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william shakespeare

William Shakespeare

Amleto

Tragedia in 5 atti

Traduzione e note di Goffredo Raponi

Titolo originale:          “The tragic history of Hamlet,

                                   prince of Denmark”


NOTE PRELIMINARI

1) Il testo inglese adottato per la traduzione è quello dell’edizione curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare, The Complete Works, Collins, London & Glasgow, 1951-60, pagg. XXXII - 1370), con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare quello della più recente edizione dell’“Oxford Shakespeare” curata da G. Welles & G. Taylor per la Clarendon Press, New York, U.S.A., 1988 - 1994, pagg. XLIX, 1274; quest’ultima comprende anche “I due cugini” (“The Two Kinsmen”) che manca nell’Alexander.

2) Il traduttore ha aggiunto di sua iniziativa alcune didascalie e indicazioni sceniche (“stage instructions”) laddove le ha ritenute opportune per la migliore comprensione della azione scenica alla lettura, cui questa traduzione è essenzialmente concepita ed ordinata, il traduttore essendo convinto della irrappresentabilità del teatro shakespeariano sulle ribalte del teatro moderno.

Si è lasciata comunque invariata, all’inizio e alla fine della scena, o all’entrata ed uscita dei personaggi nel corso della stessa scena, la rituale indicazione “Enter” (“Entra/Entrano”) ed “Exit/Exeunt” (“Esce/Escono”); avvertendo peraltro che non sempre essa indica movimenti di entrata/uscita, potendosi dare che i personaggi cui si riferisce si trovino già in scena all’apertura, o vi restino alla chiusura.

3) Il metro è l’endecasillabo sciolto, alternato da settenari. Altro metro si è usato per citazioni, canzoni, cabalette e altro, quando, in accordo con il testo originale, sia stato richiesto uno stacco di stile.

4) I nomi dei personaggi che si prestano alla italianizzazione sono resi nella forma italiana; quando preceduti da “sir” sono lasciati comunque nella forma inglese. Per esigenze di metrica, i nomi inglesi di più sillabe, che alla pronuncia inglese suonano sdruccioli, bisdruccioli e perfino trisdruccioli - come tutte le parole di questa lingua mono-bisillabica - possono essere diversamente accentati nel corpo del verso, secondo la cadenza del verso stesso.

5) Il traduttore riconosce d’essersi avvalso di traduzioni precedenti, in particolare della prima versione poetica di Giulio Carcano, di quelle del Lodovici, del Baldini, del Melchiori, del Lombardo, del D’Agostino e di altri, dalle quali ha preso in prestito, oltre all’interpretazione di passi controversi, intere frasi e costrutti, dandone opportuno credito in nota.


PERSONAGGI

CLAUDIO

re di Danimarca e zio di Amleto

GERTRUDE

sua regina e madre di Amleto

AMLETO

figlio del re defunto e nipote di Claudio

ORAZIO

suo amico e consigliere

FORTEBRACCIO

principe ereditario di Norvegia

POLONIO

ciambellano del regno di Danimarca

LAERTE

suo figlio

OFELIA

sua figlia

RINALDO

suo servitore

VOLTIMANDO

CORNELIO

ROSENCRANTZ

cortigiani

GUILDERSTERN

OSRICO

Un SACERDOTE

MARCELLO

BERNARDO

ufficiali dell’esercito danese

FRANCESCO

soldato danese

Un CAPITANO dell’esercito norvegese

Ambasciatori d’Inghilterra

Attori d’una compagnia girovaga

Un BUFFONE

Due BECCHINI

Lo SPETTRO del padre di Amleto

Dame - Gentiluomini - Ufficiali - Soldati - Marinai - Messaggeri - Persone di servizio

SCENA: Il castello di Elsinore, in Danimarca.


ATTO PRIMO

SCENA I - Piazzola davanti al Castello di Elsinore

Notte fonda. FRANCESCO è al suo posto di guardia; BERNARDO entra e gli va incontro.

BERNARDO -                                         Chi vive là?

FRANCESCO -                                                                    Di’ chi sei tu, piuttosto.

BERNARDO -                                         Viva il re!

FRANCESCO -                                                                 Sei Bernardo!

BERNARDO -                                                                                                 Lui.

FRANCESCO -                                                                                                             Puntuale.

Mezzanotte è battuta proprio adesso.

BERNARDO -                                         Va’ a letto, va’.

FRANCESCO -                                                                          Ti ringrazio del cambio.

Fa’ un freddo cane, rigido, pungente,

da fare male al cuore.

BERNARDO -                                         Tutto calmo?

FRANCESCO -                                                                       Non s’è sentito un sorcio.

BERNARDO -                                         Allora buona notte.

FRANCESCO -                                                                                   Buona notte.

BERNARDO -                                         Se incontri i miei compagni di vigilia,

Marcello e Orazio, di’ lor che s’affrettino.

FRANCESCO -                                       Mi par di udirli…

Entrano ORAZIO e MARCELLO

Fermo! Chi va là?

ORAZIO -                                               Amici, gente di questo paese…

MARCELLO -                                        … e sudditi del re di Danimarca.

FRANCESCO -                                       Dio vi conceda una felice notte.

MARCELLO -                                        Lo stesso a te. Addio, bravo soldato.

Chi è il compagno che t’ha dato il cambio?

FRANCESCO -                                       Bernardo. È già al suo posto. Buona notte.

MARCELLO -                                        Olà, Bernardo!

BERNARDO -                                                                           Orazio è lì con te?

ORAZIO -                                               (Alzando il braccio)

Sì, ecco, ce n’è un pezzo.

BERNARDO -                                                                                                 Salve, Orazio!

BERNARDO -                                         Salute, buon Marcello, e benvenuti!

ORAZIO -                                               T’è apparsa ancora quella certa cosa,

questa notte?

BERNARDO -                                                                        No, non ho visto nulla.

MARCELLO -                                        Orazio dice che son fantasie,

e lui non si farà suggestionare

da quella paurosa apparizione

venuta a noi due volte.

L’ho convinto perciò a restar con noi

per tutto il nostro turno di vigilia,

così che se dovesse ancor tornare

quella visione, possa egli far fede

ai nostri occhi e parlarle…

ORAZIO -                                               Macché! Sciocchezze! Non ritornerà.

BERNARDO -                                         Orazio, intanto mettiti a sedere,

e lasciaci assaltare un altro po’

gli orecchi tuoi così ben corazzati

contro la nostra storia,

col descriverti quel che abbiam visto

due notti di seguito.

ORAZIO -                                                                                           E va bene,

sediamoci e ascoltiamo quel che dice

il nostro buon Bernardo. Allora, parla.

BERNARDO -                                         Ecco, la scorsa notte,

quando la stella a occidente del polo

aveva ormai compiuto il suo percorso

in quella parte del cielo ove brilla,

la campana batteva il primo tocco,

Marcello ed io…

Compare lo SPETTRO

MARCELLO -                                                                              Silenzio! Eccolo, torna!

BERNARDO -                                         È lui! È proprio lui!… Il re defunto!

MARCELLO -                                        Parlagli, Orazio, tu che sai il latino.([1])

BERNARDO -                                         (A Orazio)

Guardalo bene: non è tutto il re?

ORAZIO -                                               Spiccicato!… Mi sento raggelare…

di stupore… paura… non lo so.

BERNARDO -                                         Forse vorrebbe che alcuno gli parli.

MARCELLO -                                        Parlagli, Orazio, su, parlagli tu!

ORAZIO -                                               (Allo spettro)

Chi sei, che usurpi quest’ora notturna

e quell’aspetto imponente e marziale

in cui vedemmo tante volte incedere

il re di Danimarca ora sepolto?

Parla, in nome del cielo, te lo impongo!

(Lo spettro s’allontana)

MARCELLO -                                        S’è offeso.

BERNARDO -                                                                  Infatti, vedi, se ne va.

ORAZIO -                                               (c.s.)

No, resta! Parla, parla, te lo impongo!

(Lo spettro svanisce)

MARCELLO -                                        Ecco, è svanito. Non ti vuol rispondere.

BERNARDO -                                         Ebbene, Orazio?… Sei pallido e tremi…

Che dici adesso?… Ti sarai convinto

ch’era più che una nostra fantasia.

ORAZIO -                                               Giuraddio, non ci avrei creduto mai,

senza la prova fisica, palpabile,

dei miei occhi…

MARCELLO -                                                                              Non rassomiglia al re?

ORAZIO -                                               Come tu a te stesso.

E la sua armatura era la stessa

che il re indossava quando si scontrò

col Norvegia;([2]) ed il piglio minaccioso

era quello del re quando, infuriato,

scaracollò giù dalle loro slitte

i Polacchi, nel corso di una disputa…

È strano, molto strano.

MARCELLO -                                        E son due volte che, in quest’ora morta,

e con lo stesso incedere marziale,

trascorre qua, proprio davanti a noi.

ORAZIO -                                               Che segno trarne, non lo so; ma in mente

mi vien, così alla grossa, in prima idea,

che sia presagio d’alcun turbamento

nel nostro Stato.

MARCELLO -                                                                              Così penso anch’io.

Ma sediamoci ancora a ragionarne,

e vediamo se c’è tra noi qualcuno

che sappia dirmi per quale ragione

i sudditi del regno, da alcun tempo,

son vessati da sì duri controlli,

e per quale ragione, tutti i giorni,

tanto fonder di bronzo a far cannoni

e tanto traffico d’ordigni bellici

con le nazioni estere;

perché questo reclutamento in massa

di calafati a costruire navi,

tanto impegnati all’opra tutti i giorni,

da non distinguere più la domenica

dagli altri giorni della settimana.

C’è qualcuno che me lo può spiegare?

ORAZIO -                                               Io, per quel tanto che ne sento in giro.

Come è noto, il defunto nostro re,

la cui figura ci è testé comparsa,

fu dal re di Norvegia, Fortebraccio

- punto costui da smisurato orgoglio -

sfidato a battersi spada con spada;

ed in quella tenzone il nostro Amleto,

“il valoroso”, come era chiamato,

tal fama essendosi egli conquistata

in questa parte del nostro pianeta,

sopraffece ed uccise il Fortebraccio.

Questi, in forza d’un precedente patto,

ratificato a lettera di legge

e degli usi della cavalleria,

s’era impegnato a cedere, se vinto,

tutte le terre sotto il suo dominio;

contestualmente a ciò il nostro re

aveva messo come sua scommessa

un’eguale porzione di sue terre;

questa sarebbe andata a Fortebraccio,

se fosse stato lui il vincitore.

Con lo stesso strumento il nostro re

stabiliva che, in caso di vittoria,

la sua parte passasse al figlio Amleto.

Senonché adesso Fortebraccio il giovane

- testa calda, per quanto temeraria -

va assoldando qua e là per la Norvegia

branchi di disperati fuorilegge,

gente pronta, per un boccon di pane,

a macchiarsi di ogni nefandezza:

la qual cosa com’è chiaro e palese

a tutti i sudditi di questo regno,

è un tentativo di quel giovin principe

di tornare in possesso, con la forza,

dei dominii perduti da suo padre

nel modo che v’ho già specificato.

Ecco qual è, per me, la causa prima

di tutti questi apprestamenti bellici,

dei rafforzati servizi di guardia

e del fermento che si nota in giro.

BERNARDO -                                         Son dello stesso avviso. E, a mio giudizio,

tutto questo ci può bene spiegare

il perché quella strana apparizione

trascorra armata innanzi al nostro posto

nello stesso sembiante di quel re

che è stato ed è la causa principale

di questa guerra che ci si prepara.

ORAZIO -                                               Un bruscolo nell’occhio della mente,

molesto. Al tempo dell’antica Roma,

nell’èra sua più illustre e più gloriosa,

non molto prima che cadesse ucciso

l’onnipotente Giulio,

si videro le tombe scoperchiate,

e i lor morti trascorrer per le strade

urlando, avvolti nei loro sudarii;

e attraversar tutto l’arco del cielo

stelle con lunghe code fiammeggianti,([3])

e sangue nelle stille di rugiada,([4])

e disastri nel sole; e l’umido astro

sotto il cui influsso è il regno di Nettuno,([5])

ammalarsi per causa d’un eclisse,

come già fosse il giorno del Giudizio.([6])

Spesse volte in passato cielo e terra

hanno offerto di simili prodigi

ai nostri climi ed alle nostre genti

come preavviso di crudeli eventi,

come tante avanguardie annunciatrici

d’imminenti destini… Ma silenzio!…

Riappare lo SPETTRO

Eccolo che riappare… là… guardate!

Io l’affronto, dovesse incenerirmi!

(Allo spettro)

Arrèstati, illusione!

S’hai suon di voce ed uso di parola,

parla! Se c’è da fare buona cosa

che possa a te recare alcun conforto

e grazia alla mia anima,([7]) favella!

Se tu del tuo paese sai il futuro

ed esso sia siffatto che, a saperlo,

si possa scongiurarlo, oh!, te ne prego,

parla! O se tu, da vivo,

hai nascosto nel seno della terra

tesori, per rapina od estorsione

a te venuti - ché per ciò voi spiriti

si dice andiate spesso errando in morte -([8])

dillo! Fermati e parla!…

Marcello, vedi tu come fermarlo.

MARCELLO -                                        Devo colpirlo con la partigiana?

ORAZIO -                                               Sì, se non vuol fermarsi.

(Marcello fa per colpire, ma colpisce aria: lo spettro svanisce)

BERNARDO -                                                                                              È qui!

ORAZIO -                                                                                                                    È lì!

(S’ode il canto d’un gallo)

MARCELLO -                                        È sparito!… Però facciamo male

a volerlo trattare con violenza,

con quel suo ciglio serio e maestoso;

del resto, come l’aria, è invulnerabile,

e i nostri colpi son vana follia.

BERNARDO -                                         M’è parso che volesse dir qualcosa,

nel punto che s’udì cantare il gallo.

ORAZIO -                                               Infatti, ma l’ho visto trasalire

come uno che si senta còlto in fallo

e accorra ad un terribile richiamo.

Dicon che il gallo, squilla del mattino,

con quel suo verso stridulo ed acuto

ridesti il dio del giorno; e a quel richiamo

gli spiriti vaganti nella notte

s’affrettino a rientrar nei lor rifugi;

e la prova che questo sia credibile

ce l’ha data testé quanto abbiam visto.([9])

MARCELLO -                                        È vero. Infatti, ad udire quel canto,

s’è dileguato. Dicono che il gallo,

questo pennuto araldo dell’Aurora,

nella stagion dell’anno che s’appressa

il Natale del nostro Salvatore,

non cessa di cantar tutta la notte,

e allora, dicono, nessuno spirito

osa andar più vagando sulla terra;

in quel tempo le notti son salubri,

nessun pianeta emana mali influssi,

nessuna fata pratica incantesimi,

nessuna strega ordisce sortilegi,

tanto santificato e benedetto

è quel tempo dell’anno.

ORAZIO -                                               Anch’io l’ho udito, ed in parte ci credo.

Ma guardate il mattino

che, già coperto d’un manto vermiglio,

va sfiorando col piede le rugiade

di quel colle che svetta verso oriente.

Se volete seguire un mio consiglio,

interrompiamo il servizio di scolta,

e andiamo insieme dal giovane Amleto

a riferirgli per filo e per segno

quello che abbiamo visto questa notte;

perché, potrei giurarlo, quello spirito,

muto con noi, a lui dirà qualcosa.

Siete d’accordo che dobbiamo dirglielo,

così come, del resto,

ce ne fa obbligati il nostro affetto,

e come si conviene al dover nostro?

MARCELLO -                                        Sì, facciamolo, prego;

e stamattina io so dove trovarlo

e anche dove potergli parlare

nel massimo riserbo e discrezione.

(Escono)

SCENA II - Sala nel castello di Elsinore

Fanfara.([10]) Entrano il RE, la REGINA, AMLETO, POLONIO,

LAERTE, VOLTIMANDO, CORNELIO e seguito

RE -                                                        Benché sia vivo e verde ancora in noi

il ricordo del nostro buon fratello,

il caro Amleto, e meglio ai nostri cuori

ancor s’addica andar vestiti a lutto,

e a tutto il nostro regno

contrarsi in un sol volto di dolore,

nondimeno ragione e sentimento,

hanno conflitto per sì lungo tempo

dentro di noi, da far che a lui pensiamo

ora con più rassegnato dolore,

senza più trascurare tuttavia

di pensare a noi stessi.

Perciò la nostra sorella di ieri,

ora nostra regina,

imperiale compagna nella guida

di questo stato guerriero, con gioia

sfigurata nel volto,

un occhio lieto un altro lacrimoso,

all’imeneo mischiando un canto funebre,

gioia e dolore insieme bilanciando,

abbiamo tolta in moglie.

E nel farlo non siam stati chiusi

al vostro saggio avviso,

liberamente espresso in questo affare.

Del che desidero rendervi grazie.

Ora passiamo ad altro.([11])

Come sapete, il giovin Fortebraccio,

male stimando la nostra potenza

e pensando che questo nostro regno

con la scomparsa del fratello nostro

sia rimasto sconvolto e disgregato,

indotto a tal pensiero temerario

dal suo costante sogno di rivincita,

non ha cessato dall’importunarci

col reclamare la restituzione

delle terre perdute da suo padre

e passate, di pieno buon diritto,

al valentissimo fratello nostro.

Tanto basti di lui. Venendo a noi

e all’oggetto di questa riunione

le cose stan così: con questo scritto

(Mostrando una lettera)

noi chiediamo al sovrano di Norvegia,

zio del suddetto giovin Fortebraccio,([12])

che, trovandosi infermo ed allettato,

credo non sia nemmeno a conoscenza

dei disegni di questo suo nipote,

d’interdire a costui d’andar più oltre

nel porre in atto questi suoi disegni,

visto che arruolamenti e coscrizioni

sono da lui condotti fra i suoi sudditi;

e qui spediamo voi, mio buon Cornelio,

e Voltimando, dal vecchio Norvegia,

come latori di questo messaggio;

nessun altro potere conferendovi,

nel trattare col re, fuori dei limiti

specificati nel nostro mandato.

Buon viaggio, e sia la vostra diligenza

pari al vostro dovere.

CORNELIO E

VOLTIMANDO -                                   Ve ne daremo prova, in questo e in tutto.

RE -                                                        Non ne ho mai dubitato. Addio, di cuore.

(Escono Cornelio e Voltimando)

Ed ora a te, Laerte. Che hai di nuovo?

Parlavi di una supplica. Che c’è?

Sai che non rischi di sprecare il fiato

se chiedi qualche cosa al re danese.([13])

Non c’è nulla che tu potresti chiedermi,

che, più che una richiesta tua a me,

non sia una profferta mia a te:

non è la testa più legata al cuore,

né più strumento la mano alla bocca,

di quanto sia tuo padre al nostro trono.

Che domandi, Laerte?

LAERTE -                                              Mio temuto signore, il vostro assenso

e gradimento al mio ritorno in Francia.

Sebbene sia venuto in Danimarca

d’assai buon grado a porgervi il mio omaggio

per l’incoronazione,

tal dovere compiuto, devo dire

che in Francia sono pur sempre rivolti

i miei pensieri ed i miei desideri,

ed io li inchino alla vostra indulgenza

per ottenerne graziosa licenza.

RE -                                                        Ce l’hai prima da parte di tuo padre?

Che ne dice Polonio?

POLONIO -                                            Mio signore, sia pure a malavoglia,

non senza lunghe e stressanti insistenze,

ho dovuto alla fine sigillare

la sua richiesta con il mio consenso.

Ora vi supplico di dargli il vostro.

RE -                                                        Profitta della tua ora, Laerte;

sia tuo il tempo, e le tue buone grazie

se lo spendano pure a lor talento.

E adesso, Amleto, mio nipote e figlio…

AMLETO -                                             (A parte)

… Un po’ più che parente, e men che figlio.

RE -                                                        Perché sempre sospese tante nuvole

sulla tua fronte?

AMLETO -                                                                                   Nuvole, signore?

anzi, son troppo al sole.([14])

REGINA -                                               Amleto, caro, togliti di dosso

quel colore notturno,([15])

ed il tuo occhio riguardi da amico

colui ch’è ora il re di Danimarca;

non andare cercando di continuo

con quelle palpebre sempre abbassate

il tuo nobile padre nella polvere.

È legge di natura - lo sai bene -

che ciò che vive deve pur morire,

dal mortale passando all’immortale.([16])

AMLETO -                                             Sì, signora, è di tutti.

REGINA -                                                                                              E se è così,

perché sembra che tocchi solo a te?

AMLETO -                                             Sembra, signora? No, non sembra, è;

io non conosco “sembra”.

Non è soltanto il mantello d’inchiostro,

buona madre, né il mio vestir consueto,

sempre così solennemente nero,

né il sospirar violento del mio petto,

né il copioso fluire dei miei occhi,

né l’aspetto contratto del mio volto

con gli altri segni e mostre del dolore,

ad esprimere il vero di me stesso.

Di tutto questo si può dir che “sembra”,

perché questi son tutti atteggiamenti

che ciascuno potrebbe recitare.

Ma quel che ho dentro va oltre la mostra…

queste esteriori son tutte gualdrappe,

e livree del dolore, nulla più.

RE -                                                        È dolce e commendevole,

Amleto, in te, il rendere a tuo padre

tutto questo tributo di cordoglio;

dovresti pur sapere tuttavia

che tuo padre perdette anch’egli un padre,

e quel padre perdette anch’egli il suo.

È obbligo filiale del superstite

manifestare per un certo tempo

tutto il proprio cordoglio.

Ma incaponirsi in un lutto ostinato,

è atteggiamento d’empia testardaggine

un non virile modo di soffrire,

un segnale di volontà restia

a sottostare ai voleri del cielo,

un cuore fiacco, un animo impaziente,

un intelletto semplice ed incolto.

Perché dovremmo consumarci il cuore

in tanta pervicace ostinazione

per cosa che sappiamo che è così,

e che è così per tutti,

come ogni altra sensibile esperienza?

Diamine! Questa è colpa contro il cielo,

contro chi è morto, contro la natura,

ma soprattutto contro la ragione,

cui la morte dei padri è tema usuale,

e che sempre nel tempo ha proclamato,

dal primo morto all’ultimo di oggi:

“Così dev’essere, e così sia!”.

Ti preghiamo perciò di gettar via

questo tuo vano ed infruttuoso affanno,

e di pensare a noi come ad un padre:

perché sei tu - ne prenda nota il mondo -

l’erede più diretto al nostro trono;

ed io sento per te lo stesso affetto,

la stessa nobiltà di sentimenti

del più tenero padre verso il figlio.

Quanto alla tua intenzione

di tornare a studiare a Wittemberga,([17])

essa è contraria al nostro desiderio.

Perciò ti supplichiamo ardentemente

d’inchinarti a restare qui con noi,

per il conforto mio e di tua madre

e per il gradimento dei nostri occhi,

primo fra tutti i nostri cortigiani,

beneamato nipote e figlio nostro.

REGINA -                                               Amleto, non lasciare inascoltate,

ti prego, le preghiere di tua madre:

sta’con noi, non andare a Wittemberga.

AMLETO -                                             V’obbedirò, signora, del mio meglio.

RE -                                                        Ecco una chiara, amabile risposta!

Sii un altro noi stesso in Danimarca.

Venite, mia signora.

Questo grazioso e libero consenso

di Amleto mi ridà un sorriso al cuore;

e grazie ad esso oggi

non vi sia brindisi del Danimarca

di cui non dia il cannone maggiore

fin su alle nuvole l’annuncio, e i cieli

rimandandosi quel terrestre tuono

faccian eco al regal festino.([18]) Andiamo.

(Fanfara. Escono tutti, meno Amleto.)

AMLETO -                                             Ah, se questa mia troppo, troppo solida

carne, potesse sciogliersi in rugiada!

Ah, se l’Eterno non avesse opposta

la sua legge al suicidio! O Dio! O Dio!

Come tediose, e insipide ed inutili

m’appaiono le piatte convenzioni

di questo mondo! Che schifo! Che schifo!

Questo è un orto coperto di gramigna

che va in seme; vi sanno verzicare

erbe rozze e selvatiche, nient’altro.

A tanto dunque si doveva giungere!

È morto da appena due mesi… oh, no, che dico,

nemmeno tanti… un re così eccellente,

confrontato a costui,

un Iperione a confronto di un satiro;([19])

e di lei a tal punto innamorato

da non permettere nemmeno ai venti

di sfiorarle con troppa forza il viso!

Ah, cielo e terra, come non pensarci!

E lei, che tutta s’appendeva a lui,

come se l’appetito di quel cibo

le crescesse mangiandone…

Appena un mese… Non voglio pensarci.

Ahimè, fragilità, il tuo nome è femmina.

Un mese appena… non ancor consunte

le scarpe con le quali, tutta in lacrime,

novella Niobe,([20]) aveva seguito

il feretro del mio povero padre…

Lei, sì lei!… O Dio Onnipotente!

Anche una bestia priva di ragione

avrebbe fatto più lungo compianto…

ed ora maritata con mio zio,

fratello di mio padre, ma a lui simile

non più di quanto lo sia io ad Ercole…

Un mese, appena un mese…

prima che il sale delle false lacrime

abbia cessato d’arrossarle gli occhi,

ancora gonfi, s’è rimaritata!

Oh, lubrica precipite lascivia!

Scivolare con tanta leggerezza

tra incestuose lenzuola!…

Non è bene, né può venirne bene!

Ma spèzzati, mio cuore,

ch’io debbo ora frenar la lingua!

Entrano ORAZIO, MARCELLO e BERNARDO

ORAZIO -                                               Salute a vostra signoria!

AMLETO -                                                                                                   Salute!

Lieto che stiate tutti bene… Orazio,

se non m’inganno?([21])

ORAZIO -                                                                                              Proprio lui, signore,

sempre l’umile vostro servitore.

AMLETO -                                             Servitore… Di’ pure “vostro amico”,

così dobbiamo chiamarci tra noi.

E che ci fai tu qui da Wittemberga,

Orazio?

(Vede Marcello)

Oh, Marcello!

MARCELLO -                                                                                           Mio signore!

AMLETO -                                             Sono proprio felice di vederti.

(A Bernardo)

Ed anche voi, signore, buona sera.

(A Orazio)

Che t’ha portato qui da Wittemberga?

ORAZIO -                                               Certa voglia d’andar girovagando.

AMLETO -                                             Oh, non vorrei sentire dire questo

da un tuo nemico; né farai violenza

al mio orecchio sì da indurlo a crederti

quando parli così contro te stesso:

so che non sei un chierico vagante.

E dunque, che ci fai ad Elsinore?

In ogni caso, prima che riparti,

t’insegneremo a tracannar di grosso.

ORAZIO -                                               Son venuto, signore, per assistere

alle esequie del vostro genitore.

AMLETO -                                             Ah, no, ti prego, caro condiscepolo,

non mi prendere in giro: sei venuto,

penso, a veder le nozze di mia madre.

ORAZIO -                                               Sono seguite, infatti, molto presto.

AMLETO -                                             Economia, Orazio, economia!

Gli arrosti del banchetto funerario

son serviti a guarnire, ancora caldi,

la tavolata di quello nuziale.

Ah, Orazio, ti giuro

che piuttosto che vivere un tal giorno,

avrei voluto confrontarmi in cielo

con il  più intimo dei miei nemici!

Mio padre… mi par sempre di vederlo…

ORAZIO -                                               Dove, signore?

AMLETO -                                                                                Riflesso nell’occhio

della mia mente.

ORAZIO -                                                                                    Io lo vidi un giorno.

Era un bel re.

AMLETO -                                                                             Era un uomo, un uomo vero,

in tutto, come non ne vedrò più.

ORAZIO -                                               Io credo, monsignore,

d’averlo visto ancor la scorsa notte.

AMLETO -                                             Visto, chi?

ORAZIO -                                                                        Il re, signore, vostro padre…

AMLETO -                                             Che dici? Il re mio padre!…

ORAZIO -                                               Frenate per un poco lo stupore

e prestatemi attentamente orecchio

ch’io possa rivelarvi, testimoni

questi due gentiluomini, un prodigio.

AMLETO -                                             Spiegati meglio, Orazio, se Dio vuole!

ORAZIO -                                               Per due notti di seguito,

questi signori, Marcello e Bernardo,

durante il loro turno di vigilia,

nell’ora morta della mezzanotte,

hanno fatto l’incontro che or vi dico:

una figura come vostro padre,

da capo a piè di tutto punto armata,

appare loro, e con solenne passo,

lento e maestoso passa lor davanti.

Passò tre volte avanti agli occhi loro,

a distanza non più di questa picca;

muti, atterriti, con il fiato in gola,

essi non riuscivano a parlargli.

Avendomi ciò essi riferito

in segreto, ed ancor tutti sgomenti,

la terza notte volli anch’io con loro

montar la scolta; ed ecco che a conferma

di quanto m’avean essi riferito,

sia in merito all’ora che all’aspetto,

quella figura appare nuovamente

a tutti e tre: ed era vostro padre.

L’ho ben riconosciuto; queste mani

non potrebbero somigliarsi meglio.

AMLETO -                                             E dove questo?

MARCELLO -                                                                           Là, sulla piazzola

dove noi tre si montava di scolta.

AMLETO -                                             Nessuno gli ha parlato di voi tre?

ORAZIO -                                               Io, signore, ma senza aver risposta.

Anche se m’è sembrato, a un certo punto,

che alzasse il capo ed accennasse appena,

quasi a volermi dire qualche cosa.

Ma proprio in quell’istante

risuonò il canto del gallo dell’alba,

e in quella la figura si ritrasse

prestamente svanendo al nostro sguardo.

AMLETO -                                             Molto strano, davvero.

ORAZIO -                                                                                                 Eppure è vero,

com’è vero ch’io vivo, mio signore;

tanto che abbiam pensato tutti e tre

esser nostro dovere d’informarvene.

AMLETO -                                             Certo, certo, signori;

ma la cosa non è senza turbarmi.

Siete ancora di guardia stanotte?

MARCELLO/

BERNARDO -                                         Sì, monsignore.

AMLETO -                                                                                Armato, avete detto?

I DUE -                                                   Completamente, dalla testa ai piedi.

AMLETO -                                             La faccia, allora, non l’avete vista.

MARCELLO -                                        Oh, sì, portava alzata la visiera.

AMLETO -                                             Ah, e v’è parso fosse corrucciato?

ORAZIO -                                               Aveva un’espressione di dolore

più che di collera.

AMLETO -                                                                                      Pallida o accesa?

ORAZIO -                                               Molto pallida.

AMLETO -                                                                             E v’ha guardati fisso?

ORAZIO -                                               Per tutto il tempo.

AMLETO -                                                                                      Avrei voluto esserci.

ORAZIO -                                               Ne sareste rimasto assai colpito.

AMLETO -                                             Lo credo bene… Ed è rimasto a lungo?

ORAZIO -                                               Il tempo di contare fino a cento,

lentamente.

MARCELLO/

BERNARDO -                                                                     Eh, no, di più, di più!

ORAZIO -                                               Non quando io l’ho visto.

MARCELLO -                                        La barba brizzolata aveva… no?

ORAZIO -                                               Sì, come la ricordo di lui vivo,

nera con strie d’argento.

AMLETO -                                             Voglio vegliare anch’io con voi stanotte.

Forse ripasserà.

ORAZIO -                                                                                 Ne sono certo.

AMLETO -                                             Se dovesse riassumere l’aspetto

del mio nobile padre, io gli parlo,

dovesse scoperchiarsi anche l’inferno

a impormi di star zitto. Ora vi prego,

poiché avete serbato fino ad ora

il segreto di questa apparizione,

di tenerlo ancor chiuso nel silenzio.

E qualunque altra cosa

questa notte dovesse intervenire,

ritenetela nella vostra mente,

non sulla vostra lingua.

Di tanto affetto vi ricompenserò.

Ed ora addio… Vi raggiungerò

stanotte alla piazzola del castello:

all’ora tra le undici e le dodici.

TUTTI -                                                  Il nostro ossequio a vostra signoria.

AMLETO -                                             Il vostro affetto, come il mio a voi.

(Escono Orazio, Marcello e Bernardo)

Lo spirito del padre mio in armi!

Non può essere buon segno…

Ho il sospetto di qualche brutto gioco.

Come vorrei che fosse già la notte!…

Fino allora, sta’ cheta, anima mia!

Le azioni turpi verranno alla luce,

fosse la terra intera a ricoprirle!

(Esce)

SCENA III - Elsinore, stanza in casa di Polonio.

Entrano LAERTE e OFELIA

LAERTE -                                              Il mio bagaglio è a bordo. Addio, sorella.

E quando il vento sarà favorevole,

e sia pronta una vela per salpare,

non dormire, ma dammi tue notizie.

OFELIA -                                               Come puoi dubitarne?

LAERTE -                                              Quanto ad Amleto ed alle frivolezze

di cui ti circuisce, fanne il conto

d’una moda, d’un gioco del suo sangue,

una viola di primaticcio sboccio,

precoce ma d’effimera esistenza,

dolce ma non durevole,

il profumo e lo svago di un momento.

Nient’altro più.

OFELIA -                                                                                  Nient’altro?…

LAERTE -                                                                                                                Non pensarci.

L’uomo, nel suo sviluppo naturale,

non cresce solo di forza e statura,

ma a misura che il suo tempio s’espande,([22])

s’accrescono anche in esso le funzioni

che vi celebra l’animo e la mente.

Forse ora egli t’ama, ed in quest’ora

nessuna macchia di riserva o calcolo

appanna l’onestà dei suoi propositi;

ma farai bene a star molto guardinga,

perché data l’altezza del suo rango,

egli non può disporre a suo talento

della sua volontà, perché egli stesso

è suddito dei suoi stessi natali,

non può foggiarsi a suo modo la vita,

come può un comune individuo;

e ciò perché dalle sue decisioni

può dipendere la salute e il bene

del regno; ogni sua scelta è sottoposta

ai desideri ed al consentimento

di quel corpo del quale egli è la testa.

S’egli ora dunque ti professa amore,

sarai saggia se gliene farai credito

nei limiti che a lui son consentiti,

dalla particolarità del rango,

di porre in atto quanto possa dire;

perché non potrà farlo oltre quel tanto

che possa consentirgli in generale

la pubblica opinione in Danimarca.

Rifletti dunque bene a quale perdita

potrebbe derivare all’onor tuo

se tu prestassi alle sue serenate

troppo credulo orecchio, a cuor perduto,

o se schiudessi il tuo casto tesoro

alla sfrenata sua insistenza. Attenta,

Ofelia, attenta, cara mia sorella!

Tieniti sempre nella retroguardia

della passione, fuor dalla portata

e dai pericoli del desiderio.

Fa già abbastanza dono di se stessa

la vergine più schiva che alla luna

discopre le sue vereconde grazie.

Mai la virtù è sfuggita alla calunnia.

A primavera il verme rode i fiori

avanti che si schiudano dai bocci,

così come la prima giovinezza,

come la rorida rugiada all’alba,

si trova molto spesso minacciata

da effluvi contagiosi. Dunque, attenta!

La migliore difesa è nel temere.

La gioventù è ribelle già a se stessa,

anche senza bisogno di alleati!([23])

OFELIA -                                               Custodirò, a guardiana del mio cuore,

la morale di questo tuo consiglio.

Ma tu, per parte tua, fratello caro,

non fare come certi indegni preti

che, mentre additano la via del cielo

erta e spinosa, vanno poi calcando

da tronfi e ben pasciuti libertini

i sentieri fioriti del piacere,

dimentichi dei lor buoni precetti.

LAERTE -                                              Oh, per me non temere!…

Ma io m’attardo. Ecco ancora mio padre.

Entra POLONIO

Il caso arride ad un secondo addio.

Doppia benedizione, doppia grazia.

POLONIO -                                            Ancora qui, Laerte?… A bordo, a bordo!

Il vento s’è già assiso da padrone

in cima alla tua vela, e là t’aspettano.

Va’, figlio, con la mia benedizione,

e imprimiti a caratteri di stampa

nella tua mente queste poche regole:([24])

mai non prestare lingua ai tuoi pensieri,

mai prestar mano a pensieri avventati;

gli amici di provata fedeltà

aggràppateli saldamente al cuore

con uncini d’acciaio; ma sta’ attento

a non scaldarti il cavo delle mani

trattenendovi nuovi uccelli implumi

schiusi appena dal guscio.

Guàrdati dal mischiarti in tafferugli,

ma se t’accada d’esservi coinvolto,

agisci in modo che il tuo contendente

abbia a guardarsi bene dai tuoi colpi.

A tutti porgi orecchio, a pochi voce.

Accogli sempre l’opinione altrui,

ma pensa a modo tuo. Il tuo vestire,

per quanto può permetterti la borsa,

sia di buon prezzo, ma non stravagante;

ricercato, ma non troppo fastoso,

ché l’abito rivela spesso l’uomo,

e in Francia le persone di buon ceto

sono assai ricercate nel vestire

ed hanno classe, specialmente in questo.

Non chiedere né dar danaro in prestito:

col prestito si perde, molto spesso,

il danaro e l’amico, e il fare debiti

ottunde il senso della parsimonia.

Ma soprattutto tieni questo in mente:

sii sempre, e resta, fedele a te stesso;

ne seguirà, come la notte al giorno,

che non sarai sleale con nessuno.

Addio, figlio. La mia benedizione

trapianti e faccia maturare in te

questi pochi precetti di tuo padre.

LAERTE -                                              Umilissimamente, padre mio,

prendo da voi licenza.

POLONIO -                                                                                               L’ora incalza.

Va’, i servi aspettano.

LAERTE -                                                                                                 Addio, Ofelia!

E non dimenticar le mie parole.

OFELIA -                                               Stanno ben chiuse nella mia memoria,

e tu porti via con te la chiave.

LAERTE -                                                                                                                Addio.

(Esce Laerte)

POLONIO -                                            Che cos’è che t’ha detto?

OFELIA -                                                                                                        Se vi piaccia,

cosa a riguardo del principe Amleto.

POLONIO -                                            A proposito! Mi vien riferito

che in questi ultimi tempi molto spesso

t’ha dedicato in segreto il suo tempo,

e che tu gli hai concesso buon ascolto

con alquanta larghezza e compiacenza.

