Amor contadino

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Amor contadino

di Carlo Goldoni

Dramma Giocoso per Musica di Polisseno Fegejo P. A.

da rappresentarsi nel Teatro di Sant'Angelo l'Autunno dell'Anno 1760.

PERSONAGGI

ERMINIA cittadina in abito villereccio.

La Sig. Giovanna Cesati di Milano.

CLORIDEO sotto nome di SILVIO, in abito di pastore.

Il Sig. Domenico Pacini di Pistoia.

La LENA

La Sig. Teresa Alberts di Vercelli.

La GHITTA sorelle, figliuole di Timone.

La Sig. Rosa Dei di Firenze.

TIMONE vecchio contadino.

Il Sig. Francesco Bianchi di Milano, Virtuoso di Camera di S. A. R.

il Principe Carlo Duca di Lorena e di Bar ecc.

CIAPPO lavoratore.

Il Sig. Domenico de Angiolis di Roma.

FIGNOLO famiglio.

Il Sig. Giuseppe Mienci.

La Musica del Sig. Maestro Gio. Battista Lampugnani di Milano.

La Scena si rappresenta in un podere lavorato da Timone, ed in luoghi poco distanti.

Il Vestiario sarà di ricca e vaga invenzione del Sig. Lazzaro Maffei Veneto.

BALLERINI

Monsieur Pierre Bernard Michel

Il Sig. Antonio Chiarini.

Virtuoso della Sig. Principessa,

Il Sig. Gennaro Magri.

Ereditaria di Modena.

La Sig. Angiola Agustinelli.

La Sig. Giacomina Bonomi.

La Sig. Laura Franceschi.

Il Sig. Giuseppe Gioannini Arcolani.

La Sig. Catterina Gattai.

Il Sig. Pietro Onorio.

La Sig. Marianna Ceriati.

Il Sig. Michel Corradini.

La Sig. Marianna Ricci.

MUTAZIONI DI SCENE

ATTO PRIMO       Vasta campagna arativa, sparsa di vari fasci di grano mietuto. In lontano colline deliziose ingombrate d'alberi e vigneti con caduta d'acque, che formano un vago rivo, sopra il quale si vedono degli alberghi villerecci. Atrio villereccio, che introduce al rustico albergo di Timone. Stanza rustica interna dell'albergo di Timone, col focolare e foco acceso, sopra di cui vedesi la caldaia per cuocere i gnocchi; da un lato tavola per la cena, con sedie ed altri apprestamenti per la medesima.

ATTO SECONDO Atrio villereccio, che introduce all'albergo rustico di Timone. Ruine d'antichi acquedotti. Atrio, che conduce all'albergo rustico di Timone.

ATTO TERZO       Atrio, che introduce all'albergo di Timone. Prato dietro la casa di Timone, circondato d'alberi; con veduta in prospetto di colline, ingombrate d'alberi e di vigneti e capanne. Fuochi di letizia che illuminano la Scena, e luna risplendente. Il Scenario, tutto nuovo, è invenzione del Sig. Gianfranco Costa, Architetto e Pittore Veneto, e Socio della Reale Accademia Parmense.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Vasta campagna arativa, sparsa di vari fasci di grano mietuto. In lontano colline deliziose, ingombrate d'alberi e vigneti, con caduta d'acque, che formano un vago rivo, sopra il quale si vedono degli alberghi villerecci. Timone, Ghitta, Lena, Ciappo, Fignolo, tutti distesi al suolo dormendo, appoggiati ai fasci di grano. Villani e Villanelle sparsi per le colline.

Timone                   - Oh dolcissimo ristoro (svegliandosi) Delle membra affaticate! S'è dormito, ed al lavoro Tempo è ormai di ritornar. Su, svegliatevi. Su, rialzatevi. Ritornate a faticar.

Ciappo                   - Dal bollor d'estivi ardori (svegliandosi) Mi conforta il riposar; Ed amor co' suoi martori Non mi viene ad insultar. Presto, presto,son qui lesto A far quel che si ha da far.

Fignolo                   - Oh che sonno saporito! (svegliandosi) Che piacevole dormir! Or mi par che l'appetito S'incominci a far sentir. Ragazzine,su, carine, Che il lavor s'ha da finir.

Lena                       - Ah, sparito è il mio bel sogno! (svegliandosi) Ho perduto il mio piacer. Vorrei dirlo, e mi vergogno; No, nessun l'ha da saper. Son destata,sono alzata, Vengo a fare il mio dover.

Ghitta                     - Ah, dormir non ho potuto, (svegliandosi) Ché mi balza in seno il cor. No, lasciar non mi ha voluto Riposare il dio d'amor. Chi mi chiama? - Chi mi brama? Son qui pronta al mio lavor.

Tutti                       - Dai sudori e dallo stento Bella cosa è il riposar; Ma chi il cuor non ha contento, Pace mai non può sperar. Bel diletto - quando il petto Non si sente a tormentar!

Timone                   - Su, figliuoli, d'accordo Del gran mietuto a collocare i fasci Ite all'aia vicin. Poi ciascheduno A qualche altra faccenda La mano impieghi, e di buon cor vi attenda. Va tu, Ciappo, alla macchia A provvedere il focolar di legna. Tu, Fignolo, t'ingegna Col tuo fucil per la campagna amena Di grasse quaglie a provveder la cena. E voi, figliuole mie, per la famiglia Fate quel che convien. Tu, Lena, un piatto Preparaci di gnocchi; Va tu, Ghitta, a raccor pera e finocchi.

Lena                       - Subito, padre mio. (vuol prendere un fascio di grano)

Ciappo                   - Eh, t'aiuterò io. (vuol sollevar egli il fascio da terra)

Lena                       - Va via di qua. (lo scaccia, prende il fascio e se lo mette in spalla) (Egli è il mio caro ben, ma non lo sa). (da sé)

Ghitta                     - Ciappo a tutte è cortese, Fuori che a me.

Ciappo                   - Fignolo è a te vicino, Ti può meglio servir.

Fignolo                   - Sì, volentieri. (Ma di mal cuore, a dir il ver, lo faccio). Tenga, signora mia. (prende il fascio e glielo dà in spalla)

Ghitta                     - Brutto cosaccio. (lo prende con dispetto)

Fignolo                   - (La Lena è più gentil). (prende anch'esso il suo fascio)

Ciappo                   - (Lena vezzosa, Guardami un pocolin). (piano)

Lena                       - (Lasciami stare).

Ciappo                   - (Pazienza). (prende il suo fascio)

Lena                       - (Il mio Ciappin fa innamorare). (da sé)

Timone                   - Via, spicciatevi, e poi Anch'io sarò con voi. Gli altri lavori Pria visitar mi preme. Sparito il sol, ci troveremo insieme.

Lena                       - E mangieremo i gnocchi.

Ghitta                     - Le pera ed i finocchi.

Fignolo                   - E in allegria noi passerem la sera.

Ciappo                   - (Ma il mio povero cor pace non spera). (da sé)

Tutti                       - Dai sudori e dallo stento Bella cosa è il riposar; Ma chi il cuor non ha contento, Pace mai non può sperar. Bel diletto - quando il petto Non si sente a tormentar! (partono tutti, eccetto che Timone)

SCENA SECONDA

Timone solo.

Timone                   - Bella consolazione Avere una famiglia Tutta di buona gente, Da cui la casa un dispiacer non sente. La Lena è una fanciulla Buona, che non sa nulla Delle cose del mondo, E la Ghitta ha un bel cuor schietto e giocondo. Ciappo lavoratore È un giovane d'onore, ed anche Fignolo, Per dir la verità, È un buon famiglio che lavora assai, E che al proprio dover non manca mai. Ecco Silvio: anche questo (osservando fra le Scene) È un giovane modesto e di giudizio, E ho piacere d'averlo al mio servizio.

SCENA TERZA

Clorideo ed il suddetto.

Clorideo                 - Pace bramo, e non la spero: Mi tormenta il dio d'amor. Ah, per tutto il nume altero Tende lacci a questo cor!

Timone                   - Che hai che ti lamenti?

Clorideo                 - Oh mio benefico, Generoso Timone, io non mi lagno Né di voi, né di queste Umili mie fatiche; Delle stelle mi lagno al cuor nemiche.

Timone                   - Delle stelle ti lagni? Io crederei Ti dovessi lagnar con più ragione Del caldissimo sol della stagione.

Clorideo                 - No, punto non m'inquieta Il sol co' raggi suoi. Rose e viole Nell'orto ho trapiantate Come mi avete imposto, Né i bollori temei del caldo agosto. Quello che il sen m'accende, È un foco assai maggiore.

Timone                   - E qual foco sarà?

Clorideo                 - Foco d'amore.

Timone                   - Povero disgraziato! Me ne dispiace assai, Che anche in mezzo del verno arder dovrai.

Clorideo                 - Ah, se da voi mi lice Sperar nuova pietà, domando a voi Provvidenza a quel mal che in me piangete.

Timone                   - Ma che posso far io?

Clorideo                 - Tutto potete. Nacque nel vostro tetto Fiamma che m'arde il petto. Quella che estinguer può sì dura pena, È figlia vostra.

Timone                   - E qual di lor?

Clorideo                 - La Lena.

Timone                   - E sposarla vorresti?

Clorideo                 - Oh me felice, Se sposarla poss'io!

