Anime partenopee

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                          CARLO   GIARLETTA

                            ANIME PARTENOPEE 

  

                          OPERA TEATRALE IN DUE TEMPI

            

   Nella città (o nell’universo) di Napoli, vive e si perpetua uno Spirito particolare, lo Spirito di un silenzioso patto sociale che accomuna situazioni umane e presenze incorporee su segmenti di continuità, di non interruzione tra passato – presente-futuro. “Anime partenopee” vuol essere un tentativo di descrizione o, meglio, di rappresentazione di un paesaggio-ponte andata-ritorno e viceversa che collega il remoto all’attuale, i vivi ai trapassati. Il percorso, lo svolgersi della vicenda si snoda, sotto forma di piece teatrale, lungo questo motivo importante anche se non dominante. I personaggi calati, risaliti e risucchiati tra vita ed aldilà, sembrano rimanere al di fuori di ogni sprofondamento nell’insondabilità di un mistero. Essi, anche col supporto delle voci fuori campo, si soccorrono l’un l’altro, sull’onda di una levità che supera dialoghi e pensieri inespressi. I rapporti, come il rapporto tra il finito e l’infinito, restano appesi ad un tempo senza tempo, capace di dar la prova di risultare come l’elemento che meglio definisce ed unisce Raimondo di Sangro (XVIII secolo) e gli altri (XX secolo). Tra mutazioni, evoluzioni ed involuzioni, apparenti e non, nel pianeta Napoli quella che sostanzialmente si dimostra unica e fedele a sé stessa è l’anima, appunto “l’anima partenopea”.                                                

                  

   

    

PERSONAGGI:

RAIMONDO DI SANGRO, PRINCIPE DI SAN SEVERO;

CONCETTA;

ROSA;

ANTONELLO AMOROSO DETTO “CLYDE”;

PATRIZIELLA MILONE DETTA “BONNIE”;

TERESA DI DOMENICO.

VOCI:

VOCE DELLA PRIMA PROSTITUTA;

VOCE DELLA SECONDA PROSTITUTA;

VOCE DI SANGRO;

VOCE DEL SERVO NEMESIO;

VOCE DEL CANTANTE;

VOCE DELL’ANNUNCIATORE;

VOCE DELLO SCULTORE FRANCESCO QUEIROLO;

VOCE DI PATRIZIELLA MILONE;

VOCE DI ANTONELLO AMOROSO;

VOCE DI TERESA DI DOMENICO;

VOCE DI UN UOMO;

VOCE DI UNA DONNA.

                    NOTE STORICHE E SOCIALI

RAIMONDO DI SANGRO, scienziato e alchimista, della famiglia Universale, Patrizio di Sangro, Principe di Sansevero, Duca di Torremaggiore, Marchese di Castelnuovo, Principe di Castelfranco, Signore di molte Città e Grande di Spagna di Prima Classe, Gentiluomo di Carlo di Borbone Re di Napoli e di Sicilia, Comandante dell’Ordine Equestre di San Gennaro, nacque a Torremaggiore, in provincia di Foggia, il 30 gennaio 1710.                                              

     Si narra che il nobile, per sfuggire alla necessità inevitabile della morte, ordinò ad un suo fedele schiavo moro di tagliare il suo corpo in dodici pezzi, e di ricomporlo nella cassa, dalla quale sarebbe uscito, dopo nove mesi, risuscitato e immortale. Scoperto l’incantesimo, i familiari, che non credevano affatto alla resurrezione, scoperchiarono la bara. Il principe, quasi svegliato da un lungo sonno, cercò di balzar fuori, ma invano, gettando un urlo diabolico, ricadde e morì.                                            

       Il 22 marzo 1771, il signor Don Raimondo di Sangro morì in comunione di Santa Chiesa e venne seppellito nella propria Cappella pubblica.

SCULTORE FRANCESCO QUEIROLO   Dal 1752 a Napoli lavorò soprattutto alla decorazione della cappella Sansevero dei principi di Sangro. Sue sono le statue de “La Sincerità” e del “Disinganno”; quest’ultimo, raffigurato come un uomo avvolto da una rete, è un capolavoro del trompe l’oeil in scultura.

SCULTORE ANTONIO CORRADINI  Nel 1749 lavorò nella cappella Sansevero. Realizzerà le statue: il “Monumento a Giovan Francesco de’Sangro”, il “Decoro”, il “Monumento a Paolo de’Sangro”, la “Pudicizia velata”. Preparò anche il bozzetto del “Cristo velato”. La sua opera rimase incompiuta per la morte dell’artista (1752).  La scultura in marmo fu completata nel 1753 da GIUSEPPE SANMARTINO, uno dei  maggiori artisti del Settecento. Il capolavoro rappresenta Cristo che giace esanime su un giaciglio e poggia il capo su due cuscini. Il suo corpo appare velato da un tessuto finissimo che non sembra scolpito nel marmo ma reale. La magistrale resa del velo ha dato adito nel corso dei secoli a una leggenda secondo cui il principe committente, Raimondo di Sangro, avrebbe insegnato all’artista la calcificazione del tessuto in cristalli di marmo.

La statua della “Pietà” fu opera dell’artista FRANCESCO CELEBRANO.

CONCETTA E ROSA, le prostitute che si presentano sotto forma di ombre o fantasmi, sono delle tipiche esponenti del sottoproletariato urbano. Vittime ed amanti del loro protettore, pur avendo subito la tragicità degli eventi, dimostrano di avere forza d’animo e di spirito. Sono persone autentiche, dirette,  che  accettano di vivere e morire in certe condizioni.

ANTONELLO E PATRIZIELLA, prima come entità materiali ed in seguito sotto forma di ombre o fantasmi, rientrano nella categoria della middle class cittadina. I loro personaggi  sono la rievocazione di due giovani scapestrati, realmente esistiti, che effettuavano delle rapine, soprattutto nelle banche e negli esercizi commerciali, all’inizio degli anni 80 a Napoli e dintorni. I soprannomi , Bonnie e Clyde, si riferiscono, anche questi, a dei soggetti realmente esistiti, una coppia di fuorilegge dell’America rurale degli anni 30 che rubavano automobili e rapinavano stazioni di rifornimento, negozi e banche.  La loro storia è stata raccontata nel film “Gangster Story”.

TERESA, rappresentata come vivente, in carne ed ossa, è una classica popolana di modesta estrazione sociale. Rimasta zitella, vive da sola. E’ingenua ma non stupida, generosa verso gli amici ed il prossimo in generale, genuina, istintiva, spontanea e incapace di fare del male. Considera Antonello e Patriziella come se fossero suoi figli. Lei è la vera anima buona di tutto il contesto in cui si svolge la vicenda.

 

CONTESTO E LINGUA

Napoli, prima metà degli anni 80. Il linguaggio usato dai personaggi è un mixage tra napoletano arcaico e più moderno, riferito quest’ultimo soprattutto al dialetto degli anni settanta. Attualmente non si parla più così, sono cambiati le espressioni, il gergo, il modo ed anche i toni del parlato tra la gente della città e dell’hinterland.                              

 

                            

                                  PRIMO TEMPO

QUADRO  

Un camerone in penombra. Sul fondo, di fronte, una finestrella di forma quadrata con una grata che lascia trasparire una luce fioca; ai lati le pareti sono in muratura tufacea, con dei singolari sbalzi in marmo ed alabastro, finemente lavorati. Gli unici mobili nello stanzone sono una savonarola ed una agrippina; su quest’ultima c’è un candelabro fornito di candele. All’entrata del primo personaggio, un signore alto e magro sulla cinquantina, l’ambiente si rischiara per qualche secondo, illuminato da un bagliore proveniente dal fondo. L’uomo è l’ombra del principe Raimondo di Sangro. E’ tutto vestito di bianco, alla maniera dei nobili del millesettecento; porta un grosso libro antico, rilegato in pelle. Va a depositare il librone sulla savonarola, lo apre alle prime pagine e, restando in piedi, legge. Lo fa a bassa voce, senza lasciar intendere le parole, mentre in sottofondo si sente un minuetto in canone di Mozart. Dopo 1-2 minuti musica e lettura terminano. Sangro viene avanti al proscenio e si rivolge alla platea.

RAIMONDO DI SANGRO  Non me lo aspettavo proprio, credetemi, non me lo sarei mai immaginato…Una città mosaico di tante città, una babele di giorni, di ogni giorno che vive come l’hanno definita, oggi, invece così indefinita, poco rifinita e affatto raffinata, privata d’identità, denucleata? Si può dire così?...No, proprio non ci avrei mai creduto prima di tornare dall’aldilà…Dopo la mia morte avvenuta nel 1771 grazie a quel, scusate il termine, quel figlio di zoccola di Nemesio, il mio primo servo vile porco e sporco traditore che aprì la mia cassa e fece fallire il mio supremo altissimo universale esperimento!

VOCE DEL SERVO NEMESIO (dall’interno)  Altezza, ma voi che cazzo state dicendo?! E’ stato chill’ommo ‘e plastica ‘e Saverio! Tenevate il serpe in casa e non ve ne accorgevate! Lui ha schiuvato prematuramente il tavuto e accussì l’esperimento vostro se n’è andato a farsi fottere e voi avete potuto mandare soltanto un urlo prima di ricadere tra gli stramorti dell’aldilà!...Mo’ che volete? Il mellone è uscito bianco!? ‘O strummolo è fernuto a tiriteppete!? E’ ghiuta storta!? Siano rinfrescate le anime del purgatorio! Voi volevate fare come a Lazzaro che resuscitava fresco gagliardo e tosto, eeh?!

SANGRO   Va bene, va bene, è stato Saverio, lasciamo perdere! Ed io ingenuo che sono stato, io che contavo su di voi!...Secondo l’ultima trovata sperimentale m’ero fatto perfino tagliare a pezzi dopo defunto poco prima di entrare nella cassa!...Comunque prendiamo un’altra storia…(prende il volume e legge ad alta voce) “Carlo Gesualdo, principe di Venosa, trafisse con la sua spada la giovinetta Maria D’Avalos e il di lei amante Fabrizio Carafa. Li giustiziò perché colpevoli di infedeltà adulterina. Correva l’anno Domini millecinquecentonovanta…” (interrompe la lettura e parla al pubblico) L’assassinio fu consumato giusto nel mio palazzo ed il sottoscritto dopo due secoli ancora ascoltava aleggiare tra le mura la musicalità dei dolcissimi madrigali che ne nacquero…Nel vostro secolo, ai giorni vostri, in casi del genere non sgorga niente dalle fonti della poesia, è vero? (posa il volume sul pavimento)

VOCI DI DUE PROSTITUTE (in coro, fuori scena)  Nonzignore, nonzignore, ci stava il “ricottaro” nostro, ‘o nnammurato nuosto Peppiniello Messo che scriveva…(le voci si alternano)…Dice, ma a chi scriveva?...A nisciuno, faceva ‘o pueta…Versi troppo belli d’ammore…(in tono rabbioso)  Chillu curnuto, tutto pe’ colpa soja!

SANGRO (tendendo l’orecchio)  Come?...Come?...Non intendo bene, che significa tutto ciò?

VOCE DELLA PRIMA PROSTITUTA   Fu lui, quello stronzacchione, che fece lo sgarro al suo rivale Emanuele Strummolo…

VOCE DELLA SECONDA PROSTITUTA   E noi ci siamo andate per sotto!...Strummolo per vendicarsi incaricò i “cumparielli” suoi e questi ce luvajeno ‘a coppa ‘a faccia r’’a terra.

SANGRO (riprende il volume e declama)   “Dio del cielo, delle acque e della terra, che onta lavata col sangue fu mai codesta!? I cavalieri, l’armi, gli amori io…”

Entrano in scena le ombre delle due donne. Sono di un’età classificabile tra i ventisei ed i trent’anni. Concetta è bruna, prosperosa, con i capelli lunghi e “selvatici”. I suoi occhi sono verdi, molto belli. Esprime orgoglio e spavalderia. L’altra, Rosa, è una rossa di fuoco. Longilinea, più alta di Concetta, ha uno sguardo furbo ed un bellissimo sorriso. Vistosamente truccate, con toni dominanti di rosso e nero, portano dei grossi orecchini a forma di cerchio dorato che gli pendono dalle orecchie.

CONCETTA (a Sangro, interrompendolo)   Ueh, signo’, ma quali cavalieri, armi e amori andate contando!? Noi teniamo tanti cazzi che ci abballano ‘ncapa!

ROSA   Eeh, chi cazzo ‘e cunosce a ‘sta gente?!

CONCETTA (riprende con voce soffusa, ricca di nostalgia e tenerezza)  Era una mattinata di giugno, calda e chiara, pure ai Quartieri…

ROSA (ha la stessa tonalità dell’altra)  E lì lo dovete sapere, il sole entra e non entra pure quando viene la stagione buona…

Sangro sembra folgorato da una rivelazione, da una verità che gli fa male. Abbandona il librone che gli scivola dalle mani e cade a terra. Il principe, barcollando, si avvicina alla savonarola e siede pesantemente.

CONCETTA (un po’ malinconica)  E noi, carne da macellare, ci accostiamo agli uomini anche all’oscuro nei vicoli, per parlare…

SANGRO (che si è ripreso)   Adescare? Bella questa rima, luminosa!

ROSA (ridendo)   Vogliamo ubriacare d’amore i masculoni!

CONCETTA (emozionata)  Ma quella mattina era il massimo, era troppo bella! Ci eravamo svegliate ed alzate con la voglia di evadere, di fuggire per una volta dalla nostra condizione di femmine senza un morso di speranza…

ROSA   E pigliammo a prestito la Ritmo da Toritore, l’amico nostro Salvatore Russo, e partimmo, ce ne andammo, ce ne andammo da Napoli.

