Arcesilao

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A R C E S I L A O

commedia in due atti

di

Alberto Ticconi

ALBERTO TICCONI 101752

Dep. Il 22.06.1996

N° 824379°

Personaggi : Arcesilao

Pitagora

Cleopatra

Dissertazione

Ades

Annunciatore infernale

ATTO PRIMO

Scena prima

In un lussuoso giardino romano, (200 o 100 a. C.) qualcuno

ha dei grossi problemi. Se ne sta raggomitolato su un tronco

di colonna e sembra ribollire di tante esplosioni interiori.

Poi, di colpo...

ARCESILAO - Giove! Ah, Giove. A che mi è servito amarti, lodarti, adorarti? Perché il mio tempo l'ho dedicato a Te invece di trastullarmi tra bagordi e vizi di ogni genere? Ne avrei guadagnato in onore e gloria, perdiana! Giusto ieri quell'incallito di Lucrezio mi ha afflitto con i suoi argomenti. "Un bel ragazzo come te," - ed intanto allungava quelle manacce sulle mie cosce - "un bel ragazzo così pieno di vita, di forza e di muscoli, che si va a sprecare con una moglie, quando proprio qui, a qualche passo da casa tua vi è una casetta dove avvengono cose folli. Quando finirai di peccare, mio caro Arcesilao? Perché sprechi ancora tutta questa grazia degli dei che essi, nella loro bontà, hanno donato a te per farla giungere a noi?" All'improvviso le mani di Lucrezio mi si sono moltiplicate tutt'intorno: ero tastato fin dentro le viscere. Giove ho dovuto, ho dovuto sferrargli un bel calcio lì dove in genere è il problema. Ora non voglio dire che il disgraziato abbia ragione, me ne guarderei bene, ma spiegami, a questo punto, che cosa ci vado a guadagnare io a continuare ad ascoltarti. Certo, Tu, potresti non approvare il mio amarti frivolo; il mio lodarti distratto. Potresti non essere pienamente soddisfatto del mio adorarti poco conforme alla Tua regalità. Ma in fondo Tu lo sai che se sono spontaneo, e che per me gli altri dei nemmeno esistono.

Immerso in una profonda meditazione attraversa la scena

Pitagora, non accorgendosi

assolutamente di Arcesilao.

PITAGORA - Un fringuello più un fringuello, due fringuelli. Due fringuelli più due fringuelli, quattro fringuelli. (Assaporando il risultato) Bello! Tre fringuelli più tre fringuelli, sei fringuelli. E anche questo va bene. Ma un fringuello meno un fringuello; due fringuelli meno due fringuelli, tre fringuelli meno tre fringuelli, mi da sempre zero; e questo proprio non mi va.

ARCESILAO - Cosa andrà blaterando questo?

PITAGORA - Non mi va proprio.

ARCESILAO - Ma chi lo ha fatto entrare?

PITAGORA - L'aritmetica mi toglie, in ultima istanza, la possibilità di pensare. Non credo proprio che questa sia la giusta strada per capire qualcosa sulla vita.

ARCESILAO - Avrà chiesto il permesso per venire qui?

PITAGORA - Questo maledetto zero me lo ritrovo sempre da tutte le parti. (si allontana borbottando)

ARCESILAO - Il meschino si sarà perso nella foresta immane della metafisica. Mah, andiamo avanti. Eh, Giove, non mi distrai mica con queste messinscena. Intanto sei tenuto a spiegarmi, o, almeno, a darmi qualche piccolo chiarimento.

- TUONO -

Dovresti ripetere, perché non mi è stato molto chiaro il concetto.

- GROSSO TUONO -

Questo è il massimo della chiarezza? (silenzio) Non rispondi più!? Vuoi vedere che ti sei anche offeso?

Rientra in scena Pitagora.

PITAGORA - Settecento ventidue fringuelli più settecento ventidue fringuelli, è uguale a millequattrocentoquarantaquattro...

ARCESILAO - Fringuelli.

PITAGORA - Grazie. Ma questo, infine, io già lo sapevo. E poi a lei nessuno ha chiesto nulla, sa. Cosa crede, che sia un ignorante? Io so tutto...

ARCESILAO - Sui fringuelli.

PITAGORA - Era una speculazione aritmetica.

ARCESILAO - Con i fringuelli?

PITAGORA - Può essere fatta anche con allodole, quaglie e canarini...

ARCESILAO - Si, va bene, ma sono sempre uccelli. Forse è una tua specializzazione.

PITAGORA - Con spigole, calamari, cefali...

ARCESILAO - Vedi. Giri giri, ma sempre li siamo: tra fringuelli e cefali.

PITAGORA - Ottocento ventuno cretini più ottocento ventuno cretini...(esce)

ARCESILAO - E no, caro il mio caro Giove. Tu cerchi di deviare il discorso sui fringuelli, ma io voglio sapere: Perché, perché quella terribile donna che mi hai dato per moglie è capitata a me? Non mi puoi lasciare in questo spasimo di morte.

Entra in scena una donna con sontuose vesti e monili

appariscenti

CLEOPATRA - Arcesilao. Insomma, Arcesilao. Sei qui e non rispondi?

ARCESILAO - (visibilmente intimorito) Non me ne hai dato il tempo.

CLEOPATRA - Ti devo del tempo? (cambiando continuamente tono, come se due personalità contrapposte si avvicendassero dentro di lei) Ascoltami, piuttosto, cagnone mio bello. Lo sai che sei un grosso e succoso cagnone?

ARCESILAO - Veramente...

CLEOPATRA - Ti ho cercato da impazzire. Mi vuoi fare impazzire, per caso?

ARCESILAO - (tra se, più che serafico, verso il pubblico) O mio buon Giove, questa è una soluzione a cui ancora non avevo pensato.

CLEOPATRA - Arcesilao!

ARCESILAO - AAAHH!

CLEOPATRA - Ma tu soffri mio adorato? (il poverino sta quasi per rispondere) Ed è per me, vero? O dolce mio sposo.

ARCESILAO - No.

CLEOPATRA - Per caso sono io l'origine del tuo dolore, mio desiderato?

ARCESILAO - In un certo senso...

CLEOPATRA - Lo so bene che è Cleopatrona tua l'origine di ogni tuo spasimo. Perché ti sono mancata, e non puoi negarlo. E' vero che ti sono mancata?

ARCESILAO - Quanto mi sei mancata. Stavo infatti pensandoti: Quei tuoi occhi; quella tua bocca; e quelle tue mani. Ma quello che mi è mancato tanto, ma proprio tanto, è quel tuo collo, bello, prorompente; cosi adatto ad essere, baciato, accarezzato, morso... momento per momento. (con le mani, come se strizzasse uno straccio)

CLEOPATRA - Vecchio porco erotico. Ma reprimiti, per Diana cacciatrice, reprimiti. Dai un colpo a quei tuoi istinti lussuriosi e profani. Fatti casto, leggero; come un fringuello.

ARCESILAO - Fringuello no. Assolutamente no!

CLEOPATRA - Era un modo di dire. Ti ho sentito parlare con qualcuno, qui in giardino. E' vero? E ho visto anche qualcosa,come un ombra, passare.

ARCESILAO - Un ombra?! Era un uomo...

CLEOPATRA - Ah, era un uomo. E che uomo era? Cioè, voglio dire, che...

ARCESILAO - Era solo una grossa ombra vagante, con grossi problemi di grossi fringuelli e affini.

CLEOPATRA - Deridermi così. Un'ombra girovaga con grossi fringuelli?

ARCESILAO - Ma ascolta, dolce mia sposa.

CLEOPATRA - Basta con tutte queste sdolcinature. Mia adorata; mia dolce sposa; mia amata; mio fiorellino leggiadro e sfolgorante.

