Antonio e Cleopatra

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William Shakespeare

William Shakespeare

ANTONIO E CLEOPATRA

PERSONAGGI

ANTONIO, OTTAVIO CESARE, LEPIDO: triunviri

SESTO POMPEO

DOMIZIO ENOBARBO, VENTIDIO, EROTE, SCARO, DERCETA, DEMETRIO, FILONE:

amici di Antonio

MECENATE, AGRIPPA, DOLABELLA, PROCULEIO, TIREO, GALLO: amici di Cesare

MENA, MENECRATE, VARRIO: amici di Sesto Pompeo

TAURO, luogotenente generale di Cesare

CANIDIO, luogotenente generale di Antonio

SILIO ufficiale nell'esercito di Ventidio

EUFRONIO, ambasciatore di Antonio a Cesare

ALESSA; MARDIANO, eunuco; SELEUCO; DIOMEDE: al seguito di Cleopatra

Un indovino

Un Buffone

CLEOPATRA, regina d'Egitto

OTTAVIA, sorella di Cesare, e moglie di Antonio

CARMIANA, IRA: al seguito di Cleopatra

Ufficiali, Soldati, Messaggeri ed altri del Seguito

Scena: In varie parti dell'Impero Romano

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA - Alessandria. Una stanza nel Palazzo di Cleopatra

(Entrano DEMETRIO e FILONE)

FILONE: Sì, questa passione del nostro generale passa la misura: quei suoi occhi fieri che sopra le file e le schiere guerresche scintillavano come Marte catafratto, ora si abbassano e volgono la funzione e la devozione del loro sguardo sopra una fronte abbronzata:

il suo cuore di condottiero che nelle mischie di grandi battaglie ha fatto scoppiare le fibbie della corazza sul suo petto rinnega ogni moderazione ed è diventato il mantice ed il ventaglio per raffrescare la lussuria di una zingara.

(Squillo di trombe. Entrano ANTONIO, CLEOPATRA, le sue Dame, il Seguito con gli eunuchi che le fanno vento)

Ecco che vengono: stai bene attento e vedrai in lui il terzo sostegno del mondo trasformato nello zimbello di una puttana: guarda e osserva.

CLEOPATRA: Se è veramente amore, ditemi quanto.

ANTONIO: Vi è miseria nell'amore che può essere valutato.

CLEOPATRA: Voglio stabilire un limite per sapere quanto io sia amata.

ANTONIO: Allora bisognerà che tu trovi un nuovo cielo, una nuova terra.

(Entra un Servo)

SERVO: Notizie da Roma, mio buon signore.

ANTONIO: Ciò mi infastidisce: sii breve.

CLEOPATRA: No, ascoltatele, Antonio: forse Fulvia è adirata; oppure chi sa che il quasi imberbe Cesare non vi abbia inviato il suo potente comando: "Fai questo, o quest'altro; soggioga quel regno, e libera quell'altro; eseguisci, oppure ti condanniamo".

ANTONIO: Come, amor mio!

CLEOPATRA: Forse! anzi, molto probabilmente: non dovete intrattenervi qui più a lungo, è venuto da parte di Cesare il vostro congedo; e perciò ascoltatelo, Antonio. Dov'è l'intimazione di Fulvia? o di Cesare, per meglio dire? o di entrambi? Fate entrare i messaggeri.

Come è vero che io sono la regina d'Egitto, tu arrossisci, Antonio, e quel tuo sangue è il vassallo di Cesare: oppure è cosi che la tua guancia si vergogna quando la garrula Fulvia ti sgrida. I messaggeri!

ANTONIO: Che Roma sprofondi nel Tevere e l'ampio arco dell'ordinato impero cada! Qui è il mio posto. I regni sono argilla: e il legame di questa nostra terra nutre egualmente la bestia e l'uomo: la nobiltà della vita consiste in questo; (l'abbraccia) quando una coppia cosi bene assortita e due esseri simili possono far ciò, impongo al mondo, sotto pena di punizione, di riconoscere che siamo incomparabili.

CLEOPATRA: Eccellente impostura! Perché avrebbe dunque sposato Fulvia, senza amarla? Non sono la sciocca che voglio sembrare; Antonio sarà sempre Antonio.

ANTONIO: Ma incitato da Cleopatra. Adesso, per amor dell'Amore e delle sue ore soavi, non sciupiamo il tempo in un aspro colloquio: non vi è un minuto delle nostre vite che non dovrebbe prostrarsi senza qualche piacere, adesso. Quale divertimento stanotte?

CLEOPATRA: Ascoltate gli ambasciatori.

ANTONIO: Ohibò, litigiosa regina! cui ogni cosa si addice, il rimprovero, il riso, il pianto; di cui ogni passione pienamente si sforza di rendersi in te bella e ammirata! Non voglio ambasciatori, se non siano tuoi; e soli soli stanotte vagheremo per le vie osservando i costumi della gente. Vieni, o mia regina; ieri notte lo desideravi.

(Al Messo) Non parlarci

(Escono Antonio e Cleopatra col loro Seguito)

DEMETRIO: Cesare è tenuto in cosi poco conto da Antonio?

FILONE: Signore, talvolta, quando egli non è Antonio, resta troppo al di sotto di quella grandezza che dovrebbe sempre accompagnare Antonio.

DEMETRIO: Sono molto dolente che egli così giustifichi i pubblici calunniatori che in tal guisa ne parlano a Roma: ma voglio sperare in un contegno migliore per il domani. Buon riposo!

(Escono)

SCENA SECONDA - La stessa. Un'altra stanza

(Entrano CARMIANA, IRA, ALESSA e un Indovino)

CARMIANA: Signor Alessa, dolce Alessa, incomparabile Alessa, quasi perfettissimo Alessa dov'è l'indovino che avete tanto lodato alla regina? Oh potessi conoscere quel marito che, come voi dite, deve caricare le sue corna di ghirlande!

ALESSA: Indovino!

INDOVINO: Che volete?

CARMIANA: E' questo l'uomo? Siete voi, signore, che conoscete gli eventi?

INDOVINO: So leggere un poco nell'infinito libro misterioso della natura.

ALESSA: Mostrategli la vostra mano.

(Entra ENOBARBO)

ENOBARBO: Portate subito il banchetto e vi sia vino a sufficienza per bere alla salute di Cleopatra.

CARMIANA: Buon signore, datemi la buona fortuna.

INDOVINO: Io non la faccio, la predìco.

CARMIANA: Vi prego allora, preditemene una.

INDOVINO: Sarete assai più florida di quel che non siate.

CARMIANA: Egli vuol dire in carne.

IRA: No, vuol dire che vi tingerete quando sarete vecchia.

CARMIANA: Le rughe non vogliano!

ALESSA: Non turbate la sua prescienza, state attenta.

CARMIANA: Silenzio!

INDOVINO: Sarete più amante che amata.

CARMIANA: Preferirei infiammarmi il fegato col bere.

ALESSA: Suvvia, ascoltatelo.

CARMIANA: Orsù, qualche eccellente fortuna! Fate che io mi mariti a tre re in una mattinata e che rimanga vedova di tutti; fate che a cinquant'anni io abbia un figlio a cui Erode di Giudea possa rendere omaggio: trovatemi il modo di sposarmi con Ottavio Cesare e rendetemi eguale alla mia padrona.

INDOVINO: Vivrete più a lungo della signora che servite.

CARMIANA: Oh, benissimo! Preferisco una vita lunga ai fichi!

INDOVINO: Avete visto ed esperimentato per l'innanzi una fortuna migliore di quella che si approssima.

CARMIANA: Allora, probabilmente, i miei figli non avranno un nome: di grazia, quanti bambini e bambine dovrò avere?

INDOVINO: Se ognuno dei vostri desideri avesse un utero, ed ogni desiderio fosse fecondo, un milione.

CARMIANA: Basta, insensato! Ti perdono perché sei mago.

ALESSA: Credete che nessuno all'infuori delle vostre lenzuola sia a conoscenza dei vostri desideri?

CARMIANA: Orsù, avanti, dite ad Ira la sua.

ALESSA: Vogliamo conoscere tutti le nostre sorti.

ENOBARBO: La mia, e la maggior parte delle nostre fortune stanotte sarà... di andare a letto ubriachi.

IRA: Ecco qui una palma che presagisce castità, se non altro.

CARMIANA: Proprio come il Nilo straripante presagisce carestia.

IRA: Andate, pazza compagna di letto, voi non sapete pronosticare.

CARMIANA: Ebbene, se una palma madida non è pronostico di fecondità, non è vero che io posso grattarmi l'orecchio. Di grazia, preditele soltanto una sorte dozzinale.

INDOVINO: Le vostre sorti sono simili.

IRA: Ma come, ma come? Datemi dei particolari.

INDOVINO: Ho detto.

IRA: Non ho un tantino di fortuna più di lei?

CARMIANA: Ebbene, se tu avessi un tantino di fortuna più di me, dove vorresti porlo?

IRA: Non nel naso di mio marito.

CARMIANA: Il cielo perdoni i nostri malvagi pensieri! Alessa...

suvvia, la sua sorte, la sua sorte! Oh, fagli sposare una donna che non possa venire, dolce Iside te ne supplico! e fa' che ella muoia, e dagliene una peggiore! e la peggiore segua alla peggiore, finché la peggiore di tutte lo accompagni ridendo alla sepoltura, becco cinquanta volte! Buona Iside, ascoltami questa preghiera anche se dovessi negarmi qualche affare di maggior peso: buona Iside, ti supplico!

IRA: Amen. Buona dea, ascolta la nostra preghiera! Poiché, se spezza il cuore vedere un bell'uomo male ammogliato, è anche un dolore mortale vedere un vile furfante che non sia cornuto: quindi, cara Iside, mantieni il decoro e dagli la sorte che si merita.

CARMIANA: Amen.

ALESSA: Ebbene, se stesse in loro rendermi becco, lo farebbero, a costo di far le puttane!

ENOBARBO: Silenzio! ecco Antonio.

CARMIANA: Non lui; la regina.

(Entra CLEOPATRA)

CLEOPATRA: Avete veduto il mio signore?

ENOBARBO: No, signora.

CLEOPATRA: Non era qui?

ENOBARBO: No, signora.

CLEOPATRA: Era disposto all'allegria, ma tutto ad un tratto un pensiero di Roma lo colpì. Enobarbo!

ENOBARBO: Signora?

CLEOPATRA: Cercatelo e conducetelo qui. Dov'è Alessa?

ALESSA: Qui, al vostro servizio. Il mio signore s'avvicina.

CLEOPATRA: Non vogliamo vederlo: venite con me.

(Escono)

(Entra ANTONIO con un Messaggero e Seguito)

MESSAGGERO: Fulvia tua moglie per prima scese in campo.

ANTONIO: Contro mio fratello Lucio?

MESSAGGERO: Sì: ma presto la guerra ebbe fine e le circostanze del tempo li fecero diventare amici unendo le loro forze contro Cesare, la cui miglior fortuna in guerra li cacciò dall'Italia fin dal primo incontro.

ANTONIO: Bene, che c'è di peggio?

MESSAGGERO: La natura delle cattive nuove infetta chi le reca.

ANTONIO: Quando esse riguardano un pazzo o un vile. Avanti: le cose passate son per me finite. E' così; ascolto come se mi adulasse colui che mi dice il vero, anche se nel suo racconto si annidi la morte.

MESSAGGERO: Labieno - questa è una dura notizia - ha col suo esercito di Parti conquistato l'Asia oltre l'Eufrate, facendo sventolare la sua bandiera vincitrice dalla Siria alla Lidia e alla Ionia, mentre che...

ANTONIO: Antonio, tu vorresti dire...

MESSAGGERO: Oh, mio signore!

ANTONIO: Parlami francamente, non attenuare la voce pubblica: chiama Cleopatra com'è chiamata a Roma; rimprovera con le parole di Fulvia e biasima le mie colpe con tale assoluta licenza quale la verità e la malizia insieme unite hanno il potere di esprimere. Oh, noi produciamo gramigne quando i nostri venti veloci non soffiano, e dirci i nostri torti è come arare il nostro terreno. Addio, lasciami solo un poco.

MESSAGGERO: Al vostro nobile piacere.

(Esce)

ANTONIO: Olà, le notizie da Sicione! Parlate!

PRIMO DEL SEGUITO: L'uomo di Sicione... c'è qui?

SECONDO DEL SEGUITO: Attende il vostro volere.

ANTONIO: Fatelo entrare. Debbo spezzare questi forti ceppi egiziani o perdermi nella mia passione.

(Entra un altro Messaggero)

Chi siete voi?

SECONDO MESSAGGERO: Fulvia, tua moglie, è morta.

ANTONIO: Dove è morta?

SECONDO MESSAGGERO: A Sicione: questa lettera narra la durata della sua malattia con tutto ciò di più serio che ti interessi sapere.

(Gli dà una lettera)

ANTONIO: Lasciami solo. (Esce il Messaggero) Ecco una grande anima che se n'è andata! Eppure l'ho desiderato: noi vorremmo di nuovo per noi ciò che spesso il nostro disprezzo caccia via; la soddisfazione presente, attenuandosi coll'andare del tempo, diventa l'opposto di se stessa: Fulvia mi sembra buona, ora che se n'è andata; la mano che la sospinse vorrebbe ora trarla indietro. Bisogna che io mi sottragga a questa regina incantatrice: la mia indolenza cova diecimila sventure, più grandi dei mali che conosco. Olà! Enobarbo!

(Rientra ENOBARBO)

ENOBARBO: Che volete signore?

ANTONIO: Debbo partire subito di qui.

ENOBARBO: Ebbene, in tal caso uccideremo tutte le nostre donne.

Vediamo come solo una scortesia sia mortale per esse; se dovranno sopportare la nostra partenza, morte è la parola.

ANTONIO: Bisogna che me ne vada.

ENOBARBO: In una circostanza estrema, muoiano le donne: ma sarebbe peccato sacrificarle per nulla; benché, scegliendo tra loro ed una grande causa, esse debbano essere contate per nulla. Cleopatra, al più lieve accenno, morrà immediatamente; io l'ho vista morire venti volte per ragioni più lievi. Credo vi sia nella morte un naturale ardore che compie qualche atto amoroso su lei, tale è la celerità sua nel morire.

ANTONIO: Ella è astuta oltre il pensiero umano.

ENOBARBO: Ahimè, no, signore; le sue passioni non sono fatte d'altro che della parte più fina del puro amore: non possiamo chiamare i suoi venti e le sue acque sospiri e lacrime; sono uragani e tempeste maggiori di quelle che non possano riferire gli almanacchi. Non può essere astuzia in lei; se è astuzia, ella può creare un acquazzone al pari di Giove.

ANTONIO: Vorrei non averla mai veduta!

ENOBARBO: Oh, signore! Avreste perduto lo spettacolo di un'opera maravigliosa, e il non esserne stato beneficato avrebbe screditato il vostro viaggio.

ANTONIO: Fulvia è morta.

ENOBARBO: Signore?

ANTONIO: Fulvia è morta.

ENOBARBO: Fulvia!

ANTONIO: Morta!

ENOBARBO: Ebbene signore, offrite agli dèi un sacrificio di gratitudine. Quando piace alle divinità di togliere la moglie a un uomo, questi le riconosce come i sarti della terra e si consola riflettendo che quando le vecchie vesti sono usate vi è materiale per farne delle nuove. Se non vi fossero altre donne che Fulvia, allora avreste ricevuto una vera ferita e il caso sarebbe deplorevole: ma questo dolore è coronato dalla consolazione; la vostra vecchia gonnella partorisce una nuova sottana; e in realtà le lacrime che dovrebbero annaffiare questo dolore si annidano in una cipolla.

ANTONIO: La faccenda che essa ha avviato nello Stato non può tollerare la mia assenza.

ENOBARBO: E la faccenda che voi avete avviata qui non può fare a meno di voi, specialmente quella di Cleopatra che dipende completamente dalla vostra dimora.

ANTONIO: Non più risposte frivole. Che i nostri ufficiali siano informati di ciò che proponiamo. Rivelerò la causa della nostra fretta alla regina, e otterrò il suo consenso alla partenza. Poiché non soltanto la morte di Fulvia, e motivi più urgenti, ci esortano fortemente, ma anche le lettere di molti nostri solerti amici a Roma ci richiedono in patria. Sesto Pompeo ha lanciato la sfida a Cesare e tiene il dominio del mare: il nostro popolo incostante - il cui amore non è mai legato a chi se lo merita finché i suoi meriti non sono trascorsi - comincia ad attribuire tutte le qualità e le dignità di Pompeo il Grande a suo figlio; il quale, eminente per fama e potenza e più eminente ancora per vigore e energia, s'innalza com il primo dei soldati; il suo seme, sviluppandosi, potrebbe mettere in pericolo i fianchi del mondo. Si generano molte cose che, come il crine del cavallo, hanno già la vita ma non ancora il veleno di un serpe. Di' a coloro che ci sono sottoposti che il mio desiderio esige una pronta partenza di qui.

ENOBARBO: Lo farò.

(Escono)

SCENA TERZA - La stessa. Un'altra stanza

(Entrano CLEOPATRA, CARMIANA, IRA ed ALESSA)

CLEOPATRA: Dov'è?

CARMIANA: Non l'ho più visto da allora.

CLEOPATRA: Vedete dov'è, chi è con lui, cosa fa: non vi ho mandata io.

Se lo trovate triste, ditegli che sto danzando; se lieto, riferitegli che mi sono improvvisamente ammalata. Presto, e ritornate.

(Esce Alessa)

CARMIANA: Signora, mi sembra che, se lo amate molto, voi non seguiate il metodo per costringerlo a contraccambiarvi.

CLEOPATRA: Cosa dovrei fare che io non faccio?

CARMIANA: Lasciatelo libero in ogni cosa, non lo contrariate in nulla.

CLEOPATRA: Tu insegni da sciocca: questo è il modo per perderlo.

CARMIANA: Non lo mettete tanto alla prova; vorrei che vi frenaste: col tempo finiamo coll'odiare ciò che spesso temiamo. Ma ecco che viene Antonio.

(Entra ANTONIO)

CLEOPATRA: Sono malata e triste.

ANTONIO: Mi dispiace di rivelare il mio proposito...

CLEOPATRA: Aiutatemi ad uscire, cara Carmiana; cadrò, non può durare a lungo così, i fianchi della natura non ci reggono.

ANTONIO: Ebbene, mia carissima regina...

CLEOPATRA: Vi prego, tenetevi più lontano da me.

ANTONIO: Che avete?

CLEOPATRA: So, dai vostri stessi occhi, che vi sono buone notizie. Che dice la donna maritata? Potete andare: vorrei che non vi avesse mai accordalo il permesso di venire! (Che ella non dica che sono io che vi trattengo qua; non ho potere su voi; siete suo.

ANTONIO: Gli dèi ben sanno...

CLEOPATRA: Oh, non vi fu mai regina così grandemente tradita! Eppure fin dal principio vidi stabilirsi il tradimento.

ANTONIO: Cleopatra...

CLEOPATRA: Come dovrei credere che voi possiate esser mio e fedele, anche se giurando faceste tremare gli dèi sui loro troni, voi che siete stato infedele a Fulvia? E' una sfrenata pazzia l'essere sedotti da questi voti pronunziati dalla bocca e che si spezzano nel giuramento stesso!

ANTONIO: Dolcissima regina...

CLEOPATRA: No, vi prego, non cercate un pretesto per la vostra partenza, ma salutate e partite: quando mi supplicavate per rimanere, allora era il momento di parlare: ma allora non si faceva parola di partenze; l'eternità era sulle nostre labbra e nei nostri occhi, la felicità nell'arco delle nostre ciglia; nessuna facoltà in noi era tanto misera da non essere di origine celeste: tutto è ancora così, oppure voi, il più grande soldato del mondo, vi siete mutato nel più grande mentitore.

ANTONIO: Orsù, signora!

CLEOPATRA: Vorrei avere la tua statura; sapresti allora che vi è un cuore in Egitto.

ANTONIO: Ascoltatemi, regina: la suprema necessità del momento richiede i nostri servigi per qualche tempo; ma tutto il mio cuore rimane in usufrutto presso di voi. La nostra Italia scintilla tutta di spade civili: Sesto Pompeo si avvicina al porto di Roma: l'eguaglianza di due potenze domestiche origina una incerta lotta di fazione: coloro che erano odiati, cresciuti in forza, sono recentemente divenuti cari:

il proscritto Pompeo, ricco della gloria di suo padre, va insinuandosi rapidamente nei cuori di coloro che non hanno guadagnato nulla col presente governo, e il loro numero minaccia; e la quiete, malata di inazione, vorrebbe ritemprarsi attraverso qualsiasi audace cambiamento. Il mio motivo personale, quello che maggiormente dovrebbe giustificare presso di voi la mia partenza, è la morte di Fulvia.

CLEOPATRA: Benché l'età non mi abbia potuta liberare dalla follia, mi ha liberata dalla puerilità; può forse morire Fulvia?

ANTONIO: E' morta, mia regina: guarda, e a tuo regale comodo leggi le brighe che ella ha suscitato; ma il meglio è in fine; guarda quando e dove ella è morta.

CLEOPATRA: Oh perfido amore! Dove sono le sacre fiale che avresti dovuto riempire di dolorose lacrime? Adesso solamente vedo nella morte di Fulvia come sarà accolta la mia.

ANTONIO: Non altercate più a lungo ma preparatevi ad apprendere quale sia il mio proposito, che sarà o cesserà di essere secondo il vostro consiglio. Per il fuoco che feconda il limo del Nilo, me ne andrò di qui come tuo soldato e servo, per fare pace o guerra secondo il tuo desiderio.

CLEOPATRA: Taglia i miei lacci, Carmiana, presto; no, lascia: passo rapidamente dallo star male al sentirmi bene, purché Antonio ami.

ANTONIO: Mia preziosa regina, cessate e rendete giustizia all'amore di chi sostiene una prova onorevole.

CLEOPATRA: Così mi disse Fulvia. Vi prego, volgetevi e piangete per lei; quindi ditemi addio e affermate che le vostre lacrime sgorgano per l'Egiziana: avanti recitate una scena di eccellente ipocrisia e fate che assomigli ad una perfetta onoratezza.

ANTONIO: Mi accendete il sangue: basta.

CLEOPATRA: Potete far di meglio; ma è recitato abbastanza bene.

ANTONIO: Ebbene, per la mia spada...

CLEOPATRA: E per lo scudo! Sempre meglio: pure non è ancora la perfezione. Guarda, Carmiana, ti prego, come a questo erculeo romano si addice il contegno del risentimento.

ANTONIO: Vi lascio, signora.

CLEOPATRA: Cortese signore, una parola. Signore, voi ed io dobbiamo separarci, ma non si tratta di questo: signore, voi ed io ci siamo amati, ma non si tratta nemmeno di questo; ciò lo sapete bene: vi è qualcosa che vorrei... Oh, la mia dimenticanza è proprio un Antonio, e ho tutto obliato.

ANTONIO: Se la vostra regalità non avesse la frivolezza come sua suddita, vi prenderei per la frivolezza stessa.

CLEOPATRA: E' dura fatica tenersi tale frivolezza così vicina al cuore, come fa Cleopatra. Ma, signore, perdonatemi, poiché le mie stesse grazie mi uccidono quando vi dispiacciono. Il vostro onore vi richiama di qui; quindi siate sordo alla mia non compianta follia e che tutti gli dèi vi accompagnino! La vittoria coronata d'alloro si posi sulla vostra spada e l'affabile successo si distenda ai vostri piedi!

ANTONIO: Andiamo. Venite; la nostra separazione indugia e vola in tal modo che tu, restando qui, vieni con me, ed io, fuggendomene, rimango con te. Andiamo!

(Escono)

SCENA QUARTA - Roma. La casa di Cesare

(Entrano OTTAVIO CESARE, leggendo una lettera, LEPIDO, e il loro Seguito)

CESARE: Potete vedere, Lepido, e sappiatelo d'ora innanzi, che Cesare non ha innata la pecca di odiare il nostro grande socio. Ecco le notizie di Alessandria: egli pesca, beve, e consuma le lampade notturne in orge; non è più virile di Cleopatra né la regina di Tolomeo più femminile di lui: a mala pena concesse udienza o si degnò ricordarsi di avere dei colleghi: troverete in lui un uomo che è il compendio di tutte le colpe seguite da tutti gli uomini.

LEPIDO: Non posso pensare che vi siano mali sufficienti ad oscurare tutte le sue virtù: i difetti in lui somigliano alle macchie del cielo, più accese nell'oscurità della notte; ereditati, piuttosto che acquisiti; cosa che egli non può cambiare anziché cosa che egli scelga.

