Amor e gelosia se fann semper compagnia

Stampa questo copione

“ AMOR E GELOSIA SE

       AMOR  E  GELOSIA  SE

   FANN  SEMPER  COMPAGNIA “

                        Commedia in tre atti di Luciano Meroni

                                           PERSONAGGI :

  

                          CESARE  GEROSA

                          ORTENSIA, sua moglie

                          GABRIELLA, loro figlia

                          OTELLO, marito di Gabriella

                          Sig. MARTELLI, amministratore

                          “ GAROFANO ROSSO “

                          ELISA, domestica

                          GIULIO, tabaccaio

                       -----------------------------------------------------------------------------

                       N.B.   La commedia è regolarmente tutelata dalla S.I.A.E.

                                                                                                                             Pag.   2               

La scena rappresenta il salotto di una villa della Brianza.

Un’ uscita sul fondo dà sulla terrazza e sul giardino.

Da un lato una porta dà in cucina e dall’altro lato una scala ( o una porta  ) dà ai piani

superiori.    Ai due angoli di fondo vi sono due paraventi.

                         =================================

                                               ATTO  PRIMO

ORTENSIA     -  ( è in scena e sta sistemando alcuni oggetti di arredamento )

GABRIELLA  -  ( entrando ) Ciao mamma.

ORTENSIA     -  Ciao Gabriella.  Come stai?  Fatti un po’ vedere.  Sei una meraviglia.

GABRIELLA  -  Anche tu ti trovo bene, direi che sei in gran forma.

ORTENSIA     -  Bè t’el sett, l’è un po’ de temp che cerchi de stà in riga, ho scoperto una dieta

                            favolosa e poi….  forse è stata la prospettiva di passare due mesetti in questo

                            luogo incantevole che mi ha trasformata.

GABRIELLA  -  A proposito, ho curiosato un po’ in giro mentre attraversavo il parco, ma sai

                            che è veramente un  bel  posto:  aiuole piene di fiori,  la fontana con i pesci,

                            un mare di verde ….

ORTENSIA     -  …. e una splendida vista sulla Brianza. E poi anche questa villa, così  ampia,

                            luminosa, ricca di pace, di tranquillità, lontana dal frastuono e dallo smog di

                            Milano.   Si, penso proprio che passerò due mesi incantevoli.

GABRIELLA  -  Ma come avete fatto a trovare un posto così?

ORTENSIA     -  L’è stà durant el periodo de Pasqua.  Una domenica semm vegnù mi e el papà

                            da chi part chì per ciapà una boccada d’aria e fa un po’ de fotografii.

                            Ad un certo punto hemm  vist una  stradetta che  ghe  passava  una macchina

                            appena, l’hemm seguida un po’ e semm rivaà al cancell de quella villa chi.

                            Sul cancell gh’era un cartell con scritt: “ Vendesi o affittasi anche stagionalmente.

                            Rivolgersi in paese al Sig. Martelli, Piazza della Chiesa n° 2 “.

                            Allora siamo scesi in paese, abbiamo trovato questo Sig, Martelli e …insomma

                            per  farla breve abbiamo concluso l’affare ed eccoci qua.

GABRIELLA  -  Ma chi è questo Sig. Martelli? Il proprietario della villa?

ORTENSIA     -  No è una specie di amministratore, agente immobiliare non  so, comunque  è

                            quello che aveva le chiavi della villa ed era incaricato a trattare.

                            Anzi se ti fermi a mangiare qui con noi, lo conoscerai perché deve venire qui

                            in  mattinata per ritirare i soldi dell’affitto e dare la copia del contratto a papà.

GABRIELLA  -  A proposito, dov’è papà? Non l’ho visto.

ORTENSIA     -  L’ è andà giò in cantina a sistemà un po’ de robb , ma dovrebbe tornar su da un

                            momento all’ altro.   Allora ti fermi?

GABRIELLA  -  Va bene, ti ringrazio, però non farmi far tardi se no mio marito ,  l’ Otello ….

                         t’ el cognosset eh?  L’è sicilian.                     

ORTENSIA     -  Ma si sta tranquilla.  Ma damm a traà, l’ è semper  inscì gelos  come l’era                                                                                         

                        prima de sposatt ?

GABRIELLA  -  Cosa? Te ghe n’è no un’idea , adess l’è pegg de prima.  Prima almen quand

                            s’ eri in cà con vialter el se fidava un po’ pussè, el stava tranquill, ma adess …

                            Te voeuret sentì l’ ultima ?   Circa un mes fa ho ricevù una cartolina da una

                            mia ex compagna de scola,  la  Angela che de cognom la se ciama Bruno e

                            lee naturalment la s’è firmada Angela  Bruno.   Quanto mai !   L’ Otello el

                            ghe credeva no, el diseva che l’era no una mia amisa ma un mè amis che el

                            se ciamava Bruno e de cognom Angela.

                                                                                                                                                    Pag.   3

     

ORTENSIA     -  E come l’è andada a finìi ?

GABRIELLA  -  Che m’è toccà faghela cognoss se no l’era minga convint.

ORTENSIA     -  E invece tò pader t’ell  sett cosa l’ha fa’ ?  Quindes dì fa’ me s’era guastàa la

                            lucidatris e alura gh’avevi ditt al sciur  Pirovano che el stà al quint pian se el

                            podeva daggh un’ oggiada ,  lù l’è elettricista e se ne intend de quej  robb lì.

                            Ben  l’aveva minga fa’ in temp a vegnì denter in cà che arriva anca el papà.

                            Te dovevet sentill:  “ Cosa el fa’ chi quest chì ?  –  E perché l’è vegnù in cà

                            quand  mi ghe son no? – E mi ghe credi no che la lucidatris l’ è guasta “.

                            Morale: l’ha cascià via in malo modo.

GABRIELLA  -  E come l’è andada a finì poeu?

ORTENSIA     -  Che l’ha dovùu compramm una lucidatris noeuva!   Cert che semm andàa  a

                            cattà foeura dù bej marì, vun pussè gelos dell’ alter.   Bè, a mont,  tornemm

                            alla nostra villa.

GABRIELLA  -  Senti, non per essere indiscreta ma…. Chissà cosa ti costerà una villeggiatura

                            del  genere: soltanto per l’affittto chissà cosa vi hanno chiesto.

ORTENSIA     -  No! Ed è lì il lato interessante e strano di tutta la faccenda:  dobbiamo pagare

                            soltanto  500.000 lire tutto compreso.

GABRIELLA  -  Tutto compreso?   Cioè per tutto il mese di luglio e agosto ?

ORTENSIA     -  Ma sì, due mesi completi , tutto compreso.

GABRIELLA  -  Ma no è impossibile.

ORTENSIA     -  Anch’io non ci credevo in un primo momento,  ma  poi il Sig. Martelli ci ha

                            confermato proprio quella cifra lì e del resto potrai  rendertene conto tu stessa

                            quando verrà qui col contratto.

GABRIELLA  -  Ma nei mesi di luglio e agosto quei soldi lì non sono abbastanza neanche per un

                            piccolo appartamento, figuriamoci per una villa di queste dimensioni.  

                            Mamma stai attenta che non ci sia sotto qualche trucco o qualche fregatura.

ORTENSIA     -  Ma che trucco vuoi che ci sia nell’ affittare una villa?

CESARE         -  ( entrando )  Ciao Gabriella.

GABRIELLA  -  Ciao papà.

CESARE         -  Come te stett ?

GABRIELLA  -  Bene e tu?

CESARE         -  Benissim.  E l’ Otello dove l’è ?

GABRIELLA  -  A  Milano no ? L’è venerdì e quindi el lavora.

CESARE         -  Allora te se vegnuda chi de per tì ?

GABRIELLA  -  Sì  perché?  Ho ciapàa prima el pulmann dell’ Autostradale e dopo un taxi per

                            arrivà  fin chì.

CESARE         -  E  l’Otello el t’ha lassà fa el viagg de per tì ?

ORTENSIA     -  Sent Cesare per piasè , comincia minga con quej stupidad lì eh.

                            Cosa gh’ è denter de mal ?

CESARE         -  Nient.  Oh Dio ….insomma…per mi el se fida ben.  ( suono di campanello )

ORTENSIA     -  Sarà  il Sig. Martelli, vado io ad aprire. ( esce )

CESARE         -  Allora Gabriella hai visto che bel posticino abbiamo scelto per le ferie ?

GABRIELLA  -  Sì  stavo proprio parlandone poco fa con la mamma, un posto magnifico.

ORTENSIA     -  ( entrando con Martelli ) Avanti, avanti, Sig. Martelli non faccia complimenti,

                            si accomodi.

MARTELLI    -  ( è un tipo timido e pauroso ) Grazie signora, buon giorno.

CESARE         -  Buon giorno, come sta ?

MARTELLI    -  Bene grazie.

                                                                                                                                           Pag.  4

CESARE         -  E’  venuto per i soldi e per la copia del contratto vero ?

MARTELLI    -  Sì appunto, l’ho qui in borsa.                                                             

CESARE         -  Benissim , cià che ghe do’ un’ oggiada.

ORTENSIA     -  Oh intanto che voi sistemate le vostre faccende, io vado di là a mostrare

                            la  cucina alla Gabriella.   Vedrai è molto bella. ( escono )

CESARE         -  ( mentre legge il contratto ) Ma el staga no lì in pèe sciur  Tenaja.

MARTELLI    -  Martelli, prego.

CESARE         -  Ah sì  l’è  vera.  Dunque i soldi erano 500.000 lire vero ?

MARTELLI    -  Sì, 500.000 lire.

CESARE         -  Le va bene se le dò un assegno ?

MARTELLI    -  Sì va  benissimo.

CESARE         -  ( mentre compila l’ assegno ) Ma el staga lì no in pè , si accomodi  pure:

                           anzi el bev un quajcoss ?

MARTELLI    -  No, no per carità, ghe calaria alter.  Son vegnù chì propri  una scappada

                           ma  adess devi andà via.

CESARE         -  Oh diavol che premura, ghe s’cioppa  i fasoeu ?  Domà el temp de bev un

                            bicerin no ?

MARTELLI    -  No, no sciur Gerosa el me faga un piasè, el me lassa andà via  alla svelta.

CESARE         -  Ma s’el  g’ha ?  El se sent minga ben ?

MARTELLI    -  No sto benissim, soltant che g’ho di alter impegn.

CESARE         -  Va ben , va ben , voeuri no trattegnill se el g’ha di alter impegn ,  però

                           voeurevi domandaggh  un piasè.  Ch’el senta sciur Ciav Inglesa…..

MARTELLI    -  Martelli!

CESARE         -  Ah sì, ch’el senta sciur Martelli, mi voeurevi domandaggh quest : siccome

                           durante el mes de luj mi lavori e chì podi vegnì domà per passà el week-end,

                           allora mia mièe la sarìa costretta a restà chì tutta la settimana de per lèe …  

MARTELLI    -  E allora ?

CESARE         -  Siccome l’ è bella granda…

MARTELLI    -  Chi, sua mièe ?

CESARE         -  No, la cà l’è bella granda, e allora avevi pensà  che se ghe fudess una  quaj

                           donna che la podess vegnì chì a prestà servizi…E poeu el sa,  a dì la verità

                           mi son anca un po’ gelos della mia mièe  e allora …  con un’altra donna in

                           cà …. el me capiss vera ? Con la scusa de fa’ i mestèe in cà, la tegnarìa  un

                           po’ sotto controll e mì ciapparìa dù piccion con una fava.

MARTELLI    -  Ma mì ho minga capì cosa ghe c’ entri mì in tutta quella faccenda chì.

CESARE         -  Beh el ved sciur …..

MARTELLI    -  Martelli!  

CESARE         -  Ecco sciur Martelli, mi me son rivolt  a  lù perché magari lù el cognoss  una

                            quaj donna chi del paes che la sarìa disposta a ….

MARTELLI    -  No.  Impossibil !

CESARE         -  Come impossibil ?

MARTELLI    -  Sì l’è impossibil.  In paes gh’ è nessun che sarìa dispost a ….cioè voreuvi dì

                           che … insomma se el g’ha bisogn d’una persona el dev trovalla lù e portalla

                           da Milan.

CESARE         -  Oh bella ma perché? Chì gh’è un quajcoss che quadra no, ghe dispiassarìa

                           spiegass mej ?

MARTELLI    -  Gh’ è nient da spiegà, l’è inscì e basta.

CESARE         -  Oh demoni frust!  Ch’el staga calmo, gh’è minga bisogn de scaldass inscì.

ORTENSIA     -  ( entra con Gabriella ) Oella! Cos’ avete da discutere così tanto ?

CESARE         -  Niente cara, s’eri drèe a domandaggh chì al sciur Casciavit …

                                                                                                                                                    Pag.   5 

MARTELLI    -  Martelli!  Martelli!  Martelli!

CESARE         -  Oh ch’el vaga drèe no a piccà inscì tanto.  Donca s’eri drèe a domandaggh

                            se gh’era no el mezzo de aveggh una camerera, una domestica….

ORTENSIA     -  Una domestica? Speri ch’el  t’abbia ditt de no.

CESARE         -  Come te speret ch’el m’abbia ditt de no? Ma te voeuret restà chì de per tì in

                            una  villa inscì?  Mi me fidi minga tropp. Cioè voeurevi dì che  g’ho un  po’

                            paura a lassatt chì de per tì, t’el sett al dì d’incoeu gh’è in gir tanti balabiott

                            e ogni tant ne succed una quaj voeuna.

ORTENSIA     -  Va  là, va là el so ben quaj hinn i tò preoccupazion, comunque preoccupes no,

                             ho ditt inscì perché per la domestica me son giamò interessada mi a Milan.

CESARE         -   A Milan ?

ORTENSIA     -  Sì tramite la Rosetta, la mia amisa. T’el sett, lèe la cognoss un sacch de gent

                            e allora me l’ha trovada lèe una domestica. Anzi la dovarìa ‘rivàa chì incoeu

                            o doman.

CESARE         -  Ecco l’ha vist sciur Martelli che semm a post: mia mièe l’ha giamò risolt  el

                            problema. Però gh’era minga bisogn de scaldass inscì tanto.

ORTENSIA     -  Per forza, avrai usato le tue solite maniere brusche. (prende in disparte Martelli)

                            Su su signor Martelli, non se la prenda, d’altra parte anche gli inquilini che ci

                            hanno preceduto avranno avuto anche loro una domestica no ?

MARTELLI    -  Beh …in un certo senso …sì, credo di sì.

ORTENSIA     -  E probabilmente si saranno rivolti a lei per avere …

MARTELLI    -  No, questo no, è impossibile. Non ero ancora nato. (pausa di silenzio generale)

GABRIELLA  -  Mi scusi, ma lei ha detto che gli ultimi inquilini che hanno abitato questa casa

                            lo hanno fatto prima che lei nascesse ?

MARTELLI    -  Sì è proprio così.

GABRIELLA  -  Oh  accidenti, allora avevo capito proprio bene.

MARTELLI    -  Anzi, , per essere più precisi è stato nel 1847.

CESARE         -  Ma l’è drèe a ciapamm per el sedere ?

ORTENSIA     -  Stai calmo Cesare non agitarti.

CESARE         -  Ma porco Giuda, a quest chì ghe bùscia i mezzanin.

ORTENSIA     -  Stai calmo t’ho detto e lascia parlare me.  Signor Martelli, lei vuol farci credere

                            che nessuno ha abitato questa casa dal 1847 ?

MARTELLI    -   Sì è così.

ORTENSIA     -  E allora le spiacerebbe spiegarci come mai il parco è così curato, con le aiuole

                            piene di fiori, i giardini ben rasati eh?

MARTELLI    -  Ah beh, sarà stato il giardiniere.

ORTENSIA     -  Quale giardiniere ?

MARTELLI    -  Garofano Rosso!

CESARE         -  Garofano Rosso?  Se l’era  un indian ?

MARTELLI    -  Sì….. cioè no….. volevo dire….

CESARE         -  Ch’el senta adess basta, el vaga drèe pù a menà el torron.   Adess lù el se sètta

                           giò (costringe Martelli a sedersi) e el fa el piasè de cuntà su tuscoss,  tutt quell

                           che el sa e ogni volta che el se ricorda pù un quajcoss ghe dò un pùgn in sul cò

                           e ghe fò tornà la memoria a costo de fa’ diventà el me bràsc come un martell…

                           l’ ha capì sciur Martell ?

MARTELLI    -  Ma verament l’è una storia un po’ lunga.

CESARE         -  Me interessa no. Avanti.

MARTELLI    -  Dunque si  tratta di  una leggenda che riguarda  questa villa:  pare che nel 1847  

                           abitasse  qui un certo barone Von Kluger cugino del generale Radetzki.  Questo

                                                                                                                                                    Pag.   6

                        -  barone austriaco aveva diverse persone al suo servizio e pare che avesse

                            anche  una moglie bellissima di nome  Margherita , che era un po’  sulla

                            bocca di tutti ecco.

TUTTI             -  Eh ?

MARTELLI    -  No, volevo dire che tutti gli uomini,  diciamo così,  di corte cercavano di

                            entrare nelle sue grazie e di conseguenza tutti parlavano di lei  e  quindi 

                            era l’ attrazione principale della villa.

GABRIELLA  -  E lei come si comportava?

MARTELLI    -  E  lei niente, fedele al marito che però nonostante ciò era gelosissimo.

CESARE         -  Ah allora l’era no una Margherita che se faseva  sfojàa.

MARTELLI    -  No per carità.  ( pausa )   Fino a quando…..

ORTENSIA     -  Fino a quando ?

MARTELLI    -  Fino a quando un bel giorno spuntò fuori il giardiniere.

CESARE         -  Oh finalment sèmm arrivàà al giardiniere.  Avanti.

MARTELLI    -  Sì.  Il barone Von Kluger aveva preso al suo servizio un giovane che aveva

                            fama  di essere un espertissimo giardiniere e che poi venne soprannominato

                            “ Garofano Rosso “.

ORTENSIA     -  Perché Garofano Rosso ?

MARTELLI    -  Sì un po’ per via della sua passione , la botanica, e un po’ per via  dell’altra

                            sua passione.

GABRIELLA  -  Quale altra sua passione ?

MARTELLI    -   La signora Margherita.   Secondo la leggenda ,  pare che il giardiniere  fosse

                            riuscito a far breccia nel suo cuore e così erano costretti a vedersi di nascosto

                            in qualche luogo appartato della villa o del giardino  e pare che ad ogni appun-

                            tamento fosse solito portare alla baronessa in omaggio un garofano rosso.

ORTENSIA     -  Ah ecco il perché del nome.

MARTELLI    -  Già e poi per forza dovevano andare d’amore e d’accordo: lui “Garofano Rosso”,

                            lei “ Margherita “.

CESARE         -  Chissà che bei mughetti è vegnù foeura.   E il barone rosso?   Cioè  il barone

                            Von Kluger non si accorgeva di nulla?

MARTELLI    -  Bè in un primo tempo no, ma poi pian piano cominciò a rendersi conto di

                           quanto stava accadendo…..

CESARE         -  E con la testa el cominciava a passà pù per i port.

MARTELLI    -  Già e poi si era accorto che ogni tanto la moglie si ritirava nelle sue stanze con

                           la scusa di un’ emicrania  e nello stesso momento spariva  anche il giardiniere

                           che diventava praticamente introvabile.

CESARE         -  Ho capìi ! El “ garofano rosso “ el faseva la “ primula rossa “!

MARTELLI    -  Fatto sta che cominciò a pedinarli fintanto che un bel giorno li sorprese in atteg-

                            giamento che non lasciava dubbi nel capanno degli attrezzi.

CESARE         -  Che se davan da fa’ con i attrezzi !

MARTELLI    -  Appunto.  Allora il barone , pazzo di gelosia , estrasse una pistola e sparò  ucci-

                           dendo all’istante la moglie.

CESARE         -  Bravo! Ha fatto bene!

ORTENSIA     -  Ma smettila.

GABRIELLA  -  E il giardiniere?

MARTELLI    -  E il giardiniere scappò via come il vento inseguito dal barone che però non riuscì

                           a raggiungerlo.  Dopo qualche giorno il barone , ancora sconvolto dalla tragedia

                           si suicidò.

ORTENSIA    -  Oh poveretto. E del giardiniere non si seppe  più nulla?

                                                                                                                                                    Pag.  7  

MARTELLI    -  No, ma la leggenda vuole che alla sua morte la sua anima fosse condannata

                            a vagare in questa villa. 

ORTENSIA     -  In questa villa? Ma fino a quando? In eterno?

MARTELLI    -  No, solo fino a quando non avesse riparato a tutto il male che aveva causato.

CESARE         -  In che modo?

MARTELLI    -  Facendo una buona azione:  un’azione meritevole e degna di lode, in modo

                            da redimersi ecco.