ARCESILAO - No, prego, questo non l'ho detto. Per carità.

CLEOPATRA - Davvero?

ARCESILAO - E nemmeno mia amata e mia adorata.

CLEOPATRA - Con che cosa me lo proverai? Hai testimoni? Ti posso garantire che hai detto cose ancora più succulente. Tu mi conosci bene. Con una diecina di queste esche avvelenate sei capace di stregarmi, e approfittarti di me qui, magari sul nudo marmo. Catapulta sanguinaria.

ARCESILAO - Io non ho detto niente.

CLEOPATRA - (piagnucolando) E credi che non lo sappia che certe cose dalla tua bocca non usciranno mai, se non per interesse. (con rabbia) A cosa pensavi quando mi hai sposato?

ARCESILAO - A niente, ti assicuro, mia primula.

CLEOPATRA - A, guarda, è possibile. Ora che ricordo avevi un'espressione da ebete. Un bue, né più e né meno. "Ma cara Clea - dicevano le amiche - tu così intelligente, così bella; questo carciofo dove lo hai trovato? Lo sposerai per ordine di Cesare sicuramente!?" Quante ne ho dovute sopportare per te. E così era perché pensavi alla tua primula che ti si stampava quell'espressione da mucca strabica, vero?

ARCESILAO - Giove...

CLEOPATRA - I migliori partiti di Roma hanno gareggiato per me.

ARCESILAO - Giove, perché?

CLEOPATRA - Da Tebe e da tutte le più belle città sono giunti a me.

ARCESILAO - Non ce la faccio più.

CLEOPATRA - Ma mio padre era sempre indeciso.

ARCESILAO - Impiccarla o sgozzarla a quattro mani?

CLEOPATRA - Quello ha la gobba, quello ha i piedi troppo puzzolenti. Quei due sono sempre inseparabili.

ARCESILAO - Giove, ti scongiuro.

CLEOPATRA - Quello l'ho visto spesso nei bordelli e quell'altro ha solo schiavetti.

ARCESILAO - Ti sacrifico un bue, te lo prometto.

CLEOPATRA - E, infine, pur di non farmi rimanere zitella, non mi va ad appioppare a un parassita nulla facente?

ARCESILAO - Un bue no, ma una pecora si. Però con tutta la lana.

CLEOPATRA - Lo sai che mi stai annoiando con il tuo modo di fare? Chissà se viene la mamma, oggi

ARCESILAO - Giove no, per carità. Noooo!

CLEOPATRA - Ma insomma, queste smanie da folle.

ARCESILAO - Pregavo che non piovesse.

CLEOPATRA - Pregare? Tu preghi in questo modo? Senti, mi ti stai esaurendo in questi ultimi tempi. Se queste tu le chiami preghiere siamo agli sgoccioli. Stai proprio male. (esce)

ARCESILAO - Re degli dei, Ti diverti alle mie spalle, non ci sono dubbi, ormai. Se fosse stato un altro dio avrei capito, compreso, giustificato. Ma tu, o Giove, non puoi... Io non ti parlo più. Sono costretto. Se vuoi che io riveda la mia decisione sai quello che devi fare.

Fine prima scena

Scena seconda

Pitagora è seduto al centro della scena con il mento tra le

mani.

PITAGORA - Ho spaccato con accanimento ogni pietra che avesse parvenza di mistero. Sono penetrato là dove nessun uomo, penso, sia mai giunto, tanto da stupire gli dei stessi. Ma più che gli dei ero io a stupirmi: Cosa diavolo vado cercando? Cerco veramente ciò che cerco o dovrei confrontare prima dentro di me ciò che cerco con ciò che non dovrei cercare? Ma tra quello che cerco e quello che credo di cercare c'è in ultima analisi vera differenza? E se questa differenza esiste mi impegnerà in una nuova ricerca? Ma se una differenza non c'è non potrò mai distinguere ciò che cerco da ciò che non devo cercare e qualsiasi cosa troverò potrà essere inesorabilmente un inganno; una immane fregatura. Ecco, sono giunto alla conclusione temuta: la fregatura è alle porte, qualsiasi cosa io faccia o non faccia. Perché anche non cercando affatto e trovando quindi il nulla, cadrei nello stesso risultato. O forse è il nulla il fine ultimo della mia ricerca vera? Ma a questo punto tutta la mia vita è un innegabile fregatura. Mi sono rivolto per un aiuto ai medici; nemmeno una virgola. Agli astronomi; ma essi guardavano troppo lontano ed io ero solo a qualche passo; a poeti e cantori, musici e saltimbanchi: "Ma come, non senti le allodole e i cavalli al pascolo? Non senti il fringuello che ti svela il mattino? E allora prendi una lira, muoviti con grazia e squittisci, mentre s'illumina d'immenso lo zappatore impazzito. " Poco mancò che l'arte mi uccidesse. Ai filosofi; ma ad essi, poverini, gli manca qualche cosa per cui la metafisica potesse essere una scienza. Mi sono rivolto allora ai matematici. E dividi, somma, moltiplica e sottrai... Ma il problema è rimasto intatto. Ecco, esso oggi mi pesa, e sempre con maggior forza. Devo aver esaurito tutte le mie energie, e il grave è che non so assolutamente a chi rivolgermi, ormai. Qualcuno di voi ha una risposta benefica e rivitalizzante? O dei, dei tutti dell'Olimpo date pace a questo tormento, e se la Vostra regalità è troppo elevata per la mia miseria mandatemi qualcuno che possa e che sappia rispondere al mio grido d'aiuto. (Comincia a piangere) Per la vostra bontà...

Appare, in una nube di fumo azzurrognolo, una donna

bellissima vestita di bianco, come

per uno sposalizio.

DISSERTAZIONE - Eccomi. Chi è che mi vuole? io sono per chi ha bisogno di un consiglio. La mia carezza consolatrice è per chi ha bisogno di un alito divino, e chi m'invoca di certo mi avrà, come superba messaggera delle divine grazie e volontà.

Giove, di cui io sono ultima e sublime genia, figlia diletta e nuova, mi ha mandato a te. (Pitagora è attonito) Dissertazione è il mio nome, e nessuno tra i mortali potrebbe desiderare medicina migliore di me. Chi conversa con me con cuore sincero ottiene dal Sommo e da tutto il Consiglio degli dei... (Pitagora è più interessato alla bellezza di Dissertazione che alle sue parole) Sbaglio o tu ha fatto formale richiesta di aiuto?

PITAGORA - Io? Non... Che cos'è? Voglio dire: ammazza e che struttura!

DISSERTAZIONE - Dissertazione è il mio nome. Di Giove io sono figlia.

PITAGORA - Io sono Pitagora. Scusa, chi è tu padre?

DISSERTAZIONE - Giove. Di lui io sono figlia.

PITAGORA - L'ultima nata, allora. Non ho mai visto niente di simile.

DISSERTAZIONE - Sono stata concepita appunto per quest'occasione.

PITAGORA - E tua madre?

DISSERTAZIONE - Di Giove io sono figlia.

PITAGORA - Questo l'abbiamo capito. Senti, hai qualcosa da fare questa sera? Potremmo fermarci in qualche posticino intimo, consumare qualcosa e dopo affidarci alle ispirazioni lunari, che in certa materia sono quanto di meglio..

DISSERTAZIONE - Che cosa stai farneticando? Chi credi che io sia? Non hai chiesti tu agli dei che ti togliessero dal nero abisso della tua esistenza. Insomma di darti una mano.

PITAGORA - Che fanciulla sconfinata.

DISSERTAZIONE - Non hai pianto e implorato per avere illuminazione al tuo spirito?

