Agenzia matrimoniale

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Stefano Palmucci

- MOGLI E BUOI DEI PAESI TUOI,AMANTI E BADANTI DI PAESI DISTANTI-

Commedia comico-brillante in tre atti


Stefano Palmucci

Agenzia Matrimoniale- mogli e buoi dei paesi tuoi, amanti e badanti di paesi distanti cod. op. SIAE 919621A

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Stefano Palmucci

Via Consiglio dei sessanta, n. 26

Dogana

47891 Repubblica di San Marino spalmucci@omniway.sm – stefano.palmucci@pa.sm tel mob.338-2015713

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Agenzia Matrimoniale

Agenzia Matrimoniale

-    Mogli e buoi dei paesi tuoi, amanti e badanti di paesi distanti -

(commedia comico-brillante in tre atti)

Personaggi:


Libero

Menga

Giacoma

Lieto

Ugo

Gabriele

Alfiero

Irina

Irina2

Dafne

Bernard

Ingrid


moglie di Libero

madre di Menga

fratello di Libero

padre di Lieto

fratello di Menga

titolare dell’agenzia

aspirante sposa

aspirante badante

vedova

ambasciatore francese

sua segretaria


Salotto di casa Parloni, con mobilia varia. Divano, poltrone, un tavolo con quattro sedie, tutto quello che occorre. Un portone in fondo che da sull’esterno. Una porta a destra verso la cucina e una a sinistra verso il bagno e le camere. In scena Giacoma, Libero e Menga, stanno discutendo seduti al tavolo.


Giacoma:


insomma ragazzi … mettetela come vi pare, io la voglio!


Menga:


ma bada che quando punta, punta eh? Prima hai voluto la bombola dell’ossigeno, che hai adoperato una volta soltanto e adesso sarà pure scaduta, poi quell’affare per tirarti su dal letto, che è ancora imballato, poi la carrozzina, perché non si sa mai, e adesso questa?


Libero:


Giacoma, non è che noi siamo contrari, ma ci avete pensato bene? L’età ce l’avete, questo è vero, ma siete ancora in gamba, non avete ancora bi-sogno. Magari potremmo ripensarci tra due o tre anni, o anche più, se continuate ad essere così arzilla.


Giacoma:   tra due o tre anni chissà se sarò ancora viva. Io la voglio adesso. La pago io, la trovo io, voi non dovrete pensare a nulla.

Menga:         non dovremo pensare a nulla? Avere un’altra persona che gira per casa non è un pensiero?

Giacoma:    cosa significa “un'altra persona”? che ne avete già una di troppo, che vi da noia? Eh? È questo che hai voluto dire?

Menga:         adesso, mamma, non cominciare a mettermi in bocca cose che non mi sono mai neppure sognata di pensare.

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Libero:


lo sapete, Giacoma, che la vostra presenza non c’è mai pesata, anzi.


Giacoma:   perché, se ricordate bene, io sono stata chiara sin dall’inizio. Quando mi avete invitato, ho detto: “adesso che sono rimasta sola, vengo volentieri a stare con voi. Ma se mi accorgo che vi do noia, anche solo per un minuto,

io raccolgo i miei bagagli e torno da dove sono venuta”.


Menga:


dai mamma, ora non andare a cercare discorsi che non c’entrano nulla.


Giacoma:


se non c’entrano nulla, allora lasciatemi fare quello che voglio. I soldi sono i miei, me li sono guadagnati col sudore della fronte.


Menga:


non è questione di soldi, mamma. E’ che tu non hai bisogno della badan-te, ancora.


Libero:


siete ancora in gamba, Giacoma. Magari arrivassi io alla vostra età, nelle vostre condizioni.


Giacoma:   insomma, volete capire che sono rimasta l’unica del mio giro di amiche che non ce l’ha? Rebecca ha Irina, Domenica ha Svetlana, Leda ha Irina,

Sandrina ha Irina, Berto ha Irina …


Libero:


questa Irina va da tutti?


Giacoma:   no, si chiamano tutte uguali. Le badanti, oggi, non sono più quelle di una volta, che badavano solo i vecchi malati. Oggi sono diventate “dame di compagnia”. Giocano a carte con i badati, li portano a spasso, cucinano insieme …

Menga:         e per queste cose non ci siamo qui noi, mamma? Libero da quando è di-soccupato non fa niente. Può farti lui da badante.

Giacoma:   voi avete i vostri amici, i vostri impegni. Io voglio una badante. Una che pensi solo a me. Che mi accompagni a fare la spesa, mi tenga compagnia,

giochi a rubamazzo ….


Menga:


vedrai che a rubare dal tuo mazzo sarà bravissima.


Giacoma:


state a sentire, ragazzi: fino che campo, con i miei soldi faccio quello che mi pare. Non vi ho chiesto il permesso di prendere una badante, vi ho chiesto il permesso di tenerla qui, a casa vostra. Voi pensateci bene. Se la volete, bene, se no, io prendo su e torno a casa mia (si alza e fa per an-darsene).


Menga:


aspetta, mamma …


Giacoma:   e fate presto, perché ho già chiamato l’agenzia e mi hanno detto che pre-

sto manderanno una badante a fare un colloquio. (esce a destra)


Menga:


(a Libero) ecco. Hai visto che hai combinato?


Libero:


io? Cosa c’entro io, adesso?


Menga:


tu l’hai fatta arrabbiare e lei se n’è andata.


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Libero:


io? Ma figurati! A me, tua mamma, non da nessun fastidio. Anzi, col fat-to che non lavoro più da un anno la sua pensione ci fa carne e sangue. Piuttosto sarebbe un'altra quella che vorrei mandare via …


Menga:


chi vuoi mandare via, tu, che la casa è mia? Stai attento, piuttosto, uno di questi giorni, di non trovare i tuoi stracci giù per le scale.


Libero:


tranquilla, Menga, se anche dovesse succedere, non piangerei.


Menga:


e allora va, chi ti trattiene? La porta è aperta. La verità è che sai bene che un’altra donna come me, tu, non la troveresti più.


Libero:


quello è poco, ma sicuro.


Menga:


e sai anche che senza uno straccio di lavoro, faresti la fame.


Libero:


guarda che per quello ho già parlato con l’avvocato. Mi ha detto che in caso di divorzio, a me, come “coniuge economicamente debole in quanto disoccupato”, il giudice del tribunale mi darebbe almeno almeno mille euro al mese.


Menga:


bene! Così, se te li da lui, io non ti do niente!


Libero:


dai, dai, lascia perdere. Vai a preparare il pranzo, piuttosto.


Menga:


uno di questi giorni metterò il veleno per topi nella tua minestra.


Libero:


oh, sarà la volta buona che quella minestra si lascerà mangiare.


Menga:


mangiapane a tradimento… (esce a destra in cucina)


Libero siede a leggere il giornale, ma prima di cominciare …

(da fuori) portami quella borsa che ho lasciato sulla sedia.

Libero impreca tra sé e poi gliela porta. Si rimette a leggere il giornale quando suonano alla porta. Nuova imprecazione tra i denti. Va ad aprire, è suo fratello Lieto.


Libero:


Lieto, che fai qui, cosa è successo?


Lieto:


scusami, ma avevo fretta. Hai letto il giornale?


Libero:


non ce l’ho ancora fatta. È sopra il tavolo.


Lieto:


(lo prende e lo apre) ecco. Leggi, leggi un po’ qua.


Libero:


(prende il giornale) anziano muore fulminato con le luci di Natale.L’uomo si è spento, si è acceso, si è spento, si è acceso …


Lieto:


ma no, leggi più sotto.


Libero:


(legge) apre la prima agenzia matrimoniale a San Marino. Agenzia Urbi et Orbi, sposiamo anche i lerci, i brutti e gli sgorbi. (a Lieto) Ma pensa un po’. E chi l’ha aperta?


Lieto:


uno che aveva sposato una donna del posto, adesso è divorziato e …


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Libero:


…e avendo capito che il matrimonio è una grossa fregatura, sta cercando di venderla agli altri.


Lieto:


si chiama Alfiero, si atteggia a persona elegante, sofisticata, ma viene da Pugliano.


Libero:


e tu come fai a sapere tutto questo?


Lieto:


vengo adesso proprio da lì. Mi sono andato ad iscrivere!


Libero:


non ci credo!


Lieto:


ah, sì! Appena ho letto, ci sono andato, sono stato il primo cliente.


Libero:


ma cosa hai fatto, disgraziato? Ti sei bevuto il cervello? Vai subito a can-cellarti. Ormai hai passato i quaranta, ti sei salvato fino adesso, ci vuoi cascare proprio adesso? Pensavo che ormai fosti “fuori pericolo”…


Lieto:


ma che “fuori pericolo”. Ormai mi sono deciso. Mi sono stancato di fare la vita del single. Non è mica tutta rose e fiori. Sì, avrai la tua libertà, ora-ri, donne, cibo, nessuno che ti possa dire nulla. Ma la sera, o la notte, quando torno a casa, e non c’è nessuno che mi aspetta, è dura. E a vedere te, mio fratello, e tutti i vecchi amici, che hanno la propria donna, l’allegria di una compagnia ….


Libero:


l’allegria? Ma che allegria, quella della compagnia è la disgrazia più grande!


Lieto:


e invece a me è da un po’ di tempo che ha cominciato a pesare, questa si-tuazione, e anche parecchio.


Libero:


aspetta, aspetta, Lieto. Che discorso sarebbe, questo? Ti manca la com-pagnia? Vuoi un cane che te lo regalo?


Lieto:


un cane l’ho avuto, non è la stessa cosa, su.


Libero:


ma vuoi mettere la libertà che hai adesso con la galera di un matrimo-nio? Pensaci bene, Lieto. Adesso puoi fare tutto quello che ti pare, a tutte le ore del mondo. Se hai fame mangi, se hai sete bevi, se hai sonno dormi …


Lieto:


sì: e se ho voglia di fare l’amore mi faccio …una doccia!


Libero:


oh capito, ma un’agenzia matrimoniale … hai provato con internet?


Lieto:


certo. Ma è stato un disastro. Ho trovato una, ci siamo scritti un mese, tutti i giorni, e poi ci siamo conosciuti.


Libero:


e allora?


Lieto:


eh, lei mi aveva mandato la foto di una biondona con due bambe lunghe ed un seno così, io le avevo mandato la foto di un ragazzotto con gli occhi neri e due braccia così … quando ci siamo visti, lei mi ha sputato in fac-cia, io le ho sputato indietro, e ognuno per la sua strada.


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Libero:


oh, porca boia …


Lieto:


quindi, l’agenzia matrimoniale è l’unica soluzione. Ho spiegato le mie esigenze, i miei gusti, e adesso me la cercano come la voglio.


Libero:


ma sai almeno con chi ti andrai ad impelagare? è roba nostrana?


Lieto:


ma  chè!  Tutta  roba  dell’est:  russe,  rumene,  ungheresi,


cileni


…  è


un’agenzia che non trova solo mogli, ma anche badanti.


Libero:


io non posso permettere che l’unico della famiglia che si era salvato dalla sciagura più immane del mondo, ci vada a cascare dentro con tutte e due le scarpe. E poi con una straniera?


Lieto:


è per quello che sono venuto a chiedere il tuo aiuto. Sai che io con le donne ho sempre preso delle fregature.


Libero:


io invece ne ho presa una sola. Ma grande ….


Lieto:


sì, ma sei sempre stato il fratello maggiore per me, quello che se ne in-tende di più …


Libero:


(sarcastico) eeehhh …!


Lieto:


insomma, per farla breve: ho dato il tuo indirizzo.


Libero:


come sarebbe a dire?


Lieto:


sì, Libero, io vorrei che tu, con la tua esperienza, la conoscessi per primo e poi, se è il caso, me la presentassi.


Libero:


ma sei pazzo? La dovrei provare prima io?


