolfo sta per eseguire) No. Un istante solo. Così poi saremo ancor più amore. Vieni. (La donna conduce Adolfo sul ciglio della piattaforma) Guarda! (A destra s'illumina un secondo pratica­bile, ad un'altezza inferiore a quella del primo, sul quale, in scala ridotta, vi è l'interno della camera da letto, che fa anche da studio, di Adolfo. Questa immagine deve convincere Adolfo di essere un gi­gante) Quella è la realtà dalla quale provieni. (Si spegne subito la luce sul secondo praticabile di de­stra e qualche secondo dopo si spengono tutte le . luci in scena).

Quadro ottavo

(L'intervallo tra questo quadro e quello precedente è brevissimo. Luci sfumate e cangianti su un pra­ticabile a sinistra. Un divano accoglie Eugene. En­tra il primo cacciatore).

Il Cacciatore                    - Ci incontriamo nei luoghi più im­pensati, lei e io.

Eugene                            - Sì. E' vero.

Il Cacciatore                    - Sono contento che stavolta non l'ho spaventata.

Eugene                            - Quando sono qui nulla mi fa paura. Qui non esiste nulla all'infuori della luce. Dentro di me vi è la quiete.

Il Cacciatore                    - Tutto ti è stato rivelato. Questa è la quiete.

Eugene                            - La mia forza è grande.

Il Cacciatore                    - Infatti quasi non la riconoscevo più. Lei è un gigante. Per piacere non si alzi. Se si alza sarò io a spaventarmi. Il suo corpo sembra il tronco di una quercia. No, prego, non si alzi. Ri­manga dove si trova.

Eugene                            - Non mi alzerò. Non resisterebbe a ve­dermi.

Il Cacciatore                    - Grazie. (Dopo una pausa, con un tono insidioso) E' stata dura la prova. Non è vero?

Eugene                            - Sì, dura.

Il Cacciatore                    - La più dura che potessero inven­tare per lei. Lo so. Anch'io conosco il principio. Individuare ciò che è nella radice dell'individuo ed estirparlo. Una operazione dolorosissima. Mi parli di quel bambino.

Eugene                            - Lo incontrai un giorno che andavo su quella collina. Raccoglieva bacche. Lo incontrai altre volte. Feci amicizia con lui. Giocavamo spesso insieme, di nascosto perché io temevo che pensas­sero di me cose non vere. Tutti i giochi che non avevo fatto quando ero bambino, l'aria verde che non avevo mai respirato, le cose verdi che non avevo mai veduto, queste cose, su quella collina, lui e io. Anche lui non aveva fratelli. Ha veduto la casa dove abitava? Una cascina nella valle. Un giorno scopersi che quel bambino era...

Il Cacciatore                    - Non si affatichi a cercare le pa­role. Comprendo benissimo che cosa le accadde. Si affezionò a quel bambino.

Eugene                            - Non può immaginare quanto. Come se fossi stato suo fratello. 0 suo padre. Ma un po' di riposo lontano da noi e dalle tue so­lite cose, non potrà farti che bene.

Adolfo                             - Io non ho bisogno di riposo.

Il Padre                            - Non intendo importelo. Te lo consiglio. (Breve pausa) Anche per tua madre e per me. Dopo l'ultima discussione con te la mamma si è sentita male.

Adolfo                             - (freddamente) Se la mamma morisse per te sarebbe una bella fortuna.

Il Padre                            - Adolfo!

Adolfo                             - Assieme siete due infelici. Come hai fatto ad innamorartene?

Il Padre                            - Adolfo, ti prego!

Adolfo                             - Non mi dirai che sbaglio. L'ho capito molto tempo fa che eravate due estranei. E ho capito che vi sopportate a fatica soltanto perché non ne potete fare a meno. Tu e lei abitate due rive opposte.

Il Padre                            - Siamo sposati da ventuno anni.

Adolfo                             - Che cosa significa questo?

Il Padre                            - Significa che dopo tanto tempo le parole felici e infelici non hanno più senso. Anche se fosse vero ciò che pensi di tua madre e di me, ormai non possiamo più dividerci. Ci siamo abi­tuati l'uno all'altra e abbiamo accettato inconve­nienti, anche rinunce, che possono sembrare grandi e che, invece, sono piccole cose in confronto a ciò che dà in cambio una così lunga vita in comune.

Adolfo                             - Sei di un'ipocrisia convincente.

Il Padre                            - Non è ipocrisia. E' la verità. E' diffi­cile per te comprendere. Di questo mi rendo conto.

Adolfo                             - Molte cose sono di difficile comprensione per noi giovani, è per questo che ve le tenete per voi, non è vero?

Il Padre                            - (dopo una pausa) Non importa. Bene o male, così come sei, qualsiasi cosa diventerai e farai, tu sarai sempre la mia perpetuazione.

Adolfo                             - Diventerò anch'io un bravo funzionario di banca o un bravo insegnante. Chissà! Vivrò per il mio lavoro e per la mia famiglia. Ad una certa età comincerò a pensare che i giovani non capi­scono molte cose ma finirò per affidarmi ad essi per convincermi della mia immortalità. Così ti continuerò?