PITAGORA - E quel che mi meraviglia di più è la tua prorompente beltà. Anche se so, purtroppo, che la bellezza è una compensazione data dagli dei alle donne per la scarsezza del loro intelletto. Un ripagamento, quale indennizzo, per una necessaria limitazione funzionale.

DISSERTAZIONE - Millantatore e pazzo. Non una parola di più.

PITAGORA - Una dea?

DISSERTAZIONE - A se dea veramente non fossi!

PITAGORA - Se dea veramente non fossi?! Ecco, ecco la donna. Qualche lode, anche se ben giustificata, ed è subito deità. Per noi uomini non c'è scampo: Se le maltratti sei un bruto e se le vezzeggi appena te ne dovrai pentire per il resto della tua vita. Quando finiremo di essere dilaniati tra dei e donne, in un campo di battaglia che ci vedrà sempre sconfitti?

DISSERTAZIONE - Ma di che cosa vai ciarlando? Tu non hai conoscenza ne di dei e ne di donne. Questo tuo modo di essere ti fa apparire ai miei occhi come un toro, la cui scatola cranica ha solo la funzione di reggere un bel paio di corna.

PITAGORA - Non so se è un elogio o un'offesa. Ma da tanta grazia può venire un che di offensivo? Ho chiesto agli dei un aiuto ed essi mi hanno mandato la giusta soluzione ai miei tormenti.

DISSERTAZIONE - Forse ha capito.

PITAGORA - Non è vero ciò che dice chi ha ben vissuto e ben compreso?

DISSERTAZIONE - C'è voluto delle tempo, ma alla fine...

PITAGORA - Hai dei problemi? Qualsiasi problema?

DISSERTAZIONE - Era ora.

PITAGORA - Trovati una donna; li sazierà tutti, fino alle fondamenta.

DISSERTAZIONE - IHHHH! Questo è il tuo pensiero?

PITAGORA - E' chiaro che i miei problemi dovevano essere veramente notevoli se Giove mi ha mandato tanta abbondanza. Ho visto taluni accontentarsi di certi ordigni. Bona!

DISSERTAZIONE - Basta! I miei sacri orecchi non posso ascoltare altro.

PITAGORA - Cosa ho fatto?

DISSERTAZIONE - A questo mi hai destinato Padre? A sopportare la follia di quest'essere? Questi erano i tuoi disegni?

PITAGORA - Si direbbe anche devota la faunesca. Ancor più stuzzichevole.

DISSERTAZIONE - Tu erravi per metafisiche solo per mascherare la tua lussuria. La tua profonda ricerca verso le fondamenta della verità in che cosa naufraga?

PITAGORA - In un mare di rose mia divina. Si, perché appena ti ho vista sono morto. Anzi sono vivo. Ma cosa dico? Povero me, non riesco a distinguere più se è meglio esser vivi lontano da te o morti ma tra le tue braccia. Ma cosa m'importa? Cosa m'importa se questa è la mia unica salvezza o la mia totale rovina; tu mi hai fregato il cuore. E non solo quello.

DISSERTAZIONE - Ma come ti permetti? Io non ho queste abitudini.

PITAGORA - Si. Tu lo hai fatto

DISSERTAZIONE - Per favore.

PITAGORA - Non te ne sei accorta, ma lo hai fatto.

DISSERTAZIONE - Sei pazzo.

PITAGORA - Come il fulmine me lo hai preso.

DISSERTAZIONE - Ti giuro...

PITAGORA - I fatti contano. Nemmeno io ho visto, ed è per questo che non ho potuto difendermi. Lo hai aggredito e dalle radici me lo hai cavato. Però io non protesto per questo, te lo lascio volentieri a vita, per Venere la saggia! se prendi anche il resto; che io non ce la faccio più.

DISSERTAZIONE - Tu sei veramente pazzo! O Padre Giove....

GROSSO TUONO

Cosa devo fare o Padre, che non ho capito bene?

ALTRO GROSSO TUONO

PITAGORA - Lascia stare le perturbazioni atmosferiche, che qui c'è qualcosa di molto più elettrizzante.

DISSERTAZIONE - Non mi ha fatto capire nulla, maledizione. Per quanto riguarda te io penso che qualcun'altro ti avrà già fregato il cervello. Ma ricordati, avremo modo di chiarire molto bene questo contrattempo.

PITAGORA - Perché non farlo ora?

DISSERTAZIONE - AAHHH! L'animale! Non ti azzardare. Deve ancora succedere che un uomo, con le sue luride e mortali mani, tocchi me, una dea, quale io sono. (Scompare)

PITAGORA - Da che parte è andata? (Resta indeciso su quale direzione prendere)

Fine scena seconda

ATTO PRIMO

Scena terza

Arcesilao è sdraiato a terra, fissa il cielo, parla tra se e

ogni tanto gesticola come se fosse alle prese con un

interlocutore che non vuole assolutamente capire ciò che egli

gli dice.

Entra di colpo, rosso in viso e frenetico fino allo spasimo,

Pitagora.

PITAGORA - Dove sarà mai andata? La cerco da giorni, ormai, e a questo punto sono più che folle; quasi non connetto. La morta tresca mi spara come un maiale grasso. L'alloro della fuggita vittoria punzecchia qua, sul basso ventre, e tremo, tremo, come fragile fuscello scosso da lussuriosi venti; turbine di fuoco per la paglia rinsecchita del mio essere. Io sono un asino. Ho guadato monti e scalato fiumi torbidi di pericoli, E non mi frega niente se ho usato male i verbi. Per la barba del sapiente e il sedere dello scriba! Io sono convinto di quello che dico, e dico: Datemi una donna, per la vacca! Perdonatemi; mi si sono dilaniati i limiti: Quella donna mi ha esacerbato. Gli dei non mi potevano giocare un tiro più mancino: farmi toccare la felicità e poi subito togliermela. Ma ci dev'essere un messaggio che abbia un senso in tutto questo, però io non lo trovo. Tuttavia se le metto le mani addosso di sicuro troveremo altri sensi ed altre verità. Una dea?! Ma non deliriamo, anzi diciamoci la verità: Una divinità che si scomoda solo per me? (gridando) Impossibile. A chi vogliamo prendere in giro? E poi con quelle forme!?

ARCESILAO - Per gli dei! Che cosa ti gridi? Chi sei tu? Ed infine che cosa fai nel mio giardino?

PITAGORA - Lasciatemi stare.

ARCESILAO - Io sono il padrone di tutto ciò che vedi, lasciatemi stare?! Ma rispondi alle mie domande, invece.

PITAGORA - Non so da dove iniziare.

ARCESILAO - Dovrai pure iniziare da qualche parte se non vuoi che salti su tutte le furie.

PITAGORA - Se te lo dicessi non mi crederesti.

ARCESILAO - Non ti crederei?

PITAGORA - (gridando) Ne sono sicuramente sicuro.

ARCESILAO - (spaventato) Deve essere uno più disperato di me. Ma dimmi su, dimmi, intruso e pazzo, confidati con uno che potrebbe ben comprenderti nelle tue disperazione. Anch'io sono un uomo e so che cosa è la vita.

PITAGORA - Ma no.

ARCESILAO - Come no?

PITAGORA - E' troppo, il mio mistero è troppo grande.

ARCESILAO - E non esageriamo. Quanto grande?

PITAGORA - Ti assicuro che è grande.

ARCESILAO - Ma potrà essere...

PITAGORA - E' grande, e se non lo so io chi vuoi che lo sappia?

ARCESILAO - Ma cosa sarà, benedetto dagli dei? Adesso si esce da ogni limite di decenza.

PITAGORA - E' una disgrazia.

ARCESILAO - Ti credo.