Lieto:


ma no, cosa dici? Vorrei solo avere la tua impressione, prima di cono-scerla. Non vorrei che succedesse come con internet.


Libero:


e non te la potrei dare dopo, la mia impressione, quando l’hai già cono-sciuta tu?


Lieto:


eh, sai, se per caso non mi piacesse, poi io mi impiccio, non so dire di no, dammi retta, è meglio che ci parli prima tu. Se ti parrà che possa andare, mi vieni a chiamare. Altrimenti: “arrivederci e grazie”.


Libero:


insomma, dopo tutto, mi tocca anche il lavoro sporco?


Lieto:


fallo per me, dai, Libero, te lo chiedo in ginocchio …


Libero:


e a mia moglie e mia suocera, cosa dico? Prevedo che non saranno tanto contente di queste prove che dovrei fare a queste ragazze.


Lieto:


inventa qualcosa, sei così bravo tu, in queste situazioni …


Giacoma:    (rientra da destra euforica, seguita da Menga) ecco, mettiamoci qui, oh

Lieto, ci siete anche voi, bene, siete fortunato, ha chiamato ora il mio

Gabriele che ha scritto una poesia nuova e ce la viene a declamare subito.

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Menga:


(anche lei euforica, sistema il divano e le sedie) dai Libero, sgombra qui,sistemiamo la scena per Gabriele. Cosa dici, mamma? Lui si potrebbe mettere qui e noi fare un semicerchio, così potremo sentire bene tutti.


Giacoma:


no, a lui mettilo dalla parte delle finestra, che gli arriva più luce.


Menga:


hai ragione. Allora lo mettiamo qui, e noi stiamo da questa parte. (sposta i mobili)


Lieto:


oh, scusate, ma a me tocca proprio scappare. Mi dispiace perché ci tene-vo molto, a sentire questa nuova poesia. La ascolterò un altro giorno.


Giacoma:


(candida) siete sicuro? Riuscirete ad aspettare?


Lieto:


eh, sarà dura, ma non posso proprio trattenermi.


Libero:


(con intenzione) ti serve una mano, per quello che devi fare, Lieto?


Lieto:


eh? No. (cogliendo) Aaah, sì, ne avrei bisogno come il pane ….


Menga:


no, scusa Lieto, ma adesso Libero non si muove di qui.


Lieto:


scusa tu, Menga, non volevo mettere il becco tra moglie e marito.


Menga:


tranquillo, Lieto, per quello, c’è tanto di quel posto …(suonano) Ecco, è lui!


Giacoma:


(eccitatissima) Menga, vai ad aprire, corri…


Libero:


tutte le volte la stessa storia, pare debba arrivare il Papa …


Lieto:


io vado, vi saluto …


(Menga apre ed introduce Gabriele, nella tipica postura dell’artista, maglione a collo alto e andatura ad un metro da terra. Le donne sono in adorazione. Lieto lo saluta)

salve. Ho saputo che ha scritto una nuova poesia. Mi dispiace proprio di non ascoltarla, ma devo proprio scappare. Ci vediamo. (Lieto esce)

(Gabriele lo guarda uscire schifato, poi si mette in posizione: estrae un foglio, si concentra)

Menga:         cos’è? Un “ode”? ha già un titolo?

Gabriele:     un sonetto, sorella, con un titolo di lavoro: “il ritratto della salute”

Giacoma:    oohhh…come sarà bella …

Menga:         ssssttt…zitta, mamma! Comincia pure, vate, che non stiamo più nella pelle.

(Gabriele si concentra molto e poi declama ispiratissimo)

Gabriele:     la nebbia agl’irti colli …

Libero:          questa mi pare d’averla già sentita …

(Gabriele lo gela con uno sguardo adiratissimo)

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Menga e Giacoma:                sssstttt ….!!!!

(nuova concentrazione di Gabriele)

Gabriele:     la nebbia agl’irti colli, agl’ossi mi fa male, c’ho su una cervicale, che mi fa tribolar. Gli spifferi del Borgo, m’aggravan la bronchite, c’ho pure la pleurite, che mi sta a tormentar. Mi manca netto un braccio, per via d’una trombosi, c’ho artrosi e una scogliosi, e non ne so il perché. Tra le rossastre nubi, la dama nera attende, col braccio che mi pende, lo piego e le fò: tiè!

(le donne applaudono freneticamente, estasiate)


Menga:


bravo… bravissimo…bis!!


Giacoma:


mi sento tutta la pelle d’oca …


Menga:


sei proprio un “vate” …altro che Manunzio …


Gabriele:


D’annunzio, Domenica, era D’annunzio l’altro vate.


Giacoma:   se non ti pubblicano neppure questa, significa proprio che il mondo sta

andando a rovescio.


Gabriele:


vi ho già spiegato, madre, che come per tutti i grandi artisti che hanno calcato questa misera terra nei secoli passati, potrò essere degnamente celebrato solo dopo la mia dipartita.


Libero:


speriamo sia presto …


Menga:


Libero, che dici?


Libero:


eh, se deve soffrire come dice nella poesia …


Menga:


ignorante! Nella poesia il vate parlava di una sofferenza spirituale.


Giacoma:   lascia perdere, Menga, non è colpa sua se è solo un pidocchio rifatto, che

non può sapere nulla della cultura, dell’eleganza, della raffinanza….

Menga:         hai ragione, mamma, possiamo solo compatirlo.

Giacoma:   Gabriele, resti a mangiare qui? Di là è quasi pronto e tu sarai stanco do-

po tutta la fatica che devi aver fatto per scrivere quella bella poesia.


Menga:


giusto, mamma. Siediti, vate. (gli offre una poltrona)


Libero:


poraccio, che fatica deve avere fatto. Se vuole riposarsi un po’, posso dargli la mia vanga che oggi c’è da fare l’orto.


Gabriele:


(lo ignora e si accomoda) quasi quasi, madre. Devo rinfrancare il corpo,dopo le fatiche dello spirito. Potrei fermarmi per desinare.


Menga:


dai Gabriele, non fare complimenti. Stiamo così poco insieme, tutta la famiglia. C’è anche quell’impiastro lì, ma pazienza.


Gabriele:


volentieri accondiscendo, Domenica. La presenza del buon villico non mi tedia, anzi mi sollazza.


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Libero:          grazie, vater.

(Gabriele si alza all’improvviso, come colto da raptus)


Giacoma:


cosa c’è?


Menga:


Gabriele, stai bene?


Gabriele:


una ispirazione! Presto, devo correre. (si avvia alla porta)


Giacoma:   oddio, gli è venuta un’altra ispirazione. Oggi è proprio un giorno da se-

gnare sul calendario.


Menga:


vai, Gabriele, corri. A mangiare penserai poi, non farti sfuggire questa nuova ispirazione!


Gabriele:


giammai!! A più tardi, forse (scappa come in preda a raptus).


Giacoma:


eh, che fortuna aver un poeta in casa, uno dei miei figli …


Menga:


davvero mamma, e poi così bravo …


Giacoma:    anche tu sei l’orgoglio di tua madre, Menga. Gabriele è stato solo un po’

più furbo perché non si è sposato …(guarda significativamente Libero)


Menga:


hai ragione, mamma, ma ormai cosa ci vuoi fare? Dobbiamo prenderla così com’è. Faccio un salto alla Coop a prendere quella confezione di mozzarella.


Giacoma:


non può andarci tuo marito, che non fa nulla tutto il giorno?


Menga:


si, figurati. Alla Coop ci sono due confezioni di mozzarella: una bianca e una rossa. Se ci va lui, sicuro che sbaglia, e poi tocca a me tornare a so-stituirla.


Giacoma:


sì, giusto, hai ragione, vai pure.


Menga:


faccio in un lampo. Tu mamma tieni d’occhio il sugo, di là. (esce)


Giacoma:


e tu non esci? Non sia mai che di fuori dovessi trovare un lavoro, vero?


Libero:


state tranquilla, Giacoma, che tutto quello che dovevo fare fuori di casa per trovare un lavoro, l’ho già fatto da un pezzo.


Giacoma:


ho capito. E’ sempre meglio aspettare che sia lui, a venirti a cercare…


Libero:


eh, già.


Giacoma:


(canta) quando il lavoro viene il campanello suonerà ….


Libero:


non dovevate tenere d’occhio il sugo, voi?


Giacoma:   vado, vado … verrà anche per te …(esce a destra cantando: “vagabondo che son io….”)

(Libero riprende il giornale. Suonano, Libero va ad aprire)

Irina:              ciao. Sono Irina … eccomi qua

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Libero:


(non capendo e rimanendo colpito) Irina …?


Irina:


lei è Lieto?


Libero:


(realizzando) molto … lieto. (di nascosto si sfila la fede).


Irina:


piacere. Mi scusi sono un po’ emozionata. All’agenzia mi avevano consi-gliato di fare il primo incontro in un bar o in un luogo pubblico ma lei ha tanto insistito per farlo a casa sua.


Libero:


oh, veramente? mi scusi, non mi ero reso conto di avere insistito. Proba-bilmente ho parlato senza pensare, un posto vale l’altro. (Preoccupato, verso il resto della casa) anzi a pensarci bene ha ragione lei, meglio unbar, andiamoci subito. Prendo qualcosa da mettere.


Irina:


mah, ormai siamo qui. Se non le dispiace, possiamo rimanere, così po-tremo parlare con un po’ più di tranquillità.


Libero:


rimanere qui?


Irina:


se non ha niente in contrario.


Libero:


chi, io? No. Assolutamente, perché dovrei? Possiamo darci del tu?


Irina:


volentieri.


Libero:


accomodati, Irina. Bevi qualcosa?


Irina:


una coca cola, se ce l’hai.


Libero:


(volteggiando galante verso il mobile bar) una coca con ghiaccio perrompere il ghiaccio. Ha, ha, ha… siediti Irina. Di dove sei, tu?


Irina:


sono bielorussa, di Minsk.


Libero:


ah, bielorussa. Mio zio era comunista, avanti popolo ha, ha, ha … e come sei capitata da queste parti?


Irina:


in Bielorussia non c’è lavoro. Sono venuta tre anni fa, qui faccio la com-messa da Guidi, il negozio di scarpe.


Libero:


che bello, mi pare un lavoro che ti calzi a pennello. Ha, ha, ha..


Irina:


tu sei di qua?


Libero:


mai mosso, sono nato e cresciuto a trecento metri da qui, poi quindici anni fa mi sono spo … (si corregge) spostato … mi sono spostato e sono venuto ad abitare qui.


Irina:


vivi solo?


Libero:


(guarda verso la cucina) con mia mamma. Poverina abbiamo perso miobabbo tre anni fa e così è venuta ad abitare qui con me, le faccio compa-gnia. Adesso è di là, speriamo non venga a disturbare.


Irina:


che bello. Mi piacciono gli uomini che sono legati alla mamma. Quella chi è? (indica una foto)


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Libero:


quella, chi?


Irina:


quella della foto, abbracciata a te.


Libero:


quella è … mia sorella. Mia sorella Menga.


Irina:


avete i vestiti da matrimonio.


Libero:


sì, l’abbiamo fatta per il suo matrimonio, quella foto. Io le ho fatto da te-stimone.


Irina:


siete una famiglia molto unita.


Libero:


mah, come in tutte le famiglie abbiamo i nostri alti e bassi, ogni tanto qualche screzio, ma in fondo ci vogliamo bene. E tu? La tua famiglia?


Irina:


io ho solo mia madre che lavora a Riccione. Mio padre non so dov’è.


Libero:


posso chiederti cosa ha spinto una ragazza bella e interessante come te ad iscriverti ad una agenzia matrimoniale?


Irina:


potrei fare anche io a te la stessa domanda.


Libero:


mi trovi una ragazza bella e interessante? Ha, ha, ha, scherzavo. Vedi Irina, (aulico) qui da noi è facile trovare una ragazza per una sera, ma molto difficile trovare una donna per tutta la vita.


