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DELLO STESSO AUTORE

ANÀTEMA

Dramma in sette quadri

Di LEONIDA ANDREYEW

Unica traduzione autorizzata di C. CASTELLI

PERSONAGGI

IL GUARDIANO DELLA PORTA

ANATEMA

DAVIDE LEISER

RACHELE, sua moglie

ROSANAHUM

IVANO BESKRALNY

SCIONKA CITRON

PURIKES

Un suonatore girovago

Un maestro di ballo

Un giovanotto

Un signore pallido

Un pellegrino

ABRAMO CHESSIN

LEIPKE

La figlia di Scionka

Una donna piangente

Una donna con un bambino

Un ubriaco

Musicanti - Ciechi - Popolo

Piccoli negozianti

Povera gente

Commedia formattata da

QUADRO PRIMO

(La scena rappresenta un luogo squallido come alle falde di un monte la cui vetta si perde ad una sconfinata altezza. In fondo alla scena, a metà dell’altezza del monte, si erge una grande porta di ferro chiusa, che segna i confini del mondo sensibile. Dietro quella porta di ferro che col suo immane peso sembra pesare gravemente sulla terra, alberga muta e misteriosa la fonte di ogni essenza – il grande spirito dell’universo.

A’ piedi del monte, appoggiandosi con tutto il peso del suo corpo ad una lunga spada, sta diritto ed immobile il Guardiano della Porta, avvolto in un ampio drappo le cui pieghe scendono rigide e immobili, come se fossero di marmo;  cela il suo volto con un panno e rappresenta egli stesso un possente mistero: Egli che non può concepire se non pensieri puri, è l’unico Signore di ogni cosa. Ergendosi ai confini di due mondi, anche la sua natura è a due facce. Verso l’esterno è un uomo, verso la sua essermi, imo spirito. Quale essere intermediario fra due mondi, egli somiglia ad imi possente scudo che assorbe tutte le frecce, gli sguardi, le preghiere e speranze, le offese e' le imprecazioni. Portatore di due prin­cipi, egli può rivestire i suoi discorsi di un cupa silenzio, simile al silenzio della porta di ferro, oppure in parole dell’umano linguaggio.

Fra le rocce, guardandosi intorno timido e pau­roso compare Anatèma Così si chiama quello che fu dannato alla maledizione. Cadendo sulle grigie pietre, grigio egli stesso, esitante e pie­ghevole come un serpe che cerchi la sua tana, si trascina faticosamente verso il Guardiano della Porta; lo domina il desiderio di atterrarlo con un colpo improvviso. Ma è spaventato egli stesso del proprio ardimento, balza nuovamente in piedi e ride con fare maligno e provocante. Poi siede con aria superba e dignitosa sopra un blocco roc­cioso e getta verso il Guardiano della Porta dei sassolini che cadono ai di lui piedi, mentre però cela la sua patirà dietro la maschera delta ironia e della provocazione.

Nella grigia, e cupa luce, la testa del maledetto sembra assumere spaventose dimensioni: special­mente la sua fronte alta e rugosa che rivela den­tro un infruttuoso pensare sugli antichi e inso­lubili enigmi. La sottile e rada barba di Anatèma è completamente grigia. Anche i suoi capelli che un giorno furono neri come la pece, hanno riflessi bianchi e si drizzano in orribili ciuffi, disordina­tamente. Egli cerca invano con mosse inquiete di celare la sua ostilità. E per gareggiare colla severa calma dei Guardano della Porta, si irrigidisce lui pure in un solenne raccoglimento, per contorcersi poco dopo come il verme sdrucciolato sotto il piede dell’uomo. Anche nelle sue domande è impaziente e vivace come un turbine).

Anatèma                       - Tu stai sempre qui a far la guardia! E io credevo che tu fossi andato via. Anche pel cane di guardia ci sono dei momenti in cui riposa o dorme, anche se la sua cuccia è il mondo intero, e il suo signore e padrone è l'e­ternità. O che dunque l'eternità ha paura dei ladri? Ma io non mi voglio arrabbiare, son ve­nuto qui come amico e ti supplico umilmente. Apri per un istante la greve porta e lasciami vedere l'eternità. Non osi farlo? Ma forse la possente porta ha un crepaccio per vecchiaia, e forse l'infelice e onesto Anatèma può dare uno sguardo per la fessura, senza inquietare nessuno? Oh! dammi un cenno! Insegnami que­sto crepaccio, io mi trascinerò pian piano fin là e Lui non se ne accorgerà. Ma io voglio sapere, ed essere un Dio. Essere un Dio! sì, essere un Dio! È tanto, che aspiro... di essere come un Dio... E come? Sarei io forse un cattivo Dio? Guarda qua (Si drizza superbo, ma subito ricomincia a ridere. Poi incrocia le gambe, si accoccola so­pra una pietra liscia e leva fuori un gioco di dadi. Egli mormora fra sé, ma così forte che il Guardiano della Porta debba udirlo:)

                                      Non voglio! Non è necessario! Io non cerco di litigare e non voglio lottare con te. Son venuto forse per questo? Io vagavo pel mondo e mi sono smarrito casualmente per di qua. Non ho niente da fare, e per questo vagolo di qua e di là. Ora to' giocare a' dadi, non ho niente da fare e voglio giocare. Se lui non fosse così or­goglioso lo avrei invitato a giocare con me, ma è così altèro, e non conosce ancora le soddisfa­zioni del gioco. Sei... otto... venti... Giusto!... Bene!... Al demonio va sempre bene, anche quando gioca onestamente... Davide Leiser... Davide Leiser., (Rivolto al Guardiano delta Porta con fare insolente). Conosci tu Davide Leiser? Proprio no?... B un vecchio ebreo, scemo e malato, che nessuno conosce. Persino il tuo signore lo ha dimenticato. Almeno così dice lo stesso Davide Leiser, ed io non ho al­cun motivo di non credergli. È stupido, ma è un uomo onesto. E proprio lui che io adesso mi son guadagnato ai dadi. Hai visto?... Sei... otto... venti!... Lo incontrai sulle rive del mare, mentre domandava alle onde di che hanno da lamentarsi, e mi piacque; è stupido, ma è un uomo onesto. Se lo si imbevesse di pece e lo si accendesse, darebbe una magnifica fiaccola per la mia festa. (Mentre egli continua a parlare con insolenza, si avvicina prudentemente al macigno che sta accanto al guardiano, e vi si accoc­cola) .

                                      Nessuno conosce Davide Leiser... ma io voglio renderlo famoso, grande e, potente. Non mi credi? E forse anche immortale. Non mi credi? Nessuno crede al saggio Anatèma, neppure quando dice la verità. E chi ama la verità più di Anatèma! Forse tu? Tu cane taciturno, tu brigante che hai rubato al mondo la verità e gliene hai precluso il varco con queste mura di bronzo? (Si slancia furibondo sul Guardiano della Porta, tua al cospetto della sua impassibile e minacciosa maestà, salta indietro urlando di paura e di dolore. Poi cade col suo petto grigio, sulla grigia pietra e piagnucola lamentevol­mente 🙂

                                      Ah! il demonio ha i capelli grigi, Oh! pian­gete, voi che amavate Anatèma, gemete e stra­ziatevi, voi che aspirate alla verità e onorate la ragione. Anatèma ha i capelli grigi. Chi aiuta il figlio dell'alba? Egli è solingo in tutto l'u­niverso. Perché ti spaventi, o grande, perché spaventi il temerario Anatèma? Non voleva mica colpirti, voleva solo appressarsi a te. Posso avvicinarmi? Parla! (II Guardiano della Porta tace. Ma Anatèma nel suo silenzio crede di percepire qualche cosa. Tende il suo collo serpentino e grida con pas­sione 🙂

                                      Più forte! più forte! Taci o parli?... Io non ti capisco. Il maledetto ha un udito fine e nel tuo silenzio percepisce l'ombra delle parole: nella tua rigida immobilità sente un cupo agi­tarsi di pensieri, ma non ti capisce. Parli o taci? M'hai detto avvicinati, oppure m'è sembrato?

Guardiano                     - Avvicinati!

Anatèma                                 - Non oso.

Guardiano                     - Vieni più vicino.

Anatèma                       - Ho paura. (Irresoluto e con movimenti a zig-zag si av­vicina al Guardiano, si corica prono e si tra­scina innanzi gemendo di spavento).

                                      Ah! io, il principe delle tenebre! sono forte e sapiente, eppure, guarda! Mi trascino carponi come un cane. Ma io lo fo solo perché ti amo e perché voglio baciare l'orlo della tua veste. Ma perché dunque il mio vecchio cuore mi duole tanto? Dimmelo tu che tutto sai.

Guardiano                     - Il maledetto non ha cuore.

Anatèma                       - (trascinandosi innanzi). Sì, sì, il male­detto non ha cuore, il suo petto è immobile e muto come la roccia grigia. Oh! se Anatèma avesse un cuore, tu glielo avresti ucciso da molto tempo coi dolori e le angosce. Ma. Ana­tèma ha un cervello che cerca la verità... Risparmialo.., Vedi, io sono ai tuoi piedi, mo­strami il tuo viso almeno per un attimo. (si contorce come mio schiavo ai piedi del Guardiano, ma non osa toccare il sua mania. Invano cerca di chiudere gli occhi che si muo­vono rapidamente qua e là, fissano in alto in­dagatori e scintillano vivamente come due car­boni accesi sotto la cenere grigia. Il Guardiano tace, ma Anatèma prosegue nel suo vano e osti­nato supplicare)

                                      Tu non vuoi, allora dimmi il nome di quello che sta dietro la porta. Dimmelo a voce bassa, che lo senta io solo io il saggio Anatèma, che si logora nella smania di verità. Non è vero che ò composto di sette lettere? oppure di sei? o di una sola? Parla! Dimmi almeno una let­tera. Tu salvi il maledetto dalla tortura eterna e, la terra che io lacero coi miei artigli, ti be­nedirà. Non occorre che tu gridi, parla piano... piano come un soffio... e io ti intenderò e ti benedirò... Parla! (Il Guardiano tace e Anatèma, dopo un breve moto di rabbia, indietreggia; ad ogni passo che lo allontana dal Guardiano si fa sempre più audace).

                                      Non è vero ch'io t'ami, non è vero che io volessi baciare l'orlo della tua veste. Mi dispiacerebbe per te se lo avessi creduto... io non ho niente da fare e vagolo ozioso per il mon­do... io non ho niente da fare, e perciò chiedo a quelli che incontro tutto quello che mi salta in mente. Io so tutto!... (Si alza e si scuote come un cane che esca dall'acqua; si cerca un alto blocco di roccia e vi monta sopraassumendo una superba posa drammatica).

                                      Io so tutto. Io sono sapiente e penetro nel senso di tutte le cose. Conosco le leggi di tutte le cifre, e il libro del destino è aperto dinanzi a me. Con uno sguardo io abbraccio la vita. Nel moto dei tempi, io sono il pernio, che gira rapido come il baleno. Io sono grande, sono potente, sono immortale, e l'uomo è nelle mie mani. Chi osa lottare col demonio? Io uccido i forti e faccio girare in un'ebbra ridda i de­boli, in una terribile e diabolica insensata ridda. Io ho avvelenate tutte le fonti della vita. Per tutte le vie ho messo dei tranelli; la voce di coloro che maledicono, non giunge dunque sino a te? il grido di quelli che cadono spossati sotto il peso del male? l'appello di coloro che si inveiscono inutilmente? di quelli che si con­sumano in un terribile infinito strazio?...

Guardiano                     - Li sento.

Anatèma                       - (ride). Il nome! dimmi il nome! Illu­mina la via al demonio e all'uomo. Ciascuno al mondo vuole il bene, e non sa dove trovarlo. Ciascuno al mondo vuole vivere e non trova che la morte. Il nome! Dimmi il nome del bene, dimmi il nome della vita eterna, io aspetto.

Guardiano                     - Quello che tu chiedi, Anatèma, non ha nome. Non c'è numero che lo possa calco­lare, né misura che possa misurarlo, nò bilan­cia che possa pesarlo. Chiunque ha pronunziato la parola Amore, ha mentito, chiunque ha pro­nunciato la parola Ragione ha mentito. Anche chi disse la parola Dio disse una menzogna — l'ultima, la più funesta, la più terribile men­zogna. Perché non esiste né numero, né misura, nò bilancia, né nome per quello che tu chiedi, Anatèma.

Anatèma                       - Dove ho da andare? Parla.

Guardiano                     - Dove tu vai.

Anatèma                       - Cosa devo fare? Parla.

Guardiano                     - Quello che fai.

Anatèma                       - Quando tu parli, taci. Parla, che io imparerò a capire il linguaggio del tuo silenzio.

Guardiano                     - No. Giammai! Il mio volto è scoper­to, ma tu non lo vedi. Il mio parlare è forte, ma tu non lo senti; i miei ordini sono chiari, ma tu non li capisci, né mai potrai vedere, sen­tire e capire, perché tu, Anatèma, spirito ma­ligno, coi tuoi calcoli e le tue misure, tu non fosti creato per la vita.

 Anatèma                      - (scosso). Giammai?

Guardiano                     - Giammai!

Anatèma                       - (salta giù dal macigno e si china a terra torturato da insensato dolore. Cade davanti alla roccia, la abbraccia delicatamente che respinge rabbioso da sé e geme forte e amaro. Poi volge il viso ai quattro punti cardinali e scuote mi­naccioso le munì come se volesse far insorgere la terra alla furia e alla vendetta. Ma le rocce grigie tacciono e i quattro punti della terra tacciono e solo, minaccioso nella sua maestosa, immobilità, si drizza con tutto il suo peso, appoggiato alla spada, il Guardiano della Porta). Sollevati, o terra. E tu, uomo, insorgi e cingi la spada, fra te e il cielo non esiste pace. La terra è la città delle tenebre e della morte, e il prin­cipe delle tenebre è il suo signore per ora e per l'eternità. Io vengo a te, Davide. Voglio driz­zare la tua triste esistenza come una vetta rocciosa contro il cielo, tanto da far tremare le superne finestre. Davide, servo mio, per la tua bocca io voglio annunziare la verità sulla sorte dell'uomo. (Sì volge al Guardiano della Porta) E tu... (Si tace, sopraffatto dal silenzio di morte, poi si drizza e si stira con negligenza, cornee per noia, e mormora, ma con voce così alta che il Guardiano possa sentirlo) Del resto, non giro forse qua e là perché non ho niente da fare? Ora sono qui, e poi vo avanti, più oltre come se non ci fossero molte vie per l'alle­gro Anatèma, che ama il riso e lo scherzo. Sei... questo significa: io porto a Davide tesori e ricchezze che egli non si aspetta. Otto si­gnifica: Davide guarisce gli ammalati e risve­glia i morti. Venti... giusto, questo significa che io e Davide, veniamo a ringraziare... il grande, possente, immortale Davide Leiser. Io vo... (Anatèma si allontana. Tutto tace: le rocce, la gran Porta, il rigido Guardiano, tutto tace. Ma è il passo di Anatèma che ha suscitato questa inquieta e rumorosa eco? Uno, due, tre... qualcuno avanza gravemente... Uno, due, è un passo pesante... eppure sembra che avanzi una moltitudine... e il silenzio sì anima di voci e di suoni lontani, profondi, come se partissero dalle viscere della terra, ed echeggia il suono di metalliche tube, e il tutto si confonde in un, lamento doloroso e ribelle che sale dalla terra al ciclo!... Uno... due... è il passo della folla, la sua voce terribile... i suoi sospiri, i suoi fragorosi discorsi... e nell’incrociarsi di grida e dì suoni, spunta un suono più distinto, una parola che pare un nome: Davide E questo nome risuona sentire più forte, più distinto fra i sospiri e i gemiti, le minacce e il rumore dei passi che pestano la terra: «Da... vi... de. Da... vi... de. Da... vi... de)). I suoni formano un unico accordo, diventano come il canto di milioni. Le tube squillano e chiamano. Il Guardiano della Porta tace immobile. Un terribile tuono echeggia di lontano. Un colpo spa­ventoso che scuote la terra e fa tacere gli squilli delle trombe e le voci dolorose... e come sorgente scaturita da, una roccia, scaturisce un soave e chiara melodia. Ma anche questa si tace. E torna il silenzio, un profondo, immo­bile silenzio... e una grande speranza, speranza, speranza...).

QUADRO SECONDO

 (Paesaggio meridionale. Caldo meriggio di estate. Un'ampia strada di campagna, dinanzi alla porta di una grande e popolosa città. La strada taglia l'intera scena cominciando dall'an­golo sinistro e nei fondo fa una svolta verso de­stra. Due alte colonne di pietra, di costruzione antica, segnano i confini della città. Esse sono piene di crepacci e di schegge ed un poco piegate. Di fianco alla colonna di destra sta la casupola del guardiano, abbandonata col camino rotto e le finestre inchiodate. Lungo la strada trova usi parecchi casotti di legno, separati l'un dall'altro da breve spazio. In essi viene fatto il piccolo commercio di ogni sorta- di cibarie, dolciumi, semi dì girasole, aringhe, salsicce ordinarie. In ognuno si vede un piccolo e lurido banco di mescita, do­minato da un tubo che termina con due rubinetti, uno per l'acqua di soda, l'altro per quella di Seltz.

Uno dei casotti appartiene a Davide Leiser, gli altri ad un greco di nùm,e Purikes, ad una giovine ebrea detta Scionka Citron e ad un russo. Ivano Beskrainy, che per di più fa il sarto rattoppatone e il riparatore di scarpe di gomma. Egli è il solo che venda della birra scura, I rari alberi sono inariditi dal caldo infuocato, la strada è deserta. Dietro le colonne, dove la strada piega a destra, si eleva un principio di salita montuosa e le corone dei rari alberi salgono pur esse in lontananza. L'orizzonte è limitato dal mare che apparisce di un intenso colore bleutempestato dai riflessi lucidi del sole).

Rachele                         - (moglie di Davide, una vecchia ebrea stanca della vita, siede vicino al suo casotto. Essa rattoppa degli stracci e conversa con tono triste ed annoiato cogli altri venditori). Nes­suno compra più. Nessuno beve più acqua di soda. Nessuno vuole più semi di girasole, né i miei magnifici zuccherini, che si disfanno in bocca quasi da sé.

Purikes                          - (come un eco). Nessuno compra.

Rachele                         - Si direbbe che tutti siano morti, solo perché nessuno mi può comprar niente. Si di­rebbe che al mondo si sia rimasti noi soli, noi coi nostri casotti.

Purikes                          - (come un'eco). Noi soli.

Beskrainy                      - Il sole ha bruciato tutti i compratori, non ci son rimasti che i venditori. (Pausa. Si sente il pianto sommesso di Scionka). Scionka, eppure tu ieri comprasti un pollo. Hai forse ammazzato qualcuno, o lo hai deru­bato, per essere in grado di comprare un pollo? Se tu sei così ricca e nascondi i tuoi denari, perché te ne stai qui a vendere quella roba e ti amareggi l'esistenza?

Purikes                          -(come un'eco). E ti amareggi l'esi­stenza?

Beskrainy                      - Scionka, è vero che ieri hai comprato un pollo? Non dire bugie, lo so. Me l'hanno detto.

Scionka                         -(tace e piange).

Rachele                         - Quando un ebreo compra un pollo, o è inalato l'ebreo o è malato il pollo.

Scionka                         - Citron (ha un figliolo che sta per morire. Ieri si è aggravato, e oggi la finirà... È un ragazzo ostinato e gli ci vuoi molto per morire.

Beskrainy                      - E perché resta qui mentre il suo fi­gliolo sta per morire?

Rachele                         - Perché deve stare a bottega a vendere. Purikes. Perché deve vendere.

Scionka                         -(piange).

Rachele                         - Ieri non si è mangiato niente e si spe­rava nella giornata di oggi. Ma anche oggi non mangeremo niente colla speranza che domani capitino dei compratori e ci portino un po' di fortuna! Chi sa. cosa vuol dire fortuna? Davanti a Dio tutti gli uomini sono uguali, eppure uno vende la sua merce per due Kopeki e l'altro per trenta... e nessuno sa perché ca­pita, la fortuna.

Beskrainy                      -Prima vendevo anch'io per trenta kopeki, ma ora vendo appena per due. Prima non avevo birra, e ora che ce l'ho la vendo per kopeki appena. La fortuna è incostante.

Purikes                          - La fortuna è incostante.

Rachele                         - Ieri viene mio figlio Nahum e mi chie­de: Dov'è il babbo? Io gli dico: Perché vuoi sapere dove è tuo padre? Tuo padre, Davide Leiser, è un povero ammalato che presto devi morire; per questo va sempre al mare per esser solo e per parlare con Dio della sua sorte. Noi disturbare tuo padre, che morirà presto; dimmi piuttosto quello che vuoi dire a lui! E mio figlio mi rispose: Bene, te lo dirò, mamma, io morrò presto. Questa è stata la risposta di mio figlio. E quando il mio vecchio marito tornò gli ho detto: Tu che vai tanto superbo della tua onestà, bestemmia Dio e muori, perché tuo figlio Nahum deve morire.

Scionka                         -(piange più forte).

Purikes                          - (si guarda intorno spaventato). Come... come... e se la gente non volesse più comprare?

Rachele                         - (spaventata). Come... Che dici? Non vo­lessero comprare più?

Purikes                          - (con crescente paura). Così, addirittu­ra... Non comprare più... cosa dovremmo fare?

Beskrainy                      - (inquieto). Come può avvenire che la gente non compri più? Ma è impossibile!

Rachele                         - Impossibile.

Purikes                   - Eppure è possibile... Se ad un tratto nessuno comprasse più...

(Uno spavento ha preso tutti, persino Scionica ha smesso di piangere e guarda pallida coi suoi occhi neri spaventati, la strada solitaria. Il sole brucia. Nel fondo dove la strada fa una voltata, appare Anatèma).

Rachele                         - Un compratore.

Purikes                          - Un compratore.

Scionka. Un compratore, un compratore (e si rimette a piangere).

(Anatèma si avvicina. Malgrado il caldo porta un abito nero di stoffa fine, un cilindro nero e guanti neri. Solo la sua sciarpa è bianca, il che da al suo aspetto un carattere serio e distinto. È di personale alto, snello, e Malgrado i capelli grigi ha, il portamento diritto. I suoi lineamenti sono severi e in certo senso sono belli. Quando si leva il cappello si vede l’ampia fronte solcata di rughe della sua grossa testa e la chioma mista di grigio, disordinata e ribelle. Quasi brutto come il suo grosso capo, è il collo, che è robusto, ma troppo lungo e sot­tile).

