Ardente passione

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ARDENTE PASSIONE

ARDENTE PASSIONE

di

Antonio Skàrmeta

Personaggi : PABLO NERUDA           Poeta      (60 anni)

MARCO JIMENEZ           Postino       (18 anni)

Mamma ROSA Ved. Gonzales     (40 anni)

BEATRICE GONZALES             (16 anni)

Poliziotti n° due


1° QUADRO

Buio – Musica – La voce di Neruda Fuori Campo

Pablo – Per quasi tutto l’anno 1969 sono rimasto ad Isla Negra. Già dal primo mattino c’è un mare fantastico. E’ come se un pane infinitamente grande venisse impastato. Bianca come farina è la schiuma che schizza tutt’intorno, sospinta dal lievito fresco della profondità. In inverno le case rimangono statiche avvolte nell’oscurità della notte. Solo la mia risplende nella luce. A volte mi sembra come se ci fosse qualcuno nella casa di fronte; vedo una finestra illuminata, ma è solo un riflesso. Nella casa del Capitano non c’è nessuno. La luce della mia finestra si rispecchia nella sua.

2° QUADRO

Da un lato la porta della casa di Pablo, all’altro capo un telefono pubblico. Pablo lacera una busta.

Mario – Da dove viene?

Pablo – Dalla Svezia.

Mario – E perché l’apre per prima?

Pablo – Perché mi interessa più delle altre.

Mario – Come fa a sapere che le interessa più di tutte le altre se non l’ha ancora aperta?

Pablo – Perché viene dalla Svezia.

Mario – E che c’è in Svezia, oltre le svedesi, di così particolare?

Pablo – Il premio Nobel per la letteratura, mio caro.

Mario – Lo riceverà lei?

Pablo – Se lo dovessi ricevere non lo rifiuterei.

Mario – E quant’è la somma inclusa?

Pablo – 125.000 Dollari.

(Pausa)

Mario – Perché riceve tante lettere Don Pablo?

Pablo – Ti è forse di fastidio portarmele?

Mario – No, al contrario! Lo trovo bello. In realtà lei è l’unico a Isla Negra che riceve posta. Se lei non ci fosse io non avrei questo lavoro.

Pablo – Allora mi darò da fare per non morire, così tu non diventi un disoccupato.

Mario – Io sarei contentissimo di ricevere una lettera almeno una volta. Cosa si prova?

Pablo – Dipende. Se tu aspetti una lettera d’amore, una tensione irrefrenabile.

Mario – Tensione irrefrenabile? E’ come il prurito vero?

Pablo – Si, è come il prurito.

Mario – Che c’è nella lettera?

Pablo – Caro Mario, se tu parli tutto il tempo io non posso leggerla.

Mario – Perdono Don Pablo!

(Pablo legge la lettera)

Mario – e allora?

Pablo – Hmm…!

Mario – Riceve il premio Nobel?

Pablo – Forse. Ma ci sono candidati con più possibilità.

Mario – Come mai?

Pablo – Hanno scritto grandi opere.

Mario – E le altre lettere?

Pablo – Le leggerò più tardi (guardando Mario per mandarlo via).

Mario – Ah, si! (non va via)

(Pausa)

Pablo – A cosa pensi?

Mario – A quello che c’è scritto nelle altre lettere. Sono lettere d’amore?

Pablo – Ragazzo, io sono sposato. Eppure conosci Matilde!

Mario – Perdono, Don Pablo!

Pablo – Bene; (cava di tasca un soldo e lo porge a Mario) prendi, comprati qualcosa.

Mario – Grazie.

Pablo – A presto.

Mario – A presto! (pausa) (Mario resta immobile)

Pablo – (guardandolo) Che c’è?

Mario – Don Pablo……

Pablo – Perché te ne stai fermo lì come un palo?

Mario – Come una lancia conficcata?

Pablo – No! Immobile come una torre degli scacchi.

Mario – Più tranquillo di un gatto di porcellana?

Pablo – (ridendo) Cosa ti ha portato a creare metafore?

Mario – Don Pablo?

Pablo – Metafore, ragazzo mio!

Mario – E che cosa è?

Pablo – Esprimere qualcosa con un paragone, capisci?

Mario – Si spieghi con un esempio.

Pablo – Bene, quando dici che il cielo piange……cosa vuoi intendere?

Mario – Be, è facile: che piove!

Pablo – Bene questa è una metafora.

Mario – Ma perché una cosa così Semplice ha un nome così complicato?

Pablo – Il nome non ha niente a che fare con la facilità o difficoltà di una cosa. Secondo la tua teoria, allora una cosa piccola che vola non dovrebbe avere un nome così lungo come farfalla. E rifletti: elefante, ha lo stesso numero di lettere di farfalla ma è mille volte più grande e non può volare. (pausa) Su cosa rifletti ora?

Mario – Mi piacerebbe moltissimo essere un poeta!

Pablo – Ragazzo, in Cile sono tutti poeti. Ma fare il postino è qualcosa di speciale. Devi andare sempre in giro e almeno non ingrassi. Noi poeti in Cile siamo tutti dei ciccioni.

Mario – Se fossi un poeta potrei dire quello che voglio.

Pablo – E cosa vuoi dire?

Mario – Questo è il problema! Proprio perché non sono un poeta non so neanche dirlo!

(Pausa)

Pablo – Mario?

Mario – Don Pablo?

Pablo – Mi vorrei congedare e chiudere la porta.

Mario – Si, Don Pablo.

Pablo – A domani.

Mario – A domani.

(Pablo chiude la porta, Mario non si muove, Pablo riapre la porta)

Pablo – Ho intuito che tu fossi ancora qui.

Mario – Sto riflettendo!

Pablo – E per riflettere devi rimanere qui? Chi vuole diventare poeta, deve incominciare a pensare camminando. Vai ora lungo la spiaggia fino alla posta, e per la strada, guardando il mare agitato puoi concepire delle metafore.

Mario – Mi faccia un esempio.

Pablo – Ascolta questa poesia :

“ Qui nell’Isola il mare, un grande mare.

Ogni istante esce da se; dice: si, no, no, no, no;

dice si nel blu, nella schiuma, al galoppo;

dice no, no. Non può star fermo, io sono il mare, ripete

sbattendo contro una pietra senza riuscire a convincerla;

con sette lingue verdi di sette cani verdi,

di sette tigri verdi, di sette mari verdi,

la conduce su di lei, la bacia, la bagna,

e si batte il petto ripetendo il suo nome!”

(pausa) che ne pensi?

Mario – Strano…!

Pablo – Strano? Ma sei un critico severo!

Mario – No, non la poesia.Strano è come mi sento quando lei recita le sue poesie.

Pablo - Caro Mario, devi essere un po’ meno confuso quando parli, e poi non posso trattenermi con te tutto il giorno.

Mario – Come posso spiegarglielo? Quando lei ha recitato la poesia, le parole andavano ora di qua, ora di là.

Pablo – Ah, come il mare!

Mario – Si si, si muovevano proprio come il mare.

Pablo – Questo è il ritmo.

Mario – Ed io mi sono sentito molto strano, con tutto questo movimento mi sono sentito girare la testa.

Pablo – Ti è girata la testa?

Mario – Si, ho ballato, dondolavo, mi cullavo come una barca sulle sue parole.

Pablo – (tra se) Come una barca sulle sue parole…

Mario – Si, si…

Pablo - Lo sai cosa hai fatto?

Mario – (impaurito) Cosa?

Pablo – (greve) Una metafora!

Mario – (ridendo) Non vale perché è nata casualmente.

Pablo – Non c’è immagine che non nasca per caso, ragazzo mio. Persino il mondo è un caso, un caso gigantesco.

Mario – Lei crede, che il mondo – io intendo tutto il mondo, con il vento, gli alberi, le montagne, il fuoco, gli animali, le case, i deserti, la spiaggia……

Pablo – Potresti anche dire: eccetera, eccetera.

Mario – Eccetera! Crede che tutto il mondo sia la metafora di qualcosa? (pausa) ……Don Pablo?

