Adriana Mesurat

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ADRIANA MESURAT

Commedia in tre atti

di JULIEN GREEN

Traduzione di Lucio Chiavarelli

                                   

PERSONAGGI

Il professore Mesurat

Adriana, Germana sue figlie

Désirée, domestica

Leontina Legras

Marcellina Grand

Il notaio Biraud

Maria Maurecourt

Il dottori Dionigi

Maurecourt, suo fratello.

L'azione si svolge in una piccola città della provincial francese, nel 1900, nella pericolosa atmosfera della maldicenza, degli odi, deirancori, degli inconfessati desideri,! dei sogni d'evasione, dell'autorità familiare.

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

 (Estate 1910. La sala da pranzo della villa dei Mesurat, in provincia. Un'intera parete è letteral­mente coperta da una serie di ritratti fotografici di familiari e di amici. Vicino alla finestra, un canapé, su cui qualcuno è solito trascorrere gran parte delle sue giornate, come indicano i libri, i cuscini bene accomodati e un panchetto che è lì presso, con un ricamo quasi terminato. Mobili antichi, pesanti).

Quadro Primo

Germana                       - (dalla porta, lamentosa) Adriana! Adriana! Perché non rispondi? Adriana! (Pausa).

Adriana                         - (sta osservando, assorta, i ritratti di fami­glia. E' una ragazza esile, minuta; conserva ancora un'aria infantile, innocentissima) I Mesurat! I Lecuyer! I cugini Daltour... E io... Adriana Mesu­rat... una delle Mesurat.

Germana                       - (c.s.) Sei tu, Adriana? Che stai facendo? parli da sola? perché non rispondi quando ti chiamo?

Adriana                         - (scuotendosi) Niente. Niente. Il vetro delle fotografie è tutto sporco. Si vede appena la faccia di chi...

Germana                       - (c.s.) Oh, il vetro bisogna lavarlo con un po' di alcool e poi strofinarci sopra un panno di lana bene asciutto.

Adriana                         - Saranno sempre brutti egualmente. (Pausa. Adriana si avvicina alla finestra: spia nella strada. Poi, come se temesse di essere veduta da qualcuno, si ritrae bruscamente)

Germana                       - (c.s.) Adriana! (Imperiosa) Adriana!!

Adriana                         - (stancamente) Cosa c'è? (Entra Ger­mana. E' molto pallida, quasi obesa, di un grasso flaccido, malato. 1 suoi capelli alle tempie sono già grigi. E' una donna solo apparentemente priva di volontà: la sua cattiveria è molle e sorniona).

Germana                       - Bisognerebbe che tu cambiassi l'acqua dei fiori.

Adriana                         - Sì, più tardi. (Silenzio) Non c'è Désirée?

Germana                       - E' uscita per andare alla Banca. E' avvilente che nostro padre abbia fiducia solo in lei.

Adriana                         - (come se non avesse udito) Sai quando arriveranno i villeggianti, alla villa qui di fronte?

Germana                       - Villa Luisa? Ci sarà gente tra una setti­mana, mi hanno detto. In ogni modo faranno ripu­lire il giardino, prima. E poi non ci saranno villeg­gianti quest'anno. Solamente una signora: una certa Legras...

Adriana                         - Già, lo sapevo... L'ha detto il babbo a tavola.

Germana                       - Dove vai, ora?

Adriana                         - A cambiare l'acqua ai fiori. (Esce. Pausa. Rientra) Non ricordi quando sono venuti l'anno scorso?

Germana                       - Chi? Sempre i villeggianti di fronte?

Adriana                         - Certo. Loro.

Germana                       - (dopo una piccola pausa) Alla fine di maggio. Avevamo seminato le dalie d'inverno.

Adriana                         - Come ti senti, oggi?

Germana                       - Come al solito.

Adriana                         - Se sposti il canapé, avrai più sole.

Germana                       - E' vero. (Pausa) E' vero: c'è sempre sole in questa stanza. (Silenzio lungo) Non mi aiuti a spostare il canapé?

Adriana                         - Lascia, ci penso io. (Esegue) Sei stanca, Germana?

Germana                       - No. Affatto, (E' molto spaventata) Ho una brutta cera oggi? Rispondi!

Adriana                         - Non ho detto questo...

Germana                       - Ho dormito cinque ore 'solo. Ma mi sento bene... come ieri. (Cigolio di un cancello).

Adriana                         - Taci. Ecco il babbo. (Entra il profes­sor Mesurat, un vecchio sereno, robusto, testardo. E' molto sospettoso e si guarda sempre attorno temendo insidie immaginarie, ma con una certa aria di sfida che fa capire come egli sia pronto a tutto e sicuro della propria forza di volontà e del proprio potere).

Mesurat                         - E' già di ritorno Désirée?

Germana                       - No. Non potevi andare tu a riscuotere quegli interessi alla banca?

Mesurat                         - Mi secca. :

Adriana                         - Désirée è una serva, papà. Potevamo andare noi, allora.

Mesurat                         - No, no! Nessuno ha chiesto la tua opinione. (A Germana) Ho detto a Désirée che com­peri un poco di formaggio per te, per la tua cena. Quello che ti piace.

Germana                       - Hai fatto male. Non ceno stasera. Non ho fame. Prenderò il solito caffellatte con qualche biscotto...

Mesurat                         - Perché non vuoi mangiare? Rispondi! (Pausa) Rispondi!

Germana                       - (irritata) Non mi va, non mi va!

Mesurat                         - (è furente, ma si domina) Oggi ho fatto una passeggiata oltre la via Louis XIV... Hanno costruito molto da quelle parti, fuori del presbi­terio, lo sai, Adriana?

Adriana                         - Ah, sì?

Mesurat                         - Una casa, poi, quella grande - hai capito quale? - è già al terzo piano. Vedrai che quest'anno sarà pronta per il quattordici luglio... metteranno la bandiera all'ultimo piano... Eh, sta diventando grande La Tour-1'Évèque. Pensavo se, con tutta questa gente nuova in città, non sia il caso di riaprire il mio collegio.

Adriana                         - Non mi sembra il momento di pensare al collegio. E poi non potrai riaprirlo: ti hanno tolto l'abilitazione all'insegnamento e non illuderti che il ministero possa ridartela tanto facilmente. Non ammettono i tuoi sistemi...

Germana                       - Non potrai riprendere a « torturare » i tuoi ragazzi, come prima!

Mesurat                         - Un'educazione severa era la mia. Li educavo severamente, come ho educato voi. Io sono un pioniere della pedagogia. Le mie punizioni irro­bustiscono il carattere: se non avessi castigato a dovere anche voi, quando eravate piccole...

Germana                       - Non potrai, non potrai riaprire il col­legio!

Adriana                         - Non lo permetteranno!

Mesurat                         - E' una ribellione questa?

Adriana                         - Abbiamo il dovere, adesso, di pensare a Germana, papà. Non vuoi renderti conto che è molto ammalata? Dovrebbe cambiare clima, an­dare nel mezzogiorno.

Mesurat                         - Non è vero! Non è vero! Non è vero! Germana sta benissimo. Nessuno è ammalato in questa casa. Sono fantasticherie vostre. Non ci muoveremo da qui per nessun motivo. Io sto bene qui, ho tutte le mie cose qui e desidero rimanere qui. Non intendo tornare sull'argomento. Quando Désirée ritorna, mandatela nel mio studio. Deve ricevere il suo mensile e dobbiamo regolare le spese di casa. Si spende troppo, qui, si spende troppo! (Esce).

Germana                       - E' inutile parlare con quell'uomo. Oltre tutto ha ragione: io non sono malata     - (mar­tellando le sillabe), non sono malata! (Adriana guarda dalla finestra) E stammi ad ascoltare, quando parlo! (Pausa) Tanto, per il passeggio che c'è... Bella vita! Io non so che cosa trovi di tanto interessante fuori di quella finestra.

Adriana                         - Mi divago un po', scusa... (Pausa. Ger­mana la osserva con intensità).

Germana                       - (quietamente) Anche bugiarda sei. (Con rapido trapasso decisa, rapida) Ma dire le bugie con me non serve. Lo so dove guardi, lo so che aspetti qualcuno.

Adriana                         - (tagliente) Tu non sai nulla.

Germana                       - Credi proprio? (Pausa) Si vedono molte cose dalla mia camera da letto. E si sentono i rumori di tutta la casa. Chi entra, chi esce... (Con cattiveria) So che tu esci tutte le sere dopo cena... Papà si addormenta, Désirée torna a casa sua, io sono « ammalata » e non scendo mai per la cena... il momento è scelto bene. (Pausetta) Ieri sei stata fuori quasi un'ora.

Adriana                         - Sono cose che non ti riguardano. Comunque, non faccio niente di male. Mi piace uscire di casa, col buio. Nessuno mi vede, e io allora cammino sola, assorta nei miei pensieri. Sono i miei unici momenti di libertà in tutta la giornata.

Germana                       - Non ti credo. E' una scusa da bambini.

Adriana                         - Ma io sono « una bambina ». Lo avete voluto voi.

Germana                       - Bugiarda, sei! Una bugiarda! (Entra Désirée).

Désirée                          - Buongiorno, signorina Adriana. Oggi non ci siamo viste mai... Il professore è tornato dalla passeggiata?

Germana                       - Come mai siete venuta così tardi?

Désirée                          - Il professore ha voluto mandarmi in banca. Dice che di me si fida. E c'era una lunga coda allo sportello.

Germana                       - Andate ora. Il babbo vi aspetta nel suo studio.

Désirée                          - Con permesso... (Esce).

Adriana                         - Ssss. (Soffia alla sorella in un orecchio) Vedrai che si è messa a origliare... (Si avvicina cau­tamente alla porta e l'apre di scatto) No, oggi mi sono sbagliata. (Pausa).

Germana                       - Guarda: piove.

Adriana                         - Ancora?

Germana                       - Ancora. (Pausa) Che ore sono?

Adriana                         - Non lo so. Il mio orologio è fermo. (Si­lenzio).

Germana                       - E ora vuoi dirmi che cosa facevi ieri sera fuori di casa?

Adriana                         - Lo dirai a papà?

Germana                       - Hai paura dunque?

Adriana                         - Fa' quello che vuoi.

Germana                       - Allora, Adriana?

Adriana                         - Si può sapere che cosa vuoi?

Germana                       - Una risposta. (Pausa) Sei cambiata da qualche tempo. Cresciuta. E non soltanto cresciuta. Esci sola, la sera... Spii dalla finestra in strada, da quella della mia stanza, soprattutto, forse per­ché di lì si vede meglio la strada... (Con improv­viso scatto iroso) Insomma, che stai facendo? Io debbo saperlo.

Adriana                         - E perché? Non sei mia madre, tu! Forse perché sei più anziana?

Germana                       - (sorpresa) Ho preso il posto di nostra madre. Ne ho il diritto. Voglio sapere che cosa hai fatto ieri sera.

Adriana                         - No.

Germana                       - Hai inteso, Adriana? Voglio saperlo. Altrimenti lo dirò a tuo padre.

Adriana                         - (sordamente) Non saprai mai nulla.

Germana                       - Come vuoi. (Dopo una pausa, con osti­nata dolcezza) Se credi che non sappia quello che fai. Basta vederti in faccia. Il tuo viso parla da sé.

Adriana                         - Che dice il mio viso?

Germana                       - Dice che non dormi e che vai in strada, la notte.

Adriana                         - E' colpa mia se non posso dormire?

Germana                       - Sai molto bene quel che ho voluto dire. Ne parlerò con tuo padre.

Adriana                         - E tuo, no, forse?

Germana                       - Da molto tempo ho cessato di conside­rarlo mio padre. Non lo amo. E non amo te, sai bene anche questo. Da quando sei nata ti ho odiato. Ma sei mia sorella, ancora, e devi dirmi tutto quello che fai. Se non facessi nulla di male, me lo diresti.

Adriana                         - Perché vuoi rendermi infelice, Germana?

Germana                       - Infelice? E credi che io sia mai stata felice in questa casa? Ho sofferto in ogni modo, dalla morte della mamma.

Adriana                         - Mi sorprendi. Diventi patetica, adesso?

Germana                       - Non devi farti delle illusioni, Adriana. La tua vita sarà identica alla mia. Il professor Mesurat non morirà molto presto: è una vecchia quercia! E' sano. E' forte. L'aria di questo diparti­mento gli si confà: ce lo ripete tre volte il giorno. Per il tuo bene, non costruire castelli in aria. La tua vita è questa casa, e io, e tuo padre, e l'ordine e la disciplina con cui siamo state edu­cate. Ti ho fatto quelle domande per il tuo bene. In fondo, mi fai pietà. Vuoi rispondermi, adesso?

Adriana                         - No. (Adriana esce. Germana comincia a piangere, silenziosamente. Lungo silenzio. Poi Adriana rientra. Germana tenta di ricomporsi).

Germana                       - Che hai da guardarmi in quel modo?

Adriana                         - Hai pianto?

Germana                       - Vattene! Vattene! Ti detesto! (Esce di corsa, mentre Désirée entra frettolosamente).

Désirée                          - Avete litigato un'altra volta, eh?

Adriana                         - Ci spiavi...

Désirée                          - No, ma urlavate, a un certo momento. Come si faceva a non sentire?

Adriana                         - Anche se hai ascoltato, non me ne im­porta nulla. E' il mestiere dei servi quello di origliare alle porte.

Désirée                          - Signorina...

Adriana                         - Sei una serva, una serva! E devi stare al tuo posto!

Désirée                          - Se fossi in voi penserei a quello che sta raccontando in questo momento vostra sorella al professore...

Adriana                         - Pensa a te! Ha ragione Germana: tutte eguali siete, spie, maligne, sobillatrici, nemiche pagate...

Désirée                          - Siete molto coraggiosa oggi, signorina Adriana. Non so quel che ne penserà il professore.