Rachele                         - Volete acqua di soda, signore? Fa tanto caldo oggi in questo inferno. Se non sì beve c'è il pericolo di prendere un colpo di sole.

Beskrainy                      - Birra scura buonissima?

Purikes                          - Acqua di viole! Acqua di viole!

Rachele                         - Acqua di soda. Acqua di seltz.

Beskrainy                      - Non bevete acqua di soda, da quello, colla sua acqua i topi impazziscono e gli sca­rafaggi prendono le convulsioni.

Rachele                         - Vergognatevi, Ivano. Non vi vergo­gnate di spaventare ì clienti degli altri? Io non dico niente della vostra birra, che solo un cane arrabbiato potrebbe comprare.

Scionka                         -Io non vendo. Io non posso più vendere. (Anatèma si leva il cilindro e saluta tutti amabilmente).

Anatèma                       - Grazie, voglio bere un bicchiere di ac­qua di soda, e forse anche uno di birra, ma prima vorrei sapere quale è la bottega di Da­vide Leiser.

Rachele                         - (sorpresa). Qui! Cercate di Davide? Io sono Rachele, sua moglie.

Anatèma                       - Sicuro, signora Leiser. Devo parlare con Davide. Davide Leiser.

Rachele                         - Venite forse a portarci qualche brutta notizia? Davide non ha amici così ben vestiti. Se è così, andate più oltre. Davide non è in casa, e io non so dirvi dove si trova.

Anatèma                       - (cordiale). Oh no! prego, non vi allar­mate, signora, non porto affatto cattive noti­zie. Ma che bella cosa incontrare un simile amore. Voi amate molto vostro marito, signora Leiser? È dunque un uomo sano e robusto e vi guadagna molto denaro?

Rachele                         - (cupa). No, è vecchio e malato e non può lavorare più. Ma non ha mai fatto male a nessuno, nò a Dio né agli uomini; neppure i suoi nemici possono dir niente sul conto suo. Qui eccovi un bicchiere di acqua di seltz, è meglio dell'acqua di soda. Se il caldo non vi fa paura, sedetevi e aspettate. Davide verrà fra poco.

Anatèma                       - (sedendosi). Ho sentito dire molto bene dì vostro marito, ma non sapevo che fosse così vecchio e malaticcio. Avete anche figlioli, signora Leiser?

Rachele                         - Ne avevo sei: i miei primi quattro sono morti.

Anatèma                       - (commuovendosi). Oh... oh... oh...

Rachele                         - Sì, signore, abbiamo fatto una vita di triboli. Me ne sono rimasti due soli... mio figlio Nahum...

Beskrainy                      - Un fannullone che sì fa passare per inalato e gironzola tutto il giorno in città.

Rachele                         - Ma state zitto, Ivano! Vergognatevi di parlar male della gente per bene. Nahum va in città per procurarci del credito... e poi ab­biamo anche una figliola. Ma disgraziatamente! è troppo bella.! Sì, la fortuna!... cos'è la for­tuna?... Uno muore di vaiolo e un altro lo vorrebbe avere, ma non gli viene e il suo viso rimane puro come una foglia di rosa.

Anatèma                       - (si mostra sorpreso). Ma non è poi un motivo per addolorarsi! La bellezza è un dono! di Dio, col quale egli eleva l'uomo e lo rende-! simile a se stesso.

Rachele                         - Chi sa? Forse è un dono di Dio, forse è il dono di un altro che io non voglio nominare. Non so perché l'uomo abbia da avere dei begli occhi, quando li deve poi nascondere: cosa deve fare del suo volto bianco e delicato, se lo deve nascondere? La bellezza è un gio­iello troppo pericoloso ed è più facile difendere il proprio denaro dai ladri, che la bellezza dai malvagi. (Sospettosa) Non sareste per caso venuto per vedere Rosa? Allora è meglio che ve ne andiate. Rosa non è qui, e non vi dirò nep­pure dove si trova.

Purikes                          - Un compratore, Rachele.. vedi, è ve­nuto il compratore.

Rachele                         - Sì, sì!

Purikes                          - Ma non avrà quello che cerca.

Anatèma                       - (ride amabilmente e ascolta la conver­sazione; ogni volta che uno prende la parola tende il collo e volge il capo verso di lui per meglio udire. Fa delle smorfie come un com­mediante, dimostrando ora dolore, ora ammira­zione;, ora sorpresa, ma ride quasi sempre inopportunamente).

Beskrainy                      - Perche sei così schifiltosa, Rachele, e non vuoi vendere quando capita un compra­tore? Ogni mercanzia invecchia e perde il suo valore.

Rachele                         - (piangente). Come siete cattivo, Ivano. Eppure io vi ho fatto credito di dieci kopeki, mentre voi non sapete far altro che insultarci.

Beskrainy                      - Non badate a me, Rachele. Io sono così maligno perché ho fame. Voi, signore ve­stito di nero, andatevene da qui. Rachele è una donna onesta e non venderà mai sua figlia, neanche se le offriste un milione.

Rachele                         - (con passione). Sì, sì, Ivano. Grazie. Chi vi ha detto, signore, che Rosa è bella? Non è vero, no, non ridete, non è vero, è brutta come i sette peccati mortali, è sporca come un cane che esce da un mucchio di carbone. Ha il viso butterato dal vaiolo. Sull'occhio destro ha una macchia bianca come un vecchio cavallo. I suoi capelli sono come una matassa di lana arruffata dagli uccelli. E per di più è curva e gobba, ve lo giuro, curva e gobba. Se la pren­dete, tutti vi rideranno dietro, e i monelli di strada, non vi lasceranno in pace...

Anatèma                       - (sorpreso). Ma io ho sentito dire...

Rachele                         - (irritata). Non avete sentito dire niente!

Anatèma                       - Ma se voi stessa...

Rachele                         - (gemendo). Avrei detto qualche cosa?..! Oh! mio Dio! le donne chiacchierano tanto! E poi i figlioli per le mamme sono sempre belli. Rosa, una bellezza?!... (ride). Ma figuratevi! Purikes! Rosa una bellezza!...

(Ride. Rosa giunge dalla parte della città) I suoi capelli sono arruffati e cadono a ciuffi coprendo quasi i di lei occhi neri scintillanti.II suo viso è sporco di nero fumo. È mal ve­stita. Ella viene svelta e sicura come una ragazzina, ma, appena, vede uno sconosciuto, si piega e si fa gobba come una vecchia).

Rachele                         - Eccola! Rosa! Lo vedete, signore? Oh! Dio mio, come è brutta. Davide quando la guarda, piange sempre...

Rosa                              - (si sente involontariamente ferita e si rad­drizza). Ma ci sono delle ragazze più brutte anche di me.

Rachele                         - (insistente). Ma che dici, Rosa? In tutto il mondo non c'è una ragazza più brutta di te. (Le sussurra supplichevole) Nascondi la tua bellezza. C'è un ladro, copri la tua bellezza. Stanotte ti laverò io stessa il viso e ti petti­nerò i capelli e ritornerai bella come un angelo... sicuro: e poi ci inginocchieremo davanti a te per adorarti. C'è un ladro, Rosa. (Forte) Oggi ti hanno tirato dei sassi?

Rosa                              - (fioca). Sì.

Rachele                   - E i cani ti hanno inseguita ancora?

Rosa                              - Sì.

Rachele                         - Vedete, signore, neppure i cani la la­sciano in pace.

Anatèma                       - (cortesemente). Mi ero proprio sba­gliata. Vostra figlia fa pena a vederla.

Rachele                         - Certo, ci sono delle ragazze che sono anche più brutte, ma... Va', Rosa, va' dentro e lavora! Cosa può fare una ragazza brutta se non lavorare? Va', povera Rosa, va'... (Rosa prende alcuni stracci per cucire).

Anatèma                       - K molto tempo che avete questa bot­tega?

Rachele                         - (più calma). Son già trent’anni. Da quando Davide è malato. Quando era soldato gli capitò una disgrazia, andò sotto il cavallo e gli fu schiacciato il petto.

Anatèma                       - O che Davide fece il soldato?

Beskrainy                      - Leiser aveva un fratello maggiore. Quello era un gran briccone. Si chiamava Mosè.

Rachele                         - (sospirando). Già. Si chiamava Mosè.

Beskrainy                      - Quando quel Mosè si doveva presen­tare alla leva, fuggì sopra una nave straniera e Davide fu obbligato a prendere il suo posto.

Rachele                         - Proprio così.

Anatèma                       - Che ingiustizia!

Beskrainy                      - Avete mai incontrato qualche cosa di veramente giusto al mondo?

Anatèma                       - Certamente! Voi dovete essere un uomo molto disgraziato, a quanto pare, e vedete tutto sotto una luce fosca... Ma presto vedrete che una Giustizia esiste!... Che il diavolo se 1o porti! Io che giro il mondo... vi posso dire che l'ho incontrata; spessissimo la Giustizia! A mondo è più frequente delle pulci addosso un cane.

Rachele                         - (sorridendo). Ma se poi è inafferrabile come le pulci...

Beskrainy                      - E quando si chiama come una pulce. (Tutti ridono. Dalla città giunge un suona­tore di organetto, mezzo cieco, coperto di pol­vere e di sudore, stanco e spossato. Vorrebbe andare oltre ma si arresta disperato e suonano qualche cosa in un modo orribile).

Rachele                         - Andate via, andate. Non abbiamo bi­sogno di musica.

Suonatore                      - (suonando). Neanch'io ho bisogno di musica.

Rachele                         - Non vi possiamo dar nulla, andate.

Suonatore                      - (suonando). Allora voglio morire suonando.

Anatèma                       - (generosamente). Vi prego, signora Leiser, dategli qualche cosa da mangiare e da bere... e un poco d'acqua, pagherò tutto io.

 Rachele                        - Come siete buono, voi! Venite qua, voi, signor suonatore, eccovi qualche cosa da man­giare e da bere; per l'acqua non vi prendo niente, quella ve la regalo io.

(Il suonatore siede e mangia avidamente).

Anatèma                       - (corte:semente). È molto tempo che gi­rate il mondo, signor musicante?

Suonatore                      - (malinconico). Prima, avevo anche una scimmia. Quell'organetto e la scimmia. La scimmia me l'hanno mangiata le pulci, e il mio organetto è già sfiatato: io mi vo cercando un albero adatto per potermi appiccare.

(Una ragazzetto, arriva di corsa, guarda con curiosità il suonatore e sì volge verso Scionka).

Ragazzetta                    - Scionka, Rusia è morto.

Scionka                                    - Di già?

Ragazzetta                    - Sì, è morto. l'osso prendermi un paio di semi di girasole?

Scionka                         - (chiude la bottega). Sì, prendili pure. Rachele, se venisse qualche compratore ditegli che io riaprirò bottega domani, altrimenti crederanno che l'abbia chiusa per sempre Avete sentito!» È morto Rusia.

Rachele                         - Di già?

Rgazzetta                      - Eh già, è morto. Ci suonerà un po' d'organetto?

Anatèma                       - (sussurra qualche cosa a Rachele e le mette qualche cosa in mano).

Rachele                         - Scionka, eccovi qua un rublo, lo ve­dete? un rublo!

Beskrainy                      - Che fortuna! Ieri un pollo e oggi un rublo... su, prendilo, Scionka.

(Tutti guardano la moneta d'argento. Scionka e la ragazzina si allontanano).

Rachele                         - Siete molto ricco, voi?...

Anatèma                       - Eh già!... come avvocato ho una grande clientela...

Rachele                         - (presto). Ma Davide non ha debiti.

Anatèma                       - Oh, io non vengo mica per questo. Quando mi conoscerete meglio, vedrete che vengo solo per offrire, e mai per prendere.

Rachele                         - (Impaurita). Sareste mandato da Dio?...

Anatèma                       - Sarebbe troppo onore per me e anche per voi, se fossi mandato dal Signore. No, io vengo per conto mio.

Nahum                          -(entra, guarda sorpreso il compratore e siede stanco su di un sasso. È un giovanetto alto e sottile sui 15 anni, col petto stretto e un gran naso pallido. Si guarda intorno).

Nahum                          - Dov'è Rosa?

Rachele                         - (sussurra). Zitto, è la! (Forte) Ebbene, Nahum, ci hai trovato credito?

Nahum                          - Ah, no! mamma, non ne ho potuto trovare. Io morirò presto, mamma. Oggi tutti sof­frono questo caldo, mentre io solo sento freddo. Sudo, ma sudo freddo.

Rachele                         - Ma tu vivrai molto...

Nahum                          - (debole). Sì, vivrò molto. Ma. perché il babbo non viene? Sarebbe tempo...

Rachele                         - Rosa, prepara l'aringa. Questo signore aspetta da un pezzo tuo padre e lui non si vede.

Nahum                          - Cosa vuole?

Rachele                         - Non lo so,

Nahum                          - Se è venuto avrà i suoi motivi. (Pausa).

Nahum                          - Lo sai, mamma, io non posso più pro­curarvi credito. Preferisco andare in riva al mare col babbo. È venuto il momento di chie­dere a Dio del mio destino.

Rachele                         - Non lo devi chiedere, Nahum, non devi!...

Nahum                          - Eppure lo voglio chiedere...

Rachele                         - (supplichevole). No, Nahum, ti prego, non chieder nulla.

Anatèma                       - E perche no, signora Leiser? Temete forse che Dio possa rispondergli male? Bisogna aver più fede, signora. Se vi sentisse Davide, non approverebbe le vostre parole.

Suonatore                      - (alza il capo). Tu vuoi parlare con Dio, giovine ebreo?

Nahum                          - Sicuro. Ognuno può parlare con Dio.

Suonatore                      - Lo eredi? Allora pregalo che mi mandi un nuovo organetto. Questo ormai è fi­nito...

Anatèma                       - Potrebbe anche aggiungere che le pulci hanno divorato la tua scimmia e che tu hai bisogno di un'altra scimmia.

(Tutti ridono e lo guardano un poco sorpresa fuorché il Suonatore che si alza e va verso il suo organetto).

Rachele                         - Cosa vuoi tu, musicante?

Suonatore                      - Voglio suonare.

Rachele                         - Perché? Non abbiamo bisogno di musica.

Suonatore                      - Vi devo ringraziare per la vostra) bontà.

(Suona qualche cosa di orribile. L'organetto. russa, sfiata e fischia. Anatèma leva gli occhi al cielo, batte il tempo colla mano e fischia).!

Rachele                         - Dio, che orrore!

Anatèma                       - Questa... (fischia) questa è l'armonia del mondo!

(La conversazione cessa, si sente solo il suono sfiatato dell'organetto e lo zufolare pensieroso di Anatèma. II sole brucia sempre più ardente dal cielo).

Anatèma                       - (di buon umore). Io non ho niente da fare e giro pel mondo: ne capita di tutti i co­lori... (Si diverte).

(Ad un tratto l'organetto si interrompe con una specie di sibilo che da alle orecchie di tutti.

Anatèma si irrigidisce e la sua mono resta al­zata) .

Anatèma                       - Chiude sempre così?...

Suonatore                      - Qualche volta anche peggio! Addio!...

Anatèma                       - (cerca nella tasca del gilet). No, no, non ve ne andate... voi mi avete procurato un gran godimento, e non vorrei che vi appiccaste. Eccovi degli spiccioli...

Rachele                         - (gradevolmente sorpresa). Chi avrebbe supposto, a vedervi, che voi siete un uomo così gioviale e così buono?

Anatèma                       - (lusingato). Oh prego, non mi fate ar­rossire colle vostre lodi, signora Leiser. Per­ché non dovrei aiutare un pover'uomo che è ridotto ad impiccarsi? La vita di un uomo è una cosa preziosa.... e io ho sempre degli spic­cioli con me... Ma non è Davide Leiser quell'uomo venerando che vedo là? (indica in fondo olla via).

Rachele                         - Sì, quello è Davide.

(Tutti tacciono in aspettazione. Sulla strada polverosa compare Leiser camminando lentamente. È alto, ossuto, ha lunghi capelli ric­cioli grigi e barba grigia. Sul capo porta un cappello nero alto, che posa come una cupola sopra di lui. Nella mano ha un bastone lungo come da pastore, col quale sembra misurare la via. Guarda di sotto le nere e crespe sopracciglia dinanzi a sé, e sì avvicina lento e serio al gruppo che siede, senza alzare gli occhi. Poi resta fermo e si appoggia con ambo le mani al bastone).

Rachele                         - (si alza rispettosamente). Dove sei stato, Davide?

Davide                          - (senza alzar gli occhi). Ero in riva al mare.

Rachele                         - E cosa ci facevi?

Davide                          - Guardavo le onde, e domandavo loro di dove vengono e dove vanno. Riflettevo alla vita e mi domandavo di dove viene e dove va.

Rachele                         - E che dicevano le onde?

Davide                          - Non dicevano niente, vengono e vanno, e l'uomo sulla riva aspetta inutilmente la risposta del mare.

Rachele                         - Con chi hai parlato, Davide?

Davide                          - Ho parlato con Dio. Gli ho chiesto il de­stino di Davide Leiser, il destino del vecchio ebreo che presto deve morire.

Rachele                         - (balbettando). E che ha risposto Dio? (Davide tace e china lo sguardo a terra).

Rachele                         - Anche nostro figlio vuoi venire con te al mare e chiedere a Dio del suo destino.

Davide                          - (alzando gli occhi). O che anche Nahum deve morire presto?

Nahum                          - Sì. babbo, io comincio già a morire.

Anatèma                       - Ma perdonate, signori miei... perché continuate a parlare di morte, quando io vi porto la vita e la fortuna?

Davide                          - (con un movimento del capo). Siete forse mandato da Dio? Rachele, chi è quest'uomo che può parlare così?

Rachele                         - Non lo so, è molto che sta qui ad aspet­tarti.

Anatèma                                 - (sereno- e con tono di uomo d’affari). Ma signori, rallegratevi, e ridete un poco. Datemi un po' di attenzione e vi porterò a ridere tutti. Dunque attenti signori, attenti!

(Tutti pendono con attenzione dalle sue labbra).

Anatèma                       - (leva solennemente una carta di tasca e chiede). Siete voi Davide, figlio di Abramo Leiser?

Davide                          - (spaventato). Sì, sono io. Ma potrebbe es­serci un altro Davide Leiser... io non so... do­mandatelo alla gente.

Anatèma                       - (lo fa tacére con un gesto). Non avevate forse un fratello, di nome Mosè, che trent'anni or sono fuggì in America?

Tutti                              - Sì, sì.

Davide                          - Ma io non sapevo che fosse andato in America.

Anatema                       - Davide Leiser, vostro fratello è morto!

(Pausa).

Davide                          - Ci avevo rinunziato da un pezzo.

Anatèma                       - E lui, alla sua morte, ha lasciato tutte la sua sostanza, che sale a due milioni di dollari, (rivolto agli astanti) che corrispondono a quattro milioni di rubli, a voi, Davide Leiser. (si ode un profondo sospiro. Tutti restano come impietriti).

Anatèma                       - (porge il testamento a Davide). Ecco il testamento. Vedete qui il sigillo?

Davide                          - (lo respìnge da sé). No, non voglio, non voglio! Voi non siete mandato da Dio! Dio noi si prende gioco degli uomini così.

Anatèma                       - (con cordialità). 'Ma scusate, non è mica uno scherzo. Sul mio onore è la pura verità! Quattro milioni. Permettete che sia il primo al congratularmi e a stringere la vostra, onesta; mano. (Afferra la mano di Davide e la scuote. Dunque, signora Leiser, che cosa vi ho portato! E cosa direste adesso? La vostra Rosa è bella o brutta? E voi, signor Nahum, credete ancora di dover morire? (Colle lagrime agli occhi) Vedete voi che cosa vi ho portato! E ora permettete che mi allontani un momento... noli vorrei disturbare... (Si asciuga gli occhi col fazzoletto e si tira in disparte).

Rachele                         - (sgomenta). Rosa!

Rosa                              - (ugualmente spaventata). Che, mamma?

Rachele                         - Lavati il viso. Rosa! Lavati! Oh! mio Dio, lavati presto... mi intendi?

(Scuota Rosa, come impazzita e le lava il viso colle sue mani tremanti spruzzandola d'acqua da ogni parte. Nahum ha preso la mano del padre e quasi si attacca a lui. Pure che egli stia per (svenire da un momento all'altro).

Davide                          - Riprendete il vostro documento. Ripren­dete il vostro foglio.

Rachele                         - Davide! Ma sei impazzito? Non gli date retta. Lavati, Rosa, lavati! La gente deve ve­dere quanto sei bella.

Nahum                          - (afferra la carta). Appartiene a noi, babbo, è la risposta di Dio. Guarda la mamma, guarda Rosa, guarda me... io comincio già a morire...

Purikes                          - (urla). Oh! oh! Ma voi strappate quel foglio! Oh! oh!... levateglielo dalle mani. (Nahun comincia, a piangere).

Rosa                              - (coi capelli bagnati, raggiante di bellezza, viene sorridente dinanzi al padre). Eccomi, babbo! Eccomi! Eccomi!

Rachele                         - (spaventata). E dove eri, Rosa?

Rosa                              - Io non ero ancora al mondo, mamma. Sono nata oggi...

Rachele                         - Ma guarda, Davide, guarda! E guardate voi tutti, spalancate gli occhi, guardateli guardatela!

(Improvvisamente Davide comprende quello che è accaduto. Si leva il cappello di testa lo getta lontano da sé, si strappa i suoi abiti che gli sono troppo stretti, si fa largo fra i presenti e salta addosso ad Anatèma).

Davide                          - (minaccioso). Perche me l'hai portato?

Anatema                       - (calmo). Permettete, signor Leiser, io sono avvocato. E mi rallegro veramente...