GABRIELLA  -  Ah ,  e che buona azione ha fatto?

MARTELLI    -  Beh  ….nessuna, perché da allora chì gh’è mai vegnù nessun.

ORTENSIA     -  Cosa?  Allora lei vuol dire che quest’ anima , questo fantasma in  pratica ,

                            probabilmente è ancora in circolazione in questa villa?

MARTELLI    -  Beh ….sì.

GABRIELLA  -  Oh mamma. ( le si avvicina )

ORTENSIA     -  Calmati Gabriella. Caro non credi che stando così le cose sarebbe opportuno,

                             ….. insomma voglio dire …

CESARE         -  Ste voeuret dì?  De menà i toll? Oej un moment, stìi calmi i comincìi minga a

                            dì su di scemat perché n’ho giamò sentì assèe da quell sciur chì.  Ma  allora

                            l’è  per quest che el m’ha fa pagà pocch  d’affitt?  E l’è per quest  che el voeur

                            andà via alla svelta? E l’è per quest che in paes nessun voeur vegnì a lavorà in

                            quella villa chì? Ma se l’è un paes de gorgujan?  Possibil che nel  XX°  secolo

                            ghe sia in gir ancamò un sacc de gent che ghe cred ai fantasmi?

ORTENSIA     -  Sì,  però Cesare , quando tu sei al lavoro, io dovrei restare in questa villa prati-

                            camente da sola  e …..

CESARE         -  E  allora te gh’et paura insomma.  Sent se gh’è vun che dev aveggh paura  a

                            lassat chì de per tì,  quell son mì.

ORTENSIA    -  Oh comincia minga con la tua solita stupida gelosia.  Puttost tì, chissà cosa te

                            faret quand te saret a Milan a lavorà  de per tì.

GABRIELLA  -  Ma dai, smettetela di discutere per queste stupidaggini.

CESARE         -  Oej  da che pulpit vegn la predica.  Ti te podet considerass fortunada che te se

                            ciamet no Desdemona se de no te vedevet che fin te fasevet col tò marì che el

                            se ciama Otello.

ORTENSIA     -  Comunque ha ragione Gabriella, smettila con queste stupidaggini e parliamo

                            di cose più serie.

CESARE         -  Ecco brava, parliamo di fantasmi!  Innanzi tutto te set minga chì de per tì ma

                            ghe sarà anche la camerera però se propri te ghe n’è minga assèe te podariet

                            anca tegnì chì tua tosa a fatt compagnia no?  St’en diset  Gabriella?

GABRIELLA  -  Beh, sì ….potrei…tanto Otello se la sa cavare benissimo anche da solo.

CESARE         -  Ecco brava così vi terrete compagnia a vicenda e starete più tranquille.

                            ( poi fra sé ) Inscì starò pussè tranquill anche mi …e anche l’ Otello.

GABRIELLA  -  Sì  però per sicurezza dovrei almeno avvisarlo l’Otello.

ORTENSIA     -  Va ben Gabriella dopo te ghe telefonet.

MARTELLI    -  A proposito, dovrebbero venire in giornata ad allacciarlo il telefono.

ORTENSIA     -  Gabriella, però te me paret un po’ smorta.  Te s’et  stremida?

GABRIELLA  -  Bè  sai … la storia di quel fantasma mi ha un po’ scombussolata ecco.

ORTENSIA     -  Cià, cià vegn de là in cusina a bev un quaicoss, che te passa tuscoss ( escono ).

CESARE         -  Ma questo fantasma che tipo l’è?  L’ha mai vist  un quajvun ?

MARTELLI    -  Mah,  dicono che sia rimasto tale e quale come allora e che compaia ogni volta

                            che  sente pronunciare  il nome del barone Von Kluger.

CESARE         -  Il nome?

                                                                                                                                                    Pag.   8

MARTELLI    -  Sì, il nome di battesimo del barone Von Kluger.

CESARE         -  E come el se ciamava?

MARTELLI    -  Eh no signor Gerosa , per carità non me lo faccia dire.

CESARE         -  Ma andemm, vardè che roba, l’è lì tutt stremì che el par un puresin appena

                            nassù.   Animo Martelli mi dica come si chiamava il barone.

MARTELLI    -  Ma no la prego ….

CESARE         -  Va ben , allora se propri el voeur minga dimmel , me le scriva almen su un

                            tochell de carta.  D’altra part l’è giust che nunc el sappium, magari vegnum                                                                       

                            foeura a dill inavvertitament e se trovumm chì un fantasma in mezz ai pè.

MARTELLI    -  Beh quest … sì l’è giust. (scrive su un pezzo di carta che consegna a Cesare).

CESARE         -  El sarìa quest  el nomm del barone?  Otto?  Otto Von Kluger?

MARTELLI    -  Nooo!  Perché ha pronunciato quel nome?  Cosa gh’è saltà in ment ?  Adess

                            sì  che semm a post.!

ORTENSIA     -  ( rientra con Gabriella) S’ el  g’ha? Perché l’è inscì stremìi? Se gh’è success?

MARTELLI    -  Oh Signor! Adess sì che semm a post,  adess sì che semm a post.

CESARE         -  Oh ma ch’el vaga a ciappà di ratt!  L’è minga ora de muccalla?  El ved no che

                            el  va a drèe a fa’ stremì chì pover donn chì ?    Ghe l’ho giamò  ditt che semm

                            nel XX°   secolo e hinn domà i martorott che ghe cred a quej stori  chì!

G.  ROSSO     -   ( è  un giovane completamente vestito di bianco.   Entra da una parte,  osserva

                            un po’  la scena, si avvicina a Cesare che è l’unico che lo segue con lo sguardo,

                            gli picchia una mano sulla spalla e poi esce verso il giardino.   Rosso aveva un

                            garofano rosso all’occhiello.    Scena muta  per qualche  istante mentre Cesare

                            guarda a turno i suoi compagni).

CESARE         -  Ehm  …. Avete visto ?

ORTENSIA     -  Visto cosa ?

CESARE         -  Come visto cosa ?

ORTENSIA     -  Scusumm, t’è domandà ”Avete visto?”   e mi te domandi “ Visto cosa? “.

CESARE         -  Sciur  Martelli  lù  l’ha vist ?

MARTELLI    -  Cosa ?

CESARE         -  Oej ma vialter si miss in ment de famm passà per stupid ?  De famm fà la  figu-

                            ra de ciccolatèe?

GABRIELLA  -  Ma papà cosa dici ?

CESARE         -  Sent Gabriella almen tì rispondomm come se dev.  Ti  te s’et accorta vero ?

GABRIELLA  -  Accorta di che cosa ?

CESARE         -  Eh ?  No fa nient , ho capì.  Te set anca tì d’accord.  Bravi, bravi, complimenti.

ORTENSIA     -  Ma Cesare cosa te gh’et? Te se sentet minga ben ?

CESARE         -  Mi?  No, sto benssim.  Son domà diventà scemo e basta! ( si siede )

G.  ROSSO     -   ( rientra e va a sedersi di fronte a Cesare e per un po’ si scrutano a vicenda.

                            Cesare guarda gli altri che però restano impassibili ).

MARTELLI     -  Perché el me guarda inscì? El g’ ha lì dù oeucc ….

CESARE          -  Perché second lù quanti dovarìa avegghen ?

MARTELLI     -  No, voeurevi dì che el me fà un po’ paura, el me fà impression ecco.

                             Se ghe dispiass no mi vorarìa andà via.

CESARE         -   Sì , sì che el vaga via che ormai l’è d’infèsc.

MARTELLI    -   ( fa per prendere il cappello che aveva messo sul tavolino ma G. Rosso con una

                            manata glielo butta per terra )  Oej chi l’è stà ?

CESARE         -   Mi no de sicur .   Son settà giò  …. dalla part de chì.

MARTELLI    -   ( raccoglie il cappello e fa per andarsene ma G. Rosso con uno sgambetto lo            

                            manda a finire in braccio a Cesare ).  Aiuto!

                

                                                                                                                                                   Pag.    9

CESARE         -  Ma cosa el fa?  El m’ha ciappà per una sdraio?

MARTELLI    -  Ch’el me lassa andà sciur Gerosa.  Per piasè ch’el me lassa andà , chì

                            comincienn a succed di robb strani . Arrivederci a tutti . ( esce di corsa ).

ORTENSIA     -  Allora st’ en diset de quella storia chì?

CESARE         -  Cosa devi dì? L’è una robba un po’ strana ecco.

ORTENSIA     -  Sì forse hai ragione tu Cesare, sono tutte stupidate.  E’  assurdo  credere

                            ancora a queste cose nel XX° secolo, vero Gabriella?

GABRIELLA  -  Bè … sì… probabilmente sono tutte stupidate però il signor Martelli era

                            veramente spaventato

CESARE         -  Oh bon quell lì!  T’è minga vist che fifun che l’è?  G’ho idea che se el se

                            mett a parlà ad alta vos el se stremiss de per lù.

ORTENSIA     -  Bè  a mont.  Sent adess mi vò de sùra un moment con la Gabriella.  Ti te

                            restet chì vera?  Se hai bisogno di noi chiamaci. ( fanno per uscire ,poi )

                            O forse hai paura a restare qui da solo?

CESARE         -  Mi?  Mi no, e poeu son minga chì de per mì.

ORTENSIA     -  Come hai detto, scusa?

CESARE         -  Nient, nient, pensavi ad alta vos.  Andèe pùr.

G.  ROSSO     -  ( spalanca la porta davanti a Ortensia e Gabriella che restano interdette e

                            poi si voltano verso Cesare )

ORTENSIA     -  Beh?

CESARE         -  Stì attent ai corrent d’aria e sarì su ben la porta quand sii andà foeura.

                           (  le due donne escono ).  ( pausa mentre si guardano poi )  Allora ?

G.  ROSSO     -  Allora cosa?

CESARE         -  Come allora cosa ? Oej adess semm chì de per nùnc , quindi cerchemm no

                           de fa’ i furb.

G.  ROSSO     -  Furb ?   Nessun cerca de fà el furb.

CESARE         -  Ma insomma se po’ savè lù chi l’è?

G.  ROSSO     -  Come chi sono?  Non l’ha ancora capito?  Sono “ Garofano Rosso “.

CESARE         -  Sì  e mì son la “ Gardenia blu “.

G.  ROSSO     -  Non faccia lo spiritoso per piacere.

CESARE         -  Ma andiamo lei vorrebbe farmi credere di essere il fantasma del quale ci ha

                            parlato prima il signor Martelli?

G.  ROSSO     -  Perché ghe dispiass forse?

CESARE         -  No, no per carità, soltant che l’è un po’ difficil da cred , ghe par ?

G.  ROSSO     -  Perché?  L’è una robba  normalissima invece.

CESARE         -  Oh tutt i dì quand vò a lavoràa ne incontri tre o quatter de fantasmi.  Andemm

                           sarà  normalissim per lù ma per mì l’è una robba  perlomeno strana.

G.  ROSSO     -  Per lù e per i alter come lù, perché siete dei materialisti e pensate solo al vostro

                           interesse, alla carriera , alla macchina , al capitale.

CESARE         -  Oej ma cosa l’è lù?  Va ben che el se ciama Rosso ma un fantasma marxista

                           l’ avevi mai vist.

G.  ROSSO     -  Volevo dire che dovreste pensare anche un po’ alle cose non puramente econo-

                           miche ecco.  Per esempio la poesia, l’arte, la musica,  i fiori ….   ecco i fiori.

                           Cosa c’è di più bello di una rosa , di una viola , di un giglio …..

CESARE         -  La Margherita!

G.  ROSSO     -  Come?

CESARE         -  No nient, pensavo al passato. Ma mi tolga una curiosità: come mai mì  el vedi

                            e i alter no ?

                                                                                                                                                   Pag.  10

G.  ROSSO     -  Perché lei è scettico!   Voglio dire che io mi sono reso visibile soltanto a lei

                           perché gli altri sono già  convinti dell’ esistenza dei fantasmi e invece lei  no.

                           Figuriamoci,  lei è scettico!

CESARE         -  Ma allora , lù se el voress el podarìa rendes visibil anche ai alter ?

G.  ROSSO     -  Certo.

CESARE         -  E  el gh’avarìa minga quell’ intenziùn   lì per caso ?

G.  ROSSO     -  Mah … g’ ho non ancamò pensàa , però può darsi de sì

CESARE         -  Oh Signor allora sì che stemm fresch.  Se el veden l’Ortensia e la Gabriella guai.

G.  ROSSO     -  Ortensia ?  Chi è Ortensia ?

CESARE         -  Mia mièe.

G.  ROSSO     -  Sua moglie si chiama Ortensia ? Ma perché non me l’ha detto subito? Adesso per

                           forza devo farmi vedere, devo conoscerla. Una donna col nome di un fiore  è una

                           occasione da non perdere.

CESARE         -  Oej, oej, un moment !  Cominciemm no a tampinà mia mièe eh.   Se el  voeur un

                            fior ch’el vaga in giardin e ne catta pur un mazz , che me ne frega nient, ma mia

                            mièe la lassa stà , l’ha capìi ?

G.  ROSSO     -  Sì ho capito, stia calmo.  Geloso eh?   Sì,  però  una  donna col nome di un fiore

                           devo per forza conoscerla,  presentarle i miei omaggi.

CESARE         -  Già,  piccoli ma sinceri eh ?

G.  ROSSO     -  Bè almeno farle un regalino, che so, magari una scatola di caramelle , di cioccola-

                            tini, oppure di marrons-glacées.

CESARE         -  Ecco bravo.  Se el voeur  regalacch  una scatola de  marrons-glacées,  g’ hann de

                            vess  almen dù chili perché quand la comincia la finiss pù…alla faccia della linea.

G.  ROSSO     -  Bè ma d’altra parte lo sa che io devo fare la mia buona azione vero ?

CESARE         -  E  allora che la faga! El vaga foeura di scatoll!  Pussè bella azion de questa.

                            Perché el va no a fa’ un gir in giardin in mezz  ai so’ fior ?

G.  ROSSO      -  Perché g’ ho minga voja!

ORTENSIA     -  ( entrando ) Cesare, allora guarda che ho convinto Gabriella a fermarsi qui un po’

                            di tempo così ci faremo compagnia.

G.  ROSSO      -  ( a Cesare ) E’  questa sua moglie vero ?

ORTENSIA     -  Chissà se l’ Otello la làssa,  st’ en diset ?

G.  ROSSO      -  Adesso mi faccio vedere.

CESARE          -  Ma lù l’ è matt.

ORTENSIA     -  L’ Otello l’ è matt ?   Ma ste diset ?

CESARE         -  Eh ?  No…disevi… l’ Otello sarìa matt se la lassass chì no insemma a tì,  chì l’ è

                            al sicur.  E poeu, va ben vess gelos ma ….

ORTENSIA     -  Oh lassém  perd che in fatto de gelosia , tra tì e quell là so no chi cattà foeura.

CESARE         -  Ma dai, l’è perché te voeuri ben che son gelos.

ORTENSIA     -  Sì  sì va ben, soltant che te se ricordet una volta ogni tant che te me voeuret  ben.

                            E pensà che nunc donn  se contentùmm de  pocch,  basta un  regalin o un  penser

                            una volta ogni tant.  Magari domà un fior ….

CESARE         -  Lassa stà i fior per piasè.

ORTENSIA     -  O magari domà un basin sulla punta del nas prima de andà a lavorà.  T’è capì  se

                            se voeuri dì ?  La roba peggior per nùnc donn l’è quella de sentiss trascuràa,   di-

                            menticàa.  Lassèm perd, son stufa de dittej chi robb chì,  vò  in giardin ( esce ).

G.  ROSSO     -  Vò anca mì.

CESARE         -  Com’è, prima el gh’ aveva minga voja, adess invece la gh’è vegnuda subit ?

                                                                                                                                                          

                                                 

                                                                                                                                            Pag.  11

G.  ROSSO     -   Sì. ( esce )

CESARE         -  ( resta un attimo perplesso poi ) Bè m’è vegnù voja anca a mì de andà   in

                            giardin ( fa per uscire )

GABRIELLA  -  ( entrando ) Papà.

CESARE         -  Cosa te gh’ ett ?

GABRIELLA  -  Allora  sei contento che mi fermo anch’ io qui con la mamma ?

CESARE         -  ( impaziente )  Sì Gabriella son content ma adess devi andà in giardin.

GABRIELLA  -  Così Otello potrà raggiungermi qui e passare anche lui il fine-settimana.

CESARE         -  ( c.s. )  Sì sì va ben però adess lassum andà in giardin.

GABRIELLA  -  La mamma voleva che mi fermassi addirittura tre settimane ma ho rifiutato.

CESARE         -  ( c.s. )  Brava, brava t’è fa ben.

GABRIELLA  -  Ah papà senti, mi dovresti fare un favore però.

CESARE         -   Se gh’ è ancamò ?

GABRIELLA  -  Adesso telefono all’ Otello e gli spiego tutto e gli dico di venir  qui domani

                            mattina che è sabato.

CESARE         -   Guarda che el telefono el funziona non ancamò.

GABRIELLA  -  Ah già è vero, speriamo che lo allaccino presto. Allora me lo fai il piacere ?

CESARE         -   Sì va ben, che piasè g’ho de fatt ?

GABRIELLA  -  Domani dovresti andare a prenderlo alla stazione con la macchina.

CESARE         -   Sì vò in stazion, vò dove te voeuret ma adess vò a fa in gir in giardin va ben ?

GABRIELLA  -  Ma che smània  de andà in giardin che te gh’ett.  Come mai ?

CESARE         -   Voeuri andà a cattà un mazz de fior …. anzi un fior in  particolar pussè  bell

                            de tutt i alter.

GABRIELLA  -  Un fior ?

CESARE         -   Sì  un fior sol  che g’ ho impression che in giardin el stona e quindi  l’ e  mej

                            che el staga chì in cà, in vista,  in modo ch’el veden tucc …. se fa per dì.

GABRIELLA  -  O bella ,  che fiore è ?

CESARE         -   Mah  de precis so no, me ne intendi minga tropp.    G’ ha de  vess una via de

                            mezz  tra el garofano e il crisantemo.

GABRIELLA  -  Mah !  La mamma è in giardino ?

CESARE         -   Sì, l’è anca lèe in giardin.

GABRIELLA  -  Ah  beh  allora stà tranquill, la mamma se ne intend e se gh’è un fior particolar

                            senz’ alter  le càtta  lèe.

CESARE         -  Eh  no porca sibretta, va ben no inscì.

GABRIELLA  -  Perché va ben no ?

CESARE         -  Perché voeurevi faggh  una sorpresa ecco.

GABRIELLA  -  Ah! Bè senti adesso vado anch’io in giardino, ero d’accordo con la mamma che

                            l’ avrei raggiunta.

CESARE         -  Ma và a ciappà di ratt!  Te podevet   minga dill prima ?

GABRIELLA  -  Perché cosa gh’è ?

CESARE         -   No nient, domà che adess son pussè tranquill.   Comunque  mòves,  se  te devet

                            andà fa svelt.

GABRIELLA  -  Ma te dovevet minga vegnì anche tì in giardin, a cattà quell famos  fior là ?

CESARE         -  Sì  ma… a dì la verità…g’ho ripensà….forse l’è inutil.  Magari un’altra volta.

GABRIELLA  -  Beh io vado (sta per uscire poi si volta) Ah a proposit, se dovessi trovà  mì quell

                            fior  là, stà tranquill, el làssi stà, el tocchi nanca con un dit.  (esce)

                                                                                                                                                                                                                                                                                                      

                                                                                                                                               Pag.  12

CESARE         -  Ecco brava, speremm che el te tocca no lù però.  Ghe mancava anca quell demoni

                            frust  d‘un garofen de saltà foeura.  Speremm che ghe salta minga in ment de fass

                            vedè dalla mia mièe e de combinà una quaj vaccada perché allora el stà fresch….

                            mi son bon de staccagh tutti i petali e magari anca el pistillo!  ( cammina su e giù

                            pensieroso, borbottando tra sé ).

G.  ROSSO     -  ( entra) El  me par un po’ pensierus .  Cosa el g’ha?

CESARE         -  G’ho quell che g’ho.  E lù se po’ savè cosa el fa chì?   Chi l’è  che l’ha ciamàa?

                           E dove l’è stà fin adess?

G.  ROSSO     -  Se l’è un terzo grado? Comunque se propri el voeur savell son stà in giardin visin

                           a sua mièè.

CESARE         -  Cosa?

G.  ROSSO     -  No ch’el se preoccupa no, s’eri invisibil e  sua mièè la s’è nanca accorta della mia

                            presenza. Poeu l’era tutta ciappàda a parlà con sua tosa che la g’ha dà una lettera.