Il Padre                            - Non lo so. Perché usi quel tono? Che cosa presumi di essere diventato tutto ad un tratto?

Adolfo                             - Niente. Non ti sono venuto a cercare. Ho detto che voglio essere lasciato in pace. Non me n'importa del tuo amico Venz e non ho bisogno di riposo in campagna. Non sono una ragazzina.

Il Padre                            - E di che cosa hai bisogno?

Adolfo                             - Vuoi proprio saperlo? Vuoi saperlo? Ho bisogno di essere libero, di diventare quello che sono, di non dover sacrificare neanche più un se­condo della mia giornata al cumulo di sciocchezze senza senso a cui fra tutti mi costringete.

Il Padre                            - E che cosa sei, dunque?

Adolfo                             - Ecco finalmente qualcosa che se anche ti spiegassi tu non capiresti. Lascia anche ai gio­vani la loro parte di segreti.

Il Padre                            - (si avvia alla porta) Ero venuto per parlarti della campagna. Rifiuti di andarci, d'accordo, io non ti obbligherò. Voglio, però, che tu sappia che ti impedirò di commettere atti di cui domani ti pentiresti. Qualsiasi cosa tu abbia in mente puoi rinunciarvi fin d'adesso. (Il padre esce. Buio in quel settore della scena. Luce in uno spaccato di bar. Lo stesso bar che abbiamo già veduto. Eugene sta aspettando Adol­fo. Adolfo entra).

Eugene                            - (si alza e gli va incontro, lo prende per le mani, lo accompagna a sedere) E' molti giorni che non ti vedo. Dove sei stato? Che cosa hai fatto? Non devi lasciarmi mai più solo. Non lo voglio. Non posso sopportarlo...

Adolfo                             - (siede) Eugene...

Eugene                            - Scusami. So bene che cosa significa il tempo che ti divide dalla prova. Sono già passati dieci giorni da quando il professore ti ha parlato. Dieci brutti giorni per te, non è vero? Per me fu­rono terribili.

Adolfo                             - Eugene, io vorrei tornare...

Eugene                            - Non si può. Soltanto lui può. Dopo la prova potrai tornare quante volte vorrai. Una piccola iniezione ed è fatta.

Adolfo                             - lo voglio tornare senza iniezioni.

Eugene                            - Non è possibile. Ma non si tratta di stu­pefacenti. Sta tranquillo. E' una sostanza arrivata da molto lontano. (A bassa voce) Nessun medico saprebbe riconoscerla. Il tuo corpo si addormenta. Questo corpo, intendo, che non è il tuo. E tu riac­quisti quello vero. Il tuo corpo vero. Così entri. O torni, come dici tu.

Adolfo                             - Ho bisogno di ritrovarmi là, anche solo per un minuto.

Eugene                            - Alcuni, prima della prova, vi vengono ammessi più volte. Altri soltanto una. Per i mi­gliori basta una sola volta.

Il Cameriere                     - I signori ordinano?

Adolfo                             - Porti quello che vuole.

Il Cameriere                     - Il signore vuole scherzare.

Adolfo                             - Va' all'inferno. Portaci due cognac.

Il Cameriere                     - Sissignore. (Esce).

Eugene                            - E' molto difficile quello che devi fare?

Adolfo                             - Non credo che ne sarò mai capace.

Eugene                            - Anch'io lo pensavo. Anch'io credevo che non ci sarei mai riuscito.

Adolfo                             - Ma io non riuscirò.

Eugene                            - Riuscirai. Se non riuscirai non vi sarà più alcuna scelta per te. Il professor Motke scom­parirà per sempre e anch'io non potrò più vederti. Nessuno ti risolleverà, mai più. Una volta, Motke, prima della mia prova, mi spiegò il mito di Luci­fero. Egli era un angelo. Come te, come noi. Motke mi disse che dovevo ricordarmi di quel mito quan­do sarei stato sulla collina.

Adolfo                             - Quale collina?

Eugene                            - (turbato) Nessuna collina. E' un modo di dire. Dimenticalo. (Il cameriere rientra e posa due bicchierini sul tavolo, quindi si ritira. Eugene, sempre più turbato) Mio Dio! Perché ho parlato della collina? (Stringe una mano ad Adolfo, con­citato) Sono stato io a trascinarti in tutto questo. Rinuncia. Fuggi. Non sarà facile né prima, né dopo. Tanto meno dopo. Tutto diventerà un incu­bo. Un lungo incubo. Io ti perderò comunque, ma almeno non mi odierai. Ti prego. Non fare nulla. Dirò io a Motke che hai rinunciato. Non sarai il primo e neanche l'ultimo.

Adolfo                             - (si libera la mano) Anche quanto mi stai dicendo fa parte della prova, non è vero? Hai im­parato a memoria le battute.

Eugene                            - No. Ti giuro di no.

Adolfo                             - Se tu sei riuscito, perché io non dovrei?

Eugene                            - Se avessi saputo in precedenza, io... io avrei rinunciato. Non posso dirti nulla, non posso parlarti di ciò che ho fatto, ma da allora è come se lo rifacessi ad ogni istante. Anche nel sogno continuo a fare la stessa cosa e non voglio, non voglio più farla.