Pablo – (quasi non ascoltandolo) Mario?

Mario – Ho detto qualcosa di molto stupido?

Pablo – No, no.

Mario – Lei ha un’espressione così strana!

Pablo – No, no, sto solo riflettendo.

Mario – Su quello che le ho chiesto?

Pablo – E così. Vedi Mario, vogliamo prendere un appuntamento? Ora io vado in cucina e mi preparo un omelette di aspirine, per riflettere sulle tue domande e così domani potrò risponderti.

Mario – Ma veramente, Don Pablo……

Pablo – (spazientito) Si, ragazzo, si. A domani. (e si ferma sull’uscio)

Mario – Non rientra?

Pablo – Ah no, questa volta aspetto che tu sia andato via veramente!

Mario – (allontanandosi) A presto Don Pablo.

(Buio)

3° QUADRO

Buio – una luce illumina lo scrittoio e D. Pablo è intento a scrivere, intanto si sente la sua voce fuori campo.

Pablo –                         Sonetto per Matilde

Tu devi sapere,

che non ti amo e ti amo,

perché la vita consiste in entrambe le cose.

La parola è un’ala del silenzio,

il fuoco per metà è ghiaccio!

Io ti amo, per amarti all’infinito,

per ricominciare l’infinito,

per non smetterti mai d’amarti:

Perciò non ti amo ancora!

Ti amo e non ti amo,

come se nelle mie mani

ci fossero le chiavi della felicità

e del destino infelice.

Il mio amore ha due vite per amarti.

Perciò ti amo, quando non ti amo

e ti amo quando ti amo!

(Buio)

4° QUADRO

La luce si accende su Mario che suona impazientemente il campanello.

Pablo – (da lontano) Vengo! (apre la porta) Ah sei tu!

Mario – (radioso) Ho avuto fortuna, un telegramma.

Pablo – Allora ti sei dovuto svegliare prima.

Mario – Non fa niente. Sono stato molto fortunato perché dovevo parlare con lei.

Pablo – Sicuramente qualcosa di molto importante, stai sbuffando come un cavallo!

Mario – Don Pablo – (pausa) – sono innamorato!

Pablo – Non è poi così grave, ci sono dei rimedi.

Mario – Rimedi? Don Pablo se esiste un rimedio allora preferisco essere malato. Sono innamorato, disperatamente innamorato!

Pablo – Di chi?

Mario – Don Pablo……

Pablo – Di chi, chi è la ragazza?

Mario – (tra il sogno e la realtà) Si chiama Beatrice!

Pablo – E Dante, al diavolo!

Mario – Don Pablo?

Pablo – Una volta c’era un poeta che si innamorò di una Beatrice. Si chiamava Dante. (con solennità) Una che si chiama Beatrice, suscita un amore profondo… (guardando Mario che scrive sul palmo della mano) …che fai?

Mario – Mi scrivo il nome del poeta Dante.

Pablo – (divertito) Dante Alighieri (sillabando)

Mario – Con l’acca?

Pablo – No, ragazzo con “A”!

Mario – “A” come Anemone…

Pablo – (divertito) …come anemone e profumo di fiori.

Mario – (quasi irritato) Don Pablo?

Pablo – Da qua te lo scrivo io… (e scrive sul palmo della mano di Mario) …ecco qua, prego, e allora?

Mario – Sono innamorato!

Pablo – Lo hai già detto, ed io cosa ci posso fare?

Mario – Lei mi deve aiutare!

Pablo – Ragazzo, alla mia età!

Mario – Lei mi deve aiutare, perché non so cosa le devo dire. Quando lei mi sta davanti, è come se fossi muto.Non mi esce una parola dalla bocca!

Pablo – Non le hai ancora parlato?

Mario – Quasi per niente. Ieri sera sono andato lungo la spiaggia come lei mi ha consigliato. Ho guardato a lungo il mare, non mi è venuto niente di niente in mente.Allora sono andato nella trattoria e ho comprato una bottiglia di vino con i soldi che lei mi ha dato. Bene, lei mi ha venduto la bottiglia di vino!

Pablo – Beatrice?

Mario – Beatrice! L’ho guardata e me ne sono innamorato.

Pablo – Così presto?

Mario – No, non subito, l’ho guardata per ben dieci minuti!

Pablo – E lei?

Mario – Lei ha detto: “Cosa guardi ho qualcosa di strano?”

Pablo – E tu?

Mario – Non sapevo cosa risponderle.

Pablo – Proprio niente? Non hai detto neanche una parola?

Mario – Proprio niente no, cinque parole le ho dette.

Pablo – E quali?

Mario – (facendo lo spelling) Come ti chiami?

Pablo – E lei?

Mario – lei ha detto: Beatrice Gonzales.

Pablo – Tu le hai chiesto “Come ti chiami?” bene, sono tre parole, e le altre due?

Mario – Beatrice Gonzales!

Pablo – Beatrice Gonzales?

Mario – Si lei ha detto: Beatrice Gonzales ed io ho ripetuto Beatrice Gonzales!

Pablo – Ragazzo, tu mi hai portato un telegramma urgente, e continuando a parlare di Beatrice la notizia marcisce nelle mie mani.

Mario – E’ vero lo apra.

(Nel mentre Pablo apre il telegramma, Mario cerca di leggerne il contenuto)

Pablo – Come postino dovresti sapere che la corrispondenza è una faccenda privata.

Mario – (quasi offeso) Don Pablo, io non ho mai aperto una lettera.

Pablo – Non ho detto questo, io intendo dire soltanto che si ha il diritto di leggere le proprie lettere in pace, e senza spie o testimoni.

Mario – Capisco Don Pablo.

Pablo – Mi fa piacere.

Mario – A presto (fa per andare).

Pablo – A presto Mario. Ecco prendi, (gli porge delle monete) così puoi comprarti qualcosa.

Mario – Don Pablo, se non le spiace vorrei pregarla di scrivere una poesia per Beatrice, invece di darmi dei soldi.

Pablo – Mario, io non la conosco proprio, un poeta deve conoscere la persona alla quale ispirarsi; no, non posso inventare qualcosa in uno spazio vuoto.

Mario – Cosa le devo dire allora? Lei è l’unico su quest’isola che mi può aiutare, tutti gli altri sono pescatori e non sanno cosa devono dire.

Pablo – Ma anche questi pescatori almeno una volta si sono innamorati e avranno detto qualcosa alle ragazze che gli piacevano.

Mario – Qualche stupidaggine.

Pablo – Ma si sono innamorati e sposati. Cosa fa tuo padre?

Mario – E’ pescatore.

Pablo – Vedi, deve pur aver parlato una volta con tua madre per farsi sposare!

Mario – Don Pablo, Beatrice Gonzales è più carina di mia madre.

Pablo – Caro Mario, io sono molto curioso di sapere cosa c’è scritto nel telegramma – permetti?

Mario – Lei è a casa sua.

Pablo – Grazie, (lacera la busta e incomincia a leggere) vediamo…

Mario – Non viene dalla Svezia, vero?

Pablo – (distrattamente) No, no.

Mario – Crede che avrà il premio Nobel quest’anno?

Pablo – Ho deciso di non preoccuparmene. E’ già abbastanza spiacevole quando il mio nome viene inserito nel ballottaggio ogni anno, come se fossi un cavallo da corsa.

Mario – E allora da dove viene il telegramma?

Pablo – Da parte del comitato centrale del Partito. (pausa) Oh, mio Dio!

Mario – Brutte notizie?

Pablo – Peggio mi devo candidare per la Presidenza della Repubblica.

Mario – Ma è meraviglioso!

Pablo – Meraviglioso se si è candidati, ma se vengo eletto?

Mario – Naturalmente sarà eletto.Tutti la conoscono. Mio padre a casa ha un unico libro, ed è il suo.

Pablo – E che vuol dire?

Mario – Come che vuol dire? Se mio padre, che non sa né leggere e ne scrivere, possiede un suo libro significa che vinciamo.

Pablo – Vinciamo?

Mario – Ma certo! Io comunque, voto in ogni caso per lei.