CESARE         -  Una lettera?  Di chi?

G.  ROSSO     -  Oej mi son un fantasma ma son educàa, ho minga guardà de chi l’era la lettera.

CESARE         -  E l’ha fa mal! Magari l’era un quajvun che gh’aveva scritt de nascost  per  daggh

                            un  appuntament  e lù el guarda nanca chi l’è.  (cammina avanti e indietro)

G.  ROSSO     -  Oh  demòni  ma l’è inscì gelos?

CESARE         -  Chi l’è ghe g’ha ditt che mì son gelos? E poeu el po’ no pensà ai affari so?

G.  ROSSO     -  No ghe n’ho minga de affari mè e inscì  podi pensà  domà ai affari di alter.

CESARE         -  Va ben ma ch’el vaga a pensaj da un’altra part  che  chì el me dà fastidi.

G.  ROSSO     -  Oh demòni che caratter.  (dopo una certa pausa) Scommetti che l’è a drèe a pensà

                            ancamò alla sua mièè.

CESARE         -  E lù come el fa a savell?

G.  ROSSO     -  Quand un omm l’è inscì  pensieros  se  po’ no  sbaglià:  o la mièe la funziona  pù

                           (Cesare fa per intervenire ma viene zittito) oppur  la funziona  ancamò ma  …. in

                            un’ altra direzion e al marì ghe spioeur el còo.

CESARE         -  Ma come el se permett?  Cosa el cred?

G.  ROSSO     -  Su, su  andemm l’è inutil che el  cerca de  nascondell:  se ved benissim che lù l’è

                            gelos della sua mièe.

CESARE         -  E  anche se el fudess, a lù cosa ghe interessa?

G.  ROSSO     -  Ma el g’ha no vergogna? Sarà almen trent’ann che l’è sposàa e l’è ancamò  gelos.

CESARE         -  Ma sì cosa el voeur , mi son fa inscì.   Ma soprattutt so come l’è  fada mia  mieè!

                           Se gh’è vun che comincia a faggh un quaj compliment la se dislengua subit,  ghe

                           pias vess al centro dell’ attenzion.

G.  ROSSO     -  Va ben ma ghe par no de esagerà?  E poeu  mi credi  no che sua mièe la sia  bona

                           de tradill, anzi la me par la reclàme della fedeltà coniugale.

CESARE         -  Mah, sarà!  Però mi disi che se ghe capitass l’ occasion…..

G.  ROSSO     -  E dài! Allora  magari  in tutt chi ann chì de  matrimoni chissà quanti volt  l’avarà

                           dubitàa de sua mièe

CESARE         -  Beh … insomma …

G.  ROSSO     -  Scommetti però che l’è mai riessì una volta a ciappàlla in castégna .   A coglierla

                           in flagrante eh?  El disa la verità.

CESARE         -  Sì quest l’è vera… però voeur minga dì.  Può darsi che me l’abbia fàda da furba o

                           che gh’è minga capitàa l’occasion giusta.

G.  ROSSO     -  Ah ma allora l’è propri cronich!  (pausa poi)  Va ben allora  se ghe par una  robba

                           ben fada, ghe le fàga capità  lù l’occasion giusta.  Inscì la mett alla prova come el

                           dis  lù!

CESARE         -  Mettela alla prova?                                                                                             

                                                                                                                                              Pag.  13

G.  ROSSO     -  Sì mettela alla prova, anzi el sa cosa ghe disi ?  Che se el voeur ghe do’ una man

                           mi a mett alla prova sua mièe.

CESARE         -  Ma se po’ savè perché el g’ha tutt quell interess per mì e per mia mièe?

G.  ROSSO     -  Ghe l’ho ditt no?  Perché devi fa la mia bona azion!  Però se el se fida no de mi,

                           lassemm perd, ciàpi su e vo via ( si avvia cantando “ Amore vuol dir gelosia” ).

CESARE         -  Un moment.  L’ha ditt mettela alla prova?  Come l’è che se podaria fa?

G.  ROSSO     -  Bè  l’è semplice: se trattaria domà de trovà una persona che la sia disposta ,  na-

                           turalment  d’accord con lù,  disposta disevi a fa’ la corte a sua mièe.

CESARE         -  Fa’ la corte a mia mièe?  Ma l’è matt?

G.  ROSSO     -  No, l’è l’unich sistema per vedè el comportament  d’una mièe,  mettich  sotta el

                           nas un corteggiatore, uno spasimante.

CESARE         -  Oej e se dopo i corni diventen da inscì a inscì come la mettum?

G.  ROSSO     -  Ma no, ghe l’ho ditt, l’important l’è trovà una persona fidata insomma.   Oh  Dio,

                           se  el voeur, se propri l’insist, podaria anca ….vess dispost mì a ….

CESARE         -  Per carità ch’el ghe pensa nanca, ghe calarìa…… E poeu lù l’è minga invisibil ?

G.  ROSSO     -  Son  invisibil quand g’ho voja e con chi g’ho voja,  se invece voeuri famm vedè e

                           sentì allora me fò vedè e sentì come adess con lù.  Chiaro?

CESARE         -  Già ma mì come fò a savè quand lù l’è visibil anca ai alter e quand invece el vedi

                           domà mì ?

G.  ROSSO     -  Ah è semplice:  quando NON ho il garofano  rosso all’ occhiello  vuol dire che mi

                           vedono anche gli altri, mentre quando HO questo mio simbolo vuol dire che  sono

                           visibile soltanto a lei.  L’ha capìi?

CESARE         -  Sì, sì ho capìi.

G.  ROSSO     -  Bè comunque se mì ghe vò ben no, che el se cerca una persona pussè adatta de mì,

                            un quaj sò amis oppur  vùn  chì del paes….. (  pausa ) el tabachèe  per esempi.

CESARE         -  El tabachèe?

G.  ROSSO     -  Sì  quell lì per 50.000 franch el fa’ tuscoss…. E poeu con lù gh’è minga pericol !

CESARE         -  Ma come fò a convincell a vegnì chì se in paes g’hann tucc paura del fantasma?

G.  ROSSO     -  Gh’è minga bisogn de fall vegnì chì, basta che el ghe manda là  la sua mièe.

CESARE         -  Che ghe mandi là la mia mièe?

G.  ROSSO     -  Ma sì, el fàga in manera de mandà sua mièe in paes, magari doman o incoeu dopo

                           mezz-dì  con  una quaj scusa …..e intanta lù el se mett d’accord con el tabachèe.

CESARE         -  Ma come fò a fà a temp a mettum d’ accord con el tabachèe?

G.  ROSSO     -  Oh ma và che barlafuss d’un omm …Va ben, va ben, ghe pensarò mì al tabachèe,

                           el  convinciarò  mì,  ghe spieghi mì tuscoss  ……tant  in  dù  second mi son bell’e

                           che ‘rivà  in paes.  Cià che el me daga cent-mila  franch.

CESARE         -  Ma l’aveva minga ditt che con cinquanta mila ….

G.  ROSSO     -  Eh  se sa mai, ci possono sempre essere degli imprevisti ( Cesare gli dà i soldi ).

CESARE         -  Ma lù le cognoss el tabachèe?

G.  ROSSO     -  Oej ,  mi l’è 150 ann che cognossi tutta la gent  de quell post chì.

CESARE         -  Ma come fò a convinc mia mièe ad andà in paes?

G. ROSSO      -  Ooh!  Come fò? Come fò?  Come fò?  L’è bon domà de dì quell.  Possibil che  el

                           gh’ abbia no un briciol de fantasia? Devi semper dicch  tuscoss mì?  Oej che el se

                          ‘rangia  un po’ de per lù, tant la mièe l’è sua. Anzi el sa cosa ghe disi?  Che con un

                           omm come lù ….. sua mièe la farìa ben a faggh i corni!  ( esce )

CESARE         -  Bestia , come l’è permalos.  Che caratter.

ORTENSIA     -  (entra dal giardino con Gabriella che si dirige verso le camere ed esce). Sai Cesare

                            il giardino è proprio splendido, ci sono dei garofani di un color rosso mai visto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                 

                                                                                                                                              Pag.  14

CESARE         -  Oej comincia minga coi garofani eh ?

ORTENSIA     -  Perché se g’hann?

CESARE         -  Me piasen no ecco. Puttost  sent una robba:  mi adess devi andà in cantina a finì

                            de mett a post un po’ de robb e gh’avarìa bisogn de un piasè.

ORTENSIA     -  Dimmi.

CESARE         -  Siccome son rimast senza toscanej  e t’el  sett che mi senza quej robb lì  son mort;

                            allora te dovariet fa’ una scappada in paes, dal tabacchèe a compramen un para de

                            scatol.  Te tiret su la macchina e inscì,  con l’occasion, te ghe fett anca el pien che

                            l’è quasi in riserva.  Eh te dispias ?

ORTENSIA     -  No no, va ben ,  d’accord.

CESARE         -  Ecco allora mi vò in cantina, però me raccomandi eh, ricordes del tabachèe.

ORTENSIA     -  Si si ho capì.  (Cesare esce e poco dopo entra Gabriella con in mano la borsetta e

                            un cappello di paglia)   Gabriella, dove te vett?

GABRIELLA  -  In paes.

ORTENSIA     -  In paes?  A fà ?

GABRIELLA  -  A telefonà all’ Otello.  El so che deven vegnì ad allacciàa anche quest de telefono

                            però prima me metti d’ accord con l’ Otello e mej l’è.

ORTENSIA     -  Si te gh’et resùn e poeu almen inscì te me risparmiet una strada e te ghe fétt  anca

                            un piasè al papà.   Te tiret su la macchina,  te ghe fet el pien e poeu  te  passet dal

                            tabachèe  e  te ghe compret do’ scatol  de toscanej.  T’è  capìi?

GABRIELLA  -  Si si va ben, ghe pensi mì.   ( pausa) Ma te par no ch’el fuma un po’ tropp?

ORTENSIA     -  Si, gh’el disi  semper anca mi quand  semm a cà ma  lù el me ascolta mai, el  fà

                            semper  quell ch’el voeur e l’è semper là in del tabachèe.      Anzi te sett cosa te

                            disi?   Che per fortuna el tabachèe l’è un omm se no cominciavi ad aveggh  di

                            sospett !                           

     

                                                                            S I P A R I O

                                                                         (  Fine  1°  atto  )

                                                        ATTO   SECONDO                                           Pag.  15                   

                                                                                                                                               

ORTENSIA     -  ( è al telefono ) No Rosetta, devi credermi …guarda è un posto veramente magni-

                            fico ma non riesco a spiegartelo, devi vederlo con i tuoi occhi.  Perché non vieni

                            a trovarmi ?  Vieni oggi che è sabato… dài almeno una scappata…no ti assicuro

                            non disturbi affatto, anzi mi fai piacere… Con tuo marito ?   Ma sì  è una  buona

                            idea, così potrete fermarvi a pranzo …. Allora d’ accordo eh , vi aspetto...…si, si

                            va bene ciao.  Arrivederci.

ELISA             -  ( entra con una busta su un vassoio )  Signora, mi scusi.

ORTENSIA     -  Cosa c’è ?

ELISA             -  C’è un biglietto per lei.

ORTENSIA     -  Per me ?

ELISA             -  Si me l’ha dato pochi minuti fa un uomo.

ORTENSIA     -  Un uomo ?

ELISA             -  Si.  Io stavo rientrando dalla spesa, quando ho visto vicino al cancello  un  uomo

                            che mi ferma e mi chiede se abito qui alla villa.   Io gli  ho spiegato chi  ero e lui

                            allora  mi ha dato questa  busta e m’ ha detto: “  Toh,  consegna questo  biglietto

                            alla signora Gerosa “.

ORTENSIA     -  Ha proprio detto “ Alla signora Gerosa ”?

ELISA             -  Sì  sì sono sicura , ha detto proprio così.

ORTENSIA     -  ( prende il biglietto ) Va bene grazie, vai pure.  ( Elisa esce ed Ortensia  legge ad

                            alta voce ) “ Carissima signora , voglia prima di tutto perdonarmi se mi sono per-

                            messo di scriverle queste due righe ma è stato più forte di me.  Non sono uno che

                            ha la parola facile e quindi non so come esprimere i miei sentimenti. Voglio però

                            dirle che ieri  appena l’ ho vista ho sentito un colpo come se  mi avessero preso il 

                            cuore e me l’ avessero portato via “.  – Oella miseria, ma chi l’è quest chì ? –

                            “ Mi girava tutta la testa e mi tremavano le gambe. Quando poi mi ha chiesto i to-

                            scanelli e io ho sentito la sua voce mi sono andate insieme tutte le scinivelle.

                            Si ricorderà infatti che invece dei toscanelli le ho dato “OTTO” cartoline postali”.

                            - Otto cartoline postali? -   ( entra G.  Rosso ) “ Comunque non posso dimenticare

                            i suoi occhi … e anche tutto il resto , perciò le ho scritto questo biglietto perché ci

                            ho voglia di vederla ancora.   Mi  faccia  sapere in qualche modo come  dobbiamo

                            fare  per trovarci .  Il suo affezionatissimo .. tabaccaio. “ ( G.  Rosso fa segno  OK

                            ed esce un attimo a prendere la scatola di  marrons-glacèes  in modo da non sentire

                            le prossime parole di Ortensia e poi rientra )  -   Ah, andemm ben ,  ghe  mancava

                            domà el tabacchèe  affezionà.   Elisa!  Elisa!  ( fra sé )  Quanto mai  m’è  saltà  in

                            ment de mandà la Gabriella in paes, adess sì che la se mett bella.

ELISA             -  ( entra ) Mi ha chiamato signora ?

ORTENSIA     -  Sì ,  senti non sai dove si trova mia figlia ?

ELISA             -  Mah  un po’ di tempo fa era in giardino,  però adesso non so se è ancora  là o se è

                            salita in camera sua ( G. Rosso intanto la guarda ma lei lo ignora).

ORTENSIA     -  Va bene, ti dispiace cercarmela e dirle che ho bisogno di parlarle?

ELISA             -  D’ accordo  signora , la cerco subito. ( fa per uscire )

ORTENSIA     -  Ah senti, che tipo era quel signore che ti ha dato il biglietto? Come ti è sembrato?

ELISA             -  Mah a dir  la verità l’ho visto poco.  Era un tipo qualsiasi…cioè per esser sincera

                            mi è sembrato un po’ …. come dire …

ORTENSIA     -  Un po’ paisanott ?

ELISA             -  Ecco forse è proprio l’espressione giusta:  un po’ paisanott.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                             Pag.   16

ORTENSIA     -  Va bene, vai pure. ( Elisa esce ) Se ghe mettevi al lott vincevi , basta vedè i robb

                            che el scriv.  Ma propri incoeu doveva saltà  foeura quell tabachèe  lì , el podeva

                            no aspettà un alter dì.  No,  propri incoeu che arriva anche l’ Otello, el marì della

                            Gabriella.  Mah!           

G.  ROSSO      -  ( toglie il garofano dall’occhiello e se lo infila in tasca, poi tossisce ) Ehm,  ehm.

ORTENSIA     -  ( si volta di scatto ) Oh Dio che spavent!

G.  ROSSO      -  Oh mi scusi signora se l’ho fatta spaventare, non era certo mia intenzione.

ORTENSIA     -  Ma lù chi l’ è ?

G.  ROSSO      -  Permette?  Gelsomino Floris.

ORTENSIA     -  Eh?  Gelsomino Floris?

G.  ROSSO      -  Sì, un nome strano vero? Un po’ come dire ... floreale ecco.  Vede la mia famiglia

                            per  generazioni e generazioni ha sempre avuto un pallino per il giardinaggio.

ORTENSIA     -  Ah e anche lei …?

G.  ROSSO      -  Ma sicuro, anch’ io vado matto per i fiori:  rose , viole , gladioli , insomma  tutti i

                            fiori cara la mia signora ….signora?

ORTENSIA     -  Gerosa.  Ortensia Gerosa.

G.  ROSSO      -  Ortensia?  Ma che nome incantevole.  Eh  certo che una bella donna come lei non

                            poteva che avere il nome di un fiore.  Permette? ( le bacia la mano ).

ORTENSIA     -  Su su non faccia così, la ringrazio ma non è il caso.

G.  ROSSO      -  Ma per carità, dovere.  Anzi guardi, mi sono permesso di portarle questi, so che le

                            piacciono ( le dà una scatola ).

ORTENSIA     -  Marron-glacèes ?  Ma come fa a sapere che mi piacciono ?

G.  ROSSO      -  Ah me l’ha ditt…. Voglio dire … le belle donne hanno tutte gli stessi gusti.

ORTENSIA     -  Ma mi tolga una curiosità,  come mai è vestito così , tutto di bianco?

G.  ROSSO      -  Ma come, non sa  che quando d’estate fa caldo, il bianco è l’ideale  contro i  raggi

                            del sole?  E poi non è l’abito che fa il monaco vero?  Io sono bianco fuori ma den-

                            tro ….. ( si avvicina e le fa qualche moina )  Cara la mia signora Ortensia,  lei non

                            immagina cosa ci sia dentro quest’ abito.

GABRIELLA  -  ( entra con Elisa )  Avevi bisogno di me mamma?  Oh scusate.

ORTENSIA     -  No  vieni pure cara. Ti presento il signor  Floris.  E questa è mia figlia Gabriella.

G.  ROSSO      -  Piacere.

GABRIELLA  -  Piacere.  Floris hai detto?  E’  un tuo conoscente?

ORTENSIA     -  No lui è … già non mi ha ancora detto chi è e come ha fatto ad entrare.

G.  ROSSO      -  Son  entrà dalla porta no?

ORTENSIA     -  Si  questo lo capisco ma come ha fatto ad entrare nel parco della villa voglio dire.

                            O forse è stata Elisa ad aprirle il cancello?

ELISA             -  No no io non apro a nessuno se non so chi è.  E poi io il cancello l’avevo chiuso.

G.  ROSSO      -  ( indulgente )  Guardi che si sbaglia, il cancello era aperto.

ELISA             -  Ma  non è vero, se le dico che l’ avevo chiuso.

ORTENSIA     -  Elisa non insistere! Se il signore dice che era aperto vuol dire che l’ avevi lasciato

                            aperto.

G.  ROSSO      -  Elisa, non insista!

ELISA              -  Ma  signora ….

ORTENSIA     -  Adesso basta eh, vai pure di là e lasciaci in pace. ( Elisa esce imprecando fra sé )

G.  ROSSO      -  Ah, questa servitù!

ORTENSIA     -  Bè accomodiamoci e torniamo a noi.  Lei ci stava dicendo chi è.

G.  ROSSO      -  Ah già io …. beh  sono …. il  vostro vicino ecco.

GABRIELLA  -  Vicino ?

                                                                                                                                                     

                                                                                                                                               Pag.  17

G.  ROSSO      -  Sì,  vicino di casa,  anzi di villa.

ORTENSIA     -  Ma se non ci sono abitazioni nel raggio di qualche chilometro.

G.  ROSSO      -  Sì ma vede signora , a circa  “otto” chilometri da qui c’è la mia villa.

                            Villa “ Dell’ Aldilà “.

GABRIELLA  -  Eeh?  Che strano nome.

G.  ROSSO      -  Sì , si chiama così perché …. perché è aldilà  delle colline ecco.

ORTENSIA     -  Ah  ma come mai è venuto qui ?

G.  ROSSO      -  Beh  perché ho sentito tanto parlare di voi ... in paese naturalmente. Tutti dicevano

                            che era arrivata questa famiglia Gerosa e siccome era tanto tempo che non  veniva

                            qualcuno ad abitare qui  e allora …..

ORTENSIA     -  A proposito,  ci hanno detto che qui non viene  nessuno  per via di  una  certa  leg- 

                            genda  ….  lei  non la conosce ?

G.  ROSSO      -  Ah la famosa leggenda di Garofano Rosso il fantasma ?  Perché non mi direte che

                            voi credete a quella storia lì?  Ah ah , tutt  stupidat andemm  … a volte addirittura

                            io un garofano rosso me lo porto all’ occhiello.

GABRIELLA  -  Bè lei ci stava spiegando come mai è venuto qui.

G.  ROSSO      -  Ah sì, dicevo che in paese oltre che a parlare di voi , tutti decantavano la  bellezza

                            della signora Gerosa.

ORTENSIA     -  Cosa?  Ma se non sono ancora andata in paese, come fanno a conoscermi?

G.  ROSSO      -  Come non è ancora andata in paese?  Su , su cerchi di ricordare.

GABRIELLA  -  Ma no, ha ragione.  Anzi è Elisa che va in paese per le varie necessità.

G.  ROSSO      -  Mi scusi se insisto, ma ieri in paese …..

GABRIELLA  -  Ieri ?  Ah sì ieri sono andata io una scappata,  anche per conto do papà , ma è stata

                            una cosa veloce.