Davide                          - Perché me l'hai portato? (Da una spinta. ad Anatèma, con tutte le sue forze per allonta­narlo da sé e, vacillando, si avvia per la strada che sale. Ad un tratto si ferma, si rivolge grida con gesti concitati:) Via da me!... L da me! Questo è il demonio! Voi credete che vi porti quattro milioni? Oh no! Ci porta quattro milioni di pene e di maledizioni! Quattro milioni di sventure ha fatto precipitare sul capo di Davide. Quattro oceani di amare lagrime ho versato io sulla vita; i miei sospiri somigliano ai quattro venti della terra. La fame e le ma­lattie mi divorarono quattro dei miei figli, e ora che sono vecchio e devo morire, ecco che mi portano quattro milioni. Potete rendermi la mia gioventù che ho passato fra gli stenti, per­seguitato dalle sventure, attorniato di dolori? Potete riportarmi uno solo di quei giorni in cui soffersi la fame; una sola di quelle lagrime che versai sulle rocce? Potete farmi dimenticare come fui sputacchiato in viso e umiliato? I tuoi quattro milioni di rubli, significano quattro milioni di ingiurie! Oh, Anna! oh, Beniamino, oh, Raffaele!... oh, mio piccolo Mose... voi miei uccellini... che siete morti di fame sui nudi rami dell'inverno. Cosa direste se vostro padre toccasse quel denaro? No, io non ne ho bisogno. Vi dico che non ho bisogno dì denaro! Sono un vecchio ebreo che muore di fame: io non vedo il dito di Dio! Ma voglio andare da lui e dir­gli: Che cosa fai tu di Davide?... Io vo... (Si volgo eccitato agitando le braccia levate verso il ciclo, e fa per allontanarsi).

Rachele                         - (piange). Torna indietro, Davide! Ri­torna qui!...

Purikes                          - (disperato). Quel foglio! Raccogliete quel foglio!

Anatèma                       - Calmatevi, signora. Leiser, lui ritor­nerà. Da principio accade sempre così. Io ho girato parecchio il mondo e lo so. Il sangue sale alla testa, le gambe cominciano a tremare e l'uomo impreca e maledice... Non importa!...

Rosa                              - Come è storto questo specchio, mamma!...

Nàhum                          - (piange). Mamma, dove è andato il babbo? Io voglio vivere!...

Anatèma                       - Rosa, buttate via quel vetraccio. La gente rispecchierà la vostra bellezza, il mondo rifletterà la vostra bellezza. Deve specchiarsi sul mondo! Ah, siete qui, signor musicante? Suonateci qualche cosa. In un simile giorno di festa, la musica non deve mancare.

Suonatore                      - Devo suonare quello di prima?

Anatèma                       - Sì, quello di prima.

(L'organetto stride e fischia. Anatèma lo accompagna zufolando allegramente e batte il tempo colle mani, come se volesse coi suoi gesti, impartire delle benedizioni).

QUADRO TERZO

(Davide Leiser è divenuto ricco. Spinto dalla moglie e dai figli ha affittato una villa lussuosa in riva al mare; tiene molti domestici e fantesche, cavalli e carrozze. Anatèma, colla scusa di essere stufo d'i far l'avvocato, è divenuto il suo segre­tario particolare. Per Rosa vi sono dei maestri e maestre che le ingegnano le lingue e le belle maniere. Per Nahum che è gravemente infermo, è stato preso un maestro di Odilo.

Il denaro dall'America non è ancora, arrivato, ma il milionario Davide Leiser gode di un credito illimitato, più in merci ed in cose che in denaro.

La scena rappresenta un grati salone marmoreo con belle finestre ad arco e una uscita sopra una veranda. Dalle finestre si vedono alberi tropicali e un po' di mare, qualche cosa della città. È mez­zogiorno.

Davide,, siede al tavolo, è molto cupo e serio; un po' più in là sul sofà, siede Rachele riccamente vestita, ma senza gusto, e guarda Nahum che sta prendendo la lezione di ballo. Nahum è pallidissimo, tossisce e vacilla quasi di debolezza, specialmente quando, secondo le regole del ballo, deve posare su di una gamba. Ma è pieno di fervono. È vestito elegantemente:, sebbene il gilè troppo vistoso e la cravatta vivace guastino la buona impressione generale. Il maestro di ballo salta col violino in marno, intorno a Nahum. E’ un uomo di straordinaria abilità ed eleganza cheporta gilet bianco, scarpe di vernice e smoking.

Anatèma ritto sulla porta, osserva questa scena con aria triste e preoccupata).

Maestro di ballo            - Uno, due, tre. Uno, due, tre. Rachele. Ma guarda, Davide! Guarda come balla bene il nostro Nahum Io non potrei saltare così, povero figliuolo!

Davide                          - Lo vedo.

Maestro di ballo                     - « Monsieur Nahum » ha molto talento. Prego, uno, due, tre. Scusate, scusate... questo non va. Ci vuole più precisione in ogni singolo passo, e poi il volteggio sul piede de­stro va fatto con eleganza, non è vero? Così,; così... lo vedete? (mostra il passo) Vedete, si­gnora Leiser, il ballo è pura matematica, ci vuole il compasso...

Rachele                         - Lo senti, Davide?

Davide                          - Sì.

Maestro                         - Dunque prego, signorino: Uno, due, tre. Uno, due, tre. (Suona col violino).

Nahum                          - (respirando affannosamente). Uno, due, tre uno, due, tre... (Si gira sopra sé stesso e ad un tratto sta per cadere. Il suo volto si fa. pallido, dolorante e smorto; ha un forte attacco di tosse. Dopo questa tosse ripete) Uno, due, tre.

Maestro                                   - Così va bene, « Monsieur Nahum ». Più eleganza, più distinzione. Uno, due, tre... (Suona).

Anatèma                                 - (va lieve verso Rachele e la parla som­messamente, ma forte abbastanza che Davide lo senta). Non vi pare, signora Leiser, che Na­hum sia un po' stanco? Il maestro di ballo non conosce pietà.

Davide                          - (voltandosi). Basta! Rachele. Quel ra­gazzo lo tortureresti finché non muore.

Rachele                         - (scossa). Ma non è colpa mia! Come se non vedessi anch'io che è stanco. Ma è lui che vuoi ballare ad ogni costo. Nahum! Nahum!

Davide                          - Basta! Nahum, riposati un poco.

Nahum                          - (aspirando Varia). Ma io voglio ballare (si ferma e pesta i piedi con mossa isterica, sul pavimento). Perché non mi si vuoi lasciar bal­lare? O che dunque volete tutti che io muoia presto?

Rachele                         - Tu vivrai ancora molto, Nahum, an­cora molto tempo.

Nahum                          - (quasi piangente). Perche non volete la­sciarmi ballale? Io voglio ballare. Ho corso abbastanza per procurarvi del credito, ora. mi voglio divertire... Sono forse già decrepito, da dovere starmene a letto a tossire? Tossire, sempre tossire? (Tossisce e piange insieme).

Anatèma                       - (sussurra all'orecchio del maestro qual­che parola e questi scuote un po' le spalle sì inchina e dice:)

Maestro                         - Dunque, a domani, «Monsieur Nahum », Temo che ci siamo esercitati troppo.

Nahum                          - Domani. Ma verrete di certo? Voglio ballare, capite? Maestro (si inchina ed esce).

Nahum                          - (lo segue con passo vivace e movimenti forzati). Domani immancabilmente! ricorda­tevi! (Esce lui pure).

Anatèma                       - Perché siete così pensieroso, Davide? Permettetemi di non essere soltanto il vostro segretario, sebbene sia grande onore per me, ma il vostro amico. Da quando avete ereditato, voi siete oppresso da un grande sconforto: mi addolora di vedervi così.

Davide                          - Di che mi dovrei rallegrare, Nullus?

Rachele                         - E Rosa? Non ti accusare dinanzi a Dio,

Davide                          - La sua gioventù e la .sua bellezza non sono forse il ristoro dei nostri occhi? Prima, neppure la luna osava guardarla, e ora va in carrozza e tutti la ammirano, tutti cavalcano dietro a lei. Ma figuratevi, Nullus, tutti i si­gnori seguono a cavallo la sua carrozza.

Davide                          - E Nahum?

Rachele                         - Nahum? Mio Dio! E già tanto tempo che è malato, lo sai bene, e la morte sopra un letto morbido è preferibile a quella su di una strada di campagna. Ohi sa? forse potrà vivere ancora a lungo... anzi, vivrà a lungo (piange). Davide! Àbramo Chessin e la figlia di Scionka, ti aspettano nella corte.

Davide                          - (triste), Han bisogno di denari? Dagli qualche cosa, Rachele. Dai loro qualche soldo e falli andar via.

Rachele                         - Alla fine ci leveranno di tasca tutti i nostri denari, Nullus. È già le seconda volta che devo dare qualcosa a Chessin. E come un monte di sabbia. Per quanta acqua ci si versi, rimane sempre asciutto.

Davide                          - Sciocchezze, Rachele! Abbiamo sempre troppo denaro. Vedete, Nullus, mi da noia ve­dere la gente, da quando ci avete portato in casa quel denaro.

Anatèma                       - Voi lo avete guadagnato, Leiser. Lo avete meritato colle vostre sofferenze.

Davide                          - ... da quel momento gli uomini si sono molto cambiati, e in peggio. Vi piace quando s'inchinano davanti a voi? A me non va. Non son mica dei cani, gli uomini, per trascinarsi - a capponi... Vi piacerebbe. Nullus, che la gente vi dicesse che siete il più saggio, il più gene­roso, il migliore degli uomini, mentre non siete che un ebreo alla buona, come ce ne sono tanti; al mondo? No, a me non va.

Anatèma                       - (pensieroso). La. ricchezza è una enorme potenza. Nessuno vi domanda di dove viene il vostro denaro, riconoscono la vostra potenza e si piegano.

Davide                          - Potenza! E Nahum? E io stesso? Potrei con tutto il mio denaro, riscattare un giorno solo di benessere e di vita?

Anatèma                       - Ora avete un aspetto molto più fresco.

Davide                          - (sorridendo amaramente). Così? Devo forse anch'io prendermi un maestro di ballo?... Nullus, datemi un consiglio.

Rachele                         - Davide, non dimenticarti di Rosa. Non è un grave peccato dinanzi a Dio, di nascondere il suo bel viso? La bellezza non ci è stata data per allietarci? In un bel viso Dio rivela la sua stessa bellezza. E non abbiamo alzato ogni giorno le nostre mani contro Dio, quando nascondevamo colla fuliggine il bel viso di Rosa, perche apparisse come uno spavento e un essere miserevole per tutti?

Davide                          - La bellezza sfiorisce. Tutto muore!... Rachele. Anche il giglio sfiorisce, e il giacinto muore le foglie delicate della rosa thea cadono, e vuoi per questo calpestare tutti i fiori e co­prire le rose thee di fango? No, Davide. Non bisogna disperare. Il giustissimo Dio ti ha dato la ricchezza e il benessere. Vuoi tu, che fosti tanto forte nella sventura, che mai una volta ne incolpasti Dio, vuoi tu essere debole nella buona ventura?

Anatèma                       - Giustissimo, signora. Rosa ha tanti adoratori che non ha che da scegliere.

Davide                          - (si leva arrabbiato). A nessuno di quelli io darò Rosa.

Rachele                         - Ma Davide! che cosa ti viene?

Davide                          - Non gliela darò. Quei cani che vogliono leccare alla scodella d'oro, io li caccio via! Quei cani!

 (Rosa entra. È vestita riccamente ma con semplicità. È un poco pallida e stanca, ma bellissima. Sembra che da lei vengano raggi di luna e cupe ombre. Procura, di parlare bene e di muoversi con eleganza. Fa attenzione a sé stessa, ma di tanto in tanto si dimentica: diventa rozza, il che le riesce oltremodo penoso. Rosa è accompagnata da due signori in abito da cavalcata. Il più, vecchio di essi è molto pallido e aggrotta cupamente la fronte. Nahum viene senza far rumore dietro a Rosa. Egli sì stringe a lei come se cercasse protezione nella giovinezza, nella forza, nella bellezza di lei).

Davide                          - (abbastanza forte). Rachele!... gii adora­tori!...

Rachele                         - (fa un gesto per calmarlo). Ma taci!...

Rosa                              - (da un bacio alla madre con indifferenza). Come sono stanca! Buon giorno, papa.

Rachele                         - Stai attenta, Rosa... tu non devi affaticarti tanto. (Al signore più anziano) Dite-: glielo voi, che non deve lavorare tanto... ha mica bisogno di lavorare!

Il più giovane                - (sottovoce)Vostra figlia, non si può che adorare, signora. Presto le innalzeremo un tempio.

Il più vecchio                - (sorridendo). E vicino al tempio un cimitero. Vicino ai templi ci son sempre i cimiteri, signora.

Rosa                              - A rivederci! Io sono molto stanca. Se voi: domani, avete tempo, venite a prendermi, forse] faremo una passeggiata insieme.

Il più vecchio                - (scuote, le spalle). Se abbiamo tempo? Noi abbiamo sempre tempo!... (secco) A rivederci!... (Escono).

Rachele                         - (inquieta). Mi fa l'impressione che ti li abbia offesi, Rosa, perché sei così?

Rosa                              - Ah! che! questo non fa niente, mamma!

Anatèma                       - (a Davide). Questi non sono adoratori.

Davide                          - (sorride cupamente).

Anatèma                       - (perde ad un tratto il dominio di sé stesso, corre verso Rosa, le offre il braccio. La conduce balbettando attraverso le stanze, men­tre zufola la canzone dell'organetto). Ah! si­gnorina, se non fossi così vecchio e malato (fischia) io sarei il primo aspirante alla vostra mano...

Rosa                              - (sorride con malizia). Meglio inalato che morto.

Davide                          - Nullus! Siete un uomo molto allegro.

Anatèma                       - (fischiando). Si è perché non sono ricco e ho la coscienza tranquilla. Io non ho niente da fare e gironzolo... a, braccetto colla signo­rina. Dunque voi dite: morto, Rosa?

Rosa                              - Provate dunque.

Anatèma                       - (si ferma). Voi siete veramente bella, Rosa! (Con intenzione) Che direste se... se... ma no, il dovere innanzi tutto! Sentite me, Rosa, voi dovete sposare per lo meno un principe, fosse pure il principe delle tenebre.

Nahum                          - Rosa, perché sei andata via da me? Sento freddo, quando tu non tieni la mia mano nella tua... Prendimi una mano, Rosa.

Rosa                              - Ma io devo andare a cambiarmi.

Nàhum                          - Ti accompagno sino alla tua camera. Lo sai? oggi ho ballato di nuovo e molto bene, capisci? Ora non posso quasi più respirare... (Con. entusiasmo e un po' invidioso) Come sei bella, tu, Rosa!

Rachele                         - Aspetta, Rosa, voglio pettinarti io stessa. Mi lasci fare?

Rosa                              - Non sapete fare, voi, mamma. Mi baciate continuamente e non mi pettinate... i capelli a baciarli si arruffano.

Davide                          - Rosa, pensa che tu parli a tua madre!

Rosa                              - (fermandosi). Perché odi la mia bellezza?

Davide                          - Prima io l'amavo.

Rachele                         - (sorpresa). Ma che dici!

Davide                          - Sì, Rachele. A me piace la perla finché è in fondo al mare; perché quando la si porta su, si trasforma in sangue, e allora la perla non mi piace più.

Rosa                              - Perché odi la mia bellezza, babbo. Sai tu quello che farebbe al mio posto un'altra ra­gazza? Impazzirebbe. E io invece cosa fo? Stu­dio giorno e notte e imparo (molto eccitata) perché non so niente di niente. Non so parlare, non so neppure camminare, perché vo tutta curva e quando cammino mi viene una gobba.

Rachele                         - Non è vero!

Rosa                              - (eccitata). Per esempio... ora io non mi sono contenuta, e urlo e belo tutta rauca, come una cornacchia raffreddata. Io voglio essere bella. Sono al mondo per questo! Tu ridi? Hai torto!... Sai anche tu che un giorno tua figlia diverrà duchessa o principessa? Per la mia corona... io mi voglio anche conquistare uno scettro!

Anatèma                       - Oh! oh!...

(Rosa, Nahum e Rachele escono. Davide aspetta finché sono usciti, poi scatta in piedi irritato e va con passi rapidi su e giù per la stanza).

Davide                          - Che commedia! Che commedia!... Ieri pregava il cielo per un'aringa, e oggi una co­rona è troppo poco per lei. Domani ruberà il trono a Satana e ci si assiderà... Che com­media!...

Anatèma                       - (divenuto cupo e severo). No, questa è una tragedia!

Davide                          - È una commedia! una vera commedia! Non senti in tutto questo il riso di Satana? (Indica colla mano verso la porta) Hai visto tu il cadavere che balla? Io lo vedo ogni mat­tina.

Anatèma                       - Oh! che le condizioni di Nahum sono così allarmanti?

Davide                          - Tre dottori. Tre corifei della scienza lo hanno visitato ieri, e mi hanno detto a quattr'occhi che Nahum morrà entro un mese... sicuro! e oggi è già un mezzo... cadavere. E ogni mattina devo stare a vedere questo cada­vere che balla... oppure è soltanto un sogno? Nullus! O che forse Satana si burla di me?

Anatèma                       - E della vostra salute che cosa hanno detto?

Davide                          - Non ne ho domandato. Non voglio che mi dicano: Potete ballare anche voi a suon dì musica,

Davide                          - Che ne direste, Nullus? Due cadaveri che ballano in una bella sala di marmo (ride cupo e maligno).

Anatèma                       - Voi mi spaventate, amico mio! Cosa succede nella vostra anima?

Davide                          - Lasciate in pace la mia anima. In voi fa un effetto terribile. (Si afferra con ambo le mani il capo) Ah! cosa devo fare!... cosa devo fare? Io mi sento solo, nel mondo deserto.

Anatèma                       - Ma che avete, Davide? Calmatevi.

Davide                          - (si ferma dinanzi ad Anatèma e dice con voce spaventosa). La morte, Nullus, la "morte! voi ci avete portato la morte. Avevo forse paura della morte? Non l'aspettavo forse come un'a­mica? Ma voi ci portaste la ricchezza, e tutto cambiò. Ora io vorrei ballare... Voglio ballare, e la morte mi afferra al cuore; voglio mangiare perché ho fame, e il mio stomaco rigetta i pa­sti; voglio ridere e il mio viso piange. I miei occhi lagrimano e la mia anima urla per la paura della morte. Non c'è possibilità di sal­vezza, la morte mi sta alle calcagna (sì abbatte pieno di sgomento).

Anatèma                       - (con intenzione). I poveri vi aspettano!

Davide                          - I poveri aspettano sempre!

Anatèma                       - (severamente). Ora vedo davvero che tu sei perduto,

Davide                          - Dio ti ha abbandonato.

 (Davide si ferina e guarda Anatèma con ira e con sorpresa. Questi ha"alzato il capo e il suo squarcio è serio e severo. Pausa).

Davide                          - Questo dite voi a me?

Anatèma                       - Sì, questo. Badate, Leiser, voi siete in potere del Demonio!

Davide                          - (spaventato). Come ho potuto suscitare la vostra collera e meritare queste terribili pa­role? Voi foste sempre buono verso di me e verso i miei figli. I vostri capelli sono grigi come i miei... ho scoperto da un pezzo un in­timo strazio nei vostri lineamenti... e per que­sto vi stimo! Perché tacete? Nei vostri occhi arde un fuoco spaventoso... Chi siete? Ma voi tacete. No, no, non abbassate gli occhi, se no provo ancor più spavento. Quando abbassate gli occhi, appare sulla vostra fronte una scritta di fuoco che annuncia una cupa, terribile, mor­tale verità.

Anatèma                       - (con dolcezza). Davide

Davide                          - (contento). Ah, dunque parli, Nullus?

Anatèma                       - Taci e ascoltami. Io ti riconduco dalla stoltezza alla ragione, dalla morte... alla vita,

Davide                          - Taccio e ti ascolto.

Anatèma                       - La tua follia sta in questo': che tu per tutta la vita hai cercato Dio, e quando Dio venne a te, tu dicesti: Non ti conosco! La tua morte, Davide, sta in questo: che tu, accecato dalla sventura, come un cavallo bendato alla ruota del mulino, non riconosci gli uomini, e colla tua malattia e la tua ricchezza, rimanesti un solitario in mezzo ad essi. Là fuori, là ti aspetta la vita. E tu sei così cieco che le chiudi la porta in faccia. Tu devi ballare, Davide, bal­lare devi: la morte col violino nelle mani ti aspetta. Più grazia, Leiser! più grazia. Dovete girare meglio il passo...

Davide                          - Che vuoi da me?

Anatèma                       - Devi rendere a Dio quello che ti diede.

Davide                          - (cupo). Dio mi ha dato forse qualche cosa?

Anatèma                       - Ogni rublo che tu hai in tasca, è un pugnale che tu immergi nel seno degli affamati. Da' tutto il tuo avere ai poveri, da' il tuo pane agli affamati; così vincerai la morte.

Davide                          - A Davide, quando aveva fame, non han dato neppure una ciambella di pane. Debbo io forse placare, colla loro sazietà, la fame che mi divora persino le midolla?

Anatèma                       - Tu sarai sazio in essi.

Davide                          - Recupererò la mia forza e la mia salute?

Anatèma                       - La tua forza l'avrai in essi.

Davide                          - Caccerò la morte che già cova nel mio sangue, che è già sottile come l'acqua? guadagnerò la mia vita?

Anatèma                       - Colla loro vita aumenterai la tua vita. Ora tu non hai che un cuore, allora avrai mi­lioni di cuori.

Davide                          - Ma pure morirò.

Anatèma                       - No, tu sarai immortale. (Davide indietreggia con terrore).

Davide                          - Le tue labbra han pronunziato una pa­rola spaventosa. Chi sei tu, che puoi concedere l'immortalità? La vita e la morte dell'uomo non sono nella mano di Dio?

Anatèma                       - Dio ha detto: Tu devi rimeritare la vita colla vita.

Davide                          - Ma gli uomini sono cattivi ed esigenti, e chi è affamato è più vicino a Dio, Che non chi è satollo.

Anatèma                       - Pensa ad Anna e a Beniamino.

Davide                          - Taci!

Anatèma                       - Pensa a Raffaele e al piccolo Moise...

Davide                          - (dolorante). Taci, taci ti dico!

Anatèma                       - Pensa ai tuoi uccellini che morirono sui freddi rami dell'inverno. (Davide piange amaramente).

