Alta montagna

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ALTA  MONTAGNA

Commedia in tre atti

di SALVATOR GOTTA

PERSONAGGI

PIETRO GORE   - (anni 38)

LIA, sua sorella    - (anni 24)

DORA, sua moglie      - (anni 29)

FILIPPO GADDI - (anni 30)

TERESA   - (anni 65)

SA-VOLDI         - (anni 34)

IL FUR-LAN     - (anni 56)

ZANOTTI - (anni 21)

PRIMO MINA­TORE - SECONDO MINA­TORE

TERZO MINATORE

ALTRI MINATORI che non parlano.

L'azione si svolge nella casa di Pietro Gore, direttore d'una miniera di ferro a 2000 metri d'altezza sul livello del mare; ai giorni nostri.

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

 (Una vasta sala da ritrovo, nella casa del direttore della minie­ra, Pietro. Gore, a duemila metri d'al­tezza sul livello del mare. Le pareti, il pavimento e il sof­fitto sono rivestiti di tavole di larice chiaro, come usasi nelle case di alta montagna. Gran parte della parete di fondo è occupata da un finestrone as­sai pili largo che alto. La sala deve dare l'impressione di una accogliente intimità, confortevo­le e signorile, pur nella rozzezza di al­cuni suoi particolari. Divani, poltrone, seggiole comode, un pianoforte in fondo a destra, scansie di libri, una tavola da studio in primo piano a sinistra con suvvi un apparecchio telefonico; un caminetto, un attaccapanni bene in vista, vi­cino alla porta di sinistra; da esso pendono un «Casentino» do signora, di color rosso, una piccozza, bastoni da scia­tore, berretti e sciarpe da montagna. Nell'angolo di sini­stra, in fondo, un paio di sci. La porta di sinistra mette alle stanze da letto, cucina, ecc.; quella di destra comunica con un piccolo corridoio che porta all’esterno. E' il 22 di dicembre, verso sera. Nella sala le luci elettriche sono già accese, ma, oltre ì vetri del finestrone, la luce diurna non è ancora del tutto scomparsa. Si intravedono i profili dì altissime nevose montagne,-tra le nubi e la tormenta che imperversa. All'aprirsi del velario, intorno al pianoforte cui siede Lia, stanno aggruppati, in piedi, sei o sette mi­natori e il Furlan. Questi è un po' staccato dal gruppo e, quando canta, batte il tempo con la mano; è un uomo sulla cinquantina, robusto, capelli e baffi grigi; Deste abiti usatissimi da. impiegato, una sciarpa di lana sotto la giac­chetta, intorno al collo. I minatori portano tutti scarponi chiodati, maglioni, abiti molto dimessi anneriti dalla polvere della miniera di ferro; sono uomini di varia età, non però superiore ai quarant'anni; facce, mani rudi, nerastre).

Il Furlan                        - (a Lia) Scusi, signorina, non le pare che sarebbe meglio cominciare un po' più lentamente, sotto­voce... (Canticchia) « Montagnes de ma vallèe, vous ètes mon amour ».

Lia                                 - Sottovoce, ma non troppo lento, Furlan.

Il Furlan                        - Sta bene.

Lia                                 - Daccapo, allora. A bassa voce (fa gli accordi introduttivi della canzone).

I Minatori e il Furlan     - (cantano) « Montagnes de ma vallèe, vous ètes mon amour ».

II Furlan                        - (interrompe) No, non va, non va. Si­gnorina, abbia pazienza.

Lia                                 - (si alza e avanza nella sala) Tanto è mutile; siete in troppo pochi; il coro dovrà essere di almeno venti cantori perché faccia effetto. Proveremo domani sera di là, nel salone del ricreatorio ; domani sera mi pare che il secondo turno sia sospeso.

Primo Minatore             - Sì, signorina; l'ha detto il signor ingegnere, stamattina prima di entrare in galleria.

Il Furlan                        - (che è un appassionato filodrammatico, al­quanto saccente) Non so, però, come faremo in tempo a preparare tutto lo spettacolo per l'ultimo giorno dell'anno; oggi siamo già al ventidue di dicembre.

Lia                                 - Dal ventidue al trentuno ci sono nove giorni, Furlan.

Il Furlan                        - Ma oltre i cori dobbiamo provare la com­media, che ancora non va. Ho una certa pratica di spet­tacoli teatrali, signorina; non è il primo che organizzo. L'anno scorso, quand'ero al cotonificio Lanzi, organizzai una serata che riuscì, oso dire, perfetta. Ma ebbi a di­sposizione un mese e mezzo. E, gli ultimi giorni, niente turni di lavoro per i miei comici e i miei cantori.

Lia                                 - Questo, toglietevelo dalla testa. Conoscete mio fratello e sapete come si sia impegnato, direttamente col Governo, di consegnare agli alti forni del Villars non so quante tonnellate di ferro ogni giorno. Oggi il Paese ha bisogno di ferro più che di pane.

Il Furlan                        - E sta bene. Non siamo tutti impegnati, quanti siamo quassù, ottocento uomini, a lavorare giorno e notte per scavare il ferro che la montagna può dare giorno per giorno? Ma se si vuole festeggiare l'ultima notte dell'anno come si è stabilito, come ha stabilito lo stesso signor ingegnere, non c'è tempo da perdere. Ag­giunga, poi, che siamo quassù bloccati, da tre giorni, senza teleferiche, senza telefono, senza comunicazioni col paese giù dabbasso, e non so quando potremo avere le parrucche, i costumi, i trucchi...

Lia                                 - Furlàn! Non ho mai vÌ9to un disfattista come voi!

Il Furlan                        - Disfattista io, signorina Lia!

Lia                                 - Ma sì! Oggi le squadre hanno finito di rimet­tere in piedi il pilone abbattuto dalla valanga.

Secondo Minatore        - (ansioso) Come lo sa, signorina?

Lia                                 - E' venuto su il Ganga a dirmelo', un'ora fa.

Terzo Minatore             - (ironico, parlando quasi a se stesso) Ha impiegato sei ore per arrivare dal pilone a quassù. Gli si è rotto uno sci; per poco non è precipitato in fondo alla valle.

Lia                                 - (energica) Ma ha detto che stasera funzionerà la teleferica e anche il telefono.

Terzo Minatore             - Dio lo voglia! Se no, si diventa tutti pazzi!

Primo Minatore             - La posta, soprattutto! Non si può stare senza ricevere posta...

Secondo Minatore        - E spedirla! Abbiamo delle fa­miglie lontane...

Primo Minatore             - Mia madre è ammalata... Da una settimana non ne so più niente... Potrebbe essere morta.

Lia                                 - (si avvicina, pietosa, al minatore che ha parlato) No; non metterti in testa questa idea! (gli prende una mano, gliela accarezza).

Il Furlan                        - Li comprenda, signorina, e li compatisca.

Lia                                 - Non volete che li comprenda io? Non sono anch'io tagliata fuori dal mondo, reclusa in quest'eremo quassù, come voi?

Il Furlan                        - Oh sì, certo! Ma lei, in montagna c'è nata. Già suo padre dirigeva la miniera; adesso la dirige suo fratello, che è il nostro padrone. Tutto il suo mondo è qui. Noi, invece... chi è veneto, chi friulano, o piemontese, lombardo, napoletano... Su ottocento uomini, quanti sono i nati montanari? Con un inverno' come questo, a duemila metri d'altezza, lontani dalle nostre famiglie, senza comunicazioni col mondo, sì, c'è veramente da sentirsi... non impazzire come dice... quello là... ma un po' turbati, ecco, per quanto qui non ci manchi niente, le camerate siano ben riscaldate, il vitto ottimo, e il signor ingegnere, la sua signora e lei, signorina, e anche il vice­direttore... tutti buoni, tutti vicini a noi...

Lia                                 - Va bene, va bene. Adesso sarà meglio che vi ritiriate, prima che rientri mio fratello.

Il Furlan                        - Il signor ingegnere è contento, sa, che si prepari lo spettacolo. Stamattina m'ha domandato: «Ebbene, Furlàn? Come andiamo con le prove? ». E anzi mi ha suggerito una cosa: che gli accompagnamenti dei cori, invece che col piano, siano fatti con la fisarmonica.

Lia                                 - Certo, sarebbe meglio.

Il Furlan                        - Ma non abbiamo la fisarmonica; pare impossibile; su ottocento che siamo quassù, non uno che sappia suonare la fisarmonica. Fra i nuovi operai che il signor ingegnere ha chiesto al Sindacato e devono già essere al Villars che aspettano per salire, uno ve ne sarà, suonatore di fisarmonica bravo, anche. Ma finche le te­leferiche non siano riattivate non potremo averlo quassù.

Lia                                 - Stasera, Furlàn.

Il Furlan                        - E se avremo la fisarmonica, signorina, io farò un numero di danza.

Lia                                 - Voi?

I Minatori                      - (ridono).

Primo Minatore             - Cosa non sa fare il Furlàn?

Secondo Minatore        - Quanti mestieri avete già fatto dacché siete al mondo?

Il Furlan                        - Io sono friulano; ammetterete che al­meno la « furlana » la sappia ballare.

Terzo Minatore             - E com'è la «furlana»? Mostrateci un po'.

Il Furlan                        - Cosa vi devo mostrare? Senza la musica...

Primo Minatore             - (canticchia la « furlana » della « Gio-conda » di Ponchielli).

I Minatori                      - (tutti battono le mani a tempo di quella musica, ridendo).

II Furlan                        - (accenna il passo della danza). (S'ode un grido prolungato).

Lia                                 - (trasalisce) Chi è? (fa per correre verso destra da cui è venuto il grido).

Il Furlan                        - (trattiene Lia) Non vada, signorina.

Lia                                 - Ma chi è?

Il Furlan                        - E' quel tale Zanotti, vercellese, venuto in novembre.

Lia                                 - Sì, lo conosco.

Il Furlan                        - Il signor vice-direttore l'ha licenziato tre giorni fa, non sa far niente. S'è avuta anche troppa pazienza a tenerlo quassù più d'un mese.

Lia                                 - Ultimamente faceva le commissioni. E' disceso con noi al Villars, la settimana scorsa.

Il Furlan                        - Precisamente. E pare che laggiù, al can­tiere, si sia innamorato di una ragazza, una pastora.

Lia                                 - Perché grida così?

Terzo Minatore             - E' impazzito!

Il Furlan                        - Ma no! E' ubriaco! Ha l'impazienza di scendere al paese.

Primo Minatore             - (ridendo) E scenda! Basta met­tersi col sedere sulla neve e si fila giù diritto, fino al Villars, a cento chilometri l'ora. (Tutti ridono).

Il Furlan                        - Vorrebbe parlare col signor ingegnere suo fratello. Non è ancora riuscito a farsi ricevere.

