Agonia di una repubblica

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AGONIA DI UNA REPUBBLICA

di

Antonino Sciotto

La congiura di Catilina di Sallustio Crispo 
liberamente svisata dopo duemila anni inutili di sto-ria



Edizione 2002
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NOTA DELL’AUTORE


Il debito dell’autore nella stesura del testo va anzitutto a Sallustio Crispo (De coniuratione Catilinae, Bellum Iugurthinum), e in misu-ra minore anche al Cicerone delle Catilinarie. Il verso declamato da Catone nella sc. 6 è di Marziale (VI, 7, 5), mentre i versi Qual pudor potrà aver la donna Che il suo sesso rinnega e cinge l’elmo? detti da A. Fulvio nella sc. 5 sono di Giovenale; così pure un adat-tamento da Giovenale (Nevia, lancia in pugno e seno scoperto tra-figge i cinghiali d’Etruria) è la battuta dello stesso personaggio sempre nella scena 5: “Sempronia lancia in pugno e seno scoperto trafigge i nemici del popolo”.
Nella didascalia della sc. 8 manca la data. Storicamente l’esecuzione dei congiurati avvenne la sera del 5 dicembre del 63 e la sconfitta dell’esercito di Catilina circa un mese dopo.
Un’ultima annotazione: il dramma è stato scritto nel 1974, durante il periodo del terrorismo e dello stragismo e forse alcune battute non sono più attuali, ma, rimaneggiato in alcuni punti, ci sembra che nel complesso, purtroppo, regga ancora.

1
L’atrio di una casa patrizia del I secolo a. C., la notte tra il 6 e il 7 novembre dell’anno 6 3 a. C.


M. LECA - Salve, Quinto Curio.
Q. CURIO - Salute, Marco Leca. Brrr... si gela!...
M. LECA - Ci vorrebbe una tazza di buon vino caldo.
Q. CURIO- Sono il primo?
M. LECA - Sì, ma stanno per giungere gli altri; è solo questione di poco.
Q. CURIO - Piove, è buio pesto, non vedi dove metti le zampe... Per Ercole, possono rovesciarti addosso un secchio di merda e ri-trovarti maleodorante come una fogna che dove vai è deserto a-fricano! Ricordo, vuoi sentire?, mi ricordo che una sera, proprio mentre andavo da una delle mie, mi hanno scolato in testa un va-so da notte... Che puzza! che puzza! me lo avevano lasciato ap-posta perlomeno una settimana sotto il letto, quei furfanti! - ah, ti dicevo, appena mi presento a lei che a dire il vero mi aspettava tutta calorosa, alla prima carezza, oh!, l’avessi vista quella trotto-la ridanciana... Ma mi stai a sentire?!
M. LECA - Sì, certo, certamente, chiacchiera pure, ti ascolto.
Q. CURIO - Eh, chiacchiera, chiacchiera, queste tu me le chiami chiacchiere - Comunque sotto sopra dentro e fuori che non si ve-deva neppure a bestemmiare, plàffete, vado a finire nella fossa dell’acqua piovana che stavo annegando come un sorcio...
M. LECA - Be’, almeno ti sei data una lavatina.
Q. CURIO - Ma poi, a letto, la spiritosa l’ha pagata cara, perché l’ho inforcata...
SERVILIO - Salve amici, eccomi qua anch’io.
M.LECA - Puntuale come sempre, il nostro Servilio.
Q. CURIO - Ma se permetti io ti ho battuto anche questa volta in quanto che...
SERVILIO - Oh Quinto Curio, stasera non essere logorroico che ho un mal di denti...
Q. CURIO - Logorroico!? Ma si può sapere come cazzo parli?
SERVILIO - Cade la foglia dal ramo, cade il dente dalla mia fot-tutissima gengiva. E sai qual è il dente che dondola? L’unico che m’è rimasto di sopra, per Giove, così resto con tre denti ma tutti di sotto... Ah! non c’è giustizia e in una tragedia così il mio caro padrino stamattina, mentre mi dava quel fottuto tozzo di pane che è sempre più duro, mi dice: “Ehilà, Servilio, come andiamo con la dentatura?”
Q. CURIO - Ah, ti sfotte pure!...
SERVILIO - Sì, ma i denti glieli strappo io a lui, uno per uno, a quel porcone che mangia fino a notte fonda e poi mentre mi dà un’elemosina ha anche la faccia tosta di rimproverarmi il mio povero dente che resiste...
Q. CURIO - Bella roba!
SERVILIO - Sai che ti dico? che quello se ne fotte di me e del mio dente. Di voti ne ha a bizzeffe con tutti i clienti che può ra-cimolare tra avvocati senza cause, maestri senza scolari, artisti senza commissioni, gazzettieri senza vergogna...
Q. CURIO - Le femmine senza maschio!...
SERVILIO - Eh, come no! mettici poi i pretori che hanno prece-denza sui tribuni, i cavalieri che stanno davanti ai cittadini, per-fino i liberti vengono prima dei disoccupati come me!...
Q. CURIO - Sì, ma la sportularia di disoccupazione un po’ te l’hanno aumentata in questi ultimi tempi!
SERVILIO - Vero, ma di quanto è rincarato il pane? e le cipolle? e l’affitto?
Q. CURIO - E le femmine? dove le metti le femmine che già quelle della Suburra meno di così (indica con tutte le dita di una mano) non pretendono?
SERVILIO - E fai debiti! e fai debiti e poi ancora debiti! Io me-no di niente e il crapulone che ha solo la preoccupazione se sce-gliere fritto di lingue di pappagalli o uova di rondine...
Q. CURIO - Cervelletti di usignoli oppure...
SERVILIO - Una volta, quando non aveva un sesterzio per com-prarsi una puttana, Serviliuccio di qua, Serviliuccio di là, ma ora che ha fatto la grana con la politica quel rottinculo, sentite come parla: (imitando il torinese) Fino a quando ci sarà ordine e rispetto della legalità...
Q. CURIO - Ha! ordine e rispetto... Guardami, non sono un figu-rino? Guarda, guardami da questo lato... eh? che ne dici? Eppure con tutto ciò, che ho avuto io dalla vita? Non sono sempre stato un uomo d’ordine, io? Non ho sempre rispettato le leggi? Non ho fatto la corte con tutte le regole a quella brutta stronza? Spendi e spandi a causa sua mi sono ridotto al palo e da quando mi hanno cacciato dal senato non sono riuscito a metterle le mani sul culo neanche una volta, dico una!
SERVILIO - Eh, come la prendi seria per una che s’è fatta sbat-tere da...
Q. CURIO - Non ti permetto...
(Entra Sempronia, una donna non più giovanissima ma ancora bella)
SEMPRONIA - Salve a tutti.
M. LECA - Salute anche a te, Sempronia.
SERVILIO - Come sta la nostra bellissima?
SEMPRONIA - Io sto bene se tu stai bene. E Quinto Curio che sta male, mi pare.
Q. CURIO - Sì, e sto ancora più male quando vedo una femmina che pretende il posto dei maschi... Ma andate a tessere coperte invece di complotti, ché qualche risultato almeno ci sarebbe!
SEMPRONIA - Andate a cicalare con le serve, donne, poi pro-fumatevi e aspettate il vostro maschione che delle volte vi sbatte sul letto e vi scopa se fate le brave anche due volte. (fingendo l’orgasmo) Ah!... Aaaah!...
Q. CURIO - Ma, Leca mio, è così che capisce la rivoluzione, questa qui?
SEMPRONIA - E tu, è così che capisci le donne, Quinto Curio?
SERVILIO - Modestamente le donne sono il suo pane quotidia-no, vero, Quinto Curio?
Q. CURIO - Dovreste avere tanti denti quante ne ho conosciute io, di belle femmine! Ti ho raccontato di quella volta...
SERVILIO - Eeeeh!
Q. CURIO - Ma se non sai a che riguardo sto parlando come fai a dire “eh”?
SERVILIO - Sicuro che lo so. Non stai raccontando delle due lavandaie? 
Q. CURIO - Ma quali lavandaie! Io di lavandaie ho conosciuto solo quelle che bazzicavano casa mia. E che non potevo toccare neppure con un dito perché la mia signora... 
SEMPRONIA - Perché non racconti come mai ti hanno cacciato dal senato, invece.
Q. CURIO - Senti, lingua tagliente, sai bene che quelli volevano una scusa per sbarazzarsi di un sovversivo come Quinto Curio, altro che balle! E tu, invece, che hai fatto per la rivoluzione? A-vanti, io ho perso il posto, ma tu cosa hai perso?
SEMPRONIA - A una che fa la puttana per finanziare la causa hai la facciatosta di chiedere...
Q. CURIO - Ha! scopare e guadagnare, che bel sacrificio!
M. LECA - Ecco che arriva il giovane Macro...
Q. CURIO - Boh, giovane!...
SERVILIO - Quello non ha vent’anni, oh!...
Q. CURIO - Che esperienza deve avere un riformato che se la prende sempre coi militari!...
SERVILIO - Perché è un pacifista, non perché l’hanno riforma-to!...
MACRO - (entrando e andando a stringere la mano a M. Leca) E perché i soldati son fatti concime dei latifondi altrui! - Salve Marco Leca. Sempre in gamba il nostro Servilio?
SERVILIO - Senza denti ma in gamba, diamine.
MACRO - (va da Sempronia e le dà un bacetto sulle labbra) Sei bellissima - (a Q. Curio) E salute anche al più vecchio don-naiolo di Roma.
Q. CURIO - Vecchio lo dici a quel rincoglionito di tuo padre, ca-ro il nostro Macro! Eh?!
SEMPRONIA - Puntualizziamo, di mezz’età.
Q. CURIO - Guarda, se tu non fossi quella che sei la dimostra-zione te la darei seduta stante! Quand’ero militare...
MACRO - A proposito di militari, sto tirando fuori una ballata per le legioni che è un’opera d’arte. (tirando dalle tasche un ro-tolo) Volete sentire?
SERVILIO - Diamine!...
Q. CURIO - Con tutte le cose che stasera bollono in pentola dobbiamo sentire le cazzate che ti passano per la testa?
SEMPRONIA - Io voglio sentire, io!...
Q. CURIO - Allora facciamo a maggioranza.
SERVILIO - Su la mano... Uno, due, tre contro uno, l’ospite si astiene. Hai perso.
M. LECA - (a Q. Curio) Sai, giusto per ingannare il tempo.
Q. CURIO - Boh, se è così!...
SERVILIO - Coraggio, Macro, fiato al gargarozzo.
MACRO - Accetto le critiche... state a sentire... è una canzone corale, trascinante... comincia così...
O soldato che sfili in parata 
con negli occhi la grande illusione 
canta invece la nostra canzone 
che t’aiuta a meglio soffrir,
canta invece la nostra canzone
che t’aiuta a meglio morir...
Non è entusiasmante? ve l’immaginate, voi, cantata da tutti i soldati in marcia?
M. LECA - Per la verità, mi sembra orecchiabile.
MACRO - Certo, dev’essere orecchiabile se vogliamo che entri nella zucca dei soldati. Quando tutti la canteranno - e la cante-ranno! - saremo a buon punto... Ma sentite il resto:
In questa terra
diseredata
morte alla nobile
stirpe dannata...
Q. CURIO - Eh no! eh no! Che facciamo, ora, uccidiamo il pa-triziato? Abbasso si può dire abbasso, ma morte!...
SEMPRONIA - Quinto Curio, metaforicamente parlando...
Q. CURIO - Tu parla come scopi, se vuoi parlare con me! (a Macro) Fuori dalle palle, questo sì, ma morte...
MACRO - Lasciami finire...
Viva il lavoro
dell’operaio
sempre sfruttato
dall’usuraio...
SERVILIO - Bravo! bravo! questo mi piace!
MACRO - A questo punto si riattacca con la seconda strofa:
O soldato che vai alla guerra
con nel cuore la disperazione
scaglia forte la maledizione
sul padrone rimasto a ingrassar,
manda tutte le maledizioni
al padrone a casa a ingrassare...
SERVILIO - Bellissimo!
MACRO - E qui di nuovo il ritornello, tutta la legione insieme:
Vogliamo lotta
non rassegnazione
infine la giustizia
non è un’invenzione...
Però non mi soddisfa... non so... dite voi....
Viva il popolo
angariato
guerra ai nemici...
Ecco, qua la musa mi ha abbandonato... Mi serve una parola in rima...Guerra ai nemici sì, ma come, come dire!...
SERVILIO - Della plebe.
MACRO - Giustissimo, ma non c’è rima in ato.
SERVILIO - Della plebe sfruttata, sputtanata.
MACRO - Non può essere. Quinto Curio, inventa una parola che finisce in ato.
Q. CURIO - Castrato!
SEMPRONIA - Oh Quinto Curio!...
Q. CURIO - Eh, perché, non è giusto che il popolo è castrato? castrato dei suoi diritti più sacri?
MACRO - Ma non puoi dire: guerra ai nemici del castrato, an-diamo!...
SEMPRONIA - Eppoi uno che è castrato è impotente, Quinto Curio. Tu che sei popolo, ti senti impotente?
Q. CURIO - Se tu non fossi quella puttana che sei...
SERVILIO - Quinto Curio, non mi sputacchiare in faccia quando parli!...
SEMPRONIA - E non sai che piacere se t’intrappola nei suoi a-frori.
Q. CURIO - Io non puzzo, io mi lavo, io!...
SERVILIO - Risponde a verità, l’ho visto io che si lavava la bocca col vino (imitando uno che prende un bicchiere, beve un sorso, chiude le labbra e gonfia ritmicamente prima una guancia e poi l’altra, infine deglutisce) e dopo che ha mandato giù il vi-no, immediato arriva su il rutto (imita un rutto)...
Q. CURIO - Lo vedi Marco Leca che mi vogliono prendere per il culo? Io mi dimentico di essere un ospite e metto mano al brando (sguaina la spada), se non mi chiedono scusa come si deve. A-vanti, sdentato, comincia tu!
SERVILIO - Tu mi chiami sdentato e io devo chiederti scusa?
Q. CURIO - E tu m’hai detto che puzzo.
SERVILIO - Io t’ho detto che rutti.
M. LECA - Via, non mi pare un’offesa!...
Q. CURIO - Non l’hai sentito, Marco Leca? M’ha detto che il mio rutto puzza!
SEMPRONIA - Il rutto di Quinto Curio odora di gelsomino.
Q. CURIO - Non cercare di calmare la mia rabbia, tu, con le tue chiacchiere, ora quello mi deve chiedere perdono, se vuole cam-pare.
SERVILIO - (afferrando uno spiedo, con tono sempre sfottente) Meglio morire da romano che chiedere perdono a un trombone come te!
Q. CURIO - E insiste, anche, lo stronzo!
(Comincia una parodia di duello tra il grosso Quinto Curio e lo smilzo Servilio, il quale dimostra un’agilità straordinaria, da sal-timbanco, intesa più a evitare che attaccare l’avversario, che a sua volta si muove pesantemente in giro per tutto il palcoscenico)
SERVILIO - Vorresti ammazzare un compagno?
Q. CURIO - Voglio ammazzare una piattola, non un compagno!
SERVILIO - Allora datti una piattonata sulle palle, così invece di una ne ammazzi dieci.
Q. CURIO - Non girare... e non girare così ché mi fai girare le balle!...
MACRO - Forza Servilio, siamo tutti con te!
SEMPRONIA - Non tutti, io sto dalla parte dei deboli.
Q. CURIO - Tu, femmina di una vipera, statti zitta... (a Servilio) Ma non scappare... ma non scappare...
SERVILIO - Ti pesa la pancia, Quinto Curio?
Q. CURIO - Mi pesano i coglioni, moribondo fottuto!
SEMPRONIA - Quinto Curio ha l’ernia?
Q. CURIO - Tu non parlare, brutta puttana, ché con la scusa del-la rivoluzione te la godi la tua passera, te la godi!
MACRO - Bucalo, Servilio, che se ne fa la rivoluzione di un Quinto Curio con l’ernia?
SEMPRONIA - Risparmia i deboli, Servilio, abbi pietà degli sfiatati?
Q. CURIO - Castronerie, castronerie di un riformato e di una troia... (a Servilio) Fermati, tu, se sei un uomo... E fermati, cazzo!
(Servilio indietreggiando inciampa e cade; Quinto Curio gli è so-pra e gli punta la spada al basso ventre)
SERVILIO - Alt, profanatore dei miei coglioni, approfitti che sono più vecchio di te?
Q. CURIO - Marco Leca, in qualità di padrone di casa, pronun-ciati, che devo fare con questo? pollice verso?
M. LECA - (distratto da altro) Guardate, sta passando uno stor-mo di corvi... Volano stanchi... brutto segno... Oh, sì, proprio un cattivo presagio...
Q. CURIO - Lascia perdere quei cazzi di corvi, ora, ma questo qui lo trapasso o faccio il generoso?!
MACRO - (declamando, sempre in tono canzonatorio)
O magnanimo Quinto Curio
il segnale dei corvi è lampante
abbandona quest’essere spurio
al giudizio di Giove tonante...
SEMPRONIA - E bravo il nostro Quinto Curio immortalato an-che dalla poesia!...
Q. CURIO - (implorante) Insomma, si può sapere che devo fa-re?!
SERVILIO - Fai il tuo dovere, bucami la vescica, così ho il pia-cere di morire pisciandoti in faccia.
Q. CURIO - Ma lo sentite? ma come questo qui c’è un altro fes-so fottuto in tutta Roma?
M. LECA - Arrivano... Finalmente arrivano i nostri amici. En-triamo.
Q. CURIO - (a Servilio, che si rialza) Beh... poi facciamo i con-ti, malalingua senza né arte né parte!
SERVILIO - Però ammetti che se non cascavo...
Q. CURIO - (disperato, batte la testa contro il muro) No! No! Non è possibile!...
(Entrano in casa. Ad essi si aggiungono gli altri congiurati, che dopo lo scambio di saluti, prendono posto a sedere su triclini e sgabelli, oppure restano in piedi addossati alle pareti. Nel silenzio generale)
LENTULO - Amici...
Q. CURIO - Silenzio, parla Lentulo.
LENTULO - Compagni, voi sapete che il nostro Catilina è stret-tamente sorvegliato e una seconda nostra riunione a casa sua a-vrebbe portato a sospetti sempre più consistenti e pericolosi.
L. BESTIA - Com’è vero che le orecchie sono tante qui a Roma e le lingue a muoversi per qualche spicciolo molte di più.
Q. CURIO - O Lentulo, dammi l’incarico di scoprire gli spioni e io...
LENTULO - Questa è forse l’ultima riunione prima di passare all’azione...
CETEGO - Era ora!...
LENTULO - L’ora della morte o della vita; e se morendo si vive, meglio morire che vivere mille volte da morti.
Q. CURIO - Cos’ha detto?
MACRO - Di stare zitto.
LENTULO - Per ripristinare gli antichi diritti siamo costretti alla clandestinità dall’arroganza dei potenti, pronti a impiccarci per la salute delle istituzioni repubblicane. E il popolo? e il popolo?
L. BESTIA - Come tribuno della plebe, scusami tanto, so per e-sperienza che non è difficile convincere le masse che quello che vogliamo noi è soltanto di abbattere l’attuale cricca al potere...
CETEGO - Il popolo è bue, credetemi, non capisce i vostri di-scorsi.
L. BESTIA - Se facciamo i filosofi, no, ma se parliamo con ri-forme che emancipino dalla povertà e dall’ignoranza...
STATILIO - Ci vuole un programma politico ben chiaro che noi ancora non abbiamo. Parliamo di emancipazione, di democrazia, di libertà, di giustizia sociale e chi più ne ha più ne metta, ma queste sono parole che provocano applausi passeggeri, non fatti politici!
CETEGO -. Quale popolano è disposto a impugnare la spada e rischiare la vita per la democrazia? o per l’emancipazione delle masse, come dite voi? (con sarcasmo) Le masse! A quelle basta un bicchiere di vino annacquato per cambiare parere, altro che grandi ideali!...
STATILIO - Cetego ha ragione e sarebbe ora di sganciare le masse dalle proprie emozioni e indirizzarle a razionalizzare i rea-li bisogni della gente e ad analizzare le sovrastrutture socio-culturali...
CETEGO - Bravi, continuate così e sarete costretti, come ai tempi della congiura di Pisone, ad arruolare uomini da nulla, spiantati senza idee solo per far numero e intimorire i nostri ne-mici...
Q. CURIO - Ben detto, o Cetego!
LENTULO - Facciamo capire che la Repubblica è caduta di di-ritto e di fatto in mano di pochi potenti, e che noialtri tutti siamo diventati volgo a cui vanno solo processi, ripulse, condanne e miseria.
SERVILIO - E disoccupazione!
LENTULO - Quale uomo di animo virile può tollerare...
Q. CURIO - Nessuno, Lentulo, nessuno!
LENTULO - ...Che essi affoghino nel danaro, che sprofondino nell’interrare il mare e nello spianar le montagne, mentre a noi perfino il necessario manca? (declamando sempre con più enfa-si) Che essi costruiscano due o più case alla volta mentre noi non abbiamo neppure un tetto? Per quanto comprino quadri, statue, terreni pubblici, cavalli, demoliscano palazzi per costruirne altri, insomma in ogni modo sperperino e sciupino il denaro, pure con tutti i loro capricci non possono dar fondo ai loro tesori. Mentre noi abbiamo la miseria in casa e, fuori, i debiti: triste il presente, molto più duro l’avvenire: infine, che altro ci resta se non quel po’ di respiro?
Q. CURIO - (applaudendo con entusiasmo) Togliamolo a loro, il respiro!
CETEGO - Parli bene, o Lentulo, ma il mio pugnale parlerebbe meglio.
MARCIO - Morte ai consoli!
L. BESTIA - Amici, occorre soltanto stabilire dove sferrare il colpo decisivo: nel ventre molle o direttamente al cervello dello Stato?
M. LECA - Mi è permesso esprimere un parere?
LENTULO - Anzi, Marco Leca, te lo chiediamo.
M. LECA - Sono vecchio, e i miei occhi non sono più buoni co-me una volta. Le ombre che si agitano intorno a me spesso mi riescono indecifrabili. Voi siete giovani, coraggiosi, forti, affron-tate i rischi con maggior animo di quanto possa un vecchio come me. Ma siate prudenti... Se Roma in campo aperto ha sgominato ben altri avversari, non avrà ragione anche delle nostre disperse forze?
LENTULO - Se per questo, anche Catilina pensa che sarebbe un suicidio affrontare gli eserciti consolari sul campo quando Sarto-rio, con la guerriglia, li ha tenuti in scacco per un decennio.
M. LECA - Inoltre non possiamo dimenticarci l’esercito di Pom-peo, che prima o poi ritornerà in Italia.
L.BESTIA - Quello sì che bisogna associarlo alla nostra causa, se non vogliamo la disfatta totale.
SEMPRONIA - (come per alleviare la tensione) A Pompeo, gli andranno incontro le mie tette che quand’è il caso sanno essere convincenti!...
MACRO - Purtroppo ci vuole ben altro che la bellezza di Sem-pronia con un guerrafondaio come quello.
M. LECA - Eppoi, ci occorre del tempo.
LENTULO - Ecco il punto, quindi: agire prima che torni Pom-peo, o attendere gli sviluppi degli eventi?
(Entra Caio Giulio Cesare, accompagnato da un servo)
CESARE - Salve, amici, salute a tutti.
LENTULO - Salve, nobile Cesare; cominciavamo a temere per la tua assenza.
CESARE - Scusatemi, ma ho voluto parlare prima con Marco Crasso, e il colloquio si è protratto più a lungo del previsto, ma perlomeno con validi risultati.
M. LECA - Vuol dire che non avremo problemi finanziari?
CESARE - Certo che no, se le cose non andranno per le lunghe. Come tutti i ricchi, anche Crasso tiene ai suoi capitali e quando li investe non vuole correre i rischi del lungo termine.
LENTULO - Quindi il danaro per le armi ci sarebbe.
CESARE - E abbondante, direi.
SEMPRONIA - Menomale, finalmente posso prendermi un pe-riodo di riposo.
Q. CURIO - Ha parlato utero stracco.
SEMPRONIA - E ha risposto piffero scordato.
Q. CURIO - Non alluderai per caso...
LENTULO - Per cortesia!...
MACRO - (a Lentulo, indicando Sempronia) Non gliene lascia passare una!...
LENTULO - Focalizziamo la nostra attenzione sull’elemento addotto da Caio Cesare e chiediamoci: dove ci porta? Mi sbaglio o la direzione sarebbe già segnata?
L. BESTIA - Per convincere basta l’eloquenza, ma per vincere?.
CETEGO - Agire, agire rapidamente e avremo vinto almeno a metà. 
M. LECA - Il problema è l’altra metà se avremo l’imprudenza di affrontare gli eserciti consolari in campo aperto.
CESARE - Marco Leca, stai decisamente invecchiando. (Con convinzione, rivolto a tutti) Avete mai visto la lotta di un serpen-te e di una mangusta? A chi la battaglia non sembrerebbe impa-ri? Eppure quel piccolo mustelide alla fine addenta il serpente al-la testa e lo uccide.
CETEGO - Colpiremo anche noi alla testa, rapidi e violenti. Co-sa mai faranno le legioni senza un capo?
M. LECA - Non sarà sufficiente a fermare migliaia di soldati ai quali siano stati promessi i nostri beni.
L. BESTIA - Macro, a che punto è la propaganda nella truppa?
MACRO - Temono le punizioni, ma direi che non pochi sareb-bero con noi.
L. BESTIA - Promettere più di quanto possano mantenere i con-soli, se vogliamo fiaccare le legioni.
CESARE - Alla prima battaglia i soldati passeranno dalla parte del vincitore, è la regola!
LENTULO - Io non so... Catilina pensa che sarebbe meglio pa-zientare per tutto l’inverno, che è ormai alle porte, e intanto con imboscate e colpi di mano molestare assiduamente il nemico per gettarlo nello scoramento. Anche il morale ha la sua importanza.
M. LECA - Anch’io sono del parere che occorra prudenza. Mol-ta prudenza.
LENTULO - Se scendiamo in campo ora, rischiamo grosso, se invece temporeggiamo...
CESARE - Ora, ora frastornati i senatori stanno a guardarsi in faccia, non alla fine dell’inverno, quando, superato lo sgomento, potranno organizzarsi e con l’aiuto di Gneo Pompeo parare age-volmente i colpi. Voi sapete che Marco Tullio Cicerone potrà avere la vista corta e l’intelligenza politica di una capra, ma nell’arte oratoria non è secondo a nessuno. Se quell’uomo si para sui rostri, riuscirà a elettrizzare tutta Roma e trascinarsela dietro. Per impedirglielo bisogna fare una cosa sola: attaccarlo!
STATILIO - Spesso, nella vita di un uomo, vi sono dei momenti in cui riesce impossibile accordarsi con la ragione e rintuzzare secoli di rabbia repressa. Forse questo non è il momento più op-portuno, come alcuni di noi sostengono, ma è mia opinione che sarà ben difficile trovarne senza che non ci siano pericoli da cor-rere.
L. BESTIA - Accettiamo i rischi, dunque, e sfruttiamo la con-giuntura favorevole.
CONGIURATI A DESTRA - Viva Catilina!
CONGIURATI A SINISTRA - Viva la rivoluzione!
(Pausa lunga)
LENTULO - E va bene, proporrò di attaccare. Attaccheremo dall’esterno da tutte le direzioni, ma intanto Roma dovrà esplo-dere. Dividiamo la città in dodici quartieri, e in ognuno di questi uno dei capi, o di più se necessario, semini malcontento tra la popolazione, del resto assai sensibile alle promesse di ciò che le spetta.
SERVILIO - L’abolizione dei debiti, o Lentulo, l’abolizione dei debiti per noi poveri disgraziati che attendiamo con trepidazione le Idi del mese.
L. BESTIA - Sì, ma solo parziale se vogliano trarre dalla nostra anche la frangia dei piccoli creditori, che non rinuncerebbero vo-lentieri ai loro denari.
M. LECA - Questo è giusto.
SERVILIO - Eeeh, giusto! giusto!...
LENTULO - Non abbiate, amici, una visione troppo personale della nostra lotta. L’interesse generale esige...
Q. CURIO - Scusami tanto, Lentulo Sura, ma anche l’interesse nostro, di noi che mettiamo il culo in pericolo, lo vogliamo fare o dobbiamo svenarci per quei quattro scalzacani che quando pas-si neppure ti salutano?
LENTULO - Abbiamo bisogno di spade, e dietro ogni spada ci dev’essere una mano, non importa di chi... Per quanto invece ri-guarda i ricchi, i veri potenti, bisogna confiscare i loro beni e scacciarli dalla città.. Coi loro latifondi potremo soddisfare mi-gliaia di contadini che attendono un pezzo di terra ora insperato.
L. BESTIA - La sorpresa accrescerà la riconoscenza.
CESARE - Idea valida, senza dubbio, ma incompleta a mio avvi-so. Che faranno i patrizi in esilio? Uno o dieci o cento non ci da-rebbero alcun fastidio, ma mille capitalisti sono una forza stori-ca. Staremo sulle spine finché avremo respiro.
M. LECA - Caio Cesare cosa suggerisce?
CESARE - Distruggerli! distruggerli, perdio! Se non volete un’altra guerra civile dovete seguire l’unica via che la storia ci indica: l’annientamento dei vostri nemici!
M. LECA - Ma è orribile! ma è orribile!...
LENTULO - Noi non possiamo massacrare migliaia di persone, o Cesare; il fiume di sangue che scorrerebbe per le strade di Ro-ma aprirebbe tra noi e gli altri un baratro, un baratro in cui preci-piteremmo tutti, vincitori e vinti. 
L.BESTIA - Sarebbe una carneficina politicamente controprodu-cente, Cesare. Al massimo potremo mandare in galera i più te-mibili ed esiliare gli altri meno pericolosi. Questo sì che si po-trebbe fare.
CESARE - Catilina è il capo, Catilina decida. Io sono un simpa-tizzante esterno, se almeno così vorrete accettarmi, e non corro grossi rischi. Alla fin fine, che potranno dirmi? O Cesare, tu eri dalla loro parte! Ma se chiederò le prove, non troveranno un ap-piglio neppure per una debole censura pubblica. La mia famiglia è nobile, ricca, e la ricca aristocrazia non la tocca, lo sapete bene. I processi indiziari potranno funzionare contro cittadini innocenti come l’amico Servilio...
SERVILIO - A chi lo dici, o Cesare!...
CESARE - O se ben ricordo per uno come Quinto Curio...
Q. CURIO - Pùh, senato schifo!
CESARE - Ma per uno come me, o come Marco Crasso, o come sarebbe per voi stessi, amici, se i vostri beni non fossero ridotti al lumicino, quale processo potranno intentare? E se pure istruis-sero un processo, con quale condanna si potrebbe concludere? Si può condannare alla fustigazione il debitore insolvente...
SERVILIO - Cesare parla bene!
CESARE - (parlando modula sapientemente il tono della voce) ...O alla galera il viandante che rubacchia qualcosa per sfamarsi; oppure il padre di famiglia che raccoglie nel latifondo del poten-te vicino una manciata di legna per scaldarsi. Ma noi, amici miei, cosa dobbiamo temere dalla legge? Ecco dunque il concetto: se la congiura sarà repressa, non io, ma voi sarete giustiziati, quindi bisogna vincere. Non esistono alternative: vincere! Ricordatevi di Silla, che è morto nel suo letto proprio perché non ebbe scru-poli quando compilava le liste di proscrizione... E Catilina que-sto lo sa bene. Quanti cittadini sono stati trucidati? Migliaia e migliaia, se memoria non inganna. Perché non ve lo fate ripetere da Catilina? Per le vie d’Italia si era aperta una caccia spietata, in un bagno di sangue. I suoi nemici la sera andavano a dormire col terrore di non svegliarsi mai più, Roma tremava, ma obbediva, e quando tutti gli avversari furono eliminati, Silla regnò. Non è questo che vuole Catilina?
LENTULO - Catilina vuole la rivoluzione, non il massacro dei padri, Caio Cesare. Catilina non vuole regnare, comunque non su un cimitero.
CESARE - Allora Catilina non regnerà neppure a casa sua, o Lentulo!
LENTULO - Confesso che le tue parole riescono a suggestiona-re, dal momento che sembra corrano nel senso della storia. Ora però si cambia, e la lotta non dovrà necessariamente spargere i lastricati di cadaveri. Vogliamo la partecipazione di tutti i citta-dini alla nuova repubblica veramente democratica. Pericle d’Atene non è grande per questo?
CESARE - Altri tempi! altre situazioni! Non potete prendere a prestito la politica di Pericle in un villaggio come Atene con quella della Repubblica romana!
LENTULO - Caio Cesare, tu hai bene assimilato la lezione della storia passata, ma uno stato fondato sulla forza e sul delitto e sull’interesse di pochi ha breve vita. È vero, Silla è morto nel suo letto, ma l’opera politica di Silla si è disfatta insieme al suo cor-po. Noi invece vogliamo costruire nella giustizia sociale, vo-gliamo che i nostri nomi non evochino lemuri insanguinati d’oltretomba, vogliamo dai nostri nipoti rispetto, non maledizio-ni. Catilina non sarà immortalato per i suoi delitti.
CESARE - Catilina invece non vivrà, né per il bene, né per il male: sarà semplicemente dimenticato, perché non conosce la natura degli uomini. Avete scrupolo d’incendiare quattro cata-pecchie...
LENTULO - Ma se gli bruciamo le case, se distruggiamo i suoi miseri beni, quel popolo atterrito dal fuoco e dalla strage non si rivolterà contro di noi?
CESARE - No! no! no, se considerate che la plebe nel profondo brama le novità sulla pelle degli altri! Che volete che gliene fre-ghi al plebeo che veda bruciare la casa del suo dirimpettaio se non ha il vento contrario?
M. LECA - Ma le stragi...
CESARE - Le stragi!... Rifuggite dal sangue perché ritenete che sulla forza nulla potrà essere edificato che duri nel tempo... E ciò ti fa onore, Marco Leca, e mostri di essere un uomo buono e ge-neroso. Ma questo, amici, non è il mestiere dei poeti e dei filoso-fi, ma dei politici. L’animo sensibile e femminile di Sempronia potrebbe, e dovrebbe!, inorridire davanti a un migliaio di morti, ma non quello di Catilina, aspirante al governo dello stato. Se vuole ottenere il potere, se vuole edificare il suo ideale, ché que-sto è il fine, che è buono, deve essere duro e impietoso coi suoi nemici, e metterli per sempre nell’impossibilità di nuocere. Ales-sandro il Macedone conquistò il mondo, e non con la pietà. Pri-ma Tebe, poi Mileto, poi ancora Tiro e infine Persepoli, città grandi e piccole, tutte furono prese saccheggiate incendiate rase al suolo! e gli abitanti superstiti, rei solo di aver difeso la loro patria, fustigati, sferzati a sangue, venduti, impiccati, massacrati, tutti, compresi donne, vecchi e bambini. E Alessandro fu detto il Grande!... Non vi basta? Mentre in India faceva sterminare i pa-cifisti soltanto perché predicavano il disprezzo della gloria e del-la ricchezza e si macchiava di genocidio gratuito, qua e là per il vasto impero si edificavano città col suo nome, si innalzavano templi agli dei, gli stesso era fatto un dio! E a te, Marco Leca; e a te, Lentulo Sura; e a voi tutti piange il cuore per dover incendiare quattro baracche? Se così è, io mi ritiro. Non ho intenzione di pagare, neppure in dicerie, senza neanche tentare. Catilina è buono, Catilina è saggio, ma la sua bontà e la sua filosofia lo tra-scineranno alla rovina, insieme ai compagni. Vi compiango, a-mici miei, ma non posso altro. Se mutate parere, e di ciò sono certo, fate che io lo sappia: in Caio Cesare avrete un amico e un sostenitore convinto. Addio.
(Cesare esce. Silenzio)
STATILIO - Stavo riflettendo che in fondo anche il grande Ales-sandro ha costruito un impero di carta.
CETEGO - Però l’ha costruito!...
SERVILIO - Per conto mio Cesare aveva ragione.
MARCIO - Del resto, Lentulo, perché rischiare?
L. BESTIA - Perché illudersi che si possa fare la rivoluzione sul velluto? Chi ha il potere se lo tiene stretto, e non è così pazzo da regalarlo a nessuno, se nessuno se lo prende con la forza.
CETEGO - A Roma, quando i nostri padri han voluto conqui-starci un diritto, hanno dovuto lottare, e spargere lacrime e san-gue, e uccidere ed essere uccisi!
L. BESTIA - Lentulo, Cesare non ha torto, mi pare. Se decidia-mo di colpire, occorre colpire in profondità, e non dar tempo ai nemici di leccarsi le ferite. Meglio che la città pianga mille morti tutti insieme che un morto alla volta per mille giorni.
SEMPRONIA - Cosa abbiamo ottenuto con la cosiddetta legalità repubblicana?
CETEGO - I mostri si uccidono col ferro, non con le parole!
L. BESTIA - Cosa conclude Lentulo Sura?
LENTULO - (pausa) Già... che fare? L’idea che bisogna atten-dere gli sviluppi degli eventi, e profittare di un momento miglio-re, vedo che non trova molti consensi...
M. LECA - Il volo dei corvi, o Lentulo, sta stravolgendo le no-stre decisioni!
LENTULO - No, Marco Leca, il volo dei corvi non può descri-vere il destino degli uomini, che in verità è nascosto nei meandri della nostra mente; nostre sono le scelte, nostre le vittorie o no-stre le sconfitte. Che fare, dunque? Ora i nostri nemici si sono mobilitati, ora s’è fatta la leva dei soldati, ora è dichiarato lo sta-to d’assedio, ora Cicerone è nominato dittatore: e un uomo che ambisce al titolo di padre della patria non esiterebbe a farci stri-tolare dall’esercito. Chi non sa che quando un miserabile si schiera dalla parte dei potenti diventa più feroce dei potenti stes-si? Agli straccioni non bisogna poter rimproverare niente, se vo-gliono far carriera! È lui che temo, più di quei quattro vecchi che siedono in senato.
MACRO - E allora si uccida Cicerone!
CETEGO - E tutti i leccaculo che gli stanno attorno!
SERVILIO - Strappiamo i denti al capitalismo!
Q. CURIO - Sentite, m’è venuta un’idea... secondo me buona, anzi ottima... State a sentire, mi sentite? posso parlare?
SEMPRONIA - È per questo che facciamo la rivoluzione, perché tutti, di qualsiasi levatura intellettuale, abbiano il diritto di parla-re... o Quinto Curio!...
Q. CURIO - Non che tu, da come dici le cose...
SERVILIO - (serioso, con enfasi) Silenzio, parla Quinto Curio!
Q. CURIO - Ti sei scordato, tu, la lezione di poco fa?
GABINIO - (a Quinto Curio, con impazienza) Allora, si può sa-pere qual è ‘sta cazza d’idea che t’è venuta?
Q. CURIO - Dicevo... pensavo... al posto di... ehm... Vi ricordate di quelle mogli greche che fecero lo sciopero contro i loro mari-ti? Non sarebbe meglio... È un’idea come un’altra, giusto? 
GABINIO - Giusto, ma parla!
Q. CURIO - Perché non fare, noi, che le mogli di quei cornuti non li uccidano nel letto matrimoniale? eh? che ne dite?
SEMPRONIA - Diciamo che resterebbero le vedove da consola-re, vero Quinto Curio?!...
Q. CURIO - Non dicevo per me, ma per non far correre inutili pericoli alla nostra gloriosa rivoluzione, se vuoi saperlo, tu che hai sempre da ridire...
LENTULO - Amici, per favore, ogni tanto sorridere allenta i muscoli del cuore e conserva la salute della mente, ma Catilina sta aspettando i risultati della nostra riunione. Tutti d’accordo sull’abolizione parziale dei debiti?
SERVILIO - Io no!
MACRO - Non stare in pensiero, Servilio, vuol dire che faremo qualche eccezione.
STATILIO - Fidati dei politici, che fanno credere bianco il nero mentre proclamano che il bianco è bianco e non può essere nero.
Q. CURIO - Ritornerò senatore, Lentulo Sura?
STATILIO - Non sai che la rivoluzione divora i suoi figli, Quin-to Curio?
Q. CURIO - Sì, ma...
LENTULO - Quanto alla proscrizione dei ricchi io sono d’accordo, purché non si sparga sangue a Roma; resto del parere - e forse dovrò rammaricarmene - che non dobbiamo fondare la nuova repubblica sul delitto e sul terrore. Se si esige la morte del dittatore - come qualcuno dice e Catilina ne conviene - muoia il dittatore. Tu, Cetego, e tu, Marcio, siete incaricati di studiare e attuare il piano dell’esecuzione...
CETEGO - Domani o dopo sarà tutto finito.
LENTULO - Io mi occuperò dei punti strategici della città, men-tre le vie d’accesso saranno bloccate dalle nostre truppe d’Etruria, del Piceno, dell’Apulia, della Campania, secondo quanto convenuto con gli ufficiali dalla nostra parte. (Indicando stancamente Lucio Bestia) Invece al nostro Lucio, come tribuno della plebe, non sarà difficile incitare la folla a invadere il sena-to, ma... (sottolineando) ma nessuno venga ucciso, anzi dirò di più: a nessuno venga torto un capello. Un martire basta, se già non è di troppo. (A Macro, rapidamente) Macro, tu continuerai la propaganda nell’esercito. Ogni graduato o semplice soldato che si schieri dalla parte giusta è un tratto di filo che si aggiunge all’ordito... Statilio e Gabinio si preoccupino di incendiare le preture - quelle sì, per tutte le ingiurie che vi sono state pronun-ciate in nome del popolo romano. Marco Fulvio Nobiliore e Caio Cornelio invece neutralizzeranno i posti di polizia, che si trovano (indicando su una carta) qua... qua... e qua. Bisogna poi scredi-tare l’autorità del Pontefice Massimo, e di questo si occuperà la nostra Sempronia con la collaborazione dell’amica Claudia. I particolari saranno discussi nella prossima riunione, se siete d’accordo. Il giorno e l’ora dell’attacco li deciderà Catilina in persona. Tenetevi pronti, e state sani.
Q. CURIO - E io, Lentulo, cosa devo fare, io?
GABINIO - Tu, Quinto Curio, bazzica barbieri e casini per an-nusare gli umori del popolo.
Q. CURIO - Servizi segreti? eh?
SEMPRONIA - Servizi incasinati.
M. LECA - Amici, propongo un brindisi benauguarale.
CETEGO - Mesciamo il nostro sangue col vino, e suggelliamo degnamente il nostro patto.
MARCIO - Pronto il pugnale.
CETEGO - Questo è il mio braccio.
(Tutti gli altri, ultimo il titubante Q. Curio, offrono il braccio a Lentulo. Egli incide la carne e fa cadere qualche goccia di sangue in una caraffa da vino. Quindi M. Leca mesce e distribuisce le taz-ze. Brindano)
LENTULO - Viva Catilina!
CONGIURATI - Morte! rivoluzione! terrore del padrone!
Consoli! senatori! nemici affamatori!
Questori! pubblicani! ci prudono le mani!
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2