Irina:


vedi che hai già risposto alla tua domanda? Anche io la penso così.


Libero:


anche tu cerchi una donna per tutta la vita? Ha, ha, ha, scherzavo. Senti, ora che abbiamo rotto il ghiaccio cosa ne diresti di approfondire la cono-scenza di fronte ad una bella pizza?


Irina:


volentieri, Lieto.


Libero:


domani sera alla pizzeria dal Baffo, a Riccione?


Irina:


si, la conosco, va bene per domani sera. Vediamoci lì alle otto.


Libero:


posso venire a prenderti.


Irina:


no grazie, Lieto. Preferisco incontrarci lì, così approfitto per passare da mia mamma. Posso domandarti solo una cosa prima di andare?


Libero:


tutto quello che vuoi, Irina.


Irina:


mi si sta scaricando l’emozione: avrei bisogno del bagno.


Libero:


prego, è quella porta in fondo, vai pure.


Irina:


grazie (esce a sinistra).


(dalla cucina entra Giacoma)

Giacoma:    con chi parlavi, Libero?

Libero:          io? Con nessuno.

Giacoma:    sentivo un parlottare.

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Libero:


mah, forse era la televisione.


Giacoma:


ma se è spenta.


Libero:


stavo pensando, forse, senza accorgermi, parlavo da solo ad alta voce.


Giacoma:


può darsi, come i matti.


Libero:


andate, adesso, che si brucia il sugo.


Giacoma:


ma che! ancora non bolle.


(dal bagno esce Irina)

oh, buongiorno.


Irina:


buongiorno, signora.


Giacoma:


chi è questa signora, Libero?


Irina:


Libero?


Libero:


libero … si, adesso il bagno è libero.


Giacoma:


ma cosa ci faceva lì dentro? … non sarà quella dell’agenzia?


Irina:


(prima che Libero possa parlare) si, signora, sono io. Suo figlio le haparlato di questo appuntamento?


Giacoma:


lei conosce mio figlio?


Irina:


beh, un pochino. Abbiamo appena iniziato.


Giacoma:


(a Libero) c’eraGabriele qui?


Libero:


sì ma è uscito di corsa, ha avuto un’altra ispirazione. Comunque ho già parlato io con la signorina, adesso lei deve proprio scappare, ci siamo già accordati per un secondo appuntamento.


Giacoma:


oh, che peccato che debba già andare. E quando tornerà?


Irina:


non so, signora. Ci siamo dati appuntamento in pizzeria.


Giacoma:


in pizzeria?


Libero:


si, ho pensato di farle conoscere i piatti nostrani, che lei essendo stranie-ra non li conosce. Gulasch, Mammut, Kibbutz …


Giacoma:   ma quale pizzeria, quando ti metti in mezzo combini solo guai. Sono io che devo trattare con la signorina, dovrà occuparsi di me, mica di altri.

Lei signorina non può rimanere altri cinque minuti?


Irina:


se vuole … certamente.


Giacoma:


ecco, vedi? Te vai pure a fare i tuoi lavori e a noi lasciaci chiacchierare in pace.


Libero:


miei lavori? Li ho finiti. Preferirei rimanere, se non vi dispiace.


Giacoma:


basta che ti metti lì e non disturbi, eh?


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Libero:          zitto e buono, non fiaterò. Promesso (si mette in disparte).

Giacoma:    posso offrirle un the, signorina?

Irina:              grazie, ho già preso una coca. Sono a posto.

Giacoma:    bene, dunque. Lei signorina è molto giovane, posso chiederle quanti anni

ha?

Irina:              ne ho trentaquattro, signora. Non sono più così giovane, purtroppo.

Giacoma:    quelle delle mie amiche sono molto più mature. Cinquanta, sessanta …

Irina:              al mio paese ci si sposa molto giovani. Qui avete abitudini differenti.

Giacoma:    è la prima volta per lei, Irina?

Irina:              ehm, si, certamente, la prima.

Giacoma:    ah, peccato. Io veramente avrei preferito con un po’ di esperienza, però

non importa. Mi sembra sveglia, una che impara presto.

Irina:              mah, cercherò di fare del mio meglio, ce la metterò tutta.

Giacoma:   lei poi verrà ad abitare qui. Vuole vedere la casa? Posso mostrale la sua

stanza?

Irina:              mah, mi sembra ancora un po’ prematuro.

Libero:          beh si, bisogna vedere se la cosa andrà in porto.

Giacoma:   te avevi promesso di stare zitto. Io sono certa che andrà in porto, la si-

gnorina mi sta già molto simpatica. Possiamo darci del tu?

Irina:              volentieri, signora.

Giacoma:    chiamami Giacoma.

Irina:              d’accordo, Giacoma.

Giacoma:    tu da quando saresti disposta a cominciare?

Libero:          … se tutto andrà in porto.

Irina:              non so, bisogna che stabiliamo insieme con suo figlio, sono decisioni da

prendere insieme.

Giacoma:    lascia stare mio figlio, lui non c’entra niente. Siamo io e te che dobbiamo

passare d’accordo.

Irina:              ah si? mi aveva detto che avete un rapporto molto stretto, ma non pen-

savo fino questo punto.

(Libero fa un segno come dire: cosa ci vuoi fare? Porta pazienza)

Giacoma:   allora, io ti voglio dire subito che voglio fare le cose tutte regolari, nero

su bianco, un contratto con i tutti i contributi, eccetera.

Irina:              (spiazzata) un contratto?

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Libero:


si, tecnicamente, in definitiva, sarebbe un contratto.


Irina:


va bene, non ho niente in contrario.


Giacoma:   dunque tu dovrai occuparti soprattutto di me, assistermi. Come vedi io sono molto autosufficiente, sarai più una dama di compagnia, ecco. Poi, sì, un po’ di pulizie, preparare il pranzo, più che altro dovrai dare una

mano a me e alla Menga.


Irina:


(un po’ imbarazzata) si, perché ... voi abitereste qui?


Giacoma:   mah, adesso vediamo come vanno le cose, la convivenza, diciamo. Se mi fanno pesare questa situazione, li ho già avvisati che prendiamo e tor-

niamo a casa mia.


Irina:


ah, ecco.


Giacoma:    io all’inizio direi di cominciare con un periodo di prova. Anche per tute-larti a te, se non ti trovi bene. Poi invece se ci troviamo bene, possiamo fare a tempo indeterminato.

Irina:              un periodo … di prova?

Giacoma:   naturalmente se non ci trovassimo bene, se dovessero nascere dei pro-blemi, da una parte o dall’altra, ci diamo, non so, quindici giorni di tem-po, e poi ognuno per la sua strada, amici come prima.

Irina:              quindici giorni … ? amici come prima?

Libero:          (le fa cenno che Giacoma è un po’ matta) beh, io credo che adesso Irinaabbia bisogno di pensarci sopra, ci ha appena conosciuto, questi sono tutti dettagli che possiamo discutere quando la decisione sarà presa, non c’è tutta questa fretta.

Giacoma:   perché no? Dal momento che si è iscritta ad una agenzia, significa che

desiderava cominciare al più presto.


Libero:


si, d’accordo. Però non sapeva con chi poteva capitare, insomma, ha co-minciato a conoscerci adesso, lasciamola metabolizzare, poi la prossima volta, ci conosciamo meglio, le mostriamo la casa, la camera, tutto.


Irina:


si, forse è meglio pensarci bene prima, vorrei avere un momento per ra-gionare.


Libero:


prenditi pure tutto il tempo che ti serve, Irina. Magari ci rivediamo con calma, quando ci hai pensato, e poi, con comodo, definiamo bene tutto quanto.


Irina:


si, preferirei così, grazie.


Giacoma:


come vuoi, Irina, mi sembra giusto.


Libero:


posso accompagnarti alla porta?


Irina:


sì, grazie (si avviano).


15


Stefano Palmucci

Giacoma:    non abbiamo parlato dello stipendio.


Irina:


stipendio?


Libero:


(in disparte ad Irina) scusala è una curiosona, vuole conoscere il tuo sti-pendio, sai, i vecchi di una volta …(forte) avremo tempo di parlarne, so-no altre le cose importanti della vita.


Irina:


arrivederci, Giacoma, molto piacere di averla conosciuta.


Giacoma:


piacere mio, Irina. Allora aspetto tue notizie.


Irina:


sì…va bene, non mancherò.


Giacoma:


arrivederci. (esce a destra)


Libero:


(mentre la accompagna) la devi scusare, Irina, a giorni è lucida, altrinon ci sta proprio con la testa. Oggi era uno di quelli.


Irina:


non ti preoccupare. Mi ero accorta che qualcosa non andava.


Libero:


comunque hai sentito anche tu che se questa casa dovesse affollarsi, lei è pronta a tornare alla sua.


Irina:


direi di fare un passo alla volta, Lieto.


Libero:


giusto, Irina. Cominciamo con la pizza del baffo, come d’accordo.


Irina:


ok, Lieto, ci vediamo lì.


Libero:


ciao Irina.


(Irina esce)

(tra sé, con malcelata soddisfazione) eh no, caro fratello, questa signo-rina non mi convince proprio per niente. Io non posso consegnare que-sto pacco a scatola chiusa a Lieto, senza aver ben ponderato se possa an-dare bene per lui, senza aver verificato se è buona, pulita, brava … no, no, no, mi tocca approfondire la conoscenza. Non dirò nulla a Lieto, per adesso, mi toccherà sacrificarmi ancora per qualche tempo (allarga le braccia sconsolato ed esce a destra mentre cala il sipario)

FINE PRIMO ATTO

16


Agenzia Matrimoniale

ATTO SECONDO

Stessa scena. All’apertura del sipario Libero entra da destra, vede il giornale, si siede e lo apre. Suonano alla porta, Libero impreca, chiude il giornale e va ad aprire. E’ Lieto.


Lieto:


(trafelato) è già arrivata?


Libero:


chi?


Lieto:


la ragazza dell’agenzia. Sarà qui a momenti. Si chiama Irina, sei pronto?

Mi raccomando, eh?


Libero:


eh, stai calmo, Lieto, se arriva la conosceremo, no? Non ti sei rivolto all’agenzia apposta?


Lieto:


no, no, io non ce la faccio, m’è venuta un’agitazione, mi sento la sudarel-la. Me ne starò di là. Parlaci tu, come eravamo d’accordo.


Libero:


e se si dovesse innamorare di me?


Lieto:


(gli viene un dubbio, poi lo guarda in faccia) nooo…tranquillo, per quel-lo, nessun pericolo.


(suona il telefono di Libero)


Libero:


si? Ciao. Ah, sì? No, no, volentieri. Adesso? Si, d’accordo. Magari. Va be-ne, ti raggiungo subito. (chiude)


Lieto:


dove vai?


Libero:


mi tocca uscire. Mi hanno chiamato per un lavoro, forse. Torno in un ba-leno.


Lieto:


ma sta per arrivare, come faccio? Non puoi uscire dopo?


Libero:


no, devo proprio scappare. Non posso rimandare.


Lieto:


proprio adesso? E se arriva?


Libero:


(prende il giacchetto, sulla porta) se è bella, ti presenti e le parli, se no,le dici che ti chiami Libero e che tuo fratello Lieto non c’è. Torno subito. (esce)


Lieto:


(rimasto solo) ma guarda te, proprio adesso…


(da destra entra Giacoma).


Giacoma:


oh Lieto, buongiorno, siete solo?


Lieto:


sì, sto aspettando mio fratello che è dovuto uscire di corsa, ma torna su-bito.


Giacoma:


oh capito. Vostro babbo, come sta?


Lieto:


eh, di salute non c’è male, ma di testa sempre peggio.


17


Stefano Palmucci

Giacoma:    davvero? Mi dispiace.


Lieto:


ci sono giorni in cui è convinto di essere ancora nella sua fattoria in campagna, e non c’è verso di fargli capire che ormai è in pensione e non fa più il contadino.


