All’uscita

Luigi Pirandello

All'uscita
Mistero profano aprile 1916

APPARENZE:

dell'Uomo grasso
del Filosofo
della Donna uccisa
del Bambino dalla melagrana

ASPETTI DELLA VITA:

un Contadino
una Contadina
un vecchio Asino con un gran fascio d'erba
una Bambina

      Un muro, una porta. Di qua, campagna, all'uscita posteriore d'un cimitero. Di l dal muro - grezzo, bianco - s'intravedono, in una trasparenza scolorata d'umido barlume crepuscolare, alti cipressi notturni.
      I morti, lasciato il corpo inutile nelle fosse, escono lievi dalla porta con quelle apparenze vane che si diedero in vita.
      L'apparenza dell'Uomo grasso siede su una logora panca a pi d'un grande albero, con le mani appoggiate al bastone e sulle mani il mento. Uscito da parecchi giorni, non sa risolversi a muoversi di l, e assiste, ma senza mostrare di compiacersene, allo stupore, al terrore, alla disillusione, alla nausea, che le altre apparenze, uscendo di tanto in tanto dalla porta del cimitero, danno a vedere, e al modo con cui poi s'avviano, incerte, afflitte, disgustate, sgomente.
      uscita or ora, magra e capelluta, sebbene calva alla sommit del capo, l'apparenza del Filosofo. Ha mostrato anch'essa un grande stupore; s' guardata attorno smarrita; poi, da lontano, ha avvistato l'Uomo grasso seduto a pi dell'albero; s' ricomposta e ora gli s'avvicina.

