Amore, prigionia e morte di Prometeo, portatore di luce

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AMORE, PRIGIONIA E MORTE DI PROMETEO, PORTATORE DI LUCE

AMORE, PRIGIONIA E MORTE DI PROMETEO, PORTATORE DI LUCE.

(tragedia in forma classica)

di 

Marco Badi



A.D. 2000

PERSONAGGI
Prometeo – alto ufficiale
Colonnello – comandante del campo
Efesto - guardia
Ermes – alto ufficiale
Oceano – alto ufficiale, amico di Prometeo
Uomini detenuti 

NOTE DI PRESENTAZIONE

Sebbene profondamente trasformata, l’impronta eschilea fa certamente da stampo all’intero dramma che viene presentato qui di seguito. La stessa figura del protagonista (che assume anch’egli il nome di Prometeo) prende vita dal mito sul quale il grande tragediografo greco modella la propria opera. In questo caso però si attua una fondamentale trasfigurazione del personaggio del Titano avversario di Zeus; tale trasfigurazione consiste, principalmente, nell’ essere divenuto, egli stesso, uomo tra gli uomini. Anche lui però, parte (come il Prometeo del mito che, incarnando una divinità, si trova, inizialmente, in una situazione di superiorità rispetto all’Uomo) da un privilegio che finirà poi per abbandonare in nome di una solidarietà umana che sembrava essere stata dimenticata. In questo dramma è inoltre presentato il punto di vista, del tutto nuovo, degli stessi uomini che sono oggetto dell’intervento di Prometeo. Se ne ricaverà una risposta diversa e contraddittoria, a seconda del punto di vista psicologico a cui si farà riferimento. Da sottolineare inoltre che la tragica fine del protagonista e dell’intera vicenda è dovuta, principalmente, alla cattiva coscienza di coloro che con lui condividono un’alta posizione di comando (vedi lo Zeus del mito), con la povera complicità di quei detenuti che considerano la speranza ormai definitivamente morta e sepolta. Un punto interrogativo personale resta per quanto riguarda l’ orgoglio disperato (riscattato nel finale?) di Prometeo. Senza questo, forse, la storia sarebbe finita in maniera diversa. Nel perdono finale del protagonista ci sono, invece, tutti i secoli che separano la civiltà greca, pagana, da quella occidentale, cristiana che, comunque, aveva già trovato in Eschilo, nello spirito di pietà di Prometeo, una formidabile anticipazione. Vorrei, infine, aggiungere alcune parole sulla scelta del linguaggio usato nel dramma. L’intento principale è stato quello di cercare di mantenere, attualizzandola, la natura poetica dell’opera eschilea, accordando le diverse voci, ciascuna al registro più consono alla propria condizione specifica: da quella spiccatamente poetica di Prometeo o più colloquiale dei prigionieri, a quella più tagliente degli ufficiali del campo. 
La speranza è di non avere mancato di troppo l’obiettivo.
In fondo si tratta soltanto di un esperimento; un viaggio linguistico nel tempo. 
Un passato, che è poi presente, visto con gli occhi del futuro. 





“[…] Eccolo, il pugno, da Zeus:
è forgia d’angoscia. S’accosta. Risplende!
Madre adorata. O Cielo
che ruoti, diffondi chiarore nel cosmo, 
contempla il martirio: vìola Giustizia.” 

ESCHILO, “Prometeo incatenato”





EPISODIO I

L’azione si svolge nei pressi di una buia grotta. Vi lavorano i detenuti di un campo di lavori forzati. A causa del divieto per i prigionieri di utilizzare lampade, fiaccole e qualsiasi altra cosa (tantomeno l’energia elettrica che si può anche immaginare non esista neppure) possa fare luce artificialmente, la visibilità, sempre molto scarsa, diventa impossibile non appena inizia a calare il sole e anche quella poca luce smette di filtrare. Man mano che l’oscurità aumenta, il senso di angoscia e di solitudine dei prigionieri diventa sempre più palpabile; gli incidenti si susseguono, ancora più frequenti; la disperazione ha il sopravvento. In questo clima infernale sopraggiunge Prometeo. E’ un alto ufficiale, uno dei consiglieri personali del Colonnello, il comandante del campo. La sua persona emana un indiscutibile fascino sebbene la sua presenza, a causa dell’ uniforme, incuta evidente soggezione negli uomini detenuti nel campo; porta una folta barba che addolcisce il suo volto. E’ inoltre famoso per la sua capacità di prevedere gli eventi; il suo intuito è considerato alla stregua della chiaroveggenza. Per questo è anche sospettato di strane pratiche spiritiche e negromantiche. Appare sulla scena in preda ad un sottile ma profondo turbamento. Con lui si trova Ermes, un altro alto ufficiale, da cui traspare, invece, una tagliente e immediata antipatia unita ad un senso di fastidio, quasi epidermico. Ha occhi piccoli e cerchiati, una bocca rossa, umida e carnosa e porta dei sottili baffi che rendono il suo viso simile ad una maschera. Entrambi, sebbene ben protetti, soffrono palesemente il freddo.