Anatèma                       - Quando la rondine lancia nell'azzurro la sua canzone stridente, le dici forse: Taci, uccellino! Dio non ha bisogno del tuo canto? Non le dai punto grano se ha fame? E non la celi nel tuo seno per ripararla dal freddo, perché stia bene e serbi la sua voce sino a prima­vera? Chi sei tu, disgraziato, che non ripari gli uccelli e dai i bambini in balìa delle bu­fere? Ricordati come morì il tuo piccolo Moise; ricordatene e ripeti ancora: Gli uomini sono colpevoli e cattivi e non meritano la mia com­passione.

Davide                          - (piega i suoi ginocchi come se cadesse sotto un colpo terribile e voleva le sue mani come per riparare il suo capo da un orribile colpo che scenda dal cielo. Con voce fioca 🙂 Adonai... Adonai!...

Anatèma                       - (colle braccia incrociate gli si drizza dinanzi; è cupo).

Davide                          - Grazia! Grazia!...

Anatèma                       - (presto). Davide, i poveri aspettano te. Se ne andranno subito.

Davide                          - No, no.

Anatèma                       - I ipoveri aspettano sempre, ma si stan­cheranno di aspettare e andranno.

Davide                          - (con voce strana). Da me non se ne an­dranno. Ah, Nullus, Nullus! saggio e sciocco Nullus! Non capisci che io li aspetto da un pezzo i poveri? e che la loro voce mi risuona nelle orecchie e nel cuore? Questo bisogno, que­sto sentimento, è stato sempre in me. (Fioco) Chiama qua i poveri.

Anatèma                       - Rifletti bene, Davide, chi vuoi chiamare. (Cupo) Non cercare di ingannarmi!

Davide                          - Io non ho mai ingannato nessuno. (Fermo e solenne) Quando urlavi tu, io tacevo e ti ascoltavo, ora taci tu e ascolta me, perché posi io la mia. anima, non in potere degli uomini, ma nelle mani di Dio. La sua forza sta sopra di me. Io ti comando: Chiama mia moglie Ra­chele e i miei figli Rosa e Nahum, e tutti i servi e le serve che sono in casa mia.

Anatèma                       - (ubbidiente). Vado.

Davide                          - E chiamami anche i poveri che mi aspet­tano fuori nella corte. Va' in istrada e guarda m anche là non ci sono dei poveri che mi cercano, e se li vedi, chiamali qui, perché la loro sete brucia le mie labbra, la loro fame punge insaziabile le mie viscere e io voglio annun­ziare, in faccia al popolo, la mia ultima, incrol­labile volontà. Va'!

Anatèma                       - (ubbidiente). La tua volontà, è legge per me. (Esce).

Davide                          - (rimane in piedi con gesto di comando, finché non è uscito Anatèma Pausa).

Davide                          - La mano di Dio mi lui. sfiorato, e i capelli mi si drizzano sulla testa. Adonai! Adonai! Chi era quel tremendo che mi parlava per bocca del vecchio Nullus, quando pensavo ai miei poveri figli morti? Solo una freccia dell'arco dell'Altissimo, poteva colpire così in mezzo al cuore. I miei uccellini... Davvero io stavo sull'orlo del precipizio e tu mi hai trattenuto, e hai strappato il mio spirito dagli artigli del demonio. I miei uccellini... (ride improvvisa, mente lieve, e lieto sussurra) Voglio dar loro io stesso pane e latte, voglio nascondermi dietro la tenda perché non mi vedano. I bambini sono così timidi e hanno paura della gente che non conoscono, e io ho una barba così brutta (ride). Voglio nascondermi dietro la tenda e vederli mangiare. Han bisogno di così poco, con una ciambella si saziano, con una coppa di latte la sete passa, e poi cantano. Ma donde mi viene questa irrequietezza, questa paura? Le ombre di un pericolo arcano pesano sulla mia anima e sui miei pensieri. Ah! fossi almeno rimasto po­vero e sconosciuto! Fossi ancora rimasto a ve­getare all'ombra di una siepe, dove si gettano ceneri e rifiuti. Tu mi hai sollevato sulla vetta del monte e vuoi mostrare il mio triste e vec­chio volto al mondo. ÉJ la tua volontà. Tu co­mandi e l'agnello si fa leone. Tu comandi e Davide Leiser, che impallidiva all'ombra, si le­verà senza paura al sole! Adonai, Adonai!... (Rachele, Nahum e Rosa entrano inquieti).

Rachele                         - Perché ci hai fatti chiamare, Davide? E perché Julius si mostrava così duro e cupo quando ci portò il tuo ordine? Noi non abbiamo colpe verso di te, ma se anche ne avessimo, prima esamina quello che abbiamo fatto di male, ma non ci guardare così severo e adirato.

Rosa                              - Posso sedermi?

Davide                          - Tacete e aspettate. Non sono ancora qui tutti quelli che ho fatto chiamare. E tu, Rosa, se sei stanca, siedi, ma quando sarà venuto il momento devi alzarti. Anche tu devi sedere,

Nahum                          - (Servi e serve entrano indecisi. Un servo che assomiglia ad un laquais inglese, la serva, il cuoco, il giardiniere, la governante e altri. Essi si aggruppano imbarazzati in uno stretto punto. Quasi nello stesso momento una quindicina di persone entrano, fra le quali Àbramo Chessin, un vecchio, la figlia di Scionka, Giuseppe Krizlci, Bara Leipke e altri ebrei ed ebree. Ma ci sono anche greci, russi e valacchi, tutti strac­ciati 0 sporchi, due di essi sono ubriachi. C'è anche Purikes, Ivano Beskrainy e il Suonatore di organetto col suo strumento. Manca solo Anatèma).

Davide                          - Prego, prego, non abbiate timore, en­trate e non vi fermate sulla soglia, dietro a voi ce ne sono degli altri. Ma sarebbe bene che vi puliste i piedi; questa bella casa non appar­tiene a me, e devo restituirla pulita, come l'ho ricevuta.

Chessin                         - Noi non sappiamo camminare sui tap­peti, e non abbiamo le scarpe di pelle lustra come vostro figlio

Nahum                          - Buongiorno, signor Davide. Benedetta sia questa casa.

Davide                          - Dio benedica anche te, Àbramo! Ma [perché mi chiami così solennemente: signor Da­vide? O che prima non mi chiamavi semplice­mente Davide?

Chessin                         - Ora siete un uomo potente, signor Leiser. Prima vi chiamavo semplicemente Davide, è vero, ma ora che io devo aspettare nella corte per esser ricevuto, più aspetto e più lungo mi diventa il vostro nome: signor Davide Leiser.

Davide                          - Hai ragione, Àbramo. Quando il sole tramonta, le ombre si distendono e quando l'uomo rimpicciolisce, il suo nome si allunga Ma aspetta appena un poco, Abramo.

Il Lacchè                       - (all'ubriaco). Prego, state un po' di­scosto da me.

L'Ubriaco                      - Zitto, imbecille! Tu sei un lacchè; e noi qui siamo degli ospiti.

Il Lacchè                       - Prego, non sputare sul pavimento. Qui non sei mica sul « tram »!

L'Ubriaco                      - Signor Leiser... Un uomo che (pareva un vecchio demonio, mi prese per la giacca, e mi disse: Davide Leiser ti fa chiamare, Davide Leiser che ha fatto un'eredità. Io gli chiesi il perché, e lui mi rispose: Davide vuol nomi­narti suo erede, e cominciò a ridere... E ora che io son qui, il vostro lacchè, mi caccia via!...

Davide                          - (sorridendo). Nullus è un burlone che non si lascia sfuggire nessuna occasione quando può fare uno scherzo. Ma voi siete mio ospite, e vi prego di aspettare un momento.

Rachele                         - (esita un poco, poi non può più conte­nersi). Ebbene, come ti vanno gli affari, Ivano? Ora avete meno concorrenti?

Beskrainy                      - Male, Rachele. Non vengono compra­tori.

Purikes                          - (come un'eco). Non vengono compratori.

Rachele                         - (con rammarico). Oli! Oli! Peccato! Quando non ci sono compratori, la va male.

Rosa                              - Zitta, mamma!... vuoi forse tornare a in­sudiciarmi il viso di fuliggine?

Anatèma                       - (che conduce alcuni mendicanti, entra molto stanco e affannato). Ecco, Davide, pren­dete prima questi qui. I vostri milioni spaven­tano la ipovera gente, nessuno voleva venire con me. Tutti credono che si voglia ingannarli.

Un Ubriaco                   - Quest'uomo è quello che mi prese per il colletto.

Anatèma                       - Ah, sei qui? Buon giorno, buon giorno!

Davide                          - Grazie, Nullus. Ma ora, ti prego, prendi carta, penna e calamaio e siediti vicino a me. Dammi, ti prego, i miei vecchi conti... è tutto là. Quello che io dirò di maggiore importanza, ti prego di scriverlo e di non fare sbagli. Noi dobbiamo render conto a Dio di ogni parola. E io prego voi tutti di alzarvi e di ascoltare con attenzione: anzitutto vi prego di penetrare bene nel significato delle grandi parole che io dirò. (Con severità) Alzati, Rosa!

Rachele                         - Dio, abbi pietà di noi! Davide, cosa vuoi fare?

Davide                          - Zitta, Rachele. Tu mi obbedirai!

Anatèma                       - Pronto!

(Tutti si alzano e ascoltano attenti).

Davide                          - (solenne). Dopo la morte dì mio fratello Moisè Leiser, ho avuto una eredità di due mi­lioni di dollari.

Anatèma                       - (indica con le quattro dita). Che corri­spondono a quattro milioni di rubli. (Tutti ascoltano eccitati).

Davide                          -(severo). E ora, seguendo la voce della mia coscienza e il comando di Dio, ripensando ai miei figli Anna, Beniamino, Raffaele e Moise, che sono morti in tenera età di malattie e di fame... (China la testa e piange amaramente. Rachele prorompe pur essa in lagrime).

Rachele                         - Oh! mio piccolo Moise. Davide, Davide, il nostro piccolo Moise è morto.

Davide                          - (si asciuga gli occhi col fazzoletto). Zitta, Rachele! Cosa stavo dicendo, Nullus... scri­vete! scrivete!... Lo so già. (Risoluto) Così, secondo la legge di Dio, che vuole verità e mise­ricordia, ho deciso di dare ai poveri tutto quello che posseggo. Ho detto bene, Nullus?

Anatèma                       - Sento la voce di Dio.

 (Nessuno al primo momento ci vuol credere, ma poi sorgono dei dubiti e un inatteso spavento assale i volti dei presenti. Gli uomini mormorano come in sogno: « quattro milioni! quattro milioni! », e si coprono il viso colle mani. Il Suonatone di organetto si fa avanti).

Suonatore                      - Mi comprerai un organetto nuovo, Davide?

Anatèma                       - Indietro, signor musicante.

Suonatore                      - (Indietreggiando). E voglio anche un'altra scimmia!

Davide                          - Sollevate le vostre anime, voi infelici, e rispondete con un sorriso delle vostre labbra alla bontà del cielo. E poi andate in città mes­saggeri di felicità, correte per le strade e le piazze e gridate forte dovunque per il mondo: Davide Leiser, il vecchio ebreo che presto deve morire, ha fatto un'eredità e la divide coi po­veri. E quando vedete un uomo che piange ed un bambino dal volto anemico e dagli occhi lividi, o una madre dal petto esausto: Venite, Davide Leiser vi chiama, dico bene, Nullus?

Anatèma                       - Bene, Davide, bene. Ma li hai chia­mati tutti?

Davide                          - E se vedete un ubriaco, che nel suo ab­brutimento è sdraiato e dorme, destatelo e dite­gli: Vieni con noi. Davide ti chiama. E se in­contrate un ladro in un bazar, bastonato dalla gente che voleva truffare, chiamatelo con buone parole, che hanno la forza di un comando: Vieni con noi, Davide ti chiama. E se vedete degli uomini che il bisogno rendeva cattivi, che si percuotono coi bastoni e coi sassi, rappa­cificateli colle parole: Davide vi chiama. E se incontrate di notte la donna dalle labbra e da­gli occhi dipinti, che non conosce vergogna, ditele pure: Ti chiama

Davide                          - Dico bene, Nullus?

Anatèma                       - Bene,

Davide                          - Ma hai chiamato tutti?

Davide                          - E per quanto orrore e spavento possa suscitare la miseria, qualunque siano i colori con cui si coprono le piaghe umane, rianimate gli esausti, e con parole vive fate tornare in vita i morti, frugate nelle tenebre e chiamate, che in esse si celano infiniti orrori.

Anatèma                       - Bene, Davide, bene. Vedo che il tuo spirito tocca la vetta, e tu batti già con forza alle porte dell'eternità: Porte, apritevi! Lascia che baci la tua mano, o Davide, che mi trascini ai tuoi piedi come un cane, io ti venero. Co­manda: Terra, destati! Nord e Sud, Est ed Ovest, in nome di Davide mio signore, io vi comando di rispondere ai suoi appelli e di ve­nire ai suoi piedi, come quattro oceani di la­grime. Chiama, Davide, chiama!

Davide                          - (alza le mani). Sud e Nord!

Anatèma                       - Est ed Ovest.

Davide                          - Vi chiama Davide!

 (Tutti sono confusi, piangono e ridono, per­ché ora tutti credono. Anatèma oncia la mano di Leiser e non sa dominare la sua contentezza: prende il Suonatore d'organetto per il bavero e lo trascina in mezzo alla scena).

Anatèma                       - Guarda, Davide, il musicante. (Afferra il musico per le spalle e lo scuote) Tu dunque non vuoi più il tuo vecchio organetto? E hai bisogno di un'altra scimmia? Eh! Forse ti toc­cherà anche un poco di polvere insetticida con­tro le pulci. Di' quello che vuoi. Avrai tutto.

Davide                          - Zitto, Nullus, bisogna lavorare. Sai far bene i conti, tu?

Anatèma                       - Io, Rabbi Davide? Ma se sono io stesso un numero, un peso, una misura.

Davide                          - Allora siedi e scrivi. Ma un'altra cosa, figlioli cari, io sono un vecchio ebreo che sa bene dividere in dieci spicchi un aglio. Io non conosco solo il bisogno degli uomini, ho veduto persino gli animali soffrire la fame. E ho visto come muoiono di fame i bambini. (Abbassa il capo ed emette un profondo sospiro) Non mi imbrogliate, e pensate che tutto ha la sua mi­sura e i suoi limiti. Perciò non chiedete nep­pure venti kopeki quando ve ne occorrono solo dieci, e non chiedete due misure di grano quando ve ne basta una, perché il superfluo di uno appaga il bisogno di un altro. Possiamo cominciare, Nullus?

Anatema                       - Certo, io aspetto voi.

Davide                          - Dunque vi prego, mettetevi in fila. De­naro per ora non ne ho. È sempre in America ma io voglio notare esattamente quanto occorre ad ognuno di voi.

Rachele                         - Davide, Davide! che fai tu di noi? Guarda dunque Rosa, vedi il povero Nahum? (Nahum è come colpito alla testa, vuol dine qualche cosa, mia non può e annaspa Varia colle dita aggranchite. Più in là, Rosa, solitaria, nella sua gioventù e bellezza, spicca in mezzo a quei poveri avanzi di miseria e di sofferenza umana. Essa guarda il padre con aria provo­cante) .

Rosa                              - O che noi, siamo meno figli tuoi di questo popolo racimolato per la strada? E non siamo noi fratello e sorella di quelli che sono morti?

Davide                          - Rosa ha ragione. Ognuno deve avere quello che gli spetta.

Rosa                              - Così?... E tu, babbo, sai di preciso quello che spetta a ciascuno? (Ride amaramente v vuol andarsene, mentre i presenti, con una mossa di disprezzo delle loro mani, indicano di lasciarle libero il passo).

Davide                          - (dolce e triste). Rosa, rimani.

Rosa                              - Io qui non ho più niente da fare. Ho sen­tito come li hai chiamati tutti... oh! tu hai chiamato ben forte... ma chiamasti anche quelli che sono... belli? Io qui non ho più niente da fare (esce).

Rachele                         - (si alza indecisa). Rosa!

Davide                          - (sempre dolce e con un lieve sorriso). Ri­mani. Dove vuoi andare? Tu starai con me.

(Nahum fa alcuni passi, vuol seguire Rosa, poi rimane indietro e siede stanco vicino alla madre).

Davide                          - Sei pronto, Nullus? Dunque prego, voi, il primo della fila... avvicinatevi.

Chessin                         - ( avvicinandosi). Son io,Davide.

Davide                          - Come vi chiamate?

Chessin                         - Mi chiamo Abramo Chessin .. ma come, hai dimenticato il mio nome?... Eppure da ra­gazzi giocavamo insieme.

Davide                          - Ssst! È per la regola, Abramo. Scrivete il nome ben chiaro, Nullus. Lui è il primo che mi aspettava. E questo avvenne per la volontà di Dio, mio Signore.

Anatèma                       - (scrive). Dunque, numero uno, Abramo Chessin

Nahum                          - (sottovoce). Mamma, io non voglio bal­lare mai più.

QUADRO QUARTO

(La stessa strada polverosa del secondo quadro. Il sole brucia, sempre col suo fulgore meridiano. Ma davanti alle botteghe la piazzetta non è più deserta come prima. Una gran folla di povera gente vi accorre per salutare Davide Leisbr che ha donato tutto il suo ai poveri. Essi riempiono Varia delle loro grida e delle loro vivaci conver­sazioni e si muovono confusamente.

Purikes, Beskrainy e Scionka sono ritti da­vanti al ricco assortimento delle loro merci e vendono dolciumi e acqua di soda. Rachele Leisbr siede, come prima alla sua bottega; è pulita, ma vestita poveramente. Da quando suo figlio Nahum è morto tisico e la bella Rosa se ne è fuggita con una grossa somma di danaro, Rachele odia la ricchezza ed è tornata, per volontà di Davide, alle sue antiche occupazioni.

Davide ha già distribuito quasi tutto il suo denaro, gli son rimasti solo pochi rubli, che bastano appena per il viaggio a Gerusalemme, dove vuol andare in pellegrinaggio con sua moglie, per chiudere la sua vita in onesta povertà entro le mura della Città Santa.

Si stanno facendo tutti i preparativi per rice­vere Davide Leiser, che è andato col suo amico Anatèma in riva al mare. Le botteghe e persino le due colonne sono ornate di stracci colorati e di tralci di foglie e di fiori. Air orlo della via, verso destra, si organizza un'orchestra che suo­nerà per il ricevimento. Essa è composta di alcuni poveri ebrei, con ogni sorta di strani e antiquati strumenti: c'è un violino, in ottime condizioni, un cembalo, una vecchia tromba molto ammac­cata. Il concerto che ne risulta è orribile; ora i suonatori stanno litigando, incolpandosi scam­bievolmente del cattivo andamento.

Fra i presenti ci sono molti bambini e persino dei bimbi in fasce portati in collo. Si incontrano fra i presenti dei volti ormai noti: Abramo Chessin e i mendicanti che erano il primo giorno alla divisione del denaro. Da una parte, sopra un rialzo del terreno, in atteggiamento cupo, sta il Suonatore di organetto che tiene pronto il suo istrumento. Si è procurato a credito un organetto nuovo, ma non ha ancora trovato un'altra scimmia: le scimmie che aveva veduto erano disadatte, oppure deboli di salute e visibilmente degenerate).

Un giovane Ebreo         - (suona una vecchia tromba). Perché deve suonare solo da una parte? Una tromba così buona?

L'Uomo del violino       - (eccitato). Ma che figura mi fate fare? Come si fa a ricevere Davide Leiser con una tromba simile? Mi stupisce che voi non prendiate anche un gatto e soniate dalla parte della coda, e poi crediate che Leiser per questo vi chiami: « caro figliolo ».

Giovane Ebreo              - (ostinato). La tromba è buona. Mio padre la suonava quando era soldato, e tutti erano contenti di lui.

L'altro Musicante          - Vostro padre forse ci ha suo­nato, ma, vi prego, ditemi chi ci si è seduto? Da dove vengono tutte quelle ammaccature? Come si fa a ricevere Davide Leiser con una simile tromba sconquassata?

Il giovane Ebreo           - (colle lagrime agli occhi). La tromba è ancora buonissima.

L'altro Musicante          - (ad un signore tutto rasato). E quello è il vostro tamburo? No, prego, di­temi sul serio se quello deve essere un tamburo. O che un tamburo ha da avere un buco per cui si può far passare un cane?

Chessin                         - Non vi eccitate così, Leipke. Voi siete un giovanotto di talento, e arriverete a suo­nare molto bene. Davide Leiser ne sarà com­mosso,

L’altro Musicante         - Ma io non posso fare diver­samente. Voi, signor Abramo Chessin, siete un uomo serio, avete vissuto molto nel mondo. Avete mai veduto un tamburo con un buco così largo?

Chessin                         - No, Leipke, un buco così largo non l'ho mai visto. Ma pure voi avete torto. Davide Leiser è stato miliardario, una volta aveva venti milioni di rubli, ma tuttavia non ha pre­tese, è molto modesto e il vostro affetto lo ral­legrerà molto. O che l'anima ha bisogno di un tamburo per esprimere il suo affetto? Io qui vedo gente che non ha nò tamburi né trombe, e che piangono di felicità, e le loro lagrime sono silenziose come la rugiada. Sollevatevi anche voi lassù, Leipke, salite verso il cielo, e non sentirete tamburi, ma percepirete certo come scendono le lagrime.

Il Vecchio                     - Non dovete litigare e macchiare que­sto giorno di felicità. Voi rattristerete

Davide                          - (Un pellegrino ha udito la conversazione. Ha un volto grave, severo, bruciato dal sole. Tutto il resto: i capelli, l'abito, sono grigi per la pol­vere della strada. È molto cauto e riflessivo nei suoi movimenti, ma il suo sguardo è aperto e diritto. I suoi occhi non hanno splendore e so­migliano a due finestre di una casa, che siano aperte durante la notte).

Pellegrino                      - Egli ha (portato la felicità e la pace sulla terra. E tutto il mondo conosce il suo nome. Io vengo di molto lontano, dove vivono altre genti diverse da voi, che hanno altre usanze e sono nostri fratelli solo pei loro do­lori e le loro sofferenze. Ma anche là si è sen­tito parlare di Davide, che distribuisce il suo pane e la sua fortuna, e tutti benedicono il suo nome.

Chessin                         - Lo sentite, Rachele? (Si asciuga le la­grime) Lo sentite? È il vostro nome- e quello di Davide Leiser che benedicono.

