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AUTUNNO

Commedia in tre atti

di GHERARDO GHERARDI

PERSONAGGI

RICCARDO GIOSIO

GRE­GORIO PASTI

TERESA

GIUDITTA

STEFANO VIE­RI

CARLO

MARIO

LENA

MARIA

GIULIA

ATTILIO

In una villa a mezza mon­tagna. Oggi.

Commedia formattata da

Riccardo Giosio            - E’ un uomo vestito con eleganza severa e cupa, la caratteristica eleganza di coloro che amano l’ordine e la pulizia. Volto pallido, sbarbato, gelido. Dalla sua persona emanano non si sa che fluidi severi che raggelano l’aria intorno. Uomo di scienza misantropo e misogino, abituato ad intuire, più che ad ascoltare le storie dei malanni dei suoi clienti, procede in modo altrettanto sintetico in tutti i casi della sua vita: gli bastano poche parole per capire tutto A un certo punto, per l'impazienza e per l'insofferenza di sentirsi dire quel che già ha capito, precede l'interlocutore facilitandogli il raggiungimento della conclusione. Ha un cuore disseccato, ma non morto. Forse non gli manca che la luce della speranza. Perciò, tutto quel che dice ha l'aria di una liquidazione definitiva, che sconcerta e irrita. Pare perfino scortese, e non è che scontroso. Ma quando un ba­gliore di speranza penetrerà finalmente nel suo cuore, ecco che egli stesso si troverà sconcertato e imbarazzato, al punto, che, davanti a una donna, che egli sa bene di avere già involontariamente conquistato, si comporterà in modo incauto e maldestro, peggio di un ragazzo. Da questa po­sizione ridicola è salvato soltanto dalia coscienza ferma dell'ideale da raggiungere.

Gregorio                        - Obeso, col viso rosso e una bizzarra canizie, che dà alla sua fisionomia, per quanto congestionata, un tono stranamente comico. Svagato, ottimista, facile al pianto e alla preoccupazione come tutti gli ottimisti, è molto amato dalle sue donne, la moglie e la figlia, che esercitano su di lui la grande missione di maternità tanto cara alle donne di qualunque età. Infantile, ma non pagliaccio; ingenuo e sventato, ma non scemo.

Teresa                            - Quarantasette anni, capelli bianchi, elegante. A traverso la vita ha perduto ogni sentimentalismo, o al­meno ne ha acquistato la coscienza, U che è quanto dire che, anche nelle sue parole più tenere, è sempre una punta di ironia che segna il suo distacco, il suo superamento della vita. Non ama veramente che sua figlia. Quando rivedrà l'uomo che ha amato da giovane, ricorderà con piacere l'an­tica passione, ma come si ricorda una bella pagina dì un romanzo letto, senza nostalgia, senza rimpianto. Quando si servirà del passato, per salvare il presente, non si sa se in lei agisca davvero la molla del sentimento o quella dell'astuzia. Quando comprenderà di avere generato un dramma nel cuore dell'uomo che amò, sarà sinceramente addolorata e pentita della sua colpa preterintenzionale.

Giuditta                        - Una bella giovane di venti anni, giudiziosa, riflessiva.

Giulia                            - Una cantante fallita, per mancanza di fede. Donna seria, niente affatto civetta, niente affatto sciocca, che seriamente e coscienziosamente si è preparata da tempo ad essere la buona moglie di un buon marito. Soltanto è un po' borghese e, perciò, certi discorsi fuori tradizione la offendono.

Stefano                         - E' un uomo qualunque e perciò non bene defi­nito. E' capace di voler bene, ma è anche capace di agire, come se non ne volesse. Pensa prima di tutto ai suoi affari. All'amore pensa dopo, quando gli sfugge, quando è troppo tardi.

ATTO PRIMO

La scena rappresenta la sala terrena di una villa all'italiana in una località di mezza montagna. In fondo, una gran porta aperta sui monti. A sinistra due porte; a destra una porta e, in fondo, la prima rampa di una scala di legno che reca ai piani superiori. Qualche pol­trona, qua e là, mensole e mobili di stile ineguale torno torno, quadri di valore affettivo alle pareti. Nell'insieme un ambiente solido e gaio. La scena è chiara, perché il sole mattutino indora la montagna.

(Quando si alza la tela sono in scena Gregorio e Giu­ditta. Gregorio è seduto in un canto e guarda fisso il pavimento tenendo le mani sulle ginocchia come uno che stia per alzarsi. Giuditta è in piedi al fondo, ap­poggiata allo stipite della porta in attesa. Dopo un at­timo di silenzio entra in scena Teresa. Tanto Giuditta che Teresa portano abiti da casa, di .colori freschi, eleganti. Gregorio ha calzoni grigi e un maglione a ma­niche intere, di colori vivaci.

Teresa                            - (con interessamento al marito) Ebbene?

Gregorio                        - (nervosetto) Che cosa?...

Teresa                            - Che ha detto?...

(Gregorio crolla le spalle seccato e non risponde).

Giuditta                        - (volgendosi alla madre senza muoversi dalla sua posizione) Che vuoi che abbia detto?... E' appena arrivato. Ci ha appena salutati.

Teresa                            - Già, era stanco del viaggio forse... Che si sia coricato?

Gregorio                        - Chi?

Teresa                            - Buon Dio... di chi si parla?...

Gregorio                        - (nervosissimo) Ma che ne so... E' arri­vato... ha infilato la porta, è salito la scala.

Teresa                            - Senza dir niente?... Un bel modo di entrare in casa d'altri.

Giuditta                        - Ma sì... Ha salutato... Si sono stretti la mano... Poi ho sentito che ha detto: «Dopo, dopo...».

Teresa                            - Ah! ha detto: «Dopo, dopo».

Gregorio                        - (a Giuditta) Ma che ne sai, tu?

Giuditta                        - Oh... ero nascosta là...

Teresa                            - (sedendosi) E va bene. Aspettiamo. M'ero spaventata quando ti ho visto così pensieroso... ma se ha detto: «Dopo, dopo».

Gregorio                        - Ah, se credi che basti! Per conto mio, non so perché, ma mi sento battuto in partenza... Come è cambiato!

Teresa                            - Invecchiato?...

Gregorio                        - (sarcastico) Figuriamoci! In questi venti­cinque anni sarà ringiovanito.

Giuditta                        - A me è parso un bel signore... severo... austero... molto professore...

Teresa                            - Ma infine, non vedo perché tu debba fare questa faccia da funerale. Intanto è qui e passerà quin­dici giorni con noi.

Giuditta                        - E nessuno ci credeva. Stefano aveva an­che giurato che questo non sarebbe mai accaduto... (scen­de verso il padre). Invece, eccolo là... Evidentemente non è l'orso che tutti dicono e «e non è l'orso che tutti dicono dobbiamo essere ottimisti...

Teresa                            - Sicuro, ottimisti.

Gregorio                        - Allora balliamo, cantiamo...

Giuditta                        - Papà, come sei irritabile!

Gregorio                        - Credo di averne tutte le ragioni, no?

Giuditta                        - Papà è rimasto male impressionato, perché l'ha appena salutato. S'aspettava chi sa quali feste.

Teresa                            - Che feste vuoi che faccia un professore di cinquant’anni?

Gregorio                        - Come sai che ha cinquant’anni?

Teresa                            - (superando un lieve imbarazzo) Non mi hai sempre detto che il professore Giosio ha due anni meno di te?

Grecorio                        - Te l'ho detto? Bene. Ma poteva almeno dimostrarmi con un gesto, un'occhiata, non so, qualche cosa... che si ricordava di me. E' vero che lui è diven­tato celebre, mentre io ho dovuto pensare alla famiglia.

Teresa                            - Oh, adesso non dare la colpa a noi...

Gregorio                        - Ma celebre o no... via, non si incontra così, dopo tanti anni, un compagno di scuola e di spassi!

Giuditta ...................... - Restiamo ai fatti, papà. Il professore Ric­ cardo Giosio, il grande medico europeo, l'uomo che ha tastato il polso a cinque o sei regine, a sette od otto capi di Stato, che ha domato non so quanti bacilli, che legge le malattie in faccia alla gente al primo sguardo, questo uomo, questo mago, questo misantropo terribile, ha accettato il nostro invito. E noi siamo autorizzati, per ora, a coltivare qualunque speranza.

Gregorio                        - (avviandosi verso la serenità) Esatto, que­sto è esatto... Certo che a pensarci bene è già una grande vittoria, che abbiamo ottenuto. E forse, forse ci av­viamo verso una soluzione brillante... Oh... Pensa, Giu­ditta... Potrò finalmente imporre la mia volontà ai miei creditori, pretendere il posto di direttore generale della fabbrica... fare e disfare... marciare verso altre conqui­ste... Ah...

Giuditta                        - Come sei caro, papà, quando sorridi...

Gregorio                        - Oh, è per te sai, piccina, che mi affanno... Fosse soltanto per me e per questa vecchia...

Teresa                            - Senti, Gregorio, da un anno a questa parte hai preso la pessima abitudine di chiamarmi vecchia...

Gregorio                        - Be', devi riconoscere che potevo comin­ciare anche prima...

Giuditta                        - Su, non perdiamo il buon umore..

Gregorio                        - Eh, sì! Con un fallimento sul capo. (Montandosi) Quando ci penso...

Giuditta                        - Papà, su... sta buono.

Gregorio                        - Io mi ci perdo, ecco, mi ci perdo. Tutto ha contribuito ad affondarmi, tutto. Perfino gli amici, perfino quelli che avrebbero dovuto...

Teresa                            - Stefano ha fatto l'impossibile.

Gregorio                        - Lo dice lui. Ma per ottenere dal fidanzato di mia figlia, dall'uomo che tra poco mi deve chiamare papà, una dilazione, una proroga, ho dovuto escogitare questa trovata della formula, promettere quel che non avevo! Oh...

Giuditta                        - Stefano non è il padrone della sua so­cietà... E' soltanto il Consigliere delegato...

Gregorio                        - Appunto... se non poteva lui...

Giuditta                        - Deve rendere conto di quello che fa ai suoi azionisti.

Stefano                         - (entrando) Cosa c'è? Il mio caro suocero si lamenta di me?... Non ho fatto abbastanza?...

Gregorio                        - Bello sforzo!...

Stefano                         - Cosa dici?...

Gregorio                        - Dico bello sforzo. Quando avete sentito dire che c'era in aria la probabilità di una formula del più grande medico d'Italia, e forse d'Europa, grazie che avete allentato la stretta. Ma non è un favore per me. E' un vantaggio per voi. Vedete sorgere all'orizzonte un prodotto fortunato, sfido...

Stefano                         - Ma, dico, scherzi?... Prima di tutto questa formula non c'è ancora...

Gregorio                        - Ci sarà...

Stefano                         - Lo dici tu... Ma diamola per data. Prima di arrivare a noi, sarà inscritta nel tuo bilancio. Ab­biamo stabilito anche la cifra, mi pare. Mezzo milione, che per te significa il pareggio. Dunque, prima di tutto è un vantaggio per te, o no?...

Gregorio                        - (colpito) Eh, va bene... Tanto il coltello l'avete per il manico voi e devo sempre ringraziare...

Stefano                         - Ah, senti... Sei irragionevole...

Giuditta                        - Lascialo stare, Stefano...

Teresa                            - Ma sì... In fondo parla per irritazione... Non sa nemmeno quel che dice...

Stefano                         - (ostinato) I debiti, chi li ha fatti?

Gregorio                        - Ah, ecco il gran ragionamento. I debiti!... Ma naturale. Chi li fa i debiti? Il povero. Chi glieli fa fare? Il ricco. Perché se voi mi aveste detto di no fin dal primo giorno, io mi sarei regolato diversamente... non avrei preso questo vizio. Sicuro... Si trovano le venti, le cento, le duecentomila lire lì a portata di mano... « Ma prendete, prego, se ne volete ancora... A vostra di­sposizione »... Sai... Il carattere si indebolisce. Uno ci casca. A poco a poco si trova così come mi son trovato io... legato.

Stefano                         - (scandalizzato) Ah, quando è così... Non mi resta che chiederti umilmente scusa di averti aiutato...

Gregorio                        - Be'... è meglio che me ne vada a pren­dere un po' d'aria. (Esce).

Stefano                         - Avete sentito?

Teresa                            - Non gli date retta.

Stefano                         - E io messo in pericolo la mia posizione, per questa fanfaluca della ricetta...

Teresa                            - Perché poi fanfaluca...

Stefano                         - Ma perché il professore Giosio non ne ha mai date a nessuno. Ha scritto perfino un libro contro le specialità farmaceutiche.

Teresa                            - Oh... i libri scientifici... Chi li legge!...