PITAGORA - Puoi credermi, ma non immaginare quanto è grande.

ARCESILAO - Ma basta per gli dei. E che sarà mai.

PITAGORA - E' una terribile tortura.

ARCESILAO - Guardando non si direbbe. L'hai forse lasciato da qualche parte, se hai potuto?

PITAGORA - Nessuno se lo prenderebbe.

ARCESILAO - Nessuno!? Conosco qualcuno che non si tirerrebbe indietro.

PITAGORA - Se tu...

ARCESILAO - No, no, grazie.

PITAGORA - Non farti pregare.

ARCESILAO - Per carità.

PITAGORA - Sai, a volte...

ARCESILAO - Ma va a grattarti da qualche parte.

PITAGORA - Lo vedi che nessuno vuol dividere con ma la pena?

ARCESILAO - La pena? La pena si.

PITAGORA - Ce l'ho nel cuore, conficcata con forza, fino allo spasimo.

ARCESILAO - Ho capito tutto. E' una donna.

PITAGORA - Si, è una donna. Un gran pezzo di...

ARCESILAO - Se vedete in giro un uomo ridotto a uno straccio; ai limiti della follia. Se nei suoi occhi è scomparsa ogni traccia di vita intelligente. Se lo vedete strisciare basso e viscido; se insomma è tornato a essere quell'animale che era, prima che un dio gli cacciasse dentro un'anima da uomo, che solo pochi ancora conservano; se vedete tutto questo, ebbene, li è passata una donna.

PITAGORA - Quanto hai ragione. Hai proprio ragione. Hai tanta ragione. Io non connetto più.

ARCESILAO - Si, ma tieniti lontano.

PITAGORA - Ci'ho i rodimenti.

ARCESILAO - Calma, per tutti gli dei.

PITAGORA - Le crisi più assurde. A volte mi sembra di essere gravido, altre di essere divorato da una testuggine gigantesca, essere digerito passare per il suo intestino ed essere divorato nuovamente, così, all'infinito.

ARCESILAO - Ma tieni le mani a posto, maledizione. Piuttosto, parlami di lei.

PITAGORA - Di lei?

ARCESILAO - Questa donna che ti ha traviato il cuore.

PITAGORA - Comincio a pensare che non è una donna.

ARCESILAO - Per caso è...

PITAGORA - E' donna, altro che.

ARCESILAO - Bene. Ma questa donna...

PITAGORA - Che donna, quella non lo è.

ARCESILAO - Ho quasi perso completamente la pazienza. Quale mistero è questo? E' donna o non è donna?

PITAGORA - Ma cosa credi che sia?

ARCESILAO - O portatore insano di follia, non sono certo dolori miei!

PITAGORA - E' bellissima.

ARCESILAO - Conosco orribili donne e bellissimi maschi.

PITAGORA - Ti piacciono.

ARCESILAO - No, ma ormai sono costretto a viverci insieme.

PITAGORA - Chi ti obbliga?

ARCESILAO - Un maledetto contratto matrimoniale.

PITAGORA - Già permettono certe cose? Pensavo si dovesse aspettare il ventesimo secolo.

ARCESILAO - Di che cosa parli?

PITAGORA - Sei anche fedele, scommetto?

ARCESILAO - Mi controlla. Non mi lascia un attimo. Mi è sempre dietro.

PITAGORA - Ahi.

ARCESILAO - E' di un fastidio.

PITAGORA - Soltanto? Ma spiegami, perché qua la cosa è strana, chi ti ha obbligato? Il vizio lussurioso?

ARCESILAO - Ma che cosa...

PITAGORA - La bellezza?

ARCESILAO - La bellezza di chi?

PITAGORA - Per amore?

ARCESILAO - Quale amore?

PITAGORA - Con la forza, allora?

ARCESILAO - A me con la forza?

PITAGORA - Allora per quale maledetta ragione l'hai fatto? che poi a me di tutta questa storia non me ne frega assolutamente nulla.

ARCESILAO - La pecunia, fratello. La pecunia.

PITAGORA - O no!

ARCESILAO - O si! Ma me ne pento sai. Me ne pento assai.

PITAGORA - Donnaccia.

ARCESILAO - No, per questo aspetto, donna rispettabilissima.

PITAGORA - Tu?! Ma fammi il piacere.

ARCESILAO - Le apparenze ingannano.

PITAGORA - Va bene, va bene. E' molto ricco questo...

ARCESILAO - Chi questo? Questa.

PITAGORA - Come vuoi tu. E' molto ricco questo o questa di cui sei vittima?

ARCESILAO - E' più che ricchissimo. Poi, alla sua morte, ereditando tutto la figlia...

PITAGORA - Ha anche una figlia.

ARCESILAO - E con chi credi mi sia sposato, secondo te?

PITAGORA - Secondo me... non era solo bella. Era bella e potente.

ARCESILAO - Ed era una donna?

PITAGORA - La sua voce era cristallina, ma con sonorità profonde.

ARCESILAO - Non era una donna.

PITAGORA - La sua aria, non intelligente....

ARCESILAO - Allora hai ragione, era una donna.

PITAGORA - Molto più intelligente dell'intelligenza stessa.

ARCESILAO - Assolutamente non era una donna.

PITAGORA - Diceva di essere una dea.

ARCESILAO - Credile. E' l'unica spiegazione.

PITAGORA - Io ti uccido, maledetto.

ARCESILAO - Aiuto. Che cosa ho fatto?

PITAGORA - Se è una dea non potrà unirsi a un mortale, ed io resterò...

ARCESILAO - A contare i fringuelli?!

PITAGORA - Prego?

ARCESILAO - Levami queste maledette mani di dosso. Questa tua ossessione ora dov'è?

PITAGORA - E' fuggita; ed io muoio. Se non la ritrovo io schiatto qui, all'istante.

ARCESILAO - Ma stai lontano, diamine. Schiattare cosi, da un momento all'altro, Mi sporcheresti anche la veste. Potrebbe darsi che è solo una eccessiva scottatura, hai preso troppo sole, ed ora non ragioni più. Ti accadono allucinazioni, fantasie estreme, che ti portano a confondere il sogno con la realtà. Una dea?

PITAGORA - Più passa il tempo e più ci credo. Tanta bellezza solo la figlia di Giove in persona poteva averla.

ARCESILAO - Non nominarmi quel dio. Falla adottare a chi ti pare, anche a quell'arcigno di Ades, puzzolente e guardiano di inferi si, ma pur sempre ricchissimo e comprensivo verso le nostre debolezze.

PITAGORA - Comincio a temere per la sua vita.

ARCESILAO - E' una donna; dea o donna è lo stesso. Sono femmine, e se la cavano sempre.

PITAGORA - Il fatto è che ho dall'infanzia il presentimento che qualcuno o qualcosa primo o poi mi debba fregare.

ARCESILAO - E forse è la volta buona.

PITAGORA - Prego.

ARCESILAO - Stai al tuo posto. Anzi, fai l'indifferente: otterrai di più.

PITAGORA - Ne sei certo?

ARCESILAO - Abbi fiducia mio giovane amico.

PITAGORA - E se mi dovesse andare male?

ARCESILAO - Ti presenterò il mio amico Lucrezio.

PITAGORA - E chi è?

ARCESILAO - Lascia stare. Ora vieni in casa berremo qualcosa di forte alla salute della sua divina bellezza.

Fine scena terza

Scena quarta

La scena è vuota, ma qualcuno chiama disperatamente.

E' Cleopatra, che entra con decisione in scena.