Adriana                         - Tutte eguali, maledette, maledette da San Pietro! Non tollero consigli da una serva!

Désirée                          - Credo che vi pentirete di quello che avete detto. Il professore sa ancora adoperare la sua frusta. (Dalla scala discendono il professor Me­surat e Germana).

Mesurat                         - Il tuo tono di voce, Adriana, non mi piace affatto. Finiscila.

Adriana                         - Sì, babbo.

Désirée                          - Debbo apparecchiare, professore?

Mesurat                         - E' presto ancora. Non posso cenare d'estate quando la luce è troppo viva. Oggi poi ceneremo più tardi. Siamo stati troppo inquieti gli uni con gli altri. Una penitenza ci farà bene. Ci servirete solamente la minestra e la frutta, Désirée, darete la carne al primo povero che bus­serà alla nostra porta.

Désirée                          - Sarà fatto.

Mesurat                         - Ti sei annoiata quest'oggi, Adriana? (Insolitamente affabile) Hai già terminato la tra­duzione di Pindaro che ti avevo assegnata?

Adriana                         - Sì, babbo.

Mesurat                         - Vogliamo fare allora qualche cosa di insolito tutti e tre insieme? Vediamo, cosa po­tremmo fare? (Pausa) Potremmo giocare a domino. per esempio. Ci vogliono però le tessere... Non fa niente, si può giocare anche con le carte. Ti piace il domino, Germana? (Senza aspettare la risposta) Vedrai che ti divertirai, questa sera, Adriana. Ti divertirai con tuo padre e tua sorella. Désirée, in un ripiano del vecchio guardaroba dev'esserci un mazzo di carte. Ricordo di averci fatto un solitario qualche settimana fa. Vallo a prendere.

Désirée                          - Subito, professore.

Mesurat                         - (conservando la stessa calma untuosa e accomodante si volge alle figlie con aria interroga­tiva) Ebbene? Perché quel viso stupefatto, Adriana?

Adriana                         - (rapida) Papà, io non so giocare a carte.

Mesurat                         - (gioviale) Ma è il domino. Ti farò ve­dere io, prima. Si impara in due minuti. Anche Germana giocherà con noi, vero Germana?

Germana                       - Sì, babbo.

Mesurat                         - E' vero: passiamo tutto il pomeriggio e la serata senza far nulla. Io leggo il giornale del mattino. Tua sorella si ritira nella sua stanza... ci vuole qualche distrazione... (Adriana fa per usci­re) Che cos'hai? Che cosa ti prende?

Adriana                         - Un po' d'emicrania. Voglio andare in camera mia.

Mesurat                         - Mettiti seduta. Ho detto: mettiti seduta. (L'afferra per i polsi e la forza a sedersi).

Germana                       - (Agrodolce) Un'emicrania improvvisa.

Mesurat                         - Oh, ecco le carte. Grazie, Désirée. Po­tete andare. (Pausa) Bene, bene, bene. Avvicinati, Germana. Anche tu, avvicina la tua sedia, Adriana.

Adriana                         - Non ho voglia di giocare, t'ho detto.

Mesurat                         - Dimmi che cos'hai?

Adriana                         - Niente. Niente.

Germana                       - (seccata) Per favore, spiegaci il gioco, e cominciamo.

Mesurat                         - (mantenendo la sua inalterabile calma didattica) Ora vi spiego: dunque, si gioca come il domino che conoscete, solo che invece di comin­ciare con un doppio sei, si comincia con un sette di qualsiasi seme. (Nel frattempo ha distribuito tre mucchi di carte, lasciandone un quarto più piccolo, al centro. Adriana fa per prendere quest'ultimo) Ma no! Che fai? Quello no. Le tue carte sono quelle; non farmele vedere, sta attenta. Dun­que, dopo il sette si possono mettere il sei o l'otto dello stesso seme del sette, oppure il sette di un al­tro seme, e così via e così via. Chi mette in tavola per primo tutte le sue carte vince la partita. Chi non ha da mettere in tavola nessuna carta « pesca » in questo mucchietto. E, quando le carte della pesca sono terminate, si passa. Ogni carta vale per il numero che rappresenta: uno l'asso, due il due, dieci il dieci, undici il fante, e così via, e così via, sino al re che vale tredici. Si sommano i punti che rimangono in mano. Quando si raggiungono i mille punti, si muore. Si muore, Adriana.

Germana                       - E ora giochiamo. Comincio io. Metto il sette di fiori.

 

Mesurat                         - E io... fatemi mettere in ordine le carte... io, il sei di fiori. Coraggio, tocca a te.

Adriana                         - (Non ha ascoltato affatto la spiegazione. Ora è come atterrita) Non so, non so che carta giocare.

Germana                       - Puoi mettere il sette di un altro seme. Oppure il cinque di fiori. Oppure l'otto. Se non hai niente, pesca.

Adriana                         - Che tormento siete. (Le viene da pian­gere) Se non so giocare.

Germana                       - Gioca, gioca una carta! (E' furiosa) Se non hai niente, pesca.

Adriana                         - Hai detto che un sette va bene, vero? (Facendosi forza) Ecco, sette di cuori.

Germana                       - (immediatamente) Otto di cuori.

Mesurat                         - E io il nove. Eh, le carte grosse è me­glio metterle giù subito. Tocca a te, Adriana. Che fai? Quella no! Non hai capito niente. Ora ti debbo spiegare di nuovo. Ti ho detto che si comincia con un sette qualsiasi.

Adriana                         - (alzandosi, freddamente) Io non gioco più.

Mesurat                         - Perché?

Adriana                         - Non voglio giocare.

Germana                       - Siediti.

Mesurat                         - Obbedisci. Dimmi che ti succede.

Germana                       - Siediti.

Adriana                         - (urlando) Lasciatemi in pace! Lascia­temi in pace!

Mesurat                         - (la schiaffeggia) Non urlare così. Non farti sentire da Désirée. Non voglio.

Germana                       - Non c'è niente da gridare. Ora Adriana ci spiegherà quel che le è successo.

Adriana                         - Che cosa volete?

Mesurat                         - Che tu ci parli e ci dica quello che hai.

Adriana                         - Non ho niente.

Germana                       - Allora gioca. (Un silenzio).

Mesurat                         - Se non vuoi parlare tu, parlerò io. Dici di non avere nulla e invece hai la testa fra le nu­vole, sei sempre distratta. Non vuoi giocare con noi. D'altra parte io ho saputo... (Si interrompe perché Germana lo guarda) ho saputo da una per­sona che non è qui e che non voglio nominare, ho saputo che da qualche giorno tu esci dopo cena. Stai fuori un'ora, due, parecchio tempo, insomma. Di' che non è vero, se puoi. (Pausa) Non ti basta? Credi che non si sappia quello che fai? Désirée ti ha sorpresa: tutti i pomeriggi tra le cinque e mezzo e le sei, tu sali nella camera di Germana, ti affacci alla finestra e...

Adriana                         - Non è vero quel che pensate, non è vero!

Mesurat                         - Rispondimi: tu vedi qualcuno?

Germana                       - Lo ami? Di', di' che lo ami.

Adriana                         - Sì.

Mesurat                         - Chi è? Chi è?

Germana                       - Ti ha baciata? Confessa! (Urla, in un impeto di sincerità) Sei stata baciata? Dillo! Dillo!

Mesurat                         - Devi dirmi chi è!

Adriana                         - (come impietrita) Non so il suo nome. (Dissolvenza).

Quadro Secondo

(E' passato qualche giorno. Il professor Mesurat e Germana stanno facendo colazione. Adriana scende le scale di corsa).

Adriana                         - Buongiorno.

Germana                       - Buongiorno, Adriana.

Mesurat                         - 'giorno, cara.

Adriana                         - Che temperatura oggi, papà?

Mesurat                         - Ventisei gradi. L'ho veduto poco fa.

Adriana                         - Quando arriva la signora che ha preso in affitto Villa Luisa?

Germana                       - Perché tieni tanto a saperlo? Anche qualche giorno fa mi hai fatto la stessa domanda.

Mesurat                         - Dev'essere arrivata questa mattina presto. (Adriana si avvia verso la porta) Dove vai ora? Non fai colazione?

Adriana                         - Non ho fame. Voglio cogliere qualche begonia.

Germana                       - Oggi non è ancora martedì. Aspetta a cambiare i fiori.

Adriana                         - Oh, per me... Le zinnie sono già appas­site.

Mesurat                         - Hai inteso quel che ti ha detto tua so­rella? Perché mi guardi così?

Adriana                         - (con voce di pianto) Voglio uscire.

Mesurat                         - Non uscirai.

Adriana                         - Perché?

Mesurat                         - (calmissimo) Lo sai benissimo. Non voglio che tu esca, nemmeno in giardino, sinché non ci avrai detto il nome di quella persona. Intesi?

Adriana                         - (chinando il capo) Sì, babbo. (Va alla finestra e prende a tamburellare con le dita contro i vetri in maniera sempre più violenta).

Germana                       - E fa' piano! Finirai col farti male... (Seguita a bere il caffè) Dicevi, per il collegio bi­sogna...

Mesurat                         - Ecco io pensavo che adesso il comune... (Adriana sempre sorridendo infrange il vetro della finestra) Che hai fatto!

Germana                       - Te lo dicevo io!

Adriana                         - Non so come è stato...

Germana                       - (al padre) Presto. Bisogna prendere nel­la mia stanza la tintura di iodio e un po' di ovatta. Ci sono anche delle bende. Tutto nel secondo cassetto del comò. (Mesurat esce spaventato) Fam­mi vedere. E' un graffio appena.

Adriana                         - Mi fa male.

Germana                       - Come hai potuto farlo? E' roba dal pazzi!

Adriana                         - (indicando qualcuno fuori della finestra) Guarda quella dev'essere la nuova vicina. (Pau­sa) Mi pare piuttosto giovane.

Germana                       - Da lontano non si può dire... (Rientrù Mesurat con tutto l'occorrente per la medicazione),

Mesurat                         - Ho trovato tutto. (Germana comincia a medicare Adriana) Non credi sia il caso di chia­mare un dottore...

Germana                       - Per una sciocchezza simile? No, basto io. Io conosco il male.

Adriana                         - (interdetta, delusa) Eppure io... Fa' come credi.

Mesurat                         - Be', io esco. Vedere il sangue mi dà fastidio. (Esce. Germana fascia il polso di Adriana).

Germana                       - Debbo parlarti. Anche oggi ho la feb­bre. Dev'essere il tempo che cambia. (Pausa) Stani­mi vicina, Adriana. Non voglio rimanere sola.

Adriana                         - Di che cosa hai paura?

Germana                       - Io non ho paura. (Pausa) Adriana, tu non credi che sto per morire. Oppure sono io cheti faccio paura?

Adriana                         - Non devi parlare così.

Germana                       - Quando ti vengo vicina, e le rare volte in cui ti bacio, credi non mi renda conto che tu hai paura di me?

Adriana                         - Non devi parlare così. (Pausa) Perché non chiami un dottore?

Germana                       - Tuo padre non lo permetterebbe. E' convinto che sia sana. E poi, quale dottore?

Adriana                         - Non importa...

Germana                       - Quello della via Carnot, per esempio, qui all'angolo?

Adriana                         - Ma sì, quello o un altro...

Germana                       - (sottile) Ma quello piuttosto che un altro.

Adriana                         - Che cosa vuoi dire? (Silenzio).

Germana                       - (solenne) Ho indovinato.

Adriana                         - Non è vero, ti dico che non è vero!

Germana                       - E' vero. Prima hai fatto apposta a fe­rirti! Apposta perché si chiamasse un dottore, il più vicino...

Adriana                         - Sono cose che non ti riguardano. Vi pentirete di quello che avete fatto di me. Non sono più libera di avvicinarmi nemmeno a una finestra, mi costringete a giocare a domino tutte le sere... (Germana sorride) Ah, tu sei contenta? Sei contenta? Che tu possa morire presto... quel giorno mi vestirò di giallo e di rosso!

Germana                       - (avviandosi verso la scala, terrea) Credo che non dovrai aspettare molto tempo, Adriana. (Sale la scala).

Adriana                         - (correndole dietro) Germana! Germana! Non volevo dirlo, sai, non volevo dirlo! (Silenzio. Dal giardino entrano il professor Mesurat e Leontina Legras).

Mesurat                         - Germana, Adriana! La signora Legras, nostra nuova vicina, vuol fare la vostra conoscenza... (Si volge cerimonioso) Questa è Adriana, la minore. (Pausa) Dov'è tua sorella?

Adriana                         - E' salita di sopra. Si sente poco bene, credo.

Mesurat                         - Va' a chiamarla.

Adriana                         - Ma è malata.

Mesurat                         - Ho detto va a chiamarla.

Leontina                        - Lasciate stare. Non è mica una visita di etichetta! (Ad Adriana) Poverina, non occorre che si disturbi per me. (Con una sorta di affettato compiacimento) Io conosco le usanze: avrei dovuto mandare prima il mio biglietto da visita per mezzo della domestica. So che in provincia si usa così. Tuttavia, poco fa, mentre passeggiavo nel giar­dino della villetta che ho preso in affitto per tutta l'estate, quando ho veduto il professore, m'è parso giusto che mi presentassi, e allora.

Mesurat                         - Di' a Germana che scenda immediata­mente.

Adriana                         - (avviandosi verso la scala) Sì, babbo. (Pausa) Germana, il babbo desidererebbe che tu scendessi. Ci sono visite.

Mesurat                         - I vicini sono la nostra sola distrazione. Conduciamo una vita molto ritirata. Vi confesso che attendevamo il vostro arrivo con una punta di curiosità...

Germana                       - (in II p.) Non posso. Mi spiace molto, ma ho una fortissima emicrania. Non sono pre­sentabile...

Mesurat                         - (a Germana) Germana, è meglio che tu scenda. Lo desidero. Ora verrà, madame Legras, non dubitate. In tal modo avrete fatto conoscenza con tutta la nostra famiglia.

