Al ritrat dl’antenà

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due in atti in mantovano di

enrico scaravelli

PERSONAGGI IN ORDINE DI APPARIZIONE

ADALBERTO CATTANEO      avvocat

MIRELLA                                  sö mojer –dotorésa

SUSANNA                                  la fiöla

COLOMBA                             colf

JEAN PLANCHET BOTTA  amich d’ Adalberto

GERMANO REALE               mastér poc pulì

ALFREDO                              idraulich

NORMA                                     amiga ad Mariella

LAURA                                   amiga ad Mariella

FILIPPO CATTANEO             l’antenà

In una villa signorile ai giorni nostri

ATTO PRIMO

Salotto di una villa nella pianura Padana. Porta centrale con grande vetrata. Porta a destra che va alle camere, cucina, ecc. Porta a sinistra che conduce all’esterno. Caminetto ad angolo, mobili d’epoca, specchio alla parete. Telefono su tavolino, mobiletto con televisore. Stelo per attaccapanni, quadri alle pareti ed un quadro sopra la consolle, ben visibile che evidenzia un ritratto del trisavolo risalente al 1823 circa. All’apertura del sipario la scena è vuota. Si ode una musica da ballo soffusa.

SCENA I

Quadro primo

(Adalberto – Mirella)

(Mirella è seduta su una poltrona e sta leggendo una rivista. Sul tavolino un bicchiere con liquore)

Adalberto:- (entra da destra e va al mobile bar senza avvedersi della moglie e si versa un bicchiere di wisky. Lo alza verso il ritratto del suo antenato) “A te, Filippo Cattaneo, trisavol e nobile dla Republica ad Rès” (sorseggia) “Sentat che sapèl a gh’è da dlà?... E töti i-an l’è la stessa filûmina” (scimmiottando la voce di Laura)”>A’ucàt>… la dis la siura Laura > anca st’àn a farèm la festa ad Carno’al in cà vostra, vera?... A gh’ì una salòn grand…>. E cl’àtra… la Norma? Con cal cucai ad so marè élt un metar e mes ch’al s’è andà a metar a custöm da “spiderman” (mima alcuni passi goffi e con comicità i movimenti) “Al völ imitar –l’uomo ragno- con la pansa ch’al gh’ha al par “incinto” e va a fnir che l’uomo ragno l’armagnarò ingatià in dla sö tlarina. Al podrés andara a a balar in dal programa <Ballando sotto le stalle… Eh, caro Filippo, a gh’ho la testa cmé un balòn… Gnanca mal che me fiöla, Susana, a par ch’las divartes…”

Mirella        :- (che ovviamente ha ascoltato le considerazioni del marito, preso il proprio bicchiere si avvicina con passo felpato, alle spalle di Adalberto)

Adalberto   :- (alza il bicchiere verso il ritratto) “A la tö salöt!”(sorseggia)

Mirella        :- (lo imita e con voce tonante che vuol essere ironica) “Anca a te!”

Adalberto   :- (preso di sobbalzo, si spaventa e sbruffa il wisky) “Ah!”

Mirella        :- (che non si aspettava questa reazione del marito, sbruffa anche lei il liquore) “Ah”

Adalberto   :- (guarda esterrefatto il quadro… poi sente la mano della moglie che batte sulla sua spalla) “Chi… chi èl?”

Mirella        :- “Ma Adalberto, a son mè!”

Adalberto   :- “Ma ch’at gnes i bruféi in dal nàs, at m’è fat ciapar un spài che poch a gh’è mancà ch’am gnès un culp!”

Mirella        :- “A t’è det <salute> e mè a t’ho rispost”

Adalberto   :- (va a sedersi, posa il bicchiere) “Ma porca paléta, mè a deghi <salute> al mé antenà e am senti rispondar, come una scc-iuptada: “salute”, e con la vos ad dòna”

Mirella        :- “Ma mè a gh’ho sempar vü la vòs da dòna”

Adalberto   :- “Ma a sunt armas sügestionà e a m’è fin parsù ch’al fes lilö (indica il quadro) a rispondar”

Mirella        :- (ironica) “Cun la vòs da dòna…Ma dim sö, quand mai i quadar is met a parlar… Gnanca mal ch’at s’è a’ucat!”

Adalberto   :- “A sarò al <stress>” (si alza agitato) “Agh mancava anca quei in sala chi fò dal casot… Parchè an ti a pari föra?... Admatina a gh’ò d’alvaram sö ad bun’ora parché a gh’ho una causa delicada in tribûnal”

Mirella        :- (posa il bicchiere a sua volta e si appresta ad uscire per andare in sala) “Ma un strolicadur d’a’ocat cmé te al sla cava listes. Stat mia preocupar sionò ad va sö la presiun… Vöt ch’at la misüra?”

Adalberto   :- (ironico) “Am fidi poch ad vuatar dotor dal chör”

Mirella        :- “Par misürar la presiun?...Ma s’a t’at senti mal, inveci dal dotor a ciamarò le pompe funebri”

Adalberto   :- “Speta ca tochi fèr”

Mirella        :- “Ben… a vaghi in dal salon a diragh che… che am’è gnù l’emicrania”

Adalberto   :- “Dit chi la capés?”

Mirella        :- “Ma un po’ ad sal in dla süca i gh’l’arò, no?”

Adalberto   :- “E s’in gl’ha mia?”

Mirella        :- “Ma che noius ch’at s’è… Parché in dovrès mia andar via?”

Adalberto   :- (ironico) “Sarà méi dir a Colomba ch’a vaga da dl’à con i sö capot e capèl… Acsé i capés ad sicür”

Mirella        :- (allontanandosi dopo aver guardato in malo modo il marito) “Agh deghi c’a m’è gnü l’emicrania , va ben?”

Adalberto   :- “A speri da dsé… A gh’ho la testa imbalusada e po’… e po’ an gh’ho mia voja d’andar a far i pasetin…” (comicamente accenna a dei piccoli passi) “in fìla con li man in si galòn ad ch ‘iatar, a far al treno ch’a parèm tanti bech…” (comico fa il segnale del treno) <ciù-ciùùù>”

Mirella        :- “Dai ch’andem a veder si porta via li bàli”

Adalberto   :- (avviandosi, con ironia) “Dottoressa! Moderi il linguaggio, prego”(escono)

SCENA II

(Colomba – Jean – Adalberto)

Colomba     :- (con grembiule e cuffietta da cameriera in testa entra da destra con vassoio e bicchieri vuoti) “Sperema chi’n s’imbariàga mia… I-ha mandò zo al campagne” (invece di dire ‘champagne’) “comè l’aqua in dal scc-er” (esce a destra mentre suona il campanello della porta esterna. Colomba rientra, attraversa la scena e va ad aprire a sinistra)

Jean            :- (fuori scena; parlerà sempre con forte accento francese) “Perdonné moi, madame, sono Jean Planchet Botta” (pronunciare Bottà), amico dell’av- vocato Cattaneo”

Colomba     :- “Si accomodisca, prego”

Jean            :- “Merçi bien” (entra. Tipo eccentrico, elegante, snob, ha con sé una piccola valigetta 24 ore, o un borsone) “Mi aveva detto che preparavano una festa in costume… e vedo lei vestita da domestique. Complimenti, costume azzeccato”

Colomba     :- (ironica e comica) “Cià propprio indovinato. Mi ci catto così bene con questa costumanza che quasi quasi, me la metto anche domani. Cià propprio occhio lei”

Jean            :- “Ç’est vrai… come dite voi italiani, ho ‘l’occhio in clinica’ “

Colomba     :- (lo guarda e con comicità) ”Ma s’al gh’ha l’òc in clinica l’è mei ch’al s’al vaga a tör, sionò al vò pers”

Jean            :- “Ah… pardon… volevo dire che ho l’occhio clinico.. E’ possibile parlare con l’avvocato Filippo Cattaneo?” (additando al… presunto costume di domestica) “Magari chiedetelo alla vera domestica”

Colomba     :- (comica) “Se la vedo glielo dirò… Come ha detto che si chiama?”

Jean            :- “Jean”

Colomba     :- “L’è come al nostar Giuàn! Vado a… a vedere se trovo la vera domestica” (esce)

Jean            :- (nell’attesa si avvicina al ritratto dell’antenato di Cattaneo) “Che strano… sembra quasi vivo”

Adalberto   :- (entra e va incontro a braccia aperte a Jean) ”Jean Planchet Botta, caro amico... che sorpresa“ (si abbracciano) “A che debbo l’onore di questa visita?”

Jean            :- “Vengo da Roma ed ho fatto scalo a Bologna con l’avion, ho preso un taxi e sono vento a farti un saluto. Riparto domani alla volta di Parigi… Dimmi di te…comment ça va?”

Adalberto   :- “Abbastanza bene… A sunt ciapà dal laùr e mae mojer l’as lamenta ca la trascüri… Oh, scusami, parlavo in dialetto… sai com’è…l’abitudine”

Jean            :- “Continua pure… lo capisco abbastanza, sai che mia madre era di Guastalla e ho imparato a capirlo, anche se non lo parlo quasi per nulla…” (con lentezza e difficoltà) “a farès redar li galini”

Adalberto   :- “Però.. a t’at la cavi ben”

Jean            :- “Insomma… e tua moglie come sta?”

Adalberto   :- “An gh’è mal… L’è sempar a mastèr con la sö profesion da dotoresa … quand l’a n’è mia adré a far ciapar di spavent…”

Jean            :- “Non capisco… E dimmi con la tua professione di avvocato fai sempre aringhe?”

Adalberto   :- (sorridendo) “No… le aringhe la ià prepara la dòna ad sarvesi e li vo in un recipient ad vedar, io faccio le arringhe, con due erre”

Jean            :- “E tua figlia sarà ormai una signorina immagino, cosa fa di bello?”

Adalberto   :- “Susana la frequenta l’ültim an ad giurisprudensa e la vé da mè in stüdi a far pratica… Ma dim at te…cosa fet d’interesant?”

Jean            :- “Sono sempre nel mondo della lirica. Il Ministero della Cultura e dello spettacolo francese, mi ha incaricato di avviare contatti con i migliori tea- tri. Ne vengo da Metropolitan di New York e dal San Carlo di Napoli. Mi fermerò a Milano per il teatro della Scala e poi si vedrà… forse Genova col Carlo Felice per proporre la <Carmen> di Bizet e la <Luise> di Charpentier”

Adalberto   :- “Compliment… E dim sö… stanot in dua vèt a dormir?”

Jean            :- “A Reggio, devo solo telefonare per confermare la camera”

Adalberto   :- “Agh mancarés atar… A gh’èm un camara par i ospiti e t’at fermi ché da quanta... a daghi disposision” (suona il campanello)

Jean            :- “Ma… non vorrei disturbare…”

Adalberto   :- “Nisün distürb”

Colomba     :- (entra) “Al ciamà?”

Adalberto   :- “No; ho sifulà.. Prepara la camara di ospiti. Al me amich al dorum chè par stanòt”

Colomba     :- “Va ben”

Jean            :- (confuso) “Ma… è la tua vera domestica?

Adalberto   :- “Vera?”