Lia                                 - (con evidenti segni di timore nel volto) E che cosa vuol dire a mio fratello?

Il Furlan                        - Non lo so. Sciocchezze. Ce l'ha col vice­direttore che l'ha licenziato.

Lia                                 - Mio fratello è in galleria da stamattina. Ma tra poco sarà qui. Però non vorrei...

Il Furlan                        - Ha paura dello Zanotti? Ma no, signo­rina! E' un buon diavolo. Ha poca voglia di lavorare, ma è un buon diavolo. Adesso è innamorato e ubriaco... perciò grida.

(S'ode un altro grido).

LIA                               - Fatelo tacere!

I Minatori                      - (escono da destra, parlando, a soggetto).

Lia                                 - Vada anche lei, Furlàn. Mi raccomando a lei!

II Furlan                        - Ma non tema! (Ride, bonario).

Dora                              - (entra da sinistra) Chi grida così?

Il Furlan                        - (a Dora, mellifluo) Buon giorno, signora! Vado io, vado io subito a farlo tacere.

Dora                              - Ma chi è?

Il Furlan                        - Un operaio che ha un poco bevuto. Non si spaventi. Con permesso... (Esce da destra).

Lia                                 - (incerta, inquieta) Grida così... perché vuol par­lare con Pietro. Gaddi l'ha licenziato, già da tre giorni, prima di scendere al Villars.

Dora                              - Ma chi ha licenziato?

Lia                                 - L'operaio Zanotti.

Dora                              - E chi è l'operaio Zanotti?

Lia                                 - Quello che scese al Villars con noi e con Gaddi, la settimana scorsa. Non ricordi?

Dora                              - Ricordo che scese giù con noi, in teleferica, un operaio, si. Ma che importanza ha tutto questo?

Lia                                 - (sempre più incerta) E' meglio se non parla con Pietro.

Dora                              - (s'è avvicinata all'apparecchio telefonico. Prova a chiamare. Sta qualche attimo col microfono all’orecchio in attesa di risposta; poi lo rimette sull'apparecchio) Niente! Silenzio! Questo silenzio mi ossessiona! (Si aggira inquietissima nella stanza).

Lia                                 - Prima di notte funzionerà.

Dora                              - Come lo sai?

Lia                                 - Hanno rialzato il pilone. E' venuto su un mec­canico: gli ho parlato io stessa.

Dora                              - Tu sei ottimista. Già ieri dovevano funzionare le teleferiche e il telefono. E invece... Ah! E' terribile questo senso di prigionia, questo isolamento forzato, in questo luogo, tra questa gente fuligginosa...

Lia                                 - (dolce) Dora cara, ti comprendo. Ma hai voluto venire tu stessa ad abitare in miniera. Pietro t'aveva scon­sigliata e anch'io, ricordi? Si poteva rimanere al Villars.

Dora                              - Non volevo lasciare Pietro solo, quassù. E poi... l'idea di passare i più crudi mesi dell'inverno in questa specie di convento tibetano, mi seduceva. Romanticherie!

Lia                                 - (con un triste sorriso) Oh, certo, nulla è meno romantico dell'alta montagna, sebbene su di essa si sia fatta tanta letteratura! Per amare la montagna, non basta aver letto dei libri.

Dora                              - Troppi libri, non è vero? Strano che sia tu a farmi cotesto appunto.

Lia                                 - Non ti faccio un appunto, Dora. Io non giudico mai le persone cui voglio- bene.

Dora                              - Fra te e me non so chi sia più libresca. Tuo fratello, poi... che cosa non ha letto?

Lia                                 - Romanzi, per esempio.

Dora                              - Fammi il piacere! In questi ultimi tempi si sta addirittura appassionando pei libri di magia. Credo che nuociano al buon senso più dei romanzi.

Lia                                 - (calma) Al «nostro » buon senso? Non mi pare.

Dora                              - Al « vostro » buon senso di montanari, vuoi dire? (Sospira dirigendosi verso il finestrone del fondo. Cambia tono, diventa quasi supplichevole) Lia, ti prego, non metterti anche tu contro di me!

Lia                                 - (avvicinandosi e prendendole le mani, affettuosisima)     - Contro di te! Io! Ti viene in mente questa cosa? Ma perché, Dora?

Dora                              - Non lo so, non lo so. Mi sento così sola!

Lia                                 - Sola tu! Pietro ti adora, io ti voglio tanto bene! Non lo senti?

Dora                              - Sì, perdonami... forse esagero... Non mi ca­pisco più. E' la solitudine, l'isolamento di questi giorni, l'intemperia della montagna... Non so, non so... E' come se la mia niente si disperdesse.

Lia                                 - Non credere che io pure non soffra, sebbene nata fra queste rupi e queste nevi. Ma mi domino. Bi­sogna che anche tu faccia questo sforzo su te stessa... per Pietro.

Dora                              - (fissando nel vuoto) Oh... sì!

Lia                                 - Sai che cosa rappresenti tu per Pietro: molto di più che la compagna, la moglie... Egli... ti adora. E io... voglio che Pietro... possa adorarti, sempre. Io non so parlare, Dora. Comprendimi tu che sei tanto più intel­ligente di me!

Dora                              - (abbracciandola) Piccola!

Lia                                 - Non credere che anch'io non sogni, non desi­deri, non ami un mondo che è lontano di qui. Non credere che io non abbia un mio segreto... (scoppia in lacrime e nasconde il volto nel seno di Dora).

Dora                              - (l'accarezza, l'abbraccia, sgomenta) Ma, Lia! Non fare così! Ma perché? Dimmi. Non vuoi confidarti con me? Piccola!

(S'ode un suono di voci da destra).

Lia                                 - (si stacca rapidamente da Dora, spaventata) Viene Pietro. Non deve accorgersi che ho pianto. La­sciami andare di là un momento.

Dora                              - Ma torni...

Lia                                 - Torno, sì, torno subito. (Esce correndo, da si­nistra).

(Entra da destra Pietro seguito dall'assistente Savoldi e da Furlan).

Pietro                            - (ha indosso una giacca d'incerata lunga fino a metà cosce, foderata di rozza pelliccia bianca; pantaloni di velluto scuro, amplissimi, cadenti a sbuffo sugli sti­valoni pesanti. Non porta mai copricapo; i suoi capelli sono piuttosto lunghi sugli orecchi e sul collo, scomposti. E' scurissimo, bronzeo nel volto. E' appena uscito dalle gallerie della miniera dove ha trascorso tutta la giornata, perciò gli stivaloni sono infangati, i pantaloni maculati, qua e là, d'unto di macchine, di fanghiglia. L'assistente Savoldi è pure in pantaloni alla zuava e in stivaloni, dalla cintola gli pende il lungo e sottile martello con cui i capi minatori usano fare i sondaggi lungo le pareti delle gallerie. Pietro entra e non s'accorge subito della presenza di Dora che sta addossata al radiatore del ter­mosifone; all'assistente) Ma no! Le dico di no! Il materiale della galleria nord va scaricato sui piani della teleferica.

Savoldi                          - Non ci sta, signor direttore.

Pietro                            - (energicamente) Ci sta. Dico io che ci sta.

Savoldi                          - Sono quaranta tonnellate.

Pietro                            - Non mi faccia inquietare, Savoldi. Non di­scuta.

Savoldi                          - Va bene, va bene.

Pietro                            - (sì toglie la pelliccia che butta sopra un di­vano. Il suo busto è coperto d'un maglione scuro, aperto sul collo. Da una larga cintura di cuoio che porta intorno alla vita gli pende il martello da minatore, a mo' di daga) E voi, Furlan? Che volete?

Il Furlan                        - (ha in mano un fascio di carte) Volevo farle firmare i buoni del magazzino.

Pietro                            - Proprio adesso?

Il Furlan                        - E poi... dirle... che appena funzionerà la teleferica bisognerà che mi mandino subito su almeno due quintali di farina.

Pietro                            - Le prime benne che verranno su dovranno portarmi degli uomini: i nuovi operai che aspetto.

Il Furlan                        - Ma io dovrò pur dar da mangiare agli uomini.

Pietro                            - Non vi affannate, Furlan. Passate il buono al ragioniere.

Il Furlan                        - Stasera...

Pietro                            - Ma sì, stasera almeno una teleferica fun­zionerà. Provi a telefonare, Savoldi.

Dora                              - (si muove, va al tavolino su cui e l'apparecchio telefonico, stacca il ricevitore e se lo pone all'orecchio).

Pietro                            - (scorgendo Dora. Con un sorriso) Oh! Tu! Non t'avevo veduta (le sì avvicina).

Dora                              - (rimette il microfono sull'apparecchio) Si­lenzio ancora! (Sorride e tende le mani a Pietro).

Pietro                            - Non ti tocco; esco adesso dalle gallerie.

Dora------------------- - (prende fra le sue bianchissime, una mano di  lui, la tiene anche mentre Pietro ancora parla coi 'suoi uomini).

Pietro------------------ - (al Savoldi e al Furlàn) Potete andare.

Il Furlan --------------- - Allora, signor direttore, quell'operaio, lo vuol ricevere?

Pietro ------------------ - Quale operaio?

Il Furlan                        - Lo Zanetti. Bisognerà mandarlo giù al più presto; oggi ha dato in qualche escandescenza.

Pietro                            - Che è impazzito?

Il Furlan                        - No; un po' esaltato. Insiste per essere ricevuto da lei; vuol parlare con lei.

Pietro                            - Caso mai, più tardi. Lasciatemi i buoni, Furlàn. Metteteli lì sul tavolino.

Il Furlan                        - (eseguisce) Con permesso... (Esce da destra).

Pietro                            - Lei, Savoldi, si faccia vedere prima delle otto.

Savoldi                          - Sta bene. (Via da destra).

Pietro                            - (a Dora) Permetti che mi vada a lavare le mani?

Dora                              - (amorosa, sorridente, sempre tenendogli una mano) No, non permetto.

Pietro                            - Vederti, dopo otto ore di buio, e non poterti abbracciare è un tormento.

Dora                              - E tu abbracciami.

Pietro                            - Ti sporco.

Dora                              - Il ferro non sporca.

Pietro                            - (d'impeto la serra tra le braccia e la bacia. Poi la guarda in viso ridendo) T'ho fatto' un baffo nero sul viso.

Dora                              - Dove? Da che parte?

Pietro                            - (sempre ridendo) Non è vero. Ed ora dimmi: che cosa hai fatto in queste otto ore? Scom­metto che col pensiero non sei stata con me, neanche un minuto.

Dora                              - Ebbene senti: alle sette e mezza sei entrato nella galleria nord.

Pietro                            - Bella scoperta! Te l'avevo detto prima di lasciarti!

Dora                              - Zitto! Sei andato avanti avanti avanti, col tuo lume appeso alla cintura, col tuo passo da monta­naro, solo...