SANGRO (accavalla una gamba sull’altra e parla con tranquillità)  Io, invece, nacqui nella provincia di Foggia e mi trasferii bambino nella città partenopea. Lì ho dato libero corso al mio spirito notturno di inventore, filosofo, chimico, fisico, uomo d’armi, architetto, scrittore.

CONCETTA   Con i finestrini aperti, ‘e capilli ca vulavano, ‘o core ca zumbava ‘mpietto…Aah, che jurnata ‘e Pataterno!

SANGRO   Avevo creato l’eterno lume con una materia eterna. Per usare una similitudine, un termine di paragone: avevo fatto il monumento ad un baleno.

CONCETTA (riprende, ansima un po’, si tocca le guance, scuote la testa e sorride)  Io da piccola ero bruttulella. Mi chiamavano cozzechella, perché ero pure scura…(sensuale)  Ma però mi toccavo…Mi toccavo sempre…In mezzo alle cosce…E mi mancava ‘o sciato…Poi, con la crescenza, mi sono fatta accussì, bona per il letto.

ROSA   Io no, io no. Quand’ero piccerella già mi chiamavano bambulella…E m’arricordo che quando tenevo dieci anni mi regalarono la prima e ultima bambola della povera esistenza mia. Me la portò zio Alberto, una persona tanto brava…Morì a Serradarce, dalle parti di Eboli, schiacciato dalle ruote di un camion a rimorchio…Che brutta morte!...(si dà un pugno nell’altra mano aperta e impreca tra pianto trattenuto e rabbia)  Mannaggia Satanasso, mannaggia! Muoiono sempre i meglio!

Concetta accarezza e consola Rosa. Sangro si alza, riprende il volume e legge ad alta voce.

SANGRO   “Dolcezza e crudeltà germogliano, crescono radiose…Bella donna che ti chiami Rosa, che bel nome che t’ha messo tua madre! Il nome del fiore più vellutato e dolce, il fiore più apprezzato che sta anche in Paradiso…”(interrompe la lettura e declama, lo sguardo rivolto all’insù)  L’aulentissimo mirabile fiore lo do nelle tue mani eburnee, o mia diletta, perché…Perché io non fui soltanto uno stravagante, un tacciato di stregoneria, un massone, ma un amante…Amai e non venni compreso, amai!...Amai!! (a capo chino, deposita il libro sulla savonarola ed esce di scena)

CONCETTA (continua a consolare la seconda)   Rosa, Rosetta cara, ià, nun fa accussì! ‘A vita è carogna!...

ROSA (più calma)   Va buo’, va buo’, torniamo a noi, a quella giornata lucente…Ma, Cunce’, il signore principe se n’è andato?

CONCETTA   E se vere ca teneva che fa. Vai facile, va!

ROSA (al pubblico)   Arrivammo alla contrada Gauralupo abbascio Agropoli…Propetamente lloco, pecchè nce nascette mamma mia…La decisi io la fermata…

CONCETTA   Stavamo facendo i fumienti…Il sangue saliva alle cervella, ma no pecchè stevamo ‘ncazzate, eh! (fa una gran risata)

ROSA   La spiaggia, ‘o mare, ‘a libertà! ‘A libertà, ‘sta zoccola cchiù zoccola ‘e nuje puttane! (comincia a sbottonarsi il vestito)

CONCETTA   Non tenevamo i costumi da bagno, ma nun ce ne passava manco p’’o sisco!

Ritorna il principe e va a piazzarsi in mezzo alle due donne.

SANGRO (a mani tese, come se stesse facendo un’invocazione)   Cinque opere, cinque omaggi artistici a chi si trova nelle vesti di un principe dalla fervida mente: “Decoro”, “Pietà”, “Sincerità”, “Pudicizia” e “Disinganno”.

CONCETTA (parla velocemente)  Altezza, voi state qua un’altra volta? Mo’ v’’o dico ‘n’ata vota: questi sono cazzi vostri!

SANGRO (puntualizza)   No, sono statue.

CONCETTA (c.s.)   Eh, statue, statuette, mobili, guarrattelle, cazzimbocchi, ma vuje che ne vulite fa?! Noi dobbiamo contare il fatto!...(fa una breve pausa poi indica il candelabro sull’agrippina)  Vire, vi’ che arredamento! Vulesse sape’ chiè chillu strunzo ‘e scenografo ca l’ha fatto mettere lloco! (Mette il candelabro a terra, prende dei fiammiferi dalla tasca ed accende le candele)  Nomine Patris, facimmo luce!

ROSA (continua, si tocca la fronte, come per ripararsi dal sole o evocare un ricordo)   Ci levammo le vesti, sulla rena calda…(si mette seminuda, con un atteggiamento di pudicizia)  Tanto nun ce steva nisciuno proprio accustato a nuje…

SANGRO   Siate benedette, umili eroine della terra di partenope! La natura è l’impero di Pan, la natura è tutto!

In sottofondo, la “Suite n.1” del “Peer Gynt” di Grieg che sfuma dopo alcuni secondi.

VOCE DEL SERVO NEMESIO (dall’interno)   Altezza, perché non glielo dite che si mettono nude pure mo’! Almeno mi ricreo la vista degli occhi, con tutto che sono ombra e no cristiano vivo.

SANGRO (si guarda intorno)  Cessa di parlare così, sciagurato e zozzo! Le signore sono come due fiori che rimirano un coccio di terra da cui nascerà l’amore.

CONCETTA   Uuh, principe e comme site gentile! Grazie, grazie, siano rinfrescate le anime dei morti vostri!

ROSA   ‘O signore è ‘nu signore ‘o vero!...(riprende la narrazione)   Allora ci mettettemo a pazzia’ comme a ddoje creature ch’avevano fatto filone ‘a scola…Io davo la corsa a lei e lei dava la corsa a me, ci schizzavamo l’acqua…

SANGRO (sul proscenio)   Due corpose naiadi, due carnute ninfe!...Il mio pensiero corre alle stupende meraviglie del mondo mitologico, alle libertà ed ebbrezze vissute nei campi e nei boschi. Invece la mia epoca settecentesca era affascinante per le illuminazioni, per il trionfo della ratio e del pensiero, ma scadeva nei confronti dell’istinto e della fantasia, della geniale diabolica inventiva negromantica, alchimistica…Ed io mi battei per questo, lottai e non venni accettato…Perché l’umanità questa matassa aggrovigliata, stupenda e terribile, meravigliosa e pericolosa, è così: ti viviseziona subito a scopo diffamatorio, denigrandoti. Poi, a distanza di anni, lustri e secoli, ti capisce, t’apprezza, t’incensa persino.

CONCETTA   Altezza, signor principe, chest’è ‘a vita…Voi ve lo siete mai chiesto perché ci incazziamo di più quando diciamo ‘mannaggia ‘a vita mia’? (con amarezza)  Perché la vita è ‘na chiavica, più chiavica di tutte le chiaviche di questo mappamondo!...E po’ l’uommene ‘a matina tanta vote te schifano e ‘a sera se vonno diverti’, vonno fa cose ‘e pazze, vogliono prestazioni particolari…’A vita è fatta pe’ loro!

Si sente una musica. L’esecuzione va in crescendo. Poi la voce di un cantante che è più da recitativo.

VOCE DEL CANTANTE   Fogli di un giornale che non vive più…L’agile figura mi trascina piano piano…Oro caldo è una bomba ormai…Una mano, grazie, e il viso tuo…

Brano musicale e canto terminano.

CONCETTA   Ueh, e che vuleva ricere chella canzone?

SANGRO (va a riprendere il volume, fa scorrere le pagine e spiega)  I fogli del giornale sono quelli del passato che non esiste più. L’agile figura è il destino he trascina l’uomo verso il proprio compimento; tutto diventa alchimia, una trasformazione che poi si rivela come una bomba pronta a scoppiare…Soltanto una mano, un viso, quelli della persona amata, appaiono per intercedere a favore dell’individuo preda del fato…L’uomo esprime riconoscenza alla visione.

ROSA   Uuh, comme so’ difficili ‘sti parole!...(assorta, ispirata)  Tutto chello ca sta scritto è difficile, ‘o ssanno sulo chilli ca teneno ‘e cerevella quadrate…Napule nun se po’ scrivere…Pullecenella parlava nun scriveva.

CONCETTA (accenna un motivetto musicale con un filo di voce)  Amore, amore va, core mio…Ammore mio…’O core mio po’ va addo’ sacc’io…(riprende la narrazione)  Entrammo nell’acqua di mare, ce facettemo ‘o bagno…Maronna mia e comm’era fredda!

ROSA (mentre parla i suoi respiri aumentano d’intensità)   ‘Nu gelo!...Ma sulo ‘o primmo mumento…Aroppo ‘o cavero, ‘o cavero ca tenevamo ‘int’’o core…’O sentettemo pure ‘ncuollo…Aah, aah, me pare ca mo’ me sto abbrucianno ‘n’ata vota!

SANGRO (c.s.)   La radice della vertità, la sua linfa, risiedono proprio lì, nella lingua dei sentimenti, nel cicalare sommesso eppur forte delle vibranti emozioni…(si sposta più in avanti, al pubblico)   Pochi giorni fa un giornale, un quotidiano dei vostri tempi, evidenziava un triste avvenimento nella cronaca regionale. La carta stampata parlava, con il linguaggio incisivo della cruda realtà, del ritrovamento in pieno giorno di un cadavere lungo la scarpata dell’autostrada Napoli-Salerno, vicino a Pompei. Era un giovane pregiudicato, diciottenne dal fisico superbo, splendido. Il suo corpo giaceva con un filo d’acciaio stretto intorno al collo…(chiude gli occhi e cala la testa per qualche istante)  Quanto sgomento in tutto questo…Quanta commozione e che emozione nelle parole della narrazione, opera delle due stupende donne qui presenti…

CONCETTA (tende le mani verso le candele accese e declama)   Sono nude queste femmine, senza vesti, lo sapete?! Ti mangiano con gli occhi, ti pigliano per il culo, ti vogliono ubriacare senza farti bere…(soffia e spegne le candele, con voce angosciata)   No, noo, perché?! Perché questa sorte infame?!

ROSA (riprende il racconto)   ‘O bagno a mare, ‘na bellezza!...L’acqua t’arravoglia, te tene ‘int’’e braccia, fa ‘ammore cu te…E po’, mentre stavamo pazzianno, a capa sotto, alluccanno e rerenno, succedette il fatto…(con amarezza)  ‘O scatascio, la grandissima vigliaccata, la nostra povera fine…

Dall’interno, la voce di un annunciatore.

VOCE DELL’ANNUNCIATORE   “In un cascinale di Monte Faito, uno dei tanti covi della camorra, nell’incerta luce dell’alba, sono state ritrovate…

Rumori di colpi d’arma da fuoco.

SANGRO (tenendo le mani unite appoggiate alla fronte)  Ma io non dico scappate!...Già sono in troppi che lo consigliano, bisogna restare qua, fare qualcosa, restare!...Restare!

CONCETTA (prosegue)   All’improvviso scennettero abbascio ‘a marina comme a tanta fere…Erano cinche, cu fucili e pistole…Uno ‘e lloro teneva pure ‘na mitraglietta, figlio ‘e ‘na samenta!

ROSA   Tenevano ‘e cappucci ‘ncapa…(esprime la drammaticità della situazione tremando)   Attaccarono a sparare a ripetizione…Ci cugliettero!...L’acqua addiventaje rossa ‘e sanghe!...’Nu sciummo russo dint’’o mare!

CONCETTA (paradossalmente in tono vivo)   Primma ‘e muri’ facettemo ‘nu zumbo, comme a dduje furoni ca pazzeano!

ROSA (con le mani sul volto)   Erano ‘e guagliuni ‘e Strummolo…La cosa era chiara e regolare…Sono sicura, me jucasse ‘e palle…Pure si nun ‘e tengo e nun ‘e tenevo manco quanno ero vivente!

SANGRO (a braccia aperte)   Anche il marchese De Sade si divertì a denigrare, a dire peste e corna, affibbiò l’appellativo di selvaggio al popolo napoletano. Non risparmiò nemmeno i nobili, perché affermò che il loro lusso era molto meno disinvolto di quello stentato dai Francesi…La storia macina i suoi fogli senza posa, perpetua sé stessa e la cattiva fama, passata e presente, chiama la disapprovazione da parte dell’opinione pubblica e reclama altre condanne…Però i fantasmi nel sud almeno sono innocenti. Perfino se hanno ricevuto grossi torti o sono stati vituperati, maltrattati, vessati, quando erano persone vive in carne ed ossa, dopo non ci pensano più, dimenticano, non serbano rancore.

VOCE DEL SERVO NEMESIO (sempre dall’interno)   E’ ‘o vero, avite ragione, principe! Io ve l’ho sempre detto e stradetto che ero e sono innocente, puro e casto…Pure quanno tuccavo ‘o culo a Brigida e dicevo a Iolanda che tenevo un gigante nella mutanda!

CONCETTA (va al proscenio)   L’abbiamo voluto bene a Peppeniello nostro, con tutto che all’urdemo facette ‘o strunzo cu don Emanuele Strummolo…(orgogliosa)  Eravamo le femmine sue, le patatine attorno al capretto, le preferite…Per questo non vogliamo nessuna vendetta…

ROSA (si inginocchia)   Potenza di San Gennaro proteggici!

Grida dall’interno, accompagnate da un assolo di chitarra rock. Sangro e le donne si mettono a ridosso di una parete della camera. Una voce maschile ed una femminile prevalgono sulle altre.