G.  ROSSO      -  Lèe  l’ è andada in paes ?

GABRIELLA  -  Sì, ma perché le dispiace forse ?

G.  ROSSO      -  No no per carità. A mì no de cert…. però  forse a un quajvun d’ alter sì.

ORTENSIA     -  Diceva ?

G.  ROSSO      -  No dicevo che …. forse se andava lei era meglio.

ORTENSIA     -  Perché era meglio ?

G.  ROSSO      -  L’ era mej per lèe ….cioè  forse per so marì …. o forse per quej  del paes.

ORTENSIA     -  Ma non capisco cosa sta dicendo.  Poi cosa c’entra mio marito ?  Lo conosce ?

G.  ROSSO      -  So  marì l’è  minga quell omm ….? ( e lo descrive minuziosamente )

ORTENSIA     -  Sì  sì è proprio lui.  Lo conosce ?

G.  ROSSO      -  No!

ORTENSIA     -  Come no, ma se lo ha descritto così bene.

G.  ROSSO      -  Sì  …. già …ma sono stati quelli del paese a descrivermelo così.

ORTENSIA     -  Oej cominci a sospettà che quej  paesann chì hinn di grand  zabettòni e  pettegoji.

                            Ma poden no pensà un po’ ai affari so?

G.  ROSSO      -  Oh  andemm,  savì  ben come l’è fada la gent  e minga domà quella de quell  paes

                            chì ma tutta la gent in genere … basta parlà di alter e l’è tutta contenta.  Avìi mai

                            fà caso che se se parla ben d’un quajvun perché magari l’ ha fà una  bonna  azion

                            gh’ è  nessun che ghe cred oppur se ghe creden disen: “ Oh  el gh’ avarà  avùu  el

                            sò  util, el sò  turnacont ! “ –  Se  invece se parla mal d’ un quajvun perché el s’ è

                            comportà  mal ghe creden subit tùcc  al volo.    La gent l’è piena de fastidi ….

ORTENSIA     -  A  proposit de fastidi,  Gabriella  guarda che hanno portato un biglietto:  l’ hanno

                            consegnato per errore a me ma è senz’ altro  una cosa che riguarda te. ( fa per dar-

                            glielo ).

G.  ROSSO      -  Ma no signora, lasci stare, non glielo dia.

                                                                                                                                               Pag.  18

                                                                                                                                                                                                                             

ORTENSIA     -  Perché non glielo devo dare ?

G.  ROSSO      -  Ma perché lèe la ghe c’ entra nient …. Cioè volevo dire che quei biglietti anonimi

                            lì …. insomma se po’ no  fidass,  ci son sempre un sacco di calunnie e poeu  se sa

                            mai  da dove arriven …. ( Ortensia dà il biglietto a Gabriella ) e anche  dove vann.

ORTENSIA     -  Prima di tutto non è un biglietto di calunnie, anzi  è  proprio il contrario e poi per-

                            chè dovrebbe essere anonimo ?  Non è anonimo.

G.  ROSSO      -  Come non è anonimo ?

ORTENSIA     -  Sì è firmato, cioè non proprio con nome e cognome però si sa chi l’ ha mandato.

G.  ROSSO      -  ( fra sé )  Che stupid d’un tabacchèe.  El se fa  cognòss  subit.

GABRIELLA  -  ( che però ha sentito ) Tabaccaio ?  Ma come fa a sapere che è un tabaccaio ?

G.  ROSSO      -  Ah beh ….. si sente ecco.   Si sente dall’ odore di sigarette che ha il biglietto e  poi

                            non  ha visto che  sul  biglietto ci sono due francobolli ?   Vuol  dire che li aveva a

                            portata  di mano e visto che il biglietto l’hanno  recapitato a mano domà un  tabac-

                            chèe … e minga tropp furb  el podeva fa una robba simil.

ELISA             -  ( entra )  Mi scusi signora.

ORTENSIA     -  Cosa c’è ?

ELISA             -  E’  appena arrivato suo marito con un altro signore.  ( tutti si alzano )

ORTENSIA     -  Ah sì è Otello, il marito di Gabriella.  Cesare era andato a prenderlo in stazione.

                            Aveva con sé del bagaglio vero ?

ELISA             -  Sì signora, una valigetta e una borsa.

ORTENSIA     -  Ecco allora dopo porta tutto di sopra e prepara la stanza: si fermerà  qui  per  il  fi-

                            ne settimana.

ELISA             -  Va bene signora. ( esce )

GABRIELLA  -  ( in disparte )  Ah mamma mi raccomando, non dire nulla del tabaccaio eh.

ORTENSIA     -  Già ghe mancarìa anca quell.

GABRIELLA  -  E  non dire neanche che sono andata in paese, sai dopo magari l’ Otello ….

ORTENSIA     -  Sì sì non preoccuparti, anzi a scanso di equivoci ghe disarò nient  neanche al papà                        

                            almenn  semm  sicur.

CESARE         -  ( entra con Otello ed Elisa che con le borse poi esce ) Salute a tutti! Ciao Ortensia,

                            ciao  Gabriella …. ( si accorge di G. Rosso ) Oh  vacca  paja l’ è chì! ( poi  fra sé )

                            Salute a tutti meno uno.

OTELLO         -  Baciamo le mani a tutti.  E  questo chi è ?

CESARE         -  Com’ è  te le vist anca tì?

OTELLO         -  E  che orbo sono ?

CESARE         -  No disevi, te le vist  anca tì che l’ è chì vera? Anca vialter avìi vist che l’ è chì eh?

                           Oej  tùcc hemm vist che l’ è chì.  Ma se po’ savè perché lù l’è chì a fass vedè ‘?

G.  ROSSO     -  ( sottovoce )  Guardi che non ho il garofano rosso.

CESARE         -  Ah  già me ricordavi pù, quand el g’ ha no el garofano rosso…. Ma posso sapere il

                           motivo della sua comparsa, della sua apparizione eh ? Cosa el voeur in fin di cunt ?

ORTENSIA    -  Ma  perché t’ el trattet inscì ?  T’el cognosset ?

CESARE         -  ( come se lo conoscesse da tempo ) Oeuh ….. no!  L’è  appunto per quest  che ghe

                           domandavi cosa  el voeur.

GABRIELLA  -  E’  un nostro vicino papà,  vicino di villa.

CESARE         -  Di villa ?  Vicino di stanza magari!

OTELLO         -  Come  vicino di stanza  ah?

CESARE         -  No disevi …. distanza.  Vorevi  savè che distanza gh’ è da cà  nostra a cà sua ecco.

GABRIELLA  -  Ah, circa  otto chilometri.

OTELLO         -  Mizzeca,  pure la distanza  conosci ?  A casa sua andasti ?

                                                                                                                                                Pag.  19     

                                                                                                                                                                                                                   

        

ORTENSIA     -  Ma no sta calmo Otello, è stato proprio il signor Floris a dirci che la sua villa, villa

                            “ Dell’ Aldilà “  dista circa otto chilometri.                                             

CESARE         -   Il  signor  Floris ?  Chi l’è ?

ORTENSIA     -  Ma lui no ?  Il signor Gelsomino Floris.

G.  ROSSO      -  Sì  mi chiamo proprio così. Cosa ne dice eh ?

CESARE          -  Mah mi ne farìa su un bell mazz e el portarìa al cimiteri.  E come l’ha  ditt  che la                                                                                     

                            se ciama la villa?

G.  ROSSO      -   “ Dell’ Aldilà “.

CESARE          -  Bello, molto bello e soprattutt alegher.  G’ha de vess un piasè abità denter lì.

G.  ROSSO      -  Già,  vuol venire qualche volta a trovarmi nell’ aldilà?

CESARE          -  ( fa gli scongiuri ) Toh  menagram!

G.  ROSSO      -  Beh signori, mi spiace ma ora purtroppo devo scappare perché ho altri impegni.

CESARE          -  Terrestri o spirituali ?

G.  ROSSO      -  Come dice scusi ?

CESARE          -  No niente, parlavo da solo.   Vada, vada, torni pure nell’ aldilà … ehm   nella  sua

                            villa…. ( in disparte ) e non si faccia più vedere!

G.  ROSSO      -  El  staga tranquill che l’è propri quell che voeuri fa’ mi e se un quajvun  me romp

                            no i scatoll mi sto quiett in del mè brod. Allora arrivederci a tutti ( esce ).

GABRIELLA  -  ( tutti si accomodano ) Allora Otello hai fatto buon viaggio ?

OTELLO         -  Iiiih!  Non me ne parlare, viaggio avventuroso fu.  Alla stazione di Milano c’era in

                            corso uno sciopero dei ferrovieri e così 20 minuti dopo partii,  poi dopo 2 fermate,

                            gli operai  di  una  fabbrica in sciopero trovammo e si erano  seduti per  protesta in

                            mezzo ai binari e così un’ altra mezz’ora aspettai. Infine qui al paese, pure lo scio-

                            pero dei  taxi  c’ era:  per  fortuna è venuto a prendermi con  la macchina il  signor

                            Cesare.  Ma come si fa, ogni tanto voi siete in sciopero.

CESARE         -  Già nùnc ogni tant semm in sciopero perché ogni tant lavorumm…..

GABRIELLA  -  Beh  torniamo al viaggio in treno.

OTELLO         -  Belle ferrovie le nordiche, tutte mezze scassate.

CESARE         -  Sì  e quand hinn scassà del tutt  je manden in del Sud! Sent Otello lassa  stà le fer-

                            rovie nordiche eh,  hinn bej i voster , le sudicie… cioè voeurevi dì quej del Sud.

                            L’  ann passà al mes de magg ho dovù andà visin a Catania per la ditta, in un certo

                            paes….. spétta come el se ciamava… Ave Maria ….no Pater Noster.

OTELLO         -  Paternò.

CESARE         -  Ecco brau, Paternò.  Ben da Messina a quell paes lì sarann sì e no cent chilometri e

                            t’el sett quanto temp g’ ho miss ?  Cinq  or g’ ho miss!

OTELLO        -   Iiih e come mai ?

CESARE         -  Come mai el me domanda.  Sent  adess te cunti su :  hemm comincià da  Messina a

                            partì un’ ora dopo perché gh’ era la fiera del tempo libero, figuremess el nomm l’è

                            tutt un programma e quindi se trovava nanca un capostazion o un ferrovier. 

                            Ben dopo arrivum a Taormina e gh’era la sagra del carretto siciliano e naturalment

                            eren  tùcc in paes a vedè la sfilata, morale: tri quart d’ ora de ritard.   ’Rivumm  ad

                            Acitrezza el paes dei “ Malavoglia ” e gh’ eren le commemorazioni  per  Giovanni

                            Verga : altra mezz’ ora andada.  Dopo un po’ arrivum a Catania: sagra degli  agru-

                            mi e altra ora de sosta.  Oej  safforment ,  el so anca mì che vialter scioperì mai, el

                            voster l’è uno sciopero permanente. E nanca a falla apposta, in sul treno gh’ era in

                            sciopero anca i gabinett.

OTELLO         -  I  gabinetti ?  Ma come ?

        

                                                                                                                                                  Pag.  20                                                                                                                                            

                                                                                                                                                  

CESARE         -  Sì sì i gabinett t’è capì ben.  Oej morire se son stà bon de dervì una porta d’un cess

                            in su quell treno lì:  o eren tùcc  scassàa o eren sarà sù dal de denter , magari da un

                            quajvun che voreva risparmià i danèe del bigliett.  Ben,  fatto stà che son arrivàa  a

                           Paternò che ne podevi pù e quasi s’cioppavi ….a  ris’c de fà  succed un’ altra  allu-

                            vion  in Sicilia.

OTELLO        -   Sì però non tutti i posti della Sicilia sono così.

CESARE         -  Noo,  infatti ghe n’è de pegg.

OTELLO        -   Al paese mio per esempio …

CESARE         -  Comincia no col paese tuo per piasè, che me ricordi nanca come el se ciàma.

OTELLO         -  Noto è!

CESARE         -  Va ben el sarà anche noto ma come el se ciàma? 

OTELLO        -   Noto è!

CESARE         -  Ho capì che l’ è noto ma mi t’ho domandà come el se ciàma.

OTELLO        -   Mizzeca,  Noto si chiama,  in provincia di Siracusa.

CESARE         -  Ah  Noto el se ciàma,  te podevett minga dill subit.

OTELLO        -  Cittadina  bellissima e con più di ventimila abitanti, a soli “ OTTO “ chilometri dal                          

                           mare e vicinissima ai resti di un’ antica città greca.

CESARE        -   Com’ è ?  Mi credevi che el post pussè visin l’ era la cà del  Gheddafi!

                           ( entra G. Rosso con il garofano all’ occhiello ).

ORTENSIA    -  Ma si minga bon de smettela una bona volta ? Semper quej stupid  discussion  chì

                           sul  Nord e sul Sud.  Semm minga tùcc italian ?

OTELLO        -  Sì per merito di Garibaldi.

CESARE         -  Per colpa de Garibaldi te vorarétt  dì  ( si accorge di G. Rosso ) Oej e lù cosa el  fa’

                           ancamò  chì?

ORTENSIA    -  Cosa el fa’ ancamò chì  che cosa ?

CESARE        -   Eh ? …. Quell robb lì, quell quader lì no ?  Voeuri  savè come mai quell  quader  lì

                            l’ è ancamò chì in cà.  Se po’ no tirall via ?

ORTENSIA    -   Ma se l’ hemm portà de cà nostra, da Milan, propri perché el te piaseva tanto.

CESARE        -   El me piaseva tanto ma a Milan, chì el me pias no, el me dà fastidi.   L’è mej  tirall

                            via e metten un alter.

GABRIELLA  -  Ma non ti senti bene papà?

CESARE         -   Mai stà inscì ben in vita mia.

GABRIELLA  -  Vuoi bere un bicchierino di qualcosa ?

CESARE         -   Ma sì và , forse quell el me farà ben.

GABRIELLA  -  Anche tu Otello ?

OTELLO         -  Sì grazie ( Gabriella prepara i bicchieri e li pone sul tavolo )

CESARE         -  ( in disparte a G. Rosso ) Come mai l’è chì? Chi l’è che stavolta ha  pronunciàa  la

                            parola  “OTTO” ?   ( G. Rosso indica l’ Otello )  L’Otello ?  ( G. Rosso annuisce ).

                            Sent  Otello cosa te s’eret  a drèe a dì prima ?

OTELLO         -  Prima quando ?

CESARE         -  Prima no?  L’ ultima roba che t’ è ditt quand te parlavet del tò paes.

OTELLO         -  Dicevo che Noto è una cittadina bellissima, a soli otto chilometri dal mare ….

CESARE         -  Basta, basta ho capì.  Sent ma te gh’è una bella cràpa eh?  Te podevet  no dì  sette

                            chilometri  più uno?

OTELLO         -  Perché?   Per quale motivo?  ( intanto G. Rosso beve i due bicchierini ).

CESARE         -  Va a toeu no el motiv, ho ditt se te podevet  no dì sette più uno e basta.

OTELLO         -  Iiih e io mica sono cretino, so benissimo che sette più uno fa’ otto.

CESARE         -  Brau, brau  te studià la matematica eh?

OTELLO         -  Sicuro e pure il francese, l’inglese e la trigonometria.                             

                                                                                                                                                  Pag.   21                                                                                                                                                            

CESARE         -  Ecco allora famm sentì come se dis “ Mi sto ben “ in trigonometria.

ORTENSIA     -  Oh ma volete smetterla una buona volta ?

OTELLO         -  Sì è meglio berci sopra.

CESARE         -  Oej Gabriella ma …. e i biceritt ?

GABRIELLA  -  Hinn  lì no ?

CESARE         -  Sì  ho vist che hinn lì ma te ghe miss denter nient ?

GABRIELLA  -  Come niente ?  Ho appena messo via la bottiglia.

OTELLO         -  ( guarda i bicchieri ) Mizzeca, chi libò a nostra insaputa  ah ?

CESARE         -  ( guarda G. Rosso )  Ah nient, nient , son stà mì.

OTELLO         -  Lei ? Ma come tutti e due ?

CESARE         -  Sì gh’ avevi una set d’ inferno e allora inavvertitament j ho bevùu  tùcc e dù, però

                            senza vorell, tant  è vera che …. ho nànca sentì el savour .

OTELLO         -  Beh comunque adesso io vorrei andare a cambiarmi se non vi dispiace.

GABRIELLA  -  Aspettami salgo con te  così ti mostro la stanza.  Con tutto questo caldo sento pro-

                            prio il bisogno di cambiarmi anch’ io.

ORTENSIA     -  Ah Gabriella senti, dopo vieni con me in giardino ? Devo parlarti di quella cosa là.

GABRIELLA  -  Sì va bene, tu vai pure, appena mi sono cambiata ti raggiungo. ( escono tutti e tre )

CESARE         -  Allora ?

G.  ROSSO     -  Allora cosa ?

CESARE         -  Come allora cosa ? L’è andàa in del tabacchèe ?

G.  ROSSO     -  Sì son andàa ( poi cercherà di intervenire per dire di Gabriella  ma  Cesare lo inter-

                            romperà sempre )

CESARE         -  Tutto fatto ? Ha accettato ?

G.  ROSSO     -  Sì ghe l’ avevi minga ditt che l’ avarìa accettàa per un po’ de danèe ?

CESARE         -  El  g’ha spiegàa ben tusscoss ?  Tutt quell che el dev fa ?

G.  ROSSO     -  Sì che el staga tranquill, g’ho spiegàa tutt per fil e per segn.

CESARE         -  E  lù se l’ ha ditt ?

G.  ROSSO     -  L’ ha ditt de preoccupass no, de lassà fà de lù che l’avarìa tirà foeura una quaj idea

                           original.  Insomma in pocch parol el m’ ha fa capì quest:  “ Vialter démm i danèe e

                           al rest ghe pensi mì “.    

CESARE         -  Allora speremm che el ghe pensa ben e che el faga i robb come se dev. Semm in di

                           so’  man.

G.  ROSSO     -  ( ironico ) Beh a dì la verità sij vialter in di sò man e soprattutt sua mièe.

CESARE         -  Cià che el faga no tropp el spiritos.

G.  ROSSO     -  Chissà el tabacchèe come el sarà content de faggh el fil alla “sciora Ortensia”.

CESARE         -  G’ho ditt de fa’ no tropp el spiritos.

G.  ROSSO     -  Chissà se la “sciora Ortensia” la sarà contenta de aveggh uno spasimante che ….

CESARE         -  Allora, el voeur mucàlla sì o no ?

G.  ROSSO     -  Oej  che el staga calmo, del  rest  l’idea de mettich uno spasimante ai costoll de sua

                           mièe me l’ ha fada vegnì lù con la sua gelosia.

CESARE         -  Sì però lù el m’ ha suggerì la manéra , come dovevi fà.

G.  ROSSO     -  Cosa ghe c’ entra ? Con quest voeur minga dì che mi condividi el sò modo de com-

                           portass  e de vess gelos.

CESARE         -  Come el condivid no ? Ma se el m’ ha perfin aiutàa e l’è andàa lù in del  tabacchèe

                           al  mè post.

G.  ROSSO     -  Ghe l’ho ditt che ghe c’entra nient.  Mi el  fò domà  perché  voeuri andà  foeura di

                           scatoll da quell post chì, che l’è 150 ann che son chì e  l’unica manéra  per riéssich

                           l’ è quella de fà  una bona  azion.

                                                                                                                                                        

                                                                                                                                           Pag. 22                         

                                                                  

CESARE         -  Una bona azion ? E questa lù la ciàma una bona azion ? Strana manéra de agì.

G.  ROSSO     -  Perché ? L’è pentì ? El guarda che podi semper andà foeura da sua mièe e contacch

                            su’  tuscoss.

CESARE         -  No no un moment, ghe mancarìa alter.    Ma allora  se invece de mì  fudess stà mia

                            mièe a combinà tutt quell gibilèe chì, lù el se sarìa dà de fà  per  ’vùtalla lèe ?

G.  ROSSO     -  Certo e anche se fudess stà so’ gener o sua tosa per mi faseva istess.

CESARE         -  Ah son content.

G.  ROSSO     -  A proposit  l’è drèe ad arrivàa.

CESARE         -  Chi l’è ?

G.  ROSSO     -  Sua tosa  Gabriella.

CESARE         -  E lù come el fa a savell ?

G.  ROSSO     -  Mi so tuscoss. ( schiocca le dita e la porta si apre )

CESARE         -  Che bauscia!

GABRIELLA  -  ( entra ) Ma se g’ hann quej port chì, la cellula fotoelettrica che ogni volta che fo’

                            per dervij  se derven per so’ cunt ?

CESARE         -  No siccome hinn port vecc, allora se ved che resten no saràa su ben.