Prometeo – (guardando prima verso l’interno della grotta e poi in alto, verso il cielo dove una notte senza luna sta ormai avanzando; molto meditativo) Guarda, Ermes, come tutto, da sempre, si ripete, ogni volta perfettamente uguale a se stesso. Ineluttabile, per loro ancor più che per noi. (breve pausa) Come sempre, il disco di fiamma che ogni giorno vediamo splendere in quelle abissali altezze è passato veloce sopra la terra e, come sempre, anche oggi si è calato nel suo invisibile sepolcro. E ora, come sempre, ecco tutto quello che ci resta…le spoglie del suo passaggio…queste fitte tenebre…la sconfinata ombra di quel corpo luminoso…in attesa della sua resurrezione…(breve pausa, rivolto ad E., come tornando alla realtà) da quanto tempo dura il divieto per i prigionieri di farsi luce artificialmente?
Ermes – (freddo) Da molti mesi. Anni, forse. (pausa, poi ironico) Sai, comincio a pensare che, sotto sotto, la tua vera vocazione non sia, in realtà, la disciplina militare ma…la poesia…(breve pausa)
P. – (assorto) Poesia? (pausa) No, non credo…non credo proprio…(pausa) io non sto cercando di fare della poesia…quello che cerco è piuttosto…(pausa) 
E. – Ebbene?
P. – La profondità.
E. – Profondità? Che vuoi dire?
P. – Che cerco di spingere la mia vista quanto più a fondo mi è possibile dentro la vita. E ciò che vedo ha bisogno di un linguaggio adatto per poter essere descritto. Quella che tu chiami “poesia”. (pausa)
E. – A volte ho la precisa convinzione che tu ti stia prendendo gioco di me…di tutti noi…
P. – (senza ascoltarlo) Io uso l’intuizione ben più della ragione…
E. – (con sarcasmo) Intuizione…
P. – (continuando) Io uso il cuore…
E. – (idem) Certo il cuore…come una dolce fanciulla…
P. – (idem) Per sondare le forme dell’esistenza. (breve pausa)
E. – (idem) E cosa vedresti, laggiù, in profondità?
P. – Ciò che la ragione, talvolta, non vede. 
E. – (idem) Dunque, ciò che non esiste…
P. – Anzi. Forse solo ciò che esiste veramente.
E. – Vaneggi. (pausa) Dicono che tu sia un veggente. Io direi…un visionario. Attento, qualcuno potrebbe scambiarla per una pericolosa dissennatezza questa tua stravagante filosofia…
P. – (con forza) Non temo il giudizio di nessuno.
E. – (ironico) Me ne compiaccio. (fra sé) Anche le donne sanno essere forti, talvolta. (a P.) Ed ora cosa vedi, in questa impenetrabile oscurità?
P. – Dolore. E una vita meschina.
E. – Se la sono cercata.
P. – Tu credi? (pausa, assorto) La motivazione? Io non la ricordo più…
E. – Di cosa?
P. – Del divieto…
E. – Disciplina, direi. Ma che importanza ha? (lungo silenzio) Che hai?
P. – (guardando i prigionieri) Improvvisamente mi sento così…stanco…
E. – Stanco? Di cosa? Di questa vita da soldato? (ironico) Forse è troppo dura per te?
P. – Vita da soldato? No, non quella…non solo… 
E. – Quale, allora?
P. – (pausa, poi con forza) Ma non vedi? Guardali! Guardali, ti dico. 
E. – Bè?
P. – E’ una vita che non riescono nemmeno a vedere…non c’è luce. E la ragione qual è? (breve pausa) Bè, non c’è. O meglio, non si vede. Perché è nascosta dentro di noi. Siamo noi, la ragione…
E. – (sarcastico) La luce c’è, quando il sole è alto…
P. – (quasi con durezza) Quei pochi raggi che filtrano. La grotta è buia; ci sono solo otto ore di luce qui. E sedici di buio.
E. – Ti ripeto. La scelta è stata loro. Sapevano quello a cui andavano incontro.
P. – (senza ascoltarlo) Non hanno una lampada, né una candela o anche solo una scintilla che possa rompere, per un attimo, l’oscurità che li circonda.
E. – Lo sai meglio di me. E’ vietato dal regolamento. Nessuna luce, niente fuoco. Che acchiappino le lucciole! (pausa)
P. – Non ci sono. Il freddo ormai le ha divorate…questo freddo che brucia come fuoco…
E. – Già, il freddo…(breve pausa) bè, è ora di tornare…(silenzio, poi come per scuoterlo) dobbiamo rientrare.
P. – (assorto) Rientrare? Sì, certo… (pausa)
E. – E ora che hai? (breve pausa)
P. - Non ti sembrano diversi?
E. – Chi?
P. – Questi uomini…
E. – I prigionieri?
P. – Questi uomini.
E. – Diversi? Diversi da cosa?
P. – Mi sembra di vederli per la prima volta…
E. – (sarcastico) Di nuovo con la tua poesia…anzi, la tua profondità… 
P. – Per la prima volta ne comprendo il dolore…
E. – La necessaria espiazione…(breve pausa)
P. – Siamo governati dall’indifferenza…
E. – Cosa vuoi dire? 
P. – Abbiamo cinto la nostra compassione di mura ciclopiche…abbiamo smarrito la nostra umanità…e non siamo altro che uomini soli…
E. – Attento Prometeo. Quelle che sento sono parole pericolose…
P. – Sì, pericolose…ma inevitabili, oramai. Alleviare la sofferenza è l’ultimo comandamento. Altro non ci resta.
E. – (insinuante) Il Colonnello potrebbe non gradirle…
P. – E’ un uomo anche lui…
E. – La tua filosofia ci minaccia…
P. – Può essere una minaccia chi vuole portare un po’ di sollievo?
E. – (sprezzante) Sollievo…
P. – Qualche istante che sia di pace…
E. – Questa feccia non conosce la pace…non può conoscerla…l’anima di questi dannati, se un’ anima ancora ce l’hanno, è troppo sporca per poter afferrare un sentimento così puro come la pace. (breve pausa)
P. – E’ vero. L’anima di questi uomini è avvolta da un velo di tenebra…(breve pausa) per questo ha bisogno di luce…della nostra luce (pausa)
E. – Forse non è poi così difficile essere dei (con disprezzo) veggenti. Io stesso infatti, in questo momento, sto vedendo la tua fine. (pausa) Addio Prometeo. (esce)
P. – (fra sé) Dici che se la sono cercata? E’ possibile, certo. Se la sono voluta, come no. Molti hanno compiuto atti innominabili, altri sono stati traditori, assassini, violentatori, ladri. E’ vero. Tutto vero. Già…pagare il prezzo delle proprie azioni…è giusto…delle proprie colpe…(pausa) eppure dove sta la colpa di chi non ha luce, di chi forse non l’ha mai avuta? E se le mie stesse azioni fossero sempre state illuminate da una luce ben più grande della loro e nonostante questo avessi mancato ugualmente in cose, per i più, apparentemente insignificanti, ma con piena visione di quello che stavo facendo, in piena luce e, per di più, se questi miei atti invisibili avessero portato a conseguenze imprevedibili e, forse, altrettanto gravi, sebbene nascoste dall’ombra dell’apparenza? (pausa) Questi uomini di luce non ne hanno più, non ne avranno più. Noi l’abbiamo annegata nella nostra impietosa indifferenza. Noi che luce ne avevamo e che ancora l’abbiamo, noi che non siamo, in fondo, migliori. Dov’è allora il mio castigo? Dov’è la pena che dovrò scontare per aver ignorato la mia luce e ottenebrato la loro? Dove la tenebra che, d’ora in poi, avvolgerà per sempre i miei sguardi? O il dolore che giacerà, eterno, nell’oblio di sè…non c’è. Non c’è. (pausa) E io, o dei, a voi ora chiedo chi abbia posto me a guardia delle loro colpe…chi mi abbia istituito signore delle loro azioni…chi giudice e aguzzino delle loro vite…(breve pausa) Da dove viene, dunque, questa autorità che opprime? (pausa) E’ inevitabile, lo so, che vi sia un autorità, in questo mondo. Dobbiamo pur difenderci da noi stessi. Guardarci da questi nostri gesti che ammorbano l’aria, che ricadono sugli innocenti, che danno forza al male. Ma io? Io posso ancora essere quello che, fino ad ora, sono stato? Ora che una lama affilatissima ha squarciato il velo invisibile eppure impenetrabile della coscienza. Adesso che so che i miei gesti d’uomo giusto possono essere peggiori di quelli di questi reietti, che la mia luce è troppo grande e mi paralizza, che non posso tenerla, gelosamente e avidamente, solo per me. Che rischio di essere arso vivo da questa, come il sole da se stesso. (pausa) E, anche se mi stessi ingannando, se questo mio pensiero fosse soltanto un vento che spazza la mente e lasciasse, dietro di sé, un silenzio più pesante dell’oceano o fosse soltanto il respiro del nulla o il bagliore sulla retina di una luce ormai spenta, io rivendico un diritto su tutti. Il diritto di avere pietà. Di ogni uomo…(dalla grotta esce un altissimo urlo di dolore. Buio)







PARODO I

La scena mostra dei detenuti dentro una baracca. Un raggio di luna illumina fiocamente l’interno. La maggior parte di questi è sdraiata o seduta su delle scomode brande che hanno visto passare migliaia di uomini; due sono seduti a terra, nel punto in cui la luce della luna cade sul terreno nudo. Stanno giocando con dei rudimentali dadi fatti da loro stessi.