CLEOPATRA - Arcesilao. Arcesilao! Quel beduino dove sarà? Se lo fosse preso con doppio nodo scorsoio il saggio Giove? Arcesilao! Sfuggirmi così, sotto gli occhi. Ma se ti prendo ti affetto quel collo da pollastro in brodo che hai. Cos'è questo rumore di rami rotti? Sei tu, Arcesilao? Ma dove sarà andato quel farabutto, tricheco, smidollato e gaglioffo?

Appare tra i i cespugli Dissertazione, stanca e assonnata.

AAHH! Ecco perché non veniva fuori. E tu chi sei? Con te faremo i conti a casa. Da quando lo conosci quel vigliacco. Se ha ridotto te uno straccio non riesco a immaginare l'animale. Ma rispondi, da che cosa ti sei fatta ammaliare, non certo dalla sua faccia da pecora, vero? Vero? (Dissertazione sviene)

Entra in scena Ades, corso in soccorso di sua nipote.

ADES - (rivolto a Cleopatra) Disgraziata. Che cosa hai fatto, tu, mortale, madre di mortali e figlia solo di mortalissimi morituri? Povera mia nipotina. E se io avessi tardato qualche minuto in più? Io, Ades, re degl'Inferi, fratello di Giove, ecc., ecc.. Se fosse accaduto la divina creatura sarebbe finita tra due affilate e marce mandibole, vero?

CLEOPATRA - Pietà signore. Come avete detto di chiamarvi?

ADES - Ades.

CLEOPATRA - Detto anche Plutone!?

ADES - Si.

CLEOPATRA - Perdonatemi, se potete. Ma so che anche voi non siete certo un santo. Mi ricordo che un giorno rapiste una povera e indifesa fanciulla, mi pare.

ADES - Dove vuoi arrivare?

CLEOPATRA - Da nessuna parte. Però se uno deve andare in giro a parlar male del prossimo dovrebbe prima farsi una guardatina allo specchio.

ADES - Che le Furie mai si dimentichino di te. Un tempo avevo bisogno di una moglie. E di questo non devo certo dar di conto a una mortale.

CLEOPATRA - Ma il modo...

ADES - Ognuno ha il suo modo, e i suoi problemi.

CLEOPATRA - Anch'io ne ho uno: mio marito.

ADES - Di testa, tu e tuo marito. Questi sono i vostri problemi.

CLEOPATRA - Anche con una donna ora.

ADES - Ma non ti sei ancora accorta di avere a che fare con una dea?

CLEOPATRA - Una dea fra le frasche?

ADES - Ancora continui a bestemmiare.

CLEOPATRA - Caro Ades, guardiamo ai fatti.

ADES - E poi, con tuo marito.

CLEOPATRA - E' vero, sarebbe caduta troppo in basso.

(inginocchiandosi ai piedi di Ades) Permettetemi di rimediare a questi miei gravi peccati. In fondo sono colpevole, si, ma sono anche una sfortunata.

ADES - Di più.

CLEOPATRA - Una disgraziata.

ADES - Di più.

CLEOPATRA - Uno straccio umano.

ADES - Molto di più.

CLEOPATRA - Se lo dite voi... E che cosa sarò mai?!

ADES - Una donna.

CLEOPATRA - Cosa?

ADES - Una donna.

CLEOPATRA - Ma anche sull'Olimpo vi sono divinità femminili.

ADES - Per carità, non continuiamo su quest'argomento.

CLEOPATRA - Adesso basta. Ora sono stufa, come sicuramente sarete stufe anche voi, donne. Siamo stufe. Caro Ades, dio o non dio, ti diremo quello che ci bolle dentro. Vi facciamo da serve, da gentili ancelle; da porto sicuro nel quale venite a ripararvi dopo ogni bufera. Siamo sempre pronte e disponibili, e vi sosteniamo nelle vostre sconfitte, che sono numerose come le stelle nel firmamento.

ADES - Non so di che cosa parli.

CLEOPATRA - Cosa sarebbe quel villoso energumeno chiamato uomo senza un caldo petto dove riposarsi?

ADES - Queste cose non mi riguardano più.

CLEOPATRA - La donna è questo, la donna è quello; da preferirsi appena a una gallina. Grazie.

ADES - Prego. Ma volevo puntualizzare che...

CLEOPATRA - Fareste bene a prendere provvedimenti.

ADES - In che senso?

CLEOPATRA - La donna non ha affatto la posizione che le compete.

ADES - A quale ti riferisci?

CLEOPATRA - Che cosa fanno le nostre sorelle di lassù invece di perorare la nostra causa.

ADES - Ho saputo che anche loro hanno problemi di posizione.

CLEOPATRA - Non vedono come noi soffriamo?

ADES - Ognuno ha le sue sofferenze; se sepessi noi.

CLEOPATRA - Il maschio invece ha tutte le soddisfazioni possibili: Guerre, pestaggi, trasgressioni di ogni genere, ecc. ecc. ecc.. Avrei tanta voglia di saltarti addosso e sbatterti a terra.

ADES - Chiariamo il concetto. Sbattermi a terra per pestarmi?

CLEOPATRA - Perché? Vuoi discutere di qualche altra cosa?

ADES - Per parlare con me non sei nella giusta posizione.

CLEOPATRA - Quale preferisci?

ADES - Noi intendiamo cose uguali e questo ci rende diversi?

CLEOPATRA - Forse potemmo trovare una lingua in comune.

ADES - Certamente.... Ma di che cosa stiamo parlando?

CLEOPATRA - Di qualsiasi cosa si tratti sappi che potrei essere tua da un memento all'altro.

ADES - Impssibile.

CLEOPATRA - E allora ti farò mio, animaletto peloso.

ADES - Vate retro, donna!

CLEOPATRA - Sarà per la prossima volta. (Cleopatraesce tutta impettita) Questo ha ben poco di umano.

DISSERTAZIONE - (riprendendosi lentamente) Cosa mi ha colpito con tanta violenza?

ADES - Oh, mia piccola.

DISSERTAZIONE - AAHHH! Non continuate, ve ne prego, nel torturarmi.

ADES - Ma io sono tuo zio Ades.

DISSERTAZIONE - Possibile?!

ADES - Sono venuto in tuo soccorso, mia cara. Ma per poco, con quella donna, occorreva aiuto anche a me.

DISSERTAZIONE - Ora ricordo: una voce oscena; degli occhi fiammeggianti; quella bocca nervosa, e quelle mani...

ADES - Si, si agitavano come alla ricerca di una preda. Io me ne torno agli Inferi, che di questi tempi sono più sicuri e tranquilli.

DISSERTAZIONE - Questa esperienza mi ha fatto intuire il mio compito.

ADES - Spiegati.

DISSERTAZIONE - Come fanno questi uomini a sopravvivere alle loro mogli?

ADES - Infatti, non sopravvivono quasi mai.

DISSERTAZIONE - Averle accanto per tutta la loro già misera vita sarà doloroso.

ADES - Magari fosse solo doloroso. Tuttavia molti di loro devono a queste sofferenze la grazia e il merito di non finire nei nostri spiedi. Però non esageriamo; ci sono donne e donne. Ci sono rovi, come quella, ma anche fiorellini profumatissimi. Il problema è che a volte questi fiorellini sono infinitamente più mortali dei rovi. Eh, Eh! Ma, a parte questo, la cosa non mi riguarda affatto, ormai.

DISSERTAZIONE - Ero scesa dall'Olimpo per dare tutte le risposte necessarie affinché uno spirito perduto riacquistasse la sua luce invece, adesso, mi trovo presa da un misterioso tormento. Se a incontrare un simile ordigno fosse stato lui chi lo avrebbe salvato?

ADES - Se è un bel giovane potrei pensarci io, mia cara.

DISSERTAZIONE - Sono presa da questo problema. Come si può aiutare uno spirito in cammino quando l'altra parte di se lo divora carnalmente, impegnando quelle poche facoltà intellettive che un mortale ha a disposizione, per la mera sopravvivenza dei sensi?

