Antologia della morte

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1)

ANTOLOGIA DELLA MORTE

Testo originale scritto da Antonella Bertoli

atto unico

Personaggi e Voci:

Anziana Signora (La Vecchia)

Padron Trebaldi (Il Padre)

Amante

Annetta (Amica)

Teresa (Amica)

Madre

Sposo

Prete

Diavolo

Voci fuori campo Morti

Voce fuori campo racconti

Voce fuori campo Morte

Tutti gli attori sono vestiti con pantaloni e maglietta neri, hanno solo un elemento che li fa riconoscere (cappello da bersagliere per lo sposo; giacca di velluto per l’amante; nastri e colletti bianchi per Teresa e Annetta; veletta nera per la madre; orologio, baffi e cipolla per Padron Trebaldi). Solo la Vecchia si vestirà con gonna e parrucca; il diavolo con vestito rosso svolazzante e il prete con simil-tonaca.

Ad ogni personaggio è stato attribuito uno strumento musicale che lo accompagnerà nella sua parte. Nelle parti corali gli strumenti verranno miscelati insieme. Il palco è sempre al buio. Le uniche luci in scena sono l’occhio di bue che segue i personaggi nelle varie scene e la luce dell’abat-jour che illumina fiocamente la vecchia.

Le luci stroboscopiche accompagneranno le danze collettive nei momenti segnati sul copione.

Sul palcoscenico c’è un tavolo coperto da un telo bianco .

Sul tavolo ci sono tante fotografie e un album fotografico, una caraffa con acqua, un bicchiere, un’abat-jour. A terra vi sono una gonna nera, uno scialle, un cuscino nero. Su di un lato del palcoscenico a terra vi sono veli bianchi e neri.

Occhio di bue che cerca sul palco. Il palco è al buio. Musica-canzone che svanisce nel suono registrato della pioggia – Danza della Vecchia. La vecchia solo truccata e con la parrucca esce correndo dalle quinte facendole svolazzare. Si accuccia, si raggomitola al centro del palco. Alza la testa. Gira la testa intorno. Allunga le braccia e le mani. Allunga le gambe. Rotola. Su sé stessa. Poi si raggomitola di nuovo. Si siede. Allunga le gambe. Si alza. Va a prendere la gonna e la indossa; indossa lo scialle, si mette il cuscino a mo’ di pancia. Va al tavolo. Gli gira intorno. Va lentamente al centro del palco poi lentamente torna al tavolo. Si siede. L’occhio di bue si spegne e la vecchia accende l’abat-jour. La vecchia sfoglia l’album di foto. Si sente il temporale e la pioggia. La vecchia rabbrividisce e si stringe nelle spalle, scuote la testa, allunga le mani mentre sfoglia l’album.

Voce recitante fuori campo, registrata, sullo sfondo proiezione di foto-scene con diverse case, palazzi, cimiteri.

Voce recitante: È una storia antica e moderna.

Ma soprattutto una storia eterna.

Quella che vi raccontiamo attraverso queste scene non parla di nessuno in particolare.

Perché è la storia di tutti e di nessuno.

E’ la mia, la tua, la sua, la vostra.

Attraverso una vecchia signora ormai giunta al tramonto che si perde in una sera di tempesta a sfogliare il suo vecchio album di fotografie.

Foto ingiallite dal tempo…

Tempo che è andato e tempo che ritorna.

Tempo che fu ed ora non è più

Tempo che s’incarna nella vecchia che cerca i suoi amori perduti, i suoi figli scomparsi, le amiche della festa e della giovinezza.

Giovane donna innamorata, sposa di fatica, sposa d’amore e d’imbroglio, anziana che si torce nella sua solitudine.

Foto che passano.

Foto che ricordano.

Foto che evocano.

Ricordi che sfuggono in un momento.

Momento d’oblìo e momento incalzante, violento, triste e solenne, dolce e pauroso.

Tornano coloro che hanno vissuto la sua vita, passandole accanto e perduti.

Ma non per sempre…

La Vecchia solleva una foto, quella di Clara, la figlia morta da piccola e la guarda. Parla con voce tremante:

«La prima ad andarsene è stata Clara, piccola dolce Clara. Non era neanche nata che il morbillo se l’è portata via. Quanti anni avevo allora? Ero giovane e Vittorio andava e veniva dalle campagne militari. E tra una campagna e l’altra io sfornavo un figlio. Crescevano i cetrioli nella terra e cresceva la mia pancia fino a quando non ce la facevo più a chinarmi a raccoglierli. Clara, nata in un capanno di legno e morta in un soffio a tre anni con le mani sospese a raccogliere il vuoto. Riccioli biondi e gote rosse, pelle bianca come la neve. Clara, Clara, l’angelo perduto. Troppo presto. Troppo in fretta.»

La voce registrata di una bambina accompagnata dal Toy Piano si sente fuori campo mentre una luce gioca sul palco. La voce parla come cantando una filastrocca:

«Mamma bella, mamma buona. Perché mi desti a colei che non perdona?

Piccola ero con la boccuccia dorata e la nera morte mi ha agguantata.

Svaniti di colpo i miei giochi adorati, la morte per sempre li ha cancellati.

In un giorno d’aprile me ne andai con il vento, e mai più tornai a farlo contento.

Una canzone per me non fu scritta, e la penna dolente si posò per sempre.

Mamma bella, mamma buona, troppo presto mi donasti a colei che non perdona.»

La Vecchia accompagnata dalla musica del pianoforte parla: solleva solo la testa dalla fotografia e guardando la luce che continua a girare sul palco. Cerca di accarezzarla piano allungando le mani e dicendole dolcemente:

«Piccola Clara, troppo presto scomparsa. Non fu io a donarti alla morte, ma la malattia un giorno ti portò via. È vero, eri troppo piccola, e avevi ancora da scrivere la tua canzone. Ma noi non sapevamo, non potevamo. Il morbillo a quei tempi faceva strage. E il vaccino costava. Non potevamo. Tu da sola nella sporta attaccata al manubrio della bicicletta, poppasti un po’ e poi ti addormentasti. Eri sola, quando moristi. Troppo piccola per capire, dicemmo a quel tempo. Ma tu capisti. Perché le tue manine alzate rigide e fredde, mi cercavano. E io non c’ero. Ma quanta festa quando nascesti. Ricordi?

Clara, Clara dove vai?… Ti prego resta qui. Resta adesso.»

La Vecchia china il capo, la lucetta si spegne mentre si sente una voce recitante fuori campo registrata e sullo sfondo c’è la proiezione di fotografie varie di persone, bambine, cavalli, nonno, nonna, famiglie, ecc...