I Uomo – Sette! Il re qui dentro sono io.
II Uomo – Il re dei dadi! (ridono)
III Uomo – Statevene zitti, maledizione!
IV Uomo – Basta! Almeno fateci riposare un po’.
I U. – Più riposi più tardi muori. 
II U. – E più lavori in quella dannata caverna. (ridono)
III U. – Ho bisogno di forze io. Voglio andarmene da questo inferno.
IV U. – Dovreste dormire un po’ anche voi. Il sonno è l’unico piacere che ci rimane.
I U. – I dadi sono molto meglio.
II U. – (ridendo) E che piacere ci sarebbe nel sonno?
IV U. – I sogni.
II U. – Bah, i sogni! Illusioni che non fanno che stritolarti ancora di più il cuore…
I U. – Nutrono la disperazione…
III U. – A me i sogni non interessano. Voglio solo andarmene il prima possibile.
I U. – Nessuno è mai fuggito da questo posto.
II U. – Se non con la morte.
IV U. – O con i sogni. (pausa)
I U. – Sai che sei proprio un romanticone?! (I e II ridono sguaiatamente)
III U. – Silenzio! Volete che le guardie ci sentano?!
II U. – Sì, facciamo silenzio, o rovineremo il sonno alla bella signorina! (ridono di nuovo ma più piano)
IV U. – Brutti figli d’una cagna in calore…ora vi faccio vedere io chi è la signorina (fa per slanciarsi addosso ai due ma viene trattenuto) provate a ripeterlo e il prossimo sarà per voi un sonno lunghissimo. E senza sogni.
I U. – Mamma che paura!
II U. – Sono tutto un brivido!
III U. – (improvvisamente) Ma che diavolo state cercando di fare?! Di ammazzarvi tra di voi? Non vi bastano quei bastardi là fuori? (pausa) Se non restiamo uniti non abbiamo una sola possibilità di farcela! Lo capite questo?!…Lo capite? (silenzio)
IV U. – Tu credi ancora di potercela fare? (breve pausa) Forse non sono l’unico a voler sognare…
I U. – Già, io dico godiamocela per quello che possiamo. E rassegniamoci.
III U. – Godercela?! Dio! Rassegnarci? A cosa? Al nulla?! (pausa) Voi avete perso la memoria, il ricordo della vostra esistenza, delle persone care, dei vostri sentimenti, delle passioni, di voi stessi. Ecco cos’è. Voi siete già morti. (breve pausa)
II U. – E’ vero. Siamo come i morti. Ma chissà se ai morti è concesso, come a noi, di poter giocare ai dadi, una volta ogni tanto. (silenzio poi, piano piano, I e II iniziano a ridere in modo sempre più convulso cercando però di trattenere i suoni per non farsi sentire fuori, dalle guardie)
III U. – ‘fanculo! Quando me ne andrò non verrò certo a salutarvi.
I U. – Così eviteremo di piangere. (ride)
II U. – Niente fazzolettini bianchi. Tranne la bella signorina, ovviamente! (ride)
IV U. – Brutto bastardo! (si slancia verso di lui, si accapigliano poi vengono separati a fatica, quindi improvvisamente)
III U. – (disperato) Non uscirete mai da qui!…Non usciremo mai. Mai.
I U. – Forse nessuno ne ha più voglia.
III U. – (rabbioso) Il puzzo della decomposizione si sente lontano, lontanissimo…
II U. – (prendendolo per il collo) Ascoltami bene! Il “fuori” non esiste più per noi. Non è mai esistito, ormai. La vita è tutta racchiusa in queste quattro merdose mura. E il nostro lavoro consiste nello scavare quella inutile grotta dove non riusciamo neppure a vederci le mani che tengono quella maledetta mazza! Questo è il nostro mondo e non vogliamo che nessuno venga a metterci in testa strani pensieri per disseppellire ciò che è già stato sepolto! Mi sono spiegato? (silenzio, poi più forte) Mi sono spiegato?!
III U. – (divincolandosi) Puah!
II U. – Stai in guardia amico. (silenzio teso)
I U. – Avanti torniamo ai dadi.
II U. – Già.
IV U. – Basta che mi lasciate dormire in pace.
II U. – Sogna bello, sogna, che ci pensiamo noi a vegliare su di te. (ridono)
IV U. – Fottetevi. (ridono ancora)
I U. – Forza belli! Fateci vedere chi è il re qui dentro. (lancia i dadi)
II U. – Sì, tesorucci miei. Vediamo chi è il vero re. 
I U. – Uhuu! Sette! Ancora sette. Sono io! Io sono il re!
II U. – Il re dei dadi! (ridono, buio mentre continua a sentirsi la risata)






EPISODIO II


Notte. La baracca di prima, gli stessi uomini. Prometeo si sta introducendo furtivamente dentro la costruzione. Non è in uniforme ma è vestito semplicemente ed è senza barba. Seduti a terra, I U. e II U., stanno giocando a dadi.