Adolfo                             - Ho fatto male a confidarmi con te. (Lo prende per un braccio e lo scuote) Io non ho scel­ta, capisci? Tu stesso me lo hai detto. Ma non sai fino a che punto hai ragione.

Eugene                            - (calmo) E va bene. Io ti ho avvertito. Non potrai dire che non ho cercato di farti com­prendere. Io non so e non voglio sapere quale prova vogliono da te, ma qualunque essa sia ho cercato di dirti che cosa ti aspetta dopo. Anche tu avrai la tua collina e dopo, non sarai più lo stesso.

Adolfo                             - Basta, Eugene. Non sopporto più.

Eugene                            - (dolce) Io sono contento che tu non vo­glia rinunciare. Io ho paura di rimanere solo. Una grande paura. Anche perché quando sono solo mi assale il sospetto di avere sbagliato tutto. E' il ne­mico più terribile quel sospetto. Gli altri li com­batti. Quello no. Se non sono solo allora posso vin­cerlo. Anche io non avevo scelta. Nessuno di noi l'aveva. Come ti puoi rassegnare a vivere in un mondo come questo, nel quale niente di ciò che ti insegnano, di ciò in cui devi fingere di credere, è vero? Siamo ancora degli adoratori di statue di legno e di pietra. (Vivace, energico) Quando lo hai capito devi metterti all'opera e spazzare via tutto. Le statue e chi le fa e chi ti costringe a inginocchiarti davanti a esse. Spazzare tutto, di­struggere tutto, le statue dentro di te e quelle fuori di te... (Entrano il primo e il secondo cac­ciatore. Il tempo si ferma come nelle apparizioni precedenti).

Il primo Cacciatore          - (mostrando il secondo cac­ciatore a Eugene) Buon giorno, buon giorno. Come sta? Mi sono permesso di portare con me questo mio amico che, del resto, lei dovrebbe ri­cordare. Il nostro patto non vale più. Ho confes­sato ai miei amici di averle rivelato la sorpresa che le stavamo preparando.

Il secondo Cacciatore      - Un mattacchione! Vera­mente un mattacchione quest'uomo. In fondo ha fatto bene a dirle tutto. Così almeno lei si è tran­quillizzato. Devo dirle, però, che stiamo ancora scavando. Ma a che profondità è dunque arrivato lei? Non riusciamo a capacitarci, i miei amici e io, che lei sia riuscito a vincere quel terreno così duro. Sembra fatta di acciaio quella terra sulla collina. Abbiamo già fatto un bel buco. Non ci rin­grazi per la fatica. E' un piacere per noi. Se non si aiuta chi ha bisogno... Pensi che abbiamo com­perato perfino una carriola per portar via la terra che mano a mano gettiamo fuori.

Adolfo                             - (piano, sbigottito dall'atteggiamento assun­to ad un tratto dall'amico) Eugene...

Eugene                            - Silenzio.

Il secondo Cacciatore      - Silenzio? Lo ha detto a me?

Eugene                            - No. Al mio amico.

Il secondo Cacciatore      - Quale amico? Non vedo nessuno vicino a lei.

Il primo Cacciatore          - Neanch'io.

Il secondo Cacciatore      - (con un sospiro di compren­sione) La sua mente è sempre turbata, a quan­to vedo. Sono proprio contento della decisione che abbiamo preso. Io, adesso, ho finito il mio turno. Andrò a riposarmi. Continueranno gli altri.

Il primo Cacciatore          - Digli tutto.

Il secondo Cacciatore      - E' vero. Dimenticavo. Mol­ti altri scavano su quella collina e anche nella valle. E' scomparso un bambino sa, e molti pen­sano che qualcuno lo abbia ucciso e lo abbia sot­terrato lì nei dintorni. Un bambino di sei anni. Aveva i capelli neri e la pelle rosea. Anche là po­lizia lo sta cercando.

Eugene                            - (alzandosi, tremante) Non è possibile.

Il secondo Cacciatore      - Ma lei non deve preoc­cuparsi. Anche se il suo cane aveva i capelli neri e la pelle rosea come quel bambino è sempre un cane. Non è possibile confondersi. Non le pare? (/ due cacciatori si alzano) La lasciamo.

Il primo Cacciatore          - La terrò informato dei no­stri risultati. (/ cacciatori escono).

Eugene                            - (dopo una pausa) Adolfo... (Duro, cat­tivo) Quello che devi fare, fallo subito. Qualsiasi cosa sia. Anche se ti avessero ordinato di uccidere tua madre, o tuo padre.

Adolfo                             - (gridando) Eugene...