Pablo – Ti ringrazio per l’appoggio. (entra dentro, prende la giacca) …ora ti accompagno alla trattoria per conoscere la tua bella Beatrice.

Mario – (agitato) Don Pablo sta scherzando?

Pablo – Nemmeno per sogno, andiamo alla trattoria, beviamo un sorso di vino e…gettiamo uno sguardo alla ragazza.

Mario – (entusiasta) Morirà dallo stupore, quando ci vedrà insieme. (declamatorio) Pablo Neruda e Mario Jimenez, insieme nella trattoria a bere un bicchiere di vino. (quasi urlando di gioia) Morirààà!

Pablo – Sarebbe triste, invece di scrivere una poesia buttar giù un necrologio. (pausa)

Mario – Don Pablo, se sposo Beatrice lei mi farebbe da testimone?

Pablo – Quando avremo bevuto il nostro vino decideremo sulle due questioni.

Mario – Quali due?

Pablo – La presidenza e Beatrice Gonzales.

(Buio)

5° QUADRO

Buio – una luce illumina la macchina da scrivere di Neruda – si sente il ticchettio dei tasti – la voce fuori campo di Neruda ha come sottofondo questo ticchettio.

Pablo – La politica arrivò inaspettatamente come un colpo di fulmine e mi strappò dal mio lavoro. Ritornai un’altra volta nel mondo degli esseri umani. Gli uomini sono stati per me la lezione della mia vita. Mi avvicino a loro con la timidezza propria del poeta, con il timore conscio del timido; ma quando poi sono tra di loro, mi sento come trasformato. Sono parte fondamentale della maggioranza, sono le foglie del grande albero umano!!

(Buio)

6° QUADRO

La stanza in penombra di Beatrice

Madre – Dormi?

Beatr. – No mamma.

Madre – Che fai?

Beatr. – Penso. (nel frattempo la madre accende la luce che illumina B.) Perché accendi la luce? (infastidita)

Madre – Voglio vedere che faccia hai quando pensi.

Beatr. – (rigirandosi verso il cuscino) Spegni questa luce mamma!

Madre – (notando la finestra aperta, ed accingendosi a chiuderla) …in pieno inverno con la finestra aperta…

Beatr. – Questa è la mia stanza mamma!

Madre – Ma il conto del dottore lo pago io. (si siede sul bordo del letto ed incomincia ad accarezzare i capelli di B.) …Parliamone apertamente Beatrice, chi è! Sai bene cosa intendo, io, vi ho visti insieme sullo scoglio.

Beatr. – (rigirandosi e mettendosi seduta sul letto) Mamma, ho 16 anni!

Madre – Ed io ho già i capelli bianchi, ed i capelli bianchi significano esperienza. Chi è?

Beatr. – (trasognante) Si chiama Mario.

Madre – Che fa?

Beatr. – Il postino.

Madre – Postino? Il postino a Isla Negra? Ti ha mentito!

Beatr. – Non hai visto la sua borsa?

Madre – Naturalmente che l’ho vista, e ho visto anche a cosa serve; a nascondere una bottiglia di vino!

Beatr. – Lo spaccio era già chiuso.

Madre – A chi porta la posta?

Beatr. – A Don Pablo Neruda, sono amici!

Madre – Te l’ha detto lui?

Beatr. – Sono stati insieme tutto il tempo, non li hai visti?

Madre – E di cosa hanno parlato?

Beatr. – Di politica.

Madre – Ah, anche lui è comunista?

Beatr. – Mamma, Don Pablo diventerà il Presidente del Cile!

Madre – Figlia mia, se tu confondi la politica con la poesia, sarai presto una madre nubile. Che ti ha detto?

Beatr. – Non mi ha detto molto, mi ha solo guardata.

Madre – Nella trattoria. Ma dopo, sugli scogli?

Beatr. – Mi ha raccontato del suo lavoro.

Madre – molto interessante……

Beatr. – Naturalmente! Conosce molta gente lui.

Madre – Ma se ad Isla Negra solo il poeta riceve posta, tutti gli altri sono analfabeti?!

Beatr. – E’ già sufficiente così. Il poeta gli dà delle ottime mance……

Madre – E lui ci si compra il vino!

Beatr. – Il poeta gli regala francobolli, mi ha detto che possiede un album con francobolli di tutto il mondo.

Madre – E se li è portati con se sugli scogli per mostrarteli……

Beatr. – Mamma vorrei dormire!

Madre – Che ti ha detto, che ti ha detto, voglio sapere che ti ha detto sugli scogli.

Beatr. – Metafore! (pausa) Cosa c’è mamma? A cosa pensi?

Madre – (preoccupata) E’ la prima volta che sento pronunciare questa parola, e che razza di metafore ti ha detto?

Beatr. – Diceva… diceva…, che il mio sorriso scivola sul mio viso come una farfalla.

Madre – E poi?

Beatr. – (con fare ingenuo) Quando lo ha detto, ho riso.

Madre – E poi?

Beatr. – Allora ha detto qualcosa sulla mia risata. (entusiasta) Ha detto che la mia risata è una rosa, un pezzo di legno che si sbriciola, l’acqua che prorompe, che la mia risata è come una sorgente argentea che improvvisamente zampilla.

Madre – E tu cosa hai fatto?

Beatr. – Niente sono rimasta in silenzio.

Madre – E lui?

Beatr. – Che altro ha detto?

Madre – No, figlia mia, cos’altro ha fatto. Il tuo postino non ha soltanto la bocca, ma anche delle mani.

Beatr. – Non mi ha neanche sfiorata, ha detto che era felice semplicemente di stare seduto accanto ad una ragazza così pura come la riva di un oceano bianco.

Madre – E tu?

Beatr. – Sono stata in silenzio a riflettere!

Madre – E lui?

Beatr. – Ha detto che gli piace quando sto in silenzio, perché gli sembra che i miei occhi come se, fossero volati da lì e la mia bocca fosse chiusa da un bacio.

Madre – E tu?

Beatr. – L’ho guardato!

Madre – E lui?

Beatr. – Anche lui mi ha guardata.Poi non mi ha guardata più negli occhi, ma ha guardato a lungo i miei capelli, senza dire una parola. Poi accarezzandosi i suoi capelli (e ne imita il gesto) ha detto: “Vorrei decantare i tuoi capelli, ma non ne ho il tempo, in quanto dovrei decantarne uno per uno”.

Madre – Figlia mia, smettila. Questo è un uomo pericoloso! Un uomo che prima ti tocca con le parole, poi con le mani e poi……

Beatr. – Ma mamma che c’è di male nella parola?

Madre – (con disprezzo) Non c’è droga peggiore del bla-bla-bla. Far credere ad una cameriera di paese di essere una principessa Veneziana! Eppure nell’era della verità, quando si torna alla realtà, le parole risultano assegni a vuoto.Allora preferisco un ubriacone che ti tocca il sedere a chi ti dice “che il tuo sorriso vola più in alto di una farfalla”!

Beatr. – Guizza, mamma, Guizza come una farfalla.

Madre – E’ indifferente se vola o guizza, e sai perché? Perché sono parole, sono fuochi d’artificio che scompaiono nell’aria!

Beatr. – Le parole che mi ha detto Mario non sono svanite nell’aria; io le ho conservate qui (indica il cuore) e, mentre lavoro le ripenso spesso.

Madre – (decisa) Bene, domattina presto farai la tua valigia ed andrai a stare un paio di giorni da tua zia a Santiago.

Beatr. – Ma mamma, io non voglio!

Madre – Quello che vuoi tu non mi interessa, la situazione è già abbastanza compromessa.

Beatr. – Ma che c’è di tanto male in un ragazzo che ti parla? Tutte le ragazze hanno questa esigenza.

Madre – Si vede già lontano mille miglia che quello che ti dice l’ha preso da Don Pablo.

Beatr. – Non ha mai detto che erano parole sue. Ma mi ha guardato e le parole sono uscite fuori dalla sua bocca come uccelli.