Jean            :- “Che stupido sono stato… Le ho detto che il costume di domestica era perfetto per Carnevale… ah, ah, ah…”

Adalberto   :- ”Hai preso una cantonata…Intant Carno’al al def incorà rivar… mai giûdicar da li aparensi… “ (sentenziando) “a dli aparensi stat mia fidar s’a t’an vö rastar mia frigà>”

Jean            :- “A proposito di ‘apparenze’….” (si avvicina al ritratto) “osservavo prima quel ritratto… ha uno sguardo penetrante, misterioso… assomiglia ad un vostro patriota…un carbonaro… n’est pas?”

Adalberto   :- “E’ un mio antenato, io sono il suo pro-pronipote. E’ Filippo Cattaneo …patriota della Carboneria. E’ una lunga storia… Ma séntat” (siedono) “Al quadar l’è sta rubà quand a gh’era incora mae nònu… Mè a gh’éa incora da vegnar al mond. Me pàdar al gh’eva la fotografia dal quadar, quand un dè, ca s’era a Modna, a senti improvisament al desideri d’andar a un asta, a pareva che un qualchidün l’am cücès. Figürat che mé an sont mai andà a un’asta…A vaghi dentar e a vé mes a l’asta propria al quadar dal me antenà e am pareva ad sentar la sö vòs ch’la m’adseva: <tö al quadar … portam a casa…>”

Jean            :- “Interessante”

Adalberto   :- “A pareva che al destin al m’es guidà vers la sala ad l’Asta, con l’im- posision ad comprar al quadar”

Jean            “A volte accadono certi fatti inspiegabili come ad esempio trovarsi in un posto dove non ci sei mai stato e poi, improvvisamente, conoscere il luogo. Cher amì, la mente umana è piena di misteri e certe situazioni non ce le sappiamo spiegare”

Adalberto   :- “E questa l’è la storia dal quadar”

Jean            :- “Ma chi sarebbe effettivamente?”

Adalberto   :- “Filippo Cattaneo, patriota carbonaro, amico di Ciro Menotti. A par ch’al sia mort dopo l’impiccagion dal sacerdote Giuseppe Andreoli in dal 1820 dopo una spiàda a la polizia ad… eh, propria d’un tö antenà, Amilcare Botta, confident ad Francesco IV d’Este, che in un pröm moment a pareva dar ascolt ai desideri ad libertà di patrioti e dopu, forsi istigà da l’Austria, l’ha voltà gabana… Figürat che a gh’è dli volti ch’am par a vedal com’al vres admandaram ad sistemar i cont in sospes con chi l’ha tradì… ma varda te…”

Jean            :- (si avvicina al quadro) “Ha uno sguardo indagatore… Pare persino che ce l’abbia con me”

Adalberto   :- (sorridendo) “E parché no?... In fond at sé al discendent ad v’ün ch’l’è sta, a quant a risulta da li ricerchi ch’o fat, l’ha fat ciapar di patrioti com- pres al me antenà”

Jean            :- “Ma io cosa c’entro?... Mi stai suggestionando con questa storia. Mi risulta che Amilcare Botta, il mio antenato, sia emigrato in Francia a quell’epoca e…”

Adalberto   :- (mimando una… fuga) “Emigrato… l’è scapà par faras mia cupà”

Jean            :- “Peut-être.. Può darsi… Però il passato è passato e le mie radici sono sempre qui, perché mio padre ha sposato mia madre che era di Guastalla ed io li sono nato… Dopo siamo andati in Francia, dove ho studiato non dimenticando il dialetto… anca sa n’al parli mia ben.  Ma ritornando al ritratto… mi sembra un’anima in pena” (ritorna a sedersi)

Adalberto   :- “In dal me stüdi a Carp a ve’ tanti animi in pena che inveci ad far l’a’ocat a doveva far al psicologo… Ma cambiéma discors. Sicome admatina am lévi sö ad bunura, as salütem adés e se par caso a s’as vdèma…” (sorridendo) ”…an’t salöti pö!”

Jean            :- “Fam saver ad tè”

(Buio o telo chiuso- Fine del I quadro)

Secondo quadro

SCENA III

(Susana – Germano)

Susana        :- (giovane ragazza entra da destra con Germano) “Am dispias ma me padar l’è andà a Rès in tribünal e a n’as so mia a che ura al gnirò… Ma siur Reale gh’è quèl ch’an va mia? L’am par zò ad carsada…”

Germano     :- (ben vestito, sulla quarantina) “L’ha gh’à rasun… a gh’ò ‘na gròsa quistiòn e a vreva consiliàr con so padar”

Susana        :- “S’al völ provà pö sé tardi... magari al do una telefonada pröma…”

Germano     :- (si avvicina intenzionato alla ragazza) “Signurina Susana… èla libera stasìra?”

Susana        :- (sul chi vive) “Parché?”

Germano     :- “Parché a gh’ò dü biliét par al teatar ad Novalèra chi do una comedia: <Teresa Raqin”, d’Emilio Zola”

Susana        :- “Pö che comedia l’è una tragedia”

Germano     :- (infervorato) “La tragedia a serés un so rifiüt”

Susana        :- “Adritüra!” (decisa) “Al ringrasi dl’invit ma… a gh’ò da stüdiar. E adès, siur Reale, ch’al ma scüsa ma bisogna ca vaga…”

Germano     :- (con passione studiata) “Ma ch’l’am ciàma par nòm...Germano...”

Susana        :- “Germano?”

Germano     :- “Si!”

Susana        :- “Germano… Reale?”

Germano     :- “Ma det acsé: ‘Germano Reale’ am par d’ésar un nédar…”(caricando con passione) “Solament Germano” (si avvicina e tenta di abbracciarla)

Susana        :- (si divincola e l’allontana con uno spintone) “Ma èl mat?!... Par chi al m’ha tòt?” (si allontana avvicinandosi al ritratto dell’antenato)

Germano     :- “Ma mé a vrea sol…”(in quell’istante fa un balzo in avanti portandosi le mani al sedere come chi riceve un calcio nel di dietro, barcolla e cade a terra. Si rialza massaggiandosi le natiche. Guarda allibito la ragazza gridandole) “Ma cus’a sücéd?... L’ha m’ha dat una psada in dal cül?”

Susana        :- (stupita) “Mè?...Ma s’a sun lontana com’avres fat?... A s’ì un cunta bàli… a caschè par tèra e po’ a dè la culpa a ch’iatar”

Germano     :- (se la dà goffamente a gambe e uscendo a sinistra...) “A s’ì una strïa!”

SCENA IV

(Susana – Colomba)

Susana        :- “Ma cus’a gh’è pasà par la söca a ch’al cojon lè… Al s’è bütà par tèra e al’m’da dla strïa… Agh manca ad sicür una rudlina in dal sarvèl” (chiama la colf) “Colomba!”

Colomba     :- (entra da destra) “Ch’al déga signurina”

Susana        :- “A vaghi a Modna a l’üniversità e an so mia a che ura a gnirò.. Informa mé padar quand ch’al vé”

Colomba     :- “D’acòrdi ma…” (osservando il suo turbamento) “a gh’è quel ch’an vò mia?”

Susana        :- “A t’am cunosi ben eh?... L’è ‘pena andà via al siur Reale, ch’l’éa tantà… sì insoma…”

Colomba     :- (con affetto) “O capì… L’è un bel galiàs… Ch’l’a staga a l’òc parché a dli me amighi li m’ha det ch’lè un poch ad bun… Ch’al slunga li man e ch’lè sta anca indagà..deghia giöst ‘indagà’…?”

Susana        :- (fa un cenno di assenso)

Colomba     :- “… da i carabiner … an sò mia al parché… Ma am par ch’al sia stà sistemà, vera signorina Susana?”

Susana        :- “Verament al s’è sistemà da par lö. A un cert moment a s’è santù come un pàs felpà… al fa dü pàs con li man in sal da dré e al casca par tèra, come sì l’ès cücià… Al’s leva sö, l’am varda con i oc spirità, e intant ch’al scapa via l’am dis dla strïa”

Colomba     :- “L’è un tipu strano… Signorina, ch’al frances in dla camara di ospit, al siur Giuàn, gh’l’òntia da ciamar?”

Susana        :- “Spèta ca vaga via e dopu a t’al ciamì. S’al ved ch’an gh’è pö nisün l’andrò ben via…”

Colomba     :- “Ah… a gh’è un’àtar fat… Al scaldabagn in dal cè…” (si corregge) “in dal bagn al na funsiuna mia. A vrea dirgal a so madar ma l’è andada a Rasöl in dal so stüdi. A vorò dir che al siur Giuàn al’ s’a sgürarò cun l’aqua freda. Ho sircà Alfredo, al latonèr…al stagnin, ma a gh’è sempar la segreteria tefelonica”

Susana        :- “At vorè dir telefonica e mia tefelonica”

Colomba     :- “Am s’è ingatià la lengua...Pöla dirgal lé dal moment che…” (sorniona) ”l’al cunos ben?”

Susana        :- “A provarò… al laura e al stüdia anca lö… Va ben, ciao, a vaghi. Ricordat da dasdar al siur Jean” (esce)

Colomba     :- “Arvédas” (passa davanti al quadro e cerca svogliatamente di metterlo diritto) “L’è sempar stort” (al ritratto, con comicità) “Ma an sét mia bun da star drèt?... At gh’è poch da vardaram cun chi oc spirità” (si volta e in quell’i- stante si ode lo schiocco di due sonori schiaffi. Colomba ha un grido di dolore e si porta la mano alla guancia colpita… si guarda attorno spaventata) “Ahi, ahi che mal… che sberla… Oh, Signur banadét ma…a gh’è i fantasma?” (a schiena curva si guarda attorno... osserva guardinga il ritratto allontanandosi con circospezione) “A n’è mia posèbul” (tragicomica) “Che smataflòn!”

SCENA V

(Colomba – Jean)

Jean            :- (entra da destra, col suo bagaglio, pronto per uscire) “Bonjour…è già andato via l’avvocato?”

Colomba     :- (ancora incredula e frastornata, con la mano sulla guancia) “Eh?.. Chi?”

Jean            :- “Domandavo se il signor Adalberto c’è perché volevo salutarlo”

 Colomba    :- (c.s) ”Ah... l’avvocato.. l’è un psolìn.. è un bel psolino che è uscito”

Jean            :- (osservando il comportamento della donna) “Che ha? Si sente male?”

Colomba     :- “Non lo so”

Jean            :- “Non lo sa?.. Si sieda e si tolga la mano dalla guancia”

Colomba     :- (esegue)

Jean            :- (osserva la guancia) “Ha male ai denti?”

Colomba     :- “Più che ai denti… am fò mal la ganàsa!”

Jean            :- “Ma chi l’ha trattata così. Certo non Adalberto… il est un gentilhomme”

Colomba     :- (cauta, con voce misurata come se qualcuno fosse in ascolto) “Caro siur Giuàn .. l’è un mistero misterius… ma se glielo dico l’am tös par ‘na balösa”

Jean            :- “Mi racconti e si rilassi”

Colomba     :- “L’è un bel dir <si rilassi>…ma ché a vola psàdi in dal… da dré e di sbarlòn a ‘na qual manéra… L’è tanti an ca sunt ché a sarvési di siur Cattaneo e töt l’è sempar andà bastansa ben… Sì insòma… li soliti discûsion ca gh’è in dli faméj, ma adès ch’agh pensi… da quand è ‘rivà ch’al quadar, l’è incomincià a cambiar quèl… E’ tacà a capitar di fat strani”

Jean            :- “Ma è solo un ritratto… e quali sarebbero queste cose strane?”