Eugene                            - (comprende di essere andato vicino alla verità, dopo un attimo) Qualsiasi cosa. (Trionfante) Qualsiasi cosa devi fare, falla subito. Più ti sembra terribile e più falla presto. Così poi nessuno potrà più dividerci. Sono tutte sciocchezze quelle che ti ho detto prima. E' stato il professore a ordinarmi di dirtele. Avevi indovinato. Ti chiedo perdono. Ma ora sarò sempre sin! cero con te, purché tu faccia presto e non mi lasci più solo. (Euforico) Quando tu sarai pronto chie­deremo di essere impiegati subito. Motke può mandarci dove vogliamo. Te ne ho già parlato, mi pare. Possiamo andare in Africa, in Asia, in America o in un altro qualsiasi paese dell'Europa, Ovunque nel mondo c'è bisogno di noi. Hai ca­pito? Cominceremo a vivere. La nostra vera vita Adolfo... (A voce bassa) Adolfo, anch'io ho già indossato quell'armatura. Ognuno di noi ne ha una che lo attende. Quando l'hai indossata una volta nessuna forza al mondo ti farà più rinunciare ai essa. (Indicando gli invisibili clienti del bar o i senso lato il pubblico) Se questa gente che abbiamo attorno sapesse veramente chi siamo. Se ci potessero vedere nella nostra realtà. (Pausa) Si sta bene in questo bar. Ma il tempo passa veloce. Sono già quindici giorni che hai parlato con Motke e ancora non hai fatto nulla. Motke vuole vederti. Dobbiamo andare.

Adolfo                             - Gli hai detto che voglio entrare ancora una volta? Gli hai detto che non posso farne a meno?

Eugene                            - Gliel'ho detto.

Adolfo                             - Pensi che... credi che almeno una sola volta ancora...

Eugene                            - E' quel mondo che cerchi, l'armatura o la tua anima? Quella donna?

Adolfo                             - Andiamo, Eugene. Andiamo. (Buio nello spaccato del bar. Luce sulla scena. Al centro ancora l'alto praticabile. Davanti ad esso una scala che porta alla sua sommità. Adolfo in­quadrato in un cono di luce sale lentamente la scala. Quando arriva sulla piattaforma luce più intensa. Sullo sfondo la gigantesca armatura. Adolfo si guarda attorno cercando la donna. Egli è solo. La piattaforma è nuda. Adolfo si avvicina all'armatura. Appare chiaramente che essa è stata fatta per un gigante e che Adolfo non può indos­sarla. Il giovane tenta disperatamente di solle­varla, ma essa è troppo pesante. Non vi riesce. Ri­nuncia. Si aggira per la piattaforma, disperato).

Adolfo                             - (gridando) Dove sei? Dove sei? Perché non rispondi? Perché non vieni? (Si ode il respiro affannoso di Adolfo. Il giovane di­scende le scale e all'ultimo gradino si accascia per terra. Si spengono le luci sulla piattaforma. Un cono di luce illumina Motke).

Motke                              - Questa è stata l'ultima volta. Non avrai altre occasioni. Rialzati. (Adolfo si rialza lenta­mente e guarda in alto. Non vede che il buio. Tenta di risalire la scala, ma è respinto indietro da una forza invisibile).

Adolfo                             - Farò tutto quello che vorrà, ma la prego, la scongiuro, ancora una volta. Una volta sola.

Motke                              - Non è possibile. Non ci sarà più nulla di ciò che cerchi e di ciò che vuoi fino a quando non avrai portato a termine il tuo compito. (Si china su Adolfo) Fino a quando riderai e piange­rai, non sarai ancora pronto. Le tue mani do­vranno seminare la morte e niente dovrà fer­marle. Tu dovrai ridurre la terra ad un deserto di rovine perché essa rinasca paradiso degli eletti. Tu devi distruggere ciò che ti ha dato la vita per poter rinascere in un mondo nuovo. Devi annien­tare chi ti ha imposto la statura di pigmeo se vuoi tornare ad essere gigante. (Adolfo adesso è in piedi. Immobile. Rigido).

Quadro decimo

(Uno spaccato del salotto della casa di Eugene. Mo­bili antichi. Anche quel poco che il pubblico vede, deve dare la sensazione di un passato quasi mum­mificato delle cose. Eugene e Adolfo sono seduti vicini, sul divano).

Eugene                            - Motke ha detto che non puoi rimanere. Che devi tornare subito a casa. Hai ancora una settimana di tempo. Qualsiasi cosa tu debba fare non devi mutare in nulla le tue abitudini. Dice Motke che hai già combinato un mucchio di stu­pidaggini non andando a lezione. Da domani do­vrai ricominciare.

Adolfo                             - Ha ragione.

Eugene                            - Motke sa meglio di qualsiasi altro ciò che bisogna fare.

Adolfo                             - Non ti ho mai chiesto chi è Motke.

Eugene                            - Non lo so.

Adolfo                             - Come lo hai conosciuto tu?

Eugene                            - Attraverso un conoscente.

Adolfo                             - Chi?

Eugene                            - Non abita più in questa città. Se n'è andato.

Adolfo                             - Era uno come noi?

Eugene                            - Sì.

Adolfo                             - Dov'è adesso?

Eugene                            - Un giorno è scomparso. (Dopo una pausa) Motke sa che tu hai cercato di sapere chi è. Io ignoravo che tu eri tornato a quell'indirizzo.

Adolfo                             - Che cosa ha detto?

Eugene                            - Nulla.

Adolfo                             - Tu non hai mai cercato di indagare sul suo conto?

Eugene                            - No. Non m'interessava lui.