Madre – Come uccelli dalla bocca?! Stasera fai la valigia e domani vai a Santiago! Lo sai come si dice quando qualcuno spaccia per sue le parole di un altro? Plagio. Il tuo Mario può finire in prigione con le sue……metafore. Telefonerò al poeta e gli racconterò che il postino gli ruba i versi.

Beatr. – Mamma come puoi credere che Don Pablo si preoccupi di queste cose. E’ stato candidato alle elezioni presidenziali, forse riceverà il Nobel per la letteratura, e tu lo vorresti seccare per un paio di metafore.

Madre – Un paio di metafore? Ma ti sei guardata? Tu trasudi come una pianta. Figlia mia, tu ardi di desiderio per lui; e questo si può guarire solo con due tipi di medicine, o con un viaggio o con il letto. Forza, prepara la valigia!

Beatr. – Non ci penso nemmeno, io resto qui.

Madre – Figlia mia, i fiumi portano pietre, le parole gravidanze.

Beatr. – Starò attenta.

Madre – Starai attenta? Per come ti conosco io, tu cadrai già al solo contatto di un unghia della mano. E ascolta, io ho letto Neruda molto prima di te, e so molto bene che persino il “fegato” può diventare poetico quando gli uomini prendono lo slancio.

Beatr. – Neruda è una persona seria. E’ il candidato della sinistra. Diventerà Presidente.

Madre – Quando si tratta di letto non c’è nessuna differenza tra un liberale, un prete ed un poeta comunista; i poeti sono i peggiori, e Pablo Neruda è il peggiore di tutti.

Beatr. - (ridendo) “E Neruda è il peggiore di tutti”! Questo si che è un verso.

Madre – Ridi, ridi! Lo sai che ha scritto? “Io amo l’amore dei marinai, che baciano e se ne vanno. Lasciano una promessa e non tornano mai”!

Beatr. – Neruda?

Madre – Neruda! E come puoi stare così allegra?

Beatr. – Non farei un dramma per un bacio.

Madre – Per un bacio no, ma il bacio è la scintilla che accende un incendio. Ecco ancora un verso di Neruda: “Io amo l’amore che viene diviso tra baci, letto e pane. L’amore che si vuole liberare per amare di nuovo”! O concretamente figlia mia: persino la colazione a letto.

Beatr. – Mamma!

Madre – E poi il tuo postino ti cita la poesia immortale che io ho letto quando avevo la tua età: “Io non lo vorrei, amata, poiché niente ci deve incatenare l’uno all’altra, nulla ci deve unire”! (nel contempo fa un gesto alla figlia che rappresenta una donna incinta)

Beatr. – Non capisco?!

Madre – (ripete la frase di prima scandendo una parola per volta)

Beatr. – (ingenuamente) L’anello?

Madre – (ironicamente) Si, figlia mia, l’anello1 Prepara in silenzio la tua valigia.(pausa)

Beatr. – Mamma, lo trovo molto stupido. Solo perché un uomo mi ha detto che il sorriso guizza sul mio viso come una farfalla, devo andare a Santiago?

Madre – (urlando e toccandola con forza) Non fare la stupida1 Oggi il tuo sorriso è una farfalla, ma domani i tuoi seni sono colombe che tubano, i tuoi capezzoli due succulenti lamponi, la tua lingua il piacevole tappeto caldo degli Dei, il tuo deretano la poppa di una nave, e quello che hai tra le gambe è la stufa a carbone dove viene forgiato l’eretto metallo delle razze. Buona notte!!

(Buio)

7° QUADRO

Luce di una lampada fuori dalla finestra della stanza di Beatr. Ella sta in piedi con le spalle al pubblico davanti alla finestra. Pablo si trova a proscenio e parla direttamente al pubblico. Nel momento in cui inizia a parlare, una luce ne illumina debolmente il volto

Pablo – La mia candidatura dilago come un incendio. Non c’era luogo dove non dovessi andare. Ero commosso da questa moltitudine di uomini e donne del popolo che mi facevano domande, mi baciavano, piangevano. Io parlavo con loro, leggevo loro le mie poesie sotto piogge torrenziali, per le strade melmose spazzate dal vento del Sud che fa rabbrividire la gente stessa del Sud. Mi assalì l’entusiasmo. Sempre più gente veniva alle riunioni, accorrevano sempre più numerosi. Affascinato e spaventato contemporaneamente, pensavo cosa sarebbe stato di me se fossi stato eletto Presidente della Repubblica. All’inizio sarei stato acclamato, e poi nei successivi 5 anni e 11 mesi, avrei subito a torto o ragione un martirio. Poi giunse la bella notizia. Allende risultò come il possibile candidato di tutto l’Unidad Popular. Con l’approvazione del mio partito rinunciai alla mia candidatura mentre io indietreggiavo davanti ad una gigantesca massa esultante Allende avanzava!!

(Sull’ultima battuta, buio e sottofondo sempre increscendo di “El Pueblo unido” per pianoforte di Sergio Ortega).

8° QUADRO

L’uscio della casa di Pablo, egli è intento a verniciare di verde il telaio. Mario arriva correndo ed ansimando.

Mario – Don Pablo, Don Pablo (urla quasi senza fiato)

Pablo – Cosa c’è, stai sbuffando come una locomotiva. Tieni, bevi un sorso d’acqua.

Mario – Don Pablo, ho una lettera.

Pablo – E cosa c’è di strano, fai il postino!

Mario – Don Pablo, come amico, vicino e compagno, la prego di aprirla e leggermela ad alta voce.

Pablo – Ma perché tanta fretta?

Mario – L’ha scritta la madre di Beatrice.

Pablo – La madre di Beatrice scrive a me? Lei spiattella un segreto! D’altronde, io ho finito la mia “Ode al gatto”. L’ho rappresentato in tre immagini convincenti: la prima, come…minuscolo idolo da salotto; la seconda come…agente segreto della casa, e…terza, come…sultano della tegola erotica.Che ne pensi?

Mario – (sempre più fremente) Per favore la lettera!

Pablo – (straccia la busta e spiega il foglio) – Egregio Don Pablo, io sono Rosa, vedova Gonzales, proprietaria della locanda ad Isla Negra. Ammiratrice della sua poesia e simpatizzante cristiano-democratica.Sebbene alle prossime elezioni non voterò né per lei, né per Allende, le chiedo come Madre, come Cilena e vicina di Isla Negra un colloquio urgente su un certo Mario Jimenez, seduttore di minorenni.La prego, prenda in considerazione la mia richiesta. Distinti saluti, Rosa vedova Gonzales.

(Lunga pausa, Pablo passandosi la mano nei capelli dice: “Compagno Mario Jimenez, io non entro nella tana del leone, disse il coniglio”.

Mario – (urlando e disperato) Che devo fare allora?

Pablo – Prima di tutto, devi calmarti. Io non sono sordo.

Mario – Mi scusi Don Pablo.

Pablo – Scusato. Ora vai a casa e dormi un po’, hai delle occhiaie più grandi di un piatto da zuppa.

Mario – Io dovrei dormire? Ma se è da una settimana che non chiudo occhio, in casa mi chiamano il gufo.

Pablo – E nel giro di una settimana ti metteranno in quella cassa di legno chiamata bara. Mario, la nostra discussione è più lunga di un treno merci, permetti che adesso mi occupi anche delle altre lettere?

Mario – Ma lei non mi può piantare in asso, scriva alla Signora, per favore, di non fare sciocchezze.

Pablo – Ragazzo, io sono un poeta e nient’altro. Io non possiedo l’arte sublime di farla finita con le suocere.

Mario – Poeta e futuro Presidente del Cile, lei mi ci ha messo dentro, e lei mi ci deve tirar fuori. Lei mi ha regalato i suoi libri, lei ha fatto si che usassi la lingua non solo per attaccare francobolli. La colpa è la sua se mi sono innamorato.

Pablo – Come dicono i Messicani: “Le anatre prendono il fucile”.

Mario – Lei mi deve aiutare.Lei ha scritto una volta: “Non mi piace la casa senza tetto, la finestra senza davanzale. Non mi piace l’uomo senza la donna, la donna senza l’uomo, che devono vivere, baciandosi ardentemente, penetrandosi uno con l’altro finché non si spengono. Io sono il buon poeta mediatore di matrimoni”.Quindi, ora non può affermare che questo è un assegno a vuoto.