Colomba     :- “Adesso ci dico… Se metto un vaso di fiori sotto il quadro, a volte me lo trova rovesciato con l’acqua straminata sul pavimento a gh’ò da tör un strass par sügar…”

Jean            :- “Ma ci sarà stato il vaso in bilico…. traballante”

Colomba     :- (con prudenza) “Ma non traballaaaavaaa… io sono slicciata sul mòjo.. si insomma sul bagnato e a ho dat ‘na cülada par tèra… Völa saveran un’àtra? Ce lo dico! Una sera era scoppiato un temporale con sajeti e fölmin…a un trat è saltà via la lüs. Con la Susana impiséma un candelari antïgh…”

Jean            :- “Candelari… sarebbe dove si mettono le candele, vero?”

Colomba     :- (salace) “Ho provà a métag dli caròti, ma l’in s’impésa mia…acsé a gh’èm mes a dli candeli… Cun la signorina Susana andéma vers al cuntator a dla lûs e paséma davanti al ritrat…”(con suspence, misurando le parole) “.. quand a santéma sopiar…”

Jean            :- “Sarà stato il vento”

Colomba     :- “Nooo! Qualchidün la sopià in sli candeli e a sem armasi incora al scür”

Jean            :- “Formidable… et alors?”

Colomba     :- “Eh… al alor la Susana l’am dseva ca s’era mé ca supiava con li böghi dal nas e inveci a n’era mia vera… Poi è tornata la luce e per un po’ tutto è andato bene, ma…”

Jean            :- “Ma?”

Colomba     :- (con fare misterioso) “Ma anche l’orologio ca gh’è in d’l’andit al s’è mès a ciocar li uri senza avera dat la corda a la suneria. Al capì siur Giuàn?”

Jean            :- “E come mai non avete caricato la molla della soneria… E’ così romantico sentire, nel buio della notte, il rintocco del suono di campana… Con la fantasia sembrerebbe d’essere a Londra a sintire il <big-ben>”

Colomba     :- (ironica) “Sarà anche bello sentire il bingo-bello a l’ombra, ma chè, in dal pin dal durmir, dasdaras ogni quart d’ura parché a suna al bingo-bello, l’è una bèla rotüra ad cojon”

Jean            :- “Vedrà che queste stranezze avranno una spiegazione logica…Non c’è altro?”

Colomba     :- “Atar ché… Am fa incora mal la ganasa parché pröma, quand oh vest al quadar stort e m’è scapà ad dirag quèl… tant l’è sol un quadar…am sunt déta…”

Jean            :- (siede con atteggiamento incredulo) ”E che cosa ha detto di strano al ritratto?”

Colomba     :- (tergiversando)”Ma sa… an vorés mia che s’agh dèghi qual cha gh’ò det a lilö… am rives un’atar sganasòn”

Jean            :- “Bene! Se capiterà potrò testimoniare che…”

Colomba     :- “E bèli bàli! Lö al testimonia e me am tegni un’atar sbarlon!”

Jean            :- “Alors?”

Colomba     :- “Alors ce lo dico in un orecchio” (esegue)

Jean            :- “Ma no!”

Colomba     :- “Ma sì!... Ch’al varda che me an son mia viada a caiaparam a sberli da par mé… e agh dèghi anca che pröma a gh’è sta un cunusent di siur Cattaneo, ch’al na s’è cumpurtà mia tant ben vers… una parsuna, a par ch’al sia sta cià a psadi in dal cu…in sal da dré”

Jean            :- “Ma figuriamoci…e quando mai e da chi…”

Colomba     :- “Da mé mia ad sicür… Nòm an i a faghi mia… a n’as so mai che…A farò solamente di segn…” (indica a gesti alternati il ritratto)

Jean            :- “E tutto questo l’ha raccontato ad Adalberto?”

Colomba     :- “A sun stada lé lé par dirgal, ma dopu ò pansà: <Sl’am tös par una visiunaria l’è bun a mandaram a spigular al furment d’inveran”

Jean            :- “Vedrà che tutto avrà una logica. Gliene parli a l’avvocato, magari con la testimonianza della figlia per quelle candele che si spegnevano…”

Colomba     :- “Agh vrès una medium… Ma ch’al vegna cun mè ch’agh prepari la clasiòn”

Jean            :- “Le petit déjeuner”

Colomba     :- “Ma no che non digiuna… Intanto io vado” (esce)

Jean            :- “Intendevo dire <colazione>… Vengo subito” (si avvicina al ritratto, lo scruta e gli parla) “Prendendo per vero, seppur assurdo, quello che dice la domestica, qualunque cosa ti abbiano fatto ai tuoi tempi, perché te la prendi con altri?... Ma che sto facendo… mi lascio suggestionare da Colomba… Un quadro non può parlare, né tanto meno prendere a schiaffi o calci qualcuno… suggestioni…Mai oui, ils sont des hallucinations” (si volta e fa un gestaccio al quadro)

Colomba     :- (entra) “La colassione è…” (si interrompe e guarda esterrefatta il comportamento di Jean)

Jean            :- (dopo il gesto al ritratto, barcolla come se avesse ricevuto un calcione nel sedere, saltella, si abbassa, si massaggia lamentandosi) “Ma chi… ma come… Ohi, ohi, ohi… ça n’est pas posible” (si appresta ad uscire)

Colomba     :- (salace) “Ma non se la prenda siur Giàn… vedrà che ci sarà una spiegazione logica!” (escono entrambi)

SCENA VI

(Susana – Alfredo – Colomba)

(si ode la voce di Susana che entra dall’esterno con Alfredo, l’idraulico)

Susana        :- “Vé dentar Alfredo” (posa sul tavolo dei libri) “Meno male ca t’ho catà”

Alfredo       :- (posa a terra la cassetta da idraulico) “Par te a sunt sempar daspgnà anca s’a gh’ò tanti laur da far ma…” (con affetto) “Per te questo e… altro!.. Cus’a gh’è cha n’at funsiuna mia?”

Susana        :- “A mé am funsiuna töt…Ve da dla in dal bagn ch’at faghi vedar al scaldabagn” (fa per avviarsi ma viene trattenuta da Alfredo)

Alfredo       :- “Anca a mé am funsiuna töt” (l’abbraccia)

Susana        :- “Sta braf che sl’am vdès me padar al dsires…”

Alfredo       :- “Ch’at fe ben!”

Susana        :- ”Al dsires <ma propria tè ch’at sé la fiöla d’un a’ocat afermà a t’at vè a inamorar d’un idraulich”

Alfredo       :- “A parte ca stüdi anca mé… föra curs ma a stüdi… al mé master l’è un lavor onest e as guadagna anca ben… Me an gh’ò mia al padar a’ucat… Al mio al fa al scarpulin, ma agh völ anca quei…”

Susan          :- “Ma me at voi ben listes…”

Alfredo       :- “Gnanca mal… Al dè d’inchö an gh’è pö nisün ca fò i master ad ‘na volta… al scarpulin, al scragner, al marangòn…la badante… a lasèma far chi master ché ai forest e dopu as lamantéma ch’is porta via al laur”

Susana        :- “Ma ‘na pütèla d’inchö l’an’s vo mia a tör un scarpulin, un cuntadin…”

Alfredo       :- “E già… Le ragazze di oggi…” (guarda con affetto Susana) “…par fortüna mia töti…sognano di fare le veline alla tivì, métas quasi nüdi par far cariera… I n’agh pensa mia ad faras una faméja… Tròpi sacrifési… Im fa rèdar quei ca dis: <tutti hanno diritto al studio>… Sì ma con quai bési?”

Susana        :- “Ben, adès sa mia far al cuntestator e va a vedar al scaldabagn”

Alfredo       :- “Vedat ch’at sarves un idraulich inveci d’un stüdent?”

Colomba     :- (entra da destra) “Ah, signurina… meno male… a vedi ch’l’à catà al stagnin”

Alfredo       :- “Idraulico!”

Susana        :- “Colomba, compagnal in dal bagn”

Colomba     :- “Ch’al vegna siur latonér”

Alfredo       :- “Idraulico, prego!” (escono)

SCENA VII

(Colomba- Susana)

Susana        :- (davanti allo specchio si dà un’aggiustatina ai capelli) “Eh, caro al mé Alfredo, chisà se la nostra storia l’andrà a bun fin…”

Colomba     :- (entra con circospezione. Dà un’occhiata timorosa al quadro, fa per raddrizzarlo ma poi, comicamente desiste)

Susana        :- (che si era voltata, nota il suo strano comportamento) ”Colomba… cosa fèt?”

Colomba     :- (impacciata) “Ehm… a voleva drisàr al quadar… l’è sempar stort…”

Susana        :- “E l’ura, drésal”

Colomba     :- (c.s.) “Am’n’incàli mia…”

Susana        :- “Questa l’è bèla… e parché?”

Colomba     :- (avvicinandosi lentamente al tavolino) “Parché… parché…”

Susana        :- (siede e fa cenno a Colomba di sedersi)

Colomba     :- Signurina… pòsia faragh una confidenza?... Ma ch’l’a n’am töga mia par una visionaria…”

Susana        :- “Sentat e cuntam”

Colomba     :- (siede come fosse sulle spine) “Pröma che al siur Giuàn l’andés via, ho drisà al quadar che chisà come mai, l’è sempar stort”

Susana        :- “A sarà al gancin ch’al n’è mia ben in dal mès”

Colomba     :- “Mah… e acsé ho un po’ bruntulà e a l’ho drisà…”

Susana        :- “E alora?”

Colomba     :- (tragicomica) “E alora… am’è rivà un smataflon in sla ghegna ca gh’è mancà poch ca casches par tèra”

Susana        :- (incredula) “Ma a n’è mia pusebul… at sarà parsù ad ciapar una sberla”

Colomba     :- “Dal mal ch’ò santü e dal segn di sinch dï in slà ganasa a dsirés ad no. Anca al siur Giuàn l’ha vest la me ganasa ròsa e me, sberli a m’an daghi mia”

Susana        :- (sorridendo) ”Ma dài sö... a ta t’at sarè insugnada”

Colomba     :- “Alura al s’è insugnà anca al frances parché l’éa det quèl al sö antenà e al s’è ciapà dli pdasi in dal da dré, tant l’è vera che mè a gh’ho det li paroli ch’al m’éa det a mé: <agh sarà una spiegasiòn logica adré!>”

Susana        :- “Ma dabun?... Ma l’ura… adès ch’agh pensi sura anche al siur Reale… ma cusa vaghia a pansar…”

Colomba     :- “A meno che al frances al ‘n’a mia sta bun a dàras dò psadi in sal da dré da par lö…”

Susana        :-(perplessa, si alza) ”Ben adés sta mia a törtla a cör… an parlarò con i mé…” (esce a destra)

SCENA VIII

(Colomba – Norma – Laura – Mirella – Susana)

(suonano alla porta, Colomba si alza e va ad aprire Sono Laura e Norma)

Colomba     :- (fuori scena) “Oh, bungiuran”

Norma        :- “Bungiuran Colomba… podémia vegnar dentar?”

Colomba     :- “Ma sicür”

Laura          :- (donna di mezza età come Norma) “Gh’èla la dotorèsa? A voleum parlar par la festa ad Carnu’al…”

Norma        :- “Pröma ad far i preparatif…”

Colomba     :- “A vaghi a vedar sl’a fes rientrada da Rasöl… Comodef pr’intant”

Norma        :- “Grasie” (siede)

Laura          :- (vede il quadro e va a curiosare) “Norma.. an l’éa mai vest ch’al quadar lè, e tè?”