Leontina                        - Siamo vicini, dobbiamo fare amicizia. (Adriana discende) E' così graziosa questa vostra figliola. Un po' timida, non è vero?

Adriana                         - (in un soffio) Avete indovinato.

Leontina                        - Sono certa che diventeremo ottime amiche.

Mesurat                         - (fremendo) Noi abbiamo pochissime relazioni in paese. Quasi nessuna. Non si esce mai di casa, se non quando è strettamente necessario.

Leontina                        - Ma verrete a trovarmi presto, spero, a rendermi la visita. Quando arriverà mio marito, staremo in compagnia... Perché non venite do­mani?

Mesurat                         - Non so se potremo, signora Legras. Permesso... (Va verso la scala. La sua voce è leg­gera, soave) Insomma, Germana, stiamo aspet­tandoti!

Adriana                         - Se volete, signora Legras, verrò io, domani. Non posso dirvi l'ora.

Leontina                        - (stupita) Benissimo, cara.

Adriana                         - (cs.) Non ditelo a mio padre. Vi spie­gherò dopo.

Mesurat                         - (salendo le scale) Non sei ancora pronta?

Germana                       - Sono ammalata. Non scendo. (Mesurat sale ancora) No, scendo! Scendo! Dammi il tempo di vestirmi! Non entrare!

Leontina                        - E perché? Un signore così affabile...

Adriana                         - E' meglio di no. Voi non potete sapere...

Leontina                        - Come volete, cara... (Leontina è legger­mente spaventata) Non posso trattenermi di più, signor Mesurat. Conoscerò la signorina vostra figlia un'altra volta. Non è il caso che si alzi se sta poco bene...

Mesurat                         - Ho abituato le mie figlie a non pen­sare e a non agire se non secondo la mia volontà. Ma se dovete andar via, non vi trattengo.

Leontina                        - A presto, signor Mesurat. Felicissima, signorina.

Adriana                         - Arrivederci.

Mesurat                         - Vi accompagno.

Leontina                        - E ricordatevi della promessa. (/ due escono. Germana discende le scale, come se avesse atteso quél momento propizio).

Germana                       - E' andata via?

Adriana                         - Mi hai messo paura. Sì, è andata via. Non temere. (Rientra Mesurat fingendo la con­sueta indifferenza).

Mesurat                         - Una donna pretenziosa, vero Adriana? Mi hanno detto che suo marito è molto ricco. (Un silenzio) Brava, Germana. Hai fatto bene a obbedirmi: dobbiamo correggerci dei nostri vizietti...

Germana                       - Adriana, ti prego, cerca Désirée.

Mesurat                         - E perché mai? Che cosa vuoi?

Germana                       - Vorrei che andasse in farmacia. Ho i brividi. Debbo avere la febbre.

Mesurat                         - Stai benissimo. Guardati allo specchio.

Adriana                         - (baciando sulla fronte Germana) E' vero, babbo. Scotta.

Mesurat                         - Non cercate di ingannarmi. Non c'è nessun ammalato qui. Nemmeno vostra madre lo era: è morta solo perché il Signore ha voluto ri­chiamarla a sé. (Alza il tono di voce e batte i pugni sul tavolo) E poi basta, basta, basta! Dovete ubbidirmi. Non andrete mai via da questa casa. Vivrete sempre vicino a me, non riuscirete a la­sciarmi solo. Rendetevi bene conto che almeno voi dovete ubbidirmi: il mio metodo non sbaglia. Sto parlando anche per te, Adriana. 0 credi di poter fare a meno delle mie spiegazioni? (Esce, furioso) La prima che mi parla ancora di malattie sarà punita a dovere!

Germana                       - (tristemente) Perché sorridi?

Adriana                         - (cupa) E' così ridicolo. Crede sempre di dover insegnarci qualche cosa.

Germana                       - La chiusura del collegio è stato un gran colpo per tuo padre.

Adriana                         - Perché mi dici sempre « tuo » padre? Non è anche il tuo?

Germana                       - Io non gli voglio bene, te l'ho detto...

Adriana                         - E allora io?

Germana                       - Adriana, ho deciso di lasciare questa casa. (Soffocando il proprio dolore) Non voglio morire qui, non voglio! Alla mia età non è possi­bile continuare a vivere con quest'uomo che non mi permette nemmeno di rimanere a letto quando ne ho voglia. Io ho bisogno di sentirmi libera, di un clima costante, di aria di mare. Da anni e anni penso di andar via. Da quando ha fatto morire la mamma, prigioniera anche lei di questa casa, di quest'uomo che si rifiutava di ammettere che avesse bisogno di cure...

Adriana                         - Eppure il babbo l'amava appassionata­mente. E credo che voglia molto bene anche a noi...

Germana                       - Oggi mi sento il coraggio di partire. Non ho voglia di discutere con te su questa fac­cenda. E del resto sono certa che non mi rimpian­gerai. Naturalmente non dirò nulla a « tuo » padre.

Adriana                         - E chi ti darà il denaro per partire?

Germana                       - Ho i miei gioielli e quelli della mamma. Ho già scritto, per i primi giorni alla superiora dell'ospizio di Saint-Blaise. Ho bisogno del tuo aiuto. Cerca di impostare questa lettera, durante la passeggiata. E cerca di avvisare il vetturino della piazza che si trovi all'angolo della via Carnot, domattina alle sei e mezzo. Bisogna che tu mi aiuti, capisci? Io prenderò la chiave del cancello dalla giacca di quell'uomo; questa sera, mentre legge il giornale prima del domino. Ma tu, mi aiuterai?

Adriana                         - Lo farò. Sta certa.

Germana                       - Sei buona. Non vuoi che ti baci?

Adriana                         - (ritraendosi) Ti darò anche il denaro. Quello della mia dote.

Germana                       - Grazie. Credo che cinquecento franchi basteranno. (Pausa, poi improvvisamente) E per­ché non vieni via anche tu?

Adriana                         - Non posso venire. Il mio posto è qui.

Quadro Terzo

(L'alba del giorno seguente. Piove a dirotto. Ger­mana, che indossa un abito da viaggio, discende con cautela la scala).

Germana                       - Sono riuscita a prendere la chiave.

Adriana                         - Al tuo posto, io aspetterei.

Germana                       - No, è già troppo tardi.

Adriana                         - Puoi rimandare a domani. Nessuno sa niente.

Germana                       - Domani non so se avrei il coraggio.

Adriana                         - Speriamo che la carrozza sia stata pun­tuale. Hai l'ombrello?

Germana                       - No. Non mi serviva. Non uscivo mai di casa.

Adriana                         - E allora?

Germana                       - Non ci perdiamo per delle sciocchezze. Prenderò quello di Désirée. L'ho visto nella di­spensa mentre nascondevo le valigie.

Adriana                         - Vai proprio via, allora?

Germana                       - Sì, vado via. Ho dovuto prendere uno dei tuoi cappelli. I miei sono troppo vecchi. (Pausa).

Adriana                         - Così?

Germana                       - Così, che cosa? (Pausa) Vuoi dirmi almeno ora...

Adriana                         - (rapida) Non ho nulla da dirti.

Germana                       - Perché non vieni via? Perché sei inna­morata del dottor Maurecourt?

Adriana                         - Tu non sai cosa significhi « amare ».

Germana                       - Che cosa vuoi dire?

Adriana                         - Le cose non stanno come tu credi, e nemmeno come suppone il babbo. L'ho veduto tre o quattro volte appena in tutta la mia vita, e gli ho detto solamente « buona sera, dottore », una volta. Non mi conosce nemmeno. Forse non sa che esisto io, Adriana Mesurat. Ma lo amo egualmente. Forse non avrei potuto vivere in questa casa se non lo avessi amato. Ogni giorno, prima che fosse proibito salire in camera tua, tentavo di vederlo. Dalla tua finestra si vede benissimo la casa del dottore. Alle cinque o alle cinque e mezzo di ogni giorno, a seconda delle stagioni, esce per le visite. Attacca il cavallo e via. Non saluta nessuno. Non ha nessuno che lo saluti. La sorella sta sempre in chiesa. Allora io lo aspettavo. Torna sempre tardi: quando noi abbiamo finito da un pezzo di cenare. Così, ho preso l'abitudine di andargli incontro per la strada. E penso a lui in ogni ora del giorno e della notte, mi costruisco una vita al suo fianco. Lo aiuto a curare i minatori di Nièvres, e i conta­dini di Ypres, e le donne del paese, e il dottore è tanto buono e mi ama, mi ama tanto, in una maniera spaventosa e dolcissima. Mi prende fra le braccia, dice che sono la sua mogliettina e mi accarezza furiosamente. (Pausa cupa) Ma tutto nei sogni, Germana. (Pausa) Una volta l'ho salutato, ma era buio... sono fuggita via. Da mesi e mesi gli voglio bene. E lo so che non è possibile liberarmi, lo so che non mi sposerà mai. La prima volta che l'ho veduto dalla finestra, ha alzato gli occhi sino a me e ha sorriso: da quel giorno non ho pensato che a lui, ma come in un lungo, lungo sonno.

Germana                       - (dopo un lungo silenzio) E pretende­resti che ti creda? Mi hai raccontato un mucchio di bugie. Lo so io quello che hai fatto. Perché non vuoi raccontarmi che ti ha baciata, e forse ha fatto peggio, perché non vuoi dirmelo? Piccola bugiarda egoista... Dimmi cosa si prova al pen­siero di essere amata, dimmelo, dimmelo! (Sta per piangere; d'improvviso si ricompone) La car­rozza starà aspettando. (Pausa. Poi perfida) Scom­metto che andrai a dormire in camera mia.

Adriana                         - (sincera) Sì. L'ho sempre desiderato.

Germana                       - Non so se ci riuscirai. (Pausa) Adriana, per il tuo bene, sacrifica questo sentimento e vieni via con me.

Adriana                         - No. Va, è tardi.

Germana                       - Arrivederci.

Adriana                         - Addio.

Germana                       - Mi scriverai?

Adriana                         - Non lo so. (D'improvviso Germana le tende le braccia. Adriana si ritrae spaventata. Ger­mana comincia a piangere).

Germana                       - Hai paura di me?

Adriana                         - E' più forte di me.

Germana                       - Dio, Dio! Perché noi che siamo tanto limitati in tutte le nostre cose lo siamo così poco quando si tratta di soffrire?

 

Adriana                         - Va via. E' tardi.

Germana                       - Arrivederci. (Esce. Ritorna quasi su­bito con una valigia e un ombrello) Addio, Adriana. (Adriana rimane immobile. Lentamente Germana apre il portone. Scompare).

Adriana                         - Il portone si chiude... tre gradini... poi il cancello. (Rimane in ascolto per qualche tempo. Rumore di una carrozza che passa) Ora è libera. Libera!

ATTO SECONDO

(Camera da letto di Adriana. Una finestra coperta da tende di merletto. Un baldacchino. Una toletta, una poltroncina e una scrivania a scrigno. Désirée sta riassettando la camera. Adriana e Leontina entrano ridendo).

Quadro Quarto

Adriana                         - Sono felice, felice in un modo... non riuscirete mai a indovinarlo.

Leontina                        - Eppure è stata una serata noiosa, senza nessuna attrattiva particolare.

Adriana                         - Sei qui, Désirée?

Leontina                        - (continuando) Quando verrà mio ma­rito, allora si che potremo organizzare qualche bella riunione, qualche festa da ballo.

Adriana                         - E m'inviterete?

Leontina                        - C'è da chiederlo?

Désirée                          - Io non ho finito.

Adriana                         - (smarrita) Vi sono molto grata d'avermi riaccompagnata a casa, signora Legras.

Désirée                          - La cena è pronta da un pezzo, si fredda.

Adriana                         - Ho già cenato, Désirée.

Désirée                          - Anche il signor Mesurat ritornerà tardi questa sera.

Adriana                         - (sollevata) Ah, non è tornato?

Désirée                          - No, da questa mattina non è tornato.

Leontina                        - Volete che rimanga a farvi compa­gnia, sino a quando ritornerà il signor Mesurat?

Désirée                          - Non starà molto a tornare, credo.

Adriana                         - Non vorrei disturbarvi troppo.

Leontina                        - Per carità...

Adriana                         - ... se volete faremo ancora due chiac­chiere. E voi, Désirée, cenate pure, lasciate qual­cosa in caldo per il signore e tornate a casa vostra.

Désirée                          - Novità oggi, eh, novità... (Esce mal­volentieri).

Adriana                         - Che bel vestito avete, signora Legras! Le piume! il paillettée! Da noi non usa, siamo provinciali.

Leontina                        - (felice) Vi piace, dunque. E' fine, non è vero?

Adriana                         - Molto. Vi invidio un po'!

Leontina                        - E perché? Non c'è motivo. (Pausa) Vostro padre, forse? E' un po' severo m'avete detto.

Adriana                         - Da quando hanno fatto chiudere il collegio che aveva fondato, è sempre adirato con tutti.

Leontina                        - Per qual motivo l'hanno chiuso? Se era proprietà di vostro padre...

Adriana                         - Pare che papà fosse troppo severo con i bambini. Gli hanno tolto l'abilitazione all'inse­gnamento. E' stata una grande ingiustizia, dice. Ecco perché è sempre scuro, sempre adirato. Io ho paura di lui. Per questo sarei felice, se diventassimo amiche. Ora che mia sorella è par­tita, io sono sempre sola in casa.

Leontina                        - Ma certo. (Passeggia per la camera. Pausa. Cambia discorso) Questa, dunque, è la vostra camera: carina, carina...

Adriana                         - Oh, per carità. Roba di provincia. Voi dovete essere abituata a ben altre cose... (Pausa).

Leontina                        - Tornate domani a farmi visita...

Adriana                         - Temo sarà un po' difficile. Mio padre non mi manda in nessun posto.