CESARE: Siete troppo indulgente. Concediamo che non ci sia gran male a voltolarsi nel letto di Tolomeo, regalare un regno per uno spasso, sedersi a sbevazzare in compagnia di una schiava, andare barcollando per le vie in pieno meriggio, facendo ai cazzotti con dei gaglioffi che puzzan di sudore: ammettiamo pure che ciò gli si addica - e deve essere realmente eccezionale il temperamento di chi non può venire insozzato da tali cose - ma pure Antonio non può in alcun modo scusare le sue colpe, quando noi dobbiamo sopportare così grande peso per la sua leggerezza. Se egli riempisse gli ozi delle sue voluttà, la sazietà e l'artrite gliene chiederebbero conto; ma perdere un tempo che lo richiama a rullo di tamburo dai suoi piaceri e che gli parla con la forza delle sue e delle nostre condizioni, è cosa che merita rimprovero, così come sgridiamo quei ragazzi che, essendo già maturi in conoscenza, sacrificano la loro esperienza ad un immediato piacere ribellandosi al giudizio.

(Entra un Messaggero)

LEPIDO: Ecco altre notizie.

MESSAGGERO: I tuoi ordini sono stati eseguiti, e d'ora in ora, o nobilissimo Cesare, sarai informato di ciò che accade fuori d'Italia.

Pompeo è forte per mare, e sembra che egli sia amato da quelli che solamente il timore univa a Cesare: i malcontenti riparano ai porti e la voce pubblica lo considera trattato molto ingiustamente.

CESARE: Avrei dovuto prevederlo. Ci è stato insegnato fino dallo stato primordiale che colui che è al potere fu desiderato fino al momento in cui vi giunse; e che l'uomo in declino, mai amato fino a che non si merita più alcun amore, diventa caro allorché se ne avverte la mancanza. Questa moltitudine, simile a un giunco galleggiante sulla corrente, avanza e retrocede seguendo il flutto variabile fino a marcire per il suo stesso moto.

MESSAGGERO: Cesare, ti porto la notizia che Menecrate e Mena, famosi pirati, assoggettano il mare, solcandolo e ferendolo con navi d'ogni sorta; intraprendono molte violente scorrerie in Italia; gli abitanti della costa impallidiscono a pensarvi e la fiera gioventù si ribella; nessuna nave può azzardarsi fuori senza essere catturata appena vista; perché il nome di Pompeo spaventa di più che non il dover resistere alla sua guerra.

CESARE: Antonio, abbandona le tue lascive gozzoviglie. Quando una volta fosti scacciato da Modena, dove uccidesti i consoli Irzio e Pansa, la fame ti era alle calcagna; eppure, benché allevato tra le raffinatezze, tu la combattesti con una sopportazione più grande di quella che potessero avere gli stessi selvaggi. Bevesti l'orina dei cavalli e il pantano squamoso dinanzi a cui si sarebbe serrata persin la gola degli animali; il tuo palato non disprezzò allora la bacca più aspra sulla più rozza siepe; come il cervo, allorquando la neve ammanta il pascolo, brucasti la scorza degli alberi. Si racconta che sulle Alpi tu mangiasti ben strana carne, alla cui vista molti morivano; tutto ciò - e ferisce il tuo onore che io ne parli adesso - fu tollerato da te così da soldato che la tua guancia non dimagrì nemmeno.

LEPIDO: E' un peccato che sia così decaduto!

CESARE: La sua vergogna presto lo riconduca a Roma: è l'ora che noi due ci mostriamo sul campo, e a questo fine raduniamo immediatamente il consiglio; Pompeo si rafforza nella nostra inazione.

LEPIDO: Domani, Cesare, sarò in grado di informarvi esattamente quanto io possa affrontare presentemente per mare e per terra

CESARE: E fino a tale incontro ciò sarà anche mia cura. Addio.

LEPIDO: Addio, signore. Di ciò che, nel frattempo, saprete sui moti esterni, vi prego, signore, di rendermi partecipe.

CESARE: Non ne dubitate, signore; lo consideravo mio dovere.

(Escono)

SCENA QUINTA - Alessandria. Il Palazzo di Cleopatra

(Entrano CLEOPATRA, CARMIANA, IRA e MARDIANO)

CLEOPATRA: Carmiana!

CARMIANA: Signora?

CLEOPATRA: Ah, ah! Dammi da bere della mandragora.

CARMIANA: Perché, signora?

CLEOPATRA: Perché io possa dormire durante il lungo spazio di tempo in cui il mio Antonio non ci sarà.

CARMIANA: Voi pensate troppo a lui..

CLEOPATRA: Oh, questo è tradimento!

CARMIANA: Signora, non lo credo.

CLEOPATRA: Ehi, eunuco Mardiano!

MARDIANO: Che desidera Vostra Altezza?

CLEOPATRA: Non di sentirti cantare; non prendo alcun piacere in alcuna cosa d'eunuco: è bene per te che, essendo privo di seme, i tuoi pensieri più liberi non possano volar via dall'Egitto. Provi tu l'amore?

MARDIANO: Sì, graziosa signora.

CLEOPATRA: In realtà!

MARDIANO: Non in realtà, signora; poiché io nulla posso fare che non sia veramente onesto da farsi: eppure ho delle violente passioni, e penso a ciò che Venere faceva con Marte.

CLEOPATRA: O Carmiana, dove pensi che egli sia adesso? Starà in piedi, o seduto? o forse cammina? o è sul suo cavallo? O felice cavallo che porti il peso di Antonio! Comportati altieramente, o cavallo, non sai chi rechi in groppa? Il semi-Atlante che regge questa terra, il braccio e il cimiero degli uomini. Egli parla adesso, o mormora:

"Dov'è il mio serpente del vecchio Nilo?". Poiché cosi mi chiama.

Adesso mi nutro del più delizioso veleno. Pensare a me, che sono nera dagli amorosi pizzichi di Febo e solcata dalle rughe profonde del tempo! O Cesare dall'ampia fronte, quando dimoravi ancora qui sulla terra, allora ero un boccone degno di un monarca; e il grande Pompeo si fermava dilatandomi gli occhi in faccia; là egli voleva ancorare il suo sguardo e morire contemplando la sua vita.

(Entra ALESSA)

ALESSA: Sovrana d'Egitto, salute!

CLEOPATRA: Come sei diverso da Marco Antonio! Pure, venendo da parte sua, quel grande elisire ti ha dorato della sua tinta. Come sta il mio valoroso Marco Antonio?

ALESSA: L'ultima cosa che egli fece, cara regina, fu di baciare con l'ultimo di molti ripetuti baci - questa perla orientale. Le sue parole mi sono rimaste in cuore.

CLEOPATRA: Il mio orecchio deve allora coglierle di là.

ALESSA: "Buon amico - egli disse - di' che il forte romano invia alla grande regina egiziana questo tesoro di un'ostrica, e che ai piedi di lei, per fare ammenda del trascurabile dono, accrescerà di regni il suo trono opulento; tutto l'Oriente, dille, la chiamerà padrona".

Quindi mi accennò colla testa e dignitosamente montò su un focoso cavallo che nitriva così forte da soffocare bestialmente ciò che avessi voluto dire.

CLEOPATRA: Ebbene, era triste o lieto?

ALESSA: Simile alla stagione dell'anno che è tra gli estremi del caldo e del freddo: non era né triste né lieto.

CLEOPATRA: Oh ben equilibrato umore! Osservalo, osservalo, Carmiana, ecco l'uomo; osservalo. Non era triste, perché voleva mostrarsi sereno a quelli che atteggiavano il loro volto secondo il suo; non era lieto, e ciò sembrava ammonirli che il suo ricordo e la sua gioia erano rimasti in Egitto. Stava tra le due cose. Oh, celeste mescolanza! Ma sii tu triste o felice, la violenza di entrambi questi sentimenti ti si addice come a nessun altro. Hai incontrato i miei messi?

ALESSA: Si, signora, venti messaggeri diversi; perché li mandate così frequenti?

CLEOPATRA: Colui che nascerà il giorno in cui dimenticherò di inviare messi ad Antonio morrà in miseria. Inchiostro e carta, Carmiana.

Benvenuto, mio buon Alessa. Carmiana, ho mai amato Cesare altrettanto?

CARMIANA: Oh quel prode Cesare!

CLEOPATRA: Possa tu rimanere soffocata da un'altra esclamazione simile! Di', quel prode Antonio.

CARMIANA: Quel valoroso Cesare!

CLEOPATRA: Per Iside, ti farò sanguinare i denti se paragonerai ancora a Cesare il mio uomo tra gli uomini.

CARMIANA: Col vostro perdono graziosissimo, non fo che cantare sul vostro tono.

CLEOPATRA: Miei giorni in erba, allorquando ero verde nel giudizio e fredda nel sangue per poter dire ciò che dissi! Orsù, via; portami inchiostro e carta: egli dovrà ricevere ogni giorno uno speciale saluto, a costo di spopolare l'Egitto.

(Escono)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA - Messina. La casa di Pompeo

(Entrano POMPEO, MENECRATE e MENA in atteggiamento marziale)

POMPEO: Se i grandi dèi sono giusti, devono appoggiare le azioni degli uomini più giusti.

MENECRATE: Sappiate, degno Pompeo, che essi non negano ciò che differiscono.

POMPEO: Mentre stiamo supplici al loro trono, scade la cosa per cui li preghiamo.

MENECRATE: Ignari di noi stessi, spesso invochiamo il nostro stesso danno, che i saggi numi ci negano per nostro bene; così ricaviamo un profitto sprecando le nostre preghiere.

POMPEO: Debbo riuscire: il popolo mi ama e il mare mi appartiene; la mia potenza va aumentando e la mia speranza profetica mi dice che arriverà alla sua pienezza. Marco Antonio in Egitto siede a banchetto, e non farà guerra fuori: Cesare accumula danaro laddove perde i cuori:

Lepido li adula entrambi ed è da entrambi adulato; ma egli non li ama né essi si curano di lui.

MENECRATE: Cesare e Lepido sono in campo: conducono una grandissima forza.

POMPEO: Da chi lo sapete? E' falso.

MENECRATE: Da Silvio, signore.

POMPEO: Egli sogna: so che sono assieme a Roma ad aspettare Antonio.

Possano tutti i fascini dell'amore, lasciva Cleopatra, addolcire le tue labbra appassite! Che la magia si unisca alla bellezza e la lussuria ad entrambe! Impastoia il libertino in un pascolo di delizie, e mantieni il suo cervello nei fumi dell'ebbrezza; cuochi epicurei aguzzino con salse stimolanti il suo appetito, e il sonno ed il cibo possano prorogare il suo onore in un oblìo leteo.

(Entra VARRIO)

Ebbene, Varrio!

VARRIO: Ciò che sto per dirvi è certissimo: Marco Antonio è atteso a Roma da un'ora all'altra: vi sarebbe stato tempo anche per un viaggio più lungo calcolando quando ha lasciato l'Egitto.

POMPEO: Avrei ascoltato più volentieri una cosa meno grave. Mena, non credevo che quel ghiottone innamorato si sarebbe coperto dell'elmo per così piccola guerra: la sua abilità militare vale due volte quella degli altri due. Ma solleviamo più in alto la stima di noi stessi, se la nostra mossa ha il potere di strappare dal grembo della vedova d'Egitto quell'Antonio mai sazio di piaceri.

MENA: Non posso immaginare che Cesare ed Antonio vadano bene d'accordo: la moglie di quest'ultimo, che è morta, fece torto a Cesare; suo fratello guerreggiò contro di lui; benché, secondo me, non istigato da Antonio.

POMPEO: Non so, Mena, come piccole inimicizie possano far luogo ad altre maggiori. Se non fosse che siamo contro di loro, andrebbe da sé che combatterebbero l'un contro l'altro; poiché hanno motivi sufficienti per sguainare le spade. Ma come la paura che hanno di noi possa cementare le loro scissioni e rappattumare la loro meschina discordia, non lo sappiamo ancora. Sia come vogliono i nostri dèi. Le nostre vite dipendono dall'usare le nostre massime energie. Vieni, Mena.

(Escono)

SCENA SECONDA - Roma. La casa di Lepido

(Entrano ENOBARBO e LEPIDO)

LEPIDO: Buon Enobarbo, è una lodevole azione e sarà ben degno di voi indurre il vostro capitano a un colloquio calmo e pacato.

ENOBARBO: Gli suggerirò di rispondere secondo se stesso: se Cesare lo irrita, che Antonio guardi al di sopra del capo di Cesare e parli gagliardamente come Marte. Per Giove, fossi io ad avere la barba d'Antonio, non me la raderei proprio oggi.

LEPIDO: Questo non è tempo di risentimenti personali.

ENOBARBO: Ogni momento è buono per la cosa che si origina in esso.

LEPIDO: Ma le cose piccole devono cedere il passo alle più grandi.

ENOBARBO: Ma non se le piccole vengono per prime.

LEPIDO: Il vostro discorso è ispirato dall'ira: ma, vi prego, non attizzate la brace. Ecco il nobile Antonio.

(Entrano ANTONIO e VENTIDIO)

ENOBARBO: Ed ecco laggiù Cesare.

(Entrano CESARE, MECENATE e AGRIPPA)

ANTONIO: Se qui ci accorderemo bene, andremo contro i Parti: ascolta, Ventidio.

CESARE: Non so, Mecenate; domanda ad Agrippa.

LEPIDO: Nobili amici, la causa che ci ha riuniti è importantissima, né valga a dividerci qualche motivo più meschino. I torti possano essere ascoltati con moderazione: se ci accaloriamo a discutere i nostri insignificanti dissensi, commettiamo un delitto col pretesto di curare le nostre ferite. Quindi, nobili compagni, e di questo io vi supplico ardentemente, toccate i punti più dolorosi coi termini più soavi, e fate sì che l'asprezza non si unisca agli argomenti.

ANTONIO: Ben detto. Se fossimo davanti ai nostri eserciti, e in procinto di combattere, agirei così.

(Squillo di trombe)

CESARE: Benvenuto a Roma.

ANTONIO: Grazie.

CESARE: Sedete.

ANTONIO: Sedete, signore.

CESARE: Suvvia, dunque.

ANTONIO: Ho saputo che prendete in cattivo senso delle cose che non ne hanno; o che, avendone, non vi riguardano.

CESARE: Mi farei rider dietro se, per nulla o per poco, mi ritenessi offeso, e specialmente trattandosi di voi; ma mi farei rider dietro ancor più se mai vi nominassi sprezzantemente, poiché fare il vostro nome non è affar mio.

ANTONIO: Che v'importa, Cesare, della mia permanenza in Egitto?

CESARE: Non più di quello che vi potesse importare, in Egitto, la mia permanenza a Roma: però, se voi laggiù tramavate contro il mio potere, la vostra permanenza in Egitto poteva essere oggetto della mia attenzione.

ANTONIO: Che intendete dire con "tramavate"?

CESARE: Vi potrà far piacere di comprendere ciò che voglio dire da ciò che mi avvenne qui. Vostra moglie e vostro fratello mi mossero guerra; e la loro controversia vi concerneva da vicino; voi eravate la parola di guerra.

ANTONIO: Sbagliate nel vostro parere; mio fratello non ha mai fatto uso del mio nome come pretesto di guerra: io stesso me ne informai, e tengo le mie informazioni da relatori degni di fede che sguainarono le spade con voi. Non screditava egli piuttosto la mia autorità assieme alla vostra e non faceva forse guerra anche contro il mio volere, una volta che io seguivo la stessa vostra causa? Di ciò le mie lettere vi hanno chiarito già prima. Se volete imbastire una contesa, dacché non avete ragioni sufficienti per crearne una, non dovete farlo con queste inezie.

CESARE: Voi vi elogiate attribuendo a me errori di giudizio, ma le vostre scuse ve le siete rabberciate da voi stesso.

ANTONIO: No, no, so che non vi può sfuggire, ne sono certo, l'inevitabilità di questo pensiero, che io, vostro associato nella causa contro cui egli combatteva, non potevo considerare con occhio favorevole quelle guerre che minacciavano la mia stessa pace. In quanto a mia moglie, vi augurerei di trovare la sua anima in un'altra donna; la terza parte del mondo è vostra, e voi la potreste guidare facilmente al passo con una cavezza: ma non una tale moglie.

ENOBARBO: Avessimo noi tutti mogli simili, così che gli uomini potessero andare in guerra colle donne!

ANTONIO: Essendo così indomita, riconosco con dispiacere, o Cesare, che le sue agitazioni originate dalla sua impazienza e non prive di astuzia politica, debbono avervi dato molta inquietudine: dovete però riconoscere che non potevo farci nulla.

CESARE: Vi scrissi quando passavate il tempo tra le orge di Alessandria; intascaste le mie lettere e con insulti scacciaste schernendolo il mio messo senza avergli dato udienza.

ANTONIO: Signore, mi capitò addosso prima di essere ammesso: e inoltre avevo allora festeggiato tre re e non ero più quello che ero al mattino: ma il giorno seguente glie lo spiegai io stesso, il che era come avergli chiesto scusa. Che quell'uomo non entri nella nostra contesa; se dobbiamo discutere, sia messo fuori dalla nostra disputa.

CESARE: Avete spezzato l'impegno del vostro giuramento, mentre non avrete mai lingua per accusarmi di una cosa simile.

LEPIDO: Calma, Cesare!

ANTONIO: No, Lepido, lasciatelo parlare: l'onore di cui egli parla, adesso mi è sacro, anche ammettendo che mi abbia fatto difetto. Ma continuate, Cesare; l'impegno del mio giuramento...

CESARE: Era di prestarmi armi ed aiuto quando li richiedessi: cose che entrambe rifiutaste.

ANTONIO: Che trascurai, piuttosto, e inoltre quando ore avvelenate mi avevano tolto la coscienza di me stesso. Ne farò ammenda a voi per quanto io possa: ma la mia lealtà non potrà avvilire la mia grandezza, né la mia potenza agire senza di essa. E' vero che Fulvia, per farmi tornare dall'Egitto, suscitò qui una guerra; ed io stesso, che ne sono la causa innocente, chiedo scusa di ciò, per quanto si addica al mio onore di piegarsi in simile circostanza.

LEPIDO: Nobili parole.

MECENATE: Vi piaccia non insistere più oltre sui vostri torti reciproci: per dimenticarli completamente basterebbe ricordare che le presenti necessità vi spingono a riconciliarvi.

LEPIDO: Degne parole, Mecenate.

ENOBARBO: Oppure, se vi prestate vicendevolmente il vostro affetto per il momento, potrete, quando non udrete più una parola sul conto di Pompeo, restituirvelo di nuovo: avrete tempo di litigare quando non avrete altro da fare.

ANTONIO: Tu non sei che un soldato: taci.

ENOBARBO: Avevo quasi dimenticato che la verità deve saper tacere.

ANTONIO: Voi mancate di rispetto a questa riunione, perciò state muto.

ENOBARBO: Continuate dunque; sono il vostro assennatissimo sasso.

CESARE: Non è che mi dispiaccia la sostanza ma piuttosto il modo del suo parlare; poiché non può essere che restiamo amici essendo così diverse le nostre indoli nelle loro azioni. Pure, se sapessi quale cerchio ci potrebbe tenere saldamente uniti assieme, ne andrei in cerca da un capo all'altro del mondo.

AGRIPPA: Permettetemi, Cesare...

CESARE: Parla, Agrippa.

AGRIPPA: Hai una sorella da parte di madre, l'ammirevole Ottavia: il grande Marco Antonio è vedovo adesso.

CESARE: Non lo dite, Agrippa: se Cleopatra vi udisse, a buon diritto potreste essere rimproverato per la vostra avventatezza.

ANTONIO: Non sono ammogliato, Cesare: permettete che ascolti Agrippa.

AGRIPPA: Per mantenervi in perpetua amicizia, per rendervi fratelli e unire i vostri cuori in un nodo indissolubile, Antonio prenda per moglie Ottavia, la cui bellezza ha diritto per lo meno al migliore degli uomini come marito, la cui virtù e le cui grazie tutte dichiarano quello che nessun altro potrebbe esprimere. Con questo matrimonio tutte le piccole gelosie, che adesso sembrano grandi, e tutti i grandi timori, che adesso racchiudono i loro pericoli, sarebbero nulla: la verità diverrebbe una favola, mentre adesso una mezza favola è considerata verità; l'amore che ella porterebbe ad entrambi vi attirerebbe l'un verso l'altro e dietro al suo esempio vi attirerebbe l'amore di tutti. Perdonate ciò che ho detto, poiché il mio non è un pensiero del momento, ma studiato e meditato a dovere.

ANTONIO: Vorrà Cesare parlare?

CESARE: Non prima che egli oda come Antonio sia toccato da quanto è stato già detto.

ANTONIO: Quale potere avrebbe Agrippa se dicessi: "Agrippa, sia così", per dar compimento a tutto ciò?

CESARE: Il potere di Cesare e il suo potere su Ottavia.

ANTONIO: Possa io non mai sognare di impedimenti davanti a tale onesto scopo che si presenta così graziosamente! Lasciami stringere la tua mano: seconda questo atto di grazia, e d'ora innanzi possa un cuore fraterno governare i nostri affetti e dirigere i nostri grandi disegni!

CESARE: Ecco la mia mano. Io vi affido una sorella, quale nessun fratello amò mai cos' caramente: viva essa per riunire i nostri regni e i nostri cuori; e che i nostri affetti non se ne fuggano via mai più!

LEPIDO: Felicemente, amen!

ANTONIO: Non credevo di dover sfoderare la spada contro Pompeo; poiché ultimamente egli mi rese cortesie grandi e fuori del comune: debbo almeno ringraziarlo, per evitare che mi si accusi di ingratitudine; subito dopo lo sfiderò.

LEPIDO: Il tempo incalza: bisogna andare immediatamente in cerca di Pompeo, oppure egli verrà a cercare noi.

ANTONIO: Dove si trova?

CESARE: Vicino al Monte Miseno.

ANTONIO: Quali sono le sue forze per terra?

CESARE: Grandi e in aumento; ma per mare egli è padrone assoluto.

ANTONIO: Così corre voce. Vorrei che già ci fossimo scontrati!

Affrettiamoci a farlo: pure, prima di metterci in armi, sbrighiamo la faccenda di cui abbiamo parlato.

CESARE: Col massimo piacere; e vi invito a vedere mia sorella, alla quale vi condurrò direttamente.

ANTONIO: Lepido, non ci private della vostra compagnia.

LEPIDO: Nobile Antonio, nemmeno la malattia mi potrebbe trattenere.

(Squillo di tromba. Escono Cesare, Antonio e Lepido)

MECENATE: Benvenuto dall'Egitto, signore.

ENOBARBO: Metà del cuore di Cesare, degno Mecenate! Mio onorevole amico, Agrippa!

AGRIPPA: Buon Enobarbo!

MECENATE: Abbiamo motivo di rallegrarci che le cose siano così bene accomodate. Ve la siete spassata in Egitto.

ENOBARBO: Sì, signore; sconcertavamo il giorno dormendo e della notte facevamo giorno bevendo.

MECENATE: Otto cinghiali arrostiti intieri per colazione e solamente dodici commensali; è vero questo?

ENOBARBO: Questo non è che una mosca a petto di un'aquila: avemmo festini molto più mostruosi, e che veramente meritavano di essere notati.

MECENATE: E' una dama magnificentissima, se ciò che si narra di lei corrisponde alla realtà.

ENOBARBO: Quando incontrò Marco Antonio per la prima volta, ella ghermì il suo cuore, sopra il fiume Cidno.

AGRIPPA: Là ella si mostrò veramente a suo vantaggio, oppure il mio informatore ha ben favoleggiato di lei.

ENOBARBO: Vi dirò. La barca in cui sedeva, simile a un trono brunito, splendeva sull'acqua: la poppa era d'oro battuto: le vele di porpora, e così profumate che i venti languivano d'amore per esse; i remi erano d'argento e si abbassavano ritmicamente al suono dei flauti, obbligando l'acqua che essi colpivano a seguirli più rapida quasi fosse innamorata delle loro percosse. In quanto alla sua persona, rendeva meschina ogni descrizione: ella giaceva sotto la sua tenda di drappo d'oro, tessuto, offuscando quella Venere in cui vediamo l'immaginazione superare la natura: da entrambi i lati le stavano dei graziosi bambini paffuti, come sorridenti amorini, con flabelli versicolori la cui brezza pareva infiammare le delicate guance che essi rinfrescavano, facendo ciò che essi disfacevano.

AGRIPPA: Oh mirabile spettacolo per Antonio!