VOCE MASCHILE E VOCE FEMMINILE (alternandosi, mentre le grida e la musica finiscono)  Nun è ‘o vero, nun è accussì! Ci hanno liquidato, ci hanno fatti fuori, ci hanno scannati comme a dduje capretti! Ci dobbiamo vendicare di brutto! Ci amma vevere ‘o sanghe ‘e chi ci ha luvato ‘a copp’’a faccia r’’terra!

Il principe e le due donne scappano fuori dalla scena.

QUADRO

Una camera ammobiliata in stile moderno, con vari elementi kitsch. Alle pareti, poster di esponenti della pop music, del rock e altri generi che piacciono ai giovani, manifesti surrealisti e simboli degli anarchici. Al centro un divano. Su un tavolino, modello spaziale 2000, campeggia un telefono in stile vecchia America. Rumore di passi dall’interno. Poco prima che entri qualcuno, si sente una voce.

VOCE DI SANGRO (l’eco ripeterà le sue parole)   Ma io continuo a dire: non scappate! Questa città ha bisogno di voi!

Arrivano un uomo e una donna. Lui, Antonello Amoroso, soprannominato “Clyde”, è un giovane sui venticinque anni, bruno di carnagione e di capigliatura. Di altezza media, prestante, indossa un completo in lino chiaro, tra l’elegante e lo sportivo; dall’occhiello della giacca risalta un fiore. La cravatta è a tinta fantasia, dai colori sgargianti; il panama che l’Amoroso porta in testa, inclinato sulle ventitre, è giallo crema pasticcera. La donna, Patriziella Milone, che tutti chiamano “Bonnie”, ha ventitre-ventiquattro anni, capelli rossi, lunghi oltre la spalla ed occhi verdi, molto vivi. Porta orecchini a forma di croce ed è vestita con un tailleur leggero dallo stile che ricorda quello degli anni trenta, a fondo blu istoriato di arabeschi di un giallino tenue. La sua statura, supportata da scarpe a tacco alto, è quasi uguale a quella dell’Amoroso. I due sono di estrazione borghese, media o medio-bassa.

ANTONELLO AMOROSO (canticchiando una canzone rock)   Allora? Patrizie’, jammo, parla cu me. C’ha fatto Toritore?

PATRIZIELLA MILONE (si ravvia i capelli)   Chillu scemo ‘e merda l’ha prestato ‘a macchina!...Io penso che lui sapeva tutto…

ANTONELLO (lancia il cappello verso un divano)   Eeh, sapeva tutto, sapeva tutto! Non ci credo proprio!...Quello Salvatore Russo, se glielo domandi, un altro poco non sa manco dove sta di casa!

PATRIZIELLA   Te lo dico io che è così, me lo sento, mi devi credere…(sfila le scarpe, le lancia lontano e siede)  Il signorino fa il fesso e parla poco ma ficca assai. Da quando è arrivato a battere fino a via Partenope nessuno lo contrasta più, fa ‘a carta ‘e re.

ANTONELLO (muove il corpo alla maniera di un rockettaro)   Eeh, bella mia, la piazza si conquista e si allarga! Ci sta pure la manella di chi sappiamo noi, è ‘o vero o no?!

PATRIZIELLA   E comme no!? All’Ospedale “La Schiana” a Pozzuoli ancora si ricordano le pallottole che scassavano i vetri, vetrini, lastre, fleboclisi e tutti i marchingegni che tenevano in vita il morto ammazzato.

ANTONELLO (siede sulle cosce della ragazza, con voce sensuale)  Lo sai che ti mangerei tutta d’un pezzo!

PATRIZIELLA (compiaciuta, ma lo fa rialzare)  ‘O ssaccio ca sì accussì, supercaldo, bene mio. Mo’ però nun è ora ‘e magna’, dobbiamo studiare il cazzimbocchio del piano.

VOCE DI SANGRO (dall’interno, l’Amoroso e la Milone non potranno sentirla)   E’ indubbia la fascinazione che emana dal dialogo tra la splendida giovane ed il giovin signore e li avviluppa e coinvolge tutti noi che prestiamo udito e vista al progresso delle parole e dei gesti.

ANTONELLO (c.s.)   Patrizie’, porcellona mia, è sempre il momento per quel divorare!...Comunque leviamo mano, jammo a vere’…(va verso un tavolo, prende una pianta della città dalla tasca della giacca e la apre sul ripiano)  Vieni qua, professoressa.

PATRIZIELLA (gli si affianca)   E no, caro mio, il libero indecente sei tu!

Ridono.

ANTONELLO (si tocca la fronte)  A proposito, l’hai levato lo stereo dalla macchina? L’hai messo sotto il sedile? Ccà ‘e guaglioni nun teneno ‘n’uocchio ‘e riguardo, se fottono tutte cose.

PATRIZIELLA   No problem, Antone’, tenimmo ‘n’antifurto ‘e lusso! Quanno scatta pare ‘a sirena ‘e l’Italsider: toccano ‘a macchina e cagna ‘o turno in fabbrica!

Antonello sorride, toglie la giacca, la posa e mette il dito indice sulla carta. La ragazza guarda nel punto indicato. Campanello di dentro.

ANTONELLO (nervoso)   E mo’ chi cazzo è?! Rompono ‘o pasticciotto quanno uno tene che ffa! Quando non li chiami vengono!

La ragazza alza le spalle in segno di noncuranza, si allontana ed esce. Rientra in compagnia di Teresa Di Domenico, una donna sulla sessantina, bassa e tracagnotta. Ha i capelli grigi ed uno sguardo vivace; la sua pettinatura è a tubo, la chioma raccolta all’insù. Porta un abito leggero scollato e senza maniche, a tunica, di color verde pisello. Nella zona è conosciuta come “la femmina che vede oltre”, poiché è una visionaria e prevede il futuro.

ANTONELLO   Ueh, donna Teresa bella, che facite ‘a chesti parti?

TERESA DI DOMENICO (ispirata)  Bongiorno, “Clyde”, buongiorno…Aggio fatto un sogno bello assai e un sogno brutto comm’a’ morte!

PATRIZIELLA (ammiccando, all’Amoroso)   Mo’ senti.

ANTONELLO (ironico, sfottente)   Signorina Di Domenico, primma t’he sunnato ca tenive ‘o nnammurato c’’a Kavasaki setteecinquanta: champagne! Aroppo, guai a chi tocca!, t’hanno futtuto ‘o guaglione e ‘a motocicletta a Marianella!

TERESA (cercando di darsi un’aria severa)   Aeh, guaglio’, tu vuo’ pazzia’ sempe!E tanta vote pazzei c’’o ffuoco!

PATRIZIELLA (siede, scoprendo le gambe)   Antonello Amoroso, attento a te! Vedi che donna Teresinella nostra è come il carbone: se non ti brucia, ti sporca!

TERESA (arrabbiata, amni ai fianchi, alla ragazza)  Mo’ m’he cacato ‘o cazzo, ojne’! Quanta vote te l’aggia dicere ca voglio ‘nu poco ‘e rispetto!?...(si calma, diventa materna)  Per i miei capelli bianchi, “Bonnie”…E ‘o ssai ca ce pierdi quanno fai l’ariosa e ‘a viziata!...A’ femmina giovane e bella adda essere carnale e gentile, ‘na preta ‘e zucchero!

ANTONELLO   Brava a Teresa, te l’appoggio!...(in sottofondo, il suono di un clavicembalo accompagnerà il suo declamare)  La grazia e la femminilità incantano e squagliano i maschi…Liquefano pure i più tosti…(camminando)  Immaginiamo una creatura, dolce fine, delicata, che porta chiavi, chiavettelle, catene, catenelle, lacci laccetti, laccettini, lucchetti, chiodi, chiodini, chiuovarielli…E che facimmo? ‘O negozio ‘e ferramenta! Noo, nun è opera bona, non esiste proprio! (sul proscenio, al pubblico)  La donna, quando si mette nelle mani di un uomo, lo fa arri creare, ancora di più se è ‘na nennella, ‘na perzechella, se tiene la pelle come i petali dei fiori ed il sorriso di una creatura, sincero, pulito e luminoso…(si volta verso le due donne)  E all’ultimo, sotto, ‘na mutandina di pizzo, una fessura di merletto, che ti fa sciogliere la neve in tasca e si bagna il calzone! (guarda in alto, con aria estatica)  E’ da sbocchi di sangue!

PATRIZIELLA (a parte, a Teresa)  Tu ‘o vire accussì, ma è ‘nu poco all’antica…(ad alta voce)  Toni’, pensi sempre a una cosa!

TERESA (compiaciuta)   L’uomo è cacciatore, tiene ogni momento la doppietta pronta!...(a mani aperte)  Allora, m’’e facite cunta’ ‘sti suonne?

ANTONELLO (a Teresa)  Vai, va.

TERESA (raccolta, cerca concentrazione)  Stanotte mi pareva giorno, perché era tutto illuminato nel mio sogno, in quello bello…

PATRIZIELLA (ironica)   Uuh, e che roba era? La festa di Piedigrotta o quella dell’Enel?

ANTONELLO (di rimando)  Eh, eh ci stava uno di tutto! Il campanile con i fuochi d’artificio, le castagnole, i tricchitracche e i bengala e il campanaro con tutte le luci accese!

TERESA (resta seria)  Voi scherzate, pigliate tutte cose a pazziella, ma io ‘na luce accussì lucente non l’avevo vista mai…Era schiarata ‘na jurnata ‘e lusso e io stevo cammenanno a piazza San Domenico Maggiore…Stevo scaveza e me sentevo leggia leggia, comme a ‘na palomma, tutta culurata e senza pensieri…

Si sente un forte sibilo. Seguiranno dei rumori identificabili con dei colpi di martello.

VOCE DELLO SCULTORE FRANCESCO QUEIROLO (come se provenisse da lontano, profonda)   La livella di ferro e li mazzoli lasciati dal fu don Antonio Corradini…Secondo li modelli fatti e da farsi a tutto piacimento genio e gusto d’esso signor principe.

VOCE DI SANGRO   Tanta aggiustatezza nelle sculture del signor Queirolo, proprio secondo i miei intendimenti.

TERESA (ai due giovani)  Avite ‘ntiso?

ANTONELLO   No, non ho sentito proprio niente.

PATRIZIELLA   E manch’io…Le orecchie ce le siamo lavate stamattina.

TERESA (mette le mani in fronte)  Uh Maronna, quello che ha parlato per secondo teneva la stessa voce del principe che m’ha fermato nel primo sogno! Gesù, Gesù, pareva tale e quale!

ANTONELLO   Tere’, ma tu te siente bona? Tenisse ‘a freve? Ci sta un rialzo termico della temperatura corporea?

TERESA   Ma quala freva! I’ l’aggio ‘ntise buono! Chille parlavano accussì bello!

PATRIZIELLA (a Teresa)  Mah, sarrà comme rice tu…Allora?

ANTONELLO (allarga le braccia, si stiracchia)   Allora, io pe’mo’ me magnasse pane e uva, vire che sfizio! Aggia aspetta’ ancora, ‘o ssaccio, stammo ‘o tre ‘e luglio…Va bbuo’, nun dammo retta. Donna Teresa bella, seguitate e facite ‘na cosa ‘e juorno ca tenimmo che fa.

TERESA (ispirata)  ‘Na bella musica, come a quella che si sente dint’’a chiesa…(mistica, a mani giunte)  Nella lettura dei misteri più misteriosi, gaudiosi ed augurosi, troviamo la pace e la serenità per la fede nel Santissimo Sacramento…

Una sonata per organo di Bach si sovrappone alle ultime parole della Di Domenico. Questa si inginocchia, leva gli occhi al cielo e tiene le mani giunte, in atteggiamento di preghiera. In sottofondo, una voce femminile ripete “Potentissima Sant’Anna, cara mamma di Maria, ‘int’’a vita e morte mia nun m’avite abbanduna’”. I due giovani, intanto, scherzano e si abbracciano sul divano. La musica sfuma.

PATRIZIELLA (all’altro che le stringe un seno)  Ooh, ricchione, te vuo’ sta fermo o no?!...(alla donna, rimasta imbambolata)   Tere’, Tere’!...Ueh, Teresa!!

La donna non sente, resta come in trance. L’Amoroso la va a scuotere.

ANTONELLO (alla Di Domenico)  Oh Carolina! Caruli’, Caruli’, scetate ca l’aria è doce, profumata, frizzanta e tosta tosta! (canticchia, continuando a scuoterla)  Teresa, Teresa, tutt’’a notte penso a te! Teresin, Teresin, Teresin, mio dolce amore! Teresin, Teresin no no non mi lasciare!

TERESA (si sveglia, appare frastornata)  Eeh, eh, ch’è stato?! Antone’, ch’è succiesso?!

ANTONELLO   Tutto a posto, Tere’, tutto a posto. Tu stai bona? (ridendo) Primma me parive ‘a Madonna r’’a Salette ammiscata c’’a Maronna r’’o petrolio!

PATRIZIELLA (ironica)   Faceva ‘a controfigura r’’a negativa sbagliata della Vergine Addolorata dalle spada traforata!

TERESA (arrabbiata, poi in tono da estssi religiosa)  Aeh, vuje tenite sempe ‘a capa ‘a pazzia! Site proprio senza scuorno!...Si sapisseve che musica musicale m’ha arrubbato l’anema mo’ mo’…Ce steva ‘n’organo ca sunava e io aggio visto a ‘nu Crucefisso…Nomine e Pate, e comm’era gruosso! ‘Nu gigante!...E l’aggio guardato fisso fisso! Tuorno tuorno ce stevano l’angiulille ca cantavano…Che bellezza, che splendore!...(si riprende, mette i pollici nel giro delle maniche del vestito e si da un contegno)  Va buo’, mo’ però aggia cunta’ il sogno…Dove eravamo rimasti?