Leontina                        - Ma siamo di fronte, è così vicino... (Pausetta) ...e poi non c'è bisogno che glielo fac­ciate sapere a vostro padre. Andiamo, c'è qual­cosa che non va? Ho detto qualcosa di sconve­niente?

Adriana                         - No, vi pare! Sedete, sedete...

Leontina                        - Allora, facciamo un po' meglio cono­scenza. Ora tocca a me parlare. Dunque, io sono Leontina Legras. Buona donna di mezza età. Sono un po' vivace, può darsi e ve ne prevengo, ma ho un grande cuore, un vero cuore di donna: madre, sorella, sposa... e confidente. (Pausa) Gusti un po' antiquati. Mi piace l'allegria. La mia vita è stata però sin qui molto calma, senza avventure. Niente grilli per il capo, un bravo marito commerciante... In una parola borghese, borghese, borghese. Vi va?

Adriana                         - Oh, sì, sì!

Leontina                        - Cara piccola! Facciamo un patto, vo­lete? Io vivo sola qui. Oh Dio, proprio sola no... Qualche volta viene mio marito, ma sapete com'è, i suoi affari lo tengono così occupato! Insomma, io sono spesso sola, e voi pure, no?

Adriana                         - Sì, signora.

Leontina                        - (correggendo) Sì, Leontina. Dunque, ogni volta che una di noi si annoierà, andrà a trovare l'altra... e usciremo insieme. Ma parliamo di voi. Mi permettete di chiamarvi col vostro gra-ziosissimo nome? Adriana, mi sembra...

Adriana                         - Oh, sì, signora.

Leontina                        - Vi prego, vi prego. Chiamatemi Leon­tina. Non c'è niente come il chiamarsi per nome che incoraggi l'amicizia, la confidenza. Immagi­nate di conoscermi da molto tempo, va bene? Quanti anni avete, Adriana? non siete mica in età da nasconderli, ancora... diciannove?

Adriana                         - Venti.

Leontina                        - Venti! Fortunata! E con un bel visino come il vostro... (Ride) Ma non abbassate lo sguardo: con degli occhioni così grandi, si può guardare il mondo in, faccia! Sembra che abbiate paura della vita... E invece! Chissà quante belle cose vi aspettano! (Piccola pausa) Volete che vi legga la mano?

Adriana                         - (stupita) Sapete leggere la mano?

Leontina                        - Oh, un po'. Dunque, vediamo. (Adriana le dà la mano) No, datemi l'altra, la sinistra.

Adriana                         - Allora?

Leontina                        - Oh, oh! Una vita interessante. E lunga. Qualche malattia, ma roba da poco.

Adriana                         - Sarò felice?

Leontina                        - Cosa intendete per « felice »?

Adriana                         - Non so. (Pausa) Vedete un matrimonio?

Leontina                        - Sì, forse.

Adriana                         - E quando?

Leontina                        - Presto, ma dipende da voi.

Adriana                         - Dipende da me?

Leontina                        - Dipende dalla vostra abilità. Siete graziosa, ma non basta. L'uomo è una bestia che non si lascia prendere, se non è domato fin da principio. Siete ricca?

Adriana                         - Abbastanza.

Leontina                        - Quanto?

Adriana                         - Non so. Mio padre ha dei soldi da parte, la pensione, i terreni...

Leontina                        - Non temete, allora! Siete giovane, bella, ricca... Che più? E ora un consiglio: siate un po' meno riservata, meno seria. Pensate ai vestiti, uscite un po' più spesso...

Adriana                         - Mio padre non lo permette.

Leontina                        - Ah, ho capito. Non vuole che usciate sola perché ha paura che andiate da quel signore, da « lui »? Come sì chiama il vostro innamorato?

Adriana                         - (confusissima) Lui ha gli occhi neri...

Leontina                        - Giovane?

Adriana                         - Sì...

Leontina                        - E poi? Ma no! Io vi importuno. Oraj è tardi, bisogna che io scappi. A domani allora.

Adriana                         - A domani. Vi voglio già molto bene, sapete.

Leontina                        - Anch'io, Adriana. (Esce canterellando),

Désirée                          - (entrando) Avete voluto fare come pa­reva a voi. Ma se il signor Mesurat sa che siete uscita, ci andrò di mezzo io. Non dovevate uscire, Vostro padre l'aveva proibito.

Adriana                         - Non preoccuparti di queste cose.

Désirée                          - Io lo dicevo per voi...

Adriana                         - Pensa per te invece. (Pausa) Era molto inquieto mio padre?

Désirée                          - Inquieto? Era su tutte le furie stamat­tina, quando ha trovato il biglietto della signo­rina Germana...

Adriana                         - Quale biglietto?

Désirée                          - Questo. (Fruscio di carta) L'ho trovato poco fa nella spazzatura. (Legge a fatica) « Io me ne vado, papà. Non cercare di raggiungermi; nes­suno conosce il mio indirizzo. Ho preso dallo scrigno della mamma tutti i gioielli che m'apparten­gono ». Non c'è che dire: è una bella lettera. Il signor Mesurat era disperato questa mattina. Na­turalmente ha indovinato subito che l'avete aiutata.

Adriana                         - Taci, ti prego. (Pausa) Dimmi un po', dove sarà ora Germana? Credi che sia molto lon­tana da qui? (Désirée esce. Dissolvenza di luci)

Quadro Quinto

(E' notte. Adriana è a letto. Legge un libro).

Mesurat                         - (da fuori) Apri la porta, Adriana.

Adriana                         - (fingendosi insonnolita) Che c'è, papà? Ora mi alzo... (Apre la porta).

Mesurat                         - (entra. E' molto abbattuto) Perché hai fatto finta di dormire? Ho visto la luce accesa attraverso la porta.

Adriana                         - M'ero assopita un poco...

Mesurat                         - E' bagnato questo vestito... (Pausa) Tu sei uscita questa sera...

Adriana                         - Sì...

Mesurat                         - Dove sei stata?

Adriana                         - A trovare un'amica.

Mesurat                         - Chi?

Adriana                         - Madame Legras.

Mesurat                         - Non sai chi è quella donna? Non voglio che tu la veda più. E ringrazia Iddio che questa sera sono stanchissimo. (Con uno scatto) Ma siedi, siedi!

Adriana                         - Volevo chiudere la porta...

Mesurat                         - Lasciala aperta. (Pausa) Dammi la chiave del tuo armadietto. (Adriana esita, poi, tre­mando, gliela consegna) No, apri tu. Prendi la scatola verde. Apri...

Adriana                         - (implorando) Ma perché?

Mesurat                         - Quanto denaro hai dato a tua sorella? Quanto? Rispondi.

Adriana                         - Cinquecento franchi.

Mesurat                         - Cinquecento franchi! (Conta affannosa­mente il denaro) E' vero. (Con uno scatto) Imbe­cille! Tu non lo vedrai più quel denaro, più, più, capisci? Come vuoi che tua sorella possa render­telo? (Pausa) Era denaro tuo, della tua dote... Ma che cosa credi che ci si sposa senza denaro? (Adria­na si ritrae senza parlare. Mesurat quasi l'insegue, poi la schiaffeggia freddamente) Tu l'hai aiutata a partire, vi siete messe d'accordo tutte e due per ingannare il vecchio Mesurat, eh? Che vergogna. Ed io che non ho altro che voi, non ho altro che voi. E' tanto tempo che è morta tua madre. Un vedovo, e solo, che non vive altro che per voi, ingannarlo così, che vergogna! Io ho vissuto per te, per te e per Germana, tutti questi anni. Mi ave­te preso tutto.

Adriana                         - Non è vero. Io non c'entro.

Mesurat                         - (trae di tasca una lettera) E allora questa? La lettera al vetturino. Ed è calligrafia tua! tua? Lo vedi che è inutile mentire? Io sapevo che tua sorella non poteva essere andata a piedi alla stazione. Ho cercato il vetturino; l'ho trovato; m'ha dato questa lettera; m'ha detto che Germana ha preso il treno delle sei e cinquantacinque per Parigi. Via, è andata via! E tu l'hai aiutata! e poi non basta, sei anche uscita, da sola! Ti credi libera, dunque, non sai che ormai sei solo mia fi­glia, mia figlia, mia, mia... Così, così sei andata a trovare questa donna qui di fronte, la Legras? E poi, Désirée m'ha detto tutto, hai fatto disinfet­tare la camera di Germana. Io ho capito, sai? Tu vuoi la sua camera, vuoi guardare tutto il giorno dalla sua finestra... saresti contenta di andare a dormire lì, non è vero? Ebbene, ti sbagli. Germana mi aveva detto tutto. Quella camera sarà chiusa a chiave. E la chiave... la chiave... (Si palpa il pan­ciotto) ...la chiave è qui, e non potrai rubarmela tanto facilmente come l'altra. Non mi resta ormai che imparare a diffidare anche di te... (Pausa)... ora staremo a vedere. Tu hai voluto cambiare per prima le abitudini di questa casa e tu ne soppor­terai per prima le conseguenze. Ti chiuderò qui, in camera tua, dall'ora tale all'ora tale. Non usci­rai se non accompagnata da me. Ti farò fare quel che vorrò sino alla tua maggiore età. Voi rispetterete i regolamenti in tutto il loro rigore... Dammi il suo indirizzo. Dammi il suo indirizzo, o t'am­mazzo! (L'afferra per i capelli) Tu non uscirai da questa casa, almeno tu. Anzi, anzi, aspetta. Voglio andare a trovarlo il tuo dottore, che certo pensa alla tua dote... Voglio vedere quel che dirà. Intanto, comincio col diseredarti. Non avrai un soldo, no! Non sposerai, allora, non sposerai nessuno. Tutto il mio denaro diventerà dello Stato! Ah, Ah, vedrai. Domattina vado da Maurecourt, prima, e dal notaio Biraud, poi. Staremo a vedere. Rispetterete i rego­lamenti in tutto il loro rigore. Le figlie mie... Che idiota sono stato! Non credi, non mi credi? E allora, guarda, ci vado stasera dal tuo Maurecourt.

Adriana                         - (è rimasta ora spaventata, ora insensibile alle parole del padre) No! Fermati! Non andarci, ti prego, ti prego! Ti chiedo perdono, se vuoi, ma non andare da Maurecourt, non andare... Non è vero niente, sai papà, è tutta immaginazione mia, e vostra, e tua. I sogni erano quelli, i sogni. E non potete, non potete, non potete togliermeli. Sarebbe una crudeltà troppo forte. Dio vi punirebbe.

Mesurat                         - Lasciami, lasciami andare!

Adriana                         - No! No! Io muoio se tu vai da lui, se tu gli parli. Non andare, se mi vuoi bene. Credimi, credimi, ti scongiuro. Io non l'ho mai visto, non gli ho parlato mai. Erano i sogni, t'ho detto. Oh, non andare da lui, ti prego! Non gli parlare di me... Sarò buona, sai, farò tutto quello che vuoi, ma non andare, ti prego. (Cerca di trattenerlo con tutte le sue forze, quasi lottando. Il padre la tra­scina fin sul ballatoio contro la ringhiera. Mesurat sta per liberarsi, quando Adriana - forse inconsa­pevolmente - lo spinge oltre la ringhiera. Mesurat cade nel vuoto. Un tonfo, pesantissimo, lugubre).

Adriana                         - (urla come una folle. Poi si calma in un silenzio di ghiaccio. Pausa. Con voce spenta) Papà! (Pausa) Papà! Papà! (Più insistente) Papà! Papà! (Pausa. Poi a voce altissima) Papà! (Silenzio. Adriana cade in ginocchio. Fa per avvicinarsi alla ringhiera, ma spaventata se ne ritrae. Sempre in ginocchio si trascina fin dentro la camera. Chiude la porta. Pausa. Adriana rimane immobile). Cambiamento di luce: da notturna a solare.

Quadro Sesto

(Un gran scalpiccio di piedi per le scale. Voci con­fuse di Désirée e della signorina Grand).

Désirée                          - E' morto!

Grand                            - Dio mio! Che disgrazia!

Désirée                          - Non c'è niente da fare.

Grand                            - Se chiamassimo il dottore?

Désirée                          - E che vuoi che faccia il dottore?

Grand                            - E la signorina?

Désirée                          - Dovrò avvertirla io. (Adriana che è rima­sta immobile si alza di scatto e chiude la porta a chiave. Désirée bussa alla porta) Signorina, apra. (Bussa ancora) Apra. Una disgrazia, signorina Adriana!

Adriana                         - (bruscamente. Resterà stupefatta dal suono della sua voce) Che cosa è successo?

Désirée                          - Il signore è caduto nella tromba delle scale.

Adriana                         - E dov'è ora? (Pausa lunga).

Désirée                          - Ahimè, signorina! Apra, apra!

Adriana                         - (aprendo la porta) Insomma, che c'è?

Désirée                          - Signorina, che disgrazia! Laggiù alla balaustra!

Adriana                         - E'...

Désirée                          - Sì, è proprio... L'ho trovato così, pochi minuti fa. Fortuna che la signorina Grand, la mia amica, mi ha accompagnato fin dentro casa, sono stata per svenire. Marcellina, sali, sali su!

Grand                            - Vengo, se non disturbo, eh? (Passi sulle scale. Grand è una donnetta scialba, curiosa, si guarda sempre attorno attentamente) Che disgra­zia, povera signorina Mesurat. Perché è stata una disgrazia, vero?

Désirée                          - La mia amica fa la merciaia qui nella piazza.

Grand                            - Siete venuta qualche volta nel mio negozietto.

Adriana                         - Sì, mi sembra di ricordare...

Grand                            - Per dei nastri, nastri di Amiens. (Pausa) Ma come è accaduta la disgrazia?

Désirée                          - Mah!

Grand                            - La signorina non ha inteso nulla...

Adriana                         - No, no. Dormivo.