Adolfo                             - Hai fatto bene perché io non sono riu­scito a sapere nulla.

Eugene                            - Non senti freddo, Adolfo?

Adolfo                             - No. Non fa freddo.

Eugene                            - Vienimi più vicino, ti prego. Io speravo che tu stasera potessi rimanere qui. Che tu avresti dormito qui. Con me. E' tanto tempo che desidero averti una notte tutto per me. La notte è la più difficile. Ma è proprio vero che non senti freddo?

Adolfo                             - No.

Eugene                            - E' come se si fosse spalancata la porta ed entrasse una corrente d'aria gelida. (Mentre parla entrano dal fondo il primo, il secondo e il terzo cacciatore).

Il primo Cacciatore          - Il lavoro prosegue, caro amico. (Indicando il terzo cacciatore) Anche lui ha finito il suo turno. Vedrà che tra poco tutto sarà sistemato. Non si scomodi, per carità. Non ci fermiamo. Il nostro amico casca dal sonno. Ar­rivederci. (/ tre attraversano lo spaccato della scena ed escono).

Eugene                            - Usciamo, Adolfo. Andiamo via di qui. Ti accompagno a casa. Presto, Adolfo.

Adolfo                             - (si alza) Io sono pronto. (Mentre stanno per muoversi entra il quarto cacciatore).

Il quarto Cacciatore         - Buon giorno! Buon giorno! Non mi conosce? Ah! Sì. Vedo che sa chi sono. Ha veduto passare i miei tre amici? Anch'io ho finito il mio turno. Abbiamo quasi finito. Quando ho lasciato la collina nella buca si vedevano già gli abiti. Entro domani sarà tutto fatto. (Salutando con la mano, esce. Eugene cade a sedere sul di­vano).

Adolfo                             - Eugene, avevi tanta premura... (Eugene si rialza e come svuotato si avvia verso la porta).

Quadro undicesimo

(Ancora un quadro di scene che si susseguono se­guendo l'andamento del racconto di Adolfo al giudice. La camera di Adolfo. Adolfo e il padre).

Il Padre                            - Bene. Sono contento che tutto sia fi­nito. E' stata una grossa crisi. Un temporale di aprile. Dirò a Venz che ti sei deciso ad andare con lui. Non ti preoccupare. Non gli avevo ancora dato una risposta. Non immagini com'è contenta tua madre. Tra quanto vuoi partire?

Adolfo                             - Una settimana. Dieci giorni.

Il Padre                            - Hai bisogno di qualcosa?

Adolfo                             - No.

Il Padre                            - Ho veduto una bellissima giacca di pelle. Ti sarebbe utile in campagna.

Adolfo                             - Certo. Mi sarebbe utile.

Il Padre                            - Se la vuoi, oggi pomeriggio andremo a comprarla. Non siamo molto organizzati per un ritorno alla natura, noi.

Adolfo                             - Non ha importanza. Me la caverò.

Il Padre                            - Fammi sapere qualcosa a mezzogiorno quando ci rivedremo. In quanto agli esami non ti preoccupare. Li darai nella prossima sessione. (Posa una mano sulla spalla di Adolfo) Ora dimen­tichiamo quanto ci siamo detto nei giorni scorsi.

Adolfo                             - D'accordo.

Il Padre                            - Io l'ho già dimenticato. (Buio mentre il padre esce. Spaccato dello studio di Motke. Motke e Eugene).

Motke                              - (indicando i giornali che ha davanti) Ne parlano anche i giornali oggi. Pareva che la cosa fosse stata dimenticata e invece eccola qui di nuovo. Ehi'. Dico. Non farai mica qualche be­stialità?

Eugene                            - No.

Motke                              - Se continuano a scavare sulla collina finiranno per scoprirlo.

Eugene                            - Ho paura che possano scoprirlo da un momento all'altro.

Motke                              - E chi dirà che sei stato tu? Come faran­no a metterti in relazione con quel bambino?

Eugene                            - Un cacciatore mi vide quel giorno.

Motke                              - Oh! Il tuo cacciatore. Come puoi essere sicuro che ti abbia veduto? E se anche così fosse, come puoi pensare che colleghi la tua faccia, che non ricorderà più, a quella cosa? (Dopo una breve pausa) Tutto questo perché non ti sei attenuto agli ordini.

Eugene                            - Ho fatto del mio meglio.

Motke                              - Non è vero. Ti avevo indicato dove avre­sti dovuto preparare la fossa e tu non hai obbe­dito. Ne hai parlato al tuo amico?

Eugene                            - No.

Motke                              - Sarebbe imperdonabile da parte tua. Il tuo amico ha ancora quattro giorni dì tempo.

Eugene                            - Che cosa debbo fare io?

Motke                              - Niente. Non devi avere paura. Se ti pren­de la paura sei perduto. Sarebbe pericoloso per te e per noi. Soprattutto per noi. Quando sentirai di non poterne più, entrerai e vi resterai. Se an­che gli altri saranno d'accordo, vi resterai per sempre.

Eugene                            - Grazie. Lei non sa, professore, che cosa significa questo per me.

