Copioni
  • Cerca Copioni
  • I più visti
  • Invia Copione
  • Contatti
  • Inserisci un Evento
Copioni
  • Cerca Copioni
  • I più visti
  • Invia Copione
  • Contatti
  • Inserisci un Evento
HomecopioniMANFRIDI GiuseppeArsa

Arsa

  • MANFRIDI Giuseppe
  • Monologo
  • 1

ARSA

di

Giuseppe Manfridi

Al Ghetto. A Venezia. La stanza di una giovane donna, che fu gi la stanza di una bambina e poi quella di una fanciulla.
Durante le sedute di una confessione coatta.

Carissima, mi chiedi di sapere qualcosa della nostra Sara ma, con ogni probabilit, tu vuoi sapere di quell'altra Sara, realmente vissuta, da cui la nostra nasce e che si chiamava: Sara Coppio Sullam.

Come anche la mia scrittura fa intendere, quella Sara visse scrivendo. E, come a tratti accenno, a Venezia. Nel Ghetto ebraico di Cannaregio. Quel che non dico quando: a cavallo tra il Cinque e il Seicento. Il suo epitaffio ce la tramanda bella e consunta, di febbri, precocemente. Bionda, come te. Amava leggere quanto amava scrivere e leggeva di tutto, ma soprattutto versi. Leggeva i poemi della sua gente, ne leggeva di antichi e moderni, di arabi e cristiani. La fame da cui era trascinata la port, infine, a imbattersi ne La Regina Esther, una sterminata sequela di endecasillabi ben foggiati che racconta, per l'appunto, di una regina pagana convertita. Ne era autore un vecchio cattolico bolognese, l'erudito Ansaldo Ceb, arido quanto la sua penna ma che pur seppe incantare la fanciulla con la grave possanza del suo armamentario retorico e con la sterile precisione della sua metrica. Perci Sara gli scrisse; lui le riscrisse e lei, come peraltro ho scritto, gli riscrisse ancora, innamorata di quell'uomo che non incontr mai e che una sola cosa insisteva a chiederle: di convertirsi. Sara Coppio si rifiut. Alla nostra Sara, invece, ho imposto di dire 's'. Ed oltre questo s che tu vai ad incontrarla: tra la gente di un tempo che la nuova natura non le consente, comunque, di abbandonare. E furiosa. Furiosa contro di s, scorgendosi cos piegata, contro chi la pieg e contro l'incauto sacerdote che, quotidianamente, la raggiunge nel Ghetto, come fosse in terra nemica, affinch ella possa praticare il sacramento, a lei ignoto, della confessione.
La mia e nostra Sara cercher redenzione praticando all'estremo la propria colpa. E digiunando, negandosi a se stessa sino all'estinzione e alla trascendenza.
Bene... ci detto, compiamo il misfatto. Le parole hanno bruciato Sara, le parole la raccontino.

Sar arsa, Sara.
Rasa

arsa

Sara.
Sar arsa

rasa

Sara.
Sar

Sara

arsa.


Il Rabbi mi diceva:

fuori di qui

ti brucerebbero.
Hai un'innata vocazione all'eresia.
Fuggi

le tue radici come un passero il ramo.
Tu sai fuggire, Sara,

ma non abbandonare.
Ci da cui ti involi

dove tornerai.

II


Dir, sin dal principio, la mia storia.

Breve davvero,

quanto, fino ad oggi, la mia vita.

E' storia, Padre, che voglio raccontarvi

in quanto voi chiedete a me una colpa.

Colpe cercate come corpi chiari

su cui calcare i chiodi della croce.
Ma colpa mia non vedo. Oh, non

che non ci sia, ma non la vedo

in tutta quanta la storia che vi affido.
Fatti e peccati saran mischiati insieme

come luce nell'aria: a voi di sceverarli.

III

Certo non

mistero, qui nel Ghetto,

che Sara, gi bambina, amasse le parole.
Amava trasformarle, cavarne acrobazie.
Confondersi in questioni, malarsi di problemi

che sol chi scrive e non chi legge sa.
Qui germina, voi dite, un primo accenno...
- No, non mangio! V'ho detto che non mangio!