Grand                            - Eh, quando si ha il sonno pesante. Corag­gio, coraggio! Del resto vedo che sopportate molto bene il dolore. Brava. Una ragazza coraggiosa, proprio. (Un silenzio di imbarazzo) Se avrete biso­gno di qualche cosa, non fate complimenti, signorina Mesurat. Ho delle passamanerie per bianche­ria da lutto, stupende. E van bene anche per i faz­zoletti. Vi porterei io qui a casa la merce, senza che voi vi disturbiate. Ve ne ricorderete?

Adriana                         - Certo, signorina Grand. Ora mi sento poco bene: è un colpo così grave quest'incidente. Vorrei, vorrei che fosse qui la signora Legras. Dopo, Désirée, non appena potrai, dille che venga subito da me.

Grand                            - Ma ci vado io! Un salto e sono da lei.

Adriana                         - (trema un poco per lo sforzo) Non so come ringraziarvi.

Grand                            - Per carità! Sono sciocchezze! E' nelle di­sgrazie che si conoscono i veri amici. Vado subito. Coraggio, eh! (Esce. Silenzio lungo).

Quadro Settimo

Désirée                          - Ha la testa spaccata, povero monsieur Mesurat.

Adriana                         - Zitta, Désirée.

Désirée                          - E' proprio morto e voi ora siete la padrona.

Adriana                         - Zitta, ti prego. Non parlarmi di lui.

Désirée                          - Se volete piangere, vi consolerò.

Adriana                         - No, non ho nessuna voglia di piangere. Ho paura.

Désirée                          - Vi mette paura la solitudine? Ma io rimarrò sempre con voi.

Adriana                         - Sono libera, ora, Désirée?

Désirée                          - Libera, libera come l'aria. A pensarci bene solo con la sua morte, il signor Mesurat vi ha procurato un po' di felicità.

Adriana                         - Si può essere felici, dunque? Ho sem­pre desiderato di esserlo! (Pausa) Eppure che paura, paura senza motivo.

Désirée                          - Di che? Non avete nulla da rimprove­rarvi.

Adriana                         - (subito) Nonè questo. (Più calma) Non intendevo dire questo. (Sorride quasi) Non so nemmeno quel che dico, povera me. Vorrei par­tire, andarmene via di qua.

Désirée                          - E potrete farlo. Mi porterete con voi.

Adriana                         - Credo che non avrò il coraggio di an­dare via da questa casa.

Désirée                          - Siete sconvolta, ora. Certo è stato un gran colpo. (Pausa) Non preoccupatevi, penserò io a tutto. Ho già mandato a chiamare il giardi­niere per far trasportare il suo corpo nella stanza da letto.

Adriana                         - Zitta, zitta, Désirée.

Leontina                        - (dal basso) Mio Dio! Che orrore! Adriana, Adriana! Son corsa subito: son qui, son qui! Sei in camera tua? Non scendere, salirò io.

Adriana                         - Grazie, grazie, amica mia.

Leontina                        - (entra. Abbraccia Adriana) Povera piccola, piccola mia! (Pausa) Désirée, andate su­bito a cercare il dottor Maurecourt.

Adriana                         - Il dottor Maurecourt! Non voglio ve­derlo! (Le due donne si guardano stupefatte. Pausa. Adriana continua rapida) Il dottor Maurecourt! Purché papà sia gentile con lui...

Leontina                        - Amor mio, che stai dicendo? (Adriana si rende conto di quel che ha detto) Sei terroriz­zata, smarrita. (Pausa) Désirée, che cosa spaven­tosa! Ma com'è accaduto?

Adriana                         - Non so, non parliamone, ti prego, ti prego. Dormivo.

Leontina                        - Povera piccola, sei sola ora. Non di­menticare che io ti sono sempre vicina. (Pausa) Povera, povera Adriana! (Come se parlasse da sola) E quel povero signor Mesurat! E' voluto scendere al buio. Era imprudente, alla sua età. E le scale. Perché non gli hai fatto luce?

Adriana                         - Non l'ho sentito scendere.

Leontina                        - Già, già. Dormivi... (Pausa) Così, è morto senza neppure un grido. Spaventoso. Ho paura che ci sarà una inchiesta. (Adriana è spa­ventata) Che cosa seccante, vero?

Désirée                          - Ora vado a chiamare il dottore. (Pausa) Qualcuno avrebbe potuto sentire il grido, il grido del morto.

Leqntina                        - Io l'avrei inteso certamente. Sono vi­cina e poi dormo male: un sussurro mi sveglia.

Désirée                          - La signorina ha bisogno di qualche cosa? (Adriana scuote il capo. Désirée si guarda intorno e scopre che la lampada ad olio vicino al letto - ora spenta - è vuota) Guarda, la lampada della signorina è vuota. Eppure l'avevo riempita l'altro ieri. (Esce).

Leontina                        - (dopo una pausa) Cosa ne pensi di quella donna?

Adriana                         - Perché?

Leontina                        - M'è parso parlasse in una maniera così strana. Avrei giurato che voleva insinuare qualcosa. Quella lampada. Che c'è di strano, se è vuota? (Pausa) Hai passato la notte senza dor­mire, ecco tutto. Dev'essere come per quei gridi di cui voleva parlare. Avrai gridato tu, forse, nel sonno. Sei stanca, eh?

Adriana                         - Malata. (Pausa) Come siete buona si­gnora Legras. Buona come una mamma.

Leontina                        - Penserò io al dottore. Penserò io al commissario. Ma tu tremi!

Adriana                         - La solitudine mi fa paura.

Quadro Ottavo

(Mattino. Adriana è in vestaglia).

Désirée                          - Avete visto, è passato tutto.

Adriana                         - Madame Legras è stata bravissima.

Désirée                          - S'è tutto sistemato bene. Perché poi avrebbero dovuto fare delle difficoltà per seppel­lire quel povero signore. Il dottor Maurecourt è stato perfetto. Non so proprio perché non abbiate voluto riceverlo nella vostra stanza. E oggi siste­meremo anche la faccenda del testamento.

Adriana                         - Quando verrà il notaio Biraud?

Désirée                          - Fra poco: ho sistemato tutto su quel tavolinetto. Poi andrò a chiamarlo. Marcellina Grand, la mia amica, la merciaia, vi ricordate? Io e lei faremo da testimoni. Così tutto è a posto. (Pausa) lo non so perché vi ostinate a rimanere sempre sola, sempre qui, chiusa in camera come una prigioniera.

Adriana                         - Ieri volevo partire, lo sai. Poi non ne ho avuto il coraggio.

Désirée                          - E perché? Già, forse è un po' presto. Comunque, dovreste vedere un po' più di gente. E andare in chiesa, qualche volta. La gente chiacchiera presto, sapete com'è. Ieri per esempio.

Adriana                         - Ieri per esempio?

Désirée                          - Marcellina, la mia amica. Ero entrata nel suo negozietto per comprare un rocchetto di filo bianco. Bene, mentre involgevo il rocchetto con la carta velina, sapete cosa m'ha detto?

Adriana                         - Non so, non so.

Désirée                          - M'ha detto: « pure non era naturale la morte del signor Mesurat. (Pronta) Una morte tragica ». Anche questo l'ha detto lei. Capite, vero?

Adriana                         - (pianissimo) Sì, continua.

Désirée                          - Io non penso nulla, beninteso. E' una strana storia però. Quando saliva da voi portava sempre la lampada. Va bene che era agitato, quella sera.

Adriana                         - Come lo sai?

Désirée                          - Diamine, era scappata di casa la signo­rina Germana! (Pausa) Ma non parliamo più di queste storie spiacevoli. Sapete che la signora Le­gras è partita questa mattina presto?

Adriana                         - Sì, me l'ha detto ieri. Tornerà per il 14 luglio.

Désirée                          - Suo marito è nei guai.

Adriana                         - E' un uomo d'affari. Alti e bassi. Tutto s'aggiusterà, vedrai. Il 14 luglio sono invitata a pranzo.

Désirée                          - Posso avere tutta la giornata libera?

Adriana                         - (stanca) Sì, se vuoi.

Désirée                          - Ci sarà la banda al parco. E balleremo. (Si ode la voce di Maria Maurecourt).

Maria                             - (fuori campo) E' permesso? Non c'è nes­suno?

Adriana                         - Chi è, Désirée?

Désirée                          - Perdinci! Ho lasciato la porta aperta. Corro a vedere. (Esce. Adriana ascolta. In secondo piano).

Maria                             - (ancora f.c.) Ho suonato, scusate.

Désirée                          - Per carità, signora. Il campanello non si sente lassù.

Maria                             - C'era la porta aperta e allora sono entrata. Vorrei parlare con la signorina

Désirée                          - Chi debbo annunciare?

Maria                             - Maria Maurecourt.

Désirée                          - (entrando) E' la signorina Maurecourt, la sorella del dottore.

Adriana                         - (agitata) Falla entrare. (Entra Maria Maurecourt. Quarant'anni, austera).

Maria                             - Perdonate se entro in casa vostra senza avere l'onore di conoscervi. Abitiamo così vicino.

Désirée                          - Eh, già: qui all'angolo.

Adriana                         - Volete accomodarvi, signora?

Maria                             - In breve: io sono la sorella nubile del vostro dottore. Mi chiamo Maria Maurecourt.

Adriana                         - Lietissima. E' molto tempo che siete arrivata?

Maria                             - No. Soltanto pochi giorni. Vivevo a Parigi, ma ora ho deciso di stabilirmi qui per aver cura di mio fratello Dionigi. (Un silenzio).

Adriana                         - Désirée, potete andare.

Désirée                          - Vado a chiamare Marcellina. Il notaio Biraud dovrebbe essere qui tra poco tempo.

Adriana                         - Va, allora. (Désirée esce).

Maria                             - Non vi stupisce il fatto che io sia venuta a trovarvi?

Adriana                         - Infatti, non vi aspettavo.

Maria                             - Eppure, è una cosa naturalissima. Siamo vicine. Ed è facile immaginare quanto dobbiate essere triste voi in questi giorni. Abbiamo pensato, mio fratello ed io, che potevamo esservi utili.

Adriana                         - Il dottore è stato così compito con me durante... la disgrazia del povero papà: io non ho potuto neppure ringraziarlo, come dovevo. Pen­sate che lo conosco solo di vista...

Maria                             - Immagino il vostro dolore. Ma quando ho detto « mio fratello ed io », era un modo di parlare inesatto. Non è che ci siamo messi d'ac­cordo. Dionigi non sa di questa visita, ma ieri parlavamo di voi... ed anche oggi a colazione, sem­brava che fosse come un dovere... Non so spie­garmi bene, aiutatemi voi...

Adriana                         - Non saprei. Sono lieta di questo inte­ressamento; non potete nemmeno immaginare quanto; siete molto cari...

Maria                             - E' un dovere non lasciarvi sola, un do­vere tenervi compagnia: nei limiti del possibile, s'intende. Sono venuta a trovarvi io perché mio fratello è molto occupato, ha troppe visite e da un po' di tempo in qua non gode di buona salute. Cerco di evitargli ogni fatica, per lieve che sia, non strettamente necessaria. (Ha parlato senza guardare in viso Adriana, poi prosegue meno pre-cipitatamente, via via più franca) Così sono venuta io. Desidero che contiate sulla nostra vicinanza, sulla nostra solidarietà. Adriana ~ Siete molto gentile.

Maria                             - Mio fratello s'interessa molto a voi.

Adriana                         - E' molto gentile anche lui.

Maria                             - Vi ho disturbato con questa visita fuori programma?

Adriana                         - Per carità, non pensatelo nemmeno.

Maria                             - Allora siamo intese: ogni qual volta ab­biate bisogno, scrivetemi pure e io verrò da voi. E' più comodo. Arrivederci allora. (Si avvia verso le scale) Avete gente, vedo. Arrivederci di nuovo.

Adriana                         - A presto. (Mentre Maria esce, entrano Désirée, il notaio Biraud e la signorina Grand).

Désirée                          - Ecco il notaio. Ed ecco il testimonio.

Grand                            - Buongiorno, signorina.

Adriana                         - Buongiorno. Come state, notaio Biraud?

Biraud                           - Ottimamente, mia cara. E tu? Ti sei rimessa un poco?

Adriana                         - Sì, sto abbastanza bene ora.

Biraud                           - Ne sono lieto.

Grand                            - Ho portato quei passamani di lutto: dopo ve li mostrerò, signorina.

Biraud                           - Possiamo cominciare allora. Ecco ho portato tutte le carte. Il testamento di tuo padre è già stato aperto dal giudice di pace. Vuoi che lo legga?

Adriana                         - No, non m'importa di nulla.

Biraud                           - (sorride) Naturalmente, tuo padre ha lasciato a te e a Germana tutto il suo patrimonio, salvo un modesto legato per una cognata di Reims. Mi ha scritto già tua sorella Germana.

Adriana                         - Dov'è ora?

Biraud                           - Sempre a Saint-Biase. Dice che il clima le si addice, che sta meglio, è assai spiacente di non essere tornata per i funerali del mio povero amico Mesurat. Mi dà carta bianca: ma dato che è maggiorenne farò versare senz'altro a suo nome tutto il denaro ereditato. Per te le cose sono un po' più complicate.

Adriana                         - Per me? come mai?

Biraud                           - Non hai ancora ventun'anni e fino a quell'età non potrai disporre del piccolo patrimo­nio che è sempre di tua proprietà.

Désirée                          - E allora?

Biraud                           - Il Giudice di pace mi ha nominato tutore di Adriana Mesurat.

Adriana                         - Così, per ora, non avrò nulla.

Biraud                           - (sorride) Chi dice questo? La casa è tua e continuerai ad abitarvi con Désirée. Io preleverò ogni mese una piccola somma e così tirerai avanti per questo anno.

Adriana                         - Allora dopo potrò andare a Parigi?

Biraud                           - (scoppia a ridere) A Parigi? E perché a Parigi? Non stai bene qui? Pensa che la tua) fortuna è modesta. Quella pazza speculazione del collegio fallito aveva intaccato considerevolmente il patrimonio di tuo padre.