Stefano                         - Ma lui l'avrà letto, no?

Giuditta                        - Stefano... Tu non credevi nemmeno che sarebbe venuto... Dunque... lasciami credere che le tue previsioni siano sbagliate anche questa volta. D'altra parte, abbiamo preso in affitto questa villa, abbiamo in­vitato amici e amiche a fare un po' di corte al pro­fessore, abbiamo speso insomma troppi denari, e non c'è più posto per i dubbi, i ragionamenti, i se e i ma... Or­mai bisogna tentare.

Stefano                         - Già... Ho visto una folla di gente qua e là...

Teresa                            - Tutti amici... A proposito, Giuditta, vai a vedere se hanno fatto colazione tutti. (Giuditta esce),

Stefano                         - Allegri. Corte bandita. Costerà caro tutto ciò, no?

Teresa                            - Quanto a questo è un disastro. Se non ci porta fortuna la montagna...

Stefano                         - Si finirà in pianura.

Teresa                            - Spiritoso.

Stefano                         - Ma almeno si poteva prendere in affitto una villa meno costosa, meno solenne.

Teresa                            - Non c'era da scegliere.

Stefano                         - E voi... tranquilla...

Teresa                            - Io? Io spero.

Stefano                         - Ma su che cosa... Santo cielo! Su che cosa ?

Teresa                            - Sul passato.

Stefano                         - Di chi?

Teresa                            - Di tutti. Io so per esperienza che il pas­sato esercita sempre un grandissimo fascino su di noi.

Stefano                         - (la guarda) Ma dite sul serio?

Teresa                            - Voi forse non potete ancora capire... Siete appena quarantenne.

Stefano                         - Dico se davvero voi giuocate una partita così importante su delle opinioni, come dire?, liriche-poetiche... su dei trucchetti psicologici...

Teresa                            - Oh... Sentite... Non state a discutere con me. Io sono una donna e mi lascio guidare dal mio istinto... (Entrano dal fondo Carlo, Mario, Attilio, Giulia, Lena, Maria, Giuditta, con allegro frastuono),

Carlo                             - Deve cantare qualche cosa...

Mario                            - Sì... cantare...

Carlo                             - Noi facciamo il coro...

Attilio                           - Via, non farti pregare...

Carlo                             - Giulia Santoro canterà una romanza!

 Giulia                           - (gettandosi su una sedia) No... No... Vi prego... Lasciatemi stare... Non son venuta qui per esi­birmi... (facendosi vento) Oh... che tormento... (A Te­resa) M'hanno scovata mentre tutta sola...

Carlo                             - Stava contemplando l'orizzonte color d'ambra e di cobalto.

Mario                            - Appoggiata dolcemente a un tronco di quer­cia... era bella.

Attilio                           - Dovete riconoscere che mia sorella ha il senso della posa plastica... In America fu la cosa che colpì j di più la critica musicale.

Giulia                            - Ah, questo sì... La voce non la sentirono nemmeno...

Attilio                           - Io non so che gusto ci trovi mia sorella a deprimersi così... E avrebbe una voce... che voce...

Carlo                             - E sentiamo questa voce... Una romanza, via, tanto per inaugurare la stagione.

Mario                            - Non c'è un pianoforte, qui?

Tutti                              - (confusione) Sì, sì... andiamo!

Teresa                            - Ma, ragazzi... E' arrivato!... (un attimo di si­lenzio).

Attilio                           - Be' non sarà mica il diavolo...

Carlo                             - E' vero che ha gli occhi ipnotici... magnetici?...

Lena                              - A che ora potremo vederlo?

Giuditta                        - Ecco una che sarebbe disposta a pagare anche l'ingresso...

Maria                             - Ma naturalmente! Nessuno di noi è abituato a frequentare gente di questa importanza.

Attilio                           - Voi parlate per voi. Noi abbiamo conosciuto il presidente dell'Uruguay.

Teresa                            - Ma smettetela... Giulia, fatemi il favore, can­tate qualche cosa, portatemeli via... Se scende il profes­sore, non deve vedere questa confusione...

Giulia                            - Ah, se la mia voce può essere utile in qual­che modo!... andiamo...

Tutti                              - (applausi) Bene, brava...

Giulia                            - Vi canterò un pezzo di circostanza...

Attilio                           - Sentirete che forma... che impasto... e si igno­ra... si ignora…. (con allegro tumulto il gruppo esce dalla porta di sinistra).

Carlo                             - (uscendo a sua volta) Eh! E' proibita la claque... (via).

Stefano                         - (richiamando Giuditta, che segue Carlo) Giuditta!

Giuditta                        - (si volta confusa) Non vuoi venire?

Stefano                         - (equivoco) Preferisco che tu stia con me. Andiamo a fare due passi, vieni... (la trascina fuori. Sulla porta incrociano Gregorio, che entra con volto funereo, Gregorio li segue con occhio scrutatore, poi scende verso la moglie che è rimasta sola in scena).

Teresa                            - No, no, caro... così no... con quella faccia non riuscirai a nulla.

Gregorio                        - Che faccia ho?

Teresa                            - Non hai una faccia commemorativa, nostal­gica. Deve vederti come venticinque anni fa. Come eri venticinque anni fa?

Gregorio                        - E chi se ne ricorda?

Teresa                            - Me lo ricordo io. Allegro, buontempone, amante dei discorsi un po' arditi...

Gregorio                        - Nella mia situazione, se tentassi di ridere farei una smorfia spaventosa, e sarebbe peggio.

Teresa                            - Eppure deve vederti come allora... Deve ri­vederti... Mi intendi?

Gregorio                        - Ma tu ci conti molto sui ricordi giovanili?

Teresa                            - Infallibili. Basta avere un zinzino così di sen­timento umano.

Gregorio                        - Brava ; ma, a proposito di sentimento uma­no, ti pare di aver fatto una bella cosa a invitare qui Carlo?

Teresa                            - Carlo? Prima di tutto non l'ha invitato nes­suno. E' venuto così, con gli amici... E poi che male c'è?

Gregorio                        - Sai che Stefano ne è geloso...

Teresa                            - Oh, non credo. Sarebbe uno sciocco.

Gregorio                        - Non sono del tuo parere.

Teresa                            - Ma via! Un capriccio di ragazzi. Erano alti così!

Gregorio                        - Come sei semplice...

Teresa                            - D'altra parte, nessuno ha costretto Giuditta a scegliere Stefano. Lo ha fatto per inclinazione.

Gregorio                        - O per spirito di sacrificio?

Teresa                            - Per noi? Eh, che fantasia!

Gregorio                        - Quella figliola non è felice...

Teresa                            - Sfido... Con un padre in queste condizioni...

Gregorio                        - (irritato) E io ti dico...

Teresa                            - (interrompendolo) Eccolo... sta per scen­dere... (In questo momento la voce di Giulia si mette a cantare quel brano della « Butterfly » che dice: « Chi sarà, chi sarà e come sarà giunto? »).

Gregorio                        - (con le mani nei capélli) Ma senti, senti... Che cosa canta? Valle a dire, che stia zitta, per carità... Chi sarà, ehi sarà... e chi vuoi che sia?...

Teresa                            - Vado, vado, ma tu stai su, allegro... Deve ri­vederti... Capito?... Allegro... gioviale... (esce).

 (Gregorio si mette in posizione volto verso la scala per attendere l’ospite che sta per scendere. La musica cessa poco dopo. Riccardo Giosio compare dall’alto della sca­letta. Gregorio, vedendolo, fedele ai dettami della moglie, cerca di fare il ragazzone. Si china un poco sulle gambe, mette le palme alle ginocchia e con espressione di gio­cosa meraviglia per provocare la confidenza e l'allegria, dice il suo saluto)

Gregorio                        - Riccardo... Riccardino... Chi si vede!... (Ric­cardo, che stava scendendo la scala, si ferma a guardare quello che gli deve sembrare un fenomeno. Poi, dopo un attimo di silenzio, raggiunge il piano della scena e si av­vicina lentamente a Gregorio).

Gregorio                        - (si fa coraggio e ritenta) Ma guarda chi c'è!

Riccardo                       - Chi era che cantava?

Gregorio                        - Una delle più belle speranze dell'arte li­rica... Ma non l'ha fatto apposta... Ecco... non canta più... (Pausa. Riccardo scende lentamente, mentre Gregorio cer­ca di riprendere il tono festivo) Riccardo mio... Sei pro­prio tu?

Riccardo                       - (lo guarda stupito) Be'?

Gregorio                        - (mortificato) Ma sai... Io ero un buontem­pone... Non ricordi?

Riccardo                       - Può darsi. Ma adesso deve essere una fa­tica.

Gregorio                        - (sta per convenirne) Eh, tanta!... (si ri­prende) Ma la vita va presa com'è... allegramente...

Riccardo                       - Ottimista? Strano (lo guarda).

Gregorio                        - Perché?

Riccardo                       - Per un malato di fegato...

Gregorio                        - Io? ma che!... Cioè... se lo dici tu...

Riccardo                       - Potenza dell'amicizia. Saresti capace di am­malarti, per non farmi sbagliare la diagnosi. Grazie. Ma non mi sbaglio.

Gregorio                        - (impressionato) Oh... davvero?...

                                      - (Riccardo si distrae, parlando, con improvvisi interes­samenti per mobili o quadri. Le sue numi qualche volta accarezzano cose, che esamina con cura strana).

Riccardo                       - . Non lo sapevi?

Gregorio                        - D'essere malato? No.

Riccardo                       - Dolori trasversali, stati angosciosi improv­visi... affanni...

Gregorio                        - Ah, sì, ma io credevo che fosse a causa della situazione.

Riccardo                       -        - (Quale situazione?

Gregorio                        - La situazione... europea... Non vedi che confusione?...

Riccardo                       - Fegato. Fra quindici giorni fatti vedere da me alla clinica.

Gregorio                        - Grazie. Ma intanto?

Riccardo                       - Intanto, calma... dieta... riposo... e sopra tutto moto, moto, moto... Cammina... Tu cammini poco...

Gregorio                        - Va bene, camminerò... E... dimmi... sono molti i malati di fegato?...

Riccardo i                     - Moltissimi. Male del tempo.

Gregorio                        - (ardito) Perché allora non mi daresti una buona ricetta...

Riccardo                       - Ma che ricetta!... Cammina... Non hai sen­tito? Moto...

Gregorio                        - Sì, sì...

Riccardo                       - E' tua questa villa?

Gregorio                        - Ecco, era in vendita, ma io...

Riccardo                       - Non l'hai comperata.

Gregorio                        - Appunto. (L'ho presa in affitto, intanto, per vedere, perché sai, i difetti delle case saltano fuori di notte (ride).

Riccardo                       - A chi appartiene adesso?

Gregorio                        - A un tale Anselmi di Brescia.

Riccardo                       - Sei solo o hai famiglia?

Gregorio                        - Ho moglie, e una figlia, ansiose di cono­scerti, perché ho raccontato loro molte delle nostre av­venture giovanili... Non tutte si capisce... (ride).

Riccardo                       - Perché ridi?

Gregorio                        - Se ripenso a certe scappate nostre...

Riccardo                       - Dovresti piangere.

Gregorio                        - Già... da un certo punto di vista... (gli batte la spalla) Eh, vecchio mio... (si avvede che la cosa non fa piacere a Riccardo) Scusa. E... ti va bene la ca­mera? Mi scrivesti che volevi la camera d'angolo del primo piano a levante... Tu abiti sempre nelle camere d'angolo a levante?

Riccardo                       - Sì, preferisco.

Gregorio                        - Più igieniche?

Riccardo                       - Già... E tu dove dormi?

Gregorio                        - Anch'io al primo piano, ma dall'altra parte.

Riccardo                       - Due finestre anche là?

Gregorio                        - No, una.

Riccardo                       - Una?

Gregorio                        - (ripensando) Ecco... sarebbero due...

Riccardo                       - Ah... (come dire: «Lo dicevo, io»).

Grecorio                        - Ma una l'hanno tappata.

Riccardo                       - E perché hai affittato una villa di quin­dici camere per una famiglia così piccola?

Gregorio                        - Come sai che ha quindici camere?

Riccardo                       - Presso a poco... ho contato le finestre ar­rivando...

Gregorio                        - Bravo. Occhio clinico anche in architet­tura... (ride). Dunque, ti dirò. Ho preso una villa perché ho degli ospiti. Il fidanzato di mia figlia, poi degli amici... delle amiche... (guarda di sottecchi Riccardo), Mi sono detto: se Riccardo è ancora il Riccardo che ho co­nosciuto io, non disdegnerà la compagnia di qualche bella signora... (A un gesto vago di Riccardo) Non ti piacciono più?