Rachele                         - Lo sento. Io sento tutto. Solo non sento più la voce di Nahum, che è morto, e non sento più il chiacchierio di Rosa. Voi venite di lon­tano, buon vecchio, e avete visto genti diverse da noi. Non avete incontrato per via belle ra­gazze? la più bella di tutte quelle che ci sono in terra?

Beskrainy                      - Aveva una figliola, Rosa, una bella ragazza, che le è scappata perché non voleva dare la sua parte ai poveri. Dite, Rachele: si è portata via molto denaro?

Rachele                         - C'era denaro che potesse bastare per la mia Rosa? Sarebbe come dire che sulla co­rona di un re ci sono troppe gemme... o che il sole ha troppi raggi.

Pellegrino                      - No, quella gente non l'ho trovata, ma ne ho trovati dei gruppi che parlavano di Davide Leiser che distribuì agli uomini pane e felicità. È vero che il vostro Davide ha guarito una donna che aveva una malattia incurabile ed era già in punto di morte?

Chessin                         - ( sorridendo). No, non è vero.

Pellegrino                      - Ed è vero che Davide ha reso la vista degli occhi ad un cieco nato?

Chessin                         - ( scuotendo il capo). No, non è vero. C'è qualcuno che ha ingannato quella gente diversa da noi. I miracoli non può farli che Dio. Da­vide Leiser è un uomo comune, un uomo buono e onesto, come chiunque non abbia dimenti­cato Dio.

Purikes                          - No, non è vero. Davide Leiser non è un uomo comune; in lui c'è una forza sovru­mana, io lo so. (La gente d'intorno ascolta attenta le parole di Purikes). Io ho veduto coi miei occhi quando quell'uomo, che avevo preso per un compratore, di­scese per la strada deserta, in quel giorno di solleone. Ma non era un compratore. Io vidi coi miei propri occhi come egli toccò colla mano Davide, e Davide cominciò a parlare. Ma il suo discorso era così orribile che io non lo volli ascoltare. Ve ne ricordate, Ivan?

Beskrainy                      - Sì, questo è vero. Davide non è un uomo comune.

Rachele                         - O che un uomo comune tira il suo de­naro dietro alla gente, come si tirerebbero sassi dietro ai cani? Qual'è l'uomo comune che va a pregare sulla tomba di un bambino che non è suo? che non conosce? che non gli ap­partiene? e non lo riguarda?

Una Donna                   - (che porta un bambino in braccio), Davide non è un uomo comune. Chi ha mai visto un uomo che cura un bambino e lo ama più della sua stessa madre? Che si ferma sulla soglia e contempla i bambini non suoi che man­giano, e ne piange di gioia? Davanti al quale i bambini non hanno paura, neppure i più pic­cini, e che giocano colla sua barba veneranda come colla barba del loro nonno? Quello stu­pido del piccolo Ruben, non ha strappato tutta una ciocca di peli grigi della barba di Davide? E Davide se ne adirò forse? Gridò forse di do­lore, e battè i piedi? No. Cominciò a ridere come di felicità e a piangere dalla troppa gioia.

L'Ubriaco                      - Davide, non è un uomo comune. Io un uomo singolare. Io gli domando: Perché mi date del denaro? È vero che io vado scalzo e sono sempre sporco, ma non crediate mica che io col vostro denaro mi compri le scarpe e il sapone. Io andrò a. bermi questo denaro all'osteria più vicina. Glielo dovevo dire perché è vero che sono un bevitore, ma sono anche un galantuomo. Quest'uomo singolare, questo Davide mi ha però dato una così curiosa ri­sposta, come un buon uomo che sia diventato matto: Se bevete volentieri, Semjon, bevete pure, io non sono venuto per insegnare alla gente, ma per rallietarla.

Un vecchio Ebreo         - Sì, sì, di maestri ce ne sono molti, ma di quelli che possono rallegrare ce ne sono pochi. Dio benedica Davide, che diffonde la gioia fra gli uomini.

Beskrainy                      - (all'ubriaco). E non ti sei proprio comprato le scarpe?

Ubriaco                         - No, io sono un uomo di parola.

Il Musicante                  - (disperato). Ma dite un po', voi tutti, che dovete avere un po' di coscienza, vi pare che Davide abbia bisogno di una simile musica? Lui, l'uomo che porta la gioia? Io mi vergogno di aver raccolto un'orchestra così cat­tiva. Preferirei morire piuttosto che dovermi vergognare davanti a Davide.

Rachele                         - (al Suonatore d'organetto). E suonerete anche voi, signor musicante? Ora avete un così bell'istrumento; con questo potrebbero ballare persino gli angioli.

Suonatore di organetto - Certo che suonerò.

Rachele                         - E perché non avete la scimmia?

Suonatore di organetto - Non mi riesce di tro­varne una buona. Tutte le scimmie che ho visto sono troppo vecchie, o troppo furiose e disa­datte. Non sono capaci neppure a prendersi le pulci. Una scimmia deve aver talento, come un uomo. Non basta che abbia una coda, per essere una scimmia come si deve.

(Il Pellegrino si informa sottovoce con Chessi).

Pellegrino                      - (a parte). Dimmi la verità, ebreo. La gente mi ha mandato qui, e io ho fatto molte miglia sotto un sole spietato: son venuto colle mie vecchie gambe, per sapere la verità. Chi è questo Davide che diffonde la gioia? Se non guarisce gli ammalati...

Chessin                         - È un peccato e un affronto a Dio il credere che un uomo possa guarire.

Pellegrino                      - Bene. Ma è vero che Davide ha fatto costruire un immenso palazzo di marmo bianco e di cristallo azzurro, e lo vuol dare a tutti i poveri della terra?

Chessin                         - ( imbarazzato). Non lo so. Del resto è mai possibile costruire un palazzo tanto grande?

Pellegrino                      - (convinto). Certo che si può. Ed è vero che lui vuol prendere il potere ai ricchi per darlo ai poveri?

Chessin                         - Non lo so. (Spaventato) Tu mi fai paura.

Pellegrino                      - (si guarda prudentemente intorno). Ed è vero che ha già mandato i suoi messaggi in Etiopia, ai negri, perché si preparino a ri­cevere un nuovo impero; perché egli vuol dare la loro parte anche ai negri, come ai bianchi... a tutti parti uguali, e ad ognuno tanto quanto domanda (in segreto) conforme il diritto e la giustizia?

(Dal fondo della via compare Davide col suo lungo bastone. Anatèma lo sorregge rispettosamente al braccio sinistro. La gente si mostra eccitata e inquieta, i musicanti afferrano i loro strumenti, le donne tirano a sé i loro bambini gridando: «Eccolo, Isacco!... Pietro! Sarah!...»).

Pellegrino                      - Ed è vero che...

Chessin                         - Domandatelo a lui. Ecco che viene!... (Anatèma guarda la folla, trattiene Davide che avanza solenne e con un gesto largo e maestoso gli mostra i presenti. Essi restano un poco là fermi. Davide col grigio capo in­dietro e Anatèma che si stringe a lui, col pro­zio viso vicino al suo, e gli sussurra qualche cosa, indicando colla marno sinistra alzata la folla. Leipke, che cammina disperato qua e là, ha accordato finalmente la sua orchestra e co­mincia un concerto stonato e stridente, allegro e variato quanto gli stracci che pendono in­torno. Dovunque risuonano grida e risate gio­conde. I bambini corrono avanti, qualcuno piange, molti tendono verso Davide) le loro mani. E in quel caos di gente lieta, avanza Davide. La gente gli fa largo. Molti gli gettano addosso tralci di verde, altri distendono i loro abiti sul suo cammino. Le donne si strappano i fazzoletti dal collo e li gettano sulla strada polverosa ai suoi piedi. Così giunge fino da Ra­chele, che si alza e lo saluta insieme agli altri. La musica cessa, Davide tace. Tutti sono imbarazzti).

Chessin                         - Perché non parli, Davide? Vedi, questa è tutta gente che tu hai fatto felice; ti saluta e stende le vesti sul tuo cammino, per mostrarti il suo grande amore e la sua gioia immensa. Di' una parola, essi aspettano.

(Davide rimane cogli occhi bassi e ambo le mani appoggiate al suo bastone. Il suo volto è serio e grave. Anatèma lo guarda inquieto di sopra le spalle).

Anatèma                       - Davide, aspettano te. Di' loro una pa­rola di gioia!

Davide                          - (tace).

Una Donna                   - Perché taci, Davide? Tu ci spaventi. Non sei dunque tu Davide, quello che diffonde la gioia?

Anatèma                       - (impaziente). Dunque parla! Essi aspet­tano la gioia, e tu opprimi l'anima loro col tuo silenzio. Parla!...

Davide                          - (alza gli occhi e fissa la folla in giro).\ Perché questi onori? questo clamore di voci, queste musiche? A chi rendete questi onori degni di un principe, o di chi abbia compiuto qualche grande impresa? Voi distendete i vo­stri abiti dove io passo, davanti a me che sono un povero vecchio vicino a morire. Che ho fatto dunque per meritare tali onori e tale entusia­smo, per provocare quelle lagrime di gioia? Io vi diedi denaro e pane, ma quel denaro appar­teneva all'Altissimo, veniva da lui, e attra­verso a voi, ritorna a lui. Solo io non ho na­scosto il denaro come un ladro., e non sono-stato un brigante come coloro che dimenticano Dio. Questo è tutto ciò che no fatto, non è vero, Nullus?

Anatèma                       - No, Davide. Il tuo discorso non è degno di un saggio. E manca di umiltà.

Un Vecchio                   - Pane senza amore è come l'erba senza sale, sazia lo stomaco ma non soddisfa il gusto dell'uomo.

Davide                          - Ho forse dimenticato qualche cosa? Ram­mentamelo, amico. Io sono già vecchio e i miei occhi non vedono più bene. Non sono forse dei musicanti quelli che vedo? e delle bandiere quelle che pendono sul mio capo? Parla dunque, Nullus!...

Anatèma                       - Tu. hai dimenticato gli uomini... Tu non vedi i bambini.

Davide                          - I bambini?

(Le donne piangenti sollevano i bambini da­vanti a Davide).

Voci                              - Benedici mio figlio, Davide .. Posa la tua mano sulla mia piccina... Benedici... Posa la tua mano...

Davide                          - (leva le mani verso il cielo). Oh, Anna; Beniamino, o Raffaele, Oh, mio piccolo Moise... (Guarda in basso e tende le braccia verso i bambini). Oh, miei uccellini, che moriste sui nudi rami dell'inverno. Figlioletti miei!... Eb­bene, Nullus, vedi come piango? Ora ho compreso, ora sento che tutto quello che era mio la mia vecchia anima, le mie pene e le mie gioie le ho date all'infanzia... (piange e ride insieme). Io non so chi tu sia, o donna, dammi il tuo bimbo, quello là che ride quando tutti pian­gono, perché lui solo ha giudizio (ride fra le lagrima). Oh, non aver paura che io te lo rubi, come uno zingaro.

La donna                       - (s'inginocchia davanti a lui e gli tende il bambino). Prendete, Davide. Tutto appar­tiene a voi, noi e i nostri bimbi.

Una seconda Donna     - Prendete anche il mio, Davide.

Una terza                      - Il mio! il mio!

Davide                          - (prende il bambino, se lo stringe al seno e lo nasconde nella sua barba grigia). Ah! que­sta brutta barba? Non aver paura, piccino, stringiti a me e ridi!... Rachele, moglie cara, vieni qua!

Rachele                         - (piangendo). Sono qui.

Davide                          - Vieni, andiamo un po' in disparte. Ti renderò subito il bambino, brava donna, voglio tenerlo un momento solo, vieni,

Rachele                         - Da­vanti a te non mi vergogno delle lagrime. (Va in disparte e ambedue piangono).

Molte Voci                    - Ssst!... Zitti, zitti... Piangono, non li disturbate.

Anatèma                       - (fa qualche passo in punta di piedi e dice:) Zitti, zitti! (Va verso i musicanti e parla con essi battendo il tempo colla mano. Il rumore si fa sempre più forte. Beskrainy, Purikes e Scionka aspettano da un pezzo coi bicchieri pieni nelle mani).

Davide                          - (torna indietro asciugandosi gli occhi col fazzoletto rosso). Riprenditi il bambino, buona donna. Non fa per noi, non è vero, Rachele?

Rachele                         - (piangendo). Non avremo mai più bam­bini.

Davide                          - (sorridendo). Ma, Rachele! che dici? Non sono nostri tutti i bambini del mondo? Senza bambini è quello che ne ha solo tre, sei, e anche dodici, non quello che non li può contare.

Scionka                         -Bevete un po' d'acqua di soda., signor Davide, è bene la vostra acqua!

Purikes                          - Bevete questo bicchiere, Davide, mi procurerà dei clienti.

Beskrainy                      - Bevete un bicchiere di birra, Davide, è di quella buona, ve lo assicuro. Il vostro de­naro fa diventar tutto buono.

Rachele                         - (fra le lagrime). Io vi ho sempre detto che avevate la birra cattiva, e ora che avete di quella buona, non me ne offrite punta,

Beskrainy                      - Ah, Rachele ..

Davide                          - Lei scherza... Vi ringrazio... ma io non posso bere tanto, mi limiterò a un sorso per ciascuno. L'acqua è molto buona,

Scionka                         -Voi sapete farla molto bene, e presto diventerete ricca.

Scionka                         -Io ci metto più soda che gli altri...

Pellegrino                      - (sottovoce ad Anatèma). È vero... Voi siete un amico intimo di Davide Leiser... e po­trete dirmelo... È vero che ha costruito un palazzo...

Anatèma                       - Perché parlate così forte? Venite un po' in disparte.

(Si parlano sottovoce fra loro. Anatèma scuote la testa come por negare. Il vecchio però non si persuade e mostra di non credergli. Durante le battute che seguono Anatèma conduce i musicanti e il Suonatore d'organetto nel fon­do, dietro le colonne, dove essi continuano a gridare, suonare e far chiasso. I pochi che som rimasti indietro parlano pieni di rispetto con Davide).

Chessin                         - È vero che voi e Rachele volete andare a Gerusalemme, nella Città Santa che è alla vetta dei nostri sogni?

Davide                          - Sì, è vero, Abramo. Per quanto io sia guarito e non senta più dolori al petto.

Chessin                         - Ma questo è proprio un miracolo?

Davide                          - È la gioia che dà la salute, e il lavoro I al servizio di Dio la rafforza. E poi Rachele ed io, non abbiamo più molto tempo da vivere, e perciò vorremmo riposarci un poco davanti alla infinita bellezza della Terra Santa. Ma perché torni a darmi del voi, mio vecchio amico? Non mi hai dunque ancora perdonato?

Chessin                         - ( spaventato). Non parlate così, Davide. Quando mi dite: dammi del tu, preferirei che mi diceste: ucciditi, e lo farei. Voi non siete un uomo comune.

Davide                          - Eh, no! non sono un uomo comune, perché sono un uomo felice. Ma dov'è Nullus? forse mi sta preparando qualcuno dei suoi scherzi. È un tipo curioso che non ti opprime colla sua malinconia... Senti dunque!...

(Dietro le colonne l'orchestra e l'organetto suonano insieme il pezzo che prima veniva suo­nato dall'organetto solo. Si tratta di una mu­sica ordinaria e discorde, ma allegra, ha tromba dà note false e sfiatate. Mentre la musica suona, si vede il popolo ordinarsi come per una regolare processione. Alla testa vicino al Suonatore d'organetto che avanza triste, viene Anatèma balbettando. Egli ha l’organetto appeso alla spalla per ima cinghia e gira la manovella con fervore, accompagna la musica zufolando batte il tempo colla mano che gli resta libera e gira lo sguardo a destra e a sinistra e in alto verso il cielo. Dietro a, lui vengono i musicanti e i poveri, anch'essi a passo di ballo. Tutti sono allegri. Quando Anatèma passa davanti a Da­vide, volge la testa verso di lui, come per mostrare che la musica è per lui; lo stesso fanno i musicanti e il popolo. Davide sorride, scuote la testa e accarezza la sua lunga barba. La processione passa).

Rachele                         - (commossa). Che bella musica. Bella e solenne, lì) proprio per te?

Davide                          - Sì, per noi.

Rachele                         - Ah! che sono io? Io posso amare sol­tanto i mici propri figlioli. (Ma tu... tu... (Con un certo terrore) Voi non siete un uomo comune.

Davide                          - (sorridendo). Bene, bene. E cosa sono dunque? Sono forse un governatore o un gene­rale?

Rachele                         - Non scherzate,Davide.  Voi non siete un uomo comune.

(Il Pellegrino che è rimasto sino allora lì vicino, ed ha assistito alla solenne processione, sente quelle parole di Rachele e conferma con un gesto del capo. Anatèma ritorna ansante).

Anatèma                       - Dunque, che ne dite, Davide? Mi pare che sia andata abbastanza bene. Hanno mar­ciato bene... se non ci fosse stata quella stupida tromba. (Ballonzola fischiando davanti a Da­vide, per rammentargli la musica di prima, poi ride clamorosamente).

Davide                          - Sì, Nullus, la musica andava benissimo. Io non ho mai sentito nulla di simile. Grazie, Nullus, tu collo scherzo hai preparato al po­polo un gran divertimento.

Anatèma                       - (al Pellegrino). E a te,.vecchio, come è piaciuto?

Pellegrino                      - Non c'è male. Ma come sarà quando tutti i popoli della terra verranno ad inchinarsi ai piedi di Davide?...

Davide                          - (sorpreso). Nullus! Ma che va dicendo?

Anatèma                       - È proprio commuovente, gli uomini sono innamorati di voi. Quest'uomo che ha pel­legrinato mille miglia fin qui...

Pellegrino                      - Anche di più...

Anatèma                       - ...mi ha chiesto: Può fare miracoli Davide Leiser? E io... ho riso, ho proprio riso di cuore...

Chessin                         - A me ha domandato lo stesso, ma io non trovai che ci fosse di che ridere; grande è l'orecchio di chi aspetta... ad esso parlano per­sino le pietre.

Pellegrino                      - Solo il passo del cieco è breve, ma i suoi pensieri sono lunghi.

(Va da parte e segue d'ora in poi Davide come un'ombra. Il sole volge verso il tramonto e cominciano le ombre. Chessin si congeda da Davide e so ne va. I bottegai raccolgono le loro mercanzie e chiudono bottega. Dovunque regna silenzio e pace).

Anatèma                       - (con un lungo sospiro). Auff! Oggi è stata la nostra grande giornata di fatica! Quando ripenso a quella tromba! (si tura le orecchie). Ha rovinato tutta l'armonia!... Io ho un orecchio così sensibile...

Davide                          - Io sono molto stanco e vorrei riposarmi un poco. Oggi non vorrei più veder nessuno... non vi adirate, amico...

Anatèma                       - Capisco!... voglio solo accompagnarvi fino a casa.

Davide                          - Sì, sì, fino al mio palazzo. In base al contratto sono re per un altro mezzo anno. Vieni, Rachele, voglio chiudere questa grande giornata insieme con te, in calma e in gioia.

Rachele                         - Voi... non siete un uomo comune. Come avete indovinato quello che io desideravo? (Vanno verso le due colonne, Davide si ferma e appoggiandosi colla mano a Rachele, dice:)

Davide                          - Vedi, Rachele, il luogo dove abbiamo trascorso la nostra esistenza. Come è triste e misero! Ma, dimmi, non è forse qui che ho appreso la grande verità dell'umano destino? lo ero povero e solingo, prossimo alla morte, ero un vecchio insensato che interrogava le onde del mare. Ma son venuti gli uomini, e non son più solitario. Non son più povero né sull'orlo della fossa. Ascoltami, Nullus: la morte per gli uomini, non esiste. Che cosa è la morte? Chi è quel malinconico che inventò questa strana parola? Morte!... Forse la morte c'è... ma io sono immortale! (Si china come se fosse colpito da una mazzata e poi solleva le mani verso il cielo). Oh, come è orribile essere im­mortale! Come soffre il petto dell'uomo alla sensazione dell'immortalità! la vostra felicità brucia come fuoco. Dov'è la fine dell'uomo? Io sono immortale! Adonai! Adonai! Adorato sia in eterno il nome misterioso di colui che dona all'uomo l'immortalità!

Anatèma                       - Il nome? Conosci tu il suo nome? Tu mi hai truffato.

Davide                          - (senza ascoltarlo). Lo spirito umano sia destinato all'eternità dei tempi! Possa esso vivere immortale, nel fuoco dell'immortalità che è la vita. E arretrino le tenebre al cospetto della luce immortale. Io sono felice, sono im­mortale! Oh, Dio!...

Anatèma                       - (furibondo). È una menzogna! Per quanto tempo dovrò ancora stare a sentire que­sto mentecatto? Olà! Sud e Nord, Est ed Ovest, venite, come quattro oceani di lagrime e sot­terrate l'uomo nei vostri gorghi. A me! a me! (Nessuno sente le grida di Anatèma, né Da­vide che è inebriato all'idea della sua immor­talità, né Rachele né gli altri, che volgono tutta la loro attenzione a Davide.  Anatèma si con­torce in una solitaria rabbia e continua nelle sue minacce. Si ode un grido. Una donna viene correndo dalla via della città. Il suo volto è orribilmente dipinto e incipriato. Una mano malvagia le ha strappato le vesti, che nel loro gusto volgare sono orribili a vedersi. Il suo volto grazioso è contraffatto. Essa grida, piange e chiama con voce angosciosa: )

La Donna                      - O Dio!... Dov'è Davide, quello che porta la gioia? Da due giorni e da due notti l'ho cercato per tutta la città; ma le case non rispondono e la gente mi ride dietro. Ditemi voi, che siete buoni, avete visto Davide, quello che porta la gioia? Ah! non guardate il mio petto scoperto, un essere cattivo mi ha strac­ciato l'abito e mi ha battuta a sangue sul viso. Non guardate al mio seno nudo, esso non cono­sce la felicità, perché non ha nutrito una bocca innocente.

Pellegrino                      - Davide è qui.

La Donna                      - (cade a ginocchi). Davide è qui. Ab­biate compassione di me e non mi ingannate. È proprio qui?

Beskrainy                      - Sì, è là, ma tu vieni troppo tardi. Ha già distribuito tutto quello che possedeva.