In una villetta alla periferia di Roma, la mattina del 7 nov. 63


Q. CURIO - Tu, annunciami alla tua padrona!
SCHIAVA - Ipso facto, signore, ma la mia padrona dorme anco-ra.
Q. CURIO - Poche balle, svegliala! (La schiava esce) - Belle chiappe che hai, figlia mia... Dovevi proprio nascere schiava? non potevi essere una donna libera, magari una matrona, che più belle di così non ce ne sarebbe? Macché, per tutti gli dei dell’Olimpo, Venere esclusa, a Roma le matrone o sono racchie e rinsecchite oppure sono grasse e pelose, che anche per una scopatina ci vuole stomaco... E se riesci a trovare una bella don-na è sempre una miserabile schiava venuta chissà da dove!... Ci sarebbe una via di mezzo, e sono le puttane sfondate, ma lì biso-gna spendere, e questo a me non mi va. Però deve venire il gior-no in cui torno senatore, e voglio vedere se qualche bellezza mi gira il culo pensando che sono attempato e balle di questo gene-re....
(Entra Fulvia, una donna belloccia, sulla quarantina, in disordine. Ha il tic di schioccare ogni tanto le dita)
FULVIA - Che Mercurio ti porti, dovevi proprio venire a quest’ora a rompermi i coglioni?
Q. CURIO - Ma mia cara, tu sei una signora. Io, ho i coglioni.
FULVIA - Tu i coglioni ce l’hai nella testa, ché quelli tra le gambe li puoi dare al gatto, se li vuole!...
Q. CURIO - Fulvia mia, tu mi vuoi umiliare davanti a tutti...
FULVIA - Ma che testa di cavolo, mi dici dove sono qui questi tutti?
Q. CURIO - Sì, sì, ma non t’adirare, ti prego! ti supplico!...
FULVIA - Mi butti dal letto a quest’ora e poi mi supplichi!?
Q. CURIO - Non verrò più di mattina, ti giuro.
FULVIA - Oh, ma perché sono tanto sfigata!...
Q. CURIO - Fulvia mia, tu non sai quanto invece...
FULVIA - E smettila con questa Fulvia mia, ché mi dà ai nervi!
Q. CURIO - Come sono venuto me ne vado, visto che tutto quel-lo che faccio per te non vale mai niente! Oh!...
(Pausa. Fulvia schiocca le dita ripetutamente, squadrando Q. Cu-rio con aria sospettosa)
FULVIA - E così abbiamo fatto la nottata, ah?
Q. CURIO - Si vede?
FULVIA - E si vede sì!
Q. CURIO - Cara, non penserai...
FULVIA - Io non penso... io non penso... Io constato, io!...
Q. CURIO - (avvicinandosi per abbracciarla) Ti giuro, o mia gelosona, che per me esiste soltanto una passerina, la tua!
FULVIA - Fuori, zucca pelata! Se ne va a scaldare il letto delle puttane...
Q. CURIO - Ti assicuro che io...
FULVIA - ...E poi viene a raccontarmi che non ha un sesterzio...
Q. CURIO - È vero, sull’argomento soldi ...
FULVIA - Sei proprio una zucca pelata!...
Q. CURIO - Sì, ma per favore, non mi chiamare zucca pelata!...
FULVIA - Ah, povera me! perché, ma perché sono così sfigata! (piagnucola) Io aspetto col cuore in tumulto, nuda, sotto le len-zuola... E chi si presenta? La mia zucca pelata, con una barba da carrettiere... con gli occhi gonfi... Che puzza di puttana... Oh, come sono sfigata!...
Q. CURIO - Non piangere, dai!, non piangere amore mio, non ti sto mentendo... Un amante rispettabile dev’essere sincero coll’amor suo, se no non sarebbe un amante rispettabile, magari solo un cornuto di marito, eh!
FULVIA - (recitando, con voce rotta)
Il mio letto si sente solo soletto,
il caldino che fa il ponentino,
ma le nostre membra avvolge la tenèbra
mentre il passerotto fa pi-pi di sotto!
Ah, che versi! Ti ricordi quando me li recitasti la prima volta tra i filari adornati di papaveri? Un satiro eri, un satiro!...
Q. CURIO - E quando ti rincorrevo nei campi d’avena e ti sus-surravo:
Aspetta che il mio pesciolino
ti prepara un bel brodino!
FULVIA - ...E io ti montavo sulla schiena...
Q. CURIO - E poi ti montavo io... Eccome ti montavo!
FULVIA - (con ostentata collera) Fuori, porco traditore! Fuori!
Q. CURIO - Ma cosa ho fatto io...
FULVIA - Me lo chiedi, anche? Brutta testa pelata, non hai un asse, e te ne vai a vendere la tua virilità per un sesterzio? Fuori!
Q. CURIO - Ti giuro, mia adorata, che non sono andato a putta-ne. E come potrei se non ho il becco di un quattrino? Ma Fulvia mia, per quanto ancora? una settimana? un mese? Presto avrò tutti i denari che servono per farti felice... Ti potrò comprare ve-sti di lusso, ti farò abitare in una palazzina di marmi pregiati, ti comprerò tutte le schiave... niente schiavi maschi, però, eh? - ma le schiave più belle di Grecia sì, molto istruite per servirti a pun-tino... Fulvia cara, sarai la regina di Roma, se tu lo vuoi!...
FULVIA - (sarcastica) Ahà! e tu il governatore del favoloso O-riente, vero?
Q. CURIO - Chi lo può escludere? Chi può fermare la ruota del-la fortuna se gira il discorso?... Comunque, a senatore ci arrivo di sicuro!
FULVIA - Ma se ti hanno cacciato, dal senato!...
Q. CURIO - Erano altri tempi, cara mia, e poi tu sei l’unica a sa-pere che non me lo meritavo.
FULVIA - Ah, no?
Q. CURIO - Anche gli altri signori senatori fanno le corna alle mogli per andare con le ragazze, e una volta che mi sono mosso io!... Io, Quinto Curio, dovevo essere il capro espiatorio delle magagne altrui! Quel merdoso di censore voleva far carriera? E Quinto Curio ne ha fatto le spese! La guerra in Africa andava male? Ed ecco che cercano lo scandalo politico per fare che que-sti fessi di romani non parlassero dei consoli corrotti dai soldi di Giugurta, ma di quel brutalone di Quinto Curio... Quinto Curio, senatore a vita, è stato cacciato dal tempio di Giove a calci nel sedere perché una giovane donna...
FULVIA - Ma se era poco più che una bambina!...
Q. CURIO - Eh bambina! bambina! L’hai tu vista con tutte quel-le mossettine provocanti? Hai mai sentito come parlava volgarot-ta? Sai come chiamava il pisellino? eh, lo sai?
FULVIA - So che sei un depravato!
Q. CURIO - Per una carezzina? depravato per qualche carezzi-na?
FULVIA - Per le carezzine tu usi la lingua, ti conosco, brutto porco!
Q. CURIO - Porco! Si fa presto a dire porco! Uno che s’incanta davanti a un’opera d’arte è un porco, secondo te?
FULVIA - Un porco con la testa pelata! Ma dico io, le conse-guenze, non le vedevi? Un uomo, con la tua posizione, rovinarsi la carriera in un battibaleno, per una ninfetta da borgata, e ora sperare anche che gli stessi senatori che l’hanno processato ...
Q. CURIO - Gli stessi? e chi ti dice che saranno quelli stessi?
FULVIA - Già! e nell’aspettativa che quei bastardi vadano a in-grassare i cavoli, io che faccio? Guardami come sono sguarnita! Non diadema, né collane o catenelle intorno al collo, non brac-ciali né anelli... Mi pare di essere una derelitta, se vado alle pas-seggiate o allo spettacolo, mi sento additare da tutti: Ecco la ma-trona Fulvia, con la tunica lunga dell’anno passato!...
Q. CURIO - Resisti ancora un pochettino, mia cara, e ti prometto e giuro che fra non molto ti seppellirò sotto regali d’oro e di gemme senza prezzo, ti farò pisciare in un pitale d’argento inca-stonato di pietre preziose, ti...
FULVIA - Trippone mio, sento che stai per darmi una grande novità... lo sento... intuito di femmina non sbaglia...
Q. CURIO - Boh, quale novità ci dev’essere!... È che non si può andare avanti così! Non lo vedi tu stessa? Uno scandalo dietro l’altro, magistrati e senatori sempre più corrotti e imbranati, i poveri che bollono, i ricchi sempre più ingordi, lo stato che non ha soldi, i nobili indebitati fino al collo, il governo, la salvezza della repubblica affidata a un provinciale sempre in cerca di glo-ria di soldi e di femmine... Può continuare così, secondo te?
FULVIA - Peuh, in Italia!...
Q. CURIO - Eeeeh no! tutto ha un limite, per Ercole! Finalmente c’è un uomo coi coglioni grossi così decisissimo a capovolgere le sorti...
FULVIA - Ecco, lo sapevo, sei diventato anche tu un rivoluzio-nario!
Q. CURIO - (con decisione) No! - (con sussiego) Però, se anche fosse? Non avrei il diritto, anzi il dovere? Catilina è una persona rispettabile, lascialo dire a uno che è un suo amico, ma certe vol-te, che so... dice cose...
FULVIA - Cosa dice il nostro Lucio Sergio Catilina d’irriguardoso nei tuoi confronti? Dimmelo che lo picchio.
Q. CURIO - Sei stata intima anche con lui?!
FULVIA - Intima? Ma non dire balle, ha la sua Orestilla, lui!
Q. CURIO - Ammetto che ha testa, che è coraggioso, che parla bene...
FULVIA - Ma vuoi paragonarlo a Marco Tullio Cicerone? Lui sì che con un solo discorso fa tremare tutta Roma e tu, caro il mio testone pelato, se ti sei messo dalla parte di Catilina, cambia, cambia partito finché sei in tempo.
Q. CURIO - Io sono... il mio partito... Io voglio tornare al mio posto in senato, con Catilina o senza quel cazzo di Catilina!
FULVIA - Ah, l’avevo capito che facevi parte della cricca, sai? Ma per nostra fortuna ci sono qua io, e con me puoi parlare, ti puoi confidare, ché non dico niente a nessuno, zitta e mosca... O non hai fiducia nell’amore tuo?
Q. CURIO - Oh, da quanto tempo non mi parlavi così!...
FULVIA - Per forza, mi fai sempre arrabbiare!... Che bisogno c’è di andare a donnacce se hai una come me?
Q. CURIO - Ma se tu non ti concedi, io...
FULVIA - (mettendo le mani sui seni) Guarda.
Q. CURIO - Oh, lasciami vedere le mammelle!...
FULVIA - Ti faccio vedere le gambe, dopo invece...
Q. CURIO - Mi accontento delle cosce, che hanno meno peli. Io mi metto qui (si siede per terra) buono buono mentre tu alzi il sipario sulle tue bianche cosciotte grassottelle ...
FULVIA - (alzandosi la veste fin sopra il ginocchio) Guarda che bellezza... ti piacerebbe accarezzarle, eh?
Q. CURIO - Oh metà dell’anima mia, posso...
FULVIA - Non t’avvicinare che ti buschi un calcio in bocca!
Q. CURIO - Scusami, cara, ma avevo capito...
FULVIA - (lasciando ricadere il vestito) Basta così.
Q. CURIO - (querulo) Ma perché mi lasci sempre a metà!...
FULVIA - Ci possono vedere.
Q. CURIO - Se non c’è nessuno!...
FULVIA - Ci son le serve.
Q. CURIO - Ma se sono femmine anche loro!...
FULVIA - Sì, ma sono giovani. E io sono la padrona!
Q. CURIO - Mah, non capisco!...
FULVIA - Be’, non ti preoccupare, e raccontami invece cosa a-vete deciso stanotte: quanti siete? quando scoppierà la rivolta? - E dai! 
Q. CURIO - Mah, visto che sai già tutto!...
FULVIA - Ma se lo sanno anche i topi delle fogne che quell’avanzo di galera congiura...
Q. CURIO - Tu giurami sugli dei onnipotenti...
FULVIA - Giuro su tutto quello che vuoi, ma parla, cazzarola!
Q. CURIO - Ricordati che hai giurato... Ma, cosa volevi sapere?
FULVIA - Di Catilina, testone mio, di Catilina!
Q. CURIO - Non è soltanto lui, dentro ci sono i grossi, non può fallire.
FULVIA - Gente importante? quanto grossi?
Q. CURIO - Grossi così... Caio Giulio Cesare, il più nobile dei nobili ti dice niente? e Marco Licinio Crasso, il più ricco dei ric-chi, eh?!. Eppoi ci sono più di una dozzina di senatori, tra i mi-gliori di Roma e la colta borghesia... Marco Fulvio Nobiliore, che tutti conoscono; Lucio Statilio, che parla sempre male di suo padre arricchito con le commesse di guerra; Caio Cornelio... eh, quanti! Per non parlare di molti delle colonie e dei municipi, tutti aristocratici. Quasi tutta la gioventù, specie la nobile d’animo e di sangue, appoggia Catilina. Io, che nobile del tutto non sono, ma giovane sì, eccome, dovevo io tirarmi indietro e dare un cal-cio alla fortuna?
FULVIA - E questa sarebbe la tua fortuna, Quinto Curio?
Q. CURIO - Aspetta che uccidano Cicerone, poi vedi!...
FULVIA - Uccidere il console?!?
Q. CURIO - Appena si alza, all’ora del buongiorno. I pugnali sono affilati, mani esperte son pronte.
FULVIA - Pronte a uccidere un uomo che si fida di tutti? Ma è disgustoso! Nauseante, stomachevole! Quelle sono belve impaz-zite!
Q. CURIO - Una rivoluzione, come disse un mio amico, ehm... come si chiama, beh, fa niente, una rivoluzione non si può fare sul velluto, ma il simbolo della tirannia deve morire. Mille, duemila, non so, ma qualcuno deve morire.
FULVIA - E tu, tu, fai parte di una banda di criminali! Dov’hai la testa, Quinto Curio?
Q. CURIO - Quale testa, questa qui? Ah, la testa, noi, ce l’abbiamo sulle spalle, ma la testa, loro, ce l’avranno infilzata sulle nostre lance. È destino.
FULVIA - Stai a sentire, babbaccione, tu devi raccontare tutto al console.
Q. CURIO - Mai!
FULVIA - Per il bene tuo, mio, della nostra cara patria, devi far-lo!
Q. CURIO - Il bene mio è anche il bene tuo, d’accordo, così è giusto per due che si amano. Ma la patria che c’entra, che m’ha dato un calcio in culo? Ma, ragiona: se il bene mio è di diventare un ricco e rispettabile senatore, il bene tuo, che è anche mio, qual è? eh, qual è?
FULVIA - A te, nella congiura, che parte ti hanno assegnato?
Q. CURIO - (dopo una pausa) Per il momento mi sottovalutano, però Catilina in persona m’ha incaricato di raccogliere informa-zioni sugli umori del popolo.
FULVIA - (sarcastica) Ha ha ha!
Q. CURIO - C’è poco da ridere, ho naso, io!
FULVIA - Caro il mio grand’uomo, credi davvero che se vinco-no, cosa del tutto impossibile d’altronde, ti faranno senatore?
Q. CURIO - E lo credo bene!...
FULVIA - Ascolta, racconta tutto al console e raccomandati a lui se davvero vuoi uno scanno in senato!
Q. CURIO - Lo vuoi capire o no che non posso tradire i miei a-mici?
FULVIA - Hai scordato gli eserciti che sono al seguito di Pom-peo Magno? E Pompeo è dalla parte del senato di sicuro. E ti sei anche scordato che Roma può levare un esercito, due eserciti, cento eserciti in un batter d’occhio? Volete combattere contro cento eserciti? volete abbattere il potente senato romano con quattro stracci? E la polizia, da che parte sta la polizia? Potete ar-ruolarne uno, dieci, cinquanta, ma che sono cinquanta poliziotti su cinquemila? Poveri illusi! Povero il mio Quinto Curio ancora indeciso se tornare tra la gente assennata!
Q. CURIO - Secondo te, dunque... No, meglio non pensarci!
FULVIA - Pensaci, invece! Guarda il tuo interesse!
Q. CURIO - Sì, ma tradire!...
FULVIA - Immaginati la scena... Tra un’ora, forse meno, molto meno, Marco Tullio si alza, entra nella sala di ricevimento. È tranquillo, sa di aver fatto il suo dovere di cittadino e di grande uomo politico, non ha ragione di aver timore di nessuno, ha la coscienza chiara e netta come quella di un bambino, del nostro bambino, se mai ne avremo uno...
Q. CURIO - Ma perché mi parli così!...
FULVIA - Tra tutti coloro che si fanno incontro al console per augurargli il buongiorno, e stringergli la mano, ci sono due co-raggiosi, come li chiami tu, che stringono invece il pugnale... A proposito, come si chiamano?
Q. CURIO - Cetego uno, l’altro Marcio.
FULVIA - Marcio, e non solo di nome, col sorriso sulle labbra sfodera il pugnale e colpisce una prima volta... Il ferro si affonda nella carne di quell’uomo integerrimo che ancora non si rende conto di tanta cattiveria, e prima di poter perdonare, perché un magnanimo sempre perdona!, Cetego alle spalle lo colpisce an-cora...
Q. CURIO - Mi fai rizzare i capelli, come racconti le cose!...
FULVIA - Il sangue sfiotta dalle ferite aperte, la tunica si arrossa di sangue, il povero uomo impallidisce e cade... Quinto Curio, è questo che vuoi?
Q. CURIO - Ma veramente...
FULVIA - E cosa credono di ottenere questi coraggiosi? I littori li circonderanno e saranno abbattuti come cani, gli altri non a-vranno neppure il tempo di fiatare e tutti, tutti te compreso, sare-te arrestati e impiccati. O Quinto, Quinto! Come sarei infelice se restassi sola! Se questo bel collo adorato fosse offeso da un vi-scido cappio! Come sarebbe bello se invece tu ritornassi un ri-spettato e ossequiato senatore...
Q. CURIO - Sì, per Giove, ma come? Credi che io non ci pensi? Questa mi pareva una buona strada!...
FULVIA - L’unica tua salvezza, l’unica nostra salvezza è la strada che porta al senato... Per arrivarci devi passare attraverso una buona parola del console.
Q. CURIO - Credimi, amore, non me la sento! Un giuramento è sempre un giuramento! Che mi serve essere senatore se poi gli dei mi puniranno dello spergiuro?
FULVIA - Lo farò io per te.
Q. CURIO - Allora è diverso!...
FULVIA - Andrò da Cicerone e, senza fare il tuo nome, raccon-terò quanto basta per mettersi in salvo.
Q. CURIO - E tu pensi che mi faranno senatore?
FULVIA - Ti rendi conto che stai salvando la repubblica? Non conosci il buon cuore di Marco Tullio? Dove sarebbe allora la ri-conoscenza? Bene, occorre affrettarsi.
Q. CURIO - Ma tu mi avevi promesso che...
SERVA - Signora, il bagno è pronto.
FULVIA - Hai visto? L’acqua si raffredda.
Q. CURIO - Ma ci impieghiamo poco!...
FULVIA - E come potrei godere sapendo che da un momento all’altro un uomo può essere assassinato? Ti piace a te una donna che resta insoddisfatta della tua virilità?
Q. CURIO - Hai ragione, non ci avevo pensato. Ti aspetto per quando torni?
FULVIA - No, nessuno deve sapere che sei stato qui... potrebbe-ro sospettare... Va’ fuori città per qualche tempo. Ti manderò a chiamare io al momento opportuno... va’ ... va’...
Q. CURIO - Promettimi che almeno penserai a me vestito da se-natore....
FULVIA - (spingendolo verso l’uscita) Te lo prometto, te lo prometto. Ora vai, e non farti scorgere da nessuno. Addio.
Q. CURIO - (uscendo) Addio, mia adorata, tre quarti dell’anima mia... addio... Pensami... addio....
FULVIA - Dunque, facciamo il punto della situazione. Se le in-formazioni di quel coglione sono esatte, Catilina ha deciso di scatenare il putiferio anche qui, nel cuore della capitale. Per pri-ma cosa bisogna fermare i pugnali di Cetego e Marcio; se quelli riusciranno a colpire finiremo tutti nella merda, quindi la cosa migliore sarebbe di farli trapassare dal sonno alla morte, senza soluzione di continuità. Dopo di che isolare gli altri non dovreb-be essere un’impresa impossibile e se anche non si riesce ad ac-chiappare Catilina, per il momento il pericolo è scongiurato... Presto, andiamo ad avvertire il console, prima che sia troppo tar-di... Un uomo come lui sa essere riconoscente di tanta solerzia... Mi sa, cara Fulvia, che ti sei fatta una posizione, una posizione davvero ragguardevole!... 







3


Nella villa di Cicerone, in via dei Falcieri a Roma, la mat-tina del 7 novembre del 63