P. – (piano, fra sé) Sono dentro. Anche io nella loro stessa tenebra. Bisogna avanzare, adesso. (pausa, avanza) Quali volti vedrò? E gli occhi? Avranno ancora occhi o saranno caduti, come foglie secche, in questa fredda polvere? Presto tutto sarà svelato…
I U. – (a II, sussurrando, allarmato per i rumori) Guardie!
II U. – Non sono mai state così gentili, nei loro modi…chi è là?! (silenzio) C’è qualcuno? (pausa, poi si sente una flebile voce, quindi) Chi è?
P. – Un amico.
II U. – Non puoi stare qui! Vattene! Se le guardie si accorgono di qualcosa, la prossima volta che ci vedremo sarà mentre penzoleremo da una corda!
P. – Vengo per aiutarvi…
I U. – Sei impazzito? Non vogliamo nessun aiuto. Vattene ti dico!
P. – Ascoltatemi, vi prego.
II U. – Che accidenti vuoi?
P. – Porto qualcosa.
I U. – Qualcosa?
II U. – Che cosa porti?
P. – Sollievo.
III U. – (svegliandosi) Che succede?
I U. – Sollievo? E’ un pazzo.
II U. – (a III) Zitto! Abbiamo visite…
III U. – Visite? Che diavolo dici! Faresti meglio a dormire un po’ di più…
IV U. – (svegliandosi anche lui) Ecco bravi, fatemi dormire…
P. – La luce del fuoco.
I U. – E’ pazzo. Vattene!
II U. – (a I) Aspetta…(a P) chi sei? Di che stai parlando? 
III U. – Quale fuoco?
IV U. – Che succede?
P. – Lasciatemi avvicinare. (pausa)
II U. – Vieni. (P. si avvicina)
P. – Ho con me una lampada ad olio…è per voi…
I U. – Che dici? Non possiamo tenerla…è proibito, non lo sai?
III U. – E questo chi è?
IV U. – Da dove esce?
II U. – E poi anche volendo non sapremmo come accenderla…
P. – Con questi…(accende un fiammifero)
II U. – Sei pazzo?! Ci uccideranno!
I U. – Spengilo! (lo spenge, pausa)
III U. – Non ti ho già visto? Di quale baracca sei?
IV U. – Anche a me sembra di conoscerti…
P. – Chi sono non ha importanza. Quello che faccio conta, soltanto.
IV U. – Parli in maniera strana…
I U. – Sei venuto per fregarci, non è vero? E’ un trucco per farci ammazzare…
P. – Se volessi uccidervi non avrei bisogno di trucchi. (pausa)
II U. – Chi sei veramente, tu?
P. – Un amico, credo.
I U. – Nessuno qui ha amici.
P. – Giusto. Un uomo, allora.
III U. – (sarcastico) Un uomo…ce ne sono ancora, dunque.
P. – E’ quello che spero. (breve pausa)
IV U. – Perché sei venuto? Cosa cerchi? (breve pausa)
P. – La mia anima, forse…
I U. – Non mi fido di lui…è strano…
II U. – Nessuno fa niente per niente. (pausa) Perché fai questo? Cosa vuoi da noi? (breve pausa)
P. – Non lo so. Cerco solo di capire se sono ancora vivo.
III U. – (duro) A questo posso risponderti io. Tu non sei né vivo né morto. Hai semplicemente smesso di essere. Come tutti noi. (breve pausa)
P. – Già. Per questo sono qui. (silenzio)
II U. – Riprenditi la tua lampada e vattene. Non abbiamo bisogno di guai. (silenzio)
P. – (incredulo) Preferite le tenebre…(lunga pausa) A nessuno si può imporre di accettare un dono, vero?…Già, è così…non si può…(breve pausa) come volete, allora…me ne andrò…(fa per andarsene)
IV U. – Aspetta. Fammi vedere la lampada. (gliela porge) E’ bella…
III U. – Potrebbe esserci utile…
I U. – Secondo me è tutto un trucco…
II U. – (a P., minaccioso) Riprendila ed esci di qui. (P. fa per andarsene)
III U. – Un momento. Voglio tenerla.
II U. – (idem) Credo che non sia proprio il caso.
IV U. – Avremmo finalmente un po’ di luce…
I U. – La cosa puzza…
P. – Vorrei che la teneste…
II U. – No.
III U. – (sfidandolo) Io dico di sì…
IV U. – Anche secondo me, dovremmo tenerla…
II U. – (duro) Ho detto di no. Sarebbe troppo pericoloso…
III U. – (idem) Io non ho paura…(breve pausa)
II U. - Io sì. (pausa)
III U. – (deciso) La tengo io. (la tensione tra gli uomini sale quasi fino allo scontro fisico)
II U. – Non mi hai sentito?
III U. – Benissimo.
II U. – Lasciala.
III U. – No. La tengo io.
II U. – E’ un suicidio! Ma non capite?
III U. – Te lo ripeto…non ho paura, io…(breve pausa)
II U. – Sei solo un povero pazzo!
III U. – Forse…(pausa, la tensione è molto alta, poi)
II U. – (rilasciando la tensione) Ah! Fai come ti pare. La vita è tua. Solo fai in modo che io non debba più vederla. Ci siamo capiti?
III U. – Vedrai soltanto la sua luce. 
II U. – Nemmeno quella. (silenzio, poi a P.) Adesso vattene.
P. – Ancora un momento…(breve pausa) i fiammiferi…(cerca di porgerli a III, poi, improvvisamente, con il gesto ancora sospeso)
Voci dal buio – Fermatevi!…Fermi dove siete!…Non muovetevi!…Alzate le mani!…Restate dove siete!…(una luce fortissima, abbagliante, invade la scena)
I U. – Lo sapevo! Lo sapevo…era una trappola. Una trappola! (a P.) Che tu sia maledetto! (sipario)



EPISODIO III


Prigione del campo. Prometeo sta guardando fuori da una piccola feritoia sul muro da cui filtra qualche rado raggio di sole. L’ambiente è comunque molto buio. Sopraggiunge Oceano, alto ufficiale, amico di Prometeo. E’ un uomo molto schietto e passionale, non particolarmente acuto ma franco e diretto. Porta i capelli più lunghi degli altri e un po’ in disordine; i suoi gesti sono ampi e frequenti. Giunge affannato, con una lampada in mano.


Oceano – Prometeo! Amico! Mi hanno raccontato…non volevo…non potevo crederci…eppure era…tutto vero… io stesso lo vedo, ormai…
P. – (in uno stato vicino all’esaltazione) Oceano! Amico carissimo…sono qui, fratello…(quasi fra sé) cercavo il sole…
O. – Qui dentro?
P. – I suoi capelli mi sfiorano…
O. – Stai bene?
P. – C’è silenzio…
O. – Fin troppo…
P. - …e pace… 
O. – Pace? (pausa)
P. – Prego molto. Ho ricordato chi sono.
O. – (fra sé) Temo per la tua mente, amico mio…(a P.) Bene. Ne sono…felice.
P. – Anche io vorrei esserlo…ma ho un tarlo, qui…
O. - …(fra sé) come non vederlo… 
P. - …nel mio cuore.(pausa, poi di slancio) Gli altri uomini, dove sono? 
O. – Quali? Mi hanno detto che eri solo, questa notte…
P. – Solo…tra amici…
O. – (fra sé) La sua mente non regge…
P. – Dunque? Quale sorte hanno avuto? (pausa)
O. – Ci sono stati dei morti, tra gli uomini della baracca…altri sono ancora sotto interrogatorio…
P. – Il tarlo si fa strada…
O. – (fra sé) Vaneggia…(pausa) Prometeo…
P. – Compagno…
O. – Ricordi quello che è successo? Stanotte?
P. – Certo, mio caro Oceano…ho portato il dono per una nuova nascita, come si conviene ai doveri di buon vicinato…
O. – Un dono proibito…
P. – Non da Dio…(pausa)
O. – Se posso aiutarti…tu lo sai…qualsiasi cosa…non hai che da dirmelo…(silenzio) Prometeo…se hai bisogno…
P. – (interrompendolo) Aiutarmi…certo…te ne sono grato…ma non sarà necessario…
O. – Dio lo voglia…
P. – Di questo non dubitare…(pausa)
O. – Adesso è meglio che vada…(breve pausa)
P. – Sì…(pausa) No, un momento…
O. – (premuroso) Che c’è? (breve pausa)
P. – Siamo amici da molto, non è vero?
O. – Da molto. Moltissimo.
P. – Tu credi nell’amicizia?
O. – Certo. Lo sai.
P. – Daresti la vita?
O. – Come?
P. – Per gli amici…
O. – Non esiterei…per te…
P. – Per gli amici…
O. – Credo…credo di sì…
P. – Già…(silenzio) ogni uomo dovrebbe sempre avere degli amici per cui dare la vita…(breve pausa) io, adesso, ho questi raggi che vengono a farmi visita…ogni giorno…fedeli…alla stessa ora…ogni singolo giorno…non è amicizia questa, Oceano?
O. – (fra sé) La sua mente…(a P.) Certo, amico mio…
P. – E ne ho altri là fuori…con i nomi più vari e meravigliosi…di fiori…di paesi…di colori…di ferite…(pausa, sofferente) questo tarlo fastidioso…
O. – Il tarlo?
P. – (idem) Nel mio cuore…divora la carne…la gioia…(pausa, poi leggero) e poi ogni uomo, durante la sua vita, non dovrebbe mai smettere di giocare con gli altri…fingere odio…rancore…conflitto…paura…morte…e alla fine del gioco tornare ad abbracciarsi, l’uno con l’altro…come i bambini…ricordando di non aver mai smesso di amarsi…
O. – (commosso e preoccupato) E’ vero…come un bambino…(pausa)
P. – La risposta è tornare bambini…
O. – La risposta…a cosa?
P. – All’ indifferenza…
O. – Non capisco…
P. – I bambini non sono mai indifferenti…hanno il fuoco dentro…e lo mostrano sempre…sanno donarlo…
O. – (fra sé) Parli strano…ho paura per te, amico mio…
P. – Cosa dici Oceano? 
O. – Meditavo le tue parole…
P. – Mi fai onore…ascolta questo allora…il silenzio della luce ha un cuore dolce…il silenzio dell’ombra un cuore amaro…la luce riscalda…la tenebra gela…la luce corre…il buio è immobile…la luce ha un solo nome…la sua assenza, mille…(pausa) vorresti abitare nelle tenebre?…Il chiaro bagliore del nostro astro che sorge non inonda la tua anima di quiete profondissima? E il chiaro, prezioso lucore della luna non riscalda forse le tue notti?…(pausa) Non ami, Oceano, questi sottili raggi come la tua stessa vita?…(silenzio)
O. – Le tue parole sono difficili…eppure…il loro suono è dolce…(silenzio)
P. – Io amo la luce! Ricordalo, mio buon amico…ricordalo, ti prego…
O. – Certo…Prometeo…(fra sé) che strana follia è questa? Così tenera…
P. – Giuramelo, Oceano…giuralo! Ti supplico…
O. – Te lo giuro su quello che ho di più caro…(pausa)
P. – Così sia. (pausa) Vai pure, ora…non posso più trattenerti…
O. – (indugia, poi quasi di slancio) Parlerò con il Colonnello…vedrai, presto sarai fuori…
P. – No! Non farlo!…Non farlo, se tieni a me…
O. – Ma…gli parlerò…mi ascolterà, ne sono certo…
P. – Ti ho detto di non farlo! Per niente al mondo…l’amico del nemico è, fra gli uomini, il più temuto…(pausa, poi con forza) dimmi che non parlerai con nessuno, Oceano…dimmelo! Con nessuno, intesi? Intesi? (pausa)
O. – Questa promessa, tu Prometeo, me la strappi con la forza…(breve pausa) ebbene, farò come vuoi…
P. – (più calmo) Bene. (silenzio, poi con dolcezza) E’ il momento che tu vada, adesso…(breve pausa)
O. – (quasi sospirando) Vado. Per tornare prima. (lo abbraccia, si allontana)
P. – (prima rivolto verso l’uscita poi verso la feritoia) Io aspetterò…aspetterò i miei sottilissimi amici…i miei dorati amici…domani…dopodomani…e poi ancora, un giorno dopo l’altro…aspetterò…questi amici silenziosi…questi carissimi, inafferrabili amici…(buio)

