Adriano in Siria

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Adriano in Siria

Adriano in Siria

di Pietro Metastasio

PERSONAGGI

ADRIANO

imperadore, amante di Emirena.

OSROA

re de' Parti, padre di Emirena.

EMIRENA

prigioniera d'Adriano, amante di Farnaspe.

SABINA

amante e promessa sposa d'Adriano.

FARNASPE

principe parto, amico e tributario d'Osroa, amante e promesso sposo di Emirena.

AQUILIO

tribuno, confidente d'Adriano ed amante occulto di Sabina.

L'azione si rappresenta in Antiochia.

ARGOMENTO

Era in Antiochia Adriano, e già vincitore de' Parti, quando fu sollevato all'impero. Ivi fra gli altri prigionieri ritrovavasi ancora la principessa Emirena, figlia del re superato, dalla beltà della quale aveva il nuovo Cesare mal difeso il suo cuore, benché promesso da gran tempo innanzi a Sabina, nipote del suo benefico antecessore. Il primo uso, ch'egli fece della suprema potestà, fu il concedere generosamente la pace a' popoli debellati, e l'invitare in Antiochia i principi tutti dell'Asia, ma particolarmente Osroa, padre della bella Emirena. Desiderava egli ardentemente le nozze di lei, ed avrebbe voluto che le credesse ogni altro un vincolo necessario a stabilire una perpetua amistà fra l'Asia e Roma. E forse il credeva egli stesso, essendo errore pur troppo comune, scambiando i nomi alle cose, il proporsi come lodevol fine ciò, che non è se non un mezzo onde appagar la propria passione. Ma il barbaro re, implacabil nemico del nome romano, benché ramingo e sconfitto, disprezzò l'amichevole invito, e portossi sconosciuto in Antiochia, come seguace di Farnaspe, principe a lui tributario, cui sollecitò a liberare e con preghiere e con doni la figlia prigioniera, ad esso già promessa in isposa, per poter egli poi, tolto un sì caro pegno dalle mani del suo nemico, tentar liberamente quella vendetta che più al suo disperato furor convenisse. Sabina intanto, intesa l'elezione del suo Adriano all'impero, e nulla sapendo de' nuovi affetti di lui, corse impaziente da Roma in Siria a trovarlo ed a compir seco il sospirato imeneo. Le dubbiezze di Cesare fra l'amore per la principessa de' Parti e la violenza dell'obbligo che lo richiama a Sabina, la virtuosa tolleranza di questa, le insidie del feroce Osroa, delle quali cade la colpa su l'innocente Farnaspe, e le smanie d'Emirena ne' pericoli or del padre, or dell'amante ed or di se medesima, sono i moti, fra' quali a poco a poco si riscuote l'addormentata virtù d'Adriano, che, vincitore al fine della propria passione, rende il regno al nemico, la consorte al rivale, il cuore a Sabina e la sua gloria a se stesso.

(Dione Cassio, libro XIX; Sparziano, in Vita Hadriani Caesaris).

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Gran piazza d'Antiochia magnificamente adorna di trofei militari, composti d'insegne, armi ed altre spoglie de' barbari superati. Trono imperiale da un lato. Ponte sul fiume Oronte, che divide la città suddetta.

Di qua dal fiume, ADRIANO sollevato sopra gli scudi da' soldati romani, AQUILIO, guardie e popolo. Di là dal fiume, FARNASPE ed OSROA, con séguito di Parti, che conducono varie fiere ed altri doni da presentare ad ADRIANO.

CORO DI SOLDATI ROMANI

Vivi a noi, vivi all'impero,

Grande Augusto, e la tua fronte

Su l'Oronte prigioniero

S'accostumi al grande allòr.

Della patria e delle squadre

Ecco il duce ed ecco il padre,

In cui fida il mondo intero,

In cui spera il nostro amor.

Palme il Gange a lui prepari,

E d'Augusto il nome impari

Dell'incognito emisfero

Il remoto abitator.

(Nel tempo che si canta il coro, Adriano, e sciogliendosi quella connessione d'armi che serviva a sostenerlo, que' soldati, che la componevano, prendono ordinatamente sito fra gli altri.

AQUILIO

Chiede il parto Farnaspe

Di presentarsi a te.

(ad Adriano

ADRIANO

Venga e s'ascolti.

(Aquilio parte; Adriano sale sul trono e parla in piedi

Valorosi compagni,

Voi m'offrite un impero

Non men col vostro sangue

Che col mio sostenuto, e non so come

Abbia a raccoglier tutto

De' comuni sudori io solo il frutto.

Ma, se al vostro desio

Contrastar non poss'io, farò che almeno

Nel grado a me commesso

Mi trovi ognun di voi sempre l'istesso.

A me non servirete:

Alla gloria di Roma, al vostro onore,

Alla pubblica speme,

Come fin or, noi serviremo insieme.

(siede

CORO

Vivi a noi, vivi all'impero,

Grande Augusto, e la tua fronte

Su l'Oronte prigioniero

S'accostumi al sacro allòr.

(Nel tempo che si ripete il

CORO, passano il ponte Farnaspe ed Osroa sconosciuto, con tutto il séguito de' Parti. Sono preceduti da Aquilio, che li conduce

FARNASPE

Nel dì che Roma adora

Il suo Cesare in te, dal ciglio augusto,

Da cui tanti regni

Il destino dipende, un guardo volgi

Al principe Farnaspe. Ei fu nemico;

Ora al cesareo piede

L'ire depone, e giura ossequio e fede.

OSROA

Tanta viltà, Farnaspe,

Necessaria non è.

(piano a Farnaspe

ADRIANO

Madre comune

D'ogni popolo è Roma, e nel suo grembo

Accoglie ognun che brama

Farsi parte di lei. Gi amici onora,

Perdona a' vinti, e con virtù sublime

Gli oppressi esalta ed i superbi opprime.

OSROA

(Che insoffribile orgoglio!)

FARNASPE

Un atto usato

Della virtù romana

Vengo a chiederti anch'io. Dal re de' Parti

Geme fra' vostri lacci

Prigioniera la figlia.

ADRIANO

E ben?

FARNASPE

Disciogli,

Signor, le sue catene.

ADRIANO

(Oh dèi!)

FARNASPE

Rasciuga

Della sua patria il pianto: a me la rendi,

E quanto io reco in guiderdon ti prendi.

ADRIANO

Prence, in Asia io guerreggio,

Non cambio o merco; ed Adrian non vende,

Su lo stil delle barbare nazioni,

La libertade altrui.

FARNASPE

Dunque la doni.

OSROA

(Che dirà?)

ADRIANO

Venga il padre:

La serbo a lui.

FARNASPE

Dopo il fatal conflitto,

In cui tutti per Roma

Combatterono i numi, è ignota a noi

Del nostro re la sorte. O in altre rive

Va sconosciuto errando, o più non vive.

ADRIANO

Fin che d'Osroa palese

Il destino non sia, cura di lei

Noi prenderem.

FARNASPE

Giacché a tal segno è Augusto

Dell'onor suo geloso,

Questa cura di lei lasci al suo sposo.

ADRIANO

Come! E' sposa Emirena?

FARNASPE

Altro non manca

Che il sacro rito.

ADRIANO

(Oh Dio!)

Ma lo sposo dov'è?

FARNASPE

Signor, son io.

ADRIANO

Tu stesso! Ed ella t'ama?

FARNASPE

Ah, fummo amanti

Pria di saperlo, ed apprendemmo insieme

Quasi nel tempo istesso

A vivere e ad amar. Crebbe la fiamma

Col senno e con l'età. Dell'alme nostre

Si fece un'alma sola

In due spoglie divisa. Io non bramai

Che la bella Emirena; ella non brama

Che 'l suo prence fedel. Ma, quando meco

Esser doveva in dolce nido unita,

Signor, che crudeltà! mi fu rapita.

ADRIANO

(Che barbaro tormento!)

FARNASPE

Ah, tu nel volto,

Signor, turbato sei: forse t'offende

La debolezza mia. Di Roma i figli

So che nascono eroi;

So che colpa è fra voi qualunque affetto

Che di gloria non sia. Tanta virtude

Da me pretendi in vano:

Cesare, io nacqui parto e non romano.

ADRIANO

(Oh rimprovero acerbo! Ah! si cominci

Su' propri affetti a esercitar l'impero).

Prence, della sua sorte

La bella prigioniera arbitra sia.

Vieni a lei. S'ella siegue,

Come credi, ad amarti,

Allor... (dicasi al fin) prendila e parti.

(scende

Dal labbro, che t'accende

Di così dolce ardor,

La sorte tua dipende.

(E la mia sorte ancor).

Mi spiace il tuo tormento;

Ne sono a parte, e sento

Che del tuo cor la pena

E' pena del mio cor.