Timone                   - Mio caro Silvio, Veggio che tu lo merti, e volentieri Consolarti vorrei. Ma non so ben chi sei. Venisti a offrirti Per giardinier. Ti riconobbi in volto Faccia di galantuom; perciò ti ho accolto. Ma per darti una figlia, Vedi che ciò non basta. Hai da far noto Il paese, i parenti, e la cagione Ch'errante peregrin ti feo finora; E risposta miglior darotti allora. Vivo anch'io coi miei sudori, Pover uomo sono anch'io; Ma, figliuolo, il sangue mio Non lo voglio strapazzar. Tanto è il cuor del cittadino Quanto è quel del contadino. La natura a tutti è madre, Ed insegna al cuor d'un padre Sulla prole invigilar. (parte)

SCENA QUARTA

Clorideo solo.

 Clorideo                - Ha ragione, ha ragione Il provido Timone, ed io pavento, Se il mio nome disvelo e il mio destino, Ch'ei ricusi di darla a un cittadino. Peggio poi, s'egli arriva A penetrar che il padre Sposo d'Erminia mi volea forzato, E che d'un nodo ingrato Per isfuggir la dura pena amara, Vita m'elessi al genio mio più cara. Ma ahimè! spietato Amore Vendica i torti suoi. Qua dove io spero Della mia libertà godere il bene, Trovo al misero cor lacci e catene. Barbaro, ingrato Amore, Fiera, crudel tempesta, Empio, nel cor mi desta, Mi porta a naufragar. Numi, a chi darò mai Il cor, gli affetti miei? Voi lo sapete, o dei, Quel che poss'io sperar. (parte)

SCENA QUINTA

Atrio villereccio, che introduce al rustico albergo di Timone. Lena colla rocca, scacciando alcuni Villani.

Lena                       - Via di qua, impertinenti. Faticato ho finora a fare i gnocchi; Se ne toccate un sol, vi cavo gli occhi. E poi li ho numerati, E so ben quanti sono. Son ventiquattro mani: Dodici mani dritte E dodici mancine, Che fan dieci dozzine; E avrete a far con me, se li toccate, E saranno roccate e bastonate. (minacciandoli colla rocca, essi partono) Li ho fatti belli belli. Saranno buoni buoni. (filando, e parlando interpolatamente) Piaceranno a mio padre, Piaceranno alla Ghitta. Ciappo, poverino, Che gli piacciono tanto! Vorrei ne avesse tanti, Vorrei li avesse tutti; E darei, se potessi, al mio Ciappino Anche il mio cor per un maccaroncino.

SCENA SESTA

Ghitta con un cesto, e la suddetta.

Ghitta                     - È venuto mio padre?

Lena                       - No.

Ghitta                     - Sai nulla, Che vi sien novità?

Lena                       - No. Cosa è stato?

Ghitta                     - E' mi fu raccontato Che uno, non so chi sia, Ha domandato a nostro padre in sposa Una di noi.

Lena                       - Ih! cosa importa a me? (filando)

Ghitta                     - Tu se' la prima, e toccherebbe a te.

Lena                       - Che cos'hai in quel cestino?

Ghitta                     - Le pera ed i finocchi.

Lena                       - Io pur son brava, e ho preparato i gnocchi.

Ghitta                     - Ma di': tua intenzione Non è di maritarti?

Lena                       - Eh, m'hai stuccata. (filando)

Ghitta                     - Tu sei la prima nata; Ma quando non v'inclini il tuo desio, Se lo sposo mi vuol, lo piglio io.

Lena                       - Vedrai che bei gnocchetti! Paiono misurati col compasso.

Ghitta                     - Eppure i' mi credea Che tu amassi Ciappino, e che...

Lena                       - Hai tu altro Da dirmi? Amo mio padre e mia sorella, E la mia pecorella e il mio gattino... Come mal pettinato è questo lino! (arrabbiandosi pel cattivo lino)

Ghitta                     - (Godo davver, davvero: S'ella Ciappo non ama, averlo io spero). (da sé) Dunque, per quel ch'io sento, Se ci arriva un partito, Tu me lo cederai.

Lena                       - Via. (mostrando di annoiarsi)

Ghitta                     - Ch'io sia sposa Non avrai dispiacer.

Lena                       - Sciocca! (come sopra)

Ghitta                     - Lo dico Perché dar si potrebbe Che chiedesse talun le nozze mie...

Lena                       - Io non voglio sentir sguaiaterie. (sdegnata)

Ghitta                     - Oh, non ti parlo più. Se la fortuna Mandami un buon partito, Se mio padre l'accorda, io mi marito. Tu non sai amor che sia, E lo credi una pazzia. Ah, se un giorno in cor lo senti, Se tu provi i suoi contenti, Lo saprai,mi dirai Se di meglio si può dar. Ama pur la pecorella, Ama pure il tuo gattino. Io, sorella, un bel sposino Vuò cercarmi e voglio amar. (parte)

SCENA SETTIMA

Lena, poi Ciappo

Lena                       - Ami pure a sua voglia e si mariti: Bastami che il mio Ciappo Mi lascin stare. Anch'io Sento amor nel cor mio; ma non vo' dirlo. Eccolo l'idol mio. Vorrei fuggirlo. (in atto di partire)

Ciappo                   - Lena. (chiamandola)

Lena                       - Che cosa vuoi? (con ruvidezza)

Ciappo                   - Mi fuggi?

Lena                       - Io no.

Ciappo                   - Fermati, non partir.

Lena                       - (Mi fermerò). (da sé, sospirando senza guardare)

Ciappo                   - Guardami.

Lena                       - Ho da guardare Questo cattivo lino, Che mi fa disperar. (filando violentemente)

Ciappo                   - Lascia per poco Di lavorare.

Lena                       - Oh certo! Vo' spogliar questa rocca, E dopo questa un'altra; E vo' far della tela, E vo' far le lenzuola e un grembial fino. (E vo' far due camicie al mio Ciappino). (da sé)

Ciappo                   - Vuoi tu farti la dote?

Lena                       - Via. (sdegnosetta)

Ciappo                   - La dote Il padre ti farà.

Lena                       - Sguaiato. (come sopra)

Ciappo                   - È tempo Che pensi a maritarti.

Lena                       - Vattene via di qui. (con sdegno)

Ciappo                   - Non adirarti. (È pur vergognosetta). (da sé)

Lena                       - (Caro il mio ben!) (da sé)

Ciappo                   - (Che amabile grazietta!) (accostandosi a lei) Lena.

Lena                       - Lasciami star.

Ciappo                   - Son fatti i gnocchi?

Lena                       - Sì, ma tu non li tocchi. (filando)

Ciappo                   - A me non ne vuoi dar?

Lena                       - No.

Ciappo                   - Ma perché?

Lena                       - Per mio padre li ho fatti, e non per te.

Ciappo                   - Pazienza.

Lena                       - (Poverino!) (da sé, guardando sott'occhio)

Ciappo                   - Tanto male mi vuoi?

Lena                       - Abbadare dovresti a' fatti tuoi.

Ciappo                   - Dunque me n'anderò...

Lena                       - Va pur.

Ciappo                   - Crudele!

Lena                       - (Non ha cor di lasciarmi). (da sé)

Ciappo                   - (Ah non posso, non posso allontanarmi). (da sé)

SCENA OTTAVA

Fignolo coll'archibuso e tasca carica d'uccelli, e detti.

Fignolo                   - Ah, ah, bravi davvero! Chi vuol Ciappo trovar, si sa dov'è.

Ciappo                   - (Maledetto costui!) Che importa a te?

Lena                       - Fignolo grazioso, Hai pigliato le quaglie? (allegra, e lascia di filare)

Fignolo                   - Sì, di quaglie, Ecco, la tasca ho piena. Ma intanto della Lena Quest'altro cacciatore Va civettando e trappolando il core.

Lena                       - Pazzo! lascia vedere. Oh, son pur grasse! Me ne darai a me?

Fignolo                   - Non sei padrona?

Lena                       - Ed io ti darò in cambio Due dozzine di gnocchi. E mangieremo Gnocchi, quaglie e prosciutto allegramente.

Ciappo                   - Ed a Ciappo meschin?

Lena                       - Ed a te niente.

Fignolo                   - Eh, Ciappo è il prediletto. Ciappo avrà il bello e il buono.

Ciappo                   - Eh, se' tu il caro, e lo sgraziato io sono.

Fignolo                   - (Fosse la verità!)

Lena                       - (Povero Ciappo!)

Ciappo                   - Lena, cosa vuol dir che or non ti preme, Come pria ti premea, di lavorare?

Lena                       - Vo' far quel che mi pare. (a Ciappo, sdegnosa)

Fignolo                   - Sei tu che le comanda? (a Ciappo, arditamente)

Ciappo                   - E tu, che cosa sei? (a Fignolo)

Fignolo                   - Son quel che sono, e comandar non dei.

Ciappo                   - Se Lena qui non fosse, Ti darei la risposta a te dovuta.

Fignolo                   - Parla, s'hai cuor.

Lena                       - (Fignolo impertinente!) (da sé)

Ciappo                   - Lena, per cagion tua...

Lena                       - Taci, insolente. (a Ciappo)

Ciappo                   - A me così? (alla Lena)

Lena                       - Sì, a te.

Fignolo                   - Sì, a te, sguaiato, Che fai l'innamorato Con chi di te non se ne cura un frullo: Della villa e di lei scherno e trastullo.