ENOBARBO: Le sue donzelle, simili a Nereidi o sirene, le si affaccendavano d'attorno e nell'atto d'inchinarla l'adornavano; al timone governava una dall'aspetto di sirena; il serico sartiame si tendeva sotto il tocco di quelle mani delicate come fiori, che celermente accudivano al loro ufficio. Dalla barca uno strano e sottile profumo si spandeva a colpire i sensi delle vicine sponde. La città riversava il suo popolo verso di lei, e Antonio, troneggiante sulla piazza del mercato, rimase seduto solo solo, zufolando all'aria; la quale, se il vuoto fosse stato cosa possibile, sarebbe andata anch'essa a contemplare Cleopatra, lasciando una lacuna nella natura.

AGRIPPA: Mirabile Egiziana!

ENOBARBO: Al suo sbarco Antonio mandò a lei, invitandola a un banchetto: ella rispose che sarebbe stato meglio che egli fosse suo ospite, e lo pregò di accettare. Il nostro cortese Antonio, a cui nessuna donna udì mai pronunciare la parola "no", dopo essersi fatto radere la barba dieci volte andò al festino e, come scotto, pagò col suo cuore ciò che solamente i suoi occhi avevano mangiato.

AGRIPPA: Regale putta! Ella indusse il grande Cesare a mettere a letto la spada; egli la arò ed ella dette il raccolto.

ENOBARBO: La vidi una volta saltare a piè zoppo quaranta passi nella pubblica via; avendo perso il respiro, parlò ansando, così da trasformare in cosa perfetta un difetto: e pur essendo senza fiato ella emanava un fascino attorno.

MECENATE: Adesso Antonio dovrà abbandonarla per sempre.

ENOBARBO: Mai; egli non lo farà: l'età non può appassirla, né l'abitudine rendere insipida la sua varietà infinita: le altre donne saziano i desideri che esse alimentano, ma ella affama di sé laddove più si prodiga: poiché le cose più vili acquistano grazia in lei, così che i sacerdoti santi la benedicono nella sua lussuria.

MECENATE: Se bellezza, saggezza e modestia possono fermare il cuore di Antonio, Ottavia è una bazza benedetta per lui.

AGRIPPA: Andiamo. Buon Enobarbo, siate mio ospite finché rimarrete qui.

ENOBARBO: Ve ne ringrazio umilmente, signore.

(Escono)

SCENA TERZA - La stessa. La casa di Cesare

(Entrano ANTONIO, CESARE, OTTAVIA in mezzo ad essi, e Seguito)

ANTONIO: Il mondo ed il mio alto ufficio mi divideranno talvolta dal vostro petto.

OTTAVIA: E durante tutto questo tempo inginocchiata innalzerò agli dèi le mie preghiere per voi.

ANTONIO: Buona notte, signore. Ottavia mia, non leggete i miei difetti nell'opinione del mondo: non mi sono tenuto nei limiti; ma il futuro andrà tutto pel fil della sinopia. Buona notte, cara signora.

OTTAVIA: Buona notte, signore.

CESARE: Buona notte.

(Escono tutti salvo Antonio)

(Entra un Indovino)

ANTONIO: Ebbene, messere, desiderereste essere in Egitto?

INDOVINO: Volesse il cielo che non me ne fossi mai allontanato e che voi non foste venuto qui!

ANTONIO: La ragione, se potete dirmela?

INDOVINO: La vedo nella mia ispirazione, ma non l'ho sulla lingua: ma affrettatevi a tornare in Egitto al più presto.

ANTONIO: Dimmi, quale fortuna si leverà più in alto: quella di Cesare o la mia?

INDOVINO: Quella di Cesare. Perciò, Antonio non rimanere al suo fianco: il tuo demone, ossia lo spirito che ti guarda, è nobile, coraggioso, alto, incomparabile, quando non vi è quello di Cesare; ma vicino ad esso il tuo angelo ha paura come se fosse soverchiato:

quindi metti spazio sufficiente tra voi.

ANTONIO: Non parlar più di ciò.

INDOVINO: Non ne parlo ad alcuno fuori che a te; giammai, se non sia a te. Se giuochi con lui ad un giuoco qualunque, sei sicuro di perdere; e, per questa buona sorte naturale, egli ti batte malgrado i tuoi vantaggi: il tuo splendore si offusca quando egli ti brilla accanto.

Te lo dico ancora, il tuo spirito ha paura di guidarti quando egli è vicino, ma, lui lontano, riprende la sua nobiltà.

ANTONIO: Vattene: di' a Ventidio che vorrei parlargli. (Esce l'Indovino) Egli andrà in Partia. Sia arte o caso, ha detto il vero: i dadi stessi gli obbediscono, e nei nostri giuochi la mia migliore destrezza cede alla sua fortuna: se tiriamo a sorte, egli vince; i suoi galli vincono i miei in battaglia anche quando non hanno alcuna probabilità di vittoria, e le sue quaglie chiuse nel recinto della lotta, battono sempre le mie malgrado lo svantaggio. Me ne andrò in Egitto: e benché io faccia questo matrimonio per la mia pace, in Oriente risiede il mio piacere.

(Entra VENTIDIO)

Oh, venite, Ventidio, dovete andare contro i Parti: la vostra nomina è pronta; seguitemi per riceverla.

(Escono)

SCENA QUARTA - La stessa. Una strada

(Entrano LEPIDO, MECENATE ed AGRIPPA)

LEPIDO: Non ve ne date più oltre pensiero: vi prego, affrettatevi a seguire i vostri generali.

AGRIPPA: Signore, Marco Antonio chiede il tempo di baciare Ottavia, e noi seguiremo.

LEPIDO: Addio fino al momento in cui vi vedrò nella vostra assisa militare, che bene si addice ad entrambi.

MECENATE: Se conosco bene la strada, saremo al Monte prima di voi, Lepido.

LEPIDO: Il vostro percorso è più breve, e i miei disegni mi conducono molto fuori di strada: guadagnerete due giorni su me.

MECENATE e AGRIPPA: Signore, vi auguriamo un buon successo!

LEPIDO: Addio.

(Escono)

SCENA QUINTA - Alessandria. Il Palazzo di Cleopatra

(Entrano CLEOPATRA, CARMIANA, IRA ed ALESSA)

CLEOPATRA: Datemi della musica, musica, malinconico alimento di quanti traffichiamo in amore.

TUTTI: Musica, olà!

(Entra l'eunuco MARDIANO)

CLEOPATRA: Lasciamola da parte, andiamo al biliardo: vieni, Carmiana.

CARMIANA: Mi fa male un braccio, è meglio che giochiate con Mardiano.

CLEOPATRA: Per una donna giocare con un eunuco è come giocare con un'altra donna. Andiamo, volete giocare con me, signore?

MARDIANO: Come meglio posso, signora.

CLEOPATRA: Quando il buon volere si mostra, anche se esso non giunga al segno, l'attore può aver diritto all'indulgenza. Ma ora non ne ho voglia: datemi la mia lenza; andremo al fiume: là, mentre la mia musica suonerà da lontano, insidierò i pesci dalle pinne fulve, il mio amo ricurvo trapasserà le loro mascelle melmose, e, tirandoli su, crederò che ognuno di essi sia un Antonio, e dirò: "Ah, ah, siete preso!".

CARMIANA: Fu divertente quando faceste una scommessa sulla vostra pesca; allorquando il vostro palombaro appese all'amo di Antonio un pesce salato, che egli tirò su con ardore.

CLEOPATRA: Quella volta - oh, che tempi! risi fino a fargli perdere la pazienza, e la notte stessa risi fino a rendergliela: la mattina dopo, prima della nona ora, lo rimandai ebbro al suo letto; quindi posi su lui le mie acconciature e i miei mantelli, mentre cingevo la sua spada di Filippi.

(Entra un Messaggero)

Oh, dall'Italia! Riversa le tue feconde notizie nelle mie orecchie che per lungo tempo sono rimaste sterili.

MESSAGGERO: Signora, signora...

CLEOPATRA: Antonio è morto! Se dici questo, canaglia, tu uccidi la tua padrona: ma se sta bene ed è libero, e tu me lo annunzi per tale, ecco dell'oro e le mie vene più azzurre da baciare: una mano che i re hanno sfiorato colle loro labbra e tremarono baciando.

MESSAGGERO: Per prima cosa, signora, egli sta bene.

CLEOPATRA: Ebbene, ecco dell'oro ancora. Ma mariuolo, bada, noi siamo soliti dire che i morti stanno bene: se vuoi intendere questo, fonderò l'oro che ti ho donato e lo verserò giù per la tua gola nefanda.

MESSAGGERO: Buona signora, ascoltatemi.

CLEOPATRA: Ebbene, suvvia, ti ascolterò, ma non c'è nulla di buono sul tuo volto: se Antonio è libero e sano, perché quell'aspetto fosco per proclamare tali buone notizie? e se non sta bene, tu dovresti giungere come una Furia coronata di serpenti, e non in aspetto d'uomo.

MESSAGGERO: Vi piacerà udirmi?

CLEOPATRA: Ho voglia di batterti prima che tu parli: pure, se dici che Antonio vive, sta bene ed è amico di Cesare e non suo prigioniero, ti porrò sotto una pioggia d'oro, e farò grandinare ricche perle su te.

MESSAGGERO: Signora, egli sta bene.

CLEOPATRA: Ben detto.

MESSAGGERO: Ed è amico di Cesare.

CLEOPATRA: Tu sei un onest'uomo.

MESSAGGERO: Cesare e lui sono amici più di quanto lo siano mai stati.

CLEOPATRA: Fa' con me la tua fortuna!

MESSAGGERO: Ma pure, signora...

CLEOPATRA: Non mi piace questo "ma pure", esso indebolisce il buon precedente; via con questo "ma pure"! "Ma pure" è come un carceriere che sta per condurmi innanzi qualche mostruoso malfattore. Ti prego, amico, vuota tutto il sacco nel mio orecchio, il buono e il cattivo assieme: egli è amico di Cesare e in buona salute, tu dici, e dici anche che è libero.

MESSAGGERO: Libero, signora! No: non ho fatto tale rapporto: egli è legato a Ottavia.

CLEOPATRA: Per qual buon servizio?

MESSAGGERO: Per il servizio migliore nel letto.

CLEOPATRA: Sono pallida, Carmiana.

MESSAGGERO: Signora, egli è sposato con Ottavia.

CLEOPATRA: Che la più infetta pestilenza ti colpisca!

(Lo percuote)

MESSAGGERO: Buona signora, calmatevi.

CLEOPATRA: Che dite? Via, (percuotendolo di nuovo) trista canaglia! o mi caccerò innanzi a calci gli occhi tuoi come palle: ti strapperò i capelli, (scuotendolo) sarai frustato colle verghe di ferro e bollito nell'acqua salata, e sentirai lo strazio d'esser macerato nella salamoia.

MESSAGGERO Graziosa signora, non sono stato io, che vi reco la notizia, a fare il matrimonio.

CLEOPATRA: Dimmi che non è vero e ti darò una provincia, e renderò splendide le tue fortune: le percosse che hai avute saranno servite a farti espiare di avermi messa in collera, ed io ti ricompenserò con quel dono che la tua modestia potrà chiedere.

MESSAGGERO: Egli è sposato, signora.

CLEOPATRA: Canaglia, hai vissuto abbastanza.

(Sguaina un pugnale)

MESSAGGERO: Allora dovrò fuggire. Che volete fare, signora? Io non ne ho colpa.

(Esce)

CARMIANA: Buona signora, contenetevi; quell'uomo è innocente.

CLEOPATRA: Vi sono degli innocenti che non sfuggono alla folgore.

Possa l'Egitto sprofondare nel Nilo! e che tutte le miti creature si trasformino in serpi! Richiama quello schiavo: benché io sia furiosa, non lo morderò: chiamalo.

CARMIANA: Egli ha paura di venire.

CLEOPATRA: Non gli farò alcun male. (Esce Carmiana) Mancano di nobiltà queste mani se colpiscono uno che è al di sotto di me; senz'altro motivo che quello che io stesso ho fatto nascere.

(Rientra CARMIANA col Messaggero)

Vieni qua, messere. Benché sia cosa onesta, non è mai bene recare cattive novelle: date ad un grazioso messaggio un esercito di lingue, ma lasciate che le cattive notizie si annuncino da se stesse nell'atto in cui ci colpiscono.

MESSAGGERO: Ho fatto il mio dovere.

CLEOPATRA: E' sposato? Non potrò odiarti più di così, anche se tu me lo riconfermi.

MESSAGGERO: E' sposato, signora.

CLEOPATRA: Che gli dèi ti confondano! E persisti ancora?

MESSAGGERO: Dovrei mentire, signora?

CLEOPATRA: Oh vorrei che tu lo avessi fatto, anche se metà del mio Egitto fosse andata sommersa e divenuta una cisterna per gli squamosi serpenti! Vai, togliti di qui: avessi tu la bellezza di Narciso sul volto, mi appariresti mostruoso. E' sposato?

MESSAGGERO: Imploro il perdono di Vostra Altezza.

CLEOPATRA: E' sposato?

MESSAGGERO: Non prendete ad offesa il fatto che non vorrei offendervi:

punirmi per quello che mi fate fare voi mi sembra molto ingiusto: egli è sposato con Ottavia.

CLEOPATRA: Oh, che debba esser la colpa di lui a fare uno scellerato di te, che non sei ciò di cui hai sicura scienza! Vattene da qui: le mercanzie che hai portate da Roma sono troppo care per me: che esse ti restino sulle braccia e possa tu esserne rovinato!

(Esce il Messaggero)

CARMIANA: Vostra benigna Altezza si calmi.

CLEOPATRA: Lodando Antonio ho disprezzato Cesare.

CARMIANA: Molte volte, signora.

CLEOPATRA: Ne sono ripagata, adesso. Conducimi via di qui: vengo meno:

oh Ira, oh Carmiana! non è nulla. Vai da quell'uomo, buon Alessa; digli di riferire i tratti di Ottavia, la sua età, la sua indole; e fa' che egli non dimentichi il colore dei suoi capelli: torna presto ad informarmi. (Esce Alessa) Lasciamo che se ne vada per sempre: no...

Carmiana, benché da un lato egli sia dipinto come la Gorgone, dall'altro è come Marte. (A Mardiano) Di' ad Alessa di riferirmi quanto ella sia alta. Compatiscimi, Carmiana, ma non mi parlare.

Conducimi nella mia stanza.

(Escono)

SCENA SESTA - Nei pressi del Capo Miseno

(Squillo di tromba. Entrano POMPEO e MENA da una parte, con tamburi e trombe; dall'altra CESARE, ANTONIO, LEPIDO, ENOBARBO, MECENATE, con Soldati in marcia)

POMPEO: Io ho i vostri ostaggi, come voi avete i miei; e parleremo prima di combattere.

CESARE: E' molto opportuno che prima conferiamo e per questo ho mandati innanzi a me i miei propositi scritti; se li hai considerati, fa' che noi sappiamo se essi potranno vincolare la tua spada scontenta e ricondurre in Sicilia molta balda giovinezza che altrimenti dovrà qui perire.

POMPEO: A voi tutti e tre, unici senatori di questo grande mondo, agenti supremi degli dèi: io non vedo come mio padre potrebbe mancare di vendicatori, avendo un figlio e degli amici; poiché Giulio Cesare, che a Filippi apparve al buon Bruto sotto forma di spettro, là vi vide lavorare per lui. Che cosa indusse il pallido Cassio a cospirare? E cosa indusse l'onorato da tutti e onesto romano, Bruto, e i suoi compagni armati, corteggiatori della bella libertà, a insanguinare il Campidoglio, se non che essi volevano che un uomo fosse solamente un uomo? Questo è ciò che mi ha indotto ad armare la mia flotta, al cui peso l'oceano irato spumeggia; e per mezzo di essa intendo punire l'ingratitudine che la sprezzante Roma ha gettato sul mio nobile padre.

CESARE: Pigliate tempo.

ANTONIO: Tu non puoi spaventarci, Pompeo, colle tue vele; combatteremo in mare: per terra tu sai quanto ti soverchiamo.

POMPEO: Per terra veramente mi hai soverchiato della casa di mio padre: ma, giacché il cuculo non costruisce il nido per se stesso, restaci quanto potrai.

LEPIDO: Compiacetevi di dirci - poiché siamo usciti fuori di tema - come accogliete le proposte che vi abbiamo mandate.

CESARE: Questo è il punto.

ANTONIO: Non lasciatevi persuadere, ma valutate che cosa convenga più abbracciare.

CESARE: E che cosa possa derivare dal tentare una ventura più grande.

POMPEO: Mi avete offerta la Sicilia e la Sardegna ed io dovrei liberare tutto il mare dai pirati; inoltre dovrei mandare a Roma misure di grano; una volta accordatici su questo, dovremmo separarci senza avere intaccate le spade, riportandoci indietro gli scudi non ammaccati.

CESARE, ANTONIO, LEPIDO: Questa è la nostra offerta.

POMPEO: Sappiate dunque che sono venuto qui come un uomo pronto ad accettare questa proposta: ma Marco Antonio mi ha messo in qualche impazienza. A costo di perderne il merito parlandone, dovete sapere che quando Cesare e vostro fratello erano in guerra, vostra madre venne in Sicilia e vi trovò un'amichevole accoglienza.

ANTONIO: L'ho sentito dire, Pompeo; e sono molto desideroso di rendervi il liberale ringraziamento che vi devo.

POMPEO: Datemi la vostra mano: non credevo di incontrarvi qui, signore.

ANTONIO: I letti d'Oriente sono molli; e grazie ne rendo a voi che mi avete chiamato qui prima del mio stesso proposito; poiché ci ho guadagnato.

CESARE: Da quando vi ho veduto l'ultima volta c'è un cambiamento in voi.

POMPEO: Ebbene, io non so quali conti la dura fortuna assommi sulla mia faccia; ma ella non penetrerà mai nel mio petto per rendersi vassallo il mio cuore.

LEPIDO: Ben ritrovato!

POMPEO: Lo spero, Lepido. Così siamo d'accordo. Desidero che la nostra convenzione sia scritta e sigillata da noi.

CESARE: La prima cosa da fare.

POMPEO: Ci festeggeremo a vicenda prima di separarci, e tiriamo a sorte chi comincerà.

ANTONIO: Comincerò io, Pompeo.

POMPEO: No, Antonio, affidatevi alla sorte: ma, primo od ultimo, la vostra raffinata cucina egiziana avrà il grido. Ho sentito dire che Giulio Cesare ingrassò banchettando laggiù.

ANTONIO: Ne avete sentite!...

POMPEO: I miei pensieri sono cortesi, signore.

ANTONIO: E cortesi le parole per esprimerli.

POMPEO: Ecco dunque quanto ho udito: ho sentito dire che Apollodoro portò...

ENOBARBO: Basta così: la portò.

POMPEO: Che cosa, di grazia?

ENOBARBO: Una certa regina a Cesare in una materassa.

POMPEO: Ti riconosco, adesso: come stai soldato?

ENOBARBO: Bene; e c'è speranza che continui a star bene, perché mi accorgo che si preparano quattro festini.

POMPEO: Lascia che io ti stringa la mano; non ti ho mai odiato. Ti ho veduto combattere, ed ho invidiato il tuo valore.

ENOBARBO: Signore, io non vi ho mai amato molto; ma vi ho lodato quando meritavate ben dieci volte l'elogio che facevo di voi.

POMPEO: Godi della tua franchezza, che non ti sta affatto male. Vi invito tutti a bordo della mia galera: volete precedere, signori?

CESARE, ANTONIO, LEPIDO: Mostrateci il cammino, signore.

POMPEO: Venite.

(Escono tutti eccetto Mena ed Enobarbo)

MENA (a parte): Tuo padre, Pompeo, non avrebbe mai fatto questo trattato. Ci siamo conosciuti, signore.

ENOBARBO: In mare, credo.

MENA: Infatti signore.

ENOBARBO: Avete avuto successo sull'acqua.

MENA: E voi per terra.

ENOBARBO: Loderò chiunque mi loderà, benché non si possa negare ciò che ho fatto per terra.

MENA: Né ciò che io ho fatto sull'acqua.

ENOBARBO: Sì, qualcosa potete negare per vostra sicurezza: siete stato un gran ladrone per mare.

MENA: E voi per terra.

ENOBARBO: Allora ripudio il mio servizio per terra. Ma datemi la vostra mano, Mena: se i nostri occhi avessero autorità, essi potrebbero sorprendere qui due ladri che si baciano.

MENA: Le facce di tutti gli uomini sono veritiere, comunque siano le loro mani.

ENOBARBO: Ma non vi è mai una bella donna che abbia una faccia veritiera.

MENA: Non è calunnia; esse rubano i cuori.

ENOBARBO: Siamo venuti qua per combattere con voi.

MENA: Per parte mia, mi dispiace che tutto si sia risolto in una bevuta. Pompeo oggi scaccia ridendo la sua fortuna.

ENOBARBO: Se lo fa, certamente col pianto non potrà farla tornare addietro.

MENA: L'avete detto, signore. Non credevamo di trovare qui Marco Antonio. Di grazia, è sposato con Cleopatra?

ENOBARBO: La sorella di Cesare si chiama Ottavia.

MENA: E' vero, signore; era la moglie di Caio Marcello.

ENOBARBO: Ma adesso è la moglie di Marco Antonio.

MENA: Di grazia, signore?

ENOBARBO: E' vero.

MENA: Allora Cesare e lui sono legati assieme per sempre.

ENOBARBO: Se fossi costretto ad azzardare una predizione su questa unione, non profetizzerei così.

MENA: Credo che la politica abbia avuto forza maggiore in tale matrimonio che non l'amore degli interessati.

ENOBARBO: Lo credo anch'io. Ma vedrete che il vincolo che sembra legare assieme il loro sodalizio sarà proprio quello che strozzerà l'amicizia loro: Ottavia è d'indole austera, fredda e riservata.

MENA: Chi non vorrebbe una moglie simile?

ENOBARBO: Non colui che non è così lui stesso e questi è Marco Antonio. Egli tornerà nuovamente al suo piatto egiziano: allora i sospiri di Ottavia rinfocoleranno Cesare; e, come ho detto prima, ciò che è la forza della loro amicizia diverrà la causa immediata della loro discordia. Antonio impiegherà il suo affetto laddove esso si trova; qui non ha sposato che il suo tornaconto.

MENA: Può darsi. Suvvia, signore, venite a bordo? Ho un brindisi per voi.

ENOBARBO: Lo accetterò, signore: Vi abbiamo assuefatte le nostre gole in Egitto.

MENA: Venite, andiamo via.

(Escono)

SCENA SETTIMA - A bordo della galera di Pompeo, al largo del Capo Miseno

(Suona la musica. Entrano due o tre Servi portando una tavola imbandita)

PRIMO SERVO: Stanno per giungere, compagno. Alcune delle loro piante sono già mal radicate; il vento più debole del mondo le getterà a terra.

SECONDO SERVO: Lepido è molto acceso.

PRIMO SERVO: Lo hanno ubriacato come un accattone.

SECONDO SERVO: Quando essi si stuzzicano vicendevolmente nel punto debole, egli grida "Basta"; li riconcilia colla sua supplica ed egli stesso si riconcilia col vino.

PRIMO SERVO: Ma ciò solleva guerra più grande tra lui e la sua saviezza.

SECONDO SERVO: Ebbene, ecco cosa vuol dire avere un nome nella compagnia dei grandi uomini: preferirei avere una canna che non mi servisse a nulla che una partigiana che non potessi sollevare.

PRIMO SERVO: Esser chiamati in un'alta sfera, e non mostrarvisi in moto, è come i buchi dove dovrebbero stare gli occhi, che miseramente sfigurano le guance.

(Squillo di tromba. Entrano CESARE, ANTONIO, LEPIDO, POMPEO, AGRIPPA, MECENATE, ENOBARBO, MENA con altri Capitani)

ANTONIO (a Cesare): Così fanno, signore: essi misurano l'accrescimento del Nilo per mezzo di certe graduazioni sulla piramide; sanno, dall'altezza, dalla bassezza o dalla media se sopravverrà carestia o abbondanza. Più si rigonfia il Nilo, e più esso promette: quando si ritira, il seminatore sparge la sementa sul limo e sulla melma e in breve viene a raccogliere.

LEPIDO: Avete là degli strani serpenti.

ANTONIO: Sì, Lepido.

LEPIDO: Il vostro serpente d'Egitto nasce dal vostro fango per virtù del vostro sole: e così il vostro coccodrillo.

ANTONIO: Proprio così.

POMPEO: Sedetevi... e del vino! Alla salute di Lepido!

LEPIDO: Non mi sento così bene come dovrei, ma non rimarrò indietro.

ENOBARBO: Non vi sentirete bene finché non avrete dormito; temo che sarete ubriaco sino allora.

LEPIDO: Sì, certamente, ho sentito dire che le piramidi dei Tolomei sono cose bellissime; senza contraddizione, l'ho sentito dire.

MENA (a parte a Pompeo): Pompeo, una parola.