Pietro                            - No, ero con Savoldi.

Dora                              - Poi sei salito su nei camini: tre camini; anche in quello strette stretto che mi fa paura.

Pietro                            - Indovinato.

Dora                              - Lassù, al crocicchio, ti sei fermato davanti alla Madonnina, la mia Madonnina.

Pietro                            - Sì.

Dora                              - Poi hai fatto dei sondaggi sotto il tetto della miniera.

Pietro                            - (felice) Ma brava!

Dora                              - Verso le undici, però, eri in fondo alla se­conda galleria dove gli operai stanno minando. Oh, quei tremendi martelli perforatori! Me li sono sentiti nella testa, picchiare, picchiare, per quasi un'ora. Come non impazziscono gli operai che li manovrano?

Pietro                            - S'è ferito un ragazzo.

Dora                              - (con apprensione) Gravemente?

Pietro                            - No. Alzando una tramoggia un sasso lo colpì al braccio.

Dora                              - Rotto?

Pietro                            - No! Non ha neanche dovuto andare all'in­fermeria: l'abbiamo bendato al posto di soccorso. L'ho bendato io.

Dora                              - E hai fatto colazione... con quei del primo turno, al crocicchio di Santa Barbara.

Pietro                            - Qui «bagli: non ho fatto colazione.

Dora                              - Non hai fatto colazione? (Seria) Sai che questo mi fa un enorme dispiacere. A chi hai dato il cestino che ti avevo preparato io stessa, con le mie mani?

Pietro                            - Non mi sgridare, Dora, ti prego. Mi sono dimenticato.

Dora                              - Non è la prima volta; finirai coll'ammalarti. Lavorare, lavorare, sta bene. Ma così come fai, è una pazzia.

Pietro                            - Obbedisco a un dovere.

Dora                              - Fai più del tuo dovere.

Pietro                            - (felice) Per tre giorni, giù al cantiere sono rimasti senza materiale. Ma io non mi sono fermato; ho continuato a scavare. Ma guai se stasera non comin­ciassero a funzionare le teleferiche. Il Paese ha bisogno di ferro, capisci? E a me pare di sentirmi chiamare, spronare, di lontano. Si parla a me come si parla a un soldato. Ed io sono un soldato, Dora, mi sento un soldato...

Dora                              - Sì, ma ora chiamo Teresa. (Chiama) Teresa! Prenderai almeno una tazza di tè.

Pietro                            - No, non lo voglio.

Dora                              - Non l'abbiamo preso neanche noi. T'abbiamo aspettato. (Va verso la porta di sinistra e chiama) Te­resa! Lia!

Lia                                 - (entra da sinistra. Scorgendo Pietro) Oh, Pietro!

Pietro                            - Piccola! (la bacia sui capelli).

Lia                                 - (a Dora) Teresa viene subito col tè.

Pietro                            - (a Lia, guardandola in viso) Che c'è? Non mi sembri del tuo solito umore. Già da qualche giorno sei mutata.

Lia                                 - Ma non è vero, Pietro.

Pietro                            - Non vuoi che ti conosca io? (La pizzica sotto il mento) Nessuno ti conoscerà mai tanto quanto me, che t'ho tirata su, come una figliuola. Che c'è, dimmi...

Lia                                 - Ma niente!

Pietro                            - Non vorrai farmi credere che patisci l'iso­lamento della montagna, tu! Comprenderei che lo pa­tisse Dora, la stracittadina! Dora! Dove vai?

Dora                              - (per uscire da sinistra) Torno subito. (Via da sinistra).

Pietro                            - (a Lia) Suvvia! Dimmi! Che c'è?

Lia                                 - Niente, Pietro. Ti prego! Lasciami in pace, anche tu!

Pietro                            - Mi stupisce! Sei sempre la prima a cor­rermi incontro, quando torno dal mio lavoro. Lo facevi già col povero papà, quand'eri piccina piccina, ricordi? Sai che quando si sta tante ore chiusi in quel buio, dopo s'ha un gran bisogno di luce... Come una sete degli occhi e del cuore.

Dora                              - (rientra seguita da Teresa che porta il vassoio del tè e lo mette su un tavolino presso i divani).

Pietro                            - (a Teresa) Addio, vecchia. Bada che sta­sera ho molto appetito.

Teresa                            - (è una vecchia montanara, quasi settantenne; veste il costume della Valle di rascia nera; fazzoletto dai vivaci colori intorno al capo, il grembiale bianco della cameriera) Allora non beva quella porcheria lì. Se ha appetito se lo guasta. (Va a prendere la pel­liccia di Pietro dal divano e s'avvia verso sinistra).

Pietro                            - To', porta via anche questo (si sfila il mar­tello dalla cintura e lo dà a Teresa).

Teresa                            - (via da sinistra).

Pietro                            - (mentre Dora e Lia stanno versando U tè nelle tazze) Ma qui dentro si soffoca. Come fate a vivere in questo caldo? (Va alla finestra del fondo, la socchiude, a tutta prima è quasi buttato indietro dalla ventata. S'ode il fischio dell’intemperia che ancora im­perversa tra i monti).

Dora                              - Ma Pietro! Sei pazzo! Ti prenderai un ma­lanno. Chiudi!

Pietro                            - (guardando fuori) Soffia ancora! Ma il cielo si schiarisce, laggiù. Il ghiacciaio della Tribolazione è già sgombro. Domani avremo una giornata splendida. (Guarda in basso) Venite a vedere le nuvole, in fondo la valle! Come un mare viola! Che meraviglia!

Dora                              - Chiudi, chiudi!

(S'ode il trillo prolungato del campanello telefonico. Dora e Lia si precipitano verso l'apparecchio. Pietro chiude la finestra).

Dora                              - Il telefono! Il telefono! (Stacca il ricevitore) Pronto? Pronto? Pronto, sì, pronto! Chi parla? Il dottor Gaddi?

Lia                                 - (che appare come trasformata in volto, trepida, lietissima, prendendo il braccio di Dora, fanciullesca­mente) A me! Lascia a me... (Dalla mano di Dora prende il ricevitore) Filippo? E' lei? Sono Lia. Oh, finalmente! Tutti bene, sì, grazie. Che cosa? Chi par­lava prima? Dora. E' qui. C'è anche Pietro. Come dice? Viene su subito? Ma bravo! Sì, sì, fra dieci minuti. (Rimette il microfono sull'apparecchio). E' Gaddi. Dice che viene su subito. La teleferica comincia a funzio­nare. Fra dieci minuti sarà qui. Dora, gli andiamo in­contro fino alla tettoia? Prendiamo un po' d'aria; siamo state chiuse tutto giorno          - (trae per mano Dora, verso V attaccapanni).

Dora                              - (a Pietro) Permetti, non è vero?

Pietro                            - (che aveva assistito alla scena, bevendo una tazza di tè e mangiando un pasticcino) E il tè?

Dora                              - Lo prenderemo dopo.

Lia i                               - Con Filippo.

Pietro                            - Sì, ma copritevi. Il vento è forte.

Dora                              - (a Lia) M'impresti il casentine?

Lia                                 - Ma figurati!

Dora                              - E tu, cosa ti metti? (si infila il Casentino).

Lia                                 - A me basta il golf (si infila il golf che è pure appeso all’attaccapanni).

Pietro                            - (sempre bevendo il tè) Lia, non fare la sciocca. Vatti a prendere un paltò.

Lia                                 - Sei noioso! Mi metterò anche questa sciarpa, ecco. E un berretto, sei contento? (eseguisce. Poi pas­sando davanti a Pietro lo bacia, in fretta, avviandosi verso destra).

Dora                              - (a Pietro) Chiama Teresa, per favore, e dille di portare dell'altra acqua calda per il tè, fra dieci minuti.

(Lia e Dora escono da destra).

Pietro                            - (va al tavolino, sfoglia i « buoni » lasciatigli da Furlàn, poi stacca il ricevitore telefonico) Signo­rina? Sono io, sì, grazie! E' contenta anche lei? Come dice? Era stanca di riposare? Brava! Mi chiami il ma­gazzino ; il nostro magazzino, sì, di quassù. Veda se c'è Furlàn. Grazie. (Un attimo). E' lei, Furlàn? Ho visto i «buoni». Vanno bene; li firmerò. Mandi a prenderli prima di pranzo. Come? Zanotti? E' un seccatore straor­dinario. E va bene, lo ricevo: me lo mandi. Subito, sì, subito. (Va alla porta di sinistra e chiama ad alta voce) Teresa!

Teresa                            - (sulla soglia di sinistra) Comandi?

Pietro                            - Fa scaldare dell'altra acqua per il tè. Por­tala fra dieci minuti.

Teresa                            - (va a prendere il bricco dell'acqua dal vassoio ed esce da sinistra).

Pietro                            - (torna al tavolino, siede. Riguarda le sue carte, fin che non entra)

Zanotti                          - (da destra. E' un giovane operaio, dimessa­mente vestito; i suoi capelli sono arruffati; si comporta e parla come un esaltato, forse nevropatico, fors'anche alticcio. La presenza di Pietro lo intimidisce, sì che, parlando, raramente lo guarda in faccia. Nervosamente fa girare tra le dita il cappello a cencio).

Pietro                            - Avanti, vieni avanti. Che cosa mi vuoi dire? Spicciati, ho poco tempo.

Zanotti                          - (si guarda intorno, molto confuso, turbatis­simo).

Pietro                            - Su, parla... parla...

Zanotti                          - (si copre gli occhi col dorso della mano, volge le spalle al pubblico, si mette a piangere).

Pietro                            - Piangi! Perché sei stato licenziato?

Zanotti                          - Sissignore.

Pietro                            - Di che paese sei?

Zanotti                          - Vercellese.

Pietro                            - Abituato all'aria molle! Mio caro figliuolo, non tutti resistono a lavorare in alta montagna. Che mestiere facevi al tuo paese?

Zanotti                          - Lo sterratore.

Pietro                            - E chi t'ha messo in mente di venire a fare il minatore a duemila metri d'altezza? (Pausa). Non vuoi andartene perché al Villars ti sei fatta l'amorosa; questa è la verità; non perché ti piaccia lavorare quassù. In galleria non resistevi, alle forge nemmeno; in un mese e mezzo ti sei dato sette volte ammalato ; t'abbia­mo messo come aiutante a) panificio ed hai lasciato bruciare una infornata di pane. Neanche il commissioniere sai fare; scendi al Villars per fare le commis­sioni, laggiù ti svaghi con l'amorosa, sbagli le com­missioni e quando torni ci racconti delle frottole.

Zanotti                          - (con uno scatto di voce piagnucolosa e ira­conda) Anche bugiardo, vero? Questo le ha detto il dottor Gaddi; bisognava che trovasse delle ragioni per licenziarmi; tutti questi torti che io ho, sono venuti fuori in otto giorni.