Ciappo                   - (Più resister non so). (da sé)

Lena                       - (Fignolo ardito, Me l'ho contro di te legata al dito). (da sé)

Fignolo                   - Tant'è, vi vuol pazienza: Chi si vuol metter meco, O è scimunito, o è cieco. Vedi la grazia mia, Vedi la leggiadria di quest'inchini. Non cedo ai cittadini In brillanti parole, in dolci amori. Povero babuino, ascolta e mori. Coricino, mio bel fegatello, Mongibello - del foco d'amor. (alla Lena) Ah che dici? che dice il tuo cor? Senti meglio, ascoltami e impara. (a Ciappo) Gioia bella, gioietta mia cara, Prencipessa, regina, tiranna. (alla Lena) Ah, lo veggo, la rabbia ti scanna. (a Ciappo) Madamina,monsieur che s'inchina Vi protesta la fede e l'amor. (alla Lena) Mori, crepa, ch'io rido di cor. (a Ciappo, e parte)

SCENA NONA

Lena e Ciappo

Ciappo                   - (Non m'arrabbio per lui, ma che la Lena Soffra quel disgraziato). (da sé)

Lena                       - (Che stolido, sgarbato! Non lo posso soffrire. Il mio Ciappino Ha tal grazia che pare un amorino). (si rimette a filare)

Ciappo                   - Ed or torni a filar?

Lena                       - Torno a filare.

Ciappo                   - Perché?

Lena                       - Perché... perché così mi pare.

Ciappo                   - Perché non lo facesti Quando Fignolo v'era?

Lena                       - Oh, quest'è buona! Voglio fare a mio modo. Io son padrona.

Ciappo                   - Eh, no; di' che ti piace Fignolo più di me.

Lena                       - Oh! (filando fa segno di burlarsi)

Ciappo                   - Di' che l'ami.

Lena                       - Io non amo nessuno, io. (filando)

Ciappo                   - Nessuno?

Lena                       - No, nessuno, nessuno.  

Ciappo                   - Di', Lenina, Non ti vuoi maritar?

Lena                       - No, vo' filare.

Ciappo                   - Sempre, sempre filar?

Lena                       - Fin che mi pare.

Ciappo                   - Guardami un po'.

Lena                       - Va via.

Ciappo                   - Sentimi.

Lena                       - Via di qua.

Ciappo                   - Lena mia, per pietà...

Lena                       - Lasciami stare.

Ciappo                   - Che t'ho fatto, crudel?

Lena                       - Non mi toccare. Se ti piace di far lo sguaiato, Lo puoi fare con questa o con quella, Io non sono né ricca, né bella; Io non sono ragazza per te. Voglio filare,vo' lavorare; E voglio fare - quel che mi pare, Voglio pensare - solo per me. (Se vedesse il mio core Ciappino, Lo vedria che crudele non è). (da sé) Stimo più questa rocca di lino, Che di Ciappo l'amore e la fé. Non voglio amare,mi vo' spassare, Voglio cantare,voglio ballare. Lasciami stare,non son per te. (parte)

SCENA DECIMA

Ciappo, poi la Ghitta

Ciappo                   - Oh Ciappo sfortunato! Son bello e licenziato. Ma chi sa? Voglio ancora sperar. Vedute ancora Ho dell'altre fanciulle Che amano e ai loro amanti fanno il grugno, E dan lor qualche pugno, E dicono di no sino a quel punto: Poi dicon sì, quando il momento è giunto.

Ghitta                     - L'hai saputa la nova?

Ciappo                   - No; qual nova?

Ghitta                     - Silvio ha chiesto a mio padre In isposa la Lena.

Ciappo                   - Ah, son schernito. Della Lena il disprezzo ora ho capito. Perfida! lasciar me pel giardiniere? Per un che è forastiere, Che non si sa chi sia? Tuo sarà il danno, e la sfortuna è mia.

Ghitta                     - Non sai tu chi è la Lena? È sciocca, e non conosce e non sa nulla. sì son tal fanciulla Che il merito distingue, e se Ciappino Mi volesse quel ben ch'ei volle a lei, Fortunata davver mi chiamerei.

Ciappo                   - Ah, Ghitta mia, non posso.

Ghitta                     - Perché?

Ciappo                   - Perché ho donato il mio povero core a un core ingrato.

Ghitta                     - Eh, un don mal corrisposto Ripigliare si può liberamente, E poi farne presente A me, che lo terrò come un gioiello.

Ciappo                   - Il mio povero cor non è più quello. Era il mio core un dì Come sull'alba è il fior. Or non è più così: L'ha strapazzato Amor. Lacero, secco e nero, Perso ha l'odor primiero, Non è più fiore al tatto, Arida paglia è fatto; Non è più fior per te. Non v'è più core in me. (parte)

SCENA UNDICESIMA

Ghitta, poi Erminia

Ghitta                     - Poverino! delira. A me dia pure Questo fior rovinato, Questo cor strapazzato. M'impegno, quando ancor fosse così, Farlo bello tornar com'era un dì. Chi è questa che ora viene? Contadina non par, benché vestita In villereccio arnese. Ella certo non è del mio paese.

Erminia                  - Pastorelle, felici voi siete, Che godete - la pace del cor. Fra quest'ombre di gioia ripiene, Le catene - son dolci d'amor.

Ghitta                     - (Canta e parla da sé, come una pazza). (da sé)

Erminia                  - Addio, bella ragazza.

Ghitta                     - Vi saluto. Che volete da noi?

Erminia                  - Domando aiuto.

Ghitta                     - Oh, mio padre, sorella, Femmine a lavorar non prende mai; E in casa egli ha de' mangiapani assai.

Erminia                  - Né perciò mi esibisco, Né adattare saprei mano inesperta A rustici lavori. Io sol vi chiedo Per la notte vicina asilo e tetto.

Ghitta                     - Oh, a chi non conosciam, non diam ricetto.

Erminia                  - Chi son io vi dirò.

Ghitta                     - Bene; aspettate. Se c'è in casa mio padre O alcun della famiglia, Subito a voi lo mando. (Io ci scommetterei ch'è un contrabbando). (parte)

SCENA DODICESIMA

Erminia, poi Timone

Erminia                  - Ah, s'egli è ver l'annunzio Che Clorideo spietato Siasi qui ricovrato, Vo' che ragion mi renda Del ruvido dispregio Con cui mi abbandonò. Chi 'l crederebbe? M'insultò, mi schernì, sprezzommi ognora; Io lo seguo, e lo cerco, e l'amo ancora.

Timone                   - Siete voi che domanda Ricovro in questo tetto?

Erminia                  - Sì, per pietà vel chiedo.

Timone                   - (Villereccia non parmi, a quel ch'io vedo). (da sé) Pria che albergo v'accordi, Conoscervi degg'io.

Erminia                  - Erminia è il nome mio: Figlia d'onesto padre il cui affetto Sposo grato al cuor mio mi aveva eletto. Ma il crudele, inumano, Sia che amore abborrisca, o che gli spiaccia L'infelice mio volto, Fuggì ramingo in rozzi panni avvolto. Deh, se fra voi s'asconde, Ditelo per pietà.

Timone                   - Come s'appella?

Erminia                  - Clorideo.

Timone                   - Non intesi Tal nome a' giorni miei. Stranier qui venne Giovane, è ver, che l'orticel coltiva, Ma il nome suo mi è noto: Silvio si chiama, e Clorideo m'è ignoto.

Erminia                  - Nome potria mentir.

Timone                   - Sì, potria darsi. Ma io non voglio impicci. Ho due fanciulle in casa: Scandali non ne voglio in casa mia. Compatite, scusate, e andate via.

Erminia                  - Deh, amabil vecchiarello, Per la bontà di cuore Che nel ciglio il rigor vi desta invano, Siate meco cortese, e siate umano.

Timone                   - Eh figlia mia, le dolci paroline Meco non son più a tempo. Il cuore un giorno A me pur, giovanetto, in sen brillava. Se venuta foste un dì, Nel bollor di gioventù, V'avrei detto: state qui. Ora il grillo non c'è più. Sono vecchio e sgangherato, Non fo più l'innamorato. (Ah, con tutti i mali miei Non vorrei - precipitar). (parte) Passato è il tempo che Berta filava.

SCENA TREDICESIMA

Erminia sola.

Erminia                  - No, non v'è più per me speranza alcuna. Nemica ho la fortuna: Congiura al mio dolore Il cielo, il mondo e il faretrato Amore. Andrò fra boschi e selve, Andrò fra crude belve, (Ah, non so ben se disperata o forte) Il rimedio a cercar fra stragi e morte. Ma di un perfido core Belva non vi è peggiore. Deh! se pel mio sembiante Concepisti tant'odio e tanta pena, Ma che ti feci, ingrato, Barbaro cor spietato? Ah, che mi sento in core Dirmi, sdegnato, Amore: «Tanti schernisti e tanti Teneri fidi amanti: Pena, delira ancor ». Vendicator - crudele, Svena la tua fedele, Trammi dal seno il cor. (parte) Barbaro Clorideo, vieni, e mi svena.   

SCENA QUATTORDICESIMA

Stanza rustica interna dell'albergo di Timone, col focolare e foco acceso, sopra di cui vedesi la caldaia per cuocere i gnocchi; da un lato tavola per la cena, con sedie ed altri apprestamenti per la medesima. Timone a sedere presso la tavola. Lena, che bada a cuocere i gnocchi. Ghitta a sedere da un altro lato, che monda i finocchi. Ciappo, che cava il vino e prepara le ciotole per bere. Fignolo, che ammannisce l'occorrente per la tavola.