Se questo è vero - come m’hanno detto,

non senza mettermi ben sull’avviso -

debbo dirti che non hai chiaro in mente

quel che s’addice a te come mia figlia

ed al tuo onore. Che c’è fra voi due?

Voglio da te tutta la verità.

OFELIA -                                               Signore, egli m’ha fatto, ultimamente,

ripetute profferte del suo affetto.

POLONIO -                                            Affetto!… Poh!… Tu parli da bimbetta

all’oscuro di simili pericoli.

Credi davvero a quelle “sue profferte”,

come le chiami tu?

OFELIA -                                               Non so cosa pensarne, mio signore.

POLONIO -                                            Ebbene, te lo insegno io, tuo padre:

pensa di te che sei una bamboccia

ad aver preso per oro zecchino

queste profferte, non di buona lega.

Offri te stessa a ben più alto prezzo,

o, per cantarla sulla stessa musica,

“offrirai” me come un bell’imbecille!([25])

OFELIA -                                               Mio signore, egli m’ha sollecitato

d’amore in modo del tutto onorevole.

POLONIO -                                            Sì, modo… Chiamalo piuttosto “moda”…

Va’ va’…

OFELIA -                                                                         … e ha confortato il suo parlare,

con quasi tutti i sacri giuramenti.

POLONIO -                                            Sì, cappi buoni ad acchiappar beccacce!

Io so, quando a noi bolle dentro il sangue,

come l’animo nostro sia corrivo

a prestare alla lingua giuramenti.

Sono solo fiammate, figlia mia,

che producon più luce che calore,

e, appena accese, subito si estinguono,

e nell’una e nell’altro. D’ora in poi,

cerca di essergli piuttosto avara

della tua virginale compagnia;

metti ai colloqui tuoi più caro prezzo

che d’un semplice invito a conversare.

Quanto al principe Amleto,

devi pensar di lui non più di tanto:

che è giovane ed è libero di muoversi

entro il raggio d’un più lungo guinzaglio

che non sia quello consentito a te.

In breve, Ofelia, a queste sue profferte

tu non devi prestare fede alcuna:

non sono che mezzani travestiti,

semplici intermediari d’amorazzi,([26])

che danno fiato a sacri e pii legami

per meglio accalappiare le fanciulle.

E questo valga per tutti e per sempre.

In termini più chiari, d’ora innanzi

non voglio che tu renda scandaloso

alcun istante del tuo tempo libero

con lo scambiar parola

e con l’intrattenerti in conversari

con il principe Amleto.

Bada che questo è un ordine. Ora va’.

OFELIA -                                               Obbedirò a quest’ordine, signore.

(Escono da parti opposte)

SCENA IV - Elsinore, la piazzola del castello. Notte.

Entrano AMLETO, ORAZIO e MARCELLO

AMLETO -                                             L’aria morde maligna. Fa assai freddo.

ORAZIO -                                               Sì, un’ariaccia pungente.

AMLETO -                                                                                                   Che ora è?

ORAZIO -                                               La mezzanotte, credo.

MARCELLO -                                                                                           È già battuta.

ORAZIO -                                               Ah, sì? Non l’ho sentita.

Allora siamo vicini al momento

in cui lo spirito usava passare.

(Da dentro, due squilli di tromba e due colpi di cannone)

Che significa questo, mio signore?

AMLETO -                                             Che il re stanotte veglia e fa baldoria,

tracanna coppe e balla il saltinsù.([27])

E mentre manda giù nel gargarozzo

le sue sorsate di vino del Reno,

timpano e tromba abbaiano così

alla pompa delle sue libagioni.

ORAZIO -                                               È un’usanza?

AMLETO -                                                                             Un’usanza, sì, purtroppo;

una di quelle usanze che, a mio genio,

con tutto ch’io sia nato in questa terra

e vi sia stato avvezzo dalla nascita,

sempre ho pensato fosse più decente

far cessare che praticare ancora.

Queste sfrenate, rozze gozzoviglie

fanno di noi la favola e il ludibrio

di tutti gli stranieri:

ci chiaman ubriaconi e porci,

e macchiano di brutti appellativi

il nostro nome; e, per la verità,

c’è di che sminuir le nostre imprese,

pur se condotte nel modo migliore,

ledendoci nel nerbo e nel midollo

della reputazione.

Ed è così che uomini di pregio,

a cagione di un vizio di natura,

che si sono portati dalla nascita

e del quale non hanno alcuna colpa,

poiché natura non fa distinzione

d’origine; o per l’eccessiva crescita

di qualche lor personale tendenza,

che abbatte quanti ostacoli e fortezze

possa loro frapporre la ragione;

o per certo lor abito di vita

che li porta ad esasperare al massimo

la forma di plausibili maniere,

è così, dico, che in questi individui,

segnati dell’impronta di un difetto

o da natura o da maligna stella,

tutte l’altre loro buone qualità,

per pure e limpide che possan essere

fino all’estremo della perfezione,

appaiono corrotte agli occhi altrui

per colpa di quell’unico difetto.

Insomma, basta un briciolo di male

ad infettare della sua bassezza

tutta la nobile essenza d’un dubbio.([28])

Entra lo SPETTRO

ORAZIO -                                               Oh, guardate, signore, eccolo, viene!

AMLETO -                                             O angeli e ministri della grazia,

difendeteci voi!…

Spirito buono o diavolo dannato

che tu sia, o che porti tu con te

aure del cielo o lezzi dell’inferno,

sian buone o male le intenzione tue,

tu vieni in tale dubitosa forma,

ch’io ti voglio parlare… E mi rivolgerò

a te come ad Amleto re, mio padre,

re dei Danesi… Oh, dammi una risposta!

Non mi far consumar nell’ignoranza!

Di’ perché le tue ossa consacrate,

composte e seppellite nella morte,

hanno rotto la cera del sudario;

perché il sepolcro dove in santa quiete

t’abbiam visto giacere, ha spalancato

le sue possenti marmoree mascelle

per rigettarti nuovamente fuori.

Che vuol dire che tu, freddo cadavere,

di nuovo, tutto in completa armatura,

rivisiti i raggi della luna

e rendi sì sinistra a noi la notte?

E noi, come zimbelli di natura,

siamo scrollati, per il raccapriccio,

da pensieri che vanno oltre i confini

della mente? Perché questo? A qual fine?

Parla. Che cosa vuoi che noi facciamo?

(Lo spettro fa cenno ad Amleto di avvicinarsi a lui)

ORAZIO -                                               Ecco, vi accenna d’andar con lui,

come a volervi parlare da solo.

MARCELLO -                                        E guardate con che amorevol gesto

v’invita ad appartarvi insieme a lui!

Ma non ci andate.

ORAZIO -                                                                                        No, assolutamente.

AMLETO -                                             Perché? Che cosa c’è da aver paura?

Io, di questa mia vita materiale,

non faccio maggior conto d’uno spillo,

e quanto alla mia anima,

che male mai può farle,

s’è come lui immortale?… Mi fa cenno.

Io vado.

ORAZIO -                                                                  E se dovesse trascinarvi

verso i flutti del mare, mio signore,

oppure sull’orribile strapiombo

di quel picco sull’acque,([29]) e poi, là giunto,

si tramutasse in qualche orribil forma

che può detronizzarvi la ragione

o sospingervi verso la follia?

Pensateci. Già il luogo, per se stesso,

se non ci fosse nessun’altra causa,

mette al cervello brividi d’orrore,

a guardare da quell’altezza il mare

e udir ruggire il flutto sottostante.

AMLETO -                                             Insiste ad accennarmi di seguirlo.

(Allo spettro)

Va’ pure avanti, ti raggiungerò.

MARCELLO -                                        (Cercando di trattenerlo)

No, monsignore, no!

AMLETO -                                             (Svincolandosi)

Via quelle mani!

ORAZIO -                                               Non lo seguite. Siate ragionevole.

AMLETO -                                             Il mio destino mi grida d’andare,

e sento in me ogni fibra del corpo

farsi sempre più dura e più tenace

di quelle del leone di Nemea.([30])

(Lo spettro fa un altro cenno con la mano)

Ecco, mi chiama ancora. Via, lasciatemi,

o, giuraddio, fo di chi mi tiene

un altro spettro!… Lasciatemi, dico!

(Allo spettro)

Va’ pure avanti, ch’io ti vengo dietro.

(Escono Amleto e lo spettro)

ORAZIO -                                               La fantasia lo fa farneticare.

MARCELLO -                                        Stiamogli dietro. Non siamo tenuti

davvero ad obbedirgli, in questo caso.

ORAZIO -                                               Sì, seguiamolo. Come finirà?

MARCELLO -                                        C’è qualcosa di marcio in Danimarca.

ORAZIO -                                               Lo guidi il cielo.

MARCELLO -                                                                              Sì, però seguiamolo.

(Escono)

SCENA V - Elsinore, i bastioni del castello.

Entrano LO SPETTRO e AMLETO

AMLETO -                                             Dove vuoi trascinarmi? Dimmi, parla.

Io più oltre non vengo.

SPETTRO -                                                                                               Ascolta.

AMLETO -                                                                                                                  Ascolto.

SPETTRO -                                             È quasi l’ora per me di tornare

al tormento delle sulfuree fiamme.

AMLETO -                                             Ahimè, povero spettro!

SPETTRO -                                                                                                  Non compiangermi,

ma ascolta bene quanto sto per dirti.

amleto -                                             Son tutt’orecchi, parla.

SPETTRO -                                             E sarai pure, Amleto, tutto voglia

di far di me vendetta,

dopo che avrai ascoltato.

AMLETO -                                                                                                      Che cosa?

SPETTRO -                                             Io lo spirito sono di tuo padre,

condannato ad errare nella notte

per alcun tempo, e il giorno a digiunare

nel fuoco, fin che siano arsi e purgati

i peccati([31]) da me commessi in terra.

Se svelare i segreti del mio carcere

non mi fosse interdetto,

potrei fartene tale descrizione

ch’ogni parola d’essa, la più blanda,

ti ferirebbe il cuore come un dardo,

ti gelerebbe il sangue nelle vene

e ti farebbe schizzar via dall’orbite,

come stelle impazzite, le pupille,

e ti farebbe scompigliar sul capo

le ben composte ed annodate ciocche

facendoti drizzare ogni capello

come aculeo d’un istrice infuriato.

Ma il racconto di questo eterno modo([32])

non si può fare a orecchi in carne e sangue.

Dunque ascoltami attento, Amleto. Ascolta!

Se mai tu amasti il tuo diletto padre…

AMLETO -                                             Oh, Dio!…

SPETTRO -                                                                      … tu devi vendicare, Amleto,

il turpe, innaturale([33]) suo assassinio.

AMLETO -                                             Assassinio?

SPETTRO -                                                                         Turpissimo assassinio,

qual è in ogni caso anche il più giusto;

ma questo fu di tutti il più nefando,

il più mostruoso ed il più innaturale.

AMLETO -                                             Ditemi tutto, presto, su, affrettatevi,

sì ch’io possa volare alla vendetta

con ali rapide come un’idea

o un pensiero d’amore.

SPETTRO -                                             Ti trovo ben disposto; ma più fiacco

dell’erba grassa che ha pigre radici

sulle sponde del Lete tu saresti,

se questo non ti desse alcun sussulto.

Ascolta, Amleto: è voce generale

ch’io sia morto pel morso d’un serpente

mentre dormivo in terra nel giardino:

è così che gli orecchi dei Danesi

sono stati ingannati ignobilmente

da una falsa versione dell’evento.

Sappi, invece, mio generoso giovane,

che il serpente che morse l’esistenza

del padre tuo ne porta ora il diadema.

AMLETO -                                             Mio zio!… Oh, presaga anima mia!

SPETTRO -                                             Sì, quell’adultera, incestuosa bestia,

con la stregoneria della sua mente

e con fallaci doni - oh, maledetti

e mente e doni, che hanno tal potere

di seduzione! - ha vinto alle sue voglie

la volontà della regina mia,

a tutti apparsa sempre sì virtuosa.

Oh, Amleto, che caduta è stata quella!

Da un amore sì degno come il mio,

sempre andato la mano nella mano

col voto che le profferii sposandola,

alle braccia d’un essere spregevole

i cui doni dell’anima son zero

al confronto dei miei!…

Ma così come la virtù corrotta

non sarà mai, per quanto la libidine

la corteggi con modi celestiali,

la lascivia, per quanto accompagnata

a un angelo radioso,

si giacerà su un letto celestiale

a far la sua pastura di lordure.

Ma sento già il respiro del mattino.

Sarò breve. Dormivo nel giardino,

come m’era consueto al pomeriggio;

e in quel sonno pacifico e sicuro

mi sorprende tuo zio, con una fiala

piena d’infame succo di quisquiano,

e dentro il padiglione dell’orecchio

mi versa quella lebbra distillata

d’effetto sì nemico al sangue umano

da serpeggiare come argento vivo

per tutti i suoi canali, arterie e vene,([34])

e far che con fulmineo vigore

il sangue fino e sano si rapprenda

e cagli, come in latte aceto a gocce.

Così fece del mio quella mistura:

in un istante, una schifosa scabbia

incortecciò tutto il mio liscio corpo

d’una schifosa crosta, come Lazzaro.([35])

E fu così che tuo padre, nel sonno,

fu spogliato, per mano d’un fratello,

della vita, del trono e della sposa,

falciato proprio nel pieno rigoglio

dei suoi peccati: senza comunione,

impreparato, senza estrema unzione,

senza poter contrire la sua anima;

spedito a rendere il suo conto a Dio

col fardello di tutti i suoi peccati.

Orribile! Tremendamente orribile!

Se tu conservi in te natura d’uomo,

non devi tollerarlo. Non permettere

che il talamo del re di Danimarca

sia giaciglio d’incesto e di lussuria.

Però ricòrdati: qualunque piano

tu ordisca per raggiungere un tal fine,

attento a non macchiarti la coscienza:

non far che la tua anima

abbia a mai cospirar contro tua madre;

lascia al cielo e alle spine ch’ella ha in petto

di pungerla e trafiggerla.

Ed ora è forza ch’io ti lasci… Addio.

La lucciola m’ha dato già il segnale

che la luce dell’alba s’avvicina,

perché vedo smorzare a poco a poco

l’effimera sua fiamma. Addio, addio.

Ricordati, ricordati di me.

(Svanisce)

AMLETO -                                             O voi, legioni del cielo! O tu, terra!

Che devo invocar più, anche l’inferno?

Ah, che schifo, che schifo!…

E tu, mio cuore, reggi! E voi, mie fibre,

non cedete un sol attimo. Tenetemi…

Ricordarmi di te, povero spirito!

Ma sì, finché avrà spazio la memoria,

su questa sfera di terra impazzita!

Ricordarmi di te!… Cancellerò

dalle pagine della mia memoria

tutti gli altri ricordi triti, frivoli,

le parole dei libri, le impressioni,

le forme che su essa hanno stampato

la giovinezza, l’esperienza, tutto!

E solo il tuo comando,

nello spazio vivrà del mio cervello,

non frammisto a più vile altra materia.

Sì, perniciosa femmina, perdio!

Sì, furfante, grandissimo furfante!

Sorridente furfante, ma dannato!

Dov’è il mio taccuino…

Questa voglio annotarmela: che un uomo

possa sempre sorridere, sorridere,

ed essere il peggiore dei ribaldi.

Almeno in Danimarca.

(Scrive qualcosa nel taccuino che ha cercato in tasca)

E così sei servito, caro zio.

D’ora innanzi la mia parola d’ordine

sia questa: “Addio, ricordati di me!”

L’ho giurato.

LE VOCI DI ORAZIO

E MARCELLO

DA DENTRO -                                                                       Signore! Monsignore!

Principe Amleto!

Il cielo vi protegga!

AMLETO -                                             E così sia.

Entrano ORAZIO e MARCELLO, ma nel buio non vedono

ancora Amleto

ORAZIO -                                               (Fischiando)

Chiù-chiù,([36]) oh, oh, signore!

AMLETO -                                             (Rispondendo al fischio)

Chiù-chiù, ragazzo! Vieni, uccello, vieni.

(Si trovano)

MARCELLO -                                        Com’è andata, mio nobile signore?

ORAZIO -                                               Che notizie, signore?

AMLETO -                                                                                            Oh, meraviglie!

ORAZIO -                                               Mettetecene a parte, monsignore.

AMLETO -                                             No, lo andreste a ridire.

ORAZIO -                                               Non io, lo giuro al cielo, monsignore.

MARCELLO -                                        Né io, signore.

AMLETO -                                                                                E sia, come volete;

ma chi avrebbe potuto immaginarlo?

Manterrete il segreto?

ORAZIO e MARCELLO -                                                                         Certamente,

per il cielo giuriamo, monsignore!

AMLETO -                                             Non c’è un pitocco in tutta Danimarca

che non sia una perla di furfante.

ORAZIO -                                               Ah, non c’è proprio che uno spettro

uscisse dalla tomba, monsignore,

per dirci questo.

AMLETO -                                                                                   Già, tu hai ragione.

Adesso, senza farci altri discorsi,

credo sia conveniente per noi tutti

darci la mano, qui, e separarci;

voi, dove vi conducano ciascuno

le vostre occupazioni e desideri

- però che occupazioni e desideri

ogni uomo ne ha, quali essi siano;

e io, per parte mia - pensate un po’! -

andrò a pregare.

ORAZIO -                                                                                    Queste, mio signore,

sono solo parole in libertà,

senza costrutto.

AMLETO -                                                                                Mi dispiace assai

se t’hanno offeso. Davvero, di cuore.

ORAZIO -                                               Non c’è offesa, signore.

AMLETO -                                                                                                   Eh, sì, c’è offesa,

per San Patrizio, Orazio, grande offesa!([37])

Per quanto è di questa apparizione,

s’è trattato, lasciatemelo dire,

d’un onesto fantasma.

Abbandonate, perciò, il desiderio

di conoscere quello che c’è stato

fra me e lui. Ed ora, cari amici,

poiché amici mi siete tutti e due,

chi condiscepolo, chi camerata,([38])

ch’io vi rivolga un’umile preghiera.

ORAZIO -                                               Quale, signore? Noi l’accoglieremo.

AMLETO -                                             Questa: di non parlare con nessuno

di ciò che avete visto qui stanotte.

ORAZIO/MARCELLO -                         Non lo faremo mai.

AMLETO -                                             Sì, ma giuratelo solennemente.

ORAZIO -                                               Parola mia, non lo farò, signore.

MARCELLO -                                        Né io, parola mia.

AMLETO -                                                                                      Sulla mia spada.([39])

MARCELLO -                                        Vi abbiamo già giurato, monsignore.

AMLETO -                                             Fatelo meglio, qui, sulla mia spada.

LA VOCE

DELLO SPETTRO -                               (Da dentro)

Giurate!…

AMLETO -                                                                      Ah, ah, ragazzo, ancora lì?

Sei tu che parli, là, onesto amico?([40])

Ecco, lo avete udito: il nostro amico

è in cantina. Accettate di giurare.

ORAZIO -                                               Diteci voi la formula, signore.

AMLETO -                                             Mai parlare di quel che avete visto.

Sulla mia spada giurate.

LA VOCE

DELLO SPETTRO -                               (Da dentro)

Giurate!

AMLETO -                                             (Rispondendo allo spettro)

Hic et ubique?([41])Via, cambiamo posto.

Venite qua, stendete ancor la mano

sulla spada. Giurate su di essa

di mai parlar di ciò che avete udito.

LA VOCE

DELLO SPETTRO -                               (c.s.)

Sulla spada!

AMLETO -                                                                         Ben detto vecchia talpa!

Ma come fai a scavarti la terra

così veloce?… Un minatore in gamba.

Via, signori, spostiamoci di nuovo.

ORAZIO -                                               Oh, giorno e notte insieme,([42])

quale straniera meraviglia è questa!

AMLETO -                                             E come tale dalle il benvenuto!([43])

Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio,

che non sogni la tua filosofia.

Ma sentite: qui, come mai innanzi,([44])

voi due - così vi possa assistere la Grazia! -

per quanto stravagante e stralunato

possa apparirvi il mio comportamento

(e m’accadrà di stimare opportuno

di darmi un’aria stralunata e sfatta),

non dovete far mostra, innanzi ad altri,

di saperne di più di quel mio stato:

magari solo incrociando le braccia,

ecco, così, oppur scuotendo il capo,

o bofonchiando frasi sospensive,

come questa: “Eh, noi lo sapevamo…”,

o questa: “Se volessimo, potremmo…”,

o anche: “Se volessimo parlare…”

ed altre dello stesso ambiguo tono.

Ecco, giurate di non fare questo.

Così la grazia e la pietà del cielo

vi soccorrano in caso di bisogno.

LA VOCE

DELLO SPETTRO -                               (c.s.)

Giurate!

AMLETO -                                                                Pace, pace, inquieto spirito!

(Orazio e Marcello giurano imponendo le mani

sull’elsa della spada di Amleto)

E così, gentiluomini,

mi raccomando a voi con tutta l’anima.

Quello che un pover’uomo come me

potrà fare per dirvi l’amicizia

e l’affetto che nutre per entrambi,

non mancherà di farlo.

Adesso rientriamo tutti insieme;

ma, vi prego, col dito sulle labbra.

Il mondo è fuor dei cardini;

ed è un dannato scherzo della sorte

ch’io sia nato per riportarlo in sesto.

Ebbene, andiamo insieme.

(Escono)


ATTO SECONDO

SCENA I - Elsinore, stanza in casa di Polonio.

Entrano POLONIO e RINALDO

POLONIO -                                            (Consegnando a Rinaldo un pacchetto)

Gli darai questi soldi e questi appunti.

RINALDO -                                            Va bene, monsignore, sarà fatto.

POLONIO -                                            E, buon Rinaldo, prima d’incontrarlo,

farai bene a cercare d’informarti

su come vive e come si comporta.

RINALDO -                                            Ci avevo già pensato, mio signore.

POLONIO -                                            Ottimamente. Allora siamo intesi,

attento: vammi prima ad indagare

quali Danesi vivono a Parigi,

chi sono, come conducon la vita,

e con che mezzi, che genti frequentano,

che luoghi. E se tu, grazie a questa indagine

e a qualche tua domanda intenzionale,([45])

scoprissi che conoscono mio figlio,

t’accosterai pian piano all’argomento

con domandine vieppiù pertinenti,

comeché fossi tu, tanto per dire,

uno che lo conosca di persona,

ma non troppo, diciamo, un po’ alla larga.

Per esempio: “Conosco bene il padre,

gli amici e un po’, ma solo un po’, anche lui…”

Mi segui?

RINALDO -                                                                  Oh, certo, signore, benissimo.

POLONIO -                                            “… e solo un po’ anche lui”- puoi azzardare,

“ma non troppo; però se è quel giovane

“di cui stiamo parlando, posso dire

ch’è persona piuttosto scapestrata,

un tipo dedito a questo, a quest’altro…”;

e là gli attribuisci, a tuo capriccio,

ogni sorta di piccoli difetti,

nessuno, però - bada! - tanto spinto

da macchiarne l’onore: attento a questo!

Insomma, le consuete scappatelle,

un po’ sfrenate, un tantino lascive,

che son la risaputa compagnia

di gioventù sbrigliata in libertà.

RINALDO -                                            Come ad esempio il gioco, monsignore.

POLONIO -                                            Appunto; o come il bere, il duellare,

bestemmiare, rissare, andare a donne…

Puoi spingerti fin là…

RINALDO -                                                                                           Eh, monsignore,

questo potrà disonorarlo.

POLONIO -                                                                                                  No,

in fede mia, se saprai temperarlo

nello stesso momento in cui lo insinui.

Cioè, nel dirlo incline alla bisboccia,

non devi caricarlo d’altre mende.

Non è questo che intendo: i suoi difetti

li devi sussurrare accortamente,

sì da farli apparire, tutt’al più,

come macchie della sua libertà,

vampate d’uno spirito bollente,

d’una selvatichezza ancora acerba,

non mansuefatta, propria dell’età.

RINALDO -                                            Però, mio buon signore…

POLONIO -                                                                                                     Ti capisco:

vuoi sapere perché ti chiedo tanto.

RINALDO -                                            Infatti, è quello che vorrei sapere.

POLONIO -                                            Allora qua, stammi bene a sentire.

La mia tattica è questa (e t’assicuro

ch’è garantita, non fallisce mai):

mentre tu spargi queste macchioline

sopra mio figlio, come un oggettino

che s’insudicia mentre si lavora,

ti vai studiando quello con cui parli

e che vuoi scandagliare su di lui:

se ti dice d’aver sorpreso il giovane

oggetto delle tue blande censure

in una o l’altra delle intemperanze

che sopra ho menzionato, sta’ sicuro

che alla fine s’accorderà con te,

chiamandoti, in perfetta confidenza,

“caro signore”, o simil altro titolo,

quando non anche “amico” o “cavaliere”,

a seconda del giro del discorso

e del rango dell’uomo, o del paese.([46])

RINALDO -                                            Molto bene, signore.

POLONIO -                                                                                            … E a questo punto,

a questo punto, allora, lui che fa?…

Che ti stavo dicendo, per la Messa?

Che ti dicevo? Dov’ero rimasto?

RINALDO -                                            “Alla fine s’accorderà con te…”

“Amico… cavaliere…

POLONIO -                                                                                               Ah, sì, perbacco!

Dunque, alla fine, d’accordo con te,

magari ti dirà: “Sì, lo conosco,

l’ho visto appunto ieri, il giovanotto,

e l’altro ieri pure, e dopo, e prima,

in compagnia del tale e del tal altro,

che giocava, così come voi dite,

o, che so io, faceva gozzoviglia,

o si stava azzuffando con qualcuno

giocando al pallamaglio; oppure questo:

“L’ho visto entrare in una certa casa…

sì, con licenza, proprio un lupanare…”,

e così via. E guarda che succede:

che usando l’esca della falsità,

peschi la carpa della verità.

È così che noi, gente di giudizio,

si riesce a trovar, per vie traverse,

la direzione giusta. E così tu,

seguendo queste mie indicazioni,

dovrai far con mio figlio. Hai bene inteso?

RINALDO -                                            Bene, signore.

POLONIO -                                                                               E allora va con Dio.

RINALDO -                                            Grazie, signore.

POLONIO -                                                                               Ma mi raccomando,

osserva bene il suo comportamento,

personalmente.

RINALDO -                                                                               Lo farò, signore.

POLONIO -                                            E lascialo suonare la sua musica.

RINALDO -                                            Bene, farò così.

POLONIO -                                                                               Va’ pure, addio.

(Esce Rinaldo)

Entra, di corsa, OFELIA, come spaventata.

Ehi, Ofelia, che c’è?

OFELIA -                                                                                               Oh, padre mio,

che paura, signore! Che paura!

POLONIO -                                            Di che, paura, nel nome di Dio?

Di che?

OFELIA -                                                                  Signore, stavo tutta sola

a ricamare nel mio gabinetto,

quando il principe Amleto,

col giustacuore tutto sbottonato,

senza cappello, le calze slacciate,

ricadenti sui piedi come ceppi,

pallido in viso, come la camicia,

le ginocchia che battono tra loro,

e uno sguardo così compassionevole,

che pareva sortito dall’inferno

per venire a spiegarmene gli orrori,

mi viene innanzi…

POLONIO -                                                                                     Pazzo… per amore?

OFELIA -                                               Non so, signore, ma lo temo proprio.

POLONIO -                                            E che t’ha detto?

OFELIA -                                                                                     M’ha afferrato il polso,

e, stringendolo forte, s’è scostato

per tutta la lunghezza del mio braccio,

e, postasi una mano sulla fronte,

così…

(Fa il gesto di mettersi la mano a visiera)

s’è messo a scrutarmi la faccia

come uno che volesse disegnarla.

È stato a lungo in quella posizione,

poi, di colpo, mi scuote ancora il braccio

e, accennando col capo in su e in giù,

tre volte, emette un sì cupo sospiro,

sì pietoso, da dare l’impressione

che dovesse squassarlo

e porre fine lì stesso alla sua vita.

Poi mi lascia e s’avvia verso la porta,

con la testa girata sulle spalle,

quasi a trovar la strada senza gli occhi;

perché di fatto senza il loro aiuto

se n’è andato, tenendo fino all’ultimo,

rivolta indietro a me la loro luce,

finché ha trovato l’uscio ed è sparito.

POLONIO -                                            Vieni con me, voglio parlarne al re.

Questa è la tipica follia d’amore,

la cui cieca irruenza, tante volte,

non solo può distruggere se stessa,

ma trascinare a gesti disperati

come ogni altro violento sentimento

che opprime l’uomo sotto questo cielo.

Mi dispiace… Non sarai stata tu,

a dirgli aspre parole, ultimamente?

OFELIA -                                               Non io, mio buon signore;

ma, come voi m’avete comandato,

gli ho rimandato indietro le sue lettere

e mi sono negata ad ogni incontro.

POLONIO -                                            Allora è questo che l’ha reso pazzo.

Mi debbo dispiacere con me stesso

per non aver saputo giudicare

con più discernimento la faccenda;

ma pensavo trattarsi d’un capriccio,

e ch’egli non avesse su di te

altro intento che indurti alla rovina.

Ma maledetto questo mio sospetto!

Purtroppo è proprio della nostra età

smarrirci per eccesso di cautela,

così com’è di quella giovanile

una certa mancanza di giudizio.

Ma vieni, andiamo subito dal re:

bisogna ch’egli ne sia messo a parte;

se tenuto segreto, questo affare,

può procurarci più guai a nasconderlo

che rancore a svelarlo. Vieni, andiamo.

(Escono)

SCENA II - Elsinore, stanza nel castello.

Squillo di tromba. Entrano il RE, la REGINA, ROSENCRANTZ,

GUILDENSTERN e seguito

RE -                                                        Benvenuti fra noi, miei cari giovani.

A parte il desiderio di vedervi,

fu il bisogno dei vostri buoni uffici

la causa vera del vostro richiamo,

ricercato da noi con tanta urgenza.

Avrete forse udito già qualcosa

circa la metamorfosi di Amleto:

e la chiamo così perché, credetemi,

tanto nel suo comportamento esterno

come nei modi interiori dell’animo

l’uomo non assomiglia più a se stesso.

Che cosa, oltre alla morte di suo padre,

abbia potuto estraniarlo da sé

fino a tal punto, non so immaginare.

Io vi supplico entrambi,

che gli siete cresciuti sempre insieme

e siete stati sempre sì vicini

alla sua giovinezza e alla sua indole,

di trattenervi qui alla nostra corte

per un po’; che la vostra compagnia

possa ridargli il gusto della vita,

e che possiate voi stessi scoprire,

per quel che vi sia dato d’indagare

con l’occasione, se vi sia qualcosa

a noi ignota ad affliggerlo tanto,

che, una volta scoperta,

sia in nostro potere di sanare.

REGINA -                                               Egli ha molto parlato di voi due,

miei cortesi signori, e sono certa

che non vi sono due persone al mondo

cui sia più affezionato il nostro Amleto.

Se vi piaccia mostrarvi ben disposti

a trascorrere qui, presso di noi,

un po’ del vostro tempo,

a sostegno e possibile profitto

delle nostre speranze, questa visita

vi sarà ricambiata con un “grazie”

pari alla gratitudine d’un re.

ROSENCRANTZ -                                  Le vostre maestà,

per la loro sovrana potestà

sovra di noi, sarebbero padrone

di formulare, più che in una supplica,

in un comando i loro desideri.

GUILDENSTERN -                                E noi due non possiamo che obbedire,

e dedicarvi, in tutta riverenza,

noi stessi e gli umili nostri servigi.

RE -                                                        Grazie, miei cari Rosencrantz e Guildenstern.

REGINA -                                               E lasciate che vi ringrazi anch’io,

gentili miei signori,

e che vi preghi di recarvi subito

da questo mio tanto mutato figlio.

(A quelli del seguito)

Qualcuno vada con questi signori,

e li accompagni dal principe Amleto.

GUILDENSTERN -                                Che la nostra presenza e il nostro zelo,

voglia il cielo gli sian di giovamento,

e lo confortino.

REGINA -                                                                                 Lo voglia il cielo!

(Escono Rosencrantz e Guildenstern)

Entra POLONIO

POLONIO -                                            Gli ambasciatori di vostra maestà

sono felicemente rientrati

dalla Norvegia.

RE -                                                                                           Tu sei sempre stato,

Polonio, padre di buone notizie.

POLONIO -                                            Godo, signore, a sentirvelo dire.

Oh, può star certo, il mio grazioso re,

che i miei servigi appartengono a lui

come appartiene a Dio l’anima mia.

Ed io penso - o altrimenti il mio cervello

non segue più sicuro il proprio fiuto -,

d’aver scoperto la vera ragione

della pazzia d’Amleto.

RE -                                                        Oh, parlane, mi tarda d’ascoltarlo.

POLONIO -                                            Ricevete gli ambasciatori prima:

la mia informazione

sarà la frutta del grande banchetto.

RE -                                                        Va’ tu stesso a incontrarli ed introducili.

(Esce Polonio)

Egli dice, Gertrude mia diletta,

d’aver scoperto origine e motivo

di tutto il turbamento di tuo figlio.

REGINA -                                               Dubito non sia altro

che quel ch’è dato a tutti immaginare,([47])

la morte di suo padre,

e le precipitose nostre nozze.

RE -                                                        È quel che cercheremo di appurare.

Rientra POLONIO con VOLTIMANDO e CORNELIO

Bentornati, miei buoni e bravi amici!

Quali notizie dal fratello nostro

di Norvegia?

VOLTIMANDO -                                                                Il ricambio più cordiale

di voti e buoni auspici a vostra altezza.

Subito al nostro primo abboccamento,

ha mandato a bloccar gli arruolamenti

in corso ad opera di suo nipote,

a lui sembrati, in prima, in verità,

preparativi contro il re polacco;

ma poi s’è accorto, guardandoci meglio,

ch’eran diretti contro vostra altezza;

ond’egli, assai turbato e dispiaciuto

che si abusasse sì dolosamente

e del suo male e della sua impotenza,

fece trarre in arresto Fortebraccio;

il quale, a farla breve, gli obbedisce,

accetta la rampogna dello zio,

e s’impegna, in solenne giuramento,

a rinunciar per sempre ad ogni mira

armata contro vostra maestà.

Al che il vecchio Norvegia,

non stando più nei panni dalla gioia,

decide di assegnargli un’annua retta

di tremila corone ed il comando

delle forze da lui prima assoldate

contro il Polonia; mentre chiede a voi,

col messaggio di cui siamo latori,

di concedergli il libero passaggio

su vostri territori, per l’impresa,

con le modalità e le guarentigie

quali son qui indicate nel dettaglio.

(Gli consegna il messaggio)

RE -                                                        Bene, le leggeremo a miglior agio,

e daremo al Norvegia la risposta

dopo aver riflettuto attentamente

su questo affare. Intanto vi ringrazio

per le vostre fatiche bene spese.

Concedetevi adesso un buon riposo:

questa sera banchetteremo insieme.

E ben tornati in patria!

(Escono Voltimando e Cornelio)

POLONIO -                                            Ecco dunque un affare ben concluso.

Mio sovrano e signora,

a disquisir sulla sovranità,

sui suoi doveri, perché il giorno è giorno,

la notte è notte, perché il tempo è tempo,

non sarebbe che perdere la notte

ed il giorno ed il tempo.

Perciò se è vero che la brevità

è l’anima del senno,

e il parlar troppo un fronzolo esteriore,

il mio discorso sarà molto breve.

Il vostro nobile figliolo è pazzo:

e dico “pazzo”, perché definire

in che consista ogni vera pazzia

ch’altro sarebbe, se non esser pazzi?

Ma via, lasciamo andare.

REGINA -                                               Meno forma, Polonio, e più sostanza.

POLONIO -                                            Signora, v’assicuro, a giuramento,

ch’io non uso artifici di retorica:

ch’egli sia pazzo, è vero;

ed è vero che ciò è gran peccato;

e che un peccato sia, è anche vero.

Un bel concetto! Ma lasciamo andare,

ch’io non voglio far uso di retorica.

Concediamoci allora che sia pazzo:

ci rimane da ricercar la causa

di questo effetto, o di questo difetto,

a dir meglio, per via che da una causa

proviene questo effetto difettoso.

Tale esso resta, e tale resta il resto.

Vogliate ponderare. Io ho una figlia

- e dico “ho” perch’ella mi appartiene -

la quale in suo dovere d’obbedienza,

notate, poco fa m’ha dato questo:

udite e deducete.

(Legge)

“Al celestiale e di mia anima idolo,

“molto imbellita Ofelia…”

Brutta frase,

di basso conio… “Imbellita” è banale…

Ma state ancora a sentire. Ecco qui:

(Legge)

“Nel suo squisito bianco seno… eccetera…”

REGINA -                                               Ed è Amleto che scrive a lei così?

POLONIO -                                            Un momento. Vi leggo testualmente:

(Legge)

“Dubita che le stelle siano ardore,

“che il sole ruoti intorno alla sua sfera,

“dubita che la verità sia vera,

“ma dubbio non avere del mio amore.

“Mia cara Ofelia, io non so rimare,

“mi manca l’arte di dir verseggiando

“i miei sospiri; ma ch’io t’ami tanto,

“eccelsa, tu non devi dubitare.

“Addio, carissima, sempre più tuo,

“fino all’ultimo dì che sarà suo

“questo mortale suo congegno. AMLETO”

Questo me l’ha mostrato, in sua obbedienza,

mia figlia, confessandomi altresì

tutto sulle pressanti assiduità

di lui, e loro tempi e modi e luoghi.

RE -                                                        Ed ella che risponde a questo amore?

POLONIO -                                            Che pensano di me le altezze vostre?

RE -                                                        Che sei persona fida ed onorata.

POLONIO -                                            E tale ho l’ambizione di mostrarmi.

Ma che potreste voi pensar di me

se, còlto quasi a volo questo amore

(giacché me n’ero accorto - debbo dirlo -

già prima che mia figlia ne parlasse),

che potreste pensare voi, mio sire,

o la cara maestà della regina,

se avessi confinato la mia parte

a fare da scrittoio o da leggìo,

o se, strizzando l’occhiolino al cuore,

me ne fossi rimasto sordo e muto

o avessi riguardato questo amore

con occhio indifferente? E invece no.