(parte Adriano, seguìto da tutte le guardie e da' soldati romani

SCENA SECONDA

OSROA e FARNASPE

OSROA

Comprendesti, o Farnaspe,

D'Augusto i detti? Ei, d'Emirena amante,

Di te parmi geloso, e fida in lei.

Amasse mai costei il mio nemico?

Ah! questo ferro istesso

Innanzi alle tue ciglia

Vorrei... No, non lo credo. Ella è mia figlia.

FARNASPE

Mio re, che dici mai? Cesare è giusto;

Ella è fedele. Ah, qual timor t'affanna!

OSROA

Chi dubita d'un mal, raro s'inganna.

FARNASPE

Io volo a lei.Vedrai...

OSROA

Va pur, ma taci

Ch'io son fra' tuoi seguaci.

FARNASPE

Anche alla figlia?

OSROA

Sì; saprai, quando torni,

Tutti i disegni miei.

FARNASPE

Sì, sì, mio re, ritornerò con lei.

Già presso al termine

De' suoi martìri,

Fugge quest'anima,

Sciolta in sospiri,

Sul volto amabile

Del caro ben.

Fra lor s'annodano

Sul labbro i detti;

E il cor, che palpita

Fra mille affetti,

Par che non tolleri

Di starmi in sen.

(parte, seguìto da tutto l'accampagnamento barbaro

SCENA TERZA

OSROA solo.

Dalla man del nemico

Il gran pegno si tolga

Che può farmi tremare, e poi si lasci

Libero il corso al mio furor. Paventa,

Orgoglioso roman, d'Osroa lo sdegno.

Son vinto e non oppresso,

E sempre a' danni tuoi sarò l'istesso.

Sprezza il furor del vento

Robusta quercia, avvezza

Di cento verni e cento

L'ingiurie a tollerar.

E, se pur cade al suolo,

Spiega per l'onde il volo,

E con quel vento istesso

Va contrastando in mar.

(parte

SCENA QUARTA

Appartamenti destinati ad Emirena nel palazzo imperiale.

AQUILIO, poi EMIRENA

AQUILIO

Ah! se con qualche inganno

Non prevengo Emirena, io son perduto.

Cesare generoso

A Farnaspe la rende, ancorché amante;

E, se tal fiamma oblia,

Che ad arte io fomentai, farò ritorno

All'amor di Sabina, il cui sembiante

Porto sempre nel cor. Numi, in qual parte

Emirena s'asconde? Eccola. All'arte.

EMIRENA

Aquilio.

AQUILIO

Ah! principessa; ah! se vedessi

Da quai furie agitato

Augusto è contro di te! Farnaspe a lui

Ti richiese: gli disse

Che t'ama, che tu l'ami; e mille in seno

Di Cesare ha destate

Smanie di gelosia. Freme, minaccia,

Giura che in Campidoglio,

Se in te non è la prima fiamma estinta,

Ei vuol condurti al proprio carro avvinta.

EMIRENA

Questo è l'eroe del vostro Tebro? Questo

E' l'idolo di Roma? A me promise

Che al rossor del trionfo

Esposta non sarei. Non è fra voi,

Dunque il mancar di fé colpa agli eroi?

AQUILIO

Se un violento amore

Agita i sensi e la ragione oscura,

Emirena, gli eroi cangian natura.

EMIRENA

In trionfo Emirena? In Asia ancora

Si sa morir.

AQUILIO

Senza parlar di morte,

V'è riparo miglior. Cesare viene

Ad offrirti Farnaspe: egli il tuo core

Spera scoprir così. Deh! non fidarti

Della sua simulata

Tranquillità. Deludi

L'arte con l'arte. Il caro prence accogli

Con accorta freddezza. Il don ricusa

Della sua man. Misura i detti, e vesti

Di tale indifferenza il tuo sembiante,

Come se più di lui non fossi amante.

EMIRENA

E il povero Farnaspe

Di me che mai direbbe? Ah! tu non sai

Di qual tempra è quel core. Io lo vedrei

A tal colpo morir su gli occhi miei.

AQUILIO

Addio. Pensaci, e trova,

Se puoi, miglior consiglio.

EMIRENA

Odimi. Almeno

Corri, previeni il prence...

AQUILIO

Eccolo.

EMIRENA

Oh Dio!

AQUILIO

Armati di fortezza. Io t'insegnai

Ad evitare il tuo destin funesto.

(parte

EMIRENA

Misera me, che duro passo è questo!

SCENA QUINTA

ADRIANO, FARNASPE ed EMIRENA

ADRIANO

Principe, quelle sono

Le sembianze che adori?

FARNASPE

Ah, sì, son quelle;

E sempre agli occhi miei sembran più belle.

EMIRENA

(Mi trema il cor).

ADRIANO

Vaga Emirena, osserva

Con chi ritorno a te. Più dell'usato

So che grato ti giungo: afferma il vero.

EMIRENA

Non so chi sia quello stranier.

FARNASPE

(rimane stupido)

Straniero!

ADRIANO

Che! Nol conosci?

EMIRENA

(Oh Dio!) No.

ADRIANO

Quei sembianti

Altrove hai pur veduti.

EMIRENA

No. (Se parlo, io mi scopro, e siam perduti).

ADRIANO

Prence, questa è colei che teco apprese

A vivere e ad amar?

FARNASPE

Io perdo il senno:

Non so più dove son, né chi son io.

EMIRENA

(Le angustie di quel cor risente il mio).

ADRIANO

Se mai fosse timore il tuo ritegno,

Senti, Emirena. Io degli affetti altrui

Non son tiranno: ecco il tuo ben; lo rendo,

Com'è ragione, al suo primiero affetto.

EMIRENA

(Emirena, costanza!) Io non l'accetto.

FARNASPE

Principessa, idol mio, che mai ti feci?

Son reo di qualche fallo?

Sei sdegnata con me? Dubiti forse

Della mia fedeltà?

EMIRENA

Taci.

FARNASPE

Io son quello...

EMIRENA

Ma taci per pietà; n'è degno assai

Lo stato in cui mi vedi.

FARNASPE

Almen rammenta...

EMIRENA

Di nulla io mi rammento:

Nulla io so dir. Del mio destino avverso

Abbastanza m'affanna

Il tenor pertinace.

Se oppressa non mi vuoi, lasciami in pace.

FARNASPE

Lasciami in pace! Ubbidirò, crudele;

Ma guardami una volta. In questa fronte

Leggi dell'alma mia... No, non mirarmi,

Barbara, se pur vuoi

Che ubbidisca Farnaspe a' cenni tuoi.

Dopo un tuo sguardo, ingrata!

Forse non partirei,

Forse mi scorderei

Tutta l'infedeltà.

Tu arrossiresti in volto,

Io sentirei nel core,

Più che del mio dolore,

Del tuo rossor pietà.

(parte

SCENA SESTA

ADRIANO ed EMIRENA, che vuol partire.

ADRIANO

Dove, Emirena?

EMIRENA

A pianger sola. Il pianto

Libero almen mi resti,

Giacché tutto perdei.

ADRIANO

Nulla perdesti.

Io perdei la mia pace,

Cara, negli occhi tuoi.

EMIRENA

(in aria maestosa

Da te sperai

Più rispetto, o signor. L'animo regio

Non si perde col regno:

Ché, se il regno natio

Era della fortuna, il core è mio.

ADRIANO

(Bella fierezza!) E in che t'offendo? Io posso

Offerirti, se vuoi,

E l'impero e la man.

EMIRENA

No, tu nol puoi:

Son promessi a Sabina.

ADRIANO

E' ver, l'amai

Quasi due lustri. Hanno a durare eterni

Al fin gli amori? Io non suppongo in lei

Tanta costanza; ed or diverso assai

Son io da quel che fui. Veduto allora

Non avevo il tuo volto: ero privato,

Ero vicino a lei. Sospiro adesso

Ne' lacci tuoi: porto l'alloro in fronte;

E Sabina è sul Tebro, io su l'Oronte.

SCENA SETTIMA

AQUILIO frettoloso e detti.

AQUILIO

Signor...

ADRIANO

Che fu?

AQUILIO

Dalla città latina

Giunge...

ADRIANO

Chi giunge mai?

AQUILIO

Giunge Sabina.

ADRIANO

Sommi dèi!

EMIRENA

(Qual soccorso!)

ADRIANO

E che pretende?

Per sì lungo cammin... Senza mio cenno...

Non t'ingannasti già?

AQUILIO

Senti il tumulto

Del popolo seguace,

Che la saluta Augusta.

ADRIANO

Aquilio, oh Dio!

Va, conducila altrove: in questo stato

Non mi sorprenda. A ricompormi in volto

Chiedo un momento. Ah, poni ogni arte in uso.

AQUILIO

Signor, viene ella stessa.

ADRIANO

Io son confuso.

SCENA OTTAVA

SABINA con seguito di matrone e cavalieri romani, e detti.

SABINA

Sposo, Augusto, signor, questo è il momento

Che in van fin or bramai; giunse una volta:

Son pur vicina a te. Soffri che adorno

Di quel lauro io ti miri,

Che costa all'amor mio tanti sospiri.