CICERONE - A me servi! sprangate le porte! littori, raddoppiate le pattuglie! tu, a quella finestra! tu e tu, all’ingresso del vestibo-lo! voi, sorvegliate l’atrio! E voialtri, nel peristilio! di corsa! Servi, in cucina, tenete gli occhi aperti! in ogni stanza due guar-die! qualcuno giù in cantina... Presto, muovetevi, la vita della re-pubblica è in pericolo! Littori, tenete d’occhio il giardino! Nes-suno entri senza il mio consenso!... Fino a quando, dunque, Cati-lina... Oh dei immortali, per quanto tempo ancora la tua pazzia si farà gioco di noi? sopporteremo noi, consoli, un Catilina che chiede di ricoprire d’assassinii e d’incendi la terra? Che tempi! che costumi! che gente!...
GUARDIA - (entrando) Signore, c’è il legato Marco Petreio.
CICERONE - Chi, quello grasso e calvo? con la barbetta brizzo-lata? con un neo sulla punta del naso? con...
GUARDIA - Sì, signore, è proprio lui.
CICERONE - Sei sicuro di non sbagliarti? hai notato se il neo è finto? Ne va della tua testa... Sei certo di quello che dici? (la guardia si stringe nelle spalle e allarga le braccia) - Fallo passa-re.
(Esce la Guardia ed entra M. Petreio, raggiante)
M. PETREIO - Buona giornata al console nostro.
CICERONE - (sospettoso) E anche al nostro Marco Petreio.
M. PETREIO - Sono pervenute novità molto interessanti dall’Oriente. Gneo Pompeo ha finalmente sgominato, con un po’ di fortuna, vero... con la fortuna dalla sua ha vinto il nostro capi-tale nemico. Mitridate si è rifugiato in casa di suo figlio Farnace e qui si è ucciso.
CICERONE - Certo sarebbero delle belle notizie se a Roma re-gnasse l’ordine e non l’anarchia. Il nostro nemico capitale ce l’abbiamo qui in casa, caro il mio generale!...
M. PETREIO - Di sicuro al suo rientro Pompeo vorrà il trionfo, sarà acclamato il padrone di Roma. Come dovremo comportarci?
CICERONE - Prima di entrare in città i generali devono licen-ziare l’esercito, è la regola. Poi si vedrà. Lo nominerò senatore a vita, non è abbastanza?
M. PETREIO - Pompeo non sarà così scemo da licenziare l’esercito senza ottenere prima una contropartita. Hai dimentica-to Silla?
CICERONE - Non gli basta il senato? cosa vuole di più? vuole forse la dittatura? Se la prenda! se la prenda! vedrà com’è pesan-te! quanti pericoli! che batticuore! quanta insonnia! Eppoi, ab-biamo generali altrettanto validi...
M. PETREIO - Modestamente, Marco Tullio.
CICERONE - Cosa dovrebbe fare il senato e il popolo di Roma, chiamare tutti i generali vittoriosi alla responsabilità di governo? al posto più alto?
M. PETREIO - No, no, per carità, tutti no, i più meritevoli però...
CICERONE - Eh, i più meritevoli! i più meritevoli! Marco Pe-treio, di buona grazia, m’insegni come si fa a stabilire il merito di un generale?
M. PETREIO - Se vince, vero...
CICERONE - Ecco, lo sapevo! E se perde per avversa fortuna? per la viltà dei soldati? per la superiorità numerica dei nemici? Non hai tu stesso detto che la fortuna è stata dalla parte di Pom-peo? No, no, caro Petreio, lasciate la politica a noi politici. Per il resto che gli dei immortali ci proteggano.
GUARDIA - (entrando) Signore, il console Caio Antonio aspet-ta di essere ricevuto.
CICERONE - Che entri. Era ora.
GUARDIA - Con lui c’è il pretore Valerio Flacco.
CICERONE - Sia il benvenuto anche il pretore.
(Esce la Guardia ed entrano Caio Antonio e Valerio Flacco)
C. ANTONIO - Buon giorno al nostro Marco Tullio e al genera-le Petreio.
CICERONE - Salute all’amico Antonio e all’amico Flacco, no-stro valoroso pretore della Suburra.
V. FLACCO - Buongiorno al console Cicerone.
CICERONE - Come sta oggi il nostro collega?
C. ANTONIO - Non me lo ricordare, Marco Tullio! Stanotte ho avuto un tremendo attacco di gotta... non ho chiuso occhio... Do-lori così atroci, mio caro, da non augurare a nessuno.
CICERONE - So io a chi si potrebbero augurare! Ma tu, ora più che mai, è necessario mantenerti sano.
V. FLACCO - Basterebbe simpatizzare di meno col dio Bacco, vero Caio Antonio?
M. PETREIO - E Afrodite Pandemia dove la mettiamo?
C. ANTONIO - Non è il buon vino, amici miei, non sono le donne, sono le preoccupazioni politiche, sono!
CICERONE - Allora, caro amico, il tuo attacco di gotta sarà de-stinato a durare un pezzo. (solenne) Signori, il bubbone sta per scoppiare!
C. ANTONIO - Catilina?!?
CICERONE - Catilina? E che, un politicante fallito, che nessuno più saluta se entra in senato, sarebbe il nostro principale nemico? Ohimè, con lui altri, moltissimi altri scervellati, corrotti dall’ambizione e dalla brutalità dei tempi, tentano la strada della violenza.
V. FLACCO - Hai dei sospetti, Marco Tullio?
CICERONE - Non più sospetti, amici, ma notizie certe. In casa del vecchio Leca stanotte si sono radunati tutti i capi della con-giura e hanno giurato la mia morte e la distruzione della repub-blica. Capite? La mia morte! Cicerone è il primo a dover mori-re!, hanno sentenziato.
C. ANTONIO - Che farabutti! E di me, a me quale sorte hanno riservato?
CICERONE - Chissà se tu sei così importante da valere una condanna a morte, malandato come sei!... Per me sì, invece, e stamane due vili sicari dovrebbero presentarsi in casa mia, e al posto del buongiorno darmi due pugnalate nella pancia. Ma gra-zie a Giove sono stato preavvertito in tempo da amici fidati, e ho fatto sbarrare porte e finestre.
C. FLACCO - È fidato, proprio fidato l’amico che ti ha riferito...
CICERONE - Oh numi! Valerio Flacco vive sull’albero? o il pretore sente il dovere di verbalizzare la tragedia della nostra ca-ra patria che sta sprofondando?
C. ANTONIO - Ah, la mia gotta! Sento un altro attacco, lo sento salire dai piedi!...
M. PETREIO - Suggerisco di prendere le misure necessarie...
CICERONE - Su questo non ci sono dubbi, ma come? ma quali? Io ho l’onore e l’onere, ohimè, di provvedere alla salvezza della repubblica, ma gli eversori non sono gente dappoco... Ci sono nomi... C’è da tremare! c’è da tremare!
C. ANTONIO - Ci sono persone ragguardevoli? sono potenti? sono ricchi?
CICERONE - La schiuma della nobiltà, amico mio, sostenuta dall’alta finanza, altro che ricchi! Il nome di Marco Crasso non ti dice niente?
C. ANTONIO - Crasso? Marco Licinio Crasso lo speculatore?
CICERONE - E Cesare? il potente e nobile Caio Giulio Cesare?
C. ANTONIO - O Giove padre! dobbiamo dunque dedurre che mezza Roma si è schierata dalla parte di Catilina?
CICERONE - È mezz’Italia, altro che mezza Roma, pronta a sal-tarci addosso! Contadini e artigiani, ricchi e nullatenenti, liberti oziosi e nobili corrotti, schiavi, ladri e prostitute, tutti, tutti quan-ti ben orchestrati dal danaro e dalla brama di novità faranno scat-tare le molle ai pugnali dei congiurati!
C. ANTONIO - Questo popolo l’abbiamo lasciato sbadigliare troppo, e ora si rivolta contro di noi. Ci sta bene, così impariamo a comportarci da galantuomini!...
CICERONE - Se gli ottimati vogliono mantenere il potere, com’è giusto, occorre riconquistare la plebe a ogni costo. Aprire i granai, organizzare grandi spettacoli, formarsi delle clientele più solide soprattutto nel campo dell’impiego pubblico, concede-re con una mano e picchiare con l’altra i più facinorosi, buttarli in galera, anche giustiziarli se è per il bene della democrazia, per l’ordine e la tranquillità politica!
V. FLACCO - Questa può essere una buona strategia per il futu-ro, se campiamo, ma per il momento, abbiamo prove di questa congiura? Non sarà come quella di tre anni fa che poi si è rivela-ta una bolla di sapone?
CICERONE - Prove? (girando per la stanza e agitando le brac-cia) Il signore vuole le prove! vuole i testimoni oculari! ora non si fida più neanche dei servizi segreti! che dico, del suo console in persona!
V. FLACCO - Sulla parola del console metto la mano sul fuoco, ma i nostri servizi segreti, o console, tu lo sai bene...
C. ANTONIO - Servizi o non servizi, in via confidenziale ab-biamo sempre saputo, no?
V. FLACCO - Si potrebbe arrestarli e istruire un bel processo indiziario; prima della sentenza, ossia di qui a quattro anni come minimo...
C. ANTONIO - Tra un cavillo e l’altro anche otto, se quattro non bastano per spuntargli le corna!
CICERONE - Occorre agire, non so come ma occorre agire! - (con eloquenza oratoria) Signori, le responsabilità sono collegia-li, e tutti noi dobbiamo decidere il quando e il come. Io la mia parte l’ho fatta. Ricordate che il 21 ottobre, il giorno in cui il se-nato mi concesse pieni poteri, ho predetto, cosa assai straordina-ria, anche la data della congiura? Ricordate l’aspetto atterrito dei senatori, quelli probi e quelli disonesti, mentre fuggivano da Roma, non tanto per porsi in salvo, dicevamo, quanto per fru-strare i piani di Catilina? Allora, mentre intorno tutto franava, noi ci levammo, uomini di polso, ad assolvere il nostro dovere verso lo stato, a quietare il panico della plebe, l’agitazione degli onesti...
GUARDIA - (entrando) Mi scuso, signore, c’è di là Quinto Fa-bio Sanga che chiede udienza.
CICERONE - Non tu, ma Sanga giunge a proposito. È solo?
GUARDIA - È con tre individui che, se mi è lecito pensare, so-spetto siano piedipiatti.
CICERONE - Come osi... Che passi Sanga, gli altri restino fuori. (La guardia esce) Per troppa prudenza non è mai morto nessu-no... Ma perché dovrebbe toccare proprio a me?
SANGA - (entrando) Salute a te, console! E salute anche ai tuoi preziosi ospiti!
CICERONE - Salute anche a te, prefetto Sanga.
C. ANTONIO - Sguinzaglia i tuoi segugi, prefetto, se non vo-gliamo che la salute tua e nostra vada a farsi fottere!
SANGA - La tua, Caio Antonio, c’è vicina, se non provvedi ad abbassare il gomito. Come va la tua vescica?
CICERONE - Caio Antonio è preoccupato per la salute della pa-tria, non per la sua.
C. ANTONIO - Preoccupazioni politiche, mio caro, che tu, beato te, da semplice poliziotto non potrai mai avere.
SANGA - Ma non siete voi che ci strombazzate nelle orecchie che il nostro compito istituzionale è quello di servire e non quel-lo di pensare?
CICERONE - (severo) Il senato e il popolo di Roma non gradi-scono il tuo sarcasmo, signor capo della polizia!
SANGA - Che ho detto? ho soltanto ribadito che la polizia ha sempre servito il potere con spirito di sacrificio e fedeltà, mai venuti meno. Non ci chiamano forse i servi del regime? e con quali vantaggi per i miei uomini? e per il sottoscritto? eh?
M. PETREIO - Una promozione, vero, il nostro Quinto Fabio, al quale in verità mai nulla abbiamo avuto da rimproverare, vero... un giusto avanzamento di carriera, vero...
SANGA - Vivagiove, qui si parla di gratifiche! Avanti, sputate il rospo!
C. ANTONIO - Il rospo ha tanto di nome e cognome: si chiama Lucio Sergio Catilina.
CICERONE - La mia vita è in pericolo, Sanga.
C. ANTONIO - La polizia ha il preciso compito di proteggere l’incolumità dei consoli!
SANGA - Ollallà, dunque rispunta il terrorismo!...
C. ANTONIO - Sembra pure contento, quest’incosciente.
SANGA - Fiducioso, soltanto fiducioso... Come fate a saperlo?
CICERONE - I consoli hanno orecchie lunghe, caro Sanga, ca-paci di captare anche il brusio più lontano, mentre la polizia, di-ciamo così, dorme la grossa.
SANGA - Ci state forse accusando di inefficienza?
CICERONE - Oh no, se si tratta di sbirciare nella vita privata dei senatori; no di certo per deviare indagini, siete troppo efficienti a compilare fascicoli personali sul nostro conto. Ma quando invece si rende opportuno, indispensabile, sacrosanto scoprire i com-plotti contro lo stato, allora...
SANGA - Catilina complotta? bella novità! Ma se sono dieci an-ni che gli possiamo mettere le mani addosso e voi politici ce lo impedite perché vi ha sempre fatto comodo la strategia della spi-na nel piede, o come cazzo la chiamate voi! Catilina è un delin-quente! Catilina è un anarchico! Catilina là e Catilina qua! Ho fatto la testa tanta ai miei uomini a forza di ripeterglielo, ma quel Catilina regolarmente si presentava alle elezioni e regolarmente veniva trombato dalle vostre astuzie di politicanti!...
V. FLACCO - Ma stavolta la congiura c’è davvero, e di vaste proporzioni, anche. Si sono riuniti stanotte, a detta di Marco Tul-lio, e hanno decretato il terrore.
CICERONE - Che intendi fare, Quinto Fabio?
SANGA - Io? li arresto. Che altro posso fare?
V. FLACCO - Ma non ci sono prove.
SANGA - Da quando in qua occorrono prove per arrestare qual-cuno?
V. FLACCO - Ma almeno la testimonianza di qualche infiltrato, qualche pentito...
SANGA - Prima quegli stronzi puzzolenti li buttiamo nelle fo-gne, poi qualche prova si trova sempre, non c’è problema.
CICERONE - Non ci sono pericoli? Mi pare che un minimo di legalità repubblicana...
SANGA - (sarcastico) Legalità! il console parla di legalità! Per non andare troppo indietro, è stato forse legale ammazzare Tibe-rio Gracco con trecento seguaci che chiedevano soltanto la ri-forma agraria? E quando avete fatto fuori suo fratello, anche lui tribuno della plebe regolarmente eletto, avete fatto questione di legalità? Ben tremila loro partigiani avete condannato a morte: erano processi regolari, quelli? E dentro, c’era anche mio padre.
C. ANTONIO - Tagliamo la testa al toro! Votiamo d’urgenza una legge sul legittimo sospetto e li incastriamo legalmente, eh?
V. FLACCO - Ma non ci sono i tempi tecnici, mentre qui occor-re andare alla svelta...
C. ANTONIO - Caro Sanga, come vedi siamo nelle tue mani. Che ci consigli? fuggire da Roma? Non certo per viltà...
SANGA - Calma, signori, dovete semplicemente continuare a cavalcare la lupa, se vi preme il potere. - Marco Tullio, oggi stesso parlerai nel Foro alla cittadinanza. Sei abile e lesto di pa-rola...
CICERONE - Modestamente.
SANGA - ...Non ti sarà difficile infondere sgomento tra i plebei e allarme tra i conservatori. Tu dirai che Roma sarà messa sotto-sopra, incendiata e martoriata; che il nuovo catasto i proprietari indebitati dovranno aspettarselo da un console come te, e mai e poi mai da Catilina; che in mezzo all’impazzare generale sarà i-nimmaginabile che le loro proprietà restino inviolate... Insomma trova tu le parole a più effetto... Intanto metteremo una taglia su quei fetenti, perché, di questi tempi, chi sarà mai insensibile al denaro?...
C. ANTONIO - Buona idea, non ci avevo pensato. Ma guarda questo Sanga!
M. PETREIO - Tu, quanto proponi?
SANGA - Se il denunciante è uno schiavo, basta promettergli la libertà, che non ci costa niente...
M. PETREIO - Con una bella campagna di guerra, vero, potre-mo rimpiazzare non uno, ma migliaia di schiavi. Sapete ultima-mente quanti prigionieri ho fatto?
SANGA - Se invece sarà una donna a collaborare con noi, pro-metteremo centomila sesterzi...
C. ANTONIO - Ma Sanga, ti ha dato di volta il cervello?
CICERONE - Eh, Sanga, centomila sesterzi!...
SANGA - Ho detto promettere, che costa ancora meno che per gli schiavi.
C. ANTONIO - Ma tu guarda, ma guarda questo Sanga!
SANGA - Se invece saranno liberi cittadini, eh!, la cosa si com-plica, perché... Perché, secondo voi?
CICERONE - Non sappiamo, diccelo tu.
SANGA - Qual è la caratteristica del cittadino romano? eh?
M. PETREIO - È indolente, come generale ne ho una triste espe-rienza, mentre i provinciali...
SANGA - Lascia perdere la guerra e considera il plebeo romano e dimmi se per quattro soldi non tradirebbe il padre, la madre e perfino Giove Olimpio...
C. ANTONIO - A maggior ragione tradirebbe quel rottinculo di Catilina!...
SANGA - Giusto! e te la immagini la fila davanti alla Questura di gente che ha qualcuno da denunciare o qualcosa di cui pentir-si?
V. FLACCO - In effetti risulta dagli atti che ai tempi di Silla i delatori superarono gli stessi abitanti di Roma. Come questo fos-se possibile nessuno l’ha mai capito.
CICERONE - Segreto di stato?
V. FLACCO - No, segreto bancario, con tutto l’arraffa arraffa di quegli anni, dal primo all’ultimo funzionario.
C. ANTONIO - Ma ci costerà l’iradiddio!
SANGA - Non vuoi guarire dalla tua gotta, Caio Antonio?
C. ANTONIO - Sì, ma c’è un limite a tutto!
M. PETREIO - Potremo sempre rifarci delle spese con una bella campagna di guerra, vero?
C. ANTONIO - Meglio raddoppiare la tassa di circolazione su carri e carrette, è più sicuro.
SANGA - E triplicare quella sulle lettighe!
C. ANTONIO - Le lettighe non si toccano!
CICERONE - Infatti all’erario renderebbero poco o niente e ci faremmo un sacco di nemici che contano. Meglio un’imposta straordinaria sulla casa; tutti hanno un tetto sopra la testa, no?
C. ANTONIO - Con esclusione delle ville, naturalmente, che danno lavoro a tanti sfaccendati. Pensate, ho sei giardinieri, un carpentiere, tre stallieri...
M. PETREIO - Da me soltanto la piscina occupa...
CICERONE - Marco Petreio, perché invece di darci l’elenco dei tuoi lavoranti non ti occupi della strategia militare? A Fiesole c’è Caio Manlio...
M. PETREIO - Boh, un semplice centurione!...
CICERONE - Sì, ma abile e coraggioso, e tu lo sai. Chi ci man-di?
M. PETREIO - Il legato Metello Cretico andrebbe benone.
C. ANTONIO - Nient’affatto, ci manderemo Pompeo Rufo!
M. PETREIO - A Metello non abbiamo concesso il trionfo dopo la guerra cretese; penso che un contentino ora come ora...
V. FLACCO - La repubblica sta tirando le cuoia e tu parli di contentini, Marco Petreio?
M. PETREIO - Metello Cretico è uno dei generali più esperti ...
SANGA - E raccomandati!...
M. PETREIO - Sanga, perché non t’interessi dei cazzi tuoi inve-ce di venire qui a sfruculiare il potere esecutivo e quello milita-re? Ho detto che Metello Cretico è un amico fidato, oh!...
C. ANTONIO - La repubblica, in questo momento critico, può fare a meno dell’amico... Cretico. Toh, prendi questa!
M. PETREIO - E tu, allora, non sei intimo di Pompeo Rufo?
C. ANTONIO - E me ne vanto, per Ercole! Parliamoci chiaro, temi forse per i tuoi latifondi in Etruria se ti sei intestardito di mandarci il generale sperimentato?
M. PETREIO - Chi, io? Figurati! Ho migliaia di schiavi ben ar-mati sui miei latifondi; e gli do da mangiare, io!
CICERONE - Signori, vi prego, non degeneriamo... Vuol dire che agirò con l’autorità di cui sono investito e manderò Metello Cretico in Apulia, e a Fiesole invierò Quinto Marcio Re. Lo co-nosco personalmente e mi pare in gamba.
M. PETREIO - Ah, questa è bella! Un imboscato alla testa di una legione! Sai come vinciamo la guerra, così?!
CICERONE - Petreio, questa non è una guerra come le altre. Davanti a noi non ci sarà quel minchione di Pirro, che perdeva anche quando vinceva, ma gente istruita, che sa i nostri trucchi e i nostri punti deboli. Per batterli ci vuole cervello, non elefanti.
C. ANTONIO - Pompeo Rufo dove lo mandiamo?
CICERONE - Il tuo Pompeo andrà a Capua, dove c’è rischio che si sollevino gli schiavi. Si dice che Catilina assoldi anche i gla-diatori tra le sue file.
V. FLACCO - Nel Piceno, contro Settimio di Camerino, sarebbe però auspicabile mandarci un pretore. O no?!
CICERONE - Ci manderemo Metello Celere...
C. ANTONIO- Ma se mormorano che gli mancano soltanto le giarrettiere!....
CICERONE - Meglio, in tal modo, per troncare le dicerie, andrà all’assalto con supremo sprezzo dei pericoli che correrà la sua persona.
V. FLACCO - Un pretore d’assalto? Ricordiamoci di Spartaco, che fece il bello e il cattivo tempo per tre anni che ci son sembra-ti tre secoli! 
CICERONE - Alla fine però vince sempre Roma. E sapete per-ché?
SANGA - Perché ha culo!...
CICERONE - Non raccolgo, caro Sanga, la maldicenza su una città fondata per volere divino. Può Catilina opporsi alla volontà degli dei?
SANGA - Catilina non può opporsi alla volontà di Quinto Fabio Sanga, dei permettendo!...
CICERONE - Lo sentite? fa presto, lui... Tu, Sanga, te la senti, come capo indiscusso della polizia, te la senti di assicurarci che se giustiziamo Catilina e cinque o sei o sette congiurati, la sedi-zione non sarà soltanto placata ma soffocata per sempre? eh?
SANGA - Come faccio...
CICERONE - Per l’appunto, come fai? (in tono oratorio, con frequenti pause) Io affermo invece che, se eliminiamo tra tante canaglie lui e pochi dei suoi, saremo liberi dalla paura e dall’ansia per breve tempo, ma l’insidia continuerà a covare nel sangue e nelle viscere dello stato. Come accade per gli ammalati gravi...
C. ANTONIO - Ah, la mia gotta!...
CICERONE - ...Che sconvolti dalla febbre alta, se bevono acqua gelata sembrano sul momento trarne sollievo, ma sono ancora più e molto più di prima tormentati, così è per la repubblica. Il mio parere dunque è che se Catilina esce da Roma, e si trascina dietro, e raduna al campo di Manlio quei rottami raccolti in ogni dove, noi possiamo estirpare con un colpo secco questo bubbone dello stato, ormai purulento, e ancor più la genia e la radice dei sovversivi.
(Cicerone, davanti agli applausi da tutti ostentati, appare raggian-te)
M. PETREIO - Io sono d’accordissimo con Marco Tullio. Ci oc-corre soltanto sapere, vero, se ci offriranno una volta in Etruria una bella battaglia campale, vero, oppure saranno talmente caca-sotto da trasformarsi tutti in guerriglieri, che gli dei ci protegga-no!
SANGA - A brigante, brigante e mezzo! Coi metodi della poli-zia...
CICERONE - Caro Sanga, conosco purtroppo gli eccessi... gli abusi....
SANGA - Il mestiere che faccio non è per deboli di stomaco, o console.
C. ANTONIO - Si mormora però che le torture ti eccitano il bas-so ventre.
SANGA - Parliamoci chiaro, signori dell’alta politica, quando la polizia vi fornisce i risultati delle sue indagini, voialtri avete mai chiesto i metodi con cui quei risultati sono stati raggiunti?
CICERONE - E io, signor capo della polizia, da politico ti ri-spondo che Catilina potrebbe anche vincere, absit iniuria!
C. ANTONIO - Ecco, Sanga, cerca di afferrare il sottinteso che il nostro console...
SANGA - Lo afferro, lo afferro, però se ci date carta bianca non solamente contro l’atto delittuoso, ma anche contro la malizia che lo precede...
C. ANTONIO - Bene, Sanga, sai che ti sottovalutavo?
M. PETREIO - La legge marziale sarebbe...
V. FLACCO - Quella ordinaria, quella ordinaria è già più che sufficiente.
CICERONE - Roma è madre di buone leggi, e la prossima, che io stesso, nutrito di diritto, mi incaricherò di stilare davanti al se-nato, seguendo i vostri apprezzati suggerimenti, sancirà che colui che muove un dito in città, chi viene sorpreso, non dico a com-piere, ma anche solo a pensare qualcosa che sia contro lo stato... Eh, Sanga, che te ne pare?
SANGA - L’arresto cautelativo!
V. FLACCO - E un processo per direttissima!..
CICERONE - Bene, bene, ci penseremo meglio. Voi intanto di-sponete le forze come convenuto. Io, se permettete, vado a pre-parare il discorso per il pomeriggio...
C. ANTONIO - Mai la vita della repubblica fu appesa alle tue parole come in questo momento.
CICERONE - Non temere, Caio Antonio, con l’aiuto degli dei non saranno le parole a mancarmi, tu lo sai.
M. PETREIO - Né sarà la mia spada!
SANGA - Né la protezione determinante della polizia!
V. FLACCO - E tanto meno la persuasione della legge!
CICERONE - Non avrò peli sulla lingua, stavolta. Aggredirò quell’infame, lo chiamerò assassino, adultero, depravato, corrut-tore dei giovani, tutto!
SANGA - E la folla ti osannerà urlando: sulla forca! sulla forca!
CICERONE - Guardateli - griderò ai quattro venti - guardateli! con i capelli lisciati, con la barba tagliata ad arte, con tuniche fi-no ai piedi e dalle maniche lunghe, e non vestiti di toga, ma di veli fluttuanti... Eh, che ne dite? devono apparire diversi...
M. PETREIO - Corruttori dei costumi...
V. FLACCO - Vergogna della società!
CICERONE - Sentite, sentite la mia eloquenza diabolica... - Tutta l’attività della loro vita, la resistenza alle veglie non si nota che nei festini che si prolungano fino all’alba! In questo branco ci sono i bari, gli adulteri, i seduttori, gli svergognati di Roma!
C. ANTONIO - A morte i bastardi! - Sanga, prendi, prendi ap-punti.
CICERONE - Giusto, Sanga, segnati i punti delle ovazioni... - Cosa vogliono dunque questi sciagurati, abili soltanto ad amo-reggiare, a danzare e a cantare, cos’hanno intenzione di fare?...- Ah, non è uno squarcio di grande oratoria? e notate che sto im-provvisando... - Si porteranno forse al campo le loro amanti, vi-sto che le notti sono ancora così lunghe?
C. ANTONIO - Buona, questa!
CICERONE - E come affronteranno i geli e le nevi dell’Appennino? - sottolineo la fine ironia - A meno che non si ritengano meglio addestrati all’inverno per aver imparato a dan-zare nudi nelle orge!.. U-uh, che stoccata! - Questa sentina di lordura... Basta, ci vedremo tutti nel Foro. Raccogliete gente fi-data e convogliatela al mio comizio. Gli applausi fanno sempre piacere, dopotutto... Sanga, disponi del servizio d’ordine affin-ché non ci siano spiacevoli sorprese. Con questo vi lascio, amici miei; addio.
(Tutti salutano ed escono. Cicerone rimane solo in mezzo alla stan-za, provando i gesti del discorso)











4

Nel Foro, pomeriggio dell’8 novembre 63

(Entra da destra Q. Curio e si avvicina con circospezione a un ven-ditore che sta magnificando la sua mercanzia)