La donna                       - Da due notti e due giorni lo vo cercando. E ora arrivo troppo tardi. Dunque io dovrò morire per la strada, perché non ho più nessun luogo dove andare. (Si contorce singhiozzando sulla strada polverosa).

Anatèma                       - Davide! Credo che sia venuto qualcuno da te.

Davide                          - (si avvicina). Cosa vuole questa donna?

Donna                           - (senza alzare il capo). Sei tu Davide, quello che porta la gioia?

Pellegrino                      - Sì, è lui.

Davide                          - Sono io.

Donna                           - (senza alzare il capo). Io non oso guar­darti, Davide. Tu sei forse come il sole?... (Dolce e fiduciosa.) Oh, Davide! quanto tempo ti ho cercato! Gli uomini mi deridevano. Dicevano che tu non ci sei, che non sei mai esistito. Un uomo disse persino che Davide era lui, e mi parve buono, ma mi trattò come un bri­gante.

Davide                          - Alzati!

Donna                           - Oh! lasciami riposare qui ai tuoi piedi, come un uccello che ha traversato il mare. Io sono affranta dalla pioggia, dal turbine, sono stanca da morire... (piange fiduciosa). Ora sono tranquilla, ora sono felice, perché sono ai piedi di Davide, quello che porta la gioia. Davide (indeciso). Ma arrivi troppo tardi. Ho dato tutto quello che possedevo, non ho ph) niente.

Anatèma                       - (ruvido). Sì, abbiamo distribuito tutto il denaro. Mi dispiace per te, ma arrivi troppo tardi. Stamane abbiamo dato via l'ultimo kopek.

Davide                          - Non essere così crudele, Nullus.

Anatèma                       - Ma è la verità.

La Donna                      - (diffidente). Non è possibile (alza gli occhi). Sei tu, Davide? Come sei buono! Hai detto ch'io son venuta troppo tardi? No, era lui, che ha un viso maligno. Dammi un po' di denaro, Davide, salvami. Io sono stanca morta. E voi vi chiamate Rachele? Siete sue moglie? Oh! ho sentito dire anche di voi. (Si trascina verso di lei e le vada la veste). Parlate voi per me, Rachele.

Rachele                         - (piangendo). Dalle un po' di denaro, Davide, e tu, buona donna, alzati. Qui c'è tanta polvere, e tu hai dei così bei capelli neri. Sie­diti e calmati un poco, Davide ti darà subito un po' di denaro. (Solleva la donna e la fa se­dere vicino a sé su di una pietra. Stringe U di lei testa al proprio seno e la dacia).

Davide                          - Sì, ma che cosa devo fare? (Si asciuga disperato il viso col fazzoletto). Cosa devo fare, Nullus? Tu che sei così astuto, aiutami.

Anatèma                       - (con un movimento della mano). Io non so proprio. Questo è il conto. Non abbiamo più un kopek. Non posso mica portare tutti i giorni un'eredità dall'America! (Fischi. Io non so che fare e giro il mondo di qua e di là.

Davide                          - (sorpreso). Ma è crudele! Questo non me lo sarei aspettato da voi. Ma che devo fare, che devo fare?

Anatèma                       - (scuote le spalle).

Rachele                         - Aspetta un momento qui, cara. Ri­torno subito. Davide, venite un momento con me, vi debbo dire qualche cosa. (Vanno in di­sparte e si parlano sottovoce).

Anatèma                       - Vi hanno picchiata molto? Deve essere stato un uomo assai malvagio quello che vi ha picchiata... ma però non vi ha ammaccato gli occhi come voleva.

Donna                           - (nasconde il viso coi capelli). Non mi guardate.

Rachele                         - Nullus, venite un poco qui.

Davide                          - (sottovoce). Quanto denaro ci resta per il nostro viaggio a Gerusalemme?

Anatèma                       - Trecento rubli.

Davide                          - Dateli a questa donna. Rachele non vuol più andare a Gerusalemme. Vuol rimanere qui fino alla morte e starsene nella nostra bottega. Che stupida!... non è vero? (Piange fra sé).

Rachele                         - Ti dispiace tanto? Hai proprio tanta voglia di viaggiare?...

Davide                          - Che stupida! Non capisce che anch'io vo­glio rimanere nella nostra bottega.

Anatèma                       - (commosso). Voi... non siete un uomo comune, Davide

Davide                          - Era il mio sogno di morire nella Città Santa, e di mescolare le mie ceneri a quelle di quei giusti che sono sepolti laggiù... ma... (sori ride), la terra, non è ugualmente benigna coi morti in tutti i luoghi? Date il denaro a quella povera donna. Io mi sono subito sentito sollevato. Non è vero, Rachele? Riapriremo la nostra bottega e torneremo a vendere l'acqua di soda come Scionka.

Anatèma                       - (solennemente). Qua, o donna! Davide, il portatore di gioia, ti regala denaro e felicità.

Beskrainy                      - (a Scionka). Vedi, te l'avevo detto, che ancora tutto il denaro non era distribuito. Ha ancora molti milioni.

Pellegrino                      - (ascoltandolo). Ma certamente. Può Davide aver dato via tutto? Ha appena inco­minciato!

(La donna ringrazia Davide e Rachele Da­vide posa le sue mani sulla testa della donna inginocchiata, come se volesse benedirla. Die­tro a lui, dal fondo, avanza una massa grigia e polverosa, in silenzio. È un gruppo di uomini).

Beskrainy                      - Chi è che viene dalla strada?

Purikes                          - Io temo per Davide, egli volge loro le spalle, e quelli avanzano come dei ciechi.

Scionka                         -Davide! Davide! badate!...

Purikes                          - Chi sono, ho paura...

Pellegrino                      - Sono i nostri, sono ciechi. Vengono dal nostro paese perché Davide renda loro la vista. (Forte) Fermi!... fermatevi, siete arri­vati. Davide è in mezzo a voi.

(I ciechi che hanno quasi investito Davide, si fermano e cercano di lui. Stendono le brac­cia e annaspano Varia, alcuni hanno trovato Davide e lo toccano in ogni parte. La sera con­fonde le cose e i colori. Si vede solo una massa informe che si muove e si lamenta).

I Ciechi                         - Dov'è Davide? Aiutateci a trovare Davide. Dov'è Davide che porta la gioia? Le mie dita lo riconoscono già. Sei tu Davide? Dov'è Davide?

Davide                          - Sono io, Davide Leiser. Che volete da me?

Rachele                         - (piangendo). Davide, Davide! Dove sei, io non ti vedo!...

I Ciechi                         - (sempre più serrandosi gli uni agli al­tri): Ecco Davide. Sei tu Davide? Davide! Davide!

QUADRO QUINTO

(Una stanza severa e cupa; è la stanza da lavoro di Leiser nella ricca villa. Ha due grandi finestre; una di esse dà sulla strada di campagna che con­duce in città, l’altra nel giardino. Davanti a quest'ultima finestra è collocata la scrivania di Leiser, con un cumulo di carte in disordine: lettere, biglietti, conti, registri di ogni misura, e sparse a terra delle lettere lacerate e pezzetti di carta spiegazzati. A terra si vede una grossa fibbia con antica legatura in pelle. È aperta, colla costola in alto, come il tetto di una casa. Seb­bene sia caldo, sul camino bruciano tizzi di le­gno. Davide ha la febbre e sente freddo. Dalla finestra mitra la debole luce del tramonto. Una piccola lampada sullo scrittoio illumina le due teste di Davide e di Anatèma. Davide siede alla scrivania. La barba e i capelli che da molto tempo non ha pettinato, gli danno un aspetto selvaggio e orribile. Il volto è disfatto, gli occhi spalancati. Tiene il capo stretto fra le mani e si sforza di leggere, attraverso il grosso vetro di una lente,

 sopra un foglio; poi lo getta via e ne prende un altro, e sfoglia un grosso registro. Dietro a lui anatèma sta appoggiato alla spalliera della sedia. È immobile, cupo, e fissa lo sguardo nel vuoto, le finestre sono chiuse, ma attraverso i vetri e le mura si odono di tanto in tanto dei velati ru­mori, come delle grida di gente che chiama Da­vide e assedia la sua casa. Pausa).

Davide                          - La polvere cresce. La montagna che toc­cava il cielo si è sminuzzata in tinti blocchi di roccia, e i blocchi si son ridotti in polvere che il vento ha portato via. Dov'è rimasto il monte? Dove sono i milioni che tu mi recasti? È un'ora che cerco fra queste carte almeno un kopek, un unico kopek per poterlo dare a un povero, e non lo trovo. Cos'è quello che sta là?

Anatèma                       - La Bibbia.

Davide                          - No, fra le carte... Dammelo!... là non ho ancora guardato, sarebbe una fortuna! (Cerca affannosamente fra le carte). No, è tutto cancellato. Guarda qua, Nullus. Cento, e. poi cin­quanta, poi venti, e poi un kopek. Non posso mica toglierci un kopek?

Anatèma                       - Sei, otto, venti, giusto!

Davide                          - Ma no, ma no! Cento, cinquanta e venti, e un kopek. È tutto andato al vento, e sgoc­ciolato di fra le dita, come l'acqua. Le mie dita sono di nuovo asciutte e sento freddo. Nullus...

Anatèma                       - Ma qui fa molto caldo.

Davide                          - Ti dico che è freddo. Metti sopra un pezzo di legno... no, aspetta, quanto costa un pezzo di legno? Ho dimenticato quanto costa. Oh! costa troppo, lascia stare; questo maledetto fuoco divora tanta legna, come se non sapesse che ogni pezzo di legno significa una vita. Aspetta, Nullus, tu hai buona memoria, ti ricordi quanto ho disposto per Chessin?

Anatèma                       - Per il primo: cinquecento.

Davide                          - Eh, già, è il mio vecchio amico, abbiamo giocato insieme da ragazzi. E per un amico, cinquecento non sono molti. Vogliamo dare un poco meno a Chessin, un pochino meno. (Spaventato) Dimmi, quanto devo levare ad Abramo?

Anatèma                       - Un kopek.

Davide                          - Impossibile. Di' che ti sei sbagliato. (Af­ferra Anatèma per il braccio sussurrando) Essa mi ha pur detto che il suo bambino deve mo­rire, che è già in punto di morte. Capisci, amico? bisogna che abbia denaro. Tu sei così buono. (Gli accarezza la mano) Tu sei un così buon uomo... Procura dunque qualche altra cosa.

Anatèma                       - Davide, sii ragionevole. La tua mente vacilla. Da due giorni e due notti tu siedi a questo scrittoio e cerchi quello che non c'è. Va' fuori dalla gente che ti aspetta e di' che tu non hai più nulla, e fa' che se ne vada. Pavide (adirato). Non ci sono già andato dieci volte a dir loro che non ho più nulla? Ma forse se ne è andato nessuno? Rimangono là, ritti, forti nelle loro sofferenze. Quando parlo, essi tacciono e ascoltano come se fossero ragione­voli, ma quando io taccio, li afferra il Demone del bisogno e della disperazione e gridano con mille voci verso il cielo. Non ho dato loro tutto? Non ho pianto tutte le mie lagrime? Che cosa aspettano ancora? Cosa vogliono da un povero ebreo, che ha già sacrificato tutta la sua vita?

Anatèma                       - Aspettano un miracolo!

Davide                          - (ha uno scatto e si drizza in piedi). Taci. Tu bestemmi Dio! Chi sono io per poter fare miracoli? Ritorna in te. Posso io fare due kopeki con uno solo? Posso io andare dai monti e dire: Voi, monti della terra, diverrete monti di pane e sazierete la fame agli affamati? Posso andare al mare e dire: Tu, mare, pieno di ac­qua, salata come le lagrime degli uomini, cam­biati in un mare di latte e di miele, e sazia la sete 'agli assetati? Rifletti, Nullus.

Anatèma                       - Hai veduto i ciechi?

Davide                          - Una volta sola; allora ho osato di alzare i miei occhi, ma vidi solo delle strane figure grigie, alcune delle quali avevano delle macchie bianche negli occhi. Essi tastavano l'aria intorno come se intuissero un pericolo e come se temessero della terra. Cosa vogliono essi?

Anatèma                       - Hai veduto i malati e gli storpi, e i mutilati che si trascinano per terra? E hai visto gli uomini che si guardano diritto dinanzi e portano nelle mani delle aste per misurare la via? Quelli sono i cercatori di verità.

Davide                          - Io non osavo più guardarmi intorno.

Anatèma                       - Sentivi tu la voce della terra, Davide? (Rachele entra e si avvicina spaventata a Davide).

Davide                          - Sei tu, Rachele? Chiudi la porta, in modo che non resti aperto neppure uno spiraglio. Che vuoi?

Rachele                         - (Piena di paura e di fede). Non è ancora finito? Fa' presto dunque e vai fuori dal po­polo, che ha aspettato abbastanza ed è stanco, e molti hanno paura della morte. Falli andar via, Davide, perché ne vengono sempre di nuovi e presto non ci sarà più posto. L'acqua nella fonte è stata tagliata e non portano più pane dalla città, come tu avevi ordinato.

Davide                          - (alza le mani pieno di spavento). Ritorna in te, Rachele, tu sogni e la follia dell'amore avvelena il tuo cuore. (Pieno di paura). Io non ho ordinato di portare pane.

Rachele                         - Se ancora tutto non è finito, possono ancora aspettare. Ma lascia accendere i fuochi e preparare un posto per le donne e i bambini, perché presto verrà la notte e la terra diventa fredda. E fai dare latte ai bambini, perché hanno fame.

Davide                          - (fioco). Oh Dio! Mio Dio!

Anatèma                       - (sottovoce a Rachele). Andate, Rachele, Davide prega. Non lo disturbate nella pre­ghiera.

Rachele                         - (con prudenza e rispetto esce).

Davide                          - Grazia! Misericordia!

(Dal di fuori il rumore diminuisce un mo­mento, per poi ricominciare più forte. Rachele ha detto al popolo che deve aspettare ancora).

Davide                          - (cade a ginocchi). Grazia! Misericordia!

Anatèma                       - (con tono di comando). Alzati, Davide. Sii uomo di fronte ai grandi cimenti. Non li hai chiamati tu stesso qui? Non hai gridato tu, colla voce dell'amore, nel silenzio e nelle tene­bre, dove impera un indicibile orrore? Ed ecco che son venuti, il Nord e il Sud, l'Ovest e l'Est e si distesero, come quattro oceani di lagrime, ai tuoi piedi. Alzati dunque,

Davide                          - (Lo aiuta a sollevarsi).

Davide                          - Che devo fare?

Anatèma                       - Di' loro la verità.

Davide                          - Che devo fare? Devo prendere una corda, attaccarla a un albero e appiccarmi, come quel traditore? Non sono anch'io un traditore? Quello che chiama e non dà, quello che ama per rovinare? Oh, come mi duole il cuore! (Pausa). Nascondimi, Nullus. Non c'è qui uria camera buia, dove la luce non penetri? Non ci sono mura attraverso le quali io non senta quelle voci? Dove vogliono ch'io vada? Eppure io sono un vecchio ammalato. Li ho avuti anch'io dei bambini. E non mi sono morti? Chi è quel Davide che chiamano: il portatore di gioia?

Anatèma                       - Così chiamavano te, Davide Leiser, Tu fosti tradito, Davide, tradito come me.

Davide                          - (supplichevole). Oh, proteggetemi, aiuta­temi, signor Nullus. Andate da loro e dite loro forte e chiaro in modo che tutti sentano, che Davide Leiser è un vecchio malato che non possiede più nulla. A voi crederanno e se ne andranno à casa.

Anatèma                       - Bene, bene, Davide. Tu cominci a in­tendere la verità, e presto la potrai tu stesso annunciare agli uomini. Ah! ah! chi ha detto che Davide Leiser può fare miracoli?

Davide                          - Sì, sì.

Anatèma                       - Chi osa pretendere un miracolo da Leiser? Non è dunque un vecchio malato? non è un mortale come gli altri?

Davide                          - Sì, sì, Nullus, egli non è altro che un uomo.

Anatèma                       - Non è stato l'amore che tradì Davide Leiser, quando gli disse «voglio rigenerare tutto » e non seppe che rimuovere la polvere dalla via, come fa il turbine, che quando è passato, la fa ricadere come prima? Vieni, an­diamo da quello che mise l'amore nel cuore di Davide a domandargli: Perché hai tradito il nostro fratello Davide?

Davide                          - Cosa deve farne l'uomo dell'amore, se l'amore è impotente? Cosa deve farsi della vita, se non può essere immortale?

Anatèma                       - (rapido). Va' fuori e dillo. Essi ti ascol­teranno. Leveranno la loro voce al cielo. Oh, di' pure la verità e farai insorgere la terra.

Davide                          - Io vo e dirò loro la verità. Io non ho mai mentito. Apri la porta.

(Anatèma apre rapidamente la porta che dà sul balcone e lascia rispettosamente il passo a Davide. Questi va lentamente sul balcone. Ana­tèma richiude la porta dietro di lui. Si ode un improvviso gridare al quale succede un silenzio di tomba, poi la voce di Davide, tremante e appena percettibile. Anatèma corre per la stanza come una furia).

Anatèma                       - Ah, tu non mi volevi ascoltare? adesso ascolta loro! Ah, tu mi lasciavi strisciare car­poni e non mi lasciavi vedere neppure attra­verso gli spiragli... mi deridevi in silenzio... mi annientavi colla tua immobile impassibilità... O rispondi dunque ora, se lo puoi. Ora! non è il demonio che ti parla, è l'uomo, la tua creatura prediletta, la tua superba speranza che si contorce come un verme sotto i tuoi tal­loni. Ebbene? taci? Ingannalo dunque coi tuoni ed i lampi! Come osa egli fissare il cielo (Geme ripetutamente). Digli che deve strisciare come il misero Anatèma! deve tornare a cacciarsi nella sua terra, e imputridire nelle tenebre... (Dal di fuori si ode un clamore di voci). Senti? (Ironico) Questo non sono io. Sono loro...

(La porta viene spalancata e Davide si pre­cipita atterrito nella stanza. Per la porta entra un'ondata di grida. Davide chiuda in fretta e si pone colle spalle contro la porta).

Davide                          - Aiuto, Nullus! Irromperanno subito, la porta è così debole, la fracasseranno!

Anatèma                       - Che dite?

Davide                          - Non mi credete? vogliono un miracolo. Ma gridano dunque i morti? Io ho veduto i morti che essi hanno portato con sé.

Anatèma                       - Di' loro qualche bugia, tu ebreo!

Davide                          - (si allontana dalla porta e dice con tono misterioso, pauroso e imbarazzato). Ed è stato proprio così. Io non ho più nulla, ma. quando andai fuori e li vidi, sentii che non è vero, che io ho ancora qualche cosa; e glielo dissi e non credevo io stesso a quel che dicevo. Parlavo a loro e gridavo contro me stesso. La mia bocca dice: Io non posso; ma il mio cuore promette tutto, e i miei occhi dicono sì, sì, sì... Cosa devo fare, Nullus? ditemi... voi lo sapete esat­tamente: non ho proprio più nulla... nulla?...

Rachele                         - Lasciatemi entrare, Davide

Davide                          -  No, no, non le aprite.

Anatèma                       - È tua moglie, è Rachele (apre).

Rachele                         - (entra conducendo per mano una donna pallida che porta in braccio qualche cosa).

Rachele                         - (con dolcezza). Perdonatemi, Davide. Ma questa donna dice che non può più aspet­tare. Dice che se voi tardate di più, non potrà più riconoscere il suo bambino nella risurrezione. Se volete sapere il suo nome... si chia­mava Moise... il piccolo Moise. Ha i capelli neri, io l'ho veduto.

La Donna                      - (sì inginocchia). Perdonate, Davide, se io vengo avanti gli altri. Là non ci sono che quelli i cui figli sono morti da poco. Ma io lo porto già da tre giorni e tre notti sul mio seno. Forse avete bisogno di vederlo? Allora svol­gerò le fasce. Io non vi dico bugie, Davide.

Rachele                         - Io l'ho già veduto. Me lo fece tenere. È molto stanca, Davide

(Davide indietreggia colle mani tese finché urta contro la parete, e quivi resta immobile colle braccia tese),

Davide                          - Grazia! Misericordia!

(Le due dorme aspettano pazientemente).

Davide                          - Cosa devo fare? Io non ho più denari. Oh, Dio! Nullus, dite dunque loro che io non posso resuscitare i morti. La

Donna                           - Vi supplico, Davide. Vi prego forse di rendere la vita a un uomo vecchio che ha già vissuto, e ha meritato la morte per le sue cattive azioni? Volete che io non capisca chi è che merita di essere ridestato e chi no? Ma forse vi è difficile perché è già morto da molto tempo?... Io non lo sapevo, scusatemi. Io glie l'ho persino promesso mentre stava per morire: Non aver paura della morte; Davide, quello che porta la gioia, ti renderà la tua piccola vita.

Davide                          - Fammelo vedere. (Osserva il bambino scuotendo la testa., piange sommessamente e si asciuga le lagrime col fazzoletto).

La Donna                      - Due anni, e va per il terzo.

Davide                          - (si volge ad Anatèma e dice con voce in­solita) Devo provare? (ma improvvisamente si abbandona e grida fioco) Adonai!... Adonai!... Via da qui... via da qui... Il demonio ti ha mandato. Ditele che io non resuscito morti, Nullus; essi vengono qui per schernirmi. Guar­date come ridono ambedue. Via di qui! Via!..

Anatèma                       - (piano a Rachele). Andate via, Kachele, e portate via la donna. Davide non è ancora pronto.

Rachele                         - (sottovoce). Io li porterò nella mia ca­mera. (Alla donna) Venite, cara, Davide non è ancora pronto.

(Escono. Davide cade esausto sopra una pol­trona e lascia cadere abbandonata la sua testa grigia. Egli parla sottovoce fra sé).

Anatèma                       - Sono andate via... sono andate via.

Davide                          - Avete visto? Era un bambino morto. Oh,- Oh! era un bambino morto... Moise... sì, sì, il piccolo Moise... lo abbiamo veduto bene. (Forte, pieno di dolore e di disperazione) Cosa devo fare? Consigliatemi voi!... ve ne supplico.

Anatèma                       - (rapido). Fuggite!

