Anonima fratelli Roylott

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ANONIMA FRATELLI ROYLOTT

Dramma giallo in tre atti

di GUGLIELMO GIANNINI

PERSONAGGI

GEORGE EVANS, avvocato commerciale

JOE ROYLOTT, industriale

ERICK ROYLLOT, industriale

DICK MACKAY, ispettore di polizia

ROGER ROGERS, ingegnere

HARRIS, ingegnere

DIXON, ingegnere

PETERS, dottore in scienze commerciali

GIOVANNI, usciere

ROCKY, sergente di polizia

NORTON, sergente di polizia

NATHANSON, direttore banca dell’Est

1° AGENTI DI POLIZIA

L’AUTISTA

BRIEN (non parla)

IL CUSTODE

2° AGENTE

3° AGENTE (non parla)

4° AGENTE (non parla)

ELENA ROYLOTT

CLARA IMPIEGATA

ROSA IMPIEGATA

1° 2°3°4° IMPIEGATO (comparse che non parlano)

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

La Direzione della Società Anonima Roylott, proprietaria della fabbrica di prodotti chimici Erick e Joe Roylott. Due entrate a destra, una a sinistra avanti, una al fondo verso destra, co­perta da una portiera. Una finestra a sinistra. Imponente scrivania a sinistra, indietro, con te­lefono e quant'altro occorre per il disbrigo del lavoro. Sulla scrivania un grosso portafoglio di cuoio giallo, chiuso. Divani e poltrone di cuoio, alcune sedie di stile italiano. Una cassaforte di media grandezza, alla parete di fondo. Un ta­volo verso destra. Alle pareti disegni e prospetti interessanti l'industria chimica. Le undici del mattino. Al levarsi del sipario Joe Roylott alla scrivania, firmando varie carte; Roger Rogers in piedi, rispettosamente dall'altra parte della scrivania, aspettando.

La mano è quella del suggeritore.

Joe                                 - (sui cinquant'anni, eleganza commerciale, sigaro di prezzo, brillante all'anulare. Legge ra­pidamente, punteggiandole qua e là con una grossa matita rossa, le carte che Rogers gli ha portato. Firma ogni foglio. È soddisfatto e bor­botta ogni tanto una lode) Bravo... questa è una trovata... Sicuro. Rimarranno a bocca aper­ta. (Rilegge ancora soddisfattissimo, e firma l'ultimo foglio). Ottimamente. (Si tira legger­mente indietro, per dar modo a Rogers di riti­rare i documenti).

Rogers                           - (ha raccolto le carte in una cartella di cuoio nero) Nient'altro?

Joe                                 - No. (Rogers si muove). Ossia, sì. (Ro­gers si ferma). Hai dimenticato il documento più importante... per te. (Prende la penna, sce­glie un libretto di chèques fra i vari che ci sono sulla scrivania, poi, dopo aver esitato, rimette a posto il libretto e ne prende un altro da un cassetto della scrivania). Meglio uno personale.

Rogers                           - Oh, è lo stesso.

Joe                                 - (spiegando il libretto e aggiustando la penna) Preferisco un assegno che non passi per la contabilità. Fammi una ricevutina.

Rogers                           - (prende un foglio di carta, intinge la penna, scrive) «Ricevuto da...». (Guardan­do Joe) Dai fratelli Roylott o dalla società?

Joe                                - (scrivendo rapidamente) Da me, que­sta volta, solo da me. Tengo a darti una per­sonale prova d'amicizia. Scrivi: «Ricevuto dal signor Joe Roylott la somma di...».

Rogers                           - (ha scritto) Di?...

Joe                                 - (scrivendo) «Du...e...mila... (Rogers riprende a scrivere) dollari a titolo di gratifica­zione... ». (Firmando) Data dell'altro ieri. (Stac­ca lo chèque).

Rogers                           - (pensando) No... l'altro ieri ero fuori.

Joe                                 - (ha staccato lo chèque e lo porge) Ah, già... (Ripensando) E che c'entra?

Rogers                           - Ti farei una ricevuta irregolare.

Joe                                 - E che importa? È un rapporto pri­vato fra me e te. La ricevuta è solo un prome­moria: il documento è lo chèque. (Glielo porge).

Rogers                           - (prendendolo) Grazie.

Joe                                - (scrivendo sulla matrice) Non occorre la ricevuta.

Rogers                           - (scrivendo) Ma no, perché? (Fir­ma). Ecco. (Porge il foglio a Joe).

Joe                                 - (sigla la ricevuta, le dà uno sguardo) Con la data regolare... Dopo tutto hai ragione. Che bisogno c'è? Oggi o l'altro ieri è lo stesso. (Gli porge il foglio siglato) Tieni, mettilo al personale.

Rogers                           - (prende il foglietto, apre la cassafor­te, che ha le chiavi in una delle serrature, e mette a posto la ricevuta. Chiude quindi e ri­prende cartella e chèque) Altro?

Joe                                 - No.

Rogers                           - Debbo dir niente a tuo fratello?

Joe                                 - Di che?

Rogers                           - Della gratificazione.

Joe                                 - Niente... Così può darsi che ne becchi un'altra da lui... (Ride piano).

Rogers                           - (sorridendo) Sarà una piccola truffa.

Joe                                 - (sorridendo) Il saggio pecca sette volte al giorno. (Serio, ma sempre cordiale) Niente altro, per oggi.

Rogers                           - (serio, rispettoso) Grazie. (Saluta lievemente, fa per uscire dalla seconda a destra).

Erick                             - (viene dalla seconda a destra. Cinquan­tacinque aiuti, stessa eleganza del fratello; cap­pello, bastone: quasi urta Rogers. Cordialmente) Oh, addio, Rogers.

Rogers                           - Ciao, Erick. (Gli cede il passo; esce dalla prima a destra).

Joe                                 - (con lievissima ansia) Ebbene?

Erick                             - (togliendosi il cappello, deponendolo col bastone su una poltrona, sedendosi) Fatto. (Cava una sigaretta).

Joe                                 - Tutto?

Erick                             - Tutto. (Accende). Anche i pneuma­tici. (Fuma soddisfatto).

Joe                                 - (ha un sospiro di sollievo, poi) Quando si deve pagare?

Erick                             - Oggi stesso.

Joe                                 - (prende vari libretti di chèques).

Erick                             - Ah... c'è una differenza di trenta­mila dollari, per il figlio di Seymour.

Joe                                 - È noioso.

Erick                             - Aveva bisogno di soldi per non so quale sciocchezza e non se ne andava più. Il padre s'era ostinato e stava mettendosi di cat­tivo umore. Stavamo discutendo la differenza di sessantamila e per tagliar corto ho proposto di dividere il male a metà, dando i trentamila al ragazzo a titolo di mediazione. Seymour si è messo a ridere ed ha firmato.

Joe                                 - Hai fatto bene: tanto è sempre lui che paga. Allora la cifra globale è?

Erick                             - Quattro milioni e seicento... trenta... Le famose trenta. (Joe si accinge a scrivere su un libretto. Interrompendolo) No, niente assegni della società, ne della fabbrica...

Joe                                 - Hai ragione. Farò un assegno perso­nale.

Erick                             - Nove assegni, otto da cinquecento e uno da seicentotrenta... e al latore. È sempre meglio.

Joe                                 - Giusto.

Erick                             - Firma soltanto e falli riempire da un altro.

Joe                                 - Da Rogers. (Prende il telefono).

Erick                             - Aspetta, voglio telefonare alla ban­ca. È quasi mezzogiorno. (Prende il telefono).

Joe                                 - (firma i nove assegni accuratamente).

Erick                             - (al telefono) Banca dell'Est, il si­gnor Nathanson. (Lascia il telefono).

Joe                                 - (firmando) Ho dato duemila dollari a Rogers,

Erick                             - (fumando) Ah!

Joe                                 - (firmando) La direzione del Gabinetto Esperienze era quello che ci voleva per lui.

Erick                             - Sta' tranquillo, guadagna un sacco di soldi, non ha rischi... La gente non 6a mai quando deve dirsi contenta.

Joe                                 - (firmando l'ultimo chèque) Il mondo fu fatto in sette giorni. Con la pazienza e le belle maniere si arriva a tutto. Ecco fatto. (Pren­de il telefono) Pronto? Sì, io. Mi mandi il si­gnor Rogers... Ah, c'è la banca. Dia subito. Pronto? Siete voi, Nathanson? Buongiorno... Grazie... sì, ottimamente, è qui vicino a me... Sì... ah, buono a sapersi, grazie... Dunque, sen­tite... Vi saranno presentati nove assegni a mia firma... sì, non intestati, al latore. Pagate senz'altro. Grazie. Quando ve li presenteranno? Oggi nel pomeriggio, credo... o domattina... sicuro.

Evans........................... - (quarant'anni, avvocato commerciale, elegantissimo, magro, brizzolato, cauto, viperi­no, disinvolto per abitudine, ma con un che di Falso e d'indeciso nella voce, nel riso, nello sguardo, nel gesto. Cappello, bastone, portafogli sotto il braccio, guanti in mano. Viene dalla sinistra) Eccomi qua.

Erick                             - Oh bravo, giusto voi. (Prende il li­bretto degli assegni firmato da Joe) Riempite questi assegni.

Evans                            - (depone cappello, bastone, guanti e busta sul tavolo).

Joe                                 - (al telefono, continuando) Come? (A Erick) Piano, per favore... (Al telefono) Sì, no­ve assegni... un pagamento privato...

Erick                             - (s'è alzato ed ha accompagnato Evans al tavolo).

Evans                            - (s'è seduto al tavolo, ha cavato la pen­na stilografica).

Erick                             - (a voce bassa) Nove assegni al la­tore, otto da cinquecentomila, uno da seicento­trentamila...

Evans                            - Nespole! Che roba è?

Erick                             - La definizione Seymour.

Evans                            - Ah!

Joe                                 - (al telefono, ridendo) No, non ho com­prato nessuna villa... Un affare personale... (Ri­de). No, niente società e niente fabbrica. Faccio concorrenza a mio fratello... (Ride). Sleale? La concorrenza è sempre sleale...

Evans                            - (scrivendo) ... quando la fanno gli altri!

Joe                                 - (ride) No, è l'avvocato Evans che vuol far sapere che ha dello spirito... Come, non ha altro? Ha i suoi bei pacchetti di fogli da mille e non li arrischia mai, appunto perché è un uomo di spirito... Grazie... Sì, grazie. Arrive­derci. (Lascia il telefono).

Evans                            - (scrivendo) Definizione inesatta e infondata.

Joe                                 - (ancora ridendo) Quale?

Evans                            - (scrivendo) Non è vero che non rischio perché sono un uomo di spirito... È vero invece che sono un uomo di spirito perché non rischio.

Erick                             - Siete troppo attaccato al danaro.

Evans                            - (scrivendo) Sono attaccato alla mia dignità.

Joe                                 - (con grossa ironia) Non esageriamo!

Evans                            - Non esagero affatto, lo sono un uomo di grande talento...

Erick                             - (interrompendo) Lasciate che lo di­cano gli altri.

Evans                            - (scrivendo) Non lo direbbe nessuno. Il mio talento è la mia dignità. Lasciandomi derubare lascerei offendere il mio talento, ossia la mia dignità. E quindi non arrischio mai.

Joe                                 - Il mondo finirebbe se tutti la pensas­sero così.

Evans                            - (scrivendo) Oh, Non c'è pericolo. In ogni città della terra nasce un imbecille al mi­nuto secondo e tutti vivono una vita intera ri­schiando.

Joe................................ - (serio) E pagando le vostre parcelle.

Evans                            - (scrivendo) Le pagano, ma non san­no di avere questo onore.

Erick                             - (serio) Lo sappiamo anche troppo.

Evans                            - (ha finito di scrivere, e rimette con cura la penna stilografica) Non equivochia­mo, perché nulla è più pericoloso dell'equivoco. Gli imbecilli a cui mi riferisco non siete voi che non rischiate mai.

Joe                                 - (ironico) Noi non rischiamo mai?

Evans                            - Mai. Cosa avete perduto, da venti anni che mi onoro di conoscervi?

Erick                             - Questo significa solo saper fare i propri affari.

Joe                                 - E giuocare sicuro.

Evans                            - Appunto. E siccome chi giuoca si­curo non rischia, voi non rischiate.

Erick                             - Cos'avete oggi? Siete di una mora­lità inquietante.

Evans                            - Il mio cameriere m'ha servito un caffè ignobile, e temo d'averne lo stomaco e il cervello influenzato.

Joe                                 - (premendo il bottone del campanello) Vi faccio dar subito un whisky.

Evans                            - È meglio, altrimenti vi rovino l'af­fare Harris. Quando prendo un cattivo caffè mi ricordo d'essere stato poeta...

Giovanni                       - (usciere, appare sulla soglia della seconda a destra).

Joe                                 - Un whishy per l'avvocato.

Giovanni                       - (esce).

Evans                            - (prendendo il libretto di chèques riem­piti e alzandosi) ...E non c'è niente di peg­gio della poesia per intenerire le meningi. (Por­ge il libretto a Joe).

Joe                                 - (prendendo il libretto) A proposito di tenerezza... Come va la biondina?

Evans                            - (fatuo) Quale?

Joe                                 - Quella della scampagnata... la Nelly.

Evans                            - È finita male, disgraziata! Joe         - Che l'è successo?

Evans                            - Sposa regolarmente un cugino idiota che ho fatto impiegare nel vostro stabilimento di Daytona.

Erick                             - (ridendo) Vedete che siamo sempre noi a pagare?

Evans                            - Cosa? Lo stipendio d'un ragionie­re? Non avete bisogno d'un buon ragioniere?

Erick                             - Ma non in soprannumero.

Evans                            - Ci ho pensato, e perciò ne ho fatto licenziare un altro per non incidere sulle spese generali.

Erick                             - Quale?

Evans                            - Quel tale Stefano Morris.

Erick                             - Perché proprio quel disgraziato?

Evans                            - Abbiamo tirato a sorte col direttore generale ed è toccato a lui.

Giovanni                       - (dalla seconda a destra con il vas­soio, un bicchiere e la bottiglia del whisky. De pone il vassoio, versa il liquore nel bicchierino)

Evans                            - Bevo io solo?

Joe                                 - (ironico) Temete d'essere avvelenato?

Evans                            - (serio) Non si sa mai.

Joe                                 - (a Giovanni) Porta altri due bicchieri.

Giovanni                       - (esce dalla prima a destra).

Erick                             - (ridendo, a Evans) Siete d'una dif­fidenza...

Joe                                 - ...e d'una stupidaggine...

Evans                            - È sempre l'effetto deprimente di quell'orribile caffè. (Beve il whisky). Ah, ora mi pare di star meglio.

Giovanni                       - (è rientrato coi due bicchieri).

Joe                                 - (s'è alzato).

Giovanni                       - (versa nei due bicchieri, poi fa per versare di nuovo in quello dell'avvocato).

Evans                            - No, grazie.

Joe                                 - (beve, poi, deponendo il bicchiere, a Erick) Bevi anche tu, così non avrà sospetti.

Erick                             - (ride, beve).

Giovanni                       - (porta via bottiglia e bicchieri per la seconda a destra).

Evans                            - Nessun sospetto. Prima di tutto po­teva essere avvelenato il bicchiere e non il li­quore. Poi sarebbe assurdo. Quale interesse avreste a privarvi di un prezioso collaboratore?

Joe                                 - Non si sa mai... Per il brivido sportivo.

Evans                            - Non siete amanti dello sport... For­se per esperimentare la potenza d'un nuovo pro­dotto chimico... Ma scegliereste un altro sogget­to, più economico.

Erick                             - Ed al quale non fossimo così affe­zionati...

Evans                            - Appunto. (Prende delle carte dal portafogli). Ecco il contratto di Harris. Il ra­gazzo è di là che aspetta.

Joe                                 - (prendendo le carte) Si può firmare subito.

Evans                            - Meglio rileggere la parte tecnica.

Joe                                 - (siede, legge).

Evans                            - (a Erick) Ho visto che avete versato altri duemila dollari a Rogers.

Erick                             - Ah, già.

Joe                                 - Chi ve l'ha detto?-

Evans                            - (sdegnoso) Ho letto la matrice del primo assegno, diamine!

Joe                                 - (leggendo) Ah. Avevo torto a dubitare della vostra delicatezza.

Evans                            - Non bisogna esagerare. Duemila dollari sono molti.

Joe                                 - (leggendo) Secondo ciò che si fa.

Evans                            - Duemila dollari in mano ad un uomo gli conferiscono duemila dollari di po­tenza di più.

Erick                             - Non si può decentemente tenere Ro­gers sempre a cinquecento dollari al mese. Ce lo porterebbero via.

Evans                            - E il contratto? E la penale?

Joe                                 - (leggendo) Si può trovare chi la paga.

Evans                            - Non è facile. Io sono del parere che l'uomo non deve arricchire se non si vuole che insuperbisca.

Erick                             - Voi però non pensate ad altro.

Evans                            - Io sono una rara eccezione, perché ho capito la vita da giovane. L'umanità si divide in due sole categorie: gli sfruttati e gli sfrutta­tori. Io mi sono subito messo dalla parte degli sfruttatori, senza tentare ribellioni eroiche a profitto degli sfruttati che, solo per questo fat­to, sono imbecilli, ed essendo imbecilli sono indegni della mia attenzione.

Erick                             - (serio) Ora vi faccio portare un al­tro whisky.

Joe                                 - (leggendo, serio) E col veleno, questa volta.

Evans                            - Me lo meriterei perché sto proprio scoprendo tutte le mie batterie spirituali.

Joe                                 - (ha finito di leggere) Fortuna che sra­gionate solo quando parlate e non quando scri­vete. Il contratto è perfetto.

Evans                            - Meno male.

Joe                                 - (premendo il bottone del campanello) Serviamo Harris.

Erick                             - Io me ne vado.

Evans                            - E fatelo prima entrare!

Giovanni                       - (sulla seconda a destra).

Joe                                 - Fa entrare il signor Harris.

Giovanni                       - (esce).

Evans                            - (prende il cappello, il bastone, i guan­ti, il portafoglio. Si copre).

Erick                             - (prende cappello e bastone) Andrò al laboratorio.

Joe                                 - (a Evans) Voi sarete qui all'una, non dimenticate.

Evans                            - Non esco nemmeno. Vado in ufficio a sbrigare due o tre causette.

Giovanni                       - (appare sulla seconda a destra).

Harris                            - (lo segue. Ventidue anni, forte, si­curo, fiducioso, pieno di vita, facile al sorriso. Ben vestito, ma senza ricchezza).

Evans                            - (a Joe, subito, con tono professionale) Allora, caro signor Roylott, vi saluto perché sono affaratissimo. (Accenna Harris) Il nostro ottimo ingegnere non ha bisogno di me per l'ac­cordo.

Harris                            - (sorridendo, protestando) Ma no.

Evans                            - (a Joe) È un furbo di primissimo ordine, ve ne prevengo, signor Roylott! Non è soltanto un inventore geniale, ma un uomo d'af­fari accorto! Attento a non lasciarvi giuocare!

Harris                            - (lusingato) Lei è troppo buono con me, avvocato.

Evans                            - (uscendo) Mai troppo buono, ma sempre equanime. Lei è un giovine di grandis­simo talento ed è giusto ed onesto riconoscerlo. (Gli stringe la mano). Auguri... e fra sei mesi milionario.

Harris                            - (sicuro) Speriamo anche prima!

Joe                                 - (s'è alzato).

Evans                            - (uscendo) Arrivederci, signor Roy­lott... Arrivederci... (Stringe la mano ad Erick ed esce dalla seconda a destra).

Joe                                 - (presentando) Mio fratello Erick... L'ingegner Harris.

Erick                             - Molto fortunato... Ho sentito dire che ha un ritrovato eccellente...

Joe                                 - Sì, riguarda la benzina sintetica.

Erick                             - Bravo, auguri cordiali. Addio, Joe.

Harris                            - (stupito) Se ne va?

Erick                             - Ho da fare... e poi l'affare non ri­guarda me, ma mio fratello. È lui che lo fa, non la ditta.

Harris                            - (lievemente punto) Lei non ha fiducia?

Erick                             - Altro! Se mio fratello ci sta, è segno che l'affare è buonissimo... Ma la società è una cosa e i soci ne sono un'altra, non è vero? (Gli stringe la mano) Molto piacere... Auguri vivis­simi... Addio Joe. (Si muove).

Joe                                 - Addio, Erick.

Erick                             - (esce dalla seconda a destra).

Joe                                 - (ad Harris, che ha guardato uscire Erick con disappunto e s'è appena voltato) S'acco­modi, caro ingegnere. (Gli indica una sedia vi­cina alla scrivania).

Harris                            - (siede).

Joe                                 - (siede) Do un'occhiata al nostro pro­getto di contrattino. Me l'hanno or ora portato dalla segreteria. Non ho avuto il tempo di leg­gerlo.

Harris                            - (gentile) Non ho nessuna fretta.

Joe                                 - (comincia a leggere).

Harris                            - (guarda intorno).

Joe                                 - (sempre leggendo, prende la copia del contratto) Ecco... dia un'occhiata alla copia che rimane a me.

Harris                            - Non occorre. Ho già letto stamane, dall'avvocato Evans.

Joe                                 - (levando la testa) C'è qualche piccolo ritocco che ho fatto fare io... (Gli porge il fo­glio).

Harris                            - (senza inquietudine) Niente di fon­damentale, spero... (Prende il foglio).

Joe                                 - (leggendo) Oh, solo formalità.

Harris                            - (comincia a leggere attento).

Joe                                 - (appena si sente non veduto comincia a guardarlo con attenzione).

Harris                            - (legge e sembra preoccuparsi. Ad un certo punto leva la testa per, interrogare).

Joe                                 - (riprende subito a leggere con grande at­tenzione).

Harris                            - (aspetta pazientemente).

Joe                                 - (accenna di sì tre o quattro volte, com­mentando mentre legge) Ecco... sicuro... be­nissimo. (Guarda Harris). Ho una segretaria ec­cellente che capisce i miei pensieri. Non un er­rore, mai. Non ha che un solo difetto: vuole un marito.

Harris                            - Non ha torto.

Joe                                 - Secondo i punti di vista. Che bisogno c'è di sposarsi per menare una vita grama?

Harris                            - Ma quando si ama...

Joe                                 - (col tono di chi dice: a Questo è il problema: quando è che si ama?») Quando si ama? Si crede sempre di amare, e poi, pas­sato quel momento, ci si accorge che non era vero. Bisogna aver fatto i capelli bianchi per guardare con il necessario disinteresse le que­stioni d'amore. (Ha preso la penna, l'ha intin­ta, è s'accinge a firmare il contrattino). Ah, caro ingegnere, lei è giovine, e la gioventù è una bella cosa: ma io son contento di non esserlo più perché mi sento meno vulnerabile. (Firma rapidamente, porge il foglio ad Harris). Ecco.

Harris                            - (con disappunto) Ha già firmato?