Timone                   - Silvio non si è veduto?

Ghitta                     - Non ancora.

Timone                   - (Affé, non vedo l'ora Di vederlo, e sentir che imbroglio è questo. Sarebbe un bel birbante Se richiesta mi avesse la figliuola, E con altra costui fosse in parola). (da sé) Badate se 'l vedete.

Ciappo                   - Eh, verrà; non temete. (portando vino in tavola) Non vi mettete in pena. Silvio verrà per consolar la Lena.

Lena                       - Cosa parli di me? (venendo dal foco colla mestola in mano)

Ciappo                   - Nulla; diceva Che sarai consolata.

Lena                       - Essere io non voglio corbellata. (torna verso il focolare, e si ferma alla metà della stanza)

Ciappo                   - (Eh, son io il corbellato).

Ghitta                     - Ciappo, vieni. Vien da me, poverino.

Ciappo                   - Sì, tu almeno Sei più schietta di lei. (alla Ghitta)

Lena                       - Cosa dite fra voi de' fatti miei? (avanzandosi)

Ciappo                   - Nulla.

Timone                   - Via, bada a te. Bada a cuocere i gnocchi. (alla Lena)

Lena                       - (Per mia fé, Ghitta l'ha ognor con me. Mi perseguita sempre, e quel birbone Sempre le dà ragione). Via di là. (a Ciappo)

Ghitta                     - Non le badar, Ciappino.

Ciappo                   - I' vo' star qua. (alla Lena)

Lena                       - (Proprio mi viene la saetta). (arrabbiandosi)

Fignolo                   - Lena, Bada a me, non a lui. (piano alla Lena)

Lena                       - Lasciami stare. (a Fignolo)

Fignolo                   - (Non lo vedi, che a Ghitta ei porta amore?) (come sopra)

Lena                       - Che importa a me? (Oh Ciappo traditore!) (da sé)

Timone                   - Che si fa? non si cena? A chi dich'io? Tu, Lena, Fa che sien lesti i gnocchi.Tu monda i tuoi finocchi. (alla Ghitta) Prendi tu, Ciappo, il pan della dispensa. Fignolo ad ammannir venga la mensa. (ciascheduno fa la sua incombenza) Quando l'ora è della cena, Aspettar mi reca pena. È de' vecchi il sol diletto Star in letto,e masticar.

Fignolo                   - Qua il padrone, e qua la Lena; (mettendo le salviette) E quest'altro è il posto mio.

Ciappo                   - Signor no, ci vo' star io.

Ghitta                     - Tu hai da star vicino a me. (a Ciappo, alzandosi)

Lena                       - State pur dove vi aggrada, A me so che non si bada. Date qui la mia salvietta, (prende la salvietta e si ritira) Che soletta - io mangierò.

Timone                   - Vien qui, Lena. Dove vai?

Fignolo                   - Cosa è stato?

Ciappo                   - Che cos'hai?

Ghitta                     - Non badate a quella pazza.

Lena                       - Ciascheduno mi strapazza, Non mi ponno più veder. (piangendo)

Timone                   - Figlia mia.

Lena                       - Mi crepa il core.

Ciappo                   - Lena bella. (con tenerezza)

Lena                       - Traditore. (a Ciappo)

Timone                   - Traditor? Perché l'hai detto? Ah, se a Ciappo porti affetto, Dillo al padre, o figlia mia.

Lena                       - Vado via, non posso star.

Timone                   - Di' se l'ami. (trattenendola)

Lena                       - Messer no. (a Timone)

Timone                   - Vuoi tu Silvio? (alla Lena)

Lena                       - Non lo vo'.

Ciappo                   - E il tuo Ciappo? (alla Lena)

Lena                       - Taci un po'. (a Ciappo)

Fignolo                   - Se un famiglio non vi spiace, Io la Lena prenderò. (a Timone)

Ghitta                     - Caro padre, se vi piace, Io Ciappino sposerò.

Lena                       - Ah, mi sento venir meno; Ah, mi manca il cor nel seno. Più resistere non so. (sviene)

Timone                   - Acqua fresca; presto, presto.

Ciappo                   - Son qua pronto. (prende l'acqua dalla tavola)

Fignolo                   - Son qua lesto.

Ghitta                     - (Il suo mal conosco e so). (da sé)

Timone                   - Mi dispiace della Lena, Mi dispiace della cena, Che risolvere non so.

Lena                       - Dove sono? Voi chi siete? (rinviene)

Timone                   - Son tuo padre.

Ciappo                   - Son Ciappino.

Lena                       - Ti conosco, malandrino,

TIM. CIA. FIGN. GHI.

Lena                  - Sei un lupo, che le agnelle Meschinelle - vuoi rapir. (a Ciappo) Ahi, delira. Poverina! Via, Lenina. Sorellina. (scherzando) Lupi, cani, quanti siete, Mi volete - divorar.

                          TUTTI, fuor che la LENA

TIM.

Ghitta                - Presto, presto, la ragazza Perde il senno, divien pazza. Sangue, sangue. Corda, corda.

                          TUTTI

Lena                  - Presto a letto, poverina, Conduciamola di là; È una buona medicina Dal suo mal la guarirà. No, non voglio. Via di qua.

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Atrio villereccio, che introduce all'albergo rustico di Timone. Clorideo e Fignolo

Clorideo                 - Come! Non mi è permesso Penetrar nell'albergo?

Fignolo                   - No, ti dico: Non ti vuole il padrone.

Clorideo                 - Non mi vuole il padron? Per qual ragione?

Fignolo                   - Perché avesti l'ardire Di chiedergli la Lena, e v'è chi dice Che hai con altra ragazza un primo impegno. Va, pria ch'egli abbia ad adoprare un legno.

Clorideo                 - E crederà il padrone Alle menzogne altrui? Senza ascoltarmi, Ardirà di scacciarmi?

Fignolo                   - Ad ascoltarti Verrà quando tu vuoi: Ma là dentro frattanto entrar non puoi.

Clorideo                 - (Misero me!) La Lena, Dimmi, sa ch'io la chiesi?

Fignolo                   - Sì, pur troppo La nuova l'ha saputa, E pianse, ed è svenuta; Ed or, per tua cagione, Quasi quasi smarrita ha la ragione.

Clorideo                 - Per me?

Fignolo                   - Per te, sguaiato, Che da casa del diavolo, Prosontuoso, audace, Sei venuto a sturbar la nostra pace.

Clorideo                 - Ah, sei tu della Lena Il fortunato riamato amante?

Fignolo                   - Lo sono, e non lo sono, E tu saper nol dei. Per or ti basti Saper che colà dentro Luogo non vi è per te; E, se ci vieni, avrai che far con me. Mi conosci? Sai chi sono? Se nol sai, te lo dirò. Io non burlo, ma bastono; E provar te lo farò. Han provato le mie mani Più pastori e più villani, E il mio guardo furibondo Tutto il mondo - fa tremar. (parte)

SCENA SECONDA

Clorideo, poi la Ghitta

Clorideo                 - Non temo dell'audace Né l'amor, né l'orgoglio; ah, mi spaventa Di Timone lo sdegno, e non intendo Della Lena il furor donde sia nato, Né qual creder mi possa altrui legato.

Ghitta                     - Vieni, Silvio, che fai?

Clorideo                 - Ch'io venga? e dove?

Ghitta                     - Vieni a veder la Lena Afflitta, addolorata. Ora è in sé ritornata, Ma faceva pietà.

Clorideo                 - Da che mai venne Quel rio dolor che ha il suo bel core oppresso?

Ghitta                     - Che derivi, cred'io, sol da te stesso.

Clorideo                 - Mi ama dunque la Lena?

Ghitta                     - Sì, ti adora; E tu non vieni ancora? (Avrei piacere Che Ciappo, ingelosito, Sempre più si sdegnasse, E il pensier della Lena abbandonasse). (da sé)

Clorideo                 - Io verrei volentier, ma l'insolente Fignolo prepotente Testé mi disse, minaccioso, altero, Che Timone me 'l vieta.

Ghitta                     - Eh, non è vero. Sai che ti ama mio padre, e sai che tutti Ti vediam volentieri, e mia sorella Forse più di nessuno. Vien qui, vien meco, e non temer d'alcuno. (lo prende per la mano)

Clorideo                 - Vengo. Aiutami, o ciel!

SCENA TERZA

Erminia e detti.

Erminia                  - Fermati, disumano e traditore. (a Clorideo, arrestandolo)

Clorideo                 - Ahimè!

Ghitta                     - Che imbroglio è questo?

Clorideo                 - A che mi vieni, o Erminia, Importuna a insultar? Sai che mi spiaci,

Ghitta                     - Sì, fatti cuore. (s'incamminano) Sai che ti fuggo, e che il cuor mio non ti ama.

Ghitta                     - (Parlar schietto davver questo si chiama). (da sé)

Erminia                  - Dimmi almeno il perché. Di' s'io ti sembro Sì abborrevole oggetto, e qual ti spiaccia Difetto in me; qual di natura ingrata Infelice cagion rendami odiosa Ai tuoi lumi, al tuo cor. Priva qual sono Di beltà, di virtù, non arser pochi Finora al sguardo mio. Cruda e severa Fui con mille amatori, io tel protesto; Amai te solo, e il mio delitto è questo.