PARODO II

Stanza del Colonnello, comandante del campo. L’ambiente è austero e militaresco, un ritratto (dittatore, generale, parente?) dietro la scrivania. Una finestra, da un lato, dall’altro, una porta. Il Colonnello è un uomo che cerca di apparire impassibile ma che, a tratti, lascia trapelare una forte inquietudine; non porta né barba né baffi; il portamento è ostentatamente e artificialmente fiero, il mento rialzato. Parla con brevi frasi taglienti, guardando sempre fisso davanti a sé; pochissimi i gesti, secchi, con i quali accompagna le parole. Entra Ermes bussando ed aprendo la porta praticamente nello stesso tempo. Rimane sulla soglia.


Colonnello – Ermes. Bene, entra.
E. – Mi ha fatto chiamare, signore?
C. – Sì. Dunque avevi ragione.
E. – Me ne compiaccio, signore.
C. – Rilassati. Qui siamo al sicuro. Nessuno ci ascolta.
E. – (a suo agio) Meglio essere prudenti.
C. – Allora, Prometeo è rinchiuso?
E. – Come più non si potrebbe.
C. – Ottimo. Quello che ha fatto è molto grave…
E. – Già. Assolutamente grave.
C. – I tuoi sospetti erano più che fondati.
E. – Non avevo dubbi.
C. – Il suo comportamento iniziava ad essere pericoloso…
E. – Come ti dicevo…era giusto prendere delle precauzioni…
C. – Le prenderemo…ha infranto il regolamento…
E. – Ha tradito…
C. – Già…sarà facile farlo condannare…
E. – Ne sono convinto. Se poi aggiungiamo le strane voci che corrono su di lui…
C. – Ovvero?
E. – La sua capacità di chiaroveggenza…le sue pratiche spiritiche…la negromanzia…(breve pausa)
C. – Bene, bene…tutte cose che potrebbero tornare a nostro favore…
E. – E’ quello che spero. (pausa)
C. – Negromanzia…
E. – Dicono che parli con gli spiriti dei morti…che ne evochi le voci…che sia in contatto con le anime dei dannati…
C. – Interessante…tu che ne pensi?
E. – Fandonie, ovviamente. Utili però…
C. – Eppure più di una volta io stesso ho avuto prova del suo incredibile intuito…della sua stupefacente capacità di prevedere gli eventi…
E. – Trucchi…fortunate casualità che egli ha saputo sfruttare a suo vantaggio per crearsi una fama di profeta…per ammantarsi d’un aurea di sacra soggezione…
C. – Forse…ma c’è qualcosa di indefinito…di inquietante, nella sua personalità…(lunga pausa, poi quasi privo delle rigide pose da soldato, come se, per poco, la sua vera personalità, fortemente inquieta, si fosse improvvisamente fatta strada attraverso la divisa) una notte, poco tempo fa, tu sai che io soffro d’insonnia e spesso, per far passare più velocemente le lunghe ore notturne, amo fare delle passeggiate nel campo e talvolta finisco con l’avventurarmi anche fuori di esso…bene, una di queste notti lo intravidi, casualmente, nella vegetazione, mentre, da solo, pareva recitare una strana litania, come un misterioso rito rivolto agli dei della notte. Le sue parole avevano il tono accorato di una preghiera, i suoi gesti sembravano rivolti alla luna e nei suoi occhi mi parve di scorgere delle lacrime. Credetti che la sua mente avesse ceduto di schianto, come un ramo che si spezza improvvisamente, a causa dell’eccessivo peso della neve intrappolata nelle sue foglie. (pausa) Sono rimasto immobile, ad osservare la scena, per non so quanto tempo. Poi, inaspettatamente, come se egli avesse riacquistato di colpo la ragione, si è ricomposto e ha fatto ritorno al campo. Io l’ho seguito dopo breve.
E. – Una mente malata…
C. – Potrebbe essere…sennonché quello che ho sentito o che mi è parso di sentire, poco prima che Prometeo rientrasse in sé, mi ha lasciato a lungo scosso…(silenzio, cerca di ricordare) una specie di lungo suono sordo, profondissimo…simile ad un tuono, ad un terremoto…come una voce che avesse il proprio corpo in un abisso…
E. – Suggestioni…
C. – (dubbioso) Già…è proprio quello che mi sono detto, subito dopo…(pausa)
E. – Ti ha visto?
C. – (rientrando nella sua maschera di militare) No. Sono sicuro di no.
E. – Bene, comunque ce ne sbarazzeremo presto…
C. – Ormai è una mina vagante…
E. – Per fortuna lo abbiamo sempre tenuto fuori dai nostri affari. Non mi sono mai fidato di lui.
C. – Già. Se avesse saputo qualcosa dei nostri esperimenti, ora potremmo avere dei grossi guai…ultimamente era diventato un po’ troppo curioso…
E. – E’ solo un traditore. Amico di criminali. Non merita che di morire. Deve morire. (con disprezzo) E poi quella sua poesia…una morbosa effeminatezza…
C. – (esitando, perplesso) Sì…deve morire. Non possiamo più tornare indietro.
E. – Si è rovinato con le proprie mani. E’ un occasione che non possiamo perdere.
C. – E noi non la perderemo. Il tribunale farà quello che voglio io. Nessuno può salvarlo, ormai.
E. – Bene. Dobbiamo riprendere gli esperimenti sui prigionieri quanto prima. 
C. – Lo so. In laboratorio stanno già sintetizzando altri nuovi tipi di droghe. Non ci resta che verificarne, al più presto, gli effetti e la tollerabilità. Il mercato comincia ad essere fermo da troppo tempo. 
E. – Ho avvertito una certa agitazione, nella (allusivo) Casa, giù in città…
C. – Me l’hanno riferito…(breve pausa) bene, non ci vorrà molto…conto di convocare la corte militare entro domani…
E. – Ottimo. Adesso è meglio che vada. Non dobbiamo dare troppo nell’occhio.
C. – Giusto. (rumori fuori scena)
E. – (scattando sull’attenti) Ai suoi ordini comandante.
C. – Può andare.
E. – Colonnello!
C. – (salutando, da seduto) La farò chiamare. Arrivederci. (E. esce sbattendo i tacchi. Buio)