Qui germina, dicevo,

o, se non germina, traluce

qualcosa d'infernale?

(Ride)

Amavo, insomma, poesie e poesiole.

Scritte da me: qualsiasi.
Di mano d'altri: poche,

e, pi che un bacio, un verso

poteva conquistarmi.

IV

(Brandendo, contro qualcuno, una lettera e citandola a memoria)

"M' grato il tuo interesse...

m' grato ma non caro.
Di pi non posso darti,

creatura a me non cara.

Io voglio che la mia

poesia raggiunga cuori

che siano cari al Dio

che scorgere non vuoi."

(Abbassando il braccio)

Eccolo, Padre: qui il principio

di tutte le sevizie.
Qui il principio e il suo inverarsi.

E poich, Padre, tutto

noi possiamo volere fuor che il nostro volere,

io cominciai ad amarlo.

Inorridite, Padre:

cominciai, desiderandolo, ad amarlo.

V

Lessi un suo poema.
La regina Ester.
Storia di donne

pagane convertite.
La forza

del suo scritto mi convinse.
Sapessi dire

cosa fu quest'essere convinta!
Posso azzardare:

piegare il capo a una passione nuova

ch'era nel peso dei suoi versi innanzitutto.
Non il tema mi convinse ma la forma.
Ma quella forma mi propose un tema

e tema e forma mi condussero a chi scrisse.
Dunque a un nome e il nome a un corpo.
Di naso, viso.
Occhi, braccia e gambe.
Vivo e vero.
Vecchio sapevo.
Lontano e infermo.
Ma vivo e vero.
Cristiano.
Famoso e colto.
Mi dissi:

certo bello in giovinezza.

Tra me e me sorrisi a lui.
Di me sorrisi.
Cos l'amai.

(Un silenzio.
Poi davvero come se parlasse a s)

Mi si prosciughino le ossa ormai!
Si vuoti la mia carne

e sgusci via dai muscoli ogni polpa.
Disparir per lui.
Contro

di lui.
Gli scrissi insomma.
Praticamente: vi amo.
Vi amo gli scrissi scrivendogli che amavo

i suoi versi senza requie.
E lui mi scrisse.
Gli riscrissi e lui mi scrisse.
Gli scrissi ancora

e lui mi scrisse ancora.
Non gli scrissi

una volta

e lui mi scrisse allora:

"Scrivimi, Sara.
Perch non scrivi pi?"

Ed io gli scrissi:

"Perdono

se non vi ho pi scritto."

"Di che perdono?"

Mi scrisse lui.
"Di temervi" gli scrissi.
"Perci non scrissi"

gli scrissi.

"Scrivimi, piccola

ebrea." Mi scrisse quello.

Non scrissi,

lui lo riscrisse e da quel giorno

io gli riscrissi sempre.
Cos fui

pi che un'amante.
Gli scrissi pure

quando gi lui

non mi scriveva pi.

VI



Non bene, no,

ma grazie d'essere qui.
Che rumori!... Sentite?
Come fossero voci.
E cresceranno.
Ah,

in nomine Patri

et Filii...
cos si dice,

vero?
Cristo

Ges...
Mi godo

Padre

le mie prime invocazioni

a Lui.


(Un silenzio)

Non so dire cosa

di quel che ho fatto

tra ieri e oggi

sia peccato o no.
Ho

forse trattato

con un eccesso d'ira la mia serva.
Per me l'ira

anzi

dico meglio: in me

un tracotante

rifiuto d'ogni cosa.
Taccio, scanso, mi sottraggo

a chi viene con le solite parole: "Mangia, Sara,

solo un poco, e bevi bevi"

Non rispondo nemmeno: via!
Mi volto e taccio

mordendomi le labbra.
E' un silenzio, credetemi, che insulta.
Non voglio nulla e ben presto verr quando

pi nessuno verr nemmeno a insistere

nemmeno voi verrete

io nulla voglio e questo

mio non volere lo pretendo

con tale decisione

che a chi lo impongo suona

quasi come la pi dura delle offese.
Sono rari i miei 'no', sapete?
E quando m'escono son duri.
Perci li fuggo.
Addirittura pi di quanto

non siano gli altri a farlo.
Forse

son sola in tutto ormai.
E pure in questo: sola.
Se non veniste voi...