POMPEO (a parte a Mena): Parlami all'orecchio: che c'è?

MENA (a parte a Pompeo): Abbandona il tuo sedile, te ne prego, capitano, e ascolta una mia parola.

POMPEO (a parte a Mena): Attendi un momento. Questo vino per Lepido!

LEPIDO: Che razza di cosa è il vostro coccodrillo?

ANTONIO: E' fatto, signore, come se stesso ed è largo quanto la sua larghezza; è esattamente alto quanto lo è e si muove coi suoi propri organi; vive di ciò che lo nutre, e una volta che i suoi elementi lo abbandonano trasmigra.

LEPIDO: Di che colore è?

ANTONIO: Del suo colore.

LEPIDO: E' uno strano rettile.

ANTONIO: Proprio: e le sue lacrime sono umide.

CESARE: Questa descrizione lo soddisferà?

ANTONIO: Certo, insieme al brindisi che gli porta Pompeo, o altrimenti è un vero epicureo.

POMPEO (a parte a Mena): Andate a farvi impiccare messere, impiccare!

Parlarmi di questo? Via! Fate come vi comando. Dov'è la coppa che ho chiesto?

MENA (a parte a Pompeo): Se, per i miei meriti, mi vuoi ascoltare, alzati dalla tua sedia.

POMPEO (a parte a Mena): Mi sembra che tu sia pazzo. Di che si tratta?

(Si alza e va in disparte)

MENA: Ho sempre fatto di cappello alle tue fortune.

POMPEO: Mi hai servito con grande fedeltà. Che altro hai da dire? (Ai Commensali) State allegri, signori!

ANTONIO: Tenetevi lontano da queste sabbie mobili, Lepido, poiché vi affonderete.

MENA: Vuoi essere signore di tutto il mondo?

POMPEO: Che dici?

MENA: Per la seconda volta, vuoi essere signore di tutto il mondo?

POMPEO: E come potrebbe essere?

MENA: Accetta soltanto e, benché tu mi creda povero, io sarò l'uomo che ti darà tutto il mondo.

POMPEO: Hai bevuto troppo?

MENA: No, Pompeo, mi sono tenuto lontano dalla coppa. Tu sarai, se l'osi, il Giove terrestre: tutto ciò che l'oceano recinge o il cielo abbraccia sarà tuo, se lo vuoi.

POMPEO: Mostrami con qual mezzo.

MENA: Questi tre comproprietari del mondo, questi colleghi, sono sulla tua nave; lascia che io tagli l'ormeggio; e, quando saremo in alto mare, si salti loro alla gola: tutto sarà tuo.

POMPEO: Ah, avresti dovuto farlo senza parlarmene! In me accettare sarebbe una scelleraggine; in te eseguire sarebbe stato rendermi un buon servizio. Devi sapere che non è il mio profitto che guida il mio onore; ma il mio onore che guida quello. Rimpiangi che la tua lingua abbia così tradito il tuo atto: se l'azione fosse stata compiuta a mia insaputa, in seguito l'avrei trovata ben fatta, ma adesso la devo condannare. Desisti, e bevi.

MENA (a parte): Per questo, mai più seguirò la tua indebolita fortuna.

Chi cerca e non prende una cosa allorché gli viene offerta, non la troverà mai più.

POMPEO: Questo brindisi a Lepido!

ANTONIO: Portatelo a riva. Lo farò io per lui, Pompeo.

ENOBARBO: Alla vostra salute, Mena!

MENA: Benvenuto, Enobarbo!

POMPEO: Riempite finché la coppa sia scosta.

ENOBARBO: Ecco un uomo robusto, Mena.

(Addita il Servo che porta via Lepido)

MENA: Perché?

ENOBARBO: Egli trasporta la terza parte del mondo, amico: non vedete?

MENA: Allora la terza parte è ebra: vorrei che tutto il mondo lo fosse, così tutto andrebbe d'incanto.

ENOBARBO: Bevete; accrescete la baldoria.

MENA: Venite.

POMPEO: Questo non è ancora un festino alessandrino.

ANTONIO: Ma vi si avvicina. Spillate i barili', olà! Alla salute di Cesare!

CESARE: Ne farei volentieri a meno. E' una fatica mostruosa quando mi lavo il cervello e più mi s'intorbida.

ANTONIO: Siate figlio delle circostanze.

CESARE: Fate il vostro brindisi ed io risponderò: ma preferirei digiunare quattro giorni di seguito che bere tanto in uno solo.

ENOBARBO (ad Antonio): Ah, mio valoroso generale! Dobbiamo adesso danzare il baccanale egiziano e celebrare le nostre libagioni?

POMPEO: Facciamolo buon soldato.

ANTONIO: Orsù, prendiamoci tutti per mano, finché il vino vincitore non abbia sprofondato i nostri sensi in un molle e soave Lete.

ENOBARBO: Prendiamoci tutti per mano. Bombardate le nostre orecchie con musica fragorosa: frattanto vi metterò ai vostri posti, e quindi quel fanciullo canterà; e ognuno ripeterà il ritornello così forte quanto forte riusciranno a intonarlo i suoi robusti polmoni.

(La musica suona. Enobarbo li dispone uniti per le mani)

CANZONE

Vien, paffuto re del vino, Bacco, facci l'occhiolino!

Anneghiamo i guai nel nappo, coroniamoci di grappoli.

Mesci, fin che il mondo giri, mesci, fin che il mondo giri!

CESARE: Che vorreste di più? Pompeo, buona notte. Buon fratello, permettete che vi conduca via: le nostre cure più gravi guardan bieco questa leggerezza. Gentili signori, separiamoci; vedete che ci siamo infuocati le guance: il forte Enobarbo è più debole del vino e la mia stessa lingua balbetta ciò che dice: la sfrenata ebbrezza ci ha quasi trasformati tutti in buffoni. Perché aggiungere altre parole? Buona notte. Buon Antonio, la vostra mano.

POMPEO: Vi metterò alla prova sulla spiaggia.

ANTONIO: Va bene, signore. Datemi la vostra mano.

POMPEO: Oh, Antonio, voi possedete la casa di mio padre... ma che importa? siamo amici. Suvvia, scendiamo nella barca.

ENOBARBO: Fate attenzione a non cadere.

(Escono tutti, fuorché Enobarbo e Mena) Mena, non voglio scendere a terra

MENA: No, andiamo nella mia cabina. Quei tamburi! quelle trombe e flauti! Suvvia! Nettuno senta che diamo un fragoroso addio a questi grandi compagni: suonate e andate a farvi impiccare! Suonate!

(Musica di trombe e tamburi)

ENOBARBO: Ohé, dico. Ecco il mio berretto.

MENA: Ohé! Nobile capitano, venite.

(Escono)

ATTO TERZO

SCENA PRIMA - Una pianura in Siria

(Entra VENTIDIO come in trionfo con SILIO ed altri Romani, Ufficiali e Soldati; innanzi a lui viene recato il cadavere di Pacoro)

VENTIDIO: Ora, o saettanti Parti, siete vinti e adesso la fortuna soddisfatta mi fa vendicatore della morte di Marco Crasso. Portate il corpo del figlio del re dinanzi al nostro esercito. Il tuo Pacoro, Orode, paga così per Marco Crasso.

SILIO: Nobile Ventidio, mentre ancora la tua spada è calda del sangue dei Parti, insegui i Parti fuggitivi: scorri attraverso la Media, la Mesopotamia e pei ricoveri in cui si rifugiano i vinti: così il tuo comandante supremo Antonio ti porrà sul carro trionfale mettendo ghirlande sul tuo capo.

VENTIDIO: O Silio, Silio, ho fatto abbastanza: un subalterno, notalo bene, corre il rischio di compiere un'azione troppo grande; impara questo, Silio: è preferibile non fare una cosa piuttosto che colla nostra azione acquistarci una gloria troppo alta, allorché colui che serviamo è lungi. Cesare e Antonio hanno vinto sempre più per mezzo dei loro ufficiali che personalmente: Sossio, che aveva il mio posto in Siria ed era suo luogotenente, per avere accumulato una rapida rinomanza, che egli raggiunse prestissimo, perse il suo favore. Colui che in guerra fa più di quel che non possa il suo capitano, diventa il capitano del suo capitano: e l'ambizione, virtù del soldato, preferisce una sconfitta ad una vittoria che lo oscuri. Potrei far di più per il bene di Antonio, ma ciò lo offenderebbe, e la mia opera perirebbe in codesta offesa.

SILIO: Tu possiedi, Ventidio, le doti senza le quali il soldato e la sua spada poco si distinguerebbero l'uno dall'altra. Scriverai ad Antonio?

VENTIDIO: Gli esporrò umilmente ciò che abbiamo compiuto nel suo nome, che è magica parola di guerra: come, coi suoi stendardi e le sue schiere ben pagate, abbiamo scacciata esausta dal campo la non mai prima battuta cavalleria dei Parti.

SILIO: Dove si trova adesso?

VENTIDIO: Sta dirigendosi su Atene: dove, con la fretta che ci concederà tutto il bottino che dovremo portarci dietro, compariremo dinanzi a lui. Avanti, laggiù; sfilate!

(Escono)

SCENA SECONDA - Roma. Un'anticamera nella casa di Cesare

(Entrano AGRIPPA da una porta, e ENOBARBO da un'altra)

AGRIPPA: E che, i fratelli si sono separati?

ENOBARBO: Si sono sbrigati di Pompeo; egli se n'è andato; gli altri tre stanno suggellando il trattato. Ottavia piange perché deve lasciar Roma, Cesare è triste, e Lepido, dopo il festino di Pompeo, come dice Mena, è verde dal male.

AGRIPPA: Quel nobile Lepido!

ENOBARBO: Un bravissimo uomo: e come ama Cesare!

AGRIPPA: E come intensamente adora Marco Antonio!

ENOBARBO: Cesare? E' proprio il Giove degli uomini.

AGRIPPA: Cos'è Antonio? Il dio di Giove.

ENOBARBO: Parlavate di Cesare? Come! Non ha eguali!

AGRIPPA: O Antonio! O uccello d'Arabia!

ENOBARBO: Se volete lodare Cesare, dite "Cesare": non andate oltre.

AGRIPPA: In verità, li ha colmati entrambi di lodi eccellenti.

ENOBARBO: Ma egli preferisce Cesare; pure ama anche Antonio. Oh, cuori, lingue, numeri, scribi, bardi, poeti, non possono pensare, dire, contare, scrivere, cantare, versificare il suo amore per Antonio. Ma per quanto si riferisce a Cesare, inginocchiatevi, inginocchiatevi e ammirate.

AGRIPPA: Egli li ama entrambi.

ENOBARBO: Essi sono le sue elitre ed egli il loro scarabeo. (Suono di tromba al di dentro) Bene, questa tromba ci chiama a cavallo. Addio, nobile Agrippa.

AGRIPPA: Buona fortuna, degno soldato, e addio.

(Entrano CESARE, ANTONIO, LEPIDO e OTTAVIA)

ANTONIO: Non più oltre, signore.

CESARE: Mi togliete una gran parte di me stesso; trattatemi bene in lei. Sorella, mostratevi tal moglie quale vi fanno i miei pensieri, e così che la mia più estesa promessa possa essere superata dalla prova della vostra condotta. Nobilissimo Antonio, fate sì che questa virtù che è posta tra noi come il cemento del nostro amore per tenerlo ben saldo, non si trasformi nell'ariete per sconquassarne la fortezza; poiché meglio sarebbe essere amici senza ricorrere a questo mezzo, se tale mezzo non sarà amato da entrambi.

ANTONIO: Non mi offendete colla vostra sfiducia.

CESARE: Ho detto.

ANTONIO: Per quanta cura ve ne prendiate, non troverete la minima causa di ciò che sembrate temere: ebbene, che gli dèi vi proteggano e facciano sì che i Romani servano ai vostri fini! Separiamoci qui.

CESARE: Addio, mia carissima sorella, sta' bene; gli elementi ti siano propizi, e portino ogni conforto ai tuoi spiriti! Addio.

OTTAVIA: Mio nobile fratello!

ANTONIO: L'aprile è nei suoi occhi: è la primavera dell'amore, e queste sono le piogge che l'annunziano. State lieta.

OTTAVIA: Signore, custodite bene la casa del mio sposo, e...

CESARE: Cosa, Ottavia?

OTTAVIA: Ve lo dirò in un orecchio.

ANTONIO: La sua lingua non vuole obbedire al suo cuore, né il suo cuore può istruire la sua lingua; ella è simile alla piuma del cigno che galleggia sui flutti ad alta marea senza piegarsi né da un lato né dall'altro.

ENOBARBO (a parte ad Agrippa): Cesare piangerà?

AGRIPPA (a parte a Enobarbo): Ha un'ombra sul volto.

ENOBARBO (a parte ad Agrippa): Sarebbe un male per lui se fosse un cavallo, e lo è essendo egli un uomo.

AGRIPPA (a parte a Enobarbo): Ebbene, Enobarbo, quando Antonio vide il cadavere di Giulio Cesare, pianse come se ruggisse; e pianse quando a Filippi vide il trucidato Bruto.

ENOBARBO (a parte ad Agrippa): In quell'anno infatti era tormentato da un reuma; egli lamentò ciò che aveva annientato intenzionalmente; quando vedrete piangere così me, allora sì che dovrete credermi.

CESARE: No, dolce Ottavia, avrete sempre mie notizie: il tempo durante il quale rimarrete assente non supererà mai il mio pensiero per voi.

ANTONIO: Suvvia, signore, suvvia; lotterò con voi nella mia forza d'amore: guardate, io vi stringo al mio petto, e così vi lascio andare, affidandovi agli dèi.

CESARE: Addio, siate felici!

LEPIDO: Che le innumerevoli stelle rischiarino il tuo dolce cammino!

CESARE: Addio, addio!

(Bacia Ottavia)

ANTONIO: Addio!

(Suono di trombe. Escono)

SCENA TERZA - Alessandria. Il Palazzo di Cleopatra

(Entrano CLEOPATRA, CARMIANA, IRA ed ALESSA)

CLEOPATRA: Dov'è quell'uomo?

ALESSA: Ha quasi paura di presentarsi.

CLEOPATRA: Su, su!

(Entra un Messaggero)

Vieni qua, messere.

ALESSA: Buona Maestà, Erode di Giudea non osa sollevare lo sguardo su voi se non quando siete ben disposta.

CLEOPATRA: Avrò la testa di quell'Erode: ma in qual modo potrei ottenerla quando non c'è Antonio per procurarmela? Avvicinati.

MESSAGGERO: Graziosissima Maestà...

CLEOPATRA: Hai veduto Ottavia?

MESSAGGERO: Sì, temuta regina.

CLEOPATRA: Dove?

MESSAGGERO: Signora, a Roma; la guardai in volto e la vidi avanzarsi tra suo fratello e Marco Antonio.

CLEOPATRA: E' alta come me?

MESSAGGERO: No, signora.

CLEOPATRA: L'hai sentita parlare? Ha la voce acuta o bassa?

MESSAGGERO: Signora, l'ho sentita parlare: ha la voce bassa.

CLEOPATRA: Ciò non va tanto bene. Egli non potrà amarla a lungo.

CARMIANA: Amarla! O Iside! E' impossibile.

CLEOPATRA: Sembra anche a me, Carmiana: di voce cupa e nana. Vi è qualche maestà nel suo incedere? Ricorda, se mai posasti gli occhi su una vera maestà.

MESSAGGERO: Ella si trascina: il moto e lo stare in lei sono la medesima cosa: mostra più un corpo che una vita ed è più una statua che un essere animato.

CLEOPATRA: E' proprio certo?

MESSAGGERO: O io non so osservare.

CARMIANA: Non vi sono tre uomini in Egitto che possano fare più esatte osservazioni.

CLEOPATRA: Egli è molto accorto, me ne avvedo; non vi è proprio niente in lei: quest'uomo ha buon giudizio.

CARMIANA: Eccellente.

CLEOPATRA: Dimmi a un dipresso i suoi anni, te ne prego.

MESSAGGERO: Signora, ella era vedova...

CLEOPATRA: Vedova! Carmiana ascolta.

MESSAGGERO: E credo che abbia trent'anni.

CLEOPATRA: Ti rammenti il suo volto? è allungato o rotondo?

MESSAGGERO: Rotondo fino all'eccesso.

CLEOPATRA: La maggior parte di coloro che sono così sono sciocchi. E i capelli di che colore?

MESSAGGERO: Bruni, signora; e la sua fronte così bassa quanto ella possa desiderarla.

CLEOPATRA: Ecco dell'oro per te. Non devi prendere in mala parte la mia asprezza di prima: ti impiegherò di nuovo: ti trovo adattissimo per gli affari. Va' a prepararti, le nostre lettere sono pronte.

(Esce il Messaggero)

CARMIANA: Un uomo come si deve.

CLEOPATRA: Sì, veramente: mi pento molto di averlo così maltrattato.

Ebbene mi sembra che, a sentir lui, quella creatura non sia gran cosa.

CARMIANA: Nulla, signora.

CLEOPATRA: Quell'uomo ha qualche esperienza della maestà e dovrebbe intendersene.

CARMIANA: Se ha esperienza della maestà? Iside ne guardi! lui che vi ha servito per tanto tempo!

CLEOPATRA: Ho ancora una cosa da domandargli, buona Carmiana: ma non importa; tu me lo condurrai laddove starò a scrivere. Tutto potrebbe ancora accomodarsi.

CARMIANA: Ve lo garantisco, signora.

(Escono)

SCENA QUARTA - Atene. Una stanza nella casa di Antonio

(Entrano ANTONIO e OTTAVIA)

ANTONIO: No, no, Ottavia, non solo questo, che sarebbe scusabile insieme a mille altre cose di simile portata; ma egli ha intrapreso una nuova guerra contro Pompeo; ha fatto il suo testamento e l'ha letto in pubblico: ha parlato inadeguatamente di me: quando per forza non poteva esimersi dall'usare a mio riguardo termini d'onore, li ha pronunciati freddamente e debolmente; mi ha misurato le lodi con grande ristrettezza; quando gli si presentava la migliore occasione egli non la prendeva o parlava solo a denti stretti.

OTTAVIA: Oh mio buon signore, non credete a tutto; o, se dovete credere, non vi irritate di tutto. Nessuna donna più infelice se mai tale divisione accadrà - si sarà trovata frammezzo, pregando per entrambi voi: i buoni dèi mi scherniranno subito quando pregherò: "Oh, benedite il mio signore e marito!" e poi annullerò questa preghiera gridando con eguale forza: "Oh, benedite mio fratello!". Vinca il marito o vinca il fratello, una preghiera distrugge l'altra; non c'è alcuna via di mezzo tra questi due estremi.

ANTONIO: Gentile Ottavia, lasciate che la vostra preferenza si diriga verso quell'oggetto che cerca di conservare meglio il vostro amore. Se perdo il mio onore, perdo me stesso: meglio non esser vostro che esser vostro così sfrondato. Ma, come avete chiesto, voi stessa interverrete tra noi: nel frattempo, signora farò i preparativi per una guerra che eclisserà vostro fratello. Affrettatevi quanto lo potete; così i vostri desideri saranno esauditi.

OTTAVIA: Grazie al mio signore. Il potente Giove faccia di me, tanto debole, la vostra riconciliatrice! Le guerre tra voi due sarebbero come se il mondo si fendesse e bisognasse colmare la voragine cogli uomini uccisi.

ANTONIO: Quando vi sarà manifesto chi ne sia stata l'origine, volgete il vostro cruccio in quella direzione; poiché le nostre colpe non possono mai essere tanto simili da permettere al vostro amore di parteggiare per esse in misura eguale. Preparatevi alla partenza; sceglietevi coloro che debbono accompagnarvi, e comandate qualunque spesa il vostro cuore desideri.

(Escono)

SCENA QUINTA - La stessa. Un altra stanza

(Entrano ENOBARBO ed EROTE, che s'incontrano)

ENOBARBO: Come va, amico Erote!

EROTE: Sono giunte strane notizie, signore.

ENOBARBO: E quali?

EROTE: Cesare e Lepido hanno dichiarato guerra a Pompeo.

ENOBARBO: E' cosa vecchia: qual è il risultato?

EROTE: Cesare, dopo essersene servito nelle guerre contro Pompeo, ultimamente ha rifiutato di considerarlo suo pari; non ha voluto che egli condividesse la gloria dell'azione, e, non limitandosi a questo, lo accusa di avere scritto in precedenza delle lettere a Pompeo; sulla sua propria accusa lo arresta e cosi il povero terzo è rinchiuso finché la morte non allarghi la sua prigione.

ENOBARBO: Allora, o mondo, hai solamente un paio di mascelle, e non più; e se vi getti in mezzo tutto il cibo che hai, esse seguiteranno ad arrotarsi tra loro. Dov'è Antonio?

EROTE: Passeggia nel giardino... così; e scaccia col piede i fuscelli che si trovano sul suo cammino, grida "Sciocco d'un Lepido!" e minaccia di far tagliare la gola di quel suo ufficiale che uccise Pompeo.

ENOBARBO: La nostra flotta è pronta.

EROTE: Per l'Italia e Cesare. Inoltre, Domizio: il mio signore vi desidera al più presto; avrei potuto comunicarvi queste notizie più tardi.

ENOBARBO: Sarà una cosa di nulla; ma sia pure. Conducimi da Antonio.

EROTE: Venite, signore.

(Escono)

SCENA SESTA - Roma. La casa di Cesare

(Entrano CESARE, AGRIPPA e MECENATE)

CESARE: Tenendo Roma in dispregio, ha fatto tutto questo e più ad Alessandria, ed ecco in qual modo: nella piazza del mercato, su una tribuna d'argento lui e Cleopatra furono pubblicamente insediati su seggi d'oro: ai loro piedi sedeva Cesarione, che dicono figlio di mio padre, e tutta l'illegale progenie che, da quel tempo, la loro lussuria ha procreato. Ad essa egli affidò il governo d'Egitto, e la fece regina assoluta della bassa Siria, dl Cipro e di Lidia.

MECENATE: E ciò pubblicamente?

CESARE: Nella pubblica piazza, dove si fanno gli esercizi. Là proclamò i suoi figli re dei re; dette ad Alessandro la Grande Media, la Partia e l'Armenia; a Tolomeo assegnò la Siria, la Cilicia e la Fenicia. Ella apparve in quel giorno nei paramenti della dea Iside; e spesso già prima aveva dato udienza, come si racconta, in tale veste.

MECENATE: Bisogna che Roma ne sia informata.

AGRIPPA: E Roma, già disgustata della sua insolenza, ritrarrà da lui la sua buona opinione.

CESARE: Il popolo lo sa, ed ha ricevuto adesso le sue lagnanze.

AGRIPPA: E chi dunque accusa?

CESARE: Cesare: e dice che, avendo spogliato in Sicilia Sesto Pompeo, non gli abbiamo assegnata la sua parte dell'isola: inoltre egli dice di avermi prestato delle navi che non gli sono state restituite; in ultimo si lagna perché Lepido è stato deposto dal triumvirato e perché ci tratteniamo tutte le sue rendite.

MECENATE: Signore, bisognerebbe rispondere a ciò.

CESARE: E' già fatto, e il messaggero è partito. Gli ho detto che Lepido era diventato troppo crudele, che abusava della sua alta autorità e che meritava un tale cambiamento di fortuna; di ciò che ho conquistato gli concedo una parte, ma però esigo altrettanto della sua Armenia e degli altri regni da lui conquistati.

MECENATE: Non condiscenderà mai a questo.

CESARE: E allora nemmeno noi cederemo alla sua richiesta.

(Entra OTTAVIA col suo Seguito)

OTTAVIA: Salute, Cesare, mio signore! Salute, carissimo Cesare!

CESARE: Chi avrebbe mai immaginato che un giorno ti avrei chiamata reietta!

OTTAVIA: Non mi avete chiamata così, e non ne avete ragione.

CESARE: Perché siete giunta così all'improvviso? Voi non venite come una sorella di Cesare: la moglie di Antonio dovrebbe avere un esercito per precederla, e i nitriti dei cavalli dovrebbero annunciare il suo avvicinarsi prima assai della sua apparizione; gli alberi lungo la strada dovrebbero essere carichi di persone e l'aspettativa languire in attesa di ciò che le manca; sì, la polvere sarebbe dovuta salire fino al tetto del cielo sollevata dalle vostre innumerevoli truppe. Ma voi siete giunta a Roma come una ragazza del mercato e avete prevenuto l'omaggio del nostro amore che, se si trascura di mostrarlo, spesso si disamora. Vi saremmo venuti incontro per mare e per terra, rendendovi ad ogni tappa un omaggio più grande.