Pietro                            - Ma che dici!

Zanotti                          - Sì, perché prima di otto giorni fa, per quanti difetti io abbia, il signor Gaddi non le ha mai riferito nulla contro di me.

Pietro                            - i Non aveva obbligo di farlo; il dottor Gaddi è vicedirettore della miniera e il personale è sotto la sua diretta responsabilità.

Zanotti                          - Ma i licenziamenti li fa il direttore, lei; e per convincere lei, a licenziarmi, il dottor Gaddi do­veva pure inventare dei motivi.

Pietro                            - (seccato) i   - Basta! La tormenta di questi giorni, l'isolamento t’han fatto venire il mal della mon­tagna. Torna, torna in pianura, march! Quassù non c'è posto per gente che piange, che smania, e dice le bugie, come le femminucce.

Zanotti                          - (con esasperata violenza) Io non mento!

Pietro                            - (muove verso di lui, minaccioso) Ohe, ra­gazzo!

Zanotti                          - - Io non mento quando dico che il dottor Gaddi ha interesse a mandarmi via. Io me ne vado, ma lei, signor ingegnere, deve sapere ehi è il dottor Gaddi. Ecco perché, prima d'andarmene, ho voluto parlare con lei. Lei è un brav'uomo! Tutti qui le vogliono bene, come a un padre, come a un fratello. E non è giusto che continui a tenersi vicino uno... uno... che le sporca la casa... ecco!

Pietro                            - Che cosa hai detto?... (Prende per un brac­cio lo Zanotti che gli sta dappresso, tremante, gli occhi a terra; gli dà uno strattone) E adesso parla! Senza gridare, né piagnucolare! Avanti, dico, o com'è vero che c'è Dio!...

Zanotti                          - (traendosi indietro, spaventato) Signor di­rettore...

Pietro                            - (con uno sforzo si padroneggia. Volutamente calmo, freddo) Parla, su, parla. E con calma. Avanti...

Zanotti                          - (sempre trepido e piagnucoloso) Signor direttore...

Pietro                            - (c. s.) Parla. Hai detto che fino a otto giorni fa il dottor Gaddi non aveva ragioni per licenziarti. Che cosa è avvenuto in questi otto giorni?...

Zanotti                          - (reticente, pauroso) Prima, il dottor Gaddi mi teneva in buona considerazione. Quando scendeva al Villars mi prendeva sempre con sé. Anche martedì scorso...

Pietro                            - Martedì...

Zanotti                          - Sì; ricorderà che martedì io scesi al Villars col dottor Gaddi e le due signore...

Pietro                            - Mia moglie e mia sorella.

Zanotti                          - Sì. Si stette giù due giorni, ricorda: mar­tedì e mercoledì.

Pietro                            - Avanti...

Zanotti                          - Siccome la villetta è chiusa.?, le due si­gnore dormirono all'albergo Savoia, dove alloggia il dottor Gaddi.

Pietro                            - Lo so.

Zanotti                          - La sera di martedì, era già buio, il dottore mi venne a cercare al cantiere, mi mandò a prendere le chiavi della villa da Giovanni, il custode. Si salì insieme alla villa.

Pietro                            - Chi?

Zanotti                          - Il dottor Gaddi ed io. Il dottore mi disse che doveva ritirare dei libri che servivano alle signore. Infatti, prese due libri nella biblioteca della sala da pranzo. Poi mi disse di accendere il fuoco nel cami­netto. E poi mi lasciò libero. E io ritornai in paese. Vi rimasi fino a tardi... con la mia fidanzata. Tornai al cantiere verso le tre, o le quattro. Salendo su nel sen­tiero, vidi che due finestre della villa erano illuminate... Poi... si spensero. E allora... ecco dove comincia il mio torto, signor ingegnere... Ecco perché il dottor Gaddi mi licenzia...

Pietro                            - Ti sei appiattato per vederlo uscire...

Zanotti                          - Sissignore: dietro il pilone della Madon­nina, nella neve.

Pietro                            - E hai visto Gaddi scendere...

Zanotti                          - Sissignore...

Pietro                            - Con una donna...

Zanotti                          - Sissignore...

Pietro                            - (col fiato mozzo, ma padroneggiandosi per pa­rere calmo) i Una donna che hai riconosciuto...

Zanotti                          - Nossignore.

Pietro                            - (con uno scatto di violenza, alzando il pugno) Bada...

Zanotti                          - Non m'è stato possibile vederla in faccia; aveva il bavero di pelliccia tirato su... una sciarpa in testa... Era buio... Ma... indossava un paletò rosso...

Pietro                            - Un paletò rosso!

Zanotti                          - Lei ha capito, signor direttore... (ha arre­trato fin presso la porta).

Pietro                            - (furente) Va via, va via!

Zanotti                          - (scompare spaventato dalla porta di destra).

Pietro                            - (rimane solo per qualche minuto, come traso­gnato, attanagliato dal dubbio. Raggira nella stanza toc­cando gli oggetti macchinalmente. Va al fondo, schiude il finestrone, resta là un istante, nel vento che urla. Richiude. Durante tutta la seguente scena con Teresa, parlerà poi com'uno che fa un grande sforzo per dominare la propria emozione, la tempesta che ha nell’animo).

Teresa                            - (entra da sinistra portando la: cuccuma dell’acqua calda per il tè. Ma prima d'entrare domanda) E' permesso?

Pietro                            - (ricomponendosi) Vieni, vieni, Teresa. Metti pure lì.

Teresa                            - (depone la cuccuma sul vassoio) Signor ingegnere, la teleferica ha ripreso a funzionare. Dalla finestra della cucina ho visto il carrello venir su.

Pietro                            - Sei contenta anche tu, Teresa, che abbiamo ripreso contatto col mondo?

Teresa                            - Io no. Si stava così bene, in questi giorni...

Pietro                            - (con un triste sorriso) Dove sei nata, Teresa?

Teresa                            - A Saint Paul.

Pietro                            - Sopra i « mille ».

Teresa                            - Quasi duemila, come qui. Poche case, una piccola chiesa. Tutti gli anni, a dicembre o a gennaio, viene giù una valanga che si chiama « le Torrion »: ostruisce la strada. Allora si resta tagliati fuori dal mondo, anche per delle settimane. I bambini desiderano che venga giù « le Torrion » ; e anche i grandi, per dire la verità. Si resta fra noi; non si aspetta più la corriera che porta la posta, i giornali; non si vedono più facce di « foresti ».

Pietro                            - (con un amaro sorriso) « Foresti » li chia­mate?

Teresa                            - Sì, voglio dire forestieri, gente della « bas­sa », sciatori della domenica, donne coi pantaloni...

Pietro                            - E che fate quando siete così soli, tagliati fuori dal mondo?

Teresa                            - Si sta molto nelle stalle, si canta... ci si vuole più bene, non so...

(S'ode, un po' lontano, il coro: « Montagnes de ma vallee... ».

Pietro                            - Senti? I minatori cantano; anche qui...

Teresa                            - Il coro per la festa dell'ultimo dell'anno. Gliel'ha insegnato la signorina Lia.

Pietro                            - La signorina Lia? Non sapevo. (Pausa. Il canto continua). Dimmi una cosa, Teresa: credi che la signorina Lia... non soffra a stare nell'isolamento di quassù, in un inverno come questo...? Soffra non fisica­mente, s'intende, ma nello spirito... nei...

Teresa                            - Oh, signor ingegnere! Sua sorella è dei «nostri»: è come lei, come me; è nata in alta monta­gna. Perché dovrebbe soffrire?

Pietro                            - Non mi sono spiegato bene. Credi che sia felice? Che non sia, per caso, innamorata?

Teresa                            - Non so; ma anche se lo fosse...

Pietro                            - Sai... dico questo perché Lia non ha più pa­dre né madre; io le voglio un bene immenso ma... tu capisci... sono sempre molto occupato, distratto dal mio lavoro... Non ho tempo e neanche saprei sorvegliare una ragazza di vent'anni.

Teresa                            - (con calma sicurezza) Non si preoccupi di questo, signor ingegnere. Si fidi di sua sorella...

Pietro                            - (con uno scatto dì voce, quasi con violenza)  Che ne sai tu di Lia? Che ne sai? (Poi, vedendo lo stu­pore nel viso di Teresa, si riprende subito) Scusa, Te­resa... scusa... Va pure, va... (Siede sul divano, si preme le mani sul viso).

                                      - (Si riode il coro lontano).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

(La stessa sala del primo atto. Oltre la vetrata del fondo, il cielo è buio, di notte. Sono in scena Pietro, Dora, Lia e Filippo Gaddi. Questo è un giovane sulla trentina, vestito in costume da alpinista, elegantissimo. Siede sul divano, vicino a Dora; Lia, su una seggiola, in modo da essere vicina a Gaddi; ha tra le mani un la­voro di maglia che tratto tratto, quando parla, depone in grembo. Pietro è seduto un po' distante, davanti a un tavolinetto e, anche se parla, attende a un « solitario » con le carte).

Gaddi                            - (allegro, animatissimo, prosegue un racconto già avviato. Parla rivolto a Dora) Non le dico la faccia della contessa quando vide arrivare il marito!

Dora                              - Immagino! Povera Clara!

Gaddi                            - E tutti noi a ridere, negli angoli, che non se ne poteva più.

Dora                              - « Noi » chi?

Gaddi                            - Pippo Sani, Cantrida, il marchese Dolfi, le due piccole Bobbio... Se le dico che al Villars c'è mezza Milano. L'albergo è zeppo. E devono arrivare ancora gli ufficiali degli alpini, quelli della scuola sciatori. Non so dove li metteranno a dormire.

Lia                                 - (a Gaddi) Dunque si è divertito in questi tre giorni! E noi invece, poveretti, relegati quassù...

Pietro                            - (alza gli occhi d'improvviso a fissare sua so­rella).

Gaddi                            - Ho pensato molto a voi! Abbiamo rimpianto la vostra assenza. Quel maledetto pilone! Un giorno, ch'era sereno, si uscì apposta dall'albergo per guardare i lavori.

Pietro                            - (senza alzare gli occhi dalle carte) Col bi­nocolo!

ì

Dora                              - (che segue le parole di Gaddi) Chi? Chi?

Gaddi                            - La contessa Clara, la Majeroni, tutto un gruppo di sciatori... in gamba. Anche le due piccole Bobbio: non immagina come si son fatte brave. E che belle figliole!

Dora                              - Quando le vidi l'ultima volta, a Milano, l'anno scorso, parevano ancora delle bambine.

Gaddi                            - (a Dora) Si parlò naturalmente molto di lei. L'aspettano con ansia. Dovreste proprio passare la notte di Natale al Villars. (A Pietro) Che ne dici, Pietro? Concedi?