Riccardo                       - E a te? Piacciono ancora?...

Gregorio                        - Oh... intendiamoci... Io ho famiglia... e sai la famiglia... calma la fantasia... Ma tu... Sei celebre... scapolo...

Riccardo                       - Caro mio, se non dovessi visitarle qualche volta, io, le donne, non mi ricorderei nemmeno come son fatte.

Gregorio                        - (meravigliato) No?... Ma che? Chiuso? Finito?

Riccardo                       - (alzando le spalle) E chi lo sa?

Gregorio                        - Oh, peccato... E non hai studiato il pro­blema... Non ti sei trovato il rimedio efficace, una ri­cetta.

Riccardo                       - Ma tu ce l'hai sempre con le ricette. Io non ti ho fatto una confidenza fisiologica: ti ho sempli­cemente mostrato una mia posizione morale. Sono cose che non mi interessano più, da tanto tempo, che non so nemmeno, con sicurezza, se per me sia già scoccata, o no, l'ora della vecchiaia... capisci? Non m'importa. Non me ne curo. Più ancora. Evito.

Gregorio                        - (con sicurezza diagnostica) Sai cos'è? Ti­midezza. Anche la timidezza si deve poter curare...

Riccardo                       - Senti... se mi vieni fuori con un'altra ri­cetta, me ne vado.

Gregorio                        - Ma è proprio vero che sei contrario?

Riccardo                       - A che cosa?

Gregorio                        - Molti medici danno impulso all'industria. Capisco che sarai ricco.

Riccardo                       - Niente affatto: ho una clientela elegante... Non paga.

Gregorio                        - (ridendo) Ah, ah... Vedi che sei giovane...

Riccardo                       - E anche con la gioventù, il passato, i ri­cordi, basta! Non ricordo niente. (Pausa). Se vuoi pre­sentarmi i tuoi, sono pronto. Che vedano questa bestia rara. Però ti avverto che, se non trovo qui ciò che mi hai promesso, me ne vado.

Gregorio                        - (in fretta) Si, si... (poi si volta perplesso) Che cosa ti ho promesso?

Riccardo                       - Tranquillità, pace, solitudine.

Grecorio                        - Sì, sì, come vuoi. (Va alla porta di de­stra e fa un cenno di richiamo, poi torna verso Riccardo) Se avessi saputo.... non avrei invitato tutte quelle donne.

Riccardo                       - Pur che tu non l'abbia fatto per usarmi una cortesia orientale...

Gregorio                        - Ma no... Era per la decorazione...

Riccardo                       - Allora va bene.

Grecorio                        - (tentando di tornare a galla) Sai, Ric­cardo, che erano venticinque anni che non ci si vedeva? Oh, scusa, è vero che non ti ricordi niente. Ma io sì. Ho una memoria di ferro. Io, per esempio, ricordo per­fettamente che l'ultima volta che ti vidi fu proprio da­vanti all'ufficio municipale, mentre andavo a portare i documenti per il mio matrimonio... Tu eri appena lau­reato... Ma già, a quel tempo ci si vedeva più di rado... Oh... eccoli qui... (Dalle tre porte appaiono tutti gli invi­tati, che si avanzano lentamente, rispettosamente, silenzio­samente, in tre gruppi: Mario, Carlo, Lena, Maria, poi Giuditta, Teresa e Stefano, quindi Attilio e Giulia).

Gregorio                        - Ecco, amici, il nostro grande ospite...

Riccardo                       - Prègo, prego, senza solennità... (Dirigen­dosi a mano tesa verso Giulia) Questa è la tua signora?..-

Giulia                            - Siete in errore, professore. Ma sono lieta di essere la prima a stringervi la mano...

Gregorio                        - Mia moglie è questa (indica Teresa, che si avanza quasi timidamente).

Teresa                            - Professore...

Riccardo                       - Mille scuse.

Gregorio                        - Mia figlia.

Riccardo                       - Piacere.

Gregorio                        - Be'... ragazzi, presentatevi... da voi... io-proprio... (si asciuga il sudore).

Attilio                           - (presentandosi) Maestro Attilio Santoro, fratello della celebre cantante. Duecento concerti e quat­tro traversate...

Riccardo                       - Auguri per la quinta...

Giulia                            - Amate la musica, professore?

Riccardo                       - Compatitemi. No. E già che ci siamo, vi dirò tutto in una volta, che non amo nemmeno i fiori, (Teresa porta via un vaso dì fiori che era sulla tavola) che preferisco l'autunno alla primavera. Per tutto il re­sto troverete in commercio una mia vita romanzata. Non è vero niente, ma per quel che conta... (dicendo questa battuta stringe la mano a\ tutti, meno che a Stefano che sta un po' in disparte) Il signore? (la domanda è rivolta a Stefano).

Stefano                         - Oh, professore... Non credevo che vi in­teressasse molto. Volevo alleggerirvi di una presenta­zione...

Giuditta                        - Il mio fidanzato... il dottor Stefano Vieri.

Gregorio                        - Ecco... non c'è più nessuno... Poca bri­gata, vita beata...

Riccardo                       - Dunque, i miei complimenti alla brigata." Mi auguro che la mia presenza non turberà per nulla le gioie che vi siete ripromessi da questa villeggiatura...

Voci                              - Oh... ma vi pare... per carità, che cosa dite mai...

Gregorio                        - (con un gesto ferma le cerimonie) Zt...

Riccardo                       - Per quanto mi riguarda, farò il possibile per togliervi qualunque imbarazzo. Prima di tutto, per ragioni egoistiche, lo confesso. Ho il piacere di consta­tare che, all’infuori di un mio vecchio compagno di scuola, molto cambiato del resto, io non conosco nes­suno tra voi. E' questo un grande riposo per un uomo che, tra malati, medici, allievi, infermieri, clienti è co­stretto tutto l'anno a vedere sempre le solite facce.

Giulia                            - Grazie al cielo, noi stiamo tutti bene.

Riccardo                       - Questo non è perfettamente esatto... (si guarda intorno e tutti allibiscono, poi, dopo una piccola pausa).

Gregorio                        - Dice per me... Ho mal di fegato.

Giuditta                        - Papà...

Riccardo                       - Per conservare a questo luogo, dove sono venuto a passare qualche giorno di vacanza, tutto il suo fascino e tutte le sue virtù terapeutiche, è assolutamente necessario che io continui a non conoscere nessuno... Chiedo scusa... ma è il metodo di cura che mi sono im­posto... Se dovessi per caso abituarmi a vedere i vostri volti, io me ne dovrei andare subito... Fortunatamente, la villa è grande... le valli intorno sono vaste e variate... credo che sia perfettamente possibile convivere senza incontrarci quasi mai. Penso che questo, in fondo, vi farà piacere... E' inutile che nascondiate che vi eravate messi un poco in soggezione a causa della mia pre­senza... Ebbene, io voglio che ciascuno dimentichi che io esisto. Ciascuno viva secondo la sua natura, libera­mente, senza occuparsi minimamente di me. Come se non ci fossi. Che io vada o venga, che mi rinchiuda in camera mia, o faccia lunghe passeggiate nei boschi, che io cammini o mi fermi, nessuno si preoccupi di me... Inteso? Come se non ci fossi. (Un momento di imba­razzo superato da Giulia).

Giulia                            - Ma scusate, professore, se voi proprio non ci foste, credo che tanta gente, riunita a vivere la stessa vita oziosa, finirebbe per fare del frastuono...

Riccardo                       - Non importa, non importa... Penso io a difendermi dalle cose fastidiose... Nessuna preoccupa­zione...

Teresa                            - Avremo almeno il piacere di avervi qual­che volta a tavola con noi?

Riccardo                       - Perché no? Purché mi si tratti con indif­ferenza, come una quantità trascurabile. E, sopra tutto, non mi si chiedano consigli igienici, metodi di cura... rimedi...

Gregorio                        - Mai?

Riccardo                       - Mai.

Gregorio                        - Nemmeno... così... astrattamente...

Riccardo                       - Nemmeno astrattamente... Insomma, io qui non esisto, se non come un signore qualunque, troppo anziano per interessare le signore...

Giulia                            - Oh, questo non lo dovete dire voi...

Riccardo                       - (con un gesto vago) ...troppo stanco per interessare i giovani... troppo mutato per interessare i compagni di scuola di un tempo...

Teresa                            - Scusate, ma come padrona di casa vorrei rivolgervi una domanda molto importante. Che cosa pre­ferite a tavola?

Riccardo                       - Non ve ne preoccupate. La tavola non mi dà piaceri...

Gregorio                        - Nemmeno la tavola?

Teresa                            - Tuttavia...

Riccardo                       - (la guarda) Strano... la vostra voce...

Teresa                            - (impaurita) Che cos'ha?

Riccardo                       - (dopo una pausa) Dicevate della tavola? Quel che volete. Mangio di tutto indifferentemente. Pre­ferisco in genere cibi poco salati, molto cotti, niente carne, niente pasta, niente vino... Bevo soltanto acqua minerale. Ah, piuttosto la mattina presto prenderei vo­lentieri una tazza di caffelatte, là, sulla veranda, da quella parte, non da questa. Solo. Un tavolino qui a de­stra e... pane, molto pane, tagliato a fette larghe.

Teresa                            - Burro? Marmellata?

Riccardo                       - No, no. Soltanto pane. E con questo vor­rei vedervi correre allegramente qua e là per la cam­pagna, mentre io salgo un poco a riposarmi. Signori, buona villeggiatura. (Tutti restano mortificati in silen­zio, poi, a un cenno' di Gregorio, con un timido inchino se ne vanno in gruppo, come pecore. Giulia si ferma sul limitare della porta di fondo).

Gregorio                        - Ci hai messo proprio a nostro agio. Patti chiari e amicizia lunga. Bravo. Ora, se non hai bisogno di me, andrei a cominciare la cura. Credi che per il primo giorno basti una bella camminata di un chilo­metro?

Riccardo                       - Facciamo due.

Gregorio                        - Benissimo. Due... (esce marciando volon­terosamente).

Giulia                            - (scende verso la scena e incontra Riccardo, che sta dirigendosi verso la scala) Professore, non so se ci vedremo ancora, ma vi assicuro che serberò un lungo ricordo di questo incontro.

Riccardo                       - Cos'è?... Una cosa spiritosa?

Giulia                            - No, dico la verità senza intenzioni. Voi non potevate essere più squisitamente scortese.

Riccardo                       - Perché? Anzi... mi pare...

Giulia                            - Oh, via...

Riccardo                       - Capisco... Forse mi rimproverate di non avere trovato un sorriso per le belle signore... Ma sa­pete... io...

Giulia                            - Ho capito... Non amate né la primavera, né la musica, né la tavola.

Riccardo                       - (stringendosi nelle spalle) ... e per con­seguenza sono poco sensibile al fascino della femmini­lità... Scusatemi se ho interrotto una tradizione... che forse vi era cara...

Giulia                            - Oh, professore, da un uomo come voi posso anche accettare una piccola impertinenza. Ma, per la verità, non si tratta di questo. Eravamo venuti qui, at­tratti dal miraggio di vivere qualche giorno accanto a un uomo eccezionale, che il mondo ammira. Ci senti­vamo dei privilegiati. Invece: «Come se non ci fossi». E' una delusione...

Riccardo                       - Non so poi che cosa si possa trovare di così interessante in un professore universitario...

Giulia                            - Come universitario, avete ragione. Ma non fingete di non capire. Sarebbe una civetteria. Se vi di­spiace davvero di essere ammirato, se vi duole di su­scitare interesse e curiosità, datene la colpa ai giornali che fanno di tutto per circondarvi di un alone eroico. L'uomo senza amore, l'uomo solo, la cima gelida.

Riccardo                       - Ma non è vero niente.

Giulia                            - No?

Riccardo                       - Voglio dire che non c'è nulla di straor­dinario nemmeno in «io.

Giulia                            - Oh, quanto a questo ce n'è anche di troppo per riscaldare la fantasia del mondo e specialmente delle donne. Credevo anzi che lo faceste apposta.

Riccardo                       - Per chi mi prendete? Per uno specialista di malattie nervose?

Giulia                            - Uh, come siete difficile. Vi ho preso per quel che mi siete apparso, dato quello che si dice di voi... Ma è proprio vero che non avete mai amato?

Riccardo                       - (seccato) In ogni modo non credo che po­trei cominciare proprio alla mia età e in questo mo­mento.

Giulia                            - Io fingo di non capire che mi avete ri­volto una scortesia, e vi rispondo che dell'amore e della morte non si sa mai né l'ora, né il luogo... Del resto, i fiori più belli nascono d'autunno.

Riccardo                       - Complimenti per la vostra botanica.