Ghitta                     - (Non saria il primo caso che da cento Fosse una donna amata, E da quel che vorria, fosse sprezzata). (da sé)

Clorideo                 - Io non insulto, o Erminia, I pregi tuoi. Quello che in te mi spiace È il tuo grado e il tuo stato: amante io sono Di lieta libertà; sfuggo, abborrisco Di pomposa città la gara, il fasto, L'alterigia, il rumor. Sin dall'infanzia Avvezzo i' fui fra solitari alberghi, Fra innocenti pastor goder la pace. Torno alle selve, e tu lo soffri in pace. Lasciami in pace, o bella, Non domandarmi amor. Pena risento al cor; Barbara cruda stella Regge gli affetti miei. Veggo che amabil sei, Ma non ti posso amar. No, non chiamarmi ingrato; Lagnati sol del fato. Credimi: son costretto Affetto - a te negar. (entra in casa di Timone)

SCENA QUARTA

Erminia e la Ghitta

Ghitta                     - (E intanto il pover uomo, Senza ch'io l'introduca e che io lo scorti, Va là dentro a cercar chi lo conforti). (in atto di partire)

Erminia                  - Amica. (chiamandola)

Ghitta                     - Che volete?

Erminia                  - Deh, se pietosa siete Quanto vaga e gentil, ditemi almeno S'egli d'altra beltà ferito ha il seno.

Ghitta                     - Bugie non ne so dire, e poi è meglio Perdere ogni speranza, E acchetarsi e cercare altro partito. Sì, da un'altra bellezza ha il sen ferito.

Erminia                  - E chi è questa?

Ghitta                     - La Lena, Mia sorella maggiore.

Erminia                  - Oh stelle! È bella? È vezzosa? È gentile?

Ghitta                     - È mia sorella. Io, per dirla com'è, sono di lei Un po' più spiritosa: Ma circa alla beltà, noi siamo lì: Vezzosette ambedue così e così.

Erminia                  - (Ardo di gelosia). Quel disumano Dove andato or sarà?

Ghitta                     - Cara figliuola, Io vi consiglio a superar la pena. Ei sarà andato a ritrovar la Lena.

Erminia                  - No, tollerar non posso Preferita vedermi una vil donna. Proverà i sdegni miei. (s'incammina verso la casa)

Ghitta                     - Fermate. (la trattiene)

Erminia                  - Invano Trattenermi tu vuoi. (come sopra)

Ghitta                     - Qui comandiamo noi. (come sopra)

SCENA QUINTA

Timone, scacciando Clorideo, e le suddette.

Timone                   - Fuori, fuori di qui. (a Clorideo)

Clorideo                 - Perché scacciarmi? (a Timone)

Timone                   - Perché più non ti voglio.

Erminia                  - (Ah, mi vendica il cielo).

Ghitta                     - Un altro imbroglio.

Clorideo                 - Che vi ho fatto, signor? (a Timone)

Timone                   - Che vuol costei Che vien qui tutto il giorno, Alle mie terre e alla mia casa intorno?

Clorideo                 - Ah perfida, tu sei Cagion de' scorni miei. Giubila e ridi: Ma t'inganni, crudel, se in me confidi. (parte)

Erminia                  - Vo' vendicarmi. (come sopra)

SCENA SESTA

Erminia, Timone e la Ghitta

Timone                   - E voi, se avete seco Qualche cosa a ridire, andar potete.

Erminia                  - Voi usate a trattar da quel che siete. (con disprezzo)

Ghitta                     - Che vorreste voi dir? (ad Erminia, con sdegno)

Erminia                  - Gente villana, Indiscreta, incivile e disumana.

Timone                   - Andate via.

Ghitta                     - Signora graziosina, Se siete cittadina, State da quel che siete, e non andate Gli amanti a ricercar di qua e di là, Ed a chiedere amor per carità. Mi fanno ridere le cittadine Quando disprezzano le contadine. Che cosa siete di più di noi? Abbiamo quello che avete voi. Abbiamo gli occhi, la bocca e il naso; E tutto quello che vien dal caso Non vi dà merito, non è virtù. Si stima assai più Chi ha grazia e beltà. E tanto in città Che in villa, si danno Bellezze che fanno Gli amanti cascar. Signora - dottora,

SCENA SETTIMA

Erminia e Timone

Erminia                  - Gente male educata Non può meglio parlar.

Timone                   - Mi maraviglio Che pensiate così. Fra noi, gli è vero, Coll'arte e cogli studi Mascherar la virtù non si procura, Ma la semplice amiam schietta natura. Noi colle cerimonie Non sappiamo adular. Da noi non s'usa Dar col labbro il buon giorno, e poi col cuore Trista notte augurar; giurare affetto, E covare nel sen l'odio e il dispetto. Noi siam genti villane, Ma al pan diciamo pane. E siam genti onorate, E i' son padrone, e posso dirvi: andate.

Erminia                  - Sì, me n'andrò, ma forse Vi pentirete un dì D'aver meco così trattato a torto, Poiché l'onte e gl'insulti io non sopporto.

Timone                   - Oh, questa sì ch'è bella.Lasciateci star. (parte) Ho a tollerar l'intrico?...

Erminia                  - Basta così, vi dico: Non replicate ancor. Se m'avvilisce amor, L'onte soffrir non voglio. Quell'indiscreto orgoglio, No, tollerar non so. Tremi quel core audace, Che ha l'ire mie destate. Perfidi, voi tremate. Sì, vendicarmi io vo'. (parte)

SCENA OTTAVA

Timone, poi Fignolo

Timone                   - Ih ih! vuol mover guerra Agli astri ed alla terra. Eh sì, mi fido. Di una donna al furor non tremo, io rido. Spiacemi della Lena Ch'è ancor sì travagliata E pare innamorata, E di chi non capisco, e dir nol vuole; E mi fanno tremar le sue parole.

Fignolo                   - Padron, sapete nulla Dove sia la fanciulla?

Timone                   - Chi?

Fignolo                   - La Lena. Dagli occhi ci è sparita, E nessuno sa dir dove sia ita.

Timone                   - Povero me! cercatela. Guardate nel giardino, Nell'orto e nei vigneti E nel vial degli abeti. Ah, si vuol rovinar così ammalata. Ditele che non faccia la sguaiata.

Fignolo                   - Si, sì, glielo dirò. (Ma la conosco: Caparbia è per natura. Che trovar non si lasci ho gran paura). (da sé, e parte)

Timone                   - Padri, poveri padri! Abbiam nei figli Brevissimi contenti e lunghi guai, Quando sono tenerelli, Cento cure e cento mali. Quando sono grandicelli, O son sciocchi o son bestiali; E si strilla e si contende, E la madre li difende. Oh che spine in mezzo al cor! E un dì di bene non ci lascian mai. E se arrivano in età, Che piacere a noi si dà? Se son maschi, mille vizi, Se son donne, precipizi. Ah, chi figlio alcun non ha, È felice, e non lo sa. (parte)

SCENA NONA

Ruine d'antichi acquedotti. Ciappo e due Contadini.

Lena, Lena, ah dove sei? Sei fuggita, ma perché? Ti nascondi agli occhi miei? Torna al padre, e torna a me. Oimè, che in un momento Ci è sparita dagli occhi. Smania il povero padre, La germana la cerca, ed io, meschino, Il mio bel coricino Per piani e monti rintracciar mi provo; Corro, salgo, discendo, e non la trovo. Deh per pietade, amici, A ricercarla andate: A me la vita e al genitor recate. (Partono i due Contadini) Dove sei, mio bel tesoro? Perché mai da me fuggir? Questo sol dai numi imploro: Rivederti, e poi morir. (parte)

SCENA DECIMA

La Lena sola.

Lena                       - Dove vado? Io non lo so. Tiro innanzi, o resto qui? Di paura morirò, Se tramonta il chiaro dì. Oimè, che cosa ho fatto? Per rabbia e per dispetto Troppo m'allontanai dal nostro tetto. Che diran, che faranno Il povero mio padre e mia sorella, E Ciappo, e i miei parenti? Eh sì, saran contenti. Mio padre avrà finito D'obbligarmi a parlare e di adirarsi, E di dirmi ostinata. La Ghitta innamorata, Or ch'io più non ci sono, avrà il suo intento, E Ciappo traditor sarà contento. No, a casa più non torno. S'approssima la notte, Ed avrei delle grida e delle botte. Ma povera figliuola, Che farò mai qui sola? Ahimè, pavento Fra quegli ermi dirupi Biscie, rospi, serpenti e corbi e lupi. Ah mi pare... di sentire... Ah mi sento... il cor tremare... Veggo un'ombra... brutta brutta... Sudo tutta... - sento gente... Che sian ladri? Oh me meschina, Poverina! - che sarà? Zitto, zitto, vien di qui Una bella - villanella: Mi consola,non son sola; Qualche aiuto mi darà.

SCENA UNDICESIMA

Erminia e la suddetta.

Erminia                  - (Ah, rinvenir non posso Il crudel che mi fugge). (da sé)

Lena                       - (È ben vestita, È sola; e facilmente Sarà l'albergo suo poco lontano. Qualche aiuto da lei non spero invano). (da sé)

Erminia                  - (Chi è costei che mi guata, e par tremante?)