(Si distrae)

Poi vediamo

che cos'altro ho fatto?

(Sorride)

Che strani

sacramenti, voi cristiani!


(Si corregge)

Noi cristiani.
Dirsi le cose.
Ah,

ditemi:

ma pure dei miei sogni devo dirvi?
E di quello che penso, che mi passa

anche senza volerlo per la testa?


(...)

Pure quello!
E pure questo

forse un poco ingiusto

poich spesso

noi pensiamo ci che non vorremmo.
Ma cos sia.
Ve lo dir lo stesso.

VII

Rieccovi, signore, all'esazione quotidiana.
Puntuale all'ora vostra. Puntualissimo.
Meritate per davvero un bell'applauso:

ne avete di coraggio a traversare

le fosse del nemico, inesorabile, ogni giorno.
Debbo starvi molto a cuore, ne ho piacere.
Per purtroppo

sono spiacente per voi: ho deciso

di starmene oggi muta. S, oggi muta.
Crudele, vero,

crudelissimo

negarvi i miei peccati,

ovvero il vostro pane! Cos .
Ragion per cui, restate pure

se il mio silenzio giustifica l'impresa,

ma vi prego:

non fatemi n fatevi domande:

cos ho deciso, non c' perch.

VIII

Ieri

pure con voi sono stata prepotente.
Ieri e altre volte ancora, m'aspettavo

punizioni adeguate.
Ma nulla o quasi nulla.
Come mai, mi domando.
Per bont?
Per carit?
Perch?
Presso di noi la bont non

esser buoni ma giusti.

Non fate mai, vi supplico,

che debba ringraziarvi.
Ringraziare

non voglio pi nessuno.
Gi l'ho fatto con voi, non lo far mai pi.
N dir grazie, n scusa.
Ad ogni modo ho fatto

la mia lieve penitenza.
Dunque, di nuovo...
Che pur da ieri a oggi

non trascorso che un giorno di pensieri e basta.
Solo pensieri, e cosa dirvi adesso?
Ah

ricordi!
Quelli s

forse un po' peccaminosi.
E sempre di lui, o almeno

per lo pi di lui.

(Rumori)

E' per il rito

della circoncisione.

Usiamo feste

che ingombrano ogni luogo.
Quel giorno non verrete.
Sola mi voglio.
Troppo molesto per un buon cristiano.

(Si alza. Va a prendere delle carte)

Le sue lettere, vedete?
Mi ciberei di queste.

(Mastica un foglio)

Gi accadde.
Non accadr mai pi.

(Si siede)

Che dicevate ieri?

Che il Cielo debitore

di un'anima a quell'uomo.
La mia colpa, costante, non spartire

con voi quest'entusiasmo.
Del credito suo quell'uomo

in debito con me.
Mia fu

quell'anima che, persa,

quiggi m'affossa

tra mura di vergogna.

IX

(Con una lettera tra le mani, scorrendola)

"Mi fai sapere, stranamente, Sara,

del tuo aspetto che tu dici:

pu piacere.
Come a aggiungere, tra veli:

pu piacerti."

(Leva lo sguardo)

Di pi altro, astutamente,

non mi scrive.

Solo che, perfidamente,

di me ha capito che son bella.
E che mi andava, soprattutto, di farglielo capire.
Che ha capito, mi scrive, quanto mi andasse di farglielo capire.
La prima, questa, di infinite sue vittorie.
Lo stupro umilia

immensamente ma pur vero

che gi di per s l'umiliazione stupro.


(Straccia la lettera)

Stupro! Stupro!

Io da te

contaminata ormai per sempre. Io da te

stuprata. Io che se

contro di te...

io che se

contro di te mi scaglio

ribadisco la tua assenza e, soprattutto,

il tuo sconfiggermi. Ripeto

lo stupro che credetti

un approdo coniugale,

o l'esito perfetto.

(Alzando con forza gli occhi sul deuteragonista)

S, stupro:

esatta la parola, precisamente intesa!
E mai lo vidi, mai mi vide ma fu stupro

per ogni mia interiora, per ogni ncavo

del corpo mio, del cuore mio in attesa

e gettito di caldo liquame che da dentro

come un bitume mi scur facendo

il corpo suo nel corpo mio di me padrone.
Stupro: questa

l'unica parola.