Mi sono subito dato daffare,

ho parlato a mia figlia in questi termini:

“In quanto principe, il nobile Amleto,

è fuor dell’ambito della tua sfera,

e questo non dev’essere!”

E le ho prescritto di tenersi chiusa

dai luoghi ch’ei frequenta,

di non ricevere suoi messaggeri,

né accettar da lui doni. Fatto ciò,

ella del mio consiglio colse i frutti,

e lui, vedendosi così respinto,

in breve sprofondò nella tristezza,

donde digiuno, insonnia, prostrazione,

donde il delirio, e poi, per questa china,

la follia per la quale ora vaneggia,

per la luttuosa angustia di noi tutti.

RE -                                                        (Alla regina)

Pensi tu che sia questa la ragione?

REGINA -                                               Può essere; è molto verosimile.

POLONIO -                                            C’è mai stata una volta

- vorrei proprio sentirlo dir da voi -

ch’io abbia detto in modo positivo:

“Così è!”, e così non è stato?

RE -                                                        No, ch’io sappia.

POLONIO -                                            (Facendo il gesto di staccarsi la testa dal tronco)

Staccate pure via

questa da questo, se così non fosse.

Io, se mi guidino le circostanze,

su questo scoprirò la verità

fosse nascosta al centro della terra.

RE -                                                        Come potremo poi verificarla?

POLONIO -                                            Voi sapete che a volte

egli passeggia qui, in questa sala,

per ore ed ore.

REGINA -                                                                                 Così fa, difatti.

POLONIO -                                            Ebbene, in quel momento,

io gli sguinzaglio libera mia figlia:

voi ed io staremo ad osservare

dietro un arazzo, attenti a quel che dicono:

s’egli non l’ama, e se non è per questo

ch’egli è caduto fuor di sua ragione,

ch’io non sia consigliere d’uno Stato,

ma vil bifolco o capo carrettiere.

RE -                                                        Bene, faremo allora questa prova.

Entra AMLETO, intento a leggere un libro.

REGINA -                                               Ma guardatelo, con che triste cera

se ne viene leggendo, il poverino!

POLONIO -                                            Via, vi scongiuro entrambi, allontanatevi!

Voglio abbordarlo prima io. Scusate.

(Escono il re e la regina)

Come sta il mio buon principe Amleto?

AMLETO -                                             Bene, deograzia.

POLONIO -                                                                                  Mi riconoscete?

AMLETO -                                             Perfettamente. Siete un pescivendolo.([48])

POLONIO -                                            No, signore.

AMLETO -                                                                         Peccato.

Avrei voluto foste così onesto.

POLONIO -                                            Onesto, monsignore?

AMLETO -                                                                                            Sì, signore;

perché come va il mondo al giorno d’oggi,

essere onesto, è come dir d’un uomo

ch’è stato estratto in mezzo a diecimila.

POLONIO -                                            Verità sacrosanta, monsignore.

AMLETO -                                             Perché se il sole fa nascere i vermi

nella carogna d’una cane, baciandola…

Voi avete una figlia?

POLONIO -                                                                                            Sì, signore.

AMLETO -                                             Non la lasciate passeggiare al sole…

La concezione è una benedizione.

Ma siccome codesta vostra figlia

potrebbe concepire… attento, amico.

POLONIO -                                            (A parte)

Che vuoi dire con questo?…

E dài che batte sempre su mia figlia!

Eppure ha detto di non riconoscermi…

m’aveva preso per un pescivendolo…

È svampito, svampito veramente!

Del resto, in gioventù, posso ben dirlo,

ho anch’io sofferto il tormento d’amore

da ridurmi all’incirca in quello stato…

Ma parliamogli ancora…([49])

(Forte)

Monsignore,

posso sapere che state leggendo?

AMLETO -                                             Parole, parole, parole.([50])

POLONIO -                                            Di che è questione, signore?

AMLETO -                                                                                                            Questione?

Fra chi?

POLONIO -                                                                  Volevo dire l’argomento,

l’argomento del libro che leggete.

AMLETO -                                             Calunnie, signor mio.

Perché questa canaglia di satirico

scrive che i vecchi hanno la barba grigia,

la faccia scanalata dalle rughe

e gli occhi secernenti un certo umore

denso come la gomma di susino;

che abbondano di carestia di senno,

insieme a debolissimi garretti…

tutte cose di cui, signore mio,

per quanto possa io esser convinto

nella maniera più forte e potente,

non penso tuttavia che sia decenza

spiattellarle così; perché anche voi,

signore, avreste la mia stessa età,

se, simile ad un gambero,

poteste camminare a retromarcia.

POLONIO -                                            (A parte)

Questa è follia, se pure c’è del nesso.

(Forte)

Non vorreste, signore, passeggiare

al riparo dall’aria?

AMLETO -                                             Dove, nella mia tomba?

POLONIO -                                            (Ridendo)

Oh, questo sì,

sarebbe un vero cambiamento d’aria

(A parte)

Come sono pregnanti qualche volta

le sue risposte! Battute felici

in cui sovente imbrocca la pazzia,

e che né mente sana né ragione

saprebbero altrettanto bene esprimere…

Ora lo lascio, e vado a predisporre

come farlo incontrare con mia figlia.

(Forte)

Mio signore, da voi prendo congedo.

AMLETO -                                             Voi non sapreste prendermi, signore,

altra cosa da cui più volentieri

mi vorrei separare; tranne, è chiaro,

la mia vita, sì, tranne la mia vita.

POLONIO -                                            Allora con licenza, mio signore…

(Mentre sta per uscire, sulla porta incontra ROSENCRANTZ

e GUILDENSTERN)

AMLETO -                                             (A parte)

Questi noiosi vecchi incitrulliti!…

POLONIO -                                            (Ai due)

Cercate il principe Amleto; egli è qui.

ROSENCRANTZ -                                  (A Polonio)

Salute a voi, signore.

(Esce Polonio)

GIULDENSTERN -                                (Ad Amleto)

Mio onorato signore!

ROSENCRANTZ -                                                                                 Caro principe!

AMLETO -                                             Salve, miei buoni ed eccellenti amici!

Come va, Guildenstern? Eh, Rosencrantz?

Come state, ragazzi, come state?

ROSENCRANTZ -                                  Da comuni rampolli della terra.

GUILDENSTERN -                                Felici di non essere felici

oltre misura; non siamo il pennacchio

della berretta della dea Fortuna.

AMLETO -                                             Né la suola di sotto ai suoi calzari?

ROSENCRANTZ -                                  Nemmeno, monsignore.

AMLETO -                                             Allora voi vivete alla sua cintola,

o in mezzo ai suoi favori.([51])

GUILDENSTERN -                                Un poco addentro, sì, in fede mia.

AMLETO -                                             Ah, proprio addentro alle segrete parti,

della Fortuna?([52])… Eh, già, è una baldracca.

Che nuove in giro?

ROSENCRANTZ -                                                                              Nessuna, signore,

se non che il mondo è diventato onesto.

AMLETO -                                             Allora il giorno del Giudizio è prossimo.

Ma la notizia è falsa.

Piuttosto, ditemi, miei buoni amici,

che male avete fatto alla Fortuna,

che vi manda in prigione qui?

GUILDENSTERN -                                                                                                  In prigione!

AMLETO -                                             La Danimarca è tutta una prigione.

ROSENCRANTZ -                                  Tutto il mondo n’è una, allora.

AMLETO -                                                                                                                  Infatti,

come si deve; in cui son molte celle,

molti posti di guardia, molti masti.

La Danimarca è fra le sue peggiori.

ROSENCRANTZ -                                  A noi non pare affatto, monsignore.

AMLETO -                                             Si vede allora che non lo è per voi:

niente è buono o cattivo

se non è tale nel nostro pensiero.

Per me è una prigione.

ROSENCRANTZ -                                  È l’ambizione che ve la fa tale.

La Danimarca è troppo angusto spazio

per una mente come quella vostra.

AMLETO -                                             Oh, Dio! Io potrei viver confinato

in un guscio di noce, e tuttavia

ritenermi signore d’uno spazio

sconfinato, non fossero i miei sogni.

GUILDENSTERN -                                E questi sono appunto l’ambizione,

perché nient’altro che l’ombra d’un sogno

è la sostanza dell’uomo ambizioso.

AMLETO -                                             Il sogno già in se stesso è solo un’ombra.

ROSENCRANTZ -                                  Infatti, ed io ritengo l’ambizione

qualità sì volatile e leggera,

da esser solo l’ombra di un’altr’ombra.

AMLETO -                                             Allora i corpi sono i mendicanti,

e i re e i nostri celebrati eroi

l’ombre dei mendicanti.([53])

Ma non vogliamo rientrare a corte?

Perché, in coscienza, non ragiono più.

I DUE -                                                   Siamo agli ordini vostri, monsignore.

AMLETO -                                             Ordini… No, non ditelo.

Non vi voglio confondere davvero

col resto dei miei servi;

perché, a parlarvi franco, son servito

terribilmente bene. Però ditemi,

in via di sacratissima amicizia,

che ci fate a Elsinore?

ROSENCRANTZ -                                  Siamo venuti a visitare voi,

monsignore; nessun altro motivo.

AMLETO -                                             Mendicante qual sono,([54])

sono povero di ringraziamenti;

e i miei ringraziamenti, cari amici,

sono sinceramente troppo cari

anche a pagarli un soldo.

Ma siete qui di vostra iniziativa?

Non chiamati? Una visita spontanea?

Siate sinceri, via, scopriamo il gioco.

Su, su, avanti, parlate.

GUILDENSTERN -                                Che vi dobbiamo dire, monsignore?

AMLETO -                                             Qualunque cosa. Ma veniamo al punto:

siete stati chiamati; nei vostri occhi

c’è una sorta di muta confessione

che la vostra comune riluttanza

non è capace di tener nascosta.

V’han mandato a chiamare

- lo so - il buon re e la buona regina.

rosencrantz -                                  A che scopo, signore?

AMLETO -                                             Sta a voi di dirlo a me. Ma vi scongiuro

per la nostra amicizia, e per i vincoli

con cui ci lega il nostro antico affetto,

e nel nome di quanto di più caro

potrebbe chiedervi un postulante

più efficace di me, siate leali

e sinceri con me:

foste chiamati, a venir qui, o no?

ROSENCRANTZ -                                  (A parte a Guildenstern)

Che gli dobbiamo dire?

AMLETO -                                             (A parte)

Ho capito, dovrò tenervi d’occhio.

(Forte)

Se mi volete bene, non mentite.

guildenstern -                                Sì, mio signore, ci han fatto chiamare.

AMLETO -                                             E vi dirò perché; così io stesso

anticipo la vostra confessione,

e così la promessa di segreto

fatta da voi al re e alla regina

non perderà una penna.

È un po’ di tempo che, non so perché,

ho perso tutto il mio brioso umore,

tralasciato ogni usata occupazione;

e ciò grava a tal punto sul mio spirito

che questa bella struttura, la terra,

mi sembra un promontorio senza vita,

questo stupendo baldacchino, il cielo,

questa splendida volta, il firmamento,

questo tetto maestoso,

ingemmato di fuochi d’oro… ebbene,

per me non è nient’altro che un odiato

pestilenziale ammasso di vapori.

Che sublime capolavoro è l’uomo!

Quanto nobile nella sua ragione!

Quanto infinito nelle sue risorse!

Quanto espressivo nelle sue movenze,

mirabile: un angelo negli atti,

un dio nell’intelletto!

La bellezza dell’universo mondo!

La perfezione del regno animale!

Eppure che cos’è agli occhi miei

questo conglomerato di terriccio?

L’uomo per me non ha alcuna attrattiva…

e nemmeno la donna, anche se voi

con quel vostro sarcastico sorriso

sembrate dire che non è così.

ROSENCRANTZ -                                  Oh, signore, ero lungi da pensarlo.

AMLETO -                                             Perché allora hai sorriso,

quando ho detto che l’uomo non m’attrae?

ROSENCRANTZ -                                  Pensavo, mio signore,

che se niente dell’uomo vi diletta,

quale mai accoglienza da Quaresima([55])

troverà qui la compagnia di attori

che abbiamo sorpassato per la strada,

e che vengono a offrirvi i lor servizi.

AMLETO -                                             Ah, quanto a questo([56])… Sia pur bene accolto

colui che recita del re la parte:

la sua maestà potrà levar tributi

da me; il cavaliere avventuroso

usi pure a suo agio e spada e scudo;

l’amoroso non sospirerà gratis;

al comico sarà sempre permesso

di terminare in pace la sua parte;

il buffone potrà far sbellicare

coloro i cui polmoni sono facili

alle risate e agli scatarramenti;

la prima donna dirà il suo pensiero

apertamente, senza che per questo

il verso sciolto debba zoppicare.

Che attori sono?

rosencrantz -                                                                        Della compagnia

che voi ben amavate di ascoltare:

quella dei tragici della città.

AMLETO -                                             E com’è che si sono messi in viaggio?

Starsene a recitare in sede stabile

era per loro assai più vantaggioso,

sia per il nome che per la cassetta.

ROSENCRANTZ -                                  Glielo vietano, penso,

le riforme emanate di recente.([57])

AMLETO -                                             Godono sempre dello stesso credito

di quand’ero in città? Li segue il pubblico?

ROSENCRANTZ -                                  No davvero.

AMLETO -                                                                         Com’è? Son peggiorati?

ROSENCRANTZ -                                  Tutt’altro. Cercan di tenersi al passo;

ma c’è, signore, tutta una nidiata

di giovinetti, falconcelli implumi,

che sanno solo recitare urlando

e riscuotono applausi strepitosi.

Sono loro che adesso van di moda;

e coprono di tanti e tali insulti

e di sberleffi i teatri comuni

(così essi li chiamano), che molti

che veston spada e tocco hanno paura

delle lor penne d’oca,([58])

e se ne tengono bene alla larga.

AMLETO -                                             Che! Davvero fanciulli?

Chi li mantiene? Come son pagati?

Potranno seguitare a recitare

quando, cogli anni, avran cambiato voce?

E più tardi nel tempo,

se diverranno attori come gli altri

- com’è molto probabile che sia,

se proprio non sapranno far di meglio -,

non se la prenderanno malamente

con gli autori dei testi ch’essi recitano,

con l’accusa di averli rovinati

mettendo loro in bocca tante ingiurie

contro quello che poi son diventati?

ROSENCRANTZ -                                  In verità c’è stato un gran daffare

dall’una parte e dall’altra; e la gente

ritiene di far bene ad aizzarli

ed indurli a beccarsi l’un con l’altro.

C’è stato un tempo in cui trovar denaro

per un copione da mettere in scena,

era difficile, se nella trama

non ci fosse pretesto per riaccendere

la guerra tra autori e commedianti.([59])

AMLETO -                                             Possibile?

ROSENCRANTZ -                                                           Oh! s’era messo in moto

una grande carosello di cervelli.

AMLETO -                                             E i fanciulli la vincono?

ROSENCRANTZ -                                                                                        Altroché!

Quelli, signore, si trascinan dietro

Ercole col suo globo sulle spalle.([60])

AMLETO -                                             Niente di così strano,

perché mio zio è re di Danimarca,

e tutti quelli che, vivo mio padre,

gli avrebbero ben fatto gli sberleffi,

ora dan venti, quaranta, cinquanta

cento ducati per avere, in piccolo,

un suo ritratto. E c’è qualcosa in questo,

sangue di Dio, che passa la natura,

se la filosofia può mai scoprirlo.

(Tromba di postiglione all’interno)

GUILDENSTERN -                                Questi sono gli attori.

AMLETO -                                                                                            Miei signori,

voi siete i benvenuti ad Elsinore;

qua la mano, venite.

I bei modi e un’amabile accoglienza

son doveri dell’ospitalità;

permettete ch’io usi anche con voi

questo garbo, altrimenti l’accoglienza

che sto per riservare a questi attori,

e che, vi anticipo, dovrà mostrarsi

in bellezza, non abbia ad apparire

più sentita che quella fatta a voi.

Voi siete benvenuti.

Ma mio zio-padre e mia zia-madre sbagliano.

GUILDENSTERN -                                In che, signore?

AMLETO -                                                                                   Nel credermi pazzo.

Io son pazzo col vento di maestro;

quando spira da sud, distinguo bene

un airone da un falco.

Entra POLONIO

POLONIO -                                            Sia pace e bene a questi gentiluomini!

AMLETO -                                             Sentite Guildenstern e Rosencrantz,

ve lo dico a ciascuno in un orecchio:([61])

quel gran bamboccio che vedete là

non è ancora sgusciato dalle fasce.

ROSENCRANTZ -                                  O forse c’è rientrato: quando è vecchio,

l’uomo, si dice, è due volte bamboccio.

AMLETO -                                             Mi butto a indovinare: viene qui

ad annunciar l’arrivo degli attori…

state attenti.

(Fingendo di non aver visto Polonio e di parlare

a qualcuno)

Ah, sì, ora ricordo,

è stato allora, un lunedì mattina…

POLONIO -                                            (Ad Amleto)

Ho notizie da darvi, monsignore.

AMLETO -                                             (Rifacendogli il verso)

“Ho notizie da darvi, monsignore…”

Eh, quando a Roma recitava Roscio…([62])

POLONIO -                                            Gli attori sono giunti, monsignore.

AMLETO -                                             Ma no!

POLONIO -                                                               Sul mio onore.

AMLETO -                                             Allora sono giunti in groppa a un asino.([63])

POLONIO -                                            I migliori del mondo per tragedia,

commedia, storia, dramma pastorale,

comico-pastorale, tragistorico,

scena unica a verso e filastrocca.

Seneca non sa esser troppo grave,

né Plauto troppo leggero, per loro.

Per testi scritti od improvvisazioni,

sono davvero unici, signore.

AMLETO -                                             O Gefte, qual tesoro avevi tu,

giudice d’Israele!([64])

POLONIO -                                            Quale tesoro aveva, monsignore?

AMLETO -                                                          “Sola una figlia aveva

“ch’egli oltremodo amava.”

POLONIO -                                            (Tra sé)

E dàlli che ribatte su mia figlia!

AMLETO -                                             Non ho forse ragione, vecchio Gefte?

POLONIO -                                            Se mi chiamate Gefte, monsignore,

ho pur io una figlia, che amo tanto.

AMLETO -                                             No, no, non seguita però così.

POLONIO -                                            Come seguita allora, monsignore?([65])

AMLETO -                                             Così:

“… come per sorte, Iddio lo sa”.

Eppoi, attento:

“E allora ne seguì

“quel che doveva, ahimè, finir così”.

La prima strofa della pia ballata

vi dirà il seguito, perché, vedete,

ecco che arriva chi mi fa interrompere.

Entrano gli ATTORI

Benvenuti, maestri, benvenuti!

(A uno di loro)

Son lieto di vedervi in bella forma.

A tutti, benvenuti, cari amici!

(A un altro, alludendo alla barba)

Oh, vecchio mio, constato che il tuo volto

s’è ombreggiato, da che non t’ho più visto!

Vieni a far crescere anche a me la barba

in Danimarca? Oh, la prima donna,

la nostra giovane e bella amorosa?([66])

Per la Vergine, vostra signoria

s’è avvicinata al cielo d’un cioppino([67])

da quell’ultima volta che l’ho vista.

Voglio pregare Iddio

che la tua voce non si sia squadrata

al tondo come una moneta fessa.

Maestri, siate tutti benvenuti!

Faremo come i falconieri in Francia,

che avventano l’uccello

su tutto quel che viene loro a tiro.([68])

Una scenetta, subito!

Dateci un saggio del vostro mestiere:

una tirata piena di passione.

PRIMO ATTORE -                                 Che tirata volete, mio signore?

AMLETO -                                             T’ho udito declamarne una, una volta,

che non fu più portata sulla scena,

o, se lo fu, non fu più d’una volta,

perché il dramma non piacque, mi ricordo,

ai più: era il caviale per il volgo.

Eppure si trattava, a parer mio

e d’altri più competenti di me,

d’un lavoro eccellente, ben costrutto,

drammatizzato senza troppi fronzoli,

ma con un buon mestiere.

Ci fu chi disse che non c’era nulla

nel verso delle abituali spezie

mescolate a condire la vicenda,

e nulla c’era nel suo periodare

che potesse accusar d’affettazione

il suo autore; ne lodò, al contrario,

la linearità della vicenda,

agile, senza sofisticazioni.

Un passo soprattutto mi colpì:

il racconto d’Enea fatto a Didone,

e specialmente là dove descrive

l’uccisione di Priamo.

Se l’avete a memoria, cominciate

da questo verso… vediamo, vediamo…

(Si sforza di ricordare)

“Come l’ircana belva,([69]) il diro Pirro…([70])

No, non così; cominciava con Pirro:

“Il diro Pirro, il cui brunito acciaio,

“nero come il suo cuore, somigliante

“lo faceva alla notte, allor che steso

“giaceva dentro il funesto cavallo,

“ora ha imbrattato questo suo colore

“pauroso e tetro con più cupa araldica:

“tutto vermiglio egli è da capo a piedi,

“atrocemente tinto con il sangue

“di padri e madri, di figli e di figlie,

“cotto e impastato su di lui dalle arse

“vie che una luce tirannica e trista

“prestano all’assassino di colui

“ch’era il loro signore. Abbrustolito

“dal fuoco e dal furore, ed incrostato

“di sangue raggrumato, gli occhi accesi

“come carbonchi, l’infernale Pirro

“il vecchio Priamo cerca…”

Continuate voi.

POLONIO -                                                                               Affé di Dio,

mio signore, egregiamente detto,

con buon accento ed ottima scansione!

PRIMO ATTORE -                                 (Recitando)

“… Subito lo rintraccia,

“che invano tenta di colpire i Greci;

“l’antico brando, al suo braccio ribelle,

“resta ove batte, restio al comando.

“Pirro su Priamo in impari certame

“s’avventa, nel furore stocca a vuoto,

“ma al solo sibilo dell’empio ferro

“cade l’esausto vecchio. In quel momento

“sembra avvertir l’inanimata Ilio

“il colpo e dalle sue ardenti altezze

“rovina in fiamme, e l’orribile crollo

“del diro Pirro fa prigion l’orecchio,

“e la sua spada, già levata in alto

“per abbattersi sulla bianca testa

“del venerando Priamo, resta in aria

“sospesa, e Pirro immobile nel gesto,

“simile ad un tiranno ritrattato,

“e indifferente alla sua volontà

“come alla realtà, non fa più nulla…

“Ma come spesso all’appressar d’un turbine

“è silenzio nei cieli, nere e immobili

“sono le nubi, senza voce i venti

“e muto, come morto, è l’orbe sotto,

“e di repente un tuono

“cupo latrando squassa l’atmosfera,

“così, dopo quell’attimo di pausa

“nuova vendetta sprona Pirro all’opra:

“e mai caddero i magli dei Ciclopi

“sulla ferrigna armatura di Marte

“per temprarla a durare eternamente,([71])

“con tal violenza, come sopra Priamo

“cade di Pirro il sanguinoso ferro.

“Fuori, fuori, Fortuna meretrice!

“E voi, dèi tutti, in sìnodo riuniti,

“destituitela del suo potere,

“scardinate della sua ruota i raggi

“e il cerchio, e fate rotolare il mozzo

“per la più ripida china del cielo,

“giù fino ai diavoli.”

POLONIO -                                                                                                        Uhm, è un po’ lungo.

AMLETO -                                             Vedremo di mandarlo dal barbiere,

insieme con la vostra barba…

(All’attore)

Avanti,

prosegui, prego. A lui piace una farsa

o un pezzo da bordello, o s’addormenta.

Prosegui, vieni a Ecùba.([72])

PRIMO ATTORE -                                 (Recitando)

“Ma, oh!, chi avesse visto la regina

“correre imbacuccata, a piedi nudi…”

AMLETO -                                             (Interrompendolo)

Dice proprio così: “imbacuccata”?

POLONIO -                                            Eccellente! Va bene “imbacuccata”!

PRIMO ATTORE -                                              “… affrontare con accecanti lacrime

“le fiamme, cinta il capo d’uno straccio,

“quel capo che conobbe il diadema,

“e per veste, a coprir gli scarni fianchi

“disfatti dalle molte gravidanze,

“un lino preso a caso nel terrore:

“chi avesse visto questo, condannato

“per tradimento avrebbe la Fortuna,

“con lingua stemperata nel veleno.

“Gli stessi dèi, se l’avessero vista

“quando ella scorse Pirro abbandonarsi

“al satanico spasso di tranciarle

“con la spada lo sposo membro a membro,

“se pur fossero essi indifferenti

“del tutto alle vicende dei mortali,

“l’urlo in cui ella subito proruppe

“avrebbe inumidito gl’infiammati

“occhi del cielo, e tutti intenerito!

POLONIO -                                            Guardate se non s’è tutto sbiancato,

e ha gli occhi in lacrime… Basta, vi prego.

AMLETO -                                             (Al primo attore)

Bene. Fra poco ti richiederò

di recitarmi il seguito.

(A Polonio)

Signore,

vogliate provvedere a che gli attori

siano trattati bene. Avete inteso?

Che s’abbia qui per loro ogni riguardo,

perch’essi sono il succo concentrato,

e le succinte cronache del tempo;

sarebbe per voi meglio, dopo morto,

aver un maldicevole epitaffio,

che da vivo le loro male lingue.

POLONIO -                                            Mio signore, farò che sian trattati

secondo il loro merito.

AMLETO -                                                                                               Di più,

per il corpo di Cristo, assai di più!

A trattar gli uomini secondo il merito,

chi mai si salverà dalle frustate?

Trattateli conforme al vostro onore

e dignità: meno ne saran degni,

tanto più merito al vostro buon cuore.

Fateli entrare.

POLONIO -                                                                            Venite, signori.

AMLETO -                                             Cari amici, vogliate andar con lui.

Domani vi faremo recitare.

(Esce Polonio con gli attori, tranne il primo attore)

Ascolta, vecchio amico:

non avresti per caso in repertorio

quel dramma “L’assassinio del Gonzaga ”?

PRIMO ATTORE -                                 Sì, l’abbiamo, signore.

AMLETO -                                                                                               Ottimamente.

Tienilo pronto per domani sera.

Potresti, al caso, mandare a memoria

una breve battuta,

non più di dodici, sedici righe,

scritte da me, da inserire nel testo?

È possibile?

PRIMO ATTORE -                                                              Certo, monsignore.

AMLETO -                                             Benissimo. Ora segui quel signore,

e tieniti dal ridere di lui.

(Esce il primo attore)

Miei buoni amici, fino a questa sera

vi lascio. Benvenuti ad Elsinore!

ROSENCRANTZ -                                  Mio buon signore…

AMLETO -                                             (Come avendo fretta di licenziarli)

Andate, andate, addio.

(Escono Rosencrantz e Guildenstern)

Ora son solo… Oh, quale canaglia

e vil servo son io! Non è mostruoso

che un attore, soltanto per finzione,

nient’altro che in un sogno di passione,

possa piegare l’anima a un concetto,

così che, per effetto di quel sogno,

il volto gli si copra di pallore;

occhi in lacrime, aspetto stralunato,

voce rotta, e l’intero suo gestire

in perfetta aderenza a quel concetto?

E tutto ciò per nulla!… Per Ecuba!

Che cos’è Ecuba a lui, e lui a Ecuba,

perch’egli possa piangere così?

E che farebbe allora, questo attore,

se avesse quel che ho io

come motivo di straziarsi l’anima?

Inonderebbe la scena di lacrime,

intronerebbe le orecchie del pubblico

di roboanti orribili parole,

da sconvolgere fino alla pazzia

la mente di chi si sentisse in colpa;

da far impallidire gli innocenti;

da confonder gli ignari e sbigottire

vista e udito del pubblico?

Ed io, balordo impastato di fango,

inerte come un Zanni-tuttisogni, [73])

mi consumo così

nella sterilità della mia causa,

senza dir nulla a difesa di un re

cui dalla mano di un bieco assassino

furono tolti la vita e gli averi!

Son dunque un tal codardo?

E non c’è un cane che mi prenda a schiaffi,

mi chiami vile, mi fracassi il capo,

che mi strappi la barba,

e me la sbatta ontosamente in faccia,([74])

e mi tiri pel naso,

e mi ricacci in gola la menzogna

giù giù fino ai polmoni… no? Nessuno?

Ah, ch’io mi prenderei tutto da tutti,

sangue di Cristo! Perché così è:

che ho il fegato d’una colomba,

senza il fiele che rende amaro il torto:

se no, di quanto avrei dovuto già

ingozzar gli avvoltoi della regione

con la carogna di questo ribaldo,

sanguinario ed immondo delinquente,

crudele, traditore, lussurioso,

ignobile, villano!… O mia vendetta!

che asino son io!… Che bel coraggio!…

Figlio d’un caro padre assassinato,

che cielo e inferno chiamano a vendetta

sono qui a gravarmi il cuore con le chiacchiere,

e bestemmiare come una sgualdrina

o un lavapiatti!… Infamia! Puàh! Vergogna!

Svegliati mio cervello!

Ho inteso che talora criminali,

stando a teatro, tanto impressionati

siano rimasti dalla realtà

a bella posta messa sulla scena,

da spiattellar là stesso i loro crimini.

Perché il delitto, se pur non ha lingua,

ha una sua voce, che sa di miracolo.

Devo far recitar da questi attori

qualcosa che, in presenza di mio zio,

richiami l’assassinio di mio padre.

Starò poi a spiar la sua reazione.

Lo voglio scandagliare fino in fondo.

Se appena accenna a un minimo sussulto,

so quel che fare. Il fantasma che ho visto

potrebb’essere un diavolo; e il diavolo

ha il potere di comparire agli uomini

in forme seducenti e ingannatorie;

e chissà che non voglia profittare

della mia debolezza

e del mio stato di malinconia

- due umori su cui ha gran potere -

per ingannarmi e indurmi a dannazione.

Voglio avere più positive prove.

E il dramma recitato sarà il mezzo

per catturar la coscienza del re.

(Esce)


ATTO TERZO

SCENA I - Elsinore, una stanza nel castello.

Entrano il RE, la REGINA, POLONIO, OFELIA,

ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN

RE -                                                        E non potreste voi,

con velate domande, fargli dire([75])

qualche cosa di quel suo turbamento

che inasprisce la pace dei suoi giorni

in una torbida, insidiosa insania?

ROSENCRANTZ -                                  Ammette di non esser più se stesso,

ma si rifiuta di dirne la causa.

GUILDENSTERN -                                Né lo troviamo aperto e ben disposto

a lasciarsi sondare da noi due.

Quanto appena tentiamo d’invogliarlo

a dir qualcosa sul suo vero stato,

svicola, con astuta stravaganza.

REGINA -                                               V’ha bene accolto?

ROSENCRANTZ -                                                                              Da gran gentiluomo.

GUILDENSTERN -                                Facendo però assai forza a se stesso.

ROSENCRANTZ -                                  Avaro di domande,

ma alle nostre scioltissimo a rispondere.

REGINA -                                               Non avete tentato d’invogliarlo

a darsi qualche distrazione?

ROSENCRANTZ -                                                                                              Infatti,

signora, si dà il caso che per via

ci sia occorso di lasciarci dietro

alcuni commedianti qui diretti.

Gliene abbiamo parlato,

e ci sembrò che avesse un certo gusto

a udirne. Quelli sono ora a corte,

in qualche luogo, e credo abbian già l’ordine

di recitare innanzi a lui stasera.

POLONIO -                                            Proprio così; è stato anzi lui stesso

a dirmi di pregar le vostre altezze

di assistere anche loro allo spettacolo.

RE -                                                        Ma certo! Come no! Con tutto il cuore!

E non sapete quanto mi consola

apprendere ch’egli è sì ben disposto!

A voi, signori miei, di stimolarlo

ancora, indirizzandone lo spirito

a questo genere di distrazioni.

ROSENCRANTZ -                                  Va bene, vostra altezza, lo faremo.

(Escono Rosencrantz e Guildenstern)

RE -                                                        Andate pure voi, dolce Gertrude.

Abbiamo fatto, in tutta discrezione,

che Amleto venga qui,

sì che possa incontrarsi con Ofelia,

come fosse per caso:

il di lei padre ed io ci disporremo

da legittime spie, in modo tale

che potremo, vedendo non veduti,

dedurre dall’incontro miglior causa

di conoscenza della sua condotta,

e sapere s’è per la sua passione

o no, ch’egli si strugge in questo modo.

REGINA -                                               Farò come voi dite. In quanto a te,

Ofelia, m’auguro che le tue grazie

siano esse solo la felice causa

della stranezza che pervade Amleto,

sperando che le tue virtù squisite

lo rendano alle forme sue consuete,

per l’onore di entrambi.

OFELIA -                                                                                                     Dio lo voglia.

(Esce la regina)

POLONIA -                                            Ofelia, qui: comincia a passeggiare.

(Al re)

E noi, se non dispiace a vostra grazia,

andiamo intanto ad appostarci là.

(A Ofelia)

Mentre passeggi, leggi questo libro.

L’ostentazione d’un tale esercizio

può dar colore alla tua solitudine…

Troppo spesso noi siamo biasimati

in questo, ma è provato, arciprovato:

viso compunto e atteggiamento pio

riescono ad addolcire il diavolo.

RE -                                                        (A parte)

Troppo vero, ahimè!… Ma che frustata,

queste parole per la mia coscienza!

La guancia d’una avvizzita puttana

non è più brutta dell’immonda pàtina

che la copre, di quanto sia più sporco

dell’urbano e compunto mio parlare

il mio modo d’agire sotterraneo.

POLONIO -                                            Eccolo, monsignore. Ritiriamoci.

(Escono il re e Polonio)

Entra AMLETO

AMLETO -                                             Essere, o non essere…

questo è il nodo:([76]) se sia più nobil animo

sopportar le fiondate e le frecciate

d’una sorte oltraggiosa,

o armarsi contro un mare di sciagure,

e contrastandole finir con esse.

Morire… addormentarsi: nulla più.

E con un sonno dirsi di por fine

alle doglie del cuore e ai mille mali

che da natura eredita la carne.

Questa è la conclusione

che dovremmo augurarci a mani giunte.

Morir… dormire, e poi sognare, forse…

Già, ma qui si dismaga l’intelletto:

perché dentro quel sonno della morte

quali sogni ci possono venire,

quando ci fossimo scrollati via

da questo nostro fastidioso involucro?

Ecco il pensiero che deve arrestarci.

Ecco il dubbio che fa così longevo

il nostro vivere in tal miseria.

Se no, chi s’indurrebbe a sopportare

le frustate e i malanni della vita,

le angherie dei tiranni,

il borioso linguaggio dei superbi,

le pene dell’amore disprezzato,

le remore nell’applicar le leggi,

l’arroganza dei pubblici poteri,

gli oltraggi fatti dagli immeritevoli

al merito paziente,

quand’uno, di sua mano, d’un solo colpo

potrebbe firmar subito alla vita

la quietanza, sul filo d’un pugnale?

E chi vorrebbe trascinarsi dietro

questi fardelli, e gemere e sudare

sotto il peso d’un’esistenza grama,

se il timore di un “che” dopo la morte

- quella regione oscura, inesplorata,

dai cui confini non v’è viaggiatore

che ritorni - non intrigasse tanto

la volontà, da indurci a sopportare

quei mali che già abbiamo,

piuttosto che a volar, nell’aldilà,

incontro ad altri mali sconosciuti?

Ed è così che la nostra coscienza

ci fa vili; è così che si scolora

al pallido riflesso del pensiero

il nativo colore del coraggio,

ed alte imprese e di grande momento,

a cagione di questo, si disviano

e perdono anche il nome dell’azione.

(Vede Ofelia)

Ma zitto, adesso!… La leggiadra Ofelia!

Ninfa, nelle tue preci

rammemoràti siano i miei peccati.

OFELIA -                                               Mio buon signore, come s’è sentito

vostro onore, durante questi giorni?

AMLETO -                                             Oh, bene, bene, bene, umili grazie!

OFELIA -                                               Signore, ho qui con me vostri ricordi

che da tempo volevo ritornarvi.

Vi prego, riprendeteli.

AMLETO -                                                                                               Non io.

Non v’ho dato mai niente.

OFELIA -                                                                                                        Vostro onore,

voi ben sapete di avermeli dati;

e accompagnati pure da parole

spiranti tal profumo di dolcezza

da renderli oltremodo più preziosi.

Quel profumo è svanito. Riprendeteli.

A cuor gentile anche i doni più ricchi

si fan povera cosa,

se chi li dona si mostra crudele.

Eccoli, mio signore.

(Gli porge un pacchetto)

AMLETO -                                             (Ridendo)

Ah, ah! Voi siete onesta?

OFELIA -                                                                                                        Monsignore?…

AMLETO -                                             Siete bella?

OFELIA -                                                                            Che intende vostra altezza?

AMLETO -                                             Che essendo onesta e bella, come siete,

mai la vostra onestà dovrebbe ammettere

che si parli della bellezza vostra.

OFELIA -                                               Con chi potrebbe meglio accompagnarsi

la bellezza, se non con l’onestà?

AMLETO -                                             Oh, sì! Ma la bellezza ha tal potere

da far dell’onestà la sua ruffiana,

più di quanto non possa l’onestà

fare a sua somiglianza la bellezza.

Questo un tempo pareva un paradosso,

ma ora i tempi provano che è vero.

Una volta vi amavo.

OFELIA -                                                                                               Mio signore,

confesso, me l’avete dato credere.

AMLETO -                                             Non m’avresti dovuto prestar fede;

ché non si può innestare la virtù

sul nostro vecchio tronco

e fargli perdere la sua natura.

Io non t’ho mai amata.

OFELIA -                                               Tanto più mi considero ingannata.

AMLETO -                                             Va’ in un convento. Perché ti vuoi fare

procreatrice di peccatori? Anch’io

son virtuoso abbastanza, e tuttavia

mi potrei incolpar di tali cose,

da pensar che sarebbe stato meglio

mia madre non m’avesse partorito.

Sono molto superbo,

vendicativo, pieno d’ambizione,

con più peccati pronti ad un mio cenno

che pensieri nei quali riversarli,

o fantasia con cui dar loro forma,

o tempo sufficiente a consumarli.