OTTAVIA: Mio buon signore, non fui costretta a venire in tal modo, ma lo feci di mia spontanea volontà. Il mio signore, Marco Antonio, sentendo che vi preparavate a una guerra, ne informò il mio orecchio dolente; e per questo lo pregai che mi lasciasse tornare.

CESARE: La qual cosa egli presto vi concesse, essendo voi un ostacolo tra lui e la sua lussuria.

OTTAVIA: Non dite così, mio signore.

CESARE: Gli tengo gli occhi addosso e le cose sue mi giungono sul vento. Dov'è adesso?

OTTAVIA: Mio signore, in Atene.

CESARE: No, mia troppo offesa sorella; Cleopatra l'ha richiamato a sé con un cenno. Egli ha abbandonato il suo impero a una puttana ed ora arruolano per la guerra i re del mondo. Ha radunato Bocco, re di Libia; Archelao di Cappadocia; Filadelfo, re di Paflagonia; il re trace, Adalla; il re Malco di Arabia; il re del Ponto; Erode di Giudea; Mitridate, re di Comagene; Polemone e Aminta, re della Media e di Licaonia, insieme a una più ampia lista di scettri.

OTTAVIA: Ahimè, infelicissima, che ho il cuore diviso tra due amici che si affliggono reciprocamente!

CESARE: Benvenuta qui: le vostre lettere hanno ritardato la nostra rottura fino al momento in cui ci accorgemmo in qual modo eravate insultata e che noi stessi eravamo in un pericolo cagionato dalla nostra stessa negligenza. Rincuoratevi: non lasciatevi turbare dalle circostanze che adducono sul vostro piacere queste due necessità, ma lasciate senza lamento che quanto è decretato segua la sua strada verso il destino. Benvenuta a Roma; nulla potrebbe essermi più caro.

Voi siete stata offesa oltre i limiti del pensiero; e gli alti dèi, per rendervi giustizia, hanno scelto per ministri noi e quelli che vi amano. Confortatevi, e siate sempre benvenuta tra noi.

AGRIPPA: Benvenuta, signora.

MECENATE: Benvenuta, cara signora. Ogni cuore in Roma vi ama e compiange: solo l'adultero Antonio, sfrenato nelle sue abominanioni, vi respinge e affida la sua potente autorità a una bagascia che sbraita contro di noi.

OTTAVIA: E' proprio così, signore?

CESARE: E' certissimo. Sorella, benvenuta: vi prego, siate sempre paziente, mia carissima sorella!

(Escono)

SCENA SETTIMA - Vicino ad Azio. Il campo di Antonio

(Entrano CLEOPATRA ed ENOBARBO)

CLEOPATRA: Regolerò i conti con te, non dubitare.

ENOBARBO: Ma perché, perché, perché?

CLEOPATRA: Ti sei opposto alla mia partecipazione a questa guerra, e dici che non sarebbe opportuna.

ENOBARBO: Ebbene, forse che lo è?

CLEOPATRA: Anche se la guerra non fosse stata dichiarata a noi, perché non dovremmo parteciparvi personalmente?

ENOBARBO (a parte): Bene, potrei rispondere che se dovessimo servirci insieme di cavalli e giumente, i cavalli sarebbero semplicemente perduti; le giumente si porterebbero ciascuna un soldato e il suo cavallo.

CLEOPATRA: Cosa dite?

ENOBARBO: La vostra presenza deve certamente imbarazzare Antonio, e togliere dal suo cuore, dal suo cervello, dal suo tempo ciò che adesso non dovrebbe esserne distratto. Egli è già stato imputato di leggerezza, e si dice a Roma che l'eunuco Fotino e le vostre donne dirigono questa guerra.

CLEOPATRA: Roma sprofondi e marciscano le lingue di coloro che parlano contro di noi! Io sopporto un peso in questa guerra e, come governatrice del mio regno, vi comparirò in qualità d'uomo. Non parlate contro di ciò; non voglio rimanere indietro.

ENOBARBO: Va bene, ho finito. Ecco il generale.

(Entrano ANTONIO e CANIDIO)

ANTONIO: Non è strano, Canidio, che da Taranto a Brindisi egli abbia così rapidamente potuto tagliare il mare Ionio e impadronirsi di Toróna? Ne avete sentito parlare, mia cara?

CLEOPATRA: La rapidità non è mai tanto ammirata quanto dai pigri.

ANTONIO: Un buon rabbuffo che potrebbe adattarsi al migliore degli uomini, lo scagliarsi contro la fiacchezza. Canidio, lo combatteremo per mare.

CLEOPATRA: Per mare: sarebbe forse possibile altrove?

CANIDIO: E perché il mio signore vuol far questo?

ANTONIO: Perché a questo egli ci provoca.

ENOBARBO: Il mio signore l'ha già sfidato a un singolare combattimento.

CANIDIO: Sì, e a sostenere questo combattimento a Farsaglia dove Cesare combatté con Pompeo; ma egli scarta quelle offerte che non servono al suo vantaggio, e così dovreste far voi.

ENOBARBO: Le vostre navi non sono ben fornite d'uomini, i vostri marinai sono mulattieri, gente raccolta affrettatamente con una leva forzata: nella flotta di Cesare vi sono quelli che hanno spesso combattuto contro Pompeo: le loro navi sono leggere e le vostre pesanti. Nessuna vergogna vi verrà se rifiutate di combatterlo per mare, essendo preparato per terra.

ANTONIO: Per mare, per mare.

ENOBARBO: Degnissimo signore con ciò voi annullate la somma reputazione militare di cui godete per terra; dividete il vostro esercito che consiste principalmente di fanti agguerriti; lasciate inerte la vostra rinomata perizia, abbandonate completamente il cammino che promette il successo, e, da una ferma certezza, vi date in balìa unicamente al caso e alla sorte.

ANTONIO: Combatterò per mare.

CLEOPATRA: Ho sessanta vele e Cesare non ne ha di migliori.

ANTONIO: Bruceremo il nostro sovrappiù di navi; e col resto, completamente equipaggiato, combatteremo l'avanzata dl Cesare dal promontorio d'Azio. Ma se perdiamo, allora potremo combattere per terra.

(Entra un Messaggero)

Che vuoi?

MESSAGGERO: La notizia è sicura, mio signore; egli è stato avvistato; Cesare ha preso Toróna.

ANTONIO: Può darsi che egli sia là in persona? è impossibile; è già strano che vi sia il suo esercito. Canidio, tu comanderai per terra le nostre diciannove legioni e i nostri dodicimila cavalieri. Noi ci recheremo alla nostra nave: andiamo, mia Tetide!

(Entra un Soldato)

Che c'è, degno soldato?

SOLDATO: Oh nobile generale, non combattete per mare; non vi affidate a delle tavole imputridite. Potete non prestar fede a questa spada e a queste mie ferite? Lasciate che gli Egiziani e i Fenici se ne vadano a guazzare come le oche; noi siamo abituati a vincere stando sul terreno e combattendo piede a piede.

ANTONIO: Bene, bene: andiamo.

(Escono Antonio, Cleopatra ed Enobarbo)

SOLDATO: Per Ercole, credo di aver ragione.

CANIDIO: Sì, soldato; ma tutta la sua azione guerresca non si sviluppa dal lato della sua vera forza: così il nostro condottiero è condotto, e noi siamo uomini in mano di donne.

SOLDATO: Voi guidate per terra le legioni e tutta la cavalleria, non è vero?

CANIDIO: Marco Ottavio, Marco Giusteio, Publicola e Celio si terranno sul mare: ma noi abbiamo il comando supremo per terra. La rapidità di Cesare supera ogni credenza.

SOLDATO: Mentre egli era ancora in Roma, il suo esercito avanzava in distaccamenti così piccoli da ingannare tutte le spie.

CANIDIO: Sapete chi sia il suo luogotenente?

SOLDATO: Dicono che sia un certo Tauro.

CANIDIO: Lo conosco bene.

(Entra un Messaggero)

MESSAGGERO: Il generale chiede di Canidio.

CANIDIO: Il tempo è gravido di notizie ed ogni minuto ne partorisce qualcuna.

(Escono)

SCENA OTTAVA - Una pianura vicino ad Azio

(Entrano CESARE e TAURO col suo esercito in marcia)

CESARE: Tauro!

TAURO: Mio signore?

CESARE: Non combattere per terra; mantienti unito: non provocare a battaglia, finché non avremo finito per mare. Non oltrepassare le prescrizioni di questo scritto: la nostra fortuna dipende da questo azzardo.

(Escono)

SCENA NONA - Un'altra parte della pianura

(Entrano ANTONIO ed ENOBARBO)

ANTONIO: Disponiamo i nostri squadroni su quel fianco della collina, in vista delle schiere di Cesare; da quel luogo potremo vedere il numero delle navi e procedere di conseguenza.

(Escono)

SCENA DECIMA - Un'altra parte della pianura

(Entrano da un lato CANIDIO, marciando col suo Esercito, e dall'altro TAURO, il luogotenente di Cesare, col suo Esercito. Dopo che sono usciti si ode il fragore di una battaglia navale. Allarme. Entra ENOBARBO)

ENOBARBO: Rovina, rovina, tutto è rovina! Non posso guardare più a lungo. L'Antoniade, l'ammiraglia egiziana, con tutte le sessanta navi, fugge voltando il timone: è uno spettacolo che mi consuma gli occhi.

(Entra SCARO)

SCARO: Dèi e dee, e tutto il loro sinodo!

ENOBARBO: Che hai da disperarti?

SCARO: Il più grande pezzo del mondo è perduto per mera stupidaggine; abbiamo sprecati in baci regni e province.

ENOBARBO: Come si presenta il combattimento?

SCARO: Dalla nostra parte, simile alla peste bubbonica che porta sicura morte. Quella infiocchettata giumenta d'Egitto... - che la colga la lebbra! - nel mezzo della battaglia, quando le sorti apparivano come due gemelle della medesima età, o meglio, quando la nostra sembrava la maggiore, punta dal tafano come una vacca in giugno, alza le vele e si dà alla fuga.

ENOBARBO: Anch'io l'ho veduto: i miei occhi si ammalarono a quello spettacolo, e non poterono sopportare più a lungo la vista.

SCARO: Una volta che ella ebbe virato, Antonio, la nobile rovina dei suoi incantesimi, dispiega la sua ala marina, e come un'anitra impazzita lasciando il combattimento nel suo apogeo, le corre dietro:

non ho mai veduto un'azione così vergognosa; esperienza, virilità, onore, mai prima furono violati in tal maniera.

ENOBARBO: Ahimè, ahimè!

(Entra CANIDIO)

CANIDIO: La nostra fortuna sul mare ha perso il fiato e sprofonda lamentevolmente. Se il nostro generale fosse stato ciò che sapeva di essere sarebbe andata bene: oh, egli ci ha dato l'esempio della fuga molto flagrantemente per mezzo della sua!

ENOBARBO: Come, siete a tanto? Ebbene, allora buona notte davvero.

CANIDIO: Essi sono fuggiti verso il Peloponneso.

SCARO: E' facile giungervi, e là attenderò ciò che verrà in seguito.

CANIDIO: Mi voglio arrendere a Cesare colle mie legioni e la mia cavalleria: già sei re mi indicano la via della resa.

ENOBARBO: Voglio ancora seguire la sorte ferita di Antonio, sebbene la mia ragione si volga col vento contro di me.

(Escono)

SCENA UNDICESIMA - Alessandria. Il Palazzo di Cleopatra

(Entra ANTONIO col Seguito)

ANTONIO: Udite! la terra mi comanda di non calpestarla più a lungo; ella ha vergogna di portarmi. Amici, venite qua: ho tanto indugiato nel mondo che ho perso la strada per sempre. Ho un vascello carico d'oro; prendetelo e dividetevelo; fuggite e fate pace con Cesare.

TUTTI: Fuggire? Noi no.

ANTONIO: Io stesso sono fuggito e ho insegnato ai codardi a correre ed a mostrare le spalle. Amici, andatevene; io stesso ho deciso di seguire una via che non ha bisogno di voi, andatevene: il mio tesoro è nel porto, prendetelo. Oh, ho seguito ciò che arrossisco a guardare: i miei capelli stessi si rivoltano, poiché i bianchi rinfacciano ai bruni la loro inconsideratezza, e questi la paura e la follia a quelli. Amici, andatevene: ricevete da me delle lettere per degli amici che vi apriranno la via. Vi prego, non siate tristi e non rispondetemi con riluttanza: approfittate del partito che la mia disperazione vi offre; abbandonate colui che abbandona se stesso:

andiamo diritto alla spiaggia: voglio consegnarvi quella nave e quel tesoro. Lasciatemi per un poco, vi prego: adesso vi prego; sì, fatelo, poiché in verità ho perduto il diritto di comandare, e quindi vi prego; vi rivedrò tra poco.

(Si siede)

(Entra CLEOPATRA sorretta da CARMIANA e da IRA; EROTE le segue)

EROTE: Suvvia, gentile signora, recatevi da lui e confortatelo.

IRA: Fatelo, carissima regina.

CARMIANA: Fatelo! Che altro potreste fare di meglio?

CLEOPATRA: Lasciate che mi sieda. Oh, Giunone!

ANTONIO: No, no, no, no.

EROTE: Vedete chi è qui, signore?

ANTONIO: Oh vergogna, vergogna, vergogna!

CARMIANA: Signora...

IRA: Signora, oh buona imperatrice!

EROTE: Signore, signore!

ANTONIO: Sì, mio signore, sì; egli a Filippi portava la spada come un danzatore, mentre io colpivo il magro e grinzoso Cassio; e fui io che finii il pazzo Bruto; Egli combatteva soltanto per mezzo dei suoi luogotenenti e non aveva alcuna pratica nelle ardite squadre guerresche: eppure adesso... Non importa.

CLEOPATRA: Ah! Sostenetemi.

EROTE: La regina, mio signore, la regina.

IRA: Andate da lui, signora, parlategli: egli è sfibrato dalla vergogna.

CLEOPATRA: Via, sostenetemi: oh!

EROTE: Nobilissimo signore, levatevi; la regina si avvicina: la sua testa è reclinata e la morte la prenderà, a meno che il vostro conforto non la salvi.

ANTONIO: Ho offeso la mia reputazione: la più bassa delle aberrazioni.

EROTE: Signore, la regina.

ANTONIO: Oh, dove mi hai condotto, Egiziana? Vedi come sottraggo la mia vergogna ai tuoi occhi, riguardando quello che ho lasciato dietro a me distrutto nel disonore.

CLEOPATRA: Oh mio signore, mio signore, perdonate alle mie vele timorose! Io non pensavo che mi avreste seguita.

ANTONIO: Egiziana, sapevi troppo bene che il mio cuore era legato al tuo timone, e che mi avresti rimorchiato dietro di te: conoscevi la tua supremazia sul mio spirito, e che il tuo cenno avrebbe potuto farmi disobbedire al comando degli dèi.

CLEOPATRA: Oh, perdonate!

ANTONIO: Adesso dovrò inviare a quel giovane umili preghiere, trovare espedienti e furberie negli stratagemmi della bassezza; io che maneggiavo come volevo metà della massa del mondo facendo e disfacendo le fortune. Voi sapevate fino a qual punto mi avevate soggiogato, e che la mia spada, resa debole dal mio affetto, lo avrebbe obbedito in ogni cosa.

CLEOPATRA: Perdono. perdono!

ANTONIO: Non spargete una lacrima, vi dico; una sola di esse vale tutto ciò che è stato vinto e perso: datemi un bacio, questo basta a compensarmi. Abbiamo mandato il nostro precettore, è tornato? Amore, mi par di pesare come piombo. Del vino, laggiù, e le nostre vivande!

La fortuna sa che la sfidiamo maggiormente quando ella più ci colpisce.

(Escono)

SCENA DODICESIMA - Egitto. Il campo di Cesare

(Entrano CESARE, DOLABELLA, TIREO ed altri)

CESARE: Si avanzi quello che viene da parte di Antonio. Lo conoscete?

DOLABELLA: Cesare, è il suo precettore: segno che è spennacchiato se vi manda una piuma così misera della sua ala, lui che aveva re a bizzeffe come messaggeri, non molte lune fa.

(Entra EUFRONIO, ambasciatore di Antonio)

CESARE: Avvicinati e parla.

EUFRONIO: Tale qual sono, vengo da parte di Antonio: ero tempo fa così trascurabile ai suoi fini, come la rugiada del mattino sulla foglia di mirto lo è per il suo grande mare.

CESARE: Sia: manifesta il tuo incarico.

EUFRONIO: Egli ti saluta signore delle sue sorti, e ti chiede di vivere in Egitto: se ciò non gli è accordato, limita le sue richieste e ti prega di lasciarlo respirare tra il cielo e la terra, come cittadino privato in Atene: questo per lui. Inoltre, Cleopatra riconosce la tua grandezza, si sottomette alla tua potenza, e da te implora la corona dei Tolomei per i suoi eredi, che sono adesso affidati alla tua mercé.

CESARE: In quanto ad Antonio, non ho orecchie per la sua richiesta. I desideri della regina saranno ascoltati, purché ella scacci dall'Egitto il suo amante, disprezzato da tutti, o là gli tolga la vita; se farà questo, non pregherà inascoltata. Ciò per entrambi.

EUFRONIO: Che la fortuna ti segua!

CESARE: Conducetelo attraverso le truppe. (Esce Eufronio) (A Tireo) Ora è tempo di provare la tua eloquenza; affrettati; strappa Cleopatra da Antonio: prometti, e nel nome nostro, quanto ella richiede; aggiungi altre offerte, di tua invenzione. Le donne non sono forti nella sorte propizia, ma il bisogno renderebbe spergiura anche la vestale intatta. Prova la tua astuzia, Tireo; stabilisci tu stesso il prezzo della tua fatica, che noi terremo in conto di legge.

TIREO: Cesare, vado.

CESARE: Osserva come Antonio sopporta la sua sfortuna, e cosa pensi che esprima il suo contegno nell'esercizio di ogni sua facoltà.

TIREO: Lo farò, Cesare.

(Escono)

SCENA TREDICESIMA - Alessandria. Il Palazzo di Cleopatra

(Entrano CLEOPATRA, ENOBARBO, CARMIANA ed IRA)

CLEOPATRA: Che dobbiamo fare, Enobarbo?

ENOBARBO: Meditare e morire.

CLEOPATRA: E Antonio, o siamo noi che ne abbiamo colpa?

ENOBARBO: Antonio solo, che volle mettere il suo piacere al di sopra della sua ragione. Che cosa importava se eravate fuggita da quel grande apparato guerresco le cui numerose schiere si atterrivano vicendevolmente? perché mai doveva seguirvi? Il prurito dell'affetto non avrebbe dovuto allora troncare la sua abilità di comandante; nel momento in cui una metà del mondo si opponeva all'altra ed egli era l'unica ragione di contesa. Fu una vergogna non inferiore alla sua perdita, l'aver seguito le vostre bandiere in fuga abbandonando la sua flotta sbalordita.

CLEOPATRA: Ve ne prego, tacete.

(Entra ANTONIO coll'ambasciatore EUFRONIO)

ANTONIO: E' questa la sua risposta?

EUFRONIO: Sì, mio signore.

ANTONIO: La regina troverà dunque benevolenza se mi abbandonerà.

EUFRONIO: Così dice.

ANTONIO: Informala. Manda al fanciullo Cesare questa testa grigia ed egli colmerà di principati i tuoi desideri.

CLEOPATRA: Quella testa, mio signore?

ANTONIO: Torna da lui: digli che egli porta con sé la rosa della giovinezza e che da lui il mondo si attende qualcosa di notevole: le sue monete, le sue navi, le sue legioni potrebbero appartenere anche a un codardo i cui ministri vincerebbero tanto al servizio di un fanciullo quanto sotto il comando di Cesare: io lo sfido perciò a lasciare da parte il suo fortunato vantaggio e a misurarsi con me già declinante, spada contro spada, noi soli. Glielo scriverò: seguimi.

(Escono Antonio ed Eufronio)

ENOBARBO (a parte): Sì, è molto verosimile che il potente Cesare voglia degradare la sua fortuna ed esibirsi in spettacolo contro uno spadaccino! Vedo che i giudizi degli uomini formano un tutto unico colle loro fortune e che i fatti esteriori si trascinano dietro le loro qualità intime, per degenerare egualmente. E dire che egli sogna, conoscendo la situazione, che il prospero Cesare voglia cimentarsi colla sua miseria! Oh Cesare, hai vinto anche il suo giudizio!

(Entra un Servo)

SERVO: Un messo da Cesare.

CLEOPATRA: Come senz'altre cerimonie? Vedete, donne mie; dinanzi alla rosa aperta si turano il naso quelli stessi che s'inginocchiavano davanti ai suoi bocciuoli. Fallo entrare, messere.

(Esce il Servo)

ENOBARBO (a parte): La mia onestà comincia a trovarsi in contrasto con me stesso. La lealtà fedelmente serbata agli insensati trasforma la nostra fede in pura follia: pure colui che ha la costanza di seguire fedelmente un signore caduto vince colui che ha vinto il suo signore, e si guadagna un posto nella storia.

(Entra TIREO)

CLEOPATRA: La volontà di Cesare?

TIREO: Ascoltatela in disparte.

CLEOPATRA: Non vi sono che amici: parla liberamente.

TIREO: Forse essi sono anche amici di Antonio.

ENOBARBO: Egli ha bisogno di averne quanti ne ha Cesare, signore, o altrimenti non gli serviamo a nulla. Se a Cesare piaccia, il nostro signore si affretterà ad essergli amico: in quanto a noi, voi lo sapete, siamo di colui che egli segue, e cioè saremo di Cesare.

TIREO: Va bene. Ecco allora, illustre regina: Cesare ti esorta a non considerare troppo le condizioni in cui ti trovi e a ricordare solo che egli è Cesare.

CLEOPATRA: Prosegui: questo è un parlar da re.

TIREO: Egli sa che vi stringete ad Antonio non perché lo amiate, ma perché lo temete.

CLEOPATRA: Oh!

TIREO: Egli quindi commisera le ferite del vostro onore come macchie imposte colla violenza ed immeritate.

CLEOPATRA: Egli è un dio e sa ciò che è vero. Il mio onore non fu ceduto, ma preso colla forza.

ENOBARBO (a parte): Per esserne sicuro, lo domanderò ad Antonio.

Signore, signore, sei così sconquassato che dobbiamo lasciarti colare a picco, poiché l'essere a te più caro ti abbandona.

(Esce)

TIREO: Devo riferire a Cesare ciò che gli chiedete? Poiché in certa misura egli desidera che gli si chiedano grazie. Egli sarebbe molto contento se vi faceste delle sue fortune un bastone su cui appoggiarvi: ma proprio rallegrerebbe il suo spirito il sentir dire da me che avete abbandonato Antonio e che vi siete messa sotto la protezione di lui che è signore dell'universo.

CLEOPATRA: Come vi chiamate?

TIREO: Mi chiamo Tireo.

CLEOPATRA: Gentilissimo messaggero, riferite a Cesare questo da parte mia: bacio la sua mano vincitrice: ditegli che sono pronta a deporre la mia corona ai suoi piedi, e ad inginocchiarmi: ditegli che attendo dalla sua voce sovrana il destino d'Egitto.

TIREO: Questa è la vostra più nobile risoluzione. Quando la saggezza e la fortuna combattono assieme, se la prima osa ciò che può, nessun evento riuscirà a scuoterla. Accordatemi la grazia di deporre il mio omaggio sulla vostra mano.

CLEOPATRA: Spesso il padre del vostro Cesare, dopo aver sognato la conquista di regni, posò le sue labbra su questa indegna mano ed i baci vi piovevano.

(Rientrano ANTONIO ed ENOBARBO)

ANTONIO: Dei favori, per Giove tonante! Chi sei tu, gaglioffo?

TIREO: Uno che solo eseguisce il comando dell'uomo più potente e più degno di essere obbedito nei suoi ordini.

ENOBARBO (a parte): Sarete frustato.

ANTONIO: Avvicinatevi! Ah, nibbio! Adesso dèi e demoni! la mia autorità si dilegua da me: or non è molto, quando gridavo "Olà!", i re accorrevan come fanciulli in gara esclamando: "Che chiedete?". Non avete orecchie? Sono ancora Antonio.

(Entrano dei Servi)

Portate via questo cialtrone e frustatelo.

ENOBARBO (a parte): E' meglio giocare con un leoncello che con un vecchio leone morente.

ANTONIO: Luna e stelle! Frustatelo. Fossero anche venti dei più grandi tributari che riconoscono Cesare, se li trovassi così impertinenti colla mano di quella là... come si chiama, da quando non è più Cleopatra? Frustatelo, compagni, finché lo vediate torcere la faccia come un bambino e piagnucolare forte chiedendo pietà: conducetelo via.

TIREO: Marco Antonio...