Oh, la vedo la domanda: come si possa, Padre,

pure cos nella pi estrema

tra noi distanza, vero?...
Via, ammettetelo, stavolta

pura smania di sapere ad accendervi lo sguardo e non il mite,

a voi pi usuale, puro senso del dovere...
Ebbene, qui impalata la risposta sono io...
qui piantata come un fiore tropicale nella macchia lagunare,

estranea a tutti e tutti essendo

ormai per me stranieri:

la risposta

a come possa tanto stupro consumarsi sono io.

(Allarga le braccia, come crocifissa)

Pi che ascoltandomi, guardandomi potrete

perci, forse, comprendere qualcosa.

X



(Con un libro tra le mani)

Fui debole ad amarti

amando l'apparente

tua amabile scrittura?

Fui debole per questo?
Per ci precipitata

in tanto disamore?

O fu virt poetica

nutrir d'amore la

tua debole scrittura?

XI



(Sara gualcisce i lembi di una carta appallottolata. Legge.)

"Non voglio non voglio non voglio...
Nel modo pi assoluto mai,

capiscimi mia cara, non voglio n vorr

volere mai il tuo volere, Sara.
Dio me ne scampi, non lo vorrei giammai.
N voglio che tu voglia

volere ci che, ammetto,

vorrei fosse il tuo volere e non lo .
Ma mai che tu lo voglia

solo perch lo voglio.
Io solo posso dirti: quandomai

volesse il tuo volere coincidere col mio

e il Cristo Nostro Dio

farsi in te carne del vivo desiderio, allora s

perfetta e salda come tu vuoi sar

quell'unione tra noi che adesso,

per questo tuo ostinato non volere, son costretto

purtroppo a non volere. Purtroppo, Sara,

se tu non vuoi, non posso io volere."

(Sara riappallottola il foglio e lo morde.)

XII

Eppure ci fu

dell'amore

ci fu.

No!

S.

Ci fu. E se ci fu ancora c'.
Da cercare ma c'.
Non so dove,

n come, ma ce:

in quel buio che penetra il buio

d'un piccolo stipo pensato

per nascondersi all'occhio, in un mobile

che i casi hanno perso nell'ombra c' ancora

un peluzzo, un'inezia, una scheggia...
quel pochissimo tutto che sia

quell'amore che pure ci fu.

O fu tutto

un mio solo pensiero?
Un mio solo donarmi?
Solo un suo possedermi?
No, non voglio

pi crederlo, n

pi saperlo, pi sentirmelo dire! Non voglio

mai pi!
Mi ha amato, lo amai.
Poich amato mi am.
Niente ha preso ma avuto.
Niente ho perso ma dato.
E potessi di nuovo, di nuovo amerei.
Di nuovo! Mai pi

quegli orrendi pensieri, mai pi!

(Accorgendosi di qualcuno che avanza)

Ah voi... siete qui...
c'eravate gi prima?... Da quanto?...
A vedermi parlare da sola, a sentirmi... m'avete

sentito mentire? Mentirmi? Da sola, a me stessa...
Niente niente... dicevo

che quel caro signore che tanto v' caro

c' caso che, forse, un po' m'abbia anche amata.
Me lo dico e un po' quasi ci credo.

S lo so che mentire una colpa,

ma mentire con gli altri: mentire

a se stessi per me gi penitenza.
Non da questo vorrei,

non da questo!,

esser mai perdonata.

XIII

"Convertiti o sospendi

la tua penna, Sara:

se non per questa

unica cagione

non penso pi d'adoperar la mia."

E cos fece.
Al mio 'no' lui tacque.
Gli replicai quel 'no'

per dieci, venti

lettere e lui tacque.
Dopo un anno infine...

"T'ha benedetta il Cristo?"

E gi il mio 'no' si fece

un 'non ancora'.


(Una breve pausa)

Altre poche sue lettere bastarono

per donarmi spezzata al vostro Dio.

XIV

Io, Sulamita,

mi feci cristiana

per dirgli 's'.