Norma        :- “A n’am sovegn mia… dal rest l’è un bel psolin ch’an gnéma in questa sala… Chi saràl mai?”

Norma        :- (con noncuranza) “Al sarò v’ün qualunque… a tal sé com’iè i siur…”

Mirella        :- (entra non vista e si sofferma davanti alla porta centrale, braccia conserte, ad ascoltare le malelingue)

Laura          :- “At gh’è ragiun… i tàca al mör un ritrat antich e po’ i dis ch’lè… un lontano parente…”

Norma        :- (sorridendo) “Magari un nobil”

Laura          :- (quasi sghignazzando) “E magari l’era un sotcaldera… ah, ah, ah…”

Mirella        :- “Andè pör avanti, né?” (si avvicina indispettita)

Norma e Laura:- (sobbalzano prese in castagna. Norma si alza di scatto)

Norma        :- (in grande imbarazzo) “Ma… a n’era mia par vuatar…”

Laura          :- (contrita e untuosa) “Agh mancarés àtar”

Norma        :- “As parlava acsé… in generale… La famèja Cattaneo l’è una faméja rispetabile”

Laura          :- “Rispetabilisima!”

Mirella        :- “Démagh un tài… Cume mai chè?”

Norma        :- “A siéma gnüdi par saver in che modo organisar la festa par Carnu’al.. par darat una man”

Laura          :- “Ema lasà in dl’ingrès do bursi…”

Mirella        :- (interrompendo salace, squadrando le due donne) “Ah… Am cardeva che… li do bursi li fès che dentar!”

Norma        :- “A vreum un consilio da te par i costöm”

Mirella        :- “Da mé?”

Laura          :- “Tè at gh’è bun göst”

Norma        :- “A gh’è da pansar anca al rinfresco”

Mirella        :- “A santirò al parer anca ad mé marè, an parlarèm dopu… Tant, par al rinfresch a l’ho sempar fat far dal ristorant che darent”

Laura          :- “A vorà dir ca ritornema incora”

Mirella        :- (salace) “Ma stef mia a distürbar… a podì dar anca fa una telefonada. Ma st’an a vòi poca gent… pö o meno dés parsoni compres nuantar”

Laura          :- “Solament?... Ma alora a dovema lasar föra al ragiunier Mastro e la so sposa”

Norma        :- “A la stesa manera anca al geometro Mantissa con li sö fiöli…”

Mirella        :- “Bene… Am fa piasér ca tachè a far un po’ ad selesiòn”

Laura          :- “Gh’èt una qual preferenza in di custöm par quei ca gnirò?”

Norma        :- (contrita) “Par chi pochi ch’agh sarà…”

Mirella        :- “A piacere… Basta ch’in sia mia custöm ridicol o poch rispetus. I va ben quei ad l’an pasà”

Laura          :- “Agh suntarèm un qual fiochetin”

Mirella        :- “Tolif un tè?”

Laura          :- (scambiando uno sguardo con Norma) “An voresum mia distürbar…”

Mirella        :- “Nisün distürb… cumparmès” (esce)

Laura          :- (nota sulla consolle, sotto il quadro, una scatoletta di latta, o di legno. Ritenendola non ben in centro si alza per sistemarla in tal senso) “La stò pö sé ben in dal mès” (la pone al centro, la osserva compiaciuta e si avvia per sedersi. La scatola lentamente si sposta e ritorna al posto di prima. Laura dapprima non se ne avvede, poi si ferma, volta adagio il capo, scrolla la testa e rivà a mettere la scatola ancora al centro) “Che strano… A s’era propria convinta d’averla mésa in sal més…”

Norma        :- “Stà mia tocar… a n’as so mai ch’at rompi quèl…”

Laura          :- (staper andare a sedersitenendo d’occhio la scatola che lentamente ritorna al posto di prima)

Norma        :- (se ne avvede e balza in piedi)

Laura          :- (spaventata, con voce tremolante) “No…No…Nooormaaa… la scatola… l’a se spostada da par lé…” (corre verso l’amica)

Norma        :- (agitata) “Ho ve…vest… i fantasma?.. A n’è mia posébul…”

Rosana       :- (entra da sinistra) “Oh, bungiuran… scüsè s’a n’af tegni mia cumpagnia ma a gh’è l’idraulich ch’lé adré riparar al scaldabagn”

Norma        :- “Comoda, comoda… A spitema sö mama ch’l’è andata a preparar al tè”

Rosana       :- “Ma com’a sì spiritadi… E’ sücés quèl?”

Laura          :- (a Norma) “Digal tè”

Norma        :- “Ma no, digal tè”

Susana        :- “Mitìv d’acordi!

Laura          :- (imbarazzata) “Écu… ch’la n’am töga mia par una visionaria ma l’è che…am sont avsinata a… ch’al quadar lé… o sircà ad sistemar in dal més ch’la scatola..” (indica) “ e…”

Susana        :- “E…”

Norma        :- (con voce tremula) “La s’è spostada da par lé…”

Laura          :- (c. s.) “L’è ritornada in dua l’era pröma… come se una man invisibile a l’és spostada”

Susana        :- “Adritüra una man invisibile”

Laura          :- “Mé o spostà incora la caséta in sal més a dla consolle e lé… l’è ritornada indré… da par lé… Vera Norma?”

Norma        :- “Paroli santi”

Susana        :- “E pör la scatola l’han gh’à mia li mòli”

Laura          :- “Cusa sücéd signurina Susana?”

Susana        :- (perplessa, tra sé) “Ma alura la Colomba, Jean e anca Germano…”

Norma        :- “Cus’ala dét ca n’ho mia capì?”

Susana        :- “Hem... che … an sarì mia gnüdi ché par vedar sa gh’è i fantasma”

Laura          :- “Ah, no, no…l’era par preparar la festa ad Carnu’al”

Norma        :- (sibillina, per cambiar discorso) “E.. a gh’è sempar al stagnin da’d là?”

Susana        :- “Sì… l’idraulich l’è da’d’ là… Parché? Gh’àla i töbi dl’aqua intasa?”

Norma        :- “Pr’adés no ma… i guast i capita quand v’ün al na si aspéta mia”

Laura          :- “E a n’è mia facil aver l’idraulich söbit a disposisiun”

Susana        :- “Ma an gh’arésuf gnanca al temp da stagh a dré parché… a si a master a spostar li scatoleti da sòta i quadar!”

SCENA IV

(Norma – Laura – Susana – Alfredo – Colomba)

Alfredo       :- (inizia a parlare da fuori scena) “Amre ho finito di…” (si interrompe vedendo che c’è gente)

Laura          :- (sorniona) “Bungiuran”

Norma        :- (allusiva) “Andéma via… av lasém liberi da giüstar i töbi …idraulici!”

Alfredo       :- (salace, reagendo) “S’a gh’ì a dli perditi…da ‘na qual banda… ciamèm pör…”

Susana        :- “Se invéci a preferì spostar dli scatoli… firmév ché”

Norma        :- (agitandosi) “No, no… par carità… andéma via”

Laura          :- “A n’éma vü a sé”

Susana        :- (accennando alla porta) “Alura af cumpagni… Stém ben”(le due donne escono)

Alfredo       :- “Ma com’a fev a averagh in di pé du carabatoli acsé!”

Susana        :- “I era amighi ad me madar incora ai temp dli scöli mèdi e agh dispias diragh ch’l’in vegna mia…” (si avvicina al ritratto) “La Laura l’ha det d’aver spostà questa scatula par do volti e par do volti la scatola l’è ritornada al sö sit” (sposta la scatoletta, l’osserva e non succede nulla) “L’ha s’è mia spostada”

Alfredo       :- (scettico) “A sarò dificil ch’la sa sposta da par le… a meno che l’han gh’àbia mia li rudèli…”

Susana        :- “A l’ho fat parché anca la Colomba la dis d’aver bruntulà contra al ritrat e d’aver ciapà un sbarlòn”

Alfredo       :- “Da chi?”

Susana        :- “La det ch’era da par lé”

Alfredo       :- “Ma sì, ades li sberli li vola da par lor… La sarà stada in ciarìna…”

Susana        :- “L’è astèmia… E a par che anca al siur Jean, un amigh ad me padar…”

Alfredo       :- “… Ch’al’t fa al filarin…”

Susana        :- “…al sia sta tratà mal con dli psadi dal cu… in sal da dré dopo ch’l’éa det ‘na qual mala parola in di confront dal quadar… e pröma che t’a m’al dmandi, l’era da par lö!”

Alfredo       :- (inchinandosi comicamente davanti al ritratto) “Ma grasie Nobile Filippo Cattaneo… a m’ì fat un gròs piaser”

Susana        :- “At tse propria ridicul… Anca al siur Reale a par ch’l’abia ricevü al stes tratament”

Alfredo       :- (c. s) “Mo incora grasie Nobile Cattaneo…”

Susana        :- “Sarò po’ vera?”

Alfredo       :- “Se a quei ch’it fo al fil adré i ciàpa di sbarlòn e dli psadi in dal.. da dré… a ma sta ben!... Ma stema mia a faras insaplar da ch’li babli lé… Com’as fa a credar che se v’ün al dis ‘na qual mala parola contra a quel ritrat al vé ciapà a bòti… “

Susana        :- “Però li testimoniansi li gh’è… e in abondansa anca”

Alfredo       :- (come a dare un taglio) “Eh… a völ dir chi è <fenomeni paranormali>, acsé ema risolt la quistion… Tè a t’è spostà la scatola e a n’è süces nint, no?”

Susana        :- (pensando) “Forsi parché a son ‘na sö lontana parent…”

Alfredo       :- “Mooolto lontana!”

Susana        :- “A m’è gnü ‘n’idea… Parchè an prövat mia te”

Alfredo       :- “A far cosa?”

Susana        :- “”Ma… a diragh quèl cuntra par esempi… Tant, sl’è vera, an süced gnint”

Alfredo       :- (tergiversando) “Beh… insòma… a podrés anca fàral…”(trova la scusa per rifiutare) “..ma s’al faghi l’è come ametar ch’agh credi anca me… e sicome a n’è mia vera….”

Susana        :- (cantilenando) “Bèla scüsa… Magari at pensi che…<in fondo non si sa mai…>… Valà, at la sé lunga…: Cambiéma discors e dim cos’a spendi pr’al lavor dal scaldabagn”

Alfredo       :- “Ma par tè gnint, bèla!”

Susana        :- “Al laur fat al và pagà… Quant?”

Alfredo       :- “Ma ho cambià solament la guarnizion dal ‘piezoeletrico’… Però am contenti ad questo” (l’abbraccia e lei ne sfugge indicando il quadro e mimando il silenzio)

Susan          :- “Al’s ved!”

Alfredo       :- “E no eh?... Sta mia catar la scüsa dal quadar parché an siem mia come Mary Poppin chi saltava dentar e föra dai quadar”

Susana        : “Porta pasiensa caro ma… am senti… am senti controlada…”

Alfredo       :- (innervosito) “Questa l’è ‘na scüsa bèla e buna… L’è sol un quadar, sensa corp e sensa anima”

Susana        :- “E l’ura pröva s’at gh’è curagio a dargh adòs, acsé as mitéma al cör in pace”

Alfredo       :- “Ah… ho capì… a t’è töt töti ‘sti voltavia par faram fa la figüra dal bambòs… E va ben! Par te al faghi anca s’a n’agh credi mia natüralment”

Susana        :- “Natüralment”

Alfredo       :- (davanti al ritratto… titubante) “E… cusa gh’ontia da dir?”