Che ci fa al mondo un essere così?

Sempre a strisciare qui, tra cielo e terra?

Siamo grandi canaglie, tutti quanti:

farai bene a non credere a nessuno.

Va’, va in convento… Tuo padre dov’è?

OFELIA -                                               A casa, mio signore.

AMLETO -                                             Bada che sian serrate a lui le porte,

ch’egli non esca a far lo scemo. Addio.

(Fa per andarsene, poi torna indietro)

OFELIA -                                               (Tra sé)

O potenze celesti, soccorretelo!

AMLETO -                                             Se ti mariti, voglio darti in dote

questo pestilenziale ammonimento:

puoi rimanere casta come ghiaccio,

candida e pura come fior di neve,

ma non potrai sfuggire alla calunnia.

Perciò ti dico: vattene in convento.

O, se proprio hai bisogno di sposarti,

prenditi un gonzo, perché quelli dritti

sanno fin troppo bene

quali mostri sapete far di loro.([77])

Va’, chiuditi in convento. E presto. Addio.

(Fa ancora per andarsene, ed ancora torna indietro)

OFELIA -                                               (Tra sé)

O potenze celesti, risanatelo!

AMLETO -                                             Ho sentito che usi imbellettarti…

Dio t’ha dato una faccia, e tu ti mascheri.

Quando cammini vai ballonzolando,

sculetti, bamboleggi a destra e a manca,

chiamando coi nomignoli più strani

le creature di Dio…

e fai passare la tua sfrontatezza

per ignoranza… Va’, ce n’ho abbastanza.

È questo che m’ha fatto uscir di senno.

Sai che ti dico? Che è passato il tempo

dei matrimoni; quelli già sposati,

tranne uno,([78]) proseguano a campare;

ma gli altri resteranno come sono.

Va’, vattene in convento.

(Esce)

OFELIA -                                               Oh, qual nobile mente è qui sconvolta!

Occhio di cortigiano,

lingua di dotto, spada di soldato;

la speranza e la rosa del giardino

del nostro regno, specchio della moda,

modello d’eleganza,

ammirazione del genere umano,

tutto, e per tutto, in lui così svanito!…

Ed io, la più infelice e derelitta

delle donne, ch’ho assaporato il miele

degli armoniosi voti del suo cuore,

debbo mirare adesso, desolata,

questo sublime, nobile intelletto

risuonare d’un suono fesso, stridulo,

come una bella campana stonata;

l’ineguagliata sua forma, e l’aspetto

fiorente di bellezza giovanile

guaste da questa specie di delirio!…

Me misera, che ho visto quel che ho visto,

e vedo quel che seguito a vedere!

Entrano il RE e POLONIO. Ofelia resta in disparte.

RE -                                                        Amore, quello?… No, non è di là

che spira il vento.([79]) Né quel suo parlare,

benché scucito, era un parlare pazzo.

C’è qualche cosa in lui

su cui la sua tristezza sta covando,

ed ho una gran paura

che la covata sia pericolosa.

Perciò, per precauzione, ho già disposto

di spedirlo senz’altro in Inghilterra

a reclamare il tributo arretrato.

Altri mari, altre terre,

con le lor varie e diverse atmosfere

può darsi che riescano a fugargli

quel qualcosa che gli sta fitto in mente,

su cui batte e ribatte il suo cervello,

estraniandolo tanto da se stesso.

Che ne pensate?

POLONIO -                                                                                  Che l’idea è buona;

ma io persisto a credere, signore,

che al fondo ed al principio del suo male,

a renderlo così angosciato e triste,

è questo amore non contraccambiato.

Ebbene, Ofelia, non è necessario

che tu ci dica quello che t’ha detto

il principe. Abbiamo udito tutto.

(Esce Ofelia)

Signore, agite come più vi aggrada.

Però, se non vi sembri inopportuno,

sarebbe bene che, dopo la recita,

la regina sua madre

s’intrattenga con lui, da solo a sola,

e gli chieda di dirle la sua ambascia:

e che sia un parlare ben deciso.

Io, se non vi dispiace,

andrò a piazzarmi in luogo ove origliare

potrò il lor colloquio.

Se poi nemmeno lei ne viene a capo,

inviatelo pure in Inghilterra,

o confinatelo dove parrà

alla vostra saggezza.

RE -                                                                                                       Questo, questo!

Così sarà. Ché la pazzia dei grandi

non deve rimanere incustodita.

(Escono)

SCENA II - Elsinore, sala nel castello.

Entra AMLETO con tre ATTORI

AMLETO -                                             (Al primo attore)

La tirata, ti prego, devi dirla

come l’ho pronunziata io a te,

sciolta, in punta di lingua. Se la urli,

come fan tanti nostri attori d’oggi,

sarebbe come affidare i miei versi

alla bocca del banditore pubblico.

Non trinciar troppo l’aria con la mano,

così, gesticola invece con garbo;

giacché pure nel mezzo della piena,

della tempesta, e potrei dir nel vortice

della passione devi mantenere

sempre quel tanto di moderazione

che le dia una certa compostezza.

Ah, mi ferisce fino in fondo all’anima

quando ascolto un robusto giovanotto

imparruccato che riduce a brani

un discorso d’amore, lacerandolo,

per rintronar gli orecchi alla platea,

che capisce soltanto, la più parte,

oscure pantomime e gran baccano.

Metterei alla frusta quel gaglioffo

che ti fa un forzato Termagante,([80])

e un Erode più Erode del reale.([81])

Evitalo, ti prego.

PRIMO ATTORE -                                 Sì, vostro onore, ve lo garantisco.

AMLETO -                                             Però non esser troppo in sottotono,

ma làsciati guidare dal mestiere

e dalla personale discrezione.

Il gesto sia accordato alla parola

e la parola al gesto, avendo cura

soprattutto di mai travalicare

i limiti della naturalezza;

ché l’esagerazione, in queste cose,

è contraria allo scopo del teatro;

il cui fine, da quando è nato ad oggi,

è di regger lo specchio alla natura,

di palesare alla virtù il suo volto,

al vizio la sua immagine,

ed al tempo e all’età la loro impronta.

Se tutto questo dall’azione scenica

riesce esagerato o impicciolito,

potrà far ridere l’incompetente,

ma non potrà che urtare il competente

il cui giudizio deve aver per voi,

che siete del mestiere, più importanza

di un’intera platea di tutti gli altri.

Ho visto e udito attori

(e udito anche lodarli e stralodarli,

per non dire di più, quantunque privi

d’accento e di movenze nel gestire

non dico da cristiani o da pagani

ma nemmeno da uomini comuni),

recitare gonfiandosi,

sbuffando e urlando in modo sì scomposto

da far pensare che madre natura

abbia commesso a fabbricare uomini

a qualche manovale da strapazzo,

che li abbia impastati malamente,

tal era la maniera abominevole

con la quale imitavano il reale.

PRIMO ATTORE -                                 Spero che tutto questo in mezzo a noi

si sia corretto sufficientemente.

AMLETO -                                             Giova però correggerlo del tutto,

sì che chi fa la parte del buffone

badi a non dire più di quel che è scritto;

perché ci son di quelli che sghignazzano

per tutto il tempo già per conto loro,

sol per suscitare le risate

d’un certo numero di spettatori

ignoranti, ed a volte proprio là

quando dovrebbe farsi risaltare

qualche passaggio essenziale del dramma.

Questa è davvero roba da villani,

che dimostra una misera ambizione

in quello stolto che vi fa ricorso.

Ed ora andate pure a prepararvi.

(Escono gli attori)

(A Polonio)

Ebbene, signor mio, si degna il re

di assistere alla rappresentazione?

POLONIO -                                            Sì, mio signore, ed anche la regina.

Saranno qui tra poco.

AMLETO -                                                                                            Ottimamente.

Ordinate agli attori di affrettarsi.

(Esce Polonio)

(A Rosencrantz e Guildenstern)

Non vorreste anche voi sollecitarli?

I DUE -                                                   Va bene, monsignore.

(Escono)

Entra ORAZIO

AMLETO -                                                                                            Ehi, là, Orazio!

ORAZIO -                                               Eccomi, monsignore, per servirvi.

AMLETO -                                             Orazio, tu sei proprio l’uomo giusto

col quale mi sia occorso fino ad ora

di scambiare parola.

ORAZIO -                                                                                           Mio signore!…

AMLETO -                                             Non creder ch’abbia voglia di adularti.

Che guadagno potrei sperar da te

che non hai, per mangiare e per vestire,

altra rendita fuori del tuo ingegno?

A che pro adulare uno che è povero?

Lecchi pure, la lingua tutto zucchero

l’assurda pompa, il ridicolo sfarzo;

e le rotelle dei pingui ginocchi

si pieghino là dove il vile ossequio

può ritrarne profitto. Tu m’intendi.

Da quando questa cara anima mia

fu padrona di fare le sue scelte

e fu in grado di scegliere tra gli uomini,

essa ha marcato te del suo sigillo;

però che tu sei uno

che, di tutto soffrendo, sei capace

di non soffrir di nulla; sei un uomo

che ha saputo ricever dalla sorte

gli schiaffi e le carezze,

con pari spirito di gradimento.

E fortunati quelli in cui l’istinto

è così ben commisto al raziocinio

da non esser per la Fortuna un piffero

ch’ella possa suonare a suo talento

diteggiandolo come più le piace.

Portatemi quell’uomo

che non sia schiavo delle sue passioni

e io me lo terrò stretto sul cuore,

come faccio con te. Ma di ciò basta.

Stasera qui si rappresenta un dramma

innanzi al re; una scena del lavoro

è molto simile alle circostanze

ch’ho avuto già occasione di accennarti

in riguardi alla morte di mio padre.

Ti prego d’osservare attentamente,

durante tutto il corso dell’azione,

l’aspetto di mio zio: se a un certo punto

il rimorso della sua colpa occulta

non vien fuori da solo dalla tana,

quella che abbiam veduto l’altra sera

è l’ombra d’uno spirito dannato,

e le mie sono solo fantasie

più annebbiate dell’antro di Vulcano.

Scrutalo attentamente; per mia parte,

io gli terrò piantati gli occhi in faccia.

Confronteremo poi i due giudizi

su quello ch’egli avrà fatto apparire

alla vista d’entrambi.

ORAZIO -                                               D’accordo, mio signore. S’ei dovesse,

nel corso della rappresentazione,

tentar di trafugarci qualche cosa

e io non lo scoprissi,

sarò disposto a risarcire il furto.

Trombe. Marcia danese.

Entrano il RE, la REGINA, OFELIA, POLONIO.

ROSENCRANTZ, GUILDENSTERN, gentiluomini

di corte, guardie che recano torce.

AMLETO -                                             Vengono per il dramma;

è il momento per me di fare il tonto.

Tu vatti a scegliere un posto a sedere.

(Orazio si allontana)

RE -                                                        Beh, come sta nostro nipote Amleto?([82])

AMLETO -                                             In maniera eccellente,

faccio la dieta del camaleonte;([83])

mangio aria farcita di promesse,

nemmeno buona ad ingrassar capponi.

RE -                                                        Questa risposta tua non mi riguarda,

Amleto: son parole non per me.

AMLETO -                                             E neppure per me.

(A Polonio)

Sicché, signore,

un tempo avete anche voi recitato

all’università. Non è così?

POLONIO -                                            Infatti, monsignore,

ed ero reputato un buon attore.

AMLETO -                                             E che parte faceste?

POLONIO -                                                                                        Giulio Cesare.([84])

Venivo pugnalato in Campidoglio.

Era Bruto ad uccidermi.

AMLETO -                                             E dev’essere stato un vero bruto

per uccidere un tale vitellone!

(Va a sedersi a fianco di Ofelia)

Sono pronti gli attori?

ROSENCRANTZ -                                                                                    Sì, signore,

aspettano soltanto un vostro cenno.

REGINA -                                               Vieni, mio buon Amleto,

vieni a sederti qui, vicino a me.

AMLETO -                                             Vogliate perdonarmi, buona madre:

ho qui una più attirante calamita.

POLONIO -                                            (A parte al re)

Oh, oh, avete visto?

AMLETO -                                             Posso giacermi in seno a voi, signora?([85])

OFELIA -                                               No, questo no, signore.

AMLETO -                                             La testa, intendo, sopra al vostro grembo.

OFELIA -                                               Oh, questo sì, signore, accomodatevi.

AMLETO -                                             Pensavate che avessi per la mente

pensieri da villano?

OFELIA -                                               Non ho pensato a nulla, mio signore.

AMLETO -                                             È un pensiero gentile dopotutto

sdraiarsi tra le gambe di ragazze.

OFELIA -                                               Che dite, monsignore?

AMLETO -                                                                                               Niente, niente.

OFELIA -                                               Siete allegro, signore.

AMLETO -                                                                                               Allegro, io?

OFELIA -                                               Così mi sembra, mio signore.

AMLETO -                                                                                                            Oh Dio,

il vostro comico intrattenitore.([86])

Perché non si dovrebbe stare allegri?

Guardate un po’ com’è allegra mia madre,

col marito ch’è morto da due ore.

OFELIA -                                               Da due ore? Che dite, monsignore?

Son quattro mesi.

AMLETO -                                                                                      Ah, sì? Già tanto tempo?

Allora che si vesta a lutto il diavolo;

io mi voglio vestir di zibellino!([87])

Santo cielo! Morir due mesi fa,

e non essere ancor dimenticato!

Allora c’è speranza, per un grande,

che il suo ricordo possa sopravvivergli

almeno per lo spazio di mezzo anno;

ma dev’essere uno, per la Vergine,

che in vita sua ha costruito chiese;

altrimenti si deve rassegnare

alla sorte toccata al cavalluccio

in petto ai danzatori di moresca,([88])

l’epitaffio del quale porta scritto:

“Cucù, cucù, chi ti ricorda più?”

Trombe che annunciano l’inizio della pantomima.

Entrano due attori, uno vestito da re, l’altro da regina: lei s’inginocchia a lui, come a dimostrargli la sua devozione. Lui si pone a giacere su un’aiuola fiorita, e s’addormenta. Ella, vedendolo addormentato, s’allontana. Subito dopo entra un altro attore-uomo, toglie dal capo del re che dorme la corona, la bacia, versa da una fiala del liquido nell’orecchio del dormiente, e se ne va. Rientra la regina, vede il re morto, fa gesti di disperazione. L’avvelenatore, accompagnato da altri quattro, rientra, si avvicina alla regina, mostra di condividere il suo cordoglio. Il corpo del re morto è portato via dai quattro. L’avvelenatore corteggia la regina, porgendole doni. Ella sembra sul principio restia, ma poi accetta le profferte amorose di lui. Finita la pantomima, gli attori escono.

OFELIA -                                               (Ad Amleto)

Che vuol dire, signore, tutto questo?

AMLETO -                                             Maria Vergine, un maledetto intrigo;

vuol dire maleficio.

OFELIA -                                               Forse la pantomima

riguarda l’argomento del lavoro?

Entra il PROLOGO

AMLETO -                                             Ce lo dirà costui: i commedianti

non son capaci di tener segreti;

dicono tutto.

OFELIA -                                                                               Ce lo dirà lui,

allora, il senso della pantomima?

AMLETO -                                             Oh, sì, e anche di qualsiasi altra

che gli possiate sciorinar davanti.

Non abbiate vergogna a sciorinargliela,

lui non avrà vergogna a dirvi il senso.

OFELIA -                                               Siete maligno voi, siete maligno.

Ma ora voglio stare attenta al dramma.

PROLOGO -                                                        “Chinati innanzi alla vostra clemenza,

“per noi, per la tragedia, con licenza,

“chiediam che ci ascoltiate con pazienza”.

(Esce)

AMLETO -                                             È un prologo, o il motto di un anello?

OFELIA -                                               È stato breve.

AMLETO -                                                                             Come amor di donna.

Entrano gli attori RE e REGINA

RE -                                                                     “Ben trenta volte già di Febo il cocchio

“ha compiuto il suo viaggio

“intorno ai salsi lidi di Nettuno

“ed al rotondo suolo della Terra;

“ben trenta volte già dodici lune

“hanno, coi lor riflessi presi in prestito,

“compiuto il loro giro intorno al mondo,

“da quando Amore ha unito i nostri cuori

“e in santissimi nodi ha stretto Imene

“le nostre mani.

REGINA -                                                                                                 E possan sole e luna

“farci così contare tanti viaggi,

“prima che Amore ci possa disgiungere!

“Ma voi, da qualche tempo - me infelice! -

“siete malfermo, stanco, sì e mutato

“a tal punto da quello che eravate,

“che ho paura per voi. Ma, mio signore,

“malgrado i miei timori, non turbatevi,

“ché timore e amore nelle donne

“son di eguale misura: o sono niente,

“o tutto. Quanto sia l’amore mio,

“lo sapete per prova; e a sua misura

“sono le mie paure; e a grande amore

“i più lievi sospetti son paure;

“e là dove le piccole paure

“si fanno grandi, cresce anche l’amore”.

RE -                                                                     “Io ti debbo lasciare, amore mio,

“e sarà presto; ché io sono al termine

“delle mie forze; e tu, dopo di me,

“dovrai vivere, amata ed onorata,

“nel dolce mondo, e forse un altro sposo

“potrai, non meno degno…”

REGINA -                                                                                                                       “Oh, mio signore,

“tutto il resto degli uomini in malora!

“Un nuovo amore dentro questo petto

“sarebbe tradimento. Me dannata,

“se mi togliessi un secondo marito!

“Non tolse mai il secondo

“se non la donna che uccise il suo primo.

AMLETO -                                             (Tra sé)

Assenzio! Assenzio è questo!([89])

REGINA -                                                           “Amor non è, ma basso mercimonio

“quel che ispira un secondo matrimonio.

“Ucciderei di nuovo il mio diletto

“se nuovi amplessi concedessi a letto.

RE -                                                                     “Son certo che pensate quel che dite;

“ma troppo spesso furono tradite

“le promesse da prima stabilite:

“schiava della memoria è la promessa,

“violenta a nascere, ad agir dimessa;

“sul ramo resta il frutto finché è acerbo,

“maturo, cade, senz’uopo di nerbo.

“Scordiamo per natura troppo spesso

“quel che ciascuno di noi deve a se stesso.

“E ciò di cui nell’empito d’amore

“facciam promessa, morto quello, muore.

“Dolore e gioia, se non son discreti,

“distruggono a vicenda i lor decreti;

“dove gioia più ride, di repente

“il dolore più geme;

“gioia e dolore insieme

“si mutan l’un nell’altro per un niente.

“Il mondo non è immobile

“e non è strano che pur sia mutabile

“il nostro amor con la nostra fortuna.

“Però che il punto da provare è questo:

“se sia l’Amore a guidar la Fortuna,

“o la Fortuna a guidare l’Amore.

“Cade l’uomo potente,

“e fuggire vedrai da lui la gente

“sua favorita; sale il mendicante,

“si fa amici i nemici; e fino qui

“Amore fu che Fortuna seguì;

“perché chi non è stretto da indigenza

“amici ne avrà sempre in abbondanza;

“e chi vuole provare un falso amico

“nel bisogno, ne fa tosto un nemico.

“Ma per tornare a dove ho cominciato

“le nostre volontà e i nostri fati

“corron sì separati

“che ogni nostro disegno n’è frustrato.

“Nostri sono i pensieri,

“i loro fini sono a noi stranieri.

“Tu potrai pur pensare

“di non volere un secondo marito;

“un tal pensiero ti può abbandonare

“quando il tuo primo fosse dipartito.

REGINA -                                                           “Luce mi neghi il sole e pan la terra

“e sian chiusi al mio svago! E sempre in guerra

“col mio riposo sian le notti e i giorni!

“Ed in disperazione mi ritorni

“fede e speranza! Mia sola ambizione

“rimanga l’eremo d’una prigione.

“Sperda e distrugga tutte le mie voglie

“ogni contrario che la gioia toglie

“di raggiungerle; e vita tormentosa

“mi mandi Iddio se mi rifaccio sposa.”

AMLETO -                                             (Tra sé)

S’ella adesso rompesse il giuramento!

RE -                                                                     “È un forte giuramento.

“Diletta, lasciami qui per un poco;

“mi sento intorpidito, e vorrei tanto

“sedar nel sonno il tedio di quest’ora.

(S’addormenta sdraiato sull’aiuola fiorita)

REGINA -                                                           “Culli il sonno la tua mente, e sciagura

“mai tra noi veda la vita futura.”

AMLETO -                                             (Alla regina)

Madre, come vi sembra questa recita?

REGINA -                                               La dama si sbilancia, penso, troppo

a promettere.

AMLETO -                                                                             Oh, ma manterrà!

REGINA -                                               Conosci già la trama del lavoro?

Non c’è nulla che possa urtare alcuno?

AMLETO -                                             No, no, costoro fan tutto per gioco;

avvelenano, sì, ma per ischerzo.

Non c’è davvero nulla di offensivo.

RE -                                                        Il titolo?

AMLETO -                                                                   “La trappola per topi”…

Naturalmente in senso figurato.

Il dramma rappresenta un assassinio

avvenuto davvero in quel di Vienna.([90])

Gonzago il duca, Battista la moglie

i loro nomi. Vedrete tra poco.

Un atto infame da capolavoro.

Ma a noi che fa? Le vostre maestà

ed io abbiamo la coscienza libera,

non ci tocca. Che scalci pur la rozza

ricoperta di piaghe purulente:

noi i garresi ce li abbiamo sani!

Entra un attore, come LUCIANO

Questo è Luciano, nipote del duca([91]).

OFELIA -                                               Come coro, signore, siete bravo.([92])

AMLETO -                                             Saprei cavarmela anche da interprete

fra voi e il vostro amante,

se potessi veder amoreggiare

le vostre marionette.([93])

OFELIA -                                               Siete pungente, signore, pungente.

AMLETO -                                             Vi costerebbe un gemito

se mai cercaste smussarmi la punta.

OFELIA -                                               Sempre di meglio in peggio!

AMLETO -                                             Così voi donne ingannate i mariti.([94])

(A Luciano)

Assassino, incomincia! Tocca a te!

Licenzia quelle tue dannate smorfie,

e attacca. Avanti! Il corvo crocidante

è qua che gracchia e domanda vendetta!

LUCIANO -                                                         “Foschi pensieri, mani pronte, droga

“ad effetto sicuro, ora propizia

“e complice, e nessuno che mi veda.

“A te, atra mistura

“d’erbacce raccattate a mezzanotte,

“da Ecate tre volte avvelenata,

“tre volte infetta: mostra il tuo potere,

“la tua virtù capace di usurpare

“d’un sol colpo una vita alla natura”.

(Versa il veleno nell’orecchio del duca che dorme)

AMLETO -                                             (A Ofelia)

Lo avvelena in giardino, mentre dorme,

perché vuole carpirgli i suoi dominii.

Il suo nome è Gonzago. È storia vera,

e scritta in italiano, in bello stile.

Ora vedrete come l’assassino

si conquista l’amore della moglie

di quel Gonzago.

OFELIA -                                                                                     Il re s’è alzato in piedi.

AMLETO -                                             Che! Spaventato da uno sparo a salve?

REGINA -                                               (Al re)

Che avete, mio signore? State male?

POLONIO -                                            S’interrompa la rappresentazione!

RE -                                                        (A Polonio)

Fatemi luce. Andiamo.

POLONIO -                                                                                               Luce! Luce!

(Escono tutti, meno Amleto e Orazio)

AMLETO -                                                          “Pianga il cervo ferito,

“ed il cervo scampato salti in tondo,

“perché c’è chi sta sveglio e chi assopito,

“e così gira il mondo.”

Che te ne pare, Orazio? Andasse al Turco

ogni altra mia fortuna nella vita,

non pensi che mi basterebbe questo([95])

ed un ciuffo di piume sulla testa,

con paio di rose di Provenza

cucite sui calzari traforati

a ottenermi d’entrare in società

con una compagnia di commedianti?

ORAZIO -                                               A mezza quota.([96])

AMLETO -                                                                                         No, a quota intera.

(Recitando)

“Perché tu sai, Damone,

“questo regno in frantumi che cos’era:

“un Giove vi regnava, ed or v’impera

“un pavone”.([97])

ORAZIO -                                               M’aspettavo una rima più calzante.([98])

AMLETO -                                             Ah, buon Orazio, son pronto a puntare

mille sterline sulla verità

delle parole dello spettro. Hai visto?

ORAZIO -                                               Benissimo, signore.

AMLETO -                                             Quando l’attore parlò del veleno…

ORAZIO -                                               Non m’è sfuggito nulla.

AMLETO -                                                                                                   Ah, ah, ah!

Un po’ di musica!… Su dunque i flauti!

“Perché se al re la commedia non piace,

“beh, vuol dire, perdio, che gli dispiace!”

Su, su, un po’ di musica!

Entrano ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN.

GUILDENSTERN -                                Buon signor mio, vorrei, se m’è permesso,

scambiar con voi una parola.

AMLETO -                                                                                                            Oh, certo,

un intero discorso!

GUILDENSTERN -                                                                         Il re, signore…

AMLETO -                                             Già, il re; che n’è di lui?

GUILDENSTERN -                                È di là, ritirato, assai indisposto.

AMLETO -                                             Dal vino?

GUILDENSTERN -                                                      No, signore, dalla collera.

AMLETO -                                             La tua saggezza si dimostrerebbe

più ricca se tu andassi ad informare

di questo il suo dottore:

dovessi io prescrivergli la purga,

probabilmente lo sprofonderei

in una collera anche peggiore.

GUILDENSTERN -                                Signore mio cortese,

cercate di connettere il discorso

senza sviarlo sì selvaggiamente

dall’argomento che mi mena qui.

AMLETO -                                             Sono addomesticato.([99]) Parla pure.

GUILDENSTERN -                                Mi manda vostra madre, la regina.

È in grandissima pena.

AMLETO -                                                                                               Benvenuto!

GUILDENSTERN -                                Eh, no, mio buon signore,

non è una cortesia di buona lega

la vostra. Se vorrete compiacervi

di favorirmi una risposta a modo,

sarò in grado di adempiere all’incarico

che m’ha commissionato vostra madre;

se no, con tante scuse,

la mia missione è chiusa, e me ne torno.

AMLETO -                                             Non posso, amico.

rosencrantz -                                                                           Che cosa, signore?

AMLETO -                                             Darti una ragionevole risposta.

Il mio spirito è infermo.

Ma se ti può bastare una risposta

qual posso farti, essa è ai tuoi comandi;

o piuttosto, come mi dici tu,

a quelli della mia signora madre.

Non più di tanto. Ma veniamo al punto.

Mia madre, mi dicevi…

rosencrantz -                                                                                        Dice questo:

che la vostra condotta l’ha colpita

di profonda sorpresa e di stupore.

AMLETO -                                             O portentoso figlio, che tua madre

sai stupire così! Ma quale strascico

c’è alle calcagna di questo stupore?

Sarei proprio curioso di saperlo.

ROSENCRANTZ -                                  Ella desidera parlar con voi

da solo a solo nel suo gabinetto,

prima che andiate a letto.

AMLETO -                                                                                                      Obbediremo,

foss’ella nostra madre dieci volte.

Hai nient’altro da dirmi?

ROSENCRANTZ -                                                                                        Mio signore,

un tempo voi mi volevate bene.

AMLETO -                                             E te ne voglio ancora, te lo giuro,

su queste mani ladre e borsaiole.([100])

ROSENCRANTZ -                                  Buon signor mio, perché così smarrito?

Qual è la causa? Sbarrate voi stesso

la porta al vostro libero esternarvi,

nascondendo le pene ad un amico.

AMLETO -                                             Non faccio più carriera, amico mio.

ROSENCRANTZ -                                  Come potete dirlo, se il re stesso

v’indica come erede e successore

in Danimarca?

AMLETO -                                                                             Sì, “campa cavallo…”([101])

L’antico adagio è piuttosto ammuffito.

Entrano gli attori con flauti e zampogne

Oh, ecco i flauti. Datemene uno…

(Prende un piffero dalle mani di un attore)

(A Rosencrantz e Guildenstern)

Per finirla con voi: perché cercate

di venirmi di contro sopravvento,

come a volermi trarre nella rete?([102])

GUILDENSTERN -                                Signore, se il mio zelo è troppo ardito,

è la mia devozione ch’è importuna.

AMLETO -                                             Questa non l’ho capita bene, amico.

Non vorresti suonare questo piffero?

GUILDENSTERN -                                Non son capace.

AMLETO -                                                                                   Suonalo, ti prego.

GUILDENSTERN -                                Credetemi, non so…

AMLETO -                                                                                            Suvvia, ti supplico.

GUILDENSTERN -                                Non so dove toccarlo, monsignore.

AMLETO -                                             È facilissimo. Come mentire.

Governi con le dita questi buchi,

quest’altro qui col pollice,

e poi qui, con la bocca, gli dài fiato:

ne sortirà una musica parlante.

Eccoli, guarda, questi sono i buchi.

GUILDENSTERN -                                Ma non saprei come trarne una musica;

non so la tecnica dello strumento.

AMLETO -                                             Ebbene, vedi quanta poca stima

tu hai di me: pretendi di suonarmi,

pretendi di conoscere i miei tasti,

sradicarmi dal cuore il mio segreto,

vorresti farmi tutto risuonare

dalla nota più bassa fino al culmine

del mio registro… In questo strumentino

c’è tanta musica, suono eccellente,

eppure vedi, tu non sei capace

di trarlo fuori. Ma, sangue di Dio!,

credi ch’io sia più facile a suonare

d’una cannuccia? Tu mi potrai prendere

per qualunque strumento che vorrai,

tastarmi quanto vuoi: non puoi sonarmi.

Entra POLONIO

Che Dio vi benedica, monsignore!

POLONIO -                                            Signore, la regina vostra madre

vuole parlarvi, al più presto possibile.

AMLETO -                                             Vedete quella nuvola laggiù?([103])

Non ha quasi la forma d’un cammello?

POLONIO -                                            Càspita! Ci somiglia veramente!

AMLETO -                                             O piuttosto, direi, ad un donnola.

POLONIO -                                            Dal dorso, infatti, sì, sembra una donnola…

AMLETO -                                             O una balena…

POLONIO -                                                                               Proprio, una balena.

AMLETO -                                             Allora vado da mia madre, subito.

(Tra sé)

Tendono l’arco della mia ragione

fino a spezzarlo!…

(Forte)

Sì, ci vado, subito.

POLONIO -                                            Bene, signore. Vado ad annunziarglielo.

(Esce)

AMLETO -                                             (Tra sé)

“Subito” è presto detto.

(Forte)

Amici, ora lasciatemi, vi prego.

(Escono tutti, Rosencrantz, Guildenstern e suonatori)

È l’ora più stregata della notte,

quando sbadigliano i cimiteri

ed esala l’inferno il suo contagio

sul mondo. Potrei bere caldo sangue,

ora, e compiere azioni così turpi

che a vederle si scrollerebbe il mondo.

Ma calma: ora vado da mia madre.

Cuore, non perdere la tua natura;

che mai non entri in questo saldo petto

l’anima di Nerone.([104]) Che con lei

io sia crudele, ma non snaturato.

Con lei vorrò parlare di pugnali,

ma non usarne; in questa ipocrisia

s’alleino tra loro lingua e anima:

qualunque suoni nelle mie parole

rampogna atroce a lei, anima mia,

non voler dare ad essa alcun suggello.([105])

(Esce)

SCENA III - Elsinore, una sala nel castello.

Entrano il RE, ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN

RE -                                                        Non mi piace, com’è.

Non c’è più sicurezza qui per noi,

a lasciar che la sua pazzia si sfreni.

Perciò restate pronti:

io faccio preparare immantinente

le credenziali per il vostro incarico,

ed egli partirà per l’Inghilterra

insieme a voi. Non può il nostro regno

rassegnarsi ad un rischio sì incombente

come quello che cresce d’ora in ora

nel suo cervello.

GUILDENSTERN -                                                                      Ci terremo pronti.

È santo e sacrosanto il vostro scrupolo

di vigilare all’incolumità

dei tanti e tanti che in vostra maestà

trovan ragion di vita e di sostegno.

Ogni umano individuo, nel suo singolo,

deve cercare di evitar disgrazie

mettendo in opera tutta la forza

e la corazzatura del suo animo;

tanto più vi è tenuta quella mente

dal cui stato di sanità dipende

e riposa la vita di molti altri.

La maestà non muore mai da sola;

essa, cadendo, come un grande gorgo

risucchia tutto quello che ha dattorno;

è come una massiccia, enorme ruota

fissata in cima alla più alta vetta

nei cui giro di razzi sono appesi

diecimila altri pezzi più leggeri;

quando rovina, tutti quei frammenti

rovinano con lei, paurosamente,

travolti nel fragore del disastro.

Non c’è pianto di re

che non si muti in general lamento.

RE -                                                        Preparatevi dunque in tutta fretta,

vi prego, a questo viaggio;

vogliamo porre ceppi a una minaccia

che ora corre troppo a piede libero.

I DUE -                                                   Ci affretteremo al massimo, signore.

(Escono Rosencrantz e Guildenstern)

Entra POLONIO

POLONIO -                                            Mio signore, sta andando da sua madre,

nello studio di lei;

ed io mi acquatterò dietro un arazzo

per udire il colloquio. Son sicuro

che gli darà una buona strigliata;

gioverà tuttavia, come voi dite,

e saggiamente, che qualche altro orecchio

oltre quello materno, per natura

troppo parziale, stia ad origliare

in luogo adatto quello che si dicono.

A presto, mio sovrano.

Tornerò prima che andiate a dormire

a riferirvi quel che avrò sentito.

RE -                                                        Grazie, mio buon signore.

(Esce Polonio)

Il mio delitto è putrido!

Fa sentire il suo lezzo fino al cielo!

E porta il segno dell’originaria

prima maledizione… il fratricidio!

Vorrei tanto pregare, ma non posso;

la mia colpa è più forte

della mia volontà, e la soverchia.

Son come uno che, a due opre intento,

è indeciso da dove cominciare,

e le abbandona entrambe.

E che, dunque, se pur questa mia mano

fosse tutta ingommata a doppio strato

del sangue d’un fratello,

non ha pioggia bastante il dolce cielo

a rendermela bianca come neve?

A che serve la grazia

se non ad affrontare faccia a faccia

il peccato? E che forza ha la preghiera

se non di trattenerci dal cadere,

e, se caduti, farci perdonare?

Posso dunque levare gli occhi in alto:

la mia colpa è passata.

Ma quale forma dare alla preghiera

nel mio stato: “Perdona il mio delitto?”…

Non può giovarmi; ché posseggo ancora

le cose per le quali ho assassinato:

il trono, la corona, la regina,

la mia ambizione così soddisfatta.

Si può ottener perdono

conservando gli effetti della colpa?

Nelle corrotte vie di questo mondo

la mano delittuosa, se dorata,

può scampare al rigore della legge;

e non di rado s’è vista la legge

farsi comprar dai frutti del delitto.

Ma lassù è diverso. Non si scappa.

Lassù l’azione si mostra com’è,

e noi là siamo posti faccia a faccia

con i nostri peccati, naso a naso,

chiamati a renderne il dovuto conto.

Allora che mi resta? Il pentimento?

Che non può il pentimento? Ma che può

per uno che non sa come pentirsi?

O sciagurata condizione! O cuore,

nero come la morte!

O tu, avviluppata anima mia,

che più t’affanni e lotti a liberarti,

più rimani intricata! Angeli, aiuto!

Accorrete a far impeto su me!

Piegatevi, proterve mie ginocchia!

E tu, cuore, la tua fibra d’acciaio

come nervo d’infante rendi molle.

Tutto può esser bene.

(Si allontana e s’inginocchia)

Entra AMLETO

AMLETO -                                             (Vedendo lo zio in preghiera)

Sarebbe ora il momento, mentre prega…

ed ora lo farò… così va in cielo,([106])

ed io son vendicato… Vendicato?…

Questo merita d’esser riflettuto.

Qui c’è un ribaldo che uccide mio padre;

ed io, unico figlio di quel padre,

spedisco quel ribaldo dritto in cielo?…

Questa non è vendetta, è dargli un premio,

una mercede per servizio reso!

Egli colse mio padre appena sazio

di cibo, impreparato innanzi a Dio,

in un momento in cui i suoi peccati

erano ancora in piena fioritura,

freschi al pari di un maggio; e chi lo sa

qual ne sia stato il conto innanzi al cielo?

Per quello che ci è dato di pensare,

considerati tempo e circostanze,

il carico doveva essere grave.

Eppoi, sarei io dunque vendicato

a colpirlo così, proprio nell’atto

in cui si purga dai peccati l’anima,

pronto e maturo al suo trapasso?… No,

ferma, mia spada, tu devi conoscere

per ciò ben più terribile momento:

quand’egli sarà ebbro addormentato,

o in preda alla sua rabbia, o tutto immerso

nel piacere incestuoso del suo letto,

o fra le sue bestemmie mentre gioca,

e insomma in qualche azione, qual che sia,

ma che non abbia sapor di salvezza:

è lì che devi dargli lo sgambetto,

sì che con le calcagna scalci il cielo

ed abbia l’anima dannata e nera

come l’inferno, dove dovrà andare!

Ma m’aspetta mia madre: questo farmaco

non farà che protrar la tua condanna.([107])

(Esce)

RE -                                                        (Rialzandosi)

Le mie parole volano,

e i miei pensieri sempre in terra stanno;

ma senza questi, quelle in ciel non vanno.

(Esce)

SCENA IV - L’appartamento della regina

Entrano la REGINA e POLONIO

POLONIO -                                            Sta arrivando. Toccatelo sul vivo.

Ditegli che con le sue stravaganze

è andato veramente oltre ogni limite

perché si possa ancora tollerarle;

che è stata vostra grazia ad interporsi

per proteggerlo da una grande collera.

Io starò qui in silenzio ad ascoltare.

Siate con lui risoluta, vi prego.

AMLETO -                                             (Da dentro)

Madre! Madre!

REGINA -                                               (Rispondendo a Polonio)

Potete star sicuro.

Ma ritiratevi. Sento che arriva.

(Si siede. Polonio va a nascondersi dietro il tendaggio)

Entra AMLETO

AMLETO -                                             Ebbene, madre, che c’è?