Joe                                 - (prendendo la copia di Harris e firman­dola) Certo. Sta tutto benissimo. C'è qual­cosa che non è chiaro per lei?

Harris                            - Ecco, due o tre cose.

Joe                                 - (con comico spavento) Addirittura! Al­lora è tutto da rifare! (Porge anche l'altro fo­glio ad Harris, offre la penna). Andiamo, via! Firmi chiudendo gli occhi, che un giovine alla sua età non ha mai fatto uri affare simile!

Harris                            - (prende la penna, imbarazzato) Ci sono tre o quattro punti che non capisco.

Joe                                 - Non più due o tre, ma tre o quattro: sentiamo.

Harris                            - Prima di tutto: il capitale della società...

Joe                                 - (candido) Ebbene?

Harris                            - Avevamo stabilito che doveva es­sere di cinquecentomila dollari...

Joe                                 - E non è di cinquecentomila dollari?

Harris                            - Allora ci sarà un errore nella co­piatura: io ho letto cinquantamila!

Joe                                 - Scusi. (Prende il contratto, cerca). Ec­co qua. (Legge:) «Il capitale sociale è composto da numero cinquecento azioni da cento dollari ciascuna... ».

Harris                            - ...Ossia cinquantamila!

Joe                                 - (protestando) Adagio! (Legge:) «... con l'impegno d'aumentarlo, entro un anno da oggi, a cinquecentomila dollari». (Guardando Har­ris) È chiaro, mi pare.

Harris                            - È chiaro: cinquanta, non cinque­cento!

Joe                                 - Ma cinquanta è la formalità per il fi­sco! Non vorrà gettare nelle fauci del fisco la tassa su cinquecento quando può pagare solo quella su cinquanta!

Harris                            - E non la dovremo pagare ugual­mente dopo?

Joe                                 - (ridendo) Ma no, benedetto ragazzo; in che mondo vive, lei? Sull'aumento di capi­tale si paga un'altra tassa, molto minore: ed ecco perché tutte le società si costituiscono con un capitale minimo che in seguito si aumenta! (Ride). Lei deve pensare alle trovate geniali, come quella della benzina sintetica per esempio, e lasciare a me, povero burocrate, la cura delle minuzie, per le quali il suo cervello non è fatto... (Ride ancora rumorosamente). Sentiamo le altre osservazioni!

Harris                            - Non capisco perché la società viene costituita fra me e lei, e non fra me e la sua società...

Joe                                 - Per una ragione semplicissima: perché la società ha molti soci, un consiglio d'am­ministrazione, un'assemblea, e in pochi giorni non si può materialmente spiegare e far accet­tare un affare come questo a tanta gente diversa. Ma io avevo previsto anche questa obiezione, e vi ho riposto con l'articolo sette del contratto... (Cerca, legge:) ce Ove la Società Anonima Fra­telli Roylott lo ritenesse di sua convenienza, po­trà entrare a far parte della Società per la Ben­zina Sintetica a condizioni di perfetta parità». (Fissando Harris) Non aveva letto?

Harris                            - (confuso) A dire la verità, no. Mi era sfuggito. (Prende il suo contratto, legge; pausa). È non avevo torto... Nella mia copia questo periodo non c'è!

Joe                                 - (stupito) Non c'è?... (Esamina la car­ta; è seccato; preme il bottone del campanello).

Clara                             - (trent'anni, abito da ufficio. Dopo una pausa appare sulla prima a destra).

Joe                                 - (furioso) Ma dove diamine ha la testa, lei? Come ha copiato quest'atto?

Clara                             - (sbigottita) C'è uno sbaglio?

Joe                                 - (sgarbato) Altro che sbaglio! Mancano quattro righe! (Le getta con stizza le due copie).

Clara                             - (esamina) Dove?

Joe                                 - Articolo sette, in testa alla terza fac­ciata!

Clara                             - (guardando) Ah... C'è sulla prima copia... Si vede ch'è scivolata la carta-carbone...

Joe                                 - Questo l'avevo capito! Perché non sta attenta a quello che fa?

Clara                             - Lo ricopio subito...

Joe                                 - Spero bene! Si sbrighi!

Clara                             - (esce addolorata dalla prima a destra).

Joe                                 - Che gente!

Harris                            - (sorride) Poco fa mi vantava la sua segretaria...

Joe                                 - Ha visto? Io sono ancora troppo buo­no, caro ingegnere, troppo buono! Ma tornia­mo a noi. Sono finite le sue obiezioni?

Harris                            - Ne ho una sola...

Joe                                 - (ride) Meno male...

Harris                            - ...di carattere funebre...

Joe                                 - Ah, ah! La clausola della premo­rienza...

Harris                            - ... e della scomparsa.

Joe                                 - Le secca che la società si preoccupi della sua vita? Badi che è di buon augurio.

Harris                            - Questo lo dicono tutti gli agenti di assicurazione. Ma a me fa un certo freddo... (Scherzando) Ho quasi paura che lei abbia in­teresse a farmi assassinare.

Joe                                 - (serio) Lei non crederà mai, caro in­gegnere, in seguito a quali dure esperienze sono stato costretto a inserire quella clausola in tutti i contratti che faccio con gl'inventori. Stia at­tento. Noi abbiamo costituita una società fra me e lei, abbastanza importante: mezzo milio­ne di dollari di capitale a perfetta metà. In pra­tica io sborso duecentocinquantamila dollari: ma lei cosa sborsa? Niente!

Harris                            - (piccato) Scusi...

Joe                                 - (protestando) Lei apporta un'inven­zione: d'accordo, ma un apporto non è uno sborso, un apporto è un'idea, e un'idea può pro­durre danaro, ma non è danaro! Ora, supponia­mo, per una ragione qualunque, che lei mi man­chi e che l'invenzione, in pratica, abbia bisogno di qualche ritocco...

Harris                            - Ma io spero di vivere altri cento anni...

Joe                                 - Duecento, per conto mio! Ma posso vietarle di andare in automobile? Mi debbo op­porre a che faccia un bagno di mare? Debbo imporle di vivere sotto una campana di vetro, con cinquemila dollari al mese di anticipo in conto utili che la società le dà, e che, natural­mente, lo spingeranno a vivere con una certa... pericolosità?

Harris                            - (ridendo) Oh, preferirei ritornare in collegio!

Joe                                 - Vede, dunque! Allora niente più obie­zioni?

Harris                            - (serio) Una sola.

Clara                             - (entra dalla prima a destra).

Joe                                 - (fa per rispondere, ma tace vedendo Cla­ra. Prende le carte che questa le porge, verifica, la congeda con un gesto brusco).

Clara                             - (esce).

Joe                                 - (porge una copia dell'atto ad Harris) Sentiamo l'ultima obiezione.

Harris                            - Mi tolga di dosso la paura che lei mi voglia assassinare.

Joe                                 - Ossia?

Harris                            - (leggendo) «In caso di morte o scomparsa dell'ingegnere Harris il suo pacchet­to d'azioni rimane senz'altro acquisito al signor Joe Roylott ».

Joe                                 - Ebbene?

Harris                            - Correggiamolo così: «In caso di morte o scomparsa di uno dei soci il suo pac­chetto d'azioni rimane acquisito al sopravvi­vente».

Joe                                 - In tal caso sarei io che dovrei temere un assassinio.

Harris                            - Tutti e due, prego.

Joe                                 - Il rischio non è uguale.

Harris                            - Perché?

Joe                                 - L'ho già detto venti volte durante le nostre trattative: io metto danaro nell'affare, lei solo quello che ha nel cervello... Il mio ap­porto si controlla, il suo no! Bisognerebbe po­terle tagliare la testa e chiuderla nella cassa­forte.

Harris                            - Questo mi eviterebbe il mal di ca­po, ma non converrebbe al mio cappellaio...

Joe                                 - Sentiamo, Harris: lei ci tiene proprio a questa clausola?

Harris                            - Affatto: se vuole, leviamola del tutto. Ma se deve rimanere tengo alla mia ver­sione anche per una ragione di dignità. Sarà una ridicolaggine, ma non mi sentirei di firma­re, ecco. Dovrei ripensarci.

Joe                                 - (dopo breve pausa) Non voglio dispia­cerle per così poco. Correggiamo l'articolo. (Prende la penna).

Harris                            - A mano?

Joe                                 - A mano: io correggo la sua copia e lei la mia. (Si scambiano i fogli, ciascuno prende una penna e scrive). Diciamo dunque: In caso dì morte o scomparsa... (entrambi cancellano e correggono) di uno dei soci... il suo pacchetto d'azioni rimane senz'altro acquisito...

Harris                            - (correggendo) ...al sopravvivente...

Joe                                 - (scrivendo) ...all'altro socio... È meno funerario...

Harris                            - (scrivendo) All'altro socio. (Asciu­ga lo scritto, firma, asciuga ancora, prende il suo contratto e lo legge attento).

Joe                                 - (ha firmato, asciugato, preso il suo con­tratto e sta leggendo. Dopo una pausa) Be­nissimo. Ora andremo subito a fare un giro nello stabilimento: così potrà vedere gli uffici destinati a lei.

Harris                            - Avrei bisogno anche di qualcuno...

Joe                                 - Già pensato. Le darò un chimico va­lentissimo... (Preme il bottone del campanello).

Giovanni                       - (appare sulla prima a destra).

Joe                                 - Il signor Rogers.

Giovanni                       - (esce).

Joe                                 - (continuando) Un uomo pieno di idee e di risorse che le sarà di grandissima utilità...

Elena                             - (diciotto anni, elegantissima, affanna­ta. Irrompe dalla sinistra. Si ferma vedendo Harris) Oh... scusa!...

Joe                                 - (voltandosi) Ancora!

Elena                             - (con grazia) Scusami.

Joe                                 - Non faccio altro, da quando sei nata. (Ad Harris) Mia figlia Elena...

Elena                             - (stringendo la mano ad Harris) Oh, io conosco benissimo l'ingegnere Harris. Siamo insieme al tennis.

Joe                                 - (colpito) E lei non mi diceva nulla?

Elena                             - Lei fa affari con papà?

Joe                                 - Altro che affari! Siamo soci da un quarto d'ora!

Elena                             - Oh, se l'avessi saputo l'avrei rac­comandato.

Harris                            - La ringrazio della buona inten­zione.

Rogers                           - (entra dalla prima a destra; si ferma).

Joe                                 - Ah, ecco la persona di cui le parlavo. L'ingegnere Rogers, capo del nostro gabinetto esperienze. L'ingegnere Harris.

Rogers e Harris             - (si salutano cortesemente).

Joe                                 - (a Rogers) Lei è a disposizione dell'in­gegnere Harris per l'impianto d'una nuova se­zione. Ora andremo di là a vedere i locali.

Elena                             - (ha salutato con un cenno amichevole Rogers).

Joe                                 - (a Elena) Tu!

Elena                             - Io!

Joe                                 - Cosa vuoi?

Elena                             - Ti dirò dopo.

Joe                                 - Non vedi che debbo andar via?

Elena                             - Aspetterò.

Joe                                 - Preferisco ricevere il colpo subito.

Giovanni                       - (dalla prima a destra, con un vas­soio su cui è un pezzo di carta).

Joe                                 - (a Giovanni) Domani.

Giovanni                       - È quel signore.

Joe                                 - Ah! (A Rogers) Pensi lei a guidare l'ingegnere Harris. (Ad Harris) Lei mi scuserà: fra la famiglia e le visite non mi rimane un secondo libero. Quando avrà finito il suo giro ritorni qui con l'ingegner Rogers.

Harris                            - Senz'altro. (Si muove).

Rogers                           - (si trae da parte).

Harris                            - (con deferenza lo premura a uscire per il primo. Escono dalla prima a destra).

Joe                                 - (a Giovanni) Il signor Rocky è ve­nuto?

Giovanni                       - Da un'ora.

Joe                                 - Chiama l'avvocato Evans.

Giovanni                       - (esce dalla prima a destra).

Joe                                 - (rimane pensoso).

Elkna                             - Dunque?

Joe                                 - (riscuotendosi) Ah!

Elena                             - A che pensi? Ai pochi soldi che ti chiederò?

Joe                                 - No: sto pensando a quel ragazzo che mi sembra molto più furbo di quanto pare.

Elena                             - Harris?

Joe                                 - Harris.

Elena                             - (come protestando) Ma è un gio­vine intelligentissimo!

Joe                                 - Anche troppo. Da quando lo conosci?

Elena                             - Da due o tre mesi.

Joe                                 - Sapeva che sei mia figlia?

Elena                             - Credo di sì... Per quanto io non mi presenti mai con la tua raccomandazione a un giovanotto.

Joe                                 - Grazie... E non t'ha mai chiesto d'es­ser presentato a me?

Elena                             - Si vede che non ne aveva bisogno, perché ti conosce già.

Joe                                 - Eh no, non mi conosceva.

Elena                             - Da chi s'è fatto presentare?

Joe                                 - Da nessuno. È venuto da sé... Be': quanto ti occorre?

Elena                             - Seicento dollari!

Joe                                 - (scrivendo un assegno) Tu spendi trop­po, figlia mia.

Élena                             - Tu guadagni tanto danaro!

Joe                                 - Non è una ragione, anche perché non sai quanto ne perdo. (Stacca l'assegno, glielo porge).

Giovanni                       - (sulla prima a destra) L'avvocato è uscito.

Joe                                 - Ma se m'aveva detto che non si sa­rebbe mosso!

Giovanni                       - La signorina Rosa ha detto ch'è uscito cinque minuti fa.

Joe                                 - Chiama la signorina. (Giovanni esce per la seconda a destra. Ad Elena) E tu, fila!

Elena                             - Volevo aspettare Harris.

Joe                                 - Nemmeno per sogno. Ti prego anzi di evitare qualunque intimità con lui. Ormai è qui nell'azienda, è quasi un impiegato, e non è con­veniente.

Elena                             - Impiegato?... Ma non m'hai detto ch'era socio?

Joe                                 - Socio... socio della Ditta Roylott... non è da tutti, piccola mia. Poi... poi questi sono affari, e non ti riguardano. Addio.

Rosa                              - (sulla seconda a destra. Trent'anni, abi­to da uffici) Eccomi, signor Joe.

Joe                                 - Dov'è andato l'avvocato?

Rosa                              - Non lo so. Ha ricevuto una telefo­nata ed è uscito dicendo che sarebbe ritornato subito.

Joe                                 - Chi gli ha telefonato?

Rosa                              - Non so... Dall'Hotel del Parco, una persona.

Joe                                 - Che genere di persona?

Rosa                              - (sorride) Genere... non saprei... (Mentre Elena è distratta fa un gesto a Joe, poi, a bassa voce) Genere Hotel del Parco.

Joe                                 - Impossibile... Sapeva bene che aveva­mo un appuntamento...

Rosa                              - (ha un gesto come per dire: «Non so che dirle »).

Joe                                 - (seccato) Va bene. (La congeda con un gesto).

Rosa                              - (esce dalla seconda a destra).

Joe                                 - (a Elena) Addio.

Elena                             - Senti, papà... Vorrei tanto che non litigassi con Harris...

Joe                                 - Ma è una manìa, dunque! Prima di tutto... (S'interrompe). Che c'è fra voi due? Dimmi la verità.

Elena                             - Niente. (Ma è turbata).

Joe                                 - (le va vicino, premuroso) Elena, pic­cina mia... Tu sai che non ho che te al mondo...

Elena                             - (turbata) Sì... ed è la prima volta che ti domando qualcosa che non siano i pochi dollari per i miei capricci... (Commossa) Ri­sparmialo, papà.

Joe                                 - (allarmato) Cosa vuoi dire?... Cosa sai, tu?...

Elena                             - Non sono più una bambina... So che nella tua vita tu non hai avuto pietà che d'una sola persona...

Joe                                 - (allarmato) Elena!

Elena                             - (appassionata) Di me... Tu mi ami come se fossi veramente tua figlia...

Joe                                 - Sei la figlia della mia povera sorella...

Elena                             - (c. s.) Ed io non so pensare che non sei mio padre... Sento che farei qualunque sacrificio per te... Ti chieggo una sola cosa: ri­sparmia Harris.

Joe                                 - Ma cosa vuoi dire? Non crederai che voglia mangiarmelo... Gli offro una splendida posizione... gli do modo di guadagnare enor­memente...

Elena                             - Finisci sempre col non andare d'ac­cordo con chi fa affari con te... E quando ti metti contro una persona è finita... (Joe fa per. protestare; Elena continua) Lo so... l'ho visto...

Joe                                 - Ma, insomma... sei innamorata di Harris?

Elena                             - Sì.

Joe                                 - (amaro) È la prima volta che sono giuocato. È più furbo di quanto temevo.

Elena                             - No, non credere. Harris non mi ha detto una parola...

Joe                                 - Non è un uomo di parole, lui, ma di fatti... Me ne accorgo tardi... (Quasi fra se) Ma ancora in tempo, per fortuna!

Elena                             - (spaventata) Cosa vuoi fare?

Joe                                 - (brusco) Non te ne occupare. Non ti ho allevata come una principessa per offrirti al primo audace disperato che mi venisse fra i piedi...

Elena                             - Ma lui...

Joe                                 - Tu sarai la moglie d'un uomo degno di te, della posizione che io e mio fratello oc­cupiamo nel mondo. C'è una nobiltà del da­naro, e noi siamo i re del danaro. Qualunque nostro atto dev'esser governato dal senso di que­sta dignità.

Elena                             - Papà... promettimi di risparmiare Harris...

Joe                                 - (severo) Io ti prometto solo di perdo­narti questa prima interferenza nei miei affari a patto che sia l'ultima. Addio, Elena.

Elena                             - (va verso la sinistra, poi si ferma) Papà...

Joe                                 - T'ho già detto addio.

Elena                             - (rialzandosi sotto la sferzata) Papà, se so che non vai più d'accordo con Harris, an­drò da lui e gli chiederò di sposarmi. (Esce dalla sinistra).

Joe                                 - (ha un gesto di furore; siede alla scri­vania con la testa fra le mani).

Giovanni                       - (appare sulla prima a destra. Non è veduto da, Joe, e allora tossisce).

Joe                                 - (vivamente) Cosa c'è?

Giovanni                       - (preoccupato) Scusi tanto, signor Joe... Ma il signor Dixon è furioso... non vuole più aspettare...

Joe                                 - È tornato l'avvocato?

Giovanni                       - Nossignore.

Joe                                 - Il signor Rocky è venuto?

Giovanni                       - Sì, signore. Da un'ora, gliel'ho detto.

Joe                                 - Fallo entrare.

Giovanni                       - (esce dalla seconda a destra; poco dopo rientra).

Rocky                           - (lo segue. Quarant’anni, chiassosa ele­ganza, ossequiosissimo con Joe) Buongiorno, signor Roylott!

Joe                                 - (freddo) Buongiorno.

Brien                             - (trent’anni, segue).

Dick                              - (trentacinque anni, segue).

Giovanni                       - (esce dalla seconda a destra).

Rocky                           - Un altro avvoltoio, eh?

Joe                                 - Disgraziatamente, sì. Facciamo presto, per favore.

Rocky                           - Subito. (A Brien) Tu ti metterai dietro quella porta là (indica la sinistra) ed en­trerai al mio fischio.

Brien                             - (esce dalla sinistra).

Rocky                           - (a Dick) Tu... (A Joe) Da dove en­trerà questo tale?

Joe                                - (indicando la seconda a destra) Di là, al solito.

Rocky                           - (a Dick, indicandogli la prima a de­stra) Allora ti metterai là, ed entrerai al mio segnale.

Dick                              - (esce dalla prima a destra).

Rocky                           - Io, al solito, dietro la portiera. (Va al fondo, guarda dietro la portiera, prende una sedia, la mette dietro la portiera stessa. A Joe) Chiamerà lei o intervengo io?

Joe                                 - Chiamerò io... s'intende, se quel si­gnore diventasse un po' troppo vivace, non da­tegli tempo di fare sciocchezze.

Rocky                           - Va bene. (Si nasconde dietro la portiera).

Joe                                - (preme il bottone del campanello).

Giovanni                       - (appare sulla seconda a destra).

Joe                                 - (a Giovanni) Fa passare Dixon...

Evans                            - (irrompendo dalla sinistra) Eccomi qua, ancora in tempo, spero!

Joe                                 - (seccato) È mezz'ora che vi cerco!

Evans                            - (fa cenno a Giovanni d'uscire).

Giovanni                       - (esce dalla seconda a destra).

Evans                            - Sono stato chiamato dall'Hotel del Parco... Chiamata particolarissima, alla quale non potevo ricusarmi...

Joe                                 - Grazie tante!

Evans                            - Oh! Ve la sareste cavata benissimo da solo; e poi l'ottimo Rocky è di là?

Rocky                           - (affacciandosi alla portiera) Buon­giorno, avvocato.

Evans                            - Buongiorno, amico mio. (Rocky sparisce). Corro ali1Hotel, e so che nessuno mi ha telefonato di là... e che la persona non c'era.

Joe                                 - (ironico) Siete interessantissimo.

Evans........................... - Telefono a casa della persona... e so che è fuori da tre giorni... Allora ho subito capito ch'era un trucco per allontanarmi dal­ l'ufficio...

Joe                                 - (ironico) Mi compiaccio della vostra penetrazione.

Evans                            - Chiunque ci sarebbe caduto. Solo mi domando: a quale scopo Dixon ha fatto que­sta bella pensata?

Dixon                            - (dall'interno a destra, forte) Oh, in­somma, lasciami passare...

Giovanni                       - (dall'interno, a destra) Ma signor Dixon, scusi... ecco... (Irrompe, spinto, sulla seconda a destra). Signor Roylott... il signor Dixon dice che...

Joe                                 - (s'è alzato).

Evans                            - (s'è voltato).

Dixon                            - (appare sulla seconda a destra. Trenta­cinque anni, forte, minaccioso, cappello in te­sta, un po' trasandato) Il signor Dixon è stanco d'aspettare! Sono sei mesi che aspetta ed è ora di finirla!

Joe                                 - (freddo) Entra.

Dixon                            - (viene avanti).

Joe                                 - (freddo) Tieni pure il cappello.

Dixon                            - (senza cavarselo) Grazie.

Evans                            - (gentile) Buongiorno, signor Dixon.

Dixon                            - (lo fissa, poi, a Joe) Manda via que­sta canaglia se non vuoi che lo prenda a calci.

Evans                            - (dignitoso) Ma io...

Dixon                            - (movendosi) Te ne vai, sì o no?

Evans                            - (impaurito) Vado... vado... Che modo di trattare gli affari! (Si muove verso la prima a destra).

Dixon                            - (fa per colpirlo).

Evans                            - (sfugge, esce in fretta).

Dixon                            - (a Giovanni) Tu vattene, e chiudi la porta.

Giovanni                       - (ha un gesto).

Joe                                 - (gli fa cenno d'uscire).

Giovanni                       - (esce dalla seconda a destra).

Joe                                 - (ironico) Io posso restare?

Dixon                            - Senti, Joe... Bada che sono al li­mite estremo della pazienza.