Susana        :- “A n’at manca mia la fantasia… dài, sö”

Alfredo       :- (rassegnato) “E va ben… acsé t’at rendi cunt chi t’ha contà dli bàli o chi è di visionari”

Susana        :- “Sta mia tirarla par la lunga”

Alfredo       :- (si raschia la gola e ostentando sicurezza con le mani sui fianchi) ”Siur Filippo Cattaneo, pröma a v’ho ringrasià ma ades, a quan i dis, a stè a far i dispét a la gent…” (guarda Susana che gli fa cenno di andare avanti e lui accenna di sì col capo) “parché a n’andè mia da ‘n’ätra banda a rompar li sidèli?” (attende un attimo comicamente timoroso, come a ripararsi con le bracci. Poi, non accadendo nulla guarda Susanna, allarga le braccia mimando: <visto che non succede nulla?>In quell’istante cade la scatola per terra, i due si voltano apprensivi, si ode il rumore di uno schiaffo e Alfredo si porta la mano ad una guancia lamentandosi. Poi abbozza il movimento di chi riceve dei calcioni nel didietro e curvo scappa fuori seguito da Susana che grida spaventata)

FINO ATTO PRIMO

 

ATTO SECONDO

(stessa scena del primo atto)

SCENA I

(Germano – Mirella – Adalberto)

Germano     :- (seduto legge un giornale o una rivista)

Mirella        :- (entra da destra indossando un camice bianco. Al collo uno stetoscopio) “Bungiuran siur Reale… <qual buon vento…>

Germano     :- “Bungiuran dotorésa, la voia scüsar al distürb ma a sun preocupà parché l’è soquanti dé ca gh’ò un dulur al stomach e am senti al bras sinistar strach… indulentà”

Mirella        :- (professionale) “Ehm… a gh’ò un pasient in dal stüdi, ma intant a misuréma la presiun. Ch’al’s faga sö ‘na mandga”

Germano     :- (si alza, si toglie la giacca e intanto che si avvolge la manica della camicia accenna al ritratto) “Ho vest che al ritrat dal sö antenà l’è sempar in bèla mostra”

Mirella        :- (armeggiando con lo stetoscopio e con la pompetta della pressione) “L’è un trisavol ad me maré” (ironica e con aria volutamente misteriosa) “Al fa la guardia a la casa”

Germano     :- “A pensi propria ca ghì’ ragion”

Mirella        :- “Adès tasì” (ascolta con aria professionale, toglie la fascetta dal braccio e scuote il capo)

Germano     :- (si alza riassettandosi) “Gh’è quèl ch’an vò mia ben?”

Mirella        :- “Traquilo… l’è sol un infart!”

Germano     :- (agitato) “Un… un infart?... E l’a m’al dis come sa gh’è un brufèl?”

Mirella        :- “Ma ch’al’s calma… Al n’a s’né gnanca acort. Agh farò un elettrocardiogramma adman in dal mé stüdi a Rasöl e agh darò la cüra ch’agh völ… Ma sicome al cunosi e a cunosi li sö magagni… l’erna jattale, l’esofagite e via andare, al’s def dar ‘na regolada in di stravési… daras ‘na calmada e far mia di fat poc pulì, parché la polisia o i carabinier, if vé incòra a daraf una scüfiada… As siema capì siur Reale?”

Germano     :- (offeso) “Li mé atività i-è leciti!”

Mirella        :- “La polisia la dsires da no. Comunque i-è fat vostar… al cör l’è al vostar e l’infart anca. Auguri!. A va ‘speti par l’ECIGI” (E.C.G.)

Germano     :- “Che ròba èla?

Mirella        :- “Elettro-cardio-gramma!”

Germano     :- “A vegni adman”

Mirella        :- “E gnint stress… sionò…” (accenna al segno della Croce)

Germano     :- (apprensivo) “Vacca boia… a suntia acsé mal mès?”

Adalberto   :- (entra dall’esterno all’ultima battuta) “La gh’à ragiun… specialmente dopo li denunzi per <appropriazione indebita, riciclaggio di denaro…sporco, estorsione e>…L’è mei ch’am ferma ché”

Mirella        :- “Come mai za ché?”

Adalberto   :- “A gh’ò ‘d bisogn di documenti ch’ò lasà a casa” (a Germano) “At gh’è un fasicul elt acsé” (accenna ad una misura ipotetica)

Germano     :- “Bel a’ocat ch’at sé! Non esiste il segreto professionale?”

Adalberto   :- “Acsé me mojer la so i fat e la pöl cürarat ben… al stress… quadar a parte”

Mirella        :- “Cusa gh’intral al quadar…”

Adalberto   :- (ironico) “Cara moglie… pare che il caro… antenato, il trisavolo Cattaneo, si diverta… che abbia ripreso vita”

Mirella        :- (che intanto siede e prescrive la richiesta di E.C.G. per Germano) “At ghè sempar vòja ad dir dli bagianadi…Bisogna mia dar corp a quel cha par, ma quel ch’lè…” (dà la richiesta a Germano) “Écu, al và a prenotaras l’esam pral cör o a l’ospedal o siunò da mé”

Germano     :- “Andrò a l’ospedal”

Adalberto   :- “Bravo, in tri o quatar mési it ciàma… s’at tse vif…”

Germano     :- “Am so tant ch’am tocarò andar a pagament”

Mirella        :- “Quand al völ, a sun a disposision”

 SCENA II

(Adalberto – Susana – Mirella)

Susana        :- (entra dall’esterno) “Ciao papà… za a casa a ‘st’ura?” (da il bacetto ai genitori)

Adalberto   :- “A gh’éva da tör di document ca tgnea in casa.. Dìm pötost com’ì i vò i tö esam… N’èt dat?”

Susana        :- “Ho ciapà trenta ad <diritto penale>”

Adalberto   :- “A sont propria cuntent”

Mirella        :- (soddisfatta) “La mé pütléta… La farò ‘na bèla cariera in dal mond ca cunta”

Adalberto   :- “A pruposit dal ‘mond ch’al cunta’… è vera ch’at frequenti un latonèr?”

Susana        :- “Frequenti?... A t’al dï come s’al fes un bröt fat…” (guarda la mamma e intuisce) “Ah…li do sgagnafilfèr a dla Laura e dla Norma… bla, bla, bla”

Adalberto   :- “Alura l’è vera”

Susana        :- “Ma papà, mé e Alfredo as volema ben”

Adalberto   :- “Ah, al’s ciama Alfredo al tö stagnin”

Susana        :- (seccata) “Israulico… e po’ al guadagna di bèi bèsi col sö master e al stüdia”

Mirella        :- (disapprovando) “Par vivar”

Adalberto   :- “Ah sì? E cus’a stüdial?”

Susana        :- “Economia e commercio… föra curs”

Adalberto   :- (come previsto da Susana) “Ma propria tè ch’a tse…

Susana        :- (interrompe e prosegue polemicamente) “…la fiöla d’un’a’ocat conosù…”

Adalberto   :- “Ma lèsat in dal pansera adès?”

Susana        :- “….no… a gh’ò indguinà!”

Mirella        :- “A speri ch’a sia sul una momentanea infatuasiun e po’…” (si alza) “a n’è mia dèt ch’al düra”

Susana        :- (indispettita) “Grasie dal pansér. Mè invéci a speri al conträri!”

Mirella        :- (cercando di coinvolgerla) “Pensa te che al siur Jean al m’ha admandà s’at s’eri libera parché a t’agh piàsi… L’è anca una parsona importante…”

Susana        :- (nterrompe e con ironia) “...ad quéli in dal mond ca cunta?”

Mirella        :- “… funsiunari dal Goveran frances…”

Susana        :- “Oh, ma insòma… A sun magioréne e a so sbalià anca sensa al vostar aiöt…” (esce sveltamente)

Mirella        :- (al marito) “E tè? Parché an t’gh’è det gnint?”

Adalberto   :- “Ma a t’è santü cus’l’ha det… ch’l’è buna da sbalià anca da par lé” (guarda l’orologio e si dà una mossa) “Eilà… al temp al pàsa…comunque an podéma mia impònas… i temp i-è cambià…” (avvicinandosi al quadro) “Dèghia ben Filippo Cattaneo?” (si ode il fragore di un tuono e la scatola della consolle cade a terra)

Mariella      :- (sobbalza spaventata portandosi le mani al petto) “Ahimemì… che spài… Ma cus’èl sta?!”

Adalberto   :- (che aveva fatto un balzo anche lui, intimorito, ma dandosi un contegno, va a rimettere a posto la scatola) “Eh… cus’è sücès… l’è stà sul un culp ad tron …töt ché…” (dà un’occhiata furtiva al ritratto e poi, rapido) “Va ben… a vaghi… ciao, ciao..”

SCENA III

(Mirella – Colomba – Laura – Norma)

Mirella        :- (si alza stancamente massaggiandosi lo stomaco e cercando di calmarsi) “L’è sta sul un culp ad tròn…intant l’ha portà via li bàli…” (suonano alla porta) “Colombaaa… i-ha sunà!”

Colomba     :- (entra da destra, attraversa la scena e va ad aprire)

Laura          :- (fuori scena) “Bungiuran… gh’èla la dotorésa?”

Mirella        :- (fa un gesto eloquente come a dire: <sono ancoro loro…>)

Colomba     :- “Ch’la spèta ca vaghi a vedar” (rientra ed a Mirella) “Siura… gh’éla?”

Mirella        :- “Second tè… agh suntia?”

Colomba     :- “Sicomè a gh’è la siura Laura con la siura Norma… a pansava ad dir … ch’l’era föra”

Mirella        :- “Agh sun, agh sunt… Fàli vegnar dentar”

Colomba     :- (esce di scena per andare dalla porta esterna) “L’ha dét ch’l’a gh’è… Comodef”

Laura          :- (entra precedendo Norma) “Ciao Mirella… distürbémia?”

Mirella        :- (ironica)  “Ma af par? An vdeva l’ura…”

Norma        :- “Da bun?... Alura a parlema a dla festa…”

Mirella        :- “Comodèf”

Norma        :- (siede e guarda Laura che le fa cenno che preferisce stare in piedi) “Par i custöm a siém a post e par la musica me fiöl al m’ha dat chi dischét… i <piccì… i cittì…”

Laura          :- “I CD”

Norma        :- “Cla ròba lè. Par al bevar e i dulsin a t’agh pensi tè, vera?”

Mirella        :- (sottile) “Come al solit… Mè ho ordinà al bevar, i pastisin eccetera e… vuatar i portà al CD…”

Laura          :- “Oh, ma cus’a vöt mai… a sirchema ad colaborà, at par? Ema invità anca al mago <Sbrufadel>, ch’al farà di zögh ad prestigio”

Mirella        :- “Ch’l’imbonitur? Quel ch’l’è sempar a la television privada <Telerompo?>”

Norma        :- “L’è par far quèl ad divers ad l’an pasà…”

Laura          :- (mogia,con vittimismo) “Però s’at pensi da no…”

Mirella        :- “Oramai, s’a l’ì invità...”