ANTONIO: Trascinatelo via: dopo che sarà stato frustato conducetelo qui di nuovo: questo cialtrone d'inviato di Cesare gli porterà un messaggio da parte nostra.

(Escono i Servi con Tireo) Eravate già mezzo appassita prima che io vi conoscessi: ah! Ho dunque lasciato il mio guanciale intatto a Roma e rinunciato ad avere una discendenza legittima, e da una gemma tra le donne, per essere ingannato da una che gitta il suo sguardo su dei servi?

CLEOPATRA: Mio buon signore...

ANTONIO: Siete sempre stata un'incostante: ma quando ci induriamo nel nostro vizio - oh miseria! - i saggi dèi ci cucion le palpebre, lasciano cadere i nostri chiari giudizi nella nostra stessa sozzura; ci fanno adorare i nostri errori, e ridono mentre ci avviamo pavoneggiandoci alla nostra rovina.

CLEOPATRA: Oh, siamo, giunti a questo?

ANTONIO: Vi ho trovata come un boccone freddo sul piatto di Cesare morto; no, eravate un avanzo di Gneo Pompeo; senza tener conto di quelle ore più salaci, non registrate nella fama volgare, che avete spilluzzicato nella vostra lussuria: poiché, ne sono sicuro, sebbene possiate immaginarvi cosa dovrebbe essere la temperanza, non sapete che cosa essa sia.

CLEOPATRA: Perché tutto questo?

ANTONIO: Permettere a uno schiavo abituato ad accettare mance e a dire "Dio ve ne renda merito!" di prendere familiarità colla compagna dei miei giuochi, la vostra mano, sigillo regale e pegno di nobili cuori!

Oh, fossi io sul colle di Basan a ruggire più forte della greggia cornuta! poiché ne ho fiere ragioni; e proclamarle civilmente come se un collo stretto dal capestro ringraziasse il carnefice per la sua destrezza.

(Rientrano i Servi con TIREO)

E' stato frustato?

PRIMO SERVO: Sodo, mio signore.

ANTONIO: Ha gridato? ha chiesto perdono?

PRIMO SERVO: Ha chiesto grazia.

ANTONIO: Se tuo padre è vivo, rimpianga di non avere avuto una figlia in tua vece; e tu pentiti di seguire Cesare nel suo trionfo, dacché sei stato frustato per averlo seguito: d'ora innanzi la bianca mano di una donna ti faccia venir la febbre, e ti faccia tremare al solo guardarla. Torna da Cesare, e raccontagli il modo come fosti accolto:

tieni a mente di dirgli quanto egli mi irriti; poiché egli sembra superbo e sprezzante, insistendo su ciò che sono adesso e non su ciò che sapeva che io ero: egli mi fa montare in collera, e in questo momento è facilissimo farlo, quando le mie buone stelle che erano un tempo la mia guida hanno lasciate vuote le loro orbite lanciando i loro fuochi nell'abisso dell'inferno. Se non gli piace ciò che ho detto e ciò che ho fatto, digli che gli rimane Ipparco, il mio liberto, da potere a volontà frustare, impiccare o torturare come gli piacerà, per esser in pari con me: sollecitalo tu stesso: e vattene via coi segni delle tue frustate!

(Esce Tireo)

CLEOPATRA: Avete finito?

ANTONIO: Ahimè, la nostra luna terrena si è eclissata adesso e presagisce solamente la caduta di Antonio.

CLEOPATRA: Debbo aspettare che abbia finito.

ANTONIO: Dunque per adulare Cesare avete scambiato occhiate con uno che gli allaccia le stringhe?

CLEOPATRA: Non mi conoscete ancora?

ANTONIO: Così fredda verso di me?

CLEOPATRA: Ah, caro, se è così, che il cielo faccia scaturire dal mio freddo cuore la grandine, avvelenandone le sorgenti, e che il primo chicco mi cada sul collo; e mentre quello si discioglie, similmente si dissolva la mia vita E il secondo chicco colpisca Cesarione, finché a poco a poco la prole del mio grembo, insieme a tutti i miei valorosi Egiziani, per il fondersi di questa tempesta di gragnuola, giaccia senza sepoltura fino a che le mosche e le zanzare del Nilo non li abbiano sotterrati cibandosene!

ANTONIO: Sono pago. Cesare è ora in Alessandria dove mi opporrò al suo fato. Le nostre forze di terra hanno nobilmente resistito; anche la nostra flotta dispersa si è riunita di nuovo e naviga avanzando minacciosamente. Dove sei stato, o mio ardimento? Mi udite, signora?

Se ritornerò ancora una volta dal campo per baciare queste labbra, comparirò insanguinato; io e la mia spada ci distingueremo: c'è ancora speranza.

CLEOPATRA: Ecco il mio coraggioso signore!

ANTONIO: I miei nervi, il mio cuore, il mio respiro si triplicheranno, e combatterò furiosamente: poiché quando le mie ore scorrevano nella prosperità gli uomini riscattavano la loro vita da me con uno scherzo; ma adesso voglio serrare i denti e mandare alle tenebre tutti quelli che mi si oppongono. Andiamo, prendiamoci un'altra notte di piaceri:

chiamatemi tutti i miei tristi capitani; riempiamo ancora una volta le nostre coppe e scherniamo il rintocco della mezzanotte.

CLEOPATRA: E' il mio compleanno: avevo pensato che l'avrei trascorso tristemente; ma poiché il mio signore è di nuovo Antonio, voglio tornare ad essere Cleopatra.

ANTONIO: Tutto andrà ancora bene.

CLEOPATRA: Convocate intorno al mio signore tutti i suoi nobili capitani.

ANTONIO: Sì, ed io parlerò loro; stanotte forzerò il vino a sprizzare dalle loro cicatrici. Venite, mia regina, c'è ancor del succo qui. La prossima volta che combatterò, costringerò la morte ad amarmi, poiché voglio battermi persino colla sua falce avvelenata.

(Escono tutti eccetto Enobarbo)

ENOBARBO: Adesso vuole abbarbagliare la folgore. Essere infuriato è come trovarsi tanto spaventato da non aver più paura, e in tale stato d'animo anche una colomba beccherebbe un astore. Io vedo sempre che una diminuzione nel cervello del nostro capitano gli rende il coraggio; quando il valore intacca la ragione, esso divora la spada con cui combatte. Cercherò qualche modo per lasciarlo.

(Esce)

ATTO QUARTO

SCENA PRIMA - Davanti ad Alessandria. Il campo di Cesare

(Entrano CESARE, AGRIPPA e MECENATE con l'Esercito. CESARE legge una lettera)

CESARE: Mi tratta di ragazzo e mi sgrida, come se avesse il potere di scacciarmi dall'Egitto; ha frustato colle verghe il mio messaggero; mi sfida a singolare combattimento, Cesare contro Antonio. Sappia quel vecchio malandrino che ho molti altri mezzi per morire, e frattanto mi rido della sua sfida.

MECENATE: Cesare deve pensare che quando un uomo così grande comincia ad infuriarsi, vuol dire che è ormai spinto sull'orlo della rovina.

Non dategli respiro, ma approfittate adesso del suo turbamento. L'ira non ha mai fatto buona guardia a se stessa.

CESARE: Informa i nostri migliori capi che domani intendiamo combattere l'ultima di molte battaglie. Nelle nostre file, di quelli che servivano Marco Antonio ultimamente ve ne sono in numero sufficiente per catturarlo. Attendi a che ciò sia fatto, e festeggia l'esercito; abbiamo abbondanza di viveri per farlo, e i soldati si sono meritati questa larghezza. Povero Antonio!

(Escono)

SCENA SECONDA - Alessandria. Il Palazzo di Cleopatra

(Entrano ANTONIO, CLEOPATRA ENOBARBO, CARMIANA, IRA, ALESSA ed altri)

ANTONIO: Non combatterà con me, Domizio?

ENOBARBO: No.

ANTONIO: E perché non lo farebbe?

ENOBARBO: Pensa, trovandosi in condizioni venti volte migliori, di essere come venti uomini contro uno.

ANTONIO: Domani, soldato, combatterò per terra e per mare: o sopravviverò, o bagnerò il mio onore morente nel sangue che lo farà rivivere. Sei disposto a ben combattere?

ENOBARBO: Colpirò gridando: "Tutto per tutto".

ANTONIO: Ben detto; andiamo. Chiama i servi della mia casa: voglio che stanotte siamo liberali a mensa.

(Entrano tre o quattro Servi)

Dammi la mano, sei stato rettamente onesto; ... e anche tu; ... tu...

e tu... e tu; mi avete servito bene, e avete avuto dei re per compagni.

CLEOPATRA (a parte a Enobarbo): Che significa ciò?

ENOBARBO (a parte a Cleopatra): E' una di quelle bizzarrie che il dolore sprigiona dalla mente.

ANTONIO: E anche tu sei onesto. Vorrei esser fatto di altrettanti uomini quanti voi siete e che tutti voi foste riuniti insieme in un Antonio, così che vi potessi servire così bene come mi avete servito.

SERVO: Gli dèi non vogliano.

ANTONIO: Bene, miei buoni compagni, servitemi stanotte: non lesinatemi le coppe, e abbiate per me considerazione come allorquando il mio impero era anch'esso vostro compagno e obbediva al mio comando.

CLEOPATRA (a parte a Enobarbo): Che vuol dire?

ENOBARBO (a parte a Cleopatra): Vuol far piangere i suoi seguaci.

ANTONIO: Servitemi stanotte, forse sarà la fine del vostro dovere:

forse non mi vedrete mai più; o se mi vedrete, vedrete un'ombra mutilata: forse domani servirete un nuovo padrone. Io vi guardo come chi prende congedo. Miei onesti amici, io non vi scaccio; ma, come un padrone legato al vostro buon servizio, vi tengo fino alla morte:

assistetemi due ore stanotte, non vi chiedo altro e che gli dèi ve ne ricompensino!

ENOBARBO: Che intendete, signore, dando loro questo dolore? Guardate, essi piangono, ed io stesso, asino che sono, ho gli occhi come se sentissero la cipolla: vergogna, non trasformateci in donne.

ANTONIO: Oh, oh, oh! Ch'io sia affatturato, se intendevo giungere a questo! La grazia sbocci dove cadono quelle lacrime! Miei sinceri amici, voi mi interpretate in un senso troppo doloroso; poiché vi ho parlato per vostro conforto e desideravo che incendiaste colle torce questa notte. Sappiate, amici miei, che ho buone speranze per domani, e che vi condurrò dove mi attendo piuttosto una vita vittoriosa che morte e onore. Andiamo a cena, venite, e anneghiamo le nostre ansie.

(Escono)

SCENA TERZA - La stessa. Davanti al Palazzo

(Entrano due Soldati di guardia)

PRIMO SOLDATO: Fratello, buona notte: domani è il giorno.

SECONDO SOLDATO: Si deciderà tutto in un modo o nell'altro: buona fortuna. Non hai udito nulla di strano per le vie?

PRIMO SOLDATO: Nulla. Quali notizie?

SECONDO SOLDATO: Non sarà che un rumore. Buona notte a te.

PRIMO SOLDATO: Bene, compagno, buona notte.

(Entrano altri due Soldati)

SECONDO SOLDATO: Soldati, vigilate attentamente.

TERZO SOLDATO: Anche voi. Buona notte, buona notte.

(Si collocano ai quattro angoli del palcoscenico)

QUARTO SOLDATO: Noi qui: e se domani la nostra flotta vincerà, ho sicura speranza che gli uomini a terra resisteranno.

TERZO SOLDATO: E' un valoroso esercito e pieno di risoluzione.

(Musica di oboe come di sotto il palco)

QUARTO SOLDATO: Silenzio! Cos'è questo rumore?

PRIMO SOLDATO: Udite! Udite!

SECONDO SOLDATO: Ascoltate!

PRIMO SOLDATO: Una musica in aria.

TERZO SOLDATO: Sotto terra.

QUARTO SOLDATO: E' un buon segno, non è vero?

TERZO SOLDATO: No.

PRIMO SOLDATO: Silenzio, dico! Che vorrà dir ciò?

SECONDO SOLDATO: E' il dio Ercole, che Antonio venerava e che adesso lo abbandona.

PRIMO SOLDATO: Avanziamo; vediamo se altre sentinelle odono ciò che noi udiamo.

SECONDO SOLDATO: Olà, compagni!

TUTTI: Olà! Olà! Udite questo?

PRIMO SOLDATO: Sì, non è strano?

TERZO SOLDATO: Udite, compagni? udite?

PRIMO SOLDATO: Seguiamo il rumore fino al limite della nostra guardia; vediamo come andrà a finire.

TUTTI: Volentieri. E' strano.

(Escono)

SCENA QUARTA - La stessa. Una stanza nel Palazzo

(Entrano ANTONIO e CLEOPATRA, CARMIANA ed altri del Seguito)

ANTONIO: Erote! La mia armatura, Erote!

CLEOPATRA: Dormite un poco.

ANTONIO: No, colombella mia. Erote, vieni; la mia armatura, Erote!

(Entra EROTE con un'armatura)

Vieni, buon compagno, rivestimi del mio ferro: se la fortuna non sarà nostra oggi, è perché la sfidiamo: vieni.

CLEOPATRA: Anch'io vi voglio aiutare. Questo a che serve?

ANTONIO: Ah, lascia stare, lascia stare! Tu sei colei che mi arma il cuore: non così, non così, questo, questo.

CLEOPATRA: Piano, là, voglio aiutarvi: deve stare così.

ANTONIO: Bene, bene; adesso vinceremo. Vedi, mio buon compagno? Va' ad armarti.

EROTE: Subito, signore.

CLEOPATRA: Non è affibbiata bene?

ANTONIO: Benissimo, benissimo: e chi la sfibbierà, finché a noi non piaccia di togliercela per prender riposo, sentirà una tempesta. Tu ti ingarbugli, Erote; e la mia regina è uno scudiero più abile di te in questo: affrettati. Oh amore, potessi tu oggi vedere la mia guerra e assistere alla mia regale occupazione! vedresti un artefice all'opera.

(Entra un Soldato armato)

Buon giorno a te, benvenuto: hai l'aspetto di uno che conosce una consegna guerresca: ci leviamo di buon'ora per un lavoro che amiamo, e vi accudiamo con gioia.

SOLDATO: Già mille combattenti, signore, benché sia ancora presto, hanno indossata la loro piastra e maglia e vi aspettano alla porta della città.

(Grida. Squilli di trombe. Entrano Capitani e Soldati)

CAPITANO: La mattina è bella. Buon giorno, generale.

TUTTI: Buon giorno, generale.

ANTONIO: Ecco una bella musica, ragazzi: questa mattinata, come lo spirito di un giovane destinato a farsi notare, comincia per tempo.

Così, così, orsù, datemi questo: in questo modo: va bene. Addio, signora, qualunque cosa accada di me: questo è il bacio d'un soldato:

(la bacia) biasimevole e degno di vergognoso rimprovero sarebbe l'indugiarsi in complimenti più volgari; ti voglio lasciare adesso come un uomo di acciaio. Voi che volete combattere seguitemi da vicino; vi condurrò alla battaglia. Addio.

(Escono Antonio, Erote, i Capitani e i Soldati)

CARMIANA: Di grazia, ritiratevi nella vostra stanza.

CLEOPATRA: Conducimi. Egli mi lascia da valoroso. Se lui e Cesare potessero decidere questa grande guerra in singolare combattimento!

Allora Antonio... ma adesso... Bene, avanti.

(Escono)

SCENA QUINTA - Alessandria. Il campo di Antonio

(Suonano le trombe. Entrano ANTONIO ed EROTE: un Soldato vien loro incontro)

SOLDATO: Gli dèi facciano di questo un lieto giorno per Antonio!

ANTONIO: Vorrei che tu e quelle tue cicatrici mi avessero una volta persuaso a combattere per terra!

SOLDATO: Se tu lo avessi fatto, i re che si sono ribellati e il soldato che ti ha lasciato stamani seguirebbero ancora i tuoi passi.

ANTONIO: Chi se n'è andato stamani?

SOLDATO: Chi! Uno che era sempre vicino a te: chiama Enobarbo ed egli non ti udrà, oppure dal campo di Cesare dirà: "Non sono uno dei tuoi".

ANTONIO: Che dici?

SOLDATO: Signore, egli è con Cesare.

EROTE: Signore, non ha preso con sé i suoi scrigni e i suoi tesori.

ANTONIO: E' partito?

SOLDATO: Certamente.

ANTONIO: Va', Erote, e mandagli i suoi tesori; fallo, non tenerne nulla, te lo ordino: scrivigli... io firmerò cortesi addii e saluti:

digli che gli auguro di non aver più ragione di cambiar padrone. Oh, le mie sventure hanno corrotto anche gli uomini onesti! Affrettati.

Enobarbo!

(Escono)

SCENA SESTA - Alessandria. Il campo di Cesare

(Squillo di tromba. Entra CESARE con AGRIPPA, ENOBARBO ed altri)

CESARE: Avanza, Agrippa, e comincia la battaglia: è nostro volere che Antonio sia preso vivo; fa' che ciò si sappia.

AGRIPPA: Va bene, Cesare.

(Esce)

CESARE: Il tempo della pace universale si approssima: se questa si dimostrerà una giornata favorevole, nel mondo tripartito germoglierà liberamente l'olivo.

(Entra un Messaggero)

MESSAGGERO: Antonio è sceso in campo CESARE: Va', ordina ad Agrippa di collocare nell'avanguardia coloro che hanno disertato, così che Antonio sembri sfogare la sua furia sopra se medesimo.

(Escono tutti eccetto Enobarbo)

ENOBARBO: Alessa si è ribellato, ed era andato in Giudea per gli interessi di Antonio; là ha persuaso il grande Erode a schierarsi con Cesare, e ad abbandonare il suo padrone Antonio: per queste sue fatiche Cesare lo ha fatto impiccare. Canidio e gli altri che disertarono hanno ottenuto impieghi, ma nessuna onorevole fiducia. Ho agito male; di ciò mi accuso così amaramente che non potrò rallegrarmi mai più.

(Entra un Soldato di Cesare)

SOLDATO: Enobarbo, Antonio ti invia tutti i tuoi tesori, con in più un liberale dono: il messaggero è venuto sotto la mia protezione, e adesso sta scaricando i suoi muli nella tua tenda.

ENOBARBO: Te ne faccio dono.

SOLDATO: Non scherzate, Enobarbo: vi dico la verità: sarebbe meglio che conduceste il portatore in salvo fuori dall'esercito; devo attendere al mio ufficio o altrimenti l'avrei fatto io stesso. Il vostro generale continua ad essere un Giove.

(Esce)

ENOBARBO: Io sono il solo scellerato della terra, e sento acutamente di esserlo. Oh, Antonio, miniera di generosità, come avresti ripagati i miei migliori servigi quando incoroni così d'oro la mia bassezza!

Ciò mi fa gonfiare il cuore: se il veloce affanno non lo spezzerà, un mezzo più rapido colpirà più velocemente dell'affanno: ma l'affanno basterà a tanto, lo sento. Io combattere contro di te? No: andrò a cercare qualche fosso in cui morire; il più sozzo converrà meglio all'ultima parte della mia vita.

(Esce)

SCENA SETTIMA - Campo di battaglia tra gli accampamenti

(Allarme. Tamburi e trombe. Entrano AGRIPPA ed altri)

AGRIPPA:. Ritiriamoci, ci siamo spinti troppo innanzi: Cesare stesso ha filo da torcere e la nostra oppressione sorpassa quello che ci aspettavamo.

(Escono)

(Rullo di tamburi. Entra ANTONIO con SCARO, quest'ultimo ferito)

SCARO: O mio valoroso generale, questo si chiama combattere! Se avessimo fatto così fin dal principio, li avremmo ricacciati indietro colle teste fasciate di cenci.

ANTONIO: Tu sanguini abbondantemente.

SCARO: Avevo qui una ferita che somigliava a una T, ma adesso è diventata un'H.

(Lontano suona la ritirata)

ANTONIO: Essi si ritirano.

SCARO: Li cacceremo nei cessi: ho ancora posto per altre sei ferite.

(Entra EROTE)

EROTE: Sono battuti, signore, ed il nostro vantaggio può considerarsi una bella vittoria.

SCARO: Flagelliamo le loro schiene e piombiamo loro addosso di dietro, come prendiamo le lepri: è divertente malmenare un fuggiasco.

ANTONIO: Ti compenserò una volta per il tuo allegro incoraggiamento e dieci volte per il tuo valore. Vieni.

SCARO: Vi seguirò zoppicando.

(Escono)

SCENA OTTAVA - Sotto le mura di Alessandria

(Allarme. Entrano ANTONIO, marciando, e SCARO con altri)

ANTONIO: Lo abbiamo ricacciato nel suo campo: qualcuno corra innanzi e informi la regina intorno alle nostre gesta. Domani, prima che il sole ci veda, verseremo il sangue che oggi ci è sfuggito. Vi ringrazio tutti; poiché le vostre braccia son gagliarde e avete combattuto non come se serviste la causa, ma come se la causa di ognuno di voi fosse eguale alla mia; vi siete dimostrati tutti Ettori. Entrate nella città, abbracciate le vostre mogli, i vostri amici e raccontate loro le vostre gesta, mentre essi con lacrime di gioia laveranno il sangue aggrumato sulle vostre ferite e coi loro baci risaneranno quelle onorate piaghe. (A Scaro) Dammi la tua mano; (Entra CLEOPATRA col Seguito)

a questa grande fata voglio racco mandare le tue azioni, facendo sì che i suoi ringraziamenti ti benedicano. O luce del mondo, cingi il mio collo armato; slanciati, con tutti i tuoi ornamenti, attraverso alla mia impenetrabile armatura fino al mio cuore e cavalca trionfante sui suoi balzi.

CLEOPATRA: Signore dei signori! Valore sconfinato, torni sorridente senza essere stato preso dalla grande insidia del mondo?

ANTONIO: Mio usignuolo, li abbiamo ricacciati ai loro letti. Dunque, fanciulla! benché i capelli grigi si mescolino in certo grado coi bruni più giovani, pure abbiamo un cervello che nutre i nostri nervi e può dar dei punti alla giovinezza. Guarda quest'uomo; affida alle sue labbra la tua mano propizia: baciala, o mio guerriero: egli ha oggi combattuto come se un dio, in odio all'umanità, avesse menato strage sotto tal forma.

CLEOPATRA: Ti darò, amico, un'armatura tutta d'oro che appartenne a un re.

ANTONIO: L'ha meritata, fosse essa coperta di rubini come il carro del sacro Febo. Dammi la tua mano: dobbiamo fare una marcia gioconda attraverso Alessandria; portiamo i nostri scudi intaccati come gli uomini che li posseggono: se il nostro grande palazzo avesse capacità sufficiente per accogliere il nostro esercito, ceneremmo tutti assieme brindando al fato del giorno a venire, che promette uno splendido pericolo. Trombettieri, assordate di bronzeo clangore le orecchie della città; fate che gli squilli si uniscano ai nostri rullanti tamburi, in modo che cielo e terra congiungano i loro suoni, plaudendo al nostro avanzarsi.

(Escono)

SCENA NONA - Il campo di Cesare

(Sentinelle ai loro posti)

PRIMO SOLDATO: Se non saremo rilevati entro un'ora, dovremo ritornare al corpo di guardia: la notte è luminosa, e si dice che dovremo schierarci in battaglia alle due del mattino.

SECONDO SOLDATO: Quest'ultimo giorno è stato brutto per noi.

(Entra ENOBARBO)

ENOBARBO: Oh, sii a me testimone, o notte...

TERZO SOLDATO: Chi è quell'uomo?

SECONDO SOLDATO: Rimaniamo fermi ed ascoltiamolo.

ENOBARBO: Siimi testimone, o benedetta luna, allorché la storia denunzierà all'odio dei posteri i nomi dei disertori, che il povero Enobarbo si pentì dinanzi al tuo volto!

PRIMO SOLDATO: Enobarbo!

SECONDO SOLDATO: Silenzio! Ascoltiamo ancora.

ENOBARBO: Oh, sovrana signora della profonda malinconia, irrora su me l'avvelenato umidore della notte, così che la vita, vera ribelle alla mia volontà, non mi rimanga più attaccata addosso: getta il mio cuore contro la durezza di pietra della mia colpa, ed esso, inaridito dal dolore, si frantumerà in polvere ponendo termine ad ogni cupo pensiero. Oh, Antonio, più nobile di quel che non sia infame il mio tradimento, perdonami per ciò che ti riguarda, e che il mondo poi mi iscriva nel registro dei disertori e dei fuggiaschi: oh Antonio, Antonio!

SECONDO SOLDATO: Parliamogli.

PRIMO SOLDATO: Ascoltiamolo; poiché le cose che egli dice potrebbero interessare Cesare.