PATRIZIELLA (c.s.)   Stavamo a Emmaus…

ANTONELLO (simula un’arrabbiatura)   Ueh, Patrizie’, fai sempe chello!? ‘A vuo’ fernì o no?! Lascia sta a donna Teresa!…(all’altra)  Ja’, signo’, nun ‘a date retta, assettateve e seguitate…Stavate dicendo? Donna Teresa bella camminava senza scarpe e cazette a Piazza San Domenico Maggiore, leggera come una farfalla…E aroppo?...

TERESA (in tono di sfida)  Voglio sta’ all’erta, accussì! Aggia parla’ accussì!...(in tono accorato)  Allora…Me pareva ‘e vula’, ero felice, cu ‘na rosa ‘int’’e capille…All’improvviso, tutto ‘int’a ‘na vota m’aggio sentuta ‘na pesantezza ‘ncuollo, comme si m’avesse magnato ‘o chiummo…

PATRIZIELLA (riflessiva)   Leggera e pesante…Mi fa pensare a “La farfalla e il carro armato”, un racconto di Ernest Hemingway.

ANTONELLO   Patrizie’, tu truove pure ‘o tiempo ‘e leggere?

PATRIZIELLA   Quann’ero ‘na guagliuncella ‘e libri m’’e magnavo a tre ‘a vota…Mo’ è diverso, è ‘o vero, nun ce stanno né tiempo né capa…Adesso una cosa mi deve piacere assai e allora mi sfogo a leggere…Quanno sto seduta sopra al cesso.

TERESA   Beata a te! Io a stiento saccio leggere ‘o nomme mio…(come se leggesse, molto lenta)  Di do me ni co Te re sa fu A nie llo e Car me la So ria no, na ta a Na po li nel quar tie re Pen di no il se i mag gio mil le no ve cent  o ven ti set te…(tira un sospiro)  Aah!

ANTONELLO (ridendo)   Aeh, signo’, e che ce vo’ ‘na semmana pe’ dicere ‘e generalità?!

TERESA (ad Antonello)   Guaglio’, nun me stuta’, io aggio fatto ‘e scole vasce!...Allora, stevo ricenno…Mentre stevo ca nun me putevo movere, aggio avuto ‘n’apparizione…

PATRIZIELLA (sfottente)   Uh, Marooonna!

TERESA (non presta attenzione alla giovane)   E’ apparuto ‘n’ommo ca teneva tanta sciure ‘mmano…(con emozione in crescendo)   Rose, margarite, viole e acrisante, chille p’’e muorte…’Stu signore stava tutto vestito di bianco, ma no comme vestimmo ‘e chisti tiempe, nun era robba moderna…Pareva ‘nu grande signore, aveva essere ‘nu nobile, principe rignante…Era luongo luongo, ‘nu stennardone ca nun frneva mai!...Allora riciette ‘ncapa a me ‘Che se prisenta annanz’all’uocchie miei!? Mar’a me, chi sarrà chisto?!

PATRIZIELLA (c.s., puntando il dito verso la Di Domenico)  Un satiro forse tu vedesti?! E tu non sai che questi son demoni?!

ANTONELLO (alla ragazza, trattenendo stento una risata)  Ooh, ma si’ proprio ‘na scassambrello! E basta mo’ (all’altra)  Nun ‘a da’ retta a chella, nun ce fa caso…(guarda l’orologio)  Mannaggia ‘e santi r’’a Germania, ccà facimmo notte!  Tere’, jammo a fa’ ampresso, ja’!

TERESA (si mostra arrabbiata, ma fa anche la sostenuta)  No, noo, nun voglio ricere cchiù niente! Nun esiste proprio! (punta il dito contro la giovane)  Chella scostumata me fa ‘e rispietti, se mette ‘mmiezo e sfotte ogni doje e tre!

PATRIZIELLA (simula pentimento)   No, no, donna Tere’, nun facite accussì, vi prego! (mette la mano sul cuore, poi si bacia le dita)  Prometto e giuro, sull’anima dei morti nostri, di non sfottere più la mazzarella di San Giuseppe!

ANTONELLO (alla Di Domenico)   He ‘ntiso? A Patriziella mia la debbono accecare se dice un’altra parola…Per modo di dire, eh?! Metaforicamente parlando, si capisce.

DI DOMENICO (perplessa)   Come? Mità ‘a fore? Nun aggio capito…

ANTONELLO (roteando le braccia)  Seh, e mità ‘a rinto! Tere’, ‘sta parola serve pe’ dicere: pare accussì, ma nun è accussì, si fa tanto per parlare, ma nun adda succedere niente! Me-ta-fo-ri-ca-men-te, m’aggio spiegato?

DI DOMENICO (c.s.)  Ah, va buo’, comme rice tu, Antone’.

PATRIZIELLA   Mo’ ce simmo, ‘o vì! Nun pazziammo a fa male, ‘a vista ‘e l’uocchie me serve, aggia vere’, aggia scanaglia’!

DI DOMENICO   Allora, sentite a me…(respira profondamente)  Pe’ tramenta, ca io stevo comme a ‘na scemenuta, l’ommmo, ‘o gran signore, che facette? I’ v’’o ddico e vuje nun me crerite, pusaje ‘e sciure ‘nterra annanze a me e restaje cu’ l’acrisante ‘mmano…(si segna)  Nomine Patris! I fiori, quei fiori presentemente davanti ai piedi miei!...A me, ‘na povera disgraziata, ‘na povera femmena senza conziguenza!...(allarga le braccia ed esprime gioia)  E chi me l’aveva ricere a me! Chi l’aveva vista mai tanta gentilhommerie, tanta grazie ‘e Dio!

ANTONELLO (alla Di domenico)  Nun te pareva ‘o vero, eh, signorina? Ti chiedevi: è sogno, o è fantasia?...Come a quelle cose che ti capitano durante la giornata…(si tocca la cravatta, e, continuando a parlare, la camicia ed i pantaloni, svagato, trasognato)  E so’ comme a tanta signali, scippetielli, pupazzielli, figurelle ‘int’all’aria, ca nun può sentì, nun può vere’, pecchè tieni cche ffà…Sei troppo occupato con gli aspetti materiali della vita…Comme se rice? Prosaici, di routine.

TERESA (a bocca aperta, alzando un sopracciglio come se cercasse di capire)  Eh, comme rice tu, Antone’…(riprende a descrivere il sogno)   Oh, sentite a me, annanze a chillu stennardone io stevo comm’’a scema…Me squagliavo ‘ncuorpo, me mancava ‘o sciato…Nun ci ‘a facevo a dicere ‘nu grazie, quale onore, serva vostra…E isso, ‘o bell’ommo me facette segno c’’a mano comme pe’ dicere  ‘alt, statte attenta, tine ‘mmano, sienteme buono ‘ e mi parlò sorridente, gentile e tosto!...:(la voce di Sangro fuori scena, parlerà sulle parole della donna)  ‘Non vi preoccupato, buona donna, non abbiate alcun timore, questo maggio floriale è propeto per voi, per la vostra squisita bontà d’animo e di cuore. L’acrisante teneno ‘o significato ca i’ so’ triciento anne ca so’ muorto, ma non li dovete tenere in cunsideraziona…Donna Teresa cara, io vi canosco ma voi non mi canoscete…Io fui un principe che visse per dare lustro lustrato alla mia stirpe stipata familiare…Però, però, pur tuttavia non mi capì bene nisciuno e il fatto apposta mi procurò scunfuorto. Si ce penzavo, me sentevo ‘na chiavica…Ma nun dammo retta, stateme a senti’…Mo’ prisentemente io sottoscritto, ombra riala comme si fusse vivo vivente, getto a mare i guai, ‘a malinconia e ‘a pucundria e vi faccio questo prisente, ogni fiore segno d’amore e riverenza per una donna del popolo napulitano, umile brava e cuscinziosa…(in tono ruvido)  No comme a Margaritella Imparato, chella squaltrina meza cammisa, ca s’atteggia e spara ‘e pose ca me pare donna pereta maggiore!...E vi do pure la grande occasiona di fare un terno di quelli con la t maiuscola. Giocatevi questi numeri sulla ruota di Napoli: 5=la strada, 20=vestito di bianco, 45=principe, sogno di un principe…Chesto v’aggio ritto, gentilissima donna Teresa…E morte lì!?’…Doppicciò, quenno fernette ‘stu bellu discorso, poffete! E ‘o principe scumparette!...’Na nuvola ‘e fumo e ‘o bell’ommo e l’acrisante nun ce stevano ccchiù!...E io rumaniette accussì, c’’a vocca aperta comme a ‘na ‘nzallanuta…E’ sciure ‘nterra e nun me putevo acala’…

In sottofondo, la canzone ‘Ho giocato tre numeri a lotto, 25, 60 e 38…’ che va subito in dissolvenza.

PATRIZIELLA (con voce squillante)  Grande, Tere’, grande! Eri in trance?!

TERESA (allarga le braccia)  Eh, comm’avessa ricere? Io ancora nun me faccio capace.

VOCE DI SANGRO  Si disse che irretii con un’ipnosi l’artista scultor giovane Giuseppe Sammartino per caricarlo di forze superiori a quelle umane, al fine di scolpire la statua del Cristo morto, meravigliosamente velato…Menzogna, menzogna! Anche questa fu bassa menzogna!

ANTONELLO (tra il bonario e l’ironico)   Ooh, me fa piacere! Donna Tere’, allora ‘o terno è sicuro? I numarielli iesceno e te fai ‘e soldi…Ce si’ gghiuta ‘o banco lotto ‘e Rafelina Bisogno?

TERESA (si frega le mani)  Sissignore, tutto a posto! Tengo ‘a ricevuta ‘a casa!

PATRIZIELLA (in atteggiamento pensieroso)  Eh, mo’ dicenno ‘a signorina qua presente che non si poteva piegare nel sogno, m’ha fatto veni’ a mente chella vota a Ponticelli, quanno chillu sceriffo, chella guardia giurata faceva ‘o spara spara…La sapeva buona l’arte, teneva ‘na bona mira chillu chiaveco! E si tanno nun facevo a tiempo a me cala’, m’arricettava! T’arricuorde, Clyde? Quella volta il fagiolo era pesante! (con aria ispirata)   E m’arricordo chella nuttata, la notte prima del fatto apposta, mi ero sognata che tenevo le ali e volavo. Facevo la parte dell’airone.

ANTONELLO (incuriosito)   ‘A parte dell’airone?

TERESA (stupita)  E che robb’iè ‘st’airone?!

ANTONELLO (come a confermare)   Chill’aucellone, janco e gruosso, è ‘o vero, Patrizie’?

PATRIZIELLA (assorta)   Mi sentivo in paradiso, con l’anima liberata da angosce, preoccupazioni, rimorsi, dubbi, tutte quelle schifezze che affliggono l’essere umano…(in tono drammatico)  Poi, un botto, una detonazione, un colpo terribile…E mi ritrovai ferita ad un’ala…Caddi, e cadendo mi polverizzai, mi dissolsi nell’aria…Di me non rimase più traccia…

Si sente per pochi secondi un sibilo che richiama alla mente il rumore provocato dalla caduta di un aereo o di un missile.

ANTONELLO (mesto)   ‘A verità…M’è piaciuto di più il sogno di donna Teresina nostra.

TERESA (tende le braccia)   Aspetta, aspetta, Clyde, nun t’aggio cuntato ancora ‘o sicondo suonno! (in agitazione)  Sulo ca ce penso me vene ‘o friddo, me sento ‘e scemuni’, mi viene la confusione in capa!...Che Dio ‘e paura!...Sentite a me! (va da uno all’altra e prende loro un braccio)  Bonnie, Clyde, nun v’’o sturiate stu piano! (gridando)  Nun è opera bbona! Nun facite niente, nun facite niente, p’’ammore ‘e Dio!

ANTONELLO E PATRIZIA (quasi contemporaneamente)  E pecchè?!

Una luce intensa di color verde chiaro illumina il palcoscenico.

VOCE DI DONNA (fuori scena)  Sono venuti trecento uomini, cento della Squadra mobile napoletana, cento del Battaglione celere e gli altri della Digos, della Scientifica, della Criminalpol…Vi aspettavamo! Venite più spesso, la vostra presenza ci fa stare più tranquilli!

TERESA (in tono drammatico)   Pecchè v’accireno! Tenite ‘a sciorta contraria, ‘o destino è signato!...Stateme a senti’! (con le mani sulle guance)   M’aggio sunnato ca ‘o Tondo ‘e Cape’e Monte ce steva ‘na chiorma ‘e cane arraggiate, nire comm’’o gravone, ca devano ‘a corsa a dduje povere pecurelle ‘ncopp’’a via pe’ Miano!...(in sottofondo, la “Messa da Requiem” di Giuseppe Verdi che andrà sfumando)  Era albante juorno e io, solitaria e appaurata, tenevo ‘o core ca me sbatteva accussì forte ‘mpietto ca m’’o sentivo ‘e scuppia’!...Avarria alluccato, ma nun putevo ricere manco “a”, nun tenevo manco ‘nu felillo ‘e voce!...