Adriana                         - Allora sono povera?

Biraud                           - Non dico povera: ma non hai denaro! da buttar via. (Ride ancora) A Parigi! Che idea! Désirée e

Grand                            - A Parigi! (Ridono).

Biraud                           - Visto che tutto è sistemato, posso andarmene. Ti lascio una copia del testamento, sei vorrai leggerlo. Domani ti farò avere mille franchi, per le prime spese. Ma non sciuparli: non sei unabambina. Certo, sei così inesperta! (Pausa. Con vocemolto insinuante) Ho l'impressione che tu debba ancora imparare come si vive in questo mondo. Addio.

Désirée                          - Vi accompagno, di qua.

Adriana                         - (pensierosa) Arrivederci.

Biraud                           - (uscendo) Certo, è stata una disgrazia grande, quella del mio povero amico Mesurat.

Désirée                          - Una gran disgrazia. (Escono).

Grand                            - Ecco i passamani, se la signorina vuol sceglierli. (Le mostra dei rotolini neri) Questo è molto fine. Si chiama « lagrime per l'amante mor­to ». Una vera creazione e fa ottimo effetto su quelle camicie di seta bianca che avete compe­rato giorni fa.

Adriana                         - Li prendo. Li prendo. (Singhiozza im­provvisamente).

Grand                            - (commossa) Che colpo per voi, quella mattina! (Pausa) Lo dicevo giusto ieri a Madame

Legras                           - (Pausa) E' amica vostra, vero?

Adriana                         - Sì.

Grand                            - Molto?

Adriana                         - (esita) Molto.

Grand                            - Be', fate male. Non è una buona amica.

Adriana                         - (sorpresa) Perché? la conoscete bene?

Grand                            - (esclusiva e maliziosa) La conosco bene,

Adriana                         - E' partita ora. E' andata a trovare suo marito. Un commerciante.

Grand                            - Io non sapevo che avesse marito.

Adriana                         - (smarrita) Me l'ha presentato giorni fa. Commercia in seta. Ogni tanto la viene a trovare.

Grand                            - Io non sapevo che avesse marito.

Adriana                         - Me l'ha detto lei. Commercia in seta.

Grand                            - Non ho mica detto che madame Legras non conosce i commercianti.

Adriana                         - E allora suo marito...?

Grand                            - (rapida) Non voglio essere indiscreta. (Silenzio) Indubbiamente quel signore è assai ge­neroso con madame Legras.

Adriana                         - E' lei che ve l'ha detto?

Grand                            - Sì. (Pausetta) Naturalmente non m'ha detto che non era suo marito. Ma tutti qui sono al corrente.

Adriana                         - E io mi sono fidata di lei!

Grand                            - Avete fatto male. Quanti metri ne pren­dete?

Adriana                         - Non so...

Grand                            - Quattro metri vanno bene? Sì. Allora li lascerò a Désirée. Penserà lei a regolare. Buon­giorno, signorina Mesurat.

Adriana                         - Buongiorno. (La Grand, esce).

Adriana                         - (cammina per la camera. E' sfinita, umi­liata) Prigioniera. Non potrò mai uscire di qui, da questa stanza. E tutti mi sono nemici. Ho paura. Dionigi. Pensi a me, dunque?... (Con decisione) Ti scriverò. (Siede. Scrive convulsamente, senza riflettere): « Dionigi, amor mio. Io t'amo da anni e anni e tu non lo sai, ma se sapessi quanto ho sofferto, credo che avresti pietà di me. Sono così infelice che solo questo dovrebbe forzarti a vo­lermi bene. Sono prigioniera e colpevole ». (Pausa lunga. Poi riprende a scrivere) « Ti amo, ecco quel che non oso scriverti, il mio cuore è pieno di te! E non posso fare a meno di pensarti e di aver paura ».

ATTO TERZO

(La stessa scena del primo atto. Invano Adriana ha tolto dall'angolo l'opprimente canapé di Ger­mana sostituendovi una lunga tavola, invano i fiori rallegrano, con dei nuovi cuscini, un po' da per tutto la stanza: la stessa aria di prigione grava ancora sulla casa. Adriana sta sorbendo un caffè. Dalla finestra e dal portone si scorgono sulla strada, contro il cielo, lampioncini giapponesi e stelle filanti).

Adriana                         - (chiama Désirée, che appare subito) Désirée. Ho finito. Porta via tutto.

Désirée                          - Perché non avete preso l'uovo?

Adriana                         - Non ho fame.

Désirée                          - Non dormite, non mangiate, non uscite mai. Volete proprio morire d'inedia?

Adriana                         - Mi sento poco bene, oggi.

Leontina                        - (in secondo piano) Adriana! Sono tor­nata! E' il quattordici luglio: dovete venire a pranzo da me.

Désirée                          - Viene qui.

Adriana                         - (turbata) Corri. Dille che non sono in casa..

Leontina                        - (entrando) Non sei in casa? Fate dire questo a me? (Silenzio) Ebbene, Désirée, fareste bene a tornare in cucina. La signorina non ha più bisogno di voi, ci penso io. (Désirée la guarda, poi esce).

Adriana                         - Non avevo voglia di vedervi.

Leontina                        - Me ne sono accorta. Spero mi spieghe­rete il perché.

Adriana                         - Voglio vivere sola, non voglio vedere più nessuno. Nessuno.

Leontina                        - Non è una risposta.

Adriana                         - Questo deve bastarvi.

Leontina                        - (prende una mano di Adriana) Andiamo. Non è una cosa seria. Vi ho fatto qualcosa di male?

Adriana                         - Non vi debbo nessuna spiegazione.

Leontina                        - (tornando normale) Piccola mia, che vi succede? Se è uno scherzo, smettete subito. E' impossibile che parliate così alla vostra migliore amica. (Lungo silenzio) Adriana, perché mi rice­vete in questo modo? Siete diventata pazza per caso? Rientrate in voi. Facciamo conto che non sia accaduto niente,

Adriana                         - (adirata) Non posso dirvi in modo più chiaro che non voglio più vedervi.

Leontina                        - E io non posso dirvi più chiaramente che siete una stupida. Se c'è una persona che dovete amare e rispettare, quella sono io.

Adriana                         - Rispettare una donna come voi! Non fatemi ridere.

Leontina                        - Attenta a quel che dite.

Adriana                         - Ebbene, sappiate che una Mesurat non stringe la mano d'una... d'una...

Leontina                        - Avanti!

Adriana                         - D'una donnaccia! (Silenzio).

Leontina                        - Vi rendete conto di quel che avete detto? (Pausa. Con voce eguale) Non siete davvero né riconoscente né cortese. Così, venite spesso da me, accettate la mia amicizia, e tutto per dirmi, un bel giorno, che sono... come avete detto? « Una donnaccia! » Una donnaccia! (Ride) E tutto questo perché? Forse perché mi dipingo? Non si usa, vero? a La Tour-1'Évèque? Certamente le conclusioni premature non vi fanno paura, signorina Mesurat. (A voce bassa e rauca) Ne so abbastanza sul vostro conto per mandarvi in Corte d'Assise. (Silenzio. Adriana prova a parlare, ma non vi riesce, vinta, sfinità) Ecco, ecco: ora ricuperate la memoria. Fate presto a dimenticare i servizi che vi si ren­dono. Sapete che vi ho reso dei grandi servizi...? (Pausetta) Lo sapete o no?

Adriana                         - (smarrita) Non so cosa vogliate dire.

Leontina                        - Lo sapete molto bene, mia cara.

Maria                             - (in secondo piano) Siete in casa, signorina Adriana?

Leontina                        - Ah, ecco chi vi sobillava contro di me!

Maria                             - (entrando) E' permesso? (Vede Leontina, si turba) Non volevo disturbare.

Leontina                        - Restate. Restate. Vado via io. Pensate a ciò che vi ho detto, Adriana. (Esce).

Maria                             - (freddamente) Perdonatemi, se non vi ho avvisata prima. Se avessi saputo, non sarei venuta.

Adriana                         - Prego, sedete.

Maria                             - Sarò breve.

Adriana                         - C'è qualcosa di nuovo?

Maria                             - Ecco, signorina. Io ho cambiato parere dalla prima visita. Ho riflettuto su quanto abbiamo detto e la mia impressione ora è che potete fare benissimo a meno della mia compagnia. E poi l'ho vista con i miei occhi.

Adriana                         - Non comprendo quel che volete dire.

Maria                             - Davvero? Dovevate dirmelo che avevate una così brava vicina! Vi faccio i miei compli­menti: la signora Legras è una donna affascinante. E' un vero peccato che mio fratello e io non si ritenga necessario conoscere donne di questo ge­nere. (Esita. Fissa duramente Adriana).

Adriana                         - Siete pazza!

Maria                             - Siate educata, signorina. La cortesia è necessaria anche in circostanze spiacevoli come quelle che mi conducono qui. Vi dicevo dunque che siete libera di scegliere le amicizie che meglio vi aggradano, ma dato che questa signora Legras è vostra intima, non è il caso che intratteniate nuovi rapporti con noi.

Adriana                         - Io non vedrò più la signora Legras. Abbiamo litigato. Avete visto, no? Sono sincera, credetemi. Tengo moltissimo alla vostra amicizia.

Maria                             - Mi spiace: io giudico accuratamente una persona prima di aprirle la porta della mia ono­rata famiglia. Ora sono sicura.

Adriana                         - Sicura di che?

Maria                             - Sicura di quel che siete.

Adriana                         - Spiegatevi. Perché mi umiliate in que­sto modo?

Maria                             - (apre la borsetta e ne estrae una lettera) E' vostra questa scrittura?

Adriana                         - La mia lettera!

Maria                             - (leggendo) « Dionigi, amor mio. Ti amo ecco tutto quel che non oso scriverti ».

Adriana                         - Quella lettera non era indirizzata a voi.

Maria                             - E' meglio che non vi facciate illusioni: non è mai giunta al suo destinatario.

Adriana                         - (adirata) L'avete rubata. Infame! Ladra!

Maria                             - E come definire allora quel che avete fatto voi? Scrivete spesso dichiarazioni d'amore simili a questa? Certo, la signora Legras dev'essere in grado di darvi consigli preziosi. Non mi stupi­sco più delle vostre relazioni.

Adriana                         - Voi non potete capire. Vostro fratello è tutta la mia vita. Mi sono innamorata di lui dal­la finestra, la sera gli andavo incontro, gli davo la buonasera e poi fuggivo. Lui non sa nulla, vi giuro. E' stato tutta la mia vita, il mio segreto: ero prigioniera io, qui, prigioniera di questa casa, dei parenti. Non so nulla della vita, io, non è colpa mia se ho sbagliato.

Maria                             - Dovreste rendervi conto di quel che pote­vate fare con quella lettera.

Adriana                         - Io?

Maria                             - Sì, voi! Tutto il male che potevate fare a mio fratello. Dionigi è un uomo molto delicato. (La voce le trema, spesso lacrime di collera comin­ciano a incrinare la sua voce, ma ella si domina e continua con precipitazione: tutta la battuta va detta così a piccoli scatti) Molto delicato e debole non potete neanche immaginare quanto sia sensi­bile, caro con me. Ed io mi son presa cura di lui sin da quando era bambino. Io, io ho vissuto per lui. Non potete togliermelo. Non posso impedirgli di stancarsi, di curare certe persone che neppure lo pagano, ma quel che non permetterò mai è che lo vengano a tormentare delle donne come voi. Delle donne come voi! Se state male qui a La Tour-l'Évéque, perché non ve ne andate? A Dreux, per esempio. Là c'è una scelta società, si divertono, mi hanno detto. O se no perché non ve ne andate addirittura a Parigi! A Parigi: non avete mai pen­sato a Parigi? (Scuote Adriana per un braccio, finché la ragazza scoppia a piangere) Andiamo, fini­tela. Commediante! Con me, non serve: ho i nervi solidi, io. Non hanno presa su di me, gli isterismi. Non riuscirete a portarmi via Dionigi: ricordatevi che alla prossima lettera di quel genere che tro­verò nella nostra cassetta, denuncerò la vostra condotta all'opinione pubblica. La pubblicherò nel « Moniteur de Seine et Oise » e vedrete quel che faranno per allontanarvi le persone oneste! (Esce con dignità. Adriana continua a piangere silenzio­samente. Si alza d'un tratto e va verso la finestra a spiare, poi stancamente riabbassa la tendina e si avvia verso la scala. E' disperata, stanchissima. Si passa più volte le mani sugli occhi, vacilla, poi cade di peso a terra facendo rumore).

Désirée                          - (in secondo piano) Che è caduto? (Pausa) Signorina, che cosa è successo? (Entra) Gesù Santo! (Si china su Adriana. Cerca di scuoterla) Signorina Adriana, signorina... E' svenuta... (Cerca di solle­varla): Gesù, non ce la faccio! (Esce di corsa) Signora Legras! Signora Legras! Venite qui subito, per favore! Sì, ora, ora: la signorina s'è sentita male! E' svenuta, sembra morta. Non ce la faccio a sollevarla. (Entra m.me Legras) Ecco, vedete, è così pesante per me.

Leontina                        - Piccola sciocca! (L'adagiano su di una poltrona) E' solo svenuta. Un po' d'aceto forte, presto, presto. (Désirée esce. Rientra subito dopo con l'aceto) Date qua, dunque. Ma no, dove avete la testa? L'altra ampolla: questo è olio!

Désirée                          - E' vero. Che sciocca. Povera signorina!

Leontina                        - Non è nulla, già rinviene. (Bagna col fazzoletto le tempie di Adriana) Siete molto spa­ventata.

Désirée                          - Credevo, credevo che si fosse avvele­nata. (E' un po' delusa).

Leontina                        - E perché?

Désirée                          - Così. Lo so io.