Voce recitante: È morto il nonno. A casa, la nonna sembra ancora una bambina nonostante i suoi ottantasette anni. La ricordo col vestito a fiori svolazzante mentre mi dice, di fronte ad alcune ospiti sue coetanee: «Non badarle, sono vecchie, non capiscono niente».

E anche del nonnone, 91 anni portati su una montagna di carne e di forza, lui che nel pieno della maturità godereccio e beone, che gliene aveva fatte passare di tutti i colori tra donne e vino, aveva fatto stramazzare a terra non ricordo se un uomo o un toro con un pugno in fronte. Di Lui, la nonna diceva sempre che ormai era vecchio, poveretto, faceva fatica a capire le cose. Negli sprazzi di lucidità che la vecchiaia gli lasciava ci riconosceva, noi nipoti, anche se confondeva i nomi e i luoghi. Ricordo che durante i miei pranzi natalizi al Bianca-day, Lui si metteva le arance in tasca, tanto erano pagate! E la sua insistenza nel chiedere chi si sposava con quella tavola lunga. A 91 anni dal 1902 molta vita si era compiuta e forse il mio dolore non è tanto per la perdita del mio seppur carissimo nonno, ma per il fatto che la fine è così sicura e vicina: è sapere che anche la nonna, la mia cara, eterna ragazza così morbida e materna, la mia sicurezza e la mia unica dolcezza di amore comprensivo e totale ha già le mani di madreperla trasparente, il volto scavato e la maestosa matrona di un tempo ha lasciato il posto ad un mucchietto di ossa incrociate. Anche se agli occhi dell’infanzia appare ancora com’era.

E la certezza estrema di sapere fino in fondo che anche la mia storia è finita.

C’è anche una tristezza infinita legata alla mano della vecchia ragazza persa nella mia, al suo tremito e alle vene che si intrecciano mentre asciugano le lacrime.

Io non piango cara nonna, scusami ma non ci riesco. Così come non riesco a sopportare i miei cugini che si occupano di cose pratiche e terribili come la bara e il posto in cimitero. Barbari orrendi che celebrano i corpi senza pensare che la vita è un soffio e che come tale tutti dovremmo occupare poco spazio da morti, una fiammata e via, cenere eri e cenere tornerai... mai verità fu più vera di questa. Contano i pensieri e i ricordi dei sopravvissuti che faranno rivivere chi non è più. Non le azioni che hai fatto in vita ma i piaceri e i dispiaceri che hai causato, le volontà che hai espresso, i ricordi che hai lasciato. Sopravviverai nel ricordo altrui ed è solo così che la tua essenza si spanderà nell’aria e resterà... fino a quando qualcuno si ricorderà di te. Poi sarai morto del tutto. È così che il mondo perde la memoria di tante sue storie ed è per questo che se ne tramanda solo una, parziale e tremenda, una storia che dà i brividi anche se non ti sente e se tu non ne fai parte... anche se non è tua o parte di te. E non è vero che LA STORIA SIAMO NOI...

Che cosa si fa ora? Funerali e riti: il paganesimo erroneamente confuso col cristianesimo pretende ceri, candele, fumo e parole, veli e terra smossa. Terra. Chi lo direbbe che dopo tanti affanni dovessimo diventare concime per i vermi.

La vecchia (pianoforte) riprende in mano le foto. Danza con le foto. Ne prende in mano una, quella del vecchio Padre (Padron Trebaldi). La guarda e dice:

«Chi sei tu per guardarmi così? Vecchio padre riverito e rabbioso. Servito sempre per primo e da tutti temuto e rispettato. Te ne andasti subito dopo la mia piccola Clara, quasi non reggessi, tu, così avaro di manifestazioni d’affetto, la mancanza di quel piccolo esserino che solo tenevi tra le braccia. Povero padre-padrone, che fumavi e soffiavi espellendo l’anima insieme al tabacco ad ogni colpo di tosse. Dove te ne sei andato anche tu, lasciando in questa tua casa tutto ciò per cui avevi lavorato? Senza po ter portare con te nemmeno un briciolo di quel tuo tabacco di cui eri tanto geloso, neanche una lancetta di quell’orologio che tenevi nel panciotto, neanche uno di quegli arriccia baffi che tua moglie ti comprava per farti contento?»

Padron – Trebaldi accompagnato dal trombone. Entra in scena un attore con baffi vistosi, camminando da dietro le quinte. Le fa volare un po’. E’ alto e altero, altezzoso. Mette fuori la testa e il corpo, poi torna dentro, per due o tre volte. Poi entra in scena con bastone e passo zoppicante. Indica la vecchia con la mano. Si avvicina al tavolo  e vi gli si appoggia. Poi se ne allontana sempre zoppicando ma con testa alta. Cammina al centro del palco. Si ferma. tira fuori l’orologio, lo carica. Se lo porta all’orecchio. Si arriccia i baffi. Si tocca e allarga le braghe. Alza le braccia cercando di toccare gonne e donne immaginarie. Si rivolta verso la vecchia, le si avvicina, la scuote, alza la mano sopra la sua testa. Scuote il capo. Fa il gesto di accarezzarla senza però toccarla. Poi esce di scena zoppicando piano. La sua voce fuori campo dice Avanti:

«Toh! Toh! Rieccoti qui. La sedicente figlia che ha sposato il bersagliere, che l’ha messa incinta e l’ha impalmata dopo aver messo al mondo il primo figlio. Tu, la figlia di Padron-Trebaldi, che faceva tremare i bifolchi al suo passaggio. Ottima donna tua madre, dio l’abbia in gloria. Morire mi faceste dal crepacuore. Vent’anni le son sopravissuto, ma che anni! Dove siete belle dame che seducevate i miei pensieri e balli infiniti danzavate nella piazza del borgo? Così aitante e uomo tutto d’un pezzo, che le fanciulle e le serve e le donnette del carrozzone traballante del casino volante mi facevan la tira a tutte le ore? Dove siete andate a finire, gonne e sottane della mia gioventù, alzate dal vento e fatte volare per aria dalle mie mani birbone. Fui peccatore convinto e me ne vanto. E neanche la morte mi ha sconfitto, dal momento che Padron Trebaldi vive e spacca i cuori ancora nei ricordi di tante. Di tante? Dimmi, figlia scapestrata, figlia sciagurata: dov’è tua madre? Dove l’Alma, la sora Lia, la Ginetta, la Fiorina? La figlia del fattore? Dove le belle giovanette con le vesti fiorite che facevano visita al mio cuore e alle mie braghe nelle notti d’estate?