(Anatèma ascolta quello che accade fuori della finestra, accenna col capo in senso di conferma e si avvicina lentamente e colla cautela d'un cospiratore a Davide; questi aspetta colle mani giunte come per pregare e con un sorriso pieno di fiducia e di incoscienza. La sua schiena è piegata come quella di un decrepito, tira fuori spesso il suo fazzoletto rosso, ma non sa quello che se ne deve fare).

Anatèma                       - (sussurra con passione). Fuggite! Fug­gite!...

Davide                          - (contento). Sì, sì, fuggiamo.

Anatèma                       - Io ti nasconderò in una camera buia che nessuno conosce, e quando quelli, abbattuti per la lunga fame e la lunga attesa saranno addormentati, ti farò passare fra mezzo ai dor­mienti e ti salverò.

Davide                          - Sì, sì, salvami.

Anatèma                       - E quelli aspetteranno. Dormiranno e aspetteranno e sogneranno il sogno della lunga attesa... Tu però non sarai più qui.

Davide                          - (approva col capo). E io non sarò qua... sarò fuggito. Allora possono rivolgersi al cielo. (Si guardano fra loro \e ridono).

Anatèma                       - (cordialmente). Dunque aspetta me. Io vo fuori a vedere se la casa ora è sgombra; quelli sono così matti...

Davide                          - Sì, guarda. Sono così matti, io intanto mi voglio preparare, ma ti prego, non mi la­sciare troppo solo.

(Anatèma esce. Davide si avvicina in punta di piedi alla finestra e vuol veder fuori, ma non osa. Poi va al tavolo, rimane spaventato dalla confusione delle carte che sono per terra e fa grande attenzione di non calpestarne alcuna, poi va nell'angolo dove- sono attaccati i suoi abiti e si veste in fretta e sbagliando la roba. Non sa cosa fare della barba. Finalmente gli viene l’idea di nasconderla entro il collo dell'abito e la copre accuratamente abbottonandosi).

Davide                          - (sottovoce). Sì, sì, bisogna che nasconda la barba: i ragazzi la conoscono... sì, sì, la barba; ma questa cappa nera!... Non importa, non importa... la coprirò. Così... cosa aveva uno specchio. Ma Rosa se n'è andata... Nahum è morto e

Rachele                         - .. Ah! perché questo Nullus non torna? Non sente dunque come gridano? (Si ode picchiare leggermente).

Davide                          - (spaventato). Chi è là? Davide Leiser non è qui...

Anatèma                       - Sono io, Davide                          .. lasciami entrare.

(Entra).

Davide                          - Ebbene, come sto? Non è vero che così nessuno mi riconoscerà?

Anatèma                       - Benissimo. «Ma non so come si potrà uscire di qui. Rachele ha tutta la casa piena di ospiti. In tutte le stanze dove sono stato vi aspettano ciechi e zoppi, pieni di speranza. La vostra Rachele è una brava donna, ma è troppo massaia, e si vuole assicurare un ricco cespite coi miracoli.

Davide                          - Ma non lo deve fare!

Anatèma                       - Molti dormono qua, davanti alla vostra porta, e sorridono in sogno... e in giardino e nella corte...

Davide                          - (spaventato). Cosa c'è nella corte?

Anatèma                       - Zitto... guardate e ascoltate.

(Spegne il lume nella stanza e tira le cortine.

Dietro i vetri appaiono nuvole di fumo arrossate, come di Un incendio. Si vedono delle lingue mobili di fiamma. Di lontano si percepisce un rumore insolito, rumore come di un mare che straripa mugghiando e penetra entro la terraferma).

Davide                          - (atterrito). Cosa è quel fuoco? io ho paura.

Anatèma                       - La notte è fredda, hanno acceso delle fascine. Rachele ha detto loro che dovevano aspettare ancora molto, e allora hanno preso le loro precauzioni.

Davide                          - E dove han preso la legna?

Anatèma                       - Hanno sfasciato qualche cosa. Rachele ha detto che l'hai ordinato tu, di accendere delle fascine, ed essi ubbidienti accendono tutta la legna che possono trovare... laggiù, laggiù, più in là, più in là ancora...

Davide                          - (disperato). Cosa ci sarà ancora laggiù?... più in là ancora?

Anatèma                       - Non so, ma dalla finestra dell'ultimo piano che era aperta, ho sentito qualche cosa che somigliava al fragore dell'oceano quando viene la bufera. Ho sentito come squillare delle trombe minacciose... Davide, imprecano al cielo e a voi, vi chiamano; li sentite?

(Fra il rumore confuso e il caos di suoni, si percepisce un cupo grido: « Da-vi-de! Da-vi-de! Da-vi-de! »).

Davide                          - Sento il mio nome. Chi è? cosa vogliono?

Anatèma                       - Non so, forse ti vogliono incoronare re.

Davida                          - Me?

Anatèma                       - Sì, te, Davide Leiser. Forse ti portano il potere e la forza di fare dei miracoli. Non vuoi diventare il loro Dio? Guarda giù e ascolta.

(Spalanca la finestra e all'improvviso si sol­levano nubi di fumo e di fuoco e il suono di una musica lontana prodotta da numerose trombe che fanno echeggiare le loro lamente­voli voci pel cielo e per la terra. Le trombe tac­ciono e allora si ode l'invocazione di numerose voci: «Da-vi-de! Da-vi-de », che suona come un coro maestoso saturo d'amore. Poi si risen­tono le trombe, indi le voci. Davide si appog­gia prima alla parete poi si avvicina lentamente alla finestra e guarda di fuori: e allora respinge indietro Anatèma e stende ambo le mani verso i poveri della terra).

Davide                          - (chiama). Qui. Qui... A me!... Io sono qui. Io sono con voi.

Anatèma                       - (sorpreso). Come, tu li chiami? tu li chiami? Rientra in te, Leiser!

Davide                          - (adirato). Taci. Tu non mi capisci. Noi siamo uomini e vogliamo andare insieme. Ve­nite qui, fratelli. Venite qui! Vedi, Nullus, alzano le teste, guardano quassù. Mi hanno sentito! Venite! Venite!...

Anatèma                       - Dunque vuoi proprio fare un miracolo?

Davide                          - (adirato). Taci. Tu parli come un nemico di Dio e degli uomini. Non conosci né pietà nè misericordia. Noi siamo esausti e spossati e i morti sono stanchi del lungo aspettare. Ve­nite! Andiamo via insieme. Venite!

Anatèma                       - (guardando con precauzione di fuori). Non sono i ciechi che insegnano loro la via?

Davide                          - Chi può aver bisogno della luce degli occhi, se non i ciechi? Venite o ciechi!

Anatèma                       - (spiando). Non sono gli zoppi che lag­giù riempiono la via e ingoiano la polvere?

Davide                          - Per chi sarebbe fatta quella via se non per gli zoppi? Venite dunque, voi zoppi!

Anatèma                       - (spiando). E non sono i morti che por­tano addosso i cataletti? Guarda dunque, Da­vide, e prova a chiamarli. Venite a me. Io sono quello che risveglia i morti.

Davide                          - (lamentevole). Tu non sai cosa sia amore.

Anatèma                       - ... Io sono quello che fa vedere i ciechi. (Forte) Venite a me, popoli della terra; voi che invocate Dio! Raccoglietevi ai piedi di

Davide                          - Egli è qui.

Davide                          - Zitto!

Anatèma                       - Venite, madri addolorate e padri im­pazziti dal dolore e anche voi fratelli e sorelle che vi contorcete dalla fame. Venite presso

Davide                          - Quello che porta la gioia.

Davide                          - (lo afferra per le spalle). Ma siete impazzito? Potrebbero sentire, e assalirci qui. Cosa fate? Ma riflettete...

Anatèma                       - Davide vi chiama...

Davide                          - (lo trascina via dalla finestra con vio­lenza). Taci, se tu dici un'altra parola, ti; strozzo! Cane!...

Anatèma                       - (si libera da lui). Tu sei stupido come un uomo! Quando io ti consiglio di fuggire, tu mi insulti! Quando ti chiamo all'amore, mi strozzi. (Con disprezzo) Uomo!

Davide                          - (divenendo debole). Oh! non mi rovinate. Perdonatemi se, da quel vecchio stolto e insensato che sono, vi ho irritato. Ma non posso! non posso fare miracoli!

Anatèma                       - Allora fuggiamo!

Davide                          - Sì, sì, fuggiamo. (Diffidente) Ma dove? Dove volete condurmi? C'è dunque nel mondo; un punto dove... (dolorante) non c'è Dio?

Anatèma                       - Io voglio condurti da Dio!

Davide                          - Io non voglio. Cosa ha da dirmi Dio? Cosa devo rispondere io a Dio?

Anatèma                       - Io ti condurrò nel deserto. Bisogna lasciare questi uomini perversi che si rotolano come bestie rognose nel brago del peccato.

Davide                          - (indeciso). Ma anche voi siete un uomo.

Anatèma                       - Lasciali! va' nel deserto e presentati solo e puro, al cospetto di Dio. Lì avrai per giaciglio la nuda pietra, lo sciacallo sarà il tuo amico. Solo la sabbia e il cielo devono sentire i gemiti di pentimento di

Davide                          - Unicamente nella solitudine potrai guardare Dio. Va' nel deserto, Davide, nel deserto!

Davide                          - Voglio pregare.

Anatèma                       - Pregherai.

Davide                          - Voglio indebolire il mio corpo coi digiuni.

Anatèma                       - Digiunerai..

Davide                          - Voglio cospargere il mio capo di cenere.

Anatèma                       - Perché? Questo lo fanno solo gli infe­lici. Ma tu sarai felice. Tu che non hai peccati. Va' nel deserto!

Davide                          - Nel deserto!...

Anatèma                       - Vieni, fuggiamo. Qui c'è una cantina sotterranea che nessuno conosce. Là ci sono delle vecchie botti, vi si sente odore di vino; ti nasconderò laggiù, e quando essi si addormen­teranno...

Davide                          - Nel deserto. Nel deserto...

(Fuggono via. Nella stanza regna grande di­sordine e silenzio. Dalla finestra però giungono il suono delle trombe e i sospiri e i gemiti della terra, che si è sollevata invocando Davide «Davide! Davide! ». E la Bibbia rimane a terra col dorso in alto come il tetto di una casa che sta per crollare).

Il sipario cala lentamente.

QUADRO SESTO

(Tutta la notte e una parte del giorno seguente Davide si è tenuto nascosto in una cava abban­donata, dove lo ha guidato Anatèma che conosce ogni luogo selvaggio e impenetrabile allo sguardo umano. Verso sera, per consiglio di Anatèma avevano abbandonato quel rifugio e presa la via d'occidente, ma già il primo uomo incontrato aveva riconosciuto Davide,, giacché la fama di Leiser era già grandissima, e perché non c'era né donna né uomo né ragazzo che non lo avesse veduto o che non lo riconoscesse dalla descrizione dell'altra gente. Quello che l'aveva riconosciuto era corso in città ad annunciare con gioia che quello che credevano perduto si era ritrovato. E subito dopo la immensa orda di poveri che asse­diava la casa di Leiser, e che erano vicini alla disperazione, si mosse per inseguirlo. A questi si erano presto unite altre genti della strada e dei villaggi, come pure tutti i devoti e supersti­ziosi. Essi credevano che Davide non fosse fuggit0 dalla città per proprio impulso, ma rapito dal demonio, per cui gli innumerevoli amici di Davide si erano decisi di strapparlo nuovamente al fur­fante, e di affidare a lui il dominio sopra tutti i poveri della terra.

Ma Davide, spaventato dal clamore dei perse­cutori che si appressavano, si era attaccato ad Anatèma, lo aveva supplicato di salvarlo o di farlo morire. Perciò Anatèma lo aveva allontanato dalle grandi strade e condotto per una rete di viottoli che non avevano mai fine, perché sem­pre riconducevano allo stesso punto. Non c'era altro scampo che questo labirinto e Davide co­minciava già a disperare quando l'astuto Anatèma lasciò quella ingannevole strada campestre. Ora andavano lungo la spiaggia del mare nella speranza di ottenere una barca dai pescatori e dì mettersi in salvo, oppure affogare. Vagarono così ancora un'altra notte e un altro giorno, finché Davide sopraffatto dalla stanchezza non si reg­geva più in piedi. Allora andarono sempre diritti e dovettero superare infiniti ostacoli, fiumi, tor­renti, voragini profonde. Il sole già stava per tramontare ancora, quando Davide fu nuovamente sgomentato., Erano giunti sopra un'alta roccia, dalla quale nessuna via scendeva al piano e che era così vicina alla città che si potevano ricono­scere persino gli incerti contorni delle case. Que­sta è la scena del sesto quadro. Dall'angolo sinistro della scena la linea spezzata del colle sale in alto, volgendo da sinistra a destra. In basso a sinistra si vede il mare burrascoso. A destra nella china del monte corre una parete di roccia in parte crollata, in parte rivestita dì muschio; die­tro ad essa si trova un giardino inselvatichito in mezzo al quale si ergono due neri ed alti cipressi. La tempesta non è ancora cominciata, ma mare e cielo sono già pronti a riceverla; il mare ha un colore cupo. Dal cielo pendono le nuvole spaven­tate, come grosse balle dalle quali scendono lun­ghi stracci, hanno qualche riflesso di porpora all'ultimo sole. Sulla terra è silenzio. Quando si alza la tela la scena è vuota, poi viene Anatèma arrampicandosi sulla parete di roccia e aiuta Da­vide che dalla debolezza appena respira, a salir su. I loro abiti neri sono sporchi e in alcuni punti lacerati. Hanno perduto ambedue i loro cappelli per via, e la chioma grigia di Davide è arruffata).

Anatèma                       - Più presto! più presto, ci sono alle cal­cagna. Ho sentito in quel giardino cupo un rumore come se di là ci fosse un altro mare. Più presto!

Davide                          - Non posso, lasciami distendere e mo­rire qui.

Anatèma                       - Posate il vostro piede su questa pietra, con precauzione.

Davide                          - Io non vedo altro che viottoli campestri tortuosi e barriere di roccia e questo cupo giardino con quella nera fossa dove giace un ca­vallo morto e putrefatto. Dove siamo?

Anatèma                       - Siamo al mare, ci faremo prestare una barca dai pescatori e ci affideremo alle onde. Troverete più facilmente pietà fra le onde furiose, che fra gli uomini che hanno perduto la ragione.

Davide                          - Sì, meglio morire. (Si lascia cader seduto sulla parete di roccia) Io ho cinquantotto anni e ho bisogno di pace. Chi era quell'uomo che incontrammo sulla strada e che gridò esul­tante: « Ecco Davide, quello che dà la gioia! », e poi corse via? Come mi conosce? Io non lo ho mai veduto.

Anatèma                       - (fa mostra come se guardasse la spiag­gia). La vostra fama è grande. È strano! non trovo la via che scende in basso!

Davide                          - (chiude gli occhi). Icipressi sono neri. Stasera ci sarà tempesta. Avremmo dovuto ri­manere nella cava di pietra, là è buio e silenzioso, e là potevo dormire com'è un uomo che ha la coscienza tranquilla. (Brontolando) Perché taci sempre, tu? Devo parlare sempre io, come se fossi nel deserto?

Anatèma                       - Io cerco.

Davide                          - (malcontento). E perché mai? Oggi ab­biamo cercato abbastanza e abbiamo vagato abbastanza. Io mi sono persino vergognato quando dovevo arrampicarmi pei muri e scaval­care le siepi, come un ragazzo che ruba le mele. Venite piuttosto qui, e raccontatemi qualche cosa dei vostri viaggi, io sono troppo stanco per poter dormire.

Anatèma                       - Non vi sarà possibile di dormire, Davide (Si avvicina) Qui non c'è nessun sentiero che scenda al mare.

Davide                          - Non importa. Cercate, forse ne troverete uno da qualche altra parte.

Anatèma                       - (tendendo la mano verso la città). Vedete là, Davide! Cos'è quel bianco che spunta là?

Davide                          - (alza la testa). Non vedo niente.

Anatèma                       - Questa è la città che ti aspetta. E;.. quello che rumoreggia in lontananza, lo senti?

Davide                          - (ascoltando). Questo è... ma certo!... è il rumore del mare.

Anatèma                       - No, Davide. Quelli sono uomini che presto saranno qui a reclamarti. Vogliono che tu faccia miracoli. Vengono a rimettere a te la signoria su tutti i poveri della terra. Mentre eravamo nascosti nella cava di pietra, ho sen­tito due uomini che correvano verso la città, e ne parlavano, dicevano che tu eri stato rubato ,da uno spirito maligno, e devono strapparti a lui per offrirti un regno.

Davide                          - Sono forse un pezzo d'oca, che valesse la pena di rubarmi? Lasciatemi stare. Voi farne­ticate come tutti gli altri... io voglio dormire.

Anatèma                       - (impaziente). Ma vengono quassù.

Davide                          - Che vengano pure. Dite loro che Davide si è addormentato e non vuol fare miracoli. (Si distende per dormire).

Anatèma                       - Ma riflettete...

Davide                          - (ostinato). No, non vuol fare miracoli, buona notte. Io sono vecchio e non mi piace di parlare di insulsaggini.

Anatèma                       - Davide!

(Davide non risponde e dorme appoggiato alle proprie mani).

Anatèma                       - Su, Davide, eccoli! (Irritato dà una scossa al dormiente) Alzati, ti dico... io non credo che tu d'orma: mi senti? (Mormora fra i denti) Si è addormentato! Questo maledetto am­masso di carne. (Si allontana un momento e ascolta) Ah! vengono! vengono! e il loro re dorme. Portano la corona e la morte... Oh, razza miserabile! Nelle tue ossa è annidato il tradimento, nel tuo sangue l'infedeltà, e nel tuo cuore la menzogna. (Scuote Davide) Alzati, Davide, Rachele è qui! è venuta Rachele!

Davide                          - (destandosi). Rachele, sei tu? Subito, su­bito; sono molto stanco. Che vuol dire? Dov'è Rachele? Eppure mi aveva chiamato! Oh, come sono stanco, stanco!

Anatèma                       - Rachele viene subito. Vi porta un bam­bino lattante.

Davide                          - Che lattante? Noi non abbiamo più bam­bini lattanti. (Si alza e si guarda intorno spaventato) Che c'è? Ohi grida là?...

Anatèma                       - Rachele vi porta un bambino morto. Dovete resuscitare un bambino morto. Si chiama Moise, il piccolo Moise.

Davide                          - (si alza e fa qualche passo in giro). Biso­gna fuggire. Dov'è la via? Dove mi hai condotto? (Lo afferra per il braccio) Senti come gridano! Vengono qui a prendermi... Oh, sal­vami! salvami!

Anatèma                       - Qui non ci sono vie. (Tiene forte Davide). Là c'è un precipizio.

Davide                          - Cosa devo fare? Devo buttarmi giù e fra­cassarmi il capo fra le rocce? Sono io forse un perverso che debba comparire davanti al trono di Dio, senza esser chiamato? Ah! se Dio mi chiamasse a sé. (Ascolta) Gridano! Chiamano me. Andate via, Nullus. Voglio pregare!

Anatèma                       - (si allontana). Ma fate presto! Sono già qui vicini.

Davide                          - (cade a ginocchi). Li senti? Vengono! Io li amo; ma il mio amore è più amaro dell'odio, ed è più impotente della indifferenza e dell'impassibilità. Oh! uccidi me, e va' tu loro incon­tro! Uccidi me e solleva pietosamente loro, e puniscili col tuo amore. Sazia la terra affamata col tuo amore e fa' che produca grano. Placa il dolore colla mia anima e lascia che sorga la felicità e la giocondità e la gioia... Dio è gioia e felicità per tutti gli uomini.

(Si ode l'avvicinarsi di una folla enorme. Le singole voci non si possono distinguere, tutto si fonde in un lungo grido di invocazione).

Anatèma                       - (avvicinandosi). Presto, Davide, arri­vano!

Davide                          - Subito, subito... (Disperato) È gioia, sì... e poi che altro? Ancora una parola, una sola parola. Oh, Dio, l'ho dimenticata (piange). Ci sono tante parole, e proprio quella mi manca... Ma tu già, non ne hai bisogno di parole.

Anatèma                       - Che? Una sola parola ti manca? Strano! invece quelli pare che abbiano trovato la pa­rola, li senti come urlano? Da-vi-de! Dunque alzati, e va' loro incontro... io credo che già ti scherniscano!

Davide                          - (si alza).

(Si capisce che di sotto lo hanno notato. Il clamore si cambia in un grido di gioia forte comfi il tuono. Uno che è venuto più avanti de­gli altri, chiama con gioia: « Davide! » e corre indietro agitando le mani. Il sole lancia uno sguardo sanguigno sulla cima del monte, sui cipressi e sul capo di Davide, e scompare dietro le nubi. In un punto il mare diventa sanguigno) .

Davide                          - (facendo un passo indietro). Ho paura! È quello dalla barba rossa che abbiamo incon­trato sulla strada... Mi fa paura!

Anatèma                       - Va' loro incontro! Scuotili! Annientali colla verità!

Davide                          - Ma almeno non mi lasciare solo... se no dimentico nuovamente dove è la verità.

(Di sotto e di fianco al muro appaiono degli uomini che arrivano di corsa. Sono sporchi e spossati come Davide e fanno l'impressione di ciechi. Invece le parole non hanno che un unico grido solenne e quasi ferocemente arido: Da­vide! Davide! Davide!).

Davide                          - (tendendo le mani). Indietro!...

 (Essi non lo ascoltano e vengono avanti collo stesso continuo clamore di urli, che dalle persone vicine si trasmette alle più lontane, come una eco che ripete il nome di « Davide! Davide! » e si spegne in un lungo sospiro).

Anatèma                       - (insolente). Dove andate? Indietro, vi si è detto!

(Quelli delle prime file si arrestano quasi im­pauriti) .

Molte voci                     - Alt! Fermatevi! Chi è questo? È Da­vide? No, è il brigante! il brigante! il brigante!

Un uomo inquieto. Silenzio! Davide vuol parlare. Ascoltate.

(Tacciono, in distanza si ode un sommesso mormorio che ripete: « Davide! Davide! »).

Davide                          - Che volete? Sì. Sono io, Davide, l'ebreo della città. Perché mi perseguitate come un ladro e mi spaventate colle vostre grida come un brigante?

Anatèma                       - (insolente). Che volete? Andatevene di qui! Davide Leiser non vi vuol vedere.