Pablo – Secondo la tua logica Shakespeare dovrebbe essere arrestato perché ha lasciato assassinare il padre di Amleto? Se il povero Sh. Non avesse scritto niente, sicuramente non gli sarebbe accaduto nulla.

Mario – Don Pablo, non mi confonda ancor di più di quanto già lo sia.Io le chiedo una cosa molto semplice: risponda alla lettera della Signora e la persuada a lasciarmi vedere Beatrice.

Pablo – E così saresti contento.

Mario – Si.

Pablo – Se tu riesci a vedere la ragazza poi mi lascerai in pace?

Mario – Almeno fino a domani.

Pablo – E’ già qualcosa. Vuoi telefonarle?

Mario – Ora? (si avvicinano al telefono)

Pablo – Immediatamente (pausa), sento che il tuo cuore è nervoso come un cane. Prenditelo tra le mani.

Mario – Non posso farci niente.

Pablo – (staccando il ricevitore) Dammi il numero della trattoria.

Mario – Uno, uno, uno.

Pablo – Devi aver faticato molto per ricordartelo.

(Compone il numero, al primo squillo si accendono le luci sulla trattoria, il telefono squilla più volte, Mario è agitatissimo, al sesto squillo……)

Pablo – Signora Rosa vedova Gonzales?

Madre – Desidera?

Pablo – Qui parla Pablo Neruda……

Madre – E allora?

Pablo – Vorrei ringraziarla per la sua bella lettera!

Madre – Lei non mi deve ringraziare Signore, io vorrei parlarle subito.

Pablo – Dica pure, Donna Rosa.

Madre – No, no vorrei parlarle personalmente.

Pablo – E dove?

Madre – Dove vuole.

Pablo – Allora a casa mia?

Madre – Vengo immediatamente! (riaggancia il telefono)

Mario – Che ha detto?

Pablo – Viene qui, almeno giochiamo in casa ragazzo mio!

(Neruda va verso il giradischi e mette un disco e nel mentre dice…)

Pablo – Ti ho portato un regalo da Santiago, l’inno ufficiale dei postini.

(Attacca “Please Mister Postman” dei Beatles. Neruda balla, Mario l’osserva affascinato. Neruda interrompe la danza quando vede arrivare Donna Rosa dal pubblico. Nasconde Mario dietro la porta,Donna Rosa entra in scena.)

Pablo – Si segga Donna Rosa.

Madre – Quello che ho da dirle è troppo importante per parlarne seduti.

Pablo – Di cosa si tratta, mia signora?

Madre – Da alcuni giorni un certo Mario Jimenez gira intorno alla mia trattoria. Questo signore ha importunato mia figlia appena sedicenne.

Pablo – Che le ha detto?

Madre – Metafore.

(Pausa)

Pablo – E allora?

Madre – E allora?

Madre – E con queste metafore l’ha eccitata e sconvolta come una collina di termiti Don Pablo!

Pablo – E’ un uomo Donna Rosa.

Madre – La mia piccola Beatrice si strugge per questo postino. Un uomo, il cui unico capitale è il fungo tra le dita dei suoi piedi puzzolenti. Ma se i suoi piedi ribollono di microbi, la sua bocca ha la freschezza di una lattuga ed è confusa come un’alga marina. E la cosa peggiore è, Don Pablo, che le metafore con le quali seduce mia figlia le ha rubate dai suoi libri.

Pablo – (si finge esageratamente meravigliato) No!?

Madre – Si, mio signore! Prima, ha parlato ingenuamente di sorrisi come farfalle; ma poi le ha detto che il suo petto era come un fuoco appiccato da due fiamme.

Pablo – E lei crede che questa descrizione sia solo espressione di ciò che in realtà egli volesse da……

Madre – (interrompendolo con decisione) In realtà mia figlia è così infuocata che quando c’è lei in casa non c’è bisogno di accendere la stufa!

Pablo – (tra se) Veramente convenente.

Madre – (continuando) Io volevo mandarla a Santiago, inutile! Poi le ho proibito di lasciare la casa fino a che questo Signor Jimenez non sarà scomparso. Lei troverà crudele che io la castighi in questo modo, ma pensi che tra i suoi seni ho trovato nascosto questa istruttiva poesia:

(Buio, si sente la voce di Mario che declama)

Nuda sei tu semplicemente come una delle tue mani,

semplice, realista, minuscola, rotonda, trasparente.

Tu hai linee lunari, tu sai di miele,

nuda sei slanciata come il grano,

nuda sei blu come la notte a Cuba,

tu hai organi stellari nei capelli,

nuda sei tu gigantesca e dorata

come l’estate nelle Chiese dorate.

Madre – Ciò significa, Signor Neruda, che questo postino ha visto mia figlia nuda come un verme. Perché questa poesia purtroppo non mente, mia figlia è proprio così quando è nuda.Per il momento non posso denunciare il suddetto Mario Jimenez per corruzione di minorenne, ma io la scongiuro, visto che lui ha una grossa fiducia in lei, ordini a questo postino e plagiatore di rinunciare immediatamente e per sempre di vedere mia figlia. E se non lo farà, gli faccia sapere che io personalmente gli caverò gli occhi con un coltello della mia trattoria. Arrivederci!

Pablo – (resta in silenzio, quando la madre ha lasciato la scena, dice piano…) Arrivederci! (apre la porta di Mario, e senza guardarlo gli dice…) Mario Jimenez, sei pallido come un sacco di farina.

Mario – Don Pablo, fuori sono pallido, ma dentro sono violaceo.

Pablo – Non certo gli aggettivi ti possono aiutare dal ferro rovente della Signora Gonzales. Ti vedo già portar lettere con un bastone bianco ed un cane nero, e con occhi così vuoti come il salvadanaio di un mendicante.

Mario – Se io non posso vederla, che bisogno ho degli occhi!?

Pablo – Carissimo, tu sei  ancora molto inesperto; tu devi imparare a distinguere tra una poesia ed una canzonetta. La Signora Rosa forse non attuerà le sue minacce, ma se lo farà allora potrai ben dire, a buon diritto, che la tua vita è in pericolo.

Mario – Ma lei andrà in prigione.

Pablo – Solo per un paio d’ore, poi sarà libera. Lei dirà di aver agito per legittima difesa. Lei dirà che tu minacciavi la verginità di sua figlia con l’arma in pugno, poiché la metafora colpisce come un pugnale, è tagliente come una zanna e lacera i cuori come si lacera un imene. La poesia lascia traccia con la sua saliva ribollente sui capezzoli degli amanti. Francois Villon fu appeso ad un albero per molto meno dove gli fu messa una rosa al collo. (guardando Mario) Cosa hai?

Mario – Tremo. Per quanto mi riguarda questa donna mi deve raschiare le ossa ad una ad una con una lametta. Mi dispiace solo di non poter vedere le sue labbra color ciliegia, i suoi grandi occhi che sono così tristi come se li avesse partoriti la Notte, e che non posso sentire il calore che lei emana.

Pablo – Secondo il giudizio della Signora Rosa, piuttosto sprizza fiamme che calore.

Mario – Perché sua madre mi caccerà? Io la voglio sposare.

Pablo – Dal suo discorso, risulta chiaro che tu non possieda altro capitale che lo sporco delle tue unghie ed i funghi ai piedi.

Mario – Ma io sono giovane e sano, e i miei polmoni sono più potenti di un mantice.

Pablo – Tu li usi soltanto per sospirare di Beatrice Gonzales. Già si dissolve in un fischio asmatico, come quello delle sirene di una nave fantasma.

Mario – Con questi polmoni potrei sospingere una regata velica fino in Australia.

Pablo – Ragazzo, se tu continuerai a struggerti per la Signorina Gonzales, fra un mese non avrai abbastanza forza neanche per spegnere le candeline su una torta di compleanno. Inoltre una cosa è che io ti ho regalato dei miei libri, un’altra è che tu li abbia plagiati. Tu hai regalato a Beatrice la poesia che io ho scritto per Matilde.