Laura          :- (con sottile intenzione, si avvicina e siede) “E la Susana… com’a stala?”

Norma        :- “L’a s’è fàta propria ‘na bèla bagaiòta… chisà quanti zuvnot igh fò al filarin”

Mirella        :- “S’a ‘n’al savì vuatar…”

Norma        :- “L’è ‘na parsona democratica”

Laura          :- “Ah, sì… la san mia casu a dli diferensi sociali. I pöl èsar a’ocat, dotor, òm da comercio come al siur Reale o…”

Norma        :- “…latonér…”

Laura          :- “Töti cumpagn… l’è propria democratica”

Mirella        :- (sottile) “Questo l’è vera, parché l’han fò diferensi gnanca con vuatar…”

Laura          :- (che ha incassato, si alza)  “Ehm… alura a siem d’acordi…”

Norma        :- “E grasie par la tö disponibilità” (si alza e dà una sbirciatina furtiva al ritratto)

Mirella        :- “A vedi ca si interesà a l’antenà ad me maré… av piàsal?”

Laura          :- (agitata) “A vardaral… a par ad sentar la sö presensa”

Norma        :- (a disagio) “A senti come a dla ostilità… come s’agh désum fastidi…”

Mirella        :- (come una frecciatina) “A lö no!... E po’…. L’è sul un ritrat fat da un pitòr. E pensar che Adalberto, par la festa ad Carno’al, al vorés vastiras come al sö antenà”

Laura          :- (sbirciando timorosa il quadro, si avvicina con Norma, all’uscita) “Andem e scüsa pr’al distürb”

Mirella        :- (accompagnandole, con ironia) “A m’arcmandi… stef mia dasmangar ad vegnar par la festa… agh cunti”

Norma        :- “Sta mia star in panser… a gnéma ad sicür. Vera Laura?”

Laura          :- “Sl’è par far un piaser a la nostra amiga Mirella, a gnema ad sicür. Ciao” (escono)

Mirella        :- “A sun sicüra ch’l’in’s dasmenga mia”

SCENA IV

(Susana – Colomba – Jean - Mirella)

Susana        :- (entra da sinistra; posa lo zainetto, o una borsa con i libri e chiama col cellulare) “Ciao Alfredo…distürbia?....A vrea dirat che me padar al so a dla nostra relasiun” (pausa) Beh, lé par lé al gh’è un po’ armas ma…” (sorridendo) Cum’imaginava l’ha dét: <ma propria tè ch’a tsé la fiöla d’un a’ocat conosù cmé la betonica….” (pausa) “Ma sì, a t’al sé ch’at voi ben, siuchet … ma varda ben d’an töram mia in gìr parché…” (sorridendo) “… a parli con un parent tacà al mör e…” (pausa) “Ma sì ch’at pensi… at pensi ogni volta ch’impesi al scaldabagn… Sì… ciao. Fa bèl e bunanot” (chiude il cellulare mentre suonano alla porta)

Colomba     :- (attraversa la scena e va ad aprire. Fuori scena) “Ah.. al siur Giuàn”

Jean            :- “Bonsoir Colomba… Posso entrare?”

Colomba     :- “Ch’al ‘speta un moment ca vagh a vedar s’a gh’è qualchidün” (rientra e a Susanna, sottovoce) “Signurina… a gh’èla in casa? A gh’è…”

Susana        :- (seccata) “Ma èl incora ché?... Fal vegnar dentar”

Jean            :- (entra speditamente e con enfasi) “Ho sentito la sua voce ed eccomi qua: Jean Planchet Botta ai vostri ordini mademoiselle Susanna”

Colomba     :- (allarga comicamente le braccia, scuote il capo come accentuare che non ha atteso l’invito a farsi avanti)

Jean            :- (accenna ad un esagerato baciamano a Susanna mentre Colomba si china comicamente a guardare) “Incontro più bello non me lo aspettavo”

Susanna      :- (scocciata) “Nemmeno io. Mi dispiace ma… stavo per uscire”

Colomba     :- (intenzionalmente) “Sl’a gh’à bisogn ad mé… a sun da d’là… con la canela dal sfòi a portata ad man!”

Susana        :- “Va ben, va ben…. Varda s’a gh’è incora me màdar e digh ca gh’è al siur Jean”

Colomba     :- “Söbit!” (esce)

Susanna      :- (all’ospite) “Asseyez vous…Sintef… Credevo che foste a Parigi”

Jean            :- “Spero non le dispiaccia… Ho il compito di prendere contatti col teatro Regio di Parma e ne ho approfittato per vederla…” (fa un passo di avvicinamento)

Susana        :- “Vado a vedere se Colomba ha trovato mia madre”

Jean            :- (la trattiene per un braccio e con galanteria…) “La prego, non se ne vada… C’è già andata la vostra domestica, n’est pas?” (con gesto teatrale si inginocchia e ad occhi chiusi declama il suo amore per lei)

Colomba     :- (rientra, vede e si blocca)

Susana        :- (fa cenno a Colomba di avanzare rapidamente e le segna col dito di non parlare. La fa stare davanti a Jean mentre lei si eclissa fuori scena)

Jean            :- (ad occhi chiusi, con una mano sul cuore, profferisce il proprio amore) “Come Çiranò de Bergerac, in ginocchio davanti a lei, confesso che l’amo con tutto il mio cuore, che la penso continuamente e che le mie intenzioni sono serie… In ogni donna io vedo soltanto lei…! Mi dica di sì, la prego”

Colomba     :- (che ascoltava con gesti comici) “MA SIUR GIUAN, A PODRES ESAR SO MADAR!”

Jean            :- (balza in piedi costernato, imbarazzatissimo) “Sacrebleu!... Ma lei non è Susanna!”

Colomba     :- (salace) “E come ha fatto a capirlo?!”

Jean            :- (si volta deluso e seccato) “Non è stata nemmeno ad ascoltarmi…”

Colomba     :- “Aveva spresia di uscire…” (come dare un buon consiglio) “Ma siur Giuàn… ch’al m’asculta ben… accetti un mio conseggio… perde solo del tempo…. L’ha un’atar in dla testa… Capito siur frances?”

Mirella        comoda” :- (entra da destra) “Monsier Jean… soyet le bienvenue…stavo per andare nel mio studio a Reggiolo… ma che bella sorpresa…ch’als

Colomba     :- (uscendo) “Ah, l’è stata propria una bèla sorpresa”

Jean            :- “Come stavo spiegando a… Susanna…” (con un po’ di acredine, mentre si siede) “prima che sparisse improvvisamente, devo andare a Parma a prendere contatti col teatro Regio per uno scambio culturale con Parigi”

Mirella        :- (sedendo a sua volta) “Speriamo bene perché… non ci sono fondi per la cultura… a va töt a remengo… Ma si accomodi, prego”

Jean            :- “Sempre indaffarata oltre che per la sua professione anche per preparare la festa di Carnevale, n’est pas?”

Mirella        :- “Oh, quella… L’à ‘n’è mia ‘na gran festa… sul un po’ ad sapèl, tant par star in compagnia con di amigh… Perché non viene anche lei?”

Jean            :- “Ma… non so se sarei ben accetto anche da Susanna. Vedo che mi sta evitando… e poi, non saprei che maschera o che vestito indossare”

Mirella        :- “Non da Çirano de Bergerac…”

Jean            :- (a disagio) “Penso proprio di no”

Mirella        :- “Basta anca una mascherina in di oc… un caplin ad carta… o anca gnint”

Jean            :- “La ringrazio per l’invito e la lascio… Come le ho detto devo andare a Parma” (si alza)

Mirella        :- (si alza anch’essa) “Al cumpagni a la porta”

                   (buio in scena, o viene chiuso momentaneamente il sipario, per poter togliere il ritratto lasciandovi solo la cornice)

SCENA V

(Mirella - Norma – Laura – Jean)

(dal salone si sente della musica da ballo soffusa)

Mirella        :- (entra dal centro con Norma e Laura. Indossano costumi per la festa e vanno a sedersi) “E la festa par Carno’al l’è rivada… che mal ai pe’... I sarò ‘sti scarpi ch’an i a meti quasi mai…” (si massaggia il dorso di un piede)

Laura          :- “Et vest al frances cum’al perd li bavi adré a tö fiöla?”

Norma        :- (spettegolando) “Am par però che lé l’agh daga di voltavia…”

Laura          :- “Cume mai tö maré al na gh’è mia?”

Mirella        :- “Al gh’ea d’andar a Mantua, ma a speri ch’al faga a ura vegnar in temp par far un po’ ad festa anca lö… l’è sempar impgnà… E po’… a n’è mia ch’al’gh tegna tant a mascararas… Al dis che la maschera a sla mitema a la matina apena a s’alvema sö”

Laura          :- “At m’évi det ch’al gh’éva intension ad métars al vastì come quel dal sö antenà”

Mirella        :- “Sempar ch’al’gh’abià avü al temp d’andar da un costümista teatrale… Magari l’è bun ad métas sul una mascherina… tan par cuntantaram”

Laura          :- “Et vest i zögh ad prestigio dal mago Sbrufadèl? L’ha fat anca la previsiun ca ‘rivarò un òm dal pasà a sircà… cum’al dét?... Ah, <a cercare la pace dell’anima turbata dai soprusi del passato>”

Mirella        : “Cun ch’al sapél in dal salun… la pace dell’anima… l’è mei ch’al vaga a sircarla da ‘n’atra banda”

Laura          :- (imitando la voce del mago) “<L’uomo che arriverà dal passato è un’a- nima tormentata alla ricerca dell’uomo che l’ha tradito facendolo catturare e torturare>“

Norma        :- “Ah, ah,… a tl’è imità propria ben”

Mirella        :- “L’am para un imbrojun… chisà quanta gente l’ha frigà cun la sö parlantina”

Laura          :- (malignetta) “Acsé i a’ocàt i gh’ha sempar dal laur”

Norma        :- “L’ha anca det che <arriverà l’uomo nero a portare via parte di qualcuno”

Mirella        :- “Quanti bàli… Cus’a portal via… un bras… una gamba? Me madar, quand a s’era picolina, la ma dseva che s’an toleva mia l’oiu ad marlös a sares gnù l’òm negar a portaras via… “

Jean            :- (entra con un saltello come a far presa sui presenti. Indossa  un mantello nero, tricorno in testa e mascherina agli occhi) “Tatatatan!”

Laura          :- (ha un sobbalzo) “L’OM NEGAR!”

Mirella        :- “Ma an vedat mia ch’lè al siur Jean”

Jean            :- (togliendosi il tricorno e salutando spagnolescamente) “Mancando le vostre graziose figure femminili, di là c’è il vuoto e… un sedicente mago…” (con un sospiro teatrale) “Eh... la femme c’est toujour la femme”

Norma        :- “Ma s’al gh’à fam a gh’è i salatin da d’là”

Mirella        :- “<Femme>, a vol dir dòna in frances e mia fam” (a Jean) “Ma a gh’è di ätri dòni oltre a la Susana”

Jean            :- (sempre teatrale) “Ahimé… Susanna è sparita”

Mirella        :- (apprensiva, si alza) “Come sarebbe a dire?”

Norma        :- “L’era darent a ün con la maschera da Zorro”

Mirella        :- (agitata, va verso il salone) ”In doa èla andada?” (esce al centro)

Norma        :- (alza lo sguardo verso il quadro e lancia un grido) “AH!”