PATRIZIELLA   Ci sta ‘o significato…Le pecorelle sono i deboli della società, chilli ca se fanno mettere ‘e piere ‘ncapa…

TERESA (a Patriziella)   Aspie’, nun ‘ fernuto ancora…Quanno ‘e cani pigliajeno ‘e pecorelle e ‘e zumbaieno ‘ncuollo p’’e scanna’, ‘na voce putente comme a chella ‘e ‘nu cantante d’opera dicette ‘Così, come queste povere bestie incapaci di difendersi, moriranno domani Amoroso Antonello, detto Clyde e Milone Patriziella, detta Bonnie, se andranno a fare il colpo sulla strada da Capodimonte a Miano! Questo è l’unico avvviso e non lo ripeterò mai più!...Chella voce ‘a tengo ancora ccà (si tocca la fronte), m’abballa ‘ncapa!

ANTONELLO (a Teresa, tra lo sfottente ed il dubbioso)   Aeh, ccà tenimmo tuttuquante ‘e cazze ca ce abballano ‘ncapa…Ma, si nun me sbaglio, chesta nun è ‘a primma vota ca simmo trasuti ‘int’’e suonne ‘e donna Teresa…E’ ‘o vero o no?

TERESA (pronta, premurosa)   Gnorsì, sissignore, Clyde.

PATRIZIELLA (con le mani sulla fronte)  Alt, alt, tenite ‘mmano ‘nu mumento, faciteme penza’…Chella vota, ‘ o trirece dicembre Santa Lucia ‘e l’anno passato, quanno svacantaiemo ‘a filiale r’’o Banco ‘e Napule a San Giovanni a Teduccio, ‘a profezia se facette o nun se facette?

ANTONELLO (precedendo la Di Domenico)   Patrizie’, chella vota fummo colpiti di striscio. Io me la cavai con dei graffietti, tu un poco peggio, ma sempre cosa di niente era, t’arricuorde, no?...(all’altra che è impaziente di parlare)  Calmate ‘nu mumento, donna Cassandra, fammi arrivare al dunque! Allora, io vulesse ricere ca nuje già avimmo jittato ‘o sanghe ed esalato l’ultimo respiro in un paio di avventure oniriche di donna Teresina. Avimmo fatto ‘a fine d’’e marvizze nei suoi technicolor in cinemascope di notte!...Però, io sto ccà…(si tocca il petto, i fianchi e le cosce)  Sono vivo e vegeto, comme a te, Bonnie.

VOCE DI SANGRO   Nel mese di marzo dell’anno millesettecentottantanove, a Piazza Mercato, venne ucciso un soldato francese che non volle levarsi il cappello mentre un missionario faceva la benedizione con un Crocifisso. Il malcontento della popolazione nei confronti del Governo Provvisorio instaurato dai Giacobini, si esprimeva con manifestazioni ed atti sanguigni, violenti, trovando pretesti come il mancato rispetto per un emblema della fede…Un altro banditismo, invece, non sembra suscitare malcontento o ribellione. Non provoca reazioni come quelle che mettono in moto la giustizia sommaria e fanno nascere i giustizieri improvvisati.

ANTONELLO (a Teresa)   I’ nun ce crero, nun ce crero! Nuje nun ce ‘ncappammo ‘int’’a rezza…(si batte la mano sul petto)  Pecchè simmo falconi e no tordi!...(strizza l’occhio)  Simmo sfaccimmoni! (fa un passo di danza)  Vire, vi’, ‘o John Travolta nun è nisciuno, nun ‘o veco proprio!

TERESA (in tono accorato)  Ueh “Clyde”, tu te miette a fa ‘o scemo, ma ‘o fatto è malamente! (gesticola)  Statte attento! Quann’eramo creature ‘e latte mia nonna ci ‘o diceva ‘raprite l’aurecchie!’…Tu e “Bonnie” murite accise, m’’o sento ‘e scennere!

PATRIZIELLA (semisdraiata sul divano)  E c’aggia ricere? M’è trasuta ‘na tarla ‘ncapa, dopo che ho inteso ‘o cunto r’’a voce ‘e ll’animale…Io tengo pure ‘nu fierro calibro sette e sissantacinche si nun avess’abbasta’ ‘o trentotto special…(malinconica)  Ma forse saremo lo stesso una coppia di starne da cattura.

ANTONELLO   Patrizie’, te sento ‘intt’a voce, si’ scettica, si’ indecisa, e questo non è da te! Farti condizionare, accussì, comme a chilli strunze ca leggono ‘e giurnale e s’agliotteno ‘e palle d’’e giornaliste! Chilli merdajuole ca scrivono ‘atroce liturgia camorristica’ e fanno ‘e moralisti sciacqua palle! Parlano proprio loro c’hanno chiavato ‘o pere ‘int’’a votte,se venneno a’e politici pe’ schiaffa’ cinche righe ‘e carta ca nun è bbona manco pe’ s’annetta’ ‘o culo!

TERESA (disperata)  Nun è opera bona, nun è opera bona! Arrassateve ‘a Miano! (suono di una sirena d’ambulanza in sottofondo)  ‘Stu viaggio è funnarale!

VOCE DI DONNA (fuori scena)  Ce steva ‘na vota a Marigliano ‘n’ommo ca ieva ‘ncopp’’a via nova e alluccava ‘Arritirateve ‘e pullastre ca passano ‘e zingari!’ Oggi gli uomini di rispetto impongono il racket, svolgono i loro sporchi traffici. Ch’è cagnato?!

PATRIZIELLA (come se fosse rapita)  ‘A nonna me cantava ‘E nonna e nonna e nonna e nunnarella, e ‘o lupo s’ha magnato ‘a pecurella’…(con le mani sul volto, si inginocchia)  Nun me ne firo cchiù! Nun ‘a voglio senti’ cchiù!

VOCE DI DONNA (c.s.)   I nostri figli dipingono le lupare spezzate! Non vi scordate di noi! Non ci abbandonate!

Mentre la Di Domenico invoca a soggetto la Madonna e i Santi, Amoroso impreca e la Milone piange.

GLOSSARIO TRADUZIONI INDICAZIONI:

Schiuvato=Schiodato; Il tavuto=La bara; ‘O strummolo è fernuto a tiriteppete= La trottola non ha girato bene; Ricottaro= Sfruttatore di donne; Lo sgarro=Lo sgarbo, lo sfregio; Cumparielli=Scagnozzi, manovalanza del clan malavitoso; Ce luvajeno ‘a copp’’a faccia r’’a terra= Ci ammazzarono;Toritore=Diminutivo di Salvatore; Ce abballano ‘ncapa=Ci ballano in testa;‘O core ca zumbava ‘mpietto= Il cuore che saltava nel petto; Quartieri= Quartieri Spagnoli, quartiere di Napoli; Bruttulella=Bruttina;Cozzechella= Piccola cozza; ‘O sciato= Il fiato; Bambulella=Piccola bambola; Serradarce=Frazione del comune di Campagna, in provincia di Salerno; Eboli=Paese in provincia di Salerno; Agropoli=Comune in provincia di Salerno; I fumienti=I fumi;Nun ce ne passava manco p’’o sisco= Non ce ne importava affatto; Guarrattelle= Burattini; Cazzimbocchi=Cose di poco conto; Filone ‘a scola= Marinare la scuola; Chille ca teneno ‘e cerevella quadrate= Quelli che sono molto intelligenti; ‘O cavero=Il caldo; T’arravoglia=Ti avvolge; Pazzianno=Giocando; Alluccanno=Urlando; Rerenno=Ridendo; ‘O scatascio=Il disastro;Monte Faito=Monte accanto al Vesuvio;Fere=Fiere, belve; Ci cugliettero=Ci colsero; ‘E ‘na samenta=Di una puttana; Sciummo=Fiume; ‘Nu zumbo=Un salto; Dduje furoni=Due delfini; Vevere=Bere; Fa ‘a carta ‘e re=Fail guappo, il prepotente, spadroneggia;Manella=Manina; Il cazzimbocchio= (in questo senso del discorso)L’oggetto, la questione, l’affare; Leviamo mano= Smettiamo, diamoci un taglio; Jammo a vere’=Decidiamo, vediamo cosa dobbiamo fare; Futtuto=Rubato; Marianella=Quartiere di Napoli;  Preta=Pietra; Chiuovarielli= Chiodini, varietà di funghi; ‘Na nennella=Una bambinella; ‘Na perzechella=Una piccola pesca; M’’e facite cunta’ ‘sti suonne?=Me li fate raccontare questi sogni; piazza San Domenico Maggiore=piazza di Napoli;Leggia leggia=Leggera leggera; Palomma=Farfalla; Avite ‘ntiso?=Avete sentito?; Ammiscate= Mischiate;Senza scuorno=Senza vergogna; All’erta=In piedi; Chiummo=Piombo; Nun me stuta’= Non mi spegnere, non mi annullare; Acrisante=Crisantemi; Stennardone=Un grande stendardo, uomo molto alto; Mar a me=Povera me; ‘E rispietti=I dispetti; Non sfottere più la mazzarella di San Giuseppe=Non prendere più in giro;  Fa ampresso=Fai presto; Aggia scanaglia’=Devo indagare bene;Pe tramenta=Intanto, nel mentre; Scippetielli=Piccoli segni; Riala=Reale; Pucundria=Sorta di depressione, tristezza; Squaltrina meza cammisa=Prostituta di basso livello; Spara ‘e pose=Si mette in mostra, fa l’esibizionista; Pereta=Donna di poco conto, stronza; ‘Nzallanuta=Scimunita, incapace di pensare; Ponticelli= Quartiere che rientra nella VI municipalità del comune di Napoli; Chiaveco=Fetente, disgraziato; Il fagiolo era pesante=Il bottino (i soldi) era consistente; M’arricettava=Mi faceva fuori; Tondo ‘e Cape’ Monte=Tondo di Capodimonte, piazza di Napoli; ‘Na chiorma= Un gruppo;Arraggiate=Arrabbiati; Nire comm’’o gravone=Neri come il carbone; Devano ‘a corza=Rincorrevano;Albante juorno=All’alba; Avarria alluccato=Avrei urlato; ‘Nu felillo=Un filino;  Miano Capa’e Monte=Capodimonte via Miano, strada di Napoli; Tenite ‘mmano ‘nu mumento=Aspettate un momento; Svacantajemo=Svuotammo; Marvizze=Tordi; Nuje nun ce ‘ncappammo ‘int’’a rezza=Noi non ci cadiamo nella rete; Sfaccimmoni=Persone molto in gamba, che sanno il fatto loro; Nun è nisciuno=Non è nessuno;  Nun ‘o veco proprio=Non è niente di fronte a me; Marigliano= Paese nelle vicinanze di Napoli;Raprite l’aurecchie=Aprite le orecchie; M’’o sento ‘e scennere=Ho una chiara sensazione, ho una consapevolezza;  M’è trasuta ‘na tarla ‘ncapa=Mi è entrato un tarlo in testa; ‘Nu fierro=Una pistola; Hanno chiavato ‘o pere ‘int’’a votte=Si sono sistemati fin troppo bene, con grandissimi vantaggi; Pe s’annetta’ ‘o culo=Per pulirsi il culo; Arrassateve=Allontanatevi; Nun me ne firo cchiù=Non sopporto più.

                                   SECONDO TEMPO

QUADRO

Lo stesso camerone del primo tempo. Penombra. Mancano la savonarola, l’agrippina e il candelabro. A terra, una specie di giaciglio con un lenzuolo vecchio ed una coperta consumata. Accanto, una ciotola semipiena d’acqua. Il principe è in piedi. Si china, raccoglie la ciotola e beve, poi va a sedere sul giaciglio.

SANGRO (si rivolge al pubblico)  Nel milleseicento il Regio Palazzo della Vicaria ospitava un migliaio di detenuti. Le camere, come si legge in una “Relazione del stato delle carceri” del tempo, simili ad “oscure caverne horride”, erano buie e piene di ragnatele. Avveniva di tutto, la bestialità di carcerati, carcerieri e persino ministri del tribunale sopravanzava quella degli animali stessi…

Entra Patriziella Milone. Non è lei in carne ed ossa, ma la sua ombra che rispecchia le sue fattezze fisiche. Indossa un body scosciato. Resta in fondo alla scena.

PATRIZIELLA   No, no.

SANGRO (non ha sentito)  Dire che Dio aveva dimenticato il luogo di pena? Che aveva abbandonato senza pietà dei relitti umani?

PATRIZIELLA (a voce più forte)  No, no, quello che pensate voi è sbagliato! 

SANGRO (sembra addirittura spaventato)  Eeh?! Chi sei tu, giovane creatura rosso crinita, che ignuda vieni al mio cospetto?!

PATRIZIELLA (ridendo, maliziosetta)  Aah, si sapisseve! Ero così poco vestita l’urdema vota ca facette ‘ammore cu Antonello, l’ultima (allarga le braccia) con Antonello mio mio!..(fa un saltino sulle punte dei piedi)  E così sono rimasta!

SANGRO (sorride anche lui)  Certa e meravigliosa fu una tale fine.

PATRIZIELLA    Bravo, avete capito che sono morta, ma vivo ancora. Comunque, tenite ‘mmano, di questo ve ne parlerò dopo, mò turnammo ‘o milleeseicento.  Era un’epoca squalificata, ci stavano la Vicaria e tutte le cose malamente? E Villa Chierchia, Villa Grotta Marina, Villa D’Avalos, Villa Luisa e Villa Emma aro’ ‘ e mettimmo? ‘E luvammo ‘a coppa Pusilleco e ‘e jittammo a mare?!

SANGRO (scuote la testa in segno di diniego)  I palazzi e le ville, le galanterie e le feste cos’altro non sono se non i segni dell’incostanza del governo spagnolo?