REGINA -                                                                                                    C’è, Amleto,

ch’hai molto offeso tuo padre.

AMLETO -                                                                                                                  Anche voi,

avete molto offeso il padre mio.

REGINA -                                               Evvia, su, queste son risposte oziose.

AMLETO -                                             E le vostre domande maliziose.

REGINA -                                               Ehi, come parli Amleto?

AMLETO -                                                                                                   Come parlo…

REGINA -                                               Ti dimentichi forse chi son io?

AMLETO -                                             No, per la Croce! Siete la regina,

moglie al fratello del vostro marito

nonché - così non fosse! - madre a me.

REGINA -                                               Ah, è così? Ti troverò qualcuno

allora che saprà come parlarti.

(Fa per alzarsi)

AMLETO -                                             Oh, no, sedetevi, non vi muovete

prima ch’io v’abbia messo avanti agli occhi

uno specchio nel quale rimirare

la parte più segreta di voi stessa.

REGINA -                                               Che mai vorresti fare? Forse uccidermi?

Soccorso, gente!

POLONIO -                                            (Da dietro il tendaggio)

Aiuto! Aiuto! Aiuto!

AMLETO -                                             (Sguainando la spada)

Che c’è là dietro, un sorcio?…

(Affonda la spada nel tendaggio)

Morto!… Mezzo ducato che l’ho preso!

POLONIO -                                            (c.s.)

Ohi, ohi, io sono ucciso!… Son finito!

(Stramazza dal tendaggio e muore)

REGINA -                                               Ahimè, che hai fatto?

AMLETO -                                                                                            Non lo so. È il re?

REGINA -                                               Oh, quale azione truce e sanguinosa

è mai questa!

AMLETO -                                                                             Un’azione sanguinosa!

Quasi così cattiva, buona madre,

come quella di assassinare un re

e sposarne il fratello.

REGINA -                                               Assassinare un re?

AMLETO -                                                                                         Così ho detto.

(Solleva il tendaggio e scopre il corpo di Polonio)

Addio, tu, miserabile balordo,

temerario e indiscreto ficcananso!

T’avevo preso per uno più alto.([108])

Avrai imparato una volta per tutte

quant’è pericoloso il troppo zelo.

In ogni caso, hai quello che ti spetta.

(Alla madre)

E smettete di torcervi le mani!

Sedete e zitta, ch’io vi torca il cuore:

perché questo farò,

se è fatto di materia penetrabile,

e se l’uso dannato che ne fate

non ve l’ha reso duro come bronzo,

tanto da farlo diventar coriaceo

e refrattario ad ogni sentimento.

REGINA -                                               Che ho fatto perché ardisca la tua lingua

dimenarsi con tanta villania

contro di me?

AMLETO -                                                                                Un’azione

che sfigura la faccia della grazia

e che fa arrossir la verecondia,

un’azione che strappa via la rosa

dal volto dell’amore genuino

per deporvi un bubbone purulento;

un’azione che rende falsi e nulli

i voti delle nozze

come quelli d’un giocator di dadi;

Oh, un’azione tale

è come se strappasse via dal corpo

d’un contratto in comune stabilito

l’anima stessa, e fa d’un sacro rito

una vana accozzaglia di parole!

Il cielo stesso avvampa di rossore

nel volger la sua faccia

su questa massa solida e compatta,

come di fronte al Giudizio finale…

nauseato dall’atto.

REGINA -                                                                                        Ohimè, che atto

sarà mai questo che ruggisce e tuona

così, avanti d’esser nominato?([109])

AMLETO -                                             Guardate questo ritratto, e quest’altro:

sono le immagini di due fratelli.

Osservate la grazia ch’era assisa

su questo volto: ricci d’Iperione,([110])

fronte degna di Giove, occhio di Marte

sempre pronto alla sfida ed al comando;

atteggiamento di Mercurio Araldo

nell’atto in cui si posa sopra un colle

che bacia il cielo: un’armonia di forme

nella quale sembrava che ogni dio

avesse impresso il suo proprio suggello

per dare al mondo la perfetta immagine

d’un uomo. Questo era il vostro sposo.

Attenta adesso a quel che viene dopo.

Questo è vostro marito:

una spiga infettata dalla ruggine,

ch’ha infettato e corrotto il seme sano

di suo fratello… Ma gli occhi, li avete?

Come avete potuto abbandonare

i pascoli di questo monte aprico

per grufolare in questo immondezzaio?

Avete occhi, dico?… Non mi dite,

per carità, che è stato per amore!

All’età vostra ogni bollor di sangue

s’addolcisce e s’accorda alla ragione;

ma qual ragione potrebbe decidere

di passare così, da questo a quello?

Discernimento, certo, voi ne avete,([111])

ché non potreste avere volontà,

ma questo senso è in voi paralizzato

sicuramente, perché la follia

non peccherebbe; né il discernimento

fu mai tanto asservito al vaneggiare

da non sapere conservare in sé

un minimo di facoltà di scelta

di fronte ad un sì chiaro paragone.

Qual è stato il demonio

che v’ha presa così a mosca cieca?([112])

Occhi che fossero privi del tatto,

tatto che fosse privo della vista,

orecchi senza mani e senza occhi;

odorato da solo, senza gli altri,

o anche solo una parte malata

d’un solo senso, non avrebbe agito

in un modo così sconsiderato.

O Vergogna, dov’è il tuo rossore!

Dannata ribellione della carne,

che puoi ancor destare la tua vampa

nel cuore d’una femmina matura!

Allora per l’ardente giovinezza

sia cera la virtù, e si liquefaccia

con l’ardore della sua stessa fiamma!

Né si gridi vergogna

se un impulsivo ardore ci assalisca,

ché pure il ghiaccio si fa fuoco vivo

se alla voglia è mezzana la ragione.

REGINA -                                               Oh, basta, finalmente, Amleto! Basta!

Tu mi fai volger gli occhi in fondo all’anima,

e là io vedo sì macchie nere

e sì tenaci, che nessun lavacro

sarà capace più di cancellare.

AMLETO -                                             No, certo, ma seguiteranno a vivere

nel fetore d’un talamo lardoso,

crogiuolandosi nella corruzione,

tra carezze ed amplessi, e a far l’amore

in un sudicio brago…

REGINA -                                                                                              Amleto, basta!

Le tue parole m’entran negli orecchi

come pugnali. Basta, dolce Amleto!

AMLETO -                                             Un assassino ed un vile! Uno sguattero

che non vale il ventesimo d’un decimo

del vostro primo sposo, un re da ridere,

un ladrone del regno e del governo,

che ha trafugato il prezioso diadema

da uno scaffale, e se l’è messo in testa…

REGINA -                                               Oh, basta!…

AMLETO -                                                                         … un re di toppe e sovrattoppe!

Entra lo SPETTRO

(Allo spettro)

O angeli del cielo, miei custodi,

proteggetemi con le vostre ali!([113])

Che chiede la tua nobile figura?

REGINA -                                               O me infelice! È veramente pazzo!([114])

AMLETO -                                             Vieni forse a coprire di rampogne

la negligenza di questo tuo figlio

che, consunto dal tempo e dalla rabbia,

trascura di eseguire il tuo comando,

importante e terribile?… Su, parla.

SPETTRO -                                             Non ti dimenticare. Questa visita

vuole solo aguzzare il tuo proposito

ormai quasi smussato. Ma tua madre

guarda, lo smarrimento sul suo volto.

Oh, mettiti fra lei e la sua anima

sì combattuta: in più debole corpo

più forte agisce l’immaginazione.

Parlale dunque, Amleto.

AMLETO -                                             Che cos’è che vi turba, mia signora?

REGINA -                                               Ahimè, dimmelo tu quel che ti turba,

che fissi gli occhi al vuoto,

e discorri con l’etere incorporeo.

Quasi ti schizza l’anima dagli occhi,

i tuoi lisci capelli stanno ritti

come soldati desti dall’allarme,

quasi animate escrescenze del capo.

Diletto figlio, spruzza qualche goccia

di serena pazienza sul bruciore

del tuo malessere… Ma dove guardi?

AMLETO -                                             A lui! A lui! A lui!

Guardate come splende il suo pallore!

Se quella sua figura e la sua causa

parlassero alle pietre,

farebbero sensibili anche quelle!

(Allo spettro)

Non guardarmi così,

che tutta la pietà d’un tal tuo gesto

non muti la mia fredda decisione:

se quello che ho da fare si scolora,

saranno solo lacrime e non sangue.

REGINA -                                               Ma a chi parli?

AMLETO -                                                                                Laggiù, vedete nulla?

REGINA -                                               Nulla; e pur vedo tutto ciò che è.

AMLETO -                                             E non avete nulla udito?

REGINA -                                                                                                    Nulla,

all’infuori di noi.

AMLETO -                                                                                   Guardate là.

Guardate come se ne fugge via…

Mio padre, nei suoi abiti da vivo.

Eccolo là, sta uscendo dalla porta.

(Esce lo spettro)

REGINA -                                               Son tutte fantasie del tuo cervello.

Il delirio è maestro

nel crearsi queste incorporee forme.

AMLETO -                                             Delirio!… Il polso mio pulsa normale,

un battito scandito, come il vostro,

una musica sana, come il vostro.

Non è follia quel che ho detto poc’anzi;

mettetemi alla prova:

lo ripeto parola per parola.

La follia se n’andrebbe divagando

a caracollo. Per amor di Dio,

madre, non vi spalmate adesso il cuore

col dolce balsamo dell’illusione

che a spingermi a parlarvi in questo modo

di queste cose sia la mia follia

e non la vostra colpa.

Sarebbe come stendere su un’ulcera,

per coprirla, una sorta di pellicola

quando la corruzione cancrenosa

va sotto sotto tutto imputridendo.

Confessatevi al cielo,

pentitevi di quel che avete fatto,

cercate di schivare il da venire,

e di non concimare la malerba

perché non cresca ancor più rigogliosa.

E perdonate a me la mia virtù,

giacché in tempi di grascia come questi,

in mezzo a tanto grasso, la virtù

è costretta a implorar perdono al vizio

e a chiedergli in ginocchio,

il permesso di procurargli bene.

REGINA -                                               Amleto, m’hai spaccato il cuore in due.

AMLETO -                                             Gettate via la parte d’esso guasta,

e vivete più pura con quell’altra…

E così, buonanotte…

Ma non tornate al letto di mio zio.

Assumete su voi una virtù

se proprio non l’avete: l’abitudine,

questo mostro che ci divora sensi,

diavolo delle usanze, in questo è un angelo

che all’esercizio d’atti onesti e puri

fornisce una divisa, una livrea

che ci si adatta addosso facilmente.

Fate astinenza, almeno questa notte;

questo vi renderà più tollerabile

la prossima, e ancor più le seguenti:

l’abitudine può quasi cambiare

l’impronta dataci dalla natura,

piegare il diavolo, o cacciarlo via

del tutto, con meravigliosa forza.

Ancora, buona notte.

E quando sentirete il desiderio

d’una benedizione,

sarò io ad implorar la vostra.

(Indicando il corpo di Polonio)

Quanto a questo messere, io mi pento.

Ma è piaciuto alla volontà del cielo

di punir me con lui, e lui con me,

facendo sì ch’io fossi suo flagello

e ministro.([115]) Vedrò di sistemarlo

e son pronto a risponder di persona

della sua morte. Ancora buona notte.

Sono costretto ad essere crudele

per essere pietoso… Malo inizio,

e il peggio resta ancora da venire.

Buona signora, un’ultima parola.

REGINA -                                               Che vuoi che faccia?

AMLETO -                                                                                            Nulla,

di quello che v’ho chiesto che faceste.

Che il tronfio re vi tenti nel suo letto,

dandovi pizzicotti sulle guance,

con scherzosa lascivia,

e chiamandovi “topolino mio”

tra un bacio e l’altro; e tastandovi il collo

con quelle dita che sanno di rancido,

vi spinga a dirgli tutta la faccenda:

cioè che non è vero ch’io son pazzo,

ma che lo son soltanto per astuzia.

Bello davvero, se glielo direte!

Perché chi altro se non la regina

che voi siete, leggiadra, sobria, saggia,

potrebbe mai tener celato a un rospo,

a un pipistrello, ad un gatto bastardo

un sì prezioso segreto? Chi altro?

No, sia pure a dispetto d’ogni logica,

d’ogni prudenza e d’ogni discrezione,

scoperchiate il paniere ch’è sul tetto,

fatene volar via tutti gli uccelli,

e poi, come la scimmia della favola,

saltate nel paniere,

per vedere anche voi quel che succede,

e giù, rompetevi il collo cadendo.([116])

REGINA -                                               Sta’ sicuro: se la parola è fiato

e il fiato è vita, io non ho più vita

per dare fiato a quanto tu m’hai detto.

AMLETO -                                             Pare ch’io debba andare in Inghilterra.

Lo sapevate?

REGINA -                                                                              Ahimè, m’era sfuggito.

È stato ufficialmente decretato.

AMLETO -                                             Le credenziali sono già stilate

e sigillate; i miei bravi compagni

dei quali, in verità, mi fido tanto

quanto di due serpenti velenosi,

hanno già ricevuto il lor mandato.

Spetterà a loro spazzarmi il cammino

che mi deve menare al trabocchetto.

S’accomodino. Sarà un bello spasso

veder saltare in aria il bombarolo

per lo scoppio del suo stesso petardo;

e non mi sarà facile,

ma scaverò di sotto alle lor mine

tanto da farci scoppiare la mia

e da scaraventarli sulla luna.

Sapeste che delizia

quando due trame di senso contrario

vanno a scontrarsi sulla stessa pista!

(Cercando di rialzare il corpo di Polonio)

Questo signore mi fa far bagaglio.

Vedrò di trascinar questa trippaglia

nella stanza vicina. Buona notte.

Beh, madre, questo vostro consigliere

finalmente mi pare assai tranquillo,

composto, riservato, anche solenne.

E dire che da vivo era un gaglioffo,

non si sa se più stolto o chiacchierone.

Di nuovo buona notte, madre mia.

(Esce trascinandosi il corpo di Polonio)


ATTO QUARTO

SCENA I - Elsinore, stanza nel castello.

Entrano il RE, la REGINA, ROSENCRANTZ,

e GUILDENSTERN.

RE -                                                        (Alla regina)

Questi vostri sospiri,

questi vostri sussulti hanno un perché?

Voi dovete tradurli; è bene intenderli.

Vostro figlio dov’è?

REGINA -                                               (A Rosencrantz e Guildenstern)

Per cortesia, lasciateci un momento.

(Escono i due)

Ah, mio signore, che ho visto stanotte!

RE -                                                        Che mai, Gertrude?… Amleto?

REGINA -                                               Pazzo, furioso come il mare e il vento

quando lottan fra loro a chi è più forte!

In uno dei suoi scatti incontrollati,

nell’udire qualcosa in movimento

dietro l’arazzo, sfoderò la spada

gridando: “Un sorcio, un sorcio!”

e nel suo cieco turbamento ha ucciso,

senza vederlo, quel povero vecchio.

RE -                                                        Ah, questo è grave! Fossi stato io

a quel posto, per me era finita!

Ah, la sua libertà è una minaccia

per tutti… noi, voi, chiunque altro.

Ahimè, come rispondere

ora di un atto così sanguinoso?

Sarà dedotto certo a nostro carico

con l’accusa che fummo imprevidenti,

che non sapemmo tenere al guinzaglio

questo giovane pazzo,

relegandolo fuori d’ogni contatto.

Il nostro affetto non ci fe’ connettere

il da farsi; ed abbiam così lasciato,

come chi sia da sconcio morbo affetto,

che il male si nutrisse alimentandosi

del suo stesso midollo… Dov’è ora?

REGINA -                                               A trar da parte il corpo dell’ucciso;

ché in ciò la sua follia

si mostra pura come vena d’oro

tra una miniera di metalli vili.

Piange per ciò che ha fatto.

RE -                                                                                                                    Ebbene, andiamo,

Gertrude. Il sole non avrà toccato

le montagne, che noi lo imbarcheremo.

Sarà questione adesso, per noi due,

di coprire e scusare in faccia a tutti,

con la nostra maestà e abilità,

questo vile misfatto.

(Chiamando)

                                               Guildenstern!

Rientrano ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN

Amici, andate entrambi uniti ad altri

d’aiuto: Amleto nella sua pazzia

ha trucidato il povero Polonio,

e lui stesso l’ha trascinato via

fuori dal gabinetto di sua madre.

Cercatelo, ammansitelo,

e portate il cadavere in cappella.

Fate presto, vi prego, non c’è tempo!

(Escono Rosencrantz e Guildenstern)

Vieni, Gertrude, riuniamo subito

i più assennati nostri cortigiani

per informarli di quanto è successo

e di come intendiamo contenerci;

sperando di far sì che la calunnia,

il cui bisbiglio corre intorno al mondo

come un proiettile verso il bersaglio

caricato a veleno…

potrà forse mancare il nostro nome

andando a colpir l’aria invulnerabile.

Venite. Ho l’animo scombussolato,

traboccante d’angoscia e di stupore.

(Escono)

SCENA II - Elsinore, altra stanza nel castello.

Entra AMLETO

AMLETO -                                             Sistemato al sicuro.

VOCI D’UOMO -                                   (Da dentro)

Principe Amleto!

AMLETO -                                                                                   Sssst! Chi è che chiama?…

Chi chiama Amleto?… Oh, sono quei due!

Entrano ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN

rosencrantz -                                  Che avete fatto del morto, signore?

AMLETO -                                             Mescolato alla polvere,

un suo affine.

ROSENCRANTZ -                                                                  Diteci dov’è;

lo dobbiamo portar nella cappella.

AMLETO -                                             Non crediatelo.

ROSENCRANTZ -                                                                     Credere? Che cosa?

AMLETO -                                             Che il segreto io sappia mantenerlo

per voi e non per me. E per soverchio,

essere interrogato da una spugna…

Che può rispondergli un figlio di re?

ROSENCRANTZ -                                  Mi date della spugna, monsignore?

AMLETO -                                             Signorsì, una spugna, che del re

assorbisce i favori, le prebende,

le pappatoie. Ma, alla fin dei conti,

uomini come voi

servono meglio al re: vi tiene in serbo,

come la scimmia tiene la nocciola

in un angolo della sua mascella:([117])

primi imboccati, ultimi ingoiati.

E quando avrà bisogno di sapere

quello che siete andati spigolando,

gli basterà strizzarvi e, come spugne,

ritornerete asciutti come prima.

ROSENCRANTZ -                                  Non vi capisco proprio, monsignore.

AMLETO -                                             Meglio così: discorso canagliesco

in stolto orecchio dorme.([118])

ROSENCRANTZ -                                                                                              Mio signore,

diteci il luogo dove sta quel corpo,

e poi venite insieme a noi dal re.

AMLETO -                                             Il corpo è con il re,

ma il re non è col corpo.([119]) Il re è una cosa…

GUILDENSTERN -                                Una cosa, signore?…

AMLETO -                                                                                            Sì, da nulla.

Portatemi da lui.

(Tra sé)

Volpe, nasconditi,

ed avvenga che può.

(Escono)

SCENA III - La stessa

Entra il RE con alcuni cortigiani

RE -                                                        Ho mandato a cercarlo,

e a trovare il cadavere. Quest’uomo

è un pericolo, se lasciato libero!

E tuttavia dobbiamo stare attenti

a non gravar la mano su di lui:

è troppo amato dal volgo balordo

che segue, nelle sue predilezioni,

il suo occhio piuttosto che il suo senno,

e in casi come questo,

si dà peso al castigo del colpevole,

ma mai alla sua colpa.

Perché tutto si svolga dolce e piano,

questo improvviso suo allontanamento

deve sembrare a tutti il risultato

di una ben ponderata decisione.

A male estremo, estrema medicina.

Se no, meglio lasciarlo star così.

Entrano ROSENCRANTZ e altri

Ebbene, che è successo?

ROSENCRANTZ -                                                                                           Mio sovrano,

non c’è verso di fargli uscir di bocca

dove ha messo il cadavere.

RE -                                                                                                                    Dov’è?

ROSENCRANTZ -                                  Fuori, signore, sotto buona guardia,

in attesa di vostre decisioni.

RE -                                                        Conducetelo qui.

ROSENCRANTZ -                                  (Chiamando)

Ehi, Guildenstern!

Per favore, introduci monsignore.

Entra GUILDENSTERN con AMLETO

RE -                                                        Ebbene, Amleto, Polonio dov’è?

AMLETO -                                             A cena.

RE -                                                                           A cena, dove?

AMLETO -                                             Non dove mangia, ma dove è mangiato;

ha tutta un’adunata intorno a sé

di politici vermi. Per la dieta

il verme è il nostro solo imperatore:

noi uomini mettiamo ad ingrassare

tutte l’altre creature della terra

per ingrassarci, e noi ingrassiamo i vermi.

Un grasso re ed un magro mendicante

non sono che due piatti,

due portate d’un unico banchetto.

Finisce tutto là.

RE -                                                                                              Ahimè! Ahimè!

AMLETO -                                             Un uomo può pescare con un verme

che s’è mangiato un re, e mangiare il pesce

che ha mangiato quel verme.

RE -                                                                                                                       Che vuoi dire?

AMLETO -                                             Null’altro che spiegarvi come un re

possa trovarsi ufficialmente in viaggio

nelle budella d’un povero diavolo.

RE -                                                        Beh, insomma, dove sta Polonio?

AMLETO -                                                                                                                     In cielo.

Mandate alcuno a rintracciarlo là.

E se il vostro inviato non lo trova,

cercatelo da voi nell’altro posto.

Se poi non lo trovate in capo a un mese,

ne potrete annusare la presenza

nel salire le scale della loggia.

RE -                                                        (Ad alcuni del seguito)

Cercatelo lassù.

AMLETO -                                                                                   Senza premura.

Tanto v’aspetta, non si muove più.

RE -                                                        Amleto, questa azione,

per la tua personale sicurezza

- che ci sta a cuore, pur se ci addolora

quello ch’hai fatto - esige che tu parta

da qui con la rapidità del fuoco.

Perciò prepàrati senza indugiare:

la nave è pronta, il vento è favorevole,

i tuoi compagni sono qui che aspettano,

tutto è disposto per levar le vele

per l’Inghilterra.

AMLETO -                                                                                   Ah, per l’Inghilterra?

RE -                                                        Sì, Amleto.

AMLETO -                                                                         Bene, bene.

RE -                                                                                                                 Bene, sì,

se ben comprendi le nostre intenzioni.

AMLETO -                                             Io vedo un cherubino che le vede.

Ma via! Andiamo pure in Inghilterra!

Addio, mia cara madre.

RE -                                                                                                              Io son tuo padre,

Amleto, che ti vuole tanto bene.

AMLETO -                                             Mia madre. Padre e madre son tutt’uno,

marito e moglie son tutt’una carne.

Perciò mia madre… Avanti, in Inghilterra!

(Esce)

RE -                                                        (A Rosencrantz e Guildenstern)

Stategli a fianco. Affrettate l’imbarco.

Voglio che già stanotte sia lontano.

Andate: tutto è sigillato e pronto

per questo affare. Vi prego, affrettatevi.

(Escono tutti meno il re)

E tu, Inghilterra, se del mio favore

fai alcun conto, come consigliare

ti dovrebbe la mia grande potenza,

dacché la tua ferita ancora sanguina

della spada danese,

e la libera tua sottomissione

ci rende il suo tributo,

non potrai rimanere indifferente

alla nostra sovrana decisione;

che ti chiede, con lettere pressanti,

di Amleto l’immediata morte. Fallo,

Inghilterra, perch’ei mi brucia il sangue

come la tisi, e tu devi guarirmi.

Fino a che non saprò che sarà fatto,

non spunterà per me nessuna gioia,

qualsiasi cosa mi possa accadere.

(Esce)

SCENA IV - Danimarca, un pianoro.

Entrano FORTEBRACCIO, un CAPITANO del suo esercito

e alcuni soldati

FORTEBRACCIO -                                 Va’, capitano, porta al re danese

il mio saluto insieme con l’annuncio

che Fortebraccio, con il suo permesso,

chiede il passaggio in armi, già promesso,

attraverso le terre del suo regno.

Tu sai dove trovarmi al tuo ritorno.

Se sua maestà volesse altro da noi,

andremo a fargli omaggio di persona.

Che lo sappia.

CAPITANO -                                                                             Va bene, mio signore.

FORTEBRACCIO -                                 Soldati, in marcia. Avanti senza strepito.

(Escono tutti meno il capitano)

Entrano AMLETO, ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN

AMLETO -                                             (Al capitano)

Signore, di chi sono quei soldati?

CAPITANO -                                          Son del re di Norvegia, monsignore.

AMLETO -                                             E dove vanno, signore, se è lecito?

CAPITANO -                                          In Polonia, a combattere.

AMLETO -                                             Chi li comanda?

CAPITANO -                                                                                Il giovin Fortebraccio,

nipote del sovrano di Norvegia.

AMLETO -                                             Per soggiogare l’intera Polonia,

o per qualche questione di confini?

CAPITANO -                                          A dirla franca e senza troppi fronzoli,

a conquistare un pezzetto di terra

che d’importante non ha più che il nome.

A pagarlo cinque ducati, cinque

in affitto, nemmeno lo vorrei;

né credo possa render più di tanto

al Norvegia o al Polonia,

qualora fosse rivenduto in blocco.

AMLETO -                                             C’è da credere allora che i Polacchi

manco si cureranno di difenderlo.

CAPITANO -                                          Oh, sì, la zona è tutta presidiata.

AMLETO -                                             Ma non vi basteran duemila anime

e ventimila ducati a sistemare

la pagliuzza di una questione simile!

Ecco il cancro prodotto negli Stati

dall’eccesso di pace e di benessere:

corrode dentro chi ce l’ha e l’uccide,

senza mostrare alcun segno all’esterno.

Vi ringrazio, signore.

CAPITANO -                                                                                         Iddio vi salvi.

(Esce)

ROSENCRANTZ -                                  Signore, se vi piace di seguirci…

AMLETO -                                             Andate avanti. Vi raggiungo subito.

(Escono tutti)

Come m’accusan tutte le occasioni

che spronano la mia tarda vendetta!

Che cos’è mai un uomo

se del suo tempo non sa far altr’uso

che per mangiare e dormire? Una bestia.

Colui che ci ha dotati di una mente

sì vasta da vedere il prima e il dopo,

non ci largì questa capacità,

ed il divino don della ragione,

perché ammuffisca senz’essere usata.

Sia letargo bestiale o vile scrupolo

a farci pensar troppo sulle cose

(un pensare che, se diviso in quattro,

è saggezza soltanto per un quarto

e bassa codardia per gli altri tre),

io mi chiedo perché passo la vita

a ripetermi: “Questo s’ha da fare”,

quando per farlo ho causa, volontà,

e forza e mezzi. Ed a spronarmi a tanto

ci sono esempi grandi come il mondo:

ne sia testimonianza questo esercito,

massiccio d’uomini e d’armamenti,

guidato da un gentil giovine principe

che tutto gonfio di sacra ambizione

fa le boccacce all’invisibil fato,

esponendo ciò ch’è mortale e incerto

a tutto quello che Fortuna e Morte

ardiscono arrischiar contro di lui.

E tutto questo per un guscio d’uovo!

Vera grandezza non fu mai combattere

senza grandi motivi;

ma è pur grande trovar causa di lite

in una paglia, s’è in gioco l’onore.

Ed io qui, con un padre assassinato

e una madre insozzata, che sto a fare?

A lasciar sprofondati nel letargo

questi impulsi del sangue e della mente

e, a mia vergogna, riguardar la morte

sulla testa di ventimila uomini

che per capriccio o ricerca di gloria,([120])

vanno alla tomba come al loro letto,

per un palmo di terra, insufficiente

puranche a contenerli tutti sopra,

o a ricoprirli quando saran morti.

Ah, siano sol di sangue i miei pensieri

d’ora innanzi, o non sian pensieri degni!

(Esce)

SCENA V - Elsinore, stanza nel castello.

Entrano la REGINA, ORAZIO e un GENTILUOMO

REGINA -                                               Non la voglio vedere.

GENTILUOMO -                                    Ma ella insiste, è proprio fuor di sé.

È in uno stato assai compassionevole.

REGINA -                                               Che vuole, dunque?

GENTILUOMO -                                                                                Parla di suo padre,

continuamente, dicendo che il mondo

è tutto ciurmeria;

e sospira, e si va battendo il petto,

e pesta i piedi con rabbia per niente;

pronuncia frasi che hanno poco senso,

un parlare che non vuol dire nulla,

eppure muove chiunque l’ascolti

a raccoglierlo, ad associarne il senso,

a cucirne le frasi e le parole,

che accompagnate al suo batter le ciglia,

al tentennar del capo e agli altri gesti,

fanno pensare d’essere animate

da un pensiero, che se pur confuso,

è d’una sofferenza disperata.

ORAZIO -                                               Sarebbe bene che voi le parlaste;

il suo stato potrebbe dare esca

a chi sa quali male congetture

nella mente dei malintenzionati.

REGINA -                                               Fatela pur venire.

(Esce il gentiluomo)

Al mio spirito in colpa ogni sciocchezza

sembra preludio ad una gran disgrazia.

Tale è la vera essenza del peccato:

che la colpa è sì piena di sospetti,

che si scopre da sé,

per la paura d’essere scoperta.

Entra OFELIA, pazza

OFELIA -                                               Dov’è sua graziosissima maestà

di Danimarca?

REGINA -                                                                                 Ofelia, come va?

OFELIA -                                               (Cantando)

“Come farò fra tanti

“a distinguere il mio innamorato?

“dal bordone, dai sandali,

“o dal cappello di conchiglie ornato?”([121])

REGINA -                                               Ahimè, dolce fanciulla, che vuol dire

questa canzone?

OFELIA -                                                                                     Ah, dite così?

Sentite questa allora.

(Canta)

“È morto e se n’è andato,

“signora, egli è morto ed è partito,

“un sasso ai piedi ed il capo poggiato

“sopra una zolla di terren fiorito”.

REGINA -                                               Ma via, Ofelia!

OFELIA -                                                                                  Di grazia, ascoltate.

(Canta)

“Bianco come la neve il suo lenzuolo…”

Entra il RE

REGINA -                                               Ah, guardate, guardate, mio signore!

OFELIA -                                               (Cantando)

“… di fior tutto ammantato,

“di lacrime d’amor non innaffiato”.

RE -                                                        Ti senti bene, vezzosa fanciulla?

OFELIA -                                               Bene, Dio vi rimeriti, signore.

Il gufo - così dicono, signore -

era un giorno la figlia d’un fornaio.([122])

Sappiamo quel che siamo,

ma non quel che possiamo diventare.

Dio sia alla vostra tavola!

RE -                                                        Ella farnetica intorno a suo padre.

OFELIA -                                               Di questo non parliamo, ve ne prego;

ma quando vi dovessero richiedere

di che si tratta, ditegli così:

“Sarà domani San Valentino,

“ci leveremo di buon mattino,

“alla finestra tua busserò,

“la Valentina tua diventerò.

“Allora egli si alzò,

“delle sue robe tutto si vestì,

“la porta della camera le aprì,

“ed ella non più vergine ne uscì”.

RE -                                                        Graziosa Ofelia!

OFELIA -                                                                                     Ma voglio finirla;

sì, sì, finirla, e senza una bestemmia.

(Canta)

“Per Gesù, per la Santa Carità,

“ahimè, quanta vergogna ci verrà!

“I giovani lo fanno,

“incuranti del danno,

“e del biasmo che gliene verrà.([123])

“Dice lei: “promettesti di sposarmi,

“prima di rovesciarmi.

“Dice lui: “Avrei fatto quel che ho detto,

“se non fossi venuta nel mio letto.”

RE -                                                        Da quanto tempo è ella in questo stato?

OFELIA -                                               Spero che tutto andrà per il suo meglio.

Dobbiamo aver pazienza;

ma non posso che piangere a pensare

che l’hanno messo nella terra fredda.

Mio fratello dovrà ora saperlo…

Vi ringrazio del vostro buon consiglio…

Vieni, mio cocchio!… Dame, buonanotte!

Gentili dame, a tutte buonanotte!

(Esce)

RE -                                                        (A Orazio)

Stalle dietro, sorvegliala.

(Esce Orazio)

Questo è il veleno dell’acerba angoscia

che sgorga dalla morte di suo padre.

Ah, Gertrude, Gertrude,

le sciagure non vengon mai sole,

simili ad avanguardie solitarie,

ma ad intere legioni!

In prima l’uccisione di suo padre;

poi la partenza del vostro figliolo,

egli stesso cagione violentissima

del proprio giusto esilio;

il popolo in subbuglio, frastornato

da malsani pensieri e dalle voci

che corron sulla morte di Polonio

(e noi, in sovrappiù, sì scervellati

d’andarlo a sotterrare di nascosto!);

la poveretta Ofelia

divisa fra se stessa e il suo bel senno,

senza il quale noi siamo mere immagini

d’umana specie, o bestie addirittura;

ultima, ma più gravida d’angoscia

d’ogni altra, suo fratello che ritorna

dalla Francia in segreto,

e che si pasce della sua incertezza,

fra le nuvole, mentre intorno a lui

ronzan mosconi a infettargli l’orecchio

con pestifere velenose storie

sulla morte del padre: tutta gente

il cui cieco bisogno di ronzare

finirà per toccare fatalmente,

da orecchio a orecchio, le nostre persone.

Tutto questo m’infligge, o mia Gertrude,

tante ferite, come una mitraglia,([124])

ciascuna sufficiente a darmi morte.

(Rumori di dentro)

Ma che frastuono è questo?

Dove sono i miei Svizzeri?([125]) Le porte,

che guardino le porte!

Entra un SERVO

Che succede?

SERVO -                                                 Salvatevi maestà! Il grande oceano

che prorompe violento dai suoi argini

non inghiotte la terra con più furia

del giovane Laerte,

che in testa ad una turba sediziosa

travolge e sopraffà le vostre guardie.

La folla lo proclama suo signore,

e, come fosse oggi il primo giorno

del mondo, d’ogni usanza e tradizione

dimentica, sconoscendo ogni costume,

grida: “Laerte re! Abbiamo scelto!”

E al grido di “Laerte sarà re!”,

“Laerte re!”, sollevan fino al cielo

acclamando berretti, mani, voci.

REGINA -                                               Come abbaiano allegri tutti quanti

sopra una falsa traccia!

(Altri rumori da dentro)

Cani danesi, siete fuori strada!

Irrompe LAERTE con altri

RE -                                                        Hanno rotto le porte!

LAERTE -                                                                                              Dov’è il re?…

(Alla folla che s’accalca sulla porta)

Signori, rimanete tutti fuori.

TUTTI -                                                  Vogliamo entrare.

LAERTE -                                                                                       Lasciatemi solo.

TUTTI -                                                  Va bene.

LAERTE -                                                                    Grazie. State sulla porta.

(La folla si ritira)

Re scellerato, rendimi mio padre!

REGINA -                                               Con calma, buon Laerte.

LAERTE -                                              Quella goccia del mio sangue che calma

rimanesse, proclamerebbe me

un bastardo e cornuto il padre mio,

ed apporrebbe il marchio di baldracca

proprio qui, sulla fronte immacolata

della casta e fedele madre mia.

RE -                                                        Qual è la causa che alla tua rivolta

Laerte, dà sì grandi proporzioni?

(Alla regina che tenta di interporsi tra Laerte e il re)

Lasciatelo Gertrude.

Non temete per me: la maestà

avvolta è da tal sacra protezione,

che il tradimento può solo adocchiare

le proprie mire, mai tradurle in atto.

Laerte, che ti fa sì furibondo?

Lasciatelo, Gertrude. Parla, dunque.

LAERTE -                                              Dov’è mio padre?

RE -                                                                                                 Morto.

LAERTE -                                              Non di sua mano.

RE -                                                                                              Lasciatelo dire,

e domandare tutto ciò che vuole.

LAERTE -                                              Com’è morto? Non voglio esser giocato.

Al diavolo la fedeltà di suddito!

Al più nero demonio i giuramenti!

Coscienza e grazia al più profondo pozzo!

Sfido la dannazione!

Sono al punto che non m’importa più

di questo mondo come di quell’altro.

Succeda quel che può.

Voglio solo vendetta per mio padre,

vendetta piena.

RE -                                                                                           E chi vorrà impedirtelo?

LAERTE -                                              Nessuno al mondo, tranne il mio volere.

Quanto ai mezzi, dei miei, per quanto scarsi,

farò tal uso da arrivar lontano.

RE -                                                        Buon Laerte, se vuoi la verità

sulla morte del tuo diletto padre,

sta forse scritto sulla tua vendetta

che tu debba spazzar via d’un sol colpo,

nemici e amici, come a piglia-tutto?([126])

In un sol fascio il vincitore e il vinto?

LAERTE -                                              No, solo i suoi nemici.

RE -                                                                                                          E li conosci?

LAERTE -                                              Agli amici spalancherò le braccia,

e, come il generoso pellicano

che muore per donare altrui la vita,([127])

li nutrirò con il mio stesso sangue.

RE -                                                        Oh, se Dio vuole! Questi son discorsi

da bravo giovane e da gentiluomo!

Ch’io della morte del tuo genitore

sia del tutto innocente e molto afflitto,

è verità che andrà dritta ad infiggersi

contro il bersaglio della tua ragione,

come la luce del giorno ai tuoi occhi.

(Rumori di dentro)

VOCE DI DENTRO -                              Lasciatela passare!

LAERTE -                                                                                          Che succede?

Entra OFELIA

Oh, febbre, inaridiscimi il cervello!

Lacrime mie, sette volte salate,

bruciate dei miei occhi tutto il senso,

tutto il potere!… Questa tua pazzia,

per Dio!, sarà pagata a giusto peso,

fin che la nostra bilancia si schianti!

O tu, rosa di maggio!

Cara, buona sorella, dolce Ofelia!

Cielo, è dunque possibile

che il senno d’una giovane fanciulla

perisca come la vita d’un vecchio?

La natura s’affina nell’amore,

e invia di sé qualche preziosa parte

alla cosa ch’è oggetto del suo amore.