ADRIANO

(Che dirle?)

SABINA

Non rispondi?

ADRIANO

Io non sperai...

Potevi pure... (Oh Dio!) Chiede ristoro

La tua stanchezza. Olà, di questo albergo

A' soggiorni migliori

Passi Sabina, e al par di noi si onori.

SABINA

Che? tu mi lasci? Il mio riposo io venni

A ricercare in te.

ADRIANO

Perdona: altrove

Grave cura or mi chiama.

SABINA

Era una volta

Tua dolce cura ancor Sabina.

ADRIANO

E' vero;

Ma la cura più grande oggi è l'impero.

(parte

SCENA NONA

SABINA, EMIRENA, AQUILIO

SABINA

Aquilio, io non l'intendo.

AQUILIO

E pur l'arcano

E' facile a spiegar. Cesare è amante:

Questa è la tua rival.

(piano a Sabina

EMIRENA

Pietosa Augusta,

Se lungamente il Cielo

A Cesare ti serbi, un'infelice

Compatisci e soccorri. E regno e sposo,

E patria e genitor, tutto perdei.

SABINA

(Mi deride l'altera!)

EMIRENA

Un bacio intanto

Sulla cesarea man...

SABINA

(ritirandosi)

Scostati. Ancora

Non son moglie d'Augusto; e, quanto dici,

Misera tu non sei. Poco ti tolse,

Lasciandoti il tuo volto,

L'avversa sorte. Acquisterai, se vuoi,

Più di quel che perdesti; e forse io stessa

La pietà che mi chiedi

Mendicherò da te.

EMIRENA

La mia catena...

SABINA

Non più: lasciami sola.

EMIRENA

(Oh dèi, che pena!)

Prigioniera abbandonata

Pietà merto e non rigore:

Ah! fai torto al tuo bel core,

Disprezzandomi così.

Non fidarti della sorte:

Presso al trono anch'io son nata;

E ancor tu fra le ritorte

Sospirar potresti un dì.

(parte

SCENA DECIMA

SABINA ed AQUILIO

AQUILIO

(Tentiam la nostra sorte).

SABINA

Il caso mio

Non fa pietade, Aquilio?

AQUILIO

E' grande in vero

L'ingiustizia d'Augusto. Ei non prevede

Come puoi vendicarti. A te non manca

Né beltà, né virtù. Qual freddo core

Non arderà per te? Su gli occhi suoi

Dovresti...

SABINA

Che dovrei?

(con serietà e sdegno

AQUILIO

Seguitarlo ad amar, mostrar costanza,

E farlo vergognar d'esserti infido.

(Si turba il mar: facciam ritorno al lido).

(parte

SCENA UNDICESIMA

SABINA sola.

Io piango! Ah no: la debolezza mia

Palese almen non sia. Ma il colpo atroce

Abbatte ogni virtù. Vengo il mio bene

Fino in Asia a cercar; lo trovo infido,

Al fianco alla rivale,

Che in vedermi si turba;

M'ascolta e pena, e volge altrove il passo:

Né pianger debbo? Ah, piangerebbe un sasso.

Numi, se giusti siete,

Rendete a me quel cor:

Mi costa troppe lagrime

Per perderlo così.

Voi lo sapete, è mio:

Voi l'ascoltaste ancor,

Quando mi disse addio,

Quando da me partì.

(parte

SCENA DODICESIMA

Cortili del palazzo imperiale con veduta interrotta d'una parte del medesimo, che soggiace ad incendio, ed è poi diroccata da guastatori. Notte.

OSROA dalla reggia con face nella destra e spada nuda nella sinistra. Séguito d'incendiari parti, e poi FARNASPE.

OSROA

Feroci Parti, al nostro ardir felice

Arrise il Ciel. Della nemica reggia

Volgetevi un momento

Le ruine a mirar. Pure è sollievo,

Nelle perdite nostre,

Quest'ombra di vendetta. Oh, come scorre

L'appreso incendio, e quanti al cielo innalza

Globi di fumo e di faville! Ah, fosse

Raccolto in quelle mura,

Ch'or la partica fiamma abbatte e doma,

Tutto il Senato, il Campidoglio e Roma!

FARNASPE

Osroa, mio re!

OSROA

Guarda, Farnaspe. E' quella

Opera di mia man.

(accennando l'incendio

FARNASPE

Numi! E la figlia?

OSROA

Chi sa? Fra quelle fiamme,

Col suo Cesare avvolta,

Forse de' torti tuoi paga le pene.

FARNASPE

Ah, Emirena! ah, mio bene!

(vuol partire

OSROA

Ascolta. E dove?

FARNASPE

A salvarla e morir.

(come sopra

OSROA

Come! Un'ingrata,

Che ci manca di fé, pone in oblio...

FARNASPE

E' spergiura, lo so; ma è l'idol mio.

(getta il manto, ed entra tra le fiamme e le ruine della reggia

SCENA TREDICESIMA

OSROA solo.

Se quel folle si perde,

Noi serbiamoci, amici, ad altre imprese.

Vadan le faci a terra. Al noto loco

Ritornate a celarvi.

(parte il séguito)

E pure, ad onta

Del mio furor, sento che padre io sono.

Non so quindi partir. Sempre mi volgo

Di nuovo a quelle mura. Eh! non s'ascolti

Una vil tenerezza. Ah! forse adesso

Però spira la figlia, e forse a nome

Moribonda mi chiama. A tempo almeno

Fosse giunto Farnaspe. Il lor destino

Voglio saper. Dove m'inoltro? Oh dèi!

Di qua gente s'appressa,

Di là cresce il tumulto, e tutto in moto

E' il cesareo soggiorno. Oh amico! oh figlia!

Parto? Resto? Che fo? Senza salvarli

Mi perderei. Ma, giacché tutto, o numi,

Volevate involarmi,

Questi deboli affetti a che lasciarmi?

(fugge

SCENA QUATTORDICESIMA

EMIRENA fuggendo, indi FARNASPE incatenato fra le guardie romane.

EMIRENA

Misera! dove fuggo?

Chi mi soccorre? Almen sapessi!... Oh dèi!

Farnaspe!

FARNASPE

Principessa!

EMIRENA

Tu prigionier?

FARNASPE

Tu salva?

EMIRENA

Agl'infelici

Difficile è il morir. Di quelle fiamme

Sei tu forse l'autor?

FARNASPE

No, ma si crede.

EMIRENA

Perché?

FARNASPE

Perché son parto,

Perché son disperato, in quelle mura

Perché fui còlto.

EMIRENA

E a che venisti?

FARNASPE

Io venni

A salvarti e morir.

EMIRENA

Ma, se tu mori,

Credi salva Emirena?

FARNASPE

Ah, perché mai

Mi schernisci così? Troppo è crudele

Questa finta pietà.

EMIRENA

Finta la chiami?

FARNASPE

Come crederla vera? Assai diversa

Parlasti, o principessa.

EMIRENA

Il parlar fu diverso; io fui l'istessa.

FARNASPE

Ma le fredde accoglienze?

EMIRENA

Eran timore

D'irritar d'Adriano il cor geloso.

FARNASPE

E da lui che temevi?

EMIRENA

D'un trionfo il rossor.

FARNASPE

Se generoso

La mia destra t'offerse?

EMIRENA

Arte inumana

Per leggermi nel cor.

FARNASPE

Dunque son io?...

EMIRENA

La mia speme, il mio cor.

FARNASPE

Dunque tu sei?...

EMIRENA

La tua sposa costante.

FARNASPE

E vivi?...

EMIRENA

E vivo

Fedele al mio Farnaspe. A lui fedele

Vivrò sino alla tomba; e dopo ancora

Ne porterò nell'alma

L'immagine scolpita,

Se rimane agli estinti orma di vita.

FARNASPE

Non più, cara, non più. Basta, ti credo.

Detesto i miei sospetti:

Te ne chieggo perdon. Barbare stelle!

E pure, ad onta vostra,

Misero non son io. Disfido adesso

I tormenti, gli affanni,

Le furie de' tiranni,

La vostra crudeltà. M'ama il mio bene;

Il suo labbro mel dice:

In faccia all'ire vostre io son felice.

(partendo

EMIRENA

Ah, non partir.

FARNASPE

Conviene

Seguir la forza altrui.

EMIRENA

Farnaspe, oh Dio!

Che mai sarà di te?

FARNASPE

Nulla pavento.

Sarà la morte istessa

Terribile sol tanto

Che negato mi sia morirti accanto.

Se non ti moro allato,

Idolo del cor mio,

Col tuo bel nome amato

Fra' labbri io morirò.

EMIRENA

Se a me t'invola il fato,

Idolo del cor mio,

Col tuo bel nome amato

Fra' labbri io morirò.

FARNASPE

Addio, mia vita.

EMIRENA

Addio,

Luce degli occhi miei.