Giacoma:


ma guarda un po’ …


Lieto:


a volte si alza alle quattro di mattina, io lo sento e gli chiedo: “babbo, do-ve vai a quest’ora”? Lui mi risponde che scende nella stalla per dare l’acqua alle bestie.


Giacoma:


ma la stalla non ce l’avete mica più.


Lieto:


no, è tutta nella sua testa balzana. Torna a mezzogiorno e inizia a parlare del vitello che deve nascere, del maiale che è poco grasso …


Giacoma:


ci vuole una bella pazienza.


Lieto:


davvero! Poi ultimamente si era messo in testa di andare a Pugliano, alla fiera delle bestie, per comprare una mucca nuova. Ha insistito tanto, con me e mio fratello, che ci aveva tolto i sentimenti. Si era proprio impunta-to, voleva andarci da solo a piedi.


Giacoma:


e adesso si è calmato?


Lieto:


gli abbiamo spiegato che anche a Pugliano le bestie non si vendono più. All’inizio non ci credeva, voleva andare a vedere di persona. Poi Libero gli ha dato ad intendere che adesso le vacche si vendono a domicilio, che passa un signore con un catalogo.


Giacoma:


e ci ha creduto?


Lieto:


sì. Ogni tanto ci chiede quando arriva questo signore di Pugliano, ma noi gli diciamo sempre domani.


Giacoma:


ci vuol pazienza, con i vecchi.


Lieto:


noi ne avevamo un camion, una volta, ma adesso è quasi finita.


Giacoma:


beh, tanti auguri. Adesso, se non le dispiace, dovrei tornare in cucina.


Lieto:


sì, signora, andate pure, mio fratello dovrebbe tornare subito.


Giacoma:


ci vediamo, e salutatemi vostro babbo.


Lieto:


grazie, Giacoma, presenterò.


(Giacoma esce a destra. Suonano alla porta. Lieto va ad aprire. È Irina2)

Irina2:          buongiorno, sono Irina, mi manda l’agenzia Urbi et Orbi.

Lieto:              (la squadra) ah … si. (Deluso) Lei forse cerca il mio fratello Lieto, cheadesso non c’è. Io sono …Libero. Libero Parloni.

Irina2:          oh bene, non importa, comunque io posso parlare con lei?

18


Agenzia Matrimoniale


Lieto:


si, può fare con me, non so se mio fratello ritorna, comunque dopo ci penso io a dirgli tutto. Sa, lui è anche un po’ timido, per quello è andato all’agenzia.


Irina2:


(entra e si accomoda) prima volta?


Lieto:


si, è la prima volta.


Irina2:


per me questa è la sesta volta.


Lieto:


sesta volta??


Irina2:


si, sesta. Ma mai stata mandata via, eh? No. Io li ho assistiti tutti cinque fino alla morte.


Lieto:


ah, però. Complimenti. Sono morti giovani.


Irina2:


no, molto vecchi. Io li ho sempre presi già molto in su con gli anni.


Lieto:


ho capito.


Irina2:


vuole leggere le referenze?


Lieto:


no, grazie, non c’è bisogno.


Irina2:


comunque io dovrei occuparmi di suo fratello Lieto? Quanti anni ha? È autosufficiente?


Lieto:


si, è autosufficiente. Lui purtroppo ha solo quarantacinque anni.


Irina2:


è molto giovane, più di me. Forse è malato?


Lieto:


no, non è malato. E’ in buona salute, facendo le corna.


Irina2:


e quando lo posso vedere? Io sono pronta a cominciare da quando vole-te, anche da domani, da lunedì …


Lieto:


ah,  beh,  non  c’è  nessuna  fretta.  Prima  bisognerà


vedere


se


andate


d’accordo, se potete andare bene l’uno per l’altra.


Irina2:


certo. L’agenzia vi ha già parlato del mio stipendio? Io voglio fare tutto regolare.


Lieto:


ah, lei pensava ad uno stipendio?


Irina2:


si, novecento euro al mese, mangiare, dormire, e un giorno di riposo a settimana.


Lieto:


come … un giorno di riposo?


Irina2:


si, meglio domenica, ma possiamo accordarci. Più un mese e mezzo di ferie in estate, che io torno in Minsk.


Lieto:


ah, quindi le ferie le fareste … separati? Perché non credo che a mio fra-tello questa cosa possa sfagiolare.


Irina2:


se vuole, può venire anche lui in Minsk, no problema. Io faccio conoscere mia famiglia.


19


Stefano Palmucci


Lieto:


ah, perché lei ha una famiglia là?


Irina2:


si, due figlie. Femmine. Che vivono con nonna e mio marito.


Lieto:


come … marito?


Irina2:


si, mio marito. Io lasciato marito e due figlie là.


Lieto:


quindi lei è divorziata.


Irina2:


no. Io ancora sposata, venuta qua per lavorare. Poi quando guadagna abbastanza torna a vivere a Minsk.


Lieto:


ah, ho capito, quindi … se ho capito bene, lei vorrebbe, come dire, tenere un piede in tutte e due le staffe.


Irina2:


si, certamente. Là, famiglia, qui lavoro.


Lieto:


(sbrigativo) va bene, ho capito. Quando torna mio fratello gli riferiscotutto. Dopo eventualmente ci penserà lui a contattarla.


Irina2:


va bene, voi avete mio numero. Fate sapere appena deciso.


Lieto:


si, stia serena, che al più presto le farà avere la sua risposta. Arrivederci, arrivederci, mi saluti suo marito.


Irina2:


arrivederci (esce).


Lieto:


(da solo) e quella sarebbe la ragazza che avrei ordinato? Non era bella, epazienza, non era simpatica, e pazienza, ma addirittura già maritata, proprio no, eh? Adesso chiamo l’agenzia e gliene dico quattro, vacca boia, mi sentiranno …


(entra Menga, seguita subito da Ugo)


Menga:


venite, venite Ugo. Libero deve essere a casa. Oh, veh, Lieto, sei solo? Li-bero dov’è?


Lieto:


(arrabbiato) Libero è uscito dieci minuti fa, quando avevo più bisognodel suo aiuto, e mi ha lasciato col cerino nella mani!! (esce adiratissimo).


Menga:


se volete aspettare qui, Ugo. Dovrebbe tornare a momenti.


Ugo:


veramente, Menga, più che Libero, io cercavo suo fratello.


Menga:


Gabriele? Dovrebbe essere di là, con la mamma. Vado a vedere e ve lo mando, se c’è.


Ugo:


va bene, mi metto seduto qui.


Menga:


fate come a casa vostra, Ugo (esce in cucina).


(Ugo si accomoda. Trovando la porta aperta, bussa ed entra Alfiero)

Alfiero:         permesso? Sono Alfiero Malaguti, titolare dell’Agenzia Urbi ed Orbi.

Ugo:                oh, buongiorno, sono Parloni Paolo, ma tutti mi chiamano Ugo.

20


Agenzia Matrimoniale


Alfiero:


piacere. Passavo da queste parti quando ho ricevuto la telefonata. Siete voi che vi siete rivolto alla nostra agenzia e vi siete dichiarato insoddi-sfatto?


Ugo:


che cos’è che avrei disfatto? Che mi scusi, ma se parla straniero, io non la capisco.


Alfiero:


ah, scusate, non vengo da tanto lontano: sono di Pugliano.


Ugo:


ah, lei è quel signore di Pugliano? Ho capito. Mi aveva detto mio figlio che sarebbe venuto. Si accomodi. E mi dica: è poi vero che alla fiera di Pugliano, le bestie non le vendono più?


Alfiero:


eh, è vero, purtroppo. Mi ricordo quando ero piccolo io, era solo una fie-ra di bestie. C’erano due o tre banchi di cianfrusaglie, ma si perdevano tra tutto quel via vai di cavalli, mucche, pecore, conigli, maiali …


Ugo:


lo dice a me? Noi partivamo alle cinque della mattina per andare alla fie-ra di Pugliano. Mio zio faceva il mediatore.


Alfiero:


eh, bei tempi, non c’erano tutti quelle comodità moderne, ma si stava meglio quando si stava peggio. Adesso s’è ridotto un mercato normale, tutti banchi di abbigliamento, calzature, alimentari, giocattoli e di bestie ne restano solo due o tre in un angolino.


Ugo:


i miei figli mi hanno detto che adesso si vendono tramite “Agenzia”.


Alfiero:


eh, già. Cosa volete farci, è il progresso. Dunque venendo a noi, sono ve-nuto di persona perché, siccome voi siete il mio primo cliente, non posso permettermi di sbagliare il primo colpo.


Ugo:


stia tranquillo che cercheremo di metterlo a segno, quel colpo.


Alfiero:


dunque, noi abbiamo appena aperto ma abbiamo già una gran scelta. È impossibile che non possiate trovare quella che desiderate.


Ugo:


sono convinto anche io che la troverò.


Alfiero:


ecco, allora. Ditemi bene come la vorreste.


Ugo:


allora, prima di tutto, io la prenderei per farle fare razza.


Alfiero:


alla vostra età?


Ugo:


beh, ma cosa c’entra? Non la devo mica montare io! La porto da un mio amico a Cerasolo.


Alfiero:


da un vostro amico??


Ugo:


sé. È specializzato. Vengono da tutta la Romagna.


Alfiero:


(imbarazzato) beh, però capirete anche voi che sarà difficile trovare unache si disposta a fare certe cose.


21


Stefano Palmucci


Ugo:


stia sereno. Io ho sempre visto che dopo che c’erano andate la prima vol-ta, non vedevano le ore di tornare.


Alfiero:


casomai, per quello, poi vi metterete d’accordo tra di voi. E fisicamente, invece, come la vorreste?


Ugo:


dunque. Prima di tutto vorrei che fosse sana e robusta.


Alfiero:


per una agenzia seria come la nostra, è il minimo sindacale.


Ugo:


e poi la vorrei di coscia lunga e gamba corta, costa grossa, ventre a botte, muso grosso e squadrato, occhi vispi e arzilli, petto largo e tette grosse.


Alfiero:


orca, Ugo … vi accontentate di poco. Avete un sacco di esigenze, ed anche particolari: mi par di capire che avete una bella esperienza nel settore.


Ugo:


ah, sì. Modestamente, una volta, avevo una “scuderia” da fare invidia.


Alfiero:


non lo metto in dubbio. Cercheremo di accontentarvi. Abbiamo un bel campionario.


Ugo:


benissimo. Poi la vorrei di pura razza romagnola.


Alfiero:


ah, sì? Eh, credo che qui avremo qualche difficoltà. Si, perché noi, one-stamente, le romagnole non le trattiamo. La vorreste proprio col pedi-gree?


Ugo:


eh? No, no, la voglio femmina!


Alfiero:


no, vi chiedevo se poteva andare bene anche d’un’altra razza. Abbiamo le russe che vanno come il pane. Sono brave, pulite, svelte, rispetto alle no-strane, hanno una marcia in più.


Ugo:


eh, no. Mi dispiace ma io la voglio di razza romagnola. Nella mia vita ho provato con le marchigiane, le piemontesi, le parigine, ma sinceramente mi sono trovato veramente bene solo con le romagnole.


Alfiero:


e non volete proprio provare con un’altra razza? Un’esperienza diversa, piccante, allettante …


Ugo:


no, grazie. La voglio romagnola.


Alfiero:


e allora, scusate Ugo, ma diciamolo chiaramente: voi siete razzista!


Ugo:


sì! E un bel po’. Lo può dire chiaro e forte.


Alfiero:


ah, stimatevi. Mi dispiace, signor Ugo, ma allora credo proprio che fare-mo fatica ad andare d’ accordo. Io sono moderno, tollerante, aperto, e voi avete ancora la mentalità di cento anni fa.


Ugo:


può anche essere, ma siccome la pago, la voglio come dico io, e non come dice lei.


Alfiero:


non è questione di pagare, signor Ugo. La mia è un’agenzia seria.