PATRIZIELLA    Ma ce vonno pure ‘sti ccose! ‘A bellezza, ‘o spasso, ‘a acchiappanza e ‘o piacere ‘e campà!

SANGRO   E poi si annoverano il disordine della crescita di Napoli, le carestie, le immonde pesti e le tumultuose rivolte, fino al tempo in cui s’approssimarono i miei natali.

PATRIZIELLA (va a mettersi in ginocchio sullo “strapontino pieno di pelo”)  ‘A faccia r’’o Kaiser, è comm’è tuosto! E’ peggio ‘e ‘n’uosso ‘e  presutto!…Come doveva essere duro, ‘o cammarone, pe’ chilli poveri carcerati!...(in piedi)  Signore, vuje site ‘nu grande professore, oltre che ‘nu grande sciccone, ma quacche cosa l’aggio liggiuta pur’io. Quello fu un secolo che stampò il carattere della popolazione.

SANGRO   Non si può negarlo.

PATRIZIELLA  (assume una posa da ballerina, spagnolesca)  Simmo tutte quante figli r’’a Carmèn!

SANGRO (laconico)  Ognuno è figlio del suo tempo.

PATRIZIELLA   Il mio tempo fu segnato da un incontro sperciacore. M’annammuraie ‘e ‘nu giovane, isso altrettanto ‘e me e ce ne jettemo in orbita, come due satelliti ubriachi di passione…(va verso il proscenio e tende le braccia al pubblico)  Ammore ca nun se po’annasconnere, ca t’accire c’’o doce…Tenevamo sempe una capa, chi l’ha pruvato me capisce…(si gira di spalle e imita il gesto di chi spara) E addiventajemo gangster marjuole!  Ciento colpi ‘e rivolver, ‘na bona mitragliata, pam pam, bum bum, ta ta ta per i nostri capolavori. Rapinavamo le botteghe, i negozi e all’ultimo…(con orgoglio)  Le banche!

     Pausa. Dall’interno si sente la colonna sonora del film “Gangster story”. La musica termina nel giro di pochi secondi.

PATRIZIELLA (guarda nel vuoto, mesta)  Le piaceva assaje ‘a frutta, chella ‘e stagione. L’uva? Dduje chili ‘int’a na vota…(in crescendo di tono)  Catalanesca ‘e Somma, regina, uva fragola, uva “a curnicelle”, uva sangenella, ‘a zibibba! Perzeche, percoche e nocepesche? Vaje mò! Antonello mio s’’e magnava pure ‘a notte! ‘Int’a chelli nuttate ca ‘o cavero ‘nfoca ‘a penta, lui si alzava dal letto e faceva il raid strafocatorio, me pareva ‘nu pilota militare israeliano. Diceva che erano la noblesse della frutta!

SANGRO   Sei ancor così piena di vita, benché ombra!

PATRIZIELLA (con il respiro sempre più intenso)  ‘Int’a ‘na nuttata accussì, me purtaie a Agnano…Ce steva l’aria ‘e mare ca traseva ‘int’’e vvene , nu cielo ca luceva e ‘a luna ca rereva…Isso acalaje  chianu chiano ‘o sedile r’’a machina addo’ io steva assettata e me zumbaje ‘ncuollo …Ah, ah…’Nu toro, n’animale!...Me mettette  pure ‘na fella ‘e perzeca mmmiez’’e cosce e me muzzecaje delicatamente!...Aah, aah, aah!...(si accascia sullo strapontino, esausta dopo un ipotetico dirompente atto sessuale, poi inizia a piangere sommessamente)…Io nun ci ‘a faccio cchiù, stonco senza ‘a vita ‘ncuollo!...Antone’, pecchè te ne sì gghiuto?! Pecchè, pecchè?!

        Mentre un raggio di luce intensa è proitettato sulla Milone, Sangro le mette una mano sui capelli e l’accarezza.

SANGRO   Capìì anch’io cosa vuol significare la dipartita d’un caro affetto.

PATRIZIELLA   Spero ancora di sentire la sua voce, di vedere il suo corpo abbronzato che sapeva di mare, di toccare i suoi fianchi magri, di morsicare i suoi capezzoli…Tutto questo…Almeno in sogno.

SANGRO   Caddi nel baratro della disperazione, allorchè morì il mio genitore Antonio. Egli fu un uomo combattuto tra la dissolutezza ed il sano agire e per lui commissionai la statua del “Disinganno” al signor scultore Francesco Queirolo.

PATRIZIELLA (sorride)  Io nun aggio mai penzato a ‘nu monumento.

SANGRO   Egli, il signor Queirolo, agì con virtù e secondo le mie intenzioni. Fece una figura umana che cercava la liberazione dalla nodosa e fitta rete del peccato.

PATRIZIELLA (inginocchiata sul giaciglio)  Tenevo trirece anne quanno ‘nu prevete me parlaje r’’a tentazione. Don Pierino Santoro, ‘o tengo annanze all’uocchie, era fatto a guagliunciello.  Era ‘nu ciacione ‘e quarant’anne, aperto, aggiornato, tollerante.  Diceva ca ‘e mea culpa l’avevano recità chilli ca purtavano all’ati a ‘o peccato.

SANGRO   Ecco un uomo di chiesa che non conosceva soltanto la  dottrina.

PATRIZIELLA (si alza, mostra spavalderia)  Noi peccatori, l’Amoroso e ‘a Milone, è ‘o vero ca facevamo ‘o malamente, ma nun ce ne futteva niente! Nisciuno era meglio ‘e nuje!

SANGRO  Viveste in agi con i frutti delle ruberie?

PATRIZIELLA  Ma quali agi! Ce accattavamo ‘e vestititielli, quacche burzetella, ogni tanto ‘o laccettino e ‘o gioiellino…Po’ ‘na vota, ce luvaiemo ‘o sfizio e ce pigliaiemo ‘na bella Porsche ‘e siconda mano ca pareva nova…(incerta)  Nun putevamo spara’ ‘e fuochi, perché dopo le spartenze a noi…a noi toccava il dieci per cento.

SANGRO  Quanto dici fa intender la partecipazione d’altri individui. Che eran forse di rango superiore?

PATRIZIELLA (mette una mano sulla bocca)  Nun pozzo parla’, nun pozzo dicere niente…Io e il mio “Clyde” facevamo ‘o nuostro…e morte lì.

SANGRO  Intendo, è un segreto che deve perdurare. Come quello che ha regolato il mio temporaneo ritorno dall’aldilà in vita.

PATRIZIELLA    Altre ombre m’hanno parlato ‘e vuje. Mio nonno, l’aggio visto mò mò, vi canosceva! Isso facette ‘o custode a Villa D’Avalos e le piaceva ‘a storia.

SANGRO  Hai fatto incontri d’ogni specie umana?

PATRIZIELLA   Eh, figuratevi ch’aggio ‘ncuntrato pure a Rafele “’o fachiro”, n’amico nuostro, ‘nu guaglione ‘e curtiello…Era sicco comme a ‘na scorza ‘e pummarola primma’e murì acciso e accussì è rimasto, tale e quale, quanno è addiventato fantasema.

SANGRO   Per me ti dissero che fui posto a dar menzione del passato e del presente?

PATRIZIELLA  Precisamente! V’hanno miso a fa ‘o professore, caro don Raimondo…(prima che l’altro replichi, alza le mani)  Mo’ stateve zitto e faciteme parla’! Ve conto come ci hanno fatto fuori…(lo prende sottobraccio)  Pecchè vuje ‘o fatto nun ‘o sapite, è ‘overo?

SANGRO   No, cara creatura, non ebbi notizia alcuna dell’accaduto. Orsù, favella. Esigendo la mia voglia d’ascoltarti, confesso che hai forte natural vitalità e porgere sincero le parole.

PATRIZIELLA  Grazie, grazie per la gentilhommerie!

SANGRO   Mi riporti agli occhi ed al cuore la principessa Carlotta Gaetani, mia sposa. Io l’amai ed ella non fu da meno nel corrispondere, pur se oso dire che non ritenne, non capì il mio spirito.

PATRIZIELLA  (si allontana un po’ e lo squadra, sorridendo)  Eravate voi quello tormentato!?

SANGRO   Così la mia vita, i miei aneliti creativi. Alla mia dolce consorte conferii il sentito omaggio, feci erigere la statua che rappresentava la “Sincerità” e gliela dedicai.

PATRIZIELLA (briosa)  ‘N’ata statua?! Avite fatto ‘a collezione! Venite ‘a ccà! (gli da un bacio sulla guancia, poi lo prende per una mano e lo conduce verso il giaciglio)  Assettateve!

     Siedono sullo “strapontino” e si guardano in silenzio. Alle loro spalle compare, senza farsi vedere, l’ombra di Antonello Amoroso. Nudo fino alla cintola, indossa un paio di pantaloncini corti e dei sandali.

ANTONELLO  (gli altri non lo sentiranno)  Patriziella mia, simmo futtute! Int’’a squadra ce sta Peppe “spara spara”!

     Il principe Raimondo Di Sangro chiude gli occhi e puntella la fronte con le mani chiuse a pugno.  La giovane comincia il suo racconto e Antonello “Clyde” fa da contrappunto.

PATRIZIELLA   Stavamo ai primi di luglio…

ANTONELLO   Vita, vita, tienici ancora con te!...

PATRIZIELLA   E faceva cavero!

ANTONELLO  Nun ‘a fa vencere! Nun dà ancora ‘a cunzegna ‘a Morte!

PATRIZIELLA   Sapite, quanno ce sta chillu sole ch’è comme a ‘na lava?

ANTONELLO   Chella “sciabuliona” ce l’aveva ditto!

PATRIZIELLA   ‘Na lava ‘e fuoco!

ANTONELLO   Ma chi, chi ce l’aveva ricere a nuje?!

PATRIZIELLA   Avevamo studiato tutto a puntino…Teresa Di Domenico, ‘a sora r’’a “Maronna r’’a Saletta”, ci raccontò il suo sogno, ci sconsigliò vi va mente!...Noi non l’ascoltammo.

ANTONELLO (grida)   Maronna, ci hanno schiattato ‘o cerviello!

 

QUADRO

       La stessa camera ammobiliata del primo tempo. Il disordine delle cose è evidente. Alle pareti, si notano i poster lacerati; il telefono stile vecchia America è rovesciato sul pavimento. Una cortina di fumo e la canzone "Born in Usa" invadono l'ambiente. Antonello Amoroso è sdraiato a terra. Ha i sandali ed il vestito di lino, di sotto non ha camicia e cravatta. Il fumo e la canzone finiscono, grande risata del giovane. Questi si mette in posizione eretta, toglie giacca e pantaloni e resta in pantaloncini corti e sandali.

ANTONELLO   Aggio fatto 'a fine d''e botte a muro! L'urdema vota ca m'aizai 'a guagliona mia stevo vestuto accussì....Pe' nun sta' a sentere a 'na femmena scassambrello, mo' me trovo muorto e schiattato!...(usa un tono più raffinato) Certo che la mente di "Terry" Di Domenico ne partoriva di stronzate!...Una volta se ne uscì con la notizia che a Poggiomarino era nato un bambino con tutti i denti in bocca! Tenite mente, che pazziella r''a natura! (riprende un atteggiamento spavaldo)  Io tanno addummannaje a 'nu paro 'e cumparielli, nce spiai, scanagliaje buono pure c''a gente e nisciuno sapeva niente. Chella samenta però aveva 'nduvinato! Chella zoccola ch''e scelle se l'era preso tutto 'ncuorpo il suo sogno numero due, lo aveva ingerito, digerito e cacato bene!...(si corica di nuovo sul pavimento)  Basta, luvammo mano! Faciteme durmì, pe' piacere, nun voglio senti' ricere chiù niente! Vulesse, vulesse sulamente...'nu tiano 'e panzarotte cavere, chine r''uoglio, nzevati! (resta immobile, ad occhi chiusi).

VOCE DI PATRIZIELLA  (fuori scena)  T’ ’o ricuorde a Toritore? Toritore Russo? Era cazzo ‘e se magna’ dieci panzarotte uno a fila all’ato! Po’ c’’a panza chiena, cuntava ‘Vurria addeventa’ ‘nu riscignuolo, pe’ canta’ cu’ ‘na Dio ‘e voce!’ e se maniava ‘o stommaco…(ride) Ah, ah, ah! ‘Nu femmeniello ca primma s’abboffa e aroppo vo’ fa ‘o meglio auciello cantatore!? Ah, aucelluzzo, aucelluzzo mio, ca ‘a sera fai ‘o zuzzuso abbascio Tuledo, fino a via Partenope! Annascuso p’’e vicule, zumbe e abballe, quando sai…che godrai! Ah, ah, ah! (la sua risata risuona come se ci fosse un’eco e va a spegnersi, in dissolvenza)

ANTONELLO (stessa posizione)  M’’o ricordo, m’’o ricordo a chill’amante ‘e pesce.

PATRIZIELLA (compare, senza farsi vedere dal giovane, in fondo alla scena. La sua tonalità cambia, è bassa, greve)  Il mio airone restava zitto e volava appagato dal suo stato di benessere…Sì, il mio airone veleggiava sicuro, fluttuava beato e leggero sulle accoglienti acque materne del cielo…Ma non ebbe fortuna, venne colpito…Mentre un quarto di minuto cadeva a briciole, lui si disintegrò, si polverizzò e come infinitesimo pulviscolo s’annientò nello spazio…Neppure un grido accompagnò l’ultima entità materiale del suo corpo bersagliato.

ANTONELLO (si gira e si rigira)  Nun pozzo piglia’ suonno, nun pozzo piglia’ suonno!