Giulia                            - Oh, la mia è scienza per tutti.

Riccardo                       - Troppo semplicistica. IL'uomo quando è vecchio, è vecchio...

Giulia                            - Non è vero. La vecchiaia non esiste. E se ve lo dice una donna, potete credermi. Esiste la ma­lattia... quella sì... ma la vecchiaia...

Riccardo                       - Insomma, vi ho detto che a me la musica non piace. Che cosa mi state cantando?...

Giulia                            - La sola canzone che una donna sa cantare...

Riccardo                       - E fate le traversate per questo?

Giulia                            - Oh, no, quella è una mania di mio fra­tello... Per me, starei tanto volentieri a casa...

Riccardo                       - La solitudine è una forza...

Giulia                            - Non vi ho detto che vorrei restarci sola, a casa.

Teresa                            - (entrando) Professore... E' vero che mio marito sta male?

Riccardo                       - Ma che sta male... Ha il fegato in disor­dine, ecco tutto.

Giulia                            - Scusate... (fa per uscire).

Teresa                            - Potete restare, Giulia.

Giulia                            - No, no... Vedo che il professore transige sui suoi principi di poco fa e non voglio imbarazzarlo. (Esce).

Riccardo                       - Che tipo è quella lì?...

Teresa                            - Giulia vi ha disturbato?

Riccardo                       - No... Ho domandato che donna è...

Teresa                            - Ah... E' una donna per bene... Di lei non si può dire assolutamente nulla. Nemmeno che sa can­tare. Ma perché?

Riccardo                       - (tagliando) Vostro marito non è grave, ma deve stare molto attento.

Teresa                            - Quante volte gliel'ho detto! Ma con tanti affanni, tante avversità. Per nulla si esalta, per nulla si abbatte... (accorgendosi che Riccardo si è voltato verso di lei repentinamente, come richiamato da un pensiero improvviso) Che avete? Perché mi guardate così?...

Riccardo                       - La vostra voce mi ricorda...

Teresa                            - (con una punta d'amoroso rimprovero) Sol­tanto la voce, vero?...

Riccardo                       - (vivace) Ma... Volete dirmi il vostro nome?...

Teresa                            - Oh, come è terribile tutto questo. Sono dun­que tanto mutata?

Riccardo                       - Teresa?...

Teresa                            - Grazie. Ci hai messo un po' di tempo, ma ci sei arrivato... E l'hai proprio detto con tono che mi aspettavo. Come stai, Riccardo?...

Riccardo i                     - Io? Sto pensando di rifare immediata­mente le mie valigie...

Teresa                            - No, non andartene, te ne prego... Piuttosto non mi faccio vedere più, se è per me... se hai paura...

Riccardo                       - (calmato) Non capisco... Proprio ora, pro­prio qui...

Teresa                            - Perché proprio qui?

Riccardo                       - So io... ma... dopo tanti anni... ritrovarti...

Teresa                            - Sotto tante rughe... (Pausa). Mille volte avrei voluto scriverti una parola...

Riccardo                       - Già... Mi pare che ci fosse qualche cosa di insoluto tra noi. Scomparisti... Ti cercai... Perché vo­levo dirti... Oh, che cose terribili volevo dirti...

Teresa                            - Dimmele ora...

Riccardo                       - Oh... Non me le ricordo nemmeno più...

Teresa                            - Ti chiedo perdono adesso...

Riccardo                       - Non ce n'è bisogno... Non vedi come siamo? Già perdonati.»

Teresa                            - Hai ragione...

Riccardo                       - Ma perché scomparisti così?... M'avevi tradito?...

Teresa                            - Sì. Non osai più comparirti dinanzi...

Riccardo                       - Ah... E... chi fu?... Gregorio o un altro?

Teresa                            - Che t'importa? Oramai.

Riccardo                       - Mi piacerebbe saperlo... così... per voluttà storica...

Teresa                            - Per odiarlo?

Riccardo                       - Oh, per carità. Come potrei?... Ora che ti vedo, così... No, non, dirmi che sono un villano, anche tu... Vuoi sapere i miei sentimenti, ebbene, te li dico... Ti dico proprio che se fosse stato Gregorio gli vorrei più bene, perché è vero, mi portò via le mie speranze...

Teresa                            - Ma non lo sapeva... non sapeva nulla di noi...

Riccardo                       - Ma alla fine si è tenuto anche le mie de­lusioni...

Teresa                            - Sei crudele! (Pausa). Fu lui.

Riccardo                       - (altra pausa) Poveraccio.

Teresa                            - (sospirando) E tu?... Tu sei stato felice... ti ho seguito sempre nella tua carriera... Ogni giorno più in alto... più in alto...

Riccardo                       - (con un moto di uno che scopre una verità) Già... Forse io debbo tutto questo a te...

Teresa                            - A me?...

Riccardo                       - Ma sì. Mi ci buttai per reazione, così, senza vocazione, senza gioia, col deliberato proposito di di­fendermi...

Teresa                            - Da me?

Riccardo                       - Da te.... e più ancora dalle altre. Non ca­pita tutti i giorni una cara donna come te che ha la delicatezza di scomparire a tempo... Meglio solo.

Teresa                            - Sempre solo?

Riccardo                       - Sempre.

Teresa                            - Allora non sei stato felice.

Riccardo                       - Felice... Esiste questo al mondo?... Ma in­somma, v'è un limite dove si incontrano, in un equi­librio delicato, ma possibile, i nostri desideri e le resi­stenze della vita. Ebbene, in quel limite, in quell'equi­librio io sono riuscito a vivere, grazie alla mia solitudine.

Teresa                            - Capisco. Hai trovato un amore più vasto. Quello dei tuoi malati.

Riccardo                       - Oh, quelli non meritano nessuna tene­rezza. O muoiono, e allora ci lasciano un cattivo ricordo. O guariscono e il cattivo ricordo lo conservano loro.

Teresa                            - Dunque, non ami nessuno?...

Riccardo                       - Nemmeno me stesso, per la coerenza. E quando mi compare dinanzi un fantasma del passato, che mi ricordi un amore, non so, una speranza, una pro­messa, mi domando: «In quale mai libro di favole ho letto questa storia? ».

Teresa                            - Grazie tanto.

Riccardo                       - Perché?

Teresa                            - Se ti faccio l'effetto di un fantasma...

Riccardo                       - Non credo di fare a te un effetto molto diverso. No? (Pausa).

Teresa                            - Ma non senti proprio il bisogno di nessuno... di nessuno che ti voglia bene?...

Riccardo                       - No. Proprio no. Forse non ho mai amato, veramente... forse ho avuto la fortuna di nascere organi­camente imperfetto.

Teresa                            - Non dirlo.... Eri perfettissimo!... Pieno di fuoco! ...

Riccardo                       - Credi proprio?...

Teresa                            - Ne sono sicura...

Riccardo                       - Non condivido la tua sicurezza.

Teresa                            - Ah... Non dire! Mi hai amato moltissimo. Perdutamente... Un amore unico... definitivo... Del resto, si vede. (Ha un gesto vago verso di lui). Saresti forse così? Oh...

Riccardo                       - .. Ma pensa quante volte mi hai aspettato sotto la nebbia, al freddo... di notte... per ore... Quante volte hai pianto nel lasciarmi... quante volte... (si inter­rompe e lo guarda. Riccardo l'ascolta con molto interesse) Ti dispiace?

Riccardo                       - (nervoso) No... avanti... di' pure...

Teresa                            - Quante volte mi hai minacciata di morte... quante volte mi hai schiaffeggiata per gelosia... Quante stupidaggini hai detto e mi hai fatto dire... Oh... Tu sa­pevi amare... Eri un tormento senza pace, senza respiro, ma infine... (sorride beata al ricordo).

Riccardo                       - Non è una favola? Non vorrei che la tua fantasia ti giuocasse qualche scherzo.

Teresa                            - Ah, no. In questi pensieri è tutta la mia vita e il mio orgoglio. Sono sicura. Sono fatti. Non li ricordi? Proprio non li ricordi?

(Gregorio compare sulla porta per scendere, ma, quan­do vede i due a colloquio, per non disturbare torna a uscire in punta di piedi).

Riccardo                       - (che ha taciuto un momento) Ebbene... forse... è come dici tu... Ma oramai...

Teresa                            - Che cosa vuoi dire?...

Riccardo                       - (guardandola un momento e superando una certa perplessità prima di esprimere la domanda) Come ti sono sembrato? Molto invecchiato, molto...

Teresa                            - Oh, che ti posso dire?... I miei occhi ricor­dano troppo...

Riccardo                       - Già... Non mi puoi dire nulla. Pazienza...

Teresa                            - Ma perché?...

Riccardo                       - Oh, niente... Così... Si parlava di allora... M'era venuto in mente di sapere che cosa può pensare di me una donna, vedendomi per la prima volta... così, adesso...

Teresa                            - Vuoi che lo chieda a qualcuno... A Giulia, per esempio?...

Riccardo                       - Non hai capito? Volevo che tu ti vendi­cassi di quel che ti avevo detto io prima... Ma tu sei generosa e non approfitti dell'occasione... Grazie. Addio,

Teresa                            - (arrestandolo) Riccardo, senti...

Riccardo                       - Che c'è?...

Teresa                            - (avvicinandoglisi) Sei ancora un gran bell'uomo sai... e puoi piacere tanto... tanto. (Riccardo ha un gesto di finto disinteresse e va in fretta verso le scale).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

Scena come al primo atto.

(Quando si alza la tela, sono in scena tutti i personaggi della commedia, tranne il professore, Gregorio e Attilio. Gregorio però passa di quando in quando davanti alla porta del fondo, facendo la sua passeggiata igienica. In­torno alla tavola in abbigliamenti da montagna sono Carlo, Mario, Lena e Maria, che stanno mettendo delle prov­viste nelle sacche. Stefano e Giuditta sono al proscenio, a destra; Teresa e Giulia a sinistra. Ciascuno cerca di occupare il suo tempo come può. Stefano leggiucchia il giornale, Giuditta si muove andando dalla sua sedia alla tavola, ad aiutare i preparativi dei giovani. Giulia si lu­cida le unghie e Teresa lavora a un ricamo, non molto assiduamente).

Mario                            - Questo è formaggio... questo è prosciutto...

Carlo                             - Io propongo che i viveri siano distribuiti a razione fin da questo momento... Mettere tutte le prov­viste insieme è un errore. Se quello che le porta casca in un burrone... gli altri che mangiano? (Grida degli altri tre).

Lena                              - Che emozione!...

Mario                            - Ma che credete di andare sul Cervino? E' una passeggiata!

Carlo                             - E allora, perché ci siamo vestiti così?...

Maria                             - Va bene, ma non ci sono pericoli...

Carlo                             - Noi ci siamo vestiti da pericoli... Dunque facciamo tutto secondo le regole... Viveri a parte... Cia­scuno il suo...

Mario                            - Già... adesso abbiamo proprio il tempo di dividere il prosciutto in quattro parti...

Stefano                         - (a Giuditta) Vorresti andare anche tu alla passeggiata?

Giuditta                        - Io? Ti pare che abbia due giorni da perdere?

Stefano                         - Dicevo... per una distrazione... (la guarda, ma Giuditta non risponde: si alza e va ad aiutare i pre­parativi).

Mario                            - Le carte topografiche dove sono?

Lena                              - Ma che carte! Si vede ad occhio nudo dove si va, no? La cima del Cappello è là...

Mario                            - Tu non te ne intendi. Si vede la cima, ma la strada?

Carlo                             - Ecco la carta... (si chinano tutti a vedere la carta). Noi siamo qui... Dov'è il nord?... Là... (si sposta per orientare la carta e tutti debbono spostarsi con lui intorno alla tavola). Eccoci orientati... Il rifugio è qua.

Teresa                            - Ma sensate, le vostre carte non potete con­sultarle strada facendo?

Mario                            - Ma signora, se ci vedono?

Teresa                            - Chi?

Mario                            - La gente di qui. Loro la sanno la strada. Sa­pete che risate?

Giulia                            - (ridendo) Ma allora non è più semplice chiederla ?

Carlo                             - E' meno emozionante.

Teresa                            - (a Giulia) Mi dispiace che abbiate voluto restare per farmi compagnia. E' molto gentile da parte vostra...

Giulia                            - Oh, non mi ringraziate. Non è tutta genti­lezza... Eh, sì... Voglio essere leale. C'è qui un paesaggio... una cima che mi interessa di più...

Teresa                            - Ma chi?

Giulia                            - Non l'avete capito? Il professore. Come vorrei averlo conosciuto giovane...

Teresa                            - Ma dico... Giulia... Ha venti anni più di voi.