Motke                              - Non devi ringraziare nessuno. (Dopo una pausa) Secondo te il tuo amico sarebbe più sicuro di sé se sapesse che anch'egli può contare sul no­stro aiuto? Finora non gli ho detto nulla di questo. Non sa che dopo la prova non sarà più solo. Qual­siasi cosa avvenga.

Eugene                            - Certo. Lo aiuterebbe molto.

Motke                              - Domani sera mandalo qui. (Gli dà un biglietto) Il nuovo indirizzo. Hai letto? (Si ripren­de il biglietto e lo fa a pezzi)

Quadro dodicesimo

(Lo studio del professor Motke. Entra Adolfo. Il professore si alza e gli fa cenno di sedersi).

Adolfo                             - Buona sera, professor Motke.

Motke                              - Mancano due giorni allo scadere del mese. Come hai impiegato questo tempo?

Adolfo                             - E' trascorso veloce.

Motke                              - I due giorni che ti rimangono saranno ancor più veloci. Io ho riposto molta fiducia in te.

Adolfo                             - Grazie.

Motke                              - Non devi ringraziarmi. Io devo ringra­ziare te per avermi ascoltato e per esserti prepa­rato. Tu hai capito che i tempi ci incalzano. Nelle conversazioni che abbiamo avuto abbiamo impa­rato a guardare dentro gli avvenimenti, a cogliere in essi il movimento delle forze che si stanno pre­disponendo alla battaglia finale. Io ho la sicurezza matematica che questa battaglia sarà vinta da noi. L'arma assoluta sterminerà più uomini-cose e uo­mini-animali di quanti di noi potrà ferirne. Noi sopravviveremo, il nostro nemico no. Mi segui?

Adolfo                             - Sì.

Motke                              - Ognuno di noi è prezioso. Gli altri uo­mini possono essere riprodotti come articoli in serie. Noi, no. Ti è stata chiesta una prova che tu personalmente potrai superare, ma che potrà ri­velarti agli altri. In questo caso noi ti salveremo. (Prende un foglio e comincia a tracciarvi sopra dei segni) Esattamente fra tre mesi vi sarà nella no- atra galassia una situazione particolarmente favorevole. Se tu sarai in pericolo, alla mezzanotte in punto del venticinque di questo mese, leggi il no­ me del mese e non dimenticarlo più, ovunque tu ti troverai e in qualsiasi circostanza, nessuno po­trà più niente contro di te. Non posso dirti come uscirai. Io stesso non lo so. Uscirai, questo è certo. Ed ora penso che tu desidereresti...

Adolfo                             - Non osavo chiederlo...

Motke                              - (gli indica un divano) Stenditi. (Adolfo si stende. Motke gli si avvicina e gli inietta quali cosa. Buio. Luce. Buio. Luce fortissima sulla scena. Entra la donna avvolta in veli. S'inginocchia accanto a Adolfo).

La Donna                        - Sei tornato, finalmente. Sei tornato. (Appassionata) Amore! (Lo abbraccia) Ecco, orali accanto a te, torno a respirare, a vivere...

Adolfo                             - (trasognato) Mi sei vicina...

La Donna                        - Ti sono vicina. Voglio non lasciarti più. L'attesa è dolorosa. Piena di ansie. Forse non tornerà più. Forse non lo incontrerò mai più. Vie­ni, amore, vieni e non lasciarmi più. I tuoi capelli, la tua fronte, i tuoi occhi...

(Improvvisamente buio. Da lontano, esile, il grido della donna, una voce che si allontana negli spazi: Amore! Amore!... Nuovamente la luce normale. Motke, che da quando è tornata la donna è rima­sto invisibile al pubblico, si avvicina al divano. Buio sulla scena. Luce nello spaccato del bar. Eu­gene è solo. Entra il primo cacciatore trafelato).

Il primo Cacciatore          - Meno male che è qui. Ab­biamo finito, finalmente. Ma ci attendeva una brutta sorpresa. Non abbiamo trovato un cane. (Con voce altissima) Abbiamo trovato il cadavere di un bambino.

Eugene                            - Zitto, per carità. Non gridi.

Il Cacciatore                    - Un bambino dai capelli neri e la pelle rosea.

Eugene                            - Che cosa ne avete fatto? Dov'è ora?

Il Cacciatore                    - I miei amici lo stanno portando qui. Da lei. Desideriamo che lei lo veda. Potrem­mo anche esserci sbagliati. Lei insiste a dire di avere sotterrato un cane? Se lei ha sotterrato un cane, quel bambino è stato sotterrato da altri. Le dirò di più. La polizia stava cercando il bambino non so più da quanto tempo. Giorni, mesi, un anno forse.

Eugene                            - Lo stanno portando qui, ha detto?

Il Cacciatore                    - Sì. Soltanto lei può dire che cosa ha sotterrato. Può darsi che a lei era sembrato un cane e invece era un bambino. O possiamo sba­gliarci noi: vedere un bambino, dove, invece, do­vremmo vedere un cane. Sa, gli occhi, a volte, fanno certi scherzi... Ma dove va?... Rimanga qui. I miei amici non tarderanno a venire... torni in­dietro... torni indietro... (Buio. La camera di Adol­fo. Eugene è ancora ansante per la corsa fatta).