Morte? Morte, dici?

Anche loro seppellite nel dì che non si può pronunciare. Anche loro fasciate nelle vesti mortuarie e una bara a ricordo sotto una lapide sbiadita.

Forse anch’io son morto adesso? Dimmi, se son morto o son partito. E dimmi, figlia rinnegata, se potrò tornare o se son tornato già?»

La Vecchia (pianoforte). beve acqua, soffia naso, trema, sfoglia. Parla mentre il Padre esce di scena al suono del trombone:

«Padre, padre morto, col cuore schiantato da un colpo d’amore di troppo. Siete partito, è vero. E io dirvi non so se il vostro fu un viaggio dal quale c’è ritorno. Padre, padre…Perché ve ne andate?».

Ancora la Vecchia(pianoforte), prende in mano un’altra fotografia, quella del primo amore, la guarda e subito la riposa sul tavolo. Col viso nascosto tra le mani dice sommessamente:

«Anche tu giaci tra i ricordi? Chi ti ha salvato? Chi ti ha ridato un volto, amore mio dimenticato? Sepolto nella memoria e vivo nel mio cuore per sempre? Il tuo ritratto avevo distrutto quando te ne andasti e partisti lontano per fare fortuna, e tornasti al paese con giacca e velluti e una donna con vesti di seta. Chi ha conservato il tuo bel volto mai dimenticato? Non volli mai più rivederti e mi nascondevo quando uscivo dalla messa e ti vedevo sul piazzale con la dama che aveva preso il mio posto. E quel frutto acerbo dell’amore fugace che mi avevi rubato lo donai ad un altro…»

Amante (chitarra). Entra correndo un giovanotto facendo svolazzare le quinte. Va dritto verso la vecchia tendendo la mano in avanti indicandola. Le gira intorno, la guarda e la riguarda. Si rivolge al pubblico facendo alcuni passi veloci e poi tornando dalla vecchia velocemente. Allunga le mani verso di lei. Si prende il mento tra le mani. Corre da un lato all’altro del palcoscenico, toccandosi il viso e lisciandosi i capelli., mettendosi in mostra. Si accascia in ginocchio scuotendo la testa al centro del palcoscenico. Si rialza e torna a passi veloci dalla vecchia., la guarda e poi si alontana scuotendo la testa. Poi ritorna e le si mette accanto, le appoggia la fronte sulla fronte, poi si allontana negandola con viso e braccia. Ricorre al centro del palco quindi esce piano dalla scena centrale e si va a mettere in un angolo del palco. Si raggomitola, prendendo la testa tra le braccia.

La sua Voce registrata dice:

«Dimmi vecchia, che non ricordo di avere conosciuto nella mia vita da vivo. Perchè la morte non risparmia la bellezza e la gioventù? Si prenda pure le rughe e la malattia, la bruttezza e l’idiozia, ma lasci risplendere coloro che fanno bello il mondo. Ma tu piangi. Perché? Forse per me? Ti conoscevo forse nella mia gioventù? Fosti un fiore da me colto al primo apparir del verde a primavera? Come mai non ricordo? La morte cambia i volti, ma anche la vita li disperde e li raggrinza. Vecchia sei, piena di rughe e con la foto in mano del tuo amore passato. Io partii e tu moristi con me. Continuasti a vivere, è vero, ma rimanesti sola con quella bimba nel grembo. Clara si chiamava, vero? E morì piccina, povera anima, frutto del peccato. Del nostro peccato. Io non ebbi figli. E questo mi è toccato espiare. Ma colsi parecchi fiori, là sul limitare del frutteto, e sulla sommità dell’argine. La morte mi colse all’improvviso e come d’incanto sparirono i bei volti e accanto mi restarono teschi e vermi. E ora dimmi, amica-amante mia, com’è vivere così a lungo? Com’è restare in vita a vederti appassire giorno dopo giorno, a fiorir le rughe sul volto, a imputridire la carne e a perdere la memoria? Dimmi se vale la pena vivere a lungo e sopravvivere a tutti, o lasciarsi falciare, quando ancora la bellezza ti fa splendente, dalla morte?»

La vecchia allunga le mani verso colui che scompare e dice:

«Anche tu dunque sei solo un ricordo? Un’eco della memoria tornato a farmi visita tramite una fotografia ingiallita? Dove te ne vai amore degli anni miei perduti? Resta almeno tu... almeno tu…»

Musica pianoforte (allegra) dove la Vecchia con voce meno tremante e quasi più giovane, ridendo, dice:

«Ed eccomi qui ragazza tra ragazze. Quante speranze, e quanti sogni di là da venire. Quanti rimpianti. Mia madre mi sorride. Lei sorrideva sempre. Ed era sempre sofferente, con quel marito manigoldo che aveva. L’Annetta e la Teresa, le mie amiche. Che fine hanno fatto anche loro? Dopo che mi sono sposata ho piantato lì tutto per venirmene ad abitare nella casa sotto l’Adige. Niente più feste, niente più balli. Solo cetrioli e campagna. E figli. Povera mamma che ho rivisto solo in punto di morte!»

Teresa (oboe). Teresa entra in scena dalla quinta e fa piroette fino al centro del palco. Poi va con passi lenti verso la vecchia. Si prende il viso fra le mani e scuote la testa. Guarda la vecchia e la indica. Poi corre verso il pubblico e indica con la mano prima la vecchia e poi sé stessa. Scuote la testa. Fa qualche passo a destra strascicato e poi a sinistra. Trascina un piede dietro l’altro. Fa una piroetta e cade a terra. Poi si alza e corre a mettersi su un lato del palcoscenico abbandonata a terra. Voce registrata di Teresa dice:

«Come sei diventata vecchia! Anch’io sai! Al paese dove stavamo sono sepolta al cimitero, in quel luogo buio dove si accendevano i lumini la sera e credevamo fossero le anime dei morti e i fuochi fatui dondolare nelle tenebre. Ti ricordi? Io dormo proprio sotto l’albero piangente. Le sue chiome mi toccano e ogni tanto qualche goccia bagna la tomba che mi rinchiude. Ti ricordi quanti sogni e quante chiacchiere sedute sul muretto della piazza, la sera? E il gelato della domenica, a farci guardare dai giovanotti, coi nostri vestiti della festa. Cosa guardi? Una foto della gioventù nostra. Eh cara mia! Quanto tempo…»

La Vecchia la guarda e allunga le mani verso di lei, poi si volta perché si sente la musica e la voce di Annetta.