Ugo:


e allora, se è seria, si dia da fare per trovare quello che le ho chiesto.


22


Agenzia Matrimoniale


Alfiero:


(indispettito) vi saluto, signor Ugo. Vi farò avere mie notizie, anche senon saranno quelle che vi aspettate.


Ugo:


se non trova niente che faccia per me, può anche fare a meno di tornare.

Andremo da un altro. Non ci sarà solo lei a fare questo mestiere.


Alfiero:


vi piacerebbe, Ugo, ma credo che la storia non finisca qui, tra di noi.


Ugo:


faccia come crede. Io quello che dovevo dirle, gliel’ho detto.


Alfiero:


ci vediamo, Ugo (esce adirato).


Ugo:


ma guarda un po’, ‘sto matto. Mi voleva vendere una vacca di un’altra razza. Ho sempre avuto le romagnole, perché dovrei cambiare? …


(da destra esce Gabriele)

oh, signor Gabriele, buongiorno, cercavo proprio lei.


Gabriele:


(aulico) ave, buon villico. Chiamatemi pure “vate”.


Ugo:


vater??


Gabriele:


(smontato) no: vate. Non vater: vate. Vuol dire poeta, artista …


Ugo:


ah, dì, mi dispiace per lei. Comunque io avrei bisogno di un favore.


Gabriele:


di buon grado vi ausculto, caro bifolco. Il vostro eloquio volgare, i vostri modi rozzi e primitivi, l’olezzo nauseabondo che emanate, ispirano il mio animo soave alla vita agreste dei campi in fiore, ai profumi odorosi di maggese, ai suoni atavici delle greggi e degli armenti …


Ugo:


eh, vater, bisogna che lei parli come mangia, se no io non capisco.


Gabriele:


(smontato) dite pure, Ugo. Cosa posso fare per lei?


Ugo:


vede, signor vater, tra poco arriverà qui una certa signora, che io, d’accordo con mio figlio, ho invitato qui con l’intenzione di farle un certo discorso.


Gabriele:


una signora?


Ugo:


sì, la Dafne, la conosce?


Gabriele:


dice la vedova di Calzolari, quella che sta ai Casetti?


Ugo:


sì, proprio lei. Siccome adesso anche il mio Lieto si è messo in testa di sposarsi, e presto mi lascerà solo, non c’è più nessuna ragione perché non possa cercare anche io un po’ di compagnia femminile.


Gabriele:


mi pare giusto, Ugo: siete stato bravo ad aspettare e adesso avete tutti i diritti di cercarvi una brava donna.


Ugo:


lei che la conosce cosa dice, potrebbe andare bene per me?


Gabriele:


chi, la Dafne? Si capisce. Avete scelto proprio una bella vedova, che si tiene ancora bene. Vi faccio tutti i miei complimenti ed auguri.


23


Stefano Palmucci


Ugo:


grazie, vater.


Gabriele:


vate, va-te. Non vater.


Ugo:


sì, insomma, quella roba lì.


Gabriele:


e perché diceva di aver bisogno di me? Non vi bisognerà un tutore.


Ugo:


no, no, affatto. Però io ho bisogno di lei perché adesso i sistemi per con-quistare le donne, sono tutti differenti da quelli che si adoperavano ai miei tempi.


Gabriele:


per forza, quella volta non c’era “internet”.


Ugo:


sì, internette … con mia moglie, quella volta, è bastata un’occhiata: l’ho caricata sulla lambretta e via. Abbiamo fatto pochi discorsi ….


Gabriele:


eh, quella volta funzionava così.


Ugo:


… siamo partiti a tutta manetta. Con l’emozione, alla prima curva, l’ho presa un po’ stretta, sciummm … m’è volata giù nel canalone.


Gabriele:


no! davvero? …


Ugo:


sono sceso la lambretta un po’ impaurito, sono andato a vedere, ma lei rideva, rideva e mi aspettava a braccia aperte. Abbiamo fatto le nostre cose in mezzo al canneto, e il fidanzamento era bell’è fatto.


Gabriele:


eravate proprio romantici, Ugo.


Ugo:


ma con una signora come la Dafne, sofisticata, elegante, d’una certa età, non la posso caricare sulla lambretta come una ragazzina.


Gabriele:


ce l’avete ancora la lambretta?


Ugo:


no, dicevo per dire. E allora dicevo che alla Dafne dovrei fare dei discorsi un po’ più raffinati. E lei che è un poeta, un vater …


Gabriele:


oh capito: avreste bisogno che vi scrivessi una dichiarazione d’amore:

un’ode, un sonetto, un idillio, una ballata …


Ugo:


no, a ballare casomai andremo dopo, se tutto va bene. Io ho bisogno del suo aiuto perché non so proprio che parole adoperare. Io, di solito, co-mincio a parlare bene dopo due o tre bottiglie di sangiovese, ma con la Dafne non mi posso ubriacare.


Gabriele:


ho capito, Ugo. Ma ci dovevate pensare prima. Io sono un artista, un poeta, un vate. Io scrivo solo quando mi viene l’ispirazione, non a co-mando.


Ugo:


no, ma lei non deve scrivere mica niente, non voglio una poesia.


Gabriele:


ah no? E allora che cosa volete?


24


Agenzia Matrimoniale


Ugo:


io pensavo che lei si potrebbe mettere qui, dietro questa tenda. Io e la Dafne ci siederemo sopra il divano, e ogni tanto verrei a sentire da lei co-sa dire e cosa rispondere.


Gabriele:


ma siete matto? Secondo voi, lei non si dovrebbe accorgere di me?


Ugo:


non si preoccupi, che ci penserò io a non farle scoprire niente.


Gabriele:


e come farà? Se venite a parlare con me, lei si accorgerà.


Ugo:


ho saputo da sua cognata che la Dafne è un po’ sorda. Però l’apparecchio per sentire lo tiene solo a casa, perché fuori si vergogna.


Gabriele:


ah, ho capito, lasciate pure che sia un po’ sorda, ma dovrebbe essere an-che mezza deficiente e completamente cieca per non accorgersi di niente. E poi, io, cosa dovrei dirle? Capite anche voi che non è facile improvvisa-re su due piedi…


Ugo:


perché? Lei è un poeta, un artista, un vater. Conosce bene tutte quelle paroline che si sentono alla televisione che confondono le donne e gli fanno girare la testa. Quelle che diceva prima: l’odore del letame sui campi, il chiasso del cane che abbaia, il puzzo dei maiali ….


Gabriele:


si, ma non so da che parte volete prendere il discorso, che piega volete dargli …


Ugo:


lei, basta che mi dica ogni tanto quelle paroline d’amore che adoperate voi poeti quando parlate d’amore, dopo ci penso a tutto io.


Gabriele:


e se mi vede? Se si accorge di me nascosto lì dietro? Che figura farò? fa-remo?


Ugo:


le ho detto di stare tranquillo, vater, che andrà tutto come deve andare, glielo garantisco io.


Gabriele:


ah, beh. Ho capito che ormai nella vostra testa vi siete preparato tutta la scena e che io ci sono già dentro fino i capelli, giusto?


Ugo:


piò che giusto, vater.


Gabriele:


proviamo pure di fare anche questa. Però non voglio responsabilità, eh? Questa è una idea tutta vostra …


Ugo:


eh, quante storie che fa, su, si dia una mossa … (suonano). Ecco, è arri-vata. Si vada a nascondere.


Gabriele:


dov’è che mi dovrei mettere?


Ugo:


qui, qui, stia nascosto qui.


Gabriele:


(mentre si nasconde) ma guarda te…se ci vedesse qualcuno..…


(nuova scampanellata, Gabriele sparisce dietro la tenda. Ugo va ad aprire, entra Dafne).

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Stefano Palmucci


Dafne:


buongiorno Ugo, pensavo di aver sbagliato casa.


Ugo:


no, no, Dafne, venga pure avanti, la casa è giusta. Non mi sono arrischia-to di invitarla a casa mia perché ho dei vicini curiosi che mai, stanno sempre alla finestra, ho pensato che se la dovessero veder entrare, po-trebbero inventare delle chiacchiere maligne.


Dafne:


oh, la ringrazio della premura. Anche se non si fa niente di male, delle chiacchiere cattive di gente maligna, è sempre meglio fare senza.


Ugo:


ci credo! e allora l’ho invitata a casa di mio figlio, così se qualcuno la do-vesse vedere non potrebbe dire niente. Si accomodi.


Dafne:


grazie.


Ugo:


non è che per caso l’ho messa in imbarazzo, con il mio invito?


Dafne:


per niente, Ugo. Anzi, se devo dire la verità, un po’ me l’aspettavo.


Ugo:


davvero? Lei si aspettava il mio invito?


Dafne:


beh, quando passo in piazza, che lei è nel caffè coi suoi amici, a volte mi pare di sentire i suoi sguardi addosso e allora …beh … insomma … basta, non voglio andare troppo oltre col discorso. È stato lei che mi ha invitato ed è lei che deve parlare per primo.


Ugo:


giusto! allora, se lei permette, senza fare tanti giri di parole, io andrei su-bito al punto.


Dafne:


ha ragione, Ugo. Non abbiamo più l’età da perdere tempo a far giri di pa-role.


Ugo:


(si alza) se mi vuole scusare,passeggio un po’ mentre parlo, così trovomeglio la concentrazione.


Dafne:


come crede, Ugo. Le chiedo solo di parlare forte, perché è un po’ di tem-po che non sento più bene come una volta.


Ugo:


stia tranquilla. (si schiarisce ed alza la voce) allora: signora Dafne!


Dafne:


sì.


(Ugo si avvicina alla tenda ed attende l’imbeccata)

Gabriele:     (sottovoce) io e voi ci conosciamo da quando fummo bambini…

Ugo:                (declama forte) io e voi ci conosciamo da quando fummo bambini…

Gabriele:     (c.s.) eravamo amici, compagni, vicini…

Ugo:                (c.s.) eravamo amici, compagni, vicini…

Gabriele:     (c.s.) poi un giorno di mezzo si mise il destino…

Ugo:                (c.s.) poi un giorno di mezzo si mise il postino…

Dafne:           come?

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Agenzia Matrimoniale


Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:


(c.s.) no! Non il postino: il destino!

(più forte) poi un giorno di mezzo si mise il destino…

ah…eh, già.

(c.s.) io sposai l’Amabile,e lei Marino.

(c.s.) io sposai l’Amabile, e lei Marino.

Marino? no, Ugo, mio marito si chiamava Folco.

ah, eh, già. (a Gabriele) si chiamava Folco.

non importa, era per fare la rima.

non importa, Dafne, era per fare la rima.

ah, ho capito …

(c.s.) ma una cosa ormai non può esser più taciuta…

(c.s.) ma una cosa ormai non può esser più taciuta…

(c.s.) che voi a me siete sempre piaciuta.

(c.s.) che voi a me parevate cornuta.

eh?

(c.s.) no!! che voi a me siete sempre piaciuta!!

(c.s.) che voi a me piacevate più nuda.

(c.s., più forte) nooo!! che voi a me siete sempre piaciuta.

ah, che voi a me siete sempre piaciuta.

(colpita) oohh .. grazie.

(c.s.) e quando vi scorgo, passeggiar sulla piazza…

(c.s.) e quando vi scorgo, vorrei farvi far razza…

eh?!

nooo! passeggiar sulla piazza …

passeggiar sulla piazza.

ah, ho capito.

(c.s.) mi pare ancor di vedervi ragazza.

(c.s.) mi pare ancor di vedervi ragazza.

grazie …

(c.s.) rimango estasiato, avvinto a quel muro…

(c.s.) rimango estasiato, che poi mi vien duro.

cosa??


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Stefano Palmucci


Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Gabriele:

Ugo:


(c.s.) noo!!! Avvinto a quel muro.

(c.s.) avvinto a quel muro.