VENDITORE AMBULANTE - Avvicinateci, signori miei, av-vicinatevi! Tutto a prezzi di svendita! Pettini e spilli, parrucche, tinture per capelli! Per la bellezza delle vostre dame, i prodotti più venduti, i più richiesti!... Signore, non mi compri un po’ di rosso per le rugiadose labbra della tua bella?...
Q. CURIO - Io? no... no...
VENDITORE - Costa una miseria, signor mio! Questo bel vaset-to di ocra solo quindici sesterzi! e, aspetta, ammira l’ombretto per gli occhi... Pura polvere d’antimonio, credimi!, per quattro-cento sesterzi è tua, prenditela! Ma se vuoi risparmiare, qui ab-biamo qualcosa di più economico... guarda, solo due assi, signo-re, paghi solo la confezione...
Q. CURIO - No... un’altra volta, magari... la mia signora è via... Piuttosto, non dicevi che hai delle parrucche?...
VENDITORE - Eccome, per Mercurio! Abbiamo qui ogni pro-dotto di bellezza! Questa, nero ebano, amico, è fatta di capelli veri, garantiti, delle più belle ragazze dell’India... Ma se la tua signora preferisce essere bionda, ecco cosa fa per lei: una bellis-sima parrucca imbiondita con sego di capra e cenere di faggio, una formula ultrasegreta...
Q. CURIO - Bella, veramente bella! Le donne si trattano bene, ohimè, e per noi uomini, invece, mai niente di niente. Del resto la virilità esige..
VENDITORE - Niente? Tutto mio bel signore.. Tinture per ca-pelli? No, non ne hai bisogno, giovanotto... Belletti? profumi? néi di stoffa? hai la pelle delicata e il tuo barbiere la mano pesan-te? Quest’impiastro emostatico è davvero miracoloso: tele di ra-gno bagnate nell’olio con l’aceto. L’uso anch’io, garantito! Quest’altro impiastro...
(Entrano dei soldati)
SOLDATO - Via! Via! Qui non si può stare! Ci sarà un comi-zio! Sgombrare! sgombrare!
Q. CURIO - Dov’è che tieni bottega?
VENDITORE - (raccogliendo le sue cose) Al Vimonale, mio ca-ro.
Q. CURIO - Meglio vederci al Viminale, allora.
VENDITORE - Vieni al Viminale, amico, e troverai impiastri che neanche te li sogni, garantito! 
(Entrano da sinistra Sempronia e Fulvio, giovane e trasandato)
SEMPRONIA - Poeta, non entrare in orbita, oggi non mi tenti coi tuoi versi.
FULVIO - Oh, la fanciulla fuggitiva!...
SEMPRONIA - Hai fatto caso che la fanciulla da te non ha anco-ra rimediato il becco di un quattrino?
FULVIO - Cos’è l’amore senza la musica del verso?
SEMPRONIA - Meglio una scopata silenziosa cui segue la mu-sica degli aurei, mio caro!
FULVIO - Gli affari sono affari, eh?
SEMPRONIA - In questo meraviglioso paese il fine di tutto non è il denaro?
FULVIO - Che gli dei siano stramaledetti, ma quando sprofon-derà questo barcone?
SEMPRONIA - Quando non si riuscirà più a turare le falle, mi pare ovvio.
FULVIO - Mentre i fessi della stiva continueranno a remare, lor-signori faranno a spintoni pur di prendere un posto sulla scialup-pa.
SEMPRONIA - Che se ne fottono, loro, dei topi nella stiva! Tan-to, poi ci saranno sempre letterati come te in grado di preparare discorsi che spiegheranno tutto, finanche che Minerva è nata tut-ta armata dalle cosce di Giove; e, come te, bello mio, si accon-tenteranno delle briciole.
FULVIO - Io non sono un voltagabbana e se quei figli di putta-na...
SEMPRONIA - Bada a come parli, se non vuoi farmi incazzare parlando male delle puttane!...
FULVIO - Scusa, ma se mi dici che mangio le briciole...
SEMPRONIA - Come le formicuzze...
FULVIO - E va be’, io mangio le briciole, ma almeno le mangio; ma tu?
SEMPRONIA - Io? io sto diventando la cloaca massima di tutta Roma, lo ammetto. Ma se metto in vendita le mie tette sono for-se più ripugnante di chi mette in vendita i propri versi?
FULVIO - Ma quando mai si è detto che la poesia è merce di scambio!?
SEMPRONIA - Ipocrita, se bastassero i tuoi versi a sollevarci dalla merda!...
FULVIO - Allora cosa dovrebbe scrivere il poeta che ...
SEMPRONIA - Una puttana suggerire al poeta quello che deve scrivere? O che mi prendi per le chiappe, o che tu non sei poeta!
(Pausa. Fulvio appare spazientito)
FULVIO - Stanotte ne ho scritta una. Vuoi sentire?
SEMPRONIA - Stanotte? Come gli scarafaggi, che quando ve-dono la luce scappano nel buio... Guardati intorno, non c’è più poesia sotto il sole che nelle tue stupide fantasticherie notturne?
FULVIO - Donna, i poeti vedono con la mente, non con gli oc-chi.
SEMPRONIA - Ne conosco solo uno che era cieco, tutto il resto è zavorra.
FULVIO - L’arte non si è fermata a Omero e continuerà fino a quando ci sarà qualcuno che non si accontenti solo di mangiare e scopare, ma vuole anche sognare!...
SEMPRONIA - Lascia questo compito al pontefice massimo e ai suoi iddii. La religione è sempre stata la figlia bastarda della spe-ranza e dell’imbroglio.
FULVIO - Ma io scrivo poesie d’amore!...
SEMPRONIA - Per comprare il mio corpo... o cosa?
FULVIO - La poesia non compra, Sempronia, la poesia si rivol-ge all’anima.
SEMPRONIA - Allora prenditi pure il mia anima e vai a cacare!
FULVIO - Certe volte pensi proprio come una puttana!...
SEMPRONIA - E allora? Tu invece pensi come quel buffone di tuo padre che fa il senatore. Oh, con i dovuti ritocchi evolutivi, naturalmente!
FULVIO - Ma ti pare questa una poesia scritta da un buffone? Te la recito, vuoi? L’ho scritta per te!...
SEMPRONIA - Perdi il tempo, poeta, oggi sono fuori servizio.
FULVIO - Io invece ti leggo negli occhi che invece vorresti a-scoltare...
SEMPRONIA - E io invece ti leggo negli occhi che mi vorresti nuda e sottosopra...
FULVIO - Neanche un bacio, se non vuoi, ma ascolta i versi... Per favore!...
SEMPRONIA - Brutto stronzo, sai bene che la curiosità è fem-mina!...
FULVIO - Oh, finalmente!...
SEMPRONIA - Sbrigati, però, se non vuoi inserire le tue rime tra le pause del comizio di Cicerone.
FULVIO - Si intitola Veglia notturna. Ascolta.
SEMPRONIA - Benone! cominci proprio bene! Un titolo davve-ro originale, poeta mio di-letto. E scommetto la mia sbrindellata cosina che i versi non sono da meno se traducono fedelmente le masturbazioni verbali delle tue notti insonni. - Poeta, prendi lo stilo e affondalo nella pancia di tuo padre, e con la merda che ne sgorga fuori scrivi la parola amore su ogni tua tavoletta. La mer-da, l’amore e la poesia sono tutt’uno di questi tempi!...
FULVIO - Oh , che cara la mia Sempronia, nata e cresciuta nelle taverne di Roma...
SEMPRONIA - E sempre pronta e calda sui letti degli avvinaz-zati clienti non lo dici anche tu?
FULVIO - Com’è brava a farti riconciliare con questo schifo di vita!...
SEMPRONIA - Non saranno certo i vostri versi a smerdare que-sto schifo di vita.
FULVIO - E ora che hai da piangere...
SEMPRONIA - Lasciami fottere.
FULVIO - Dio, che occhi belli che hai!...
SEMPRONIA - Voi poeti nuovi...
(Entra P. Umbreno)
P. UMBRENO - Salve, Sempronia, mi sbaglio o sei in forma?
SEMPRONIA - Se vuoi dire incazzata, non sbagli, Umbreno. - Come vanno gli affari all’ombra delle Alpi?
P. UMBRENO - Poco male, poco male! Laggiù la terra è fertile, la gente lavora, la grana circola e il commercio rende...
FULVIO - Mangiare per produrre, produrre per mangiare; e il ri-sultato?
SEMPRONIA - La merda!
P. UMBRENO - Loro le formiche, noi le cicale, ma quanto dure-rà?
FULVIO - Fino a quando Roma sarà capitale durerà, durerà!...
P. UMBRENO - Chi è il tuo amico, lo conosco?
SEMPRONIA - Oh vi presento. Si chiama Aulo Fulvio. Dice di essere un poeta. In verità qualche buona amicizia in Parnaso ce l’avrebbe, ma scrive versi di merda perché si rifiuta di parlare della merda.
FULVIO - Il poeta crea seguendo la sua ispirazione, e diventa anch’egli un rivoluzionario se rompe con una tradizione mummi-ficata e nauseabonda, e noi poeti nuovi questa dissoluzione della tradizione l’abbiamo operata, e quindi siamo rivoluzionari alme-no quanto voi, che passate le giornate a discutere di politica. Le nostre tavolette potranno incendiare Roma, più delle vostre tor-ce. (implorante) Ma perché cavolo non lo volete capire!...
P. UMBRENO - Parlando da mercante, a voialtri non vi capisco mica, mentre qualche bella storia la sera...
FULVIO - Ah, ecco mio padre... Guardate come avanza tronfio e pettoruto!...
P. UMBRENO - Che alto papavero sarebbe se no?
FULVIO - Permettete, vado a morsicargli le mani.
SEMPRONIA - Stringi forte, poeta, così quando voterà le con-danne a morte si vergognerà di alzare il moncherino. Chissà che anche tu non contribuisca a salvare qualche disgraziato.
(Fulvio si allontana per andare incontro al padre, mentre Sempro-nia e Umbreno ridacchiano seguendolo con lo sguardo. Entra L. Bestia)
L. BESTIA - Salute, compagni, Cicerone sta per arrivare...
P. UMBRENO - Qui come si mette?
L. BESTIA - Siamo sul sentiero di guerra. Questione di qualche giorno.
P. UMBRENO - Rischi?
L. BESTIA - Calcolati. Qualche ripensamento?
P. UMBRENO - Un mercante che non rischia che mercante sa-rebbe?... - Toh, arriva la cricca...
(Dal fondo , preceduti dai littori, entrano Cicerone, C. Antonio, Pe-treio, Sanga e altri del seguito)
CICERONE - Ho preparato un discorso di fuoco che brucerà Ca-tilina e tutti i suoi seguaci. Sentirete! sentirete! C’è abbastanza folla?
PETREIO - Tutta Roma penderà dalla tue labbra, o Cicerone!
CICERONE - Bene! molto bene!
SANGA - Mi hanno informato che prenderà la parola il tribuno di quei fetenti, Lucio Bestia.
CICERONE - Quello, Bestia si chiama e bestia si ritrova. Vuol forse competere con me?
(Davanti ai rostri si comincia a radunare la folla, separata dal ser-vizio d’ordine dei soldati. Sulla sinistra è rientrato Aulo Fulvio)
L. BESTIA - Il console oggi si calerà le brache, vedrete.
FULVIO - Mio padre m’ha detto che sarai tu a calartele davanti a Cicerone... Stai accorto, mi ha detto, stai accorto figlio mio scioperato!...
SEMPRONIA - Per scioperato, sei scioperato, figlio di quello stitico non so davvero.
L. BESTIA - Umbreno, ecco che arriva la delegazione degli Al-lobrogi. Cerca di capire fino a che punto hanno interesse a quella faccenda. Ricordati che abbiamo bisogno soprattutto di cavalle-ria.
P. UMBRENO - Bene, si va. Sempronia, tu che fai?
SEMPRONIA - Vengo! Io vengo sempre, per Diana!...
(Escono P. Umbreno e Sempronia, mentre al centro C. Antonio, sa-lito sui rostri, impone il silenzio e inizia un discorso intercalato da molte pause)
C. ANTONIO - Cittadini romani! È con profonda soddisfazione che vi annuncio che fra qualche istante vi incanterà alla sua elo-quenza il mio collega, il grande oratore e console Marco Tullio Cicerone!
FOLLA - Viva il console! - Viva Cicerone! - Marco Tullio, sei tutti noi!
M. ANTONIO - Egli è un uomo...
CITTADINO - Come?
M. ANTONIO - (più forte) Ho detto che egli è un uomo...
CITTADINO - Voce!...
M. ANTONIO - (ancora più forte) Il console vi metterà al cor-rente, com’è giusto quando regna la democrazia...
CITTADINO - Demoché?...
M. ANTONIO - (urla) Quando regna la democrazia! la demo-crazia!
CITTADINO - Ah, la democrazia!...
M. ANTONIO - Sì, la democrazia! Vuoi offendere, tu, il popolo sovrano?
CITTADINO - Io? Per carità, a me il popolo sovrano non m’ha fatto niente di male!...
M. ANTONIO - (furioso) E oggi invece ti spacca la testa, se continui a interrompere un oratore durante un pubblico comizio!
CITTADINO - Ma io non interrompo, io sono sordo, sordo di guerra.
M. ANTONIO - Tu sei scemo di guerra, non sordo!
CITTADINO - (forte) Avete sentito tutti? M’ha chiamato scemo di guerra. Uno combatte, vince, magari conquista un pezzo di terra alla patria, e cosa fanno i consoli? Ti spezzano le reni ap-profittando che sei invalido!...
M. ANTONIO - Ma io... ma che dice quello?... ma che vuole da me? (rabbioso, al centurione che è al suo fianco) Centurione, chi è quel tizio che mugugna?
CENTURIONE - Sedici barra tre, chi è quel plebeo che mugu-gna?
SOLDATO - O tu chi sei che ti lagni?
CITTADINO - Tazio non mugugna.
SOLDATO - Si chiama Tazio Nommugugna.
CENTURIONE - Dice di chiamarsi... Ci ha dato false generalità, o console!..
C. ANTONIO - Dice il falso a un pubblico ufficiale? Fermatelo!
CENTURIONE - Portatelo qui!
SOLDATO - Vieni con me, plebeo!
CITTADINO - E perché?
SOLDATO - Dice epperché!
CENTURIONE - Perché sì, per gli dei!
SOLDATO - Perché sì, per gli dei!!
CITTADINO - Come libero cittadino romano mi appello alle leggi della repubblica e proclamo davanti a tutti che ho il sacro-santo diritto di sapere quale reato...
SOLDATO - Ih, vuole sapere il reato, lui!...
CENTURIONE - Grida e manifestazione sediziosa, ignorante!
SOLDATO - Sei fottuto, ignorante!
CITTADINO - (forte) È così che la democrazia fotte i cittadini? sono queste le leggi del senato? è così che trattate gli audiolesi?
SOLDATO - Dice che... un sacco di fesserie, vah!
CENTURIONE - Si mette a dire porcherie sul mio conto? Arre-statelo!
SOLDATO - (legandogli le mani dietro la schiena) Pezzo di fes-so, ora sì che ti puoi grattare il culo quanto vuoi!...
(Il Cittadino viene portato via. Al centro, ottenuto il silenzio, Caio Antonio riprende il discorso)
C. ANTONIO - Come vi dicevo, concittadini, i tempi sono ca-lamitosi (tossisce)... l’economia si trova in una congiuntura sfa-vorevole e l’erario vuoto... (beve un sorso d’acqua)
UNO DELLA FOLLA - Ma il bicchiere è pieno, eh?
CENTURIONE - Ehi, non vi è bastata la lezione?
C. ANTONIO - Siamo magnanimi, noi, e non raccogliamo gli insulti...
MACRO - Sfido io, se siete indaffarati a raccogliere incarichi e ricchezze a danno dello stato!... 
CICERONE - (a C. Antonio, sommessamente) Rispondi, ri-spondi che sei stato eletto dal popolo sovrano.
C. ANTONIO - Io solo al popolo sovrano che mi ha eletto ri-spondo...
MACRO - Che Caio Antonio è un eterodiretto!
C. ANTONIO - Non cambiamo le carte in tavola; io a te ti cono-sco!
MACRO - Tutti, qui, conoscono Macro, povero ma onesto tar-tassato dai politicanti di Roma.
C. ANTONIO - Non offendere la classe politica, ti avverto!
MACRO - Allora tassate i ricchi invece di sfruttare i poveri!
CICERONE - (a C. Antonio, suggerendo) Digli che se Roma vuole essere grande e prospera...
C. ANTONIO - Marco Tullio, fammi almeno prendere fiato!
(Prende il bicchiere per bere, poi ci ripensa e lo depone allo stesso posto. Quindi si rivolge alla folla, con tono magniloquente)
Amici, vi parlo col cuore; sì, vi parla il cuore di un romano che con abnegazione e spirito di sacrificio ha reso Roma grande, te-muta e ricca...
MACRO - E allora, se siamo già grandi, ricchi e potenti che vo-lete da noi?
C. ANTONIO - Quando la patria chiama, tutti, noi tutti abbiamo il dovere di rispondere!
UNO DELLA FOLLA - Io ho già risposto con tre figli, morti ammazzati nella guerra contro Mitridate, non vi basta?
C. ANTONIO - O leale e generoso cittadino! Il senato di Ro-ma...
MACRO - Loggia di ladri e di leccaculo...
C. ANTONIO - Quel Macro! portatemi davanti quel Macro!
FOLLA - I nomi dei ladri! - Vogliamo sapere i nomi dei ladri! - I nomi, console, i nomi! - Roma non sopporta più di essere spen-nata come una gallina!
MACRO - (mentre viene trascinato davanti a C. Antonio) Ami-ci, è così che governano Roma, con leggi che ci permettono sol-tanto di applaudire chi ci deruba del necessario, ma se...
C. ANTONIO - Tappategli la bocca, a quel cialtrone!
CENTURIONE - Ma ti vuoi stare zitto!
UN CITTADINO - Vogliamo sapere i nomi dei senatori ladri!
MACRO - E tu centurione, rifiutati di puntellare l’arroganza al-trui!
CENTURIONE - Ma vuoi proprio rovinarmi!...
C. ANTONIO - Centurione, portalo via! In cella d’isolamento! In cella d’isolamento per istigazione alla diserzione!
(Macro viene portato via, C. Antonio continua il suo discorso, che si va dissolvendo nel mimato)
Se regnasse la legge e l’ordine, Roma sarebbe prospera. Ma chi sono i responsabili del dissesto se non quelle teste matte che contribuiscono criminosamente, dico cri-mi-no-sa-mente, al di-sordine politico e sociale...
LENTULO - Macro ha recitato bene la sua parte. Oramai i capi sembrano frastornati.
L. BESTIA - Ora tocca a me dargli il colpo di grazia. Chiederò la parola dopo Antonio, ma prima di Cicerone.
P. UMBRENO - (entrando e avvicinandosi a Lentulo) Lentulo, gli Allobrogi sono con noi. Affare fatto. Si sono lagnati molto dell’avidità dei magistrati, dei debiti, di non avere altra speranza per il loro paese, soggetto e sfruttato da Roma, eccetera eccetera. Aspettano soltanto un giuramento sigillato da portare ai loro concittadini.
LENTULO - Bene, poi daremo istruzioni.
L. BESTIA - Ricordati che quelli del nord quando si tratta di soldi diventano idrofobi.
LENTULO - Lo so, e noi prometteremo l’autonomia fiscale e se la vogliono anche quella amministrativa.
SEMPRONIA - (entrando e avvicinandosi a Lentulo) Ho visto Claudia. Purtroppo ha fatto cilecca.
LENTULO - Ma com’è possibile!...
L. BESTIA - Non te la prendere, Lentulo, qualcosa deve pure andare storto in circostanze così complesse. (a Sempronia) Ti ha raccontato com’è andata?
SEMPRONIA - Mi ha detto che la trappola che aveva teso al pontefice massimo secondo i tuoi suggerimenti a un tratto si è inceppata, e che invece di un tentativo di stupro, c’è stato lo stu-pro vero e proprio. Povera figlia, non ha fatto che piangere per la vergogna e il dispetto. Mi ha raccontato, la Claudia, che quando quel vecchio satiro ha subodorato il tentativo di seduzione, ha costretto tutte le altre ragazze a restare nel tempio di Vesta a pregare per la patria in pericolo. Al sicuro da ogni sorpresa l’ha assalita, le ha strappato le vesti, sciolti i capelli, e per quanto la ragazza implorasse, urlasse, dicesse che era un sacrilegio, che era una vergine vestale, che era di turno al fuoco sacro, che po-teva spegnersi, il marpione ribatteva che il fuoco sacro ce l’aveva addosso lui, e quello sì che doveva spegnerlo... Insom-ma, l’ha trafitta, e senza rischiare lo scandalo, che sia maledetto!
(Pausa, mentre la folla urla o applaude C. Antonio)
LENTULO - Caio Antonio ha finito il suo discorso.
L. BESTIA - Vado e li li faccio cuocere a fuoco lento.
SEMPRONIA - In culo alla balena, tribuno.
(L. Bestia si avvia con passo deciso verso i rostri)
C. ANTONIO - Ora, cittadini, ha facoltà di parola il tribuno del-la plebe Lucio Bestia.
(C. Antonio si ritira tra le autorità, mentre sale sui rostri L. Bestia)
UNO DELLA FOLLA - Bau bau! Bauuuuuh!
C. ANTONIO - Amici, vi prego. Anche se dissentirete - e di questo sono certo!...
L. BESTIA - Sono certo anch’io, signor console, che i provoca-tori che avete mischiato al pubblico dissentiranno.
C. ANTONIO - Noi non ci serviamo di provocatori, siete voi in-vece che vi servite della demagogia tribunizia per infangare la sacra magistratura...
L. BESTIA - Avete sentito, amici? Noi (sottolineando, con enfa-si e sarcasmo) infanghiamo... Noi, tribuni della plebe, infan-ghiamo! Dopo tutto quello di cui sono accusati, dopo i delitti perpetrati a danno del popolo, saremmo noi, non loro, a infanga-re le magistrature di Roma! (Applausi a sinistra) Eppure, come afferma il nostro insigne oratore...
C. ANTONIO - Il sarcasmo te lo ficchi dove sai tu, grandissima faccia tosta di un plebeo!
L. BESTIA - Mi interrompe! Non mi lascia parlare! L’opposizione in questo disgraziatissimo paese non ha più diritto di parola!
C. ANTONIO - Nessuno ha mai negato la parola ai tribuni, se tengono la lingua a posto!
L. BESTIA - Ecco, vedete? Io sarei un miserabile demagogo che incita il popolo alla rivolta, un sovversivo, mentre il nobile Caio Antonio, che tanti meriti vanta verso la repubblica, non ha esita-to un istante - voi tutti l’avete visto coi vostri occhi - a far arre-stare un cittadino il cui unico, grande delitto è di aver perso l’udito per un’otite contratta combattendo per fare più bella e grande la nostra patria!
FOLLA - Abbasso i prepotenti! - Giustizia per tutti! - Liberate il sordo!
L. BESTIA - E che ne dite del giovane Macro? Per disfarsi di un onesto cittadino come voi, di un cittadino povero ma desideroso di uguaglianza e di giustizia, ora lo accusano nientemeno che di istigazione alla diserzione, imputazione che, se fosse accolta, gli farebbe passare tutta la sua giovinezza in una lurida galera sol perché chiede che i ladri di stato vengano scoperti e condannati! È un delitto, questo?
FOLLA - In galera i ladri! - Tagliamogli le mani! - In galera! in galera!
L. BESTIA - Scusatemi, cari concittadini, se mi sono permesso di divagare sui lestofanti che si arricchiscono a spese dell’erario; ma se, denunciando per l’ennesima volta la corruzione che si an-nida in ogni angolo del palazzo, ho mancato verso la legalità re-pubblicana, ebbene, dichiaro pubblicamente di rinunciare all’immunità che voi, cittadini, mi avete garantito come tribuno della plebe! Come vostro tribuno, amici miei!
UN CITTADINO - Nessuno ti toccherà, o tribuno, o che noi!...
L. BESTIA - Ma loro non rinunciano, no!, all’immunità, como-do paravento di loschi traffici che innalzano al cielo il più inge-nuo dei mariuoli e il più idiota dei senatori!
UN SECONDO CITTADINO - Non facciamoci governare da un’associazione a delinquere!
L. BESTIA - Cento anni di lotte, sostenute per la libertà e la pa-rità dei diritti, non possono essere cancellate con un cervellotico stato d’assedio che i consoli - (con ironia) con senso di respon-sabilità davvero edificante - hanno proclamato perché, loro dico-no, la patria è in pericolo. Vorrei chiedere: da che parte arriva questo grandissimo pericolo? Non dall’esterno, io credo, poiché il sistema di alleanze e d’interessi che la repubblica ha stabilito mediante trattati ci rende sicuri i confini. Quindi dall’interno. Ora, è vero che nel Piceno, nelle Calabrie, in Apulia e altrove sono scoppiati dei disordini talora anche violenti. Ma quali le cause?
UN CITTADINO - La disoccupazione!
UN ALTRO CITTADINO - La fame!
L. BESTIA - Sì, amici, e aggiungete il completo abbandono di quelle terre, i brogli elettorali che portano a capo dei municipi sempre le stesse fazioni, l’insolenza dei ricchi, il saccheggio dell’erario, le stragi dei vostri leader da parte della delinquenza organizzata: queste, queste sono le vere cause e altre ancora che voi, del popolo, sperimentate sulla vostra pelle giorno per gior-no, e vi ricordano quanto sia vera quella massima per cui, quanto più uno è delinquente, tanto più è sicuro!
UN CITTADINO - In galera i delinquenti!
L. BESTIA - Decine, centinaia, migliaia di amministratori in ga-lera? Sì, certo, andranno in galera... un giorno... forse... Ma nel frattempo i plebei, generazione dopo generazione...
C. ANTONIO - Tribuno, hai parlato abbastanza!
L. BESTIA - Io ho il sacrosanto diritto di completare il discorso!
C. ANTONIO - Ma hai detto tutto, andiamo! Hai detto perfino che siamo dei ladri!
L. BESTIA - Io sostengo che il latrocinio...
C. ANTONIO - Tu, non puoi sostenere niente senza le prove!
L. BESTIA - Le prove? Per Ercole, quali prove occorrono per dimostrare che un uomo nuovo arriva al senato scalzo e il giorno dopo porta ai piedi sandali d’oro?
UN CITTADINO - Azzoppiamolo, così non gli servono!
C. ANTONIO - Bestia, questa è sedizione!
SECONDO CITTADINO - Abbiamo il diritto di ascoltare il no-stro tribuno!
L. BESTIA - Chi è lo scriteriato che pretende...?
SECONDO CITTADINO - Parla, tribuno, ci siamo noi a difen-derti!
C. ANTONIO - Con la legalità repubblicana...
UN CITTADINO - Vi siete puliti il culo!
C. ANTONIO - Centurione, hai sentito? Oltraggio alla costitu-zione! Ti ordino di disperdere i sediziosi!
CENTURIONE - Tromba, suona tre squilli!
UN CITTADINO - Abbasso i cani da padrone!
SECONDO CITTADINO - Abbasso i padroni dei cani!
L. BESTIA - (indicando i soldati) Non sono loro i vostri nemi-ci...
ALTRI CITTADINI - Alla curia! alla curia!
(Risuonano tre squilli di tromba)
CENTURIONE - Carica! Picchiate! Spazzate via questi facino-rosi!
(I soldati caricano la folla in un gran parapiglia)
PRIMO SOLDATO - Ferma! ferma!
UN CITTADINO - Io sono dalla vostra parte! Io sono innocente!
SECONDO SOLDATO - Toh! prendi questo perché sei dalla nostra parte! e poi quest’altro perché sei innocente!
CITTADINO - Ahi! basta!
PRIMO SOLDATO - E poi ancora questo perché non te ne sei stato a casa!
CITTADINO - Ahi, ch’io sia disgraziato se metto più piede nel Foro!
UN SECONDO CITTADINO - Soldati! Noi...
TERZO SOLDATO - Voi ci avete rotto le palle, con le vostre chiacchiere!
SECONDO CITTADINO - Ma noi vogliamo liberarvi...
TERZO SOLDATO - E noi vogliamo farvi pagare il lavoro stra-ordinario che ci fate fare!
CENTURIONE - Sfoga il manganello, invece di discutere, im-branato!
SECONDO CITTADINO - Picchiate, schiavi dei servi dei pa-droni, un giorno... Ahi! ahi!
CENTURIONE - A questo! a questo!
FULVIO - Io non c’entro! io sono Fulvio, il poeta!
CENTURIONE - Poeta nuovo?
FULVIO - Nuovissimo!
CENTURIONE - Botte anche a lui!
FULVIO - Figli di cane, ve la farò pagare!... Ahi! ahiii!
SOLDATO - Di’, poeta dei miei coglioni, di’ a questo ignoran-tuccio il nome tuo...
FULVIO - Il mio nome è Aulo Fulvio, figlio di puttana, e mio padre è senatore!
CENTURIONE - Fermi, disgraziati! c’è un equivoco! lasciatelo andare! 
(Infine, l’ordine torna nel Foro. Cicerone, dopo essersi guardato intorno con circospezione e schiarita la gola, inizia il discorso)
CICERONE - Il giorno della resa dei conti, o Quiriti, è dunque arrivato. Gli dei sono con noi, quegli dei immortali, che han tutto condotto, mi hanno manifestato la loro volontà con presagi ripe-tuti: meteore, tuoni, predizioni degli aruspici, cosicché tutti pos-siamo constatare... 
(Una folata di vento si porta via i fogli con gli appunti del discorso)
- O numi, sono perduto!... - Tutti possiamo constatare... - Di gra-zia, amici miei, di grazia... presto, quei vili foglietti sono il pane, la mia vita, la nostra salvezza... - Dicevo, o Quiriti, che, tranne gli empi, noi tutti possiamo constatare...
SEMPRONIA - Che hai perso il filo!...
CICERONE - Che ho perso, io?... No, non sarà giammai un col-po di vento a fermare davanti all’opinione pubblica la condanna, netta e recisa, delle vostre magagne, dei vostri tradimenti, che nella mente del console sono chiari...
L. BESTIA - E allora vai avanti, su, continua... tutti possiamo constatare...
CICERONE - Sì, tutti possiamo...
C. ANTONIO - Ecco, collega, non ti scoraggiare, abbiamo recu-perato tre fogli: il cinque, il sei e il sedici...
SANGA - Il sessantanove l’ho beccato io, o console!
CICERONE - Il sessantanove! il sessantanove! che me ne faccio del sessantanove, asino! Il primo, Sanga, trovami il primo e ti regalo una legione!
SANGA - Centurione, cerca il primo foglio, è un ordine!
CENTURIONE - Soldati, trovatemi il foglio uno se non volete passare guai!
UN SOLDATO - Ma io non so leggere!....
-270CENTURIONE - Peggio per te, un’altra volta impari!
SEMPRONIA - Ehi, io ne ho uno che dice: gonfiare il petto, vi-brare la voce, alzare le braccia al cielo, scandire spesso. È questo il foglio che cercavi?
CICERONE - Io vi denunzio per appropriazione indebita, scia-gurati!
L. BESTIA - Ma noi ti stiamo aiutando, o Cicerone, perché vo-gliamo ascoltare il tuo discorso. Dicevi che tutti possiamo con-statare... Continua, continua.
UNO DELLA FOLLA - (suggerendo, con un foglietto in mano) Che essi vogliono la morte dei congiurati...
CICERONE - Che essi vogliono... - E invece io non sono tenuto a continuare, signor tribuno della plebe! Mi obblighi tu, forse? e chi sei tu, per osare tanto? Per imporre a me, al console unico di Roma, di fare o di non fare qualcosa? Evvivaddio, ora anche i minori alzano al cresta, abusando della democrazia! Ma noi...
(Fischi a sinistra)
SANGA - Centurione, tieniti pronto; voglio vederli a pezzetti.
CENTURIONE - Soldati, a noi!
(I soldati, che si erano sparpagliati per cercare i fogli di Cicerone, si radunano e si preparano a caricare a sinistra)
L. BESTIA - È così che i consoli sanno governare, con l’esercito!
CICERONE - Col diritto! col diritto!
SEMPRONIA - Bel diritto, il vostro, se non sapendo parlare ci aizzate addosso i soldati!
CICERONE - Chi non sa parlare! chi non sa parlare! Ma, Caio Antonio, questa ci offende!...
C. ANTONIO - Non farci caso, egregio collega, è una sgualdri-na. Ti preoccupi delle dicerie di una sgualdrina?
CICERONE - È una calunnia! è un’ignominia! devi ammettere che è un’indecenza!
GABINIO - (scagliando verso i rostri un foglio appallottolato) Ecco il foglio che cercavi, grande oratore, ora puoi andare avan-ti!
CICERONE - Tu, giusto tu! parli proprio...
SEMPRONIA - Eccoti un altro boccone, signor blà blà blà!
L. BESTIA - O Cicerone, mangialo il discorso la prossima volta. Visto che non ti riesce per via orale...
SEMPRONIA - Prova per via anale!
(Risate, applausi a sinistra)
CICERONE - Hai sentito? Ingiurie, ingiurie ai consoli! Ma tu che fai, ghigni sotto i baffi, Caio Antonio? e diventi paonazzo per lo sforzo di restare impassibile? Oh numi, ti rallegra che Marco Tullio Cicerone, tuo collega e amico, ricorda bene, amico, venga maltrattato da quattro scalzacani? la dignità che ricopro non è anche la tua?
C. ANTONIO - Te l’ho detto, non ti formalizzare, è una sgual-drina... Non senti che linguaggio volgare? chi può avere un simi-le linguaggio se non è una sgualdrinella?
CICERONE - Basta! con questo putiferio non si può parlare... Io, bersaglio dei miei scritti, io! Eh no, caro collega! eh no, egre-gi signori! Io voglio silenzio! Rispetto! ordine e disciplina e poi ancora ordine! Ti sembra ordine, questo? eh?
C. ANTONIO - Fate sgombrare il Foro! cacciate via quei pez-zenti!
SANGA - Centurione, carica quei bastardi!
(Il centurione dà l’ordine, i soldati caricano e il Foro subito si svuota)
CICERONE - Se ne sono andati tutti... Non fa niente, per una volta può capitare... Radunate il senato nel tempio di Giove Sta-tore... Meglio al chiuso, fuori minaccia pioggia. Prima del calar del sole vi terrò un’arringa che i posteri leggeranno nelle scuole con suprema meraviglia! Assicurato! Andiamo.
5


In Etruria, in mezzo a una radura, lungo la via verso il campo di Catilina, vicino all’alba del 9 novembre del 63