OFELIA -                                               (Cantando)

“Nella bara a volto nudo

“l’han disteso, ninna oh…([128])

“Sulla tomba sua caduto

“è assai pianto, ninna oh…”

Addio, mio piccioncino!

LAERTE -                                              Se tu avessi quel senno ch’era tuo,

e potessi incitarmi alla vendetta,

non potresti commuovermi di più!

OFELIA -                                               Voi dovete cantare: “In giù, in giù”,

come se lo chiamaste da sotterra.

Oh, come gira bene l’arcolaio!

È stato il maggiordomo, il traditore,

a rubare la figlia del padrone.

LAERTE -                                              Questo nulla che dice è più che tutto.

OFELIA -                                               Ecco del rosmarino; è per memoria.

Non ti scordare, amore;

e qui le viole, per i tuoi pensieri.

LAERTE -                                              Una lezione, pur nella pazzia:

i pensieri e i ricordi bene uniti.

OFELIA -                                               Ecco per te il finocchio, e le verbene,

e la ruta, ed un poco anche per me:

la possiamo chiamare l’erba grazia

della domenica; ma la tua ruta

devi portarla addosso in altro modo…

Ecco una margherita… E le violette

ti vorrei dare, ma appassiron tutte

quando morì mio padre.

M’hanno detto che ha fatto buona fine…

(Canta)

“Perché il mio dolce Robin

“è tutta la mia gioia…”

LAERTE -                                              Pensiero ed afflizione, ambascia, inferno,

ella converte tutto nell’incanto

della sua leggiadria.

OFELIA -                                               (Canta)

“Dunque non torna più?

“No, morto è il mio diletto,

“riposa nel suo letto,

“e più non tornerà…

“Bianca era la barba,

“bianca come la neve,

“e lino la sua testa.

“Se n’è andato, e quaggiù

“solo il pianto ci resta.

“Della sua anima, mio Dio, pietà!”

Per lui e tutte le anime cristiane

io prego Iddio. E che Dio sia con voi.

(Esce)

LAERTE -                                              Dio, hai occhi per questo?

RE -                                                        Laerte, io debbo allearmi con te

in questo tuo dolore; è un mio diritto,

che tu non puoi negarmi. A parte tutto,

scegli quelli che vuoi tra i tuoi amici

che reputi più saggi ed assennati,

e fa’ ch’essi odano e siano giudici

fra me e te: se mai essi mi trovino

in qualche modo, diretto o indiretto,

responsabile, a tua soddisfazione

ti cederò il regno, la corona,

la vita e tutto ciò che chiamo mio.

Ma se così non è, non ti dispiaccia

di prestarmi la tua sopportazione,

perch’io possa adoprarmi, insieme a te,

per dare soddisfazione alla tua anima.

LAERTE -                                              E sia. Le circostanze della morte,

la segretezza del suo funerale -

senza stendardo funebre, né spada,

né insegna alcuna sovra le sue ossa,

né nobil rito, né pompa ufficiale…

tutto ciò grida alto a cielo e terra

ch’è mio dovere chiederne ragione.

RE -                                                        Così farai. E là dov’è la colpa

piombi la grande scure. Vieni, seguimi.

(Escono)

SCENA VI - Elsinore, stanza nel castello.

Entrano ORAZIO e un SERVO

ORAZIO -                                               Chi son questi che chiedon di parlarmi?

SERVO -                                                 Marinai. Hanno lettere per voi,

così dicono.

ORAZIO -                                                                           Bene, falli entrare.

(Esce il servo)

Non so da quale angolo del mondo

mi si possa mandare a salutare

se non da parte del principe Amleto.

Entrano alcuni MARINAI

PRIMO MARINAIO -                             Dio vi salvi, signore.

ORAZIO -                                                                                              Così te.

PRIMO MARINAIO -                             Lo farà, monsignore, se gli piaccia.

Ho qui una lettera per voi, signore;

viene da parte dell’ambasciatore

ch’era in viaggio alla volta d’Inghilterra…

se Orazio è il vostro nome,

come m’è stato dato di sapere.

ORAZIO -                                               (Legge)

“Orazio, quando avrai scorso questa mia,

“dà a questi uomini il modo di arrivare al re.

“Essi recano una lettera per lui.

“Eravamo in mare da appena due giorni,

“quando una nave corsara,

“in armamento di guerra, ci ha dato la caccia.

“Trovandoci troppo lenti di vela,

“ci siamo armati di coraggio

“e li abbiamo abbordati.

“Ma ero appena saltato sul ponte della loro nave,

“che essi si scostavano dalla nostra,

“ed io rimasi loro prigioniero.

“M’han trattato da buoni ladroni,

“ché ben sapevano quel che facevano:

“io ero per loro una preda preziosa.

“Fa’ che il re abbia la lettera che gli mando,

“e poi corri da me,

“più presto che se fuggissi la morte:

“ho da dirti all’orecchio parole

“che ti faran restare ammutolito,

“seppure ancora troppo inadeguate

“al calibro della questione.

“Questa brava gente

“ti condurrà al luogo ov’io mi trovo.

“Rosencrantz e Guildenstern proseguono

“la loro navigazione per l’Inghilterra.

“Di loro ho molto da dirti. A presto.

“Colui che sai essere sempre il tuo AMLETO”.

(Ai marinai)

Seguitemi, vi faccio strada al re,

perché possiate recargli la lettera;

ma in fretta, ché dovete poi condurmi

dalla persona che ve l’ha affidata.

(Escono)

SCENA VII - La stessa

Entrano il RE e LAERTE

RE -                                                        La tua coscienza ormai mi deve assolvere,

e tu devi ridarmi nel tuo cuore

il posto dell’amico,

ché hai udito, con cosciente orecchio

che chi ha ucciso il tuo nobile padre,

mirava alla mia vita.

LAERTE -                                                                                          Così sembra.

Ma ditemi, perché non procedeste

contro fatti sì delittuosi e gravi,

da attentare alla vostra stessa vita,

nel modo che la vostra sicurezza,

il vostro senno ed ogni altra ragione

avrebbero richiesto che faceste?

RE -                                                        Oh, per due buone e precise ragioni,

che possono sembrare poco solide

al tuo giudizio, ma son forti al mio.

La regina sua madre

non vive che per gli occhi di suo figlio,

e quanto a me - non so se per fortuna

o per disgrazia mia, o l’una e l’altra -,

ella è così legata alla mia vita

e alla mia anima, ch’io come un astro

che non si può staccar dalla sua orbita,

non posso che seguire il di lei moto.

L’altra ragione che mi fa esitante

a venire con lui pubblicamente

alla resa dei conti, è il grande amore

che gli dimostra il popolo;

che, pronto ad inzuppar nel proprio affetto

ogni sua colpa, come polla d’acqua

che riesce a mutare il legno in pietra,

muterebbe le sue catene in grazie;([129])

e allora le mie frecce,

troppo leggere per quel forte vento,

respinte, tornerebbero al mio arco,

senza poter raggiungere il bersaglio.

LAERTE -                                              Ed io così ho perduto un padre nobile,

e vedo indotta in stato disperato

una sorella che per le sue doti

- se val la lode a ciò che non c’è più -

s’ergeva alta, sfida all’età nostra.

Ma verrà l’ora della mia vendetta.

RE -                                                        Non devi perdere il sonno per questo.

Non crederci di stoffa così flaccida

e fiacca da lasciare che il pericolo

si prenda spasso a scuoterci la barba.

Fra non molto tu ne saprai di più.

Tuo padre m’era caro,

ed io son caro a me… e questa, spero,

è cosa che ti farà ben pensare…

Entra un servo con una lettera

Ehi, che notizie?

SERVO -                                                                                      Lettere, signore,

da Amleto: questa per vostra maestà,

questa per la regina.

RE -                                                        Da Amleto!… Chi può averle mai recate?

SERVO -                                                 Dei marinai, m’han detto, mio signore;

io non li ho visti; a me le ha date Claudio

che l’ha avute da chi le ha qui portate.

RE -                                                        Devi udirle, Laerte.

(Al servo)

Tu, va’ pure.

(Esce il servo)

(Legge)

“Alto e possente,

“sappiate che io, nudo,

“ho rimesso sul vostro regno piede.

“Domani vi domanderò licenza

“di rivedere i vostri occhi regali;

“dopodiché - ma non prima di averne ottenuto

“da voi il permesso - vi racconterò

“le ragioni del mio strano

“e inopinato ritorno. AMLETO”

Che vuol dir ciò? Son tornati anche gli altri?

O è solo un trucco, e non è vero niente?

LAERTE -                                              Riconoscete la calligrafia?

RE -                                                        È proprio il suo carattere, di Amleto.

“Nudo”… ed in un poscritto aggiunge “solo”.

Che ne pensi?

LAERTE -                                                                              Signore, io mi ci perdo.

Ma ben venga! Il mio cuore tribolato

si sente riscaldato al sol pensiero

di potergli gridare sotto i denti

“Sei stato tu!”.

RE -                                                                                           Quand’è così, Laerte

(e come potrebb’essere altrimenti?),

ti lascerai guidare poi da me?

LAERTE -                                              Certo, sire, ma ad una condizione:

che non mi forzerete ad una pace.

RE -                                                        Alla tua pace, sì. S’egli è tornato

come a voler desistere dal viaggio

e con l’intento di non più riprenderlo,

io lo tirerò dentro ad un’impresa

che ho già ben maturata nella mente,

e tale che non potrà non soccombere

senza che spiri alcun vento di colpa

per la sua morte: perfino sua madre

assolverà il sagace stratagemma,

e lo dirà una semplice disgrazia.

LAERTE -                                              Mi lascerò guidare, mio signore;

e tanto più se voi farete in modo

che sia io lo strumento dell’impresa.

RE -                                                        Appunto questo. S’è parlato assai

di te alla corte, in presenza di Amleto,

da quando sei partito per la Francia,

riguardo a certa tua specialità

nella quale si dice che tu brilli.

Tutte le doti tue, sommate insieme,

non suscitaron tanta invidia in lui

quanto quella che, pure, a parer mio,

è un tuo pregio minore.

LAERTE -                                              Di che dote parlate, mio signore?

RE -                                                        Di niente più che un semplice nastrino

sul cappello della tua giovinezza;

ad esso necessario tuttavia;

perché tanto s’addice all’età giovane

la sua livrea di spensieratezza

quanto s’addicono all’età matura

il vestire di nero e le pellicce,

segni di contegnosa austerità.

Or son due mesi è stato qui da noi

un gentiluomo della Normandia.

Io stesso ho avuto modo di osservare,

durante i nostri scontri coi Francesi,

la loro maestria nel cavalcare;

ma questo cavaliere aveva in sé

un qualche cosa come una magia:

si faceva tutt’uno con la sella

e portava il cavallo a movimenti

così meravigliosi e strabilianti

da sembrare un sol corpo con la bestia

fino a farne una sua mezza natura;

e soverchiò di tanto il mio concetto,

che per quanto riesca ad inventare

figure e accorgimenti ed esercizi,

resto sempre inferiore a tal bravura.

LAERTE -                                              Era un Normanno?

RE -                                                                                                    Sì, proprio un Normanno.

LAERTE -                                              Per la mia vita! Allora era Lamord!

RE -                                                        Proprio lui.

LAERTE -                                                                        Eh, perbacco, lo conosco!

È il gioiello, la gemma della Francia.

RE -                                                        Infatti mi parlò di te elogiandoti

così altamente per la tua maestria

nell’arte e l’esercizio della scherma,

e specie nel maneggio dello stocco,

che gridò: “Che spettacolo sarebbe

se qualcuno potesse stargli a pari!”

Di fronte a un avversario come te

gli schermidori della sua nazione,

giurava, non avevano né guardia,

né affondo, né difesa sufficienti.

Ebbene, amico, queste sue parole

avvelenarono d’invidia Amleto

al punto ch’egli non faceva altro

che augurarsi e pregare il tuo ritorno

al più presto, per battersi con te.

Ora, da ciò…

LAERTE -                                                                              Che cosa, mio signore?

RE -                                                        Laerte, ti fu caro il padre tuo?

O tu sei solo come una pittura

dell’afflizione, un volto senza cuore?

LAERTE -                                              Perché me lo chiedete?

RE -                                                        Non ch’io pensi che non ti fosse caro

tuo padre, ma io so per esperienza,

come l’amore nasca con il tempo

e come, in molto casi, il tempo stesso

ne modifichi il fuoco e la scintilla.

Dentro la fiamma stessa dell’amore

vive un certo stoppino che pian piano

la smorzerà. Del resto, non v’è nulla

che conservi la stessa sua bontà;

ché la bontà, diventando soverchia,

finisce per morire del suo eccesso.

Quello che noi vogliamo

dobbiamo farlo all’atto del volerlo;

perché questo “vogliamo” è assai mutevole

ed è soggetto a tanti cali e indugi

quante son lingue, e mani, e circostanze.

E allora quel “dobbiamo” è un desiderio

che, simile a benevolo sospiro,

ci affligge e insieme ci reca sollievo.

Ma ritorniamo al vivo della piaga.

Amleto torna a corte.

Quale azione saresti pronto a fare

per dimostrarti figlio di tuo padre,

nei suoi riguardi, a fatti e non parole?

LAERTE -                                              A tagliargli la gola in una chiesa.

RE -                                                        Nessuna chiesa, infatti, o luogo santo

dovrebbe offrire asilo all’assassinio:

nulla deve impedire la vendetta.

Però per ora è meglio, buon Laerte,

che tu te ne rimanga chiuso in camera.

Amleto avrà notizia, al suo ritorno,

che anche tu sei ritornato in patria;

e noi porremo gente intorno a lui

a far le lodi della tua maestria

nel duellare, e a far due volte lustra

la fama che t’ha dato quel Francese.

Combineremo quindi un vostro scontro

e faremo scommesse su chi vince.

Trascurato com’è, e generoso,

e sprovveduto d’ogni furberia,

Amleto non farà caso alle spade,

così che tu potrai agevolmente

e con facile mossa della mano

scegliere quella priva di bottone:

un colpo di destrezza messo a segno,

e avrai saldato il conto di tuo padre.

LAERTE -                                              Farò così. E a maggior sicurezza

ungerò la mia spada: un ciarlatano

m’ha venduto un unguento sì mortale

ch’a intingervi la punta d’un coltello

nel punto dove questa cava sangue

non c’è infuso tra i più sofisticati

d’erbe raccolte al lume della luna

che riesca a salvare dalla morte

se appena sia scalfito.

Intingerò la punta della spada

in questo unguento: basterà uno sgraffio

e per lui sarà morte.

RE -                                                        Riflettiamoci ancora un altro poco.

Pesiamo bene i mezzi ed il momento

che più convengono al nostro scopo.

Ché se questo fallisse, e il nostro piano

si rivelasse senza accorgimento,

meglio varrebbe non tentare affatto.

Perciò bisogna dare a questa trama

l’appoggio di una trama di riserva

cui far ricorso se questa va all’aria

nel corso della sua esecuzione.

Vediamo un po’: potrei essere io

a scommettere sulle vostre teste…

Ecco, ce l’ho: nel corso dello scontro,

quando, nell’impeto dei vostri assalti,

avrete caldo e sete (a questo effetto

attaccherai con sempre più violenza)

lui certamente chiederà da bere;

allora io terrò pronta una coppa:

basterà che ne faccia una sorsata

e, se pur sia scampato alla stoccata

della tua spada intrisa di veleno,

il nostro scopo è ugualmente raggiunto.

(Clamori all’interno)

Ma, un momento… Che son questi clamori?

Entra la REGINA

REGINA -                                               Una disgrazia incalza alle calcagna

un’altra, tanto presto si succedono.

Laerte, tua sorella s’è annegata.

LAERTE -                                              Annegata! Ah, dove?

REGINA -                                               C’è un salice che cresce di traverso

ad un ruscello e specchia le sue foglie

nella vitrea corrente;([130]) qui ella venne,

il capo adorno di strane ghirlande

di ranuncoli, ortiche, margherite

e di quei lunghi fiori color porpora([131])

che i licenziosi poeti bucolici

designano con più corrivo nome([132])

ma che le nostre ritrose fanciulle

chiaman “dita di morto”; ella lassù,

mentre si arrampicava per appendere

l’erboree sue ghirlande ai rami penduli,

un ramo, invidioso, s’è spezzato

e gli erbosi trofei ed ella stessa

sono caduti nel piangente fiume.

Le sue vesti, gonfiandosi sull’acqua,

l’han sostenuta per un poco a galla,

nel mentre ch’ella, come una sirena,

cantava spunti d’antiche canzoni,

come incosciente della sua sciagura

o come una creatura d’altro regno

e familiare con quell’elemento.

Ma non per molto, perché le sue vesti

appesantite dall’acqua assorbita,

trascinaron la misera dal letto

del suo canto ad una fangosa morte.

LAERTE -                                              Ohimè, dunque annegata?

REGINA -                                                                                                       Sì, Laerte.

LAERTE -                                              Tropp’acqua è su di te, povera Ofelia,

ed io perciò mi interdico le lacrime;

ma siam fatti così, e la natura

reclama i suoi diritti,

pure se la vergogna vi si opponga.

(Piange)

Quando saran passate queste lacrime

non avrò in me più nulla di femmineo.

Adieu, mio sire. Ho parole di fuoco

che vorrebbero tanto fiammeggiare,

ma questa folle sciagura le smorza.

(Esce)

RE -                                                        Seguiamolo, Gertrude. Quanto ha fatto

finora per calmare la sua rabbia!

Ma ho gran paura che quanto è accaduto

gliela scateni ancora.

Sarà meglio che lo teniamo d’occhio.

(Escono)


ATTO QUINTO

SCENA I - Un cimitero presso una chiesa

Entrano DUE BECCHINI

PRIMO BECCHINO -                             S’ha da dare cristiana sepoltura

ad una che ha voluto anticiparsi

l’ora della salvezza?

SECONDO BECCHINO -                                                                    Sì, ti dico;

perciò prepara subito la fossa.

Il magistrato ha esaminato il caso

ed ha deciso che sia da concedersi

cristiana sepoltura.

PRIMO BECCHINO -                             Com’è possibile? Ammenoché

non si sia annegata per difendersi.

SECONDO BECCHINO -                        Infatti, è stato accertato così.

PRIMO BECCHINO -                             Già, dev’essere stato “se offendendo”,([133])

non altrimenti. Perché il punto è questo:

se io annego di mia volontà,

questo è un atto, ed un atto ha tre momenti:

agire, fare, consumare; argal([134])

lei s’è annegata di sua volontà.

SECONDO BECCHINO -                        Ma no, senti, mio bravo zappatore…

PRIMO BECCHINO -                             Permetti: qui c’è l’acqua, e qui c’è l’uomo.

Bene. Se ora l’uomo va nell’acqua

e, volente o nolente, ci si annega,

è stato lui ad andarci… sta’ attento;

se invece è l’acqua ad andare dall’uomo,

e lo annega, non è lui che s’annega.

Argal la propria vita non accorcia

chi della propria morte non ha colpa.

SECONDO BECCHINO -                        Così è la legge?

PRIMO BECCHINO -                                                                   Sì, perdio, così;

così almeno l’ha interpretata il giudice.

SECONDO BECCHINO -                        Bah, devo dirti come me la sento?

Non fosse stata costei nobildonna

sarebbe stata seppellita fuori

da cristian cimitero.

PRIMO BECCHINO -                                                                         Ah, l’hai capita?

È una grande ingiustizia

che a questo mondo le persone bene

abbiano più diritto di annegarsi

o d’impiccarsi che gli altri cristiani.

(Comincia a scavare)

Affonda, vanga! Non c’è nobiltà

a questo mondo di più antica data

dei giardinieri, degli affossatori

e dei becchini, la cui professione

continua quella che faceva Adamo.

SECONDO BECCHINO -                        Perché, Adamo era nobile?

PRIMO BECCHINO -                             È stato lui il primo a portar armi.

SECONDO BECCHINO -                        Ma va’! Se non ne aveva!

PRIMO BECCHINO -                             Che dici! Non sarai mica un eretico?

Come la interpreti tu la Scrittura?

Secondo la Scrittura, egli zappava;

poteva egli zappare senza l’arma

delle braccia?([135]) Ti faccio altra domanda,

adesso, e se non mi rispondi giusto,

confèssati per un…

SECONDO BECCHINO -                                                                    Dài, tira avanti!

PRIMO BECCHINO -                             Ecco: chi è che fabbrica più solido

del muratore, oppur del carpentiere,

oppur più del falegname.

SECONDO BECCHINO -                                                                                Chi fa forche.

Perché fa qualche cosa

che vive più di mille suoi inquilini.

PRIMO BECCHINO -                             Azzeccata. Il tuo spirito mi piace.

Le forche vanno bene, ma per chi?

Per quelli che fan male;

e tu fai male a dire che una forca

è più solida d’una chiesa, àrgal,

la forca è cosa che va bene a te.

Avanti, prova ancora.

SECONDO BECCHINO -                        (Ripetendo la prima domanda del primo becchino)

“Chi è che costruisce più robusto

del muratore, oppur del carpentiere,

oppur del falegname?”

PRIMO BECCHINO -                             Dimmi questo, e poi basta.

SECONDO BECCHINO -                        Dunque, vediamo un po’… aspetta, aspetta…

Ce l’ho in punta di lingua…

PRIMO BECCHINO -                                                                                         Allora sputalo.

SECONDO BECCHINO -                        Macché, perdincibacco, non mi viene!

Entrano, dal fondo, AMLETO e ORAZIO

PRIMO BECCHINO -                             Beh, via, non lambiccarti più il cervello.

L’asino tardo non aggiusta il passo

sotto le bastonate. Un’altra volta,

se ti faranno la stessa domanda,

rispondi: “il beccamorto”; le sue case

durano fino al giorno del Giudizio.

Adesso, per favore, va’ da Yaughan([136])

e fatti dare una pinta di birra.

(Esce il secondo becchino)

(Cantando mentre zappa)

“Da ragazzo far l’amore

“mi sembrava un dolce gioco

“per trascorrer le mie ore,

“ma n’ho ricavato poco…”

AMLETO -                                             Non ha costui coscienza del mestiere,

se può cantare scavando una fossa?

ORAZIO -                                               Lo rende indifferente l’abitudine.

AMLETO -                                             Proprio così; man che poco lavora,

ha più sensibile il senso del tatto.([137])

PRIMO BECCHINO -                             (Sempre cantando)

“Ma col passo suo felpato

“la vecchiaia mi ha ghermito,

“per sotterra m’ha avviato,

“come mai non fossi nato.”

(Getta fuori della fossa un teschio)

AMLETO -                                             Quel teschio anch’esso un tempo ebbe una lingua,

e poteva cantare;

e vedi adesso come quel marrano

lo scaraventa a terra, manco fosse

l’osso della mascella di Caino,

che fu il primo assassino.([138])

Questa, che quel villano ora maltratta,

potrebb’esser la zucca d’un politico,

capace d’ingannar perfino Dio,

non è così?

ORAZIO -                                                                           Può essere, signore.

AMLETO -                                             Oppur d’un cortigiano,

capace solo di dire: “Buongiorno,

dolce signore! Come sta stamane

il mio dolce signore?”

O potrebb’essere un messer Sempronio

uso a fare le lodi sperticate

del bel cavallo di monsignor Tizio,

con la speranza d’averlo in regalo…

Non può essere?

ORAZIO -                                                                                    Certo, mio signore.

AMLETO -                                             Sì, veramente. Ed ora quella testa

è appartenenza di Madama Verme,

smascellata com’è, mentre un becchino

le picchia con la zappa sulla chierica.

Una bella rivoluzione, questa,

se ci dessimo il gusto di osservarla!

Costaron dunque sì poco a nutrirle

queste ossa, se dovevano servire

in fondo solo a giocarci alle bocce?

Se ci penso, mi fan male le mie!

PRIMO BECCHINO -                             (Cantando)

“Un piccone, una zappa ed un badile,

“e per sudario un candido lenzuolo;

“tanto basta per rendere gentile

“una dimora scavata nel suolo.”

(Butta fuori della fossa un altro teschio)

AMLETO -                                             Eccone un altro. Perché questo cranio

non potrebb’essere d’un leguleio?

Dove sono finiti ora i suoi “quid”,

i suoi “quidlibet”, le carte, i cavilli,

le sue cause? Perché permette adesso

che quel vil zoticone gli sbatacchi

quel suo sudicio arnese sulla zucca,

senza poter condurlo innanzi al giudice

per percosse? Uhm, questo galantuomo

può ben essere stato, al tempo suo,

un grande compratore di terreni,

con le sue ipoteche, le sue multe,

le obbligazioni, le malleverie,

le caparre, le doppie garanzie,

i recuperi; ed ora trova qui

la sua multa per tutte le sue multe,

la caparra di tutte le caparre:

la zucca riempita di terriccio.([139])

Non gli son forse meglio garantiti

gli acquisti, ed anche ad ipoteca doppia,

ora, che prima da un paio di stipule

su pergamene larghe e lunghe tanto?

Gli stessi titoli di proprietà

delle sue terre entrerebbero a stento

in questa scatola; e il loro proprietario

deve egli stesso aver più spazio, eh?

ORAZIO -                                               Non un pollice in più, direi, signore.

AMLETO -                                             La pergamena, Orazio,

non si fa con la pelle di montone?

ORAZIO -                                               Sì, monsignore, e anche di vitello.

AMLETO -                                             E montoni e vitelli son coloro

che in quella roba cercan sicurtà.

Vo’ parlare a costui.

(Al primo becchino)

Dimmi, brav’uomo,

di chi è questa fossa?

PRIMO BECCHINO -                                                                             Mia, signore.

(Canta)

“Una fossa d’argilla così fatta

“ad un tal ospite è bene adatta”.

AMLETO -                                             Credo ben che sia tua, se ci stai dentro.

PRIMO BECCHINO -                             Voi non ci state, perciò non è vostra.

In quanto a me, ci sto, ma non ci giaccio,

eppure è mia.

AMLETO -                                                                             E dici una bugia,

nel dirla tua sol perché ci stai dentro;

essa è fatta pei morti, non pei vivi.

Tua è sol la bugia.

PRIMO BECCHINO -                                                                      E così vispa,

che rimbalza, mi pare, tra me e voi.([140])

AMLETO -                                             Chi è l’uomo per cui scavi quella fossa?

PRIMO BECCHINO -                             Non è un uomo.

AMLETO -                                                                                   Una donna?

PRIMO BECCHINO -                                                                                               No, nemmeno.

AMLETO -                                             Insomma, chi dev’esserci interrato?

PRIMO BECCHINO -                             Una che donna fu, ma non lo è più,

pace all’anima sua, visto che è morta.

AMLETO -                                             (Ad Orazio)

È piuttosto pedante, il zoticone!

Si devon pesar bene le parole,([141])

o al primo qui-pro-quo lui ti rimbecca!

Sangue di Cristo, Orazio,

- lo vado predicando da tre anni -,

il nostro tempo ha tanto progredito

che l’alluce dell’ultimo bifolco

s’è tanto avvicinato alle calcagna

del cortigiano, da fargli il solletico.

(Al becchino)

Da quanto tempo fai questo mestiere?

PRIMO BECCHINO -                             Fra tutti i giorni dell’anno, dal giorno

in cui il defunto nostro re, Amleto,

sconfisse Fortebraccio.

AMLETO -                                                                                               Ossia da quando?

PRIMO BECCHINO -                             Fate voi stesso il conto.

Ogni idiota ve lo può dire: il giorno

che nacque il giovane Amleto, il pazzo,

sapete, che han mandato in Inghilterra.

AMLETO -                                             Già, sicuro, e perché

l’avrebbero mandato in Inghilterra?

PRIMO BECCHINO -                             Toh, ma perché era pazzo!

Laggiù potrà ricuperare il senno;

se no, a quelli là importa poco.

AMLETO -                                             Perché?

PRIMO BECCHINO -                                                   Nessuno se ne accorgerà:

laggiù son tutti pazzi come lui.

AMLETO -                                             E com’è ch’è impazzito?

PRIMO BECCHINO -                             In un modo assai strano, come dicono.

AMLETO -                                             Strano, come?

PRIMO BECCHINO -                                                                Beh, uscendo di cervello.

AMLETO -                                             E su che base?

PRIMO BECCHINO -                                                                Qui, in Danimarca.([142])

Signore, qui ci ho fatto il sagrestano

da uomo e da ragazzo, per trent’anni.([143])

AMLETO -                                             Quanto tempo può stare sottoterra

un uomo, prima di diventar marcio?

PRIMO BECCHINO -                             Dipende. Se non è marcito prima

(e tutti di carogne putride ogni giorno

ne abbiamo veramente una caterva,

che si riesce appena a seppellirle),

ci vorranno, che so, otto-nove anni.

Un conciatore non meno di nove.

AMLETO -                                             Perché lui più degli altri?

PRIMO BECCHINO -                                                                                      Eh, perbacco,

per via che la sua pelle, monsignore,

è così ben conciata dal mestiere

che tien lontana l’acqua per un pezzo.

E l’acqua è il più grande corruttore

di quello schifo ch’è il nostro cadavere.

PRIMO BECCHINO -                             (Tenendo nella mano un teschio)

Ecco un cranio che da ventitre anni

si trova sottoterra.

AMLETO -                                                                                      E di chi era?

PRIMO BECCHINO -                             Di chi pensate che fosse?

AMLETO -                                                                                                      Non so…

PRIMO BECCHINO -                             D’un pazzo, grande figlio di puttana.

La peste a lui, furfante scellerato!

Una volta mi rovesciò sul capo

una caraffa di vino del Reno.

Questo cranio, signore, era di Yorick,

il buffone del re.

AMLETO -                                                                                   Questo?

PRIMO BECCHINO -                                                                                         Sì, questo.

AMLETO -                                             Dammelo qua…

Prende in mano il teschio e lo guarda)

Ahimè, povero Yorick!…

Quest’uomo io l’ho conosciuto, Orazio,

un giovanotto d’arguzia infinita

e d’una fantasia impareggiabile.

Mi portò molte volte a cavalluccio…

Ed ora - quale orrore! - mi fa stomaco…

Ecco, vedi, qui erano le labbra

che gli ho baciato non so quante volte…

E dove sono adesso i tuoi sberleffi,

le burle, le capriole, le canzoni,

i folgoranti sprazzi d’allegria

che facevan scoppiare dalle risa

le tavolate?… Chi si fa più beffa

ora del tuo sogghigno, con questa tua smorfia?

Va’, va’ ora così,

va’ nella camera della mia dama([144])

e dille che ha un bel mettersi sul viso

un dito di belletto: a questo aspetto

deve ridursi anch’ella, fatalmente.

Che se la prenda a ridere, comunque,

se ci riesce… Orazio, dimmi un po’…

ORAZIO -                                               Che cosa, monsignore?

AMLETO -                                             Pensi tu che Alessandro sottoterra

avesse questo aspetto?

ORAZIO -                                                                                                    Non diverso.

AMLETO -                                             E che puzzasse in questo modo?… Puah!…

(Mette da parte il teschio con disgusto)

ORAZIO -                                               Certamente, signore.

AMLETO -                                             A che vili usi siamo destinati,

Orazio! Pensa, con la fantasia

noi potremmo seguire tutto il corso

della polvere illustre di Alessandro

fino a trovarla a fungere da tappo

a un barile di birra. Non ti pare?

ORAZIO -                                               Congettura un po’ strana, in verità.

AMLETO -                                             Niente affatto. Si tratta di seguirla

camminando sul filo della logica.

Ecco: Alessandro, morto e seppellito,

ritorna polvere. Polvere è terra;

e con la terra che si fa? La creta.

E perché con la creta in che è ridotto

non possiamo turare un barilotto?

“L’imperial Giulio Cesare

“potrebbe ben servire

“a chiudere uno spiffero di vento.

“Quella creta che tenne il pugno duro

“sul mondo, messa a fare da rammendo

“alla crepa d’un muro,

“fa da riparo al soffio dell’inverno.”

Ma, fermi, oh!, facciamoci in disparte…

Entrano il RE, la REGINA, LAERTE, UN PRETE, cortigiani

al seguito del feretro di Ofelia

Qui viene il re, la regina, la corte…

Ma chi seguono, in sì dimesso rito?

Questo è segno che il morto

a cui fanno sì umile corteo

ha distrutto con mano disperata

la propria vita; ed era uno di rango.

(Si fa da parte con Orazio)

LAERTE -                                              (Al prete)

Qual altra cerimonia c’è da assolvere?

AMLETO -                                             (Piano, a Orazio)

Quello è Laerte, un giovane assai nobile.

Osservalo.

LAERTE -                                              (c.s.)

Qual altra cerimonia?

PRETE -                                                 Abbiamo già fin troppo largheggiato

nelle esequie, per quanto ci era lecito.

La sua morte fu dubbia;

e se non fosse un ordine sovrano

intervenuto a bilanciar la regola,

ella avrebbe dovuto esser sepolta

in terra sconsacrata,

e restar là fino all’ultima tromba;([145])

ed avremmo gettato sassi e cocci

e selci su di lei, e non pie preci.

Così le sono invece consentiti

la virginal corona,

i propri paramenti di fanciulla

e l’accompagnamento di campane

durante il funerale.

LAERTE -                                              Non si può far di più?

PRETE -                                                                                                 Non più di questo.

Profaneremmo il rito dei defunti

se ci mettessimo a intonarle un requiem,

e ad implorarle lo stesso riposo

dell’anime che se ne vanno in pace.

LAERTE -                                              Deponetela allora sottoterra,

e dalla carne sua gentile e pura

possan spuntare le viole!

Io ti dico, bigotto sacerdote,

che questa mia sorella sarà in cielo

un angelo officiante, quanto tu

te ne starai a gemere giù in basso!

(Il feretro viene calato nella fossa)

AMLETO -                                             (Tra sé)

Come!… La bella Ofelia?…

REGINA -                                               (Spargendo fiori sulla fossa)

Dolci fiori alla tua dolcezza. Addio.

Ho sperato di far di te la sposa

del mio Amleto; ed ho tanto sognato

d’adornare di fiori il vostro talamo,

non di cospargerli su questa fossa.

LAERTE -                                              Ah, dieci volte tre maledizioni

ricadano sul capo miserabile

della persona il cui perverso agire

ti privò dell’eletta tua ragione!

(Ai becchini)

Aspettate a coprirla con la terra,

ch’io possa stringerla tra le mie braccia

per un’ultima volta.

(Salta nella fossa)

La vostra polvere ora ammucchiate

sul vivo e sulla morta

finché di questo piano avrete fatto

una tale una montagna

che svetti in alto più del Pelio antico

o dell’azzurra fronte dell’Olimpo.

AMLETO -                                             (Facendosi avanti)

Chi è colui che veste il suo dolore

di un’enfasi, le cui luttuose frasi

sembran volere scongiurare gli astri

nel lor cammino, ed arrestarli qui

che restino stupiti ad ascoltarle?

Eccomi, io sono Amleto il Danese.

(Salta anch’egli nella fossa, alle spalle di Laerte)

LAERTE -                                              (Afferrando Amleto per la gola)

Il diavolo si porti la tua anima!

AMLETO -                                             Non sai pregare! Togli via, ti prego,

le tue dita dalla mia gola; attento:

ché s’io non son bilioso né avventato,

pure ho quel tanto che la tua prudenza

può ben temere. Togli quella mano!

RE -                                                        Separateli entrambi.

REGINA -                                                                                           Amleto! Amleto!

TUTTI -                                                  (Facendosi intorno alla fossa)

Signori!

ORAZIO -                                               (Ad Amleto)

State calmo, mio signore.

(Li separano. I due escono dalla fossa)

AMLETO -                                             Perdio, su questo tema

sono pronto a misurarmi fino all’ultimo

con lui!([146])

REGINA -                                                                     Ohimè, che tema, figlio mio?

AMLETO -                                             Questo: che Amavo Ofelia;

e ad eguagliare il conto del mio amore

quarantamila fratelli che insieme

potessero sommare quello loro

non basterebbero.

(A Laerte)

Che intendi fare?

RE -                                                        Egli è pazzo, Laerte!

REGINA -                                               Non dargli spago, per l’amor di Dio!

AMLETO -                                             Sangue di Cristo, dimmi che vuoi fare!

Vuoi piangere? Vuoi batterti in duello?

Vuoi digiunare? Vuoi ridurti in pezzi?

Vuoi bere aceto?([147]) Divorare un’idra?

Lo farò anch’io. Vieni qui a piatire?

Per sfidarmi saltando nella fossa?

Fatti interrare vivo

insieme a lei, e così farò io;

e se vai blaterando di montagne,

di’ a costoro che ammucchino su noi

un milione di jugeri di terra,

e il tumulo s’elevi tanto in alto

da arrostirsi la cima contro il fuoco

del Tropico, sì che al confronto l’Ossa([148])

non sembri che una semplice verruca.

Se vuoi solo berciare,

questo so farlo anch’io, meglio di te.

RE -                                                        È follia pura!… E in questo modo, a tratti,

l’accesso sembra aver di lui ragione;

dopo, paziente come una colomba

che vede schiudersi la sua covata

di pulcini dorati, si racqueta,

restando a lungo silenzioso e inerte.

AMLETO -                                             Stammi a sentire. Qual è la ragione

che t’induce a trattarmi in questo modo?

T’ho sempre amato, io. Ma non importa.

“Ercole faccia quello che può fare;

“il gatto deve pure miagolare,

“ed il cane abbaiare.”([149])

(Esce)

RE -                                                        Buon Orazio, ti prego, stagli dietro.

(Esce Orazio)

(A Laerte)

Cerca di rafforzar la tua pazienza;

pensa al nostro discorso di iersera.

Faremo in modo di venirne a capo.

(Alla regina)

Gertrude cara, fate che qualcuno

sorvegli vostro figlio.

(A Laerte)

Questa tomba

avrà presto un vivente monumento,([150])

e noi conosceremo finalmente

un’ora di tranquillità. Pazienza,

perciò, fino ad allora, e andiamo avanti.

(Escono)

SCENA II - Elsinore, stanza nel castello.

Entrano AMLETO e ORAZIO

AMLETO -                                             Non parliamone più. Veniamo al resto.

Ti ricordi in che stato mi trovavo?