Davide                          - Sì. Lasciatemi morire qui, che la morte già si avvicina al mio cuore; andate a casa dalle vostre donne e dai vostri figli. Io non posso placare i vostri dolori. Andate! Ho par­lato bene, Nullus?

Anatèma                       - Benissimo!

L'uomo inquieto            - Le nostre donne sono qui, e anche i nostri figli sono qui. Eccoli là che at­tendono una parola buona da te, da Davide, quello che porta la gioia.

Davide                          - In me non c'è più forza, e non ho più niente da dirvi, andate.

Una donna                    - Vieni un po' avanti, Ruben, e inchi­nati davanti al nostro signore

Davide                          - Vi ri­cordate di lui, Davide?

(Il ragazzo si inchina timoroso e scompare fra la folla. Molti sorridono con benevolenza).

Una vecchia                  - (sorridendo). Ha paura di voi…

Davide                          - Non aver paura, piccino!

(Risa contenute. Il Pellegrino viene avanti).

Pellegrino                      - Tu ci chiamasti, Davide, e noi siamo venuti. Lo attendevamo tanto, in silenzio, quel benigno appello; e il tuo grido giunse fino ai più lontani confini della terra. Le strade sono già annerite dal formicolio della gente; i sen­tieri si animano, da ogni viottolo fluiscono uo­mini, e come tutto il sangue del corpo umano affluisce al cuore, così tutti i poveri della terra accorrono a te. Noi ti salutiamo o Davide, no­stro signore. Il popolo depone ai tuoi piedi tutta la terra e la sua vita.

Davide                          - (dolorosamente). Ma che volete?

Pellegrino                      - Giustizia!

Davide                          - Cosa volete?

Pellegrino                      - Giustizia!

(Essi non dicono che questa parola, eppure è come se un fulmine scoppiasse sulla terra. I vicini come i lontani si tacciono, e nessuno sa più se ha udito, se ha detto, se ha pensato, oppure se niente è avvenuto. Un silenzio di at­tesa) .

Davide                          - (rianimato da una improvvisa speranza). Dite voi, Nullus. Parlate voi. O che forse la giustizia è... un miracolo?

Anatèma                       - (amaro). Ci sono dei ciechi, e sono innocenti. Ci sono dei morti e sono pure inno­centi. Vedi che la terra infelice si china davanti a te colie sue sventure e ti saluta colle sue tenebre? Fa' un miracolo!

Davide                          - Un miracolo? Di nuovo un miracolo?

Il Pellegrino                  - (cupo e sdegnoso). Il popolo non vuole che tu parli con colui che non possiamo nominare. E il nemico dell'uomo, che t'ha ra­pito di notte mentre tu dormivi e portato su questo monte; ma dimenticò di rapire anche il cuore del popolo... e questo cuore ci condusse nuovamente da te.

Anatèma                       - (altero). Dunque, io, qui sono di troppo?

Davide                          - No. No. Non mi abbandonate, Nullus. (Lamentevole) Via! Via di qui! Voi tentate Dio! Io non vi conosco, andate, andate!

Anatèma                       - (breve). Via! Molte voci (spaventate). Davide si arrabbia! Che dobbiamo fare? Il nostro signore si arrabbia! È adirato.

Il vecchio                      - Chiamate Rachele.

Una donna                    - Rachele! Rachele! Rachele!

(Il grido viene ripetuto in tutte le direzioni).

Davide                          - (spaventato). Lo sentite? Chiamano Rachele.

Una voce lieta               - Ecco Rachele! (La folla si rianima). Abramo Chessin (con molti risolini). Eccomi, Davide. Eccomi, signore, buongiorno, buon­giorno.

Scionka                         -(sorridendo e con molti inchini). Buon giorno, buon giorno, Davide

(Davide si volge dall'altra parte e sì copre il volto colla mano).

Anatèma                       - (indifferente). Via di qui!

 

(Generale sgomento. Il sorriso si arresta su tutte le labbra, si odono dei sospiri repressi. Rachele viene condotta con molto rispetto e fatta fermare davanti a Davide).

Anatèma                       - Voltatevi,Davide.- Rachele è qua.

Rachele                         - (dolcemente). Perdonatemi,Davide. Buon giorno, Davide, perdonatemi se vi mo­lesto, ma la gente mi pregò di parlare con voi e di sapere se ritornerete al vostro palazzo. E poi pregano che vi affrettiate, perché molti sono già morti per le intollerabili sofferenze... i morti sono già stanchi della lunga attesa. Molti altri, a causa dei terribili dolori sono im­pazziti, e presto cominceranno ad ammazzare gli altri. Se voi non vi affrettate, tutti gli uo­mini diventano nemici gli uni degli altri e vi sarà difficile di fondare il vostro regno sulla terra dei morti.

(Dalle ultime file echeggiamo sospiri e grida: « Davide! Da-vi-de! »).

Davide                          - (piano). Vattene, Rachele!

Rachele                         - Il vostro abito è strappato, Davide, e io ho paura. Avete delle ferite sul corpo. Cosa hai? perché non ti rallegri con noi?

Davide                          - (piangendo). Oh, Rachele! Rachele! che fai tu di me? Ma pensa! Ma pensate voi tutti!... Non vi ho dato tutto, sì che a me non è rimasto più nulla? Abbiate pietà di me, come io la ebbi per voi, e lapidate il mio inutile corpo! Io vi amo, abbiate dunque pietà di me! Io non ho niente. Mente! C'è ancora poco sangue nelle mie vene, ma lo darei fino all'ultima goccia per calmare la vostra sete. (Si strappa con violenza gli abiti e si graffia il petto nudo colle proprie unghie). Ecco. Ora sanguino, non c'è nessuno di voi che provi un sorriso di gioia? Ora mi strappo i peli della mia barba e ne gitto le gri­gie ciocche ai vostri piedi. Risorge forse un qualche morto, per questo mio sacrifizio? E se io vi sputo negli occhi, potrò forse rendervi la vista? E se io addento questa pietra e la rosico come farebbe una belva, riuscirò a saziare con questo un affamato? Guardate qua! Io voglio dare tutto me stesso a voi...

(Fa qualche passo. La folla indietreggia spa­ventata e grida di spavento).

Anatèma                       - Così! Così, Davide. Dagli addosso!

Rachele                         - (indietreggiando). Oh! non ci punite, Davide!

Pellegrino                      - (alla folla). Egli dà ascolto al bri­gante. E ci dice: Non voglio dar nulla al popolo! E poi a questo popolo osa sputare in faccia!

(Si percepiscono delle grida di orrore e di rabbia. Dalle ultime file però si odono delle voci supplichevoli che gemono: « Davide! Da-vi-del... ))).

Uno della folla. No, non ha il diritto di spu­tarci addosso. Noi non gli abbiamo fatto niente!

Un altro. Ho veduto! Ho veduto che raccattava un sasso... Salvatevi.

Anatèma                       - State in guardia, Davide. Questi arri­veranno presto ai sassi, sono belve feroci.

Pellegrino                      - (a Davide). Tu ci hai imbrogliato, Davide

Rachele                         - (facendosi avanti). Tu non devi parlare così.

Chessin                         - ( afferra il Pellegrino per il collo dell'a­bito). Se dici un'altra parola ti chiudo la bocca!...

Davide                          - (grida). Io non ho imbrogliato nessuno. Ho dato via tutto. Non posseggo più niente...

Anatèma                       - Lo sentite, voi?... Davide non ha più niente! Dico bene, Davide?

Pellegrino                      - Lo sentite? non ha più niente! E allora perché ci chiama? Ci ha imbrogliati, im­brogliati!...

Rachele                         - Non state a sentire Davide. È malato, ci darà tutto.

Pellegrino                      - (adirato e addolorato). Ma come hai potuto far questo, Davide? Cosa hai fatto tu al popolo? Maledetto!...

L'uomo inquieto            - Sentite quello che ha fatto con me Davide, quello che porta la gioia. Mi pro­mise dieci rubli... ma poi me li portò via e mi diede un kopek. Io, stolto, credetti che quello non fosse un kopek comune e andai in una bottega e volevo comprare con quello molta roba, ma mi risero in faccia e mi scacciarono come un ladro. Sei un ladro! Tu sei un bri­gante, che lasci le mie creature senza latte. Tieni, ti rendo il tuo kopek.

(Lancia ai piedi di Davide un kopek, molti seguono il suo gesto, perché molti non posseggono che un solo kopek).

Rachele                         - (difendendo Davide). Nessuno osi offen­dere Davide

(Davide piange in silenzio e si copre il viso colle mani).

Un uomo arrabbiato      - Traditore! Levò i morti dalle loro tombe per schernirli. Lapidatelo!

(Si china per raccogliere un sasso. In quel momento si solleva un forte vento e si odono dei tuoni in distanza. La folla resta spaven­tata) .

Davide                          - (solleva il capo e denuda il suo petto). Sì. lapidatemi, io sono un traditore!

(Si odono dei forti tuoni. Anatèma ride).

Pellegrino                      - Traditore! Lapidatelo, ci ha imbro­gliati. Ci ha traditi, ci ha mentito.

 (Tutti sono scossi, poi si lanciano addosso a Davide e sollevano dei sassi. Alcuni sospirando corrono via).

Davide                          - Prendetemi! Io vi vengo incontro!

Anatèma                       - Dove? Ti ammazzeranno.

Davide                          - Via., via! Tu sei mio nemico. Lasciami!

Pellegrino                      - (solleva la mano ove tiene un sasso). Indietro, Satana!

Anatèma                       - (rapido). Maledici, Davide! Ti uccide­ranno presto!

Davide                          - (alza ambo le mani e cade a terra colpito da un sasso. Quasi senza una parola, muti dalla rabbia e con cupo brontolio come volessero dilaniare la terra, gli uomini gittano sempre nuove pietre sul corpo immobile. Non sentono né il tuono, né il rabbioso sghignazzare di Anatèma. Improvvisamente qualcuno comincia a piangere. « Ah! ah! ah! ». È la donna. Ad essa segue subito un'altra. Tutti gemono e urlano, poi corrono via curvi e accasciati tutti insieme. L'ultimo rimasto leva un sasso per tirarlo sul capo a Davide, si volge indietro, vede che è rimasto solo e lascia cadere il sasso di mano, si strofina la fronte colla mano e fugge urlando come un pazzo. Nella folla ormai invisibile sembra accadere qualcosa di orrendo).

Anatema                       - (corre -furibondo, salta su di una pietra, ma cade, salta di nuovo, e si guarda intorno). Ah! Davide, tu hai vinto! (ride). Guarda! guarda! come fugge la turba che tu hai male­detto! Ah! ah! ah!... rotolano giù dalle rocce! Ah! ah! saltano in mare! ah! calpestano i loro bambini. Guarda, Davide, calpestano i bambini! Ecco la tua opera, o possente Davide Leiser, figlio prediletto di Dio. Ecco la tua opera. Ah! ah! ah! (Si volge come assalito da una convul­sione di riso e fa un giro su se stesso). Oh! dove posso andare con la mia gioia? Dove posso cor­rere con la mia notizia? la terra è troppo pic­cola per contenerla. Nord e Sud, Oriente e Oc­cidente. Guardate e ascoltate Davide, quello che portava la gioia è stato ammazzato per mano degli uomini e per mano di Dio... E sulla sua carogna io, Anatèma, calco il mio piede. (Rivolto al cielo) Mi senti? Rispondi tu, se puoi.

(Dà un calcio al corpo di Davide. Si ode un sommesso gemito e poi il capo grigio si solleva vacillando stranamente).

Anatèma                       - (indietreggia). Vivi ancora? Parla an­che questa volta!...

Davide                          - (muovendosi carponi). Vengo con voi. Aspetta dunque, Rachele .. vengo subito.

Anatèma                       - (si china su lui e lo osserva con curio­sità). Ah, tu strisci carponi come me? Come un cane? dietro a loro?

Davide                          - (in mortale angoscia). Oh! non ci posso arrivare. Portatemi voi, Nullus. Dico forse che non mi debbono lapidare? Ah! mi possono anche lapidare. Portatemi là, Nullus. Io voglio di­stendermi sulla soglia e vedere per uno spira­glio come mangiano essi... i piccini! oh! i miei bambini, i miei cari bambini!...

Anatèma                       - (batte con piede). Ti sbagli! Tu sei morto. E i bambini sono morti, la terra è morta, morta, morta! guarda là...

(Davide si solleva faticosamente e guarda mentre stende le sue deboli mani irrigidite).

Davide                          - Vedo. Mio vecchio amico... mio vecchio amico, vi prego, rimanete qui. Voglio andare dà loro, sapete, Nullus? (Vaneggia) Credo d'a­ver trovato un kopek (sorride). Io te l'ho detto, Nullus, guarda su questa carta. (Con tono con­vinto) Àbramo Chessin è mio amico...

(Cade e muore. In lontananza si ode il cupo rumore del tuono che si estingue lentamente rutilando. Le nubi si addensano e cresce il buio. Ma i colpi di vento indeboliscono ognor più. Di fra le nubi appare una parte del disco so­lare ingrandendo i,e di un colore rosso sanguigno, ma scompare quasi subito dopo aver su­scitato sul mare dei riflessi di sangue).

Anatèma                       - (si è chinato sopra Davide). È proprio vero? Sei morto o fingi ancora? Dammi il pu­gno. Aprilo! Non vuoi? Ma io sono più forte di te. (Si alza e osserva qualche cosa nella di lui mano) Un kopek! (Lo getta via con riso di scherno e con aria di disprezzo dà una spinta col piede al corpo di Davide) Addio! imbecille! Domani gli uomini troveranno il tuo cadavere e lo seppelliranno solennemente, secondo l’uso. Quei bravi assassini! Amano quelli che ammaz­zano. E delle pietre colle quali ti hanno am­mazzato, per amor tuo, ti erigeranno uno stu­pido monumento storto e grande. E per ravvi­vare la brutta massa morta, collocheranno in alto me, sul piedistallo. (Ride, ma subito si frena e rimane in- un'attitudine seria da com­mediante) . Chi vuole strappare la vittoria dalle mani di Anatèma? Io uccido i forti e lascio i deboli a rigirarsi in una ebbra danza vorti­cosa, in una terribile, folle, diabolica danza. (Batte impaziente col piede la terra) Terra, in­chinati, e portami obbediente i tuoi doni, i tuoi tributi! E tu uomo, tradisci, in nome del tuo Signore! Su di un mare di sangue, che ha così soave odore, la mia. barca, colle vele rosse sfol­goranti, salperà incontro a te (guarda verso il cielo) per prendere la risposta. Non stri­sciando carponi, ma come padrone, come so­vrano, voglio sbarcare sulla tua muta sponda. Preparati. Voglio aspra vendetta! Ah! ah! ah! (Scompare nelle tenebre).

QUADRO SETTIMO

(Nulla è avvenuto. Nulla è mutato. La ferrea porta, chiusa da milioni di anni, grava col suo peso la terra, e dietro, muta e misteriosa, alberga la font/e di ogni essenza, lo Spirito dell''universo. Sempre muto e immobile dinanzi ad essa sta il Guardiano della Porta. La luce grigia al pari delle pietre di questo luogo, è orribile, ma ad Anatema piace, e ritorna qui, non più strisciando umile come prima, ma diritto ed altero come un vincitore, per quanto con un certo intimo timore e rispetto. Egli si avanza fino al mezzo del monte, batte col piede la terra e grida con voce rauca e minacciosa).

Anatèma                       - Perché non squillano le trombe? Perché non mi si accoglie festosamente? Perché questa vecchia porta rugginosa rimane ancora chiusa? e perché non si viene incontro a portar­mene le chiavi? È questa la maniera di acco­gliere un ospite famoso, il sovrano di un regno amico? Io non trovo nessuno, fuorché il Guar­diano, che per di più sembra addormentato. Male! Male! (Ride, si stira come spossato e siede su di una roccia, poi parla con tono dolce e stanco). Ma io non sono orgoglioso. Trombe, fiori e clamori non sono che vanità. Ho sentito io stesso come squillava la fama di Davide, e cosa è stato tutto ciò? (sospira). È doloroso a lamentarsi. (Fischia, melanconicamente). Tu avrai certo sentito delle sventure toccate al mio amico Davide Leiser. Quando conversammo l'ultima volta fra noi, credo che tu non cono­scevi questo nome. Ma ora lo conosci certamente! Un nome superbo! Quando lasciai la/ terra, milioni di gole affamate gridavano que­sto glorioso nome: Davide è un imbroglione! Davide è un traditore! è un mentitore! E impli­citamente, a quanto mi parve, se la prende­vano anche con un altro. Eppure il mio onesto amico, morto anzitempo, non agiva nel suo proprio nome. (Il Guardiano tace, ma Anatèma continua con aria di vero trionfo:) Il nome! Il nome di quello che rovinò Da­vide e migliaia di uomini. Io sono Anatèma. Io non ho cuore, i miei occhi inariditi dal fuoco infernale, non hanno lacrime; ma, se ne avessi avute, le avrei date tutte a Davide, lo non ho cuore, ma vi fu un momento in cui nel mio petto si destò qualche cosa di vivo, e mi spaventai. O che un cuore può nascere? Io vidi Davide rovinare, e con lui migliaia di uomini. Vidi il suo spirito, nero e contorto come un verme morto al sole, precipitare nella voragine del non essere, nel mio regno tenebroso della morte. Parla. Non sei forse tu che hai perduto Davide?

Il Guardiano della Porta- Davide sarà immor­tale e vive immortale nell'eterno ardore. Da­vide sarà immortale nella luce eterna che è la vita.

(Anatèma precipita a terra come colpito dalla folgore e rimane immobile qualche poco, poi solleva il capo e parla colla calma di una re­pressa rabbia).

Anatèma                       - Tu menti. Perdonami l'ardire, ma tu menti. Certo la tua potenza è infinita e tu puoi dare l'immortalità anche a un verme morto disseccato al sole. Ma ti pare giustizia questa? E forse il tuo mondo una sola ed unica men­zogna? Un gioco crudele colle leggi? Lo scherno di un despota sopra il muto scoraggiamento di uno schiavo? (Parla con tono cupo e addolo­rato) Io sono stanco di quésta perenne ricerca! sono stanco della vita e di questo sterile af­fanno, di correr dietro all'eterna incoerenza. Dammi la morte, e non mi torturare coli'incertezza; rispondimi onestamente: Non amava forse Davide? Rispondi! Non diede tutta la sua anima, e non fu lapidato proprio da quelli cui aveva dato l'anima sua? Rispondi!

Guardiano                     - Sì, Davide fu lapidato da quelli cui aveva dato la sua anima!

Anatèma                       - (con amarezza). Dunque ne convieni. Ma poté egli placare la fame agli affamati, dare la vista ai ciechi, rendere la vita ai morti innocenti? Non suscitò egli liti e contrasti che finirono in un gran bagno di sangue? Non ha dunque dimostrato con ciò che l'amore è im­potente?

Guardiano                     - Sì, Davide fece tutto quel che tu dici, e gli uomini fecero anche quello a cui tu ac­cenni. Quello che è visibile e ponderabile è indiscutibile.

Anatèma                       - (trionfante). Ne convieni?

Guardiano                     - Ma quello che tu non vedi e non sai, Anatèma, è incommensurabile, imponderabile ed infinito. La luce è infinita e il fuoco non ha limiti. In esso il sole brucia come una paglia. Ma vi è un altro fuoco che sfugge ad ogni per­cezione. Davide ha raggiunto la immortalità, nella immortalità del fuoco.

Anatèma                       - Tu menti di nuovo! (Si contorce al suolo disperatamente). Ah! chi aiuta l'onesto Anatèma? La sua immortalità è menzogna! So­spirate e gemete, voi che fidavate in lui, voi che cercavate la verità e adoravate la ragione, perché egli sarà sempre mistificato! Fui vincitore ed egli incatena il vincitore, gli strappa gli occhi e lo caccia per terra a scodinzolare come un cane... Davide! Davide! io fui tuo amico... Diglielo dunque tu, che mente! (Stende le mani e vi appoggia il capo piangendo amaramente). Dov'è la verità? La verità? La verità? Non fu lapidata anch'essa? Non giace nella fossa come una carogna? Ohimè! La luce si spegne sul mondo, il mondo non ha più occhi, glieli hanno divorati corvi e cornacchie. Dov'è la verità? La verità? (Lamentevole) Dimmi! Potrà mai Anatèma sapere la verità?

Guardiano                     - No.

Anatèma                       - Potrà vedere aperta la porta? Potrà mai vedere il tuo volto?

Guardiano                     - No, mai. Il mio volto è scoperto, ma tu non lo vedi. La mia parola è forte, ma tu non la senti. E tu non lo vedrai, né sentirai, né lo potrai mai riconoscere. Tu, spirito in­quieto nella realtà, ma che non sei ancora nato per la vita.

Anatèma                       - (scatta in piedi). Tu menti! Brigante, che rubi al mondo la verità e gliela nascondi dietro impenetrabili barriere. Addio! A me piace il giuoco onesto e saprò rivincere quello che perdetti. Se tu, malgrado ciò non vorrai rendermelo, io griderò per l'Universo: Aiuto! mi hanno truffato, mi han derubato. (Ride, fa qualche passo indietro fischiando e si volge parlando con indifferenza) Io non ho niente da fare, e per questo giro il mondo. Sai tu dove voglio andare ora? Andrò sulla tomba di Da­vide Leiser, come una vedova in lutto cui fu ucciso a tradimento il marito, mi siederò su quella tomba a piangere amaramente e ad im­precare ferocemente, finché non ci sia più al mondo anima onesta che non maledica l'as­sassino. Come un uomo cui il dolore rapì la-ragione io chiederò a destra e a sinistra: Non fu lui che lo abbatté? Non fu lui che aiutò l'o­pera sanguinosa? Non fu lui che lo tradì? E il mio pianto sarà così straziante, le mie accuse così orrende, che tutti gli uomini della terra diverranno assassini e carnefici, nel nome di Davide, di quel Davide Leiser che portava la gioia! E quando di sopra un monte di cadaveri brutti, orribili, ammorbanti, io annuncerò che tu sei quello che uccise Davide Leiser, tutti gli uomini mi crederanno e tu avrai finalmente la brutta fama che ti meriti, ciurmadore, bu­giardo, assassino! Addio!

(Si allontana sghignazzando. Il suo riso risuona ancora in lontananza. Poi tutto torna come prima nell'eterno arcano silenzio).

FINE

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