Il filosofo: Che maraviglia, buon uomo? che maraviglia? cos. Naturalissimo.
Luomo grasso: Lo dite a me? Oh bella! Sarete maravigliato voi. A me, gi m' passata.
Il filosofo: Ma no! Io? Di che? Se vi dico che naturalissimo.
Luomo grasso: Ho capito. Mi vorreste dare a intendere che l'avevate preveduto, di dovervi ritrovare cos, ancora qua.
Il filosofo: No. Questo no. Anzi, la mia maraviglia (se pure ne avr mostrata un poco in principio) stata proprio per questo, vi prego di credere: che io non l'abbia preveduto.
Luomo grasso: Eh gi, se vi sembra cos naturale.
Il filosofo: Ve lo posso dimostrare, se volete, in due parole.
Luomo grasso: No, per carit: fatene a meno. Che consolazione volete che mi dia codesto postumo esercizio della vostra ragione?
Il filosofo: Postumo? Ma che postumo! Io seguito a ragionare, come voi a esser grasso, caro mio. E per il solo fatto che io e voi siamo ancora qui, seguito a vedere in me e in voi due vane forme della ragione. Non ve ne sentite consolare?
Luomo grasso: Se sapeste come ne sono mortificato!
Il filosofo: Perch voi forse, pover'uomo, vi figuraste in vita di vederle e toccarle come cose vere, codeste forme; mentre erano soltanto illusioni necessarie del vostro essere, come del mio, che per consistere in qualche modo, capite? avevano bisogno (e l'hanno tuttora) di creare a se stessi un'apparenza. Non capite proprio?
Luomo grasso: Come volete che capisca? Parlate troppo sottile per un uomo grasso come me.
Il filosofo: State a sentire. Ve lo spiego per via d'esempio. Prendiamo questo cimitero qua. Voi lo vedeste, certo, in vita chi sa quante volte.
Luomo grasso: Qualche volta, triste, ci venivo a passeggiare.
Il filosofo: E non vi venne mai in mente che le tombe non erano fatte per i morti, ma per i vivi?
Luomo grasso: Volete dire della vanit delle epigrafi?
Il filosofo: No; storia vecchia, codesta. Dico del bisogno che ha la vita di fabbricare una casa ai suoi sentimenti. Non basta ai vivi averli dentro, nel cuore, i sentimenti: se li vogliono vedere anche fuori; toccarli; e costruiscono loro una casa. Fuori, dove - naturalmente - chi ci sta? Nessuno.
Luomo grasso: Come, nessuno? I morti.
Il filosofo: Ma no, brav'uomo; di noi poveri morti, dopo un po' di tempo, che volete che resti in quelle fosse l? Se mai, un po' di polvere. Niente. E che cosa sono allora le tombe? Il ricordo, l'affetto, il rispetto, la devozione (tutti sentimenti, come vedete) sentimenti dei vivi che, non contenti d'essere coltivati dentro, o diffidando che dentro non sarebbero durati a lungo, si sono pagato il lusso d'una casetta fuori: quelle tombe l. Chi ci abita? Se i vivi li hanno ancora dentro, ci abiteranno loro, questi sentimenti: il ricordo, l'affetto, il rispetto, la devozione. O se no, nessuno. La vanit, come voi avete detto, che anch'essa un sentimento, vi faccio notare. E andiamo avanti. State a sentire. Io avevo in vita un caro cagnolino.
Luomo grasso: Gli avete edificato una tomba?
Il filosofo: No, no, che! vivo ancora, lui, di l. Tanto caro, poverino: bianco e nero, vispo: un diavoletto. Me lo portavo a spasso col suo sonagliolo d'argento nel collarino: pareva non toccasse mai terra, con quelle quattro esili zampette frementi. Ma mi faceva spesso disperare: voleva entrare in tutte le chiese, capite? E io, a corrergli dietro. - Bib, Bib; qua Bib, - (si chiamava - cio, lo chiamavo - Bib). Non riusciva a capacitarsi perch a un cagnolino bellino come lui non fosse lecito entrare in chiesa. Alle mie sgridate, s'acculava; alzava una delle zampine davanti; sternutiva; poi, con un'orecchia su e l'altra gi, stava a guardarmi con l'aria di credere che l non ci stesse nessuno e che lui perci potesse entrarci. Ma come non ci sta nessuno, Bib?, gli dicevo io carezzandolo. Ci sta il pi rispettabile dei sentimenti umani, carino, il quale, non contento neanche lui d'abitare nel petto degli uomini, ha voluto fabbricarsi fuori una casa, e che casa! Cupole, navate, colonne, ori, marmi, tele preziose. Ora voi, buon uomo, forse siete in grado di comprendere. Come casa di Dio senza dubbio infinitamente pi grande e pi ricco il mondo, che una chiesa; incomparabilmente pi nobile e prezioso d'ogni altare, lo spirito dell'uomo in adorazione del mistero divino. Ma questa la sorte di tutti i sentimenti che si vogliono costruire una casa: si rimpiccoliscono, per forza, e diventano anche un poco puerili, per la loro vanit. E la sorte stessa di quell'infinito che in noi, quando per alcun tempo si finisce in quest'apparenza che si chiama uomo, labile forma su questo volubile granello di terra perduto nei cieli.
Luomo grasso: Ma dunque io e voi e tutti quelli che escono da quella porta l che cosa siamo ora, si pu sapere? Apparenze d'apparenze?
Il filosofo: No, perch? La stessa apparenza, ma con questo divario: che quella che ci davano gli altri l, nella fossa; e quella che ci davamo noi qua, ancora per poco, in voi e in me. Noi ne siamo, insomma, la vanit ancora per poco superstite. Un'ultima ombra d'illusione persiste ancora in noi. Ci piace ancor tanto ritenere la nostra vana parvenza, che dobbiamo ancora aspettare, per liberarcene, ch'essa a poco a poco si diradi e dilegui. Gi voi, forse per effetto dei miei discorsi, mi sembrate un po' pi rarefatto. Ah, ecco: bastato che ve lo dicessi: vi riaddensate subito, povera ombra. Che vi ritiene? Siete grasso, ma sembrate cos malinconico.
Luomo grasso: Ho un rammarico. Non so. Vedo ancora: il giardinetto della mia casa al sole. Un tappetino verde, alla finestra. La vasca, con lo specchio d'acqua in ombra. E i pesciolini rossi che vengono come a mordere a galla. Le piante attorno guardano attonite i circoletti che s'allargano nell'acqua silenziosi. Io sono ancora l, tra il respiro fresco delle nuove foglioline, come una vecchia foglia morta che non sappia ancora staccarsi. La vedo: c' davvero l questa foglia morta; aspetto che un soffio la faccia crollare; e allora forse, come voi dite, dileguer.
Il filosofo: Ma solo per quel vostro giardinetto il rammarico?