TERZO SOLDATO: Facciamolo. Ma egli dorme.

PRIMO SOLDATO: E' svenuto, piuttosto; poiché una preghiera cattiva come la sua non fu ancora mai detta per chiamare il sonno.

SECONDO SOLDATO: Andiamo da lui.

TERZO SOLDATO: Destatevi, signore, destatevi; parlateci.

SECONDO SOLDATO: Udite, signore?

PRIMO SOLDATO: La mano della morte lo ha ghermito. (Rullo lontano di tamburi) Ascoltate! I tamburi sommessamente svegliano i dormienti.

Portiamolo al corpo di guardia; è un uomo cospicuo: la nostra ora è completamente trascorsa.

TERZO SOLDATO: Venite dunque; potrebbe ancora riaversi.

(Escono col corpo di Enobarbo)

SCENA DECIMA - Tra i due accampamenti

(Entrano ANTONIO e SCARO, con l'Esercito)

ANTONIO: Oggi i loro preparativi sono per mare, non piacciamo loro per terra.

SCARO: Si combatterà per terra e per mare, mio signore.

ANTONIO: Vorrei che combattessero nel fuoco o nell'aria; combatteremmo anche là. Ma ecco qui; la nostra fanteria rimarrà con noi, sulle colline vicino alla città: sono stati impartiti gli ordini per il mare; essi sono usciti dal porto... in luogo dove potremo meglio sorvegliare il loro ordinamento e osservare il loro tentativo.

(Escono)

SCENA UNDICESIMA - Un'altra parte del campo

(Entra CESARE col suo Esercito)

CESARE: A meno che non veniamo attaccati, resteremo tranquilli per terra e, a parer mio, potremo esserlo, poiché le sue truppe migliori sono fuori a bordo delle sue galere. Alle vallate, e cerchiamo di mantenere i nostri più grandi vantaggi.

(Escono)

SCENA DODICESIMA - Colline vicino ad Alessandria

(Entrano ANTONIO e SCARO)

ANTONIO: Non si sono ancora scontrati: da dove si erge quel pino potrò scorgere tutto: ti informerò immediatamente di come si annunziano gli eventi.

(Esce)

SCARO: Le rondini hanno costruito i loro nidi nelle vele di Cleopatra:

gli àuguri dicono di non sapere, di non poter dire; hanno un aspetto torvo e non osano esprimere quello che sanno. Antonio è valoroso, ma sfiduciato, e a sbalzi le sue commiste fortune gli danno speranza e timore per ciò che ha e per ciò che non ha.

(Rullo di tamburi lontano, come in un combattimento navale)

(Rientra ANTONIO)

ANTONIO: Tutto è perduto; questa infame Egiziana mi ha tradito: la mia flotta ha ceduto al nemico; e laggiù i soldati gettano i cappelli in aria e brindano assieme come amici che si sono persi da lungo tempo.

Puttana tre volte incostante! sei tu che mi hai venduto a questo novizio, ed il mio cuore è in guerra soltanto con te. Di' loro di fuggire tutti; poiché quando mi sarò vendicato della mia incantatrice, avrò tutto finito. Di' loro di fuggire; vai. (Esce Scaro) Oh sole, io non ti vedrò più sorgere: la fortuna e Antonio qui si separano, e qui ci stringiamo la mano. Tutto doveva dunque ridursi a questo? I cuori che mi scodinzolavano alle calcagna e a cui avevo concesso ciò che desideravano, si squagliano, e lasciano piovere sul fiorente Cesare il loro giulebbe; e questo pino che li sovrastava tutti è scortecciato.

Sono tradito. Oh falsa anima d'Egitto! Questa fatale incantatrice, i cui occhi avevano il potere di spingermi alla guerra o di richiamarmene indietro, il cui petto era la mia corona, il mio fine supremo, come una vera zingara mi ha trascinato con una gherminella nel cuore stesso della rovina. Olà Erote, Erote!

(Entra CLEOPATRA)

Ah, malia! Indietro!

CLEOPATRA: Perché il mio signore è in collera contro il suo amore?

ANTONIO: Dilegua o ti darò quello che ti meriti, guastando il trionfo di Cesare. Che egli ti prenda e ti sollevi davanti ai plebei urlanti:

segui il suo carro, come la più grande vergogna di tutto il tuo sesso:

simile ad un mostro, sii esposta per pochi soldi e lascia che la paziente Ottavia solchi il tuo volto colle sue unghie affilate. (Esce Cleopatra) E' bene che te ne sia andata, se vivere è un bene; ma meglio sarebbe stato che tu fossi caduta sotto la mia furia, poiché una sola morte te ne avrebbe risparmiate molte. Erote, olà! Ho addosso la camicia di Nesso: insegnami, o mio antenato Alcide, il tuo furore:

fa' ch'io scaraventi Lica sulle corna della luna, e con queste mani che hanno sollevato la clava più pesante possa distruggere il prode che è in me. Quella strega morrà: ella mi ha venduto al fanciullo romano, ed io soccombo in questo complotto: per questo ella deve morire. Erote, oh!

(Esce)

SCENA TREDICESIMA - Alessandria. Il Palazzo di Cleopatra

(Entrano CLEOPATRA, CARMIANA, IRA e MARDIANO)

CLEOPATRA: Soccorretemi, donne mie! Oh, egli è più pazzo di Telamone per il suo scudo; il cinghiale di Tessaglia non fu mai così schiumante.

CARMIANA: Al mausoleo! Chiudetevici dentro e mandategli a dire che siete morta. La separazione dell'anima e del corpo non è più dolorosa che la perdita della grandezza.

CLEOPATRA: Al mausoleo! Mardiano, va' a dirgli che mi sono uccisa, digli che la mia ultima parola fu "Antonio", e fagli una narrazione commovente, te ne prego: va, Mardiano, e riferiscimi come accoglie la notizia della mia morte. Al mausoleo!

(Escono)

SCENA QUATTORDICESIMA - La stessa. Un'altra stanza

(Entrano ANTONIO ed EROTE)

ANTONIO: Erote, mi vedi ancora?

EROTE: Sì, nobile signore.

ANTONIO: Talvolta vediamo una nuvola che ha la forma di un drago, talvolta un vapore simile a un orso o a un leone, a una cittadella turrita, a una roccia strapiombante, a una montagna spaccata, a un azzurro promontorio rivestito d'alberi, che fan cenni al mondo e deludono coll'aria i nostri occhi: tu hai veduto questi segni; essi formano il corteo del cupo vespero.

EROTE: Sì, mio signore.

ANTONIO: Ciò che adesso è un cavallo, colla rapidità del pensiero è cancellato dalla cortina di nubi che lo rende indistinto come acqua nell'acqua.

EROTE: E' vero, mio signore.

ANTONIO: Erote, mio buon fante, adesso il tuo capitano è proprio una di tali forme: io sono ancora Antonio, ma pure non posso conservare questa forma visibile, mio fante. Ho intrapreso questa guerra per l'Egitto; e la regina - di cui pensavo di possedere il cuore, poiché ella possedeva il mio, che, mentre mi apparteneva, ne aveva raccolti sotto di sé un milione di più, oggi perduti - quella regina, Erote, ha tagliato le carte con Cesare e falsamente giocato la mia gloria per il trionfo di un nemico. No, non piangere, gentile Erote; rimaniamo noi stessi per finirci.

(Entra MARDIANO)

Oh, la tua infame signora! Ella mi ha derubato della mia spada.

MARDIANO: No, Antonio, la mia padrona ti amava, e le sue fortune erano intieramente collegate alle tue.

ANTONIO: Vattene, eunuco insolente; silenzio! Ella mi ha tradito, e sarà messa a morte.

MARDIANO: La morte può essere pagata una sola volta da una persona, ed ella ha saldato il conto ciò che volevi fare, è stato già fatto, prevenendo il tuo braccio: l'ultima cosa che disse fu "Antonio!

nobilissimo Antonio!". Quindi un gemito straziante interruppe il nome di Antonio, che rimase diviso tra il suo cuore e le sue labbra. Ella ha reso la vita col tuo nome così sepolto in lei.

ANTONIO: E' morta, dunque?

MARDIANO: Morta.

ANTONIO: Disarmami, Erote; l'opera del lungo giorno è compiuta e dobbiamo dormire. (A Mardiano) Andartene via di qua sano e salvo è ricco premio alla tua fatica; vai. (Esce Mardiano) Togli, togli: il settemplice scudo di Aiace non potrebbe stornare l'assalto dato al mio cuore. Fendetevi, o miei fianchi! Cuore, sii una volta più forte del tuo involucro, e infrangi la tua fragile custodia! Presto, Erote, presto! Non sono più un soldato. Vattene, armatura ammaccata: sei stata indossata con onore. Lasciami solo un momento. (Esce Erote) Ti voglio raggiungere, Cleopatra, e implorare piangendo il mio perdono.

Così bisogna poiché adesso ogni indugio è tortura: dacché la torcia è spenta, sdraiamoci e non brancoliamo più. Adesso ogni fatica sarebbe inutile; sì, la forza stessa sarebbe di impedimento a se medesima; finiamola dunque e tutto è fatto. Erote! Vengo, o mia regina. Erote!

Aspettami: laddove le anime stanno a giacere sui fiori, andremo tenendoci avvinti per le mani, e col nostro augusto aspetto faremo che gli spiriti ci guardino stupiti: Didone e il suo Enea saranno abbandonati dal loro corteo e tutti verranno a veder noi. Olà, Erote, Erote!

(Rientra EROTE)

EROTE: Che vuole il mio signore?

ANTONIO: Da quando Cleopatra è morta, sono vissuto in tale disonore che gli dèi detestano la mia bassezza. Io, che colla mia spada dividevo il mondo, e sulla verde schiena di Nettuno costruivo città di navi, mi incolpo di avere meno coraggio di una donna; sono meno magnanimo di lei che colla sua morte dice al nostro Cesare: "Io sono la vincitrice di me stessa". Tu hai giurato, Erote, che quando ve ne fosse la necessità, che adesso è veramente giunta, quando io vedessi dietro a me l'inevitabile persecuzione del disonore e dell'orrore, mi avresti ucciso al mio comando: fallo; il momento è giunto: tu non colpisci me, è Cesare che deludi. Fa' tornare il colore sulle tue guance.

EROTE: Gli dèi me lo impediscano! Dovrei compiere quello che tutte le frecce dei Parti, benché nemiche, sbagliando il bersaglio non riuscirono a fare?

ANTONIO: Erote, vorresti trovarti affacciato a una finestra nella grande Roma e vedere il tuo padrone passare colle braccia incrociate così, piegando il capo sottomesso, col volto vinto da un'acuta vergogna, mentre il rotato seggio del fortunato Cesare, procedendo innanzi a lui, coprirebbe di vituperio la sua bassezza seguace?

EROTE: Non vorrei vedere questo.

ANTONIO: Vieni, dunque; poiché bisogna guarirmi con una ferita.

Sfodera quella tua onesta spada che hai usata così utilmente per la patria.

EROTE: Oh, signore, perdonatemi!

ANTONIO: Quando ti resi libero, non giurasti allora di far questo allorché te lo avessi ordinato? Fallo subito, oppure i tuoi servigi precedenti non saranno che incidenti involontari. Sguaina la spada, e vieni.

EROTE: Distogliete allora da me quel nobile volto, in cui vive la venerazione di tutto il mondo!

ANTONIO (volgendosi da lui): Ecco!

EROTE: La mia spada è sguainata.

ANTONIO: Allora falle compiere subito l'atto per cui l'hai sfoderata.

EROTE: Mio caro padrone, mio capitano e mio imperatore, lasciate che prima di vibrare questo sanguinoso colpo, io vi dica addio ANTONIO: E' detto, amico; addio.

EROTE: Addio, grande capo. Debbo colpire adesso?

ANTONIO: Adesso, Erote.

EROTE: Ebbene, ecco: così sfuggo al dolore della morte di Antonio!

(Si uccide)

ANTONIO: Tre volte più nobile di me! Tu mi insegni, o valoroso Erote, ciò che dovrei fare e che tu non hai potuto. La mia regina ed Erote col loro coraggioso esempio mi hanno sorpassato nell'acquistarsi gloria nel ricordo dei posteri: ma io voglio essere come uno sposo nella morte, e correrò ad essa come al letto di un'amante. Avanti, dunque; Erote, il tuo padrone muore tuo discepolo: ho imparato da te a far così. (Si lascia cadere sulla spada) Come! Non sono morto ancora? non sono morto ancora? Olà, guardie! Oh, finitemi!

(Entrano DERCETA e Guardie)

PRIMA GUARDIA: Cos'è questo rumore?

ANTONIO: Ho compiuto male l'opera mia, amici: oh, conducete a termine quel che ho iniziato!

SECONDA GUARDIA: La stella è tramontata.

PRIMA GUARDIA: E il tempo è al suo fine.

TUTTI: Ahimè, sventura!

ANTONIO: Chi mi ama, mi colpisca a morte.

PRIMA GUARDIA: Non io.

SECONDA GUARDIA: Né io.

TERZA GUARDIA: Né alcuno.

(Escono le Guardie)

DERCETA: La tua morte e le tue fortune fanno fuggire i tuoi seguaci.

Questa spada mostrata a Cesare, insieme con tali notizie, mi raccomanderà a lui.

(Entra DIOMEDE)

DIOMEDE: Dov'è Antonio?

DERCETA: Là, Diomede, là.

DIOMEDE: E' vivo? Non vuoi rispondere?

(Esce Derceta)

ANTONIO: Sei là, Diomede? Sfodera la tua spada e dammi colpi che bastino a farmi morire.

DIOMEDE: Supremo signore, la mia padrona Cleopatra mi ha inviato a te.

ANTONIO: Quando ti ha mandato?

DIOMEDE: Ora, mio signore.

ANTONIO: Dov'è?

DIOMEDE: Chiusa nel suo mausoleo. Ella aveva un timore profetico di ciò che è accaduto, poiché quando si accorse che voi la sospettavate, il che mai non avverrà, di essersi accordata con Cesare, e che l'ira vostra non si sarebbe placata, vi mandò a dire che era morta; ma più tardi, temendo l'effetto che ne sarebbe potuto conseguire mi ha inviato a svelare la verità, ma temo di essere giunto troppo tardi.

ANTONIO: Troppo tardi, buon Diomede: chiama le mie guardie, te ne prego.

DIOMEDE: Olà, le guardie del generale! Le guardie, olà! Venite, il vostro signore vi chiama.

(Entrano quattro o cinque Guardie di Antonio)

ANTONIO: Buoni amici, portatemi dov'è Cleopatra; questo è l'ultimo servigio che vi chiederò.

PRIMA GUARDIA: Siamo dolenti, signore, che non possiate vivere più a lungo di tutti i vostri sinceri seguaci.

TUTTI: Dolorosissimo giorno!

ANTONIO: No, miei buoni compagni, non fate che il crudele destino si compiaccia dell'omaggio del vostro dolore: date il benvenuto al fato che viene per punirci, e noi lo castigheremo mostrando di non curarcene. Sollevatemi: vi ho spesso guidati: portatemi adesso, buoni amici, e ricevete tutti i miei ringraziamenti.

(Escono portando Antonio)

SCENA QUINDICESIMA - La stessa. Un Mausoleo

(Entrano, al piano di sopra, CLEOPATRA con le sue Ancelle, CARMIANA ed IRA)

CLEOPATRA: Oh Carmiana, non me ne andrò mai di qui.

CARMIANA: Confortatevi, cara signora.

CLEOPATRA: No, non voglio: tutti gli eventi strani e terribili sono i benvenuti, ma disprezzo i conforti; la grandezza del nostro dolore, per essere proporzionata alla nostra causa, deve essere intensa quanto quella.

(Entra, al di sotto, DIOMEDE)

Ebbene, è morto?

DIOMEDE: La morte è su di lui, ma non è ancor morto. Guardate fuori dall'altro lato del vostro mausoleo; le sue guardie l'hanno trasportato lì.

(Entra, al di sotto, ANTONIO portato dalle Guardie)

CLEOPATRA: O sole, brucia la grande sfera nella quale ti muovi! Si copra di tenebre il mutevole lido del mondo. O Antonio, Antonio, Antonio! Aiuto, Carmiana, aiuto, Ira, aiuto; aiuto, amici dabbasso; portiamolo qui.

ANTONIO: Silenzio! Non è il valore di Cesare che ha rovesciato Antonio, ma è quello di Antonio che ha trionfato di se stesso.

CLEOPATRA: Così doveva essere, che nessuno eccetto Antonio vincesse Antonio; ma quale sciagura!

ANTONIO: Muoio, Egiziana, muoio; solo per poco ancora importuno la morte, finché io posi sulle tue labbra l'ultimo povero bacio di tante migliaia.

CLEOPATRA: Non oso, caro... mio caro signore, perdono, non oso scendere, per non essere presa: il superbo trionfo del fortunato Cesare non sarà mai adornato della mia persona; se i coltelli, i veleni, le serpi, hanno taglio, dardo od effetto, sono salva: tua moglie Ottavia, coi suoi occhi pudichi e la sua silente condanna, non avrà l'onore di squadrarmi. Ma vieni, vieni, Antonio... aiutatemi, donne mie... dobbiamo portarti quassù; assistetemi, buoni amici ANTONIO: Oh, presto, o sarò morto.

CLEOPATRA: Ecco davvero un faticoso esercizio! Come pesa il mio signore! La nostra forza è tutta dileguata nel dolore che ci opprime.

Avessi il potere della grande Giunone, Mercurio dalle forti ali ti porterebbe su collocandoti al fianco di Giove. Ancora un piccolo sforzo... coloro che concepiscono desideri sono stati sempre dei pazzi... Oh vieni, vieni, vieni; (sollevano Antonio accanto a Cleopatra) e sii il benvenuto, il benvenuto! muori dove sei vissuto:

rianimati sotto i miei baci: avessero le mie labbra un tale potere, le consumerei così.

TUTTI: Doloroso spettacolo!

ANTONIO: Io muoio, Egiziana, muoio: dammi del vino, e lasciami parlare un poco.

CLEOPATRA: No, lascia parlare me, e lasciami imprecare così alto che la falsa meretrice Fortuna spezzi la sua ruota, provocata dalle mie offese.

ANTONIO: Una parola, dolce regina: assicurate presso Cesare il vostro onore e la vostra salvezza. Oh!

CLEOPATRA: Sono cose che non vanno assieme.

ANTONIO: Ascoltatemi, o gentile; non fidatevi di alcuno di quelli che stanno attorno a Cesare, eccettuato Proculeio.

CLEOPATRA: Mi affiderò alla mia risoluzione ed alle mie mani; ma a nessuno intorno a Cesare.

ANTONIO: Non vi lamentate né addolorate del miserevole cambiamento sopraggiunto al termine della mia vita, ma confortate i vostri pensieri nutrendoli delle prime fortune in cui sono vissuto, come il più grande principe del mondo, ed il più nobile; non muoio adesso bassamente né mi tolgo con viltà l'elmo davanti al mio compatriota:

sono un Romano vinto con onore da un Romano. Ora il mio spirito se ne va; non posso più.

CLEOPATRA: Nobilissimo tra gli uomini, vuoi dunque morire? Non ti curi dunque di me? dovrò vivere in questo scialbo mondo che, nella tua assenza, non è migliore d'un porcile? Oh, vedete, donne mie, (Antonio muore) la corona del mondo si scioglie. Mio signore! Oh, è appassita la ghirlanda di guerra, la stella polare del soldato è tramontata: i ragazzi e le fanciulle sono adesso a uno stesso livello cogli uomini; la superiorità è sparita e non rimane nulla di rotevole sotto la visitante luna.

(Sviene)

CARMIANA: Oh, calma, signora!

IRA: Anche la nostra sovrana è morta.

CARMIANA: Signora!

IRA: Signora!

CARMIANA: Signora. signora, signora!

IRA: Reale Egiziana, imperatrice!

CARMIANA: Zitta, zitta, Ira!

CLEOPATRA: No, non sono altro che una donna dominata dalle stesse povere passioni che albergano nella ragazza che munge e compie le più umili mansioni. Dovrei gettare il mio scettro agli dèi maligni per dir loro che questo mondo era eguale al loro, prima che essi ne rapissero il nostro gioiello. Ora tutto è nulla; la pazienza è sciocca, e l'impazienza si addice a un cane arrabbiato: è dunque peccato precipitarsi nella dimora segreta della morte, prima che la morte osi venire a noi? Come state, donne? Suvvia, suvvia! Allegre! Ebbene, Carmiana! Mie nobili fanciulle! Ah, donne, donne, guardate, la nostra lampada è esaurita, è spenta! Buone fanciulle, fatevi cuore: lo seppelliremo; e quindi adempiremo nell'alta guisa romana ciò che è coraggioso e nobile, procurando che la morte sia orgogliosa di prenderci. Venite, andiamo: la spoglia di questo grande spirito è fredda adesso: ah, donne, donne! Venite, non abbiamo altro amico all'infuori della risoluzione e della fine più pronta.

(Escono; quelli di sopra portano via il corpo di Antonio)

ATTO QUINTO

SCENA PRIMA - Alessandria. Il campo di Cesare

(Entrano CESARE, AGRIPPA, DOLABELLA, MECENATE, GALLO, PROCULEIO ed altri che formano il suo Consiglio di guerra)

CESARE: Va' da lui, Dolabella, e digli di arrendersi; essendo così a mal partito egli simula i suoi indugi.

DOLABELLA: Va bene, Cesare.

(Esce)

(Entra DERCETA con la spada di Antonio)

CESARE: Che significa ciò? e chi sei tu che osi apparirci così?

DERCETA: Mi chiamo Derceta; servii Marco Antonio che fu il più degno di essere meglio servito: finché rimase in piedi e parlò, fu il mio padrone, ed io impiegai la mia vita contro coloro che lo odiavano. Se ti piacerà accogliermi sarò per Cesare quello che fui per lui; se non ti piacerà, ti abbandono la mia vita.

CESARE: Che cosa dici?

DERCETA: Dico, o Cesare, che Antonio è morto.

CESARE: Lo schiantarsi di un essere così grande avrebbe dovuto produrre un più grande frastuono: la terra rotonda avrebbe dovuto cacciare i leoni nelle vie tranquille, e i cittadini nelle spelonche di quelli. La morte di Antonio non rappresenta una catastrofe sola; nel suo nome era racchiusa una metà del mondo.

DERCETA: Egli è morto, Cesare; non per opera di un pubblico ministro di giustizia, né per opera di un coltello prezzolato, ma quella stessa mano che scrisse la sua gloria nelle azioni che compì ha, col coraggio prestatole dal cuore, trafitto il cuore. Questa è la spada; l'ho sottratta alla sua ferita guarda, è macchiata del suo nobilissimo sangue.

CESARE: Siete tristi, amici? Mi castighino gli dèi, ma queste sono notizie da inumidire gli occhi dei re.

AGRIPPA: Ed è strano che la natura ci debba costringere a lamentare le azioni nelle quali abbiamo più persistito.

MECENATE: Le sue colpe e le sue glorie si bilanciavano in lui.

AGRIPPA: Uno spirito più eletto non guidò mai la natura umana: ma voi, o dèi, ci date qualche difetto per farci uomini. Cesare è commosso.

MECENATE: Quando un così vasto specchio è posto davanti a lui, egli deve scorgervi se stesso.

CESARE: O Antonio! io ti ho condotto a questo. Ma noi sovente con un colpo di lancetta dobbiamo curare i mali del nostro corpo: io dovevo necessariamente mostrarti lo spettacolo di un tramonto simile, oppure contemplare il tuo: non potevamo abitare assieme nel mondo intero: ma lascia che io ti lamenti con lacrime sovrane come il sangue dei cuori, o fratello mio, a me associato nelle più grandi imprese, mio compagno nell'impero, amico e commilitone sul fronte di guerra, braccio del mio stesso corpo e cuore in cui il mio alimentava i suoi pensieri; e lascia che io rimpianga che le nostre stelle irreconciliabili abbiano scissa così la nostra eguaglianza. Ascoltatemi, buoni amici...

(Entra un Egiziano)

Ma vi parlerò in un momento più opportuno: l'espressione di quell'uomo annuncia qualche messaggio; udremo ciò che dirà. Di che paese siete?

EGIZIANO: Sono ancora un povero egiziano. La regina mia signora rinchiusa in tutto ciò che le rimane, il suo mausoleo, desidera istruzioni circa i tuoi intendimenti, così da potere, essendosi preparata, adattarsi alla via a cui sarà costretta.

CESARE: Ditele di stare di buon animo: ella presto saprà da noi, per mezzo d'uno dei nostri, quali onorevoli e gentili decisioni abbiamo preso per lei; poiché Cesare non può vivere ed essere scortese.