Mario – La poesia non appartiene a colui che la scrive, ma a colui che la usa.

Pablo – Mi piace questa frase democratica ragazzo, ma non vogliamo mica trascinare la democrazia così oltre da doverci mettere d’accordo in famiglia su chi è il padre?!

(Mario va al telefono, alza il ricevitore e lo porge a Neruda, questo rassegnato lo prende e compone il numero)

Pablo – Signora Rosa vedova Gonzales?

Madre – (fuori campo) Si prego?

Pablo – Qui parla Pablo Neruda…

Madre – E anche se fosse Gesù Cristo con i 12 Apostoli, il postino Mario Jimenez non metterà mai più piede in casa mia!! (riattacca)

Mario – Don Pablo, cosa c’è?

??

(Buio)

9° QUADRO

Interno trattoria, Beatrice sta davanti ad un banco intenta a preparare da mangiare, Mario timidamente entra in scena e a bassa voce chiama…

Mario – Beatrice…

(Beatrice si gira e vede Mario, il suo volto si illumina, Mario le si avvicina timidamente, la ragazza con fare provocatorio si fa scivolare sulle labbra un uovo, fino a trattenerlo tra esse. Mario sorride e alza la mano per prenderglielo. Beatrice si sposta di lato giocosamente e in modo seducente, si ferma appoggiandosi ad un tavolo e si fa scivolare l’uovo sul corpo reggendolo con un dito. Prima sui suoi seni, poi sulla pancia fino al basso ventre. Mario la osserva affascinato. All’altezza del pube, Beatrice fa per far cadere pericolosamente l’uovo, per raccoglierlo poi abilmente con l’altra mano; se lo riporta sempre in modo sensuale sulla fronte e lo lascia scivolare sul naso fino al collo. Blocca l’uovo col mento e invita Mario con un gesto di congiungere le mani per formare un cestino. Mario si inginocchia e tiene le mani come richiesto. Beatrice va verso di lui e lascia cadere l’uovo nelle mani di Mario. Questi lo prende nelle mani, nel mentre Beatrice si inginocchia davanti a lui. Mario con l’uovo compie ampi cerchi sul corpo di lei. Prima intorno al suo viso, poi scende verso i seni sino al ventre, per poi risalire compiendo gli stessi gesti. Quando arriva con l’uovo sul viso di lei, questa lo trattiene in bocca, Mario l’abbraccia e se lo prende tra le sue labbra; ed uniti in uno strano bacio, si alzano; al momento lei si sbottona parte della camicia, e lui fa scivolare l’uovo nell’apertura, lei si slaccia la cintura della gonna che scivola a terra insieme all’uovo, il quale si spiaccica sul pavimento. Nel mentre, Mario le sbottona e le toglie completamente la camicia facendo affiorare i seni nudi, Beatrice sbottona i pantaloni a Mario che con un gesto veloce ed elegante se li sfila. Ora Beatrice e Mario appaiono nudi, e di profilo al pubblico, tenendosi per mano voltano le spalle e si avviano verso il fondo con il calare delle luci. Ora vedendo quasi solo ombre, dalla parte di Mario entra Pablo che gli porge un vestito scuro, e dalla parte di Beatrice entra Donna Rosa che le porge un abito da sposa. I due li vestono. Risuona il “Valzer per Jasmi” di Tito Fernandez. Beatrice e Mario si presentano al pubblico come una coppia di sposi: avanzano con passo nuziale, salutano e cominciano a ballare il Valzer. Neruda invita la madre a ballare. I 4 ballano per un pò, poi Neruda interrompe il ballo, versa da bere in 4 calici, porge i bicchieri e tutti brindano con un festoso ma melanconico “Viva gli sposi”. Neruda posa il bicchiere e va sul fondo, prende una valigia e silenziosamente si accomiata da tutti lasciando la scena. Tutti sono tristi tranne Beatrice che continua a ballare da sola intorno a Mario creando delle evoluzioni col velo dell’abito. Ad un tratto, Mario l’avvolge nel velo, la prende tra le braccia e la porta via. La madre rimane sola sulla scena ad osservare . Buio completo.)

10° QUADRO

Quando si riaccendono le luci, la madre siede sul letto di Beatrice e legge la lettera di Pablo. Ai suoi piedi un pacchetto, Beatrice e Mario ascoltano estasiati.

Madre – (legge) Caro Mario Jimenez dai piedi dolenti, indimenticabile Beatrice Gonzales scintilla ed incendio di Isla Negra, onorata Signora Rosa vedova Gonzales, caro futuro erede Pablo Neftali Jimenez, Gonzales Delfino di Isla Negra, sublime nuotatore nella placenta di tua madre maternamente calda, e non appena vedrai la luce del sole, re delle rocce, degli aquiloni ed esperto nello spaventare i gabbiani. Voi cari tutti, voi 4 amati, sebbene ve lo abbia promesso non ho scritto prima, perché non volevo mandare nessun biglietto con le danzatrici di Degas. Io so che è la prima lettera che tu ricevi caro Mario, e questa deve essere chiusa assolutamente in una busta, altrimenti non avrebbe avuto valore per te. Mi diverto molto al pensiero che tu stesso ti debba recapitare la lettera.

Madre – Ma non ha spiegato niente, i pensieri del poeta svolazzano in giro come uccelli. (rivolgendosi a Mario) Apri il pacchetto allora, a cosa stai pensando di nuovo?

Mario – I pensieri del poeta svolazzano come uccelli. Carissima suocera avete composto un’eccellente metafora.

Madre – Apri il pacchetto che muoio dalla curiosità.

Mario – (aprendo il pacco) Questa cosa degli uccelli la racconterò al poeta, forse ne farà un verso. (tirando fuori dalla scatola un vecchio magnetofono) Cosa è?

Madre – Be, un registratore, che altro? Che c’è scritto sul biglietto? Dammelo lo leggo io!

Mario – No, no, lei legge troppo velocemente.(inizia a leggere molto lentamente) Caro Mario! Punto esclamativo! Premi il tasto rosso!

Madre – Ci hai messo più tempo per la cartolina che io per la lettera.

Mario – Perché lei non legge le parole, ma le divora (imita il verso di mangiare velocemente); le parole si devono far sciogliere in bocca.

Beatr. – Non litigate, premi il tasto rosso (il tasto viene premuto da entrambi).

(Per un momento si sente solo lo scorrere del nastro, poi qualcuno che si schiarisce la voce e finalmente Pablo che parla)

Pablo – Post scriptum…

Mario – (entusiasta) Come si spegne?

Madre – Silenzio! (ammonendolo)

Pablo – Volevo mandarti qualcos’altro oltre alle parole

Mario – Come si ferma?

Pablo – Perciò ho racchiuso la mia voce in questa gabbia che canta, una gabbia che assomiglia ad un uccello.

Mario – Qui, si ferma qui. (il nastro viene fermato)

Madre – Perché l’hai fermato?

Mario – (completamente fuori di se) Avevo ragione! P.S. Post scriptum, ci mancava! (e ripete facendo spelling). L’ho detto io che non terminava una lettera senza Post scriptum. Il poeta non l’ha dimenticato. Io sapevo che la prima lettera che ricevevo in vita mia avrebbe avuto un P. S. ora è tutto chiaro suocera! La lettera ha il suo P. S.

Madre – Bene la lettera ha il suo P. S. e per questo urli tanto?

Mario – Io?

Madre – Si tu, tu urli. Premi il tasto rosso o vado a dormire.

Mario – Un’altra volta dall’inizio?

Madre – Per me.(preme un tasto, ed il nastro torna indietro; ripreme il tasto rosso – rumore del nastro che scorre, lo schiarirsi la voce ed il poeta che dice P.S. - )

Madre – (velocemente) Silenzio!!

Mario – Io non ho detto niente!