Luomo grasso: No. I fiori per furono sempre veramente la mia maraviglia. Che la terra li potesse fare. Avete un bel dire voi, illusioni. Un usignuolo veniva a cantare ogni notte nel mio giardino, tutto ridente e squillante a maggio di rose gialle, di rose rosse, di rose bianche e di garofani e di geranii. Tutta la vostra filosofia, vedete, non impediva a quell'usignuolo di cantare e a quelle rose di sbocciare e d'incantare e inebbriare col loro profumo il giardino. Potevate cacciarlo, quell'usignuolo, e strappare tutte quelle mie rose. L'usignuolo se ne sarebbe volato nel giardino accanto e avrebbe seguitato a cantare da un altro albero ogni notte alle stelle. E tutte le rose di maggio da tutti i giardini non avreste potuto strapparle di certo. Sono cose che passano, s. Ma il mio rammarico ora di non averne saputo godere. L'aria io la respiravo, e non me lo diceva ch'io vivevo, quando la respiravo; quel cinguettio d'uccelli nati col maggio nel mio e negli altri giardini fioriti attorno alla mia casa, l'udivo, e non me lo dicevano quegli uccelli e quei fiori che io vivevo, quando li udivo cinguettare e ne aspiravo i profumi. Una miseria di pensiero mi teneva assorto e chiuso. Di tanta vita che, intanto, entrava in me per i sensi aperti non facevo conto. E poi mi lagnavo. Di che? di quella miseria di pensiero, d'un desiderio insoddisfatto, d'un caso contrario gi passato. E intanto tutto il bene della vita mi sfuggiva. Ma no: ora me n'accorgo: non vero: non mi sfuggiva. Sfuggiva alla mia coscienza; ma non a questo mio corpo che assaporava il gusto della vita, senza dirselo; per cui sto ancora qua come un mendico davanti a una porta, dove non gli pi concesso d'entrare: il gusto della vita che mi faceva accettare tutte le contrariet, tutte le condizioni che il pensiero intanto scioccamente stimava misere e intollerabili. Certe domeniche, quando mia moglie fingeva di andare a messa e se n'andava invece dal suo amante -
Il filosofo: - ah poveretto, lo sapevate?
Luomo grasso: Ecco, vedete? una realt che non era illusione.
Il filosofo: E no, potrei dimostrarvi, caro, ch'era illusione, come tutto il resto.
Luomo grasso: Che mia moglie mi tradiva? Ma se era un fatto!
Il filosofo: Gi. A cui voi davate questa realt.
Luomo grasso: Ma come potevo non dargliela, se di fatto mia moglie mi tradiva?
Il filosofo: Ecco. Questo che chiamate un fatto, del piacere che vostra moglie si prendeva con un uomo che non eravate voi, vi pare che avesse per lei la stessa realt che per voi, se a lei dava piacere e a voi dolore? E da che nasceva il vostro dolore se non dall'illusione che v'eravate fatta che vostra moglie v'appartenesse? Sono tutte idee vane, mio caro, come tutta una vana idea la vita. Una vostra idea era vostra moglie, una vostra idea il suo tradimento, una vostra idea il vostro dolore. Il guajo questo, che la vita non possibile, se non a patto di dare realt a tutte queste nostre idee. Bisognerebbe non vivere, buon uomo.
Luomo grasso: Forse avete ragione. E il gusto che io sentivo della vita dipendeva certo dal poco pensiero che mi davo dei miei casi e dalle scarse illusioni che mi facevo. Non crediate che fosse in fondo per me un gran dolore il tradimento di mia moglie. Ne sospiravo, s; e dicevo fuori, a me stesso, ch'era per pena; ma dentro sentivo ch'era un sospiro di sollievo. Ma non pieno, mai, perch dovete sapere ch'ella non era contenta neanche del suo amante, come non era contenta di nulla, di nessuno. Le finir male certamente. E anche per questo, vedete? non so staccarmi di qua.
Il filosofo: La aspettate?
Luomo grasso: S, presto. La uccideranno. Ne sono sicuro. Il suo amante la uccider, oggi o domani. Forse in questo stesso momento che sto a dirvelo. (Pausa. Guarda davanti a s con occhi vani. Poi riprende:) Me ne viene la certezza dalla gioja che nei miei ultimi momenti non si cur nemmeno di nascondere, non tanto per la mia morte imminente, quanto per lo spettacolo pietoso del dolore cupo, disperato di lui che mi stava presso il letto e si struggeva di non saper pi che cosa fare per tenermi in vita.
Il filosofo: Ah, come? egli non desiderava la vostra morte?
Luomo grasso: Sarete un gran sapiente, ma vedo che comprendete poco le cose della vita. Egli non poteva non avermi caro; e v'assicuro ch'io ebbi fin da principio una grande compassione per quest'uomo; perch, subito dopo il tradimento, mia moglie rovesci su lui tutto l'odio di ferocissima nemica che prima aveva per me; e per me riprese ad avere quel certo volubile affetto, un po' scherzoso, un po' mordente dei primi tempi del nostro fidanzamento, quando mi cacciava un fiore in bocca e poi diceva: - Che buffo assassino! - Potei avere in breve la soddisfazione di questa certezza: che soffriva lo stesso martirio che avevo sofferto io, l'uomo che aveva creduto di farmi male ingannandomi; e che perci al martirio aggiungeva anche un sincero e crudelissimo rimorso. Per quest'uomo, vedete, la mia morte stata la pi grande delle sventure, giacch per essa mia moglie non tanto sper di liberarsi di me, quanto di lui, ch'era come l'ombra del mio corpo; non perch mi stesse sempre vicino, ma perch dovete sapere che quel certo marito fa sempre, appena possibile, quel certo amante. Sparito il corpo, non sussiste pi l'ombra. Finch c'ero io, quello era l'amante. Ma ora? Nella libert, perch uno? e ancora quello, ombra uggiosa d'un corpo che non c' pi? Ne vorr un altro; pi altri, forse.
Il filosofo: E credete che egli la uccider?
Luomo grasso: Per non sentirla ridere. Alla prima risata, la uccider. Per ora ella si tiene, forzata dall'apparenza del dolore che deve darsi per la mia morte recente. Ma io gi gliela sento gorgogliare nelle viscere convulse la tremenda risata, che alla fine proromper in faccia a lui da quella sua feroce bocca rossa tra il taglio dei lucidi denti. Ride come una pazza. Vedete, v'ho detto che la vostra filosofia non poteva strappare le rose del mio giardino; ma la risata di quella donna altro che questo poteva! Ogni qual volta la sentivo ridere, mi pareva ne tremasse la terra, e il cielo si sconvolgesse, e il mio giardinetto si riducesse arido, irto di cardi spinosi. Le scatta dalle viscere come una frenetica rabbia di distruzione. terribile, terribile quella risata su lo spasimo di chi la sente. Certo egli la uccider.