Un 's'.

Quel 's'.

Lo dissi.
Lo scrissi.
Lo feci.
Mi feci

inumana

cristiana.
Benedetta alle vostre

pupille, io che dissi

scrivendo

quel detto

dettato

da lui

dettatissimo

's'.

(Si segna)

In nomine Patris...
et Filii...

(Rumori da fuori.
Canti. Folla)

XV

E nemmeno m'importa, a volte, che

m'abbia fatto lui fare ci che ho fatto.
Non m'importa, a volte, questo

ma che non m'abbia amata

assolutamente mai,

e che con tanta

forza non amandomi

m'abbia governata.
Questo, a volte, m'importa. Solo questo, terribilmente.
Che mai, neppure in illusione,

m'abbia al centro del suo mondo avvicinata.
Oh, questo s m'importa, a volte, pi

dell'abiura, della non rivelazione

alla quale son piegata, del nonnulla

a cui m'ha convertita in ossequio ai suoi bisogni.
Che l'enorme io abbia affrontato

per condiscendere al suo verbo e non sorretta

da una briciola di lui, n mai partecipe

del pi opaco e distratto fra i suoi sogni.

XVI



Che sciocchissimo errore! Che vi chiesi,

iersera, di cercare

la colpa in ci che ho fatto?
Ma se evidente:

il mio delitto

atroce, il mio tradire

la gente mia che ronza adesso

con voci e canti attorno a questa casa

come uno sciame attorno a una carcassa,

voi d'altre rive

non lo chiamate... Grazia?

XVII



Parlo

con pi confidenza a Nostro Signore ormai.
Lo chiamo per nome innanzitutto e gli attribuisco i suoi meriti.
La sua natura gli riconosco.
Non poco per me.
Anche se qualcosa, dentro, mi uccide.
Glielo direte che son brava? Glielo direte?
Che davvero sto divenendo quello che lui voleva.
Per il mio bene lo voleva. Certo, lo so: per il mio solo bene.
Queste voci di fuori mi cercano.
Ero in lotta con esse. Ora di meno.
Quasi non pi. Facciano

quello che vogliono!
Ho sgranocchiato del pane. Solo del pane e basta.
Ma perch non ne ho bisogno; non che non voglio.
Non posso.
Vuol dire che giusto cos.
Ho imparato la perfetta equivalenza

tra giusto e naturale

perci nessuna risposta su questo argomento.
Per carit, non sembri

un moto di ribellione; disobbedienza.
Nella fatica che compio

cerco solo la via per me pi semplice.

XVIII

(Rumori da oltre le pareti

Voci.

Ritmi.
Musiche.

Sara sorride; accenna)

Circoncideranno.

(Tace, ascolta.
Rumori, suoni e ritmi pi forti.
Lei si incupisce)

Ci circonderanno.

XIX

(Ride)

Un autentico nano.
M'hanno detto che un autentico nano.
Non m'ha turbato, anzi.
Secondo voi ci rende

il mio amore pi prezioso

o ancor pi insano?

XX



Non ho pi

gola.
Se non per l'aria.
Mangiare m'offende.
M'offende il piatto colmo.
La carne che s'illiquida e s'incarna.
L'uso dei denti addosso agli elementi.
L'ingombro che rammemora

alla forma i suoi recessi.
L'esigenza diuturna. L'indecenza

delle stupide e occluse

polpe senza voce. Per mille volte:

non provatevi ancora

a venire, e venire!...
Non v' chiaro che l'aria

in cui vivo all'oscuro

di gusti e profumi?
Ripeto: non mangio, e sia dato

per legge.

XXI



(Sara carezza i suoi oggetti.
Come cose lontane, evocate dalla nostalgia)

Era una pietra

compatta e forte

di colori dardeggiante il luogo mio.
Foresta d'anime e come adesso voci

ma voci mie. Non pi.
Un chiuso e casto spazio

la mia terra nel recinto lagunare,

la mia casa in quella terra,

la mia stanza nella casa.
Questa stanza.
Qui covavo, vezzeggiando i miei piaceri, la passione che diruppe.
Praticavo la mia Fede.
Figuravo altri orizzonti.
Spasimavo, ma in un rogo di delizie.
Ero in pace coi fratelli.
Ero assenza del mio corpo.
Ero dita della mano.
Ero corso, infiltrazione,

ero vena che portava

come gli altri la sua parte, il suo fardello,

di sangue cupo e vivo che poi ad altri trasmettevo.