Pablo – Volevo mandarti qualcos’altro in aggiunta alle parole, perciò ho imprigionato la mia voce in questa gabbia che canta. Una gabbia che assomiglia ad un uccello. Te le regalo. Ma ho una richiesta Caro Mario che solo tu puoi realizzare. Vai con il registratore per Isla Negra e registra tutti i rumori e i suoni che sentirai ovunque. Ho un bisogno impellente delle mie cose, sarà anche solo un’ombra di ciò. Mandami i rumori di casa mia. Vai in giardino e fai suonare la campana. Campana o mia campana. Nessun’altra parola ha questo suono, se la campana sta appesa in un campanile sul mare. Poi vai alle rocce e registra il suono delle onde che si infrangono, e se senti un uccello registra anche quello, e se senti il silenzio delle stelle registralo.(pausa). A Parigi è inverno. Il vento alza la neve come il mulino la farina. La neve sempre più alta, penetra nella pelle, e fa di me un re triste con una tunica bianca.Già mi arriva alla bocca, già sfiora le mie labbra , già non mi vengono più le parole. Affinché tu conosca la musica francese, ti mando una melodia del 1938. L’ho scovata in un negozio di dischi vecchi nel quartiere latino. La canzone si chiama “J’attendrei” e il testo dice: “Ti aspetterò giorno e notte, aspetterò sempre che tu ritornerai.” (suona la versione originale di “J’attendrei” cantata da Rine Betty, sul disco “des ballas Armes del Music Hall Voix de son maitre” PTX 400331, Nr 31)

(Buio)

11° Quadro

Musica a tutto volume, suona una Cumbra (?). In mezzo alla scena Mario trita diversi tipi di verdure al ritmo della musica. Beatrice lo accompagna porgendogli le verdure. Sul pavimento c’è il registratore di Neruda.

Mario – (verso i registratore) Caro Don Pablo, grazie della lettera e del regalo. Io tenterò di fare una poesia e di recitarla sul nastro, senza averla messa per iscritto.

(La Madre appare sullo sfondo con una pillola)

Madre – Mario!

Mario – (verso il registratore) Fin’ora niente di importante!(e si allontana)

Beatr. – (al registratore) Ci ho messo un po’ di tempo per esaudire il suo desiderio. In estate sono successe molte cose ad Isla Negra. Perciò il sindaco di una fabbrica tessile a Santiago ha deciso di procurare ai lavoratori una specie di vacanza ed ha scritto un contratto con mia madre, ed ora tutti i lavoratori affollano la trattoria.

Mario – (entra velocemente e riempie una caraffa di vino. Poi al registratore) Adesso sono nella cucina della trattoria. Al mattino recapito la posta e dalla sera pulisco il pesce e taglio le cipolle. Ma sto bene così!

(Mario esce precipitosamente)

Beatr. – (riprende la registrazione) Noi stiamo bene come ha visto. Bene Don Pablo, non le vogliamo portar via più del suo tempo prezioso. Le vorremmo solo dire come è strana la vita. Lei si lamenta che la neve le arriva sin sopra le orecchie e noi tranne che al cinema, non abbiamo mai visto un solo fiocco di neve.

Mario – (entra e si appoggia al registratore) Come vorrei essere a Parigi per nuotare nella neve. Solo nei film yankee quando era Natale l’ho vista. In ogni caso come ringraziamento per il suo regalo le dedico la poesia che ho scritto per lei

Beatr. – Si chiama: “Ode alla neve su Neruda a Parigi”

(Mario sale su una sedia e comincia a recitare)

Mario – Lieve accompagnatrice dal passo discreto,

               latte dei cieli in abbondanza,

               candido grembiule delle mie scarpe,

               lenzuola dei viaggiatori silenziosi,

               che girano di pensione in pensione

               con una foto ingiallita,

               leggero e molteplice nobile fanciullo,

               ali di migliaia di colombe,

               Prego te, bella tra le belle,

               scendi giù amichevolmente su P. Neruda a Parigi,

               vestilo di gala

               con il tuo vestito bianco da ammiraglio

               e trasformati in una leggera barca a vela

               che lo porti in questo porto!

Beatr. – Dove noi tutti sentiamo molto la sua mancanza.

Mario – Bene, qui finisce la poesia. E ora i richiesti rumori: per prima cosa il vento nel campanile di Isla Negra (inserisce la cassetta)

Beatr. – Poi la campana grande del campanile.

(Nella parte superiore della scena, appare la stanza illuminata di Neruda a Parigi. Neruda ascolta i rumori.)

Mario – Terzo le onde che si infrangono sugli scogli sotto la terrazza.

Beatr. – Quarto il grido dei gabbiani.

Mario – Quinto il cesto dei fagioli.

Beatr. – Sesto l’indietreggiare del mare.

Mario – Settimo: Pablo Neftali Jimenez Gonzales (pianto del figlio di Mario e Beatrice)

(Si spengono le luci sui 2, mentre si odono pianti e risatine del bimbo. Neruda indossa il suo Frac. Quando finisce la voce del bambino, Neruda osserva il pubblico e va giù sul palcoscenico. Mario e Beatrice stanno appoggiati con la testa su di una radio enorme ed ascoltano la trasmissione.)

Pablo – (Neruda parla come ad un’immaginaria platea) Vi ringrazio a nome del mio popolo per il premio Nobel per la letteratura, che mi avete conferito. Circa 100 anni fa, un povero poeta brillante, e più disperato tra i disperati scriveva questa profezia: “All’alba nel crepuscolo del mattino, armati di ardente pazienza, entrammo nella città sontuosa!” Io credo alla profezia di Rimbaud, a questo veggente. Io provengo da una provincia depressa, opprimente, melanconica. Io vengo da una regione che a causa di una inesorabile geografia, è staccata da tutti gli altri paesi. Ero il più solitario tra i poeti, e la mia poesia era tinta da regionalismi, piena di oblio e pioggia. Ma ho sempre riposto tutta la mia fiducia negli uomini. Non ho mai perso la speranza, perciò sono arrivato fin qui con la mia poesia e la mia bandiera. In conclusione vorrei dire a tutti gli uomini di buona volontà, ai lavoratori, ai poeti, che Rimbaud ha espresso nelle sue parole il futuro. Solo con un’ardente pazienza conquisteremo la sontuosa città, che possiede la luce, giustizia e dignità per tutti gli uomini. In questo modo la poesia non avrà cantato invano!

(Alla fine del suo discorso, Neruda guarda verso Mario e Beatrice. Dalla radio si sente un fragoroso applauso e la voce dello speaker che dice…)

Speaker –Incessante applauso del pubblico di Svezia a Pablo Neruda!

(Beatrice e Mario si abbracciano a lungo, la radio continua con musica ed applausi e voci in francese)

Madre – (rompe la magica atmosfera) E’ pronta la zuppa di fagioli?

Mario – Come suocera?

Madre – (urlando) Ho detto se la zuppa è pronta, ed abbassa quella radio per favore (va alla radio e la spegne) invece di lavorare, ascolti queste sciocchezze

Mario – Per cucinare non ho bisogno delle orecchie.

Madre – Gli ospiti sono già nella sala e la zuppa non è ancora pronta.

Mario – E’ quasi pronta.

Madre – Gli ospiti hanno fame.

Mario – Donna Rosa, con tutto il rispetto le dico che se non la stimassi tanto, la manderei al diavolo.

Madre – Bene, questa poesia ti esce veramente facile dalle labbra, perché non la scrivi al poeta?!

Mario – (intento ad aprire una bottiglia di vino) Perché adesso non ho tempo.

Madre – Invece di cucinare la zuppa bevi vino?

Mario – No, Donna Rosa, il vino è per gli ospiti mentre aspettano la zuppa.

Madre – Sei pazzo? Il vino non è compreso, si paga extra.

Mario – No, oggi offre la casa, pago io il vino.

Madre - D’accordo, ma non pensare che dimentichi di detrartelo.

Mario – Niente paura, mamma. Ecco qui il denaro in contanti, porta il vino agli ospiti e dì loro che la zuppa è pronta.

Madre – E come gli spiego che il vino è offerto?

Mario – Dica loro che oggi festeggiamo il premio Nobel di Pablo Neruda! (euforico) Noi abbiamo vinto Donna Rosa, abbiamo vinto!