Pausa di sospensione. Sta come in ascolto, con una mano levata e gli occhi fissi nel vuoto.

Forse l'ha gi uccisa. Tra poco la vedremo uscire di l. - Eccola! eccola! Oh Dio, vedete? eccola: balla, gira come una trottola. lei! Ride, ride! Tutta scarmigliata! E sulla mammella manca, vedete? il sangue! Lo spruzza tutt'intorno! - Qua, qua! Vieni qua! Non girare pi cos! Siedi qua!
La donna uccisa (cascando a sedere sulla panca): Ah, qua... Tu? oh Dio... com'? No, no... Ma come! Sono di nuovo con te? Ah ah ah ah ah!
Luomo grasso: Non ridere! Non ridere pi cos!
La donna uccisa: Che imbecille! M'ha rimandata a te! E verr anche lui, sai? S' ferito a morte, dopo aver ferito me: qua, guarda. Oh, guardate anche voi, signore; tanto, ormai! se il mio seno si solleva, non vi far pi impressione. Ah ah ah ah. Guardate, signore, mio marito com' afflitto. No, caro! Che dici? Credi che abbia ancora l'obbligo della pudicizia? Ecco, ecco, me lo nascondo coi capelli, cos. Se mi deste un pettine per ravviarmeli... sono tutti arruffati. Ma, sai, caro? Mi lasci l, per tutta una mattinata, arrovesciata sul letto: cos: guarda: con tutto il seno scoperto: cos: e tanta gente entr a vedermi; e temo che anche le gambe mi abbiano vedute. S, un poco. Ah ah ah ah. Ma che imbecille! Credette di farmi male. E anch'io, s, anch'io ebbi una gran paura che mi facesse male. Voleva prendermi. Gli sfuggivo. Gli ballavo attorno, girando, come una matta. M'avete veduta? Cos. A un tratto, ah! un colpo, qua, freddo; caddi; mi sollev da terra; m'arrovesci sul letto; mi baci, mi baci; poi con la stessa arma si fer su me; lo sentii scivolare pesante a terra; gemere, gemere ai miei piedi. E mi dur fino all'ultimo su la bocca il caldo del suo bacio. Ma forse era sangue.
Il filosofo: S, ne avete ancora un filo, difatti, sul mento.
La donna uccisa (subito portandoselo via con la mano): Ah, ecco. (Poi:) Era sangue. Lo volevo dire. Perch nessun bacio mai m'ha bruciato. Arrovesciata sul letto, mentre il soffitto bianco della camera mi pareva s'abbassasse su me, e tutto mi s'oscurava, sperai, sperai che quell'ultimo bacio finalmente, oh Dio, mi avesse dato il calore che le mie viscere esasperate hanno sempre, e sempre invano, bramato; e che con quel caldo ora potessi rivivere, guarire. Era il mio sangue. Era questo bruciore inutile del mio sangue, invece.