GABRIELLA  -  Ah ho capì.  Beh papà, io vado fuori dalla mamma , tu non vieni ?

CESARE         -  No, vai pure Gabriella , io mi fermo qui un po’.  Devo …. devo scrivere  alcune

                            relazioni per il mio lavoro e devo portarle per lunedì.

GABRIELLA  -  Va bene ciao ( esce ).

G.  ROSSO     -  Ecco, a proposit de scriv, el tabacchèe l’ ha scrivùu anca un bigliett.

CESARE         -  Un bigliett ?

G.  ROSSO     -  Sì un bigliett, per sua mièe naturalment.  Però …..

CESARE         -  Ah sì ?  E come el fa a savè del bigliett ? O forse l’ha  ’vutàa  anca el tabacchèe ?

G.  ROSSO     -  No, soltant che s’ eri chì quand sua mièe la gh’ aveva in man el bigliett.

CESARE         -  Figuremess se lù el gh’ era minga! Quand gh’è una donna lù el gh’è semper eh ?

G.  ROSSO     -  L’è  gelos anca de mì ? ( poi comprensivo )   Cià ch’el senta ….. g’ho de dicch

                           una robba un po’ strana a proposit del bigliett….

CESARE         -  No ch’el senta, el me disa pù nient perché men robb el me dis e mej l’ è e tant  per

                           parlà ciar ghe ne disaro’  un’altra: men el se fa’ vedè chi intorna e mej l’è per tucc.

G.  ROSSO     -  Va ben el faga come el voeur , mi ghe disi  pù  nient ,  voeur dì che i conseguenz

                           pero’ hinn so’.  Anzi a proposit de conseguenz  gh’è  ’drèe arrivà so’ gener  un po’     

                           incassàa.

OTELLO        -  ( entra infuriato ) Dov’è ?  Dov’è quella spudorata ?

CESARE        -  Oej s’è success ?  Con chi l’è che te ghe l’èt ?

OTELLO        -  Con Gabriella, mia moglie, e se la trovo a schifìo finisce.

CESARE        -  Cosa la t’ha fa’ ?

OTELLO        -  Le corna mi fece, le corna !

CESARE        -  I  corni ?  La Gabriella ?  Oej ma te se ’drèe  a dà foeura de matt ?

OTELLO        -  Se parlo così è perché ho i miei buoni motivi e ho pure la prova della sua infedeltà.

                           Non sono matto, però ramificato sono!

CESARE        -  Ma mùchela per piasè e poeu dove hinn  ’sti  bon motiv ?  E la prova ?

OTELLO        -  Eccola la prova ( gli dà il foglietto ) Guardasse, guardasse pure e leggesse.  E’  lì la

                           prova del tradimento di quella fedifraga, di quella donna senza rispetto.

                           Desdemona! Ah ma mi sentirà quando rientra, oh se mi sentirà , tutti mi sentiranno 

                           e anche nell’ aldilà mi sentiranno!

G.  ROSSO     -  Oej per piasè lassémm a stà l’ aldilà.  I cornuti lassemej domà  nel mond de chì.

                                                                                                                                                        

                                                                                                                                               Pag.  23

CESARE         -  ( che sta leggendo con  G.  Rosso ) Sent Otello ma chi l’è che t’ha dà quell  bi-

                            gliett  chì?  Iago?

OTELLO         -  Lei non si preoccupi.

CESARE         -  ( legge )  ….. “ mi faccia sapere in qualche modo come dobbiamo fare per  tro-

                           varci.  Il suo affezionatissimo tabaccaio.”  Tabaccaio ?  ( scoppia a ridere )

                           Ah ah questa l’è bella.  Oh Signor!

G.  ROSSO     -  Signor  Cesare, aspetti a ridere, forse è meglio che le spieghi una cosa …..

CESARE         -  No, no gh’è nient da spiegà, l’è tropp divertent inscì.

G.  ROSSO     -  Si ma c’è un particolare che volevo dirle….

CESARE         -  Ma ch’el disa pù nient per piasè che ne podi pù dal rid.

G.  ROSSO     -  Va ben allora gh’el disi no …. e ch’el se  ’rangia! ( esce ).

OTELLO         -  Ma con chi sta parlando ah? ( Cesare ride ancora ).  Ma insomma la finisca di ri-

                            dere. Cosa c’è di così divertente?  Forse forse che mi sta pigliando per ….

CESARE         -  Per cosa ?

OTELLO         -  Per le corna.  Stia attento a non prendermi in giro sa ?

CESARE         -  Ma no Otello sta calmo, te non ancamò capì ?  Mi ridi perché el bigliett l’era no

                            per  la Gabriella, ti te ghe c’entret nient.  La cosa non ti riguarda.

OTELLO         -  Come non mi riguarda ?  E riguarda chi allora ?

CESARE         -  Ma l’ Ortensia no ?  E de conseguenza i corni hinn i mè.

OTELLO         -  Sue ?  Ma come, cornuto contento è ?

CESARE         -  Ma no dopo te spieghi, l’è una storia un po’  lunga.  Comunque son d’accord mì

                            con el tabacchèe.

OTELLO         -  D’ accordo ?  Ma per che cosa ?

CESARE         -  T’ ho ditt che dopo te spieghi tusscoss. Ti però te me non ancamò ditt come te fett

                            ad aveggh quell bigliett lì.

OTELLO         -  Era nella tasca del vestito di Gabriella.

CESARE         -  Cosa c’entra la Gabriella? ( pausa ) Ah ho capì, se ved che mia mièe ghe  n’avarà

                            parlàa alla Gabriella, t’el set la solita solidarietà tra madre e figlia in quej affari lì.

                            La gh’ avarà fa vedè el bigliett e dopo se ved che sémm ’rivàa  nunc dalla stazion

                            e inscì per la pressa de minga fass accorg, l’avarà miss in saccoccia la Gabriella

OTELLO         -  Ah allora così è andata.

CESARE         -  Ma sicur che l’è andada inscì.  Oej  però , me sbagli o te frugàa  in di vestì  della

                            Gabriella ?

OTELLO         -  Beh … sa  …. io

CESARE         -  Va là, va là che te sett un bell element.   Oej  mi sarò anca gelos de mia mièe ma  

                            arrivà  al punto de frugacch in di vestì…

OTELLO         -  Eh cosa vuole, la gelosia…

CESARE         -  No  oej scusòmm eh, ma un cunt l’è la gelosia e un cunt la villaneria.

OTELLO         -  Iiih  non cominciamo ad offendere.

CESARE         -  Ma no voeuri no offendet, voeuri domà fatt capì che l’è no un mestè de fa’ ecco.

                            Te piasarìa che la Gabriella la frugass in di tò calzon ?

OTELLO        -   Probabilmente lo fa:  ogni tanto i soldi che ho in tasca diminuiscono.

CESARE         -  Ah se l’è per quell me succed anca a mì, comunque lassem perd . Adess te  spie-

                            ghi tusscoss e intanta te vett de sùra e te ghe rimettet  el bigliett in del  so’  vestì

                            che guai se la se accorg che el gh’è sparì o se la vegn a savè che te le leggiùu.

                            E me raccomandi eh, acqua in bocca con tùcc !  ( escono )

ORTENSIA     -  ( entra con Gabriella e G. Rosso ) E me raccomandi eh, acqua in bocca con tùcc!

GABRIELLA  -  Sta tranquilla, guai se l’Otello venisse a sapere del biglietto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                Pag.  24                   

ORTENSIA     -  Sì stariùmm fresch.  O Dio, a vorè ben guardà l’è una stupidada neh,  perché  ghe

                            calarìa  anca de faggh i corni al  marì domà  perché un tabacchèe qualsiasi  el s’è

                            miss in ment  de fa’  el romantico, el conquistatore,  ’ndemm ….però  t’el  sett co-

                            me vann quej robb chì,  men parol se dis in gir e mej l’è perciò stémm abbottonàa

                            e acqua in bocca.  E anche col papà me raccomandi eh.

GABRIELLA  -  Sì non preoccuparti.

ORTENSIA     -  Eh certo che se si fosse trattato del signor Floris ….( G. Rosso si avvicina )

GABRIELLA  -  Cosa vuoi dire ?

ORTENSIA     -  Voglio dire che se invece di un tabaccaio qualunque fosse stato il signor  Floris  a

                            mandarti quel biglietto allora la cosa forse non ti sarebbe dispiaciuta vero?

GABRIELLA  -  Ma dai mamma ’ste diset ?

ORTENSIA     -  Andemm , andemm che t’ho vist prima  quand  l’era chì che t’el guardavet con dù

                            oeucc  inscì.  Nanca t’avesset vist un fantasma!

GABRIELLA  -  Ma cosa c’entra, lo guardavo perché era un tipo abbastanza strano ecco: aveva  un

                            non so che di misterioso, di ... di anormale. (G. Rosso reagisce con mimica e gesti)

ORTENSIA     -  Anormale?  Ma ste diset, a mi el me pareva normalissim.

GABRIELLA  -  No anormale nel senso che ….  Insomma  non so spiegarmi, mi ha fatto uno strano

                            effetto ecco.

ORTENSIA     -  Anca a mì el m’ha fa’  uno strano  effetto ma forse divers da quell che el t’ha fa’ a

                            tì.    Me son sentida rimescolà el sang e una specie de sgrisol in di oss…..  l’era da

                            quand  s’erumm  murus mi e el papà che me capitava no una robba inscì.

GABRIELLA  -  Mamma, sbaglio o ti sei fatta incantare da quell……. come el se ciamava ?

ORTENSIA  e

G.  ROSSO )    -  (simultaneamente)  Gelsomino!

ORTENSIA     -  Eh? Toh che strano, mi era sembrato di sentire la sua voce qui a due passi da me.

GABRIELLA  -  Anche a me ha dato quest’ impressione.

ORTENSIA     -  Mah, probabilmente un po’ di suggestione.

CESARE         -  ( è entrato sulle ultime battute ) Chi l’è che se fà incantà da un gelsomin ?

ORTENSIA     -  Nessuno, stavamo parlando del signor Floris e dicevamo che c’era sembrato un ti-

                            po  un po’   ….come dire?

CESARE         -  ( con intenzione guardando G. Rosso ) Invadente!

ORTENSIA     -  No non proprio invadente ma….

CESARE         -  ( c.s. )  Un rompiscatoll.  Par semper de avegghel in mezz ai pèe.

GABRIELLA  -  Sì, forse è proprio così: anche se è già andato via si ha quasi l’impressione di aver-

                            lo ancora qui intorno.

CESARE         -  Infatti.

GABRIELLA  -  Come infatti ?

CESARE         -  No dico, infatti … anche a me dà l’impressione di averlo qui vicino  …. e  l’è  una

                            gran  brutta impression.

ORTENSIA     -  Perché brutta impressione?  A me sembrava un tipo simpaticissimo.

G.  ROSSO     -   La g’ha resùn sua mièe,  anzi adess ghe do’  un basin.

CESARE         -  Oej esageremm no!

ORTENSIA     -  Come hai detto ?

CESARE         -  Disevi …esageremm  no con la storia del simpaticissim,  a mì el m’è  sembràa  un

                            tipo  come tucc i alter … anzi magari un po’  scarsott.

ORTENSIA     -  L’è  minga vera, l’era una persona come se ne ved pocch in gir , vero Gabriella ?

GABRIELLA  -  E’  vero mamma, sono d’accordo con te.

CESARE         -  “ Una persona che se ne ved  pocch in gir ” ,  figuremess,  quella  lì la se ved no

                            addirittura.                                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                Pag.  25     

                                                                           

ORTENSIA     -  E poi non hai visto che ha indovinato anche i miei gusti  eh?  Ha capito subito

                            che mi piacciono i fiori e i marron-glacèes, guarda. ( gli mostra la scatola )

CESARE         -  Bella fadìga, gh’è minga come savell in anticip  …. ( fra sé ) adess capissi perché

                            l’ha vorsùu  100.000 franch.

ORTENSIA     -  Eh ?

CESARE         -  No, vorevi dì.. bella fadìga, basta guardatt per capì che te piasen i marron-glacèes.

ELISA             -  ( entra ) Signora scusi.

ORTENSIA     -  Cosa c’è ?

ELISA             -  E’  stato qui ancora il tabaccaio ….

TUTTI             -  ( a turno )  Il tabaccaio ?

ELISA             -  Sì il tabaccaio, perché cosa ho detto di male ?

ORTENSIA     -  E cosa  voleva ?

ELISA             -  Mi ha consegnato un altro biglietto e mi ha detto di …..

ORTENSIA     -  Sì sì va bene, dai qua. ( prende Elisa in disparte ) Quand’è che è stato qui ?

ELISA             -  Mah circa un quarto d’ora fa ma adesso è già andato via.   Sa, non ha voluto anco-

                            ra entrare nella villa,  dev’essere molto timido.

ORTENSIA     -  Un quarto d’ora fa ?  E te m’el dett adess el bigliett ?

ELISA             -  Beh sono stata occupata in cucina e allora ….

ORTENSIA     -  Ben  lassémm perd,  però un’altra volta, se el dovess capità  chì ancamò te me fett

                            el santo piasè de avvisamm subit, appena che el ’riva, che preferissi parlacch a vòs

                            e a quattr’oeucc, t’è capì? Scusa el vegn chì a portà di bigliett e el se fa’ mai  vedè:

                            me par de aveggh  a che fa’ con un fantasma!  ( mimica di G. Rosso che poi esce )

                            Ben  adess torna de là pur in cusina.

ELISA             -  Sì  signora …. Ah , a proposito ,  il signor Giulio mi ha detto ….

CESARE         -  Il signor  Giulio?   Chi l’è?

ELISA             -  Il tabaccaio.

CESARE         -  Ah  el se ciama Giulio?

ELISA             -  Sì,  almeno così lui  ha detto di chiamarsi. Beh stavo dicendo che mi ha detto che

                            per quanto riguarda il biglietto dell’ altra volta ….

ORTENSIA     - ( interrompendola ) Sì va bene me lo dirai un’altra volta ( la spinge verso la cucina)

CESARE         -  Aspetta Elisa.  El bigliett dell’altra volta?  Ma l’è giamò stà chì un’altra volta?

ELISA             -  Sì  mi sembrava di averlo detto prima.

CESARE         -  E per chi era il biglietto dell’ altra volta?

ELISA             -  Sempre per sua moglie.

ORTENSIA     -  T’ho minga ditt de andà de là in cusina?  Dài allora ( la spinge fuori ).

CESARE         -  Allora?

ORTENSIA     -  Allora cosa?

CESARE         -  Come allora cosa?  Il biglietto.  Cos’era ?  Cosa el voureva el tabacchèe?

ORTENSIA     -  Ma nient,  l’è un bigliett senza importanza.

CESARE         -  Cià  allora fammel  vedè.

ORTENSIA     -  Ma t’ho ditt che l’è un bigliett senza importanza, senza valor.

CESARE         -  E allora se el var  nient, cosa te costa a fammel vedè?

ORTENSIA     -  Oej ma te sett ostinàa eh,  l’è una sorpresa ecco.

CESARE         -  Una sorpresa?  De che genere?

ORTENSIA     -  Brau,  se t’el  disi allora che sorpresa l’è?

CESARE         -  Va ben, ormai la sorpresa te le fàda , mi me son  sorpres , dimm cosa l’è  quell  bi-

                            gliett lì.

ORTENSIA     -  L’è un bigliett della lotteria.

CESARE        -   Lotteria?  Che lotteria?                                                                                         

                                                                                                                                                 Pag.  26

ORTENSIA     -  La lotteria de Merano, quella abbinada alla corsa dei cavaj.  Quand son andada dal

                            tabachèe  vourevi comprà un bigliett della lotteria ma ghe n’ aveva  pù e allora  l’è

                            stà  tanto gentil che el m’ha ditt che me l’avarìa procuràa e portàa direttament  chì.

CESARE         -  Ah ho capì.  Ma come mai l’ Elisa l’ha ditt che l’è la seconda volta che el vegn chì

                            a portà un bigliett? Te piaseva no el numer del prim bigliett?

ORTENSIA     -  No, l’è  perché ne vourevi dù de bigliett, anzi ne vourevumm  dù: vùn mì e vùn  la

                            Gabriella.

CESARE         -  Ah anche lèe la voeur  faggh  una sorpresa all’ Otello. Chissà come el sarà content.

ORTENSIA     -  Già  e siccome el  tabacchèe l’aveva minga capì  ben che ne vourevi dù , allora  l’è

                            vegnùu  chì  do’  volt.

CESARE         -  Vacca  oej,  ho mai vist un tabacchèe inscì gentil.   De solit  hinn  piuttost  di grass   

                            de  rost.    Quasi quasi me vegn voja  de fàll  vegnì chì a portamm un bigliett della

                            lotteria anca  per mi.

GABRIELLA  -  Allora sei soddisfatto?  Sei convinto adesso?

CESARE         -  Ti  tas guarda e cerca piuttost de convinc el  tò d’un marì e g’ho idea che sarà  una

                            bella lotta.

OTELLO        -  ( entra ) Di che cosa mi dovrei convincere io?

CESARE         -  Oej  comincia no a scaldass, se parlava  domà  de cavaj.  Ti spera domà  de aveggh

                            el  cavall giust.

OTELLO        -  ( toccandosi i calzoni )  Perché secondo voi io non ho il cavallo giusto?   E’  troppo

                            basso forse?

CESARE         -  Ma lassa perd el  tò cavall, nunc s’erumm  ’drèe  a parlà  di  cavaj che curren,  quei

                            della  lotteria de Merano.  Anzi, te voeuret anca tì un bigliett della lotteria?

OTELLO         -  Di  Merano?  No io gioco soltanto alla lotteria di Agnano.

CESARE         -  Oeuh  te pareva.  Perché se la g’ha de special quella de Agnano?

OTELLO         -  Mizzeca, è l’unica lotteria seria che c’è in Italia, le altre non contano.

ORTENSIA     -  Sentì ,  fasìmm un piasè:  adess comincì no a discutt  anca sui cavaj  del Nord e sui

                            cavaj  terroni se de no ve spedissi subit a Milan.

OTELLO         -  Così ve ne potete restare da sole ah, senza  noi mariti tra i piedi.

GABRIELLA  -  Ma Otello andemm, possibil che te devet semper pensà a quej affari lì ( con le dita

                            fa il segno delle corna ).

OTELLO         -  No però quando sono arrivato, voi eravate qui tranquille in compagnia di quel tale,

                            come si chiama …. Floris.

ORTENSIA     -  Oej ma el v’è propri antipatich eh,  e pensà che invece l’ è una persona inscì gentil

                            ed  educada.

CESARE         -  Perché  el te regala i marron-glacèes eh?

ORTENSIA     -  Ma và  ’drèe no a dì su di stupidad. La tua l’è domà invidia.  Sì invidia perché vùn

                            pussè  gentil de tì  el m’ha fa’ un regalin e invece ti  te fet  fadìga  anca a ricordass

                            del  mè compleann oppur  el dì che se sémm sposàa.

CESARE         -  Oh  Signor quanti stori , e poeu  l’è minga vera.

ORTENSIA     -  Allora avanti dài,  vedemm se te se ricordet el dì che sémm sposàa.

CESARE         -  Certo che m’el ricordi, l’era ….  no forse l’era ….. ma sì eppur l’era propri ….

ORTENSIA     -  Te vedet, te vedet che te se ricordet pù.  Era  l’ OTTO  maggio.  Come te fett a  ri-

                             cordassel  no che l’era anca el compleann  della tua mamma.  ( entra G.  Rosso ).

CESARE         -  ( fra sé )  M’el  ricordavi sì ma vourevi  minga dill.

G.  ROSSO     -  ( va davanti a Cesare ) Oej mì son bell’è che  stùff, l’ha capìi ?

CESARE         -  E mi se podi faggh?

                                                                                                                                                      

                                                                                                                                              Pag.   27

     

ORTENSIA     -  Se podi faggh cosa?

CESARE         -  Disevi …. Se podi faggh se me ricordi no la data del matrimoni?  Se ved  che g’ho

                            no  memoria.

ORTENSIA     -  Va là, va là che la memoria te ghe l’è domà quand la te serviss a tì.

G.  ROSSO     -  ( verso il pubblico )  Oej  ma  possibil che se  pò no stà un minut in santa pas.

                           Son stà chì  150  ann bell quiett e  adess invece l’è dù dì  che gh’è  chì questi chì e

                           m’hann bell’è che rott la scuffia. ( li passa in rassegna ). Questa chì la pensa domà

                           a  fà minga inrabì  el so’  Otello,  lù  el pensa domà alla sua Sicilia, quest chì inve-

                           ce ghe interessa soltant se sua mièe la ghe fa’ o no i corni,  lèe ghe n’ha nanca per

                           i spassétt e la pensa ai marron-glacèes e ai fior e la se ciàma Ortensia, fatto stà che

                           mi son bell’è che stuff! ( si accascia su una sedia ).