Annetta (Flauto). Annetta entra in scena col capo chino, molto lentamente. Si aggira per il palco smarrita, tendendo le braccia e muovendosi a destra e a sinistra. Si avvicina alla vecchia e la tocca. La abbraccia, tutto molto lentamente. Sorride. Poi fa la faccia piangente, mima il pianto trascinandosi verso il pubblico, lontano dal palco. La voce registrata di Annetta dice:

«Ti ricordi cara quel bel giovane che venne una domenica al paese? Alto e biondo e scanzonato? Tu te ne andasti, ma io lo sposai quel giovane e mi ritrovai piena di debiti fin sopra i capelli. Tutti quei pretendenti che avevo e mi presi un piemontese povero in canna che mi ha fatto tribolare tutta la vita. Ma adesso che son morta a cosa sono valse le mie pene? Ma dimmi, tu che sopravvivi e gioisci ancora per il sole, cos’è la morte? Noi dormiamo un sonno eterno in cui ripensiamo alle cose della vita, o svaniamo nel nulla fino a quando qualcuno ci ricorda? Non so più come fu quando la nera falce mi prese: un attimo, un sospiro e l’acqua mi coprì riempiendomi i polmoni. Un momento ero sopra l’argine in mezzo all’erba e un momento dopo ero avvolta da un velo d’oblìo. Dove sono stata tutto questo tempo? Fino a quando tu non mi hai pensato io non ho più vissuto… Ed è vita la mia? Dimmi, amica della mia giovinezza, dove sono stata fino ad ora? Dove andremo dopo che anche tu ci avrai dimenticate?»

Musica (oboe + flauto) dove Annetta e Teresa danzano insieme alla Vecchia. Dapprima Annetta cerca sul palco e poi si accorge di Teresa e alza le braccia felice. La raggiunge e la prende per mano. Teresa alza la testa e insieme vanno a prendere la Vecchia. Si mettono in cerchio e saltellano, trasmettendo una sensazione di felicità nostalgica. Dondolano la testa. Si girano intorno l’una all’altra (i movimenti sono dolci ma hanno anche la frenesia della giovinezza). Fanno finta di battere le manicomi un tempo le une sulle altre come nelle filastrocche antiche. Piroettano intorno. Fanno finta di avere sottane lunghe che alzano e ricadono e svolazzano. Si prendono a braccetto e civettano. Riportano quindi la Vecchia al suo posto. La abbracciano. Ritornano quindi correndo in scena a mani congiunte. Poi pianissimo si lasciano. Si deve vedere che non vogliono lasciarsi andare e separarsi. Corrono quindi fuori dalle quinte una da una parte e una dall’altra facendo svolazzare le quinte.

Parla la Vecchia.

«Chi sono io per potervi rispondere? Annetta cara, un’umile donna di campagna non ti può dire se morire è dormire o sparire. Non so dirti dov’eri, non so dire dov’è stata Teresa fino ad ora. So solo che, come tutti gli altri che sono venuti a trovarmi in questa buia sera d’inverno, presto ve ne andrete lasciandomi sola con la vostra fotografia da guardare. Triste l’autunno della nostra vita che ci perse, triste la fine della nostra gioventù quando i sogni s’infransero. Ma vi prego, almeno voi non lasciatemi sola, non disperdetevi come le foglie al vento…»

Si sente un vento forte insieme al contrabbasso+ danza spettri. Gli spettri-attori entrano in scena uno alla volta e si raggomitolano con la testa tra le braccia. Si alzano uno alla volta. Si distendono sul palco. Si rialzano e si rincorrono sul palco. Si scontrano e si allontanano. Si cercano e si sfuggono. Si disperano. Raccolgono la testa tra le mani. Si lasciano cadere a terra. Rotolano. Si rialzano. Escono correndo uno alla volta. La luce li segue alternativamente. Sfaccettata. Luci stroboscopiche. Fumo di scena.

La Vecchia (pianoforte) torna al tavolo. Ripete gli stessi movimenti. Si abbandona sul tavolo disperata. Poi rialza la testa e dice forte:

«Stanca, sono stanca. Stanca di contare le ore dei giorni e i minuti delle ore, e i giorni dei mesi e i mesi degli anni. Morte crudele che mi tieni in vita, perché mandi le tue vittime a trovarmi e non ti presenti tu, vera, Signora dalla veste nera che su tutto comanda?»

Voce recitante registrata fuori campo con proiezione di foto funerale, candele, ceri, processione, dice:

Voce recitante: La chiesa è piena, il nonno era una persona conosciuta in paese. Da giovane correva per il centro alla testa dei bersaglieri suonando la tromba, e la foto sopra la porta, nella casa vecchia lo ritrae in divisa, alto e moro, aitante giovanotto dallo spirito indomito e dai credi fascisti.

Mussolini sì, mi diceva, quando ancora non aveva smarrito il senno dietro il vino e i sogni di una giovinezza ormai perduta, ha fatto un sacco di cose per la povera gente: prendi la cassamutua per esempio, o gli assegni famigliari.

Noi nipoti, quasi tutti ribelli passati ad altre sponde politiche affascinati dai miti del Che e di Fidel e di una rivoluzione di là da venire, lo ascoltavamo imbronciati ma continuavamo ad andarlo a trovare davanti al muretto di quella sua casa che rappresentava ancora la casa di tutti, figli, nipoti, zii e cugini che si erano sparsi per le città del mondo.

All’insaputa della nonna amava raccontare aneddoti piccanti di una sua storia in un convento di suore durante la grande guerra o subito dopo, dato che aveva dovuto fare il militare per sei anni prima di tornare a casa sua. Parlava di come la Badessa fosse figlia di nobili e di come inventasse un sacco di scuse per farlo uscire di scorta quando andava a passeggiare nei boschi sulle montagne; i suoi occhi azzurri lavati dal tempo, si perdevano nei ricordi, forse in quei pendii o sotto le sottane della suora, o nelle immagini che nessuno può trasmettere ad altri ma che restano in eterno dentro ognuno di noi.

Il profumo dei ceri riempie l’aria, la gente come al solito bisbiglia piano: anche i funerali sono momenti di vita collettiva dove si celebra la morte.

Ma anche il rimpianto, e l’amore.

La nonna è vestita di nero, le sue lacrime sembrano di vetro, i suoi capelli, come al solito, una scura zazzera aggrovigliata piena di lacca. Eppure è bella, di una bellezza che illumina anche gli altri e li rende più dolci. Io e gli altri nipoti stiamo sui banchi ai lati della bara, ci sono fiori e corone: i figli del nonno ci sono tutti, dallo zio piccoletto e biondo alla zia bella e formosa, a quella pazza amante della vita che aveva sposato un abruzzese di vent’anni più giovane di lei e del quale adesso era gelosa e pagava le follie di gioventù, alla zia seriosa dai capelli perfettamente tirati, che aveva una spiegazione per tutto e che si era mangiata tanti anni della sua vita stretta da una vedovanza in cui le due figlie l’avevano relegata per il comune senso del pudore.