Pietro                            - Per conto mio... concedo.

Gaddi                            - Dovresti accompagnare tu stesso le signore.

Pietro                            - Io? Non posso muovermi di qui.

Gaddi                            - Non posso accompagnarle nemmeno io. Vorrei andare a Milano, se mi permetti. Mi ha scritto mammà. Desidera che passi il Natale in famiglia.

Pietro                            - Sì, sì, figurati.

Gaddi                            - Grazie.

 

Dora                              - (a Gaddi) Ha notizie di suo padre?

Gaddi                            - Pensi che appena alzato da letto ha voluto andare a Roma: ha partecipato alle sedute del Senato.! La resistenza di quell'uomo è fantastica.

Lia                                 - Quanti anni ha suo padre?

Gaddi                            - Sessantacinque, ma ne dimostra settanta. Ha lavorato tanto! Per fortuna, però, adesso in Sardegna ', non andrà più. (A Pietro) Sai che il suo gruppo sta per j vendere le miniere di Iglesias?

Pietro                            - (senza alzare gli occhi dalle carte) Ah, sì? Non a una società straniera, spero.

Gaddi                            - Non so. Degli affari di papà io non mi sono: mai occupato.

Dora                              - Il jazz, all'Hotel Savoja, com'è?

Gaddi                            - Ottimo.

Dora                              - Quello che c'era la settimana scorsa, quando andammo giù noi, era perfido.

Gaddi                            - . Niente a che fare. Quello che è venuto da tre giorni è ottimo, le dico.

Dora                              - (che già prima s'era voltata a guardare suo ma­rito, seccata che giochi a carte) Pietro, non potresti smettere, scusa... Lungo il giorno lavori, la sera fai il « solitario » o leggi... Si finisce di non sentire mai la tua voce!

Pietro                            - Hai ragione. Ho; finito!. Riesce. Ecco. (dispone alcune carte. Raccoglie le carte, s'alza in piedi. A Dora, fintamente allegro) Ma ho sentito, sai, mentre giocavo: il marito della contessa Clara è giunto al Villars in un momento poco opportuno. Non so chi sia la con­tessa Clara, ma fa lo stesso. Un marito che giunge in un momento poco opportuno è sempre divertente.

Dora                              - (alzatasi pure lei e avvicinatasi a Pietro che ha preso sottobraccio, ridendo) Scioccone! (Sottovoce) Bisogna pur mostrare d'interessarsi... Tu non vuoi pro­prio fare il minimo sforzo!

Pietro                            - (ironico) Io? Ma ti inganni, cara!

Dora                              - (civettuola, traendo Pietro un poco in disparte) Senti, senti: ti debbo dire una cosa.

Pietro                            - (a poco a poco raddolcito da quel tono e da quei vezzi) Vuoi che ti accompagni al Villars, domani sera?

Dora                              - Ma no! (gli mette le mani sulle spalle, gli accosta la bocca a un orecchio, gli sussurra qualche pa­rola).

Pietro                            - (sorride) E' impossibile!

Dora                              - (ridendo) T'assicuro di sì! (Continuano a parlare qualche minuto tra loro. Frut­tando Gaddi proteso il volto verso Lia e giocherellando col gomitolo di lana preso dal grembo di lei, dice qualche frase inintelligibile).

Lia                                 - (sferruzzando) Dunque, domani te ne vai. Sei contento?

Gaddi                            - Fra tre giorni sono di nuovo qua. (Si alza di scatto) Anzi... bisognerà che mi ritiri. Sono le undici passate. Domattina dovrà alzarmi presto.

Lia                                 - A che ora parti?

Gaddi i                          - Di qui verso le otto. Vorrei prendere il treno delle undici e mezza.

Lia                                 - (non ha perso di vista Pietro e Dora. E' imba­razzata).

Gaddi                            - M'accompagni fino al portone?

Lia                                 - Sì, ma dillo tu. Torni veramente fra tre giorni?

Gaddi                            - Te lo giuro!

Lia                                 - Domattina ti vedo ancora. Mi alzo presto per salutarti.

Gaddi                            - (a Dora e a Pietro) Buona notte, cari. Grazie.

Dora                              - (avanzando) Va già a letto? Così presto?

 

 Gaddi                           - Vorrei partire domattina, alle otto.

Pietro                            - Domattina? Scusa, sai. Poco fa m'hai do­mandato il permésso di andare a Milano; non hai detto domattina. Bisognerà che ci vediamo, un momento, do­mani.

Gaddi                            - Ma se devo arrivare a Milano per la vigilia di Natale...

Pietro                            - Domani è l'antivigilia.

Gaddi                            - (contrariato) Capisco, ma... Cose urgenti, di lavoro?

Pietro                            - (secco) Devo parlarti, insomma.

Dora e ìLia                    - (guardano Pietro, sorprese).

Gaddi                            - (sorpreso anche lui) Sta bene. (Pausa). Non potresti parlarmi adesso?

Pietro                            - No. Adesso no. Buona notte.

Gaddi                            - (c. s.) Buona notte, signora Dora. Addio, Pie­tro. Lia, mi accompagna fino al portone?

Lia                                 - Sì. (Esce con Gaddi, da destra).

Dora                              - Che c'è? Perché l'hai trattato cosi? Anch'io avevo capito che lo lasciassi andar via domani.

Pietro                            - Andrà via domani o dopodomani, quando sarà possibile, insomma. Mi pare che faccia abbastanza i suoi comodi. E Lia, adesso, perché l'accompagna? Non poteva salutarlo qui?

Dora                              - Hai ragione. Vuoi che la chiami?

Pietro                            - Ma no! Però non mi piace...

Dora                              - Tornerà subito, spero. Eccola.

Lia                                 - (rientra, un po' perplessa) Scusa, sai, Pietro, forse non ti sei accorto, ma hai trattato quel ragazzo in un modo così strano... insolito, poi.

Pietro                            - Ti dispiace? Stasera mi dà ai nervi più che mai. Da tre giorni non lo vedevo. Si stava così bene, senza di lui, senza quella sua fatuità, quella sua pro­sopopea da... figlio di papà!

Lia                                 - E' la prima volta che parli così di Filippo.

Pietro                            - Lo chiami Filippo!

Lia                                 - E tu, come lo chiami? Non fosti tu stesso a dirgli che ti desse del tu?

Pietro                            - Vai a letto.

(Una pausa di perplessità).

Lia                                 - (sempre più stupita e confusa) Buona notte, Dora. (Dà un bacio a Dora) Addio,

Pietro                            - (gli si avvi­cina, lo bacia su una guancia) Non mi baci neanche?

Pietro                            - (baciandola) Sì, cara. Buona notte.

Lia                                 - (esce da sinistra).

Pietro                            - (segue Lia fin che non è uscita, chiude la porta di sinistra, poi va alla scansia, e parla mentre cerca due libri che poi lascia sul piano della scansia stessa) Mi pare che la piccina si stia accalorando per... Filippo.

Dora                              - Credi?

Pietro                            - E non ti sei accorta?

Dora                              - Sì, stasera, veramente, ha sorpreso un poco anche me.

Pietro                            - (sempre con apparente calma) Stasera sol­tanto? Ti volevo appunto chiedere: tu che le vivi vicino tutto il giorno, sarai in grado d'informarmi. Sì, perché la cosa mi sta a cuore. Non che io voglia negare a mia sorella il diritto di amare! Per l'amor di Dio! Sono ben lontano da una pretesa simile, che sarebbe stupida, as­surda. Né contrasterei Lia qualora amasse Gaddi, e il suo amore potesse avere una conclusione normale. Gaddi non mi è simpatico; ma non lo dovrei sposare io.

Dora                              - (ironica) E' ricco... figlio di papà...

Pietro                            - Qualità che hanno pure un certo valore, dato il mondo in cui si vive. Valore... per una ragazza che deve pensare ad accasarsi, non per me, s'intende.

Dora                              - (ride nervosamente).

 

Pietro                            - Perché ridi?

Dora                              - Scusa, sai, ma quando assumi l'aria paterna, mi fai ridere. Non ti si addice. Il tuo fascino non è nella tua gravità d'uomo serio.

Pietro                            - (stupito e sorridente) Ah, senti! Questa poi...

Dora                              - Non mi so spiegare. Non dico che tu non sia un uomo serio: uno studioso, un lavoratore, onesto fino allo scrupolo. Questo sì! 'Ma le tue caratteristiche più belle sono nelle tue illogicità, in quel tanto d'im­provviso ch'è in te, nelle tue decisioni sempre così varie, nel passare rapidamente dalla gioia alla malinco-nia, dall'entusiasmo all'abbattimento, dalla potenza alla debolezza. (Gli si avvicina e gli mette le mani sulle spalle) Sei un fanciullo! (Sorride riversando indietro la testa) Un ingenuo! Un artista forse. Se invece di sca­vare il ferro dalle montagne avessi scritto dei libri... Ma, del resto, anche per scavare il ferro dalle montagne occorre un'anima d'artista. Ecco come ti vedo io, come ti voglio bene io!

Pietro                            - (l'afferra tra le braccia e la tiene qualche attimo contro di se, senza baciarla e senza parlare, fissando nel vuoto, verso il pubblico).

Dora                              - (in cui è evidente l'intenzione di distrarre Pietro, seducendola) Non mi baci?

Pietro                            - (staccandola da sé, dolcemente) Sediamo, Dora. Non ti piace la mia aria paterna. Ma abbi pa­zienza. La smetterò se mi ascolti. Da qualche ora, vedi... io... mi domino, ma...

Dora                              - Una delle solite sciocchezze! Che cosa può succedere di grave quassù? Lia è una brava ragazza! E Filippo domani se ne va, starà via tre o quattro giorni! Parleremo domani, con più calma. Adesso non ho voglia di scene familiari! Sono stanca. Andiamo a letto, Pietro! Domattina alle sette ti devi alzare; finisci per riposare così poco...

Pietro                            - (che ha invano fatto più d'una volta il gesto d'interromperla, seccato, con violenza) Basta! Ma non vedi che... (si padroneggia subito scorgendo lo stu­pore che il suo grido ha destato in Dora). Ma che ripo­sare! Altro che riposare! E' necessario che ti dica.

Dora                              - Adesso?

Pietro                            - Subito. Ho pazientato anche troppo. Siedi, ti prego.

Dora                              - (spaventata) Ma che cosa c'è?

Pietro                            - (senza guardarla, quasi a sé stesso, parlando, dapprima, con una certa difficoltà) Scusa. E' molto tempo che non metti piede nella villa?

Dora                              - Quale villa?

Pietro                            - Ne abbiamo una sola, no? Al Villars, vicino al cantiere.

Dora                              - (dopo un attimo d'incertezza) Da due mesi, da quando si venne quassù.

Pietro                            - Sei proprio sicura?