ELISA            -   ( entra )  Signora mi scusi, sono arrivati due signori.

ORTENSIA    -  Due signori?  Ah sì  sono due nostri amici. ( agli altri ) E’  la  Rosetta con suo ma-

                           rito,  i Galimberti.

CESARE        -  T’è  invidàa chì  la Rosetta?

ORTENSIA    -  Sì, g’ho telefonàa stamattina e m’hann ditt  che sarìen  vegnùu  chì una scappada a

                           trovacch.  Forse se fermenn chì incoeu mezz-dì  a mangià.  Va  bene Elisa, vengo

                           io, anzi andiamogli incontro tutti. ( esce con Elisa, Gabriella e Otello ).

G.  ROSSO     -  Ehi  ( ferma Cesare ), come l’ha ditt che la se ciàma quella lì che vegn chì ?

CESARE         -  Galimberti.

G.  ROSSO     -  No, de nomm.

CESARE         -  Ah , Rosetta.

G.  ROSSO     -  E el  so’  marì?

CESARE         -  Giacinto!

G.  ROSSO     -  Oh  no! (  si copre il viso con le mani ).

                                                                 S I P A R I O

                                                             (  Fine  2°  atto  )

                                                                                  

                                                             ATTO  TERZO                                  Pag.  28

                                                                                                           

ELISA             -  ( è in scena e sta spolverando i mobili )

ORTENSIA    -  ( entra ) Buongiorno Elisa.

ELISA             -  Buongiorno signora.  Ha dormito bene?

ORTENSIA    -  Mah a dì la verità minga tropp, ho passàa una nott un po’  agitada.

ELISA             -  Sarà per via del caldo forse.

ORTENSIA    -  Eh sì, probabile.  Cert che se fa’ cald chì che semm in campagna, figuremess quej

                            poer diavol che hinn rimast in città.

ELISA             -  A  proposito signora sono rimasti contenti i suoi amici?

ORTENSIA    -  I  miei amici?  Quali ? Ah la Rosetta e il Giacinto?

ELISA             -  Sì.

ORTENSIA     - Ah guarda sono andati via molto soddisfatti;  gli è piaciuto molto la villa,  il parco,

                           tutto insomma ……e anche il tuo servizio stai tranquilla.

ELISA            -  Beh sono contenta.

ORTENSIA    -  Oh  Dio, a dì la verità gh’è stà un para de robb che j hann lassàa …come dì  …..

                           perplessi ecco.

ELISA            -  Cioè?

ORTENSIA    -  Beh prima de tutt hann minga capì perché tutt i volt che giraven per la cà, riessiven

                           mai a dervì una porta.

ELISA             -  Perché?

ORTENSIA    -  Perché la se derviva semper de per  lèe!  Ma soprattutt  hann minga capì  come mai

                           el  Cesare quand l’ era in giardin con la canna dell’ acqua  per innaffià i fior , ad un

                           certo punto j ha innaffiàa anche lor.   Oej va ben che se ciamen Rosa e Giacinto ma

                           ’vess  bagnàa a quella manéra lì ….

ELISA             -  Ma suo marito come si è giustificato?

ORTENSIA    -  Nient!  L’ha ditt che el sa nanca lù come l’è  success, ad un certo punto la canna  la

                           gh’ è  scappada foeura di man,  l’ha cambiàa  direzion e inscì …. senza  vourell ….

                           j  ha masaràa tucc e dù !

ELISA             -  Mah.   Senta, devo prepararle la colazione?

ORTENSIA    -  Guarda preparomm domà un bel caffè lung che el me aiuterà a svegliamm,  però

                           aspetta un moment perchè dovarìa vegnì giò anca mè marì adess.                           

ELISA             -  Va  bene signora.

ORTENSIA    -  Ah sent,  se dovess vegnì chì ancamò  el tabacchèe…

ELISA             -  Sì ?  Lo mando via ?

ORTENSIA    -  No! Anzi t’el fet vegnì  denter in cà e s’el voeur no t’el costringet  in una manéra  o

                           in un’altra.  Però te raccomandi una roba: te devet minga fall  incontrà con mè marì

                           e col marì della Gabriella. T’è capì? Caso mai  ’scondell da una quaj  part  ma fa in

                           manéra che el se incontra no col Cesare o con l’ Otello. Anzi fa’  una bella roba, se

                           el dovess ’rivàa  t’el  fet  accomodà in cusina inscì semm sicur che de là vegnen no

                           e dopo te me ciàmet, eh?

ELISA             -  Va bene signora.

ORTENSIA    -  ( fra sé  mentre va alla porta che dà verso le stanze )  Inscì  voeuri  propri vedè  che

                           faccia  el g’ha  ’sto  tabacchèe. ( chiama ad alta voce ) Allora  Cesare arrivi sì o no,

                           sono già le “OTTO” ,  anzi le “OTTO”  passate.

CESARE        -  ( da fuori ) Sì arrivo.

G.  ROSSO    -  ( entra  e si trova davanti  Elisa che gli volta le spalle,  allora le slaccia il  grembiule

                           che cade a terra. Elisa si china a raccoglierlo e G. Rosso le dà una manata sul sede-                            

                           re che la manda quasi per terra.  Elisa lancia un urlo e poi si ricompone ).

                                                                                                                                                 Pag.  29      

                                                                                                                                                

ORTENSIA    -  S’ è  success?

ELISA            -  Non lo so signora,  mi ero chinata a  raccogliere il grembiule  e ho sentito un colpo

                           qui dietro … come se … mah non so cosa è stato. Forse ho urtato contro una sedia.

CESARE        -  ( entra )  Buongiorno a tutti. ( si accorge di G. Rosso ) …. Oh  Madonna  l’è  giamò                                                  

                           chì anca lù.  Buongiorno a quasi tutti.

ORTENSIA    -  Oh finalmente sei arrivato.

CESARE        -  Oej che premura.  Cert che se vùn el  riéss  nanca a dormì un po’  durant i ferii,  oej

                           allora  stemm fresch.

ORTENSIA    -  Ma dài che ti fa bene alzarti un po’  presto,  così  possiamo anche andare a fare una

                           bella  passeggiata.

ELISA            -  Signora, allora io posso andare di là a preparare il caffè?

ORTENSIA    -  Sì  vai pure di là.  Bevi anche tu un caffè Cesare?

CESARE        -  Sì un caffè bell lung …lung una spanna che g’ho bisogn de svegliamm un pò come

                           se dev. G’ho adoss ancamò un sogn che se fudéss per mì dormarìa  chì in terra.

                           ( Elisa  esce , Cesare si accomoda sul divano e G. Rosso fa altrettanto vicino a lui )

ORTENSIA    -  Come mai? T’è minga dormì ben?  Oh  Dio, a guardatt ben l’è no che te gh’ abbiett

                           una bella faccia riposada, anzi.  Te se lì tutt stralunàa, te me paret nanca tì , te sem-

                           bret  un fantasma.

CESARE        -  Mi ?  Mi sembri un fantasma ?  Figuremess, allora quell lì s’el  par cosa ?

G.  ROSSO    -  Cominciemm minga a offend  eh ?

ORTENSIA    -  Come hai detto scusa ?

CESARE        -  No nient, lassemm perd.   Te vedet, siccome me son sognàa  de véss vùn  malàa  de

                           insonnia e de véss minga bon de sarà su un oeucc:  me son talment  immedesimà in

                           del  sogn  che son chì ancamò  adess  stracch  come un villan e con  dù oeucc come

                           quej d’un palombar.  T’è capì?

ORTENSIA    -  Ma come t’è  fà ad andà a  ’sognàss d’una roba simil?

CESARE        -  E mi come fò a savell ?    Magari se gh’el disessi a uno psicanalista, quell lì el sarìa

                           bon  de trovà un perché, un quaj  complesso di colpa.  Mah, ste vouret  fàggh , gh’è

                           chi se insogna de véss malàa de insonnia e gh’è chi s’insogna de vestiss d’angiol ...

                           o magari de vestiss tutt de bianc.

ORTENSIA    -  Vestito di bianco?  Ah ho capìi , te ghe l’è su ancamò con el sciur Floris.

                           Ecco cosa l’è el tò complesso de colpa: l’è la gelosia.                                             

CESARE        -   Ma  và dài figuremess,  mì gelos de quell lì?

ORTENSIA   -   Sì, ti te set gelos perchè el m’ha fa’ un quaj compliment e  perchè l’era simpatich.

G.  ROSSO    -   Brava! Giusto!

ORTENSIA    -  E poeu l’era anca tutt elegante, tì invece te set semper lì a una quaj manéra.

G.  ROSSO     -  E’  vero!

CESARE        -  E  lù che la pianta!

ORTENSIA    -  Come?

CESARE        -  No, disevi ..... e lù?  Quella pianta di pèe che el g’ha te le minga vista?   El g’ha dù

                           pèe  lung a quella manéra  chì che se el dovéss andà a scià ,  el podarìa fa a men de

                           mett  su i sci.  El g’ha i scarp che paren do’ cassett de gerani.

G.  ROSSO    -   Oej el staga attent a come el fa’ a parlà se no ghe do’una cassetta de gerani sul còo.

ORTENSIA    -  Te l’ho ditt, l’è tutta invidia e gelosia la tua.  Domà  perchè vùn l’ha fa’  un po’  el

                           galante con tua mièe e el m’ha ditt una quaj  parolina spiritosa ….

CESARE        -  Perché mi son no spiritos ?

ORTENSIA    -  Ma  famm el piasè dài .

CESARE        -  Come famm el piasè ?                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                             Pag.  30

                                                                                                                                             

ORTENSIA   -  Ma sì,  in tanti robb te ghe nanca un briciol de senso dell’ umorismo.

CESARE       -  Va là oej ,  t’ho  persin sposàa da tant che g’ho el senso dell’umorismo!

ELISA           -  ( entra )  Ecco i caffè. ( depone sul tavolo il vassoio e poi esce mentre Ortensia pre-

                          para le tazze ).

G.  ROSSO    -  La g’ha rasùn  sua mièe,  lù el g’ha nanca un briciol de senso dell’ umorismo.

CESARE       -  ( sottovoce ) Già perchè  i alter quand ghe càpita de vedè un fantasma diventen tùcc

                          allegher  vera?

G.  ROSSO    -  Cosa c’entra?  Il fatto è che lei è geloso ma non vuole ammetterlo e dopo el  pianta

                          in pèe di gibilèe per vedè se sua mièe la ghe fa i corni. La verità l’è  che lù el capiss               

                          nient e che la colpa l’è sua e dopo el se lamenta del so’ gener che l’è terron ….

                          lù l’è pegg di terroni.

CESARE       -  ( forte )  Oej adess basta eh!

ORTENSIA   -  Basta cosa ?

CESARE       -  No disevi…. adess basta … basta zuccher.  Méttomenn  pù in del caffè  se no el  di-

                          venta  tropp dolz.

ORTENSIA   -  Ma chi l’è che  te mett  tropp zuccher ?   T’ ho miss la solita dose che te voeuret  tì

                          cioè  dù  cugiaritt.  ( gli passa la tazzina col caffè )

G.  ROSSO   -  ( mentre Cesare beve il caffè ) Me ne avanza un gottìn anca a mì?

CESARE       -  No !

G.  ROSSO   -  Ghe sarìa no un quaj biscottin da mett in bocca allora?

CESARE       -  Hinn in cusina !

G.  ROSSO   -  Allora vò de là in cusina a mangiann un quajvùn.

CESARE       -  ( ad alta voce )  Oej ma insomma, la colazion l’ha non ancamò  fàda lù ?

ORTENSIA   -  Chi non ha ancora fatto colazione ?

CESARE       -  Eh ?  Ah  l’ Otello.  Dicevo…. l’ Otello non ha ancora fatto colazione ?

ORTENSIA   -  Ma se l’è ancamò in lett con la Gabriella come el fà ad avèe giamò fà colazion ?

CESARE       -  No credevi ….. magari se l’era fàda portà  a lett.

ORTENSIA   -  Oej  ma se te gh’et  stamattina,  te me paret un pò  balord .  L’è  no che i alter  mat-

                          tin ,  appena alzàa ,  te set  bell viscor  ma stamattina  te me paret  pussè  lòcch  del

                          solit.

CESARE       -  Te l’ ho ditt no?  L’è colpa de stanott ,  ho dormìi  un pò ….

G.  ROSSO   -   Col sedere  squattàa !

CESARE       -  Col sedere  squattàa.  Cioè no ….insomma ho minga dormì ben.

ORTENSIA   -  Bè adess però cerca de svegliass che l’è ora, te podet  no passà tutta la giornada a dì

                          su  di bambanad.

CESARE       -  Sì però podevomm  stà in lett un pò ancamò. ( G. Rosso gli sbadiglia davanti )

ORTENSIA   -  E dài che l’è un sass. Ma non sai che il mattino ha l’ oro in bocca ?

CESARE       -  E invece mì alla mattina g’ho la bocca impastada  perchè  g’ho el mal de fidigh , va 

                          ben ?  E poeu se l’è inscì bell alzass alla mattina prest  perchè  te gh’el diset no alla

                          tua tosa e al relativo consorte?

ORTENSIA   -  Ma lor hinn giovin.

CESARE           E  se voeur dì?  Anzi appunto perchè hinn giovin dovarissen  saltà  sù  al canto  del  

                          gallo senza dì nè vun nè dù.

ORTENSIA   -  Ma no mi disevi che hinn giovin nel senso che hinn ancamò sposin.

CESARE       -  Sposin ?  Cosa ghe c’ entra el fatto che hinn ancamò sposin ?

ORTENSIA   -  Sent  Cesare fa’  minga finta de capì no.  Te se ricordett no quand  s’eromm  giovin

                          anca nùnc e s’eromm  sposin novej ?

CESARE       -  Mah,  gh’è passàa talment tanto temp.  E allora?

                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                Pag.   31

G.  ROSSO     -   Oej  questa chì l’è bella. Voeuri sentilla.

ORTENSIA    -   E allora alla mattina appena te se svegliavett te s’eret  no imbranàa come adess ma 

                            te  vegnivet là subit in del mè cantòn  a tampinamm.

CESARE        -   Cià , cià  lassa perd quej robb chì

ORTENSIA    -   Prima  te  cominciavet  a  slongà un pèe , poeu  te  slongavet  una man  e poeu  te

                            slongavet  …..

CESARE        -   Sì  sì va ben mòcchela lì , ho capìi!

ORTENSIA    -   Se gh’è?  Te dà fastidi  ricordà chi bej moment  là?  Perché eren bej moment  neh ,

                            me piaseva anche a mì.  E te se ricordett no che te me ciamavet “ la  tua micia “, te

                            disevet  che s’eri la tua gattona e mi disevi che te s’eret  el mè  gomitol  e  dopo se

                            stropijavòmm  su insemma …

CESARE        -   Ma  insomma basta Ortensia.

ORTENSIA    -   Oh  demoni  cosa ho ditt de mal?

CESARE        -   Ma nient, domà che se te sent un quajvùn a dì chi robb chì …

ORTENSIA    -   Ma chi l’è che te voeuret che me senta . Sémm chì  de per nùnc.

CESARE        -   Minga vera!

ORTENSIA    -   Come minga vera?

CESARE        -   No disevi …se sa mai.( guardando G. Rosso che durante tutta la scena aveva riso )

                           Ci possono sempre essere delle orecchie indiscrete. Oej al dì d’ incoeu  gh’ è  in gir

                           quej della Digos , quej che intercetten i telefonad ….insomma se sa mai.

G.  ROSSO    -   ( si alza ) Sì sì ho capìi, vo’ in cusina a mangià un quaj biscott.  Stia pure qui con la

                           sua micia.  Miaoo, bell  gomitolon !  ( esce )

GABRIELLA -  ( entra con Otello )  Buon giorno a tutti.

OTELLO        -  Baciamo le mani a tutti.

CESARE        -   No i mè lassej a stà per piasè.  Comunque buon giorno e ben alzati.

ORTENSIA    -  Avete dormito bene?

GABRIELLA -  Sì  benissimo anche se, a dir la verità, c’erano un  po’  di zanzare fastidiose che mi

                           hanno pure morsicata.

OTELLO        -  Io invece ho dormito benissimo e non ho avuto problemi di zanzare.

CESARE        -  Per forza , se te sgàgnen  moeuren  lòr .  Tu sei uno zampirone!

ORTENSIA    -  Beh, l’ importante è che oggi è una splendida giornata  e che vien  voglia di uscire

                           all’ aria aperta.

GABRIELLA -  E’  vero, anzi volevamo proprio fare colazione in terrazza.

ORTENSIA    -  Magnifico!  Aspetta che lo diciamo ad Elisa  ( va in cucina ).

OTELLO        -  ( sulla porta che dà in giardino ) Ah che aria pura, che profumo di fiori,  mi sembra

                           di essere al mio paese.

CESARE         -  Ma dàmm  a tràa, al tò  paes gh’è tusscoss?  Anche la Brianza gh’è?

OTELLO        -  Tutto c’è.

CESARE        -  E  allora perché te se minga restàa giò ?

OTELLO        -  Iiih e come facevo a campare ?  Le fabbriche non ci sono.

CESARE        -   Ah  allora te vedet che l’è minga vera che gh’è tusscoss,  un quajcoss el gh’è no.

                           E come mai non ci sono le fabbriche?

OTELLO        -  Colpa degli industriali che non vogliono costruirle nel Sud.

CESARE        -   Ah  e te se mai domandàa  el perché?

ORTENSIA    -  Oej cominciemm no con i solit  discussion,  che me  sembrì  di  razzisti  e poeu  in-

                           coeu  g’ho propri  minga voja de stà chì  a dàvvela d’intend.  Va ben?

CESARE        -   Allora te set se fémm? Nùnc andemm foeura a discutt in terrazza inscì te lassom in

                           pas.  Dico bene Otello?

                                                                                                                                                       

                                                                                                                                                  Pag.  32

OTELLO         -   Iiih  ma allora lei mi vuole rovinare la colazione.

ORTENSIA     -   Ecco bravi,  andì foeura inscì se vourì  rovinass anca el fidigh,  affari  voster. ( li

                             sospinge fuori ).  Ma possibil che i omenn  hinn tùcc stupid?

CESARE          -  ( rientra ) Minga vera, un quajvùn minga sposàa el gh’è ancamò ( esce di corsa ).

G.  ROSSO      -  ( entra dalla cucina mangiando un biscotto, si guarda in giro un po’ in giro  poi  si

                            toglie il garofano che mette in tasca )  Ehm, ehm.

ORTENSIA     -  ( si volta )  Oh buongiorno signor  Floris.  Come mai è venuto di nuovo a trovarci?

                            E come ha fatto ad entrare?  Non ci eravamo neanche accorti della sua presenza.

G.  ROSSO      -  Beh è logico.

ORTENSIA     -  Come è logico?

G.  ROSSO      -  No, dicevo  è logico che alla mattina presto voi non mi abbiate visto, forse eravate

                            ancora a letto. Vede, questa mattina come faccio di solito del resto, mi sono alzato

                            prestissimo e ho fatto una bella camminata nei boschi fin qui alla vostra villa.

ORTENSIA     -  Ma non aveva detto che erano otto chilometri?

G.  ROSSO      -  Eh cosa vuole che siano otto chilometri ?  Io li faccio in un attimo.

ORTENSIA     -  Ah  allora a lei piace il footing eh ?

G.  ROSSO      -  ( ignorando cosa sia )  Eh?  Beh ….sa…. io….

ORTENSIA     -  Su  su ,  si vede che lei è amante del footing.

G.  ROSSO      -  Ma signora cosa dice,  per chi mi ha preso?  Io amante del footing , ma andiamo.

                            ( poi verso il pubblico ) Ma cosa l’è ’sto footing?

ORTENSIA     -  Ah  signor  Floris,  lei ha sempre voglia di scherzare eh ?

G.  ROSSO      -  Signora è la sua presenza che mi mette di buon umore, io vicino a lei mi sento …..

                            rifiorire  ecco ( le prende una mano ).

ORTENSIA     -  Signor  Floris  per favore non faccia così , mi mette a disagio e poi c’è in giro mio

                            marito e … lo sa  che è geloso vero?

G.  ROSSO      -  (guarda verso il giardino) Non si preoccupi, sta ancora discutendo con suo genero.

ORTENSIA     -  E lei come fa a sapere che sono assieme?

G.  ROSSO      -  Ah  beh …. li ho visti  prima, quando ero in cucina.   C’ è una porta a vetri che  dà

                            in terrazza vero?

ORTENSIA     -  A proposito, non mi ha ancora detto come c’è arrivato in cucina.