Manca solo mio padre, scomparso prima di tutti, rubato al mondo da un tumore ai polmoni contro il quale ha combattuto per cinque faticosi, lunghissimi, dolorosi anni e di fronte al quale ha dovuto alla fine cedere.

Il prete ha finito. I nipoti prendono la bara sulle spalle, i miei cugini che abitano in casa del nonno piangono e non si vergognano di farlo, l’autocarro funebre è un enorme catafalco nero, ci sono un sacco di corone, i fiori, le candele e l’odore d’incenso. Il caldo fa sudare e rende le mani che si stringono appiccicaticce.

Mi giro ed esco dalla chiesa.

Di fronte il bianco della strada del cimitero. Dietro, la bara ed il silenzio del nonno e quello più pesante di mio padre.

Mentre sfumano le foto-proiezioni si sente il rumore del vento + strumenti dei personaggi. Musica e spettri che danzano. Entrano in scena uno alla volta come nella prima danza, ma i movimenti sono veloci. Si alzano a scatti. Uno dopo l’altro. Si allineano. Avanzano in fila orizzontale sul palco. Alzano le braccia e mimano gli alberi che ondeggiano sotto il temporale e al vento. Riabbassano le braccia e ripetono lo stesso movimento altre 3 volte. Si abbracciano il torace. E ondeggiano ancora. In fila dal centro uno alla volta parte uno spettro a destra e uno a sinistra davanti agli altri correndo via via si mettono in semicerchio. Le braccia sono in movimento alte. Si accucciano. Si raggomitolano, con la testa tra le braccia. Poi le alzano in avanti e le tendono. Le fanno oscillare. Poi appoggiano le mani a terra e si rialzano. Quindi si lasciano ricadere a terra. Rotolano a destra e a sinistra. Si siedono e si rialzano. Corrono sul palco disordinati. Sempre con le braccia alzate e in movimento. Alto basso. (I movimenti sono alternati e non unisoni, ognuno si alza e si abbassa quando crede seguendo un suo movimento e sensazione interiore). Corrono quindi dentro e fuori dalle quinte facendole svolazzare., girano intorno alla vecchia, alzano i veli bianchi e neri che vanno a prendere sul palco. Sfiorano la vecchia, le soffiano addosso. Si allontano e si avvicinano, insieme, a gruppetti, da soli. Quindi escono uno alla volta dal palco.

Parla la Vecchia (pianoforte). La Vecchia si guarda intorno, sorpresa e un po’ impaurita. Solleva le foto, sfoglia l’album. Beve un bicchier d’acqua. Si soffia il naso. Si alza e ritorna a sedersi. Si guarda intorno sorpresa. Si prende la testa tra le mani. Ha paura e si stringe le mani intorno al corpo. Solleva quindi un’altra fotografia, quella di suo marito. La guarda e dice:

«Sposo, mio sposo. Ho seppellito anche te, sotto l’albero piangente. E ti ricordo ridente e fiero col tuo cappello dalle piume colorate mentre marciavi col reggimento e la tromba suonavi alle ragazze. Ti innamorasti di me che non credevo, non meritavo, proprio alla vigilia della guerra. E quando Clara nacque tu neanche la vedesti, e per fortuna morì prima che tu sapessi. La tua sposa trascinata in riva all’Adige partita con l’aitante giovanotto moro e morta un po’ alla volta nelle campagne di cetrioli. Incinta ad ogni ritorno, felice ad ogni parto. Sposo che ti ho perso quando ancora potevamo guardare i nipoti crescere anche se la tua mente era ormai persa in quei monti dove sparavi. Sposo che te ne sei andato quando venne il momento di tirare il fiato e cullare i figli dei nipoti diventati adulti. Sposo dagli occhi celesti come il cielo, quel cielo a cui non credevi, dimmi, quel cielo ti accolse lo stesso? Nonostante i tuoi spergiuri e le tue bestemmie?»

Sposo (Tromba). Entra in scena un attore con una tromba e un cappello da bersagliere. Corre sul palco in girotondo due volte e poi si ferma accanto alla Vecchia. Poi se ne allontana e si porta al centro del palco. Si siede e mima i gesti del soldato. Poi torna verso la vecchia. La voce registrata dello sposo dice:

«Sposa che mi rimanesti accanto fino alla fine, dimmi: fu veramente il cielo ad accogliermi o fu la morte a strapparmi a te e ai nostri cari? Davvero tu credi che io ti guardi da lassù e ti aspetti insieme a Clara e a Teresa, Annetta, tuo padre, il tuo primo amante? Davvero pensi che noi anime trasmigrate dal corpo lasciato qui a marcire, viviamo un’altra vita tutte insieme cantando e giocando? Quando me ne sono andato non ho trovato nessuno lassù o laggiù, perché i morti vivono fuori dal tempo e dai luoghi. Siamo materia e finchè lo siamo esistiamo, poi chissà. Non ho trovato i miei commilitoni nel posto dove sono, né il sergente morto tra le mie braccia durante quella sporca guerra. Non ho trovato le mie morose giovani né la Superiora del convento che mi aspettava la sera quando tornavo dalla ronda sui monti al confine. Bella donna sai? Alta e altera. Ma io le abbassavo la cresta. Non ho trovato nemmeno lei e nemmeno il Baldo, quello che suonava la fisarmonica quando ci siamo incontrati io e te, quella sera di maggio, ricordi? Non so se quello che è qui ora sono io, o il mio ricordo, o il mio corpo, o un tuo pensiero. Quand’ero in vita non ho mai visto nessuno tornare dall’al di là, ed ora che l’ho trovato, l’al di là, non so se son tornato o se me ne sto andando. Quando si è in vita non si pensa alla morte, e quando arriva non ci sei più e non ci puoi più pensare. Non so se devo andare via, ora o se devo restare qui. Non so se posso. E nemmeno so chi governa questo potere.»

Voce recitante registrata fuori campo con proiezione di fotografie campagna, sole, ambienti, pioggia, funerali.

Voce recitante: La nonna è all’ospedale. Sono un essere orribile, lo so ma non è più mia nonna. Non è più il mio punto di riferimento, la mia figura materna, il mio rifugio e la mia àncora. È fragile, via con la testa, ripete le stesse cose, non mi coccola più, sembra una bambina: è lei ad aver bisogno di me ora. Ma io non sono in grado di prendermi cura di qualcun altro se sto perdendo me stessa.