FARNASPE

Quando fedel mi sei,

Che più bramar dovrò?

EMIRENA

Quando il mio ben perdei,

Che più sperar potrò?

FARNASPE

Un tenero contento,

Eguale a quel ch'io sento,

Numi, chi mai provò!

EMIRENA

Un barbaro tormento,

Eguale a quel ch'io sento,

Numi, chi mai provò?

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Galleria negli appartamenti d'Adriano, corrispondente a diversi gabinetti.

EMIRENA ed AQUILIO

AQUILIO

Chi protegger Farnaspe

Può mai meglio di te? Del cor d'Augusto

Tu reggi i moti a tuo talento. Ogni altra

Miglior uso farebbe

Dell'amor d'un monarca.

EMIRENA

A me non giova,

Perché non l'amo.

AQUILIO

E' necessario amarlo,

Perch'ei lo creda?

EMIRENA

E ho da mentir?

AQUILIO

Né pure.

E la menzogna ormai

Grossolano artifizio e mal sicuro

La destrezza più scaltra è oprar di modo

Ch'altri se stesso inganni. Un tuo sospiro

Interrotto con arte, un tronco accento,

Ch'abbia sensi diversi, un dolce sguardo,

Che sembri tuo malgrado

Nel suo furto sorpreso, un moto, un riso,

Un silenzio, un rossor, quel che non dici

Farà capir. Son facili gli amanti

A lusingarsi. Ei giurerà che l'ami;

E tu, quando vorrai,

Sempre gli potrai dir: Nol dissi mai.

EMIRENA

Non so dove s'apprenda

Tal arte a porre in uso.

AQUILIO

Eh, che pur troppo

Voi nascete maestre. Aver sul ciglio

Lagrime ubbidienti, aver sul labbro

Un riso che non passi

A' confini del sen; quando vi piace,

Impallidirvi ed arrossir nel viso,

Invidiabili sono

Privilegi del sesso: in dono a voi

Gli ha dati il Cielo, e costan tanto a noi.

EMIRENA

Tu, che in corte invecchiasti,

Non dovresti invidiarne. Io giurerei

Che fra' pochi non sei, tenace ancora

Dell'antica onestà. Quando bisogna,

Saprai sereno in volto

Vezzeggiare un nemico; acciò vi cada

Aprirgli innanzi il precipizio, e poi

Piangerne la caduta: offrirti a tutti,

E non esser che tuo: di false lodi

Vestir le accuse, ed aggravar le colpe

Nel farne la difesa: ognor dal trono

I buoni allontanar: d'ogni castigo

Lasciar l'odio allo scettro, e d'ogni dono

Il merito usurpar: tener nascosto

Sotto un zelo apparente un empio fine;

Né fabbricar che su l'altrui ruine.

AQUILIO

Far volesti, Emirena,

Le vendette del sesso. Io non credei

Di pungerti così. De' detti tuoi

Non mi querelo; anzi, a parlar sincero,

Credo ch'io dissi, e tu dicesti il vero.

Consigliarti pretesi.

EMIRENA

Aiuto e non consiglio io ti richiesi.

AQUILIO

Ed io sempre ho creduto

Che un salubre consiglio è grande aiuto.

Credimi, principessa...

Adriano sarà, che s'avvicina.

(parte

SCENA SECONDA

SABINA ed EMIRENA

SABINA

(Stelle! E' qui la rival!)

EMIRENA

(Numi! E' Sabina!)

SABINA

Veramente tu sei,

Più di quel che credei,

Ufficiosa e attenta. Estinto appena

E' l'incendio notturno, e già ti trovo

Nelle stanze d'Augusto.

EMIRENA

Oh Dio, Sabina,

Che ingiustizia è la tua! L'amor d'Augusto

Non è mia colpa, è pena mia. M'affanno

Di Farnaspe al periglio: ecco qual cura

Mi guida a queste soglie. Ho da vederlo

Perir così senza parlarne? Al fine

Farnaspe è l'idol mio. Gli diedi il core;

E ha remoti principii il nostro amore.

SABINA

Parli da senno, o fingi?

EMIRENA

Io fingerei,

Se così non parlassi.

SABINA

E non t'avvedi

Che, parlando per lui, Cesare irrìti?

EMIRENA

Ma non trovo altra via.

SABINA

Quando tu voglia,

Una miglior ve n'è. Da questa reggia

Fuggi col tuo Farnaspe. E' suo custode

Lentulo il duce. A' miei maggiori ei deve

Quantunque egli è: se ne rammenta, e posso

Promettermi da lui d'un grato core

Anche prove più grandi.

EMIRENA

Ah, se potesse

Riuscire il pensier!

SABINA

Vanne: è sicuro.

A partir ti prepara. Al maggior fonte

De' cesarei giardini

Col tuo sposo verrò. Colà m'attendi

Prima che ascenda a mezzo corso il sole.

EMIRENA

Ma verrai? Del destino

Son tanto usata a tollerar lo sdegno...

SABINA

Ecco la destra mia: predila in pegno.

EMIRENA

Ah! che a sì gran contento

E' quest'anima augusta.

Oh me felice! oh generosa Augusta!

Per te d'eterni allori

germogli il suol romano:

De' numi il mondo adori

Il più bel dono in te.

E quell'augusta mano,

Che porgermi non sdegni,

Regga il destin de' regni,

La libertà dei re.

(parte

SCENA TERZA

SABINA, poi ADRIANO, indi AQUILIO

SABINA

Chi sa! Quando lontana

Emirena sarà, forse ritorno

Farà 'l mio sposo al primo amor. Non dura

Senz'esca il fuoco, e inaridisce il fiume,

Separato dal fonte onde partissi.

ADRIANO

Emirena, mio ben... (Numi, che dissi!)

(vuol partire

SABINA

Perché fuggi, Adriano? Un sol momento

Non mi negar la tua presenza, e poi

Torna al tuo ben, se vuoi.

ADRIANO

Come! Supponi...

Qual è dunque il mio bene?

SABINA

Ah! non celarmi

Quell'onesto rossor. Tu non sai quanto

Grato mi sia. Non arrossisce in volto

Chi non vede il suo fallo; e chi lo vede

E' vicino all'emenda.

ADRIANO

Oh Dio!

SABINA

Sospiri?

Lascia me sospirar. Numi del cielo,

Chi creduto l'avria! L'onor di Roma,

L'esempio degli eroi, la mia speranza,

Adriano incostante!

E' possibil? E' ver? Chi ti sedusse?

Parla, di', come fu?

ADRIANO

Che vuoi ch'io dica,

Se tutto mi confonde? Ah, lascia queste

Moderate querele.

Dimmi pure infedele,

Chiamami traditor, sfogati. Io veggo

Ch'hai ragion d'insultarmi. I merti tuoi,

Gli scambievoli affetti,

Le cento volte e cento

Replicate promesse io mi rammento.

Ma che pro? Non son mio. Conosco, ammiro

La tua virtù, la tua bellezza, e pure...

Sol ch'io vegga... Ah, Sabina, odio me stesso

Per l'ingiustizia mia. So ch'è dovuta

Una vendetta a te. Vuoi la mia morte?

Svenami: è giusto. Io non m'oppongo. Aspiri

A svellermi dal crin l'augusto alloro?

Lo depongo in tua man. Saria felice

Suddito a sì gran donna il mondo intero.

SABINA

Ah! domando il tuo core e non l'impero.

ADRIANO

Era tuo questo cor. S'io lo difesi,

Se a te volli serbarlo,

Il Ciel lo sa. Ne chiamo

Tutti, o Sabina, in testimonio i numi.

Le bellezze dell'Asia

Eran vili per me. Freddo ogni sguardo,

A paragon de' tuoi,

Lunga stagion credei che fosse.

SABINA

E poi?

ADRIANO

E poi... Non so. Di mia virtù sicuro,

Trascurai le difese;

Ed Amor mi sorprese. Ero nel campo,

Pieno d'una vittoria

E caldo ancor de' bellicosi sdegni,

Quando condotta innanzi

Mi fu Emirena. Ad un diverso affetto

E' facile il passaggio,

Quando l'alma è in tumulto. Io la mirai

Carica di catene

Domandarmi pietà, bagnar di pianto

Questa man che stringea, fissarmi in volto

Le supplici pupille

In atto così dolce... Ah! se in quell'atto

Rimirata l'avesse a me vicina,

Parrei degno di scusa anche a Sabina.

SABINA

Ah, questo è troppo. Abbandonar mi vuoi:

Hai coraggio di dirlo: in faccia mia

Ostenti la beltà, che mi contrasta

Del tuo core il possesso: e non ti basta?

Pretenderesti ancora,

Per non vederti afflitto,

Ch'io facessi la scusa al tuo delitto?

E dove mai s'intese

Tirannia più crudele? Il premio è questo

Che ho da te meritato?

Barbaro! mancator! spergiuro! ingrato!