SEMPRONIA - Sursum, poeta, siamo quasi arrivati.
FULVIO - Sono ore che dici così, perdinci, e io ho i piedi gonfi come un rospo vanitoso... Non ce la faccio più, davvero, non ce la faccio più!...
SEMPRONIA - Ohimè, quant’è zoppicante il tuo amore se ha supporti tanto delicati!...
FULVIO - Sempronia cara, mi fanno male i piedi, ho freddo, ho fame, ho tutto. Guarda questo posto, non è bello?
SEMPRONIA - È bello, ma è pieno di cacche di vacca. Andia-mo.
FULVIO - Me lo dài un bacio?
SEMPRONIA - Te ne ho dato già mille, stanotte, e ne vuoi anco-ra uno?
FULVIO - Sì, un bacio, mentre spunta l’astro dalla pura luce, perché t’invidi il sorriso...
SEMPRONIA - Astri o non astri, niente baci, se non cammini.
FULVIO - Accendiamoci un focherello e ascoltiamo insieme la natura che si risveglia. Senti? Trabocca di vita, o mente inaridita vicino alla carne mia...
SEMPRONIA - Accidenti alla carne tua e alla mia! Vuoi capire che se non alziamo le chiappe al campo di Catilina non arrive-remo mai? Fulvio, ti prego!...
FULVIO - Arriveremo! arriveremo! - Non senti il canto del pet-tirosso?
SEMPRONIA - È un merlo, non un pettirosso. - Questi cittadi-ni!.
FULVIO - Non importa, è il canto che è bello... ascolta...
SEMPRONIA - Bah, fermiamoci un momento, se proprio insisti. Ma a riprendere la marcia, poi, guarda che il culo sarà di piom-bo.
FULVIO - Sarà duro, lo so, e io, povero sedentario...
SEMPRONIA - Devi rinforzarti le giunture, se vuoi stare con noi. Vedrai tu, al campo!
FULVIO - Mi pare di vederti: Sempronia, lancia in pugno e seno scoperto trafigge i nemici del popolo!...
SEMPRONIA - E Fulvio poeta che dalla cetra sua scocca note mortali!
FULVIO - Oh, la cetra! prendi la cetra!...
SEMPRONIA - E tu prendi lo zufolo, mio adorato Orfeo, pro-viamo a commuovere qualche cavallo selvatico che ci porti a Fiesole!...
FULVIO - Qual pudore aver potrà la donna
che il suo sesso rinnega e cinge l’elmo?
SEMPRONIA - Ehi no! Sempronia cinge l’elmo ma non rinnega un bel niente, perbacco! E tu smettila di parlare in esametri, oh!
FULVIO - La poesia e l’amore sono sempre stati compagni di viaggio.
SEMPRONIA - Io sono la poesia?
FULVIO - Tu sei l’amore.
SEMPRONIA - Tu sei la poesia?
FULVIO - Io sono l’amore.
SEMPRONIA - Allora, chi è la poesia?
FULVIO - È questo frammento di armonia universale che siamo tu ed io in quest’istante.
SEMPRONIA - Un frammento, solo un frammento senza futu-ro?
FULVIO - Un frammento annegato nell’angoscia della vita, for-se.
SEMPRONIA - Di belle frasi, ne rimugini, stamattina... Ma, sen-ti, non ti pare possibile che il frammento sia meno angoscioso se comprende, oltre te e me, anche gli altri? no?
FULVIO - Se ti vuoi allontanare dall’angoscia devi allontanarti dall’amore. Mi dài un bacio?
SEMPRONIA - Io non ero angosciata, eppure mi sono donata tutta quanta a un ideale meraviglioso. Non è, questo, amore?
FULVIO - Dammi un bacio e lo saprai.
SEMPRONIA - Poeta, io so solo che ho tanta voglia di cantare. Cantiamo?
FULVIO - Canta e danza, io ti accompagno col mio zufolo e tu con la tua cetra.
SEMPRONIA - Ma tu non hai lo zufolo, e io non ho la cetra.
FULVIO - Che ce ne importa? non senti quanta musica intorno a noi?
SEMPRONIA - Sento solo che sono stordita e vorrei gridare: O Catilina, addio!
FULVIO - E da tutto il campo si leva un boato: Addio, Sempro-nia, e vivi felice!
SEMPRONIA - Che ne diresti della Ballata della fanciulla amo-rosa?
FULVIO - Attacca.
SEMPRONIA - No, comincia tu.
FULVIO - Va bene, comincio io, ma guarda che sono stonato... Dunque, il motivo... ta ta ta tàta... ecco, vado...
SEMPRONIA - Un momento... (tossisce come per schiarirsi la voce). Vai.
(Nei limiti del possibile la ballata viene danzata e mimata)
FULVIO - Un bel mattino
-276 pieno di sole
tra i campi arati
sboccia un bel fior.
SEMPRONIA - Lo coglie il giovane
innamorato
e alla sua bella
lo porta impacciato.
FULVIO - Ma il genitore
assai sdegnato
in casa la figlia
ha già segregato,
SEMPRONIA - e l’infelice
malato d’amore
ramingo in boschi
trascorre le ore.
FULVIO - La dolce figlia
piena d’ardore
prende la strada
che porta al dolore
SEMPRONIA - e sotto le stelle
da tutti appartato
trova il suo schiavo
che canta accorato:
FULVIO - «O donna bella
ragazza scontrosa
non farmi soffrire
la pena amorosa,
se ormai vivo
senza sognare
più dolce morire
che in vita restare...
Addio fanciulla
dolce follia
nel mondo migro
senza allegria,
terra di ombre
mondo rimorto
terra di pianti
senza conforto»
SEMPRONIA - «Caro ragazzo
giura la fede
a una fanciulla
che la richiede»
FULVIO - «L’amore mio
sarà eterno
non verrà meno
fino all’Averno»
SEMPRONIA - «Forse in autunno
si scioglie alla luna
perché la passione
non porta fortuna»
FULVIO - «Te lo ripeto
riso gentile
il mio amore
non può perire»
SEMPRONIA - «Se m’abbandoni
amico mio
con queste mani
t’ucciderò io»
FULVIO/SEMPRONIA - Proprio sul punto
di dirsi: ti amo
compare il padre
sentendo il richiamo
FULVIO - dell’inumana
legge di Roma
che vuole uno schiavo
bestia da soma,
SEMPRONIA - dell’immorale
romana censura
che vuole una figlia
a vita immatura...
FULVIO - Prende lo schiavo
gli strappa il cuore
SEMPRONIA - lo porge alla donna
piena di orrore;
FULVIO - riprende la spada
insanguinata
SEMPRONIA - la bianca veste
rimane forata...
FULVIO/SEMPRONIA - Svaniscono i begli
occhi ridenti
sul corpo esanime
ma ancora ardente;
cade la giovane
nel suo dolore
-276 e il dolce seno 
cambia colore,
cade la donna
sul suo amore
e in primavera
sorride un bel fiore...
0(Si fanno avanti due soldati armati)
PRIMO SOLDATO - Bene! bravi! bello spettacolo gratis!
SECONDO SOLDATO - Cantate ancora qualcosina.
SEMPRONIA - Sappiamo una ballata giusto per voi...
PRIMO SOLDATO - Canzoni di guerra? Lascia perdere, ne so tante anch’io... Siete di Roma?
SEMPRONIA - Noi siamo del paese che ci ospita. Che importa dove siamo nati?
FULVIO - Gli innamorati vivono tra la terra e il cielo, senza confini.
PRIMO SOLDATO - Chi ti ha spaccato quel bel nasino, eh?
SEMPRONIA - L’ha sbattuto con forza contro il mio pestello. Ho un amico molto distratto, io!
SECONDO SOLDATO - Se quella vipera di mia moglie si per-mettesse...
PRIMO SOLDATO - Nel Foro, ieri pomeriggio, scommetto... Mi pare di conoscerti, giovanotto.
FULVIO - Può darsi, a Roma molti mi conoscono. Scrivo ver-si!...
PRIMO SOLDATO - Oh, sei poeta?
FULVIO - Sono Aulo Fulvio.
PRIMO SOLDATO - Aulo Fulvio, figlio del senatore?
SEMPRONIA - È un Aulo Fulvio che scrive brutti versi e canta male, non ti basta?
PRIMO SOLDATO - Certo che mi basta. La vostra canzone ci ha richiamato sulla strada giusta... Cercavamo proprio te, amico.
FULVIO - Cercavate uno che non cerca mai nessuno? e che vo-lete da me?
SECONDO SOLDATO - Niente... così!...
PRIMO SOLDATO - Dobbiamo ucciderti. È un ordine di tuo padre.
FULVIO - (ride) Mio padre? Mio padre che riesce a ordinare qualcosa a qualcuno? Questa, poi!...
SEMPRONIA - Non vedete che è un deficiente? Ride sempre! Non è quell’Aulo Fulvio che cercate: questo è un grande bugiar-do perché è un grande vanitoso.
SECONDO SOLDATO - Potrebbe essere vero, la ragazza non sembra una che imbroglia.
PRIMO SOLDATO - La verità delle donne è una bugia non an-cora scoperta, ricordati!
SEMPRONIA - Vi assicuro che questo si chiama millantato cre-dito... È un caso patologico, vi dico!...
PRIMO SOLDATO - (al Secondo Soldato) E ricordati anche che quando qualcuno ti parla difficile sotto c’è sempre un tranello. Non cascarci!
FULVIO - Sempronia, questi soldati hanno ascoltato la storia che noi abbiamo cantato!... Non vedi? ci prendono in giro, e tut-to finirà in una bella risata.
PRIMO SOLDATO - E tu saresti dunque la famosa Sempronia.
SEMPRONIA - Io sono una girovaga, e lui è il mio amico. Can-tiamo.
FULVIO - Non vedi che vogliono fare come nella canzone? Sempronia!...
PRIMO SOLDATO - Tu sei Fulvio, non lo negare, e il tuo sigil-lo porta impresso un mastino che addenta un gladiatore.
FULVIO - È così, o soldato. Qual è il tuo nome?
PRIMO SOLDATO - Che ti fotte del mio nome se devo ammaz-zarti? È un ordine, non lo faccio volentieri, gli dei mi sono testi-moni. Tuo padre ti ha condannato a morte. Perché non so, ma ne ha diritto. Ora che ti abbiamo raggiunto prima del campo di Cati-lina, ci leviamo il pensiero. Non credere che io goda di farti fuo-ri, ragazzo, ma ho famiglia, e qualche sesterzio risolve tante co-se...
SEMPRONIA - Voi siete pazzi, ci scambiate per altri. Noi can-tiamo canzoni d’amore, non siamo quelli che cercate!
SECONDO SOLDATO - Eppoi, se non lo facciamo noi, lo farà qualcun altro. Lasciateci guadagnare qualcosa!...
SEMPRONIA - Ma non avete un cuore, voi?!
SECONDO SOLDATO - Io, per dire la verità, davanti alle la-crime di una donna... Che facciamo?
PRIMO SOLDATO - Su, muoversi. Io te lo tengo e tu lo infil-zi...
SEMPRONIA - Non lo toccate! non me lo toccate!
FULVIO - Dite che state scherzando, soldati, ditemi...
PRIMO SOLDATO - È uno sporco lavoro, il nostro, ragazzo.
SEMPRONIA - Anche per te noi ci battiamo!
PRIMO SOLDATO - Tante grazie ma... Stai buono! stai buono! Tu, tieni la donna, si è scatenata!
SECONDO SOLDATO - Questa non c’entra, che ne facciamo?
PRIMO SOLDATO - Legala! legale a quel tronco i piedi e le mani!
SEMPRONIA - Lasciami stare! lasciaci andare, bestione!
PRIMO SOLDATO - Legala forte, perdio, ché non scappi! - Oh, questo minchione è svenuto.
SECONDO SOLDATO - Dobbiamo aspettare? quanto aspetta-re? Prendiamo il sigillo e portiamolo al padre. Ci crederà.
PRIMO SOLDATO - Siamo soldati, il nostro onore dove lo met-ti?
SECONDO SOLDATO - Rianimiamolo, almeno! In quella fossa c’è acqua, riempio l’elmo e torno.
PRIMO SOLDATO - D’accordo, ma svelto, porca puttana!
(Il Secondo Soldato va a prendere dell’acqua)
SEMPRONIA - Se ci lasciate andare vi do tutto il denaro che vo-lete. Farete un affare, o soldati.
PRIMO SOLDATO - Quanto hai?
SEMPRONIA - Ora, qui, non ho niente. Ma a casa... Non ve ne pentirete, vi giuro!...
PRIMO SOLDATO - Qui, qui, quanto c’hai?
SEMPRONIA - A casa, a casa, ho borse di aurei sonanti. Le put-tane guadagnano bene, lo sai.
PRIMO SOLDATO - Qui, cazzo, qui non hai proprio niente?
SEMPRONIA - A casa, sarà tutto vostro. Due ore di strada, an-che di meno. Lasciateci andare!...
SECONDO SOLDATO - Quella sembra sincera. Non conviene aspettare? Intanto togliamo il sigillo, poi si vedrà, eh?
PRIMO SOLDATO - No, no, è pericoloso, ne va della pelle. Forza, annaffialo!
SECONDO SOLDATO - Attento... - Macché, non si muove neppure.
PRIMO SOLDATO - Alla malora, ammazzalo!
SECONDO SOLDATO - Non posso... è svenuto... non posso...
SEMPRONIA - Per carità!...
PRIMO SOLDATO - Su, donnicciola, affondagli la spada nel petto.
SECONDO SOLDATO - Come faccio? non so come si fa. Uc-cidilo tu, che sei più bravo.
PRIMO SOLDATO - Ah, cuore di ricotta! Tienilo in piedi, per-dio, almeno un po’ dritto... Guarda. Impugni la spada e l’appoggi sul cuore, qui. Devi stare accorto alle costole, possono fermarti la lama. Poi un colpo secco. Così. - Hai visto? È fatta.
SEMPRONIA - Aaaah, uccidete anche me!...
PRIMO SOLDATO - Senti come strilla? la senti?
SECONDO SOLDATO - Quanto sangue! sembrava anemico, invece... Prendi il sigillo, scappiamo!
PRIMO SOLDATO - Maledetto il sigillo, s’è incastrato nel di-to!... Ma che fai, mi vomiti addosso, maiale?
SECONDO SOLDATO - Scusa, non...
PRIMO SOLDATO - Dammi il coltello, piuttosto!
SECONDO SOLDATO - Gli vuoi anche tagliare il dito, ora?!
PRIMO SOLDATO - E come faccio sennò!
SEMPRONIA - Voglio morire!...
PRIMO SOLDATO - Per Ercole, questo ha la pelle dura o il tuo coltello è buono solo per le verze.
SECONDO SOLDATO - Ecco, ce l’hai fatta, via, filiamo.
SEMPRONIA - Pietà... uccidetemi...
SECONDO SOLDATO - E la ragazza?
PRIMO SOLDATO - Le diamo un colpetto? Vuole morire, non senti?
SECONDO SOLDATO - Eh no, per me la missione è compiuta!
PRIMO SOLDATO - Le facciamo un favore, mi pare.
SECONDO SOLDATO - Lasciamola legata. Chi vuoi che passi di qua?
PRIMO SOLDATO - Peccato, che belle tette! - Toh, m’è venuta un’idea; tu voglia ne hai?
SECONDO SOLDATO - Io? io no.
PRIMO SOLDATO - Invece io me la faccio, così com’è, legata.
SECONDO SOLDATO - Dai, non fare carognate, che gusto ci provi?
PRIMO SOLDATO - Haha! che ne sai tu? Io dico che è bello lo stesso!
SECONDO SOLDATO - Così conciata... Ma via!...
PRIMO SOLDATO - (a Sempronia) Ehi, dolcezza, il merlo che avevi non canta più, ma il mio, sapessi che canzone, ora!...
SECONDO SOLDATO - Non la vedi che dà i numeri? Lasciala stare, dai!
PRIMO SOLDATO - Giove ti fulmini, ti piacciono gli uomini? Aspetta un momento, no?
(Il Primo Soldato lacera col coltello la tunica per violentare Sem-pronia, che non reagisce)








6


Al Ponte Milvio, il 2 dicembre del 63, verso le tre del mat-tino.

(Sulla scena Tito Volturcio e un gruppo di Allobrogi. A un segnale, dei soldati nascosti attaccano, urlando)