EPISODIO IV





Nel luogo in cui è detenuto Prometeo. Con lui c’è un uomo (il II Uomo del Parodo e dell’ Episodio II), nascosto nell’ombra, di cui si intravedono solo i contorni del volto e i piedi; è seduto a terra con le spalle appoggiate al muro, dalla parte della feritoia. Prometeo è di fronte a lui, anch’ egli a terra, il viso illuminato dai pochi raggi di sole che filtrano dalla minuscola finestra. 




P. – (premuroso) Vieni qui, amico…la luce, lì dove sei, non arriva…non riesco neppure a vederti bene…
U. – (infastidito) E’ qui che voglio stare…
P. – Non ti piace la luce?
U. – La mia vita è nel buio…
P. – Se vuoi puoi uscirne…almeno per un attimo…
U. – Già…ma io non voglio. E smettila, non ho più voglia di sentir uscire altre parole dalla tua bocca. (pausa) Proprio tu che parli di uscire dall’ oscurità, di entrare nella luce, di una vita che non esiste, tu, la vita, ce l’hai tolta…
P. – Sono qui con te…
U. – E’ un fatto che non mi riguarda…(pausa)
P. – Mi odi per aver cercato di aiutarvi?
U. – Aiutarci? Ti sembra d’averlo fatto? E’ così che vuoi aiutare la gente? Bene, allora ti do un consiglio: non aiutare più nessuno, soprattutto chi non ha mai chiesto il tuo aiuto. (breve pausa) D’altra parte ho l’impressione che presto ci penseranno i tuoi amici là fuori, a farti passare la voglia…per sempre (ride)
P. - (quasi a se stesso) Dovrò chiedere perdono per quello che ho fatto?
U. – E’ un po’ tardi, ormai.
P. – Chissà…(breve pausa)
U. – Devi proprio essere pazzo…
P. – Forse è davvero così…
U. – Un pazzo pericoloso…(pausa)
P. – Gli altri…dove sono?
U. – Gli altri…(breve pausa) vuoi saperlo? Bè, non è difficile…nel buio eterno, direi. Il tuo fuoco li ha resi ciechi, per sempre…(breve pausa)
P. – (sgomento) Sono morti?
U. – (sarcastico) Ti stupisce? Forse pensavi che ci avrebbero fatto le loro scuse e che, dopo, magari, ci avrebbero anche lasciati andare? Dio! (ride) Noi stessi, io e te, siamo ormai un mistero che si oppone alle leggi della natura…cadaveri che parlano…(ride)
P. – (idem, quasi fra sé) A questo hanno portato le mie azioni?…Dunque, dietro il velo di tenebra che la luce ha squarciato c’è solo altra tenebra…
U. – Non ci si può opporre a chi tiene la tua vita nelle sue mani…
P. – (idem) E’ così?
U. – Dormi, povero pazzo…(riferendosi al IV U.) forse aveva ragione lui, l’unico piacere che ci resta è il sonno e qualche sogno, ogni tanto…(pausa)
P. – Come sono morti?
U. – Di morte innaturale…
P. – Soffrendo?
U. – L’essenza stessa del dolore…(pausa)
P. – Maledicendomi?
U. – Alcuni…
P. – E gli altri?
U. – (restio) Menti rese folli dalla tortura…
P. – Le loro parole…ti prego. (pausa)
U. – Sussurravano…
P. – Cosa?
U. – Il tuo nome…
P. – Con offese? (pausa)
U. – Benedicendolo…
P. – Dio, ti ringrazio…
U. – Una preghiera fuori luogo…di un orgoglio nefasto…
P. – Forse non tutto è stato vano…
U. – Lo è stato…
P. – Ho creato una speranza…
U. – Un illusione, l’ultima…
P. – Eppure tu sei vivo…
U. – Perché io sono peggiore di te…
P. – (confuso, con un presentimento) Non capisco…
U. – Credi forse che siano stati clementi o misericordiosi con me? Che abbiano avuto pietà di me?
P. – Io non…
U. – Mi hanno risparmiato, per il momento, soltanto perché ho parlato…
P. – Parlato? Ma…non ci sono segreti…la realtà dei fatti è chiara…
U. – (con fastidio) Realtà…(breve pausa) le parole, a volte, riescono a creare una realtà nuova, diversa, altrettanto vera e concreta di quella che pensiamo di conoscere…anzi, talvolta molto più vera…per chi vuole crederci…
P. – Cosa vuoi dire?
U. – Una confessione che è menzogna…eppure, adesso, verità…
P. – Confessione? (breve pausa)
U. – Ho raccontato loro ciò che volevano…(breve pausa) il tuo tradimento, Prometeo. (pausa)
P. – (incredulo) Il mio…tradimento…?
U. – I nostri accordi…
P. – (idem) Non abbiamo mai avuto degli accordi…
U. – (esplodendo) Ma non capisci?! Ho mentito! Ti ho venduto, per salvarmi! (piange, silenzio)
P. – (attonito) Cosa gli hai detto?
U. – Quello che volevano che dicessi. (pausa) Ti odiavo, Prometeo…ti odiavo prima che tu venissi da noi, come un ladro di notte…ti odiavo come un prigioniero può odiare il suo carceriere e ti odiavo dopo…dopo la scorsa notte…perché avevi inghiottito la poca vita che ancora ci restava…
P. – Capisco…
U. – Non credo…(pausa) quando mi hanno detto chi eri…è stato allora che il mio odio per te ha avuto la meglio sulla mia coscienza…(pausa, poi accorato) con quale diritto, io ti chiedo, hai potuto colpire così duramente e per due volte…due volte!…prima come aguzzino e poi come maldestro complice, la vita di esseri umani…come ero io…come eravamo noi…di uomini…come te…
P. – Le tue parole sono chiodi dentro la mia anima…
U. – (stanco) Non ha importanza, ormai…niente ha più importanza…(pausa)
P. – (preso da una grande irrequietezza) No…io presto uscirò di qui…chiederò perdono per le mie azioni…e tu verrai con me…la mia condotta è sempre stato irreprensibile…dovranno tenerne conto, vedrai…chiarirò tutto…e anche tu…anche tu, potrai di nuovo vivere… 
U. – Vivere?…Ancora pochi istanti…
P. – No, una vita intera…una nuova vita…
U. – Quella poca che ancora non è fuggita via…lontano da me…lontano, nei miei ricordi…
P. – (confuso, presentendo qualcosa) Ma no…che stai dicendo…vedrai, verrai con me…avvicinati, amico…lascia che ti abbracci…
U. – (si vede un rivolo di sangue che scorre oltre i piedi dell’ uomo) Prima dovrai raccogliere il mio sangue e ricacciarlo, a forza, nelle vene…o il tuo abbraccio cadrà, inutile, sopra questa pallida carne silenziosa…(muore, suicidatosi tagliandosi le vene dei polsi)
P. – (abbracciandone il corpo senza vita) No! Noo!…no…non era ancora finita!…non ancora…ce l’avremmo fatta…(toccandosi il petto) Oh, la mia anima! La mia inutile anima…Dio!…riprenditela! Riprendila, ti prego…ti prego. Ecco, te la rendo. Che posso farmene, io, ormai?…E’ un’anima senza luce, senza vita (piange) Com’è vuota questa oscurità! Quanto silenzio in questo petto cavo! (breve pausa) La morte, ora, è l’unica meta da raggiungere…oblio di sé…notte tra tutte le notti…(buio)