(s'abbandona sopra una sedia

AQUILIO

(Qui Sabina!)

(in disparte

ADRIANO

(Io non posso

Più vederla penar. Troppo a quel pianto

Mi sento intenerir). Deh! ti consola,

Bella Sabina. A' lacci tuoi felici

Tornerò: sarò tuo.

AQUILIO

(Stelle!)

SABINA

(guardandolo con tenerezza)

Che dici?

ADRIANO

Che alla pietà già cedo,

Messaggiera d'Amore.

SABINA

Ah, non lo credo.

AQUILIO

(Qui bisogna un riparo).

SABINA

S'Emirena una volta

Torni a veder...

ADRIANO

Non la vedrò.

SABINA

Ma puoi

Di te fidarti?

ADRIANO

Ho risoluto, e tutto

Si può quando si vuole.

AQUILIO

(ad Adriano

A' piedi tuoi

L'afflitta prigioniera

Inchinarsi desia. Non ti ritrova,

E lung'ora ti cerca.

SABINA

(Ecco la prova).

ADRIANO

No, Aquilio: io più non deggio

Emirena veder. Tempo una volta

E' pur ch'io mi rammenti

La mia fida Sabina.

SABINA

(Oh cari accenti!)

AQUILIO

E' giustizia, è dover. Ma che domanda

La povera Emirena? A lei si niega

Quel che a tutti è concesso? E' serva, è vero;

Ma pur nacque regina.

ADRIANO

Veramente, Sabina,

Par cudeltà non ascoltarla.

SABINA

(si turba)

Oh Dio!

ADRIANO

L'udirò te presente:

Che potresti temer? Resta, e vedrai...

SABINA

Oh! questo no. Già m'ingannasti assai.

(s'alza

Assai m'ingannasti,

Ingrato! ti basti.

Io stessa non voglio

Vedermi tradir.

La fiamma novella

Scordarti non sai.

T'aggiri e sospiri,

Cercando la vai:

Lontano da quella

Ti senti morir.

(parte

SCENA QUARTA

ADRIANO ed AQUILIO

AQUILIO

La tua bella Emirena

Volo a cercar.

(in atto di partire

ADRIANO

No, ferma.

AQUILIO

E a lei potresti

Tal giustizia negar?

ADRIANO

No: ma per ora...

Non udisti Sabina? Amor mi sprona;

La ragion mi raffrena.

Vorrei... Ma... Oh dèi, che pena!

AQUILIO

Spiegati al fin. Se non t'intendo, in vano

M'affanno a consolar quel core oppresso.

ADRIANO

Spiegami! E come? Ah, non m'intendo io stesso.

(parte

SCENA QUINTA

AQUILIO solo.

Tolleranza, o mio cor. La tua vittoria,

Benché non sia lontana,

Matura ancor non è. L'amor d'Augusto,

Gli sdegni di Sabina

Combattono per noi. La pugna è accesa;

Ma non convien precipitar l'impresa.

Saggio guerriero antico

Mai non ferisce in fretta:

Esamina il nemico,

Il suo vantaggio aspetta,

E gl'impeti dell'ira

Cauto frenando va.

Muove la destra e il piede,

Finge, s'avanza e cede,

Fin che il momento arriva

Che vincitor lo fa.

(parte

SCENA SESTA

Deliziosa, per cui si passa a' serragli di fiere.

EMIRENA, e poi SABINA e FARNASPE

EMIRENA

Che fa il mio bene?

Perché non viene?

Ogni momento

Mi sembra un dì.

SABINA

Ecco la sposa tua.

(a Farnaspe

FARNASPE

Bella Emirena!

EMIRENA

Sei pur tu, caro prence? Il credo a pena.

FARNASPE

Al fin, ben mio...

SABINA

Di tenerezze adesso

Tempo non è. Convien salvarsi. E' quella

L'opportuna alla fuga,

Non frequentata oscura via. L'amico

Lentulo a me la palesò. Non molto

Lunge dal primo ingresso

Si parte in due. Guida la destra al fiume,

La sinistra alla reggia. A voi conviene

Evitar la seconda. Andate, amici,

Sicuri a' vostri lidi:

La Fortuna vi scorga, Amor vi guidi.

EMIRENA

Pietosa Augusta.

FARNASPE

Eccelsa donna, e come

Render mercé...

SABINA

Poco desio. Pensate

Qualche volta a Sabina; e fra le vostre

Felicità, se pur vi torno in mente,

Esiga il mio martirio

Dalla vostra pietà qualche sospiro.

Volga il ciel, felici amanti,

Sempre a voi benigni i rai,

Né provar vi faccia mai

Il destin della mia fé.

Non invidio il vostro affetto;

Ma vorrei che in qualch petto

La pietà, ch'io mostro a voi,

Si trovasse ancor per me.

(parte

SCENA SETTIMA

EMIRENA e FARNASPE

FARNASPE

Ed è ver che sei mia? Ne temo, e quasi

Parmi ancor di sognar.

EMIRENA

Prence, fuggiamo,

Se sognar non vogliamo.

(s'incamminano verso la strada disegnata da Sabina

FARNASPE

Ferma!

(ad Emirena, arrestandola

EMIRENA

Perché?

FARNASPE

Non odi

Qualche strepito d'armi?

EMIRENA

Odo, ma donde

Non saprei dir.

FARNASPE

Da quel cammino istesso

Che tener noi dobbiamo.

EMIRENA

Aimè!

FARNASPE

Non giova

L'avvilirsi, ben mio. Celati, intanto

Che l'armi io scopro e la cagion di quelle.

EMIRENA

Che sarà mai! Non mi tradite, o stelle.

(Emirena si nasconde molto indietro, vicino a' cancelli del serraglio

SCENA OTTAVA

OSROA in abito romano con ispada nuda insanguinata, che esce dalla strada disegnata da Sabina; FARNASPE, e in disparte EMIRENA

OSROA

Fra l'ombre adesso a raccontar l'altero

Vada i trofei della sua Roma.

FARNASPE

E dove

Corri, signor, con queste spoglie?

OSROA

Amico,

Siam vendicati. Ecco il felice acciaro

Che Adriano svenò.

FARNASPE

Come!

OSROA

Solea

Di questa occulta via talor valersi

L'aborrito romano. Un suo seguace

Mel palesò. Fra questi eroi del Tebro

L'oro ha trovato un traditore. Al varco,

Travestito in tal guisa, io l'aspettai,

Fin che passò col servo, e lo svenai.

FARNASPE

Ma, del nemico in vece,

Potevi fra quell'ombre

L'altro ferir.

OSROA

No: fu previsto il caso.

Finse cader, quando mi fu vicino,

Il servo reo. Con questo segno espresso

Cesare espose, assicurò se stesso.

EMIRENA

(Chi sarà quel roman? Stringe un acciaro,

E sanguigno mi par. Potessi in volto

Mirarlo almeno!)

FARNASPE

Or che farem? Fuggendo

Per la via che facesti, incontro andiamo

A mille, che concorsi

Al tumulto saran. Su gli altri ingressi

Veglian servi e custodi.

OSROA

E ben! col ferro

Ci apriremo la strada.

FARNASPE

Al caso estremo

Serbiam questo rimedio. io voglio prima

Ricercar se vi fosse

Altra via di fuggir.

EMIRENA

(Parlan sommesso:

Intenderli non so).

FARNASPE

Fra quelle piante

Nascoso attendi. Io tornerò di volo.

OSROA

Sollecito ritorna, o parto solo.

(Osroa si nasconde molto innanzi fra le piante del boschetto

FARNASPE

Questo... No. Quel sentier... Ma s'io tentassi

Il cammin che prescritto

Da Sabina mi fu? D'Augusto il caso

Forse ancor non è noto; e forse, prima

Ch'altri il sappia e v'accorra,

Noi fuggiti sarem. Sì, questo eleggo.

SCENA NONA

FARNASPE, ADRIANO con ispada nuda e séguito di guardie dalla strada suddetta. OSROA ed EMIRENA in disparte.

ADRIANO

Fermati, traditor.

(incontrandosi in Farnaspe

FARNASPE

(si ferma stupido)

Numi, che veggo!

ADRIANO

Impedite ogni passo

Alla fuga, o custodi.

(alle guardie

FARNASPE

Io son di sasso.

EMIRENA

(Ah, siam scoperti!)

(s'avanza ad ascoltare

ADRIANO

Istupidisci, ingrato,

Perché vivo mi vedi? A me credesti

Di trafiggere il sen. L'empio disegno

Con voci ingiuriose

Nel ferir palesasti.

EMIRENA

(Ecco l'errore.

Colui che si nasconde è il traditore).

ADRIANO

Perfido! non rispondi? A che venisti?

Qual disegno t'ha mosso?

Chi sciolse i lacci tuoi? Parla.

FARNASPE

Non posso.

ADRIANO

Non puoi? Si tragga a forza

Nel carcere più nero il delinquente.