Giulia                            - Che cosa pensate?... No... non sono a questo. Vi pare? Una curiosità, niente altro.

Teresa                            - Sarà stato come gli altri.

Giulia                            - Non credo. Deve essere stato invece un do­minatore... Uno di quegli uomini fatali ai quali una donna è felice di dar tutto... per sempre... fedelmente...

Teresa                            - (seccata, si alza) Dico, mio marito sta ancora correndo intorno alla casa?... (dal fondo) Un telegramma! Attilio arriva con un telegramma...

Carlo                             - : Eh, che avvenimento!... (l’attenzione di tutti è rivolta alla porta dalla quale entra Attilio, vestito ma­lissimo, tutto inzaccherato e sporco, che tiene effettiva­mente in mano un telegramma aperto).

Attilio                           - (circondato dalla curiosità generale) Si­gnori... Questa è la prima pietra della gloria di Giulia Santoro.

Carlo                             - Cos'è?...

Lena                              - Un'altra traversata?

Attilio                           - La Direzione del Teatro Reale accetta di sentirti... Capisci? La grande audizione... Ho lavorato sei mesi per questo telegramma... «Audizione fissata per mercoledì. Mastropaolo ».

Giulia                            - Audizione? Ma In sei matto.

Attilio                           - Come matto? Prima di scritturarti è troppo giusto che voglia sentirti...

Gregorio                        - Questo è naturale.

Giulia                            - Tante grazie. Non mi muovo. Figuratevi se voglio fare un viaggio fino a Roma, per farmi sentire da Mastropaolo.

Carlo                             - Chi è?

Giulia                            - E chi lo sa?

Attilio                           - Ma la sentite, la sentite?... Modestia, auto­distruzione... Mania di annientamento... Pensare che con un po' di iniziativa...

Giulia                            - Ma quante volte te lo devo dire che non ho iniziativa, che non ho vocazione, che sono stanca di questa vita fatta di audizioni, esibizioni, prove generali?... Non n« posso più...

Attilio                           - Non le date retta... Nervi, nervi... Ha una voce formidabile...

Giulia                            - Non è vero. Non ho nemmeno la voce. (Proteste gentili).

Attilio                           - Fa apposta. Perché la signorina si è sco­perta una vocazione... Bada che lo dico, sai?

Giulia                            - E di' quel che ti pare.

Attilio                           - iLa vocazione... dell'amore... Due corpi e un'anima. Un cuore e una capanna. (Risate).

Mario                            - Questa, poi, da voi non ce l'aspettavamo...

Attilio                           - Romanticismi... Ma sapete che cosa faccio io? Io non mi occupo più di lei... Ah, basta!

Giulia                            - Sia ringraziato il cielo!... Ognuno per la sua strada... (Lo guarda meglio) Ma mi dici dove vai a ridurti a quel modo?

Carlo                             - Sarà caduto... Non è pratico di montagna.

Attilio                           - Io?... Io sto facendo un'opera di perlustra­zione, che, quando sarà finita, avrete di che divertirvi tutti... Lasciatemi andare, se no lo perdo di vista...

Carlo                             - Cosa, cosa?... Fermalo. (Mario, Lena, Maria trattengono Attilio che tenta di schermirsi). E adesso bi­sogna parlare...

Attilio                           - Non dico niente... E' ancora presto... Aspet­tate con fiducia e vedrete.

Lena                              - Vogliamo sapere... Subito... fuori!

Maria                             - Non fate il misterioso.

Mario                            - Che c'è?...

Attilio                           - Insomma, non posso...

Giulia                            - Andiamo, Attilio... Parla... Che stupidaggine hai trovato?

Attilio                           - Stupidaggine?... Cose straordinarie della vita intima del professore...

Teresa                            - Per carità... Ci sono delle ragazze, qui. (Alle ragazze) Andate via!...

Attilio                           - Ma no. Cose serie. Strane, ma serie... (ab-bassando la voce mentre tutti si chinano su di lui) Ades­so per esempio veniva avanti dando dei piccoli calci alla ghiaia del viale. Si divertiva a vedere saltare in aria il terriccio... (Delusione generale).

Gregorio                        - Tutto qui?... Ma lo facciamo tutti. E' la prima cosa che si fa in campagna... abituati come siamo alle strade asfaltate...

Attilio                           - C'è altro... c'è altro...

Giulia                            - Ma come hai fatto a vedere?

 Attilio                          - Di nascosto. Da due giorni non faccio che seguirlo... Mi sono scoperto delle straordinarie doti di contrabbandiere... striscio, guato, sosto, balzo...

Giulia                            - (quasi tra sé) Che idiota!

Maria                             - Ma si può sapere dunque che cosa avete veduto?

Attilio                           - Stamattina, per esempio, dopo aver man­giato il caffelatte, anzi dopo non averlo mangiato...

Teresa                            - Non Io mangia mai.

Gregorio                        - Quante stranezze!

Attilio                           - ...è disceso al rio, si è seduto sulla riva, vi­cino alla cascatella e si è divertito per più di un'ora a gettare dei sassolini nell'acqua...

Maria                             - Povero piccolo... (ride).

Gregorio                        - Ma con questo?... E' una reazione contro l'asfalto delle strade di città!

Attilio                           - Aspettate. Quando si è stancato di questo giuoco, eccolo salire sul poggio di fronte. Arrivato las6Ù ha fatto tromba con le mani e ha mandato un urlo. «Uhhhhh!». Sapevate che c'è un'eco che ripete tre volte?...

Lena                              - Tre volte? Dove? Vogliamo andare a sentirlo...

Mario                            - E sta bona, aspetta.

Attilio                           - Ha urlato per un altro quarto d'ora buono. Pare un bambino in vacanza... Di quando in quando si guarda intorno sospettoso. Evidentemente ha paura d'es­sere veduto.

Giulia                            - Ma tu poi dove ti metti a vedere questi spettacoli?

Attilio                           - Stamattina ero su un faggio.

Giulia                            - Ecco perché ti riduci i calzoni a quel modo.

Attilio                           - Si, ma non sono miei. Me li ha gentil­mente prestati la nostra signora

Teresa                            - .. Sono una ri­serva del commendatore...

Gregorio                        - Cosa? Ma che ti salta in mente di prestare i miei calzoni? (Risate). Insomma, voi vi divertite un mondo...

Attilio                           - Noi?... Se mai, io e il professore... Il profes­sore... Il professore che fa i giuochetti e io che vi assisto.

Carlo                             - Andiamo a vederlo anche noi?

Lena                              - Sì, sì... andiamo...

Attilio                           - No prego... Quell'uomo è mio... Se si accorge di essere sorvegliato da tutta la colonia... addio diverti­mento... (Esce).

Mario                            - E poi noi dobbiamo partire... Via, che si fa tardi. Sacco inispalla e partenza...

Maria                             - Partenza.

Lena                              - Buona permanenza a chi resta. (/ giovani uscendo iniziano un coro. Carlo si indugia con la sua sacca. Anche Stefano, Gregorio, Teresa e Giulia, escono. Carlo sta per uscire a sua volta, quando Giuditta, che era rimasta in scena sola, lo richiama).

Giuditta                        - Carlo.

Carlo                             - (ritorna indietro) Che c'è... (si guarda in­torno sospettoso).

Giuditta                        - (con voce soffocata ma vibrata) Te ne prego. Bisogna che non ci vediamo più. Io non posso resistere così. E' una crudeltà. Lo devi capire.

Carlo                             - (mortificato) Perdonami. Non avrei dovuto venire, ma non ho resistito... Ti voglio bene sempre!...

Giuditta                        - Anch'io sono stata contenta di vederti- Ma oramai, non bisogna più... Come puoi pensare di vedermi sempre così, in queste condizioni?

Carlo                             - Hai ragione. E' un tormento!

Giuditta                        - Non si può giocare così con la vita. Oramai il mio destino sai qual è. Devi aiutarmi a soppor­tarlo... andando via... per sempre...

Carlo                             - Sì... Al ritorno da questa gita... me ne andrò... (le tende la mano commosso) Buona fortuna, Giuditta... Coraggio...

Giuditta                        - Grazie, Carlo... Addio., (si stringono lun­gamente la mano. Mentre essi sono così, compaiono sulla porta Stefano e Riccardo).

Carlo                             - (facendo una voce ufficiale) E così, se vorrete, ci rivedremo al vostro ritorno in città...

Riccardo                       - (scende dopo aver guardato i due).

Stefano                         - (a Carlo) Perché? Ve ne andate?

Carlo                             - E' molto probabile che io non torni più da questa escursione...

Stefano                         - Eh?...

Carlo                             - Forse discenderò dall'altra parte, per rag­giungere Borgo e prendere il treno per Milano...

Stefano                         - Ah, bene... Buon viaggio... (Carlo esce. Ste­fano si volge a Giuditta) Cara... vuoi lasciarci un mo­mento?... Devo parlare al professore...

Giuditta                        - (confusa, incerta) Devi parlare?...

Stefano                         - Sì... Il professore è stato tanto gentile di concedermi un colloquio...

Riccardo                       - Breve.

Giuditta                        - Sì... vado... vado... (Agitata per il so­spetto di ciò che Stefano potrà dire al professore, esce).

Stefano                         - Eccomi a voi, professore. Vi siete mai do­mandato perché dopo venticinque anni, il vostro amico Gregorio vi abbia rivolto un invito così strano?

Riccardo                       - No. Ma credo che anche lui non si sia mai domandato perché io l'abbia così stranamente ac­cettato.

Stefano                         - Egli crede davvero a un ritorno di fiamma giovanile. E se ne attende grandi conseguenze...

Riccardo                       - Conseguenze?

Stefano                         - Sì, professore. E' in gioco su di voi la vita e la morte di questa gente.

Riccardo                       - Cosa? Tutti malati?

Stefano                         - Gregorio è fallito, rovinato. Tra quindici giorni avrà da risolvere non soltanto il problema della vita, ma anche quello dell'onore.

Riccardo                       - Eh... Davvero?...

Stefano                         - Aveva una piccola azienda farmaceutica che per qualche tempo andò bene.

Riccardo                       - Intuisco. Dopo andò male... avanti.

Stefano                         - Ecco. Se ve ne parlo, è perché sono sicuro che quel disgraziato non troverà mai la forza di do­mandarvi...

Riccardo                       - Avanti... Finite questa storia dolorosa...

Stefano                         - Soltanto una formula qualunque, per una specialità nuova, firmata da voi, potrebbe salvarlo... Ho finito.

Riccardo                       - (dopo una pausa) Ah... Ecco l'origine della ricetta!

Stefano                         - Tengo a dirvi, professore, che personal­mente mi trovo in una posizione molto imbarazzante nei suoi riguardi, perché sono ad un tempo il fidanzato di Giuditta e anche... il suo creditore...

Riccardo                       - Ma allora sta in voi risolvere...

Stefano                         - Non sta in me, perché sono soltanto il consigliere delegato di una società farmaceutica che ha avuto rapporti d'affari con lui. Capite, professore? Io sono tenuto responsabile dei crediti concessi a quello sciagurato... Che figura ci faccio? Passare per un fun­zionario infedele per amore, è ridicolo.

 

Riccardo                       - Ma, in sostanza, debbo salvare lui o voi?

Stefano                         - Oh, quanto a me, qualunque sia la vostra decisione, ho già fissato la mia linea di condotta. O c'è questo prodotto, e tutto va bene. O non c'è, e penso per conto mio a regolare i miei rapporti con quell'uomo, e con tutta la famiglia. Non si tratta di me, professore, ma del vostro amico... (Pausa).

Riccardo                       - (passeggia) Ma guarda... Così allegro buon­tempone... anche troppo per il mio gusto... Ballonzola... marcia... si cura con diligenza.

Stefano                         - Eppure...

Riccardo                       - Se lo dite voi...

Stefano                         - E allora?

Riccardo                       - Cosa? Ah, no... no, no... Ma vi pare?

Stefano                         - Professore, badate che due sole parole vo­stre scritte su un pezzo di carta da cucina possono sal­vare un uomo dalla miseria, dalla vergogna...

Riccardo                       - (irritato) Oh... non cominciamo... Il solito ricatto sentimentale. Sempre così... Si va dal primo che passa e si comincia a piangere... Se non fai questo, un uomo muore... E' proditorio... ingiusto... offensivo... Chie­detemi una trasfusione di sangue, per quanto non so nemmeno se alla mia età si possa parlare di sangue...

Stefano                         - Non si tratta di un moribondo...

Riccardo                       - Chiedetemi un prestito. Sta a vedere che per salvare il bilancio di un fallito, devo fallire io... Ma sì! Devo turlupinare della brava gente che, per­suasa del mio nome, si metterà a prendere religiosamente quella pillola tre volte al giorno lontano dai pasti.