T. VOLTURCIO - Sguainate le spade! difendetevi, Allobrogi!
ALLOBROGI - Cusèe che succèe? - Gamb! - Porcu can! - Chi-schì ce cupan da bon!
SANGA - Arrendetevi! arrendetevi se ci tenete alla vita!
T. VOLTURCIO - Battetevi, maledizione! ritiratevi da quella parte! da quella parte!
ALLOBROGI - Ga vedi no! - Ga n’è trop! - Ga n’è chi un bur-del!
T. VOLTURCIO - Non v’arrendete! animo, ce la faremo! in nome della libertà, coraggio!
SANGA - Non avete scampo! siete circondati! Allobrogi, non ce l’abbiamo con voi, vi promettiamo l’impunità! amnistia per tutti! Ma se m’uccidete un solo soldato, dico uno!, vi passeremo per le armi! Arrendetevi!
ALLOBROGI - L’è un disaster, Volturcio, sem cchi in brut peri-cul!
SANGA - Vi butteremo nel Tevere! morirete come sorci! arren-detevi, mangialumache!
ALLOBROGI - Nu s’arrendum, sacramon! nu s’arrendum, o-strega!
T. VOLTURCIO - Dannati maledetti! traditori, è questa la vostra parola?
V. FLACCO - Volturcio, è il pretore Flacco che ti parla... Depo-ni la spada e avrai salva la vita.
T. VOLTURCIO - Basta, m’arrendo anch’io!
SANGA - Disarmateli! Che nessuno sfugga! Portatemi qui quel Volturcio! (due soldati portano Volturcio davanti al Sanga) Be-ne bene bene, credevi di farmi fesso, eh? Beccati un anticipo! (gli dà un pugno nello stomaco)
T. VOLTURCIO - Ahhh, che tu sia mangiato dai vermi, tu e quella baldracca di tua madre!
SANGA - Ohhò! offendi anche, eh? (gli dà uno schiaffone)
T. VOLTURCIO - Sbirro fottuto!...
SANGA - No, caro, lo sbirro fotte te, se non parli!
T. VOLTURCIO - (indicando gli Allobrogi, che stanno a testa bassa in mezzo ai soldati) Ma per chi m’hai preso, per uno di quei cacasotto, forse? 
SANGA - (dandogli un pugno nello stomaco) Macchè, il nostro Volturcio invece è romano... o no?
T. VOLTURCIO - Ahhh, tu e le tue...
V. FLACCO - Basta, Sanga, voglio un interrogatorio legale... Con le persone di buonsenso... Intanto perquisite quelli là.
SANGA - Una torcia! una torcia!
V. FLACCO - Sei Tito Volturcio di Crotone?
T. VOLTURCIO - In carne e ossa.
SANGA - Rotte, ossa rotte se fai il furbo.
V. FLACCO - Mestiere?
SANGA - Eversivo.
V. FLACCO - Prefetto Sanga!... Allora, che mestiere fai?
T. VOLTURCIO - Sono un pedagogo.
V. FLACCO - In casa di chi?
T. VOLTURCIO - Preferisco restare a spasso piuttosto che pro-stituire il mio intelletto in casa dei potenti.
V. FLACCO - E ciò ti fa onore, ma ora, dove andavi? a spasso?
T. VOLTURCIO - Andavo con loro.
V. FLACCO - E voi, dove andavate?
ALLOBROGI - Naum cun lü!...
V. FLACCO - Ah, cominciamo?
SANGA - Andavano da Catilina, quel farabutto! Sai bene, o pre-tore, che quando la Centrale Informazioni Anonime opera in stretta collaborazione con la nostra Sezione Affarii Riservati nessuno abbaglio è più possibile.
V. FLACCO - Dunque andavate...
UN SOLDATO - Capo, abbiamo trovate queste.
SANGA - Pretore, guarda, che ti dicevo?
V. FLACCO - Lettere?
SANGA - E compromettenti, anche!
V. FLACCO - Chi le aveva?
SANGA - Il capodelegazione di questi bastardi.
V. FLACCO - Che venga qui.
SANGA - Portate qui il barbaro!
V. FLACCO - Da bravo, buonuomo, tu ci dici chi ti ha dato que-ste lettere e poi andiamo tutti a dormire, eh? Oppure preferisci un bianchino?
T. VOLTURCIO - Parli a un muro, pretore, non sa la nostra lin-gua.
V. FLACCO - Ma com’è possibile...
CAPODELEGAZIONE - Mi, non capisi na got.
V. FLACCO - Tito Volturcio, senti, il passato è passato e se col-labori, è ovvio, io sono più che disposto a metterci una pietra so-pra...
T. VOLTURCIO - Una pietra tombale, quella sì che ce la metti sopra, pretore Flacco.
V. FLACCO - Amico mio, noi sappiamo già tutto, tienilo ben presente...
T. VOLTURCIO - Se sai già tutto, pretore, che vuoi da me?
V. FLACCO - La procedura, Volturcio, sono le formalità buro-cratiche che a volte...
T. VOLTURCIO - Suicidano gli arrestati, giusto?
V. FLACCO - Sanga, a te!
SANGA - Ahhà! a noi due terroncello di Crotone! Tenetelo be-ne... Dicci dicci, piccioncino, chi sarà il tuo becchino?
T. VOLTURCIO - Non certo un cane da mandria come te... (si prende un pugno nella pancia) Ah!
SANGA - Che Cupido possa bucarti dove già bucato sei, chi ti ha dato quelle lettere?
T. VOLTURCIO - Ah! porco di un... (altro pugno) Ah!
SANGA - Ti farò sputare le budella!
V. FLACCO - Ricordati che per i pentiti c’è l’impunità, caro Volturcio, parla!
T. VOLTURCIO - Io non... (uno schiaffo) Ahi!
SANGA - Non sai niente, eh?
V. FLACCO - L’impunità, Volturcio, l’impunità!...
T. VOLTURCIO - Basta.... mi state massacrando... (una manga-nellata in testa) Aaaah!
V. FLACCO - Volturcio, c’è anche una grossa ricompensa... una taglia favolosa per te... tutta per te... Duecentomila sesterzi...
SANGA - (a Valerio Flacco, sottovoce) Trattabili... devi dire trattabili...
V. FLACCO - Forse anche più, ma ci pensi quante cose puoi fa-re anche con duecentomila sesterzi?
SANGA - Se no son botte... (affibbiando gli un pugno sulla fac-cia) Così!
V. FLACCO - Duecentomila...
T. VOLTURCIO - È stato Publio Gabinio e uno di Terracina, di nome Crepario, che mi hanno affidato l’incarico... non conosco gli altri, credimi, son dentro solo da pochi giorni... non so altro... non so altro...
SANGA - Questi professori, basta una manciata di spiccioli e un pugno nello stomaco, e ti vomitano addosso tutto quello che sanno!...
V. FLACCO - Che non è molto, a dire la verità. Comunque ac-contentiamoci e andiamo alla svelta ad arrestare Publio Gabinio e l’altro. Per una bella retata è l’ora ideale.
SANGA - E questi, li sbatto tutti dentro?
V. FLACCO - No, meglio portarli prima a casa del console, è lui il responsabile, è lui che deve decidere, io comincio a lavarmene le mani... Cicerone dovrà aver pazienza se stamattina il gallo canterà in anticipo. Andiamo.
SANGA - Camminate, pezzenti, non avete sentito il signor pre-tore?
(Passa, preceduto da un servo che fa luce, il senatore Marco P. Ca-tone)
Guarda guarda... chi l’avrebbe mai detto? Marco Porcio Catone fa il nottambulo da questi paraggi?
V. FLACCO - Chi è colui che gli tiene la torcia?
SANGA - Il famulo, penso, che ha usurpato il letto di Marzia sua. Ma dicono che di lei ha grande nostalgia e altro non aspetta che il vecchio e ricco Ortensio vada a Patrasso per riprendersela più ricca d’anni sì, ma anche d’oro. Dicono.
V. FLACCO - Caro amico, se vogliamo fare carriera teniamoce-lo buono... Ricordati che è il senatore più influente di tutta la re-pubblica, e senza la sua benedizione non si cava un ragno dal buco.
SANGA - Attento che ti sente... Forza coi complimenti!..
V. FLACCO - La metrica, Sanga, ricordati che ama ascoltare in versi antichi.
SANGA - Veramente i miei studi...
V. FLACCO - Sforzati, per tutti gli dei, spremiti! mezzo sordo com’è, non si potrà accorgere se sbagli. (declama, con la mano sul cuore)
O giusto, o nobile austero Marco Catone
o tu che affronti della notte i rischi
ecco, ecco le pecore nell’ovil rinchiuse
mentre buona guardia fanno i cani!
SANGA - Arresteremo tutti i congiurati
tu, o Catone, ci ordinerai... ehm...
Non funziona, non funziona... Guarda il ciglio più corruccia-to che mai!
V. FLACCO - Dimenticavamo la rima, Sanga, la rima!
Colti sul fatto non hanno più scampo
per la tua pace ci muoviamo come lampo!
SANGA - La congiura è quasi debellata,
da quello lì ogni cosa è dichiarata!
V. FLACCO - Al momento la repubblica è salvata,
la trama dei ribaldi è sfilacciata!
SANGA - Sia il tuo verdetto chiaro e ben reciso,
tu che non conosci lieto riso!
V. FLACCO - Un tuo cenno a noi Marco Catone,
ci serve per rinchiuderli in prigione!
SANGA - Niente, Flacco mio, è più sfinge che mai...
O tu che scuro in volto vinci la notte,
di Catilina ancor te ne strafotti?
V. FLACCO - Del criminale che volea incendiare
di Roma tua ogni sacrato altare?
SANGA - Qual pena tu proponi nel senato
per un incallito siffatto scellerato?
V. FLACCO - E agli altri delinquenti che arrestiamo
non mostrerai tu noi chi siamo?
SANGA - Il carcere è sollazzo per costoro,
solo la morte, la morte è di decoro!
V. FLACCO - Una risposta tua noi aspettiamo,
per sapere se ben ci comportiamo!
SANGA - Dicci o Catone, dicci porca vacca,
la repubblica è caduta nella cacca?
CATONE - (solenne, uscendo) Quae nubit totiens non nubit: a-dultera lege est. Valete!
SANGA - Cosa mai avrà voluto dire quel... Ma non possono par-lare come mangiano, ‘sti rincoglioniti?
V. FLACCO - Quae nubit totiens... chi si sposa tante volte non si sposa, per legge è un’adultera... Forse è un antidivorzista...
SANGA - Non vuol dire, non vuol dire... Conosco tanti senatori antidivorzisti di fatto divorziati che quel rimbambito di Catone non fa specie.
V. FLACCO - Se questa ipotesi, troppo letterale del resto, non dovesse reggere, significherebbe che ce n’è un’altra... Se noi provassimo a riferire il quae, che è femminile, a un soggetto lo-gico come la repubblica, visto che parlavamo di politica? che ne dici?
SANGA - Allora sposarsi in questo caso vuol dire farsi scopa-re... Il senso c’è: la repubblica che si fa scopare tante volte...
V. FLACCO - No no, non viene... Secondo me nubit sta per le-garsi, come in matrimonio... I politici amano le metafore, che bi-sogna saper bene interpretare, se non si vuole vagare nel buio.
SANGA - Allora sarebbe: la repubblica, che si lega tante volte... non si lega? Che cacchio significa?
V. FLACCO - Rifletti: la repubblica che si lega tante volte, in modo indissolubile, come in matrimonio, a un capo, è ovvio, allo stesso capo, non si lega, cioè come se non si legasse per legge, ovverosia è una repubblica adultera, falsa... Il senso c’è, non tro-vi?
SANGA - Uhm, non mi convince molto, però...
V. FLACCO - E invece sì, stai attento. La repubblica che si uni-sce, in matrimonio, a un capo, non dice a tanti capi, perché in questo caso non avrebbe usato il verbo nubit, che d’ordinario si adopera per i matrimoni; e dato che qui da noi ufficialmente non è permessa la poligamia, quanti sono i mariti? uno! Quanti sono i capi? uno! Ora, Cicerone non è dittatore? non è egli unito, come dire maritato con la repubblica? e non sai che vuole anche farsi rieleggere e insignirsi del titolo di padre della patria? Questo lo sanno tutti, e certamente lo sa anche Catone, al quale non sfugge un fremito di foglia... Ecco, Catone voleva dire che questo è un adulterio, anzi un incesto vero e proprio: adultera lege est!
SANGA - Allora secondo te era una frecciatina nei confronti di Cicerone?
V. FLACCO - Dato che come pretore ho un notevole allenamen-to nell’interpretazione delle cose, io non lo escluderei per niente. Del resto, non ha Catone insinuato che ci sono stati brogli eletto-rali nelle ultime elezioni consolari? e questo non in privato, os-serva bene, ma in pubblico, in piena assemblea, tanto che consoli designati, Silano e Murena, si sono fatti così piccoli piccoli che i loro seggi sembravano vuoti.
SANGA - Così tu dici che Silano e Murena sono uomini di pa-glia e che il capo resterebbe sempre Cicerone?
V. FLACCO - Questo spiegherebbe il nubit totiens... Ecco per-ché secondo il mio parere la frase è terribilmente allusiva nei confronti di quel vanaglorioso di Cicerone, la cui boria ha sem-pre recato uggia al senatore Marco Catone! Ecco perché dob-biamo stare bene attenti a quello che facciamo! Dobbiamo sce-gliere, caro Sanga, dobbiamo deciderci: o Cicerone, o Catone, non c’è altro da fare!
SANGA - Ci mancava pure questa, come se non dovessimo già barcamenarci a sazietà! All’inizio tra Cicerone e quel fesso fottu-to di Catilina la scelta è stata facile, e abbiamo optato per Cice-rone; e se anche più d’una volta se l’è fatta sotto, come console manovra il palazzo come vuole, mentre Catilina manovra un e-sercito di sbandati... Ma ora? Ostia, che mazzata! Se andiamo da Cicerone può sembrare che abbiamo scelto lui, e Catone si ar-rabbierà di sicuro... Ma se andiamo da Catone sarà peggio, per-ché il console, ehhh! permaloso com’è, minimo minimo ci accu-serà di scarsa professionalità e ci manderà chissà dove... Ma, ca-ro Flacco, sei proprio sicuro che il senso preciso è quello che hai detto tu?
V. FLACCO - Io non sono né grammatico, né retore, ma di poli-tologia qualcosina so. Dopotutto, senti, se scartiamo la prima i-potesi fortemente contraddittoria con la sua stessa situazione ma-trimoniale - uno che ha divorziato e come dici tu aspetta come una manna di risposare la sua ex moglie -, come fa a dire che questa è un’adultera, come dire una puttana se poi è lui che deve prendersela? Quindi, non si tratta di una frase antidivorzista, as-solutamente! Ciò significa che la seconda ipotesi che abbiamo discusso è quella vera, ma ci mette nei guai... A meno che non scappi fuori una terza ipotesi, ma quale! ma quale!...
SANGA - Mi sto frugando nella testa, però la matassa è ingar-bugliata... Se provassimo a chiedere a Volturcio, che fa il profes-sore?
V. FLACCO - Macché, qui ci vuole un esperto, un vero esperto agguerrito nell’ermeneutica politica, altro che un semplice pro-fessore, e per giunta senza lavoro!
SANGA - Boh, che ci perdiamo? Io ci provo. - Ehi, Volturcio, a buon rendere, secondo te cosa voleva dire il grande Catone, con le sue parole?
T. VOLTURCIO - Si riferiva alla congiura, se ben afferro, non alla donna. Dice che di regola una congiura che si vela tante vol-te, si svela falsa. Così dice il grande Catone.
SANGA - Ohibò, a questo non ci avevamo pensato! I miei anti-chi propositi cominciano a vacillare... Che sia tutta una montatu-ra, questa congiura, affinché quelli che comandano si sbarazzino dei loro avversari politici?
V. FLACCO - Ohimè Sanga, che fare? con chi stare? dalla parte di Cicerone? Ma allora sbattiamo il grugno contro uno più poten-te di lui! Se invece ci mettiamo dalla parte di Catone, il protettor dei protettori, a me pare che il nostro futuro sarebbe assicurato...
SANGA - Quale futuro? quello lontano, se campiamo, perché quello prossimo è saldamente in mano alla cricca attuale, che può bruciarci quando e come vuole!...
V. FLACCO - Comunque sia, la nostra carriera è compromessa, il nostro stipendio è già tanto se ce lo lasciano com’è... Ma se poi quel Volturcio della malora ha visto giusto, e io opino che sia un’interpretazione possibile, cosa dovremmo fare, passare forse dalla parte di Catilina? La congiura che si vela tante volte, si sve-la falsa...
SANGA - In effetti è da molto che si parla di una congiura vela-ta, congiura come dire.. strisciante. Anzi, nel 66 si dice che an-che Cicerone fosse più da quella parte che da questa... Ebbene, l’acuto Catone voleva dire proprio questo, che in realtà si tratta, a proposito di Catilina, di una falsa congiura..
V. FLACCO - O che forse Catone non voleva informarci che sotto sotto lui simpatizza per Catilina?
SANGA - E come si può escludere, tra nobili? Eppoi, si dice che sia molto geloso della popolarità di Cicerone come oratore, e che a casa sua, quando gli giungono gli applausi della folla al conso-le, lui furibondo sbatte contro i muri tutto quello che gli capita sotto mano. Questi sono indizi, caro Flacco, indizi che mi lascia-no molto, molto perplesso.
V. FLACCO - Che dramma, il nostro! che dovremmo fare, libe-rarli?
SANGA - Ah, io eseguo i tuoi ordini!...
V. FLACCO - Non fare il pistola, come dicono nella Padania, sono forse io a decidere? e quando mai un pretore ha potuto de-cidere qualcosa sopra la testa dei politici?
SANGA - Sei tu che hai una carica ragguardevole, mentre io so-no l’ultima ruota del carro. Decidi tu!
V. FLACCO - Diciamo... diciamo che per noi ha deciso il gran-de Catone!
SANGA - L’integerrimo Catone.
V. FLACCO - Il sapiente...
SANGA - Il potente...
V. FLACCO - L’austero...
SANGA - Il severo...
V. FLACCO - Il giusto...
SANGA - L’onesto Marco Catone.
V. FLACCO - Mandiamoli via.
SANGA - Andate a casa! andate in malora! andate dove volete, ma sparite!
V. FLACCO - C’è stato un equivoco.
SANGA - Uno sgradevole malinteso.
V. FLACCO - Un gioco spiacevole. Siete liberi.
T. VOLTURCIO - Un equivoco! un malinteso! un gioco che vi costerà duecentomila sesterzi, amici cari!
V. FLACCO - È pazzo?
SANGA - È fesso.
T. VOLTURCIO - Vi accorgerete se sono fesso! Ci assalite, ci minacciate, mi riempite di botte, mi promettete la taglia, vi dico tutto, e poi che fate? Addio, o Volturcio, abbiamo scherzato un pochetto!... No, voi mi arrestate regolarmente e regolarmente il governo mi darà la taglia. Se no, spiffero tutto a chi di dovere!
SANGA - Ci vuole incastrare. Mi sa tanto che questo parla dav-vero.
V. FLACCO - Questi professori bisogna pagarli tanto per parla-re, quanto per farli tacere.
T. VOLTURCIO - Sono un maestro, e la mia moralità, che per tutta la vita è stata adamantina, a causa vostra si è intaccata...
SANGA - Niente paura, Volturcio, per noi zitti e mosca.
T. VOLTURCIO - Per voi, ma davanti a questa brava gente io passo per un vigliacco, una spia, un traditore degli ideali di liber-tà a cui mi ero votato con tutto l’animo mio. Io...
SANGA - Ma Volturcio caro, cosa vuoi che abbiano capito que-sti rozzi padani? - Ehi, voi, di che cosa stiamo parlando?
CAPODELEGAZIONE - Ostia, mi non capisi na got!
SANGA - Visto? Qui tutti muti e sordi, e per giunta se vuoi ve-nire in polizia ti metto pure la buona parola.
T. VOLTURCIO - E i pugni che mi hai appioppato nello stoma-co?
SANGA - To’, questa è la mia pancia, ti puoi rifare a volontà.
T. VOLTURCIO - Io... voglio i soldi pattuiti. Mi pare giusto.
SANGA - Duecentomila sesterzi?
T. VOLTURCIO - Fate metà per uno, cento tu e cento lui.
V. FLACCO - Quello è scemo!...
SANGA - Piuttosto lo arresto per schiamazzi notturni.
V. FLACCO - Guarda un po’ se quello laggiù non è un incen-dio...
SANGA - È proprio un grosso incendio dalle parti dell’Aventino!
T. VOLTURCIO - Un monte di immondizie!...
V. FLACCO - Bruciano i rifiuti?
SANGA - E se fosse scoppiata la rivolta?
V. FLACCO - Se ci beccano con quei merdosi tra le mani, siamo rovinati per sempre.
SANGA - Il casino è che noi vogliamo liberarli e loro vogliono essere arrestati.
V. FLACCO - E se li suicidassimo seduta stante? Coi terroristi è così che si usa!...
(Sanga dà una pacca sulle spalle di V. Flacco come per dire che può esser una buona idea)







7

In casa del console Cicerone, la mattina del 5 dicembre del 63


CICERONE - Ah... aah... ah!... Niente, per Ercole, niente... Ogni sforzo è vano... devo rassegnarmi anche per stamattina... - Te-renzia! - Una settimana, quasi una settimana che non mi scarico il ventre... Che può essere? le preoccupazioni politiche? l’ansia? Lucio Sergio Catilina, quello spirito malefico arriva a bloccarmi il naturale flusso degli intestini? è mai possibile? Oggi la faremo finita, o distruttore della mia serenità... a morte ti farò condanna-re, a morte!... - Terenzia! - Pesantezza, mal di capo, insonnia, ce l’ho tutte, non manca niente per farmi venire le rughe in un’età in cui le persone tranquille cominciano ad assaporare le gioie della vita che un’attiva giovinezza ha saputo costruire... Ahhhhà! Nulla, neanche aria esce ad ammorbidire la durezza di questa mia pancia di tamburo!... Neanche avessi mangiato sassi, per Er-cole!... - Terenzia! - Io ho studiato, io ho scritto, io sono diventa-to il più grande avvocato di tutti i tempi, per i miei meriti mi hanno affidato la direzione della repubblica, a me, che vengo dalle montagne, cosa inaudita finora, novello Camillo, mi hanno fatto dittatore per salvare la patria in pericolo, sono ricco, sono famoso, sono potente... eppure non caco. - Terenzia!
SERVA - Il signore ha chiamato?
CICERONE - Che Mercurio ti porti, sono due ore che chiamo mia moglie, dove si è ficcata quella pettegola?
SERVA - Vado a cercarla, signore.
CICERONE - Vado a cercarla, signore!... Se la ride sotto i baffi, lei! non ha i miei problemi, lei! magari va al cesso regolarmente, la porca, puntualmente, al primo canto del gallo... Ahhhaaahhh... macché, tanto vale alzarci, che resto qui a perdere tempo? quasi non mi circola più il sangue nelle gambe!... Mah!
GUARDIA - Signore, un gruppetto di senatori sta aspettando per darti il buongiorno.
CICERONE - Chi sono? chi sono?
GUARDIA - C’è il futuro console Decio Silano, ci sono i sena-tori Tiberio Nerone e Gaio Pisone; e poi ci sono altri due che non hanno detto niente.