Joe                                 - Sono sei mesi che lo dici.

Dixon                            - Questa volta sto per perderla.

Joe                                 - Sei tu che devi deciderti.

Dixon                            - Io non posso uscire dal nostro af­fare con ventimila dollari.

Joe                                 - Io non posso offrirtene di più.

Dixon                            - Dammene centomila e rinunzierò a tutto... Ho cinque figli.

Joe                                 - Oh, non cominciamo con i figli. Non è colpa mia se sei così prolifico.

Dixon                            - (ha un gesto di minaccia, poi si do­mina con evidente sforzo) No. No. Non pos­siamo discutere così. Calmiamoci...

Joe                                 - (sprezzante) Comincia tu...

Dixon                            - (sforzandosi) Comincio io. Sicuro. Io ho torto, lo so..; Ho un carattere troppo vio­lento. Ascoltami, Joe: è una questione di co­scienza... i miei brevetti valgono milioni.

Joe                                 - (calmo) Sarà, ma finora ci abbiamo ri­messo cinquecentomila dollari.

Dixon                            - (calmandosi) Esaminiamo il rappor­to con la maggiore serenità... vuoi? Stammi a sentire. Facemmo una società, tu ed io, soli, senza la tua grande anonima, per lo sfrutta­mento dei miei brevetti. Cinquecentomila dol­lari di capitale, duecentocinquantamila per uno...

Joe                                 - Ossia duecentocinquantamila versati da me e basta. Tu non hai versato che i bre­vetti...

Dixon                            - D'accordo. Ma valevano duecento­cinquantamila dollari!

Joe                                 - Perché tanto li ho valutati io!

Dixon                            - Per me valgono molto di più. Ma non voglio insistere. In sei mesi....

Joe                                 - (interrompendo) Scusa se interrompo.

Dixon                            - (interrompendo) Lasciami dire...

Joe                                 - Non posso lasciarti continuare perché è la premessa che è sbagliata. Tu dici che i ce tuoi » brevetti valgono molto di più di due­centocinquantamila dollari...

Dixon                            - Lo dico e lo dimostro...

Joe                                 - Adagio. Prima di tutto non sono tuoi, ma della società formata fra me e te, se non ti dispiace.

Dixon                            - Va bene, ma...

Joe                                 - Scusa: la società ha un capitale com­posto di cinquecentomila dollari, di cui duecen­tocinquantamila li ho messi io e duecentocin­quantamila li hai messi, per modo di dire, tu quando abbiamo valutato i brevetti duecento­cinquantamila dollari.

Dixon                            - Scusa...

Joe                                 - Permetti. I brevetti sono quindi della società, e non tuoi.

Dixon                            - Ma io non dico che siano completa­mente miei...

Joe                                 - Non sono tuoi né completamente né parzialmente: sono della società! Li hai appor­tati, sì o no?

Dixon                            - Sì, ma...

Joe                                 - Ma che? Sarebbe lo stesso come se io pretendessi che i duecentocinquantamila dollari che ho versati fossero miei. Sono della società, invece...

Dixon                            - È giusto. Sono della società. Ora tu mi dici che la nostra società è passiva...

Joe -                              - Non lo dico io: lo dice il bilancio.

Dixon                            - Ma il bilancio lo fai tu!

Joe                                 - Purtroppo! Spetta a me di farlo, perché è toccato a me il guaio di fare l'ammini­stratore. Ora il bilancio segna una perdita net­ta, nel primo esercizio, di trecento diecimila dol­lari, ossia più della metà del capitale, e la società non può più andare avanti per mancanza d'ossigeno. Bisogna o reintegrare il capitale, o metterla in liquidazione.

Dixon                            - Ma come faccio a reintegrare il ca­pitale se non ho un soldo?

Joe                                 - Allora lascia che lo reintegri io solo, come ti ho già proposto.

Dixon                            - Ma in questo modo tu diventi il padrone di tutto, ed io non sono più niente!

Joe                                 - Se il capitale lo metto tutto io mi sem­bra anche giusto.

Dixon                            - Ma i miei brevetti...

Joe                                 - E dagli con i tuoi brevetti! Non sono più tuoi! Non sono mai stati tuoi, da quando li hai messi nella società!

Dixon                            - (frenandosi) Scusa. Supponiamo che io ceda e consenta che tu solo reintegri il capi­tale. Quanto verseresti?

Joe                                 - Cosa t'importa?

Dixon                            - Così, per saperlo.

Joe                                 - Non ho ancora un'idea della somma che occorre.

Dixon                            - (con rabbiosa pazienza) Di' una ci­fra... Cinquecentomila dollari, per esempio.

Joe                                 - Vada per cinquecento mila.

Dixon                            - Il capitale allora diventerebbe di un milione?

Joe                                 - D'un milione? E perché?

Dixon                            - Scusa: altre cinquecentomila li met­teresti tu...

Joe                                 - Be'?

Dixon                            - E i cinquecentomila che ci sono già?

Joe                                 - Ma non ci sono più! Se ci fossero an­cora non saremmo in situazione fallimentare! Ci sono trecentodiecimila dollari di perdita net­ta, ossia sessantamila dollari più del capitale liquido... Il valore attuale dell'azienda è di cinquecento meno trecentodieci: ossia centonovan­tamila dollari, valore nominale.

Dixon                            - Io, quindi, nella nuova società, rimarrei per centonovantamila dollari...

Joe                                 - Sei pazzo? Da quei centonovantamila devi togliere innanzi tutto la mia parte...

Dixon                            - (avvilito) Ah?

Joe                                 - Eh! Sono sempre socio a metà se non mi sbaglio... Restano novantacinquemila. Tu hai preso, per quindici mesi, cinquemila dollari al mese di anticipo in conto stipendio, il che forma la somma di settantacinquemila dollari. Novan­tacinque meno settantacinque rimane venti. La tua parte di capitale si riduce quindi a venti­mila dollari soltanto.

Dixon                            - (abbrutito) La nuova società avreb­be allora un capitale composto di cinquecentomila dollari tuoi...

Joe                                 - Più i novantacinquemila che mi spet­tano ad oggi cinquecentonovantacinquemila che arrotonderei a seicento.

Dixon                            - E contro seicento... i miei venti­mila...

Joe                                 - E già.

Dixon                            - Di modo che non conterei niente...

Joe                                 - Conteresti per ventimila dollari...

Dixon                            - Contro venti volte tanto, ossia niente...

Joe                                 - Ecco perché ti ho offerto di versarteli senz'altro e chiudere la partita...

Dixon                            - E prenderti la mia invenzione...

Joe                                 - La tua? Ma sei cocciuto!

Dixon                            - No, non sono cocciuto... sono un imbecille... Ora ho capito in quale tranello mi ha tirato quel tuo mascalzone d'avvocato col suo sorriso di falso cretino... (Senza alzare la voce) L'unica sarebbe ammazzarvi tutti e due...

Joe                                 - (alzandosi) Tu mi minacci?

Dixon                            - (senza alzare la voce) No, no... non ti minaccio... considero un'ipotesi... (Pausa). Naturalmente, se accetto, tu non mi darai più i cinquemila dollari al mese...

Joe                                 - Capirai bene che la prima cosa da fare è instaurare un regime di stretta econo­mia...

Dixon                            - Ho capito... (Pausa; poi si alza, deciso, dominandosi). Va bene. Sono rovinato, ma ho imparato una nuova cosa... E forse non l'ho pagata troppo cara questa esperienza. Tu, dunque, non vuoi darmi una liquidazione di E centomila dollari per permettermi di rifarmi una vita?

Joe                                 - Non posso, Dixon.

Dixon                            - Va bene. Io rifiuto d'andarmene, non approverò il bilancio, non approverò nes­sun conto, mi opporrò ad ogni deliberazione, di qualunque genere. Finche la società è in pie­di io sono socio a metà; vedremo chi si stan­cherà prima.

Joe                                 - Non te lo consiglio.

Dixon                            - (senza collera) Hai ancora il corag­gio di darmi consigli?

Joe                                 - Sì, perché te ne occorrono ancora. Come ben ricorderai la mia società, non la no­stra, fra me e te, ma la mia, la grande Anonima Fratelli Roylott, ha il diritto di entrare quando crede nella nostra società a condizioni di per­fetta parità...

Dixon                            - (colpito) E che c'entra questo?

Joe                                 - C'entra perché è scritto, accettato e firmato da te. Se assumi questo atteggiamento di ricattatore...

Dixon                            - Io ricattatore?

Joe                                 - Hai minacciato di opporvi sistematica­mente a tutto se non ti do centomila dollari: e questo non si chiama ricatto?

Dixon                            - (stringendo i pugni) Ah, senti...

Joe                                 - Se insisti, oggi stesso la mia società eserciterà il suo diritto di opzione ed entrerà nella nostra in condizioni di perfetta parità ver­sando cinquecentomila dollari. Il capitale sarà subito per tre quarti nostro, e la liquidazione la faremo lo stesso...

Dixon                            - (gettandoglisi addosso) Ah, ora ba­sta! (Lo tempesta di pugni, lo afferra alla gola, lo rovescia sulla scrivania).

Joe                                 - (chiamando) Rocky!

Rocky                           - (si slancia su Dixon).

Brien                             - (irrompe dalla sinistra).

Dick                              - (irrompe dalla prima a destra).

Evans                            - (lo segue).

Giovanni                       - (irrompe dalla seconda a destra).

Dixon                            - (convulso) Ah! M'avevi preparato il tranello? (Respinge violentemente Rocky che va a cadere sul divano, afferra gli oggetti sulla scrivania e li lancia contro Joe. Prende il grosso portafoglio di cuoio, glielo getta in faccia. Joe si schermisce istintivamente: il portafoglio esce dalla finestra).

Joe                                 - Arrestatelo...

Tutti                              - (si gettano su Dixon e lo immobiliz­zano).

Joe                                 - Miserabile... ladro... ricattatore... Am­manettatelo!

Rocky                           - (cava di tasca le manette).

Dick                              - Alt. Niente manette. Questo signore non è passibile d'arresto.

Joe                                 - (furioso) Cosa dite?

Rocky                           - Come ti permetti...

Dick                              - Mi permetto ciò che posso, signor Rocky. Io sono l'ispettore Dick Mackay, della Direzione Centrale, e quindi vostro superiore in tutto e per tutto. Ecco i miei documenti. (Porge la sua tessera a Rocky).

Rocky                           - (allibito, guarda la tessera, poi) Io... Non so...

Dick                              - Mostratemi ora la vostra licenza di condurre un'agenzia di polizia privata, e vi au­guro di trovarla in regola.

Rocky                           - (sollevato) Ah, di questo non c'è dubbio... È sempre in regola. (Porge la sua licenza).

Dick                              - (la esamina attentamente) Meglio per voi.

Joe                                 - (rimettendosi) Ma... che significa tutto questo?

Dick                              - Significa semplicemente che la Direzione Centrale ha voluto controllare il funzio­namento dell'Agenzia di Polizia Privata diretta dal signor Rocky, ex sergente di polizia, e mi ha ordinato di entrarvi come semplice agente.

Joe                                 - Non vedo in che la cosa possa interessare la mia società...

Dick                              - Ho risposto ad una sua domanda. Aggiungerò che alla Direzione Centrale è ap­parso strano il fatto che in tre anni il signor Rocky ha fatto in questa società ben sette ver­bali di tentato ricatto e minaccia a mano ar­mata... tutti senza seguito giudiziario.

Evans                            - Perché l'ufficio legale dell'azienda ha ritenuto, a suo insindacabile giudizio, di non denunziare i ricattatori alla polizia regolare.

Dick                              - Affari vostri.

Dixon                            - (è rimasto imbambolato, poi si riscuo­te) Signor ispettore... io non ho fatto niente di male...

Evans                            - Questo si vedrà.

Dick                              - Appunto: si vedrà, e si potrà vederlo solo in Tribunale, se lor signori sporgeranno querela per minacce e... (guarda Joe che ha un occhio nero) percosse contro il signor Dixon, il quale, non avendo commesso che questo rea­to, non può essere perseguito senza querela di parte. (A Brien e Giovanni che lo tengono) Lasciatelo.

Brien                             - (lascia Dixon).

Giovanni                       - (fissa Joe, come attendendo una conferma).

Dick                              - (a Giovanni) Avete inteso?

Giovanni                       - (indicando Joe) Ma...

Dick                              - Ma che?

Giovanni                       - (imbarazzato) Il padrone...

Dick                              - Il padrone è in cielo. Lasciate il si­gnor Dixon... (Giovanni esita). Avete capito, sì o no? (Giovanni esegue. A Dixon) Lei può andare.

Dixon                            - (prende il cappello. Esce a destra).

Evans                            - Scusi, sa, ma ho la vaga impressione che lei esageri.

Dick                              - Non credo.

Evans                            - Ho la presunzione di intendermi un po' di legge...

Dick                              - Anch'io.

Evans                            - Il signor Dixon ha minacciato il signor Roylott...

Dick                              - Occorre la querela per perseguirlo.

Evans                            - Ha tentato di estorcergli centomila dollari con minacce...

Dick                              - Non è esatto: ha chiesto centomila dollari mentre il signor Roylott gliene offriva ventimila: questa è contrattazione, non tenta­tivo d'estorsione.

Evans                            - Ma se ha minacciato di opporsi ad ogni deliberazione!

Dick                              - Ogni azionista ha diritto di opporsi nei modi e termini di legge a ciò che ritiene lesivo dei suoi interessi.

Evans                            - Lei vorrà convenire che il signor Dixon ha commesso almeno una violazione di domicilio!

Dick                              - No. Il signor Dixon ha semplicemen­te percosso il signor Roylott nel di lui domici­lio, dopo essere stato da costui volontariamente ammesso nel suddetto domicilio. Non è respon­sabile che di percosse inferte dopo grave pro­vocazione che io sono pronto ad attestare occor­rendo. (A Rocky) Lei si presenti nel pomerig­gio al Commissariato Quarto chiedendo di me. Porti tutti i registri, e, in attesa d'altri ordini, tenga chiusa l'agenzia. Buongiorno, signori. (Esce dalla seconda a destra).

Evans                            - (a Rocky) Che bestia!

Rocky                           - (allibito) Chi avrebbe mai potuto prevedere...

Joe                                 - (riprendendosi) Inutile recriminare. Andate, Rocky.

Rocky                           - (saluta, esce dalla seconda a destra).

Brien e Giovanni           - (lo seguono).

Joe                                 - Non perdiamo la testa. È un semplice infortunio. Lo zelante ispettore Mackay si ac­corgerà prestissimo d'aver sbagliato. Scriverò subito per lui... anzi partirò senz'altro dopo pranzo. In quanto a Dixon liquidatelo con i centomila che domanda: meglio levarselo dai piedi senz'altro. Tanto è e rimarrà un imbe­cille... (Si muove verso la scrivania). E andrà in rovina lo stesso... (Squilla il campanello del telefono; Joe prende il telefono, nervoso) Sì... Che c'è? Stefano Morris? Non ho tempo, ora... Reclami, faccia causa, non mi secchi! (Rimette a posto il telefono; a Evans) Ecco, vedete? Voi li fate licenziare per le vostre biondine, ed io ho le seccature. (Guarda sulla scrivania). Ma... (Allarmato) Dov'è il portafoglio?

Evans                            - Quale portafoglio?

Joe                                 - (allarmato) Il mio, privato, con i do­cumenti riservati... (Getta per aria tutte le car­te). Chi l'ha preso?... Signorina!

Giovanni                       - (dalla seconda a destra) È uscita per la colazione, signore...

Joe                                 - (frenetico) Quel grosso portafoglio di cuoio giallo ch'era qui... sulla scrivania... dov'è?

Giovanni                       - Ah! Ora ricordo... Dev'essere in cortile...

Joe e Evans                   - (insieme) In cortile?

Giovanni                       - Sì... ho veduto il signor Dixon mentre lo tirava...

Joe                                 - (c. s.) Ah, perbacco... Corri... corre­te... tutti.... (Va alla finestra, si sporge, grida) Ehi, là, voi... Sì, voi!

Giovanni e Evans          - (escono di corsa dalla si­nistra).

Joe                                 - (sempre alla finestra) Voi, sì... anche voi... tutti... è caduto un portafoglio... grosso, di cuoio giallo... chiuso a chiave... cercate... cercatelo tutti... tutti... Sì, qui sotto... dev'esser caduto di qui... (Si volge di scatto, fa per correre alla seconda a destra, si ferma terro­rizzato, alza le mani. Pausa tragica; poi, men­tre sale dal cortile V affannoso mormorio di quelli che cercano il portafoglio, con voce in cui vibra uno spavento mortale) No... No... non farlo... ho una figlia... avrai tutto... tutto ciò che vorrai., no... dei milioni... (Prende il li­bretto di chèques che ha firmato, lo getta nella seconda a destra) Prendi... è tuo... sono nove assegni firmati... al latore... non devi che in­cassare... per pietà... te ne scongiuro... (Cade in ginocchio con le mani giunte). Ti prometto qualunque cosa... te lo giuro sulla tomba di mia madre... (Rimbomba un colpo di revolver dalla seconda a destra; quindi si odono dei passi frettolosi. Joe cade morto. Continua il vocìo nel cortile, che man mano s'avvicina. Si distingue la voce di Erick che grida: «Si deve trovare! Qui è caduto...»; poi, dopo una pausa: «Joe! Joe, affacciati!». Aumentano il vocìo e il rumor di passi, quindi tutti entrano dalle varie entrate, disordinatamente).

Peters                            - (segue dalla prima a destra. Sessant’anni, tipo di vecchio impiegato).

Evans                            - (per il primo vede il corpo di Joe) Oh!...

Erick                             - (furioso) Ma come ha fatto a per­dere una cosa così importante... (Vedendo il cadavere) Oh!... (Urlando) Joe! Joe! (Si getta sul fratello, lo scuote, lo solleva, lo lascia con ribrezzo e terrore). Sangue... (Si guarda le mani).

Tutti                              - (hanno un grido d'orrore).

Erick                             - (urlando) Dixon! Dixon! Dixon è stato... Afferratelo... Arrestatelo... Telefonate... Oh, povero fratello mio... povero Joe... Joe.... Joe!... (Singhiozza violentemente, cadendo in ginocchio accanto al corpo del fratello).

(Movimento: qualcuno si precipita alle usci­te; Evans telefona febbrilmente; le donne pian­gono; gli altri s'affacendano intorno a Joe ed a Erick).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

Stessa scena del primo. Qualche ora dopo.

Erick                             - (è seduto su una poltrona, abbattutissimo).

Evans                            - (al telefono, impaziente di finire, seb­bene corretto) Sì... sicuro... riferirò... No, il signor Erick non c'è... non è ancora tornato... No... Va bene... Sicuro... Grazie... Riferirò... Oh, no, per carità, non s'incomodi... Il povero Erick non sarebbe in grado di riceverlo... È abbattutissimo... Niente, per ora... Grazie... Certo che riferirò... Gr... Arrivederci... Sicu­ro... Arriv... Ah!... Certo, certo. Grazie. Buon-giorno. (Toglie la comunicazione, chiama di nuovo) Signorina? Sì. Faccia il piacere di non dare più la comunicazione... No, a nessuno... Li faccia parlare tutti con l'ingegnere Rogers. (Impazientendosi) Tutti, tutti ho detto. (Riap­pende il telefono).

Erick                             - (con voce alterata) Chi era?

Evans                            - Jackson.

Erick                             - Ah... forse avrei fatto meglio a par­largli io.

Evans                            - Non si formalizzerà in una circo­stanza come questa.

Erick                             - (dopo una pausa) Mi pare d'im­pazzire.

Evans                            - Dovete farvi coraggio, Erick.

Erick                             - Mi sembra di non aver più la testa. Mio fratello era l'anima di tutto.

Evans                            - Me ne rendo conto... Sono appena due ore che l'hanno portato via... Ma bisogna dominarsi, reagire... Altrimenti dovrete chiude­re lo stabilimento.

Erick                             - Ci ho pensato... E forse lo chiuderò se Elena è d'accordo.

Evans                            - Elena? Ah, già...

Erick                             - È lei l'erede generale di mio fra­tello, e metà della ditta è sua... E apparterrà tutta a lei quando sparirò anch'io... e sarà presto.

Evans                            - (dopo una pausa) Voi avete bisogno di riposo, Erick.

Erick                             - Oh sì, un bisogno estremo... Joe ed io ci davamo il cambio, ed ecco perché alla te­sta del movimento c'era sempre un cervello fre­sco, agile, attento... Se potessi liquidare tutto, al settanta... al cinquanta per cento...

Evans                            - Non lasciatevi abbattere così... Cer­cheremo, vedremo... Io stesso, se volete, potrò occuparmene... con l'aiuto di Rogers, di Peters. (S'ode bussare alla porta). Avanti!

Giovanni                       - (sulla seconda a destra. Parla a voce bassa) Il signor ingegnere Rogers.

Evans                            - Digli domani... Domani ci sarà tempo per tutto.

Giovanni                       - (esce).

Erick                             - L'ispettore che sta facendo?

Evans                            - Gira per lo stabilimento e prende delle misure... Mi dà l'idea d'un uomo poco sicuro di quello che fa.

Giovanni                       - (sulla seconda a destra di nuovo) L'ingegnere Rogers dice che si tratta di cosa molto urgente.

Erick                             - Fa' passare.

Giovanni                       - (fa un cenno).

Rogers                           - (entra dalla seconda a destra).

Erick                             - Che c'è, Rogers?

Rogers                           - La signorina sta dando tutte le te­lefonate a me... Ma ce n'è qualcuna molto im­portante... come quella del Presidente della Banca...

Erick                             - Ah... avrei dovuto parlargli io...

Evans                            - (spazientendosi) La gente capirà be­nissimo che non potete parlare con nessuno... Rogers, pensate voi a tutto e lasciatelo tran­quillo.

Rogers                           - È quello che pensavo anch'io... ecco perché son venuto a chiedere un'autoriz­zazione.

Evans                            - Allora andate...

Rogers                           - C'è un'altra cosa. L'ispettore di polizia mi ha chiesto di fargli preparare un elenco di tutti i pagamenti fatti oggi.

Evans                            - Date ordine in contabilità...

Rogers                           - L'ho fatto. Ma il ragioniere desi­dera l'ordine dal signor Roylott.

Evans                            - Quante formalità... Chiamate il ra­gioniere.

Rogers                           - (esce dalla prima a destra e rientra poco dopo).

Peters                            - (lo segue).

Evans                            - È proprio questo il momento di fare dell'ostruzionismo?

Peters                            - (aspro) Io non faccio nessun ostru­zionismo, ed a quanto mi risulta non so di tro­varmi alle sue dipendenze, signor avvocato.

Evans                            - Oh, scusi tanto, sa!

Peters                            - Scusi lei.

Erick                             - (stanco) Dica, Peters.

Peters                            - Questo elenco dei pagamenti posso darlo anche subito, perché è pronto... Ma Rogers m'ha detto che l'Ispettore vuole tutte le giustificazioni di spesa...

Erick                             - Ebbene?