Dora                              - Ma certo.

Pietro                            - Non sai se ci sia andata Lia, l'ultima volta che scese al Villars, la settimana scorsa, con te e con Gaddi?

Dora                              - No.

Pietro                            - In quei due giorni, martedì e mercoledì, Lia stette sempre con te? Non ricordi che si sia allontanata, con Gaddi... di notte?

Dora i                            - Di notte? Quelle due notti si dormì al «Savoia ». Lia aveva una camera accanto alla mia. Tanto martedì che mercoledì si andò a letto prima di mezza­notte. Di notte io per solito dormo. Ma... cosa ti viene in mente?

Pietro                            - Tu non sei andata nella villa; Lia nemmeno, se è sempre stata con te, di giorno. Allora c'è andata di notte, dopo la mezzanotte, quando tu dormivi.

Dora                              - Ma Pietro, sei pazzo?

Pietro                            - (va alla scrivania e prende ì due libri che poco prima ha messo sullo sporto) Li vedi questi due libri? « Le memorie d'oltretomba » di Chateaubriand e « I poemi conviviali » di Pascoli. Fino a otto giorni or sono erano al Villars; dacché siete tornate dal Villars, li ho visti qui. E1 una circostanza che mi è venuta in mente stasera soltanto, dopo che ho saputo... il resto. Io ho esatta memoria dei miei libri e so dire, uno per uno, quelli che sono al Villars e quelli che sono qui. Li sa­prei trovare al buio. I libri non possono essere volati dalla villa a quassù. Qualcuno è andato a prenderli in quei due giorni.

Dora                              - Potrebbe esservi andato Filippo.

Pietro                            - Infatti c'è andato lui. Aveva bisogno di tro­vare una scusa presso il custode per farsi dare le chiavi e presso Zanotti per farsi accendere il caminetto e ha detto che doveva ritirare dei libri. Questo... la sera di martedì. Nella notte, poi, dopo la mezzanotte, tornava nella villa con una donna e vi rimaneva fino alle tre o alle quattro del mattino. Fu visto uscire, con la donna, a quell'ora. Lei non fu riconosciuta nel viso, ma indos­sava un Casentino rosso... quello là (accenna al cosen­tino che pende dall'attaccapanni).

Dora                              - Zanotti sarebbe quell'operaio che ci accom­pagnò, quello che oggi gridava come un pazzo.

Pietro                            - Non è pazzo. Ha parlato con me a lungo stasera, prima di pranzo. Non è pazzo. Ha delle ragioni di rancore verso Gaddi, ma non può essersi inventato delle circostanze così precise. Tu e Lia vi scambiate spesso quel Casentino; anch'io l'ho visto addosso un po' all'una, un po' all'altra...

Dora                              - Ah, Pietro!

Pietro                            - Mi credevi un ingenuo, non è vero? Un fanciullo? Un poeta? Ma la realtà io la so guardare in faccia, e ben diritto! Dovesse bruciarmi gli occhi! Que­sta è terribile, non è vero? O Gaddi è il seduttore di mia sorella o è il tuo amante. O l'una o l'altra cosa è certa: o per l'una e» per l'altra bisognerà atrocemente soffrire. Non importa: purché si esca dal dilemma, e se ne esca presto, subito. Ho cominciato coll'interrogare te. Tu neghi: in quei due giorni non sei entrata nella villa? Non ho ragione di metterti in dubbio.... M'au­guro... che sia come tu dici. Oh! (Si copre il volto con le mani comprendendo la gravità di ciò che ha detto, ossia di preferire che Gaddi abbia sedotto sua sorella).

Dora                              - (fa per abbracciarlo) Amore mio! Senti, senti!

Pietro                            - (sciogliendosi da lei, con le intonazioni riso­lute di prima) Poi sentirò Lia.

Dora                              - Non farai questo! Contro tua sorella! Che hai sempre considerato una bambina!

Pietro                            - Se tu sei innocente, Lia non è più una bam­bina! E' una donna! E se sarà necessario, dopo inter­rogherò quel... signore! E poi lo metterò a confronto collo Zanotti... Non scappa nessuno, quassù! Siamo chiusi in una solida cerchia!

©ora                              - (in preda all’angoscia) Ma io...

Pietro                            - In città si può forse sgattaiolare. Quassù no!

Dora                              - Vuoi fare lo scandalo!

Pietro                            - Ma puoi pensare che si possa vivere, in questo luogo, in questo isolamento, se non con assoluta chiarezza? La montagna non tollera certa gente, la espelle!

Dora                              - Oh! Le montagne! Queste tremende montagne! ,

Pietro                            - Inesorabili, certo! Tanto bianche... da far paura! Sono lì: ci guardano, ci impongono la loro legge: che è dura! Dura anche per noi, che siamo nati quassù.

Dora                              - Oh «voi! voi! ». Sempre voi! Siete peggio degli altri, voi.

Pietro                            - Sta sicura che se mia sorella ha mancato, non resta più qui.

Dora                              - E pretenderesti, dato che sapessi, che io ac­cusassi tua sorella!

Pietro                            - Voglio la verità!

Dora                              - Senti, Pietro, ragiona...

Pietro                            - Voglio la verità.

Dora                              - Capisci che il tuo dubbio è spaventoso?

Pietro                            - Ma la verità no. Non c'è verità che mi spaventi. Figurati se non la pretendo in casa mia! Do­vessi... stroncarvi tutte e due!

Dora                              - (gli si aggrappa ai panni) Guardami negli occhi, Pietro!

Pietro                            - (guardandola, freddo) Non ci vedo che della paura.

Dora                              - Non t'ho mai visto così! Mi fai paura, sì... paura... come un pazzo... Sei impazzito... Lasciami an­dare.-

Pietro                            - Dove?! (Sorride ironico, amaro) Scappare di quassù è difficile.

Dora                              - (in preda a una crisi nervosa, si porta le mani alla gola come se stesse per soffocare; parla rottamente, a singulti) Ebbene... io... non voglio... più stare qui... non posso... più resistere... Lasciami andare a casa... a casa mia... Mamma!... Mamma!... (Si butta sul divano, scossa da un tremito convulso).

Pietro                            - (si impressiona vedendola in quello stato. Le si avvicina, si curva su lei) Non fare così! Zitta! Calmati! Dora!

Lia                                 - (entra da sinistra, si ferma appena varcata la so­glia; pallidissima).

Pietro                            - (scorgendola; a Dora) Zitta! C'è Lia!

Lia                                 - (affranta, ma facendosi forza) Perché la torturi così! E ti torturi! Perché non hai interrogato prima me?

Pietro                            - Hai sentito?

Lia                                 - Ero di là. Ho sentito tutto - (si copre il volto con le mani e resta così a capo chino, quasi contratta in uno spasimo).

Pietro                            - (dopo averla a lungo scrutata, in silenzio, le si avvicina, la prende a un polso, fa per scoprirle il volto) Guardami in faccia! Tu!

Lia                                 - (si scopre il volto, lo offre allo sguardo di lui) Io! Sì! Io! E non piango, io! Ti dico che nessuno ha il diritto di mettersi contro all'amore così, come fai tu!

Pietro                            - Che dici? Io non ho il diritto?

Lia                                 - Né diritto né dovere! Parole! Che ne sai tu di me? Mi vivi accanto, mi vuoi bene! Mi credi una bam­bina! E quando hai detto « bambina » e m'hai accarez­zata come si accarezza una bambina, credi di aver fatto quello che chiami il tuo dovere! Io sono una donna, io amo, o meglio... amavo Filippo Gaddi.

Pietro                            - Perché, adesso non l'ami più?

Lia                                 - No!

Pietro                            - Dopo essere stata la sua amante!

Lia                                 - Sono cose che riguardano me e lui.

Pietro                            - Senti, può darsi che tu sia impazzita, che abbia perso la nozione dei diritti e dei doveri. Ma il tuo amante non è impazzito. Egli saprà quale sia il suo do­vere dopo che io gli avrò parlato.

Lia                                 - Tu non farai questo.

Dora                              - Pietro!

Pietro                            - Non lo farò? Subito, anzi! Sul momento.

Dora                              - (cercando di fermare Pietro che si dirige verso la porta di sinistra) Pietro, no! Ti scongiuro! Gli parlerai domani.

Pietro                            - Che credi? Non gli torcerò un capello. Ba­steranno poche parole, vedrai! E le dirò con tutta la calma.

Lia                                 - E’ male ciò che fai.

Pietro                            - E' giusto! Lasciatemi andare! (si svincola. Via da destra).

Dora                              - (fa per rincorrerlo) Pietro! Pietro!

Lia                                 - Lascialo andare! Non temere! E' talmente vile... quell'altro! Confesserà d'essere stato il mio amante! Fra i due mali, te o me, sceglierà il minore: me.

Dora                              - (sbalordita, come una che non capisce più niente) L'hai amato!...

Lia                                 - Sì. Fin quando non sapevo...

Dora                              - Che cosa?

Lia                                 - Che era il tuo amante, e che, mentre illudeva me, insozzava la mia casa, la casa di mio fratello! (Pausa).

Dora                              - (sempre intontita, le si avvicina) Senti, Lia...

Lia                                 - (scostandosi) Non toccarmi, ti prego!

Dora                              - Ma perché hai fatto questo?

Lia                                 - Non per salvare te, sai! Oh, non per te! Poco fa ho detto che nessuno ha il diritto di mettersi contro all'amore. Ma contro il tuo, sì! Perché non è stato amore il tuo, per Filippo: è stato vizio, nient'altro che vizio! Ti annoiavi, l'avevi qui sottomano. Al Villare ti si è presentata l'occasione e ne hai approfittato. Hai aspet­tato che mi addormentassi, quella notte, per andartene, con lui! E non dire che non sapevi, non capivi il mio sentimento per Filippo.

Dora                              - E' terribile! Ma adesso? Che cosa succederà?

Lia                                 - Nulla!

Dora                              - Se Pietro gli impone di sposarti?

Lia                                 - E' cosa che mi riguarda. Saprò come regolarmi.

Dora                              - (piange sommessamente. Poi, con voce umile) Lia... non potrai mai perdonarmi!

Lia                                 - Perché no? Non sei peggiore di tante altre! E questo lo penso da tanto tempo! Eri una ragazza di città... Venivi quassù a sciare... Pietro si innamorò di te... pazzamente! E io dissi a me stessa quel che dissi poc'anzi: nessuno ha diritto di mettersi contro all'amore. E' un tal dono! Rendersene degni è difficile, tanto più quando si ha avuto un'educazione come la tua, fin da bambina. Sempre di qua e di là per le stazioni di moda, mai un minuto di tempo per raccogliersi, per meditare... Bada, posso anche credere che tu voglia bene a Pietro; a modo tuo, forse gli vuoi bene. Ma sì! Se non fosse per questa speranza, non avrei fatto quel che ho fatto, stasera. Pietro ha bisogno di te, d'averti vicina, così come sei; così diversa da lui, da me.» che siamo di razza dura, senza morbidità, senza dolcezze... Gente di montagna, insomma.