Leontina                        - (brusca) Avete avuto paura anche voi. Bevete un pochino d'acqua. (Ad Adriana che rin­viene) Adriana, tesoro, amichetta mia. Vi sentite meglio, eh? La vostra amica non vi abbandona nei momenti gravi.

Adriana                         - Voi qui?

Désirée                          - Come vi sentite?

Adriana                         - Non è niente. Dev'essere stato un ca­pogiro.

Désirée                          - Meno male. Vi serve nulla?

Adriana                         - No, Désirée. (Esce).

Leontina                        - Mia cara, dimentichiamo tutte quelle cose spiacevoli che ci siamo dette questa mattina. Siamo troppo legate ormai. No, non parlate se vi dà fastidio. Chissà quante cose spiacevoli deve avervi detto quella vecchiaccia. Volete bere? Un cordiale? A casa ce l'ho.

Adriana                         - No, non voglio nulla. E' passato.

Leontina                        - E' strano questo capogiro. Volete che chiami il dottore?

Adriana                         - (arrossisce di colpo, è sfinita) No. Lui no. Non voglio vederlo.

Leontina                        - Ma che vi ha fatto di male quel po­vero dottore? Forse è per la sorella?

Adriana                         - Ve lo dirò. Tanto ormai...

Leontina                        - Che cosa?

Adriana                         - Ve lo dirò. Ma sedete, non posso par­larvi così. Aiutatemi, almeno voi.

Leontina                        - Certo, certo, piccolina. Ve lo avevo sempre detto di confidarvi con me. Ecco, sono se­duta, vi ascolto.

Adriana                         - Non posso vedere quell'uomo, il dottor Maurecourt. O almeno non ora.

Leontina                        - Il dottore? Non vi mangerà mica. Di che avete paura?

Adriana                         - Voi non potete capire. Ho sofferto ter­ribilmente. Perché d'altra parte, io muoio dal de­siderio di vederlo, di parlargli, di stringergli la mano.

Leontina                        - E allora?

Adriana                         - Non si tratta di me. E' lui invece. E' un pasticcio, non so spiegarmi. Pure, dovreste riu­scire a comprendermi.

Leontina                        - Non mi direte mica che il vostro « lui » quello che amate, insomma, è il dottor Maurecourt?

Adriana                         - Sì, lo amo.

Leontina                        - E' impossibile.

Adriana                         - E' così.

Leontina                        - Un uomo così... già voi l'amate. Così magro, delicato. E' povero poi. Insomma non è un partito.

Adriana                         - Che vuol dire. Per me è bellissimo, alto, e poi non l'ho amato perché era un partito.

Leontina                        - Andiamo. Perché incoraggiare questa passioncella che non promette nulla di buono. Siete giovane, ricca, non è vero? Pensate un po' a quel che siete voi, che diamine! Pensate alla vostra felicità! No, non posso credere che questa sia una storia seria. E poi, non lo vedete? Credete che quell'uomo pensi all'amore, al matrimonio? Si vede bene che non lo conoscete. Pensa unica­mente ai suoi ammalati. (Pausa) Il mio giardino confina col suo. Certe sere io passeggio su e giù per godermi un po' di fresco; il dottore entra e non mi guarda neppure. Mai, mai, nemmeno una volta, di sfuggita.

Adriana                         - Che volete dire?

Leontina                        - Che avete scelto male. Avreste fatto meglio a consultarmi. E' un uomo che va alla messa tutte le mattine: una vera beghina.

Adriana                         - E che vuol dire questo?

Leontina                        - Tutto ciò lo dico per il vostro bene. Può darsi che io non lo conosca a fondo questo dottore Maurecourt; può darsi che abbia un cuore come tutti gli altri.

Adriana                         - Se non lo conoscete bene perché par­late così di lui? Perché non potrebbe amarmi, comprendermi, proteggermi? Aiutatemi, vi prego.

Leontina                        - Io? E come? Su, coraggio, vediamo. Anch'io ho dei momenti difficili, mia cara. Non crediate d'essere la sola. Perché tremate? Non siete più una bambina.

Adriana                         - Lo so. E' colpa mia. Sono stanca, non esco mai, non penso che a lui tutto il giorno.

Leontina                        - Perché non gli parlate francamente?

Adriana                         - Non posso. Ho paura.

Leontina                        - Scrivetegli, allora.

Adriana                         - E' inutile. La sorella intercetta la po­sta, ed ora conosce la mia scrittura. (Pausetta) Dovreste parlargli voi.

Leontina                        - Oh, che cosa sconveniente! (Pausa) E' difficile, dovreste presentarmi almeno.

Adriana                         - Non posso: ho litigato con sua sorella.

Leontina                        - Tutti gli sbagli, tutti! Ebbene, andrò a trovarlo, parlerò con lui. Dirò, dirò che state poco bene, lo preparerò un poco. In breve l'indurrò a farvi visita.

Adriana                         - Quando?

Leontina                        - Anche oggi. Oggi, nel pomeriggio. .

Adriana                         - Grazie. Grazie. Grazie. (Pausa) Verrà qui allora: io potrò parlargli, avrò coraggio, lo sen­to. Gli stringerò la mano. (Si alza, come trasogna­ta) Verrà, verrà oggi.

Quadro Nono

(Stessa scena. Pomeriggio avanzato. Adriana ha un nastro nei capelli e fiori sulla spalla. La si­gnora Legras indossa un mantello da viaggio. In lontananza il suono di una banda).

Adriana                         - Sentite la banda?

Leontina                        - Suonano bene. Questo valzer è un in­canto. (Canticchia) « Je ne vous aime pas / Ou plutòt ce n'est que dans un rève... ».

Adriana                         - Ha detto proprio che verrà?

Leontina                        - State certa. Tra poco sarà qui.

Adriana                         - Il tempo non passa mai. Tutti fanno festa, oggi.

Leontina                        - E' il 14 luglio. Non vi agitate tanto: avete veduto in che stato siete ridotta?

Adriana                         - Sono pallida, vero? Troppo pallida.

Leontina                        - (molto dolcemente) Vedrete, bella mia, come passerà presto tutto questo tempo. Guari­rete, dimenticherete. Ho avuto anch'io delle pene di cuore.

Adriana                         - Non voglio guarire.

Leontina                        - Tutti abbiamo sofferto nella nostra vita, poi siamo guariti. Voi dovete imparare an­cora, ma si fa così presto.

Adriana                         - Potrò dire tutto a lui. Si dice tutto quel che si ha sul cuore a chi si ama. E' così, non è vero?

Leontina                        - (sospirando) Cercate di mantenervi un po' più calma. Vedete, piccolina, non si possono dire tutte le cose che pensiamo: certe cose biso­gna tenerle nascoste dentro di noi. (Silenzio).

Adriana                         - Dovete partire tra poco.

Leontina                        - Non c'è tempo. E poi forse rimanderò la mia scappatina a Dreux. (Pausa) A proposito, sapete che debbo chiedervi un piacere piccolo pic­colo? Mi dispiace di parlarvene ora, ma sono for­zata dalle circostanze. Il mio corriere m'ha por­tato un piccolissimo conto per una fornitura e io sono imbarazzata perché mio marito, partendo, si è dimenticato - quello smemorato! - di la­sciarmi il denaro. D'altra parte mi secca di arri­vare sino a Dreux per una sciocchezza, per 1.200 franchi. Perciò avevo pensato a voi.

Adriana                         - A me?

Leontina                        - Ma sì, piccolina, solo per qualche giorno, s'intende. Non appena tornerà mio ma­rito, regoleremo tutto. Vi sarei veramente grata se...

Adriana                         - Tutto il mio denaro è dal notaio. Io non ho che un piccolo mensile.

Leontina                        - Avete però le vostre economie. Non ricordate che me ne avete parlato qualche giorno fa? Se fosse per qualcos'altro, vi consiglierei di lasciarle stare, ma in questo caso potete star tran­quillissima. E poi non me lo merito, forse? Non sono stata brava col dottore?

Adriana                         - (incerta) Sì, sì: ora vado a vedere. Un momento (Esce, ritorna poco dopo con una scatola; nel frattempo la Legras canticchia) Ecco.

Leontina                        - (afferrando le banconote) Mm... quan­to denaro! (Prende a contarle avidamente. Adriana all'improvviso si rende conto della situazione e fa per riprendere le banconote, minacciosa) Oh, mi avete fatto paura! Che vi prende?

Adriana                         - Non posso prestarvi quel denaro. Ren­detemelo!

Leontina                        - (mettendosi la scatola sottobraccio) Se vi dico che qui è al sicuro.

Adriana                         - Ne ho bisogno, subito, signora!

Leontina                        - Perché?

Adriana                         - Non posso dirlo. Mi serve.

Leontina                        - Davvero? Debbo dirvi che non siete gentile. Me l'avevate promessa quella somma, me l'avevate fin messa nelle mani.

Adriana                         - Vi spiegherò. Se io dovessi maritarmi... (La voce le si incrina e sospira).

Leontina                        - Non vi mariterete mica questa setti­mana. (Pausa) Su contiamo il denaro. (Lo conta avidamente) Avete quasi dieci mila franchi, una bella dote! Ecco, prendo i miei milleduecento fran-coni. Volete che vi lasci una ricevuta? No, vero?... Vi dico, è affare di tre, quattro giorni, al più. Se sapeste che favore mi avete fatto. Non lo dimenticherò, siatene certa. (Adriana s'accascia imbambolata) Adriana, perché non mi rispondete? Adriana! Che succede? Adriana, rispondete! E sei prendessi anche il resto? Tanto prima o poi avrebbe dovuto darmeli. (Mette nella borsa tutta la scatola).

Adriana                         - (pianissimo, quasi calma) Andate viali Mi fate schifo! 1

Leontina                        - Piccola sciocca. Io meritavo questo! denaro. (Sta per uscire frettolosamente, quando è proprio sul portone si volta indietro) Buona fortuna, piccolina. (Si sente la banda che suona fortissimo. Adriana rimane immobile).

Una voce                       - (che canta e si perde lontano) « Sousl les ponts de Paris »...

Adriana                         - A Parigi, verrà a Parigi con me.

Un'altra voce                 - Marietta, vieni a divertirti? (PauM sa) Vieni, è festa.

Voce prima                   - « Sous les ponts de Paris »... (Piano piano s'è fatta sera. Accendono i lampioncini Adriana rimane immobile).

Désirée                          - (in secondo piano) Signorina Adriana!

Adriana                         - (sobbalza, con voce rauca e spenta)Che c'è?

Désirée                          - La signorina è di là? (Entra) Credeva che foste uscita, che foste andata ad accompagnare alla stazione madame Legras.

Adriana                         - Madame Legras!

Désirée                          - Ma sì, non sapete che parte? (Adriani scuote il capo) Io credo che vada via per sem­pre: ha mandato alla stazione tutti i bauli. Dicono che il padrone del villino l'abbia cacciata: aveva litigato con suo marito, con quello che la mantiene insomma, ed era senza denaro. Ha chie­sto dei soldi in prestito persino a me, questa mat­tina. Naturalmente le ho riso in faccia. (Pausa) Così pare che l'abbiano cacciata: figuratevi che a me l'ha detto la vedova Got la zia di mademoi­selle Grand, la mia amica merciaia. E se lo dice quella! Tutta La Tour-1'Évèque parlava di lei. Han detto persino... mi dispiace, che era amica vostra. Tra poco è buio, avete visto? Volete che accenda la lampada?

Adriana                         - No. Lascia fare. Preferisco stare al buio.

Désirée                          - Avete fatto bene a litigare con la si­gnorina Maurecourt stamattina. Ha una cert'aria quella donna. Un'aria che non mi piace affatto. Dovreste vederla, la mattina a messa, riceve l'o­stia in un certo modo, col gozzo in fuori. Come un uccellacelo. E guai a chi si avvicina a suo fra­tello... E' così gelosa! Ha paura che glielo rubino, quel povero dottore. Sembrerebbero marito e mo­glie, quei due, ma dev'essere lei a comandare.

Adriana                         - Désirée, che stai dicendo?

Désirée                          - Certo voi non potete capire.; Siete una bambina ancora, vivete con la testa nelle nuvole...

Adriana                         - (adirata) Io? e perché? Stattene al po­sto tuo.

Désirée                          - ... altrimenti non confidereste segreti come il vostro a una donna come la signora Legras.

Adriana                         - Io non ho segreti.

Désirée                          - (siede accanto ad Adriana) Ma sì, si­gnorina. Noi ci intendiamo. Siete fortunata ad avere trovato una donna come me. Io potrò sem­pre dire che non è vero. Ho la lingua a posto io, la so tenere a posto: non chiacchiero con le co­mari io!

Adriana                         - Quali comari, Désirée? (Comincia ad angosciarsi).

Désiréb                          - Le comari del mercato, le amiche. No, io non parlo, state tranquilla. Mi siete simpatica, voi. Fate bene a non uscire, girano troppe chiac­chiere sul vostro conto.

Adriana                         - Dio mio, Désirée, sta zitta. Sta zitta. (Lunga pausa) Ti darò del denaro, molto denaro.

Désirée                          - (placida) Oh, sì, sì, signorina.

Adriana                         - (l'afferra per le braccia, trema così forte che può appena parlare) Brava, buona, Désirée. Avrai tutto quel che vorrai. (Pausa) Posso contare su te, dillo, sarai un'amica per me. Vedi, io sono stata cattiva, orgogliosa, dura, inflessibile con te. E' vero, lo riconosco, hai ragione. Ora sono cam­biata, sono diventata buona, calma, così quieta, Désirée, che non mi riconosco più.

Désirée                          - (implacabile) Sì... sì... sì-

Adriana                         - Io mi umilio davanti a te, mi metto in ginocchio, guarda, abbi pietà. Mi metto in ginoc­chio io, io, Adriana Mesurat.

Désirée                          - Sì, sì-

Adriana                         - Cosa dicono di me?

Désirée                          - Dicono che vostro padre è stato...