G.  ROSSO      -  Ah  sì è vero.  Dunque,  quando sono arrivato in vista  della  vostra villa ho notato

                            che tutte le gelosie erano ancora  chiuse e allora stavo già  per  andarmene  quando

                            mi ha visto la vostra domestica.

ORTENSIA     -  Elisa?

G.  ROSSO      -  Appunto.   Mi  ha visto e allora mi ha pregato di accomodarmi  in casa ,  poi  però

                            pensando al signor Cesare mi ha detto che era meglio se aspettavo in cucina e così

                            ho  fatto.  Anzi mi ha offerto dei biscotti.

ORTENSIA     -  E  ha fatto bene,  perché se mio marito la trovava qui ….. poi oggi deve essere più

                            nervoso del solito.  Strano però  che Elisa non mi abbia detto nulla.

CESARE         -  ( da fuori )  Ortensia!  Ortensia!

ORTENSIA     -  Oh  Signor   ’riva  mè  marì.   Senta per favore faccia una bella cosa, non si faccia

                            trovare  qui, si nasconda  da qualche parte.

G.  ROSSO      -  Ma  no signora , non mi sembra il caso di ….

ORTENSIA     -  No  no la prego si nasconda,  voeuri no aveggh di discussion  adess …. ( si guarda

                            in  giro ) ecco si metta dietro a quel paravento così mio marito non la vedrà.

                            ( G. Rosso va dietro il paravento di destra )

CESARE         -  ( entra )  Ortensia  …. ( si guarda in giro ) Ma te s’eret  minga  a ’drèe  a parlà  con

                            un  quajvùn ?

ORTENSIA     -  Un  quajvùn?                                                                                                      

                                                                                                                                           Pag.   33

CESARE         -  Sì,  me pareva de avèe sentìi  di vos.

ORTENSIA     -  Sì era Elisa ma adesso è andata di là.  Te  gh’avevet  bisogn?

CESARE         -  Sì  sent,   vegn de  foeura un moment a tegnì  calmo l’ Otello se de no fo’ uno

                            sproposit.

ORTENSIA     -  Uno sproposit ?  Perché ?

CESARE         -  Perchè  sémm a drèe a fa’  una discussion sulla  “terronia”  e l’ Otello el voeur

                            convinciùmm  che tutt i bellezz d’ Italia hinn in Sicilia.  E minga  assèe che la

                            dis lù, gh’è anca tua tosa che la ghe dà man fort, quindi famm un  piasè , vegn

                            de  foeura a  equilibrà  i forz se de no quell’ alto-africano  là  el me mett sotta.

ORTENSIA     -  Va ben, va ben adess vegni, tì comincia andà.

OTELLO         -  ( da fuori )  Signor Cesare!

CESARE         -  Vegni , vegni ….. gabibbo d’ un gabibbo.  ( esce )

ORTENSIA     -  ( si avvia verso il paravento )  Signor  Floris ….

ELISA             -  ( entra )  Signora.

ORTENSIA     -  ( sobbalza ) Oh  Dio, t’è me fa’  stremì.  Se te  voeuret?

ELISA             -  Poco fa hanno suonato al cancello della villa.

ORTENSIA     -  E va ben, mi se g’ ho de faggh ?  Va  a vedè chi l’è.

ELISA             -  Sì sono già andata,  è il signor Giulio.

ORTENSIA     -  Il signor Giulio ?  E chi l’è ?

ELISA             -  Come chi è ?  E’  il tabaccaio.

ORTENSIA     -  Oh  Madonna ghe mancava domà lù.  E cosa el voeur a quell’ ora chì ?

ELISA             -  Non lo so signora, vuole che lo mandi via ?

ORTENSIA     -  No  no fall vegnì chì però fall minga passà davanti alla terrazza,  fall girà de drèe

                            della cà  e poeu trattegnel chì che dopo arrivi mi.  Me raccomandi eh, fall minga

                            incontrà  col Cesare o con l’ Otello.

ELISA             -  Va bene, lo farò accomodare in cucina come mi aveva detto lei.

ORTENSIA     -  No in cusina no, se no fra un po’ la diventa come l’ atrio della stazion  central.

ELISA             -  Perché ?  Non capisco.

ORTENSIA     -  Dài dài che t’è capìi benissim cosa voeuri dì.  L’è minga el prim  che te fett  acco-

                            modà  in cusina.  E dopo magari te ghe dett anca i biscottin da mangià.

ELISA             -  Ma signora ….

ORTENSIA     -  Va ben,  va ben ne riparlaremm un’ altra volta, adess fa’ quell che t’ ho ditt.

ELISA             -  ( resta un attimo perplessa poi fra sé ) La me par un po’  una ca’ de matt.  ( esce )

ORTENSIA     -  Signor  Floris esca pure , via libera.

G.  ROSSO      -  Sbagli o gh’ è un po’ de via-vai  in ca’  sua?                           

ORTENSIA     -  Ha ragione signor  Floris ma la colpa non è mia, è di mio marito che mi costringe

                            a comportarmi così.

G.  ROSSO      -  Su su non si arrabbi.

ORTENSIA     -  Anzi la colpa l’ è de tùcc i marì  perché hinn tùcc istess :  la mièe la g’ ha de  véss

                            semper lì pronta a fa’ quel che voeuren  lor , a servij , a riverij. Guai se nùnc donn

                            andemm a fa’ un gir de per nùnc, invece lor no,  lor hinn semper  in gir , al bar,  al

                            cinema o chissà dove.  Per lor la cà  l’è come un albergo e guai se se azzardomm a

                            diggh  un quajcoss,  se offenden subit.

G.  ROSSO      -  Signora  Ortensia ma sa che quando si arrabbia diventa più bella ?

ORTENSIA     -  Signor  Floris la prego … adesso mi lasci andare se no mio marito si insospettisce.

                            Ah  mi raccomando eh, non si faccia vedere da nessuno.

G.  ROSSO      -  Non si preoccupi signora , mi renderò invisibile. ( Ortensia  esce e  G.  Rosso  si

                            mette all’occhiello il garofano rosso )

                                                                                                                                                 Pag.  34

ELISA             -  ( entra dal fondo con Giulio ) Venga avanti signor Giulio , si accomodi.

                           La signora mi ha detto di farla accomodare e di essere così gentile da aspettarla ,

                           arriverà tra poco.

GIULIO          -  Grazie.  Però io non ho mica capito perchè ho dovuto fare tutto quel giro lì  per

                           entrare in casa.

ELISA             -  Era per evitare di incontrare il signor Cesare il marito della signora.

GIULIO          -  Ah  già che è geloso.

ELISA             -  Come lo sa anche lei ?  Lo conosce ?

GIULIO          -  No, non proprio di persona ma ne ho sentito parlare.

ELISA             -  Ah sì ?  Da chì ?

GIULIO          -  Mah,  da un signore un po’  strano ( G. Rosso si avvicina ), un signore tutto vestito

                           di  bianco che ….

ELISA             -  Ah sì, il signor  Floris.

GIULIO          -  Floris ?  El se ciàma  inscì ?

ELISA             -  Sì ,  Gelsomino Floris.

GIULIO          -  Gelsomino ?  ( ride ) Ah  ah, a mì el me pareva pussè  un tulipan !  ( ride ancora ).

ELISA             -  Ma  prego signor Giulio si accomodi. ( si volta un momento da un’altra parte )

GIULIO          -  ( fa per sedersi ma G. Rosso gli sposta la sedia e lo fa cadere )  Porca vacca!

ELISA             -  ( lo aiuta a rialzarsi ) Oh signor Giulio cosa ha fatto?  Come mai è caduto?

GIULIO          -  E come fo’  a savell ?  Ho fa’  per settamm giò e me son trovàa in terra.

ELISA             -  Ma si è fatto male?

GIULIO          -  No, no l’è nient,  comunque la ringrazzi. Lèe  l’è inscì  gentil con mì.

ELISA             -  Beh …. lei ….mi è simpatico ecco.

GIULIO          -  Ah sì ?   Ma la sa che anche lèe la m’è simpatica ?  Perchè la vegn no in del mè

                           negozzi  a toeu un quajcoss?  Inscì  podarissum  ciciaràa un po’  insemma.

ELISA             -  Cosa vuole io non ho molto tempo libero, solo qualche ora alla sera, ma vegnì in

                           paes alla sera …. Da sola …. Mi capisce vero?

GIULIO          -  Ma  che la se preoccupa no!  Anzi la sa cosa fémm?  Doman sera  vegni chì mi a

                           toeulla con la mia macchina e inscì  podumm  andà  al cinema ,  semper che ghe

                           dispiasa minga vera?

ELISA             -  No  no me dispiass no.

GIULIO          -  Benissim allora andemm al cinema in paes:  fann “ El fantasma del Louvre “ .

                           Lèe la g’ha  paura de quej film lì de fantasmi?

ELISA             -  Beh ecco …. un po’ …. Vorrà dire che se avrò  paura…. ( gli si avvicina ).

GIULIO          -  Ecco brava, e poeu  bisogna no aveggh paura de quej  bambanad  lì,  tant  hinn 

                            tùcc ball. ( e intanto si guarda in giro ) Mi poeu g’ho mai credùu  ai fantasmi.

                           ( G.  Rosso gli dà una sberla sul collo )  Ahi!

ELISA             -  Cosa c’è?

GIULIO          -  Qualcuno mi ha dato una sberla.

ELISA             -  Una sberla ?  Ma se siamo qui da soli.

GIULIO          -  Eppure le assicuro che qualcuno mi ha dato una sberla qui sul collo. ( si guarda in

                           giro spaventato ).

ELISA             -  Su, su si calmi, sarà stata un po’ di suggestione.

GIULIO          -  Beh l’era una suggestion un po’ pesanta.  Ma che la scusa , l’arriva pù la sciora?

ELISA             -  Sì  adesso arriva.  A proposito, cosa ne pensa della signora?

GIULIO          -  Bella donna! ( e descrive  Gabriella )  E poeu la g’ha de véss simpatica.

ELISA             -  ( sorpresa dalla descrizione ) Ma la conosce bene lei la signora?

GIULIO          -  Oeuh,  alter chè!  Cioè a dì la verità l’ho vista una volta sola ,  però m’è bastàa

                           quella volta lì per capì subit tuscoss.

                                                                                                                                                Pag.  35

G.  ROSSO     -  Oeuh  difatti l’ha capìi tuscoss che l’è un piasè.

ELISA             -  ( si sentono delle voci da fuori )  Ssst!  Forse sta arrivando il signor  Cesare.

                           ( resta un attimo in ascolto ) Sì è lui, presto si nasconda.

GIULIO          -  Dove vò ?  Vegni in cusina ?

ELISA             -  No in cusina no, dopo la sciora la dis che lù magari el mangia i biscott.

G.  ROSSO     -  ( con aria offesa ) Oh Madonna, per avèe mangiàa dù biscott  và che gasaghèe è

                           vegnì foeura.

ELISA             -  Lì  ecco, si metta dietro quel paravento lì e mi raccomando eh,  silenzio.

GIULIO          -  Sì  sì va bene ( va dietro il paravento di destra ).

CESARE         -  ( entra e rivolto a G. Rosso ) Se po’  savè cosa el fa ancamò in gir ?

G.  ROSSO     -  ( con un gesto della mano lo manda a quel paese ed esce ).

ELISA             -  ( credendo che la domanda fosse rivolta a lei ) Beh …. ecco  …. io stavo spolve-

                            rando i mobili.

CESARE         -  ( si gira verso Elisa ) Eh? Ah già  …. Bene adesso torni pure di là in cucina.

                            Ah  a proposit, la me metta da part un po’ de biscott che fra pocch  vegni de là  a

                            mangiaji.

ELISA             -  Biscott ?  Anche lù ?

CESARE         -  Perchè  podi no mangià i biscott ? Oej  stamattina ho bevùu  domà un caffè.

ELISA             -  Sì sì va ben. ( fra sè mentre esce )  Ma incoeu ghe l’hann su tùcc con i biscott ?

GABRIELLA  -  ( entra arrabbiata ) Ma non è possibile,  non è possibile ragionare così.    Ma  cosa

                            crede, che io mi lasci trattare così per tutta la vita?  Ah si sbaglia di grosso perché

                            gli faccio vedere io.

CESARE         -  Su calmes Gabriella , fa no inscì.

GABRIELLA  -  Calmarmi? Altro che calmarmi. Ma hai visto che razza di una scenata di gelosia

                            mi ha fatto?

CESARE         -  Ma sì t’el set come l’ è l’ Otello … l’è giovin,  l’è focos , l’è terron … cioè voeuri

                            dì …. insomma l’è ancamò un sposin novell ecco.

GABRIELLA  -  Sent papà , no per véss villana , ma tì che l’è 30 ann che te set sposàa te me paret

                            minga tropp indrèe del mè Otello.

CESARE         -  Ma cosa c’entra ? La mia l’è una roba tutta diversa.

GABRIELLA  -  Come una roba diversa ?  Va là,  va là che anche tì con la mamma te set istess

                            precis dell’ Otello con mì.

CESARE         -  Ma no, la mia l’è una gelosia tutta special. Quella dell’ Otello la fa’ part del so’

                            caratter , l’è tramandada da pader in figlio.  La mia no, la mia gelosia l’è ragio-

                            nada , che la vegn dal coeur, perchè mi ghe voeuri ben alla mamma.

GABRIELLA  -  Anche l’ Otello el me voeur ben!  ( pausa ) E tutt per cos’è poeu ?  Tutt  perché

                            quand  l’è  ’rivàa  s’eromm chì  mi e la mamma  in compagnia del sciur  Floris,

                            che ghe mancava anca a quell lì de fàss vedè.                           

CESARE         -  L’è quell che g’ho semper ditt anca mì : “ El se faga vedè el men possibil che l’è

                            mej per tùcc! “

GABRIELLA  -  Fatto stà che all’ Otello el gh’è diventàa subit antipatich.

CESARE         -  Anca a mi l’è no che el m’è tropp simpatic.

GABRIELLA  -  A mi poeu el me fa nè cald nè frecc .

CESARE         -  Beh  a dì la verità,  alla mamma so no se el ghe fa nè cald nè frecc.

GABRIELLA  -  E per fortuna che s’eri chì con la mamma, perchè se invece s’eri chì de per mì col

                            sciur Floris , allora guai  chissà che macell  che vegniva foeura.  E poeu te le sentì

                            anca ti no, quand l’ha ditt che se el me troeuva de per mi con un estraneo, l’è bon

                            de commett  un quaj  sproposit ?

                                                                                                                                                 Pag.  36

CESARE         -  Va ben, va ben adess pensicch pù dài che dopo ghe passa tusscoss e poeu varda,

                            adess ghe pensa la mamma a calmall.  Te set cosa te devet fa?  Fra un po’ và de

                            foeura e te vedarett che el se sarà giamò calmàa.   Mi intanta vo’ de là in cusina

                            a mangià un quaj  biscott.  ( esce )

GABRIELLA  -  ( si avvicina al paravento )  Signor  Floris,  via libera, venga pure fuori.

                            Signor  Floris, su esca lo so che è lì dietro, mia madre me l’ha detto che l’ha fat-

                            ta  nascondere lì.  ( pausa )  Allora, vuole uscire sì o no?

GIULIO           -  ( esce mogio mogio a capo chino )

GABRIELLA  -  Oh  Dio …. E lù cosa el fà lì?

GIULIO           -  Beh  …ecco ….io….

GABRIELLA  -  ( va a guardare dietro i due paraventi ) Ma che fin l’avrà fà  quell là ?

                            ( a Giulio ) Ma mi tolga una curiosità, lei non è il tabaccaio?

GIULIO           -  Sì signora sono io, vedo che mi ha riconosciuto.

GABRIELLA  -  E cosa ci fa qui in casa e dietro il paravento poi?

GIULIO           -  A dir la verità  è una storia un po’ lunga. ( continua a guardarsi intorno )

GABRIELLA  -  Ma cos’ha?  C’è qualcosa che non va?

GIULIO           -  Sì  sono un po’ preoccupato ecco.

GABRIELLA  -  Per che motivo ?

GIULIO           -  Beh prima ho sentito il suo discorso quando ha detto che suo marito, se la trova da

                            sola con un estraneo fà un macello e allora ….

GABRIELLA  -  Ah già è vero …beh  non è che abbia tutti i torti.

GIULIO           -  Ecco vede, magari può arrivare da un momento all’altro.  Il signor  Cesare  deve

                            essere in tipo imprevedibile.

GABRIELLA  -  No, non si preoccupi e poi cosa c’entra il signor Cesare?   Mio padre è di  là  in

                            cucina  a mangiare i biscotti.

GIULIO           -  Sì lo so che suo padre è di là  ma il signor  Cesare chissà dov’è.

GABRIELLA  -  E  dài, ma allora non mi ha capita.  Ho detto che mio padre, il signor  Cesare è di

                            là  in cucina.

GIULIO           -  Ma come suo padre?  Il signor  Cesare?  Il signor  Cesare Gerosa?  Ma non è suo

                            marito?

GABRIELLA  -  Ma cosa l’è adrèe  a dì su?

GIULIO           -  Ah  ecco perchè  prima la continuava a dì “ El mè Otello de chì “ – “ El mè Otello

                            de là “ . ( pausa )  Ma mi scusi, non è lei che è venuta nel mio negozio a  compera-

                            re due scatole di toscanelli?

GABRIELLA  -  Sì sono io perché ?

GIULIO           -  E allora come mai …?  Oh Signor mi cominci a capì  pù nagotta.

GABRIELLA  -  Mi invece credi de comincià a capì tuscoss.  ( suono di campanello )

                            Mi scusi un momento.  ( esce )

GIULIO           -  Oh  mamma,  io mi nascondo. ( corre in po’ avanti e indetro e poi torna dietro al

                            paravento di destra )

GABRIELLA  -  ( rientra con Martelli )  Avanti, avanti signor Martelli,  si accomodi.

MARTELLI    -  Grazie signora e buon giorno.

GABRIELLA  -  Buon giorno a lei signor  Martelli, come mai da queste parti ?

MARTELLI    -  Ecco io veramente ero passato di qua soltanto per sapere se vi avevano allacciato il

                            telefono, se tutto andava bene,  insomma se eravate contenti.

GABRIELLA  -  Sì  signor  Martelli, contentissimi.  Il posto è veramente meraviglioso.

MARTELLI    -  Meno male , sono contento anch’io. E suo marito cosa ne pensa?  E’ arrivato vero?

GABRIELLA  -  Sì è arrivato ieri.  A proposito non l’ha visto sulla terrazza con mia madre?

MARTELLI    -  No non c’era nessuno in terrazza.

                                                                                                                                               Pag.  37

GABRIELLA  -  Nessuno? E’ sicuro?

MARTELLI    -  Sicurissimo, era deserta.

GABRIELLA  -  Strano.  Mah si vede che saranno andati a discutere da un’altra parte.  Ma come

                            mai è così premuroso nei nostri confronti?

MARTELLI    -   Beh, volevo sapere se tutto stava andando per il verso giusto,  anche in merito a

                            quella famosa leggenda, si ricorda?

GABRIELLA  -  Quella del fantasma?

MARTELLI    -   Sì ma non lo nomini per carità, io non sono per niente tranquillo.  D’ altra  parte

                            mi sembra giusto che io mi preoccupi di voi, visto che siete i primi ai quali sono

                            riuscito ad affittare questa villa.

GABRIELLA  -  A proposito, è venuto a farci visita anche il signor  Floris che lei certo conoscerà.

MARTELLI    -   Il signor  Floris?  Chi è?

GABRIELLA  -  Come chi è?  Il nostro vicino di villa.

MARTELLI    -   Vicino di villa?  Quale villa?

GABRIELLA  -  Villa “ Dell’ aldilà “  mi sembra che si chiami.

MARTELLI    -   Ma guardi che non c’è nessuna villa qui nei dintorni.

GABRIELLA  -  Beh  dintorni per modo di dire , dovrebbe essere a circa “ OTTO “  chilometri

                            da qui.

MARTELLI    -  ( allarmato ) Quanti chilometri ha detto?

GABRIELLA  -  OTTO.

MARTELLI    -   Oh  no!  ( si accascia su una sedia e nel frattempo entra G. Rosso )

GABRIELLA  -  Signor  Martelli cos’ha?  Si sente male?

MARTELLI    -   No  no non è niente.  ( si odono delle voci da fuori )

GABRIELLA  -  ( guarda fuori ) Ah ecco sta arrivando mio marito, così  adesso lo conoscerà : si

                            chiama  Otello. Oh  Dio , forse è meglio che mio marito non la trovi qui da solo

                            con me.   Sa è un po’ geloso e allora …. Sa cosa deve fare ?  Io adesso vado in-

                            contro a mio marito e lo trattengo un po’ e intanto lei va di là in cucina dove c’è

                            anche mio padre e così dopo tornate di qua assieme.  D’accordo? 