Dora                              - Non potrai mai dimenticare!

Lia                                 - Bisogna, Dora ; è necessario... per Pietro. Egli non dovrà mai sapere. Voglio che sia felice. Hai capito? Me lo prometti? (Se udito lo sbattere d'una porta, verso destra). Zitto! Forse è lui. Va, va in camera tua.

Dora                              - (angosciata) Ma che cosa sarà successo?

Lia                                 - Lasciami sola con lui, ti prego. Fidati di me. Va... va_. (la spinge verso sinistra).

Dora                              - (esce).

Pietro                            - (entra da destra, dopo qualche minuto) Dora dov'è?

'

Lia                                 - S'è ritirata in camera sua.

Pietro                            - Dunque mi rallegro, Lia. Brava! Poco fa, quando hai confessato, non ho creduto. M'è sembrato impossibile. M'ero fatto molte illusioni su te. L'educa­zione! Le buone tradizioni! La razza! Storie! E sta bene! Te ne andrai presto, con lui! Sei contenta?

Lia                                 - Pietro!

Pietro                            - Eh, sì! Queste situazioni bisogna risolverle in fretta. Caddi farà il suo dovere. (Con un amaro sor­riso). Non ha quasi detto una parola. Come sono entrato in camera sua - era ancora alzato, stava facendo la va­ligia- m'è stato a sentire pallido come un cencio, sgra­nando tanto d'occhi. Nulla ha saputo obiettare. Sembrava istupidito. Perché, poi, codesti ganzi da salotto non rea­giscono. Sono di pasta frolla.

Lia                                 - Sei stato violento con lui!

Pietro                            - Ma no! Tutt'altro! (ride). Gli ho chiesto conto della sua nobile azione. Certo non dovevo avere il viso d'un uomo che scherza e vuol sentire delle scuse. Quali scuse avrebbe potuto trovare per scolparsi? L'avevo accolto nella mia casa come un fratello! (Pausa). Che schifo! (si copre il volto con le mani). Non hai scelto bene, Lia! No! Non era quello il marito che avevo so­gnato per te. Ma il torto è anche un po' mio! Troppo occupato dal mio lavoro, troppo innamorato, forse... An­che l'amore è contagioso. Ti ho trascurata... Dovevo pre­vedere... Discorsi inutili, adesso. Senti. Domattina egli andrà a Milano. Comunicherà la decisione presa ai suoi genitori. Starà via tre o quattro giorni.

Lia                                 - Ma bisogna pure che io gli parli, prima che parta.

Pietro                            - Ho previsto anche questo. Verrà qui domat­tina, alle otto. Dirai a Teresa che ti svegli. E' ancora alzata, Teresa?

Lia                                 - Credo di sì.

Pietro                            - Avrà sentito tutto.

Lia                                 - E' probabile. Ma che importa? Teresa ti è fida.

Pietro                            - Lo so.

Lia                                 - (dopo una pausa) Buona notte, Pietro. (Fa per uscire da sinistra. Ma giunta presso la soglia, torna in­dietro, si butta nelle braccia di lui, gli accarezza il viso, i capelli, con amore disperato).

Pietro                            - (tentando di svincolarsi, ma debolmente) Che cosa hai fatto, Lia! Tu!... Tu!...

Lia                                 - Taci! Taci! (l’interrompe ponendogli una mano sulla bocca. Lo bacia, lo stringe convulsamente a sé e poi fugge via, correndo).

Pietro                            - (fissa la porta ove Lia è fuggita. Chiama im­periosamente) Lia! (E poi che nessuno risponde, resta assorto nel dubbio, guardando il vuoto).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

(La stessa sala degli atti precedenti. Albeggia: oltre la vetrata del fondo, in un cielo tersissimo, splendono le candide vette, luccicano i ghiacciai, via via sempre più illuminati dal sole nascente).

Pietro                            - (disteso sul divano, è assopito; ha sulle gambe uno scialle che nell'atto precedente pendeva dall'attac­capanni. Un suo braccio penzola nell'inerzia del sonno: la mano sfiora quasi il pavimento su cui giace un libro aperto. A una pendola nell'interno della casa, battono sette tocchi argentini).

Teresa                            - (entra da sinistra. Si ferma stupita nel vedere Pietro che dorme sul divano. Gli si accosta piano piano).

Ptetro                            - (al fruscio dei passi si sveglia. Volge il capo, restando quasi inamabile nel corpo) Teresa! Sei tu? (Rialza il busto, si mette a sedere).

Teresa                            - Ha dormito qua!

Pietro                            - Mi sono assopito, sì. (Raccatta il libro) Avevo scelto un libro noioso. Che ore sono? (Guarda l’orologio sul polso) Già le sette! Tu devi svegliare mia sorella.

Teresa                            - - Si sta vestendo. A momenti scende. Ma lei, signor padrone... ha passato la notte qui?

Pietro                            - Sì, vecchia. A volte mi prendono dei ghi­ribizzi... Non credi che il tuo padrone sia bizzarro?

Teresa                            - Perché non mi ha chiamata?

Pietro                            - Perché avrei dovuto chiamar te?

Teresa                            - Perché io... capisco... tutto...

Pietro                            - Non sei modesta. Dovevo fare una prova, Teresa. Perciò stetti qui.

Teresa                            - Ad aspettare.

Pietro                            - Già! Ad aspettare!

Teresa                            - E l'hanno lasciato solo, tutta la notte. Non è sceso nessuno?

Pietro                            - Nessuno.

Teresa                            - Tutti addormentati?

Pietro                            - No, fino a questo punto no. Qualcun altro non ha dormito, stanotte: ha camminato, in su e in giù, in lungo e in largo, per delle ore, nella camera qui so­pra. Come è lugubre il suono dei passi nel silenzio della nette! Poi ho sentito aprire una finestra, richiuderla... E il tempo passava, scavava in me una certezza, sempre più profonda... La goccia, sai... E sotto la goccia sai che cosa c'era, Teresa? Il mio cuore. (Ride) Ah! Ah! Ah! Ora rido! Dopo che si è fatto un grande sforzo per do­minare noi stessi, per non cedere all'istinto che ci por­terebbe... oh, chissà dove mi avrebbe portato il mio istinto se avessi ceduto al suo impulso di salir quelle scale, balzar su come una belva... si finisce per ridere      (ride). Che miseria, Teresa! Miseria anche la stanchezza che ti prende dopo lo sforzo compiuto per dominare l'istinto, miseria il poter giudicare freddamente la li­bertà altrui, miseria il distacco definitivo dalla creatura che hai amato! In una notte, capisci? Tutto questo in poche ore di una notte! E poi sono anche riuscito a leggere un libro noioso, sono anche riuscito a dormire. Quando sei entrata, poco fa, hai visto che dormivo?

Teresa                            - (che è stata a sentire immobile, fredda) Io... vedevo, sapevo da tanto tempo...

Pietro                            - Non m'importa, Teresa, non m'interessa. Ba­sta! Basta!

Teresa                            - Le porto un po' di caffè.

Pietro                            - Grazie, sì. Un po' di caffè.

 Teresa                           - (esce da sinistra).

Pietro                            - (va al finestrone del fondo, apre la vetrata, re­sta là qualche attimo, immobile a fissare le vette dorate dai primi raggi del sole) Che mattina! (Richiude, va al tavolino, stancamente, alza il microfono del telefono) Signorina... sono io, il direttore, sì. Mi chiami Federici. E' in segreteria? Mi dia la segreteria, grazie. (Pausa). Federici? Sono arrivati gli uomini? Quanti? Quaranta? Me li mandi su subito. Azionate la teleferica del perso­nale; in tre carrelli grandi ci stanno tutti. E coi mede­simi carrelli io le mando giù il personale che ho scar­tato. Come dice? Se sono molti quelli che elimino? Non lo so esattamente; tra poco Savoldi mi darà la lista. Io sono di difficile accontentatura? Perché dovrei tenermi delle persone inadatte a vivere quassù? Ma no, vedrà che non avremo noie, Federici! Del resto, assumo io lai piena responsabilità. Addio.

Teresa                            - (frattanto è tornata, da sinistra, ha posato il vassoio sul tavolino; mesce il caffè nella tazza).

Pietro                            - (beve il caffè) Teresa, senti: tra poco, do­vrebbe venir qui il dottor Gaddi. Ma io non voglio che metta più piede in questa casa. Va da lui: lo troverai certo in camera sua. Digli a mio nome... che la signorina Lia non lo può ricevere. Glielo dici a mio nome, hai capito? E che, quindi, può scendere senz'altro al Villars, andarsene a Milano...

Teresa                            - E se insistesse?...

Pietro                            - Vedrai che non insiste. Aspetta. Siccome... vorrà portar giù il suo bagaglio, digli che anche la tele­ferica del personale è già in funzione; si serva pure del carrello grande. Hai capito?

Teresa                            - Sissignore.

Lia                                 - (entra da sinistra).

Pietro                            - (a Teresa) Poi, passa nell'ufficio tecnico e prega l'assistente Savoldi di venire qui da me, fra un quarto d'ora.

Teresa                            - (via da destra).

Lia                                 - Sei già alzato?

Pietro                            - Come vedi.

Lia                                 - (è imbarazzata, stranita) Vai alla miniera?

Pietro                            - Più tardi. Stanno per arrivare i nuovi operai.

Lia                                 - Vai loro incontro?

Pietro                            - Non è necessario. Ma perché codeste do­mande?

Lia                                 - (c. s.) Vorrei pregarti di lasciarmi sola con Gaddi. Fra poco verrà.

Pietro                            - Non verrà.

Lia                                 - Non m'hai detto tu stesso, ieri sera...

Pietro                            - Molte cose sono cambiate da ieri sera.

Lia                                 - Ma io debbo parlare con Filippo prima che parta.

Pietro                            - Non è necessario né... prudente. Per solito in tutte le situazioni gravi della vita, le parole sono inu­tili, spesso pericolose. Il dottor Gaddi sta per andarsene; forse se n'è già andato ; e per sempre. Tu gli hai, pro­babilmente, voluto bene; o credi di avergliene voluto. Siete vissuti vicini, per alcuni mesi, era l'unico uomo giovane, della tua condizione, che ci fosse quassù... è naturale che te ne sia un poco innamorata. Alla tua età... Ma da ieri sera... tu non gli vuoi più bene. Lo disprezzi; anche tu! E allora? Che cosa gli vorresti dire? Che lo disprezzi? Che non lo sposeresti mai, an­che se io te lo imponessi?