Stefano                         - Be', questo succede molte volte e nessuno se ne meraviglia.

Riccardo                       - Perché il diaframma che separa il medico dal ciarlatano è così sottile che nessuno lo vede. Ma io sì.

Stefano                         - Credevo che voi poteste suggerire un pro­dotto veramente utile, efficace... Se non lo potete voi...

Riccardo                       - Ecco, bravo. Non si può. Voi non avete l'obbligo di conoscere i principi che ho predicati per tanti anni dalla cattedra, dalla clinica, dai giornali, dai libri...

Stefano                         - Al contrario, professore, li conosco per­fettamente.

Riccardo                       - E allora? Che cosa mi venite a chiedere?

Stefano                         - Ho detto che da voi ci possiamo aspettare una trovata...

Riccardo                       - Ma ci vuole tutto l'ottimismo d'un ma­lato o di un fallito per credere davvero che esistano delle medicine circolari. Oh! Nemmeno l'olio lubrifi­cante può essere adoperato allo stesso modo per tutti i motori. Lo so, lo so., c'è della gente che la pensa altri­menti in buona fede, ma per me è già un miracolo quando si riesce ad ottenere una specialità che non fac­cia male a nessuno. Per cui, non parliamone più... Voi vedete bene che c'è di mezzo la mia serietà, la mia coerenza scientifica.

Stefano                         - Oh, quanto a questo a un uomo come voi non mancherebbe certo il modo...

Riccardo                       - Di rompere il diaframma che separa il medico dal ciarlatano?...

Stefano                         - Di spostarlo...

Riccardo                       - No, no, caro signore, no... Per fare una cosa simile dovrei proprio essere pazzo... o pazzo, o innamorato...

Stefano                         - Io pensavo che, data l'amicizia...

Riccardo                       - L'amicizia... Prima di tutto l'amicizia di Gregorio non è poi questo sentimento inebriante... E poi c'è anche da considerare l'inimicizia. Avete mai sentito dire che si tradiscono i propri nemici? Mai. E io dovrei proprio dare a tutti coloro che mi odiano, perché ho loro impedito di vendere dei decotti inutili, la gioia bestiale di gettarsi sulle mie pillole, cioè sulle vostre... perché, se ho ben capito, finireste per averle voi...

Stefano                         - Dopo...

Riccardo                       - Dopo il pasto. Ho capito. Ebbene, no. E adesso basta.

Stefano                         - E va bene. Non ho altro da dire. A difen­dere i miei interessi penserò io.

Riccardo                       - Fate quello che volete. (Pausa). Piuttosto, ora che ci penso, in tal modo verrebbe a cessare la ra­gione del grazioso invito, no? Da questo momento io potrei diventare l'ospite sopportato...

Giuditta                        - (entra ansiosa, impaziente) Stefano...

Stefano                         - Che c'è?

Giuditta                        - Chiedo scusa, ma non potevo più resi­stere... Aspettavo che mi chiamassi... Avevo capito che tu stavi parlando al professore della cosa... No?...

Stefano                         - Sì... ma...

Giuditta                        - (ansiosissima) E allora... Dimmi... Pro­fessore... Che cosa avete deciso?...

Stefano                         - Mia cara... Non c'è che gettarsi ai suoi piedi...

Riccardo                       - Per carità... Le scene! Le scene! (si slan­cia per la scala, ma, prima che egli scompaia, Giuditta superando l’avvilimento con voce energica).

Giuditta                        - Professore... State tranquillo. Non mi get­terò ai vostri piedi. Non farò scene. La dignità è una ricchezza che anche i falliti possono conservare.

Riccardo                       - Brava. Sapete, giovanotto, che questa bimba è migliore di voi? Complimenti. (Esce).

Stefano                         - (sta per uscire dal fondo in fretta).

Giuditta                        - (fermandolo) Dove vai, adesso?

Stefano                         - A cercare tuo padre.

Giuditta                        - Ma aspetta!... Hai tanta fretta di dargli questo dolore?

Stefano                         - Tanto, adesso o fra poco... è lo stesso.

Giuditta i                      - Ma pensiamo... Vediamo... Non si potrà dirglielo così...

Stefano                         - E come vuoi dirglielo?...

(Gregorio e Teresa compaiono al fondo: Gregorio si lamenta di un dolore a sinistra. Giuditta si ricompone in fretta).

Gregorio                        - Oh, ohi, ohi...

Teresa                            - Su, su, non spaventarti... Mettiti a sedere qui... Riposati.

Giuditta                        - Papà... Che hai?...

Stefano                         - Si sente male?...

Gregorio                        - (sedendosi) Figlia mia... Una sciabolata qui... Non posso... nemmeno tirare il fiato. Non avrei mai creduto che il fegato potesse farsi sentire così...

Teresa                            - Ma che fegato- A sinistra-. E' la milza... Non fai che marciare come un bersagliere dalla mattina alla sera... Fermati... Riposati... (A Giuditta) Portagli un bicchier d'acqua... (Giuditta esce).

Gregorio                        - Oh... Oh...

Teresa                            - Questi uomini... Non resistono a una pun­tura di mosca... (Guarda Stefano) Che avete?...

Stefano                         - Io? Perché?

Teresa                            - Siete più austero del solito...

Stefano                         - Sfido...

Teresa                            - (preoccupata) Che c'è?...

Gregorio                        - (sta per alzarsi, ma gli fa nude e si risiede) Che c'è?...

Stefano                         - C'è che ho parlato al professore...

Teresa                            - Di che?...

Stefano                         - Del nostro affare.

Gregorio                        - Ebbene?

Stefano                         - Rifiuta.

Teresa                            - Rifiuta? (Gregorio e Teresa si guardano co­sternati).

Stefano                         - Irremovibile.

Teresa                            - (a Gregorio) Oh, povero il mio vecchio... E' finita!...

Gregorio                        - (dopo un attimo di confusione) Ma... ma... (Scagliandosi contro Stefano) E chi ti ha autorizzato a parlare al professore?

Stefano                         - Bene! E' bell'e guarito!

Gregorio                        - Domando chi ti ha autorizzato!...

Stefano                         - Ma... la vostra perplessità... la vostra sal­ma... Dico, i giorni passano...

Gregorio                        - E dici che mi sei amico? E dici che ami mia figlia?

Stefano                         - Ma non ricominciamo, adesso... Credi che una domanda rivolta da te o dalla signora o da Giu­ditta, avrebbe avuto esito diverso? Si tratta di una po­sizione scientifica... d'una questione di coerenza di prin­cipi... Del resto, si sapeva... Te lo avevo anche detto.

Gregorio                        - Tu non dovevi parlare...

Stefano                         - Oh, senti... sono cinque giorni che si balla sulla corda... Se credi che io possa resistere al bombar­damento quotidiano dei telegrammi che manda il Con­siglio...

Gregorio                        - Al diavolo il Consiglio... La proroga sca­deva fra otto giorni!

Teresa                            - Andiamo, non urlate così...

Gregorio                        - Lasciami dire... Costui ormai lo conosco... Io... (è ripreso dal nude) Ahi...

Teresa                            - Taci, per carità... Siediti qui... stai tran­quillo...

Giuditta                        - (compare col bicchiere d'acqua).

Grecorio                        - (vedendo la figlia si scarica e scoppia a pian­gere) Oh, piccola, piccola... (va verso di lei).

Giuditta                        - (depone il bicchiere sulla prima mensola che trova e abbraccia il padre) Su, su, papà  - Che c'è?... (A Stefano) Gli hai già detto tutto? Decisamente non ti si può lasciar solo un momento... Papà... Co­raggio... Vieni a coricarti, intanto... Poi penseremo... Tro­veremo una soluzione, vedrai... Parlerò io col profes­sore... Non è detta l'ultima parola...

Gregorio                        - (uscendo con lei da una delle porte di de­stra) Povera piccola, povera piccola... (Mentre i due se ne vanno dalla porta, scende Riccardo in fretta che li vede).

Riccardo                       - Che c'è?

Teresa                            - Gregorio è stato preso da uno strano male al fianco sinistro...

Riccardo                       - Ah, sì... volete che vada a vederlo?

Teresa                            - Oh, grazie... Io credo che abbia camminato troppo...

Riccardo                       - Può darsi. Intanto... (mostrando una let­tera chiusa) a chi potrei affidare questa lettera... per la posta?... E' urgente... E' per il padrone di questa villa...

Teresa                            - Perché? Oh, scusate. Penso io...

Riccardo                       - Grazie. (Teresa esce). Ed ora, vediamo...

Stefano                         - Volete che vi conduca alla camera di Gre­gorio?...

Riccardo                       - So, so... Prego... (Esce).

Stefano                         - (si siede, accendendo una sigaretta).

Attilio                           - (compare dal fondo misteriosamente) Scu­sate... Il professore è ancora in casa?

Stefano                         - Sì.

Attilio                           - Non esce più?

Stefano                         - E che ne so io? (Attilio scompare guar­dingo).

Giuditta                        - (entra).

Stefano                         - Giuditta, io capisco che tu in questo mo­mento mi tieni responsabile...

Giuditta                        - No, niente. (Lasciami stare...

Stefano                         - Volevo dirti...

Giuditta                        - Non mi interessa.

Stefano                         - Come, non ti interessa? Se vorrai essere mia moglie...

Giuditta                        - La buona moglie si fida ciecamente del suo sposo.

Stefano                         - Meglio così. E allora, senti, in previsione delle battaglie che dovrò sostenere laggiù, delle accuse che mi si muoveranno, anche in rapporto al nostro le­game... io devo prepararmi la difesa... nell'interesse stesso di tuo padre... Sì, io voglio continuare ad essergli utile nella misura del possibile, anche se lui non vede in me che un tiranno crudele... Capisci?

Giuditta                        - Dove vuoi andare a finire?

Stefano                         - Ecco... Fermo restando che, per nessuna cosa al mondo rinuncerei a te... per nessuna cosa, capi­sci?... Può darsi che io ti debba chiedere di prepararti a non vedermi per un «erto tempo... in questo modo io potrò godere di quella libertà di movimenti, che mi permetterà di giovare senza sospetti.

Giuditta                        - Va bene. Va bene. Ho capito... Come vuoi... (è fra la irritazione e il pianto).

Giulia                            - (comparendo al fondo) Intimità?...

Giuditta                        - (nervosa) No, Giulia... vieni pure... Non ci sono segreti per te. Del resto... sono cose che domani dovranno sapere tutti. Per forza. Siamo rovinati...

Giulia                            - Cosa? Il professore ha rifiutato?...

Giuditta                        - E io sono una fidanzata in posizione ausiliaria...

Giulia                            - E questo che vuol dire?

Stefano                         - Ma niente... Le ho proposto una misura prudenziale... che tragedie!... Ma già, qui non si ragiona più con nessuno...

Giulia                            - Ma non c'è modo di riparlare al profes­sore...

Stefano                         - Inutile, inutile... Già finirà per partire...

Giulia                            - Ma no... Bisogna trattenerlo... Possibile che si debba lasciar cadere la cosa così?...

Stefano                         - Brava, mettetevi anche voi a fantasticare...

Riccardo                       - (entra preparandosi la stilografica e siede alla tavola per scrivere).

Giuditta                        - Professore... come sta papà?...

Riccardo                       - Niente, niente... Sciocchezze. Nervi... Po­tete andare da lui... (Giuditta esce. A Stefano) Ecco la ricetta.

Stefano                         - (equivocando) La ricetta?...

Riccardo                       - (disingannandolo) La ricetta per calmare quell'uomo...

Stefano                         - Ah, bene... provvedo subito... (Esce).

                                      - (Intanto Attilio è entrato cautamente e si è avvicinato al gruppo).

Giulia                            - Ci lasciate davvero, professore?

Riccardo                       - Ci lasciamo. Sarà un gran dolore per quell'imbecille che mi segue da per tutto e mi spia arram­picato sugli alberi...

Attilio                           - (esce. Riccardo lo sogguarda con un impercet­tibile sorriso).

Giulia                            - Oh, professore...

Riccardo                       - Che c'è?

Giulia                            - Avete sorriso.

Riccardo                       - Quando?

Giulia                            - Adesso. Ho veduto io.

Riccardo                       - Ebbene?

Giulia                            - E' una grazia rara. Pare che non abbiate mai sorriso. Eppure sorridete benissimo. Avete una luce...

Riccardo                       - Oh...

Giulia                            - Ora vi conosco bene.

Riccardo                       - Siete più intelligente di me, perché voi sorridete sempre e io non vi conosco affatto.