ORAZIO -                                               Se ricordo, signore!

AMLETO -                                                                                         Avevo in cuore

un conflitto che mi toglieva il sonno.

Stavo peggio d’un prigioniero in ceppi.

D’un tratto, con un gesto temerario

(e sia lode all’audacia, in questo caso:

l’avventatezza talvolta, diciamolo,

ci soccorre laddove ci falliscono

le nostre trame, le più meditate;

e ciò valga a insegnarci che c’è un Dio

che dà forma e sostanza ai nostri fini,

comunque li abbozziamo)…

ORAZIO -                                                                                                           Oh, questo è certo.

AMLETO -                                             Esco dalla cabina sulla tolda

col mantello di viaggio sulle spalle,

come una sciarpa. A tentoni, nel buio,

cerco e trovo alla fine quel che voglio:

rovisto, frugo dentro i lor bagagli,

poi mi ritraggo di nuovo in cabina

facendomi sì ardito (la paura

m’aveva fatto perdere ogni remora)

da strappare i sigilli al documento

che conteneva le mie credenziali

e là trovo - sovrana canagliata! -,

l’ordine perentorio, lardellato

da una lunga sequela di motivi

(“la salvezza del re di Danimarca,

e del re inglese”) e non ti dico più

di quali e quanti spettri e spauracchi,

all’idea ch’io restassi ancora vivo,

che, non appena letto quel messaggio,

subito, là, senza aspettar che il boia

potesse fare il filo alla mannaia,

mi si dovesse mozzare la testa.

ORAZIO -                                               Possibile, signore?

AMLETO -                                                                                      Ecco il rescritto.

Leggilo a tuo talento.

Ma ora vuoi sapere come ho fatto?

ORAZIO -                                               Ve ne supplico.

AMLETO -                                                                                Preso nella rete

così di tante infamie… prima ancora

di dare un prologo al mio cervello,

esso dà inizio al dramma…

Mi siedo e ti redigo in bello stile

il testo d’una nuova credenziale.

Un tempo di mia vita ho ritenuto,

come succede agli uomini di Stato,

cosa vile lo scriver paludato,

e ho fatto molto per dimenticarlo.

Ora invece mi rese un gran servizio.([151])

Vuoi che ti dica il senso dello scritto?

ORAZIO -                                               Anzi, ve ne scongiuro, monsignore.

AMLETO -                                             Una calda preghiera

del nostro re a quello d’Inghilterra

perché, qual suo fedele tributario,

ed affinché fiorisse tra di loro,

come una palma, amore ed amicizia,

e la pace, di spighe incoronata,

stesse sempre interposta tra i due regni

come una virgola…([152]) e così via,

con simili altre frasi di gran peso,

com’egli avesse preso conoscenza

del tenore di quella credenziale,

mettesse a morte i due suoi portatori

senza lasciare lor nemmeno il tempo

di purgar le loro anime con Dio.

ORAZIO -                                               E col sigillo, come vi arrangiaste?

AMLETO -                                             Il cielo mi fu provvido anche in questo.

Io portavo con me, nella mia borsa,

l’anello di mio padre, col sigillo

copia di quello ufficiale danese:

piegai bene lo scritto, come l’altro,

e, firmato che l’ebbi, e sigillato,

lo rimisi al suo posto, come stava,

senza che alcuno notasse lo scambio.([153])

L’indomani ci fu lo scontro in mare

coi pirati, di cui t’ho già parlato.

ORAZIO -                                               E così Rosencrantz e Guildenstern

van difilato verso quel destino.

AMLETO -                                             Quei due, mio caro, in questa lor missione

han troppo civettato alle mie spalle.

Non li ho sulla coscienza. La lor sorte

è il frutto della loro inframmettenza.

Chi è basso corre sempre gran pericolo

a mettersi tra i colpi e le stoccate

di avversari potenti ed accaniti.

ORAZIO -                                               Dio mio, che re è mai questo!

AMLETO -                                             Ora rifletti: non sta dunque a me,

con colui che m’ha trucidato il padre

e insozzato la madre, e s’è intromesso

fra me e la legittima mia attesa

di successore, e che ha gettato l’amo

alla mia stessa vita, e con tal frode…

non sta a me, dico, in perfetta coscienza,

saldare il conto con questo mio braccio?

E non è da dannati

lasciar che questo cancro di natura

seguiti a generare nuovi mali?

ORAZIO -                                               Dovrà presto saper dall’Inghilterra

com’è andato a finire questo affare.

AMLETO -                                             Presto, sì; l’intervallo intanto è mio.

L’esistenza di un uomo

non è che il tempo di contare “uno”.

Però quanto m’affligge, caro Orazio,

d’aver così ecceduto con Laerte!

Perché nella cagione che lo muove

io ci vedo riflessa la mia stessa.

Mi scuserò con lui. Vero è, però,

ch’è stata la jattanza del suo duolo

a trascinarmi in quella grande rabbia.

ORAZIO -                                               Un momento! Chi viene?

Entra il giovane OSRICO

OSRICO -                                               (Scappellandosi ad Amleto)

La vostra signoria è benvenuta

di nuovo in Danimarca.

AMLETO -                                             Vi ringrazio umilmente, mio signore.

(Piano, a Orazio)

Conosci questa mosca di palude?

ORAZIO -                                               No, signore.

AMLETO -                                                                         Per tua grande fortuna:

conoscere costui è una disgrazia.

Egli possiede molte terre, e fertili.

Qui se una bestia possiede altre bestie,

la sua greppia è la mensa della reggia.

È un bifolco; ma, come ti dicevo,

spazioso possessore di letame.

OSRICO -                                               Dolce signore, se vossignoria

fosse disposta, vorrei riportarle

qualche cosa da parte di sua altezza.

AMLETO -                                             Ed io, signore, la riceverò

con ogni diligenza del mio spirito.

Ma mettete il cappello al posto suo:

è fatto per il capo.

OSRICO -                                               Grazie, vossignoria. Fa molto caldo.

AMLETO -                                             No, no, credete a me, fa molto freddo,

soffia la tramontana.

OSRICO -                                                                                               È vero, infatti.

Fa alquanto freddo.

AMLETO -                                                                                         Eppure sento un’afa…

un caldo, o sarò io forse che…

OSRICO -                                                                                                                     Sì,

è vero, mio signore, un caldo afoso,

come se fosse… beh, non saprei dire…

Signore, sua maestà m’ha incaricato

d’informarvi che ha fatto su di voi

una grossa scommessa… Ecco, si tratta…

AMLETO -                                             Ma vi prego!

(Gli fa cenno di mettersi il cappello in testa, ma

Osrico esita)

OSRICO -                                                                               No, no, mio buon signore,

così mi par di stare più a mio agio…

Signore, qui alla corte

è tornato Laerte; un gentiluomo,

credetemi, di rara perfezione:

pieno delle più alte qualità,

di buona compagnia, di gran figura,

insomma, a dir di lui come si merita,

è la rosa dei venti, il calendario

delle virtù richieste a un cavaliere;

ché in lui davvero c’è il contenitore([154])

di tutto ciò che un vero gentiluomo

vorrebbe contenere.

AMLETO -                                                                                         Che bellezza!

La sua definitura, signor mio,

non soffre in voi di alcuna perdizione;

anche se son sicuro

che a farne un inventario minuzioso

è cosa che darebbe il capogiro

all’aritmetica della memoria,

e non sarebbe che uno scarrocciare

a fronte al suo spedito veleggiare.

Ma, per la verità dell’erezione,

lo stimo un’anima di grosso taglio,

ed il suo infuso è tal raritudine

che a farne proprio una definizione,

altro simil non ha fuor del suo specchio,

e chiunque volesse seguitarlo

sarebbe solo il suo adombramento.

OSRICO -                                               Molto infallibilmente ne parlate,

signoria.

AMLETO -                                                                   La concernenza,([155]) amico.

Ma a che star noi ora a drappeggiare

il nostro gentiluomo

di questo nostro troppo rozzo fiato?

OSRICO -                                               Signore?

ORAZIO -                                                                     Ma non sarebbe possibile

comprendersi parlando altro linguaggio?

Son sicuro che ci riuscirete.([156])

AMLETO -                                             (A Osrico)

Che importanza può avere

la nomina([157]) di questo gentiluomo?

OSRICO -                                               Di Laerte?

AMLETO -                                             (Piano a Orazio)

Il suo sacco è già vuotato,

le parole preziose tutte spese.

(Forte a Osrico)

Di lui, signore, sì.

OSRICO -                                               Io stimo che non è in voi ignoranza…

AMLETO -                                             Spero bene; quantunque, in fede mia,

stimarlo voi, non proverebbe nulla

a mio favore, amico. Ebbene, allora?

OSRICO -                                               … che non è in voi ignoranza

di che eccellenza d’uomo sia Laerte.

AMLETO -                                             Non oso confessarlo, nel timore

di gareggiar con lui per eccellenza;

solo se si conosce bene un uomo

si può dir di conoscere se stessi.

OSRICO -                                               Intendo nella sua arma, signore;

perché secondo la valutazione

che fanno tutti, egli è ineguagliato

in questa sua specialità.

AMLETO -                                                                                                   Che arma?

OSRICO -                                               Spada e pugnale.

AMLETO -                                                                                   Queste son due armi.

Ma per me fa lo stesso.

OSRICO -                                               Il re, signore, ha scommesso con lui

sei cavalli d’Arabia,

contro i quali, se non ho male inteso,

egli ha puntato, dalla parte sua,

sei fioretti di Francia e sei pugnali

con tutti gli accessorii: cinturone,

pendagli e tutto. Tre di questi affusti,

parola mia, son veramente rari:

molto docili al pugno, maneggevoli

all’elsa, di fattura delicata

e di assai liberale concezione.

AMLETO -                                             “Affusti” hai detto?… Che parola è questa?

ORAZIO -                                               (Piano ad Amleto)

Sapevo bene che avreste finito

a ricorrere alle “notazioni a margine”.([158])

OSRICO -                                               I pendagli, signore.

AMLETO -                                                                                      Questo termine

sarebbe più germano alla materia,

se noi potessimo portarci al fianco

un cannone;([159]) ma fino a quel momento

chiamiamoli pendagli. Andiamo avanti:

sei cavalli d’Arabia

contro sei spade di Francia, complete

di tutti gli accessorii, e con tre “affusti”

di nuova liberale concezione:

questa sarebbe la posta francese

contro quella danese.

Su che cosa sarebbe stato “imposto”,

come voi dite, questo ben di Dio?

OSRICO -                                               Mi spiego: il re ha scommesso, monsignore,

che su dodici assalti, fra voi due,

Laerte non saprà che prevalere

per più di tre stoccate: la scommessa

sarebbe dunque nove contro tre.

Si addiverrebbe alla prova anche subito,

se vostra signoria

si degnasse di darmi una risposta.

AMLETO -                                             E se la mia risposta fosse “no”?

OSRICO -                                               L’intenderei come l’opposizione

di vostra signoria a questa prova.

AMLETO -                                             Signore, io resto a passeggiare qui,

in questa sala. A sua maestà piacendo,

è questo il mio respiro quotidiano.

Si rechino le spade.

Se il gentiluomo è d’accordo di battersi

e il re mantiene il suo divisamento,

io vincerò per lui, se m’è possibile;

se no, lo scorno sarà tutto mio

con in più le stoccate ricevute.

OSRICO -                                               È questo quel che debbo riferire?

AMLETO -                                             Esattamente. E vi potete aggiungere

tutti i fronzoli che vi piacerà.

OSRICO -                                               Raccomando il mio omaggio a vostra altezza.

AMLETO -                                             Alla vostra, alla vostra!

(Esce Osrico)

Si raccomanda da sé: buon per lui,

non c’è lingua che sia disposta a farlo.

ORAZIO -                                               La pavoncella, col suo guscio in testa,

s’è allontanata.([160])

AMLETO -                                                                                   E si complimentava

con la mammella prima di succhiarla;

come lui, della stessa sua covata,

ci son molti altri che questa età frivola

prende sul serio; ch’hanno assimilato

l’aria del tempo e l’abito esteriore

del conversare: un ammasso schiumoso

che li ravvolge tutti e li trasporta

attraverso le idee più lambiccate;

ma basta una soffiata

per metterli alla prova, e addio le bolle.

Entra un CORTIGIANO

CORTIGIANO -                                      Signore, sua maestà s’è compiaciuta

d’inviarvi testé il giovane Osrico,

e questi al suo ritorno l’ha informata

che eravate in attesa in questa sala.

Mi manda appunto per saper da voi

se gradite di battervi ora subito,

o se desiderate prender tempo.

AMLETO -                                             Io son fedele alle mie decisioni,

e ligio al beneplacito del re.

Se la sua convenienza dice sì,

la mia è pronta, adesso o quando sia,

purché sia ben disposto come adesso.

CORTIGIANO -                                      Il re con la regina e tutti gli altri

stanno appunto scendendo.

AMLETO -                                                                                                         Alla buon’ora!

CORTIGIANO -                                      La regina desidera, signore,

che rivolgiate, prima dello scontro,

una parola gentile a Laerte.

AMLETO -                                             È un buon consiglio. Farò di seguirlo.

(Esce il cortigiano)

ORAZIO -                                               Riuscirete perdente, monsignore.

AMLETO -                                             Non lo credo. Da che è partito in Francia,

mi sono mantenuto in esercizio.

Vincerò di misura… Non puoi credere,

Orazio, quanto male io senta qui,

vicino al cuore… Ma non ha importanza…

ORAZIO -                                               L’ha, invece, monsignore.

AMLETO -                                                                                                      È una sciocchezza,

solo una sorta di presentimento…

buono forse a commuovere una donna.

ORAZIO -                                               Se il vostro cuore ha qualche repugnanza,

seguitelo, finché ne siete in tempo.

Io posso prevenire il loro arrivo,

e dir loro che non ve la sentite.

AMLETO -                                             Orazio, no; noi sfidiamo i presagi.

Perfino nel veder cadere un passero

ce n’è uno: se adesso è la mia ora,

vuol dire che non è più da venire;

se non è da venire, sarà adesso;

se non è adesso, dovrà pur venire.

Tutt’è tenersi pronti.

Poiché nessuno sa quello che lascia,

che può importare lasciarlo anzitempo?

Lasciamo andare: vada pur così.

Entra il RE, la REGINA, LAERTE, cortigiani con fioretti e

guantoni. Alcuni servi recano una tavola e boccali di vino.

RE -                                                        (Prendendo per mano Laerte)

Amleto, vieni a stringer questa mano

ch’io qui ti porgo con la stessa mia.

(Pone la mano di Laerte in quella di Amleto, che la stringe

calorosamente)

AMLETO -                                             Perdonami. T’ho offeso, e duramente.

Ma tu, da gentiluomo, fammi grazia.

Tutti quelli che sono qui presenti

sanno, e pur tu dovresti averne udito,

com’io sia preda d’una trista insania.

Quello che ho fatto, e che può bruscamente

aver svegliato in te la tua natura,

il tuo onore, il tuo risentimento,

io ti proclamo qui che fu pazzia.

Fu il vero Amleto a far torto a Laerte?

No, mai. Se Amleto non è più se stesso,

e in quello stato fa torto a Laerte,

non è Amleto, e Amleto lo rinnega.

Chi agì dunque in quel modo?

Amleto è dalla parte dell’offeso.

Solo la sua follia è il suo nemico.

Perciò, Laerte, innanzi a questa udienza,

ch’io sconfessi ogni offesa intenzionale,

e questo valga tanto a scagionarmi

nel tuo giudizio d’uomo generoso,

da persuaderti ch’io scoccai la freccia

oltre la casa, e ferii mio fratello.

LAERTE -                                              Questo tuo dire dà soddisfazione

a quella parte della mia natura

che più dovrebbe spingermi a vendetta;

ma in termini d’onore non transigo,

e non intendo rappacificarmi

finché da anziani e reputati giudici

nelle questioni di cavalleria

non abbia ricevuto garanzia

che il mio nome ne esca senza macchia.

Fino allora l’affetto che tu m’offri

l’accetto come tale,

e t’assicuro non gli farò torto.

AMLETO -                                             Ed io accolgo questo con franchezza;

e con franchezza voglio disputare

questa fraterna gara. Qua i fioretti!

LAERTE -                                              Avanti, uno per me.

AMLETO -                                             Al mio confronto brillerai, Laerte.([161])

Appetto alla mia scarsa maestria,

la tua rifulgerà splendidamente

come stella nel buio della notte.

LAERTE -                                              Mi prendi in giro?

AMLETO -                                                                                      No, per questa mano.

RE -                                                        Osrico, giovanotto,

vogliate porgere loro i fioretti.

Nipote Amleto, tu sai la scommessa.

AMLETO -                                             Sì, mio sovrano, so che vostra grazia

ha messo la sua posta sul più debole.

RE -                                                        Non ho timore. Vi ho veduti entrambi;

anche s’egli ha compiuto dei progressi,

noi abbiamo il vantaggio di partenza.

LAERTE -                                              (Prendendo il fioretto dalla mani di Osrico, e facendo il gesto

di soppesarlo)

Pesa troppo, mostratemene un altro.

AMLETO -                                             Questo per me va bene. I due fioretti

son di pari lunghezza?

OSRICO -                                                                                                  Sì, signore.

(Amleto e Orazio si preparano all’assalto)

RE -                                                        Posate sulla tavola i boccali.

Se Amleto al primo od al secondo assalto

toccherà, o che si rifaccia al terzo,

s’ordini che dai merli del castello

parta una salva delle artiglierie.

Il re berrà al miglior fiato di Amleto,

e getterà nella coppa una perla

la più ricca di quante nei lor serti

abbiano mai portato incastonate

gli ultimi quattro re di Danimarca.

Le coppe! E dica il tamburo alla tromba,

la tromba al cannoniere, là di fuori,

ed i cannoni al cielo, e, di rimbalzo,

dica il cielo alla terra: “Il re fa un brindisi

alla salute di Amleto!”. Attaccate!

E voi, giudici, occhio bene aperto!

(Getta una perla in una delle coppe. Tromba)

AMLETO -                                             In guardia, monsignore.

LAERTE -                                                                                                    In guardia sto.

(Cominciano a battersi)

AMLETO -                                             E una!

LAERTE -                                                              No.

AMLETO -                                                                      Che cosa dice il giudice?

OSRICO -                                               Toccato, chiaramente.

LAERTE -                                                                                                 Bene, avanti.

RE -                                                        Fermate. Datemi da bere. Amleto,

quella perla è per te. Alla tua salute!

(Gli indica la coppa in cui ha gettato la perla. Tamburi,

spari di artiglierie)

(A Osrico)

Porgetegli la coppa.

AMLETO -                                             (Non prende la coppa)

Un altro assalto.

Tenetela da parte per un po’.

(Riprendono a battersi. Amleto mette a segno

un altro colpo)

Ecco: toccato ancora. Che ne dici?

LAERTE -                                              Toccato, sì, toccato, lo confesso.

RE -                                                        (Alla regina)

Vincerà nostro figlio.

REGINA -                                               Ha il fiato corto ed è tutto sudato.

Amleto, toh, prendi il mio fazzoletto,

asciugati la fronte… La regina,

Amleto, beve alla tua buona sorte.

(Afferra la coppa destinata ad Amleto)

AMLETO -                                             Grazie, madre.

RE -                                                        (Trattenendo la regina)

Gertrude, no, non bere!

REGINA -                                               Voglio bere, signore. Perdonate.

(Beve)

RE -                                                        La coppa col veleno!… Troppo tardi!

AMLETO -                                             (Alla regina)

Per ora non vorrei bere. Più tardi.

REGINA -                                               Lasciati almeno tergere la faccia.

LAERTE -                                              (Al re, a parte)

Signore, ora lo pungo.

RE -                                                                                                          Non ci credo.

LAERTE -                                              (Tra sé)

Eppure mi ripugna alla coscienza…

AMLETO -                                             Laerte, sotto per il terzo assalto.

Finora hai baloccato. Su, ti prego,

tira a fondo, con la tua miglior foga;

se no, ho paura che mi dài la baia.

LAERTE -                                              Ah, così pensi? Allora fatti sotto.

(Riprendono a battersi)

OSRICO -                                               Niente di fatto, da nessuna parte.

LAERTE -                                              Toh, prendi questa, adesso.

(Laerte ferisce Amleto. I due lasciano cadere le spade e si azzuffano con le mani. Nel riprendere le spade, se le scambiano.

Continuano a battersi. Amleto ferisce Laerte. Come il re lo vede grida)

RE -                                                        Separateli! Sono scatenati!

AMLETO -                                             Suvvia, sotto di nuovo!

(La regina cade a terra)

OSRICO -                                               La regina, guardate, la regina!

ORAZIO -                                               Perdono molto sangue, tutti e due.

(Ad Amleto)

Come state, signore?

OSRICO -                                               Laerte, mio signore, come state?

LAERTE -                                              Come… come può stare un beccaccino

imprigionato nella sua tagliola…

Io sono ucciso, Osrico… e giustamente…

a cagione del mio maligno inganno.

AMLETO -                                             Che cos’ha la regina?

RE -                                                        Ha perso i sensi alla vista del sangue.

REGINA -                                               (Riavendosi)

No, no… quella bevanda… la bevanda…

Oh, Amleto caro!… La coppa, la coppa…

Io sono avvelenata…

(Muore)

AMLETO -                                             Ah, quale infamia! Chiudete le porte!

Tradimento! Cercate il traditore!

(Anche Laerte cade)

LAERTE -                                              È qui, Amleto!… Amleto tu sei morto;

non c’è nessuna medicina al mondo

che ti possa salvare…

Non hai vita nemmeno per mezz’ora.

Ce l’hai in mano tu stesso lo strumento

del tradimento, avvelenato in punta;

e contro me s’è volta

l’infame astuzia… Eccomi ora a terra

per non più rialzarmi… Anche tua madre

è stata avvelenata… Io più non reggo…

Il re ne ha colpa, il re!

AMLETO -                                             La punta avvelenata!… E allora avanti,

veleno, all’opra tua!

(Si scaglia contro il re e lo ferisce a morte)

TUTTI -                                                                                                 Oh, tradimento!

Oh, infamia!

RE -                                                                                    Aiuto, amici, soccorretemi!

Sono solo ferito!

AMLETO -                                             (Amleto prende la coppa dove ha bevuto la madre e la

porge al re)

Toh, assassino,

incestuoso, dannato re danese!

Bevila fino in fondo, questa coppa.

C’è dentro la tua perla?([162])

Segui mia madre.

(Il re beve, e muore all’istante)

LAERTE -                                                                                    Ha quello che si merita.

È lui che ha preparato la pozione.

Nobile Amleto, scambia il tuo perdono

con il mio: che la morte di mio padre

né quelle mia ricadan su di te,

né su di me la tua.

AMLETO -                                             Di quella mia te ne assolvano i cieli.

Io ti seguo. Io muoio, Orazio… Addio,

sventurata regina!…

O voi tutti che, pallidi e tremanti

assistete - comparse e spettatori -

a questa azione, se ne avessi il tempo

(ma la Morte, questo crudele sbirro,

è ligia al suo dovere), oh, vi direi…

Ma vada come vada… Orazio, muoio.

Tu vivi; e riferisci onestamente

della mia causa tutto quanto il giusto,

a chi vorrà saperlo.

ORAZIO -                                                                                           Non pensatelo.

Io sono, più che un Danese, un Romano,([163])

e qui ci resta ancora del liquore.

AMLETO -                                             No, dammi quella coppa!

Se sei uomo, dammela, perdio!

Mio buon Orazio, qual nome macchiato

vivrà di me, se questi avvenimenti

avessero a rimanere ignoti!

Se m’hai tenuto nel tuo cuore, Orazio,

tieniti ancor lontano, per un poco,

dalla gioia suprema del trapasso,

e seguita su questo duro mondo

a respirare ancora il tuo dolore

per raccontare ad altri la mia storia.

(Marcia militare e spari all’interno)

Che cos’è questo strepito di guerra?

OSRICO -                                               È il giovin Fortebraccio di Norvegia.

Torna dalla Polonia vincitore,

e lancia queste salve a salutare

gli ambasciatori del re d’Inghilterra.

AMLETO -                                             Io muoio, Orazio… Sento che il veleno

s’impadronisce di tutto il mio spirito.

Ormai più non mi resta tanta vita

da sentir le notizie d’Inghilterra;

ma profetizzo che su Fortebraccio

cadrà la scelta; a lui, in suo favore

va il mio voto morente. Digli questo,

insieme al più e il meno degli eventi

qui succedutisi… Il resto è silenzio.

(Muore)

ORAZIO -                                               Spezzato un nobil cuore! Dolce principe,

benevola ti sia l’eterna notte,

e possa un volo d’angeli cantando

accompagnarti all’ultimo riposo!

(Tamburi da dentro)

Che viene a fare qui questo tamburo?

Entrano FORTEBRACCIO e gli AMBASCIATORI INGLESI,

con seguito di tamburi e vessilli

FORTEBRACCIO -                                 Quella vista dov’è?

ORAZIO -                                               Che cosa v’aspettate di vedere?

Se una scena terribile e pietosa,

non cercate oltre, è qui.

FORTEBRACCIO -                                 Ma questa strage grida di carnaio!

Ah, orgogliosa Morte,

qual mai banchetto si sta preparando

nell’eterna tua grotta,

perché dovessi falciare d’un colpo

in un mare di sangue tanti principi?

UN AMBASCIATORE -                         Oh, spettacolo orrendo!…

Troppo tardi le nostre ambascerie

giungon dall’Inghilterra:

sono sorde per sempre

le orecchie che dovevano ascoltarle:

come fu data esecuzione all’ordine,

e come Rosencrantz e Guildenstern

hanno trovato morte in Inghilterra.

Ora da chi saremo ringraziati?

ORAZIO -                                               (Indicando il corpo del re)

Dalla sua bocca, no, sicuramente,

quand’anche fosse vivo e lo potesse.

Non fu lui a ordinar la loro morte.

Ma dal momento che così balzati

siete su questa sanguinosa storia,

voi dalla guerra di Polonia, e voi

dall’Inghilterra, vogliate disporre

che queste spoglie umane siano esposte

su un tumulo alla vista della gente.

E lasciate ch’io dica al mondo ignaro

come sono accaduti questi eventi.

Potrete così udire

di carnali rapporti, e sanguinose

e innaturali azioni, e d’assassinii

casuali, e decisioni occasionali([164])

di morti provocate o da perfidia

o da forza maggiore, e, in questo epilogo,

di tranelli falliti e ricaduti

sulla testa di chi li aveva orditi.

Su tutto posso dir la verità.

FORTEBRACCIO -                                 E noi ci accingeremo ad ascoltarla,

qui, tutti insieme, coi nostri maggiori.

In quanto a me, abbraccio la mia sorte,

col dolore nel cuore;

ho dei diritti, mai dimenticati,

su questo trono, che l’ora presente

mi esorta a far valere.

ORAZIO -                                               Anche di questo vi dovrò parlare,

ed a nome di chi, con il suo voto,

molti altri ne trarrà alla vostra parte.

Ma si proceda subito al da farsi,

mentre gli animi sono ancora scossi,

così che altri intrighi ed altri errori

non abbiano a recarci altre sventure.

FORTEBRACCIO -                                 Quattro miei capitani

mettano il corpo d’Amleto su un palco,

così come s’addice ad un soldato:

perché se fosse stato lui sul trono,

si sarebbe mostrato un buon sovrano.

Diamo il nostro saluto al suo trapasso

con musiche e con riti militari.

Gli altri corpi toglieteli alla vista:

è una vista da campo di battaglia

e s’addice assai male a questo luogo.

E s’ordini alla truppa di sparare.

FINE


([1]) Orazio è nobile e sa il latino, come tutti i giovani di buona famiglia dell’età elisabettiana; e il latino era anche considerato il linguaggio della magia, degli esorcismi e degli scongiuri. I maghi e i fattucchieri, allora molto in voga, si esprimevano in latino.

([2]) Secondo l’uso del tempo, il sovrano di un paese veniva chiamato col nome del paese. Così, più sotto, “Polonia” il re di Polonia.

([3]) “… stars with trains of fire”: si tratta, evidentemente, delle comete. Shakespeare ripete qui tutti i fenomeni già da lui decritti nel “Giulio Cesare” alla vigilia della morte di questi, come presagio della sua uccisione e dei torbidi che ne seguirono. Quanto alla verità storica delle comete, è accertato tuttavia che nessuna ne apparve a quel tempo. Una ne fu vista - secondo Plutarco - dopo la morte di Cesare.

([4]) “… and dews of blood”, letteralm.: “… e rugiade di sangue”. Si credeva che il passaggio di una cometa sulla terra mutasse in sangue l’acqua delle gocce di rugiada.

([5]) La luna, il cui influsso determina le maree.

([6]) “… and the moist star… was sick almost to doomsday with eclipse”: “Doomsday” è il Giudizio universale della credenza cristiana.

([7]) “… that may to thee do ease and grace to me”: “grace” è qui nel senso di “sanctitude”,“salvation”, “benemerenza acquisita davanti a Dio”; Dio stesso è “The Source of Grace” in “Tutto è bene quel che finisce bene”, I, 3, 226. (“Se innanzitempo Grazia a sé no’l chiama”, Dante, Inf., XXXI, 129).

([8]) Era credenza popolare che gli spiriti di coloro che in vita si fossero indebitamente appropriati di beni altrui dovessero non trovar requie finché non avessero restituito il mal preso.

([9]) Era antica credenza popolare - avvalorata anche da scrittori protocristiani - che il canto del gallo all’alba avesse il potere di cacciare dalla terra gli spiriti maligni che vi avessero vagato nella notte.

([10]) Per i segnali musicali nel teatro shakespeariano, v. la nota preliminare n. 7 alla mia traduzione del “Re Lear”.

([11]) Da qui in poi, è da intendere che Claudio non si rivolga più alla regina, ma agli altri nobili presenti.

([12]) Si noti la corrispondenza delle corti di Danimarca e di Norvegia in ciò che entrambe hanno perduto un re, al quale è succeduto non il figlio, ma il fratello.

([13]) “You cannot speak of reason to the Dane / and lose your voice”, letteralm.: “Non puoi parlare di qualcosa che meriti al re danese, e sprecare la voce”.

([14]) Amleto esordisce con uno dei più sofisticati e fulminanti quibbles shakespeariani. Rispondendo al patrigno che gli chiede: “Com’è che su di te son sempre sospese tante nuvole?” (In termini più piani: “Perché stai sempre così rannuvolato?”), risponde: “Not so, my lord; I am too much in the sun”: “Tutt’altro, mio signore; io sono troppo al sole”; dove si gioca sull’omofonia tra “sun”, “sole” e “son”, “figlio”, che all’epoca l’attore doveva pronunciare entrambi “sun” (cfr. per identica assonanza, nel “Giulio Cesare”, tra “Rome” e “room”, I, 2, 156: “Now is it Rome indeed, and room enough…”). Ma, bisticcio nel bisticcio, c’è l’uso dell’espressione “to be in the sun” che vale sia “stare a ciel sereno (senza nuvole)”, ma anche “stare sul lastrico”, “essere ridotto in miseria (materiale e morale)”. È la prima stoccata di Amleto contro lo zio che gli ha ucciso il padre, del quale ha usurpato il regno e presa in moglie la vedova.

([15]) Amleto veste di nero.

([16]) “… passing through nature to eternity”, letteralm.: “… passando attraverso la natura all’eternità”.

([17]) Città tedesca sull’Elba, sede della famosa università e della cattedrale alla cui parete Lutero affisse le sue tesi contro il papato di Roma. Sulla questione degli studi di Amleto in questa città, v. più sotto la nota (143).

([18]) L’associazione del fragore del tuono a quello della gozzoviglia reale non è solo metaforica: in Danimarca i banchetti di corte erano effettivamente contrappuntati da salve di artiglieria in segno di festa.

([19]) “… Hyperion to a satyr”: Iperione, uno dei 12 Titani, figlio di Urano e di Gea, era raffigurato come un bellissimo giovane, simbolo della bellezza maschile, per contrapposto ai satiri, mostri con corpo d’uomo, gambe di capra e due corna in fronte, che rappresentavano l’aspetto bestiale e sensuale dell’uomo.

([20]) “… like Niobe, all tears”: Niobe, figlia di Tantalo e moglie di Anfione re di Tebe, ebbe tutti i suoi 14 figli, sette maschi e sette femmine, uccisi da Apollo e Diana, la cui madre, Latona, ella aveva offeso. Il dolore la mutò in roccia. Era, nella mitologia classica, il simbolo del disperato amore materno.

([21]) Può sembrare strano e inspiegabile che Amleto non riconosca il suo amico Orazio; forse perché questi ha indosso l’armatura. Ma Orazio gli dice più sotto di aver assistito al funerale del padre e al matrimonio della madre. È impossibile che non si siano visti prima. È una evidente stonatura del copione.

([22]) “… but as his temple waxes…”: l’immagine del corpo umano come tempio/santuario nel quale la persona umana celebra le sue funzioni, è frequente nella letteratura del XVI sec.

([23]) “Youth to itself rebels, tough none else near”: senso: “la gioventù ha tante tentazioni da sola, che non ha bisogno che gliene procuri l’altrui compagnia”.

([24]) “… and these few precepts in thy memory / Look thou character…”: per l’uso di “character” nel senso di “scrittura”, “writing”, in Shakespeare, cfr. in “Misura su misura”, I, 1, 28: “There is a kind of character in thy life”.

([25]) Testo: “… Or - not to crack the wind of the poor phrase, /Running it thus - you’ll tende me a fool”: letteralm.: “… Altrimenti - per non mozzare il fiato a questa povera frase che corre così…”. La “povera frase” è quella con cui Polonio ha esortato prima la figlia ad offrirsi a maggior prezzo: “Tender yourself more dearly” - le ha detto - dove “tender” sta per “offrire qualcosa che si vuol vendere”. Prima lo stesso Polonio aveva usato lo stesso termine “tenders”, sostantivo, per “offerte”, nel significato di “profferte d’amore”; ma il primo uso verbale del termine gli serve per dire alla figlia che non offra lui, Polonio, agli occhi altrui come un imbecille.

([26]) “For they are brokers, not of that dye which their investments show”, letteralm.: “Perché essi sono intermediari, non del colore mostrato dai loro vestiti” (“Investments” sta qui come sinonimo di “attires”.)

([27]) “Up-spring”: si chiamava così una specie di trescone di origine germanica (“huepfang” in tedesco), simile al nostro salterello napoletano.

([28]) Testo: “The dram of eale doth all the noble substance of a doubt to his own scandal”, letteralm.: “La dramma di male riduce (“doth”, forma arcaica di “does”) tutta la nobile sostanza di un dubbio alla sua propria bassezza”. Ma il passo è oscuro. La traduzione letterale non può esserlo di meno; ma l’ho preferita ad altre, più o meno arbitrarie, e ugualmente incomprensibili, quando non anche letteralmente scorrette, come il rendere “the dram” con “il dramma” (Angeli) o il genitivo “of a doubt” “a causa di un dubbio” (Baldini).

([29]) Il castello di Elsinore è costruito su una specie di promontorio, a picco sul mare.

([30]) Il mostro mitologico di eccezionale forza, invulnerabile, che a Nemea, nell’Argolide, distruggeva uomini e cose. Fu strozzato da Ercole, nella prima delle sue dodici fatiche.

([31]) Il testo ha “the foul crimes”, “i truci delitti”; ma il vecchio re Amleto è presentato sempre come modello di uomo probo ed onesto; solo che, come guerriero, ha ucciso in guerra. E questi sono i “crimini” di cui si sente responsabile avanti a Dio.

([32]) “But this eternal blazon”: “blazon” è termine araldico per “blasone” nobiliare (“coat of arms”); ma qui è usato da Shakespeare in senso traslato per alludere alla qualità delle pene infernali o purgatoriali. Dante la chiama “modo” (“Il modo della nona bolgia sozzo”, Inf., XXVIII, 21), e noi con lui, umilmente.

([33]) “Unnatural”: lo spettro ripeterà questo aggettivo due volte in quattro versi, a sottolineare come, rispetto agli altri assassinii, quello di un fratello su un fratello è tra i più turpi, perché contro natura.

([34]) Il testo ha la metafora “gates and alleys”, “ingressi e viali naturali”.

([35]) Lazzaro, il povero lebbroso del Vangelo, di cui si parla nella parabola del Ricco Epulone.

([36]) “Illo, oh, oh, my lord!”: “Illo!” è il verso usato, quasi un grido fischiato, dal falconiere per richiamare il falcone.

([37]) “By Saint Patrick”: l’appello di Amleto a San Patrizio, qui, non è senza motivo: San Patrizio, secondo la tradizione, è il santo che ha bandito i serpenti dall’Irlanda, e lo spettro del padre di Amleto ha chiamato lo zio Claudio, suo fratello: “The serpent that did sting thy father’s life” (I, 1, 59). La “grande offesa” cui egli pensa non sono le sue parole ad Orazio, ma l’assassinio del padre.

([38]) “… as you are friends, scholars, and soldiers”: il compagno di studi (“scholar”) è Orazio, il compagno d’armi (“soldier”) è Marcello.

([39]) “Upon my sword”: si giurava sulla spada perché la spada dei guerrieri cristiani aveva l’elsa a forma di croce.

([40]) “Art thou there, truepenny?”: “truepenny”, “buona moneta” è espressione colloquiale per “persona fidata”, “onesto compare”, genuino come moneta di buona lega.

([41]) Latino per: “Qui e dovunque?”.

([42]) “O day and night”: è la mezza luce del crepuscolo mattutino, quando non è più notte e non ancora giorno (cfr. in Dante, Inf., XXXI, 10: “Quivi era men che notte e men che giorno”).

([43]) Amleto gioca sul doppio significato dello “strange” detto prima da Orazio (“… but this is wondrous strange”), dove il termine sta per “strano”, “inusitato”; ma “strange” vale anche “straniero”, “forestiero”, e così lo intende Amleto, nel rispondergli scherzosamente: “Se dici che è straniero, dàgli il benvenuto”.

([44]) “Here, as before, never”: cioè “da questo istante in poi, anche se prima non è stato mai così”. S’è tradotto alla lettera, con Diego Angeli (Treves editori, Milano, 1927) per non perdere la bella forza poetica della frase inglese.