Lia                                 - E' stata Dora a parlare, stanotte?... L'hai osses­sionata con le tue domande? Ma ciò che può averti detto, non è vero.

Pietro                            - (ridendo) . Bambina! Sei proprio convinta di saper mentire? Ci vuole altra bocca che la tua per ben mentire! Io ho passato la notte qui, solo. Dora non è discesa a cercarmi. Doveva avere molta paura! Paura... di non saper mentire.

Lia                                 - E tu, fantasticando da solo, tutta la notte, in questa stanza, che cosa credi di aver scoperto?

Pietro                            - La verità, Lia. E' così semplice, del resto. Ma come! Intelligente come sei, tu hai supposto che si potesse continuare a vivere qui noi tre, tu, Dora, io, come prima, mentre sapevi di quale colpa Dora s'era macchiata?

Lia                                 - (con voce ingorgata di lacrime) Come prima? No! Io me ne sarei andata.

Pietro                            - Con Gaddi?

Lia                                 - Oh, no!

Pietro                            - Sola? E avresti lasciato me... con quella donna: qui? Nell'inganno: ti pare che avresti commesso una bella azione?

Lia                                 - Dora ti era necessaria. L'adoravi! Era tutto per te!

Pietro                            - (con ira) E tu non mi sei necessaria, forse?

Lia                                 - Non come lei!

Pietro                            - Avresti il coraggio di mettere in dubbio il mio amore per te?

Lia                                 - Tutt'altra cosa! Neanche paragonabile! Ma la­sciamo andare, Pietro, tronchiamo questa discussione in­cresciosa.

Pietro                            - Ti devi spiegare!

Lia                                 - Non ho nulla da spiegare.

Pietro                            - (con dolore) Ti metti contro di me, an­che tu?

Lia                                 - Calmati! Sii buono! L'ora che attraversiamo è già così grave!

Pietro                            - Nulla può essere più grave d'un malinteso fra noi due, appunto in quest'ora.

Lia                                 - E allora senti: (con fermezza) quando ti sei posto il dilemma, ieri, se la colpevole fossi io o tua mo­glie, chi hai preferito che fosse? Dentro al tuo cuore chi hai preferito che fosse colpevole, Pietro? Io! E quando io sono entrata qui, ieri sera, e ho confessato d'essere l'amante di Gaddi... nei tuoi occhi è passata una luce; hai provato un senso di sollievo, come se t'avessi tolto un peso dal cuore! Quale espressione ha avuto il tuo viso, Pietro! Che cosa triste! Io! Tua sorella! Quella che hai allevato tu, come una figlia! Contami­nata! Rovinata da quel... mascalzone! Non importa! Non importa! Purché ti restasse pura, onesta, la moglie, tua moglie!

Pietro                            - Taci!

Lia                                 - Lasciami dire! E' umano! (Lo capisco. L'ho capito in un baleno, ieri sera. Sono una povera ragazza ignorante; ma, stando lì nel corridoio, mentre voi discu­tevate e tu torturavi quella disgraziata con le tue inchie­ste e soffrivi, soffrivi, io che già avevo sentito crollare in me l'amore, la stima per Filippo, sono entrata qui, ho mentito, sì, ho mentito, per ridarti la pace e per non perderti; perché io non ho più nessuno al mondo, Pietro, altro che te... altro che te... (si butta nelle braccia dì Pietro).

Pietro                            - (stringendola a se) Lia! Bambina! Sei con me! Sei con me! Noi due soli! Possiamo bastare a noi stessi, non credi? Abbiamo tante risorse, noi! Ma la colpa è tutta mia! Oh, sì, sì! Ero cieco d'illusione...

Lia                                 - D'amore, Pietro.

Pietro                            - No! L'amore che si fascia d'illusione fino a non vedere l'inganno e l'ingiustizia, non è amore! Tanto è vero che è crollato; è bastato che cadesse un velo, quel tenue velo dell'illusione perche l'amore crol­lasse. Tutto! Completamente! In poche ore, Lia! Qui... in questa camera... stanotte!

Lia                                 - Chissà quanto hai sofferto!

Pietro                            - Non lo so. Prima, come uno sgomento spa­ventoso. Più volte fui tentato di salire, tanto per finirla con l'angoscia dell'attesa. Sentivo lei camminare, cam­minare qui sopra, andare in su e in giù, come un'anima in pena. Fino a un certo punto mi parve di non poter sopportare quei passi... Ma non mi mossi, resistetti. La sentivo soffrire... per viltà, per paura. (Ride) Ah! Ah! Che paura! Che paura deve aver sofferto nella lunghis­sima attesa ch'io salissi! E di mano in mano che pas­sava il tempo, io ero sempre di più inchiodato qui, da una specie di crudeltà...

Lia                                 - No!

Pietro                            - Sì, Lia, crudeltà! Una giusta crudeltà di montanaro che è abituato alla pazienza e la usa anche come cura, quando occorre, per guarire se stesso. Oh, sa­rebbe stato troppo facile cedere all'impulso dell'ira, come fanno i deboli di nervi, e salire su, fare una sce­nata che sarebbe finita con tante lagrime di lei, e forse... col mio perdono. Il teatro? No! D'essenziale, di utile che cosa possiamo ancora dirci, io e lei? Nulla. Io non la vedrò più; non la voglio vedere più, Lia! E lei lo intuisce. Anche per questo non è scesa a cercarmi, sta­notte!

Lia                                 - Ma adesso, dov'è?

Pietro                            - Nella sua stanza, immagino. Ma ti prego, quando la vedrai, non le dirai una parola di questo no­stro colloquio. Io ora andrò a lavorare; starò nelle gal­lerie fino a sera.

Savoi.di                         - (dall'interno) E permesso?

Pietro                            - (mutando istantaneamente tono e viso) C'è Savoldi. Va.

Savoldi                          - (c. s.) Si può?

Pietro                            - Avanti. Venga, venga, Savoldi.

Savoldi                          - (entra da destra) Buon giorno, signor di­rettore. Buon giorno, signorina.

Pietro                            - S'accomodi.

(Lia                               - (si ritrae, a poco a poco, mentre Pietro e Savoldi parlano, esce da sinistra).

Savoldi                          - Stanno per arrivare quaranta uomini, su tre carrelli; le turbine sono già in moto.

Pietro                            - Lei ha fatto preparare quelli che devono andar giù?

Savoldi                          - Sono pronti, signor direttore. Le ho portato la lista.

Pietro                            - Mi faccia vedere. (Prende dalle mani di Sa­voldi un foglio di carta protocollo) Sette sono?

Savoldi                          - Sissignore. Vede? Zanotti, Fantini, Serìpa... quello che ha rubato a un suo compagno, ricorda...

Pietro                            - Sì; Carmi... qual è?

Savoldi                          - Quel veneto, piccolino, che patisce di no­stalgia...

Pietro                            - Benissimo. (Restituisce il foglio a Savoldi) Mi paion pochi, sette. Bisogna essere radicali, Savoldi, eliminare, eliminare tutti gli inetti, i deboli di nervi, i fannulloni, e soprattutto... i disonesti...

Savoldi                          - Non mi illudo che quei che stanno per arrivare saranno tutti buoni.

Pietro                            - Oh, senza dubbio! Bisognerà anzi vagliarli subito.

Savoldi                          - C'è tanta gente che magari si illude di poter vivere quassù; viene con le migliori intenzioni. Poi...

Pietro                            - ...Gente che passa...

Savoldi                          - Allora posso far scendere questi sette della lista?

Pietro                            - Sì. Poi verrò io, più tardi. Mi aspetti.

Savoldi                          - (uscendo dalla porta di destra s'imbatte in Te­resa che entra) Oh, Teresa! (Via).

Pietro                            - Dunque?

Teresa                            - (impassibile, si ferma verso il fondo) E' partito. Da un quarto d'ora.

Pietro                            - Vammi a prendere la pelliccia.

Teresa                            - (resta immobile) Dov'è la signorina?

Pietro                            - ET salita in camera sua. (Fissa la donna, inso­spettito daWatteggiamento di lei) Ma tu, dove sei stata in questo tempo?

Teresa                            - Ho visto il dottor Gaddi partire. Poi sono entrata in casa, dalla porta di servizio, poi sono uscita, di nuovo. Vado a prenderle la pellicia.

Pietro                            - Aspetta. Che mi nascondi, Teresa?

Teresa                            - Mi lasci andare a vedere che cosa fa la signorina.

Pietro                            - Rispondi.

Lia                                 - (entra da sinistra. Fissa Pietro, poi Teresa; a costei) Da dove vieni, tu? (A Pietro) Dora non c'è; l'ho cercata in tutte le stanze. Che sia uscita dalla porta di servizio?

Teresa                            - Sì, signorina!

Lia                                 - L'hai vista uscire?

Teresa                            - Le ho aperto io la porta

Lia                                 - E dove è andata?

Teresa                            - L'ho accompagnata alla teleferica. E' par­tita.

Lia                                 - E' partita! Pietro! Senti? E' partita! Ha po­tuto andarsene così, senza dir nulla...

Pietro                            - (è rimasto immobile, gli occhi socchiusi, come chi vuole a tutti i costi dominare una sofferenza su­prema, o nasconderla).

Lia                                 - Senza dir nulla nemmeno a me! (Pausa). Pie­tro, non è possibile che tu lasci andar via tua moglie in questo modo. Telefona al Villars; non vi sarà an­cora giunta. Di' a Federici che la trattenga (corre all'apparecchio telefonico, fa per alzare il microfono).

Pietro                            - (glielo impedisce) No!

Lia                                 - Ma non si può troncare senza una parola, un legame come il vostro...!

Pietro                            - Parole? Purtroppo se ne dovranno dire, o scrivere tante dopo. Ma non ora. Dopo! C'è tempo...

Lia                                 - Forse... avrà lasciato una lettera per te, o per me, sul tavolino, in camera sua... vado a vedere, Pietro. Dico una cosa che ti sembrerà enorme: posso capire che se ne sia andata senza dir nulla a te... per paura,, per vergogna... Ma a me. Non è possibile!

Pietro                            - Come le volevi bene!... Anche tu!

Lia                                 - (fugge, da sinistra).

Pietro                            - (si ferma un attimo a considerare Teresa, che era rimasta immobile, nel fondo).

Tebesa                           - (trae dal seno una lettera e la consegna a Pietro).

Pietro                            - (dopo un attimo) Va...

Teresa                            - (via da sinistra).

Pietro                            - (considera la lettera a lungo, la rigira tra le sue mani, la strappa in pezzetti, quasi automaticamente, fissando nel vuoto. Poi va al finestrone del fondo, butta quei pezzetti dì carta nell’abisso e resta a guardare le montagne. Il suo volto è colto in pieno dal sole na­scente. S'ode un trito picchiar di martelli lontani e i rumori delle turbine).

FINE

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