Giulia                            - Perché il riso della donna non significa nulla. Il più delle volte è un trucco. Ma in un uomo è una rivelazione. Ridendo, l'uomo si leva la maschera.

Riccardo                       - Ho capito. Siamo alle solite. Voi state per dirmi che avete scoperto che non sono quello che sembro.

Giulia                            - No, io sto per dirvi che siete esattamente quello che sembrate. Soltanto la cosa non vi fa contento. Vi piacerebbe molto essere diverso.

Riccardo                       - Come se io non fossi stato il padrone della mia vita.

Giulia                            - Nessuno lo è, professore, e voi lo sapete benissimo. Lo sono stata io forse? Per una utopia di mio fratello eccomi qui, alla soglia d'uscita della gio­vinezza, così, sola, senza avere concluso nulla. Sono forse molto simile a voi...

Riccardo                       - Questo significa che io non avrei con­cluso nulla.

Giulia                            - Ma sì, siete un gran medico, uno scienziato celeberrimo... Ma come uomo... Non so. Mi pare che stiate ancora aspettando che qualcuno vi dia il via per incominciare la vostra corsa... Perché mi guardate?

Riccardo                       - Penso che se quel segnale venisse, non so poi se avrei la voglia di marciare. No, no... Siamo fuori di strada. La verità è che quando si oltrepassa quella certa soglia, si vede il mondo con altri occhi... e si considera... la corsa... come dite voi, come un eser­cizio sportivo troppo faticoso per le poche gioie che dà.

Giulia                            - Oh, ma... Non bisogna lasciarsi cadere. Io credo che la vecchiaia sia un'autosuggestione...

Riccardo                       - E che ne sapete voi? Voi siete ancora giovane, siete... (Pausa).

Giulia                            - (civetta con misura) Che cosa?

Riccardo                       - Insomma... Credo che potrete anche pia­cere... Siete viva...

Giulia                            - Ah, questo sì... e disperatamente decisa a non perdere un minuto di più della mia vita-,

Riccardo                       - E che cosa volete fare?

Giulia                            - Voglio volere bene a qualcuno, a qualcuno che meriti il dominio del mio cuore e del mio corpo... a costo di restare eternamente annientata all'ombra della sua vita.

Riccardo                       - E... avreste già trovato questo padrone?...

Giulia                            - (sorridendo) Ecco... dovrei dirvi molte cose su questo argomento...

Riccardo                       - (interrompendola con ingenua segretezza) Badate, c'è qualcuno. (Effettivamente Teresa compare dal fondo).

Giulia                            - (ridendo, felice) Oh, ma tutti possono sen­tirci, no?... Non possono?... (si diverte alla confusione di Riccardo).

Riccardo                       - (confuso) Ma io dicevo per voi...

Giulia                            - Sono tanto contenta, sapete?... E... vi prego... non partite cosi presto... (A Teresa) Sto pregando il pro­fessore di non lasciarci. Diteglielo anche voi... (Via in fretta).

Teresa                            - (dopo una pausa breve) Avevi proprio de­ciso di andartene?

Riccardo                       - E altrimenti come è possibile, oramai?... Si è creata una situazione falsa... Che non potremmo sop­portare né io né voi.

Teresa                            - Vorrei pregarti... di restare almeno fino alla scadenza della proroga che i nostri creditori ci hanno concesso... La tua presenza qui, anche se non deve mu­tare sostanzialmente le cose, potrebbe essere di un grande aiuto morale...

Riccardo                       - Aiuto morale? Ma per chi, mi dici?

Teresa                            - Oh, non per me, non per Gregorio, che oramai sappiamo bene la nostra sorte... Ma vedi, oltre a tutto il resto, io sono anche preoccupata in questo mo­mento dallo stato di prostrazione in cui è caduta Giu­ditta... Mi fa paura...

Riccardo                       - Ma non vedo come io posso alleviare que­sto stato...

Teresa                            - Se rimani, se non fuggi, io posso trovare per lei qualche bugia pietosa... Farle credere che riu­sciremo a farti ritornare sulla tua decisione... non so...

Riccardo                       - Oh... ma non è peggio, poi? Tanto, non muta nulla...

Teresa                            - Perché, quando vedi che un malato non gua­risce, tu lo ammazzi?... Anche tu adoperi le bugie pie­tose. Te ne prego,

Riccardo                       - .. Non ti costa nulla... Nem­meno la noia di vederci... di assistere al nostro dolore, perché ti prometto che non ci incontrerai nemmeno...

Riccardo                       - Ma mi dici a quale strana idea vi siete attaccati voi nel momento del pericolo? Eh, sì... Perché bisogna proprio aver venduto il proprio buon senso per mettere in esecuzione un progetto di questa natura, senza nemmeno sapere se c'era una, non dico dieci, una sola probabilità di successo...

Teresa                            - Anch'io pensai questo in principio... ma poi... qualche cosa, nel mio cuore mi disse che, si, forse... la via era buona...

Riccardo                       - E perché?...

Teresa                            - Ma, che ti devo dire?... I ricordi... il pen­siero di giorni felici...

Riccardo                       - E non hai avuto il dubbio che il pensiero dei giorni felici, considerato dal fondo delle ore grigie, fosse invece irritante?

Teresa                            - Non ci ho pensato... no. Oh, non mi figu­ravo certo che agisse su di te il fascino della mia vec­chiaia... Non arrivo a questo punto di vanità... Ma chi sa? Speravo in Giuditta.

Riccardo                       - Giuditta? 0 questa poi!...

Teresa                            - . Sì, come devo dirti? Forse ora ti burlerai di me, dei miei pensieri troppo sentimentali, ma vedi... Avevo pensato che la vista di Giuditta ti avrebbe, non dico persuaso, ma almeno scosso, commosso... Avevo sperato... non so... che tu potessi vedere in lei... mi ca­pisci?...

Riccardo                       - No...

Teresa                            - ...che tu potessi vedere in lei qualche cosa di più di quello che è... In fondo... così come è, avrebbe anche potuto essere la sola cosa viva del nostro passato... (Pausa. Riccardo guarda Teresa).

Riccardo                       - (sillabando) Che cosa intendi di dire?... Che macchina vai montando?...

Teresa                            - No,

Riccardo                       - .. Mi hai domandato la ra­gione della nostra condotta. Per quel che mi riguarda te la dico, candidamente... senza intenzioni. Ho sba­gliato. Non ne parliamo più...

Riccardo                       - No, no. Sotto le tue parole c'è una insi­nuazione che... o ha qualche radice di verità... oppure...

Teresa                            - Oh, per l'amor del cielo, non dare alle mie parole un significato che non hanno... Nessuna radice di verità... Se mai, il ricordo di certi sospetti che mi tor­mentarono quando nacque... Se dico che avrebbe po­tuto essere... è rigorosamente esatto... Come è rigorosa­mente esatto che sono molto contenta che non lo sia... E come avrei potuto vivere,

Riccardo                       - .. Una menzogna continua... (Pausa). Ti ho attribuito dei pensieri di don­na... ecco tutto. Perdonamelo e... non parliamone più...

Riccardo                       - (dopo una pausa) Quanti anni ha?...

Teresa                            - Giuditta?... Ventiquattro a gennaio... Ma non credere, Riccardo, ti ripeto... D'altra parte, puoi vedere tu stesso come somiglia a mio marito...

Riccardo                       - Fisicamente non mi pare.

Teresa                            - Ma... il carattere... la stessa facilità all'esal­tazione, all'abbattimento... Non vedi? Non c'è dubbio.

Riccardo                       - Ma avrebbe potuto essere. Non c'è dub­bio. (Riccardo misura agitato la scena; si ferma). Hai avuto altri figli?

Teresa                            - Disgraziatamente no, ma... che cosa vuoi dire? (Pausa. I due si guardano. Giuditta entra).

Giuditta                        - Mamma... Vuoi salire un momento?...

Teresa                            - Mi vuole?... Oh... benedetto uomo... (va alla soglia, si volta e guarda Giuditta e Riccardo, in un silenzio che dura alquanto).

Giuditta                        - Che c'è?

Teresa                            - (esce).

Giuditta                        - Che ha, la mamma?...

Riccardo                       - (non ha sentito: la guarda) Giuditta... si­gnorina Giuditta... (più franco) Non dovete mostrare ai vostri genitori un volto così addolorato...

Giuditta                        - E come potrei sorridere?

Riccardo i                     - Ma... si cerca di trovare in se stessi... Dopo tutto, ciò che sta accadendo non è poi la morte...

Giuditta                        - Per voi che siete medico forse la morte rappresenta il peggio. Ma non è vero. C'è la sconfitta... l'annientamento di tutto ciò che si è costruito in una vita...

Riccardo                       - Oh... signorina... quante volte si desidere­rebbe di trovarsi di fronte all'annientamento della pro­pria vita... così... Per un caso qualunque... tutto all'aria... Ricominciare.

Giuditta                        - Non tutti possono ricominciare. Per noi, tutto è finito.

Riccardo                       - Colpa mia, vero?

Giuditta                        - Non ho detto questo. Noi rispettiamo le vostre decisioni.

Riccardo                       - Siate sincera... Voi dite così, ma in fondo mi credete crudele. Voi pensate che dopo avere accettato di riannodare una vecchia amicizia io l'abbia tra­dita. No?

Giuditta                        - A questa stregua voi potreste dire altret­tanto di noi. Se aveste saputo a tempo che papà vi chia­mava per questo, voi non sareste venuto. Dunque, in certo senso, il tradito potreste essere voi.

Riccardo                       - Ah, brava. Davvero. Non è la prima volta che vi ammiro.

Giuditta                        - Non c'è nulla da ammirare. Io vedo le cose nella loro realtà.

Riccardo                       - Eppure il mio vecchio amico non credo la pensi come voi.

Giuditta                        - Papà è tutto impulso... tutto abbandoni...

Riccardo                       - Vi somiglia.

Giuditta                        - Oh, no. E' la mamma che va dicendo con tutti che io e papà siamo due gocce d'acqua. Ma non è vero, per fortuna. Come avrebbe fatto papà in tanti casi della sua vita, se io mi fossi disperata con lui? Non aspettava che da me la forza di illudersi... Oggi, per la prima volta, non ho saputo che dirgli. Non so che dirgli.

Riccardo                       - Ma ditegli... (si tace).

Giuditta                        - Che cosa?... (alza il volto l’ltiminolo da una speranza verso di lui).

Riccardo                       - (la guarda) Di che colore sono i vostri occhi?...

Giuditta                        - (impaziente) Verdi... azzurri, secondo... Ma dite... avevate cominciato...

Riccardo                       - Già... Bisogna rimediare in qualche modo a questa situazione... No? Non si potrebbe, per esempio, trovare del denaro?

Giuditta                        - In otto giorni? Oh, professore, oramai, io sono pratica di queste cose, perché papà parla sem­pre di capitali, come tutti coloro che non ne hanno. E so che non è così semplice.

Riccardo                       - Conosco tanta gente ricca... Forse potrei io stesso garantire...

Giuditta                        - No, no, questo no. Sarebbe un pericolo molto maggiore per voi. E poi, è troppo tardi. (Com­mossa) Tutto è stato tentato... tutto. Ci fosse un filo così di speranza... (sta per piangere).

Riccardo                       - Su, su... Ora troveremo un rimedio... un mezzo qualunque... Vogliamo cercarlo insieme?...

Giuditta                        - (con trasporto) Oh... grazie... professore...

Riccardo                       - Venite qui. Confidiamoci. (Si siedono). E' un segreto... un piccolo, insignificante segreto che vi confido... Potete giurarmi che lo terrete per voi?

Giuditta                        - Oh... domandatelo a papà... me ne ha con­fidati tanti...

Riccardo                       - Ebbene, non voglio che mi crediate mi­gliore di quel che sono. Io qui ci sarei venuto in ogni modo. E non per l'amicizia che mi legava al mio vec­chia compagno...

Giuditta                        - No? E allora?...

Riccardo                       - Un giuoco del caso... Questa villa io la conoscevo... Apparteneva a mia madre... Vi ho passato i primi dodici anni della mia vita...

Giuditta                        - Ah... E non vi eravate mai più ritornato?

Riccardo                       - Da più di quarant'anni...

Giuditta                        - Strano...

Riccardo                       - Che, cosa?... Quest'idea di venire qui a ripensare alla mia vita?

Giuditta                        - Avete ragione... Forse il nostro invito vi ha ricordato...

 

Riccardo                       - Di più... Il vostro invito si è incontrato con un mio particolare stato d'animo... E’ difficile a spiegare... Voi non potete capire forse... A un certo punto ti accorgi che il passato acquista nella tua me­moria una profondità enorme... Prima vedevi le cose prossime della tua vita. Dopo, vedi le cose più remote, quelle che da anni e anni non riaffioravano più alla tua mente... Oh... E' un ritorno terribilmente amaro... perché vuol dire che... che incominci a morire...