CICERONE - Che aspettino. Anzi, se non vogliono attendere nell’atrio che vengano, li ricevo qui (la guardia esce). Che c’è di male, del resto? questa stanza non è come le altre? per puzzare non puzza, purtroppo, eh sì, purtroppo!... È pulita, è ben tenuta, dovrebbe essere la regina della casa e invece, umanità ingrata, si tiene sempre chiusa, peregrina, come se si avesse vergogna che esiste e che ci si serve di essa quando la fortuna ci è propizia... Il cesso, l’unico posto dove il corpo si purifica di dentro e di fuori dovrebbe essere un altare, sì, un’ara su cui sacrificare ogni mat-tina per ringraziare il cielo del miracolo concesso, e invece... Mah!
PISONE - (entrando, con gli altri) Chi dice mah, cuor contento non ha.
CICERONE - E dovrei forse, Pisone mio? Vi confesso, amici miei, in tutta sincerità non riesco, non riesco proprio a defecare.
PISONE - Perché preoccuparsi? neanche gli dei lo fanno, o Mar-co Tullio, pensa, neanche gli dei!
CICERONE - Gli dei? e già, gli dei...
SILANO - E tu fra poco sarai innalzato agli eterni, o console!
CICERONE - Bravo Silano, bravo e grazie! Ma questa pigrizia strana, questa pesantezza, questo cerchio alla fronte...
SILANO - È la corona che il potere ti ha posto sul capo, o Marco Tullio, il rovescio della bella medaglia, la penale che devi pagare alla dea bendata per averti reso glorioso, vero personaggio stori-co vivente!
CICERONE - Che gli dei ti assistano, o Silano, quando tra poco prenderai il mio posto. Il potere, la gloria, il danaro, tutte inezie quando non puoi mettere piede fuori di casa senza tremare, quando non puoi recarti in mezzo alla gente senza una spessa co-razza, quando non puoi mangiare il frutto colto con le tue mani senza sospettare che quello, proprio quello l’han potuto avvele-nare, e soprattutto, sopra tutto quando non puoi andare la mattina al cesso... Ah, da una settimana non faccio che sognare il cesso! Stanotte, sentite questa, ho sognato, in tutta confidenza, amici, in tutta confidenza, ho sognato che eravamo in senato e stavamo facendo il processo a Lentulo e quegli altri mascalzoni. A un cer-to punto della mia arringa mi fermo e mi guardo in giro: là un gruppetto di senatori che dormono, là un altro di senatori che parlano e ridacchiano, là, in mezzo alla curia, soldati che giocano a dadi... Io pensavo: eppure sto parlando io, e la mia disquisizio-ne attiene a un argomento di capitale importanza per le sorti del-la nostra cara patria. Ci credereste? nessuno mi prestava ascolto. È stato allora che il mio collega Caio Antonio, che era al mio fianco, volgendosi verso di me, con aspetto avvampato, mi disse: Amico mio, ché ti accalori? È finita, Catilina ha vinto, un macel-lo! E poi Antonio non fu più Antonio, ma mia moglie che mi guardava tutta compassionevole. Io risposi: Terenzia mia, nulla è la morte a un sapiente, ma prima lasciami almeno cacare. E lì, con gli occhi della platea puntati addosso a me, seduto com’ero, ho riempito la toga e, scusate, il seggio e mi sono svegliato col fiatone solo quando mi parve di affondare pian piano come nelle sabbie mobili...
PISONE - C’ero anch’io in senato, Marco Tullio?!?
CICERONE - Ah ah, tu avevi disertato la seduta per paura che Caio Cesare ti attaccasse!...
PISONE - Io paura della regina di Bitinia? Ma sentite questa!...
SILANO - Paura lui? Macché! Astuzia, astuzia della lucertola che ti lascia in mano la coda!...
PISONE - In ben altre occasioni il sottoscritto ha saputo affron-tare Cesare a tu per tu!
SILANO - In verità la tua muta facondia, o Pisone, è più perico-losa del pescecane che naviga acque scure e profonde.
CICERONE - Diciamocelo francamente, o Pisone, con Caio Ce-sare hai il dente avvelenato da quando ti trascinò in giudizio per i fatti della Traspadana, nevvero? Io ti ho difeso, o Pisone, ma io, il tuo avvocato, ero il primo a credere nella tua colpevolezza. Se ti ho fatto assolvere, credimi, è stato perché un grande oratore come Marco Tullio Cicerone non può perdere una causa senza arrossire di vergogna, non potrà mai! Posso essere clemente coi ladri dell’erario, se questo è costume, ma mai, dico mai posso essere largo del mio sapere, delle mie capacità intellettuali e giu-ridiche, della grandezza che mi rese glorioso a Roma e per l’Italia tutta... Io ho un capitale da proteggere, la mia eloquenza, ricordati, la mia eloquenza!
PISONE - Sì, Marco Tullio, ma io tutto questo discorso... io...
CICERONE - Ascolta, Pisone, conosci un certo Statilio? eh? lo conosci?
PISONE - E chi non lo conosce!...
CICERONE - Sai che cosa doveva fare? Doveva incendiare Ro-ma! Ecco che doveva fare! E sai tu a chi ho affidato questo terri-bile congiurato? A Caio Cesare! Sì, proprio a lui! E perché pro-prio in casa di Cesare, il mio nemico mortale? Perché sono un fine politico, io, ecco perché!
PISONE - Ma io non ho mai detto il contrario... Marco Tullio, tu sei nervoso per motivi di digestione e allora...
CICERONE - Non girare la frittata, Pisone, per me il privato non ha mai influito sul pubblico interesse! Tu, piuttosto, perché hai tentato di invischiare pubblicamente Cesare nella congiura?
PISONE - Ehhh... perché a mio avviso non sarebbe sbagliato sbarazzarsi di lui ora che ne abbiamo l’occasione.
CICERONE - Lo sentite? È duro, è duro, per Ercole!
PISONE - Io vedo in Cesare un pericoloso concorrente alla tua grandezza, per questo insisto, non per animosità o per odio, son cose passate. Cesare deve cadere insieme a Catilina, se vogliamo salvare il potere dei nobili!
SERVA - (dall’ingresso) Signore, Terenzia tua chiede cosa ti necessita. Non può venire.
CICERONE - E quando mai mia moglie è venuta?! Una pozio-ne, per Giove, una pozione lassativa che deve fare lei con le sue mani! - Ogni erba mi pare una cicuta, bisogna guardarsi bene in-torno quando si occupa un posto di responsabilità come il mio! - Ah, giacché sei qui, prendimi l’occorrente per il bagno... sapo-ne... asciugatoio... vai... vai... - Speriamo che un bagno caldo mi faccia effetto... Scaricarsi il ventre o non scaricarsi il ventre? È questo il mio problema, altro che Giulio Cesare! Dopo tutto che potrà fare? che potrà dire? Vuole difendere i congiurati? Li di-fenda! li difenda! Cosa spera di ottenere? L’assoluzione dubita-tiva? Eh, no, a morte li farò condannare, a morte!
SILANO - Bene, Marco Tullio, così mi piaci. Chiarezza, deter-minazione, coraggio, queste le doti di un grande statista. La no-stra sicurezza è stata messa in pericolo da quella schiera di pez-zenti che in questo momento il nostro esercito sta braccando per monti e per valli, ma d’altronde con questi delinquenti alle porte di casa nostra non possiamo essere indulgenti se vogliamo stare tranquilli.
T. NERONE - Sono agli arresti domiciliari, non possono nuoce-re.
SILANO - A me invece risulta che Lentulo Sura passa le giorna-te a incitare i suoi liberti e clienti a rapirlo, che Cetego sobilla i suoi schiavi a organizzarsi e liberarlo...
SERVA - Ecco tutto l’occorrente per il bagno, signore. Tua mo-glie sta preparando la pozione, ih ih!
CICERONE - Vattene agli inferi, screanzata! - Tua moglie sta preparando... uh, tua moglie! non riesce a dire la signora, no, tua moglie... Bisognerebbe insegnare un po’ di educazione a queste analfabete... Non sanno leggere, non sanno scrivere, non sanno trattare coi padroni... Un minimo d’istruzione, perbacco, cosa sa-rebbe un minimo d’istruzione?
PISONE - Non ti pare, Marco Tullio, che il bastone sarebbe il maestro migliore?
CICERONE - No no, il bastone no. Anch’io, non mi vergogno a dirlo, non ero nessuno un tempo... Ma con la passione, la tenace applicazione, e una memoria formidabile, non c’è che dire, for-midabile, guarda tu a che punto sono arrivato! Io dico che...
PRIMO MESSAGGERO - Il console Caio Antonio al collega Marco Tullio Cicerone: dagli esploratori ci risulta che Catilina sta rinforzando l’esercito e che gli effettivi delle legioni sono raggiunti. Un quarto dei soldati ha armi regolari, gli altri per ora roncole, lance e pali appuntiti. Addio.
CICERONE - Eh? Quest’acqua è bollente! scotta, per Ercole!
SILANO - Hai visto, o console, la grave iattura che ci sovrasta? Diamo una lezione, giustiziamo quelli che abbiamo in mano, e la paura, se non l’amor di patria, impedirà a molti di unirsi a quel principio di ogni male. Colpendo costoro colpiremo insieme l’esercito di Catilina, che già ci prende alla gola, e romperemo il cerchio di ferro e di fuoco che si stringe intorno a te, o console, a me, a tutti noi...
PISONE - Sono d’accordo con Decio Silano: la crudele situazio-ne non esige parole o inutili discussioni, ma decisioni concrete e rapide. E avremo vinto.
PRIMO SENATORE - Morte agli eversivi!
SECONDO SENATORE - Sulla forca i boia di Roma!
CICERONE - Sì... forse... però vi esorto... ci sono pericoli... Del resto il console saprebbe anche morire, se fosse necessario alla repubblica, ma prima deve, come dire?... Ah, come scotta quest’acqua!
SECONDO MESSAGGERO - Antonio a Cicerone manda i suoi saluti.
CICERONE - E Cicerone a Caio Antonio manda il buon augu-rio. Parla.
SECONDO MESSAGGERO - Il console Antonio cerca il con-tatto col nemico, ma Lucio Catilina è riuscito a sganciarsi e sta marciando verso il Piceno per congiungersi alle forze di Setti-mio. Frattanto torme di schiavi raggiungono i sovversivi, ma Ca-tilina li respinge. Vale.
CICERONE - Li respinge? si prende il lusso di respingere... Ma allora è la fine! Ma allora è la disfatta!
SILANO - Non impressioniamoci! Per gli dei, se anche perdes-simo una battaglia vinceremmo la guerra, e la guerra la fanno le vecchie volpi come Marco Petreio e altri valenti generali. Roma ne ha a bizzeffe! Mantieni, o console, fermo il tuo proposito.
CICERONE - Forse riesco... zitto, forse riesco a evacuare!...
T. NERONE - Andiamo cauti, andiamo cauti con le forche! Alla fin fine Cesare potrebbe trascinarci tutti in tribunale per aver giustiziato senza l’appello al popolo dei cittadini romani non col-ti in flagrante, si badi, non colti in flagrante!...
CICERONE - Giusto, dirà che è un abuso di potere, che la pro-cedura è illegale... Roma è la culla del diritto e Marco Tullio Ci-cerone per i secoli resterà un faro per tutti gli uomini di legge. Io non posso, non voglio rovinarmi la reputazione con un giudizio avventato contro questi miserabili ectoplasmi!
PRIMO SENATORE - È bene, è bene aspettare gli sviluppi de-gli eventi!
SECONDO SENATORE - L’esilio non sarà più crudo della morte!
PRIMO SENATORE - Se morire devono, perché sostituirci al fato?
SECONDO SENATORE - Eppoi, chi ci dice che gli amici di Lentulo non facciano gazzarra in città?
PRIMO SENATORE - Ci sono troppi caporioni liberi; chi po-trebbe escludere una sommossa?
SECONDO SENATORE - L’incolumità delle nostre famiglie e di Roma stessa non sarebbe messa in forse?
SILANO - Fin quando lo stato fu forte e potente, l’infingardaggine dei nostri concittadini...
PRIMO SENATORE - Se ci trovassimo in catene dietro il carro di Catilina, che per malaugurata ipotesi dovesse trionfare, ci di-fenderesti tu, o Silano, coi tuoi discorsi?
CICERONE - Ebbene, Silano, ti ha colto in fallo... Che discorsi potresti fare, tu, tu che come candidato al consolato non hai fatto un solo comizio, dico uno solo che si reggesse in piedi? eh?
(Entra Sanga, e subito dopo un prigioniero tra due soldati)
SANGA - Salve, salute a tutti! Ne abbiamo arrestato un altro, ha confessato. Non così alla svelta come Tito Volturcio, ma ha con-fessato. È un ex di Catilina, potete interrogarlo anche voi.
CICERONE - (dopo una lunga pausa) Qual è il tuo nome?
L. TARQUINIO - Lucio Tarquinio.
CICERONE - Uh! - Di dove sei?
L. TARQUINIO - Di Ostia, lavoro al porto, sulle navi di Crasso.
CICERONE - Lavori per Crasso? Marco Crasso è un nostro buon amico, non ci sono dubbi. Di che cosa ti accusano?
SANGA - O console, lui stesso si è autoaccusato di congiura, non io!
CICERONE - Sanga, chi conduce qui l’interrogatorio, io o tu?
L. TARQUINIO - Mi hanno accusato di essere un catilinario, ma non è vero!
CICERONE - Lo sentite? Non è vero!
L. TARQUINIO - Di quello che stavo per fare mi sono amara-mente pentito...
CICERONE - Non ci interessa quello che volevi fare, ma quello che hai fatto! - Che facciamo, ora, processiamo le intenzioni? Chi non sarebbe in catene se un tribunale supremo dovesse giu-dicarci per le nostre intenzioni? Forse tu, o Silano? o tu, Tiberio Nerone? o io stesso, Marco Tullio Cicerone?... Forse Sanga, ec-co, Sanga non ha nulla di cui pentirsi, perché i suoi pensieri sono stati sempre puri, vero?
SANGA - Io sono un leale servitore dello stato e in tutta fran-chezza non ho nulla da rimproverarmi.
CICERONE - Ehm... infatti... l’altra notte... corre voce... ma se mi sbaglio... Sanga e il pretore Flacco... Sanga, dimmi che mi hanno informato male!
SANGA - No... sì...
CICERONE - Confuso, Sanga? Il capo della Polizia Investigati-va cade in confusione? Quale carisma può mai esercitare un capo che davanti a un’innocente domandina si mette a balbettare?
SANGA - È che tra due alte cime di eguale bellezza è difficile scegliere quale scalare!...
CICERONE - Sanga, non ci sono altre cime a cui paragonarmi!
SANGA - Con tutto il rispetto verso il senatore, io non intende-vo...
CICERONE - Per gli dei, non mordere la mano del benefattore! - Addio, Tarquinio, e porta i nostri saluti a Marco Crasso.
L. TARQUINIO - Allora mi perdonate? ottengo il perdono di stato?
CICERONE - Perdonarti? e di che cosa mai?
L. TARQUINIO - Che stavo portando un messaggio a Catilina, no?
CICERONE - Un messaggio? quale messaggio, di grazia?
L. TARQUINIO - Ma come quale messaggio, quello di Crasso, benedetti!...
CICERONE - Marco Licinio Crasso? Non mentire!
SANGA - È così, o console, aveva un messaggio per Catilina. L’abbiamo decifrato.
CICERONE - Silenzio, Sanga, non stuzzicare il leone che son-necchia! (a L. Tarquinio, con calma) Dunque tu dici che avevi un messaggio, sei sicuro? ehm, un messaggio del nostro caro a-mico... un messaggio che diceva che cosa? cosa mai poteva dire? eh?
L. TARQUINIO - Crasso comunicava a Catilina di non preoccu-parsi per l’arresto dei congiurati, anzi lo incitava a marciare su Roma senza indugio. Questo diceva, è la verità.
CICERONE - (Indicandogli la scritta di un affresco) Cosa c’è scritto lì?
L. TARQUINIO - Dove, là sotto?
T. NERONE - Sei orbo oltre che scemo? Avanti, cosa c’è scritto!
L. TARQUINIO - Io non sono scemo, io sono soltanto analfabe-ta.
CICERONE - (trionfante) E qui casca l’asino! Nessuna meravi-glia, signori, se in questi tempi calamitosi un analfabeta finisce tra le fila di un Catilina qualsiasi, ma che gli venga dato un inca-rico tanto delicato, ebbene, no! questo, per quanto avventati si possa essere, no!
L. TARQUINIO - Ma io non ci capisco più niente! ditemi voi quello che devo dire!...
T. NERONE - Simulazione di reato!
SILANO - È un infiltrato!
T. NERONE - Ci vuoi prendere per il culo, Lucio Tarquinio?
L.TARQUINIO - Mai!
T. NERONE - Altro reato!
CICERONE - Lucio Tarquinio di Ostia, ignobile scaricatore di porto, sei imputato di oltraggio alla nostra intelligenza e di ca-lunnia nei confronti del valoroso Marco Crasso, che ci ha sempre onorato della sua amicizia e la cui lealtà nei confronti della re-pubblica è assolutamente fuori discussione!
PRIMO SENATORE - In galera!
SECONDO SENATORE - Ai ceppi finché non metterà giudizio!
CICERONE - Portatelo via!
(Sanga e i due soldati escono con L. Tarquinio in catene)
SILANO - Sia lode alla lungimiranza del console che ha saputo rintuzzare l’ostinazione di un mitomane ponendo un salutare ar-gine a un fiume di corbellerie. Non sarà...
CICERONE - Ohimè, devo ancora preparare la mia quarta arrin-ga per questo pomeriggio! Non ho idee chiare, amici, e questa pesantezza, vi confesso, mi annebbia la mente... Ah, riuscissi almeno a scaricarmi! Pisone, guarda, guarda dalla finestra se viene qualche messaggero.
PISONE - Non vedo nessuno, o Marco Tullio, c’è solo Terenzia tua che dà la pappa al bimbo.
CICERONE - Ah, se come console sprezzo ogni pericolo perso-nale nella consapevolezza di compiere il proprio dovere per evi-tare la generale rovina dello stato, come uomo, come uomo mi commuove profondamente la sorte di una moglie che muore d’angoscia, di una figlia accasciata dal terrore, di un bimbetto innocente, oh, com’è graziosa quella creatura!...
TERZO MESSAGGERO - Buone notizie dal fronte di guerra, o console.
CICERONE - Che Mercurio ti protegga, o messaggero, tu mi ri-dai la vita.
TERZO MESSAGGERO - L’armata di Catilina è incastrata tra le montagne in territorio pistoiese. Cerca di aprirsi un varco ver-so la pianura padana, ma il vigile Caio Antonio ormai la tiene in pugno. Vale!
CICERONE - Addio, latore della lieta novella, addio!...
SILANO - Hai visto, Marco Tullio? Catilina sarà stritolato e o-gni timore è femmina.
CICERONE - Che intendi, o Silano? Il console non ha testé af-fermato che se c’è da sacrificare la sua vita, sacrificherà la sua vita? Ma l’uomo, ricordalo bene, non il console a cui è stato af-fidato l’incarico di salvare la patria dal pericolo!
SILANO - Plaudiamo, Cicerone, alla tua saggezza. L’uomo può offrirsi al martirio per una nobile causa, il capo non ha questo di-ritto. Per tornare a Lentulo Sura, ora che la via del capestro è spianata...
PRIMO SENATORE - Impicchiamoli una volta per tutte!
SECONDO SENATORE - Devono anche vivere a spese dello stato?
T. NERONE - Prudenza, amici, i morti non risuscitano. Ancor vivo Catilina...
SILANO - Eh, ma ormai come vuoi che scampi quello scellerato al suo destino? Imbottigliato tra le montagne, se non con le armi lo prenderemo per fame. Non hai sentito il messaggero?
QUARTO MESSAGGERO - Il console Caio Antonio a Marco T Cicerone...
CICERONE - Tullio... Marco Tullio.
QUARTO MESSAGGERO - Tullio, ma qui dice T.
T. NERONE - Che notizie?
QUARTO MESSAGGERO - Buone e cattive!
T. NERONE - Che vi dicevo?
CICERONE - Che aspetti? su, su!...
QUARTO MESSAGGERO - Precedenza alla notizia buona o cattiva?
CICERONE - Muoviti, posapiano, la buona, la buona!
QUARTO MESSAGGERO - Ascoltate. L’esercito dei rivolu-zionari nell’intento di raggiungere Modena è stato bloccato dalle legioni di Quinto Marcio Re a nord e dal console Antonio a sud. Nessuna speranza di vittoria per Catilina nell’imminente batta-glia.
CICERONE - Siano rese grazie agli dei! O Giove padre... Ma dimmi, qual è la notizia cattiva?
QUARTO MESSAGGERO - Il console Antonio ha sofferto un terribile attacco di gotta, ed è costretto, con sommo rincresci-mento, a cedere la direzione della battaglia al legato Marco Pe-treio. È tutto. Addio.
CICERONE - Gli attacchi di gotta al nostro caro collega... Co-munque oggi è il più bel giorno della mia vita, amici cari. Roma è salva!
SILANO - Li condannerai a morte, o Marco Tullio?
CICERONE - A morte? cos’è tutta questa fretta, o Silano? Mi fai pensare... tu mi fai pensare... Gli altri che dicono, sono d’accordo? Il vostro console è un convinto democratico, e per-tanto si rimette al giudizio della maggioranza. Cosa dice Tiberio Nerone?
T. NERONE - Mah... non saprei... perché...
CICERONE - In tutta coscienza, qual è il vostro parere?
PISONE - A morte!
PRIMO SENATORE - A morte!
SECONDO SENATORE - A morte!
CICERONE - A morte? e morte sia, con quattro voti favorevoli e un astenuto. Al quale astenuto dico, ma solo per tranquillizzarlo, mai per influenzarlo, che il console aveva tutto previsto, e che l’opinione pubblica ci sostiene. Uomini d’ogni ordine, di ogni classe, di ogni età, com’è giusto; plebei, grandi e piccoli funzio-nari, liberti e schiavi, e i borghesi, i grassi borghesi del partito dell’ordine che oggi, grazie a questa causa, sono diventati nostri alleati, tutti sono d’accordo per salvare la repubblica, e se questa alleanza politica durerà, vi giuro, per Ercole, che nessuna crisi interna potrà più colpire lo stato. Vedrete, vedrete nel pomerig-gio che discorso farò in senato... Li inchioderò alle loro colpe... vedrete!... - Sto perdendo i capelli, perbacco, sto proprio perden-do i capelli... Che non sia colpa della cattiva digestione? eh? voi che ne dite?...