(c.s.) ma il tempo è passato, siamo vedovi entrambi…

(c.s.) ma il tempo è passato, siamo vedovi entrambi…

(c.s.) e se anche per voi la solitudine pesa…

(c.s.) e se anche per voi la solitudine pesa…

(c.s.) quando andate in banca, per strada o in chiesa…

(c.s.) quando andate in banca, per strada o in chiesa…

(c.s.) se nel letto avete freddo,e non basta il piumone …

(c.s.) se nel letto avete freddo, vi si gela il culone ...

eh?

(c.s.) nooo! Non basta il piumone…

(c.s.) ah, non basta il piumone..

ah …

(c.s.) allora forse potreste accettare questa mia proposta …

(c.s.) allora forse potreste accettare questa mia proposta …

(c.s.) faccio sul serio, non dico apposta …

(c.s.) faccio sul serio, ma quanto micosta …

vi costa?

no! Non dico apposta!

no: non dico apposta!

se ormai anche voi, come me, nell’immanente …

se ormai anche voi, come me, siete demente …

cosa?!?

no!! nell’immanente!

ah! se anche voi, come me, siete incontinente.

ma … cosa dice, Ugo?

oddio …andiamo avanti.

sì, andiamo avanti.

va bene …

(c.s.) se non la intimorisce, l’ardore che le diedi …

(c.s.) se non la infastidisce, l’odore dei miei piedi …


28


Agenzia Matrimoniale


Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Gabriele:

Ugo:

Dafne:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:

Ugo:

Gabriele:


nooo!! L’ardore che le diedi.

l’ardore che le diedi.

(c.s.) se l’amore bussa, non chiuda la sua porta.

(c.s.) se sentirò che russa, non chiuderò la porta.

(c.s.) no!: se l’amore bussa, non chiuda la sua porta.

(c.s.) sel’amore bussa, non chiudala sua porta.

(c.s.) non faccia lo struzzo, che nasconde la sua testa.

(c.s.) sono uno stronzo, le farò la festa.

(c.s.) no!: non faccia lo struzzo, che nasconde la sua testa.

(c.s.) non faccia lo struzzo, che nasconde la sua testa.

(c.s.) potremmo farci compagnia, ed un giorno chissà …

(c.s.) potremmo farci compagnia, ed un giorno chissà …

(c.s.) diventar qualcosa di più, se il Signore vorrà …

(c.s.) diventar qualcosa di più, se il Signore vorrà …

(c.s.) se mi dirà di sì, sarò l’uomo più felice del mondo …

(c.s.) se mi dirà di sì, non mi chiamo giocondo …

come?

no! Sarò il più felice del mondo!

ah, sarò il più felice del mondo.

(c.s.) se mi rifiuterà, per ragion a me … astrusa

(c.s.) se mi rifiuterà, le dirò: a strunza!

eh?

no! astrusa!

ah, scusa.

perché scusa?

perché scusa?

(c.s.) me lo dica pure, senza cercar scusa.

(c.s.) me lo dica pure, senza cercar scusa.

(c.s.) io invece già da ora glielo dico in rima …

(c.s.) io invece già da ora glielo dico in rima …

(c.s.) saremo sempre amici, come e più di prima.


29


Stefano Palmucci


Ugo:


(c.s.) saremo sempre amici, come e più di prima. Ecco fatto. Allora, cosami dice?


Dafne:


(lo guarda un attimo, poi) Ugo,io spero d’aver capito bene il senso delsuo discorso. Era pieno di sentimento e poesia, anche se un po’ ingarbu-gliato. Un discorso da stimarsi per tutta la vita. Non le nascondo che, quando mi ha invitato qui, mi aspettavo, anzi speravo, di sentire proprio il discorso che mi ha fatto. Però, io speravo di sentirlo da lei, con le sue parole, anche modeste, normali, di tutti i giorni, ma che venissero dal suo cuore, e non dal quel signore che sta dietro la tenda. La saluto, Ugo, ci vediamo in piazza. (si alza e se ne va, Ugo resta senza parole).


Gabriele:


(esce dalla tenda) cosa le dicevo? Cosa le dicevo? Era impossibile chepotesse andare come diceva lei, senza che la signora si accorgesse di niente.


Ugo:


per forza, invece di sussurrare, come le avevo detto, si è messo ad urlare …


Gabriele:


cosa dovevo fare? Ho alzato la voce e lei ha capito la metà delle cose che le ho detto. Ha rovinato tutta la mia poesia.


Ugo:


a vate …


Gabriele:


sì?


Ugo:


va-tela piglià in quel posto, va (esce al centro arrabbiato ed abbattuto).


Gabriele:


eh, va a far del bene alla gente … (tra sé, aulico) Gabriele, non ti curar di lor, ma guarda e passa (esce a destra).


(scena vuota, suonano alla porta, da destra esce Menga e va ad aprire. È Irina)


Irina:


buongiorno. Lei è Menga, vero?


Menga:


(un po’ correggendola) Domenica, sì …


Irina:


ho visto la sua foto. Sono Irina, cercavo suo fratello.


Menga:


ah, sì, è qui. Glielo vado a chiamare. Ha detto …?


Irina:


Irina.


Menga:


(mentre esce a destra, chiama) Gabriele …


(Irina resta perplessa. Da fuori entra Libero)


Libero:


Irina! Cosa ci fai qui?


Irina:


ho finito il turno e sono passata per salutarti, mi andava …non sei con-tento?


Libero:


eh? io? Si, contentissimo. Ma chi ti ha aperto?


Irina:


tua sorella Menga, anzi ti sta cercando di là (indica destra).


Libero:


ma tu che … le … hai detto?


30


Agenzia Matrimoniale


Irina:


che cercavo suo fratello. Lei è andata di là, però mi pareva chiamasse “Gabriele”.


Libero:


eh? Ah, no no, forse diceva “cameriere”, chiamava il nostro cameriere.


Irina:


oh, avete un cameriere? Mi pareva dicesse proprio “Gabriele”.


Libero:


sì, è vero, Gabriele, il nostro cameriere, si chiama Gabriele, viene a volte ad aiutare la mamma per servire il the alle sue amiche. Vieni di qua con me, muoviti …(la conduce a sinistra).


Irina:


forse dovresti avvisare tua sorella, altrimenti continuerà a cercarti …


Libero:


non ti preoccupare, vieni che ti spiego (la spinge a sinistra).


(da destra entrano Gabriele e Menga, che non vede più Irina).

Menga:         mah, era qui ora, non capisco…dove è andata?

Gabriele:    Irina, hai detto? No, non mi pare di conoscerla. Sarà una delle mie fans, cosa vuoi farci? Ormai ci sono abituato. Ne ho già avuta un’altra, tredici anni fa.

Menga:         sarà uscita …beh, se ha bisogno, tornerà.

Gabriele:     sicuro. Vengo un momento a salutare mamma poi vado.

(escono entrambi a destra. Da sinistra entrano Libero ed Irina)


Libero:


quindi, Irina, ti ringrazio della visita ma come ti dicevo sei capitata in un momento un po’ particolare, ci sentiamo più tardi, ok?


Irina:


si, va bene.


(da destra esce Gabriele)


Gabriele:


ave, buon villico. Io me ne ito.


Libero:


(imbarazzato) si, Gabriele, dunque ti aspettiamo per le cinque. E con laparananza pulita, mi raccomando.


Gabriele:


parananza? Oggidì sei più balzan del solito …


Libero:


su, su, via, poca confidenza, sii puntuale, piuttosto (lo spinge quasi fuori, poi a Irina). Tutte uguali, queste maestranze, gli dai un dito e si piglianola mano.


Irina:


allora io vado, mi chiami tu …hops! ho lasciato la borsa di là.


Libero:


porch … vado a prenderla, tu resta ferma qui immobile e non fiatare (si fionda a sinistra).


Menga:


(entrando da destra) ah, è qui lei? Dove se ne era sparita? Ha incrociatomio fratello?


Irina:


si, grazie. Anzi, ci scusi se non l’abbiamo avvisata.


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Stefano Palmucci


Menga:


oh si figuri. Lei è una ammiratrice di mio fratello? Brava, complimenti per il buongusto. In effetti oltre ad essere un grande artista, Gabriele è anche un gran bel pezzo di ragazzo.


Irina:


Gabriele? Il cameriere?


Menga:


quale cameriere? Mio fratello.


Irina:


Lieto.


Menga:


no, Lieto è mio cognato. Lei conosce Lieto?


Irina:


si, certo, Lieto …quello lì (indica la foto).


Menga:


quello è Libero, mio marito.


Libero:


(entrando da sinistra con la borsa e vedendo la scena) oh, oh …


Menga:


Libero, cos’è questa storia!?!


Irina:


Libero?


Libero:


devo andare in bagno, è libero … (fa per rientrare)


Menga:


Libero, vieni qui!!


Libero:


non ci devo andare più.


Irina:


Lieto, che succede?


Libero:


calme, state calme, le cose non sono come sembrano. Posso spiegare tut-to.


Giacoma:    (entrando da destra) oh, signorina è tornata? Allora possiamo firmare ilcontratto?

(tutte guardano Libero)

Libero:          …quasi tutto.

FINE SECONDO ATTO

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Agenzia Matrimoniale

TERZO ATTO

Stessa scena. Irina, Menga ed Giacoma sono sedute, Libero passeggia.


Libero:


… la verità, Irina, è che io non mi chiamo Lieto. Mi chiamo Libero, e que-sta non è mia sorella: è mia moglie Menga, Domenica. E questa è mia suocera, Giacoma. Lieto è mio fratello. È lui che si è iscritto all’agenzia matrimoniale.


Irina:


e perché mi hai detto tutte queste bugie? perché mi hai detto che tu eri lui?


Libero:


perché lui è timido, per questo si è rivolto ad un’agenzia. Talmente timi-do che addirittura ha chiesto a me di conoscerti per primo, per avere un consiglio su di te.


Irina:


un consiglio su di me? Che tipo di consiglio?


Libero:


un consiglio, un’impressione, se potevi andare bene per lui. Solo che io, senza rendermi conto, ho indugiato un po’ troppo su questa … valutazio-ne.


Irina:


ma che razza di uomo è, dunque, questo Lieto? E che razza di uomo sei tu? (si alza e se ne esce arrabbiata dalla porta principale).


Menga:


bravo. Complimenti. Ora sei contento? Possibile che sei buono solo di combinare guai?


Libero:


hai ragione, Menga. Stavolta non posso dire nulla, hai proprio ragione.

Ho combinato un bel disastro.


Menga:


si può sapere che ti è saltato in testa? Cosa credevi di fare? Pensavi dav-vero che quel pezzo di ragazza si sarebbe innamorata di te? Della tua bel-la faccia?


Libero:


non lo so, Menga, non lo so …forse, per un momento, nella mia testa, vo-levo solo provare l’illusione di vivere la vita di un altro.


Menga:


e questo che discorso sarebbe?


Libero:


sì, Menga, perché, vedi? Io, è da un po’ di tempo che comincio a pensare che la mia vita non è proprio quella che avrei voluto.


Menga:


e cosa significa? perché credi che la mia sia migliore? Che sia quella che sognavo da ragazza? Eh, carino, io, è un pezzo che ho smesso di correre dietro ai miei sogni …


Giacoma:   quando si cresce, Libero, bisogna imparare a godere delle cose che si hanno, anche se piccolo o poche.

Libero:          non è quello, Giacoma. Ma, vedete? ormai è un anno che non sono più io. Questo fatto di rimanere senza lavoro, mi ha scombinato del tutto. Mi ha tolto la terra da sotto i piedi. Mi ha tolto la sicurezza, non credevo mai

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Stefano Palmucci

potesse succedermi una cosa del genere. Mi sento confuso e frastornato, ormai non so più neanche io chi sono.


Menga:


dici sul serio, Libero?