Eugene                            - E' l'ultima volta che ci vediamo. Do­mani me ne vado. Esco.

Adolfo                             - No.

Eugene                            - Esco. Motke me lo ha promesso. Sta­sera vado da lui. Non posso più aspettare. Impaz­zirò. (E' nervoso, eccitato).

Adolfo                             - Una volta mi hai parlato di una collina...

Eugene                            - Non è vero.

Adolfo                             - Ho letto qualcosa sui giornali che ri­guarda una collina.

Eugene                            - Non so di che cosa parli.

Adolfo                             - I giornali hanno scritto di un bambino scomparso. Di ricerche in corso.

Eugene                            - Non c'entro niente io. Come puoi pen­sare che io c'entri qualcosa?

Adolfo                             - Non lo so. Mi sono ricordato che tu hai parlato di una collina.

Eugene                            - Un caso. Una parola come un'altra.

Adolfo                             - E' una storia vecchia, comunque. Chissà perché è tornata a galla adesso.

Eugene                            - Ti prego. Smettila. Anche tu mi co­stringi ad uscire. (Dopo una breve pausa) Posso rimanere in casa tua fino a stasera?

Adolfo                             - Certo.

Eugene                            - Non dire a nessuno che sono qui. A nessuno.

Adolfo                             - D'accordo. (Bussano alla porta. Prima che Adolfo possa rispondere entra sua madre).

La Madre                         - Adolfo...

Adolfo                             - Che cosa vuoi?

La Madre                         - Ha telefonato la madre di Mara...

Adolfo                             - Ebbene...

La Madre                         - E' accaduto qualcosa...

Adolfo                             - A chi?

La Madre                         - A Mara.

Adolfo                             - Che cosa c'entriamo noi? Che cosa c'en­tro io?

La Madre                         - E' ancora al telefono. Vuole parlare con te.

Adolfo                             - Io non voglio parlare con lei. Diglielo.

La Madre                         - Adolfo, è accaduto qualcosa di grave a Mara...

Adolfo                             - Non voglio sapere. Non m'interessa.

La Madre                         - (breve pausa) Va a parlare con quella donna...

Adolfo                             - No. Per piacere, vattene.

La Madre                         - Che cosa posso dirle io?

Adolfo                             - Che noi non possiamo farci nulla.

La Madre                         - Mi è sembrata disperata...

Adolfo                             - Tutti lo siamo.

La Madre                         - Non vuoi parlarle? Te lo chiedo io, per piacere...

Adolfo                             - No.

La Madre                         - Le parlerò io. (Si avvia per uscire. Si volta) Non so che cosa le dirò, ma finirò per tro­vare le parole. Tu, però, tu... hai la coscienza a po­sto, vero? Tu non sei responsabile di lei, che cosa è per te? Niente, proprio niente, per questo hai la coscienza a posto, ma che cosa sai di lei? Una parola, a volte, sarebbe sufficiente una sola pa­rola per... per... (La donna s'interrompe ed esce).

Eugene                            - Non posso rimanere. Devo andarmene anch'io.

Adolfo                             - Perché?

Eugene                            - Tra poco riceverai visite. (Si avvia alla porta) Arrivederci, Adolfo. Sarei stato felice se avessi potuto rimanere un po' qui, vicino a te.

Adolfo                             - Dove andrai? A casa?

Eugene                            - No. In giro. Forse in un cinema. O al parco. Non lo so.

Adolfo                             - Posso venire con te.

Eugene                            - No. Devi rimanere tu. Non invidio nean­che te, adesso.

Adolfo                             - Quando ci rivedremo?

Eugene                            - Quando anche tu potrai uscire. Oh! Dio, come confondiamo le parole. Prima dicevamo en­trare ed ora uscire. Ma è la stessa cosa. Non ti pare? Quando ci rivedremo avremo dimenticato tutto questo...

Adolfo                             - Eugene...

Eugene                            - Dimmi soltanto arrivederci. Arrivederci come in un giorno qualsiasi.

Adolfo                             - Arrivederci, Eugene... (Mentre Eugene si avvia alla porta).

Quadro tredicesimo

(L'ufficio del direttore delle carceri. Estrema ten­sione negli uomini che hanno ascoltato il racconto di Adolfo. Il commissario è chino sul giovane).

Il Commissario                - Il nome di quell'uomo. Voglio sapere come si chiama quell'uomo.

Adolfo                             - Lo ignoro.

Il Commissario                - Dobbiamo mettere le mani su quella canaglia.

Adolfo                             - Non sarà facile.

Il Commissario                - (al giudice) Abbiamo elementi sufficienti per riaprire l'inchiesta. Continuerò ad occuparmene io. (Ad Adolfo) Mi dovrai dire il suo nome e uno degli indirizzi. Dove ti sei incontrato con Motke?

Adolfo                             - (sorridendo) Domani. Le dirò tutto do­mani. Va bene?