([45]) “… and by drift of question”: “by drift” sta qui nel senso di “by conscious direction of speech to the purpose” (v. “The Oxford Dictionary” alla voce).

([46]) “According to… the addition of man”: per “addition” nel senso di “titolo o appellativo aggiunto al nome di una persona”, come “Il Moro” ad Otello, v. “Otello”, IV, 1, 105: “The verser that you give me addition…”

([47]) “I doubt it is no other but the main…”: “the main” è, nel linguaggio dei gioco ai dadi, il numero più alto, che il giocatore invoca che esca, prima di buttarli, ma che si sa che sta nei dadi.

([48]) “You are a fishmonger”: questo “fishmonger” ha fatto sbizzarrire per secoli i commentatori alla ricerca del perché Amleto dia a Polonio questo epiteto. L’unico significato del termine è “pescivendolo”, e non altro (“One who deals with fish”, indicano i lessici); e non si capisce perché qui sia addotto da Amleto come esempio di uomo onesto. Unica spiegazione può essere che la parola fosse usata, nel gergo volgare, nel senso, furbescamente lascivo, di “fornicatore”, e anche di “ruffiano”; dove allora la battuta messa in bocca ad Amleto lascerebbe intendere che Shakespeare voglia fin da ora lasciare intendere che Amleto abbia intuito il disegno di Polonio di “sguinzagliargli” la figlia (“I’ll loose my daughter to him” - ha detto prima) per scoprirlo.

([49]) È da intendere che durante tutto questo soliloquio di Polonio, Amleto abbia ripreso a leggere il libro.

([50]) Il lettore noterà qui un verso di nove sillabe. Ogni aggiustamento alla metrica usata (endecasillabi e settenari) avrebbe sciupato la forza poetica di quei tre secchi “words, words, words”.

([51]) “… or in the middle of her favours?”: Amleto, in allusioni lascive, non scherza; la Fortuna è femmina, e trovarsi nelle sue parti al disotto della cintola, si capisce dove.

([52]) Queste due battute sono variamente interpretate, per la polivalenza di significati del termine “privates”. “Faith, her privates we”, dice Guildenstern; che può intendersi “In verità noi siamo sue reclute” (della Fortuna, per contrapposto all’essere in cima alla sua berretta), ma “privates”, sono le parti intime, “pudenda” del corpo; e così l’intende Amleto, nella sua risposta. In italiano le due battute non hanno senso. Si è perciò adottato, per rendere almeno in parte il quibble, questo “Un po’ addentro, in fede mia”, tolto di peso dalla traduzione del Montale.

([53]) Il senso di questo sillogismo di Amleto, piuttosto bislacco, è questo: “Voi dite che l’ambizioso è l’ombra di un’ombra; allora il mendicante che, per il fatto stesso di esser tale, non ha ambizioni, ha sostanza corporea, laddove sovrani ed eroi celebratissimi, che per esser tali devono essere ambiziosi, sono le ombre dei mendicanti.”

Ma Amleto sragiona, come riconosce egli stesso più sotto.

([54]) “Beggar that I am…”: Amleto fa ironicamente il verso ai due che han detto prima ambizioso uguale ombra; egli non si sente ombra, ma corpo, perciò - secondo il suo sillogismo - mendicante.

([55]) “… what lenten entertainement”: la quaresima è proverbialmente periodo di astinenza rigorosa e di penitenza.

([56]) Non è nel testo.

([57]) Qui Shakespeare pone nella Danimarca di Amleto un fatto tipicamente inglese del suo tempo: quella, cioè, che nel periodo elisabettiano, si chiamò “la guerra dei teatri”; vale a dire, come si vedrà più sotto, la nascita a Londra di compagnie teatrali composte di giovinetti, le quali erano giunte a riscuotere tra il pubblico maggior favore e successo delle compagnie di attori professionali, recitando un teatro di sapore satirico con testi scritti anche da buoni drammaturghi - come lo stesso Ben Jonson, amico di Shakespeare - e costringendo così le compagnie professionali, per fare cassetta, ad andare itinerando in provincia o presso le magioni e i castelli della nobiltà fuori di Londra.

Ma sono danesi gli attori, o vengono dall’Inghilterra? La domanda è lecita perché Amleto dice ad un certo punto all’attore con la barba: “Non verrete a far crescere anche a me la barba in Danimarca!” Ma se è così, quando e come li ha conosciuti Amleto, se non è stato mai ancora a Londra?… Distrazioni del copione…

([58]) “… are afraid of goose quills”: cioè dei loro copioni, che erano scritti a mano con le penne d’oca. La “guerra dei teatri”, vissuta da Shakespeare in prima persona come attore-drammaturgo di una compagnia stabile, ebbe luogo in Inghilterra fra il 1596 e il 1604, gli anni in cui la compagnia di cui il poeta era socio e azionista, recitava al “Globe”, mentre i fanciulli si esibivano al teatro dei “Frati Neri” (“Blackfriars”). Questi attori giovanissimi erano reclutati in gran parte fra i cantori della cappella reale (“Children of the Chapel”).

([59]) Intendi: c’è stato un momento in cui gli impresari teatrali non sono stati più disposti a finanziare la messa in scena di un lavoro, se la trama non fosse stata in qualche modo connessa con la polemica in atto sulla “guerra dei teatri”; giacché gli autori, scrivendo per le compagnie dei fanciulli, dovevano attaccare le compagnie degli attori professionali, e viceversa. E il pubblico andava matto per queste polemiche.

([60]) “Hercules and his load too”: Rosencrantz, nel rispondere ad Amleto che ha domandato: “Do the boys carry it away?”, dove appunto l’espressione “to carry away” sta nel senso di “averla vinta” (il francese “l’emporter”), prende la stessa espressione nell’altro senso di “portare”, “trascinar via di peso”, e lo dice di Ercole, che porta sulle spalle il globo del mondo. È sottinteso un riferimento al “Globe”, che era il teatro di cui Shakespeare era attore e socio, e che aveva come simbolo un globo.

([61]) “…  each ear a hear”, letteralm.: “… ad ogni orecchio un ascoltatore”.

([62]) È impossibile - a giudizio di questo traduttore - che un solo spettatore del “Globe” potesse cogliere a volo, e che lo possa tutt’oggi lo spettatore moderno, dalla voce dell’attore che impersona Amleto, l’ironico significato di questa fulminea allusione di Roscio. La referenza è a Quinto Roscio, il celebre attore romano, amico e maestro di Cicerone, che scrisse una celebre orazione in sua difesa. Amleto sa dallo stesso Polonio - ma lo spettatore non lo saprà che alla seconda scena del III atto - che questi in gioventù, quand’era all’università, ha recitato un “Giulio Cesare”, in cui ha fatto la parte del protagonista, Cesare, che è ucciso da Bruto. Amleto, nel dire qui, rifacendo il verso a Polonio, “When Roscious was an actor in Rome…”, è come se intendesse dirgli: “Come sai recitare bene”.

([63]) Polonio ha detto “Upon my honour…”, “Sul mio onore…”; Amleto finge di capire “A cavallo del mio onore”, e dà dell’asino a Polonio.

([64]) Allusione biblica, Libro dei Giudici, XI, 30-40: Gefte, giudice d’Israele, aveva fatto voto a Dio che, se avesse ottenuto la vittoria sui figli di Ammone, gli avrebbe immolato in sacrificio la prima creatura che avesse incontrato al suo ritorno dalla battaglia. Fu proprio sua figlia a venirgli incontro alla testa di un corteo di fanciulle, ed egli la sacrificò. Altro riferimento a questo episodio biblico è nell’“Enrico VI. Parte terza”, V, 1, 91.

([65]) Per capire che cos’è che “seguita” in questo scambio di battute tra Amleto e Polonio, bisogna sapere - come verosimilmente doveva sapere il pubblico londinese dell’epoca - che Amleto ha citato due versi di una ballata popolare, la cui intera strofa è questa: “Ho letto che molti anni fa, / quando Gefte, giudice d’Israele, / aveva una bella figlia, / ch’egli oltremodo amava / e come per sorte, Iddio lo sa, / accadde com’era assai facile: che grandi guerre dovessero venire, / e chi dovrà essere il capo / se non lui…”. Un altro argomento sulla irrappresentabilità di Shakespeare al pubblico moderno.

([66]) “What, my young lady and mistress!”: non si tratta, naturalmente, di una donna, ma di un attor giovane, giacché, com’è noto, le parti femminili erano sostenute da adolescenti o da giovani che sapevano recitare in falsetto imitando la voce femminile, alle donne essendo proibito calcare le scene.

([67]) “… by the altitude of a chopin”: cioè per tutta l’altezza di un cioppino, il cioppino (“chopine”) è il termine con il quale i Veneziani indicavano gli zoccoli di legno dal tacco altissimo portati dalle loro donne per apparire più alte e slanciate.

([68]) La falconeria francese non aveva buona fama in Inghilterra; gli Inglesi dicevano che i falconieri francesi non sapevano selezionare la selvaggina e non risparmiavano nessun volatile che venisse loro a tiro. In Inghilterra tal genere di caccia era più rigoroso e raffinato. Ma Amleto ha già in mente la sua caccia, e si propone di non risparmiare nessuno, proprio come i falconieri francesi.

([69]) Cioè come la tigre: la tigre è “la belva ircana” per antonomasia, perché di tigri feroci si diceva fosse popolata l’Ircania, regione dell’antica Persia, a sud del Mar Caspio.

([70]) Pirro, o Neottolemo, è il figlio di Achille e Deidamia. Prese parte ancor giovanissimo alla guerra di Troia. Penetrato a Troia cogli altri Greci nascosti nel ventre del cavallo di legno, uccise Polite, presenti i genitori, e poi lo stesso Priamo, che volle affrontarlo.

([71]) I Ciclopi lavoravano nelle officine di Efesto (il dio Vulcano dei Romani) donde uscivano lavori meravigliosi: automi d’oro semoventi e parlanti, il carro del Sole, sontuose dimore degli dèi, armature sfarzose di eroi semidei (Ercole, Achille, Enea, ecc.).

([72]) Ecuba, la moglie di Priamo, dovette assistere alla morte del marito per mano di Pirro, ed a quella di tutti i suoi 19 figli.

([73]) “… like John-a-dreams”: “John”, come “Jack”, “Johnny”, son l’equivalente del nome di persona da poter affibbiare a tutti, come il “Zanni” della Commedia dell’arte.

([74]) Amleto ha la barba: un particolare che molti registi nostrani sembrano dimenticare, come la calvizie di Re Lear. Tirare la barba ad uno era il più grande sfregio che gli potesse fare.

([75]) “… by no drift of conference get from him…”: è espressione analoga a “by drift of question”, di cui alla nota 45, sopra.

([76]) “To be, or not to be… that is the question”: è la frase più celebre di tutto il dramma. Molti curatori intendono “question” per “problema”; il termine “problem” nel senso di “question proposed for solution”, “proposizione logica o matematica con dati certi la cui conclusione è una soluzione e una risposta” esiste nell’antico inglese. Shakespeare non lo usa mai, tanto meno l’avrebbe usato qui, dove non che un problema da risolvere, Amleto enuncia il dubbio eterno dell’uomo nell’esistenza dell’aldilà come liberazione dai mali dell’esistenza mortale: “nodo”, dunque, “nodo” della mente e dell’animo, nel senso dantesco (“… solvetemi quel nodo / che ha inviluppato mia sentenza”, Inf., X, 95-96). Altri traduttori (Lombardo) hanno “questione”, generico che non dice nulla.

Il verso “Già, ma qui dismaga l’intelletto”, che traduce il “Ay, there is the rub” del testo è preso dal libretto dell’”Amleto” di Arrigo Boito.

([77]) “… what monsters you make of them”: si capisce che il soggetto è “voi donne”.

([78]) Cioè il re suo zio, che ha sposato sua madre, e ch’egli vuole morto.

([79]) “His afflictions do not that way tend”, letteralm.: “I suoi sentimenti non volgono da quella parte”. È reso a senso.

([80]) “… for o’erdoing Termagant”: Termagante è il nome di una divinità saracena, spesso citato nelle sacre rappresentazioni come il nemico numero uno dei cristiani.

([81]) Anche questo è nome tratto dalle sacre rappresentazioni e “mistery plays”: Erode è il simbolo del tiranno malefico e sanguinario.

([82]) “… our cousin Hamlet”: Shakespeare usa “cousin” come termine generale per ogni sorta di parentela o affinità “cugino”, “nipote”, “cognato”, “zio”, ecc. Qui non può essere che “nipote”: “cugino”, come traducono molti, è un nonenso.

([83]) Era antica credenza che il camaleonte si nutrisse d’aria. È il simbolo della persona mutevole d’animo e di mente, quasi un epiteto che Amleto si affibbia da sé.

([84]) Si tratta, per riferire la congettura di alcuni curatori, del dramma in latino sulla morte di Giulio Cesare, di cui si sa che venne rappresentato a Oxford nel 1582, ma non se ne conosce l’autore. Anche nelle università - tanta era la moda del teatro nell’Inghilterra elisabettiana - si davano rappresentazioni, per lo più di carattere satirico o allegorico, e per lo più in latino, ad opera degli stessi studenti. Anche l’“Amleto” di Shakespeare fu rappresentato, vivente l’autore, nelle università di Oxford e Cambridge, ma da compagnie di attori professionisti.

Secondo il Melchiori (G. Melchiori, Shakespeare, Laterza, 1994, pag. 335) questo riferimento di Polonio a Giulio Cesare sarebbe una conferma della datazione all’anno 1599 del dramma omonimo di Shakespeare; lo stesso anno in cui fu completato l’“Amleto”, o poco prima. Questa battuta di Polonio - nota il Melchiori - “acquista sapore per il pubblico contemporaneo soltanto se effettivamente lo stesso attore caratterista che impersonava Polonius era apparso poco prima nel ruolo di Cesare”.

([85]) “… shall I lie in your lap?”: durante le rappresentazioni in ambiente privato i giovani signori usavano restare accovacciati per terra, ai piedi delle dame sedute, in modo da poggiare la testa sul loro grembo. Ma la frase “to lie in one’s lap” ha anche un significato sessuale.

([86]) “O God, your only jig-maker”: era detto “jig-maker” l’attor comico che, durante gli intervalli della rappresentazione, attendeva ad intrattenere il pubblico con allegre battute. Amleto sa che il dramma che si sta per rappresentare è tetro e sanguigno, e ad Ofelia che gli dice di vederlo allegro risponde: “Lo sono a bella posta per te, per intrattenerti un po’ in allegria durante gli intervalli”.

([87]) “… for I’ll have a suit of sables”: la pelliccia di zibellino, di color marrone, era l’abito elegante dei nobili. Il commercio di tali pellicce, provenienti dalla Russia, era fiorente all’epoca. I poveri vestivano di lana.

([88]) “… with the hobby-horse”: “hobby-horse” era chiamata l’immagine del cavallo che figurava dipinta sulla larga fascia di cui s’avvolgevano il petto i danzatori della “moresca” (“morris-dance”), una vivacissima danza popolare in costume risalente all’epoca di Robin Hood, e che ancora si danza in Inghilterra nelle piazze al Calendimaggio. I gesti di questi danzatori furono ritenuti osceni dai puritani, e la danza del cavalluccio dipinto fu abolita sì che nessuno, trascorso poco tempo, dell”hobby-horse” si ricordò più.

Stupisce che tutti i curatori consultati, compreso il Praz, traducano “cavallino di legno”, del quale non si sa chi non si dovrebbe ricordare più.

([89]) “That’s wormwood, wormwood!”: l’assenzio (“wormwood” o “absinthe”), il liquore fatto con l’umore estratto dalla omonima pianta, è amarissimo. Con questa esclamazione Amleto sembra dire a se stesso e al pubblico: “Ora viene l’amaro!”; per la madre, naturalmente, perché si parla di secondo matrimonio.

([90]) Perché a Vienna, non si capisce. La trama è italiana, scritta in italiano nell’originale - come lo stesso Amleto dirà dopo -, e la scena non può essere che l’Italia, Mantova, verosimilmente, dato che si parla di un Gonzaga. In realtà un assassinio con il veleno versato nell’orecchio ebbe luogo ad Urbino nel 1539 ai danni di quel duca, che aveva sposato una Gonzaga di Mantova; autore dell’assassinio fu il fratello di costei, Luigi Gonzaga.

([91]) Il testo ha “… nephew to the King”, “… nipote del re”; ma si deve trattare di una svista del copione, perché nel dramma che si rappresenta non c’è nessun re: c’è il duca Gonzago.

([92]) “You are as good as a chorus, my lord”: Ofelia allude, chiaramente, al coro della tragedia greca - ripreso anche da Shakespeare nell’“Enrico V”- la cui funzione era quella di spiegare al pubblico all’inizio, negli intervalli e alla fine, lo svolgimento della vicenda nelle parti in cui non veniva rappresentata sulla scena.

([93]) “I could interpret between you and your love, if I could see the puppets dallying”: per intendere bene questa battuta di Amleto, che dà della marionetta ad Ofelia, gioverà riferirsi a quell’“interpret”, il cui sostantivo “interpreter” significa “interprete” ma anche “burattinaio”.

([94]) “So you mis-take your husbands”: il senso studiosamente allusivo di queste due battute - che pochi curatori hanno inteso - sta in ciò: che Amleto nel riprendere idealmente le parole prima pronunciate da Ofelia: “Still better and worse”, le associa alla formula che si scambiano gli sposi nel matrimonio anglicano: “I take you for better and for worse”, “Io ti prendo (in moglie/in marito) per il meglio e per il peggio”, e risponde ad Ofelia che proprio con quella formula le donne non “prendono” affatto (“take”), ma “mis-prendono” (“mis-take”, il trattino dopo il prefisso peggiorativo “mis” è d’obbligo) i loro mariti, cioè li ingannano.

([95]) “Questo”, cioè il pezzo recitato dall’attore Luciano, e scritto da lui, Amleto.

([96]) “Half a share”, “A mezza azione”. Al tempo di Shakespeare gli attori non ricevevano un salario stabilito, quindi è incorretto tradurre qui, come han fatto molti: “A mezza paga”. Gli attori, come entravano a far parte della società filodrammatica, ricevevano un numero di quote (noi diremmo azioni) di partecipazione commisurato al valore di ciascuno.

([97]) Si tratta, probabilmente, di una ballata popolare, in cui si narra del filosofo greco Damone che, insieme al collega Pizia, visse alla corte di Dionisio il Giovane, tiranno di Siracusa e fu da questi messo a morte.

([98]) Orazio scherza sulle facoltà poetiche di Amleto. Il testo della ballata che questo ha recitato si compone di due distici a rime alternate, terminanti l’una in “dear/hear”, l’altra in “was/ pajock”: forse Orazio si aspettava un “ass”, “asino”, che facesse rima con “was”: un asino e non un pavone (alludendo al re Claudio). Ma come farlo intendere ad un lettore italiano, se non in una nota?

([99]) “I am tame, sir: Pronounce”: Amleto usa ironicamente “tame”, “addomesticato”, che si usa per gli animali selvatici, perché Guildenstern ha usato prima il termine “selvaggiamente”.

([100]) “… by these pickers and stealers”: è una formula di giuramento, in cui “mani” è sottinteso; “pickers and stealers” sono gli attributi delle mani secondo il canone della chiesa anglicana che ammonisce i fedeli ad astenersi dall’arraffare e dal rubare la roba altrui: “from peaking and stealing”, appunto; e queste sono azioni che possono commettere solo le mani.

([101]) Il testo ha “… Ay, sir, but “While the grass grows…””, “Sì, amico, ma “Mentre l’erba cresce…””, che è la seconda parte dell’adagio popolare: “Campa cavallo che l’erba cresce”.

([102]) “… why do you go about to recover the wind of me, as if you would drive me into a toil?”: tutta la frase è presa dal gergo venatorio. “To recover the wind” è l’azione del cacciatore che, nella caccia al cervo, si apposta “sopravvento” affinché l’animale, sentendo il suo odore, corra spaventato nella direzione opposta e incappi nella rete (“toil”).

([103]) “Do you see yonder cloud…?”: dove sia questo “laggiù” (“yonder”) è lasciato alla fantasia del regista; per chi legge, poiché la scena si svolge verosimilmente al chiuso del castello, ci piace di suggerirgli che immagini Amleto fare il gesto di indicare il cielo fuori di una finestra.

([104]) Cioè: non sia mai ch’io mi faccia matricida. Nerone, come si sa, uccise sua madre, Agrippina.

([105]) Suggellare una parola è far seguire l’azione conseguente; qui, il suggello della parola di rampogna

di Amleto sarebbe il matricidio. Ma egli ha scacciato da sé l’anima di Nerone.

([106]) Va in cielo - e non all’inferno - perché pregando sta purgando l’anima dal delitto.

([107]) “This physic but prolongs thy sickly days”: letteralm.: “Questa medicina solo prolungherà i giorni della tua malattia”. Si capisce che queste parole sono rivolte allo zio.

([108]) Cioè per il re, come aveva creduto quando ha chiesto alla madre se era il re “la cosa” che aveva infilzata.

([109]) “… in the index”: metafora del libro: l’atto è indicato solo all’indice, cioè nella tavola degli argomenti contenuti nel volume, ma non ancora descritto.

([110]) V. sopra la nota (19).

([111]) “Sense, sure, you have”: è una delle frasi di Amleto più diversamente intese, di quelle che, per la loro apparente ambiguità, ispirano i sensazionalisti a far dire a Shakespeare quello che non ha detto. Addirittura c’è stato chi visto in essa un ammiccamento incestuoso di Amleto, che direbbe alla madre “Tu, certo, hai i sensi ben desti, altrimenti non potresti avere certi slanci”; senza spiegare, peraltro, perché subito dopo egli le dica che ce li ha “paralizzati”. ““To have sense” significa semplicemente “aver discernimento”, “aver giudizio” (“to be wise enough to do something”, “Oxford Dictionary”, alla voce).

([112]) “What devil was’t that thus hath cozen’d you at hoodmanblind?”: si chiama “hood man-blind” (o anche “blind’s-man-bluff”) il gioco nel quale un giocatore, bendato gli occhi, deve cercare di acciuffare e identificare gli altri, dai quali viene continuamente toccato e spinto. Chi gioca qui a questa specie di mosca cieca, e cioè bendato, secondo Amleto, non è il demonio, ma la madre, nello scegliere di sposare lo zio; il demonio ne ha solo ispirato la scelta.

([113]) Si noti l’analoga invocazione agli angeli di Amleto, ogni volta che gli appare lo spettro: la prima volta ha invocato: “Angels and ministers of grace defend us!”, “O angeli e ministri della grazia, difendeteci voi!”.

([114]) Si capisce che la regina non vede lo spettro, che si fa visibile solo ad Amleto.

([115]) Questo “suo” si riferisce ovviamente al cielo. L’inglese ha “their”, “loro”.

([116]) A quale favola si alluda qui, non si sa. Della scimmia che vede volar via gli uccelli da un paniere su un tetto, e si vada a mettere nel paniere per fare la stessa esperienza, precipitando giù, non si ha traccia nella narrativa e nella poetica inglese dell’epoca.

([117]) Il testo ha un improbabile “like an ape an apple…”, “come una scimmia (tiene) una mela”; la scimmia, come si sa, non di mele è ghiotta, ma di nocciole, e usa tenerne sempre una o più nascoste nel vano tra la mascella e la guancia, per poterla sgranocchiare a suo talento.

([118]) “A knavish speech sleeps in a foolish ear”: senso: “Sei troppo balordo per afferrare subito un linguaggio canagliesco come il mio”. “Sleeps” ha qui il senso del “dormitat” del noto proverbio latino “Quandoque bonus dormitat Homerus”.

([119]) “The body is with the king, but the king is not with the body”: frase variamente intesa; il senso più probabile, secondo questo traduttore, è di dare a quei due “with” il valore di “where” e leggere: “Colui che ora è re sta già insieme con il suo cadavere, anche se non è ancor morto (ma lo sarà presto)”.

([120]) “That, for a fantasy and trick of fame”, letteralm.: “Che per un capriccio e dono della fama”: “trick” nel senso di “dono”, “privilegio” è usato da Shakespeare anche più sotto, V, 1, 88: “And we had the trick to see it”.

([121]) Il cappello a larga falda e con sopra un guscio di conchiglia (“cokle hat”) era il tipico copricapo dei pellegrini ed era divenuto simbolo di penitenza, insieme col bordone e i sandali.

([122]) Allusione a una leggenda popolare secondo la quale Gesù entrò un giorno nella bottega d’un fornaio e chiese del pane; il fornaio impastò una grande pagnotta e stava per infornarla quando la figlia, rimproverandolo d’averla fatta troppo grossa, la ridusse ad un piccolissimo panino; ma la pasta cominciò a lievitare gonfiandosi fino a diventare enorme. Al che la giovane cominciò a gridare: “Giù, giù, giù”, che è il verso del gufo. Per punirla allora Gesù la tramutò in quell’uccello.

([123]) Il testo ha qui un “By cock” esclamativo (“Per il gallo!”) che non s’è tradotto, e che sta verosimilmente per “By God”; la mente sconvolta di Ofelia non distingue più nemmeno “cock” da “God”.

([124]) “… like to a murd’ring piece”: “murdering-piece” era chiamato un piccolo cannone a tiro rapido installato a bordo delle navi per sparare contro i nemici quando questi, abbordata la nave, ne avessero invaso la plancia.

([125]) “My Switzers”: anche al tempo di Shakespeare “svizzero” era sinonimo di “soldato mercenario”. Gli Svizzeri erano di solito assoldati per il corpo di guardia del principe.

([126]) “That, swoopstake, you will draw both friends and foe”: “swoopstake” è un gioco di carte simile al nostro “asso pigliatutto”, in cui il giocatore vincente piglia tutte le poste.

([127]) L’immagine del pellicano che nutre i suoi piccoli col proprio sangue è anche in “Re Lear”, II, 4.

([128]) “Ninna oh” traduce la cantilena senza senso “Hey no, nonny nonny, ey nonny” che s’usava intramezzare al discorso quando non si voleva continuare una frase troppo allusiva. Appare però difficile attribuire ad Ofelia, nello stato mentale in cui si trova, tale intenzione; la sua mente sconvolta non connette più.

([129]) “… convert his gyves to graces”: cioè farebbe di lui, prigioniero in catene, un martire.

([130]) Il motivo del salice, simbolo dell’amore casto e sventurato, è ricorrente nella poetica elisabettiana, ed in Shakespeare in particolare. Così in “Otello”, IV, 2, 51-58; e in “Tanto trambusto per nulla”, II, 1, 57.

([131]) “… and long purples”: non si tratta esattamente di orchidee - come intendono alcuni - ma di lunghi fiori color viola (“Orchis mascula”) che crescono spontanei.

([132]) “… that liberal shepherds give a grosser name: s’indicavano col nome di “liberal shepherds” gli scrittori di poesie pastorali (altro genere assai in voga nell’Inghilterra elisabettiana), e la cerchia dei loro amici e seguaci. La loro poesia era piena di allusioni lascive: che nome avessero dato costoro al fiore qui indicato dalla regina come facente parte della ghirlanda di Ofelia morente, non si sa; quello di “dita di morto” datogli dalle fanciulle s’accorda con la simbolicità del colore violetto che è il colore dei paramenti sacerdotali del lutto sacro e della penitenza. “Gross” aveva al tempo di Shakespeare il significato, poi perduto, di “licenzioso”. Stupisce costatare che non c’è un solo traduttore italiano che abbia inteso in questo senso questi versi, e ha tradotto “shepherds” per “pastori” senza domandarsi che senso abbia applicato a “pastori”, l’aggettivo “liberal”.

([133]) Il becchino vuol dire “se defendendo”: la clausola “se defendendo” consentiva che i morti suicidi per difendere se stessi da qualunque aggressione o pericolo, potessero essere sepolti nei cimiteri cristiani. Ma lo strafalcione è voluto per divertire il pubblico: un espediente che Shakespeare usa spesso per alleggerire la drammaticità di certe situazioni sceniche.

([134]) Altro sproposito del becchino: voleva dire “ergo”, “dunque”. Lo ripeterà più sotto.

([135]) “Could he dig without arms?”: il primo becchino gioca sul doppio significato di “arms”; prima ha detto che Adamo era nobile perché “A’ was the first that ever bore arms”, dove “arms” sta per “insegne araldiche su uno stemma gentilesco”, dunque “blasone di nobiltà”; poi ha detto “arms” per “braccia”. Per salvare in qualche modo il quibble si è tradotto “senza l’arma delle braccia”.

([136]) È, secondo alcuni, il nome di un oste che aveva la taverna presso il teatro del “Globe”, a Londra. Ma qui siamo in Danimarca…

([137]) E, per converso, “Man che molto lavora s’incallisce”: questo è il senso della battuta di Amleto.

([138]) “… as it were Cains’ jawbone, that did the first murder”: alcuni riferiscono “that” non già a Caino, ma a “jawbone”, ritenendo che qui Shakespeare voglia alludere alla leggenda secondo cui Caino uccise Abele colpendolo con l’osso della mandibola di un asino.

([139]) Questo passo, tra l’intraducibilità del significato tecnico di alcuni termini del linguaggio giuridico (data la diversità del diritto inglese dal nostro), e tra i vari “quibbles” sui quali gioca ironicamente il poeta - specie sui molteplici sensi della parola “fine” che ricorre cinque volte in tre righe, e con cinque significati diversi - è di quelli che vanificano e scoraggiano qualsiasi sforzo di resa letterale del testo.

([140]) Il testo inglese di queste battute tra Amleto e il becchino è tutto basato sul solito gioco dei doppi significati - piuttosto banale, per la verità - del verbo “to lie”, che vale “giacere”, “star coricato” e anche “mentire”, “dire bugie”. C’è da domandarsi se veramente il pubblico colto gustasse simili melensaggini; molte delle quali, per fortuna, non sono di Shakespeare, ma risultano chiaramente interpolate.

([141]) “We must speak by card”, letteralm.: “Bisogna parlargli per iscritto”.

([142]) Quibble sulla parola “ground”. Amleto domanda: “On what ground?”, che vale “Per qual motivo?” e anche “Su quale terreno, su quale base?”; il becchino la intende nel secondo senso.

([143]) “I have been sexton here, man ad boy, thirty years”: “sexton” (dal latino “sacristanus”, corrottosi poi in “secristeyn”, “sexteyn”, “sexton”) era al tempo di Shakespeare l’addetto alla parrocchia che svolgeva, accanto alle mansioni di custode di cose e luoghi sacri, anche quelle inerenti alla natura di unità civile e territoriale della parrocchia stessa. Ciò spiega la non troppo crassa arguzia del personaggio. Il quale ci fa sapere, tra l’altro, che Amleto ha trent’anni. L’età di Amleto però non è pacifica tra i critici. Alla morte del padre, Amleto è studente all’Università di Wittemberg; questo si evince dalle parole del re (I, 2, 12): “… For your intent / In going back to school in Wittemberg, / It is most retrograde to our desire”. Anche la regina sua madre lo prega di non tornare a Wittemberg, ed egli acconsente. Ma trent’anni sono sembrati un po’ troppi per uno studente universitario. Una giustificazione è stata trovata, secondo il prof. Bradley (A. C. Bradley, Shakespearian Tragedy, MacMillan, London, 1957 - in un passo del “Pierce Penniless”(“Pierino Squattrinato”) di Thomas Nashe, una satira della società inglese, in cui si legge: “Per stare alla moda, alcuni (Danesi) mandano bensì i figli a scuola, ma non prima che abbiano quattordici anni, sicché potete vedere un ragazzone con tanto di barba ad imparare l’ABC, e a sedere in lacrime sotto la sferza del maestro quando ha trent’anni”. Altra congettura è, secondo lo stesso Bradley, che Amleto è un filosofo che allunga la sua permanenza all’Università per amore degli studi.

([144]) “… get to my lady’s chamber”: secondo alcuni “my lady” è la regina sua madre; ma è più probabile che Amleto parli delle dame in generale.

([145]) “… ill the last trumpet”: cioè fino al giorno del Giudizio Finale, quando, secondo la credenza cristiana, due angeli suoneranno due trombe: l’una per i giusti l’altra per i dannati, che vengano dinnanzi al Supremo Giudice per l’ultimo giudizio.

([146]) “… until my eyelids will no longer wag”: letteralm.: “… finché le mie palpebre non battano più”.

([147]) All’aceto - la bevanda di Gesù Cristo nella Crocifissione - si attribuiva il potere di calmare la collera.

([148]) Altro monte della Tessaglia (con il Pelio e l’Olimpo).

([149]) Parole di senso oscuro; il più probabile è: “Ciascuno ha la sua natura, e deve seguirla: Ercole nel dare le sue prove di forza, il gatto nel miagolare, il cane nell’abbaiare”. (E, sottinteso, io nell’infilzare tuo padre, credendo di infilzare il re).

([150]) “This grave shall have a living monument”: “living”, cioè di carne e ossa: Amleto morto.

([151]) “It did me a yeoman ’service”: “yeomen” erano detti gli appartenenti al terzo stato della società inglese - dopo la nobiltà e l’alta borghesia - che nelle corti e nelle case dei nobili avevano un rango intermedio tra il cavaliere e il paggio. Nell’esercito servivano nella fanteria solitamente come arcieri o palafrenieri. Erano funzionari efficienti ed utili per antonomasia; sicché l’espressione “yeoman’s service” era divenuta sinonimo di “buon servizio”.

([152]) “… and stand a comma ’tween their amities”: cioè in segno di unione; la virgola, al contrario del punto, unisce e lega le parti del discorso. Questa funzione è indicata, nella ortografia inglese, dal fatto che nella successione di proposizioni legate tra loro dalla congiunzione “and” si pone avanti a questa una virgola (al contrario dell’italiano che la rifiuta).

([153]) “… the changeling never known”: “changeling” è termine che non ha l’equivalente in italiano. Significa “persona (specie fanciullo) o cosa surrettiziamente messa al posto di un’altra che viene rubata (cfr. in “Sogno d’una notte di mezza estate”, II, 1, 23: “She never had so sweet a changeling”, dove però di scambio furtivo di persona non si tratta: la regina ha “rubato” soltanto un fanciullo a un re indiano.

([154]) “… the continent”: “continent” è qui chiaramente nel senso etimologico di “contenitore”, “recipiente che contiene”, non già, come intendono molti, come “continente”, parte della superficie della terra. Nello stesso senso v. anche in “Antonio e Cleopatra”, IV, 14, 40: “Heart, once stronger than thy continent…”.

([155]) “… the concernency”: Amleto vuol dire “… the concernment”, “la pertinenza”.

([156]) Cioè: “Se continuate a parlarvi in codesto modo affettato e artificioso, non vi capirete mai”.

([157]) Amleto seguita a beffarsi di Osrico e dice “nomination” per “mention”: “What imports the nomination of this gentleman?”: “Si può sapere per quale ragione mi siete venuto a parlare di Laerte?”

([158]) “I knew you must be edified by the margent ere you had done”: “Sapevo che avevate bisogno di essere edificato ai margini, prima di finire l’opera”: è il traslato dell’edificio in costruzione, che necessita di essere edificato dalle parti esterne prima di dirsi finito; l’abbiamo volto nel traslato dello scritto che, per dirsi compiuto, ha bisogno di “notazioni a margine”. L’idea è suggerita da quel “margent” e dal fatto che Orazio ha detto prima che Osrico aveva esaurito il suo vocabolario.

([159]) Osrico, per indicare i pendagli delle cinture, ha usato il termine “barriages”, che significa “affusti”, ma di cannone.

([160]) È un frizzo sul modo buffo di camminare del personaggio: Orazio paragona Osrico alla pavoncella che, appena nata, se ne corre via traballante con la testina ancora coperta del guscio dell’uovo da cui è uscita.

([161]) “I’ll be your foil, Laertes”, letteralm.: “Sarò la tua patina dorata, Laerte”. È uno dei soliti bisticci di parole che Shakespeare ama far scoccare all’improvviso, come un corto circuito elettrico, nei momenti più drammatici. Il gioco di parole è questo: Amleto ha detto: “Qua i fioretti” (“Give me the foils”); poi riprende la parola “foil” e la usa nel senso di “sfoglia di pàtina d’oro (o d’argento) in cui si incastona una gemma per farla meglio brillare”; e in questa si raffigura lui stesso.

([162]) Si capisce a questo punto - è la tecnica teatrale di Shakespeare, come di ogni buon drammaturgo, quella di porre prima lo spettatore di fronte al fatto e poi spiegare com’è accaduto - che non di una perla vera si tratti, ma di una sfera di madreperla contenente il veleno che si doveva sciogliere nel vino. Ciò spiega la domanda di Amleto per accertarsi se nella coppa ci sia ancora “la perla”.

([163]) Questa improvvisa uscita di Orazio reca opportuno un accenno alla Roma di Shakespeare. Come ha scritto lo spagnolo Purificaciòn Ribes nel suo “Julius Caesar: la retòrica”, citato da Giorgio Melchiori nel suo “Shakespeare” (Laterza, 1949, pag. 391): “Le parole Rome e Roman rappresentano le qualità più apprezzate dell’uomo: sono associate alla virilità, al coraggio, alla risolutezza e alla devozione totale”. “Il termine “Roman” secondo il concetto elisabettiano - prosegue il Melchiori - equivaleva a quella di “nobile”… L’altra idea associata al termine “Roman” era quella della morte - o piuttosto dell’etica della morte…” il riconoscere in un’azione, il suicidio, che in termini cristiani comporta invece la dannazione eterna, la più alta espressione della nobiltà dell’animo… Forse che l’Amleto di Shakespeare avrebbe fatto di una meditazione sul suicidio (il famoso monologo: “Essere o non essere…”, n.d.t.) il tema centrale del suo problema personale, morale e sostanzialmente anche politico, se la questione della morte “secondo la grande usanza dei Romani” non fosse stata dominante nella coscienza dell’autore?”

([164]) “… of accidental judgements”: “judgements” ha qui il senso di “formal authoritative decisions”, e si riferisce, evidentemente, alle decisioni prese dal re riguardo ad Amleto.

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