Peters                            - Ci sono, proprio oggi, varie voci senza giustificazione...

Erick                             - (colpito) Ah, già.

Peters                            - Il versamento alla vedova Snobbins, il versamento al tutore degli orfani O'Hara...

Erick                             - (riprendendosi) Diamine, diamine... Ho capito...

Peters                            - Poi c'è un versamento all'avvocato Evans, come al solito ingiustificato...

Evans                            - (seccato) Ingiustificato?

Peters                            - (aspro) Per me sì, perché non esi­ste documento corrispondente.

Evans                            - So ben io perché ho riscosso.

Peters                            - (aspro) Ma io non lo so.

Evans                            - Cosa intende dire?

Peters                            - Quello che ho detto: che non lo so. Ho avuto ordine di pagare ed ho pagato, ma ne ignoro la ragione. .

Evans                            - La quale non la riguarda.

Peters                            - Non mi riguarda e non me ne im­porta, ma la ignoro lo stesso. Quindi non posso rispondere alla richiesta della polizia. Ecco perché non ho ottemperato all'invito dell'ingegnere Rogers, e non per fare dell'ostruzionismo come lei, con grande leggerezza, ha ritenuto.

Evans                            - (seccato) Ragioniere!

Peters                            - (secco) Dottore in scienze commer­ciali, prego.

Erick                             - (alzandosi) Basta. (Si porta le mani alla fronte, si copre gli occhi ed il viso. Pausa. Poi, rimettendosi) Sì. Bisogna riprendere subito. Questo non è uno studio: è una trincea. (Va alla scrivania, calmo, istintivamente metodico). Ha ragione, Peters. Grazie. (Siede, riflette con la testa fra le mani).

Dick                              - (dalla seconda a destra, dopo una pau­sa) Eccomi qua. Vedo che il lavoro non s'ar­resta, malgrado tutto.

Erick                             - (con tristezza, ma deciso) Il lavoro non dà tregua, ispettore. Lei ha bisogno di me, non è vero?

Dick                              - Di lei e di tutti.

Erick                             - Sono subito a sua disposizione.

Dick                              - (a Rogers) Ha fatto preparare quell'elenco?

Rogers                           - (ha un gesto).

Erick                             - (interrompendo) Stiamo appunto studiando il modo per farglielo avere al più presto.

Dick                              - (sedendosi) È un affare complicato?

Erick                             - No, o almeno non lo sarebbe se lei non volesse tutte le giustificazioni di spesa. In un'azienda come la nostra ci sono sempre molti pagamenti... dirò così... segreti.

Dick                              - Sono proprio quelli che m'interes­sano.

Erick                             - (lo fissa stupito) Scusi... perché?

Dick                              - Per l'inchiesta... Mi meraviglio che lei me lo domandi.

Erick                             - (dopo una pausa) Ho capito. Allora faccia quest'elenco, Peters...

Dick                              - Completo, per cortesia.

Peters                            - (guarda Erick).

Erick                             - Completo.

Peters                            - Va bene. (Esce per la prima a destra).

Rogers                           - (lo segue).

(Un silenzio).

Evans                            - Dunque, ispettore... Cosa ha sco­perto?

Dick                              - Quasi nulla.

Evans                            - Non ci sono indizi?

Dick                              - Trascurabili.

Evans                            - Sospetti?...

Dick                              - Sospetti seri nessuno.

Evans                            - Pure, quel Dixon...

Dick                              - Dixon è uscito prima di me da que­sta stanza... Io sarei più indiziato di lui.

Evans                            - Questa non è una ragione.

Dick                              - Purtroppo. Ed è la ragione che bi­sogna innanzi tutto cercare in un delitto... Co­nosciuta quella si fa presto a riconoscerne l'au­tore.

Erick                             - Così si potesse scoprire la ragione dell'assassinio di mio fratello...

Dick                              - Ah, quella l'ho scoperta.

Erick                             - (sorpreso) Lei...

Dick                              - Sì. Si tratta d'una vendetta.

Erick                             - Una vendetta?

Evans                            - Ma se poco fa diceva di non aver scoperto nulla!

Dick                              - Nulla d'importante, ma non nulla di nulla. Suo fratello era qui alla finestra, gri­dando di cercare il portafoglio di cuoio giallo... (Movendosi verso Erick). Qui, proprio dov'è lei. (Erick si alza di scatto, turbato). I testimoni sono tutti concordi nell'affermare che fra il suo ultimo grido e la scoperta del delitto non è trascorso un minuto... Egli dunque è stato col­pito in quel minuto. La finestra è alta sul cor­tile tre metri e mezzo, e per salire fin qui, dal cortile, bastano quindici secondi. Quindi l'assas­sino può essere anche fra quelli che cercavano nel cortile il portafoglio scomparso.

Evans                            - Eravamo in trenta...

Erick                             - Ed anche più!

Dick                              - Precisamente diciassette persone. Ho potuto controllarlo. Suo fratello teneva enorme­mente a quel portafoglio, nel quale c'è forse la causa del delitto. Ha gridato ancora di cercarlo, poi s'è voltato per venire a cercare anche lui. Voltandosi ha veduto l'assassino, fermo là (in­dica la seconda a destra), che lo prendeva di mira.

Erick                             - (tremando) Oh...

Dick                              - Suo fratello lo ha immediatamente riconosciuto ed è caduto in ginocchio...

Evans                            - In ginocchio!

Dick                              - Si vede nettamente la polvere sui pantaloni... Si è anzi trascinato in ginocchio, forse per impietosire, per chiedere perdono...

Evans                            - (terrorizzato) Perdono... ma perché, scusi... per quale ragione...

Dick                              - Se lo sapessi saprei chi ha sparato...

Evans                            - Ma può esser caduto sulle ginocchia dopo d'essere stato colpito!

Dick                              - Il cammino della palla è dall'alto in basso, e ciò dimostra che il colpo è partito da un uomo in piedi, che mirava contro la vittima già in ginocchio.

Erick                             - (con la faccia fra le mani) È terri­bile... terribile... (Rialzando la testa) Non ca­pisco, non vedo... perché quel miserabile avreb­be atteso che Joe si mettesse in ginocchio per sparare?

Dick                              - Non ha atteso che si mettesse in gi­nocchio... Ma atteso solo che si voltasse...

Erick                             - E perché?

Dick                              - Per non colpirlo alle spalle quando era alla finestra... Per essere veduto e ricono­sciuto... (Erick si alza spaventato). Ha voluto non solo colpire, ma far sapere alla vittima chi colpiva e perché colpiva. Ecco perché son certo che si tratta d'una vendetta.

Erick                             - (emozionato) Ho capito... è chia­ro... è proprio come lei dice...

Dick                              - (dopo una pausa) Chi, secondo lei, poteva sentire il bisogno di vendicarsi di suo fratello... e perché?

Erick                             - (ricomponendosi) Non... non ne ho un'idea. Quello che posso dirle è che né io né il mio povero fratello sapevamo d'avere dei ne­mici. In tutta la nostra vita non abbiamo fatto che del bene, dando da vivere a centinaia di operai e d'impiegati... (Guarda Evans).

Evans                            - (guarda Dick).

Dick                              - (fissa Evans).

Evans                            - (guarda il soffitto).

Erick                             - Abbiamo due medici fissi... D'estate contribuiamo a mandare al mare e in montagna i figli degli operai e degli impiegati... Non so... non so proprio.

Dick                              - Nemmeno io. Del resto quello che lei mi dice mi è noto... Tutte le grandi orga­nizzazioni praticano ormai questa politica del lavoro. Innanzi tutto perché vi sono obbligate...

Evans                            - Ecco...

Dick                              - Non c'è la legge che regola il la­voro?

Evans                            - Sì, ma noi l'applichiamo con parti­colare benevolenza.

Dick                              - «Noi»? Lei fa parte della ditta?

Evans                            - Non come socio. Io sono solo il capo dell'ufficio legale.

Dick                              - Oh, benissimo. Lei è proprio la per­sona più adatta per illuminarmi alcuni punti oscuri...

Evans                            - Ai suoi ordini.

Erick                             - (abbattuto) Ed io lo lascerò libero d'interrogarlo con tutto il suo comodo, ispettore. Vado a casa, da mia nipote ch'è in uno stato indescrivibile... Sono io stesso in condizioni da non poter resistere... (Esce dalla sinistra, quasi barcollando).

Dick                              - (guarda uscire Erick; poi, dopo una pausa, si volge a Evans).

Evans                            - (è inquieto, ma si ricompone appena incontra lo sguardo di Dick) A sua disposi­zione.

Dick                              - (con una sfumatura di disprezzo) Capo dell'ufficio legale... In che consiste quest'ufficio legale?

Evans                            - (come sorpreso dalla domanda) Mio Dio... È un ufficio legale...

Dick                              - La ditta ha molte cause?

Evans                            - Una ditta importante... si sa... ha sempre delle cause.

Dick                              - Di che genere?

Evans                            - Di che genere?!

Dick                              - (cavando una sigaretta, affermativo) Eh. (Accende, fuma).

Evans                            - Ma... di ogni genere.

Dick                              - Adulterio, sostituzione d'infante, ratto consensuale...

Evans                            - Che c'entra questo?

Dick                              - Lei mi parla di cause d'ogni genere ed io cerco d'orientarmi.

Evans                            - Dico d'ogni genere relativamente all'attività dell'azienda... che è uno stabilimento chimico.

Dick                              - Ossia? Di genere chimico?

Evans                            - Anche.

Dick                              - Avvocato, lei mi delude.

Evans                            - Io?

Dick                              - Vedendo il signor Roylott cogliere con tanta premura l'occasione per andarsene e lasciarmi a discorrere solo con lei avevo creduto che lei fosse la testa forte della società.

Evans                            - Scusi... non capisco.

Dick                              - Eppure sono chiaro. Le ho rivolto due domande semplicissime: In che consiste il suo ufficio legale e che genere di cause ha: e lei non riesce ancora a darmi una risposta.

Evans                            - (con dignità) Il suo sembra un vero interrogatorio.

Dick                              - Non sembra: lo è. Che ci trova di strano?

Evans                            - Tutto: cominciando dall'interroga­torio. Lei ha sospetti su di me?

Dick                              - Ora è lei che interroga, mentre non ha che il dovere di rispondere.

Evans                            - (alzandosi) Il dovere?

Dick                              - Il dovere. Sono qui formalmente de­legato per un'inchiesta, e non esiterò ad arre­stare chiunque, se lo riterrò necessario.

Evans                            - Lei dimentica che io sono avvocato.

Dick                              - E lei non sa che lo sono anch'io. Non si diventa ispettori superiori senza laurea. Quindi si calmi, risponda senza divagare e non pensi d'impressionarmi in nessun modo.

Evans                            - (dominandosi) Lei ha un modo di esprimersi... Mi rendo conto ch'è abituato a interrogare ladri ed assassini, ma un minimo di deferenza verso un... un collega non lo troverei fuori posto.

Dick                              - Per me la qualifica di avvocato è un'aggravante non una attenuante.

Evans                            - (tace sbalordito, poi si passa le mani sulla fronte, come per riordinare le idee; ja quindi alcuni passi come per imporsi la calma. Riprende quindi a parlare, preciso, sicuro) Sono pronto a rispondere a tutte le sue do­mande, e a dirle tutto quello che so nei limiti che la legge mi consente...

Dick                              - (freddo) Ossia nei limiti del segreto professionale.

Evans                            - (freddo) Perfettamente.

Dick                              - D'accordo. Spetterà a me giudicare quando il segreto professionale raggiungerà i confini dell'omertà.

Evans                            - No. Questo giudizio è devoluto ad una autorità molto superiore a lei ed a me.

Dick                              - Lo so. Al magistrato. Ed è precisa­mente davanti al magistrato ch'io la porterò se le mie domande rimarranno senza risposta.

Evans                            - (scattando) Ma sotto quale accusa?

Dick                              - (freddo, subito) Questo si vedrà.

Evans                            - Ma lei è pazzo!

Dick                              - Lei, per sua disgrazia, non lo è. Ciò premesso e considerato, come si dice negli atti legali, vuol decidersi a rispondere alle mie do­mande, sì o no?

Evans                            - (perdendosi) Ma quali domande, Dio santo?

Dick                              - Gliele ho già fatte.

Evans                            - (guardingo) Sull'ufficio legale?

Dick                              - Sull'ufficio legale.

Evans                            - (pensa. Pausa; poi, sedendo) Eb­bene m'interroghi. Diriga lei la conversazione, perché io non so proprio da dove cominciare. Avanti.

Dick                              - Avanti. In che consiste quest'ufficio legale? (Evans lo guarda stupito. Dopo una pausa) Coraggio.

Evans                            - Cosa vuole che le dica del mio uf­ficio? Di quante stanze si compone? Che per­sonale impiega? Di quali mobili è arredato?

Dick                              - (dopo aver fissato Evans, movendosi, pa­ziente) Il suo ufficio, avvocato, si compone di quattro stanze che s'aprono sul corridoio in fondo al quale sono i locali del Gabinetto Espe­rienze. Nella prima stanza c'è l'avvocato John­son, suo sostituto, e una signorina. Nella secon­da c'è la signorina Clara, sua segretaria parti­colare. Nella terza stanza c'è lei. Nella quarta c'è l'altro suo sostituto, avvocato Stork, e il si­gnor Palmeston, antico ufficiale giudiziario, il cui vero nome è Giorgio Barret.

Evans                            - Ecco...

Dick                              - So cosa vuol dirmi. Barret fu con­dannato per falso in atto pubblico.

Evans                            - Desidero chiarire...

Dick                              - Non occorre. Ha espiato la sua pena, e nessuno può molestarlo.

Evans                            - L'ho impiegato per pietà...

Dick                              - La pietà è un sentimento, e lei non è un sentimentale. Barret si trova nel suo studio perché è utile.

Evans                            - Certo io non posso fare della bene­ficenza...

Dick                              - Precisamente... Barret è un interme­diario che tratta quella categoria di persone con cui né lei né i suoi sostituti potrebbero incon­trarsi...

Evans                            - Si renderà conto che ci sono delle distanze sociali...

Dick                              - Naturalmente: distanze sociali, ge­rarchie, capisco. Non può trattar lei certi te­stimoni, né dare di sua mano cento dollari a un usciere che notifica un atto con una data irregolare o a un domicilio volutamente sba­gliato...

Evans                            - Permetta...

Dick                              - Per queste faccende ci vuole il ma­scalzone bollato.

Evans                            - (emozionato) Ma questa è un'in­famia...

Dick                              - (tagliando) Lo so. È negli uffici le­gali come il suo che si tramano queste infamie. È là che si stillano contratti dall'aria innocente, che nelle sapienti diciture degli articoli conten­gono la trappola in cui cadono gl'inesperti e i deboli. È una forma di delinquenza legale che la vigente legislazione, disgraziatamente, non punisce: la delinquenza dei pirati della finanza che armati di carta bollata predano né più né meno dei briganti del secolo scorso, i quali ave­vano almeno il merito di affrontare i moschetti della polizia. Ecco cos'è il suo ufficio legale, avvocato Evans: un covo di banditismo moder­no, uno strumento legale per eludere la legge. E lei che di quell'ufficio si serve per servire i rapaci che lo pagano, per me non è che un sicario, un gangster con un titolo accademico, un bravo armato di laurea, e perciò più peri­coloso di quelli del Seicento che erano armati solo di pugnale.

Evans                            - (beffardo) Se ha finitomi permet­terò di chiederle se ha domande precise da farmi. Io sono qui per rispondere ad un inter­rogatorio, non per ascoltare un discorso da comizio.

Dick                              - La domanda precisa gliel'ho rivolta, e lei non ha ritenuto opportuno rispondermi. Il discorso da comizio gliel'ho fatto nella spe­ranza che lei si decidesse ad aiutarmi a scoprire la verità innanzi tutto nel suo interesse, perché su di lei pesa la stessa minaccia che grava su Erick Roylott.

Evans                            - (beffardo) Oh... La mia coscienza è tranquillissima, e la mia posizione è chiara come il cristallo.

Dick                              - (fissa Evans, si alza, fa qualche passo, pensoso).

Evans                            - (accende una sigaretta, disinvolto).

Dick                              - (fermandosi, fissando Evans) Quale crede che sia il pericolo che minaccia lei ed Erick Roylott?

Evans                            - (tranquillo) Non ne ho un'idea, ma sono pronto ad ogni eventualità. Ho le carte in regola, caro signor ispettore e avvocato. Le ho sempre avute in regola.

Dick                              - Anche Joe Roylott le aveva in re­gola...

Evans                            - (ha un guizzo) Joe?

Dick                              - Joe. Aveva una biblioteca intera di carte, ma non gli è servita a niente. Ah, lei crede d'esser minacciato da un processo, d'es­sere sfidato ad un duello a colpi d'articoli di quel codice che lei conosce tanto bene, e quindi sì sente sicuro di sé, perché sa d'essere il più forte e il più agguerrito? Si sbaglia, illustre capo dell'ufficio legale. La minaccia che grava su di lei è una minaccia di morte...

Evans                            - (ha un gesto di terrore) Lei...

Dick                              - Di morte! Chi ha ucciso Joe Roylott tiene l'arma puntata su Erick e su lei. Chi ha ucciso Joe Roylott ha voluto vendicarsi, ed ha colpito al petto e non alle spalle per godere del terrore della vittima, forse per compensarsi di un anno, di dieci, di vent'anni d'attesa! (Evans è terrorizzato; Dick ride nervosamente). Eh, eh! Discorso da comizio... Ne vuole un supplemento, di quel discorso? Eh? Vuole sen­tire il resto? Le dirò allora che la delinquenza è una malattia che non si sopporta a lungo, ed arrivata ad un certo stadio, è affrontata col fer­ro, così come il bubbone è trattato col bisturi! Cento anni fa, quando i delinquenti rubavano, violavano, uccidevano, scorrendo questo paese allora scarso di mezzi di comunicazione, di for­ze regolari, di una polizia veramente temibile, la gente, stanca d'esser vessata, taglieggiata, as­sassinata, fece sua la legge del giudice Lynch, si munì di corde e impiccò i delinquenti agli alberi. E cessarono in breve tempo i furti di greggi, gl'incendi di fattorie e tutte le altre spo­gliazioni d'allora che la legge imperfetta era impotente a punire. Oggi, quando un disgraziato derubato della sua idea, del suo danaro, di ogni suo bene, ha invano ricorso al magistrato, invano lottando contro un ufficio legale formidabile che ha l’avvocato Evans per le trovate giuridiche geniali, i distinti professionisti Johnson e Storck per svolgerle, sei dattilografe per fissarle nella terribile carta bollata, il prezioso Barret per far domiciliare erroneamente le citazioni, fabbricare volumi di prove, presentare schiere di testimoni falsi che cosa fa, dico, questo disgraziato che spesso è ridotto alla miseria e sa che l’ufficio legale può disporre di milioni di dollari? Con gli ultimi soldi rimastigli compra un revolver e sette cartucce, ed applica a modo suo la legge di Lynch. Ha capito ora, egregio ed illustre avvocato?

Evans                            - (terrorizzato) Forse… forse credo…. Di si….

Dick                              - (soddisfatto) Oh! Nel caso in esame debbo escludere la circostanza degli ultimi soldi e del gesto disperato, perché il nostro assassino si è comportato con la calma e la sicurezza di chi applica un piano perfetto, studiato e preparato nei suoi minimi particolari. Egli era fra coloro che hanno cercato il portafoglio di cuoio nel cortile, ed ha sparato solo dopo essersi impadronito di quel portafoglio che conteneva elementi che lo tenevano alla merce di Joe Roylott. Con quei documenti in mano l’uomo si è sentito sicuro e ha dato inizio alla vendetta, uccidendo Joe Roylott. Ma Joe non può essere il solo, perché ogni suo atto era legale, e preparato dal prezioso ufficio. Ci sono quindi altre persone da punire, altri uomini che, come Joe Roylott, debbono cadere in ginocchio e chiedere un perdono che non sarà mai concesso. Chi è questo assassino che si fa giustizia da sé? Non può essere che una delle vittime del suo stupendo ufficio legale, caro ed illustre avvocato capoufficio. Se lei mi guida, se m’aiuta, se parla, io posso arrivare alla scoperta ed all’arresto dell’assassino prima che Erick Roylott e lei stesos siano collocati sulla lastra di marmo del teatro anatomico. Se non m’aiuta, se non mi guida, se non parla arriverò ugualmente a scoprire l’assassino e ad arrestarlo, ma forse troppo tardi per lei e per il socio superstite della Società Fratelli Roylott. E con questo il comizio è finito, perché davvero non ho altro da dirle.

Evans                            - (è rimasto pensoso; si alza, viene avanti riflettendo; si muove ancora, si ferma di nuovo, pensa, poi)Lei è certo che l’assassino stato commesso da uno di coloro che hanno cercato il portafogli nel cortile?......

Dick                              - Sono certo che l’assassinio è stato commesso da colui “che ha trovato” il portafoglio nel cortile.

Evans                            - Ha detto che a cercare siamo stati in diciassette….

Dick                              - (cavando il taccuino)Ho scritto i diciassette nomi: ma a che vuol arrivare, av­vocato?

Evans                            - A restringere il numero dei sospetti. L'assassino è, secondo lei, fra quelli che cerca­vano... Ora fra i cercatori eravamo Erick ed io: si cominci con l'escludere noi due. Rimangono quindici persone...

Dick                              - Ammettiamo pure che siano quin­dici, il che non è esatto.

Evans                            - Perché?

Dick                              - Glielo spiegherò dopo: mi dica il suo ragionamento, ora.

Evans                            - Abbiamo quei quindici nomi... Ba­sterebbe... se è vero che l'assassino debba ri­cercarsi fra coloro che potrebbero aver avuto motivo di vendetta... vedere chi fra i quindici si trova in quelle condizioni... (Si ferma veden­do Dick scuotere negativamente la testa).

Dick                              - (ha scosso negativamente la testa) Questa indagine l'ho già fatta, e, se non sono venuto a capo di niente, è perché non ci sono state diciassette persone nel cortile, ma diciotto: diciassette che hanno cercato, e uno che ha tro­vato... forse senza cercare... che forse s'è tro­vato a passare quando il portafogli è caduto, che l'ha raccolto, aperto, e, sicuro ormai di poter agire, è salito ed ha sparato, mentre gli altri continuavano a cercare.

Evans                            - Così... se le sue deduzioni sono esatte... questo delitto non sarà punito... ri­marrà un mistero per sempre...

Dick                              - A meno che un'indagine accurata nei documenti del suo ufficio legale non ce lo chiariscano...

Evans                            - (pensoso) Già... Ma per fare questa indagine occorre un mese.

Dick                              - Perciò le ho chiesto d'aiutarmi.

Evans                            - Col mio aiuto occorrerà un mese... Senza di me le ci vorrebbe un anno... se pure...

Erick                             - (rientra dalla sinistra. Ha il cappello in testa, il portafogli di cuoio giallo di Joe sotto il braccio. È un po' incurvato; un tremito lo prende ogni tanto).