Silenzio. L'apparenza dell'Uomo grasso tentenna amaramente il capo e poi, con aria pi cupa e dolorosa lo riappoggia sul bastone, mentre l'apparenza del Filosofo resta intenta e quasi sbigottita a mirar la donna uccisa, la quale, a un tratto, guardando verso l'uscita del cimitero, ha come un tremito e s'ilara tutta e grida:

La donna uccisa: Oh guardate, guardate! Guarda anche tu, smuoviti, solleva il mento dal bastone! Guarda chi viene di l, correndo leggero sui rosei piedini!
Il filosofo: Un bimbo.
La donna uccisa: Caro! E che regge, che regge tra le manine? Una melagrana? Oh, guardate, una melagrana. Vieni, vieni qua, caro! qua da me, vieni!
Il bimbo dalla melagrana: Questa - a me, tutta - tutta a me - tutta.
La donna uccisa: S, caro, da' qua: ecco; dura la buccia: te l'apro io, te la schiccolo io. E tu la mangerai. Tutta, s. Aspetta. Qua nella mia mano. Oh, vedi? Vedi com' rossa?
Il bimbo dalla melagrana: S, s - a me - tutta - a me.
La donna uccisa: Tutta, s, aspetta. Ecco, mangia questi chicchi intanto. Ah, i tuoi labbruzzi, caro, come mi vellicano la mano! Ecco, s, il resto - tutta a te. Vuoi che ne diamo un chicco, uno, uno solo, a questo pover'uomo che guarda col mento sul bastone? No? Niente, allora - tutta a te! Ecco, mangia. Oh come ti sei fatto nero il musino!
Il bimbo dalla melagrana: Ancora - ancora - a me.
La donna uccisa: Restano gli ultimi chicchi, caro, vedi? Queste sono le bucce... - Ah!

La donna d un grido. Mangiati gli ultimi chicchi nel cavo della mano, il Bimbo svanito nell'aria. Restano per terra le bucce della melagrana; le ultime, ancora nell'altra mano della donna, scivolano anch'esse a terra.

Il filosofo: Era quella melagrana il suo ultimo desiderio. Si teneva ad esso con tutt'e due le manine. Era tutto l, in quei chicchi di rubino che non aveva potuto assaporare.
La donna uccisa: E io? Il mio desiderio? Ah!

China il capo, con le mani sul volto, e chiusa tra le fiamme dei capelli che le vengono avanti, piange perdutamente. Allora, a quel pianto, nel silenzio, si sente cadere il pesante bastone su cui l'apparenza dell'Uomo grasso teneva appoggiate le mani e il mento. Il volto atterrito della donna, al rumore, esce di tra i capelli scostati con le mani e guarda, accanto a s, il vuoto. L'altro, ritraendosi dietro al sedile e accostandosi al tronco dell'albero, le fa cenno di guardare, non gi a colui che non c' pi, ma ad alcuni massicci aspetti della vita che sopravvengono dalla campagna: un Contadino, una Contadina, un vecchio asinello con un gran fascio d'erba sulla schiena e, sovr'esso, una Bambina. Questa, istintivamente, come se avvertisse nell'ombra gli occhi atroci dell'apparenza della Donna uccisa che la fissano, si copre il volto con le manine, mentre il vecchio asino si ferma a fiutare le bucce sparse della melagrana e coi grossi labbri bigi ne toglie qualcuna e poi la lascia e sbruffa con le froge a terra.

Il contadino: Oh, guarda: un bastone. Qualcuno l'avr perduto. Arr! J!
La contadina: E tu perch ti metti cos le manine sugli occhi?
La bambina: Ho paura.
Il contadino: Su, su, abbiamo fatto tardi. Arr! J!
La contadina: Di' con me una preghiera per i poveri morti.

Il Contadino caccia l'asino col bastone raccattato. Riprendono il cammino.
L'apparenza della Donna uccisa si leva in piedi, squassa il capo scarmigliato, alza le braccia disperatamente e fugge come una pazza dietro alla Bambina scomparsa. L'apparenza del Filosofo resta alta, dritta nell'ombra, aderente tutta al tronco del vecchio albero.

Il filosofo: Ho paura ch'io solo rester sempre qua, seguitando a ragionare.

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