EMIRENA

Fermatevi: sentite; egli è innocente.

(si scopre con impeto

FARNASPE

Aimè!

EMIRENA

Tra quelle fronde

Il traditor s'asconde. Eccolo...

(s'incammina verso Osroa

FARNASPE

Oh Dio!

Ferma!

EMIRENA

Vedilo, Augusto.

(accennando Osroa, che s'avanza

OSROA

E' ver, son io.

EMIRENA

Ah, padre!

(resta immobile

ADRIANO

Il re de' Parti

In abito romano! E quanti siete,

Scellerati! a tradirmi?

OSROA

Io solo, io solo

Ho sete del tuo sangue. Il colpo errai;

Ma, se mi lasci in vita,

Il fallo emenderò.

ADRIANO

Così fra l'ombre

Assalirmi, infedel? Coglier l'istante

Che inciampo e cado al suol?

OSROA

Barbara sorte!

Ecco l'inganno. Il tuo seguace ad arte

Cader doveva, e tu cadesti a caso;

Onde, confuso il segno,

L'un per l'altro svenai.

ADRIANO

Questa mercede,

Barbaro, tu mi rendi? Oppresso e vinto

T'invito, t'offerisco

Di Roma l'amistà...

OSROA

Sì, questo è il nome,

Empi! con cui la tirannia chiamate;

Ma poi servon gli amici, e voi regnate.

ADRIANO

Siam del giusto custodi. Al giusto serve

Chi compagni ci vuol, non serve a noi:

Ma la giustizia è tirannia per voi.

OSROA

E chi di lei vi fece

Interpreti e custodi? Avete forse

Ne' celesti congressi

Parte co' numi? o siete i numi istessi?

ADRIANO

Se non siam numi, almeno

Procuriam d'imitarli; e il suo costume

Chi co' numi conforma, agli altri è nume.

OSROA

Numi però voi siete

Avidi dell'altrui: rapite i regni,

Vaneggiate d'amor, volete oppressi

Gl'innocenti rivali,

Tradite le consorti...

ADRIANO

Ah, troppo abusi

Della mia sofferenza. Olà, ministri,

In carcere distinto alla lor pena

Questi rei custodite.

FARNASPE

Anche Emirena?

ADRIANO

Sì, ancor l'ingrata.

FARNASPE

Ah! che ingiustizia è questa?

Qual delitto a punir ritrovi in lei?

ADRIANO

Tutti nemici e rei,

Tutti tremar dovete:

Perfidi, lo sapete,

E m'insultate ancor?

Che barbaro governo

Fanno dell'alma mia

Sdegno, rimorso interno,

Amore e gelosia!

Non ha più Furie Averno

Per lacerarmi il cor.

(parte

SCENA DECIMA

OSROA, FARNASPE, EMIRENA e guardie.

EMIRENA

Padre... Oh Dio! con qual fronte

Posso padre chiamarti io che t'uccido?

Deh! se per me t'avanza...

OSROA

Parti, non assalir la mia costanza.

EMIRENA

Ah! mi scaccia a ragion. Perdono, o padre;

Eccomi a' piedi tuoi.

(s'inginocchia

OSROA

Lasciami, o figlia:

No, sdegnato non sono;

T'abbraccio, ti perdono.

Addio, dell'alma mia parte più cara.

EMIRENA

Oh addio funesto!

FARNASPE

Oh divisione amara!

EMIRENA

Quell'amplesso e quel perdono,

Quello sguardo e quel sospiro

Fa più giusto il mio martiro,

Più colpevole mi fa.

Qual mi fosti e qual ti sono

Chiaro intende il core afflitto,

Che misura il suo delitto

Dall'istessa tua pietà.

(parte

SCENA UNDICESIMA

OSROA e FARNASPE

FARNASPE

Almen tutto il mio sangue

A conservar bastasse

Il mio re, la mia sposa.

OSROA

Amico, assai

Debole io fui. Non congiurar tu ancora

Contro la mia fortezza. Abbia il nemico

Il rossor di vedermi

Maggior dell'ire sue. Nell'ultim'ora

Cader mi vegga e mi paventi ancora.

Leon piagato a morte

Sente mancar la vita,

Guarda la sua ferita,

Né s'avvilisce ancor:

Così fra l'ire estreme

Rugge, minaccia e freme,

Che fa tremar morendo

Tal volta il cacciator.

(parte

SCENA DODICESIMA

FARNASPE solo.

Con quai nodi tenaci avvinta a questa

Miserabile spoglia è l'alma mia!

Come resisto a tanti

Insoffribili affanni!

Ah! toglietemi il giorno, astri tiranni.

E' falso il dir che uccida,

Se dura, un gran dolore,

E che, se non si muore,

Sia facile a soffrir.

Questa, ch'io provo, è pena

Che avanza ogni costanza,

Che il viver m'avvelena

E non mi fa morir.

(parte

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Sala terrena con sedie.

SABINA ed AQUILIO

SABINA

Come! ch'io parta? A questo segno è cieco?

E' ingiusto a questo segno? E di qual fallo

Vuol punirmi Adriano?

AQUILIO

Ei sa che fosti

D'Emirena e Farnaspe

Consigliera alla fuga. Ei del custode

Ti crede seduttrice; e con tal arte

Sa i tuoi falli ingrandir, che, a chi lo sente,

Nel punirti così, sembra clemente.

SABINA

Serbando la sua gloria,

Beneficando una rivale, io volli

Procurarmi il suo cor. Non l'odio o l'ira

Mi consigliò, ma la pietà, l'amore;

Onde error non commisi, o è lieve errore.

AQUILIO

Sabina, io lo conosco, e lo conosce

Forse Adriano ancor; ma giova a lui

Un lodevol pretesto.

SABINA

E ben, mi vegga

E n'arrossisca.

AQUILIO

Il comparirgli innanzi

Di vietarti m'impose.

SABINA

Oh dèi! Ma deggio

Partir senza vederlo?

AQUILIO

Appunto.

SABINA

E quando?

AQUILIO

Già le navi son pronte.

SABINA

Un tal comando

Ubbidir non si deve.

AQUILIO

Ah no: ti perdi.

Parti; fidati a me. Lo vincerai

Non resistendo. Io cercherò l'istante

Di farlo ravveder.

SABINA

Ma digli almeno...

AQUILIO

Va senz'altro parlar, t'intendo appieno.

SABINA

Digli ch'è un infedele;

Digli che mi tradì.

Senti: non dir così:

Digli che partirò;

Digli che l'amo.

Ah! se nel mio martìr

Lo vedi sospirar,

Tornami a consolar;

Ché prima di morir

Di più non bramo.

(parte

SCENA SECONDA

AQUILIO solo.

Io la trama dispongo

Perché parta Sabina, e poi m'affanno

Nel vederla partir. Pensa, o mio core,

Che la perdi, se resta. Ella risveglia

De'Augusto la virtù. Soffrir non puoi

L'assenza del tuo bene;

Ma, se lieto esser vuoi, soffrir conviene.

Più bella al tempo usato

Fan germogliar la vite

Le provvide ferite

D'esperto agricoltor.

Non stilla in altra guisa

Il balsamo odorato,

Che da una pianta incisa

Dall'arabo pastor.

(nel partire s'incontra in Adriano

SCENA TERZA

ADRIANO ed AQUILIO

ADRIANO

Aquilio, che ottenesti?

AQUILIO

Nulla, signore: è risoluta e vuole

Partir Sabina.

ADRIANO

Ah! se sdegnata è meco

Ha gran ragion.

AQUILIO

Ma moderate a segno

Son le querele sue, che d'altro amante

La credo accesa. Io giurerei che serve

L'incostanza d'Augusto

Di pretesto alla sua.

ADRIANO

No, non mi piace

Questa soverchia pace. Andiamo a lei.

AQUILIO

Ma, signor, ti scordasti

Del re de' Parti. Il mio consiglio accetti;

Vuoi tentar di placarlo, a te lo chiami;

Ei vien, t'attende; e nel compir l'impresa

Ti confondi e vacilli?

ADRIANO

Ah! tu non sai

Qual guerra di pensieri

Agita l'alma mia! Ro,a il Senato,

Emirena, Sabina,

La mia gloria, il mio amor, tutto ho presente

Tutto accordar vorrei: trovo per tutto

Qualche scoglio a temer. Scelgo, mi pento;

Poi d'essermi pentito

Mi ritorno a pentir. Mi stanco intanto

Nel lungo dubitar, tal che dal male

Il ben più non distinguo. Al fin mi veggio

Stretto dal tempo, e mi risolvo al peggio.

AQUILIO

Eh finisci una volta

Di tormentar te stesso. Hai quasi in braccio

La bella che sospiri, e non ardisci

Di stringerla al tuo seno? Io non ho core

Di vederti soffrir. Vado de' Parti

Ad introdurre il re.

ADRIANO

Senti. E se poi...

AQUILIO

Non più dubbi, signor.