Libero:


sì, Menga, dico sul serio. E voialtre, invece di darmi una mano e cercare di starmi vicino in questo momento così delicato della mia vita, non per-dete occasione per girare il coltello nella piada.


Menga:


beh.. sì … forse, può darsi che a volte abbiamo un pochino esagerato, o parlato troppo dell’argomento, ma lo abbiamo fatto senza alcuna inten-zione, così per parlare. Vero mamma?


Giacoma:


si capisce.


Libero:


altro che a volte …


Giacoma:   forse tuo marito ha ragione, Menga. Lo abbiamo sempre criticato senza pensare che se era disoccupato, non era colpa sua. Non abbiamo mai pensato a come si sentiva lui. Al telegiornale si sente dire che c’è gente

che si ammazza addirittura, perché resta senza lavoro.


Menga:


ah, quello è vero, c’è n’è uno tutti i giorni.


Libero:


io non sono mai stato un santo, per carità. Ma così disorientato come mi sento adesso, non mi ero mai sentito nella mia vita.


Menga:


ma perché non me ne hai mai parlato? Non ti sei mai confidato con me?


Libero:


ci ho provato, Menga, ma tu cominciavi subito a prendermi in giro.


Menga:


allora ti chiedo scusa, Libero. Non avevo capito. Adesso che comunque è emerso questo tuo problema, cercheremo di starti più vicino, eh, mam-ma?


Giacoma:


si capisce. Dai, Libero, vedrai che passerà presto, questo momento.


Libero:


speriamo, Giacoma, speriamo.


Lieto:


(entrando) scusate, ma ho trovato la porta aperta. Dì, Libero, chi eraquella uscita poco fa? Porca boia, che pezzo di ragazza …


Libero:


eh, scemo. Era quella che l’agenzia aveva mandato per te. Se non fossi stato così imbranato da mandare avanti me, adesso starebbe parlando con te, e io avrei evitato un sacco di guai.


Lieto:


nooo!! Davvero? Non ci posso credere! Quel pezzo di ragazza lì? Vacca miseria mi mangio le mani.


Libero:


non devi comprare un paio di scarpe?


Lieto:


per mangiare quelle invece delle mani?


Libero:


no, perché quella ragazza lavora da Guidi.


Lieto:


da Guidi? Allora vado subito a farmi delle scarpe nuove.


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Agenzia Matrimoniale


Libero:


ah, adesso ti arrischi?


Lieto:


beh, ci provo. In fin dei conti, cosa ho da perdere?


Libero:


questo è il modo di ragionare! Dai corri ….


Lieto:


sono già lì! (si fionda di fuori)


(suona il telefono, va Libero)


Libero:


si, pronto? Sono io. Davvero? Non è uno scherzo. Si, la ditta di consegne. Lunedì mattina. Va bene. Grazie, senz’altro. Non mancherò, stia pur si-curo. Arrivederci. (chiude e poi alle donne). Era l’ufficio del lavoro. Lu-nedì comincio a lavorare!!


Menga:


davvero? dove?


Libero:


alla Liberty express, la ditta di consegne. Devo cominciare lunedì alle ot-to e mezza!


Giacoma:


oh, che bella notizia!


Menga:


questa ci voleva proprio. Hai visto che non bisogna mai disperare?


Libero:


tira fuori una bottiglia di quello buono, Menga, che oggi si festeggia!


Menga:


giusto! Lo puoi dire chiaro e forte. Mamma, andiamo a vedere se è rima-sta una bottiglia in cucina.


(Menga ed Giacoma escono a destra).

Libero:          (solo) non ci posso credere. Finalmente. Era ora. Era un anno che aspet-tavo questa chiamata. E un anno è lungo da passare, senza stipendio, senza la sicurezza di un posto di lavoro, senza sapere dove sbattere la te-sta tutti i giorni. Ora basta restare a casa, basta alzarsi alle undici, basta leggere il giornale nel bar, basta con tutte queste vacanze forzate da non sapere mai come far notte. (Ci pensa un po’) Però non si stava male del tutto, a casa.

(suona di nuovo il telefono, Libero va a rispondere).

Si, pronto? Si, casa Parloni. Si. Si. Come? Veramente? Una denuncia. A noi? Addirittura? Non ci posso credere. Qui? Non capisco …cosa viene a fare? Ah, per carità, non c’è nessun problema …

(Menga ed Giacoma entrano da destra ed ascoltano sempre più preoccupate)

mi sembra una cosa fuori dal mondo … ma è sicuro? Ah, va bene. Ve-dremo. …cosa ci dirà. Arrivederci.

Menga:         chi era? per il tuo nuovo lavoro?

Libero:          (non risponde e telefona) pronto? Babbo? Sono Libero. Sì, corri qui, daiche ho bisogno di te. Sì, fai presto, mi raccomando.

Menga:         cosa è successo, Libero? Si può sapere?

35


Stefano Palmucci


Libero:


era la nostra ambasciata. Pare che il titolare dell’agenzia matrimoniale abbia fatto una denuncia, addirittura internazionale, alla nostra famiglia, perché dice che siamo razzisti ed intolleranti.


Giacoma:


cosa?? Cos’è che avrebbe fatto?


Libero:


s’è andato a lamentare addirittura all’“Unione europea”, perché dice che qui a San Marino siamo tutti razzisti. E da Bruxelles manderebbero l’ambasciatore francese di stanza qui a San Marino, a casa nostra per fa-re una verifica.


Menga:


oh, Madonnina Santa, ma è vero? Un ambasciatore francese, qui, a fare una verifica? Ma che ci viene a fare? Parlerà italiano?


Libero:


credo di si, ma non so. È per questo che ho chiamato mio babbo, che è stato in miniera in Belgio e col francese se la cavava.


Giacoma:   non posso credere che quel signore abbia potuto fare una porcheria del genere. Dare del razzista a noi, è l’ultima cosa che avrei mai potuto im-

maginare.


Menga:


ci toccherà vedere anche questa, mamma.


Libero:


è quello che dico anche io. Staremo a sentire questo ambasciatore e poi gli diremo che il titolare dell’agenzia è matto nella testa. Non c’è mica al-tro da fare.


Menga:


davvero. Andare a pensare una cosa simile, dev’essere matto da legare.


Giacoma:


ma proprio a noi doveva capitare, questa brutta cosa?


Menga:


tranquilla mamma, che se insiste, gli diamo un calcio nel sedere e lo fac-ciamo tornare in Francia. Non possiamo mica star dietro a tutti i matti che capitano …


(suonano, Libero va ad aprire, è Ugo)


Libero:


vieni babbo, vieni avanti …


Ugo:


cosa è successo?


Libero:


deve venire un signore francese. Siccome non sappiamo se parla italiano, ti ho chiamato perché una volta mi hai detto che quando eri in Belgio, avevi imparato il francese.


Ugo:


sì, quella volta mi arrangiavo, ci sono stato quasi cinque anni. È passato un po’ di tempo, spero di ricordarmelo ancora.


Menga:


se non ci capiamo, meglio. Così se ne torna da dove è venuto..


(suonano alla porta, Libero va ad aprire, sono Bernard e Ingrid).

Ingrid:          (parla con esagerata inflessione francese) bonsgiorno, permesò? Questae casa Parlonì?

36


Agenzia Matrimoniale


Libero:


eh? Ah, Parloni, si, siamo noi.


Ingrid:


bonsgiorno, vi hano anunsciato la nostra visìta? Lui è l’ambasciatore franscese monsieur Bernard Robespierre, e io sono la sua secretaria In-grid. L’ambasciatore è stato … inviato? Sì, inviato dalla comisione euro-pea del rasismo e della intoleranza.


Libero:


si, ci hanno avvisati. Io sono Libero Parloni, lei è mia moglie Domenica, mio babbo Paolo e mia suocera Giacoma. Benvenuti, anche se non ab-biamo capito bene perché vi hanno mandato qui. Mio babbo Paolo parla un po’ di francese.


Ugo:


uì …me parl un pochin de francés.


Ingrid:


oh, très bien, très bien.


Ugo:


(verso Libero) vogliono il Trebbiano.Ce l’avete il Trebbiano?


Menga:


no, il Trebbiano non c’è. Abbiamo il Sangiovese oppure una bottiglia di bianco, quel “Grilet” ...


Giacoma:


sì, il vino bianco c’è.


Ugo:


(ai due ospiti) e Trebien un c’è pà. A vulid vù e vin biench?


Bernard:


(a Ingrid) qu'est-ce ont dit?


Ingrid:


je ne comprend pas.


Libero:


vino. Vino, volete il vino buono?


Ugo:


a vulid vù de vin bon?


Bernard:


a no, no. Merci. Pas du vin. Je ne veut pas du vin bon.


Ugo:


(traduce agli altri) dice che non lo vuole, che suo papà lo faceva piùbuono.


Menga:


beh, ma accomodatevi pure, non fate i complimenti.


(gli ospiti si accomodano)


Ingrid:


beh, dunque, monsieur Robespierre è stato mandato qui perché abbiamo avuto una segnalasione che qui nel vostro Paese, nella vostra familia, avete scasciato, mandato via, liscensiato, delle persone lavoratrisci in ra-scione della loro rassa o nasionalità. Questo risponde a verità?


Libero:


no, signora, non è vero proprio per niente.


Menga:


quel signore che vi ha detto tutte queste scemenze, è matto da legare, ve lo dico io.


Giacoma:


voi state a sentire quella gente? mi meraviglio.


Ugo:


aquì noun non avem licenziat nisun. Ve sbagliat sa qualcun alt.


Ingrid:


epure questa è stata la denunscia prescisa e sircostansiata.


37


Stefano Palmucci

(Libero, Menga, Giacoma e Ugo protestano vibratamente, - non è vero niente, maassolutamente, è una roba incredibile, non ci possiamo credere - accavallando le proprie espressioni in una confusione generale, poi Ingrid interrompe la cagna-ra).

Ingrid:          siliensio, silensio, per carità.

(gli altri si calmano e zittiscono).


Bernard:


messieur: vous etes raciste?


Libero:


(verso Ugo) cosa ha chiesto?


Ugo:


(convinto) se il razzo è partito.


Menga:


il razzo? Che razzo?


Ugo:


non so. (a Bernard) A quel raz vi riferist?


(Bernard e Ingrid non capiscono e si consultano)


Ingrid:


monsieur Robespierre disce che anche se non è posibile verificare le fon-damento della denunscia spescifica, lui ha studiato le vostre lesgi e disce che le ha trovate asolutamente carenti e mancanti di ogni tutela dei sci-tadini stranieri da posibili forme di abusi per razismo e intoleransa.


Menga:


e allora noi cosa c’entriamo? Che vada su a lamentarsi col Governo.


Ingrid:


sì, infatti è quello che faremo subitamente. Il vostro Paese è risultato molto inscivile e retrogrado sotto questo aspetto.


Ugo:


cos’hanno detto?


Libero:


che a San Marino non c’è nessuna legge che vieti di essere razzisti e in-tolleranti verso gli stranieri. Ma noi no c’entriamo niente, adesso vanno a parlare col Governo.


Ugo:


come non c’entriamo niente? Quello ci ha offeso e te non dici niente?


Libero:


cosa vuoi che dica? Risponderà il Governo, è lì apposta.


Ugo:


che stia da sentire signor Imbasciatore. (a Ingrid) Ce lo traduce lei?


Ingrid:


oui, sì, dica pure …


Ugo:


io sono un cittadino sempliciotto. Non ho studiato e non ci so dire se le leggi di San Marino dicono che dobbiamo essere tolleranti o non lo dico-no. Però posso dirle quello che ho visto. Ero ragazzetto quando è passata


la guerra da queste parti. Ho visto accogliere, tollerare e sfamare tanta di quella gente che non riuscivamo neanche a contarla. Eravamo puretti, avevamo un tozzo di pane ma lo abbiamo spezzato e diviso con chi ce lo chiedeva. E questo esempio di civiltà e di tolleranza noi lo abbiamo dato a tutto il mondo quando ancora l’Unione Europea e la sua bella commis-sione non erano nate. Quindi, signor Imbasciatore, per carità, lei qui re-sta il benvenuto, ma cerchi di calpestare questa terra con un po’ di ri-

38


Agenzia Matrimoniale

spetto e di umiltà perché qui, voi, non avete niente da insegnare, ma semmai solo da imparare.