MARTELLI    -  Va bene ( lascia uscire Gabriella  poi va verso la porta della cucina dove pero’ si

                            è  appoggiato G. Rosso , fa  per aprirla ma non ci riesce.   Allora  fa  per bussare

                            alla porta ma picchia sul palmo della mano aperta di G. Rosso. Indietreggia spa-

                            ventato e G.  Rosso gli dà un calcetto negli stinchi , allora lancia un urlo , fa per

                            scappare in giardino ma sulla porta si blocca, torna indietro , si guarda un po’ in

                            giro e infine si nasconde dietro il paravento di sinistra ).

ORTENSIA     -  ( entra con Otello e Gabriella )   Allora  avìi  capìi ben eh , adess basta con  quej

                            stupid  discussion chì perché mi son bell’è che stufa.  E  se andìi  avanti ancamò

                            un po’ mi ve spedissi subit tùcc e dù a Milan  inscì podarò fà  i mè ferij in santa

                            pas. 

OTELLO         -  Ma signora Ortensia, io volevo soltanto ….

ORTENSIA     -  Ho ditt basta!  Voeuri nanca savè cosa el voeureva e cosa el voeureva no.

                            Mi voeuri domà che vialter , per tutt  el temp che  restarìi chì , se comportìi  ben,

                            senza taccà lit. E poeu ricordevess che sìi mè ospit e savìi come l’è el detto vera?

OTELLO         -  Quale detto?

ORTENSIA     -  Che l’ospite l’è come el péss, dopo tri dì el spussa, quindi se fasìi minga giudizi,

                            mi ve ciàppi  e ve sbatti in del ruff !

OTELLO         -  Mizzeca!

GABRIELLA  -  Oh mamma dài, come te set cattiva.

                                                                                                                                           Pag.   38

ORTENSIA     -  Ben  lassémm perd,  puttost perché organisumm no un quajcoss per  incoeu

                            dopo mezz-dì?

GABRIELLA  -  Sì potremmo prendere la macchina e andare a fare un giro, magari al Ghisallo.

ORTENSIA     -  Oppur  a Montaveggia.

GABRIELLA  -  Tu cosa ne pensi Otello?

OTELLO         -  Sì io sono d’accordo ma per il posto vedete voi,  per me fa lo stesso.

CESARE         -  ( entra dalla cucina ) Sì tant per lù, all’infoeura de Taormina, i alter post  hinn

                            tùcc  istess.

GABRIELLA  -  Papà tu dove preferisci andare, al Ghisallo o a Montevecchia?

CESARE         -  Mah, forse l’è mej andà  a Montaveggia inscì magari  podùmm comprà  un po’

                            de formagitt … e poeu ghe fémm vedè all’Otello la casa pussè bella del mond.

OTELLO         -  La casa più bella del mondo?

CESARE         -  Sì  la cà del curat  de  Montaveggia.  Te la cognosset no la storia ?  Adess te la

                            cunti. Donca te vedet, el continent pussè bell del mond l’è l’ Europa e la nazion

                            pussè bella d’ Europa l’è l’ Italia.  Il giardino d’ Italia cosa l’è ? La  Brianza no?

                            El paes pussè caratteristich della Brianza cosa l’è? Montaveggia.  E  siccome la

                            cà pussè bella de Montaveggia l’è la cà del curat , quindi… l’è la cà pussè bella

                            del  mond.  T’è  capìi?  ( si sente  una risata dietro il paravento di destra ).

OTELLO         -  Cu  fu ?

CESARE         -   S’è success ?

GABRIELLA  -  ( preoccupata  ) No, non è nient,  sono io che ho tossito. Vero mamma?

ORTENSIA     -  ( c.s. ) Eh?  Ah  sì non è niente, non preoccupatevi.

G.  ROSSO      -  Ma và come l’è scemo quell là, el rid.  ( si avvicina al paravento )

OTELLO         -  Qui c’è qualcosa  che non mi convince.  Gabriella stai accorta e non  cercare  di  

                            farmi fesso, perché se scopro che mi nascondi qualcosa o peggio ancora che mi

                            nascondi qualcuno  …..                        

ORTENSIA     -  Perché cosa sarebbe capace di fare lei?

OTELLO         -  Santa Rosalia!  Innanzi tutto lo guarderei dritto negli occhi , così senza paura, e

                            poi comincerei a dargli uno schiaffo così ( fa il gesto ).

GIULIO           -  ( dietro il paravento si ode il rumore di uno schiaffo )  Ahia!

OTELLO         -  ( silenzio generale, Otello si guarda stupito la mano ) Chi ha detto ahi?

CESARE          -  Mi no.

ORTENSIA     -  E mi nanca.

GABRIELLA  -  E io nemmeno.

OTELLO         -  Oej qui c’è qualcuno che sta facendo il furbo:  io ho sentito chiaramente il rumore

                            di uno schiaffo e qualcuno che diceva “ Ahi ”.  Allora come la mettiamo? ( Giulio

                            esce da dietro il paravento con una mano sulla guancia e con vicino  G. Rosso ).    

                            Mizzeca!  E questo chi è?  ( poi rivolto alle donne ) E cosa ci fa’  nascosto in casa

                            nostra ?

CESARE         -  Giusto!  Si può sapere chi è lei e cosa fa qui ?

GIULIO          -   Ehm … io ….io sono Giulio,  lei è Cesare vero?

CESARE         -   Sì  e mia mièe l’è la divina Poppea!

OTELLO         -  Noi vogliamo sapere chi è lei.

ORTENSIA     -  ( in disparte a Gabriella ) Ma gh’era minga de drèe el sciur  Floris?

GABRIELLA  -  Ssst!  Dopo ti spiego.

GIULIO           -  Beh ecco .. io sono Giulio il tabaccaio.

CESARE         -   Ah è lei dunque il tabaccaio.

ORTENSIA     -  Ah finalmente, eccolo qui il famoso tabaccaio.

                                                                                                                                              Pag.  39

OTELLO         -  Ma signor Cesare,  lei e sua moglie lo conoscete?

ORTENSIA e

CESARE      )  -  No!

CESARE         -  ( a Ortensia ) Perché ti no?  Come te fet a cognossel  no?

GIULIO          -  ( indicando Ortensia ) Ah ma allora è questa sua moglie.

CESARE         -  Sì, perché lù la cognoss no?

GIULIO          -  No,  bella donna però!

CESARE         -  Oej cominciemm no per piassè.  Allora lù el vourarìa  famm cred che el cognoss

                            no mia mièe?  E tì Ortensia  che t’el cognosset no lù?

ORTENSIA     -  E’  vero!  E visto che ormai ho già capito tutto  ti dirò, se ti può interessare,  che

                            è stata la Gabriella ad andare in paese dal tabaccaio.

CESARE         -  Cosa?    

OTELLO         -  ( a Gabriella )  Cosa?  Ma allora tu lo conosci.   E tu saresti andata dal tabaccaio,

                            da sola ?

ORTENSIA     -  ( minacciosa e ad alta voce ) Sì perché la po’ no andà de per lèe in del tabacchèe?

                            El  g’ha un quajcoss in contrari?

OTELLO         -  ( quasi impaurito )  No … cioè …. insomma se aveva bisogno ,  poteva dirmelo e

                            sarei andato io dal tabaccaio.

ORTENSIA     -  Ecco brau,  e allora quand alla Gabriella ghe capiterà de andà a fà una visita  gine-

                            cologica,  cosa el fà ?  El va lù al so’ post ?

OTELLO         -  Insomma io volevo sapere per chi era venuto qui questo signore.

ORTENSIA     -  Questo è giusto.  ( a Giulio ) Allora ?  Siamo tutti in attesa di una sua spiegazione.

CESARE         -  Ortensia lassa perd,  tant …

ORTENSIA     -  Tas tì!  Dopo vegn anca el to’  turno. ( a Giulio ) Allora si decide o no ?

GIULIO          -   Ecco … io … se proprio devo essere sincero,  sono venuto per …. per…

OTELLO         -  Per la signora Ortensia?

GIULIO          -   No.

OTELLO         -  Per Gabriella allora , mia moglie?

GIULIO          -   No.  ( pausa ) Per la signorina Elisa.

TUTTI             -   Elisa ?

GIULIO           -  Sì la vostra domestica.

ORTENSIA     -  Cosa la ghe c’entra lèe?  Senta le spiace spiegarci tutto dall’ inizio?

GIULIO           -  Ecco , io avevo ricevuto l’ incarico da un signore di scrivere e di far avere un  bi-

                             glietto alla moglie del signor Cesare Gerosa in modo da farle credere che mi pia-

                             ceva  e che volevo farle la corte.

CESARE          -  Ma Ortensia te par no che …

ORTENSIA     -  Tas t’ho ditt!  ( a Giulio )  Mi scusi, ma lei ha detto che ha ricevuto l’ incarico da

                             un signore.  Non era mica mio marito?

GIULIO           -  No era un altro signore, un tipo strano tutto vestito di bianco.

ORTENSIA     -  Cosa? Il  signor Floris?  Ah  brutt disgraziàa, anca lù el t’ha dà una man. 

                            Ah ma la prima volta ch’el vedi, el me sent.

CESARE         -  Ecco brava, la prima volta che t’el vedet.

GIULIO           -  Comunque io ho fatto quello che dovevo fare e il mio compito per il momento do-

                             veva finire lì.  Senonchè ….. senonchè quando ho portato qui il biglietto ho cono-

                            sciuto la signorina Elisa.

GABRIELLA  -  E  allora?

GIULIO           -  E  allora siccome mi piaceva …. insomma sono venuto qui altre volte.

GABRIELLA  -  Così anche oggi è venuto qui per  Elisa?

                                                                                                                                                Pag.  40

GIULIO           -  Sì, volevo sapere se stasera veniva al cinema con me.

ORTENSIA     -  Ah l’è mej che ghe la domanda direttament a lèe. Adess ghe la ciàmi.

                            ( si avvia verso la cucina ma G. Rosso ne spalanca la porta ed Elisa che era dietro

                            e appoggiata ad ascoltare si precipita dentro.  Mentre lei entra G.  Rosso esce )

ELISA             -  Oh  scusate.

ORTENSIA     -  Sent Elisa, l’è  inutil che sto lì a cuntatt sù  tutta la storia perché tant te l’è sentida

                            anca tì  de drèe della porta.  Dimm domà se l’è vera e cosa te ne penset.

ELISA             -  Sì è vero, il signor  Giulio ha perfettamente ragione e io …. ( si avvicina a Giulio )

                            io sono d’accordo con lui.

CESARE         -  Oh vedete allora che tutto è a posto.

ORTENSIA     -  Tì tas  che te ghe n’è ancamò quatter  sulla coscienza e dopo te dovaret  recità un

                            bel mea-culpa.

CESARE         -  Ma no Ortensia dài.  D’accord son stà un stupid ,  el ricognossi ma l’ho fa’  domà

                            perché te voeuri ben.   Del rest  le dis anca el proverbi no ?     “ Amor e gelosia se

                            se  fann semper compagnia “.

MARTELLI    -  ( uscendo da dietro il paravento )  Ehm …ehm …scusate signori, io potrei uscire e

                            andarmene ?

ELISA             -  Oh  Dio, e questo chi è ?

CESARE         -  E lù  cosa el ghe faseva de drèe de lì ?

OTELLO         -  Giusto!  E poi si puo’ sapere lei chi è ?

MARTELLI    -  Beh lei  non ci crederà ma io sono l’ amministratore della casa.

OTELLO         -  L’ amministratore ?  ( guarda gli altri che annuiscono )  E cosa ci faceva dietro il

                            paravento ?

MARTELLI    -  Niente.

OTELLO         -  Come niente ?

MARTELLI    -  Cioè, veramente aspettavo che lei se ne andasse per poter uscire anch’ io.

OTELLO         -  Che io me ne andassi ?  Perché ?

MARTELLI    -   Beh … siccome prima avevo parlato con sua moglie e ….

OTELLO         -  Con mia moglie ?  Gabriella perché non mi hai detto niente ?

CESARE         -  Cert che te set rognàa Otello, oej tutt i personn che te cognosset no vann a parlà

                            con tua mièe.

OTELLO         -  Iiih altro che storie.  Gabriella , tu ora mi devi spegare tutto, perché qui ci  sono

                            un sacco di uomini nascosti e tutti che ti conoscono.

GABRIELLA  -  Ma sì Otello sta calmo, dopo te spiegarò  tusscoss.

CESARE         -  A  proposit  de personn nascost …. Che fin l’ha fa’  quell là ?

ORTENSIA     -  Se gh’è ?  Chi l’è che te cerchet ?

CESARE         -  Nessun.  Cioè voeuri  dì …. Forse el  g’ha rasùn  l’Otello , l’è mej cercà  se gh’è

                            nascost un quajvun d’alter. ( guarda in giro, dietro i paraventi e verso la terrazza )

ORTENSIA     -  Ma chi te voeuret che ghe sia nascost ? Sémm chì de per nùnc! E sémm chì tùcc.

CESARE         -  ( dà un’occhiata anche in cucina )  Già sémm propri chì tùcc.  ( pausa )

                            A proposito avete notato che siamo qui in sette ?

ORTENSIA     -  E allora ?  Se voeur dì ?

CESARE         -   No voeuri dì domà che se gh’era chì un alter sarìomm stà  in vott  … in  vott ….

                            ( ad alta voce ) in “ OTTO “.

MARTELLI     -  ( implorante ) Signor Gerosa, la prego.

ORTENSIA     -  Ma perché dovarissùm  véss in vott ?

CESARE          -  Ma nient, facevo solo notare che non eravamo in ( ad alta voce ) “ OTTO “.

MARTELLI     -  ( c. s. ) Signor Gerosa.

                                                                                                                                                Pag.   41

CESARE         -  ( vedendo che G. Rosso non arriva )   Signor  Martelli non si preoccupi ,  siamo in

                            sette e restiamo in sette!  ( si sentono picchiare due forti colpi alla porta della cuci-

                            na )  Oeuh, se ghe mettevi al lott  vincevi.

OTELLO         -  Fermi tutti!  Va do io stavolta a vedere chi è.  ( spalanca la porta della cucina sulla

                            quale c’è attaccato un biglietto )  Ehi ma qui non c’è nessuno.

GABRIELLA  -  Otello guarda cosa c’è lì sulla porta ,  non è un biglietto ?

OTELLO         -  ( stacca il biglietto )  Sì è un biglietto e c’è scritto qualcosa.

ORTENSIA     -  ( a Giulio ) L’ è anca quest  roba sua ?

GIULIO           -  No no mi ne so nient.

CESARE         -  ( prende il biglietto dalle mani di Otello ) Cià, vedè mì cosa l’è.

ORTENSIA     -  Cesare legg cosa gh’è scritt e ad alta vos me raccomandi.

CESARE         -  Va bene.   Dunque:  “ Cari signori, quando leggerete queste righe io non  sarò  più

                            tra voi.  Prima però di lasciarvi voglio ringraziarvi perché senza il vostro arrivo in

                            questa villa  non avrei potuto compiere la mia buona azione che aspettavo da  150

                            anni.  Anzi sono riuscito addirittura a compierne due di buone azioni.   La prima è

                            quella di essere riuscito, e spero in modo definitivo, a convincere il signor  Cesare

                            che sua moglie gli è fedele e non lo tradisce per niente.   La seconda buona azione

                            invece …….. beh  se volete sapere in che cosa è consistita  questa seconda  buona

                            azione, guardate il signor  Giulio e la signorina  Elisa. ( tutti si girano a guardare i

                            due che in disparte si tengono stretti ) Sissignori, sono riuscito ad unire due perso-

                            ne che forse, senza il mio aiuto, non avrebbero mai avuto occasione di incontrarsi.

                            Quindi  grazie  a tutti voi e un grazie  particolare  al signor  Cesare e un consiglio:

                            non  sia più geloso di sua moglie perché  innanzitutto si rende ridicolo e poi come

                            ha visto non ne vale la pena e soprattutto sua moglie non se lo merita perché è una

                            donna adorabile e generosa.   Ancora grazie e arrivederci a tutti nell’  aldilà.

                            Firmato:  Garofano Rosso  alias  Gelsomino Floris. “

ORTENSIA     -  Cosa ?   Ma allora il signor  Floris …. ?

CESARE         -  Sì l’era propri  lù,  el fantasma.

ORTENSIA     -  E tu lo sapevi ? E non mi hai detto niente ?

CESARE         -  Eh cosa dovevi ditt ?  Che gh’era chì un fantasma in cà ?

ORTENSIA     -  Sì te dovevet dill, inscì avarissim fà  sù  subit i valis a sarissum tornàa a Milan.

GABRIELLA  -  Già  e invece ci hai lasciate qui all’ oscuro di tutto e in balìa di quell’uomo.

OTELLO         -  Come in balìa ?  Cu fu ?

CESARE         -   Ma no Otello sta calmo. ( pausa ) Però oej, fino a cinq minut fa el caro sciur Floris

                            l’ era  l’omm  pussè gentil e simpatich de stò mond , adess  invece par  che l’ è  di-

                            ventàa un mostro.  Comunque  mi v’ho ditt nient  perché ….…vourevi  daggh una

                            man a  quell pover  fantasma là , aiutall a fa’  la sua bona azion.

ORTENSIA     -  Ah e ti te la ciàmet  una bona  azion  quella de tramàa ai mè  spall e trà in  pèe tutt

                            quell  gibilèe chì domà per vedè se hinn vera tutt i to’  stupid sospett ?

                            Savìi  cosa sìi vialter òmenn ?  Sìi tùcc impostor!   Prima de tutt  tì che da una part

                            te me diset che te me voeuret  ben , te me àmet  e te se fidet de mì e dall’ altra  in-

                            vece te sospettet anca della tua ombra.  Scusumm,  gh’è chì un fantasma in cà e te

                            me diset nient, anzi te se mettet d’accord con lù e con un tabacchèe  qualsiasi  per

                            vedè se te set davvera cornuto o no.

GIULIO          -   Beh  ma io …..che colpa ne ho ?

                                                                                                                                              Pag.   42

ORTENSIA     -  Lù ch’el  tàsa, che l’è un bell element!  El me scriv i bigliett  a mì, el decanta  i

                            bellezz  della mia tosa e poeu el ghe fa’  el fil a un’altra .   E adess  puttost  s’el

                            voeur  limonàa con l’ Elisa, ch’el vaga da una quaj altra part,  magari in giardin

                            o in del so’  negozi!

GIULIO          -   Sì  sì va bene.

ELISA             -  Con  permesso. ( escono )

ORTENSIA     -  Parlemenn no del fantasma poeu, perché anche lù ….  Oej  el diseva de ciamàss

                            Floris  e de véss noster visin de cà e invece va che gasaghèe l’ha miss in pèe.

MARTELLI    -  Io  pero’  l’avevo detto che c’era il fantasma.

ORTENSIA     -  Lù  un bel nient!  Lù l’ha ditt domà che gh’era el fantasma quand  l’hemm obbli-

                            gàa a parlà , se de no el stava citto come tutt i alter.  Quindi adess ch’el  tàsa!

OTELLO         -  E io ?  Io che c’ entro ?

ORTENSIA     -  Lù ….lù ….insomma el so’ no ma senz’alter  el sarà impostor  anca lù!

OTELLO         -  Beh a dir la verità ho taciuto anch’io su tutta la faccenda del tabaccaio che invece

                            il signor  Cesare mi aveva spiegato.  Pero’ voglio dire questo:  noi abbiamo senza

                            dubbio sbagliato a comportarci così e a dubitare di voi ,  pero’ adesso perdonateci

                            e vedrete che d’ ora in avanti saremo diversi, saremo due mariti nuovi.

                            Ve lo promettiamo , vero signor Cesare ?

ORTENSIA     -  Bene allora andiamo a prendere la macchina e a farci una bella passeggiata.

                            ( Otello e Gabriella escono e Ortensia rivolta a Cesare che non si era mosso ed era

                            pensieroso ancora con il biglietto in mano )  Oej  l’ha parlàa con tì?  Te  perdùu la

                            vos ?  Ste ne diset  in proposit ?

CESARE         -  Mah mi a dì la verità ho minga capìi una roba.

ORTENSIA    -  Cosa ?

CESARE         -  Ho minga capìi perché el fantasma l’ha ditt che te set una donna adorabil e sopra-

                            tutt  generosa.  ( dubbioso )  Cosa l’avrà vorsùu  dì con  ….. generosa ?

                                                                 S   I   P  A  R  I  O

                                                                 =================

 

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 1 volte nell' ultima settimana
  • 2 volte nell' ultimo mese
  • 55 volte nell' arco di un'anno