EPISODIO V


Prigione del campo. Prometeo è rannicchiato, praticamente nudo, in un angolo della cella, immerso nell’oscurità che sembra tagliata in due dai pochi raggi di sole che filtrano dalla feritoia nel muro. Improvvisamente si sentono i rumori di una pesante porta che viene aperta. Un po’ di luce inizia a filtrare. Appaiono sulla soglia Ermes, con alcuni fogli arrotolati in mano, ed Oceano che, a sua volta, tiene una lampada ad olio da cui si alza una fiamma viva che illumina debolmente la cella. Alle loro spalle si intuisce la presenza di alcune guardie.




E. – (bruscamente) Alzati in piedi! (silenzio, P. resta immobile) In piedi, ho detto! (idem)
O. – Ti prego, Prometeo…(pausa)
E. – Fai resistenza, dunque…bene, so io come trattarti…(si avvicina e lo alza con la forza, sbattendolo al muro) 
O. – Lascialo stare! (si avvicina per proteggerlo)
E. – (minaccioso, a O.) E’ meglio per te se parli il meno possibile…
O. – (lo sostiene) Non puoi trattarlo così! Protesterò con il Colonnello…
E. – Accomodati. (pausa, poi a P.) Ho delle pessime notizie per te. (mostrando i fogli) Devo leggerti qualcosa…è la sentenza del tribunale…salterò i preamboli, non vorrei annoiarti, e verrò al dunque…(leggendo) “…l’imputato è pertanto riconosciuto colpevole di alto tradimento oltreché di pratiche blasfeme e sacrileghe e, visti i relativi articoli del codice militare, viene condannato alla sospensione della vita mediante continuata ed ininterrotta esposizione agli agenti atmosferici esterni, con conseguente privazione di qualsiasi tipo di cibo e di bevanda nonché di conforto alcuno, fino a che morta non sopraggiunga.” Questo è quanto. La sentenza verrà eseguita a partire da domani fino all’ avvenuta interruzione di ogni funzione vitale. Ci voglia quanto ci voglia. Il mio consiglio di amico è di fare il più presto possibile, naturalmente…(ride)
O. – Serpe! 
E. – (minaccioso) Già, attento a non avvicinarti troppo…(guardandolo con occhi di sfida) chissà, potrebbe anche capitarti di essere morso, una volta o l’altra…(breve pausa) bè, addio, signori! Anzi, a domani! Spero di trovarti un po’ più in forma, Prometeo, non vorrei che tu finisca per lasciarci prima ancora che la giustizia possa fare il suo corso…(esce ridendo)
O. – Il demonio stesso non potrebbe avere un’anima più nera. (premuroso, a P.) Prometeo….(silenzio) Prometeo, amico mio! (P. si volta, O. lo abbraccia) Come hanno potuto farti questo? (pausa) Ma non è ancora finita…non ti lascerò, te lo giuro…non lascerò che tu faccia questa fine terribile…(breve pausa) dovrai essere paziente…non potrò intervenire immediatamente…ci sarà troppa gente…hanno dato ordine che all’esecuzione siano presenti tutti gli uomini del campo…detenuti compresi…ma non temere, quando il terreno sarà libero, verrò e ti porterò via…costi quel che costi…
P. – Tu non farai niente, Oceano. Piuttosto ascoltami, ti prego. 
O. – Ma….Prometeo…non vorrai arrenderti così…io…
P. – (interrompendolo) Ascoltami. Quello che deve accadere, accadrà. E’ inutile opporsi…
O. – (incredulo) Inutile?!…Ma non possono farlo…ti farò scappare e poi potremo appellarci a…
P. – (idem) Voglio solo che mi ascolti! Ti prego, Oceano…forse sarò più utile da morto…
O. – Io non ti capisco…come puoi lasciare che…
P. – (idem) Se mi sei amico, ascoltami. Solo questo voglio che tu faccia per me, ascoltarmi. (silenzio)
O. – La volontà che tu mi imponi è sempre la più dura da accettare…(pausa) parla, ti ascolto…
P. – (quasi con tenerezza) Grazie, mio buon Oceano. La tua amicizia è degna di un dio. (pausa di raccoglimento) Ti affido il mio ricordo. Quello che sono stato. Spargine, ti prego, le parole come semi nelle orecchie degli uomini…fai in modo, amico mio, che queste possano imprimersi nella mente di chi ti ascolterà come delle invisibili icone, come le immagini stesse di quello che un uomo non dovrebbe mai essere…di quello che non dovrebbe mai fare…ricorda a tutti che nessuno può dilapidare la propria umanità fino a sostituirla con l’indifferenza per l’uomo, fino all’ annientamento della con-passione…che a nessuno è permesso di trasformare delle persone vive in oggetti inanimati…degli sguardi aperti in ciechi silenzi…che l’uomo resta uomo anche nella notte più oscura…che nessuno può spengere il fuoco di un anima o annientarne i sogni…(breve pausa) e che nessuno può essere così superbo da voler imporre il proprio aiuto a chi aiuto non ha mai chiesto…(pausa) infine, per ultimo, come la Speranza nel vaso di Pandora, ricorda, a chi ti ascolterà, la parte buona di me…il non essere rimasto immobile, schiacciato per sempre dal mio stesso male, dai miei peccati di uomo normale…(pausa) questo è il mio testamento, Oceano e io te lo affido…insieme al mio cuore…
O. – (silenzio, poi profondamente commosso) Lo custodirò con molta maggiore cura della mia stessa vita. (lo abbraccia, pausa) Addio, amico mio. (breve pausa) In fondo il tempo è solo una fragile barriera…(esce, quasi di corsa)
P. – A presto…(si sente un cupo rullare di tamburi, buio)

EPILOGO

Sul luogo dell’ esecuzione. Verso il crepuscolo. In sottofondo si sente ancora il rullare dei tamburi (che fa da soluzione di continuità con la scena precedente) e il rumore di una folla, fuoriscena, forzatamente composta; alcune grida dei militari. Prometeo sta per essere legato ad un alto palo posto sopra una collinetta leggermente rialzata rispetto alla folla di prigionieri e militari che osserva la scena. Con lui c’è Efesto, una guardia che Prometeo conosce bene, incaricato di immobilizzarlo. Egli è accompagnato da altre due guardie che se ne stanno un po’ in disparte; queste possono essere rappresentate da due sagome o da due marionette. Efesto e Prometeo parlano tra loro ma la voce di questi è inizialmente coperta dai rumori fuoriscena. Quindi, lentamente, il loro dialogo arriva in primo piano, rimanendo, comunque, quasi un sussurro. 