Lena                       - (Ah, coraggio non ho).

Erminia                  - Dimmi, vedesti Alcun passar per questa via?

Lena                       - Nessuno. (tremante)

Erminia                  - Tremi? Non lo vuoi dir?

Lena                       - Non vidi alcuno. (come sopra)

Erminia                  - Ma che hai? Che paventi?

Lena                       - Nulla, nulla. (come sopra)

Erminia                  - Palesami, fanciulla, Quel che nascondi in cuore.

Lena                       - Piena son di vergogna e di timore.

Erminia                  - Perché?

Lena                       - Perché fuggita Sono di casa mia, Né so dove mi vada, o dove sia.

Erminia                  - Perché fuggir?

Lena                       - Lasciate Ch'io mi ristori un poco. Vi dirò in altro loco Tutto quel ch'è accaduto. Vi domando, per or, soccorso, aiuto.

Erminia                  - Ma che farti poss'io? Son forastiera, Lungi è la casa mia.

Lena                       - Conducetemi vosco in compagnia.

Erminia                  - Dimmi prima chi sei.

Lena                       - Lena son io. Timone è il padre mio, detto il badiale.

Erminia                  - (Ah, giunta è in mio poter la mia rivale). (da sé)

Lena                       - Pietà, pietà di me.

Erminia                  - Che sì, che amore È cagion del tuo duolo?

Lena                       - Ah, non mi fate Arrossir d'avvantaggio.

Erminia                  - (In traccia andrà di Clorideo selvaggio). (da sé)

Lena                       - Posso da voi sperar?

Erminia                  - Sai tu chi sono?

Lena                       - Non v'ho veduta mai.

Erminia                  - Son io, se tu nol sai, Sposa tradita di colui che adori, E tu sei la cagion de' miei martori.

Lena                       - (Ah Ciappo traditore! Va con tutte le donne a far l'amore). (da sé)

Erminia                  - A me chiedi pietà? Perfida, il tempo Di vendicar i torti Dell'amor mio sopra di te è venuto.

SCENA DODICESIMA

Ciappo con i due Villani, e le suddette.

Ciappo                   - Eccomi in tuo soccorso: Alfin ti ho ritrovata. (alla Lena) Che vi fece di mal la sventurata? (ad Erminia)

Erminia                  - Di Clorideo l'indegna Amante, a me rival, di lui va in traccia.

Lena                       - No, non è vero, e ve lo dico in faccia. (Non mi fa più paura). (da sé)

Erminia                  - Ah mentitrice! Non dicesti poc'anzi Che per amor fuggisti? E chi è l'amante, Se non è Clorideo?

Lena                       - Non so di Clorideo, No, non mi fuggirai.

Lena                       - Aiuto, aiuto. Né Babeo, né Sicheo, né Melibeo; Non so che vi diciate, E lasciatemi star: non mi seccate.

Erminia                  - Hai ragion, disgraziata, Che difesa ora sei; ma verrà il giorno, Sì, verrà il dì, m'impegno, Che vendetta farà teco il mio sdegno. (parte)

SCENA TREDICESIMA

Lena, Ciappo e i due Villani.

Ciappo                   - Lena, amor mio.

Lena                       - Va via.

Ciappo                   - Mi scacci ancora?

Lena                       - Non ti posso vedere.

Ciappo                   - In grazia almeno D'averti liberata, Usami carità, mostrati grata.

Lena                       - (Certo, s'egli non era, Sarei, meschina, o strapazzata, o morta). (da sé)

Ciappo                   - Non gradisci il mio amor?

Lena                       - Non me n'importa.

Ciappo                   - Pazienza. Torna almeno L'afflitto padre a consolar; meschino Ei piange, poverino, e si dispera.

Lena                       - (Povero padre mio!) (da sé)

Ciappo                   - Vieni, carina; Via, non mi far morire.

Lena                       - Teco non vo' venire.

Ciappo                   - Perché, colonna mia?

Lena                       - Non vo' dare alla Ghitta gelosia.

Ciappo                   - Credimi, te lo giuro, Di lei nulla mi curo. Quel che ho fatto, L'ho fatto per vendetta. Sei tu la mia diletta; Il tuo fedele io sono. Se ti offesi, mio ben, chiedo perdono. (s'inginocchia)

Lena                       - (Ah, non posso resistere; Piangere son forzata). (piange)

Ciappo                   - Ah, tu piangi, ben mio? Sei tu placata? (s'alza)

Lena                       - No.

Ciappo                   - Che brami di più?

Lena                       - Giura che mai Ghitta non amerai.

Ciappo                   - Lo giuro al cielo.

Lena                       - (Or contenta son io). (da sé)

Ciappo                   - Ma dimmi, o cara, Se mi amasti finor, se mi amerai.

Lena                       - Non lo dissi, nol dico, e nol saprai.

Ciappo                   - Misero me! Pazienza! Almen ritorna Meco al paterno albergo.

Lena                       - Oh, questo no.

Ciappo                   - Vuoi qui sola restar?

Lena                       - Teco non vo'.

Ciappo                   - Ah, se meco non vuoi, deh lascia almeno Ti accompagnino questi Giovani saggi, onesti.

Lena                       - Sì; con essi A casa tornerò, perché mio padre Più non provi per me pena e cordoglio; Ma tu stammi lontan, ch'io non ti voglio. Se hai piacer di darmi gusto, Mai d'amor non mi parlar. Ma non fare il bellimbusto, Non andare a civettar. Non parlar con mia sorella, Né mi dir ch'io son gelosa; Non mi dir ch'io sono bella, Né mi dir ch'io son vezzosa; E a mio padre per isposa Non mi stare a domandar. Sei capace? Ti dispiace? Se farai sempre così, Forse un dì dirò di sì; Ma per ora non lo so, Voglio dire ancor di no. (parte)

SCENA QUATTORDICESIMA

Ciappo solo.

Ciappo                   - Siamo sempre da capo, e sempre peggio. S'io parlo, ella s'adira; e se non parlo, E se al padre in isposa io non la chiedo, Altra via per averla, ahimè, non vedo. Seco non mi ha voluto: Sarà per ritrosia. Ma io, per altra via, Vo' al padre anticipar la nuova grata Che la cara sua figlia è ritrovata. La Lenina - mia carina Sempre cruda non sarà. Quel bocchino - graziosino Forse un sì risponderà. Vergognosa,schizzinosa, Far l'amore ancor non sa: Ma la bella - villanella Far l'amore imparerà. (parte)

SCENA QUINDICESIMA

Atrio, che conduce all'albergo rustico di Timone. Timone, poi la Ghitta, poi Fignolo

Timone                   - Povero padre! Povera figlia! Chi mi soccorre? Chi mi consiglia? Solo col pianto sfogo il tormento. Ah, che mi sento - frangere il cor.

Ghitta                     - Ah, ch'è smarrita la sorellina. Dov'è fuggita la poverina? Ah, che mi dolgo con più ragione, S'io fui cagione - del suo dolor.

Fignolo                   - Ah, che la Lena più non si trova. Chiamar non serve, cercar non giova. Il sole è smorto, la sera imbruna, E nuova alcuna - non s'ebbe ancor.

SCENA SEDICESIMA

Ciappo e i suddetti, e poi la Lena

Ciappo                   - Allegri, non piangete: La Lena è ritrovata.

Timone                   - Dove?

Ghitta                     - Come?

Fignolo                   - Dov'è?

Ciappo                   - Tutto saprete.

Ghitta                     - Oh sorella!

Fignolo                   - Oh Lenina!

Timone                   - Oh sangue mio!

Ciappo                   - Consolatevi pur, che godo anch'io.

Timone                   - Ma dov'è?

Ciappo                   - Poverina! Trema, piange e cammina. Teme d'esser sgridata, D'esser rimproverata. Timida è per natura: Teme il padre sdegnato, ed ha paura.

Timone                   - No, no, dille che venga, Che non abbia timor. La sua venuta Tanto mi ha consolato, Che il sofferto dolor mi son scordato. No, non le griderò. Voi avvertite A non darle spiacer. Cari figliuoli, Fate che si consoli. - Allegri in viso Accoglietela tutti. Oh, che giornata Per me felice è questa! Giubilate, figliuoli, e facciam festa. Ah, mi sento - un tal contento Che col labbro non so dir. Tal figliuola - mi consola, E mi fa ringiovenir.

Fignolo                   - Ah, nel petto - ho un tal diletto Che non vaglio ad ispiegar. La Lenina,poverina, Mi fa tutto giubilar.

Ghitta                     - Quel piacere ch'ho d'avere Nel vederla, dir non so. La sorella,poverella, Con amore abbraccierò.

Ciappo                   - Fortunato sono stato Nel poterla rinvenir; L'ho cercata,l'ho trovata, Ma di più non posso dir.

Tutti                       - Vieni, o cara, vieni, o bella, Le nostr'alme a consolar. Benedetta quella stella Che ci vuol felicitar.

Lena                       - Caro padre, perdonate. Perdonate, sorellina. Compatite una meschina, Ve lo chiedo in carità.

Timone                   - Vieni, o cara.

Lena                       - Questa mano, Deh, lasciatevi baciar.

Timone                   - Ah, m'è forza lacrimar.

Lena                       - Un abbraccio stretto stretto. (alla Ghitta)

Ghitta                     - Oh che gioia, oh che diletto! (si abbracciano)

Fignolo                   - Mi consolo, o Lena amata.