Autista                          - (giovanotto sui trent’anni, lo segue col berretto in mano).

Erick                             - (ha veduto Dick ed Evans, fa un cenno di saluto).

Dick e Evans                 - (lo guardano stupiti, e, notan­do il portafogli sotto il braccio di Erick, se lo accennano).

Erick                             - (all'autista) Puoi andare, Giulio. Non aprire la macchina... la chiave... dov'è la chiave?

Autista                          - (gli porge la chiave).

Erick                             - (gliela toglie di mano, lo congeda con un gesto).

Evans                            - (agitato) In nome del cielo, dove avete trovato... (S'interrompe ad un gesto di Dick).

Erick ........................... - (all'autista) Va'.

 Autista                         - (esce dalla sinistra).

Dick                              - Quel portafogli, signor Erick... È quello di vostro fratello?

Erick                             - (con un fremito) Si. Era nell'auto­mobile. Qualcuno deve averlo gettato dallo spor­tello aperto.

Dick                              - Cosa c'è entro? (Fa per prenderlo).

Erick                             - (scostandosi) Nulla... Più nulla. È completamente vuoto. (Lo apre, fa constatare a Dick che è vuoto; va quindi verso la scrivania, siede affranto).

Dick                              - Sapevate cosa c'era?

Erick                             - No.

Evans                            - È impossibile... Cercate di ricordar­vi... Dalla conoscenza di ciò che è stato sot­tratto si può sapere forse...

Erick                             - (ostinato) Non lo so... non ricordo...

Evans                            - (ansioso) Ma non è possibile... Joe non aveva segreti per voi... Cercate... ricorda­te... ora forse vi riuscirà difficile, ma più tardi, con calma...

Erick                             - Non so, non ricordo... Mi sono già torturato il cervello... è inutile. Non scopriremo mai niente.

Dick                              - (fissandolo) Non credo.

Erick                             - (nervoso) Non scopriremo mai niente.

Evans                            - Con l'ispettore siamo già arrivati a stabilire...

Dick                              - (interrompendo) ...che l'assassinio è stato commesso per vendetta. (Si mette fra Evans ed Erick, e tenendo una mano dietro le spalle fa cenno ad Evans di tacere). Ora andre­mo nell'ufficio legale con l'avvocato Evans per fare un'ispezione più attenta...

Erick                             - (nervoso, ansioso) Ecco, bene, an­date, io non v'accompagno perché...

Dick                              - (interrompendo) ... è stanco, lo vedo. Non abbiamo bisogno di lei, per ora. Voglio solo dirle, signor Roylott, che se lei ha un sospetto fa male a tenermelo nascosto.

Erick                             - (ostinato) Non ho nessun sospetto, gliel'ho detto già.

Dick                              - (fissandolo) Anche un'idea di sospet­to... una ipotesi per quanto assurda... farebbe bene a dirmela prima che sia troppo tardi.

Erick                             - (c. s.) Nessun sospetto, nessuna ipo­tesi, glielo assicuro. Lei crede che nell'ufficio legale si possa trovare una traccia... Cerchi, fru­ghi... L'avvocato Evans è a sua disposizione. Io non posso... Sono abbattuto, stroncato, fuori di me... Non desidero altro che... non pensa­re... lavorare... esser lasciato... (esitando) qui... solo.

Dick............................. - Ho capito. Del resto nemmeno io ho mai creduto di poter risolvere questo problema in poche ore. Parò preparare un elenco delle carte che mi occorrono e me ne ritornerò in uf­ficio ad aspettarle. Lascerò qui un brigadiere con due agenti...

Erick                             - Come vuole. Può fare anche a meno di lasciarli. L'assassino non è certo qui, ora.

(Bussano alla seconda a destra, due o tre colpi. Erick ha un balzo).

Dick                              - (volgendosi) Avanti.

Peters                            - (appare sulla seconda a destra. Ha in mano un quinterno di carta).

Erick                             - (nervoso) Cosa c'è, Peters?

Peters                            - L'elenco dei pagamenti chiesto dall'ispettore.

Dick                              - Ah, bene. Date a me.

Peters                            - (fissa Erick),

Erick                             - (ha uno stanco gesto d'assenso).

Peters                            - (porge il quinterno a Dick e fa per uscire).

Dick                              - (ha preso il quinterno e l'apre subito) È sicuro che ci sia tutto?

Peters                            - (fermandosi) Tutto quanto è pas­sato oggi per le mie mani, direttamente e indi­rettamente. (Fa per muoversi).

Dick                              - (senza guardarlo, leggendo) Un mo­mento ancora, signor Peters. Forse dovrò chie­derle qualche schiarimento. (Legge).

Evans                            - (a Dick) Allora io vado nel mio ufficio e comincio a farle preparare quanto ab­biamo stabilito. (Esce per la prima a destra).

Erick                             - (tocca nervosamente un tagliacarte, guarda il soffitto, le porte, la finestra).

Dick                              - (con gli occhi sul quinterno) Io vor­rei sapere intanto cos'è questa cifra di... (Bus­sano alla prima a destra). Avanti.

Giovanni                       - (appare sulla prima a destra) Signor ispettore, c'è un sergente arrivato dal Commissariato. Dice che ha un ordine urgen­tissimo.

Dick                              - Fatelo entrare.

Giovanni                       - (esce, e rientra precedendo Norton).

Norton                          - (lo segue. Giovane e forte sottufficiale di polizia, in borghese. Entra dalla seconda a destra, avanza verso Dick, gli porge un foglio di carta piegato).

Dick                              - (prende il foglio, legge; ha un gesto lie­vissimo di sorpresa. A Norton) Quando avete saputo?

Norton                          - Dieci minuti fa.

Dick                              - Rintracciate immediatamente le per­sone e accompagnatele qui.

Norton                          - (saluta, esce dalla prima a destra).

Giovanni                       - (lo segue).

Dick                              - (a Peters) La chiamerò più tardi, si­gnor Peters.

Peters                            - (a Erick) Volevo dire... Nel mio ufficio c'è il signor Morris...

Erick                             - (lo guarda stupito).

Peters                            - Stefano Morris, il ragioniere della sede di Daytona, licenziato ieri... Vorrebbe es­ser ricevuto...

Erick                             - (brusco) Non voglio vedere nessuno. (Gli fa cenno d'andare).

Peters                            - (esce dalla prima a destra).

Dick                              - (fissa Erick; poi, gentilmente) Vuol decidersi a dirmi tutto quello che sa, signor Roylott?

Erick                             - (ostinato) Gliel'ho già detto.

Dick                              - La paura è una cattiva consigliera.

Erick                             - (c. s.) Non ho nessuna paura.

Dick                              - Io- sono certo... certo come della cer­tezza... che lei commette un errore di cui si pen­tirà amaramente. Se non avessi la sicurezza matematica che non è stato lei...

Erick                             - (si scuote, quasi si alza in piedi, fissa l'ispettore).

Dick                              - (continuando dopo la breve pausa) ... e potessi avere solo un'ombra di sospetto che me lo consentisse... lo arresterei per metterlo al sicuro e darle il tempo di riflettere.

Erick                             - (si alza, viene avanti pensoso, si ferma. Dopo una pausa, tranquillo) Sarebbe il falli­mento, ispettore. Le aziende come la nostra non si possono fermare un solo istante. La fiducia e il credito sono il sangue nelle vene di un'im­presa. La circolazione è la vita.

Dick                              - Lei sa di questo? (Porge il foglio che gli ha portato Norton).

Erick                             - Di che si tratta?

Dick                              - Di sua nipote.

Erick                             - L'ho saputo quando sono tornato a casa, un'ora fa.

Dick                              - Chi è questo ingegnere Harris?

Erick                             - Un giovine di grande talento, che ha un ritrovato molto ingegnoso sugli idrocar­buri sintetici.

Dick                              - Benzina?

Erick                             - Benzina.

Dick                              - Un problema che, se non sbaglio, si cerca di risolvere da venti anni.

Erick                             - E che è stato già risolto venti volte. Ma i progetti e le formule vanno a dormire ne­gli archivi, altrimenti l'industria ed il commer­cio della benzina sarebbero rivoluzionati. Le grandi invenzioni spesso non cagionano che rovine.

Dick                              - Capisco. Forse è per questo che tanti inventori muoiono giovani.

Erick                             - (freddo) Può darsi. Credo che la morte o l'internamento in un manicomio d'un giovine inventore siano molto meno gravi della crisi d'una grande industria che dà vita a mi­lioni di persone.

Dick                              - È forse per questo che sua nipote ha sposato l'ingegnere Harris?

Erick                             - (freddo, calmo) No, ispettore. (Bre­ve pausa). Lei vuole farmi subire il solito inter­rogatorio che ogni ufficiale di polizia si ritiene in dovere di infliggere a chi si trova nelle mie condizioni. Lo prevedevo, ed ho cercato d'evi­tarlo, perché lo ritengo inutile e dannoso. Ma lei ha un dovere da compiere e vuole com­pierlo. S'accomodi, dopo di che spero mi vorrà usare il riguardo di lasciarmi tranquillo.

Dick                              - Le userò i riguardi che sono dovuti a chiunque.

Erick                             - (ancora calmo, ma via via riscaldan­dosi, senza però oltrepassare i limiti d'una fred­da cortesia) No, ispettore. Gli uomini come me non sono chiunque. Chi provvede con la propria potenza di lavoro alla vita di migliaia di uomini, che rappresentano altrettante fami­glie la cui esistenza è la vita di interi paesi, non è chiunque.

Dick                              - (punto) Mi permetta...

Erick                             - (tagliando) Non permetto. Lei ha bisogno del consiglio d'esser prudente. Il suo posto non è qui. Chi può parlare con me... par­lare, trattare, discutere... è il capo della poli­zia della Repubblica che ho già chiamato e che sarà qui domani. Gli uomini della mia posizione non vanno interrogati e investigati alla stregua di tutti. Noi abbiamo delle responsabilità che non sono quelle ordinarie, viviamo come non tutti vivono, abbiamo dei diritti speciali...

Dick                              - (interrompendo) E dei doveri spe­ciali...

Erick                             - (ergendosi, con forza) Ed una mo­rale speciale, di cui non dobbiamo render conto a uomini del suo grado, anche quando sono di una intelligenza pericolosa come la sua. Ha ca­pito, ispettore?

Dick                              - Ho capito. Sentirò domani cosa mi dirà il mio superiore in proposito. Per ora ho fatto invitare sua nipote e il suo freschissimo sposo a venir qui...

Erick                             - Non apprenderà nulla d'importante. Non si tratta che d'un colpo di testa giovanile di cui ho già rimproverato quella povera ra­gazza...

Norton                          - (viene dalla sinistra, si trae da parte per lasciar passare).

Elena                             - (vestita diversamente dal primo atto, appare sulla sinistra).

Harris                            - (negli stessi abiti del primo atto, la segue).

Elena                             - (avanza singhiozzando verso Erick; si getta fra le sue braccia).

Harris                            - (avanza per alcuni passi. Si ferma).

Erick                             - (accarezzando Elena) Calmati ora, cara... Calmati...

Elena                             - (piangendo) Ah, è terribile... terri­bile... spaventoso.

Dick                              - Ciò non le ha impedito di sposarsi, però.

Elena                             - (gridando) Ah... ma com'è possibile pensare...

Harris                            - (a Dick, freddo) Non sapevamo nulla quando ci siamo sposati.

Dick                              - Lei non era qui, stamattina?

Harris                            - Ero qui, ma sono andato via dieci minuti prima della tragedia. Stavo con l'inge­gnere Rogers nel Gabinetto Esperienze, quando Elena mi ha chiamato al telefono, scongiurandomi di raggiungerla subito. Avevamo deciso di sposarci da molto tempo. (Porgendo a Dick delle carte che ha cavato dalla tasca) Ecco la licenza di matrimonio, regolarmente chiesta e rilasciata quindici giorni or sono.

Dick                              - (esamina i documenti, perplesso) Cos'è questo?... (È la copia dell'atto di società fra Joe e Harris firmato nel primo atto).

Harris                            - (guardando) Ah... è un accordo firmato stamattina fra me e il signor Joe. (Fa per riprenderlo).

Dick                              - (apre il foglio, legge).

Elena                             - (guarda stupita).

Dick                              - (legge attentamente, poi fissa Harris) Questo contratto è perfettamente valido, secon­do lei?

Harris                            - Credo di sì.

Dick                              - E lei intende valersene?

Harris                            - È una cosa che discuteremo in un momento più propizio ed in famiglia...

Erick                             - (ha un gesto di stizza subito represso).

Harris                            - (fissando Erick) ...visto che ormai faccio parte della famiglia.

Dick                              - (a Elena) Conosce il contenuto di quest'atto, signora?

Elena                             - Sì.

Dick                              - Lo ha letto prima o dopo il matri­monio?

Elena                             - Prima, mentre aspettavamo il re­verendo.

Dick                              - E non si è stupita di questa clausola che stabilisce come in caso di morte di uno dei contraenti tutte le azioni della società vanno di diritto al socio superstite?

Elena                             - Se mio padre aveva deciso così do­veva avere le sue ragioni.

Dick                              - (ad Harris) Questo contratto la mette in una situazione molto delicata, signor Harris.

Harris                            - (freddo) Non credo. Alle undici e mezzo stavo sposandomi, e da quel momento non ho più lasciato mia moglie.

Dick                              - (pensa, poi) Perché queste nozze sono avvenute proprio oggi, e proprio a quell'ora?

Harris                            - Gliel'ho detto: perché Elena così ha voluto.

Dick                              - Che cosa ha pensato di questa... im­provvisata?

Harris                            - Era stabilito fra noi da tempo di sposarci così, perché sapevamo che mai il si­gnor Joe avrebbe dato il suo consenso se non di fronte al fatto compiuto.

Dick                              - La ringrazio per la sua franchezza...

Elena                             - (interrompendo) Scusi, signore... Il giudizio sulla condotta di Harris non riguarda che me...

Harris                            - (subito) Il nostro matrimonio as­sume un carattere di gravità solo perché è stato celebrato oggi... Ma chi avrebbe potuto imma­ginare una cosa simile? Chi poteva pensare che mentre ci sposavamo...

Elena                             - (piange).

Harris                            - (si ferma).

Dick                              - (pensoso, restituisce i documenti ad Har­ris; poi, dopo una lunga pausa, ad Elena) Un'ultima domanda, signora...

Elena                             - (alza gli occhi, lo guarda).

Dick                              - Per quale ragione ha deciso di spo­sare l'ingegnere Harris proprio oggi?

Elena                             - Era già una cosa stabilita.

Dick                              - (dolcemente) Ma non per oggi, tanto vero che gli ha telefonato di raggiungerla su­bito.

Elena                             - (esita) Ispettore... Lei sa come sia­mo noi donne... Un'idea improvvisa... appe­na ho lasciato mio padre... Non so spiegarle meglio.

Dick                              - Ho capito. (Ad Harris). S'accomodi pure, ingegnere. La signora ha bisogno di ri­poso.

Harris                            - (freddo) Grazie. (Ad Elena) An­diamo, Elena?

Elena                             - (si stacca piangendo da Erick, poi ri­torna a lui, lo bacia, esce piangendo per la sinistra al braccio di Harris).

Norton                          - (esce dalla seconda a destra).

Erick                             - (fissa Dick).

Dick                              - (pensa, poi) Tutto sta in questo: da quale pericolo quella donna ha voluto proteg­gere quell'uomo?

Erick                             - (stringendosi nelle spalle) Scioc­chezze! (Il campanello del telefono squilla. Erick stacca il ricevitore) Chi è?... Ah... Sì. (Riattacca il ricevitore).

Dick                              - (riprende il quinterno) Su questo elenco di pagamenti...

Erick                             - (interrompendo) Peters mi ha tele­fonato che ha una novità. Viene subito. Veda con lui. (Bussano alla porta). Eccolo... Avanti!

Peters                            - (entra affannato dalla prima a destra).

Erick                             - Cos'altro c'è?

Peters                            - Ha telefonato il signor Nathanson dalla Banca dell'Est...

Erick                             - (improvvisamente allarmato) Eh?

Peters                            - E mi ha segnalato che il cassiere ha pagato degli chèques a firma del signor Joe, prima che sapesse della... del... fatto... Dice che aveva l'ordine dato per telefono di pagare al latore...

Erick                             - Quanto?

Peters                            - Una somma forte... Quattro milioni e seicentotrentaduemila...

Erick                             - (spaventato) Ma gli chèques dove­vano essere ancora qui... Mio fratello non ha potuto... (Corre alla scrivania, fruga rabbioso; a Peters) Il signor Seymour al telefono, subito.

Peters                            - Il signor Seymour ha telefonato ed ha parlato con me... Mi ha chiesto anzi se era stato disposto per un versamento in suo fa­vore... e quando gli ho detto della disgrazia si è scusato, e voleva venir qui per le condoglianze... poi gli ha parlato l'avvocato Evans pregan­dolo di non venire perché lei non stava bene...

Erick                             - Ma probabilmente mio fratello deve avergli rimesso la somma a mezzo di qualcuno...

Peters                            - Non credo... Perché mi ha detto anzi di dirle che, data la circostanza, avrebbe aspettato fino a sabato...

Erick                             - (torcendosi le mani) E gli chèques sono stati incassati ugualmente... Maledetto... (Ha un gesto di furore).

Dick                              - (prende il cappello, si copre. A Peters) Ha detto signor Nathanson... Banca dell'Est?

Peters                            - Sì, signore.

Dick                              - Vado. (A Erick) Sarò qui fra dieci minuti. (Con ironia) Se nel frattempo lei si sarà convinto d'essere una creatura umana come tutti noi e si sarà deciso a dirmi tutto, forse saremo ancora in tempo. (Esce in fretta dalla prima a destra).

Peters                            - (è rimasto sbalordito).

Erick                             - (dopo una pausa gli fa cenno d'andar­sene).

Peters                            - (esce in punta di piedi dalla seconda a destra).

Erick                             - (cade a sedere con la testa fra le mani. Dopo una lunga pausa leva la testa, si guarda intorno. È in preda allo spavento. Si alza, s'av­vicina alla scrivania, cava di tasca una rivoltella, s'assicura che funzioni bene, siede alla scrivania, mette la rivoltella a portata di mano, prende il ricevitore del telefono, fa per chiamare, poi scuote la testa, rimette il telefono a posto. Pen­sa. Improvvisamente s'ode il fischio d'una sire­na. Erick ha un balzo, poi si calma, e aspetta che il fischio finisca. Cessato il fischio riprende il telefono, poi ci ripensa e lo rimette a posto. Preme il bottone del campanello, e aspetta. Dopo una pausa bussano alla porta. Erick guar. da la porta, mette la mano sulla rivoltella, poi, forte) Sei tu, Giovanni?

Giovanni                       - (dall' interno, a destra) Sì, si­gnore.

Erick                             - (copre la rivoltella con una carta) Avanti.

Giovanni                       - (entra dalla prima a destra. Si ferma).

Erick                             - (dopo una pausa) Sono andati via tutti?

Giovanni                       - Sì, signore.

Erick                             - Anche la telefonista?

Giovanni                       - Sì, signore. È sempre pronta ap­pena comincia a suonare la sirena.

Erick                             - Tu non andar via se non te lo di­rò io.

Giovanni                       - Sì, signore.

Erick                             - Non ti muovere dal corridoio...

Giovanni                       - Sì, signore.

Erick                             - E se qualcuno ti ordinasse qual­cosa... di andare in qualche posto... di chia­mare qualcuno... non obbedire e non muoverti.

Giovanni                       - Sì, signore.

Erick                             - Non entrare senza bussare.

Giovanni                       - Non entro mai senza bussare.

Erick                             - Voglio dire non bussare ed entrare contemporaneamente come fai qualche volta. Bussa e aspetta ch'io ti dica d'entrare.

Giovanni                       - Sì, signore.

Erick                             - Va'.

Giovanni                       - (esce).

Erick                             - (prende il ricevitore del telefono).

Giovanni                       - (dall'interno bussa).

Erick                             - (ha un balzo, afferra la rivoltella) Chi è?

Giovanni                       - (dall'interno) Io, signore.

Erick                             - Giovanni?

Giovanni                       - (c. s.) Sì, signore.

Erick                             - Cosa vuoi?

Giovanni                       - (c. s.) Posso entrare?

Erick                             - Entra.

Giovanni                       - (apre la porta, entra, ha un gesto di spavento vedendo Erick impugnare la rivol­tella).

Erick                             - (s'accorge d'avere l'arma in mano. La rimette sulla scrivania) Cosa vuoi?

Giovanni                       - Gli ordini che mi ha dato val­gono anche per l'ispettore?

Erick                             - Per tutti. Va'.

Giovanni                       - (esce).

Erick ........................... - (riprende il ricevitore del telefono, esi­ta; poi, decidendosi, tocca un tasto della tastie­ra. Subito s'accende una luce sull'apparecchio. Breve pausa) Sei tu? Aspettavi la mia chia­mata, eh?... Hai capito che avevo capito... Ho una proposta da farti... No, una buona propo­sta... Sì. Metà delle mie azioni, e la direzione generale, al posto di Joe. Ti avrei offerto metà di tutto, ma la parte di Joe oggi è di sua figlia, e non posso disporne senza far nascere sospet­ti... No... nessun rancore. È stato un colpo da maestro... il colpo che nessuno avrebbe preveduto. Sono un combattente, e so quando bisogna inchinarsi al nemico... No... No... No, non fac­cio dell'ironia, sarebbe fuori luogo. Ti farei arrestare subito se avessi delle prove... Se non fossi certo che dovrebbero rilasciarti con tante scuse... Ucciderti? Ci ho pensato, ma c'è il ri­schio di essere scoperto e preferisco transigere, da buon commerciante... (Con stupore conte­nuto) Non vuoi? Perché... Cosa vuoi, allora?... Niente?... Cosa significa niente? No... non sono irritato... sono calmissimo. Sto trattando un af­fare... cerco d'assicurarmi la pace... è un affare anche per te... No, di convenienza reciproca, come tutti i buoni affari... Io non sono ancora morto... (tocca la rivoltella) e non morirò tanto facilmente... Sì... armato fino ai denti. Sì... No, ascoltami... io ho più pratica di te... Cosa guadagni così? Anche se io morissi... e non è facile... Sì, può accadere, d'accordo... se io morissi tutto andrebbe a mia nipote, e tu rimarresti quello che sei... Se dovesse morire anche mia nipote sarebbe lo stesso... Rimarre­sti quello che sei, e forse nemmeno quello... Anche il danaro che hai incassato sarà sempre morto nelle tue mani... Non potresti giustifi­carlo, e quindi non potresti spenderlo né go­dertelo,.. (A questo punto la prima a destra comincia ad aprirsi lentamente finche s'apre del tutto. Erick, continuando) I! padrone assoluto... Eh?... Rispondi? Pronto... Pronto... Rispondi­mi... Rispondimi... (È in preda ad una paura mortale. Rimette macchinalmente il ricevitore a posto, e la piccola luce si spegne; prende la ri­voltella, leva la testa, guarda verso la seconda a destra, poi alla prima. Ha un urlo) Giovanni! (Punta la rivoltella sulla prima a destra. Ma non fa a tempo a sparare: dalla prima a destra partono due colpi secchi, rapidissimi. Erick si abbatte sulla scrivania fulminato. La porta del­la prima a destra si chiude).