Efesto – (molto a disagio, ansioso; usa l’appellativo militare “signore” in maniera molto affettuosa) E’ l’ultima cosa che avrei voluto fare, signore.
P. – (benevolo ma sofferente) Lo so, non temere.
Ef. – Volevo dirglielo, signore…volevo che lo sapesse…
P. – Non preoccuparti…lo so bene… 
Ef. – Certo, signore…(pausa) le sue mani, per favore…devo legarle dietro il palo…mi dispiace…dovrò stringere molto, signore…mi dispiace…
P. – Fai quello che devi fare... (Ef. armeggia dietro il palo)
Ef. – (ancora molto a disagio) Ecco…ho quasi fatto…ormai ho…(pausa, poi improvvisamente, con un profondo senso di rifiuto interiore, di ribellione) ma perché proprio io, signore?…Non doveva toccare a me…non io…non a me…
P. – In fondo è meglio così…meglio che a farlo sia un amico…
Ef. – (pausa, poi cercando di convincersi) Già…se fossi al suo posto, forse anche io…(breve pausa, poi accorato) eppure se lei ora mi comandasse di non farlo, io…io obbedirei a lei, signore…basta che mi dica di non farlo…basta una parola…e io obbedirò ai suoi ordini, signore…(breve pausa) è sempre lei il mio comandante…
P. – Fai quello che ti è stato ordinato di fare, Efesto…e non chiamarmi più signore. Il mio nome è Prometeo. Non sono più il tuo comandante. Soltanto un uomo…come te…come tutti…(pausa)
Ef. – Prometeo…certo…
Voce fuoriscena – (urlando) Che stai facendo?! Allora! Hai finito?
Ef. – (sofferente e spaventato) Signore…
P. – (con dolore ma con una certa serenità) Vai Efesto.
Ef. – (indugiando, profondamente commosso) Sì…(fa per allontanarsi)
P. – (alzando la voce, cedendo per un attimo alla disperazione) Aspetta!…Dammi la mano…dammi la tua mano, ti prego…solo un momento…soltanto un momento, per favore…
Ef. – Eccola, signore…(P. stringe la mano di E. con forza, silenzio)
V. – (idem) Che diavolo stai facendo? (breve pausa)
P. – Addio, amico…
Ef. – (quasi tra le lacrime) Addio…amico…addio Prometeo…pregherò per te…
P. – E così farò io…(con evidente sforzo) devi andare adesso…(le mani si staccano lentamente, poi Ef. si volta, le lacrime agli occhi, e ridiscende velocemente la collinetta)
V. – Quanto ti ci è voluto, maledizione!
Ef. – (cercando di riprendersi e di dissimulare il proprio turbamento) Il…prigioniero…è pronto, signore…
V. – Bene. Finalmente. (breve pausa, poi con solennità) L’esecuzione ha inizio. A partire da questo momento e fino all’avvenuto decesso, il condannato resterà visibilmente e ininterrottamente esposto all’azione di tutti gli agenti atmosferici senza poter ricevere nessun conforto di nessun genere. (breve pausa) Il condannato ha il diritto di pronunciare le ultime parole prima che le sue labbra vengano cucite insieme, per sempre. (breve pausa) Il condannato vuole farlo? (lunga pausa) Mi hai capito? Vuoi parlare, per l’ultima volta nella tua vita? (pausa)
P. – (debolmente) Sì…
V. – Bene. Allora parla. Questo è il momento, altri non ce ne saranno.
P. – (con evidente sforzo, dopo una pausa di raccoglimento, quasi fra sè) E’ quasi il crepuscolo…anche la luce, dunque, se ne va insieme a me…(pausa) tutto è stato vano?…forse no…c’è una voce, mi pare, nascosta nella natura, che mi conforta…forse Dio stesso ha impresso il suo sigillo su di me…amandomi, almeno lui…(pausa, con forza ma senza rancore, verso i presenti) me ne vado portandomi via la luce che voi non avete voluto…la fiamma che vi offrivo per uscire dalla cecità che vi attanaglia…(breve pausa) ero venuto per donarvi uno sguardo nuovo…sopra un mondo da ricostruire…ma voi avete fuggito i miei occhi per paura che la luce che usciva da essi potesse passare dentro di voi, attraverso le vostre vuote pupille…(breve pausa) la vostra infinita debolezza vi ha costretti a farlo…vi ha costretti ad andare contro quello spirito di libertà e di speranza che è ormai muto, da lungo tempo, dentro di voi…e in fondo, vi capisco e non vi condanno…io stesso ho peccato…ho peccato di superbia, compiendo un atto, di aiuto sì, ma che nessuno aveva ancora mai chiesto e che nessuno, tranne me, aveva ancora mai desiderato…(pausa) eppure non tutto è perduto…c’è ancora qualcosa che si può fare…per uscirne vincitori…ed è: desiderare…(accorato) ricominciate a desiderare! Desiderate quanto più potete…e abbiate coraggio! Perché dare di nuovo voce a quello spirito ormai spento, è possibile…si può ancora voler essere uomini che sperano, che cercano, che lottano…Coraggio! Guardate il sole, ogni mattina, e pensate che siete nati liberi...che quegli orizzonti illimitati, quei cieli chiari e i mari sconfinati appartengono anche a voi…soprattutto a voi…(pausa) forse è vero, vi ho amato troppo e troppo in fretta…e di questo vi chiedo perdono…ricordatevi però che vi ho amato di un amore che io non ho mai conosciuto ma che avrei desiderato di conoscere più di ogni altra cosa…ricordate che vi ho donato ciò che io avrei sempre voluto ricevere…(pausa, poi quasi con violenza) a voi, che mi condannate, io invece dico che avete già perduto…che presto il lamento che si alza, altissimo, sopra i vostri misfatti diverrà per voi insopportabile…così come il fetore che proviene dai vostri pensieri in decomposizione…(breve pausa) cercherete rifugio in bui nascondigli, nel ventre della terra…sul fondo degli abissi marini…recitando preghiere sfiatate…rosari di perdizione…sarete inseguiti e raggiunti dalla tenebra che avete evocato…ne sarete inghiottiti e da essa uscirà soltanto il vostro urlo disperato…vi maledirete e le vostre maledizioni saranno ascoltate…questo vi predìco, perché questa è la pena che vi è stata inflitta per aver barattato ciò che è per ciò che non è mai stato…per aver inquinato, contaminato, ammorbato l’essenza stessa della gioia e della speranza…per aver soffocato lo stoppino tremolante di queste povere anime ed averle ridotte a cera da plasmare a vostro piacimento…(breve pausa) il silenzio diverrà la vostra casa…il gelo…e il buio senza fine…(pausa) io, per quanto mi riguarda, vi ho già perdonato…(appena pronunciate le ultime parole, improvvisamente, il suo corpo si incendia, producendo un’altissima fiamma; una forte luce inonda la scena per alcuni istanti. Successivamente si vede che Prometeo è scomparso mentre il palo a cui era legato è perfettamente intatto. Dopo alcuni momenti di silenzio assoluto, in sottofondo, fuoriscena, si iniziano a sentire rumori di tumulto, come se, nel campo, cominciasse ad essere in atto una rivolta. Le grida divengono sempre più alte, quindi, improvvisamente, buio)


SIPARIO




SOMMARIO


PERSONAGGI 2
NOTE DI PRESENTAZIONE 2
EPISODIO I 4
PARODO I 10
EPISODIO II 13
EPISODIO III 17
PARODO II 21
EPISODIO IV 25
EPISODIO V 30
EPILOGO 33




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