ADES - Io purtroppo, ho perso il filo del discorso, pur tuttavia se è un bel giovane potrei ospitarlo nei miei inferi, se vuoi. I miei inferi. I miei inferi! Non posso lasciare il mio regno incustodito per troppo tempo. Troppi diavoli lavorano dietro la mia schiena e qualcuno potrebbe rubarmi il trono. Addio mia cara nipote. (scompare dalle scena)

DISSERTAZIONE - Cosa devo fare, mio buon padre Giove? Penso che tu debba averlo pure previsto tutto questo, o anche tu aspetti che gli eventi accadano per trarne le opportune conclusioni? Sommo Giove, a che mi serve esser tua figlia se adesso non so che cosa fare? O forse hai deciso che la mia completa nascita si estendesse attraverso questo materico percorso? Allora se ho ben capito, come qualsiasi mortale, dovrò lavorare, cucinare, rammentare, avere figli... O Giove, non vorrai che io e quello zoticone... Non vorrai sul serio? Non mi rispondi neanche adesso. E va bene, se questo è il tuo volere farò questo sacrificio. Padre fai anche me mortalmente donna, allora. Ma sappi che di questa cosa io non ne ho alcuna colpa, quello che succede succede. (esce di scena)

Fine scena quarta

Scena quinta

Entrano in scena Pitagora e Arcesilao sottobraccio,

completamente ubriachi.

ARCESILAO - Hai visto Pitagora quante cose ci sono da sapere sulle donne? E non finisce qui. Se continuassi a raccontare...

PITAGORA - No, per favore. Hic!

ARCESILAO - Ne sapresti delle belle. Hic! Alcune di loro sono gentili, altre arroganti. Però la maggior parte è subdola tanto quanto eccelle in grazia. E' un'arte femminile atteggiarsi a dolci ancelle servizievoli e comprensivissime, generose in affetti e castamente desiderabili, per poi raggirarti, calcolarti ed estimarti in base a un tornaconto consistente e netto. Hic!

PITAGORA - Hic!

ARCESILAO + PITAGORA - Hic! Hic!

PITAGORA - In questo non voglio crederti. Allora più sono belle, più sono caste, più sono affettuose e più sono dei mostri dell'inganno.

ARCESILAO - Ma è chiaro.

PITAGORA - Hic!

ARCESILAO - Ne dubiti ancora?

PITAGORA - Che qualcuna di loro corrispondà a ciò che dici può anche darsi, ma non credo...

ARCESILAO - Invece è proprio così.

PITAGORA - Allora tu per stare al sicuro hai sposato un ...Hic! ...orso?

ARCESILAO - Devo confessare..

CLEOPATRA - Arcesilao!

ARCESILAO - Ah! Hic!

PITAGORA - E chi è questa scocciatrice?

ARCESILAO - L'orso, cioè... Zitto.

CLEOPATRA - Chi è questo bel giovane?

ARCESILAO - E' quell'ombra che poco fa si aggirava per il nostro giardino.

CLEOPATRA - E' un'ombra graziosa.

ARCESILAO - Non è un ombra, mia cara. Stai attento, colleziona rarità imbalsamate.

PITAGORA - Per tutti gli dei!

CLEOPATRA - Di dove viene il fanciullo?

PITAGORA - Basta con questi oltraggi femminili.

ARCESILAO - Calmati.

CLEOPATRA - Cosa gli accade?

ARCESILAO - E chi lo sa.

PITAGORA - Un po' di rispetto di educazione.

ARCESILAO - Sarà stato un colpo di sole.

PITAGORA - Chi vi ha dato il permessi d'intromettervi tra due uomini che discutono?

CLEOPATRA - E chi è l'altro uomo?

ARCESILAO - Non ascoltarlo, è solo un paranoico.

PITAGORA - Una donna è sempre una donna, anche se castamente desiderabile. Hic!

CLEOPATRA - Grazie, Qui sento troppo odore di vino. L'hai fatto bere?

ARCESILAO - Io?!

PITAGORA - Non riesco a capire come egli, che è il padrone di tutto ciò che vedi, non ti abbia già cacciata.

ARCESILAO - Perché non t'impicci dei fatti tuoi. Hic!

CLEOPATRA - Ma chi è?

ARCESILAO - E' uno sbandato. Se non fosse stato per me sarebbe morto di fame.

CLEOPATRA - Bugiardo. Lo hai fatto bere e lo hai bombardato con i TUOI soliti discorsi.

ARCESILAO - Non è vero.

PITAGORA - E' vero.

ARCESILAO - Perché non ti calmi?

CLEOPATRA - Ho sentito parlare di orsi. Per caso ti riferivi a me, a tua moglie, per caso?

ARCESILAO - Non è assolutamente vero.

PITAGORA - L'orso?!

ARCESILAO - Che gli dei fulminino te cara se io abbia fatto qualcosa del genere. Ma a pensarci bene era lui che parlava di orsi e di bestiacce simili.

PITAGORA - E' vero, ma solo per controbattere le tue orribili affermazioni.

CLEOPATRA - Non hai affatto bisogno di giustificarti, caro.

ARCESILAO - Guarda che l'ho visto prima io.

CLEOPATRA - Crederò a tutte le tue parole, mio caro ospite.

ARCESILAO - Bèh...?

PITAGORA - Le sono grato per la fiducia.

ARCESILAO - Se non disturbo...

CLEOPATRA - Caro, sei così stanco, perché non vai a dormire?

ARCESILAO - Me lo consigli?

CLEOPATRA - Caldamente. E va.

ARCESILAO - (uscendo) Si, cara.

PITAGORA - E' tardi anche per me, signora.

CLEOPATRA - Non credo.

PITAGORA - Prego?

CLEOPATRA - Io penso che ci poterebbero essere molte cose interessanti su cui discutere.

PITAGORA - Mi faccia un esempio.

ARCESILAO - (da fuori scena) Cleopatra.

CLEOPATRA - Non ti preoccupare, nessuna presenza umana ci disturberà. Da dove cominciamo?

PITAGORA - Potremmo parlare... in genere io non bevo mai, ma...

CLEOPATRA - Lo sai, si può discutere anche senza parole.

ARCESILAO - (c.s.) Cleopatra.

PITAGORA - E da dove si comincia?

CLEOPATRA - Rilassati. Basta lasciarsi andare.

ARCESILAO - (c.s.) Cleopatra.

PITAGORA - Ma chi è?

CLEOPATRA - E cosa t'importa? Vieni qui.Sarà il vento, una roccia che va a schiantarsi in un baratro. Avvicinati. Una tegola che cade. Mettiti a tuo agio. Un animale, ecco, forse solo un animale...

ARCESILAO - Cleopatra, Cleopatra. (rientra in scena con vestaglia e berretto di lana)

CLEOPATRA - Appunto; quell'animale di mio marito.

ARCESILAO - Cleopatruccia mia. (piagnucola)

CLEOPATRA - Ma cosa ti manca adesso?

ARCESILAO - In casa c'è troppo buio, e tu lo sai che da solo, al buio, ho paura.

CLEOPATRA - O povero piccolino mio. Di chi hai paura tu? Chi ti ha spaventato cosi? (rivolta al pubblico) Quando una donna è presa per il suo istinto materno nessuno più la salva. Vieni dalla Cleopatrona tua, povero caro.

ARCESILAO - Si.

CLEOPATRA - Andiamo dentro, altrimenti qui prenderai troppo freddo.