 Sono tornati gli incubi. Questa volta c’è una figura dominante nei miei sogni : un essere indistinto, a volte donna a volte uomo, più spesso bianco ed etereo, ma anche piccolo e fragile, tremolante nella luce che lo illumina. È mia madre, lo so anche se non lo voglio ammettere. Questa madre quasi sempre negata ma eternamente presente dentro tutto il mio essere. «Cosa dirà la gente? Non fare questo e non fare quello! Vergognati, pensa a cosa diranno! Devi fare la signorina, non è un comportamento da ragazza perbene!». Queste sono le uniche cose che ricordo di mia madre, durante l’infanzia adolescenza, unitamente agli sguardi di rimprovero e al biasimo che mi ha sempre riservato. O forse questo scaricare la colpa su mia madre è in realtà un espediente per liberarsi da un senso di colpa perennemente presente dentro di me. Mia madre vive sola e io non mi faccio quasi mai vedere se non in rare occasioni; non aveva fatto una bella vita, lavorando come una dannata per mantenerci tutti, compreso mio padre che dopo un incidente era stato quasi tre anni all’ospedale e non si era più ripreso, cercando di dimenticare nel vino e nel canto di osteria il suo naso tranciato via dalla lamiera dell’auto di un delinquente che l’aveva abbandonato agonizzante sulla strada. Tre figli da mandare a scuola e un marito malinconico e burbero, quasi sempre arrabbiato per il suo viso sfigurato. Mio padre era sempre stato un bell’uomo, un po’ scavezzacollo, non troppo esperto nel mestiere di padre e nemmeno in quello di marito. Avrebbe voluto fare un sacco di cose e aveva messo su tante piccole imprese: una bottega di alimentari, poi soffiatagli dal fratello di sua moglie per poche lire; una di trasporti con un socio che gli aveva scaricato sulle spalle tutti i suoi debiti andandosene con i camion. Era capace di slanci di poesia, mio padre.

Ricordo che ogni volta che mi ammalavo mi portava a casa un libro. Ho ancora a casa mia “La tamburina di Napoleone”, “Le Nereidi”, “Fiorellin di riso e Apedoro”, “La montagna delle nevi”, “Roma città antica” e tanti altri.

Ricordo di quando mi svegliava alle quattro o cinque e mi infagottava in una coperta per portarmi al mare in un mattino d’inverno e restavamo delle ore sulle spiagge deserte e spazzate dal vento a guardar muoversi il mare, mentre i gabbiani giravano in cerchio stridendo. Restavamo in silenzio mangiando un panino e mio padre scriveva in un piccolo taccuino con la copertina nera. Adesso che è morto in un modo così disgraziato e doloroso e orribile, mi pento spesso di non avergli mai chiesto di farmi leggere quello che scriveva, o di non avergli chiesto di lasciarmi il taccuino. Chissà dove sarà finito. Forse ce l’ha mia madre. Forse anche lei ha lati nascosti che è possibile scoprire. Ma mia madre mi crede cattiva e insensibile e io glielo lascio credere, anzi faccio di tutto per convincerla.

Ogni volta che ripenso a mio padre mi viene da piangere e vorrei tornare indietro. Per cancellare la sua morte. Nella stanza dei morti, dove lui non voleva andare perché lo sapeva che quello era l’ultimo posto per gli ammalati di tumore prima della bara, mi aveva detto tre giorni prima: «Senti, lo stridìo della civetta. Annuncia la morte. È per me, questa volta».

E mi aveva guardata aspettandosi chissà cosa. Mi rimprovero sempre di non aver capito cosa avesse voluto da me, se un diniego o un sorriso o un abbraccio o una consolazione. Ma anche lui come me faceva fatica a chiedere e a comunicare. Si teneva tutto dentro. Anche la paura. E la morte gli faceva un terrore tremendo. Come a me.

L’ultimo giorno c’ero solo io. La morfina gli aveva alleviato il dolore, ma era in coma, agitato e convulso. Improvvisamente si era sollevato e io ero corsa a prendergli la mano, aveva spalancato gli occhi e fatto un respiro forte. Poi, dolcemente, quasi senza fretta il petto si era fermato, tutto quel catarro che gli affiorava alla bocca spalancata se ne era andato e i lineamenti si erano distesi. Era morto. Ma io non ci credevo. Proprio con me. Vagamente mi ricordo di averlo scosso e di averlo chiamato fino a quando qualcuno era arrivato e mi aveva portato via.

La Vecchia (pianoforte) guarda foto e sfoglia l’album. Continua la proiezione di fotografie.

Mamma. (Violino). Un’attrice entra in scena lentamente dalle quinte. Si siede in un angolo e alza le braccia. E le mani. Si allunga da accucciata con le braccia tese verso la vecchia. Poi si ri-raggomitola su sé stessa. Si rialza (braccia, testa, corpo,gambe). In piedi piroetta verso la vecchia. Si ferma al lato del tavolo a fianco della vecchia. La abbraccia. Dondolano entrambe. La madre si stacca e va con passi lenti verso il pubblico, si tocca il viso, scuote il velo nero, il corpo. Ondeggia. Si prende il collo e gira le testa (giro completo 3 volte con le braccia insieme). Si tocca il cuore, con le mani mima il palpito. Si prende la testa fra le mani e la scuote piano. Si rivolge con metà viso e corpo verso la vecchia e metà verso il pubblico. Allunga le mani e le ritira. Si sposta di alcuni passi e rifà gli stessi movimenti. Torna verso la vecchia, le tende le mani, afferra quelle della vecchia e poi pianissimo le lascia andare. E se ne torna nello stesso angolo da dove era partita con la testa tra le braccia. La sua voce registrata dice:

«Ciao, piccola mia. Adesso che sono morta posso chiamarti con tutti i nomignoli che in vita non ti davo perché mi vergognavo. Quanta distanza da colmare tra me e te, madre e figlia. Figlia che non seguisti mai i consigli che ti davo e madre che non ti ha mai capito. Mi hai portato all’ospedale ma il mio fisico era ormai troppo debole per sopportare quell’operazione al cuore. Piangevi quando non riuscivo a parlare col tubo per respirare cacciato in gola a forza e ti pregavo di togliermelo con gli occhi. Ma tu non ascoltasti, o non mi capisti, -quando mai ci siamo capite da vive?- e mi lasciasti in mezzo a quei mezzi morti, coperti da teli verdi. Operazioni su operazioni. Lo so, firmasti il permesso perché volevi che restassi in vita, ma quanto soffrire, piccola figlia ormai con i capelli bianchi, quanto soffrire mi hai fatto. Piangevi e mi stringevi la mano ma non avevi il coraggio di lasciarmi andare. Di lasciarmi morire. Eppure mi hai visto, distesa sul letto di morte, nella bara di legno, fredda come il marmo ma con il viso composto, disteso, finalmente libera, fuori dal dolore. Avresti dovuto capire che ero felice di essermene finalmente andata lontano. Lontano? No, non so se sono lontana o vicina. Ma dimmi, c’era tanta gente al mio funerale? Cercavo di trovarti in mezzo a tutta quella luce, guardavo dappertutto, ma trovavo solo luce intorno. E si che ci tenevo tanto a quel funerale. Mi sono comprata anche il posto là in alto, così vedo tutti, in cimitero. Ma non vedo niente. E non sentirti in colpa, non è di nessuno la responsabilità, sto bene dove sto. Se ci sto. Piccola figlia che hai seppellito tutti, dimmi un po’: quando sarà la tua ora, pensi che ci rivedremo? A volte qualcosa mi sembra che mi passi vicino, come un’ombra lucente che poi scompare. Ma non riesco a capire, non la so inseguire. Mi ha fatto piacere vederti. O sei tu che mi vedi? Io non ho più certezze, e ti ricordi in vita quante ne avevo? Fammi stare qui, non mi piace stare da sola. Tu vorresti che ti dicessi che sono in pace, che sto bene dove sto. Ma dirtelo io non so…»

La Vecchia allunga le mani verso la madre. Parla con voce piangente e dice mentre la madre esce di scena:

«Mamma, mamma, non andartene per favore. Ti ho trattato così male quando eri in vita e adesso che è troppo tardi devo scrivere una storia per riparare ai torti. Ma non so cosa inventarmi più. E portarti i fiori al cimitero è una cosa ben misera. Non mi dici se c’è l’inferno o il paradiso? Chi meglio di te che mi sono accorta di amare per sempre e da sempre può consigliarmi? Ma è troppo tardi, troppo tardi…»

Musica gregoriano + campane + organo. Dalle quinte entra un attore vestito da prete che benedice la Vecchia mettendosi al suo fianco e le dice:

«Mia cara figliola che venivi alla messa e al vespro e alla dottrina, mi riconosci? Sono il tuo vecchio prete, quello che ti confessava la litania dei peccatucci che non contavano nulla e quello grande te lo sei tenuta dentro senza mai dire niente. Birbanta! Ti ho sentito chiedere ai morti dove sono. Ma dove vuoi che siano? Tanti anni a raccomandarti l’anima invano? Sono tutti in paradiso, accanto al Signore, e vivono nella sua luce. Hai visto no, come sono venuti a salutarti non appena li hai chiamati? Ciò significa che esiste un altro mondo di là da questo, che non siamo vissuti per morire nella polvere, ma per risorgere nella vita eterna.»

Entra un’attrice vestita di rosso fuoco (è il Diavolo): La musica di entrata è la fisarmonica sulla quale il diavolo danza e poi parla ridendo e prendendo in giro la Vecchia:

«Povera donna che confusione! Per forza dovevi evocare anche me che sono la controparte. Esiste l’inferno? Guardami, sono il diavolo? Perché se esiste il bene deve esistere anche il male. Ma se il bene è bene supremo, non è contraddittorio affermare che in esso sia contenuto anche il male? Ognuno dei mortali vive una vita sola, la sua. E una morte sola. La sua. Chiunque ti abbia raccontato qualcos’altro è un bugiardo. Può darsi che tu ti possa reincarnare, così come tu possa resuscitare in un’altra dimensione, così come tu possa svanire nel nulla, o rimanere puro spirito. Può darsi che la tua anima resista al tempo e alla polvere dei millenni, così come di te non resti nulla se non il ricordo nella mente di chi ti ha amato. Chi può dirlo? Tutti e nessuno: ogni ipotesi può essere vera e ogni certezza può essere falsa.»

Il diavolo prende per la mano il prete che è rimasto vicino alla Vecchia e danza con lui.

Danza diavolo e prete. Tango (fisarmonica) poi entrambi escono di scena correndo.

Buio. Si sente il vento che si alza sempre più forte. I personaggi si muovono “spettralmente” insieme con le mani alzate e correndo spauriti di qua e di là. Poi vanno a sedersi – distendersi sul palco vicino alle quinte, mentre la Vecchia si guarda intorno spaurita e poi si accascia sul tavolo morendo.

Voci registrate di personaggi inesistenti interpretati da varie luci, confusione di voci, danze di luci conproiezione di foto di vari personaggi:

Donna

Dove sono?

Che cosa è successo?

Il tempo è perduto per sempre?

O vita, vita, vitaaaaaa! Mi hai lasciato, abbandonato, distrutto. Senza accorgermene mi hai strappato ai miei cari…

Ai balli, ai canti, alle danze…che non ho più.

Donna

Finalmente sei arrivata morte che ho atteso per lunghi anni. Un tempo lunghissimo è trascorso da quando, piccola e storpia e deforme venivo presa in giro dalla gente del paese, additata da tutti come frutto del peccato!..

Ma quale peccato può esserci in un piccolo essere che ha avuto solo la sfortuna di nascere……..

Uomo

Ricco, da vivo avevo tutto: vivevo nel lusso. Soldi, macchine, donne. Vivevo sperperando ciò che la fatica di mio padre aveva costruito… e adesso mi dicono che sono defunto. Cosa significa essere defunto? Significa non esserci più? Non ho mai creduto in niente e in niente continuo a credere. Ma se parlo sono. Sentitemi, sto parlando, qualcuno è in ascolto? Ehiiiiiiiii

Uomo

Dicevano che dio non gioca a dadi, ma io ho giocato con lui. Ho perso dunque se non esisto più?

Uomo

Ho passato la vita a studiare: ho letto libri su libri. Ho imparato tutto, anche la fisica quantistica. Ma quanto mi restava allora della mia vita, non ho saputo calcolare.

Uomo

Quando e come mi reincarnerò? Sono animista, e so che potrei rinascere da un momento all’altro. Chi potrà sapere chi sarò? Ho condotto la mia esistenza da buono e puro. Non ho toccato nè roba né donna d’altri. Ma sono qui. Dove? Dove? Dove?