Lena                       - Fignolino, ti son grata.

Ciappo                   - A me nulla?

Lena                       - Nulla a te. (con tenerezza)

Ciappo                   - Ah crudele! ma perché?

Timone                   - Non si piange e non si grida. Che si goda e che si rida, E la cena si ha da far.

Lena                       - Ah, mi par di respirar.

Tutti                       - Bel piacere, bel diletto, È il dolor che punse il petto Tutto in giubilo cangiar. Fortunati,consolati, Ci anderemo a sollazzar.

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Atrio, che introduce all'albergo di Timone. Notte.

Clorideo solo.

Clorideo                 - Notte, funesta notte! Oppresso e vinto Da mille affanni e mille, Dall'amore prodotti e dal dispetto, Mi privi ancor di poca paglia e un tetto? Barbara, disdegnosa Erminia audace, Se più ardissi affacciarti agli occhi miei, Perfida, non so ben quel ch'io farei. Questo del caro albergo, Questo è l'atrio felice. Stelle! se non mi lice Le soglie penetrar, soffrasi almeno Ch'ei mi vaglia a coprir dal ciel sereno. (trova il sedile, e vi si adagia sopra)

SCENA SECONDA

Erminia ed il suddetto.

Erminia                  - Ah destino inumano! Cerco, ricerco invano Da' villici indiscreti Chi m'accolga pietoso e chi m'aiuti; Non riscuote il pregar ch'onte e rifiuti. Questo è l'albergo indegno, Fonte ria del mio sdegno. Quivi son io forzata, Fin che in dolce sopor ciascun riposa, Passar l'umida notte all'aure ascosa. Barbaro Clorideo, per tua cagione Soffro sì dure pene... (va cercando da sedere, e ritrova un sasso) Ecco un aspro sedil. Soffrir conviene. (siede) Stelle ingrate ai cuori amanti, Quando fine avranno i pianti? Quando pace avrà il mio cor?

Clorideo                 - Crudo fato, avversa sorte! Dammi pace, o dammi morte, Ché inumano è il tuo rigor.

Erminia                  - Parmi di sentir gente.

Clorideo                 - Ahimè, qualcuno io sento.

Erminia                  - Ah, mi palpita il cor.

Clorideo                 - Tremo e pavento.

Erminia                  - Meglio fia assicurarmi. (s'alza)

Clorideo                 - Ah, non m'inganno. (veggendo moversi Erminia, s'alza)

Erminia                  - Chi sarà?

Clorideo                 - Chi fia mai?

Erminia                  - Novello impegno.

Clorideo                 - S'avvicina.

Erminia                  - S'accosta.

Clorideo                 - Audace! (scopre Erminia)

Erminia                  - Indegno! (scopre Clorideo)

Clorideo                 - Sazia non sei di tormentarmi ancora?

Erminia                  - No; si plachi il tuo core, oppur si mora.

Clorideo                 - Lasciami.

Erminia                  - Nol sperar.

Clorideo                 - Perfida!

SCENA TERZA

Timone con lanterna, e detti.

Timone                   - Che rumore? Chi è qui? Che cosa è stato? Siete qui nuovamente? (scoprendoli) Vattene, impertinente. (a Clorideo) E voi, andate via: (ad Erminia) Io non voglio rumori in casa mia.

Clorideo                 - E avrete cuor sì fiero Di volermi ramingo a notte oscura?

Erminia                  - Nemico di natura, Nemico di pietà sarete a segno D'usar con donna un trattamento indegno?

Timone                   - Lo sa, lo sa costui, Se pietoso gli fui. Se non vedessi Che vi fosse fra voi sì fatto imbroglio, Vi userei la pietà che usare io soglio.

Clorideo                 - Per te, crudel. (ad Erminia)

Erminia                  - Per tua cagion, spietato. (a Clorideo)

Timone                   - (Mi duole il cor di comparire ingrato). (da sé) Figliuoli, io parlo schietto: Cibo, ricovro e tetto V'offrirei fra le mie povere soglie, Se foste in carità marito e moglie.

Clorideo                 - Ah, la Lena, signor?

Timone                   - Figlio, la Lena Non è per te. Scoperto ho qualche cosa: Veggo ch'è innamorata,

Erminia                  - Ingrato! E ad altri nel cuor mio l'ho destinata.

Clorideo                 - Misero me!

Erminia                  - Crudele! M'odii così che ognuna, Fuor ch'Erminia, può far la tua fortuna?

Timone                   - Oh povera ragazza! Mi move a compassion. Che trovi in lei, Che la guardi con odio e con dispetto? Non ha forse un bel garbo e un bel visetto?

Clorideo                 - Non odio il di lei volto, Non spregio il di lei cor. Noto è ad Erminia Che amo la libertà, che mia delizia Sono i boschi e le selve, e ch'io non voglio Per lei soffrir dei cittadin l'orgoglio.

Timone                   - Bravo; ti lodo, e veggo Che pensi giusto. E voi, s'egli vi preme, Con lui venite ad abitare in villa, Che vivrete quieta e più tranquilla. (ad Erminia)

Erminia                  - Cieli! per viver seco Basterebbemi ancora un antro, un speco.

Timone                   - Senti? Rendi giustizia A un sì tenero amor.

Clorideo                 - Deh, pria lasciate Che intiepidisca, o che distrugga amore Quella fiamma fatal che m'arse il cuore.

Timone                   - Ha ragione, ha ragion. Soffrite un poco. (ad Erminia) Arderà al nuovo foco. Orsù, non voglio Che più raminghi andate. In casa mia restate. Ma, intendiamoci, Non nello stesso sito, Fin che non siete ancor moglie e marito. Tu andrai sopra il fenile; (a Clorideo) Al sesso femminile Devesi più riguardo e più rispetto: Son contentissimo, ve lo protesto, Quando al mio prossimo posso giovar. Se il cielo provido ci dà del bene, La gratitudine si deve usar. Pacificatevi, e poi sposatevi, E poi servitevi come vi par. (parte) Sì, di buon cor vi cederò il mio letto. (ad Erminia)

SCENA QUARTA

Clorideo ed Erminia

Erminia                  - Deh, placati una volta.

Clorideo                 - Erminia, oh Dio! No, crudel non son io qual tu mi credi. Il caso mio tu vedi:  Compatisci d'amor legge severa. Amami, se lo vuoi, ma soffri e spera. No, non è spenta in seno Fiamma d'antico amor. Ah, ch'io la sento ancor! Parmi però che il foco Calmisi a poco a poco. Se in libertade io sono, Tutto ti dono il cor. (parte)

SCENA QUINTA

Erminia sola.

Erminia                  - E soffrire dovrò, ch'ei per amarmi La libertade aspetti Da più vulgari ed infelici affetti? Ah, tutto son costretta A soffrire e a tentar. L'ardito passo Fatto già per amor, l'onor, la fama, Un preciso dover cresce alla brama. Vo' soffrire e vo' sperar Fin che fausto giunga il dì; Sì, costante voglio amar Quel crudel che mi ferì. (parte)

SCENA SESTA

Ghitta e Fignolo

Fignolo                   - Ghitta, vien qui.

Ghitta                     - Che vuoi?

Fignolo                   - Così all'oscuro, Perché in volto non veggami il rossore, Parlarti io voglio, e palesarti il cuore.

Ghitta                     - Se dir mi vuoi che amante Sei di Lena, lo so. Ma credo bene Che ti burli, meschin.

Fignolo                   - Sì, me n'avvedo. M'ingannai, lo confesso, Ma con Ciappo tu pur farai lo stesso.

Ghitta                     - Pur troppo è ver; si vede, Benché la Lena ancor neghi ostinata, Che Ciappo adora, e ch'è da Ciappo amata.

Fignolo                   - Dunque, che facciam noi?

Ghitta                     - Che dir vorresti?

Fignolo                   - Intendermi potresti.

Ghitta                     - Sì, t'intendo. Se la Lena tu perdi, Ghitta sposar non ti saria discaro. È vero?

Fignolo                   - Sì, egli è ver.

Ghitta                     - Ti parlo chiaro. Forse ti prenderò, Ma per amor, non so. Se ti prendo, sarà probabil cosa Ch'io lo faccia per dire: anch'io son sposa. Se ti piace a questo patto, Io la man ti porgerò. Guarda poi, non fare il matto: Male grazie io non ne vo'. E se far con me saprai, Forse amante un dì m'avrai; Ma per ora l'amorino, Bel visino,non mi far. (parte)

SCENA SETTIMA

Fignolo solo.

Fignolo                   - Sì, sì, la compatisco. Meco fa la sdegnata, Perché prima di lei quell'altra ho amata. Per altro in coscienza Vedrà la differenza Fra Ciappo e me. Saprà che per marito Val, più di tutto Ciappo, un sol mio dito. Vezzosette villanelle, Siete care, siete belle, Ma vi fate un po' pregar. Superbette, quest'è l'uso, E pregarvi non ricuso. Ma se dure resistete, Semplicette, non sapete, Ch'io so l'arte di adescarvi, E di farvi - giù cascar. (parte)

SCENA OTTAVA

Prato dietro la casa di Timone, circondato d'alberi; con veduta in prospetto di colline ingombrate d'alberi e di vigneti e capanne. Fuochi di letizia che illuminano la scena, e luna risplendente.

Timone e vari Contadini.