EGIZIANO: Gli dèi ti proteggano!

(Esce)

CESARE: Venite qua, Proculeio. Andate a dirle che non le prepariamo alcuna vergogna: datele quei conforti che il suo dolore richiede, per evitare che, nella sua magnanimità, ella non abbia a sfuggirci con qualche colpo mortale; poiché la sua presenza a Roma renderebbe eterno il nostro trionfo. Andate e al più presto informatemi di ciò che dice e ciò che pensate di lei.

PROCULEIO: Obbedisco, Cesare.

(Esce)

CESARE: Gallo, andate con lui. (Esce Gallo) Dov'è Dolabella, per accompagnare Proculeio?

TUTTI: Dolabella!

CESARE: Lasciatelo stare, perché adesso mi ricordo in qual faccenda è occupato: egli sarà pronto a suo tempo. Venite con me alla mia tenda, dove vedrete come a malincuore io sia stato trascinato a questa guerra; come io abbia proceduto con calma e moderazione in tutti i mici scritti: venite con me a vedere ciò che posso mostrarvi in proposito.

(Escono)

SCENA SECONDA - Alessandria. Il Mausoleo

(Entrano CLEOPATRA, CARMIANA ed IRA)

CLEOPATRA: La mia desolazione comincia a creare una vita migliore. E' misera cosa esser Cesare; non essendo egli la Fortuna, è il servo della Fortuna, un ministro del suo volere: ed è invece cosa grande compiere quell'atto che dà termine a tutti gli altri, che incatena gli incidenti ed arresta il cambiamento; che addormenta e impedisce di assaporare quel fango che nutre il mendicante e Cesare.

(Entrano, alle porte del Mausoleo, PROCULEIO, GALLO e Soldati)

PROCULEIO: Cesare invia i suoi saluti alla regina d'Egitto, e ti invita a studiare quali favori desideri che egli ti conceda.

CLEOPATRA: Qual è il tuo nome?

PROCULEIO: Mi chiamo Proculeio.

CLEOPATRA: Antonio mi parlò di voi e mi disse di aver fiducia in voi, ma non m'importa molto d'essere ingannata, non sapendo che fare della fedeltà. Se il vostro padrone vuole avere una regina mendica davanti a sé, dovete dirgli che la maestà, per mantenere il suo decoro, non può mendicare meno di un regno: se gli piaccia affidarmi il vinto Egitto per mio figlio, mi darà tanto del mio da indurmi a inginocchiarmi dinanzi a lui per ringraziarlo.

PROCULEIO: State di buon animo; siete caduta in mani principesche; non temete di nulla: rimettetevene liberamente in tutto al mio signore, il quale è così pieno di grazia che essa trabocca su tutti coloro che ne abbisognano. Lasciate che io gli riferisca la vostra dolce sottomissione, e troverete un vincitore che vi pregherà di aiutarlo a mostrarsi cortese, allorché v'inginocchierete davanti a lui per chiedergli solamente grazia.

CLEOPATRA: Vi prego, ditegli che io sono la vassalla della sua fortuna, e che gli mando il riconoscimento del trionfo che ha ottenuto. D'ora in ora apprendo una lezione d'obbedienza, e lo mirerei volentieri in volto.

PROCULEIO: Glielo riferirò, cara signora. Confortatevi, perché so che il vostro stato è compatito da colui che ne è la causa.

GALLO: Vedete come è facile sorprenderla. (A questo punto Proculeio e due Guardie salgono sul Mausoleo per mezzo di una scala appoggiata a una finestra, ed essendone discesi, si trovano alle spalle di Cleopatra. Alcune Guardie tolgono le sbarre alla porta e l'aprono) Sorvegliatela fino all'arrivo di Cesare.

(Esce)

IRA: Reale maestà!

CARMIANA: Oh Cleopatra! tu sei presa, regina.

CLEOPATRA: Presto, presto, buone mani.

(Sguaina un pugnale)

PROCULEIO: Fermatevi, degna signora, fermatevi: (l'afferra e la disarma) non fate un tal torto a voi stessa, che con ciò siete salvata, e non tradita.

CLEOPATRA: Sono dunque tradita anche dalla morte che libera dal languore persino i cani?

PROCULEIO: Cleopatra, non insultate la generosità del mio padrone distruggendo voi stessa: lasciate che il mondo veda bene impiegata la sua nobiltà, cui la vostra morte non permetterebbe mai di rivelarsi.

CLEOPATRA: Dove sei, o morte? Vieni qua, vieni! Vieni, vieni a prendere una regina che vale molti bambini e molti accattoni.

PROCULEIO: Moderatevi, signora.

CLEOPATRA: Signore, io non prenderò cibo e non berrò, signore, e, se proprio è necessario indulgere una volta a vani discorsi, non dormirò nemmeno: distruggerò questa dimora mortale, qualunque cosa possa far Cesare. Sappiate, signore, che non apparirò incatenata alla corte del vostro padrone e che non una sola volta sarò insultata dal casto sguardo della fredda Ottavia. Dovrei essere sollevata in alto e mostrata all'urlante plebaglia della censoria Roma? Sia piuttosto una fossa d'Egitto la mia gentile tomba! Ponetemi piuttosto ignuda sulla melma del Nilo e lasciate che i moscerini, coprendomi di cacchioni, facciano di me una cosa immonda! fatemi piuttosto una forca delle alte piramidi del mio paese e appiccatemi lassù in catene!

PROCULEIO: Voi estendete questi pensieri d'orrore più oltre di quanto ne troverete ragione in Cesare.

(Entra DOLABELLA)

DOLABELLA: Proculeio, il tuo padrone Cesare sa quello che hai fatto, e mi ha mandato a cercarti: in quanto alla regina, la prenderò sotto la mia custodia.

PROCULEIO: Va bene, Dolabella. preferisco così: sii gentile con lei.

(A Cleopatra) A Cesare dirò ciò che vi piacerà, se volete impiegarmi presso di lui.

CLEOPATRA: Digli che vorrei morire.

(Escono Proculeio e i Soldati)

DOLABELLA: Nobilissima imperatrice, avete udito parlare di me?

CLEOPATRA: Non potrei dirlo.

DOLABELLA: Sicuramente mi conoscete.

CLEOPATRA: Non importa, signore, ciò che ho udito o saputo. Voi ridete quando i ragazzi o le donne vi raccontano i loro sogni; non è il vostro modo di fare?

DOLABELLA: Non capisco, signora.

CLEOPATRA: Ho sognato che vi era un condottiero chiamato Antonio: oh, un altro sogno simile, per poter vedere un'altra volta un uomo simile!

DOLABELLA: Se vi piacesse...

CLEOPATRA: Il suo volto era come il cielo e in esso vi erano un sole e una luna che seguivano il loro corso illuminando il piccolo O della terra.

DOLABELLA: Sovrana creatura...

CLEOPATRA: Le sue gambe stavano a cavalcioni dell'oceano: il suo braccio alzato era il cimiero del mondo: la sua voce era armoniosa come tutte le intonate sfere, per gli amici; ma quando voleva soggiogare e scuotere il mondo, era simile al tuono rumoreggiante.

Quanto alla sua generosità, non c'era inverno in essa; era un autunno la cui fecondità si accresceva pei raccolti: le sue gioie erano come delfini che mostravano la schiena al di sopra dell'elemento in cui vivevano: nella sua assisa correvano corone e serti reali, e i regni e le isole erano come piastre d'argento cadute dalla sua tasca.

DOLABELLA: Cleopatra...

CLEOPATRA: Credi tu che vi sia stato o che vi potrebbe essere un uomo simile a quello che ho sognato?

DOLABELLA: No, gentile signora.

CLEOPATRA: Voi mentite in cospetto degli dèi. Ma se vi fosse o fosse mai stato un tale uomo, ecco quel che passa ogni confine del sogno; alla natura manca il potere di rivaleggiare colla fantasia in istrane forme; eppure l'immaginare un Antonio sarebbe un capolavoro della natura contro la fantasia, di cui ella offuscherebbe completamente le larve.

DOLABELLA: Ascoltatemi, buona signora. La vostra perdita è grande quanto voi stessa; e voi la sopportate come si conviene al suo peso:

vorrei non poter mai raggiungere un bramato successo se io non provo a rimbalzo del vostro, un dolore che mi penetra fino in fondo al cuore.

CLEOPATRA: Vi ringrazio, signore. Sapete cosa Cesare intenda fare di me?

DOLABELLA: Mi ripugna dirvi ciò che vorrei sapeste.

CLEOPATRA: Suvvia, vi prego, signore...

DOLABELLA: Malgrado la sua nobiltà d'animo...

CLEOPATRA: Dunque mi condurrà in trionfo?

DOLABELLA: Sì, signora; lo so.

(Squillo di tromba e grida dal di dentro: "Largo a Cesare!")

(Entrano CESARE, GALLO, PROCULEIO, MECENATE, SELEUCO ed altri del suo Seguito)

CESARE: Qual è la regina d'Egitto?

DOLABELLA: E' l'imperatore, signora.

(Cleopatra s'inginocchia)

CESARE: Alzatevi, non dovete inginocchiarvi: vi prego, alzatevi, alzatevi regina d'Egitto.

CLEOPATRA: Signore, gli dèi così vogliono; devo obbedire al mio padrone e signore.

CESARE: Non accogliete tristi pensieri: la memoria degli affronti che ci faceste, benché scritta nella nostra carne, la ricorderemo come fosse avvenuta solamente per caso.

CLEOPATRA: Unico signore del mondo, non posso esporre la mia causa così bene da farla apparire innocente; ma confesso di essere stata colma delle debolezze che già prima hanno spesso fatto vergogna al nostro sesso.

CESARE: Cleopatra, sappiate che siamo disposti piuttosto a mitigare che ad aggravare: se vi conformerete ai nostri disegni che sono molto benigni per voi, troverete un benefizio in tale cambiamento; ma se cercherete di farmi apparire crudele, seguendo l'esempio di Antonio, vi priverete dei miei buoni propositi, ed esporrete i vostri figli a quella rovina dalla quale li proteggerò se fidate in me. Ora vi lascio.

CLEOPATRA: Potete andare per il mondo intiero: esso è vostro; e noi che siamo i vostri stemmi e i vostri segni di conquista, staremo appesi in qual luogo vi piaccia. Ecco, mio buon signore.

CESARE: Voi mi consiglierete in tutto ciò che concerne Cleopatra.

CLEOPATRA: Questa è la nota del danaro, argenteria e gioielli di cui sono in possesso: la lista è esatta, e solo le cose trascurabili non vi sono registrate. Dov'è Seleuco?

SELEUCO: Qui, signora.

CLEOPATRA: Questo è il mio tesoriere: lasciate che egli dica, a suo rischio, mio signore, che non ho serbato nulla per me stessa. Di' la verità, Seleuco.

SELEUCO: Signora, preferirei sigillarmi le labbra piuttosto che dire, a mio rischio, quello che non è.

CLEOPATRA: Che cosa mi sono tenuta?

SELEUCO: Abbastanza da riscattare quanto avete palesato.

CESARE: No, non arrossite, Cleopatra; approvo la saggezza del vostro atto.

CLEOPATRA: Vedete, Cesare! Oh guardate come gli uomini seguono la fortuna! i miei seguaci saranno vostri adesso, e se le nostre condizioni mutassero, i vostri diverrebbero miei. L'ingratitudine di questo Seleuco mi rende furiosa. Oh schiavo, indegno di maggior fede che non accordiamo all'amore mercenario! E che, indietreggi? te ne andrai, te lo garantisco; ma voglio strapparti gli occhi, anche se avessero ali: schiavo, infame senz'anima, cane! Prodigio di bassezza!

CESARE: Buona regina, lasciate che vi preghiamo.

CLEOPATRA: O Cesare, quale cocente vergogna è mai questa che, mentre tu ti pieghi a visitarmi qui, degnandoti di onorare della tua grandezza la mia sottomissione, il mio stesso servo debba accrescere ancora la somma delle mie disgrazie aggiungendovi la sua malvagità!

Mettiamo pure, buon Cesare, che io mi sia serbata qualche gingillo donnesco, inezie trascurabili, doni di tale valore quali siamo soliti offrire agli amici ordinari, e mettiamo pure che abbia messi in disparte alcuni doni più nobili per Livia e Ottavia, onde interessarle alla mia sorte; debbo dunque essere smascherata da uno che ho nutrito?

Per gli dèi! ciò mi fa cadere più in basso del luogo dove sono. (A Seleuco) Ti prego, vattene, o ti mostrerò i tizzoni della mia collera attraverso le ceneri della mia sventura: se tu fossi un uomo, avresti pietà di me.

CESARE: Ritirati, Seleuco.

(Esce Seleuco)

CLEOPATRA: Si sappia che noi grandissimi siamo mal giudicati per le azioni compiute da altri, e che una volta caduti rispondiamo personalmente delle colpe altrui; siamo quindi degni di compassione.

CESARE: Cleopatra, non ciò che vi siete serbata né ciò che avete dichiarato metteremo noi nella lista delle prede; tutto ciò continui ad appartenervi, disponetene a vostro piacimento, e credete che Cesare non è un mercante da far bottino insieme con voi delle cose vendute dai mercanti. Perciò confortatevi: non fatevi una prigione dei vostri pensieri: no, cara regina: poiché intendiamo disporre di voi secondo il consiglio che voi stessa ci darete. Nutritevi e dormite: la nostra cura e la nostra pietà è così presso di voi che rimaniamo vostri amici; e così, addio.

CLEOPATRA: Mio padrone, e mio signore!

CESARE: Non così. Addio.

(Squillo di tromba. Escono Cesare e il suo Seguito)

CLEOPATRA: Egli mi lusinga a parole, fanciulle, mi lusinga a parole perché io non agisca nobilmente verso me stessa: ma ascolta, Carmiana.

(Parla sottovoce a Carmiana)

IRA: Moriamo, buona signora; il giorno luminoso è finito e le tenebre ci attendono.

CLEOPATRA: Affrettati: ho già parlato ed è stato provveduto: va' a sollecitare. CARMIANA: Vado, signora.

(Rientra DOLABELLA)

DOLABELLA: Dov'è la regina?

CARMIANA: Eccola, signore.

(Esce)

CLEOPATRA: Dolabella!

DOLABELLA: Signora, secondo quanto avevo giurato per vostro comando e che il mio amore mi fa sacro mantenete, vi dico questo: Cesare ha deciso di attraversare la Siria, e fra tre giorni vi manderà innanzi a sé coi vostri figli. Fate di ciò l'uso migliore; io ho eseguito il vostro piacere e la mia promessa.

CLEOPATRA: Dolabella, rimarrò vostra debitrice.

DOLABELLA: Ed io il vostro servo. Addio, buona regina, debbo recarmi da Cesare.

CLEOPATRA: Addio, e grazie. (Esce Dolabella) Adesso, Ira, che pensi?

Tu, come una burattina egiziana, sarai messa in mostra a Roma, al pari di me: abbietti schiavi dai grembiali sporchi, con squadre e martelli, ci alzeranno alla vista di tutti: saremo avvolte dai loro aliti grevi, rancidi di cibi grossolani, e costrette ad aspirarne le emanazioni.

IRA: Gli dèi non vogliano!

CLEOPATRA: Sì, questo è certissimo, Ira: gli insolenti littori ci afferreranno come meretrici e dèi rimatori rognosi ci canteranno in ballate stonate: istrioni di pronto ingegno improvviseranno commedie su di noi, rappresentando i nostri conviti alessandrini; Antonio sarà raffigurato ubriaco, ed io vedrò qualche giovanotto travestito da stridula Cleopatra avvilire la mia grandezza in atteggiamento di puttana.

IRA: Oh buoni dèi!

CLEOPATRA: Sì, questo è certo.

IRA: Non vedrò mai ciò, poiché sono sicura che le mie unghie sono più forti dei miei occhi.

CLEOPATRA: Ebbene, questa è la maniera di burlarci dei loro preparativi e vincere le loro assurde intenzioni.

(Rientra CARMIANA)

Ebbene. Carmiana! Adornatemi come una regina, donne mie: andate a prendere le mie vesti migliori: io vado di nuovo sul Cidno, a incontrare Marco Antonio: va', Ira, fanciulla mia. Adesso nobile Carmiana, morremo davvero, e quando avrai eseguito questo compito ti darò il permesso di divertirti fino al giorno del Giudizio. Portatemi la mia corona e tutto il resto. (Esce Ira. Rumore al di dentro) Cos'è questo rumore?

(Entra una Guardia)

GUARDIA: C'è un campagnuolo che non vuole gli si rifiuti di vedere l'Altezza Vostra: vi porta dei fichi.

CLEOPATRA: Lasciatelo entrare. (Esce la Guardia) Che misero strumento può compiere una nobile azione! Egli mi porta la libertà. La mia risoluzione è presa, ed io non ho nulla di femminile in me: adesso sono salda come il marmo dalla testa ai piedi; adesso la luna incostante non è il mio pianeta.

(Rientra la Guardia con un Buffone vestito da contadino che porta un canestro)

GUARDIA: Ecco l'uomo.

CLEOPATRA: Esci, e lascialo qui. (Esce la Guardia) Hai tu là il grazioso serpente del Nilo, che uccide senza far male?

BUFFONE: Ce l'ho davvero, ma non vorrei essere quello che vi consiglierà di toccarlo, poiché il suo morso è immortale; coloro che ne muoiono guariscono di rado o mai.

CLEOPATRA: Ti rammenti di alcuno che ne sia morto?

BUFFONE: Di moltissimi, uomini ed anche donne. Ho sentito parlare di una non più tardi di ieri: una donna onestissima, ma un poco dedita alla menzogna, il che una donna non dovrebbe fare se non onestamente:

ho sentito dire come morì del suo morso e che dolore provò: veramente, ella ha fatto un ottimo rapporto sul serpente; ma chi credesse a tutto ciò che dicono le donne non si salverebbe dalla metà di ciò che esse fanno: ma è fallibile, che il serpente è un curioso serpente.

CLEOPATRA: Vattene; addio.

BUFFONE: Vi auguro ogni gioia col serpente.

(Posa il suo canestro)

CLEOPATRA: Addio.

BUFFONE: Dovete mettervi in mente, fate attenzione, che il serpente agirà secondo la sua natura.

CLEOPATRA: Sì, sì; addio.

BUFFONE: State attenta, il serpente non deve essere affidato alle cure di gente saggia, poiché, in verità, non c'è bontà nel serpente.

CLEOPATRA: Non te ne dar pensiero; se ne avrà cura.

BUFFONE: Benissimo. Non dategli nulla, vi prego, perché non vale il suo nutrimento.

CLEOPATRA: Mangerà di me?

BUFFONE: Non dovete credere che io sia così semplice da non sapere che il diavolo stesso non mangerebbe una donna: so che una donna è un piatto per gli dèi, se il diavolo non la condisce. Ma, veramente, questi stessi figli di puttana di diavoli fanno gran torto agli dèi nelle donne, poiché di dieci che gli dèi ne fabbricano, i diavoli ne guastano cinque.

CLEOPATRA: Bene, vattene addio

BUFFONE: Sì, davvero: vi auguro gioia col serpente.

(Esce)

(Rientra IRA con un manto, una corona, eccetera)

CLEOPATRA: Datemi il mio manto e ponetemi in capo la mia corona: ho in me una sete d'immortalità: adesso non più il sugo del grappolo d'Egitto inumidirà queste labbra: presto, presto, buona Ira, presto.

Mi sembra di sentire Antonio chiamarmi; lo vedo alzarsi per lodare il mio nobile atto; lo sento schernire la fortuna di Cesare, fortuna che gli dèi concedono agli uomini per giustificare la loro collera futura.

Sposo, io vengo: adesso il mio coraggio trovi il mio diritto a quel nome! Io sono fuoco ed aria; cedo gli altri miei elementi ad una vita più intima. Bene; avete finito? Venite dunque e prendete l'ultimo tepore delle mie labbra. Addio, gentile Carmiana; Ira, un lungo addio.

(Le bacia. Ira cade morta) Ho l'aspide tra le labbra? Cadi? Se tu e la natura potete separarvi così dolcemente, il tocco della morte è come il pizzicotto di un amante, che fa male ed è desiderato. Giaci immobile? Se svanisci così, dici al mondo che esso indegno di un addio.

CARMIANA: Disciogliti in pioggia, densa nube, così che io possa dire che gli stessi dèi piangono!

CLEOPATRA: Questo esempio mi fa apparire vile: se ella per prima incontrerà il riccioluto Antonio, egli la solleciterà dandole quel bacio che è per me il mio cielo. Vieni, creatura micidiale; (a un aspide che ella si applica al petto) coi tuoi denti acuti sciogli d'un tratto questo intricato nodo di vita: povero bruto velenoso, irritati e fa' presto. Oh, potessi tu parlare, così che potessi udirti chiamare il gran Cesare un asino senza abilità!

CARMIANA: O stella d'Oriente!

CLEOPATRA: Silenzio, silenzio! Non vedi che ho il mio bambino al petto, che succhia fino a fare addormentare la balia?

CARMIANA: Oh, finiamo! finiamo!

CLEOPATRA: Dolce come balsamo, lene come l'aria, soave come... Oh Antonio!... Sì, voglio prendere anche te. (Si applica un altro aspide al braccio) Perché dovrei restare...

(Muore)

CARMIANA: ...in questo basso mondo? Ebbene, addio. Ed ora, vantati, o morte, che giace in tuo potere una fanciulla senza pari. Piumose finestre, chiudetevi; e che l'aureo Febo non sia mai contemplato di nuovo da occhi così regali. La vostra corona è di sbieco; la voglio mettere a posto, e poi mi divertirò.

(Entrano le Guardie correndo)

PRIMA GUARDIA: Dov'è la regina?

CARMIANA: Parlate piano, non la svegliate.

PRIMA GUARDIA: Cesare ha mandato...

CARMIANA: Un messaggero troppo lento. (Si applica un aspide) Oh, vieni presto, affrettati: già ti sento in parte.

PRIMA GUARDIA: Avvicinatevi, oh! Non va tutto bene: Cesare è stato ingannato.

SECONDA GUARDIA: Dolabella è stato mandato da Cesare; chiamatelo.

PRIMA GUARDIA: Che lavoro è questo? Carmiana, vi pare ben fatto?

CARMIANA: E' ben fatto, e degno di una principessa discesa da tanti regali sovrani. Ah, soldato!

(Muore)

(Rientra DOLABELLA

DOLABELLA: Che succede qui?

SECONDA GUARDIA: Tutte morte.

DOLABELLA: Cesare, i tuoi pensieri toccano in questo i loro effetti:

tu stesso vieni a vedere eseguito l'atto temuto che tanto cercasti di evitare.

VOCI (di dentro): Largo laggiù, largo a Cesare!

(Rientra CESARE col suo Seguito)

DOLABELLA: Oh, Signore, siete certamente un àugure; ciò che temevate si è compiuto.

CESARE: Coraggiosa alla fine, ella indovinò le nostre intenzioni e da regina scelse la sua strada. In qual modo sono morte? Non le vedo sanguinare.

DOLABELLA: Chi è stato con loro per ultimo?

PRIMA GUARDIA: Un semplice contadino che le portò dei fichi: questo era il suo paniere.

CESARE: Avvelenate dunque.

SECONDA GUARDIA: Oh Cesare, questa Carmiana era viva un momento fa; ella stava in piedi e parlava; l'ho trovata che aggiustava il diadema alla sua padrona morta; si reggeva in piedi tremando e ad un tratto è caduta.

CESARE: O nobile debolezza! Se avessero inghiottito del veleno, ciò apparirebbe per un rigonfiamento esteriore: ma Cleopatra sembra dormire, come se volesse imprigionare un altro Antonio nella rete possente delle sue grazie.

DOLABELLA: Qui, sul suo petto, vi è una puntura sanguinosa e leggermente rigonfia: lo stesso sul braccio.

PRIMA GUARDIA: Questa è la traccia di un aspide: e queste foglie di fico sono coperte di una bava simile a quella che lascia l'aspide nelle caverne del Nilo.

CESARE: E' molto probabile che sia morta così; poiché il suo medico mi ha detto che elle ha fatte infinite esperienze sul modo di morire senza dolore. Portatela nel suo letto, e recate le sue donne fuori dal mausoleo: ella verrà sepolta presso al suo Antonio: nessuna tomba sulla terra racchiuderà una coppia altrettanto famosa. Avvenimenti così grandi colpiscono anche quelli che li hanno provocati; e la pietà ispirata dalla loro storia non sarà minore della gloria di colui che li ha condotti a questa lamentevole catastrofe. Il nostro esercito assisterà in forma solenne a questi funerali, e quindi andremo a Roma.

Vieni, Dolabella, abbi cura che vi sia il massimo ordine in questa grande solennità.

(Escono)

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