Giovanni, Rogers, Norton, Primo e Secondo Agente, Rosa   - (irrompono dalla prima a destra).

Evans, Peters,

Clara                             - (irrompono dalla se­conda a destra).

Terzo e Quarto Agente - (irrompono dalla sinistra).

Evans                            - (urlando) Anche lui!

Rogers                           - (urlando) Erick!

Tutti                              - (si precipitano alla scrivania, cercando di rianimare Erick. Vocìo confuso. Le due don­ne piangono) Aria... La finestra... Com'è stato?... È armato anche lui... Signore... Si­gnor Roylott... Oh, mio Dio... Un dottore... Il dottore, presto...

Peters                            - Telefonate alla guardia medica...

Norton                          - È inutile. È morto.

Dick                              - (irrompe dalla sinistra) Norton!

Nathanson, Autista, Custode  - (lo seguono).

Norton                          - (si volge) Come lei prevedeva, ispettore.

Dick                              - (disperato) Troppo tardi! Troppo tardi!... Ed è lui che l'ha voluto!

Evans                            - Si è suicidato... (Indica la rivol­tella che Erick ha in mano).

Dick                              - (prende l'arma, l’esamina) Lo sapevo che non era possibile. È ancora carica. (Inter­rogando tutti) Quando è successo?

Tutti                              - (vocìo).

Dick                              - Silenzio, per favore. Chi è entrato per il primo qui?

Tutti                              - (vocìo confuso).

Dick                              - Per favore... Chi gli ha parlato l'ul­tima volta?

Giovanni                       - (piangendo) Io, signore.

Dick                              - Quando?

Giovanni                       - Due minuti fa.

Dick                              - Ditemi tutto.

Giovanni                       - Mi ha ordinato di non entrare senza bussare e di dir bene il mio nome prima d'entrare.

Dick                              - E poi?

Giovanni                       - E poi sono uscito.

Dick                              - Chi è entrato dopo di voi?

Giovanni                       - Nessuno... (Ricordando) Ah... Aveva la rivoltella in mano...

Dick                              - Chi?

Giovanni                       - Lui... Il signor Erick... Sono uscito, ho chiuso la porta e mi sono seduto al mio tavolino nel corridoio.

Dick                              - Non vi siete mosso?

Giovanni                       - Mi sono avvicinato due o tre volte alla porta e m'è parso di sentirlo parlare fra sé a bassa voce...

Dick                              - Cosa diceva?

Giovanni                       - Non ho potuto capire.

Dick                              - Non poteva parlare con qualcuno?

Giovanni                       - Non ho inteso che la sua voce.

Dick                              - (s'avvicina alla scrivania, guarda il te­lefono, pensa; poi, alle due donne) Chi è addetta al telefono?

Clara                             - La signorina Albertina, ma è uscita. Noi siamo rimaste per lo straordinario.

Giovanni                       - Non c'è stata nessuna telefonata. Avrei inteso io il campanello.

Dick                              - (pausa, pensa, poi) Nessuno tocchi nulla fino all'arrivo del giudice istruttore. Te­lefonate, Norton.

Norton                          - (va al telefono).

Dick                              - No, telefonate di là.

Norton                          - (esce dalla seconda a sinistra, seguito da Giovanni).

Dick                              - (a Nathanson) Mi dia quegli assegni, signor Nathanson.

Nathanson                     - (cava dalla borsa di pelle che ha sotto il braccio i dieci assegni del primo atto e li porge a Dick).

Dick                              - (prende gli assegni).

Tutti                              - (movimento, mormorio; il gruppo si fa più compatto).

Dick                              - Silenzio, per favore. Signor Peters...

Peters                            - (stupito, impaurito) Eccomi...

Dick                              - (porgendogli gli assegni) Può verifi­care la firma?

Peters                            - (prende gli assegni, li osserva attento, poi) È un conto privato del signor Joe, di cui non conoscevo l'esistenza... La firma è del si­gnor Joe... certissimo...

Nathanson                     - (respirando) Non avrei potuto sbagliarmi...

Peters                            - La scrittura però... (GuardaEvans).

Evans                            - (vivamente) Ecco... ricordo benis­simo...

Dick                              - (interrompendo) Silenzio! (A Peters) La scrittura di chi è?

Evans                            - Ma...

Dick                              - (energico) Silenzio! (A Peters) Ri­sponda!

Peters                            - (tremando) È dell'avvocato Evans...

Tutti                              - (fissano Evans e se ne allontanano spa­ventati).

Dick                              - Cos'ha da dire, avvocato?

Evans                            - (perdendo la testa) Cosa ho da dire? Ma non è la prima volta che ho riempito degli chèques per pagamenti che si facevano senza che passassero per la contabilità... Peters... Il signor Peters deve ricordarselo... E lei anche, Nathanson... Era un'abitudine... Comunque io non ho incassato... non sono andato... nessuno m'ha visto... (Disperandosi) Ispettore... ma cosa crede... cosa pensa di me?... Io posso dimostra­re... (Gridando) Non mi guardi così! Non sono stato io! Non sono stato io!

Norton                          - (seguito da Giovanni e dal Primo Agente entra dalla prima a destra. Si ferma stupito).

Evans                            - (continuando fuori di se dal terrore, rivolgendosi a tutti) Ma cosa credete... come potete pensarlo... Perché vi allontanate?... (Avanza d'un passo, tutti arretrano lasciandolo isolato). Io... io... io avrei potuto immaginare... (Improvvisamente ricordandosi, battendosi la fronte) Ecco... Ecco, sì, ricordo benissimo! Non li ho scritti tutti io! Il primo di quegli assegni è di duemila dollari, ed è intestato all'ingegne­re Rogers!

Rogers                           - (s'avvicina a Peters, guarda gli asse­gni) Difatti io ho avuto un assegno di due­mila dollari stamane... (Sceglie l'assegno suo, lo mostra a Dick) L'ho incassato regolarmente: ecco la mia firma.

Evans                            - (fremente, a Dick) Vede dunque ch« è vero!

Rogers                           - Certo che è vero, Evans... Io non l'ho mai negato!

Dick                              - Perché ha avuto quella somma?

Rogers                           - È un compenso straordinario per un progetto che ho presentato stamattina. Del resto ho rilasciato una ricevuta che dev'essere ancora nella cassaforte. (Va alla cassaforte, l'a­pre con le chiavi che vi sono ancora attaccate come nel primo atto, cerca e trova la ricevuta e la porge a Dick) Ecco la mia ricevuta, ispet­tore.

Dick                              - (prende il foglio di carta, legge) « Ri­cevuto dal signor Joe Roylott la somma di due­mila dollari a titolo di gratificazione... (A Ro­gers) Cos'è questo segno?

Rogers                           - (guarda) La sigla del signor Joe, guardi Peters.

Peters                            - (guarda il foglio) Sì, ispettore.

Dick                              - (a Rogers) Come sapeva lei che la ricevuta era nella cassaforte?

Rogers                           - Perché ce l'ho messa io, dietro invito del signor Joe, e dopo ch'egli l'aveva siglata.

Dick                              - (guarda Rogers, poi fissa Peters).

Peters                            - (confondendosi) Signor ispettore... io non so nulla...

Dick                              - (senza rispondergli si volge a Evans, lo fissa).

Evans                            - (terrorizzato) Ispettore... lei non crederà che...

Dick                              - (fa un gesto a Norton).

Norton                          - (si muove verso Evans).

Primo Agente                - (lo segue).

Evans                            - (urlando, a Dick) Lei commette un delitto! Io giuro...

Norton                          - (gli sì avvicina a sinistra e gli mette una mano sulla spalla afferrandolo per il brac­cio sinistro).

Primo Agente                - (lo afferra per il braccio de­stro).

Evans                            - (dibattendosi con furia, urlando) Non sono stato io! Lasciatemi!

Norton                          - (brutalmente) Fermo!

Primo Agente                - (stringendolo) Fermo... (Ha toccato qualcosa di duro nella tasca di Evans) Ma... è armato...

Norton                          - (afferra Evans per entrambe le brac­cia).

Evans                            - (sbalordito) Io? Non è vero!

Primo Agente                - (gli mette la mano nella tasca della giacca, ne cava una rivoltella che porge a Dick) È ancora calda, ispettore...

Tutti                              - (hanno un grido d'orrore).

Evans                            - (guardando stupefatto) Ma non è possibile... (Quasi si abbatte fra le braccia di Norton).

Dick                              - (apre la rivoltella, verifica; poi con voce rude) Mancano tre colpi... ed è ancora calda...

Evans                            - (è inebetito) Oh... io impazzisco...

Dick                              - (rude, a Norton) Via! Via subito!

Norton e Primo Agente           - (trasportano Evans quasi di peso verso la seconda a destra spin­gendolo brutalmente).

Evans                            - (inebetito, con voce lamentosa) Non sono stato io... non sono stato io...

Norton                          - (c. s.) Silenzio!

Primo Agente                - (c. s.) Basta!

Norton                          - (c. s.) Meno chiacchiere!

Primo Agente                - (c. s.) E cammina!

Norton, Evans, Primo Agente             - (escono dalla seconda a destra così parlando).

Dick                              - Nessuno esca dallo stabilimento sen­za mio ordine...

Tutti                              - (si guardano terrorizzati).

Dick                              - (ha preso il ricevitore del telefono e comincia a formare un numero).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

La stessa scena del primo e del secondo atto. Dieci mesi dopo gli avvenimenti del secondo. La scrivania è stata spostata verso la sinistra, e sta fra la sinistra e la finestra, fronte a destra. Anche la cassaforte ha cambiato posto, ed è ora vicino alla scrivania indietro, verso sinistra. Gli altri mobili anche sono tutti più o meno spo­stati. Sul tavolo c'è un grande interruttore elet­trico per alta tensione. Una delle poltrone è col­locata nel centro della stanza. Le cinque del po­meriggio. Al levarsi del sipario la scena è vuota, e rimarrà vuota qualche istante.

Giovanni                       - (dopo la pausa, entrando dalla se­conda a destra, parlando a voce bassa, come spaventato) Ecco il signor ispettore... guardi. (Viene avanti). Stava qui. (Si ferma a sinistra della scrivania e indica il pavimento).

Dick                              - (è venuto avanti, attento. Ha in mano un involto. Osserva il punto indicato da Gio­vanni, indietreggia per meglio apprezzare una distanza e urta contro la sedia-poltrona. Si vol­ge, la guarda, ritorna verso la scrivania pensoso) Un rotolo di corda... A che può servire?

Giovanni                       - A niente... Io non le avrei dato nessuna importanza se lei non avesse insistito perché la tenessi informato di qualunque cosa anche insignificante...

Dick                              - (grave) D'ogni fatto, anche insigni­ficantissimo, Giovanni... Ricordatevi bene le istruzioni mie e del colonnello Stork... Avete un'indennità di cinquanta dollari al mese... vi è stata sempre pagata, non è vero?

Giovanni                       - Da dieci mesi, e puntualissima­mente, non dico di no... La morte di quei po­veri signori si direbbe che m'abbia portato for­tuna... La società mi ha aumentato lo stipendio e la polizia mi dà cinquanta dollari al mese per non far niente.

Dick                              - (pensoso) Credete voi di non far niente. (Indietreggia ancora per riapprezzare la distanza).

Giovanni                       - Mi pare... In dieci mesi non vi ho detto altro che del cambiamento di posto dei mobili, e quest'affare delle corde che ho trovato qui per terra.

Dick                              - (guardando la scrivania) Con quella di stamattina sono tre, se non sbaglio.

Giovanni                       - Sì, ispettore.

Dick                              - E la prima volta trovaste il rotolo disfatto... come se avesse servito a legare qual­cosa... (Indietreggia ancora, urta di nuovo con la schiena la sedia. Si volge, e la guarda irritato, poi ritorna a fissare il posto dove Giovanni dice d'aver trovato la corda. S'avvicina, svolge l'in­volto, ne cava un pezzo di corda di circa quattro metri di lunghezza, ben arrotolata. Porge la cor­da a Giovanni) Rimettetela esattamente come stava.

Giovanni                       - (rimette la corda per terra accanto alla scrivania) Ecco.

Dick                              - (indietreggia, guarda) Curioso! (In­dietreggia di nuovo, urtando ancora contro la sedia. Ha un gesto furioso, si tocca la spalla con cui ha urtato. A Giovanni) E rimettetela a posto, perbacco!

Giovanni                       - È quello il suo posto.

Dick                              - (senza dar importanza alla propria do­manda, ma anzi evidentemente pensoso d'altro) In mezzo alla stanza?

Giovanni                       - E già. È tempo perso volerla rimettere contro la parete. Appena volgo gli occhi ritorna in mezzo alla stanza. Ma visto che vi dà noia... (Prende la sedia e la colloca al giusto posto, contro la parete del fondo).

Dick                              - (si muove verso la scrivania, fissando il pezzo di corda a terra. Si china a guardarlo meglio. Ma è evidentemente distratto, e compie quasi macchinalmente i suoi gesti. Senza alzarsi prende la corda ma non la guarda. Pensa: e ad un certo punto spalanca gli occhi come alluci­nato. Guarda quindi Giovanni che gli si è avvi­cinato) Che cosa dicevate?

Giovanni                       - Io, niente.

Dick                              - (alzandosi) Avete detto: «Appena volgo gli occhi ritorna in mezzo alla stanza».

Giovanni                       - È la verità!

Dick                              - (sorridendo, inseguendo un'idea, chiara per lui solo) Ritorna da sé?

Giovanni                       - Se credessi agli spiriti direi di sì.

Dick                              - (c. s.) Non credete agli spiriti?

Giovanni                       - (sorridendo anche lui) Oh... (Scuote la testa).

Dick                              - (c. s.) Ebbene?

Giovanni                       - (c. s.) Credo che gli spiriti stiano troppo bene per desiderare di tornare dove hanno penato tanto.

Dick                              - Secondo gli spiriti... Ce n'è di quelli ostinati, vendicativi...

Giovanni                       - (sincero) Per me i signori Roylott erano dei galantuomini che m'hanno fatto solo del bene... Se li dovessi rivedere all'im­provviso non mi farebbero paura... Non è certo su di me che vorrebbero vendicarsi...

Dick                              - (pensando ad altro) Oh, certo.

Giovanni                       - E poi, a quest'ora, sono belle che vendicati. Anche se viene la grazia, l'avvocato Evans farà i lavori forzati a vita... E credo che sia peggio della morte.

Dick                              - Non li farà. Il Governatore ha rifiu­tato la grazia.

Giovanni                       - (impressionato) Allora?... (Ha un gesto).

Dick                              - Eh, già. Dopodomani, forse... Nella settimana certamente.

Giovanni                       - (pensoso) Se l'è meritata... ma mi dispiace lo stesso.

Dick                              - Anche a me. Ho firmato anch'io la domanda di grazia insieme ai giurati che l'han­no condannato... ma il Governatore non ha avuto pietà.

Giovanni                       - (timidamente) Del resto... nem­meno lui ha avuto pietà.

Dick                              - (subito) Ah sì. Questo sì. Non ha mai avuto pietà... È questo il suo peccato... Ma ri­torniamo alla sedia, Giovanni. Non vi rimpro­vero di non avermene mai detto nulla, ma de­sidero saper tutto, ora.

Giovanni                       - (stupefatto) Dovevo dirle anche della sedia?

Dick                              - Tutto. Ma la colpa non è vostra di non aver parlato, è mia di non avervi interro­gato bene. Sentiamo dunque... e... prima di tutto... rimettete la sedia dove stava.

Giovanni                       - (rimette la sedia nel centro della stanza, esattamente dov'era prima).

Dick                              - (siede sulla sedia, guarda intorno e poi al soffitto. Si alza, esamina la sedia attenta­mente) Dunque... Da quanto tempo questa sedia ha iniziato i suoi movimenti?

Giovanni                       - Anche lei crede che si muova da sé?

Dick                              - (paziente) Rispondete, non interro­gate. Avete mai visto nessuno a muoverla?

Giovanni                       - No... non credo... anzi sono si­curo di no. È stata sempre contro la parete fin­che l'ingegnere Harris non fece cambiare la disposizione dei mobili, un mese dopo la morte dei padroni. Poi, qualche giorno dopo, entran­do la mattina a fare le pulizie, la trovai dov'è adesso. La rimisi contro il muro, e non dissi niente a lei perché non ci feci caso. (Si ferma).

Dick                              - (paziente) Avanti.

Giovanni                       - Qualche tempo dopo... quindici giorni, credo... trovai il primo pezzo di corda, svolto però... un capo stava qui, accanto alla scrivania (accenna), e l'altro sulla sedia... E la sedia stava in mezzo alla stanza.

Dick                              - (ha un gesto) E non mi diceste nulla!

Giovanni                       - (imbrogliandosi) Non credevo che...

Dick                              - (spazientendosi) Non credevo e non pensavo erano due imbecilli, e finirono molto male.

Giovanni                       - (c. s.) Ma io, signor ispettore...

Dick                              - (di nuovo paziente) Andate avanti. Vi ho detto già che la colpa è mia. Quante al­tre volte avete trovato la sedia spostata?

Giovanni                       - Molte altre volte, signor ispetto­re, tanto che ho finito col non farci più caso, e fino a che trovai il secondo pezzo di corda... Fu la sera che l'avvocato Evans fu condannato in Tribunale. Si ricorderà che lei venne qui... an­che allora... e la sedia era dov'è ora e lei non ci fece caso.

Dick                              - (pensoso) E dopo d'allora?

Giovanni                       - Dopo d'allora niente... fino a questa mattina... Quando ho veduto la corda non mi sono nemmeno meravigliato perché me l'aspettavo...

Dick                              - (lontano) Ah.

Giovanni                       - La prima volta la trovai la mat­tina dopo dell'inchiesta... la seconda la mat­tina dopo della condanna in Tribunale...

Dick                              - E stamattina? Non è successo niente ieri.

Giovanni                       - È stato respinto il ricorso della Corte Suprema...

Dick                              - Dieci giorni fa, però.

Giovanni                       - Ma i giornali l'hanno pubblicato solo ieri...

Dick                              - (pensoso, ironico) Si vede ch'è uno spirito che legge i giornali... Siete sicuro che non c'è altro?

Giovanni                       - Ecco, ora... dopo il rimprovero che m'ha fatto... non sono sicuro... Vorrei che guardasse lei e mi domandasse...

Dick                              - (cava l'orologio).

Giovanni                       - (tranquillizzandolo) Oh, non tor­na nessuno oggi prima delle sei... È sabato in­glese.

Dick                              - (pensieroso) Ah, già!

Giovanni                       - Solo il signor Dixon... qualche volta l'ingegnere Harris, l'ingegnere Rogers... Ma il signor Peters tornerà di sicuro verso le sei. Lui non manca mai, nemmeno la domenica.

Dick                              - (lontano) È molto zelante.

Giovanni                       - Non ha dove andare... La moglie lo ha lasciato... la seconda moglie, dico, perché la prima gli morì. (Preoccupandosi) Questo non glielo avevo mai detto...

Dick                              - Eh già. Non ci avevate pensato.

Giovanni                       - Appunto.

Dick                              - Cosi come non m'avete mai detto perché la seconda moglie di Peters è fuggita...

Giovanni                       - Ma scusi, signor ispettore, che c'entra... Sono fatti privati...

Dick                              - Fortunatamente l'ho saputo lo stes­so... Ah, non c'è che dire, siete uno straordi­nario confidente, amico mio... Non siete nato per fare questo mestiere.

Giovanni                       - (seccato) Ah no, certo!

Dick                              - Molto bene. (Raccoglie il pezzo di corda, lo incarta, gira per la scena, e intanto si mette l'involto in tasca. Si ferma davanti al tavolo, su cui è il grande interruttore elettrico. Si ferma) E questo cos'è?

Giovanni                       - Un nuovo modello d'interruttore e sta qui da una quindicina di giorni. Ce l'ho messo io.

Dick                              - (paziente) Ah.

Giovanni                       - Per ordine dell'ingegnere Harris.

Dick                              - (esamina) A che serve?

Giovanni                       - Ho inteso dire che deve essere messo in una cabina.

Dick                              - (senza interesse apparente) Una ca­bina di trasformazione?

Giovanni                       - Sì, ho inteso proprio trasforma­zione, ma credevo d'aver capito male.

Dick                              - (esamina ancora, poi continua il giro, si ferma un istante davanti alla cassaforte, poi viene avanti verso la scrivania. Si ferma pen­soso. Dopo la pausa) Rimettete la sedia con­tro la parete.

Giovanni                       - (esegue).

Dick                              - (dopo una pausa) E cercate di sco­prire chi è che la muove. Io ritornerò oggi stes­so forse... Non vi allontanate se non vi tele­fono.

Giovanni                       - Ma alle otto debbo chiudere l'uf­ficio...

Dick                              - Prima delle otto vi avrò telefonato.

Giovanni                       - Non se ne dimentichi, ispettore... Sto tutta la settimana in quel corridoio, e il pomeriggio del sabato e la domenica sono i soli momenti che vedo un po' di sole...

Dick                              - Aspettate la mia telefonata...

Dixon                            - (appare sulla seconda a destra. È ve­stito bene: cappello, bastone, guanti; ha l'aria dell'uomo tranquillo e sicuro. Di buonissimo umore) Oh, ispettore Mackay!... Un'altra inchiesta? (Viene avanti, gli stringe la mano).

Dick                              - (dopo brevissima esitazione) Sono ve­nuto a farvi una visita.

Dixon                            - (dando bastone e cappello a Giovanni, comincia a levarsi i guanti) A me?  Mi trovate per miracolo. Di solito al sabato me ne vado a spasso.

Dick                              - Ho telefonato qui a Giovanni e ho saputo che forse sareste tornato verso le sei...

Dixon                            - (ha dato i guanti a Giovanni, gli ha fatto cenno d'uscire) È molto che siete qui?

Dick                              - Oh... poco più d'un minuto.

Giovanni                       - (esce dalla seconda a destra).

Dixon                            - Sono lietissimo di vedervi... Crede­temi, ispettore... io nutro per voi una vera ami­cizia... (Cerca con lo sguardo qualcosa che sem­bra gli manchi). Da quel giorno... Oh! (Cerco ancora). Se non era per voi chissà cosa sarebbe avvenuto di me... (Cerca e. s.). Ma prego, ac­comodatevi... (Cerca ancora e. s., poi) Voglia­mo andare nella mia stanza?

Dick                              - Preferisco rimaner qui.

Dixon                            - Allora... (Accosta una sedia accanto alla scrivania, la offre a Dick). Prego.

Dick                              - (siede).

Dixon                            - (guarda in giro, come se gli mancasse qualcosa).