Laura          :- (scatta spaventata) “Ma Norma, am vöt far vegnar un culp?”

Jean            :- “Signora, si sente male?”

Norma        :- (indicando la cornice) “Al qua… qua… “

Laura          :- “Al bal dal qua qua?”

Norma        :- “Al QUADAR… AL NA GH’E’PÖ!”

Jean            :- “Ç’est vrai… “C’è solo la cornice… certamente l’avranno portato a restaurare”

Norma        :- “Sarà mei ch’andema in dal salon”

Jean            :-“Andiamo” (mentre c’è uno stacco musicale da ‘la pantera rosa’, escono. Si abbassano le luci)

SCENA VI

(Filippo – Mirella)

(una scia di fumo entra dai lati. Nel semibuio una luce viene puntata sull’antenato che entra. Aspetto nobile, una feluca in mano, si sofferma davanti alla cornice)

Mirella        :- (entra e vede l’uomo girato di spalle, Ritenendo che sia suo marito mascherato come il suo antenato, gli rivolge la parola) “Oh, Adalberto, at s’è ‘riva finalment… A t’è catà al custöm… Ma cus’agh fet al scür… Dim sö, et vest nostra fiöla?… I l’ha vesta con v’ün vastì da Zorro e dopu l’è sparida”

Filippo        :- (sempre di spalle) “Mé an sun mia Adalberto!”

Mirella        :- “Vè, sta mia far di schers ch’a sunt za agitata par la Susana”

Filippo        :- “Vardè in sal terasin… la sarò cun al sö stagnin… E po’ a ripeti ch’an sunt mia Adalberto”

Mirella        :- (incrociando le braccia come a sopportare le bizzarrie di colui che ritiene essere il marito) ”L’è inötil ch’at cambi anca la vòs… E chi saresat sl’è lecitu?”

Filippo        :- (si volta adagio, impettito, altero) “A son Filippo Cattaneo, nobile ad Rès, patriota e…”

Mirella        :- (lancia un grido, nota che il ritrartto non c’è più) “Ada… Adalberto… questo l’è un schers da pret.!”

Filippo        :- “Ma che Adalberto di me stivài. Vers i oc dòna. A son Filippo Cattaneo, gnü da Rès par punir chi m’ha tradì!”

Mirella        :- (sta per svenie e viene sostenuta prontamente da Filippo che la fa sedere)

Filippo        :- “Agh mancava anca questa… Ah, li dòni… Sempar cumpagn come ai me temp… quand in so mia come cavarsla... i perd i sens… trop comud. Agh vrés un botiglin con i sal… E ades cusa faghia?... A la lasi ché… qualchidün a gnirò a sircarla” (esce tra il fumo)

SCENA VII

(Mirella – Alfredo – Susana)

Susana        :- (entra guardinga, vestita da ballerina di fandango, con Alfredo vestito da Zorro. Si abbracciano) “S’as véd me madar agh vè un culp”

Alfredo       :- (che si era tolto la maschera, si accorge di Mirella, lascia la ragazza e si avvicina alla donna svenuta)  “A quant a par l’ha s’a za vest” (indica sua madre)

Susana        :- (soccorrendola) “Oh, Signur… Màma… màma…!”

Alfredo       :- (la schiaffeggia leggermente) “Siura Cattaneo…”

Susana        :- “Ma cus’a fèt? Agh det a dli sberli?”

Alfredo       :- (ironico) “Am proféti dal moment…” (misura, scherzosamente uno schiaffone e poi la scuote garbatamente) “Siura Mirella…”

Susana        :- (aveva nel frattempo versato un po’ di cognac in un bicchierino e fa sorseggiare la madre) “Curagio màma… manda zò” (posa il bicchierino)

Mirella        :- (dà alcuni colpi di tosse) “Cus’è süces…? Am senti töta sacagnada”

Alfredo       :- “As sentla méi?”

Mirella        :- “Ah!... L’òm negar!... al l’éa det al mago Sbru… fa… del…” (si accascia)

Alfredo       :- “Ah, ma alura l’è un vési” (si accinge a darle qualche schiaffetto)

 Susana       :- (bloccandogli il braccio)”E no, è?... Stagh mia ciàpa al vési anca tè” (richiama la mamma) “Màma…” (ad Alfredo) “Dam al bicerin ch’ha gh’è armas un po ad cognach”

Alfredo       :- “Pröma ca t’limbariaghi l’è mèi che l’òm negar al vada a logaras… se no agh vé incora un mancament” (esce di scena)

Mirella        :- (riprendendo i sensi) “Ahio… a sun mola cmé la panada… Ma chi gh’era cun te?”

Susana        :- “Nisün… a t’éma catà priva ad sens”

Mirella        :- “A t’éma? Alura a gh’era qualchidün.. vastì ad negar…”

Susana        :- “Al trop laurar al’t fa vegnar li visiun”

Mirella        :- (stentatamente si rialza e si guarda attorno) “In do èl?”

Susana        :- “Chi?”

Mirella        :- “Tö padar… l’era vastì come al sö antenà” (accenna al quadro e si accorge che c’è solo la cornice) “Al... al quadar… al n’a gh’è pö”

Susana        :- “Ma sta calma… Al l’arà tolt al papà”

Mirella        :- “Ma alura… quèl ch’ho vest l’era…”

Susana        :- “L’era chi?”

Mirella        :- (frastornata e impaurita) “A l’ho ciamà…<Adalberto...> a gh’ò dét…<a ta tsé vastì come al tö antenàto> e al m’ha rispost: <An son mia Adalberto, a sunt Filippo Cattaneo, nobile dla repöblica ad Rès…”>

Susana        :- “Adès dat una calmada… andema in sal terasìn a ciapar un po’ d’aria”

Mirella        :- (riflettendo) “Ades ch’am ve in ament l’ha dét ch’at s’eri in sal terasin cun al tö stagnin… E’ vera?”

Mirela         :- “Stat mia far sügestionà da Sbrufadél… Vè cun me ch’andema a ciapar un po’ d’aria…”

Mirella        :- “Un moment pütléta… In doa èl andà… al tö Zorro?!”

Susanna      :- “Zorro? Al sarò in Califorinia!” (escono. Si abbassano le luci)

SCENA VIII

(Alfredo – Filippo – Jean)

Alfredo       :- (rientra e chiama guardingo la ragazza)  “Susana… Susy…”

Filippo        :- (preceduto da una nuvola di fumo, entra, vede Alfredo e lo apostrofa) “E vö, chi s’if?... Cus’agh fev chè?”

Alfredo       :- (perplesso) “A sun Alfredo ma… vö pötost chi s’if e cusa agh fè lugà in casa dal siur Adalberto e in costöm da Carno’al”

Filippo        :- “A sun Filippo Cattaneo” (adirandosi) “A farì töti la fin ad cla tèpa ad scagnòs ad Francesco IV d’Este... l’austriach!”

Alfredo       :- “Ah, ho capì…. A s’in un atur… Cumplient… a recitè ben”

Filippo        :- “Ma cum’at permetat!”

Alfredo       :- “Insòma, piantémla lè: a sì o no l’a’ocat Filippo Cattaneo?”

Filippo        :- (adirandosi) “Zuvnot! Gh’ontia la stésa facia?”

Alfredo       :- “Verament a gh’è poca lüs comunque…” (tra sé) “…l’è méi secundaral… a n’as so mai… Comunque piaser ad far la so cunusensa… nobile Filippo Cattaneo… Posia admandaragh cume mai a si… si insòma… a si ritornà in casa dal siur Adalberto Cattaneo?”

Filippo        :-“Cume mai?...” (alterandosi) “A m’admandé cume mai?..L’è pö ad sent- siquant’an ca triböli…” (siede stanco e avvilito) “A sunt sta tradì da chi am cardeva ch’al fés un amigh, da Federico Botta. I m’ha ciapà, tortürà e bûtà in dal fòs come mort… Dopo al 1796, quand éma piantà in piasa <l’albero della libertà> e proclamà la <Repubblica Reggiana>, e dopo la restaurasiun ad Vienna dal 1815, Federico IV d’Este, austriacante, la voltà gabana….”

Alfredo       :- “In quant ad voltà gabana … a n’è cambià gnint…”

Filippo        :- “…I m’ha prelevà a Rès parché ho portà in gir la bandiera italiana, nàda propria a Rès… Cun mé i ha ciapà anca al sacerdote Giuseppe Andreoli… e i l’ha condanà a mort. A m’ì admandà  <cume mai> a sun ché?.. An so mia cusa rispondar… Am sunt catà in un quadar ch’o fat cumprar da Adalberto… e an gh’ò mia requiem… a sunt sempar in serca ad chi m’ha tradì”

Alfredo       :- “Ma chi gh’ha fat la spia uramai l’è mort”

Filippo        :- “A gh’è i so disendent!.. E’ adès l’ura l’è ‘rivada!”

Alfredo       :- “L’ura?... “ (guarda l’orologio) “La Susana… l’am sircarò”

Filippo        :- “L’è in sal terasin con sö madar”

Alfredo       :- (stupito) “Grasie” (esce di fretta)

Filippo        :- “L’am par un braf zuvnot al stagnin… Ma a sarà mei ch’am vaga a logar da ‘na qual banda” (esce fra una scia di fumo)

Jean            :- (entra dal centro) “Che buio…” (accende la luce) “Che gabbia di matti di là… Bah, accendiamo  la televisione e sentiamo le ultime notizie del TG” (accende, siede e si sente il notiziaro)

Filippo        :- (entra precipitosamente in scena, additta lo schermo e con voce alta) “Ma… chi èl sta a metar ch’l’òm dentar a cla scatola?”

Jean            :- (balza in piedi spaventato, guarda la cornice, guarda Filippo, arretra) “Mai, ça n’est pas vrai.. ça n’est posible…Monsiuer Filippo Cattaneo?”

Filippo        :- “Ah…! A t’ho catà finalment spiòn d’un Botta!...” (si avvicina lentamente e Jean, altrettanto lentamente, e comicamente, arretra) ”Nemigh dal popul, tortürador di patrioti e…” (indicando lo schermo) ”e ch’al tortüra incora… A mitì la genti in dna scatula e... li gambi… l’è sensa gambi?!”

Jean            :- “Ma… cosa dite?”

Filippo        :- “At pagarè par li tö malefati e mé a catarò finalment la me pace” (lo prende per il colletto della camicia)

Jean            :- (con voce soffocata, si divincola, riesce a liberarsi e spegne la TV) “Ma… nobile Cattaneo, come ha fatto ad uscire dal quadro e…”

Filippo        :- “A sun sempar dentar al quadar…. anca s’a n’as véd mia… A sunt in casa d’un mé disendent e adès …” (alzando il tono, minaccioso) “…avrò la mia vendetta… guerrafondaio!”