8

Nel carcere Mamertino, una sera


CETEGO - (canta con rabbia) 
Prendi il laccio vecchio boia
metti il laccio intorno al collo
fammi il vuoto sotto i piedi
il mio corpo penzolerà...
CREPARIO - Non tormentarmi, ti prego , con quella canzone, non ce la faccio più!...
CETEGO - (con rabbia maggiore) 
Stringi il laccio sporco boia
torci il laccio sul mio collo
strangola quest’anima
che ricerca la libertà...
CREPARIO - No, basta!...
LENTULO - Cetego, per favore!...
CETEGO - Il bimbo ha paura del buio?
LENTULO - Non ha paura, è troppo teso. Siamo segregati in questa fossa fetida e senza tempo, e tradiremmo la nostra stessa natura se riuscissimo a restare imperturbabili proprio oggi che ci sarà battaglia.
GABINIO - Questo se oggi è oggi e non è già ieri, perché se ieri è oggi, e oggi è domani, la nostra sorte è due volte segnata.
STATILIO - Catilina non ci confermerà la pena, perché non sarà così pazzo da accettare battaglia campale.
CETEGO - Al contrario, una grande battaglia moltiplicherà le nostre legioni come cavallette.
STATILIO - Se vincessimo.
CETEGO - Sporco disfattista, che vuoi dire!
STATILIO - Che a Cetego è cresciuto troppo il cervelletto, a scapito del resto.
LENTULO - Via, non litigate. Anch’io penso che potremo vin-cere, Cetego, ma se dovesse aver ragione Statilio non sarebbe una tragedia, e anzi dalla sconfitta trarremmo una salutare lezio-ne per il futuro. Catilina capirà una buona volta che Cesare ave-va torto a suggerire l’azione immediata, e che invece l’astuta guerriglia, un popolo alla macchia avrebbe dato risultati più len-ti, sì, ma più certi.
STATILIO - Un popolo alla macchia? quale popolo? Ascolta povero ingenuo, ho qualcosa da raccontarti. Mi trovavo davanti al portico di Minucio, e c’era una folla inferocita che aspettava il suo moggio di grano e che imprecava con lacrime di rabbia per-ché il portone tardava ad aprirsi; sembrava che volesse assalire i granai e fare una strage degli affamatori della povera gente, al-meno così lasciavano intendere i più esagitati, ma... ma quando i portoni si spalancarono, quelle stesse persone avevano già di-menticato la propria miseria e a bestemmie e spintoni loro unica preoccupazione sembrava quella di assicurarsi la pagnotta quoti-diana... Avreste dovuto vederle come sgattaiolavano dai magaz-zini con la loro anfora di grano ben stretta sotto il braccio e l’aria beata di chi ottiene una grazia insperata... E noi, noi vogliano fa-re la rivoluzione con quel popolo? Ma no!
LENTULO - Che vuoi pretendere da un popolo che dorme da secoli?
STATILIO - Che si svegli, perdio, e che non chieda tutto agli al-tri senza alzare un dito!
LENTULO - Nella scala dei bisogni la pagnotta quotidiana viene al primo posto e dopo, soltanto dopo è lecito parlare di democra-zia e sogni di questo genere. Capovolgere questa impostazione naturale delle cose costa sacrifici.
CETEGO - Gli schiavi non si sono ribellati ai loro padroni? vo-lete dire che i romani sono più conigli dei loro schiavi?
STATILIO - Che cosa avevano gli schiavi da perdere se non le loro catene? Ma un popolo di bottegai, ti assicuro, si fa scannare soltanto per un biglietto d’ingresso al circo!...
CETEGO - Ma in casa di Leca tu non hai aperto bocca; troppo facile ora mettersi a predicare addossando la colpa a noialtri.
STATILIO - In casa di Leca vinse l’ambizione, e Caio Cesare teme troppo la morte per lasciarsi sfuggire le buone occasioni verso il successo.
CREPARIO - Non mi è piaciuto come Cesare ci ha difeso da-vanti al senato.
GABINIO - «No, non chiedo, o senatori, che costoro vadano a ingrossare l’armata di Catilina, ma fate in modo che vivano per interesse vostro se non per pietà, ma anche per giustizia, e con-dannateli all’esilio perpetuo e alla confisca dei beni!»
CETEGO - Son bastati quattro cavalieri che gli abbiano fatto ve-dere la punta della spada e quell’uomo di gran fegato ci ha scari-cati in questa lurida prigione!...
LENTULO - In effetti, dopo la sospensione della seduta, un cer-to cambiamento non si può negare; comunque non poteva fare di più, aveva contro tutto il senato.
GABINIO - Proprio tutto, no. Vedevi senatori, e non davvero pochi, che alzavano la manina a metà e solo dopo essersi guarda-ti intorno per accertarsi di far parte della maggioranza comincia-vano a sbracciarsi per mostrarsi ossequiosi alle direttive dall’alto.
STATILIO - Che ingenuità presentarsi al processo! Quando mai s’è visto che in un processo politico, istruito dal governo, vinces-sero gli oppositori del governo? In realtà la nostra sorte era se-gnata nel momento in cui hanno osato arrestarci. Il resto, soltan-to teatrino.
LENTULO - Cesare si è dunque servito di noi per scagionare se stesso?
STATILIO - Nell’ordine naturale delle cose gl’insetti sono man-giati dalla ranocchia, la ranocchia è mangiata dalla biscia, la bi-scia viene mangiata dall’aquila.. Che colpa ha l’aquila se tra tutti è più forte? Io farei lo stesso.
CREPARIO - Zoologia, ecco che sono diventai i grandi ideali, zoologia!
GABINIO - Cresci, cresci se fai in tempo, bello mio, e ti accor-gerai da te se le idee non vanno a finire in merda, come diceva Sempronia.
STATILIO - Per realizzare l’ideale occorre il potere, che è la ne-gazione dell’ideale... È questa la contraddizione che sporca la politica!...
GABINIO - E ci manda sulla forca.
LENTULO - Io sostengo che se nessuno è disposto a sacrificar-si...
CREPARIO - Sssst... sento delle voci...
SEMPRONIA - (da fuori) Non si vede neppure a imprecare, qui dentro. Perché il tuo console, che tutto può, non attacca al soffit-to un pezzo di luna?
SOLDATO - (da fuori) Non fare la spiritosa, cammina invece.
CREPARIO - È Sempronia! è Sempronia!
SEMPRONIA - Anche nel regno dei morti arriva un barlume di luce...
CREPARIO - Sempronia! Sempronia!!
(Entra Sempronia, accompagnata da un soldato)
SEMPRONIA - Chi giace in questa tomba, o soldato?
SOLDATO - Là sotto sono segregati i condannati a morte; non sono ancora fantasmi ma quasi.
SEMPRONIA - Aspetta un attimo.
-270SOLDATO - Non si può, il regolamento è severissimo coi politici.
0SEMPRONIA - Non apprezzi le mie gambe? Allora guarda i miei seni: bianchi e sodi come un uovo, potresti farne un bocco-ne, dopo.
SOLDATO - Sai che boccone, se poi mi beccano!...
SEMPRONIA - Il frutto proibito non si assapora meglio?
SOLDATO - Beh, ascolta... stai a sentire... io non vedo e non sento... io vado a pisciare... chi mi può obbligare a pisciare da-vanti a una donna? (esce, facendo a Sempronia un gesto per dire di essere breve)
CREPARIO - Sempronia, sono io, Crepario!
SEMPRONIA - Crepario? Brutto nome, oh brutto nome davve-ro... Ci siete tutti?
LENTULO - Sempronia, chi ha vinto?
SEMPRONIA - Ha vinto la malasorte, Lentulo, ha vinto la mala-sorte.
CETEGO - Vuoi dire che i nostri sono stati sconfitti, è questo che dici?
SEMPRONIA - Dispersi, Cetego, distrutti, ma non sconfitti.
LENTULO - Forse il nostro esercito si sta ricompattando per la battaglia decisiva?
SEMPRONIA - Il nostro esercito non esiste più, o Lentulo.
CREPARIO - Ma allora è la fine!...
SEMPRONIA - A che servirebbe vivere oramai? Tutto è stato annientato, anche l’amore... Anche l’amore hanno ammazzato!...
CETEGO - La battaglia, Sempronia, parlaci della battaglia!
SEMPRONIA - Come potrei rievocare tutto il dolore che ancora scorre in quella vallata che chiamano Sestaione?
CETEGO - Catilina s’è fatto incastrare tra le montagne?
SEMPRONIA - I nostri cercarono un varco verso la grande pia-nura, o Cetego, ma un forte esercito troncò loro ogni speranza, e un altro esercito li incalzava alle spalle... 
CETEGO - Una sortita, cazzo, un colpo di mano nei punti più deboli!
SEMPRONIA - La spada, o Cetego, serve agli sciocchi...
CETEGO - Che vai cianciando? Anche la dea della saggezza è armata di spada!
SEMPRONIA - Non eri tu in quella radura, là dove il consenso alla vita si consumava... Che dico una radura, era un’altare...
CETEGO - La battaglia, Sempronia, la battaglia!
SEMPRONIA - Io non so la battaglia, ero lontana mille miglia, ma tutti si sono battuti, in testa il nostro Catilina, come furie folli di fede e di morte, e tutti caddero, a uno a uno, inghiottiti dal si-lenzio della notte...
CETEGO - Morirono bene, allora?
SEMPRONIA - Beffarda, o amici, la nostra sorte; abbiamo sa-crificato la nostra bella giovinezza per gente come costui, che ci trafigge il cuore! (al Soldato appena rientrato) Andiamo, prendi-ti anche tu la porzione che ti spetta.
CREPARIO - Sempronia, qual è il mio futuro... la mia...
SEMPRONIA - Addio, Crepario, ci siamo schierati dalla parte sbagliata per poter vivere a lungo... Addio, amici cari, addio. 
(Esce insieme al Soldato)
CREPARIO - No! non è possibile! non è giusto! non voglio mo-rire! sono ancora giovane io! io! io!...
CETEGO - Quanti più giovani di te sono morti senza strillare, coglione!
GABINIO - Per la barba di Giove, che forse io son già decrepi-to?
CREPARIO - Sì, è vero, ma io... ma voi almeno... io non so an-cora che cos’è la vita... voglio piangere... lasciatemi piangere...
LENTULO - Piangi, figlio mio, se ti fa bene, ma non credere che il vecchio Lentulo ne sappia in realtà più di te.
GABINIO - Roma non ti vuole, Roma non ti merita, perché dunque disperarti?
CETEGO - Si dispera perché è femminuccia, non perché è gio-vane!
GABINIO - Sono sicuro di interpretare il parere di tutti dicendo che la gentile Proserpina t’ha riservato un incantevole posticino, laggiù. Crepario, scommetto l’ultimo brandello del mio onore che avrai un triclinio con due favolose ragazze tutte per te! eh? che ne dici?
CREPARIO - Io... io non so ancora l’amore...
GABINIO - Amico mio, ecco l’occasione giusta! Pensa, invece che in questa cella maleodorante...
CREPARIO - Ma... ci ammazzano davvero, Lentulo?
LENTULO - Ma va! Vedrai che ci terranno qui finché non sarà revocato lo stato d’assedio, poi, al peggio, ci manderanno in esi-lio.
CREPARIO - In esilio? Sì sì, in esilio, altre terre, altra gente, ci rifaremo una vita, vero?
GABINIO - Come no? Eterna, anche.
0CREPARIO - Anche quando Gabinio scherza mi fa venire i brividi freddi.
STATILIO - Io, da buon epicureo, non dovrei temere la morte, ma quando la clessidra si rompe, un sentimento di rimpianto del-le cose che t’abbandonano ti strozza la voce nella gola e riesci a biascicare cazzate soltanto per sentirti dire che no, la morte va sempre dal tuo vicino di casa e tu al momento sei salvo.
GABINIO - Invece... toh, siamo all’ultima goccia!
CREPARIO - E il mondo va avanti lo stesso... Al mio paese c’è una vecchia, ma proprio vecchia, con la faccia devastata da una malattia repellente. Quando passa tutti si girano dall’altra parte e dicono: Che non muore mai, quella? E invece è ancora lì, che sembra indistruttibile.... E io muoio... io invece muoio...
STATILIO - Rifletti, Crepario, niente prima, niente dopo, e il niente non merita le tue lacrime.
(Entrano i Triumviri capitales, che presiedono le carceri e fanno eseguire le condanne a morte)
CREPARIO - Sono venuti! sono venuti!
GABINIO - Un po’ di contegno, che diamine!
TRUMVIRO - Chi è Lentulo Sura?
LENTULO - Io.
(I Triumviri lo slegano e lo portano via)
CREPARIO - Lo uccidono! sono certissimo che lo uccidono! vedrete che ho ragione io!
GABINIO - Nient’affatto, hanno deciso di concederci l’ora d’aria. Il console si preoccupa della nostra salute, come vedi.
CREPARIO - Zitti, ascoltiamo... zitti... sentite lo scalpitio lungo le scale?... lungo le scale che scendono, non quelle che salgono... Lo hanno legato... ora gli mettono il laccio al collo... tirano! No, non ancora... ecco, ora, avete sentito come un rantolo? L’hanno ucciso, hanno ucciso il nostro Lentulo! il nostro Lentulo!...
GABINIO - Ah, questi ragazzi fantasiosi!...
CREPARIO - Tu, Statilio, non dici nulla? Ci sei dentro anche tu! anche tu, sai?
STATILIO - Lo so.
TRIUMVIRO - (rientrando) Sei tu Cetego?
CETEGO - Caio Cetego, cittadino romano e nemico acerrimo dell’ingiustizia!
TRIUMVIRO - Ordine di trasferimento.
CETEGO - Andiamo, bestione!...
(Escono)
CREPARIO - Sssst...
GABINIO - Hai visto? Si sentono soltanto le lumache strisciare sui muri...
CREPARIO - Forse hai ragione tu... anzi senz’altro hai ragione, ho troppa fantasia, ci lasciano vivi... Sicuro! morto il capo non siamo diventati inoffensivi? Siamo salvi, non ci ammazzano più...
TRIUMVIRO - (rientrando) Fuori Gabinio.
GABINIO - Addio, Crepario, e ricordati che questi signori giu-stiziano, non ammazzano, come dici tu, potrebbero aversela a male, vero?
TRIUMVIRO - Facciamo il nostro mestiere, solo uno sporco mestiere.
GABINIO - E ricordati anche delle due fanciulle, se non ce la fai lasciamene una! (al Triumviro) Com’è oggi il cielo, piange o ri-de?
TRIUMVIRO - È ancora notte, ma le stelle annunciano una bella giornata.
GABINIO - Le stelle annunciano una bella giornata? Oh quelle stupide stelle, come mi piacerebbe vederle!...
(Escono, poi si sente un grido soffocato)
CREPARIO - Ah! Statilio! l’hanno ammazzato! ci ammazzano! ormai non ho più dubbi, ci ammazzano tutti! Statilio! - È mor-to... è morto di spavento... è proprio morto... Lui sì, io no... io no e lui sì... Devo proprio essere sfortunato fino all’ultimo? Miseri-cordia che brutta ferita! si è ucciso!... Ma perché si doveva ucci-dere se aveva ancora un sorso di vita? Così, l’ha buttato via, co-me dire: te lo regalo, Crepario! bevilo tu... Ehi, triumviri, dove siete, fate presto!...
TRIUMVIRO - (rientrando) Prima Statilio.
CREPARIO - Ah ah ah, Statilio si è giustiziato! non vedete quanto sangue? si è giustiziato da sé... mi ha regalato un sorso di vita...
TRIUMVIRO - (agli altri triumviri) È morto, si è ucciso con questo. Beh, scendiamo con lui e poi abbiamo finito.
CREPARIO - Vado... non mi pare neanche vero... vado a mori-re... mi hanno donato un sorso di vita... come si fa a bere un sorso di vita?...

(Escono. Sipario finale)

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