Dick                              - (lo osserva con estrema attenzione).

Dixon                            - (vede la sedia-poltrona alla parete, la prende, la porta in mezzo alla scena dov'era prima, siede) Dunque... che volevate dirmi?

Dick                              - Il Governatore ha rifiutato la grazia per Evans.

Dixon                            - (serio) Oh!... (Pausa). E allora... quando...?

Dick                              - Dopodomani, all'alba.

Dixon                            - (serio) È sicuro?

Dick                              - Sicuro.

Dick                              - Ho fatto tener segreta la notizia, e la comunicherò alle nove di sera, quando saran­no uscite le ultime edizioni... Così si saprà tutto lunedì a mezzogiorno, dopo l'esecuzione.

Dixon                            - (pensa, serio, poi si alza, si muove) Voi mi crederete un cannibale, ma secondo me il destino, una volta tanto, è stato giusto. Evans ha avuto quello che si meritava.

Dick                              - Pure mi avete detto di non credere ch'egli fosse l'assassino.

Dixon                            - (fermandosi) Ecco... io ho conve­nuto con voi, e dopo che voi mi avete convinto con i vostri perfettissimi ragionamenti, che forse è vero che non è stato lui. Ma gli chèques erano scritti di sua mano, e la rivoltella l'aveva lui in tasca, ed era ancora calda... E i tre colpi spa­rati erano quelli che mancavano al caricatore, stesso calibro, stessa blindatura..

Dick                              - Ricominciamo la discussione?

Dixon                            - No: ma vi riassumo i fatti come stanno: fatti che sono prove schiaccianti.

Dick                              - Tanto schiaccianti che l'hanno schiac­ciato, ma ciò non esclude che per me Evans non è colpevole.

Dixon                            - (stringendosi nelle spalle) Voi l'a­vete arrestato.

Dick                              - Sì. Ed è stato l'errore poliziesco che ha portato all'errore giudiziario. Io me lo sento sulla coscienza.

Dixon                            - (c. s.) Storie! Quando l'agente gli trovò la rivoltella in tasca non potevate non dar l'ordine d'arrestarlo.

Dick                              - Quando l'agente gli trovò la rivol­tella in tasca io avevo già ordinato l'arresto. Dirò anzi che l'agente trovò la rivoltella solo perché io detti ordine d'arrestarlo... Ed è que­sto pensiero che mi tormenta...

Dixon                            - (fissa Dick, si muove, poi) Voi non mi farete mai credere d'aver dei rimorsi per Evans.

Dick                              - Eppure li ho.

Dixon                            - A voi non importa niente di Evans... Quello che vorreste sapere è perché sono stati uccisi i due Roylott... quale è stato l'interesse di Evans!

Dick                              - Non è stato Evans!

Dixon                            - (con vivacità) Quale è stato l'inte­resse di colui che ha ucciso, sia o non sia stato Evans? (Si ferma),

Dick                              - Sentiamo il resto.

Dixon                            - Ho finito. Quello che chiamate ri­morso è solo disappunto professionale.

Dick                              - Disappunto professionale a cui s'ag­giunge il dolore di veder giustiziare un uomo che so essere innocente.

Dixon                            - (si muove nervoso, poi) Innocente di questo delitto... ma colpevole di molti altri, per cui la sua sorte è meritata.

Dick                              - Noi non abbiamo il diritto di ragio­nare così.

Dixon                            - (veemente) Ah no! Io ce l'ho il di­ritto di ragionare così! Io che sono un resusci­tato, salvato per miracolo. (Si muove eccitato. Dick lo osserva attento. Dixon ritornando verso di lui, appassionato) Sapete che m'avevano di­strutto? Un amico che mi vuol bene, un buon avvocato... mi consigliò di cedere, di transigere a qualunque costo... Mi disse: «Se vinci in Tri­bunale ti chiamano in Appello, se vinci in Ap­pello ti trascinano in Cassazione... Ti faranno durare la causa dieci anni, e fra dieci anni sa­rai impazzito». Io venni qui deciso ad uccide­re... e senza di voi avrei ucciso, ed oggi starei io al posto di Evans! Ah, perbacco! Una volta tanto il destino è stato giusto. Gli eredi hanno modificato il mio contratto ed io respiro... Men­tre i due Roylott sono dieci mesi che non re­spirano più, e di Evans fra due giorni si potrà dire lo stesso. Rimorsi? No. Dolore? Nemmeno. È giustizia superiore, ed è bene che ci sia.

Dick                              - Giustizia superiore la pena di morte a un innocente?

Dixon                            - (veemente) Tanto meglio se è inno­cente! Così la vendetta sarà completa!

Dick                              - (s'è alzato; è attentissimo) La ven­detta?

Dixon                            - (c. s., fremente) Sì, ' la vendetta. Ah sì, ispettore. Io non vi ho mai detto tutto il mio pensiero, tutta la verità...

Dick............................. - (porta la destra dietro la cintola, apre la fondina dove ha la rivoltella, e lentamente l’estrarrà mettendosela quindi nella tasca destra della giacca mentre Dixon continuerà a parlare senza avvedersi di nulla).

Dixon                            - (continuando, c. s.) ...tutto quello che vedo, chiaro, preciso, lampante... Sì, i due Roylott furono vittime di una vendetta; sì, chi li uccise li colpì al petto solo per esser veduto e riconosciuto da loro mentre li colpiva... Il vostro ragionamento corrisponde esattamente alla verità... Volete sapere il resto della veri­tà?... della verità vera come l'ho ricostruita io? Io che so quali insensati progetti di ven­detta rodono il cervello delle vittime? I Roy­lott avevano assassinato e furono assassinati. Evans ha torturato ed è stato torturato. L'uomo che, col codice alla mano, ha martirizzato degli innocenti è stato portato al martirio d'un pro­cesso in cui, sapendosi innocente, s'è sentito schiacciare udienza per udienza da prove terri­bili come quelle che lui ha tante volte create contro gli altri. A sua volta ha provato lo stra­zio di sentire l'incredulità dei giudici, di pre­sentire la condanna in ogni domanda e in ogni risposta, anche lui ha dovuto limitarsi a gridare «Non è vero» alle tremende argomentazioni di un avvocato avversario, anche lui ha saputo quanto sia disperatamente vano gridare d'es­sere innocente, sapendo di esserlo, e sapendo pure che nessuno ci vorrà e ci potrà credere! La morte è niente per lui, ormai... sarà anzi la battaglia che ha combattuta per otto mesi contro il Procuratore Generale ed i giudici, sa­pendo che l'avrebbe perduta, perdendola ad ogni istante. Se gli avessero dato l'ergastolo sarebbe stato peggio per lui. Ecco perché non ho voluto firmare anch'io la domanda di grazia.

Dick                              - (attentissimo) Per pietà.

Dixon                            - (lo guarda; s'è calmato dopo la sfu­riata) Per pietà. Vi sembra strano?

Dick                              - Per lo meno in contrasto con l'apo­logia della vendetta che ho udita or ora.

Dixon                            - (pensoso) Anche la vendetta deve avere dei limiti...

Dick                              - (attento) Quali, ingegnere?

Dixon                            - (pensoso, ma calmo) Almeno quelli del tempo. Nel parossismo del furore è conce­pibile qualunque atto, ma ormai Evans è una povera cosa, un uomo finito.

Dick                              - (c. s.) Voi, dunque, ritenete che chi ha voluto vendicarsi di Evans può dirsi sod­disfatto?

Dixon                            - (subito) Oh sì, anche troppo.

Dick                              - (cava la mano dalla tasca, si muove. Scuote la testa, come per dire a se stesso d'es­sersi sbagliato. A bocca chiusa) Hmh. (Pau­sa; poi, come chi vuol fare un'ultima prova, ma è già sicuro di non ottenere il risultato) E cre­dete che Evans sappia chi è che s'è voluto ven­dicare di lui?

Dixon                            - (subito) No.

Dick                              - Perché?

Dixon                            - Lo avrebbe accusato.

Dick                              - Senza prove?

Dixon                            - Non si grida ugualmente la propria innocenza senza prove? Non l'ha gridato per otto mesi? Se avesse avuto solo l'ombra d'un sospetto son certo che avrebbe accusato qual­cuno.

Dick                              - (a bocca chiusa, movendosi) Hmh! (Pausa). E non credete che questo qualcuno, che ha ucciso Joe Roylott dicendogli: «Son io che ti uccido»... che ha colpito Erick Roylott gridandogli: «Son io che colpisco»... sia con­tento di vedere Evans subire il supplizio senza potergli dire: «Son io che mi vendico»? (Sie­de sulla sedia-poltrona).

Dixon                            - E come potrebbe dirglielo senza denunciarsi?

Dick                              - Io son certo che glielo direbbe a co­sto di denunciarsi... che morrebbe volentieri per aver la gioia di dirglielo... ma che tace per una sola ragione: perché lo salverebbe. Non teme per la sua vita: teme di perdere la morte di Evans! E la vendetta non è completa per que­sto qualcuno!

Dixon                            - A meno che non glielo mormori in un orecchio quando Evans sarà sulla sedia, le­gato e imbavagliato, un secondo prima che l'o­peratore lanci la corrente.

Dick                              - (ha un balzo, fissa Dixon, gli batte sulla spalla, corre al telefono, forma il numero, aspet­ta un secondo) Pronto? Il sergente... Ah, sie­te voi, Norton. Date ordine all'ufficio stampa di diramare che la grazia di Evans è stata respinta e che l'esecuzione avrà luogo all'alba di dopo­domani, lunedì! Comunicatelo per telefono ai giornali... No, non voglio che lo pubblichino stasera... Grazie... Mi raccomando... Benissimo. (Riattacca il ricevitore, si mette il cappello. A Dixon) Cosa avete da fare, qui?

Dixon                            - Rispondere a una diecina di lettere.

Dick                              - Mi date la vostra parola d'onore che non direte a nessuno della conversazione che avete avuto con me?

Dixon                            - Senz'altro... Anzi non dirò nemme­no d'aver parlato... vengo con voi, se volete.

Dick                              - No. Invece desidero che rimaniate qui o diciate a chiunque verrà qui oggi che io vi ho comunicato che l'esecuzione di Evans avrà luogo lunedì mattina alle cinque.

Dixon                            - Lo farò. Avete detto a chiunque?

Dick                              - Chiunque... Anche se venisse qui una persona che non avete mai vista... trovate modo di dirglielo. Arrivederci. (Esce in fretta dalla seconda a destra).

Dixon                            - (scuote la testa; esce dalla prima a destra dopo aver dato uno sguardo in giro).

Giovanni                       - (dopo una pausa, entra dalla secon­da a destra. Ha un gesto di stupore vedendo la sedia in mezzo alla stanza. Viene avanti, prende la sedia, la trasporta di nuovo verso la parete di fondo. Va al telefono, forma un numero, aspetta; poi) Ah... Con chi parlo? Bene... C'è il sergente Norton? Ah, è lei... Parla Gio­vanni, l'usciere, sì...

Elena                             - (entra dalla sinistra, non vista da Gio­vanni. Si ferma ascoltando).

Giovanni                       - (continuando) Sicuro, l'usciere della Direzione... Ecco, vuol dirgli, quando tor­na, che s'è mossa di nuovo... Sa lui di che si tratta. Gli dica che appena ho voltato gli occhi è tornata in mezzo... Sì... Sa lui di che si trat­ta, vi dico. Sì. L'ho rimessa a posto, ma se ci rifà la lascio dove sta... tanto è inutile com­batterci. Buonasera... No, sa lui di che si tratta. Buonasera. (Attacca il ricevitore, si volta, vede Elena, rimane interdetto). Buonasera, signora... Non c'è nessuno... Ossia solo il signor Dixon.

Elena                             - (viene avanti. È pensosa. Mette i guan­ti e la borsetta sulla scrivania) Il signor Peters è venuto?

Giovanni                       - No, signora.

Elena                             - Con chi parlavate?

Giovanni                       - (vivamente) Con... con un amico mio... sicuro... l'usciere della banca... Per la partita di stasera.

Elena                             - (seccata) Ho creduto che parlaste d'una donna.

Giovanni                       - Una donna, signora? Alla mia età?

Elena                             - (c. s.) La vostra età non m'inte­ressa. Per l'avvenire non adoperate i telefoni d'ufficio se non per affari d'ufficio... e parlate dal corridoio, non da quest'apparecchio.

Giovanni                       - Sì, signora.

Elena                             - (movendosi) Appena verrà il si­gnor Peters fatelo entrare subito.

Giovanni                       - Sì, signora.

Elena                             - (gli fa cenno d'andarsene).

Giovanni                       - (esce per la seconda a destra dopo aver dato un'occhiata alla sedia).

Eleina                            - (si muove per la scena. Cerca con lo sguardo qualcosa che non trova. Va quindi alla scrivania, forma un numero, accosta il ricevitore all'orecchio. S'impazientisce non ottenendo ri­sposta. Preme due o tre volte un bottone sull'apparecchio, poi suona il campanello).

Giovanni                       - (dalla seconda a destra) Comandi.

Elena                             - È isolato il telefono?

Giovanni                       - Ho messo la comunicazione di là... per non disturbare. C'è il signor ingegnere.

Elena                             - (vivamente) Dove?

Giovanni                       - Al telefono.

Elena                             - (spazientita) E datemi la comuni­cazione!

Giovanni                       - È già in linea. Bisogna premere il bottone rosso.

Elena                             - (esegue, poi) Ah... pronto. Sì, io... (Congeda Giovanni con un gesto).

Giovanni                       - (esce dalla seconda a destra).

Elena                             - (al telefono, continuando) Sì... Pronto, pronto... No, ho aspettato che uscisse l'usciere. Sì... Non è ancora venuto... No, non preoccuparti. Sono certa che riuscirò... No, sta' tranquillo... Sì, tornerò direttamente a casa. No... Non posso... Perché l'ho mandato dal pro­fumiere... Appena ritorna ti mando la macchi­na... Sì, non preoccuparti di nulla. Ti dico che riuscirò...

Giovanni                       - (entra dalla seconda a destra).

Elena                             - (gli fa cenno d'andarsene).

Giovanni                       - (inchinandosi) C'è la macchina, signora.

Elena                             - (al telefono) Ah, è tornato ora... (A Giovanni) Fate entrare Giulio.

Giovanni                       - (esce).

Elena                             - (al telefono) Te la mando subito.

Giovanni                       - (rientra dalla seconda a destra).

Autista                          - (lo segue).

Elena                             - (al telefono) Va bene. (Riappende il ricevitore; a Giulio) Andate subito a casa a prendere l'ingegnere.

Autista                          - Sì, signora. (Fa per uscire dalla seconda a destra).

Elena                             - (indicandogli la sinistra) Passate di là... Farete più presto.

Autista                          - (esce per la sinistra).

Elena                             - (guarda Giovanni).

Giovanni                       - C'è il signor Peters. È arrivato or ora con l'ingegnere Rogers.

Elena                             - Fatelo entrare.

Giovanni                       - (esce dalla prima a destra).

Elena                             - (siede alla scrivania).

Giovanni                       - (dopo una pausa, dalla prima a de­stra. Entra, precedendo Peters).

Peters                            - (dalla prima a destra) Ai vostri or­dini, signora.

Giovanni                       - (esce dalla seconda a destra ad un cenno di Elena).

Elena                             - (affabile) Accomodatevi, signor Pe­ters.

Peters                            - (viene avanti, si ferma).

Elena                             - (e. s.) Sedete.

Peters                            - (guarda intorno, si dirige alla sedia-poltrona, la porta avanti, si ferma).

Elena                             - (gli fa cenno di sedere).

Peters                            - (siede).

Elena                             - (dopo una pausa) Spero che mi per­donerete per avervi costretto a sacrificarmi que­sto pomeriggio.

Peters                            - Nessun sacrificio, signora. Sabato, domenica, grandi ricorrenze, non mi vedono mai assente dall'ufficio. Sono quarant’anni che lavoro in questa casa, anche prima che venis­sero i signori Roylott, e tutta la mia vita posso dire d'averla trascorsa qui. Ecco perché ho pre­sentato rispettosa domanda alla Direzione di af­fittarmi le due camerette del secondo piano. Se le otterrò non uscirò più dallo stabilimento.

Elena                             - Ne abbiamo parlato con mio marito.

Peters                            - Ah... e che cosa avete deciso?

Elena                             - Harris mi ha detto proprio le vo­stre parole... «Se gli diamo quelle due stanzette Peters non metterà più il piede fuori dallo sta­bilimento».

Peters                            - (ansioso) Allora è deciso di sì?

Elena                             - (un po' triste) Penso che vivreste come un prigioniero, signor Peters.

Peters                            - La mia vita è qui, in questa fab­brica che considero come proprietà mia. (Elena lo guarda un po' stupita, poi sorride). Sono io che amministro tutto... Per le mie mani passa tutto il danaro che entra e che esce... Una vol­ta, quando i signori Roylott avevano i loro conti personali, c'erano delle cifre che mi sfuggivano, ma ora tutto passa di qui... (mostra le mani) e di qui... (si batte la fronte). Non esagero dicendo che il vero padrone posso considerar­mi io.

Elena                             - (con indulgenza) Ed io che cosa sono, Peters?

Peters                            - Voi siete come una mia figliuola, signora, a cui io voglio tanto bene.

Elena                             - (commossa) Voglio subito valermi di ciò che m'avete detto. Se veramente mi con­siderate come una persona cara esaudirete una mia preghiera.

Peters                            - Qualunque cosa vorrete...

Elena                             - Vostra moglie...

Peters                            - (si è alzato) Io non ho moglie.

Elena                             - È così pentita... Pensate ch'è tanto giovine!

Peters                            - Chieda il divorzio ed io non mi opporrò.

Elena                             - Voi le volete sempre bene?

Peters                            - No.

Elena                             - Tanto è vero che non avete chiesto voi il divorzio.

Peters                            - Non l'ho chiesto per non fare inu­tili spese legali.

Elena                             - Perdonatele, Peters... Col vostro cuore, con la vostra bontà... potete farlo.

Peters                            - Certo che lo posso, ma non lo voglio.

Elena                             - Non avete niente di preciso contro di lei. Solo dei sospetti... forse ingiusti.

Peters                            - È lei che vi ha detto che sono in­giusti?

Elena                             - Me l'ha giurato.

Peters                            - È anche spergiura, dunque.

Elena                             - Un giorno l'avete mandata via di­cendole di non tornare più altrimenti... (Si ferma).

Peters                            - (continuando) L'avrei uccisa.

Elena                             - Me l'aveva detto, ma non ci crede­vo... Pensavo non foste capace... non dico di fare... ma solo di dire una cosa simile...

Peters                            - E perché? Cosa occorre ad un uomo per uccidere? Solo un motivo, solo che il sangue acceleri di poco la sua corsa nelle vene... solo un'arma...

Elena                             - (spaventandosi) Ma... Peters... non avrei mai creduto.

Peteks                           - E perché? In che sono diverso da un altro, io? E lei sapeva bene ch'io non scher­zavo, perché non è tornata. Sapeva che non avrei esitato. Mi conosce. E non so con quale coraggio vi ha chiesto di pregarmi di ripren­derla.

Elena                             - Non m'ha chiesto di pregarvi di ri­prenderla, anzi. Sono io che, di mia iniziativa, vorrei riconciliarvi.

Peteks                           - Ah... non è lei, dunque? E perché è venuta da voi, allora?

Elena                             - Perché ha ripreso il suo posto nell'amministrazione della sede di Albany... Ci co­noscevamo anche prima che vi sposaste... Erava­mo amiche... e lo siamo ancora. Quando ha oc­casione di venire qui non manca mai di visi­tarmi. Mio zio Joe le voleva molto bene.

Peters                            - Lo so. È stato lui che me l'ha fatta sposare.

Elena                             - Ricordo bene.

Peteks                           - Era la sua amante.

Elena                             - (balzando) Eh? Cosa dite?

Peters                            - Era la sua amante, come lo fu­rono tante altre ragazze dell'ufficio…..

Elena                             - (emozionata) Ora oltrepassate i li­miti, Peters!

Peters                            - Fu la sua amante per qualche mese. Poi dovette pensare a sistemarla e me la fece sposare. Io accettai per non esser costretto a lasciare lo stabilimento.

Elena                             - Ma Peters... com'è possibile?...

Peters                            - Io non potrei vivere fuori di quest'organismo amministrativo che ho creato... Sapevo, o almeno credevo, che la relazione fosse finita, perché il signor Joe faceva sposare le sue amanti solo quando ne era sazio. Invece, dopo due mesi, ricominciò. Subii, perché uno scandalo mi avrebbe costretto ad andarmene. Ma subito dopo la morte dei signori Roylott la mandai via... e lei se ne andò senza prote­stare perché sapeva che io sapevo...

Elena                             - (è terrorizzata, un terribile sospetto è in lei. Guarda Peters, poi, esitante) Quando avete mandato via Lucia?

Peters                            - All'indomani. La tragedia avvenne nel pomeriggio del mercoledì. Lucia lasciò la mia casa il giovedì alle sette del mattino.

Elena                             - (mormorando) Il giovedì...

Rogers                           - (entra dalla seconda a destra, con delle carte in mano. Vede Elena) Oh, scusi... Credevo ci fosse l'ingegnere...

Elena                             - (vivamente) Si accomodi.

Rogers                           - (gentile) Posso ritornare più tar­di... (Fa per, uscire).

Elena                             - (vivamente) No! Mio marito deve venire subito... E poi... desidero... sì, anch'io desidero parlarle.

Rogers                           - (s'inchina, viene avanti).

Peters                            - Allora, signora... Posso sperare che avrò le due stanze?

Elena                             - (nervosa) Sì... per mio conto, sì. Mio marito deciderà... è lui che decide tutto.

Peters                            - Se voi appoggerete la mia do­manda...

Elena                             - (vivamente) L'appoggerò, certa­mente.

Peteks                           - Allora... (s'inchina) se permette­te... Ho molti conti da rivedere...

Elena                             - (nervosa) Andate... andate pure.

Peters                            - (s'inchina di nuovo ed esce per la prima a destra).

Elena                             - (lo guarda uscire. È sconvolta. Dopo una pausa fissa Rogers) S'accomodi, inge­gnere.

Rogers                           - (s'inchina, siede su una sedia accanto alla scrivania).

Elena                             - (ha preso una sigaretta dalla borsetta, e le mani le tremano. Cerca ancora, poi) Non ho l'accendino... Debbo averlo dimenticato.

Rogers                           - (alzandosi, si cerca addosso) Ho lasciato il mio sul tavolo con i sigari... (Si muove). Vado a prenderlo.

Elena                             - (allarmata) No! Non... mi lasci... sola. Non fumerò.

Rogers                           - Possiamo chiederne a Giovanni. (Suona).

Giovanni                       - (appare sulla seconda a destra. Su­bito nota la poltrona in mezzo alla stanza ed ha un gesto di sconforto).

Rogers                           - Avete dei fiammiferi, Giovanni?

Giovanni                       - (premuroso) Sissignore. (Porge una scatoletta di fiammiferi. Esce dalla seconda a destra, dopo aver guardato la poltrona).