(tutti restano ammirati dall’eloquio di Ugo. Ingrid finisce di tradurre a Bernard)

Libero:          bravo babbo! Urca, che discorso hai fatto! Quando lo hai preparato?

Giacoma:    bravo Ugo, bravissimo.

Menga:         gliele avete cantate! Così si fa.

Bernard:      (al termine della traduzione si avvicina a Ugo) monsieur (fa un leggero

inchino) chapeau!

Ugo:                no, sciapò sarete voi!

Giacoma:   ecco, allora, adesso che abbiamo chiarito tutto, vogliamo andare a man-

giare che questa gente vuole andare via?

Ingrid:          si, comunque noi abiamo acquisiti suffiscienti elementi per la nostra va-

lutasione. Adescio sci rivolsceremo alle autorità. Scusate le disturbo, vi

ringrasiamo e vi salutiamo.

Menga:         ah, di niente …grazie a voi.

Giacoma:    arrivederci.

Bernard:    hallo, hallo.

Ugo:                ah, l’ho anche io, stia tranquillo.

(Ingrid e Bernard escono)

Libero:          babbo: ti devo fare i complimenti. Hai parlato come un libro stampato!

Menga:         e poi hai sentito come parlava bene il francese?

Giacoma:    ah, se non c’era lui, come avremmo fatto? Li ha messi in riga.

(dalla porta principale, evidentemente socchiusa, irrompe Gabriele).

Gabriele:     ho creato! Ho creato!

Menga:         no! Davvero?! Un’altra poesia?

Giacoma:    bravo! Gabriele, che bravo!

Menga:         dai, recitala subito, non ce la faccio ad aspettare …

Giacoma:   Ugo, sedetevi. Il mio Gabriele ha scritto un’altra poesia. La volete senti-

re?

Ugo:                ah, beh …se non costa niente. (si accomoda)

Menga:         su, Libero, sposta quello, sistema quella sedia, che Gabriele deve decla-

mare.

Libero:          capirai …

Giacoma:    di cosa tratta? Come si intitola?

39


Stefano Palmucci

Gabriele:     è un’ode, madre. Intitolata a …Libero

Menga:         nooo, davvero? Un’ode a Libero? E come mai?

Gabriele:     mah, pensavo al nulla eterno, al vuoto universale …e mi è venuto in mente lui.

Menga:         che bravo, hai sentito, Libero? Che fortuna hai avuto? Il tuo nome rimar-rà nella storia della letteratura per sempre.

Libero:          (scettico) non sto più nei panni. Chissà come sarà bella.

Giacoma:    adesso ha anche trovato un lavoro. Se la merita proprio.

Menga:         dai, Gabriele, recitala!

Gabriele:     (dopo lunga concentrazione) Ode a Libero.

(suonano alla porta, Gabriele si stizzisce per il disturbo, le donne sono rammarica-te per l’interruzione. Libero va ad aprire. E’ Dafne)


Libero:


oh, buongiorno. Siete voi, Dafne?


Dafne:


(entrando) sì, buongiorno a tutti, quanta gente, non vorrei disturbare.


Libero:


ma che disturbo. Venite, venite …


Dafne:


cercavo Ugo. Devo dirgli una cosa.


Ugo:


sono qui, Dafne.


Dafne:


oh, Ugo. Posso dirle una parola? Altrimenti un'altra volta …


Ugo:


no, no, dica pure, Dafne.


Dafne:


le volevo dire che, forse, sono stata un po’ precipitosa ad andarmene co-sì. M’era parso che il suo discorso, anche se si è fatto aiutare, fosse since-ro.


Ugo:


Dafne, quello che le ho detto, gliel’ho detto col cuore. Avevo solo paura di impappinarmi in una occasione così importante e allora ho fatto la stupidaggine di chiedere aiuto.


Dafne:


io le credo, Ugo. Allora vogliamo far finta che non sia successo nulla e ri-cominciare? Spero solo che non abbia bisogno dell’aiuto anche per fare altre cose.


Ugo:


no, no, stia tranquilla. Ormai ho imparato che: “chi fa da sé, fa per tre”.


Dafne:


bravo, Ugo. Allora adesso posso invitarla io a prendere un caffè?


Giacoma:   rimanete, Dafne. Mio figlio ha scritto una nuova poesia e la stava decla-

mando.


Dafne:


ah, beh, se non disturbo …


Menga:


ma quale disturbo. Si sieda pure.


(Dafne si accomoda)

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Agenzia Matrimoniale

Silenzio, per piacere. Prego, vate.

(Gabriele riprende la concentrazione un po’ spazientito. Nuova scampanellata. Di-sappunto suo e delle donne. Libero va ad aprire. È Lieto con un occhio pesto.)


Libero:


Lieto, che hai fatto, che è successo?


Lieto:


ohi, ohi …


Menga:


fa vedere Lieto, chi è stato?


Lieto:


è stata quella ragazza, Irina. Ero andato a comprarmi un paio di scarpe, abbiamo iniziato a chiacchierare … ma quando le ho detto il mio nome, prima mi ha sputato in faccia, poi mi ha tirato un pugno nell’occhio.


Giacoma:   vado a prenderti un po’ di ghiaccio. (esce a destra e rientra dopo qual-

che battuta con una borsa di ghiaccio che porge a Lieto)


Libero:


insomma, con l’agenzia o con internet, tu sempre sputi in faccia prendi.


Lieto:


e pensare che mi pareva anche che ci fossimo presi, che ci fosse della simpatia, prima di dirle il mio nome …


Menga:


dai, Lieto, non prendertela. Nella disgrazia, hai avuto la fortuna di essere capitato proprio mentre Gabriele stava declamando la sua nuova poesia.


Lieto:


(sarcastico) la miseria, che fortuna ho avuto…per un pugno in un oc-chio, ne valeva la pena …


Menga:


prendi posto, Lieto, siediti. Silenzio, adesso. Su, forza vate.


(Gabriele riprende la concentrazione un po’ più spazientito. Nuova scampanellata. Nuovo e maggior disappunto suo e delle donne. Menga va ad aprire. È Irina.)


Menga:


oh, signorina, è lei?


Irina:


si, signora, chiedo scusa, cercavo Lieto.


Menga:


è lì, guardi, non le vorrà mica dare un altro pugno?


Irina:


no, signora, sono venuta per chiedere scusa. È stata una reazione istinti-va, mi sono resa conto dopo di avere esagerato.


Lieto:


per fortuna che almeno si è resa conto …


Irina:


ti chiedo scusa, Lieto. Non meritavi questa reazione.


Libero:


forse me la meritavo più io, per come mi sono comportato.


Irina:


come posso riparare?


Lieto:


non è niente, Irina, figurati, mi sta già passando.


Irina:


posso almeno offrirti una pizza dal baffo, questa sera?


Lieto:


una pizza? …beh, sì, grazie, la accetto volentieri.


Irina:


anche se il nostro rapporto è cominciato male, possiamo sempre rad-drizzarlo.


41


Stefano Palmucci


Lieto:


perché no? A me farebbe piacere.


Menga:


perché non si ferma, signorina? Così avrebbe la fortuna unica di assiste-re alla recita di una poesia nuova da parte di mio fratello Gabriele.


Lieto:


(interviene subito) oh no, Menga, non è il caso. Irina deve rientrare subi-to sul lavoro, anzi la devo accompagnare (si alza).


Irina:


purtroppo, Lieto, non devo rientrare da nessuna parte. Quella mia rea-zione mi è costata il posto. Il padrone mi ha licenziata in tronco.


Lieto:


oh, mi dispiace.


Irina:


fa niente, ultimamente non mi trovavo neppure tanto bene. Cercherò qualcos’altro. E poi almeno posso restare ad ascoltare la poesia del si-gnor Gabriele.


Giacoma:


perché non considera quella proposta di farmi da badante, signorina?


Irina:


dice davvero, Giacoma?


Giacoma:


certo! Lei è simpatica, mi farebbe piacere avere la sua compagnia.


Irina:


perché no? La ringrazio di questa opportunità, Giacoma. Sarebbe la mia prima esperienza, ma io imparo in fretta.


Giacoma:


così potrebbe anche frequentare Lieto senza troppi impicci.


Irina:


d’accordo, Giacoma. Potremmo cominciare con un periodo di prova.


Menga:


un momento, mamma. La signorina sta molto simpatica anche a me, ma a prenderla in casa, se Libero dovesse ricominciare a fare il galletto?


Libero:


a me non mi piace.


Irina:


a Libero è già andata bene che non l’ho fatto a lui, l’occhio nero. Se ci prova, non mi sembrerà vero di poter pareggiare i conti.


Giacoma:


bene, allora deciso! Ora basta parlare, i dettagli dopo. Adesso finalmente ascoltiamo la poesia di Gabriele.


Menga:


giusto. Prego, vate. E stavolta se suona il campanello, il telefono, o casca il mondo, nessuno muova un dito finché il vate non ha concluso.


Gabriele:


(affranto nel suo angolo) no, Domenica, non posso declamare in questecondizioni, con continue interruzioni, scampanellate, rumori, sono un artista io, un vate. Necessito di una opportuna atmosfera per esprimer-mi. Se no è tutto piattume, modestia, volgarità. Basta! No! Io non decla-mo!


Giacoma:


dai, Gabriele …


Gabriele:


(subito rinfrancato) va bene, declamo. (si concentra) Ode a Libero.


Giacoma:


(ammirata) oohh …


Menga:


ssstttt…


42


Agenzia Matrimoniale

Gabriele:     (ispirato) quanto bene che ti voglio, o diletto mio cognato, sei una roccia,

una pietra, uno scoglio, uno scoglio da sempre: uno scoglio nato!

(applausi, estasi e delirio di Menga e Giacoma)


Menga:


hai sentito, Libero, che meraviglia. Mi sono commossa. Tu non dici nul-la?


Libero:


(di controvoglia) eh, grazie, vater.


Menga:


si dice vate, Libero, va-te.


Libero:


lo so, lo so, solo che, a volte, mi scappa la “erre”.


Menga:


dai, Libero, cos’è questo avvilimento? Su con la vita! Oggi abbiamo im-parato che anche i problemi più grandi, con un po’ di pazienza e di buo-na volontà, alla fine si risolvono …almeno nelle commedie.


Libero:


è vero, Menga. E poi abbiamo anche imparato che nella vita bisogna, da una parte, si, tenere sempre i piedi per terra, ma anche non smettere mai di inseguire i nostri sogni.


Giacoma:


bravo, Libero! Hai parlato come un libro stampato!


Libero:


e allora adesso la voglio dire io, una poesia. È un mese che la sto scriven-do.


(immediato fuggi fuggi generale, accampando simultaneamente varie scuse – mitocca scappare, che ora si è fatta!, oddio devo andare, ci vediamo la prossima, grazie arrivederci …– velocemente tutti guadagnano le tre uscite, Libero tenta di fermarli

– dove andate, aspettate, è corta ma molto bella, solo due minuti … - la scena resta vuota col solo Libero).

Grazie eh? Siete proprio degli amici … Embè? Io non ho bisogno di nes-suno. (si volge al pubblico) Io la dico a loro. Guarda quanta gente, c’è. (si concentra e declama) poesia! (si chiude il sipario) ma…cosa fate? Chiu-dete il sipario? Aspettate, la commedia non è finita, devo recitare la mia poesia …(si rivolge ad immaginari macchinisti) non chiudete ancora …aspettate … (sale la musica e si chiude definitivamente il sipario).

FINE COMMEDIA

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