ARCESILAO - Si. (escono di scena)

PITAGORA - (esasperato) Per tutti gli dei dell'Olimpo. Questo non mi era mai capitato. Ed io che credevo di non capire niente solo di donne. Rinunciamo a trarne qualsiasi conclusione altrimenti rischieremmo d'impazzire. Adesso mi sento male. O forse sono solo stanco. Per tutti gli dei.

Entra in scena Dissertazione

DISSERTAZIONE - Pitagora.

PITAGORA - Sono stanco.

DISSERTAZIONE - Pitagora.

PITAGORA - Sono stanco, non disturbatemi.

DISSERTAZIONE - Sono io, la tua Dissertazione.

PITAGORA - La mia..? Sono troppo stanco.

DISSERTAZIONE - Ma che stanco, non vedi che sono qui?

PITAGORA - Vedo, vedo.

DISSERTAZIONE - E non esulti di gioia? Non senti il tuo cuore esploderti nel petto?

PITAGORA - Chi, io?

DISSERTAZIONE - Non vedi già trasfigurato il tuo orizzonte, ieri cupo, morto, finito, ed oggi chiaro, celeste, ricco di una profondità infinita, infinitamente infinita, da percorrere tutta?

PITAGORA - Con questa stanchezza? Per favore!

DISSERTAZIONE -Insomma, allora...

PITAGORA - Ma che insomma e allora. Mi fai illudere, esaltare al settimo cielo e poi sei scomparsa; per giorni e giorni. Io intanto disperatamente ti ho cercata. Sono quasi impazzito senza di te, ma tu non te ne sei preoccupa affatto, come se a volerti era solo un cane. E adesso, che ci vogliamo fare? sono stanco. Mortalmente stanco. Non sono divino come lo sei tu.

DISSERTAZIONE - Ero divina.

PITAGORA - Che cosa stai dicendo?

DISSERTAZIONE - Non lo sono più. Sono stata io stessa a voler rinunciare alla mia divinità per amarti e adempiere alla mia missione.

PITAGORA - Davvero? E terminata la tua missione?

DISSERTAZIONE - Non posso risponderti, non sono più divina.

PITAGORA - E io che cosa ci faccio con una che non sa più rispondermi?

DISSERTAZIONE - Aspetta. Mettiamo bene le carte in tavola: ero venuta a dar pace a tutte le tue ossessioni e non volevi che me. Ora hai me e non t'interessano altro che le mie prerogative divine. Deciditi maledizione. Ed io adesso che faccio? Come posso ritornare da mio Padre?

PITAGORA - Credi che Egli, anche se non sei più divina, non ascolterà le tue preghiere? Qualsiasi azione o rinuncia che sia fatta solo per amore, è sempre bene accetta agli dei.

DISSERTAZIONE - E' sorprendente cosa può uscire dalla bocca di un mortale. Padre...(si raccoglie in preghiera) Grazie, per avermi esaudito. Ora torno subito da te.

PITAGORA - Ehi! Ehi, ma dove vai? Guarda che mi va benissimo anche cosi. Dal profumo che ha lasciato dietro se veramente dea mi pare. Io stesso le ho consigliato il da farsi. Sono proprio un imbecille, e la mia stupidità non mai fine. Ecco che cosa fa l'uomo dei doni che gli dei gli concedono: li perde; ancor prima di riceverli.

Rientra in scena Arcesilao

ARCESILAO - Pitagora, finalmente ti trovo.

PITAGORA - Ancora quel vile.

ARCESILAO - Lo confesso, ho un pò sbagliato, però, lo sai, l'assoluta necessità giustifica gli eventi relativi. Mi perdoni?

PITAGORA - Come non potrei. Poco fa ho peccato anche con maggior colpa.

ARCESILAO - Ah. E che cosa hai fatto? (al pubblico) Forse ha incontrato quel pederasta di Lucilio?

PITAGORA - Ho offeso una dea diventata umana per amarmi, e l'ho fatta fuggire. E ti garantisco che non avrei mai pensato all'esistenza di una donna così bella.

ARCESILAO - Ma ti capitano sempre da solo queste cose? Dico, ne sei sicuro?

PITAGORA - Mi dai del visionario?

ARCESILAO - No.

PITAGORA - Del bugiardo?

ARCESILAO - No!

PITAGORA - Mi hai mai visto contare i fringuelli?

ARCESILAO - Si!

PITAGORA - Assapora il profumo che ella ha lasciato nell'aria.

ARCESILAO - (annusando) Devo aver dimendicato di sigillare la fogna.

PITAGORA - L'unica persona che avrei amato in tutta la mia vita l'ho perduta. (gridando) L'ho perduta!

ARCESILAO - Per favore, taci. Ho dovuto sopportare una ninna nanna disgustosa prima che si addormentasse. Che vuoi fare adesso, farla piombare un'altra volta qui?

PITAGORA - Non mi puoi capire. Tu hai una moglie...

ARCESILAO - Ma stai zitto, che non sai quello che dici. E' questa la tragedia che cerco di rimuovere dalla mia vita.

PITAGORA - Vorrà dire che questo è il tuo destino. Il mio, invece, è vagare; vagare, forse, fino alla fine dei tempi.

FINE PRIMO ATTO

ATTO SECONDO

Scena prima

Siamo negl'Inferi, Ades, o Plutone, è immerso nei suoi

pensieri, sprofondato nel suo aurico trono. E' annoiato e

preoccupato, e sorseggia con una grossa cannuccia un braciere

che è li vicino, colmo di brace ardente.

Entra l'Annunciatore infernale; specie di maggiordomo

bizzarro, perverso e nevrotico, il suo tono è goffamente

marziale. Accanto vie è un personal computer acceso.

ANNUNCIATORE - Morti in arrivo, signore.

ADES - (spaventato) Per tutti i diavoli.

ANNUNCIATORE - Sono di sesso maschile; di statua intorno alla media.

ADES - Per tutti di Inferi, di cui sono il dio! Ma quante volte ti ho detto che prima di sbraitare i tuoi maledetti annunci devi chiedere educatamente il permesso. E non ti permettere più di gridare in questo modo.

ANNUNCIATORE - Scusatemi signore.

ADES - Lo farai più?

ANNUNCIATORE - Sempre signore.

ADES - Grazie, così mi piaci.

ANNUNCIATORE - Vi piaccio signore?

ADES - Tanto che a volte mi fai schifo.

ANNUNCIATORE - Adesso sono io a ringraziarla.

ADES - Andiamo avanti. Quante ne sono; 500 o mille?

ANNUNCIATORE - Due, Santità Infernale.

ADES - A si!? Due? Proprio due? Soltanto due? E noi ci dobbiamo scomodare, dico Noi! per due miseri mortucci? I mortacci tuoi!

ANNUNCIATORE - Sono sempre in buona compagnia dei Vostri, signore. Posso sbrigarmela completamente da solo, se vuolete.

ADES - Incomincia a relazionare, piuttosto.

ANNUNCIATORE - Il primo, basso e un poco deficente, ha sopportato per tutta la vita una donna...

ADES - Come tanti, allora.

ANNUNCIATORE - Se voi mi permettete, come pochi. Dai nastri schedari, ed anche da un vostro resoconto, la donna, se donna si può definire...

ADES - Non dirmi che questa donna si chiami Cleopatra.

ANNUNCIATORE - Per l'esattezza.

ADES - Dalle cui grinfie tolsi a malapena quella poveretta di mia nipote?

ANNUNCIATORE - Avete colto con precisione nel segno. E' la prima volta che vi ricordate con tanta precisione di una ...donna.

ADES - Ma il povero martire non dovrebbe venire certo da queste parti, bensì essere elevato agli onori dell'Olimpo, come minimo.

ANNUNCIATORE - Il povero martire, come dite voi, oltre ad aver sprecato peccaminosamente i doni degli dei...