ADRIANO

Fa quel che vuoi.

(Aquilio parte

SCENA QUARTA

ADRIANO, poi OSROA ed AQUILIO

ADRIANO

Che dir può il mondo? Al fine

Il conservar la vita

E' ragion di natura: e in tanta pena

Io viver non saprei senza Emirena.

OSROA

Che si chiede da me?

ADRIANO

Che il re de' Parti

Sieda e m'ascolti; e, se non pace, intanto

Abbia tregua il suo sdegno.

(siede

OSROA

A lunga sofferenza io non m'impegno.

(siede

AQUILIO

(Del mio destin si tratta).

ADRIANO

Osroa, nel mondo

Tutto è soggetto a cambiamento, e strano

Saria che gli odii nostri

Soli fossero eterni. Al fin la pace

E' necessaria al vinto.

Utile al vincitor. Fra noi mancata

E' la materia all'ire. Il fato avverso

Tanto ti tolse, e tanto

Mi diè benigno il Ciel, che non rimane

Né che vincere a noi,

Nè che perdere a te.

OSROA

Sì, conservai

L'odio primiero; onde mi resta assai.

AQUILIO

(Che barbara ferocia!)

ADRIANO

Ah, non vantarti

D'un ben che posseduto

Tormenta il possessor. Puoi meglio altronde

Il tuo fasto appagar. Sappi che sei

Arbitro tu del mio riposo, appunto

Qual son io de' tuoi giorni. Ordina in guisa

Gli umani eventi il Ciel, che tutti a tutti

Siam necessari, e il più felice spesso

Nel più misero trova

Che sperar, che temer. Sol che tu parli,

La principessa è mia; sol ch'io lo voglia,

Tu sei libero e re. Facciamo, amico,

Uso del poter nostro

A vantaggio d'entrambi. Io chiedo in dono

Da te la figlia, e t'offerisco il trono.

AQUILIO

(Tremo alla risposta).

ADRIANO

E ben che dici?

Tu sorridi e non parli?

(ad Osroa

OSROA

E vuoi ch'io creda

Sì debole Adriano?

ADRIANO

Ah! che pur troppo,

Osroa, io lo son. Dissimular che giova?

Se la bella Emirena

Meco non vedo in dolce nodo unita,

Non ho ben, non ho pace e non ho vita.

OSROA

Quando basti sì poco

A renderti felice, io son contento:

Che si chiami la figlia.

ADRIANO

Accetti dunque

Le offerte mie?

OSROA

Chi ricusar potrebbe?

ADRIANO

Ah! tu mi rendi, amico,

Il perduto riposo. Aquilio, a noi

La principessa invia.

AQUILIO

Ubbidito sarai. (Sabina è mia!)

(parte

ADRIANO

Ora a viver comincio. Olà, togliete

(escono due guardie

Quelle catene al re de' Parti.

OSROA

Ancora

Non è tempo, Adriano. Io goderei

Prima de' doni tuoi che tu de' miei.

ADRIANO

Van riguardo. Eseguite

(alle guardie

Il cenno mio.

OSROA

Non è dover. Partite.

(partono le gurdie

ADRIANO

Del peso ingiurioso io pur vorrei

Vederti alleggerir.

OSROA

Son sì contento,

Pensando all'avvenir, ch'io non lo sento.

ADRIANO

E pur non viene.

(guardando per la scena

OSROA

Impaziente anch'io

Ne sono al par di te.

ADRIANO

La principessa

Io vado ad affrettar.

(s'alza

OSROA

No: già s'appressa.

(s'alza, trattenendolo

SCENA QUINTA

EMIRENA, ADRIANO ed OSROA

ADRIANO

Bellissima Emirena...

(incontrandola

OSROA

(ad Adriano)

A lei primiero

Meglio sarà ch'io tutto spieghi.

ADRIANO

E' vero.

EMIRENA

(Perché son così lieti?)

OSROA

E pure, o figlia,

Frale miserie nostre abbiamo ancora

Di che goder. Lo crederesti? Io trovo

Nella bellezza tua tutto il compenso

Delle perdite mie.

EMIRENA

Che dir mi vuoi!

ADRIANO

Quella fiamma verace...

(ad Emirana

OSROA

Lasciami terminar.

ADRIANO

Come a te piace.

OSROA

Tal virtù ne' tuoi lumi

(ad Emirena

Raccolse amico il Ciel, che, fatto servo,

Il nostro vincitor per te sospira.

Offre tutto per te: scorda gli oltraggi:

S'abbassa alle preghiere; odia la vita

Senza di te, che per suo nume adora.

ADRIANO

Tu dunque puoi...

(ad Emirena

OSROA

Non ho finito ancora.

ADRIANO

(Mi fa morir questa lentezza).

(da sé

OSROA

Io voglio...

Senti, o figlia, e scolpisci

Questo del genitore ultimo cenno

Nel più sacro dell'alma. Io voglio almeno

In te lasciar, morendo,

La mia vendicatrice. Odia il tiranno,

Com'io l'odiai fin ora; e questa sia

L'eredità paterna.

ADRIANO

Osroa, che dici!

OSROA

Né timor né speranza

T'unisca a lui; ma forsennato, afflitto

Vedilo a tutte l'ore

Fremere di sdegno e delirar d'amore.

ADRIANO

Giusti dèi! son schernito.

OSROA

Parli Cesare adesso: Osroa ha finito.

ADRIANO

Sconsigliato! infelice! e non t'avvedi

Che tu il fulmine accendi

Che opprimer ti dovrà?

OSROA

Smania, o superbo:

Son le tue furie il mio trionfo.

ADRIANO

Oh numi!

Qual rabbia! qual veleno!

Che sguardi! che parlar! Tanto alle fiere

Può l'uomo assomigliar! Stupisco a segno

Che scema lo stupor forza allo sdegno.

Barbaro, non comprendo

Se sei feroce o stolto:

Se ti vedessi in volto,

Avresti orror di te.

Orsa nel sen piagata,

Serpe nel suol calcata,

Leon ch'apre gli artigli,

Tigre che perda i figli,

Fiera così non è.

(parte

SCENA SESTA

OSROA ed EMIRENA

OSROA

Figlia, s'è ver che m'ami, ecco il momento

Di farne prova. Un genitor soccorri,

Che ti chiede pietà.

EMIRENA

Se basta il sangue,

E' tuo: lo spargerò.

OSROA

Toglimi all'ire

Del tiranno roman. Senza catene

Ti veggo pur.

EMIRENA

Sì: ci conobbe Augusto

D'ogn'insidia innocenti, e le disciolse

A Farnaspe ed a me. Ma qual soccorso

Per ciò posso recarti?

OSROA

Un ferro, un laccio,

Un veleno, una morte,

Qualunque sia.

EMIRENA

Padre, che dici? Queste

Sarian prove d'amor? La figlia istessa

Scellerata dovrebbe... Ah! senza orrore

Non posso immaginarlo. In van lo speri.

Il cor l'opra aborrisce; e, quando il core

Fosse tanto inumano,

Sapria nell'opra istupidir la mano.

OSROA

Va! ti credea più degna

Dell'origine tua. Tremi di morte

Al nome sol! Con più sicure ciglia

Riguardarla dovria d'Osroa una figlia.

Non ritrova un'alma forte

Che temer nell'ore estreme:

La viltà di chi lo teme

Fa terribil il morir.

Non è ver che sia la morte

Il peggior di tutti i mali:

E' un sollievo de' mortali,

Che son stanchi di soffrir.

(parte

SCENA SETTIMA

EMIRENA e poi FARNASPE

EMIRENA

Misera, a qual consiglio

Appigliarmi dovrò?

FARNASPE

(con fretta)

Corri, Emirena.

EMIRENA

Dove?

FARNASPE

Ad Augusto.

EMIRENA

E perché mai?

FARNASPE

Procura

Che il comando rivochi

Contro il tuo genitore.

EMIRENA

Qual è?

FARNASPE

Vuol che, traendo

Delle catene sue l'indegna soma,

Vada.

EMIRENA

A morte?

FARNASPE

No: peggio.

EMIRENA

E dove?

FARNASPE

A Roma

EMIRENA

E che posso a suo pro?

FARNASPE

Va, prega, piangi,

Offriti sposa ad Adriano: oblia

I ritegni, i riguardi,

Le speranze, l'amor. Tutto si perda,

E il re si salvi.

EMIRENA

Egli pur or m'impose

D'odiar Cesare sempre.

FARNASPE

Ah! tu non devi

Un comando eseguir dato nell'ira,

Ch'è una breve follia. Dobbiamo, o cara,

Salvarlo suo malgrado.

EMIRENA

Ad altri in braccio

Andar dunque degg'io? Tu lo consigli?

E con tanta costanza?