PATRIZIELLA (c.s.)  Ci siamo scambiati l’anima, la mia nel tuo essere e la tua nel mio grembo…Non ho rimescolato rimpianti ponderati, non ho tirato fuori pentimenti falsi, né ora la morte riesce a cancellare quella dimensione che avevamo ottenuto in vita, perché noi tramandiamo la certezza di ciò che è stato…Anche il male che abbiamo fatto agli altri, alla società. Questa società che spesso ignora i suoi mali e mette in disparte chi sta fuori dal gioco, grazie alla sfrontatezza di chi conta, dei potenti ad ogni costo…Addio, addio. (esce)

ANTONELLO (si alza lentamente)  Ho dieci anni, me ne scappo di casa e piglio il treno per Roma senza fare il biglietto. Tengo il finestrino abbassato, il vento mi piace…. Voglio assaporare il gusto completo della libertà, il piccante del rischio, sfido le reazioni della mia famiglia, soprattutto di quel cornuto e disgraziato col brevetto che è mio padre…Il controllore non si accorge di me…

VOCE DI TERESA DI DOMENICO (fuori scena)  Attento a te! Attento a te!

ANTONELLO (si guarda attorno) Oj Tere’, statte accorta tu ca vene Miezuculillo e se sponta ‘a vrachetta ! (riprende la sua narrazione)… Arrivo fino alla stazione di Formia, scendo e poi vado fuori, verso la Litoranea. Faccio salti e strilli di gioia, la gente mi guarda incuriosita e divertita. Vedo in lontananza il porto di Gaeta, il faro con il suo fascio di luce che vince l’oscurità…Anch’io ho avuto la mia vittoria, mi sono levato un grandissimo sfizio. A quest’ora staranno uscendo pazzi a cercarmi. Non penso nemmeno al ritorno, alle mazzate ed alla rottura di ossa che mi aspetta, non me ne passa manco per l’anticamera del cervello!... (grida) Patrizie’, Patrizie’!!

Pausa.

  Si presentano Rosa e Concetta. Sono in ghingheri, indossano dei completini estivi molto raffinati, a tinte chiare e luminose, ed hanno alle dita anelli di brillanti. Goliere, orecchini e braccialetti appariscenti completano la loro eleganza.

ANTONELLO (sorpreso)  Aeh e chi è trasuto?! “Loro” di Napoli?! Ddoje scarde ‘e femmene ‘ncannaccate, due esponenti dell’alta società… merdaiuola! (fa un pernacchio)

ROSA (fa un gesto che indica disappunto)  Toni’, ‘o ssai ca nun tieni crianza?! Nun ce sfottere!

CONCETTA (con un certo sussiego)  Nuje avimma lussia’ ‘nu poco…(mesta)  Ce vuleva ‘o trapasso.

ANTONELLO (fa la parodia scurrile di un trafiletto giornalistico di cronaca mondana)  Ieri una gran notte per Napoli. Parata e cacata di nobili e vip al vicolo Scassacocchi. L’avvenimento è stato ideato, patrocinato e organizzato dalla gentildonna marchesa Aspettapesce, che teneva il marchese e famiglia. Gli ospiti commensali hanno fatto in bocca, hanno chiavato ‘ncuorpo vino asprino bianco, presutto battuto, salame, butirro, pomodori, aulive di Gaeta, tramezzate di uva passa e pignuoli, mustacciuoli e fiori di cotognata intagliati a punta di coltello…Alla fine, rutti e pireti dei presenti…Tra gli altri chiaviconi ci stavano pure la contessa del Casecavallo (indica Rosa) e la duchessa della Superzata (indica Concetta).

CONCETTA (ride)  Ueh “Clyde”, puozze sta’ buono! Ma famme senti’, ‘a festa ce steva pure ‘a madame Pompinadour?

ANTONELLO  Uh anema! Vuje a stiento sapite leggere e facite pure ‘e battute intellettuale c’’o chinotto?! Canoscete puro la storia di Francia?!

CONCETTA  Noo, c’aggia cunoscere! ‘Sta strunzata m’’a ricette ‘nu cliente speciale, ‘nu signore signorile.

ROSA  Allora era ‘n’ommo…(si avvicina ad Antonello e gli accosta una mano al basso ventre) ‘N’ommo c’’o pesce d’oro e ‘e palle ‘argiento?

ANTONELLO (ridendo)  Io ‘o tengo ‘e curallo!...Corallo varietà “pelle d’angelo”, molto ricercata!

CONCETTA  Jeva sempe in Francia…(con aria estatica)  Me parlava ‘e Parigge, d’’o “frin frin” d’’e musichette, d’’o “ciuciù ciuciù ciucià” d’’a parlatura frangesa, d’’o viento ca vuttava ‘ncopp’’a torre Raffiele…

ANTONELLO  Aeh, ‘a torre ‘e mammete! Se rice torre Eiffel!

ROSA (incerta)  A vierno pure ‘ncopp’’a sagliuta ‘e via Orazio votta ‘o viento…Ma nun ce sta chillu “frin frin”.

CONCETTA  Eeh, ‘nu cliente accussì era da esposizione! Nun arrivava ch’’e rote r’’a macchina fino e ‘ncopp’’o marciapiede, comme a chill’uommene ‘e plastica can un hanno mai vista a ‘na femmena!

   Si sente in sottofondo una canzone. La voce del cantante accompagnerà le parole della donna.

VOCE DEL CANTANTE  Pecchè, pecchè ci avimma rassigna’ a credere can un se po’ truva’ ‘nu poco ‘e pace rint’a ‘sta città.

CONCETTA  Po’ nun l’aggio visto cchiù…Scumparette isso, ‘o profumo frangese, ‘e collant ‘e lusso e ‘o preservativo c’’o pasciolì!

ANTONELLO (ironico)  Cunce’, tanno he perzo ‘nu buono marketing!

ROSA  A me me piaceva ‘nu giovane c’’a moto Enduro Honda Africa Twin…(gesticola per dare forza alla sua espressione)  Quanno faceva ‘ammore era ‘nu toro…No, no, era ‘n’animale!

ANTONELLO  Alt, stop, fermate ‘nu mumento, attendi là! Questi erano i preferiti vostri, ma…(ammiccando e stringendo le due donne ai fianchi) L’amico Messo nun sapeva niente, è ‘o vero?

   Le donne tacciono, ma fanno degli eloquenti gesti di diniego.

ANTONELLO  Aah, vulevo ricere io! Pecchè si Peppeniello s’avesse magnato ‘a foglia, aroppo avesse fernuto a “Bloody fucking”!

CONCETTA  Uuh, e che vo’ ricere ‘stu “bladi fachin”?!

ANTONELLO  Vo’ ricere ca ve ‘ncatastava ‘int’’o stritto e po’ ve faceva ascì ‘o sanghe ‘a ccà…(mette le mani sul sedere delle due)

ROSA  Maronna!

    Le ombre delle prostitute s’allontanano in direzioni opposte e raggiungono le estremità della scena. Esprimono risolutezza e mentre parlano tolgono di dosso alcuni indumenti e lasciano cadere a terra dei gioielli.

CONCETTA  Mo’ nun vulimmo senti’ cchiù niente!

ROSA  Pure si ammo fatto ‘a fine d’’e surici ‘int’’o mastrillo!

CONCETTA   Ce ne futtimmo!

ROSA  Antonello Amoroso, fernimmo ‘sta cummedia!

CONCETTA  “Clyde”, chiudimmo ‘stu sipario!

ROSA E CONCETTA (insieme)  La cazzimma la tengono i vivi!

     Abbandonano la scena. Dall’interno, voci, rumori, musiche e sonorità radiotelevisive. Amoroso appare smarrito, confuso. Cerca di prestare ascolto ed intanto si fa avanti, verso il proscenio.

VOCE DELL’ANNUNCIATORE RAI TV (fuori scena)  Napoli, quartiere Chiaia. Ad una cantonata di via Carlo Poerio c’è il cuore pulsante d’una creatività anonima. “Bloody fuckin’place”, un graffito su una parete scabra, pur nel suo sbeffeggio, invita alla riflessione, al raccoglimento.

ANTONELLO  A volte ci sono parole, pensieri, ricordi che hanno lo stesso effetto delle bombe lacrimogene…Quando uccisero Antonio Ammaturo, il capo della Squadra mobile, non me lo posso scordare, era il giorno del mio compleanno…(assume una posa spavalda)  Diciott’anni e subito mi sentii ancor più Dio in terra di prima!…Un joint bello e pronto, roba veramente buona, di pregio, marijuana trafugata dalla base Nato di Bagnoli, là ne spacciavano di quella come si deve, una corsa sulla Domiziana colla moto 500, senza casco e patente, e all’ultimo mi feci!…(respirando con soddisfazione)  Fu una grande fumata e pensai con gioia: uno sbirro di meno!…(dopo una breve pausa diventa pensieroso, inquieto)  Adesso si è schiarita la visione, la mia visione delle cose, soltanto ora, quando c’è l’ombra della mia mente…Nella vita dopo la morte è penetrata in me la consapevolezza di chi ero e di chi sono stato fino all’ultimo giorno della mia esistenza materiale…Per la città ci vuole il recupero a tutti i costi degli uomini “di sfaccimma”, “di lutamma”, (mette un dito in petto) delle “samente” come me! (via per il fondo)

 QUADRO

    Il camerone, nuovamente in penombra. Sparpagliati a terra, ci sono degli oggetti liturgici: crocifissi, lampade votive, acquasantiere. Mentre inizia in sottofondo una sonata per organo di Bach, il principe Raimondo di Sangro, seduto sulla savonarola, apre il suo librone e legge.

SANGRO  “Nella chiesa di santa Maria Donnalbina vi sono molte insigni reliquie: una spina della corona del Signore; un braccio di san Sebastiano; un pezzo del grasso di san Lorenzo, che nel suo giorno natalizio si osserva come liquefatto; un osso della coscia di sant’Arsenio martire; una poppa di sant’Agata vergine e martire; il bastone e la gruccia di sant’Agnello Abate”…(chiude il libro)  I corpi materiali di tali simboli del culto religioso, in virtù della loro scarna semplicità, contribuivano ad alimentare la meraviglia suscitata dal mistero della fede. Ciò aveva effetto precipuamente sul popolo basso, minuto.

   La musica va in dissolvenza.

VOCE DEL SERVO NEMESIO (fuori scena)  Altezza, vuje primma v’’a facite ch’’e signurine della zoccoleria, po’ ve ne jate dint’’e cancelle e ve mettite a parla’ cu ‘na mariola, mo’ state ‘int’’a sacrestia…Ve spremite ‘o cerviello, cercate ‘e parole c’’o lanternino e parlate complicato…

SANGRO   Ancora tu, Nemesio, che vuoi? Perché mi ripeti quanto già so?

VOCE DEL SERVO   Aspettate, faciteme fini’! Vulevo ricere che mi parete…mi parete un pesce fuori dall’acqua. State sempre punto e a capo e ve site pure stracquato, perché vi hanno fatto entrare in un’altra epoca troppo lontana dalla vostra. E allora pecchè nun luvate mano e ve ne turnate?! Ricurdateve ca ‘o servo vuostro sta ccà e v’aspetta.

SANGRO  Ti ringrazio per i segni di devozione e di fedeltà che mi dai, ma il mio compito non è ancora terminato. Io starò fino all’ultimo tra i personaggi di questa vicenda, come interprete di uno scambio tra il passato ed il presente e come spirito mediatore tra il surreale ed il reale…(sorride)  In fondo in fondo così dimostriamo che i napoletani giocano bene con la metafisica.

VOCE DEL SERVO   Eh, e che v’aggia ricere, verite vuje comme stanno ‘e criature...I’ mo’ me ne vaco, tengo che fa’. Aggia scugna’ ‘e noci, so’ chelle ‘e Surriento, chelle ca ve piacevano assai.

SANGRO   Nemesio caro, me ne conservi una quantità pur minima? Il mio ritorno, m’è dato di credere, non è lungi a venire.

VOCE DEL SERVO   E’ cosa fatta, e la quantità non è minima, altezza, non dubitate! A voi ci avevo già pensato…Statevi bene!

SANGRO (si alza e muove qualche passo)  Forse sarebbe stato meglio se avessi creduto con maggior vigore e convinzione in un Supremo Creatore…Forse così non avrei camminato sovente nei sentieri dei contrasti interiori, dipanando grovigli d’ossessioni…Forse avrei dovuto cercare di trascendere nell’animo di un membro del popolo…Esser passionale, sanguigno, persino feroce alla bisogna, ma immune da giochi e panegirici perversi della mente…Ah, poter conoscere un meraviglioso, placido fluir dell’esistenza!

    Arriva Teresa Di Domenico. Appare più invecchiata e dimessa. Indossa una camicia da notte (o una tunica) bianca (o di colore chiaro) e tiene in mano un rosario per preghiera. Ha un’aria stralunata e si muove a passetti.

TERESA (si rivolge al principe, parlando in modo sconnesso)  Vuje, vuje site ‘nu prevete?...I’ m’avessa cunfessa’…(si cala e lo guarda dall’alto in basso)  No, no, nun site ‘nu prevete, se vere ca nun facite parte d’’a cungrega!...(si allontana e via per il fondo)

SANGRO   Ecco un essere vivente, ecco la prova…La prova che non esiste limite o soluzione di continuità tra le anime che sono in terra e quelle che non ci sono più e dalla terra attendono pensieri, ricordi o suffragi delle indulgenze.

   Rientra la Di Domenico, ma rimane a distanza da Sangro. La donna continua ad esprimersi ed a muoversi in maniera scomposta.