Il Commissario                - (al cancelliere) Metta quella bo­bina, signor cancelliere. Fino adesso abbiamo ascoltato le tue favole. Ora ti farò ascoltare io qualcosa che non è una favola. Tuo padre è rima­sto in vita qualche ora con i proiettili che gli hai ficcato in corpo. (Il giudice che era sembrato vo­lesse intervenire per impedire al commissario di eseguire quanto ha detto, si alza, si avvicina alla libreria dell'ufficio e volta le spalle al pubblico. Fruscio del registratore. Il respiro affannoso del padre di Adolfo in agonia. Due volte, chiaro, la do­manda: « Perché? ») Ascolta, ascolta...

Adolfo                             - (dopo aver tentato invano dì resistere) No.

Il Giudice                        - (si volta, al cancelliere) Basta. (La registrazione cessa. Al commissario) Troverà tutti i professori Motke che vuole se solo si guarda attorno.

Il Commissario                - Signor giudice, la prego...

Il Giudice                        - (ad Adolfo) La tua storia del mes­saggio...

Adolfo                             - (ansioso) Signor giudice...

Il Giudice                        - La tua maledetta storia del messaggio. Era questo il messaggio? (Al commissario) Non l'ha capito lei? Non ha capito che anche lei e io siamo il professore Motke? Ci pensi, ci pensi, signor commissario... (Al cancelliere) Metta via il registratore, non ci serve più.

Il Commissario                - (ignorando il giudice, ad Adolfo) Non parlerai, vero?

Adolfo                             - No. Non parlerò.

Il Commissario                - Tu sei matematicamente certo che a mezzanotte non potremo più farti niente?

Adolfo                             - (reagendo, con violenza) L'ho già detto. L'ho anche scritto. (Corre alla finestra) Guardi il colore della luna. Non è come tutte le altre sere. Questo colore è la conferma che aspettavo. Ma io soltanto so che cosa sta avvenendo.

Il Commissario                - Sai anche che abbiamo ritro­vato il tuo amico Eugene?

Adolfo                             - Eugene se n'è andato venti giorni fa.

Il Commissario                - E' tornato. Lo hanno fatto tor­nare. Con due buchi nella testa.

Adolfo                             - (al giudice) E' vero? (Il giudice annui­sce).

Il Commissario                - Non mi chiedi dove lo abbiamo trovato?

Adolfo                             - Dove?

Il Commissario                - Nel parco, oggi pomeriggio. E se può aiutarti, ti dirò che era pieno di stupefa­centi fino agli occhi. Eravate tutti e due nel giro della droga. Tuo padre lo ha scoperto e tu lo hai ucciso. Eugene è stato ucciso perché quel vostro Motke ha avuto paura che parlasse.

Adolfo                             - Lei è pazzo. (Al giudice) Non gli creda. Gli dica di smetterla. Non è vero.

Il Commissario                - E' vero. Tutta la storia adesso è di una semplicità lineare. (Si avvicina ad Adolfo, afferra per il petto) Ecco la verità della tua schifosa favola. Ma mi dirai dove posso trovare Motke, me lo dirai a costo di...

Giudice                            - Signor commissario... (Il commissa­rio si stacca da Adolfo, si riprende; volta le spalle al giudice per nascondergli i sentimenti che lo agi­tano. Dopo una lunga pausa, ad Adolfo) A che ora hai detto che dovrà avvenire quanto aspetti?

Adolfo                             - A mezzanotte.

Il Giudice                        - (gli porge il proprio orologio) Mez­zanotte è passata.

Adolfo                             - E' un trucco. E' un suo miserabile trucco.

Il Giudice                        - Avrei preferito che fosse veramente accaduto qualsiasi cosa piuttosto che...

Adolfo                             - Non può essere. Il colore della luna, era scritto accante alla data, quella sarà la con­ferma.

Il Giudice                        - La luna stasera non ha un colore diverso da quello di ieri sera.

Adolfo                             - Lei lo dice perché lei non può vederlo, lei non vedrà nulla, lei tenta d'ingannarmi...

Il Giudice                        - (gli mostra il telefono) Chiedi tu stesso l'ora.

Adolfo                             - E' una trappola questa e io che mi ero fidato di lei...

Il Giudice                        - Non dire sciocchezze. Telefona a chi vuoi. Chiedi l'ora a chi vuoi.

Adolfo                             - (esitante dapprima alza il ricevitore, com­pone il numero del servizio orario, ascolta, il rice­vitore gli cade di mano, il giovane si accascia) Non è possibile. Non è possibile. (Fuori dì sé, in un crescendo di delirio, si alza, torna alla finestra, poi, accanto al giudice, sembra volergli chiedere qualcosa. Dall'inizio dei suoi movimenti dapprima lievissimo in sottofondo, il ritmo del tempo scan­dito attraverso il microfono del telefono lasciato penzolante. La voce che annuncia i minuti è so­verchiata dal ritmo, quest'ultimo andrà crescendo. Il tic-tac ossessiona Adolfo che si porta le mani alle orecchie. Egli poi, sale su una sedia, alza le braccia).

Adolfo                             - Sono qua. Sono qui. Vieni... Vieni... Ve­nite...

La voce del microfono    - Sono le ore. zero e tren­tacinque minuti. (Adolfo s'immobilizza poi, dì schianto, cade a terra).

FINE

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