FARNASPE

Ah! principessa,

Tu non vedi il mio cor. Non sai qual pena

Questo sforzo mi costa. Allor ch'io parlo,

Non ho fibra nel seno

Che non senta tremar; stilla di sangue

Non ho che per le vene

Gelida non mi scorra. Io so che perdo

L'unico ben, per cui

M'era dolce la vita. Io so che resto

Afflitto, disperato,

Grave agli altri ed a me. Ma l'Asia tutta

Che direbbe di noi, se Osroa perisse

Quando possiam salvarlo? Anima mia,

Sacrifichiamo a questo

Necessario dover la nostra pace.

Va: consorte d'Augusto

Il grado più sublime

Occupa della terra. Un gran sollievo

Per me sarà quel replicar talora

Nel mio dolor profondo:

'Chi diè legge al mio cor, dà legge al mondo.'

EMIRENA

Ah! se vuoi ch'io consenta

A perderti, ben mio, deh! non mostrarti

Così degna d'amor.

FARNASPE

Bella mia speme,

No, non mi perdi: infin ch'io resti in vita,

T'amerò, sarò tuo, sol però quanto

La gloria tua, la mia virtù concede:

Lo giuro a' numi tutti e a que' bei lumi

Che per me son pur numi. E tu... Ma dove

Mi trasporta l'affanno? Ah! che ci manca

Anche il tempo a dolerci. Osroa perisce,

Mentre pensiamo a conservarlo.

EMIRENA

Addio.

FARNASPE

Ascoltami.

EMIRENA

Che vuoi?

FARNASPE

Va... Ferma... Oh dèi!

Vorrei che mi lasciassi e non vorrei.

EMIRENA

Oh Dio! mancar mi sento

Mentre ti lascio, o caro.

Oh Dio! che tanto amaro

Forse il morir non è.

Ah! non dicesti il vero,

Ben mio, quando dicesti

Che tu per me nascesti,

Ch'io nacqui sol per te.

(parte

SCENA OTTAVA

FARNASPE solo.

Di vassallo e d'amante

La fedeltà, la tenerezza a prova

Pugnano nel mio seno. Or questa, or quella

E' vinta, è vincitrice, ed a vicenda

Varian fortuna e tempre:

Ma, qualunque trionfi, io perdo sempre.

Son sventurato; ma pure, o stelle,

Io vi son grato che almen sì belle

Sian le cagioni del mio martìr.

Poco e funesta l'altrui fortuna,

Quando non resta ragione alcuna

Né di pentirsi, né d'arrossir.

(parte

SCENA NONA

Luogo magnifico del palazzo imperiale; scale per cui si scende alle ripe dell'Oronte; veduta di campagna e giardini sull'opposta sponda.

SABINA con séguito di matrone e cavalieri romani, AQUILIO, indi ADRIANO

SABINA

Temerario! non più. Benché da lui

Mi discacci Adriano, è a te delitto

Del mio cor la richiesta.

AQUILIO

La prima volta è questa...

SABINA

E sia l'ultima volta

Che mi parli d'amor.

(partendo per imbarcarsi

ADRIANO

Sabina, ascolta.

AQUILIO

(Aimè).

SABINA

(Numi!) Che chiedi?

(tornando indietro

ADRIANO

A questo segno

Odioso io ti son, che partir vuoi

Senza vedermi?

SABINA

Ah! Non schernirmi ancora

Mi discacci, mi vieti

Di comparirti innanzi...

ADRIANO

Io? quando? Aquilio

Non richiese Sabina

La libertà d'abbandonarmi?

SABINA

Oh dèi!

Non fu cenno d'Augusto

(ad Aquilio

Ch'io dovessi partir senza mirarlo?

AQUILIO

(Se parlo, mi condanno, e se non parlo).

SABINA

Perfido!

ADRIANO

Non rispondi?

SABINA

Or tutte intendo

Le trame tue. Sappi, Adriano...

AQUILIO

E' vero,

Signor, Sabina adoro, e, lei presente,

Temei la tua virtù: perciò lontana...

ADRIANO

Basta. Che tradimento! Anima rea!

Tu rivale ad Augusto? Olà! costui

Sia custodito.

AQUILIO

(Avverso Ciel!)

(è disarmato

ADRIANO

Né pensi

La mia sposa a partir.

SABINA

Tua sposa!

ADRIANO

Io sento

Che risano a gran passi. Il dover mio,

D'Emirena i disprezzi,

Gli odii del genitore...

SCENA ULTIMA

EMIRENA, FARNASPE e detti.

EMIRENA

Ah, Cesare, pietà!

FARNASPE

Pietà, signore!

EMIRENA

Rendimi il padre mio.

FARNASPE

Conservami il mio re.

EMIRENA

Rendilo; e poi

Eccomi tua, se vuoi.

ADRIANO

Che?

FARNASPE

Sì: ti cedo

L'impero di quel cor.

ADRIANO

Tu?

EMIRENA

Sì: sarai

Tu il nume mio. Per quel sereno, il giuro,

Raggio del ciel che nel tuo volto adoro,

Per quel sudato alloro

Che porti al crin, per questa invitta mano,

Ch'è sostegno del mondo,

Ch'io bacio...

(s'inginocchia

ADRIANO

Ah! sorgi: ah! taci. (E' donna o dea?

Quando m'innamorò, così piangea).

SABINA

(Qual contrasto in quel petto

Fan l'onore e l'affetto!)

ADRIANO

(Se alla ragione io cedo,

Perdo Emirena; e se all'amor mi fido,

La mia Sabina uccido. Ah, qual cimento,

Qual angustia crudele!)

SABINA

(E pur mi fa pietà, benché infedele).

EMIRENA

Cesare, e non risolvi?

SABINA

Augusto, al fine...

ADRIANO

Ah! per pietà non tormentarmi. Io tutto

Quanto dir mi potrai,

Tutto, Sabina, io so.

SABINA

No, non lo sai:

Odi. Troppo fatali

Son le nostre ferite. Uno di noi

Dee morirne d'affanno: io, se ti perdo;

Tu, se perdi Emirena. Ah! non sia vero

Che, per salvar d'inutile donna i giorni,

Perisca un tale eroe. Serbati, o caro,

Alla tua gloria, alla tua patria, al mondo,

Se non a me. D'ogni dover ti sciolgo,

Ti perdono ogni offesa;

Ed io stessa sarò la tua difesa.

ADRIANO

Come!

(stupido

SABINA

Cesare, addio.

(in atto di partire

ADRIANO

(arrestandola)

Fermati. Oh grande!

Oh generosa! oh degna

Di mille imperi! Ah, quale accesso è questo

D'inudita virtù! Tutti volete

Dunque farmi arrossir? Fedel vassallo,

Tu la sposa mi cedi

A favor del tuo re! Figlia pietosa,

Sacrifichi te stessa

Tu per il padre tuo! Tradita amante,

Non pensi tu che al mio riposo! Ed io,

Io sol fra tanto forti

Il debole sarò? Né mi nascondo

Per vergogna a' viventi? E siedo in trono?

E do leggi alla terra? Ah no. Facciamo

Tutti felici. Al re de' Parti io dono

E regno e libertà; rendo a Farnaspe

La sua bella Emirena: Aquilio assolvo

D'ogni fallo commesso;

E a te, degno di te, rendo me stesso.

(a Sabina

FARNASPE

Oh contento improvviso!

SABINA

Ecco il vero Adriano: or lo ravviso.

EMIRENA

Fin ch'io respiri, Augusto,

Grata quest'alma a' benefizi tuoi...

ADRIANO

Se grata esser mi vuoi, lasciami ormai

La pace del mio cor. Poco è sicura,

Fin che appresso mi sei. Subito parti,

Io te ne priego. Ecco il tuo sposo: il padre

Colà ritroverai. Lieti vivete;

E tutti tre spargete

Questi deliri miei d'eterno oblio.

EMIRENA

Almen, signor...

(volendogli baciar la mano

ADRIANO

(non soffrendolo)

Basta, Emirena. Addio.

CORO

S'oda, Augusto, infin su l'etra

Il tuo nome ognor così;

E da noi con bianca pietra

Sia segnato il fausto dì.

LICENZA

Cesare, non turbarti; a te non osa

Somigliarsi Adrian. Quando al tuo sguardo

Le sue vicende espone,

Fa spettacol di sé, non paragone.

Troppo minor del vero

L'immagine sarebbe; e troppo chiare,

Signor, fra voi le differenze sono.

A lui diè luce il trono,

La riceve da te. Fu grande e giusto

Ei talvolta, e tu sempre. I propri affetti

Ei debellò, tu li previeni. Ei scelse

Tardi le vie d'onor, tu le scegliesti

De' giorni tuoi fin su la prima aurora.

Lui la terra ammirò, te il mondo adora.

Non giunge degli affetti

La turba contumace

A violar la pace

Del tuo tranquillo cor.

Così del re de' numi

Fremon, ma sotto al trono,

E 'l turbine ed il tuono,

E le tempeste e i fiumi

Nelle lor fonti ancor.

FINE

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