Madre – Abbiamo vinto? Noi abbiamo vinto? “Su lavoriamo, disse la mosca sulla schiena del bue!”

(Mario accende la radio, suonano “la…” dal disco “Viva Chile” degli Intillimani. Mario e Beatrice prendono due sciarpe e si preparano a ballare. Cominciano a ballare, prima che la musica finisca, questa viene interrotta da una voce alla radio che comunica la seguente notizia)

Speaker – Santiago, un commando fascista ha sparato sull’Ammiraglio del Presidente Allende, e lo ha ferito mortalmente. L’attentato è stato compiuto nell’abitazione dell’Ammiraglio. Il Presidente si sta recando in questo momento in compagnia dei membri del suo gabinetto sul luogo del delitto. L’umore dei sindacati dei lavoratori C.U.T. esorta i suoi membri in tutto il paese di tenersi all’erta nei rispettivi posti di lavoro fino a nuovo ordine.

(Riprende la musica scemando, le luci si attenuano sino al buio e i 2 si separano in silenzio)

12° QUADRO

Nell’oscurità si sente risuonare il nastro di Mario con i rumori per Neruda. Nel frattempo viene preparato l’arredamento per la prossima scena. Solo nel momento in cui si sente il pianto del piccolo Jimenez, si mescola al suono il rumore di un elicottero e degli spari. Interno della casa del poeta, Pablo è in penombra, Mario appare nella stanza.

Mario – (sussurrando) Don Pablo.

Pablo – Mario, come sei entrato?

Mario – Sua moglie mi ha fatto entrare.

Pablo – Lei ti ha fatto entrare? Nella mia camera da letto? Bene, mi fa molto piacere vederti ragazzo.

Mario – Volevo venire prima, ma non è stato possibile. La casa era circondata dai soldati. Solo il dottore poteva entrare.

Pablo – Io non ho più bisogno del dottore, sarebbe meglio che mi mandassero un becchino.

Mario – Non dica così, Don Pablo.

Pablo – Fare il becchino è una buona professione Mario. Si impara a filosofare. Ti ricordi di Amleto, quando si era impegolato nelle sue speculazioni e il becchino gli consigliò:” cercate una ragazza ben fatta e lasciate stare queste stupidaggini.”

Mario – Come si sente Don Pablo?

Pablo – Di morire, ma poi niente di serio.

Mario – Sa cosa succede?

Pablo – Matilde mi vuole tenere lontano da tutto, ma io ho una piccola radio qui nascosta sotto le coperte. Diavolo, per la febbre mi sento come un pesce in padella.

Mario – Passerà Don Pablo.

Pablo – Si figlio mio, la febbre mi passerà.

Mario – Don Pablo, ha veramente qualcosa di serio?

Pablo – Ti rispondo con le parole di Mercurio da Romeo e Giulietta quando lui muore tramite la spada di Tebaldo e dice (alzando la voce): “La ferita non è così profonda come una fontana e non è larga come un portale di una chiesa, ma è sufficiente. Chiedi domani di me e vedrai che sono rigido.”

Mario – La prego Don Pablo, si rimetta disteso.

Pablo – Aiutami ad andare alla finestra.

Mario – Non posso.

Pablo – Io sono il mediatore del tuo matrimonio, il tuo ruffiano, il padrino di tuo figlio. Appellandomi a questo titolo ottenuto con il sudore della mia penna, pretendo da te che mi conduci alla finestra.

Mario – Soffia un vento fresco. Lei ha la febbre e Donna Matilde ha detto…

Pablo – Ascolta questo verso: “Il vento fresco è relativo!” Sapessi che vento gelido soffia nelle mie ossa l’ultima spada mi trafigge con una forza acuminata. Ragazzo conducimi alla finestra.

Mario – E’ solo che, Don Pablo…

Pablo – Tu mi nascondi qualche cosa. Se apro la finestra va forse via il mare? Hanno portato via anche lui? Hanno chiuso anche lui in una gabbia?

Mario – Il mare è là, Don Pablo!

Pablo – E allora? Portami alla finestra.

Mario – Il mare è la, ma c’è anche dell’altro.

Pablo – Su via, voglio vederlo.

(Mario sostiene Pablo e lo aiuta ad andare alla finestra, l’aprono, si sente il rumore del mare e poi una sirena di un’autoambulanza)

Pablo – Ah bene, un’autoambulanza.Questo è il segreto, un’autoambulanza. Perché non già un carro funebre?

Mario – Lei deve andare in ospedale a Santiago. Donna Matilde Le sta preparando le sue cose.

Pablo – A Santiago non c’è il mare.

Mario – Lei brucia di febbre.

Pablo – Dimmi una bella metafora, così che possa morire in pace.

Mario – Poeta, non mi viene in mente nessuna metafora, ma ascolti mi ha fatto entrare perché io le devo dire molte cose.

Pablo – Speriamo che il tempo basti, ragazzo. Dille velocemente.

Mario – Tra ieri ed oggi sono arrivati più di 20 telegrammi per lei, io volevo portarglieli, ma la casa era circondata dai soldati e son dovuto ritornare. Mi perdoni per quel che ho fatto, ma non c’era altra via.

Pablo – Cosa hai fatto?

Mario – Ho aperto i telegrammi ed ho imparato i testi a memoria, in modo che lei sapesse cosa contenessero.

Pablo – Da dove vengono?

Mario – Da ogni parte. Devo iniziare con quello della Svezia?

Pablo – Su, su, sbrigati.

Mario – “Dolore e disprezzo per l’assassinio del Presidente Allende, il Governo ed il Popolo offrono asilo al poeta Pablo Neruda”

Pablo – Vai avanti.

Mario – Il Messico mette a disposizione un aereo per Neruda e famiglia.

Pablo – Mario, per tutta la vita sono stato come un gufo, ma non ho mai avuto buona vista. Che c’è là sugli scogli?

Mario – (accorato) Don Pablo?

Pablo – Sugli scogli, la gente sugli scogli! Che fa la gente sugli scogli Mario?

Mario – Cercano qualcosa. Sembra che cerchino qualcosa.

Pablo – Cosa cerca quello e quell’altro? Cosa cercano nell’acqua? Cosa cercano tutti sulla riva?

(Intanto sembra soffocare, ansima per la febbre)

               Avvolto nel cielo, ritorno al mare:

               il silenzio tra l’una e l’altra onda

               racchiude una pericolosa incertezza.

               La vita muore, il sangue si ferma

               finché avverrà il nuovo movimento

               e risuonerà la voce dell’eternità.

(la luce si spegne. L’ululare della sirena si sente sempre più forte fino ad allontanarsi. Silenzio assoluto.)

13° QUADRO

La luce fredda della porta di casa di Mario. Quando la scena si illumina ci sono due poliziotti e Mario.

1° Pol – Lei è Mario Jimenez?

Mario – Si signore.

2° Pol – Mari Jimenez di professione postino?

Mario – Postino signore.

1° Pol – Nato il 07 febbraio del 1952?

Mario – Si signore.

2° Pol – Figlio di Josè Jimenez il pescatore?

Mario – Pescatore signore.

1° Pol – Bene, lei deve venire con noi.

Mario – Perché signore?

2° Pol – Vogliamo farle un paio di domane.

1° Pol – Un’indagine di routine.

2° Pol – Non deve avere paura.

1° Pol – Dopo può tornare a casa.

2° Pol – Non deve aver paura.

1° Pol – Si tratta solo di un’indagine di routine.

2° Pol – Solo un paio di domande.

1°Pol – Poi potrà tornare a casa.

2° Pol – Le ripeto solo un’indagine di routine.

(I tre lasciano la scena. Fuori scena si sente il rumore di chiusura di una porta di un’auto che poi si allontana con stridio di ruote. Si riodono le voci che si accavallano dei poliziotti del dialogo precedente e di Mario, il pianto del bambino, i suoni registrati per Neruda,la voce della madre.Di Beatrice e del poeta. Sullo scemare delle voci, incalza la melodia dei Beatles “Please Mister Postman”)

SIPARIO

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