Timone                   - Bravi, figliuoli, bravi: Obbligato vi sono D'aver con fuochi ed allegrezze tante Secondato il piacer della famiglia, Poiché a casa tornò la cara figlia. Andate e ringraziate I compagni per me. Fate che tutti Venghino qui. Son pover contadino, Ma vo' di pane e vino, E di cascio e prosciutto e d'insalata, Far baldoria stassera alla brigata. (I Contadini allegri partono) Son così consolato Per vedere l'amor de' miei vicini, Che se avessi quattrini Non so che non farei... Se non m'inganno, Parmi da quella parte Veder Ciappo e la Lena. Sì, son dessi. Vo' ritirarmi un poco, Sentir s'ella è di ghiaccio, o in seno ha il foco. (si ritira fra gli alberi)

SCENA NONA

Lena e Ciappo; Timone, ritirato fra gli alberi.

Lena                       - Lasciami star, ti dico. (fuggendo da Ciappo)

Ciappo                   - Par ch'io ti sia nemico.

Lena                       - Nemico non mi sei. Lo so, conosco Che tu mi porti affetto; Ma sai quel che t'ho detto.

Ciappo                   - E fino a quando Ho da penar così?

Lena                       - Soffri, che forse un dì non penerai.

Ciappo                   - Quando il giorno verrà?

Lena                       - Può esser mai.

Ciappo                   - Povero disgraziato! Fignolo fortunato Sarà sposo di Ghitta, ed io, meschino, Avrò sempre a soffrir sì rio destino?

Lena                       - Ghitta si fa la sposa?

Ciappo                   - Così dicono, E speranza di ben per me non c'è.

Lena                       - (La sorella minor prima di me?) (da sé)

Ciappo                   - Vuoi vedermi morir.

Lena                       - Lo sa mio padre Che la Ghitta si sposa?

Ciappo                   - Non c'è dubbio: Nozze senza di lui far non conviene.

Lena                       - (Ah sì, mio padre non mi vuol più bene). (da sé)

Ciappo                   - E tu, Lena mia cara, Perché neghi di dar sì bel conforto A Ciappo tuo?

Lena                       - (Alla sua Lena un torto?) (da sé)

Ciappo                   - Consolami, carina.

Lena                       - Lasciami star. (afflitta)

Ciappo                   - Non posso Vivere più così. Su via, crudele, Odimi: ho già risolto: O tuo sposo, o morir. Non v'è più tempo, Non vo' più lusingarmi: Se sposarmi non vuoi, vo ad annegarmi.

Lena                       - (Oimè! mi fa tremar). (da sé)

Ciappo                   - Non mi rispondi? Basta così, ho capito: Per me il mondo è finito. Questa è l'ultima volta Che mi senti a parlar. Crudele! Addio. (in atto di partire)

Lena                       - Fermati, Ciappo mio. (con ansietà)

Ciappo                   - Oh Dio! son qui. Sarai mia?

Lena                       - Sarò tua. (tenera)

Ciappo                   - Ma quando?

Lena                       - Un dì. (come sopra)

Ciappo                   - Ma qual giorno?

Lena                       - Sta zitto: Non lo dire a mio padre.

Ciappo                   - Senza lui Come si potrà fare?

Lena                       - Non mi far adirare. Non vo' ch'egli lo sappia.

Ciappo                   - Ah Lena mia, Tu mi lusinghi invano.

Lena                       - Giuro che sarò tua.

Ciappo                   - Dammi la mano.

Lena                       - La mano?

Ciappo                   - Sì, mia cara.

Lena                       - (Povera me!) Non voglio.

Ciappo                   - Dunque non crederò Che tu dica davvero, e me n'andrò. (in atto di partire)

Lena                       - Fermati.

Ciappo                   - Sì ostinata?

Lena                       - Prendi... ti do la man. (tremante)

Ciappo                   - Mano adorata. (stringendola)

Timone                   - Ci ho da essere anch'io. (alla Lena)

Lena                       - Via, via di qua. (spingendo Ciappo con finto sdegno)

Ciappo                   - Perdonate, signore. (a Timone)

Lena                       - Io non lo voglio.

Timone                   - Non lo vuoi? non lo vuoi? Senza del padre Facevate le cose in fra di voi, E ora dici con me che non lo vuoi? Subito, qua la mano. (prende la mano alla Lena)

Lena                       - Povera me! (tremante)

Timone                   - La tua. (a Ciappo)

Ciappo                   - Caro padrone... (tremante gli dà la mano)

Timone                   - Sfacciatella! Briccone! Son proprio inviperito. Voglio farvi pentir. Moglie e marito. (unisce le due mani della Lena e Ciappo)

Ciappo                   - Viva, viva il padron.

Lena                       - Caro papà.

Timone                   - Figlia, per carità, Non esser più sdegnosa. Ecco, tu sei la sposa, E Ciappo è figlio mio, E giubilo ancor io. Ed or che tu sei moglie, Ghitta lo sarà ancor. Non lo sarebbe Certo prima di te. Vo a consolarla; Anch'essa, se lo vuol, Fignolo pigli. Vi benedica il ciel, cari i miei figli. (parte)

SCENA DECIMA

Lena e Ciappo

Ciappo                   - Lena, sei tu contenta? Arrossirai più ora?

Lena                       - Un tantin di rossor mi resta ancora.

Ciappo                   - Ora che sposa sei, Deve andare il timore in abbandono.

Lena                       - È vero, è ver, ma vergognosa io sono.

Ciappo                   - Dammi, o cara, un dolce amplesso; Più di te non sei padrona. Allo sposo il cor si dona: Importuno è il tuo rigor.

Lena                       - Se d'amarti mi è concesso, Se son tua, se tu sei mio, Più di questo io non desio: Deh, s'appaghi il tuo bel cor.

Ciappo                   - Innocenza, sei pur bella!

Lena                       - Sento amor che mi martella. a due Agnelline fortunate, Degli agnelli innamorati, Senza l'onta del rossor Voi spiegate il vostro amor.

Ciappo                   - Vien, mia vita.

Lena                       - Sta lontano.

Ciappo                   - Sarò dunque sposo invano?

Lena                       - Ti vo' bene e ti amerò, Ma vicino io non ti vo'.

Ciappo                   - No?

Lena                       - No.

Ciappo                   - Sposi, voi che amanti siete, Se di me pietade avete, Dite voi cos'ho da far.

Lena                       - Voi, fanciulle vergognose, Che giungeste ad esser spose, Dite voi cos'ho da far.

Ciappo                   - Tu dei far quel che dich'io.

Lena                       - Io obbedisco al padre mio.

Ciappo                   - Più non c'entra il genitor. Io comando al tuo bel cor.

Lena                       - Tu comandi?

Ciappo                   - Io ti comando.

Lena                       - Chi lo dice?

Ciappo                   - Or tel dirò: Tutte le leggi, tutti i dottori, Tutti i villani, tutti i signori, Tutti gli esempi delle nazioni, E più di tutto quelle ragioni Che la natura desta nel sen.

Lena                       - Oh, cosa sento! Cosa diranno Tutte le leggi, tutti i dottori, Tutti i villani, tutti i signori, Tutti gli esempi delle nazioni, S'io non capisco queste ragioni? Sono tua sposa, puoi comandare: Tutto vo' fare - quel che convien.

Ciappo                   - Vieni, mia cara.

Lena                       - Sono con te.

Ciappo                   - Sposo felice chi è più di me? a due Gioia maggiore, no che non c'è. Dolce amore, deh placido scendi; Del tuo foco m'investi, m'accendi. L'alma in seno mi sento brillar. Che diletto - provo in petto! Gioia cara,gioia mia, Di timori non s'ha da parlar; Sol si pensi a godere e ad amar. (partono)

SCENA UNDICESIMA

Clorideo, Erminia, la Ghitta e Fignolo

Ghitta                     - Via, via, la pace è fatta; Mi consolo con voi. La man di sposi Datevi, poverini: Vi auguro sanità, pace e bambini.

Fignolo                   - Anch'io mi son sposato: Questa è la sposa mia.

Ghitta                     - Sì, sposata mi son per compagnia.

Erminia                  - Via, Clorideo: la Lena Sai che di Ciappo è sposa. A me la mano, Per pietà, non negar.

Clorideo                 - Non più. Perdona Se finor t'insultai. Sarò tuo sposo, Pur che viver ti piaccia Lungi dalla città, fra i boschi amici.

Erminia                  - Teco ovunque godrò giorni felici.

Clorideo                 - Ecco dunque la destra.

Erminia                  - Oh cara mano! Penai, è ver, ma non ho pianto invano.

SCENA ULTIMA

Timone, Lena, Ciappo e detti.

Timone                   - Vieni, vieni, figliuola. Eccola qui. (conducendo la Lena per mano) Alfin la Lena mia si è maritata, Ma un po' di timidezza le è restata.

Ghitta                     - Mi consolo, sorella.

Lena                       - Ed io con te.

Fignolo                   - Ciappo, me ne consolo.

Ciappo                   - Ed io con te.

Timone                   - Oh che piacere è il mio Consolate veder le mie figliuole, E veder consolati, E veder maritati Erminia e Clorideo! La mia casa è la reggia d'Imeneo.

Tutti                       - Oh che notte fortunata, Oh che gran felicità! Viva, viva il dio bambino, Viva Amore Contadino, E la sua semplicità.

FINE

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