Rogers                           - (accende un fiammifero).

Elena                             - (gli offre il portasigarette).

Rogers                           - (fa accendere Elena, accende a sua volta, fuma. Guarda Elena con simpatia, poi) Quel povero Peters non è cattivo, ma è un po' strano.

Elena                             - (nervosa) Molto strano.

Rogers                           - È un misantropo... Ma bisogna compatirlo. È vecchio, ormai.

Elena                             - (c. s.) Mi ha detto eh'è innamorato dello stabilimento... Che è il suo solo amore, anzi... lo è sempre stato.

Rogers                           - Lo credo. Sta sempre qui... A volte fino alle due, le tre di notte. È un po' maniaco, come tutti gli uomini della sua età che non sono riusciti a farsi una famiglia. (Pausa). Mah! A me non dà fastidio. (Fuma). L'ingegnere Har­ris ritarderà molto?

Elena                             - (c. s.) No... dovrebb'essere già qui.

Rogers                           - (dopo una pausa) L'altra notte, verso le tre, ho sentito un lieve rumore in que­sta stanza. Sono entrato ed ho trovato Peters se­duto sulla sedia... là... (accenna la sedia-pol­trona) fermo, immobile... M'ha fatto pensare a un condannato a morte.

Elena                             - (ha un brivido).

Rogers                           - Impressionante, non è vero? Poi, senza accorgersi di me, s'è alzato ed è uscito di là (indica la sinistra).

Elena                             - (guardando la sinistra) Ma...

Rogers                           - (interrompendo) Capisco... è l'ingresso riservato ai padroni della fabbrica, si­curo... ma Peters ha tutte le chiavi. È un'altra delle sue manìe. Se n'è andato nelle due stan­zette di sopra.

Harris                            - (appare sulla sinistra. Ha un giornale in mano).

Rogers                           - Oh, ecco Harris... La signora co­minciava ad essere in pensiero.

Harris                            - (è nervoso, preoccupato) Mi sono fermato per comprare un giornale... e credo di aver perduto tempo a leggerlo... Hai veduto Peters?

Elena                             - (nervosa) Sì.

Rogers                           - Ho qui i disegni delle modifiche al modello dell'accumulatore di Dixon... (Apre la cartella). Se vogliamo chiamarlo...

Harris                            - (c. s.) Preferisco che ne parliamo prima noi, Rogers... Il tempo per mandar via mia moglie e vi chiamo subito.

Rogers                           - Non mi muovo dalla mìa stanza. (Saluta Eleva, esce dalla seconda a destra).

Elena                             - (appena Rogers è uscito balza in pie­di, si getta piangendo fra le braccia di Harris).

Harris                            - (carezzandola, tentando di calmarla) Ma non agitarti così...

Elena                             - (singhiozzando) Ah è terribile, è terrìbile... È stato lui, Peters... Ne ho avuto la sensazione netta, precisa!

Harris                            - (allarmato) Lui... Peters... a far che?...

Elena                             - È lui che ha ucciso mio padre e zio Erick... L'ho capito in un lampo...

Harris                            - Ma non dire sciocchezze... (Mo­strando il giornale) Guarda, lunedì all'alba...

Elena                             - (senza ascoltarlo) Sono rimasta come abbagliata... ho ricostruito tutto... Ho capito perché Lucia non vuole ritornare con lui, perché m'ha scongiurato di non fare questo tenta­tivo di riconciliazione...

Harris                            - Te l'avevo detto che era inutile!

Elena                             - Non sapevi la verità, non potevi in­dovinarla... M'ha detto che Lucia era l'amante di... mio... di Joe Roylott...

Harris                            - È la verità... Ed i soli a non saperla eravate tu e lui...

Elena                             - (tremando) Lui sapeva... ha sem­pre saputo... me l'ha detto... Non l'ho mai in­teso parlare così... È pazzo, Harris, è pazzo! L'ho capito... Bisogna avvertire subito la po­lizìa.

Harris                            - Non precipitiamo, ora. Che Pe­ters abbia il cervello un po' sconvolto lo credo, ma da questo a crederlo pazzo...

Elena                             - (c. s.) È pazzo, ti dico ch'è pazzo... della pazzia più terribile... quella che dissimula. Ci sono dei pazzi che sono riusciti per anni a nascondere a tutti il loro male... che sembra­vano ed erano persone normali in tutto meno che nella loro idea fissa... E poi, rifletti... Tutto ciò ch'è successo non denunzia l'opera d'un pazzo? La polizia ha stabilito che l'assassino ha voluto essere riconosciuto dalle vittime...

Harris                            - Ma quale motivo aveva Peters di vendicarsi dei tuoi zii?

Elena                             - La gelosia!

Harris                            - Sarebbe stato sufficiente divorziare.

Elena                             - Aveva paura d'esser costretto a la­sciare lo stabilimento... e dice che lo stabili­mento è suo, che lui solo è il padrone di tutto qui... (Piangendo) Oh... Harris... andiamo via... portami via... non ho il coraggio di rimaner qui un altro minuto.

Harris                            - (calmandola) Va bene, torna a casa, io verrò appena avrò finito con Rogers.

Elena                             - Vieni anche tu... Non posso star sola.

Harris                            - Ma non posso lasciar qui Rogers dopo averlo pregato di trattenersi oggi...

Elena                             - (agitata) Digli che mi son sentita male...

Harris                            - (calmandola) Lo pregherò di venire a casa. Va bene?

Elena                             - Come vuoi, basta che andiamo via subito.

Harris                            - (suona il campanello).

Giovanni                       - (appare sulla seconda a destra).

Harris                            - Chiama l'ingegnere Rogers.

Giovanni                       - (esce).

Elena                             - (si alza, comincia a mettersi ì guanti).

Harris                            - (si mette il cappello, prende i guanti, guarda in giro cercando il giornale che poi trova).

Rogers                           - (bussa alla seconda a destra, entra) Oh... andate via?

Harris                            - Sì... Vi dispiace accompagnarci a casa? Discorreremo con più comodo, prendendo un tè.

Rogers                           - Volentieri, ma... ci sarà bisogno anche di Dixon.

Harris                            - Pregate anche Dixon di venire.

Rogers                           - (esce dalla prima a destra).

Elena                             - (sospirando) Sarà lunga.

Harris                            - Per ciò volevo parlare qui... (Si mette in tasca il giornale). Certi affari non si possono discutere che al sabato o alla dome­nica. Negli altri giorni non c'è tempo.

Rogers                           - (dalla prima a destra. Ha il cappello in mano, la cartella sotto il braccio).

Dixon                            - (lo segue, col cappello in mano. Ad Elena) Buonasera, signora.

Elena                             - (gli stringe la mano).

Harris                            - (stringe la mano a Dixon) Ci scu­serà se le rubiamo la serata.

Dixon                            - Ma che scuse... Rogers m'ha detto che abbiamo diritto anche ad una tazza di tè... È vero?

Giovanni                       - A momenti le otto. Vorrei chiu­dere...

Peters                            - Chiudi pure. Io ho ancora qualche cosa da fare. (Tossisce).

Giovanni                       - (va alla finestra, fa per chiudere).

Peters                            - No, lascia stare là... Penso io.

Giovanni                       - (esitante) Non se ne dimentiche­rà come l'altro ieri?

Peters                            - (sbuffando) Come sei noioso, amico mio! (Si alza). Chiudi, sbarra, fa tutto quello che vuoi! (Va alla sinistra). E vattene subito, dà le chiavi al custode e digli di lasciarmi tran­quillo! (Fa per uscire).

Giovanni                       - (timidamente) Va nelle stanzet­te, signor Peters?

Peters                            - (fermandosi) Sì! Ti occorre altro?

Giovanni                       - Domandavo per sapere se le oc­correva qualcosa...

Peters                            - (aspro) Mi occorre solo d'esser la­sciato tranquillo! (Esce tossendo).

Giovanni                       - (lo guarda uscire, sbigottito).

Dick                              - (appare sulla seconda a destra. Fa cenno a Giovanni: «È uscito?»).

Giovanni                       - (accenna affermativamente).

Dick                              - (fa cenno a Norton di seguirlo e avanza).

Norton                          - (entra dalla seconda a destra).

Dick                              - (a Giovanni) La chiave.

Giovanni                       - (gli porge esitante una chiave, poi) In nome del Cielo, ispettore... non mi faccia aver noie. I padroni tengono a questa uscita        - (indica la sinistra) e non vogliono che ci passi nessuno.

Dick                              - Penserò io a difendervi. Andatevene,

Giovanni                       - Badi che il signor Peters è su, nelle stanzette.

Dick                              - Penserò io per lui. Andatevene, ora. Buonasera.

Giovanni                       - (esce dalla seconda a destra).

Dick                              - (porgendo la chiave a Norton) Ecco la chiave dell'ingresso riservato. Fateli entrare, chiudete la porta dal di fuori e rientrate dall'ingresso principale. Ricordatevi bene: due uomini nella stanza del custode al cancello, e gli altri nel corridoio.

Norton                          - Sì, ispettore.

Dick                              - Andate.

Norton                          - (esce dalla sinistra).

Dick                              - (va alla sedia-poltrona, la colloca me­glio nel centro della scena. Va quindi alla fine­stra e verifica se è ben chiusa. Accende quindi la luce. La scena si rischiara).

Primo Agente                - (entra dalla sinistra).

Dick                              - (volgendosi al rumore) Oh...

Evans                            - (in divisa di detenuto segue il Primo Agente. È l'ombra di se stesso, curvo, incanu­tito, tremante, invecchiato. Avanza a stento).

Secondo Agente           - (segue).

Dick                              - (al Primo e Secondo Agente) Andate nel corridoio.

Elena                             - (con lieve sorriso) Certo

Dixon                            - Allora tocca a noi scusarci. D'al­tronde son contento d'uscire. Quando non c'è la solita folla di gente l'ufficio ha qualcosa di sinistro.

Rogers                           - Oh! E perché?

Elena                             - Per me ha ragione l'ingegnere Dixon.

Dixon                            - È vero? E poi, specialmente oggi, dopo aver saputo le ultime notizie di Evans...

Harris                            - Ah, già. Andiamo?

Elena                             - Quali notizie?

Harris                            - Andiamo a casa. (Si muove verso la sinistra).

Dixon                            - Della grazia.

Rogers                           - L'hanno concessa?

Harris                            - (spazientito) Andiamo a casa!

Elena                             - Ma no, scusa, fammi sentire... Han­no concesso la grazia?

Dixon                            - (scuote la testa negativamente).

Rogers                           - Cosicché... (Fa un gesto).

Dixon                            - Lunedì, all'alba. Dev'esser già sui giornali.

Elena                             - (ad Harris) Hai letto?

Harris                            - (seccato) Sì, e stavo per dirtelo... poi t'ho veduta così sconvolta...

Dixon                            - Sconvolta? Perché?

Rogers                           - Peters le ha inflitto una delle sue conversazioni deprimenti. Per fortuna sono ar­rivato io. E cosa dicono i giornali?

Harris                            - (andando alla sinistra) Ve l'ha già detto Dixon. Lunedì.

Rogers                           - (movendosi) Del resto... (Ha un gesto vago).

Elena                             - (esce per la sinistra).

Dixon                            - (la segue).

Harris                            - Sono dolente di non potergli par­lare... prima.

Rogers                           - (ha un guizzo, fissa Harris) Cosa vorreste dirgli?

Harris                            - (nervoso) Avrei voluto parlargli... da solo. Ma nessuno è ammesso a visitarlo.

Rogers                           - (fissando Harris) Nessuno?

Harris                            - (nervoso) Solo il suo avvocato... (Pausa). Lunedì!

Elena                             - (dall'interno) Ebbene? Venite?

Harris                            - (uscendo dalla sinistra) Eccoci. (Esce).

Rogers                           - (lo segue mettendosi il cappello). (La scena comincia ad oscurarsi lentamente).

Peters                            - (dopo una pausa s'ode un colpo di tosse, poi Peters entra dalla seconda a destra, viene avanti. È stanco, respira con fatica. Si passa una mano sulla fronte. Va verso la fine­stra, l'apre. La scena si rischiara un po' della luce del tramonto. Torna avanti).

Giovanni                       - (appare dalla seconda a destra) Ah... è lei, signor Peters.

Peters                            - (siede, stanco, pensieroso, sulla se­dia-poltrona) Che ora è, Giovanni?

Primo e Secondo Agente        - (escono dalla prima a destra).

Evans                            - (con voce fioca) Dove... posso... sedermi?...

Dick                              - (lo prende per, un braccio, sorreggendo­lo, lo accompagna alla sedia-poltrona) Qui. Lo fa sedere, lo sistema con le gambe diritte, con le braccia distese sui bracciuoli). Dovete ri­manere così, immobile... per un'ora, due... for­se tutta la notte...

Evans                            - (c. s.) Non vedo la ragione... Or­mai non chiedo che una sola cosa... che mi sia rifiutata la grazia... e che finisca tutto.

Dick                              - Vi assicuro che otterrete la grazia, Evans. Ma dovete promettermi che vi sforzerete di obbedirmi in tutto.

Evans                            - (c. s.) Ve l'ho promesso.

Dick                              - Qualunque cosa accada... chiunque entri... chiunque vi parli... Non vi movete, non rispondete... Limitatevi a guardarlo negli oc­chi... Guardarlo soltanto. Ah... se lo sapessi!... (Ha un gesto, poi) Avete capito? Immobilità assoluta... Come se foste un morto... un fantasma... Anche se vi tocca... Anche se volesse colpirvi. Noi vediamo tutto di là e non vi la­sceremo far male.

Evans                            - (c. s.) Far male... Chi può farmi più male, ormai?

Dick                              - Siamo intesi, dunque. Coraggio... e pazienza. Tutta la pazienza. La vostra salvezza dipende solo da questo.

Evans                            - (fissa un punto davanti a se).

Dick                              - (dà un ultimo sguardo intorno, spegne la luce).

(La scena si oscura completamente. S'ode la porta della prima a destra aprirsi e chiudersi, dei passi, poi più nulla. Dopo una pausa squilla il campanello del telefono. Suona con insistenza cinque o sei volte, a lungo. S'ode la porta che si riapre).

Norton                          - (invisibile nell’oscurità) Vuole che stacchi il ricevitore, ispettore?

Dick                              - (id.) No, anzi. Lasciate che suoni. (S'ode un rumor di passi, lo scoppio di tosse di Peters).

Norton                          - (basso) Ssst...

Dick                              - (basso) Silenzio!

(S'ode il rumore della porta che si chiude).

Peters                            - (invisibile) Accidenti... chi è là... Ma... c'è qualcuno qui, dunque... Ehi... sei tu, Giovanni? Dormi? (S'odono i suoi passi, poi lo scatto dell'interruttore. La scena si rischiara. Peters guarda terrorizzato Evans).

Evans                            - (immobile, lo guarda. Il suo sguardo sembra davvero quello d'una creatura ultrater­rena. I suoi occhi, scuri, profondi, spiccano sul volto sbiancato e fissano Peters, esprimendo una dolce profonda terribile malinconia. Intanto il telefono ha cessato di suonare).

Peters                            - (alza le braccia, annaspa, ha un urlo di terrore) Aiuto!... (Indietreggia verso la prima a destra). Aiuto!...

Evans                            - (continua a fissarlo c. s.).

Dick e Norton               - (sono sulla soglia e ricevono Peters fra le loro braccia).

Peters                            - (a Dick, urlando indicando Evans) Là... guardate...

Dick                              - (gli mette una mano sulla bocca, lo tra­scina fuori).

Norton                          - (viene avanti, gira di nuovo la chia­vetta dell' interruttore. La scena si oscura di nuovo. S'ode il rumore dei passi di Norton che esce, della porta che si richiude).

Rogers                           - (dopo una lunga pausa entra dalla sinistra. S'ode il rumore della porta che s'apre, poi lo sfregamento d'un fiammifero. Brilla la piccola fiamma… Rogers ha il cappello in testa, la cartella sotto il braccio. Non vede Evans, quasi indistinto nell'oscurità. Va all'interrutto­re, lo gira. La scena si rischiara. Rogers depone il cappello e la cartella sulla scrivania. Si volge, vede Evans. Non ha un gesto di stupore, come se sapesse già di trovarlo).

Evans                            - (lo guarda come sopra descritto).

Rogers                           - (siede alla scrivania, apre la cartella, ne cava i disegni che Contiene, comincia a stu­diarli, appuntando col lapis, come se fosse solo).

Evans                            - (lo guarda sempre).

Rogers                           - (dopo una pausa, si passa una mano sulla fronte; poi, scuotendo la testa come ri­spondendo a una domanda) No. Stasera non è possibile lavorare. (Guarda Evans, poi, bef­fardo) Perché mi guardi? Credi di farmi paura? (A bocca chiusa) Hmh. (Fissa Evans) Sono dieci mesi che tenti di spaventarmi... Ma è finita, ormai. Domani sera avrò la tua ultima visita. All'alba di lunedì partirai per l'ètere tranquil­lo... Ritornerai atomo. (Pausa; poi, a bocca chiusa) Hmh. (Si rimette a lavorare).

Evans                            - (lo guarda sempre).

Rogers                           - (dopo una pausa, guarda Evans. Ha un gesto di dispetto) M'infastidisci, stasera. Non guardarmi!

Evans                            - (continua c. s.).

Rogers                           - (getta via le carte, si alza, si muove per la scena, nervoso. Si ferma a guardare Evans) Ho sofferto tanto per attirarti qui nei primi giorni... Ma devi venire solo quando voglio io, non quando vuoi tu. Vattene... (Muo­ve le braccia come per interrompere un feno­meno ipnotico). Debbo lavorare. (Pausa). Vat­tene, ti dico! (Pausa). Ah, non vuoi andartene? Credi di potermi impedire di lavorare? (Ride). Ti sbagli. Mai il mio cervello è stato più vivo, più ricco, più fecondo. (Prende le carte che sono sulla scrivania, le mette sotto gli occhi di Evans). Guarda... questo è l'accumulatore a jodio di Dixon... M'è bastata un'ora per perfe­zionarlo, per farne una cosa completa... E non c'è più il tuo maledetto contratto a farmi schiavo, a farmi mungere il cervello in cambio di un'elemosina. Sono io che guadagno il danaro, io che raccolgo le lodi! Tutte le invenzioni por­tano il mio nome... Tutto l'utile è mio... Ah, come vorrei poterti essere vicino lunedì... Per dire non solo a te ma anche al tuo corpo vile come ti ho odiato per vent'anni, come mi sono preparato per distruggerti insieme a quei due ladri! (Gli batte le carte sulla faccia ed è col­pito di sentire il rumore del colpo, l'impres­sione della guancia di Evans. Indietreggia, ha un grido soffocato, poi comincia a toccargli la faccia, le braccia, le gambe. Arretra, è sopraf­fatto dallo spavento e dalla gioia). Ma... ma... ma dunque anche il tuo corpo è qui... Puoi sentirmi, capire, ricordare... Io sono riuscito an­che a questo miracolo... Non è solo il tuo spi­rito che viene qui a soffrire, a scontare la pena. (Ride). Finalmente! È la notizia dell'esecuzione che t'ha deciso... la grande notizia... (Ride). Dopodomani... dopodomani all'alba di questo tuo corpo non rimarrà che cenere... E sono io... io che l'ho voluto! La mia disperazione era di non potertelo dire... di sapere che non sapevi... che avevi dimenticato il miserabile uomo di ge­nio che vent'anni fa consegnasti mani e piedi legati perché lo sfruttassero... lo sfruttassero... lo sfruttassero! Ricordi? Mi facesti trovare di fronte alla rovina, con i bilanci falsificati, la cassa vuota... Ed osaste accusarmi, accusare me d'aver fatto sparire tutto, e m'imponeste di firmare una confessione per non denunziar­mi, d'accettare un contratto di schiavo... Se mi aveste denunziato, mia madre sarebbe morta di dolore... (Ride). Ora è morta davvero però! Non sai? Non ho più nemmeno questa paura, ora... E tu non hai che un minuto di vita... Puoi sapere tutto... Tutto... E non parlerai... Soffrirai in silenzio come me... impazzirai come me... Senti... Joe teneva la mia confessione nel portafogli... insieme a quella di Hobbart, di Gordon, di tanti altri... Ci doveva mettere an­che quella di Dixon, che tu avevi già prepa­rata... Io passavo di là... (indica la finestra) sotto... quando mi cadde il portafogli sul col­lo... Lo aprii, lessi, compresi in un attimo, volsi per le scale, lo vidi alla finestra, attesi che si voltasse... (Ride). Ah se lo avessi visto in gi­nocchio chiedere pietà come l'ho visto io! E poi fu la volta di Erick... Tu venisti per ulti­mo, e ti misi la rivoltella in tasca mentre gri­davi contro di me... (Ride). Contro di me! Ma ora sei qui, sulla sedia... Sapevo che t'avrei vi­sto, che t'avrei fatto soffrire quello che io ho sofferto... E non potrai sfuggire...

Evans                            - (controscena di terrore durante tutta la battuta. A questo punto ha un gemito, chiude gli occhi).

Rogers                           - (scoppiando a ridere selvaggiamente) Ah, piangi, ora? Ma non otterrai pietà... non hai avuto pietà di nessuno tu... di nessuno... (È accanto al grande interruttore). Ecco... lan­cio la corrente... Fra un secondo non ci sarà che cenere... (Chiude il grande interruttore con forza, scoppia a ridere di nuovo, a lungo).

Evans                            - (è svenuto e non s'è più mosso).

Dick                              - (entra dalla prima a destra).

Norton, Primo e Secondo Agente       - (lo se­guono).

Peters                            - (si ferma, sulla soglia, tremante).

Dick e Norton               - (s'avvicinano a Rogers, lo prendono per le braccia).

Rogers                           - (grave, accennando Evans) Vedete? Giustizia è fatta!

Dick                              - Sì, ingegnere. Ma riposatevi, ora. (Accennandogli Norton) Andate con lui.

Rogers                           - Ma prima voglio essere ringraziato dal Presidente della Corte!

Dick                              - Ecco, bravo. (A Norton) Accompa­gnatelo dal Presidente.

Norton e Primo Agente           - (prendono Rogers per le braccia, lo accompagnano verso la prima a destra).

Peters                            - (è ancora sulla soglia. Si scosta viva­mente).

Rogers                           - (allegro) Arrivederci, vecchio Pe­ters! (Esce).

Norton e Primo Agente           - (seguono).

Evans                            - (riapre gli occhi, guarda Dick, poi con voce fioca) Credevo... di non poter più avere paura di nulla. (Chiude gli occhi).

Secondo Agente           - (versa un po' d'acqua in un bicchiere, porge il bicchiere a Evans) Ecco...

Evans                            - (apre gli occhi, beve. Con voce quasi spenta) Sono innocente... innocente...

Dick e Secondo Agente          - (lo aiutano ad alzar­si, lo conducono verso la prima a destra).

Evans                            - (camminando) Innocente... inno­cente...

FINE

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