ADES - In che senso?

ANNUNCIATORE - E' una questione lunga, Vostra Eccellente Escrementazione. Dicevo che egli ha sopportato si, il martirio, ma non la giusta e dovuta rassegnazione e umiltà. Ha invece inveito contro il nostro Sommo Giove per la mala sorte giorno e notte, e in questo modo ogni sofferenza perduto il proprio valore, trasformandosi in un doppio peccato.

ADES - Poverino. Tutto quello che vuoi, però...

ANNUNCIATORE - Che bello. E' da molto che aspetto questa vostra proposta. Un bel viaggio alle isole Canarie con...

ADES - Cosa hai detto?

ANNUNCIATORE - Tutto quello che vuoi!?

ADES - Ma era per darti il senso del discorso in modo più esteso.

ANNUNCIATORE - Avevo capito ben altro, scusate. Darlo esteso? Interessante.

ADES - Ma cosa blateri, maledizione? Andiamo avanti. Spero che non sia in arrivo anche la megera.

ANNUNCIATORE - Dai terminali non risulta, signore.

ADES - Di queste diavolerie moderne non mi fido affatto. Metti qualche sentinella in più, mi raccomando. Non me la far capitare tra i piedi. E l'altro?

ANNUNCIATORE - Il secondo incarnato e deceduto, Vostra Maleodorantissima Cloacaggine, si può considerare un bell'uomo: alto, molto alto, spalle possenti, dai modi gentili e delicati. E', inoltre, particolarmente intelligente.

ADES - Ha ucciso qualcuno?

ANNUNCIATORE - No, assolutamente.

ADES - E' tirchio, lussurioso, accidioso? (l'Annunciatore nega con il movimento della testa) Ha mancato di rispetto ripetutamente ai suoi genitori? Ha pagato troppe tasse? Ha bestemmiato?

ANNUNCIATORE - Niente di tutto questo.

ADES - E allora perché è qui?

ANNUNCIATORE - Se è vero che ogni lasciata è persa, e questa già in casi normali è una colpa, nel nostro caso il bifolco ha offeso addirittura vostra nipote Dissertezione. Questo non è piaciuto al Sommo che, dopo le tante e accorate preghiere del morituro, lo aveva ascoltato ed esaudito, partorendo per l'occasione un bel pezzo di schifosissima ragazza, molta carina e sapientissima. Inoltre tra i tanti difetti del bifolco c'è anche quello di indagare, ricercare, speculare e afferrare...

ADES - Afferrare?!

ANNUNCIATORE - Il senso delle cose, Signore Estremo di ogni Zoticonaggine, senza riuscire mai, però, ad accettare positivamente le conclusioni del proprio lavoro. Ma eccoli, Eccellenza infernale.

ADES - Falli.... avvicinare.

ANNUNCIATORE - Accomodatevi. Il principe degli Inferi, nella sua grande spregevolezza, desidera parlare personalmente con voi.

ADES - Venite, venite. (l'Annunciatore si frega maliziosamente le scheletriche mani)Da quanto tempo assaporavo un incontro come questo. (con foga perversa) Due campioni come voi sono rari, ed io non mi lascio sfuggire mai nessuna buona opportunità.

ANNUNCIATORE - Contegno, Signore.

ADES - Quando avrò bisogno di un consiglio sull'argomento non verrò certo da te.

ANNUNCIATORE - Perdonatemi, Vostra Grettezza.

ADES - Per voi ho in mente un trattamento tutto particolare. Infatti sono convinto che non vi si possa accogliere com'è di cerimonia. (squilla un telefonino, l'Annunciatore estrae l'apparecchio da una tasca e lo accosta all'orecchio) Se voi poi collaborerete non solo soffrirete in modo più gustoso, ma troverete la cosa anche piena di brio e di pregnanza metacarnale. D'altra parte tutti conoscono il mio storico materialismo.

ANNUNCIATORE - Sire.

ADES - Non dovete temete. Non abbiate paura. Ecco, sedetevi qui, qui accanto a me. Intanto parlatemi di voi, della vostra morte.

ANNUNCIATORE - Perdonatemi, Maestà.

ADES - Avete qualche problema? Io vi verrò incontro con tutta la mia amorevolezza, con il mio capitale infuocato, il mio impeto e la mia inesauribile passione. Ah, ah!

ANNUNCIATORE - Ascoltatemi, Nostra Disgrazia.

ADES - (gridando) Parlate per tutti i diavoli. Date fiato alle vostre gole marce, che io non ho tempo da perdere, porco mondo!

ANNUNCIATORE - Carlo!

ADES - (trascina da un lato l'Annunciatore) Disgraziato. Quante volte ti ho detto di non chiamarmi per nome davanti ai cadaveri. Non impari mai, asino.

ANNUNCIATORE - C'è un problema.

ADES - Ero l'ultimo in matematica e ho comprato l'esame di logica.

ANNUNCIATORE - E' una donna.

ADES - Lo sai bene che anche in questo orami sono negato.

ANNUNCIATORE - Ma questa donna è "quella" donna.

ADES - La megera?

ARCESILAO - Noi la ringraziamo per la sua disinteressata ospitalità...

PITAGORA - Non avevamo da dire assolutamente nulla, ma per la vostra magnanimità ci siamo decisi.

ADES - Vi siete decisi? Bene. (grida) Ma tardi. Tardi, maledizione. Adesso ho altri impegni, ben più importanti, che ascoltare voi miseri carciofi. (fugge reggendosi la veste regale e la corona)

ANNUNCIATORE - (tira fuori una grossa frusta) Anch'io voglio venirvi incontro con tutta la mia amorevolezza. (li percuote con decisione) Muovetevi, per Nettuno. E toglietevi dalle sfere. Camminate, poltroni e pidocchiosi.

(escono di scena)

Entra Cleopatra, ha il vestito a brandelli, è violacea dalla

rabbia.

CLEOPATRA - Se prendo il responsabile di questa faccenda lo anniento. Non ci sono dubbi: devo essere morta, per gli dei. E questo non è il peggio; la cosa che mi urta terribilmente è che tutto è successo a mia insaputa. Nessuno mi ha chiesto niente. Ma ancor più grave è che sono morta proprio nel momento in cui quella piaga di mio marito si era tolto dai coglioni. Io, che per anni avevo creduto che l'unica felicità fosse avere un uomo accanto e spremerlo di tutte le sue prerogative di maschio, mi ero accorta di colpo che avevo sciupato miserevolmente la mia vita. Deve essere stata, allora, la troppa felicità a fermarmi il cuore. Ma se è vero che nulla accade senza il permesso di qualche dio, ora ci devo fare quattro chiacchiere. Se non sei vile come tutti i mortali che ho conosciuto in vita fatti avanti. Io ti sfido! Prova a giustificarmi, se puoi, la mia ingiustissima morte.

Rientra l'Annunciatore

ANNUNCIATORE - Mai la pace di questo luogo è stata così violata. Qui si grida per la sofferenza e non per rivendicazioni sindacali. Chi sei tu che ti arroghi la possibilità di creare scompiglio?

CLEOPATRA - E tu chi sei, un dio?

ANNUNCIATORE - Io sono l'Annunciatore infernale, e conduco le anime dal sommo Ades. (si ricorda dell'ordine di Ades)

CLEOPATRA - E dov'è questo Ades?

ANNUNCIATORE - (al pubblico) Esiste uno più sprovveduto di me? E ora come faccio?

CLEOPATRA - Allora, questo Ades?

ANNUNCIATORE - Idea! (a Cleopatra) Bisognerà attendere.

CLEOPATRA - Ed io nel frattempo che faccio, mi guardo il panorama?

ANNUNCIATORE - Non credere che io ne abbia un

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