Ero sola e impreziosita

dal mio starmene da sola ma congiunta

alla gente, alla Natione.

Non pi. Mai pi.

Mai pi, poich voi dite:

"Sta' quieta, Sara:

sei nella luce adesso..."

(Ride)

Di questa luce, dunque,

che a niente qui si sposa,

vi tacer quello che penso.

XXII



La Sinagoga, gi di l, nascosta tra le case.
Muratura tra le mura. Quasi sembra

una casa come tutte. C' di fronte

uno spiazzo dove giocano i bambini.
Ascoltateli, si sentono.

Ricordarla mi ricorda

il primo maschio che abbia odiato. Ero bambina

nello spiazzo che giocavo. Uno straniero,

qui ne arrivano pochissimi, s'avvicina per guardarla.
Ha la pelle dura e nera e un mantello che lo fascia

dalla testa sino ai piedi.
Come un giunco divorato da una fiamma.

"Ah, sognare - sognai - solo sognare

che stanotte mi rapisca!"

Sta con uno.

Io m'accosto per sentire

che mai dice quel principe bellissimo.
Non chiaro come parla ma abbastanza

perch l'altro lo capisca, e lo capisca io.
Il mio Tempio lo paragona a un minareto.
Ma con sdegno, lamentando

d'aver perso tanto tempo per vederlo. L'avrei ucciso.
Nessun altro se ne accorse. L'avrei ucciso.
E due volte, non una, l'avrei ucciso.
Per il sogno e per l'insulto. E mai pi voglia

di morte pi potente da allora ho mai provato.
Se, Padre, mi credete:

cos potente mai. Neppure adesso.

XXIII


Incombi.
Detta tra noi la verit,

catastrofico vecchio, che tu incombi ancora.

Sei tra me e il tetto

di questa stanza. Fuori di qui saresti

tra me e il cielo, tra me e il suolo

che mi regge e non mi tocca: tu mi tocchi.
Sei tra l'aria e la mia pelle

un'ardente fasciatura.
Incombi, maledetto. Mi mastichi e trituri,

e l dove tu ti trovi nemmeno forse senti

di che fame sei preso e quanto ancora,

dimentico di me, continui a maciullarmi.
Il morso tuo ha lasciato

dentro la pelle fori

solidi pi dei denti.

XXIV



(Sara si carezza con i polpastrelli le guance.
Forse dinanzi a uno specchio)

Perdo fiori.
Gocce rosa dal pallido prato

ormai nudo alla luce dell'aria.

S, lo sento: svanisco.

Non pi il luogo lo dice

ma le introvabili labbra, i miei seni sfiniti

e lo sguardo che spinge

i suoi raggi stanchissimi incontro alle cose.

Si infiggevano un tempo - ora, foglie,

sanno solo poggiarsi, tenersi

un istante e cadere.

Foglie, fogli...
qui ai miei piedi i miei sguardi nei suoi.

XXV



Tremate.
Spiritosamente tremate.
Sar che cosa? Il clima della festa? Ammettete, lo previdi.
O no, piuttosto: il mio cangiato

aspetto? Orripilante, vero?...
Non mi sembra che pi tanto

gusto abbiate nel venire.
Ed arretrate.
O sar io

nei gangli miei quintessenziali finalmente adivenuta

all'intera mia finale inverecondia? Sono io?
Ed arretrate.

Ombra siete

che chiede all'ombra: succhiami.
Tremate.
Comicamente tremate. Ah, ricordassi

una almeno, solo una

delle tante mie storielle

d'un tempo! Qui gli ebrei

ne inventano stupende.
Ne sapevo, le ho scordate.
Divertentissime, credetemi...
vi ridarei coraggio.
O non volete? Non vorreste? No?...
Signore, dove andate?
Che fiume vi trascina a gambe alte? In che corrente

pur di fuggir da me comicamente

schizzate via annaspando?
Ma sapeste

che spasso ne avreste!