Adriana                         - (urla) No! No! Non è vero, sai Désirée. Non è vero!

Désirée                          - Siete troppo ingenua. Vi fidate troppo della gente, voi. Madame Legras ha parlato. La merciaia ha parlato. Io sola conosco la verità.

Adriana                         - Una volta t'ho dato uno schiaffo forte, vero? Ricordo che t'è uscito il sangue; ridallo a me, ora, picchiami, picchiami. (Vorrebbe costringere Désirée a percuoterla) Picchiami, sono io la serva! Io, la serva!

Désirée                          - Non fate commedie. Vien gente. C'è qualcuno in giardino. Presto, rialzatevi. (Forte) Chi è? (A bassa voce) Cercate di ricomporvi.

Dionigi                          - (in secondo piano) E' in casa la signo­rina Adriana Mesurat?

Désirée                          - Sì, avanti, avanti. Il portone è aperto.

Dionigi                          - (entra) Buonasera. (E' un uomo magro, insignificante).

Adriana                         - (come insospettita) Buonasera. Chi siete?

Dionigi                          - Sono il dottor Dionigi Maurecourt. La signora Legras mi ha detto che siete stata poco bene, che volevate venissi a visitarvi. Siete sve­nuta, oggi, non è vero?

Adriana                         - (delusa e ancora affascinata a guardarlo) Sì, sì.

Désirée                          - Perdonate, dottore, signorina, è il 14 lu­glio. Esco un poco. Me l'avevate promesso.

Adriana                         - Certo, va pure.

Désirée                          - Buonasera, dottore; torno fra un'ora per la cena.

Dionigi                          - (dopo una lunga pausa) Se avessi sa­puto che lo stato della vostra salute non era buo­no, sarei venuto molto tempo prima. Avreste do­vuto avvertirmi. (Dolcemente) Vi spiacerebbe ri­spondere a qualche domanda? Bisogna che mi renda conto. (Adriana risponde con un vago cenno d'assenso) Dormite bene?

Adriana                         - No.

Dionigi                          - Da quanto tempo?

Adriana                         - Non so. Da... (Abbassa la voce) Non posso rispondere a queste domande.

Dionigi                          - E' per aiutarvi che ve le faccio, signo­rina Mesurat.

Adriana                         - Oh, lo so, lo so! Mi rendo conto. (Sta per piangere).

Dionigi                          - (sempre dolcemente) E' difficile, lo com­prendo: vi comprendo meglio di quel'che crediate. E' tanto difficile vivere soli, e voi fate male. Troppo sola, isolata dal mondo. Non uscite mai, non ve­dete nessuno. Dovreste vincere la malinconia.

Adriana                         - Non ho voglia di uscire.

Dionigi                          - Non avete voglia di guarire?

Adriana                         - Io non sono ammalata.

Dionigi                          - Non giochiamo con le parole, signorina Mesurat. Voi siete infelice. Non capite che è quasi la stessa cosa?

Adriana                         - Ebbene, che debbo fare, per guarire, come dite voi?

Dionigi                          - Mi permettete di farvi una domanda?

Adriana                         - Dite.

Dionigi                          - Siete religiosa?

Adriana                         - No. Da bambina lo ero.

Dionigi                          - Siete troppo nervosa, signorina Mesurat, cadrete poco a poco, in uno stato di ipocondria di cui non riuscirete mai a guarire se non provate a reagire ora. Bisogna che usciate, che abbiate delle amiche. E aver fede. Avete conservato per voi stessa troppi pensieri. Vi siete avvelenata da sola.

Adriana                         - Che volete dire?

Dionigi                          - Dovreste forzarvi a vivere in un altro modo. Non sarete mai felice altrimenti. Non siete mai uscita di casa, m'han detto, dalla morte di vostro padre. Che cosa fate qui, in casa, tutto il giorno? E' così lungo il giorno! (Sempre più dolce­mente) Non mi nascondete nulla, signorina. Ricor­datevi che sono venuto ad aiutarvi, quasi a sal­varvi, oserei dire. Non è vero che dal giorno della morte di vostro padre siete stata sempre peggio? So bene che il povero signor Mesurat è mancato al vostro affetto in circostanze molto penose: è più che naturale un dolore tanto intenso. (Pausa) Sì, è naturale. (Pausa) Pure, mi domando, come mai volevate tanto bene a vostro padre. Non c'erano mai dei piccoli disaccordi tra voi?

Adriana                         - (trasale) Perché mi chiedete queste cose?

Dionigi                          - Per aiutarvi a dire la verità.

Adriana                         - Perché mi guardate in questo modo? Che volete fare? (La sua voce assomiglia a un grido che si cerca di attutire) Papà è caduto per le scale. (Silenzio).

Dionigi                          - (a mezza voce) Non c'era luce?

Adriana                         - No. (E' più calma, sembra riflettere) Era quasi buio. Ci siamo trovati nel buio lassù, sulle scale. L'ho spinto alle spalle. (Silenzio).

Dionigi                          - (c.s.) Perché avete ucciso vostro padre?

Adriana                         - (quietamente) Come lo sapevate? Chi ve l'aveva detto?

Dionigi                          - Lo so da molto tempo. Dal giorno in cui mi hanno chiamato a constatare il decesso.

Adriana                         - Mi denunzierete?

Dionigi                          - Denunziarvi?! Come se non foste abba­stanza punita. Non dovete aver paura. Siete molto giovane, dovete cercare d'essere felice, di liberarvi di certe idee. Dove era il suo corpo? Ubbiditemi, conducetemi dov'era il suo corpo. Voi avete paura di questa casa, delle scale...

Adriana                         - (si alza. Lo prende per mano sino alla scala) Era qui.

Dionigi                          - Non dovete aver paura, signorina Mesu­rat. Avete fiducia in me?

Adriana                         - Sì. Siete buono. Lo sapevo. Da lontano sembravate più giovane, bello, ma non così buono. Davvero, mi pare di non aver più paura di questa casa, dei suoi mobili, dei ritratti, di quei ritratti cattivi, là, che mi guardano, mi perseguitano. (Pausa) Questi mobili non so più se siano belli o brutti: sono mobili come gli alberi, sono la foresta per un lupo o un cervo. Sono i mobili di mio padre, che era un grande uomo scuro, con le vene delle mani azzurre e grosse, un uomo che parlava sem­pre ad alta voce come se spiegasse una lezione.

Dionigi                          - Dovete vincervi. Ecco, ora, qui con me, non avete più paura di questi mobili, delle scale? Vero?

Adriana                         - No. (Si alza e va ad accendere la lam­pada).

Dionigi                          - Ecco, siete guarita. Non c'è più nulla. Niente più paura, niente più spettri. Prima, non potevate nemmeno pensare a vostro padre, perché avevate terrore della sua immagine. Avete fatto bene ad accendere la lampada: la luce scaccia i fantasmi. E voi amavate i fantasmi, le cose che non sono vere. Vostro padre non è più in un mondo dove possa tormentarvi. Non c'è nulla in questa casa, nulla nella stanza. Soltanto noi che siamo vivi. (Pausa) Mi credete?

Adriana                         - Vi credo. (Pausa) Non mi lasciate più, Dionigi, (continua a parlare con voce rauca, preci­pitosamente) ... non sapete come sono stata felice in questi momenti. Da quando siete venuto qui. Non posso dirvelo. Non ve ne andate. Da mesi e mesi, non faccio che pensare a voi. Non sapevo come dirvelo, vi ho scritto anche, ma vostra so­rella ha intercettato la lettera. Vi venivo incontro la sera.

Dionigi                          - (balbettando) Tacete! Voi non sapete quello che dite!

Adriana                         - Non m'impedirete di parlare! Non è colpa mia se vi amo.

Dionigi                          - Non potete amarmi: è impossibile.

Adriana                         - Perché impossibile?

Dionigi                          - Ma, signorina Mesurat, ci sono troppe! differenze tra noi! Pensate alla mia età. Io ho più: di quarant’anni. Venti più di voi. Avete pensato: a questo?

Adriana                         - No. Non voglio.

Dionigi                          - E perché?

Adriana                         - Non conta. Non cambia nulla. Dionigi Vi siete certamente messa questa idea in capo, un giorno che eravate sola, un giorno che la noia vi spossava. Avete amato me come avreste amato chiunque altro, rendetevene conto. Supponete che invece di vedere me, aveste visto, quel giorno, un bel giovanotto...

Adriana                         - Perché volete che supponga una cosa diversa? Anche se quel che dite è vero, nulla può ormai più cambiare. Forse non vi ho scelto io, avete ragione. Ma io non potevo soffrire per niente, era una cosa impossibile! Bisogna che mi amiate anche voi. Bisogna avere pietà di me, altrimenti... Altrimenti... (Pausa) Mettiamo che io abbia torto a volervi tanto bene. Ebbene, non posso farci nulla. E' più forte di me: è così!

Dionigi                          - Vediamo un po', allora. Se vi dicessero sul mio conto delle cose spiacevoli, delle cose molto gravi e di una tale natura che... Se voi veniste a sapere, per esempio...

Adriana                         - Che cosa?

Dionigi                          - (esita) Capite bene che io non posso credere che la vostra felicità dipenda unicamente da me. Dio è buono. Dio non può volervi innamo­rata d'un uomo che non potete sposare.

Adriana                         - Perché non posso sposarvi?

Dionigi                          - (confuso) E' perché non posso credere a questo sentimento, o almeno all'esistenza pro­fonda di questo sentimento improvviso.

Adriana                         - (disperata) Come? E che volete che fac­cia per dimostrarvelo? Volete che mi uccida?

Dionigi                          - Voglio provarvi che avete torto, invece. Ne ho parlato anche con la mia buona sorella. Voi ingannate voi stessa.

Adriana                         - Lo so, questo, lo so ora. Da quando v'ho veduto entrare, l'ho capito. Io soffro, sono infe­lice perché vi amo. (Pausa. Poi triste, dolce) Perché non mi credete?

Dionigi                          - (stanco) Non posso continuare questa discussione, signorina Mesurat.

Adriana                         - (tremando) Come? volete andar via? lasciarmi sola?

Dionigi                          - (le prende le mani, le bacia e la costringe a sedere vicino a lui) Ascoltatemi. Sto per dirvi qualcosa che vi allontanerà da me, signorina.

Adriana                         - (pianissimo) Non esiste ciò che può al­lontanarmi da voi.

Dionigi                          - (con uno sforzo) Ecco, fate conto che io sia... non so come dire: che io sia vecchio, molto più vecchio della mia età.

Adriana                         - Vecchio?

Dionigi                          - Sì. E' quel che pensate. E' per questo motivo che mia sorella non è voluta rimanere a Dreux, dove insegnava, ed è venuta a stabilirsi qui. Era troppo inquieta per la mia salute. Ho avuto... delle crisi...

Adriana                         - Non è vero.

Dionigi                          - Sì, è vero, signorina Mesurat. Può darsi che queste crisi mi portino presto alla tomba.

Adriana                         - Lo dite per allontanarmi da voi. (Pausa) Ebbene non è una ragione perché io debba cessare di amarvi.

Dionigi                          - (alzandosi, con voce scialba e cattiva) Non ho il diritto di lasciarvi un'illusione, signo­rina Mesurat. Io non vi amo. (Pausa. Più calmo e a voce più bassa) Io non posso provare né per voi, né per un'altra donna un sentimento d'amore.

Adriana                         - (sfinita, si alza anche lei) E allora, che cosa debbo fare?

Dionigi                          - (allontanandosi) Non lo so. Penso che la miglior cosa sia di non lasciarsi abbattere. (Sulla porta) Ma ricordate, non provo nessun sentimento per voi. Nessun sentimento, signorina Mesurat. (Esce).

Quadro Decimo

(E' buio ormai. Dalla strada arriva un coro lon­tano. Altre voci femminili ridono, vicinissime).

Adriana                         - (cammina macchinalmente per la stanza, abbassa la fiamma della lampada) C'è troppa luce, qui.

Una voce                       - Tra poco faranno i fuochi d'artificio.

Un'altra voce                 - E' un bel quattordici luglio, quest'anno! (La banda riprende a suonare il valzer dell'inizio).

Adriana                         - Il valzer di madame Legras. (Va verso la finestra. Canticchia macchinalmente) « Je ne vous aime pas - Ou plutòt ce n'est que dans un rève... ». (Pausa) E' strano. Mille franchi mi darà il notaio alla fine di ogni mese. Poi diecimila fran­chi di risparmi sono tutta la mia dote. E poi posso chiedere del denaro a madame Legras, ai Maurecourt. Il notaio Biraud, anche, mi presterà qual­che cosa. Ho bisogno di denaro. Poi papà mi aiu­terà! E se rifiuta, prenderò la mia parte, come Germana quando è andata via. C'è bisogno di molto denaro per sposarsi. « Je ne vous aime pas - Ou plutòt ce n'est que dans un rève... ». E' un bel valzer, proprio. E poi i gioielli della mamma che son rimasti... Papà è morto, sono la mia parte di eredità. Sono miei, nessuno può togliermeli. E come potrebbero servire a un uomo? Papà non può certo mettersi la collana o gli orecchini. (Ride atroce­mente) Guai se Germana non mi lascerà spiare dalla sua camera: uscirò e rientrerò in casa come meglio mi piacerà. Non voglio più giocare a do­mino. E guai a loro se chiuderanno il cancello a chiave. Ruberò la chiave. Andrò nella stanza di Germana ogni giorno e guarderò quel che avviene nella casa del dottore. Dopo tutto mi deve cinque­cento franchi e non può protestare!

Voci                              - Viva Fallières!

Altre voci                      - Evviva! (Ridono. Adriana ride ancora, a lungo).

Adriana                         - (sempre ridendo) « Je ne vous aime pas... » (Prende la lampada e si avvia su per le scale. A tratti si sentono le risate della piazza, acu­tissime poi le prime battute di « Sous les ponts de Paris » che la banda ha ripreso a suonare).

FINE

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