Jean            :- “Si calmi e parliamo… Mi dica prima di tutto, com’è possibile che lei sia venuto dal passato al 2011, ça n’esta pas posible…Tu sei Adalberto e stai prendendoci tutti per… come dite voi italiani… per i fondelli”

Filippo        :- “Pochi stori generale Botta… at m’è tradì e ades at paghi!” (si avvicina minaccioso)

Jean            :- (col il braccio cerca di tenere a distanza l’uomo) “Ma dài Adalberto… non giocare con queste cose… Sai benissimo che se fossi il generale Botta dovrei avere quasi duecendo anni ti pare?... Sono un pro-pro nipote, così come lo sei tu, anche se ti sei travestito come il tuo antenato, lo sei di Filippo… E poi, caro amico, riterresti veramente che i discendenti possano avere colpe o meriti del male o del bene, che i loro antenati hanno subìto o fatto? E poi Adalberto mi sembra il caso di piantarla con questo scherzo!... E poi le guerre sono una tragedia che i popoli non vogliono ma che subiscono. Piantala e andiamo al ballo nel salone”

Alfredo       :- (entra da sinistra fra la sopresa di Jean) “Al siu Jean al gh’à ragiun, nobile Cattaneo. Al pasà l’è pasà e bisogna tegnar cunt. I popoli ch’in gh’à mia dal pasà, ch’is dasmenga la propri storia, in gh’à gnanca avenir. Calmemas töti e par piaser, tolì sit in dal vostar quadar che l’a’ocat Adalberto l’ha ricüperà… A s’ì un patriota, i fat in modo che Adalberto alf portés ché. Ponsé e… sensa far cascar o spostà li scatuli, sensa dar dli psadi o molà di sganasun… “ (salace, punzecchiando col dito il petto di Jean) “…però a podì mettar in una cornis questo bel damerin frances s’al na làsa mia lé d’infastidir la me murusa… Dico bene generale Botta?”

Filippo        :- (scatta) “Generale Botta?! Ma mé al còpi!”

Alfredo       :- (con calma lo blocca) “Pace… pace nobile Cattaneo… Quel ch’l’è sücès l’armagn in di lébar da storia… e lei, signor Jean… ch’al vaga al sö paése e... bun viàs!”

Jean            :- (saluta inchinando il capo) “Ho capito… tolgo il disturbo” (esce)

SCENA IX

(Filippo – Alfredo – Mirella – Susana – Norma – Laura)

Filippo        :- (va a sedersi) “A son strach… cunfüsionà…”

Mirella        :- (entra con Norma, Laura e Susana e con voce soffocata indica Filippo) “Ecul lé, dunca ho vest giöst”

Susana        :- “Ma l’è al papà” (gli va incontro) “A t’at tsé mascarà anca tè”

Filippo        :- “Suntia forsi tö padar?”

Susana        :- (agitata) “Ma… màma… al n’è mia al papà…!”

Filippo        :- “Questo al so anca mè!”

Laura          :- (guarda i presenti e con voce tremante a Norma) “Nooormaaa… la cornis l’è vöda…” (barcollando va per sedersi, poi, comicamente accorgendosi che sarebbe stata vicina a Filippo, va a sedersi altrove) “Un grapin… a m’agh völ un grapin…”

Norma        :- (agitatissima) “Anca a me…”

Mirella        :- “Ma.. n’èl mia Adalberto?”

Alfredo       :- (a Susana) “A n’ho incora capì sl’è un mat o sl’è un schers da pret… ‘na carnovalada”

Susana        :- “A provi a scarsàr anca mè” (si avvicina a Filippo) “Papà… cioè a vrea dir… nobile Filippo Cattaneo, me a sun…”

Filippo        :- “….Susana, la fiola d’Adalberto… al so. Al m’ha cumprà a l’asta parché a l’ho guidà mé. A s’era stüf da star in di fond d’una cantina par tanti an, in més a l’ümidità…” (si toglie un filo di paglia dalla spalla) “sota dlì bàli ad paja e a tanti reperti storici chi meritarés d’ésar portà a l’unur dal mond… lugà insiém a tanti altri cumpagn carbonari chi ha lotà par la libertà… Béla riconosensa… Ma quél chi m’ha dét li parsuni chi ha fat la mé fin, l’è che gnanca in di lébar as parla ‘bastansa a dli tortüri, dli razìi, stupri e via andare, sübì da la nostra gent”

Susana       :- “Adès l’Italia l’è ünida grasie anca ai vostar sacrifési…”

Alfredo       :- “Pace siur Cattaneo, pace”

Filippo        :- “Questo zuvnòt l’am pias. I zoan i def pansar a li sorti dla nostra tèra e mantegnar ideali ad libertà e… controlà ch’is governa par faras mia ciavà…” (si alza) “Adès am senti pö tranquilo e…quasi, quasi a riturnarò al mé sit ma…” (lancia un avvertimento) “…Ste atenti a quél ca fè parché… av tegni d’òc sionò a vegni via dal quadar ‘un’altra volta e…”

Mirella        :- “E…”

Filippo        :- “L’è bun ad volà un qual sc-iafòn o n’a qual psada in doa a digh mé o…” (guardando Norma e Laura) “… spostar ‘na qual scatola!”

Norma e Laura:- (si prendono per braccio agitate) “Ohh!”

Filippo        :- “Ste ben!” (in mezzo ad una scia di fumo, al semibuio esce, mentre Adalberto, vestito da Filippo, entra e si ferma non visto, dietro ai presenti. Nel frattempo dietro la cornice appare il viso di Filippo, nella stessa posa del quadro)

SCENA X

(Adalberto-Alfredo-Susana-Mirella-Laura-Norma-Germano-Filippo nel quadro-Colomba)

Adalberto   :- “Scüsè dal ritardi ma… l’è süces ‘n’inconvenient”

Mirella        :- “Adalberto?...” (va incontro al marito) “Ma alura… al tö antenà…”

Adalberto   :- (come se lo sapesse) “El gnü föra dal quadar?”

Norma        :- “Cum’a fal a saveral?”

Laura          :- “Eral lö?”

Adalberto   :- (vede… Zorro) “A vedi ca gh’è anca l’òm negar, chi èl?”

Susana        :- “Alfredo”

Adalberto   :- “Al stagnin?”

Alfredo       :- “Idraulico”

Adalberto   :- “Am parì töti imbalsamà”

Mirella        :- “Ma… an sèt gnint?”

Adalberto   :- “Ad cosa? A s’era in Questüra a Rès parché i ha mes dentar Germano“

Susanna      :- “Germano Reale?”

Alfredo       :- (ironico) “L’hai catà in dl’èra a bcar con in nèdar?”

Mirella        :- “Cus’al cumbinà?”

Adalberto   :- “L’accüsa l’è par <riciclaggio di denaro sporco>”

Norma        :- “Ma cun ‘na lavada al’s podeva pulir”

Laura          :- “L’è quél ca deghi anca me”

Adalberto   :- “E l’ura come mai an si mia in dal salun con ch’iatar?”

Mirella        :- “Al tö… antenà… l’è sta chè…in caran e òs!”

Adalberto   :- “A n’è mia posébul… l’è sul un ritrat… a si armas imbambulà da li babli ad ch’al Sbrufadèl…Allucinazione collettiva” (va davanti al quadro mentre gli altri fanno scena discutendo fra loro. Tra la cornice appare il viso di Filippo che gli fa un sorriso ed annuisce. Adalberto non si scompone, poi, come fosse in trance, va a sedersi restando fisso, immobile)

Alfredo       :- (ad Adalberto che appare sempre in trance) “Sö mojer la cardeva ad parlar con lö, dal moment ch’l’a saveva dla s¨intensiun ad métar un costüm come al sö antenà; ma quand l’ha vest che al ritrat dal quadar l’era sparì la s’è spavantada e l’ha pers i sens”

Laura          :- (a Norma) “L’ha spiegà ben li <piripissie>dla Mirella”

Norma        :- “Forsi ad vrevi dir <peripessie>”

Laura          :- “E mé cus’ontia det… ben cla ròba lè”

Mirella        :- (al marito) “L’ha cuntà li sö tribülasiun… l’odio contra a Botta…”

Susana        :- (osserva il padre) “Papà… at sentat ben?”

Adalberto   :- (risponde muovendo solo le labbra mentre la voce, cadenzata, lenta, proviene dal quadro)“Ades am senti ben… am senti come… come s’am fes incarnà i dal corp dal mé antenà”

Mirella        :- “Ma Adalberto…et cambià vòs?”

Adalberto   :- (c. s)  “A gh’ò sempar avü questa vòs”

Alfredo       :- “Ma questa l’è la vòs ad Filippo Cattaneo”

Laura          :- (agitata a Norma) “Norma… andéma a faras dar una banadisiun”

Norma        :- (balbettando) “Sicür e set cus’at deghi? Basta festi in questa casa”

Mirella        :- “Ma cus’ a süced?” (va presso il marito)

Susana        :- (scuotendo il padre) “Papà.. papà… tirat sö…”

Alfredo       :- (si avvicina ed a Susana) “Dam un bicerin con quél ad fort”

Susana        :- (esegue)

Norma        :- “Anca a me”

Laura          :- “Anca a me”

Alfredo       :- “If cambià vòs anca vuatar do?” (prende il bicchierino da Susana e aiuta Adalberto a bere)

Mirella        :- “Adalberto… am sentat?”

Adalberto   :- (da cenni di assenso col capo)

Susana        :- (nota e toglie un filo di paglia dalla spalla di suo padre) “Cume mai at gh’è dla paja in sla spàla?”

Alfredo       :- “Come Filippo”

Mirella        :- (innervosita) “Atar che Questüra… al sarò anda in un qual fnél con chi sa chi!”

Colomba     :- (entra in scena con una feluca in mano) “A’ocat… in dl’andit a gh’era questa capèla… èla la sua?”

Filippo        :- (con voce stentorea) “NO, L’E’ LA MIA!”

Tutti           :- (presi dal panico, si agitano, escono rapidamente dalle porte laterale e dal centro. Colomba lascia cadere la feluca e scappa anche lei)

Adalberto   :- (accertatosi di essere solo, si alza, raccoglie la feluca e va davanti al quadro) “Germano, ades lasa al post al quadar e va via sensa farat vedar da nisün, capì?”

Germano     :- “L’è una parola andar via… An riès mia a mövam…come se qualchidün l’am tgnés par un bras”

Adalberto   :- “Sta mia far al balös e mesiat pröma chi vegna dentar”

Germano     :- “Agh l’ò fàta …a rimetti al ritrat a post” (si vede il ritratto ritornare fra la cornice)

Adalberto   :- (fra sé, sorridendo e come se parlasse col pubblico) “A speri ch’agh sia pasàda a töti la vòia ad far dli festi in casa mia, a sbafar a gratis. Finalment a pòs godar la pàs e in tranquillità dla me casa… Ah, ah, ah… I-ha tirà föra che i ha ciapà di sc-iafòn, dli psadi… chi ha vest li scatoli mövars da par lor… Mei, mei… Anca s’a n’è mia vera l’important l’è chi porta via li garabatoli” (si volta verso il quadro) “Scüsa Filippo… ma agh pensat? I andrò in gir a dir che at fe i dispet a chi at mancares ad rispet… La gent l’è süpertisiosa e la cred a quel ch’l’an sa mia spegaras… Come se i quadar i podés da bon far quél chi dis ca t’arés fat tè: Ma com’as fò in dal düméla credar incora a ‘sti bagianadi” (si allontana adagio commentando. Ad un tratto si sente lo scoppio di un tuono. Le luci sfarfallano e Adalberto fa degli scatti come se ricevesse dei calci nel sedere) “Ahio… Ma cosa… ma chi èl… a n’è mia posebul…” (mentre esce di scena muovendosi in quella maniera, il sipario si chiude)

F INE

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