Signore, dove andate?
Se solo voi voleste,

se solo ricordassi,

una almeno

di quelle mie storielle!

(Ride. Chiaramente sola)

XXVI



Ti odio.
Ti ho, Dio.
Tuo addio.
Tu ed io.
Tu e Dio.
Tuo Dio.
Tu, oh Dio!
Tuo odio.
Mio odio.
Mi odi,

mio Dio?
Mi ha Dio.
Mio addio.
Mio Dio.
Mi odio.

XXVII



Mi confesso.
Cerco colpe da confessare

e confessarmi

la mia colpa.
Come in tutta la mia vita fu

chieder perdono ci di cui dovetti

farmi perdonare.
E perdonare da me per prima.

XXVIII



Non mi vedo dimagrire ma so che dimagrisco.
Per me come se lo spazio

si dilatasse attorno

e dileguasse, si facesse fino fino.

Non sono io che muto

ma il mondo che si sforma.

Poich soffro, mi domando dove soffro.
E in quale corpo

la notte mi addormento?

Qualcosa forse muore

per colpa del mio morire?

XXIX



Io

ardo per questo mio

non pi divenire.
Pater, brucio.
Non mi vedete voi

ardere, brillare e farmi

minuscola, minuscola?

XXX



Diversa

sono

ovunque

ormai tranne

dove sono

tranne

dove non sono

pi

dispersa

nel corpo

mio disperso

che comincia

comincia

a non essere

non essere

pi.

XXXI



Veggo un'anima...
una sposa alla quale il Verbo ha dato

un vestimento fatto a foggia nuova,

stampato di gigli e rose

e carica ha la fronte e il collo

di tante gioie che giammai si vide

sposa colma di gioie quanto questa.

La veggo entrare in Paradiso risguardando

il sommo trono, circuita

da Serafini e Santi; e dopo questa veggo

una seconda sposa

la veste della quale nudit

e che si adorna di nulla e d'esser

dispregiata. Ed essa

non entra in Paradiso: sta

in su la soglia e guarda

per un cancello e non ardisce

d'alzar gli occhi a risguardare

non dico il trono ma nemmeno

il basso cielo, la luce... Anima mia,

una di queste due spose scegli!
Se fossi sapiente quella

vestita di nulla eleggeresti.
La prima il Verbo

umanato; la seconda,

la dispregiata, il Verbo

divino. E' luce e carne!

Esser quella dovresti, divenire

quell'anima nuda, anima mia!...
Tu che un nichilo sei...
Solo un nichilo al mondo.

XXXII



Io, Sara, quella nuda cosa sono.
In me s' fatto il vuoto nudit.

Io ti bestemmio ultimo mio Dio

e dubito che fosti mai immortale.

Affamata ai tuoi piedi estinguo, e vedo

il velame che sciama nel silenzio.

    Questo copione è stato visto:
image_pdfScarica PDFimage_printStampa o Salva PDF
Visite: 1.067


Il lavoro dell’attore sul personaggio
Manuale di Improvvisazione Teatrale
Giochi di teatro per le scuole. Manuale teorico pratico ad uso di insegnanti e trainer
Hotel San Benedetto del Tronto Hotel Alba Adriatica
San Benedetto del Tronto
Teatro e Cinema
  • Corsi di Teatro nelle Marche
  • Novart Festival
  • Copioni

    I copioni teatrali che trovi nel nostro sito sono di proprietà degli autori, sono stati reperiti online o ci sono stati inviati da utenti che come te hanno usufruito del nostro database.

    Se noti qualche anomalia o qualcosa che violi i diritti d’autore ti preghiamo di segnalarcelo tempestivamente attraverso il form nella pagina Contatti.

    Se desideri arricchire la nostra raccolta con i tuoi copioni, non esitare a inviarceli. Saremo lieti di valutarne l’inserimento.

    Per le tue vacanze
    Scegli San Benedetto del Tronto
    Cerchi un Hotel ad Alba Adriatica?

    Il Baltic è un 3 stelle sul lungomare con piscina, bici e servizi su misura per adulti e bambini. Prenota la tua estate al mare!

    Copyright © 2025 ateatro.info Tutti i diritti riservati