Donna

Facevo collezione di farfalla ed ora come una farfalla ho vissuto e in un soffio sono svanita. Esseri del mondo che siete ancora in vita, raccoglietemi… vi prego

Uomo

Mi chiamavano scemo. Mi canzonavano in quel quartiere dove sono nato. Figlio di gente malfamata, tenuta ai margini della società per bene. Cosiddetta per bene. Ogni tanto, durante le feste qualcuno mi portava un panettone. E qualche altro mi donava i suoi stracci smessi da mettermi addosso. D’inverno avevo freddo. La legna non c’era. Né carbone. Né kerosene. Eppure quando me ne sono andato il prete ha ben detto la stessa messa anche per me. Come per il dottore e la marchesa e la signora che mi dava qualche dolcetto ogni tanto. La stessa messa. E anch’io ho un posto nello stesso cimitero. In una piccola bara e un’umile lapide, merito della carità comunale. Ma il mio nome semicancellato è accanto a quello della Contessa, anche se lei è alta nella sua tomba lustra di famiglia.

Donna

Morta. Sono morta. Il mio cuore non ha retto. Eppure avevo fior di dottori al mio capezzale. L’ultimo intervento di chirurgia plastica mi aveva fatto diventare ventenne di nuovo. Ma avevo sessant’anni e una malformazione cardiaca. Così mi trovo insieme alla mia cameriera in questo posto dimenticato. Aprite, per favore. Sono rifatta, voglio tornare.

Uomo

Avevo letto che fumare faceva male. Ma mia nonna aveva fumato toscani tutta la vita e si è spenta a novant’anni senza un colpo di tosse. Perché a me è toccato un tumore che mi ha portato via in un mese neanche? A quarant’anni si è in mezzo al cammino della vita. Ed è tutto perduto…

Uomo

Irrimediabile la vita, irrimediabile la morte. Cos’è la morte… anch’io son morto e non lo volevo. Ma son qui. Qui?

Uomo

Cercatemi. Cercatemi, in mezzo alla terra, su in alto nel cielo, giù nel profondo delle viscere della mente. Non so trovare la strada … qualcuno mi venga a prendere…

Alcune voci vengono fatte sentire all’incontrario, creando un effetto misterioso e alquanto macabro, inquietante. La Voce recitante registrata fuori campo con proiezione di foto di vari personaggi parla:

Voce recitante: Voci, voci, voci.

Echi della memoria, di persone che un tempo furono.

Splendori della vita, miserie della morte.

Splendori?

Miserie?

Quanto ci ha distinto in vita si annulla e scompare nella morte….

Viviamo vite parallele che si intrecciano e danzano senza capire.

A volte solo sfiorandosi, a volte, chissà in virtù di quale destino o fato pagano o meccanismo divino, si toccano e si uniscono in una danza che comunque è sempre mortale.

Chiunque tu sia, uomo o donna, meschino o brillante, ricco o povero, bello o brutto, famosa o da niente, scema, scemo  o intelligente, ciò che hai vissuto si annulla. Ciò che eri svanisce. Perché solo una cosa ci accomuna. E questa cosa che fa paura si chiama con un nome che non si può dire. Un nome che allontana, che divide ma che unisce. Sempre e comunque, sempre e dovunque. Cosa siamo e chi siamo? Dove andiamo? Per quanto tempo esistiamo? Ci siamo chiesti invano per tutta la vita. La vita che è il contrario di una parola. Esiste o non esiste. Contraddittorio affermare che siamo vivi solo in quanto dobbiamo morire. La parola è morte. Morte. Solo in virtù della morte, le nostre voci si alzano e si abbassano. Morte. Dolce morte che ci accarezzi piano per tutta la vita. Triste morte che ci fai piangere invano per tutta l’esistenza. Allegra morte che ci cogli in un baleno. Orrenda morte che ci fai soffrire un eterno penare. Malattie  e sofferenza sono le tue compagne. Ma anche liberazione e oblìo. Noi ti celebriamo e ti cantiamo perché di te abbiamo paura. Ma dai tuoi luoghi eterni e sperduti, chissà dove, chissà quando, noi vorremmo, tutti tornare…

Vecchia (pianoforte) si spoglia e danzando si mette la maschera della morte. Danza verso i personaggi distesi poi si toglie la maschera seguita da una luce. Il resto del palco è al buio. Poi la Vecchia esce dalla scena sorridendo, gettando a terra la maschera-teschio della morte. Luce la segue.

Luce piena. I personaggi si alzano ad uno ad uno e poi danzano insieme = strumenti + orchestra. Luci sfaccettate. Movimenti liberi che mimano morte e resurrezione. Sogno e realtà. La Vecchia rientra e danza con loro.

Buio totale alla fine della musica.

Piccole luci che danzano sul palco buio.

Voce recitante registrata fuori campo dice:

Voce recitante: Chi son io vi chiederete. Chi siamo e che stiamo facendo con luci e suoni e musiche.

Del destino di ognuno non ci è dato sapere. Della sorte non ci è dato conoscere. Il fato, o dio, o la fortuna ci ha serbato per sé una storia fatta di grandezza o di miseria. Siamo nati ricchi ma siamo anche nati poveri. Tra noi c’è chi gioisce e chi piange. Nel mondo si aggira un’umanità dolente e raminga che non sa vivere perché a lei è riservata tristezza e malattia. Ma al mondo esiste anche un altro pezzo di umanità che vive gioendo anche per i raminghi. Fato, sorte o destino non ci è dato conoscere. Ci è solo data la facoltà di vivere. E quella di morire.

Morire? Che è dunque morire?

E’ lasciare questo mondo, è svanire, è scomparire fisicamente senza più apparire?

E se fosse sogno la realtà?

E se la realtà che crediamo vivere sia invece morte?

Morte… morte… cosa dirà la morte?

La voce della Morte registrata fuori campo dice:

«Viene la notte, la notte scura ed il buio come sempre fa paura.

Viene la sera, come ogni sera e ad aspettarti c’è la vecchia signora.

Ma non temere, non temere ancora, non saprai mai quando giunge la tua ora.

Preparati sempre a morire mai, ma provaci ancora perché presto o tardi partirai.

Viene col buio, viene col sole, viene d’estate e viene d’inverno, ma tu preparati a sopportar l’eterno.

Chi ti dice chi io sia, è un bugiardo, perché dispersa è la memoria mia.

Chiusa nel lutto delle vesti nere, la mia falce non distingue le belle maniere.

Scrissero in molti sulle mie vicende ma nessuno è tornato dalle scure lande,

a raccontare che cosa è successo, dopo che la Morte ti è corsa appresso.»

Carrellata di luce sui personaggi distesi a terra, in pose diverse, fermi.

Buio e vento.

Lampo di luce.

Buio.

FINE

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