TERESA (a Sangro)  E allora chi site?! ‘Nu munaciello?! E addo’ sta ‘a cunfrataria vostra?!...Noo, nun site manco ‘nu monaco ‘e San Francisco!...Mannaggia ‘a vita mia, mannaggia! I’ m’aggia cunfessa’, aggia ricere tutt’’e peccati miei, non me ne voglio scordare manco uno!...(si avvicina e lo guarda di nuovo attentamente)  Ueh, ueh, ueh, ma allora è ‘o vero?! Mamma d’’o Carmene, Maronna Addulurata, Beata Vergine del Rosario di Pompei! I’ ve cunosco! Vuje site chillu signore nobile ca m’aggio sunnato!

SANGRO  Buona donna, forse quanto affermate risponde a verità, ma io non rammento d’avervi incontrato. Sì, sono un nobile, lo spirito del principe Raimondo di Sangro della casata di Sansevero…Giacchè nella realtà terrena vissi e morii due secoli addietro.

TERESA (mani ai fianchi)  Aah, mo’ saccio pure ‘o nome! Quanno me site accomparuto ‘a primma vota, nun avite fatto nisciuna presentazione…Embe’, ‘o scellenza signor fantasema, se vostro padre era ‘nu rignante, pateme, non disprezzando, era caporale nello spazzamento!

SANGRO  Buona donna, non intendo il significato di questo titolo.

TERESA   Ma comme non intendete?! E’ accussì chiaro! Steva ‘int’’a munnezza, era isso il capintesta degli scupatori!

SANGRO  Ah, dunque comandava coloro che toglievano i rifiuti dalle vie?

TERESA   Eeh, sia fatta ‘a vuluntà ‘e Dio! Uh anema bella, e che ce vo’ pe’ ve fa capi’ ‘na cosa!

SANGRO (tra sé)  Questa povera anima non m’appar tanto sana di mente.

TERESA (anche lei a parte)  I’ po’ che l’avessa ricere a ‘stu pappavallo!? Ca nun è asciuto manco ‘nu numero?!

SANGRO   Orsù, buona donna, dite quale fu la ragione, il vento che vi menò in questo luogo?

TERESA (c.s.)  Ma che m’ha pigliata pe ‘na barca a vela?! ‘A capa ‘e chisto nun è bona!...(ride nervosamente)  Ah, ah, ah, chi nasce è bello, chi se sposa è buono e chi more è santo!

SANGRO (a parte)  Non v’è alcun dubbio ormai: ella manifesta evidenti segni di follia…(alla Di Domenico)  Sedete, sedete pure…(di nuovo a parte)  E’ necessario che tutto le sia rivelato al fine di farla rinsavire.

TERESA (a cantilena)  E’ munno è munno chisto!...(dopo una breve pausa, riprende a parlare con voce velata di malinconia) ‘O scellenza signor fantasema, vuje vulite sape’ ‘o fatto e io v’’o conto…I’ aggio venuto pe’ dicere ‘int’ ’a confessione ca me stevo jittanno ‘a copp’ abbascio…Sissignore, ero uscita sul balcone di casa mia e mi era venuta la fantasia…P’’o dispiacere…(con rabbia)  Pe’ mezo ‘e chelli ddoje cape fresche!...Cape ‘e merda!...(in sottofondo il ritornello della canzone “Desperado” degli Eagles accompagnerà le frasi della Di Domenico)  Dice buono ‘o ditto: l’aucielle s’accocchiano ‘ncielo e ‘e scieme ‘nterra…Ca pozzano jittà ‘o veleno, muorte e buone addò stanno!

VOCE DI PATRIZIELLA (fuori scena, ridendo)  Ah, ah, ah, Tere’ nun ‘e penza’ a chilli figli ‘e latrina!

VOCE DI ANTONELLO (fuori scena)  Teresa, Teresa, tutt’’a notte penso a te!...Signorina di Domenico bella, ‘a mazza, ‘o sisco e ‘o fravulo ‘e pelle!...Nun date retta: storta va, dritta vene, sempe storta nun po’ ghì!

TERESA (guarda verso l’alto, dietro ed intorno a sé)  Mannaggia chi ve sona ‘e campane! Avite jittato ‘o sanghe e ancora sfruculiate ‘a mazzarella ‘e San Giuseppe!...E ch’amma fa?! Pure ‘e sfuttute ‘nparaviso vanno!...Teresa Di Domenico, acala ‘a capa e vai avanti!

   Dall’interno, voci e suoni di un’emittente radiofonica o televisiva.

VOCE DELL’ANNUNCIATORE   Acala ‘a capa, seguito da uno dei più nitidi pernacchi che sia dato di ascoltare ancora in città, è il motto di uno straordinario perfomer che si esibisce, senza preavviso, tra Piazza Plebiscito e Santa Lucia in quel di Napoli. Chiunque può essere il bersaglio dello sberleffo e rimarrà confuso ed interdetto. Poi abbasserà la testa, meditando sul proprio destino, mentre l’ignoto provocatorio artista sarà già scomparso.

SANGRO (prende il volume e legge)  “Domani, quattro luglio, sulla strada tra Capodimonte e Miano, moriranno in uno scontro a fuoco con la polizia due giovani rapinatori.”

   Si sente un abbaiare di cani ed un belare di pecore. La Di Domenico mette le dita sulla bocca e sgrana gli occhi, in preda allo stupore ed allo spavento. Si spegne l’eco delle voci degli animali ed inizia, in sottofondo e poi in crescendo, la “Messa da requiem” di Giuseppe Verdi.

SANGRO (in tono forte)  Ci sarà sempre l’ignoto, l’imperscrutabile oltre i confini delle possibilità umane! Rassegnati, Teresa, rassegnati e torna in te!

TERESA (guarda verso l’alto, con voce rotta dall’emozione)  Maronna, ma che me sta succedendo?! Me stanno schiattanno ‘e cervella! Guagliu’, addo’ state?! M’’o dicite vuje comm’aggia fa?!

    La musica va in dissolvenza.

VOCE DI PATRIZIELLA   Oggi commissionano pure gli omicidi via fax, figuriamoci!

VOCE DI ANTONELLO   Se prima eravamo incazzati per la morte che abbiamo fatto, adesso non ce ne passa più manco per l’anticamera del cervello.

VOCE DI CONCETTA   ‘A vita è fatta pe’ chi conta e pe’ chi nun tene niente.

VOCE DI ROSA   E pe’ chi nun tene padrone! Mo’ ce ne futtimmo pure nuje!

VOCI DI CONCETTA E ROSA (insieme)  Hanno ragione ‘e guagliune, “Clyde” e “Bonnie”, ‘a femmena soia!

   L’Amoroso e la Milone compaiono sul fondo della scena. Sono vestiti con gli stessi abiti estivi che indossavano all’inizio.

ANTONELLO   Signorina Terry Di Domenico, qua ci stanno gli amici vostri!

PATRIZIELLA   Teresa, tu sei stata l’unica persona che ci ha voluto bene senza chiedere niente.

ANTONELLO   Vattenne ‘a casa, Tere’…Ed ama di più te stessa! Statte bona!

PATRIZIELLA (ridendo)  Vive o muorte, ‘a faccia nostra è troppo tosta!

ANTONELLO (salutando con ampi movimenti delle braccia)  Nuje ce ne jammo e nun turnammo cchiù!

    “Bonnie” e “Clyde” si dileguano, mentre in sottofondo si sente la canzone di Pino Daniele “I’ stonco insieme a te pecchè ‘stu munno è spuorco”. Sangro si avvicina alla Di Domenico e la prende sottobraccio. Li illumina una luce verde. Teresa è emozionata.

SANGRO (si stacca dalla donna)  Come vi sentite adesso?

TERESA (allarga le braccia e risponde con voce gioiosa)  Mo’ sto bona, ‘o vvì!? (guarda verso il fondo della scena e poi in alto)  Picceri’, ve ringrazio!...Aggio capito tutte cose…Ringrazio pure a voi, ‘o scellenza signor principe fantasema… A tutti quanti un ringrazio ed a me…(sorride)  A me ‘nu refrisco!

   Sangro prende un crocefisso da terra e glielo porge. La donna lo bacia.Termina in dissolvenza la canzone.

SANGRO   Tutto a posto, cara donna Teresa. Ora non ci sono più il dubbio e la paura dell’essere.

TERESA   Eeh, caro don Raimondo, vuje tenite l’istruzione, avite fatto ‘e scole alte, ‘sti ccose ‘e sapite meglio ‘e me…Va bbuo’, i’ me ne vaco ‘a casa, aggia arraccqua’ ‘e gerani e ‘a vasenicola ‘ncopp’’o balcone…Che dicite? Me vene n’ata vota ‘o genio ‘e me jitta’ ‘a copp’abbascio? Noone! Ma vuje pazziate?! Ma manco si se ne care ‘o barcone! Non ci penso proprio!...E po’ si moro io, ne, pe’ piacere, chi m’arracqua ‘e gerani e ‘a vasenicola? Ve ronc’’o saluto, signor principe, v’arraccumanno, facite bene all’anime puverelle! (via per il fondo, a passo spedito)

SANGRO (va a sedere sulla savonarola)  Questi passaggi attraverso scene forse un po’ anonime, impersonali, atipiche, si rivelano come prove per tratteggiare una simbologia di certi aspetti dell’anima partenopea…E dei tentativi di personaggi metafisici, di presenze invisibili, si risolvono in giochi di parole, in fracassi talvolta comici e grotteschi, le cui diavolerie vivono a spese di un certo buon senso che cerca un significato ad ogni costo in tutte le cose…(chiude gli occhi e si abbandona sulla savonarola) Nemesio, eccomi a te, sto arrivando!

GLOSSARIO TRADUZIONI INDICAZIONI:

Villa Chierchia, Villa Grotta Marina, Villa D’Aavalos, Villa Luisa, Villa Emma=Ville storiche di Napoli, site nella zona di Posillipo; Pusilleco=Posillipo, quartiere di Napoli; ‘O spasso=Il divertimento; ‘A acchiappanza= La “caccia” alla donna, intesa come opera di seduzione; Tuosto=Duro; ‘N’uosso ‘e presutto=Un osso di prosciutto; Sciccone=Molto chic; Liggiuta=Letta; Sperciacore=Bucacuore; Annasconnere=Nascondere, T’accire=Ti uccide; ‘Nfoca ‘a penta=Riscalda molto; Te ne ssì gghiuto=Te ne sei andato; Muzzecaje=Mozzicò; ‘Nu prevete=Un prete; Ciacione=Pasta d’uomo, bonaccione; Burzetella=Borsetta; Le spartenze=La divisioni; Scorza ‘e pummarola=Buccia di pomodoro; Vencere=Vincere; Sciabulione=Scioccone, Grosso ed imacciato; Poggiomarino= Paese in provincia di Napoli; Schiattato=Scoppiato; M’aizai a guagliona mia=Mi scopai la mia ragazza; Nce spiai=Gli chiesi; Pazziella=Scherzo; Scelle=Ali; ‘Nu tiano ‘e panzarotte= Una pentola di panzarotti (calzoni, rustici, prodotti di friggitoria); ‘Nzevati=Unti; Riscignuolo=Usignolo; Se maniava ‘o stommaco=Si massaggiava lo stomaco; S’abboffa= Mangia troppo; Aucelluzzo=Uccellino; Zuzzuso=Sporcaccione; Annascuso=Nascosto; Amante ‘e pesce=Pederasta, omosessuale; Miezuculillo= Nome di un orco di una favola; Se sponta ‘a vrachetta=Si sbottona il calzone; Dddoje scarde ‘e femmene ‘ncannaccate= Due donne di poco conto vestite elegantemente e ingioiellate; Crianza= Creanza; Avimma lussia’= Dobbiamo fare del lusso; Chinotto=Pompino; Pesce=Cazzo; Sagliuta=Salita; Pasciolì=Patchouli; Magnato ‘a foglia=Capito, capita l’antifona; ‘Ncatastava ‘int’’o stritto=Imprigionava in un angolo retto; Surici ‘int’’o mastrillo= Topi in trappola; La cazzimma=La malvagità, la scempiaggine; Antonio Ammaturo= ucciso dalle Brigate Rosse sotto casa sua a Napoli, in Piazza Nicola Amore il 15 luglio 1982. Dietro il suo omicidio si cela un storia di intrighi legati al rapimento ed al rilascio misterioso del politico Ciro Cirillo, rapito dalle BR., una liberazione che vide la partecipazione di Raffaele Cutolo, dei servizi segreti, di personaggi politici;  Uomini di sfaccimma, di lutamma=Malviventi, uomini di merda; Samente=Puttane; Cancelle=Carcere; Mariola=Ladra; Stracquato=Stanco; Luvate mano=Smettete, finite; Scugna’ ‘e noci= Togliere il guscio alle noci; Surriento= Sorrento; Munaciello=Piccolo monaco; Cunfrataria=Confraternita; E’ munno, è munno chisto?!= E’ mondo è mondo questo?!;  V’’o conto=Ve lo racconto; Accomparuto=Comparso; ‘O scellenza=Eccellenza; Me stevo jittanno ‘acopp’abbascio=Mi stavo gettando di sotto; Pe’ mezo ‘e=Per colpa di; S’accocchiano=S’accoppiano; Ca pozzano jitta’ ‘o veleno=Che possano gettare il veleno; ‘A mazza, ‘o sisco e ‘o fravulo ‘e pelle=Termini che indicano il cazzo; Arracqua’=Bagnare; ‘A vasenicola=Il basilico. 

                   

                      

                   

                      

      

    

  

 

      

 

  

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                   

                           

 

 

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