Giuditta                        - Oh, no! Non dite queste cose tristi! Io credo invece che quando avete udito il nome di questa villa, dovete aver pensato: «To'... voglio vedere se c'è ancora l'albero sul quale m'arrampicavo per andare a disturbare i nidi dei passeri... ». L'avete ritrovato?

Riccardo i                     - Tutto ho ritrovato. Gli alberi, i sentieri, il bosco, il ruscello, i profumi e gli echi... Tutto, come se la vita non fosse passata. Ma tutto m'è parso più pic­colo... più freddo. Ci sono ancora nell'aria le promesse d'allora, forse, ma io non le sento più... Soltanto a quando a quando... ho risentito, nella mia, la mano di mia madre che mi guidava... E questo significa che la vita è passata...

Giuditta                        - (sorridendo) Quando papà mi fa questi discorsi, io gli dico che l'età di un uomo si deve misu­rare a partire dalla sua morte, non dalla sua nascita. E gli leggo la mano...

Riccardo                       - (timidamente offre la mano).

Giuditta                        - Volete?... (gli prende la mano) Oh, come è bella...

Riccardo                       - Sei la prima strega che la vede...

Giuditta                        - Strano... Vedete questa linea?... C'è anche nella mia... Guardate.

Riccardo                       - (confronta la sua mano con quella di Giu­ditta) Che vuol dire?

Giuditta                        - Non lo so. Io conosco soltanto la linea della vita e quella del cuore. Ecco... qui dice che voi amerete ancora e vivrete ottant'anni... e forse più.

Riccardo                       - Davvero? Sarei giovane...

Giuditta                        - . Lo siete. Tanto è vero che da quando siete qui vi siete comportato come un ragazzo... Ora ho capito tutto. Soltanto il caffelatte non capisco... Non lo prendete mai.

Riccardo                       - Lo prendevo allora. Mentre il sole saliva di fronte a me... Ma, adesso, debbo avere qualche ri­guardo alla mia digestione e così... restiamo tutti e tre a guardarci senza dirci nulla.

Giuditta                        - Tutti e tre?

Riccardo                       - Io, il sole e il caffelatte...

Giuditta                        - Sapete che mi sembra di avervi conosciuto da tanto tempo?

Riccardo                       - Davvero? Dimmi...

Giuditta                        - La vostra voce mi dà... non so... una si­curezza, una fiducia... Con mio padre invece accade il contrario... debbo tenerlo su con le mie forze... Alimen­tare le sue illusioni... le sue speranze.

Riccardo                       - Tu sai accendere il fuoco...

Giuditta                        - (ridendo) Sì... Ho fiato...

Riccardo                       - Hai cuore...

Giuditta                        - (lo guarda) Se raccontassi questo nostro colloquio, nessuno mi crederebbe.

Riccardo                       - Segreto.

Giuditta                        - Quanti segreti fra noi, in pochi minuti...

Riccardo                       - E forse ne abbiamo altri in serbo.

Giuditta                        - Sì? Magari... ma... sensate se oso...

Riccardo                       - Dimmi, dimmi...

Giuditta                        - Abbiamo dimenticato a mezzo nel discor­so... Non indovinate?... Quando io dico a papà «indo­vina », egli indovina subito.

Riccardo                       - L'industria!... Ho indovinato?...

Giuditta                        - Sì    - (lo guarda, ansiosa).

Riccardo                       - (affascinato) Digli... (Pausa). Digli che avrà la mia formula.

Giuditta                        - (non crede alle proprie orecchie) Voi dite che... Oh... Ma... Davvero?... Dite... Davvero?...

Riccardo                       - Sei contenta?...

Giuditta                        - Oh, potete pensarlo... E... che cosa vi devo dire... Come ringraziarvi... Come... (ha il cuore pieno, sta per piangere) Io... non so...

Riccardo                       - Promettimi che ricorderai, senza mai dir­lo a nessuno, questo nostro colloquio segreto...

Giuditta                        - Oh... potete credermi se vi dico che... mi sentirei la voglia di baciarvi le mani, di inginocchiarmi davanti a voi, perché le parole non le so dire come vor­rei... Ecco, ecco: dopo mio padre, d'ora innanzi, voi sa­rete la persona che amerò di più...

Riccardo                       - Per questo?

Giuditta                        - Perché l'avete fatto per me, vero? Voi ave­vate rifiutato, prima. E invece, adesso...

Riccardo                       - Sì... piccina... E' per te... Ma non dire niente di tutto questo. Devi dire soltanto: il professore ci aiuta... Perché? Non lo so. Come fu? Non lo so. Che cosa è accaduto? Non lo so...

Giuditta                        - Infatti, non è accaduto nulla.

Riccardo                       - Nulla... o... tutto...

Giuditta                        - Comunque... segreto...

Riccardo                       - Sì... Vorrei ora che tu me ne confidassi un altro...

Giuditta                        - Dite... Potrei dirvi qualunque cosa...

Riccardo                       - Ti sposi?...

Giuditta                        - (raggelata) Ah... (abbassa la testa).

Riccardo                       - Quel tuo fidanzato non mi va.

Giuditta                        - (lo guarda) Perché?...

Riccardo                       - Non mi va... Non lo so, perché... Ma non mi va. Desidero che non si occupi dello sfruttamento della mia formula... Vendetela altrove... Conserverete la vostra indipendenza industriale e... tutto il resto...

Giuditta                        - . Oh... Ma io...

Riccardo                       - Lo ami?... Guardami. No. Perché lo spo­savi, allora?...

Giuditta                        - Potevo salvare qualche cosa...

Riccardo                       - E quello là... lasciava fare... Assisteva a questo mercato senza parlare... Che padre è?...

Giuditta                        - (frustata da queste parole) Ah, no... Papà non avrebbe lasciato fare... se avesse saputo... Sono io che l'ho convinto...

Riccardo                       - Ma un padre deve vedere... Gli deve bastare un'occhiata... Ma come non si è mai domandato se tutto ciò era possibile?... Se era verosimile... La stessa posizione d'i quell'uomo non doveva metterlo in sospetto?... Ma via...

Giuditta                        - Non poteva, non poteva... Vi dico che io l'avevo convinto... che sono stata io...

Riccardo                       - (quasi tra se) Perché alle volte l'interesse fa travedere...

Giuditta                        - (urlando) No, no, no... Non dovete dire questo... Non dovete. Papà è un santo... Non tollero, capite? Non tollero che si dubiti del suo amore per me, della sua buona fede... Preferisco rinunciare a tutti i vostri benefici, piuttosto che ascoltare una parola di più contro mio padre, che ha sacrificato tutta la vita per me, che non ha sofferto, sperato, lavorato, che per me... che non ha mai avuto altro pensiero che me... me sola, me sola... Valeva bene la pena che gli sacrificassi qualche cosa anch'io... (scoppia a piangere col capo sul gomito appoggiato alla tavola).

Riccardo                       - (è rimasto scosso dalla violenza passionale di Giuditta: è mortificato, mentre Giuditta singhiozza, si avvicina a lei e le accarezza i capelli) Ecco... ecco... Era questo che volevo da te... Ho detto quel che ho detto, con intenzione... per sapere...

Giuditta                        - Se io amavo papà? E c'era bisogno?...!

Riccardo                       - Sì, c'era bisogno...

Giuditta                        - (pausa) E allora?...

Riccardo                       - (guardando altrove per non incontrare gli occhi di Giuditta) Allora va bene... quel che ho promesso...

Giuditta                        - ((si alza, vivificata) Grazie... Perdona­temi... Ma per me papà... non so... nota so dirvi... che cosa possa essere per una figlia... un padre... (si volta repentina e fugge così leggera che l'altro non se ne ac­corge nemmeno).

Riccardo                       - Che cosa può essere?... (alza lo sguardo e vede che non c'è più nessuno. Si alza e chiama tre­pido) Giuditta... (Nessuno gli risponde, si guarda in- ' torno con espressione desolata).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

La stessa scena. La porta di fondo è ornata di lampion­cini alla veneziana, ma spenti. Sulla tavola, a parte, dolci, paste, bottiglie.

(Sono in scena Gregorio e Giuditta).

Giuditta                        - (sfregandosi le mani e guardando, spalle al pubblico, i lampioncini) Bene, benissimo. Sarà un effetto.

Attilio                           - (che era sulla terrazza ed entra nel vano della porta) Badate, credo che i gitanti stiano per arrivare. (Volgendosi verso l'interno) Vero, professore? Avete veduto anche voi delle lanterne sul versante opposto.

Riccardo                       - (comparendo a sua volta) Sì, mi è parso. (Vedendo il rinfresco) Ah... Volete proprio stare allegri, questa sera... Balli, lumi, bottiglie...

Gregorio                        - I piroscafi che viaggiano per i mari del sud fanno una festa quando hanno doppiato il Capo delle Tempeste... Capisci il simbolo?

Riccardo                       - Capisco...

Attilio                           - Bisogna fare una prova, assolutamente. Ca­pite com'è, professore? Appena arrivano i gitanti, noi diamo luce. Crederanno che siate partito...

Riccardo                       - Grazie della delicatezza...

Gregorio                        - Ma che dice quel testone?... Andate da basso, piuttosto, e fatemi il piacere di abbassare la ma­novella, che proviamo le luci.

Attilio                           - Io vado, ma non mi fido, con questi im­pianti di fortuna... Io temo che bruci la casa...

Gregorio                        - Ma volete andarvene? (Attilio via).

Riccardo                       - Bruciare la casa? Ma dico, l'ho compe­rata io...

Gregorio                        - L'hai comperata tu? E quando?

Riccardo                       - Ieri ho scritto al proprietario, oggi mi ha risposto per telegrafo. Che cosa c'è da meravigliarsi? Mi piace.

Gregorio                        - Ma scusa... Che te ne fai? Non hai figli...

Riccardo                       - (riflessiva ed enigmatico) Già... questo è un problema da risolvere.

La voce di Attilio         - Pronto?...

Gregorio                        - Eccomi. (Va alla veranda) Uno, due, tre!... (/ lampioncini non sì accendono) Avete sentito il tre? (Non si accendono ancora).

La voce di Attilio         - Ho già abbassato la manovella.

Gregorio                        - Come va questo affare?... Ho fatto l'in­nesto io stesso...

La voce di Attilio         - Si è spezzata...

Gregorio                        - Ha rotto la manovella? Ma quello scher­za... Giuditta, stai attenta tu... vado a vedere... (Si ode il canto di Giulia).

Riccardo                       - Chi è che canta?

Giuditta                        - Giulia... Volete che le dica...

Riccardo                       - Oh, no... Anzi... Ha una voce molto... molto...

Giuditta                        - Allora non è vero che non vi piace la musica...

Riccardo                       - Oh... Giuditta. Non mi chiedete più nulla... almeno per qualche tempo...

Giuditta                        - (affettuosa) Che cosa avete?

Riccardo                       - Niente. Ma di quando in quando i motori vanno riveduti... E poiché anche le idee hanno i loro ingranaggi...

Giuditta                        - Va bene. Aspetterò che il vostro motore sia uscito dall'officina per sentirmi ridare del tu... da voi. Mi piaceva tanto...

Riccardo                       - Non ne ho il diritto... piccina... Il tu che li davo io era...

Giuditta                        - Affettuoso...

Riccardo                       - Di più...

Giuditta                        - Intimo...

Riccardo                       - Di più...

Giuditta                        - (resta a guardare stupita Riccardo, che le sor­ride. La pausa è interrotta dalla luce che improvvisamente si è accesa).

Riccardo                       - (fa una carezza sorridendo a Giuditta e le dice) Su... Dite a vostro padre che questa volta il suo giochetto luminoso è riuscito...

Giuditta                        - (con dolce rimprovero) Siete aspro con lui...

Riccardo                       - (ridendo) Ma no... Ma no... Scherzo...

Giuditta                        - (correndo alla veranda) Papà... papà... E' tutto acceso...

Riccardo                       - (che ha seguito Giuditta al fondo, scompare, mentre da una delle porte laterali compare Stefano con soprabito sul braccio e valigetta).

Stefano                         - Ah... Allegria, vero?...

Giuditta                        - (ridiscendendo verso la scena) A quanto pare... Ma che fai? Parti?

Stefano                         - Credo che, dopo quello che è accaduto... dopo le strane condizioni che il professore ha posto alla concessione della sua formula e sopra tutto dopo quello che mi hai detto tu... mi pare che proprio io possa anche partire senza disturbare nessuno...

Giuditta                        - Vuoi fare questo viaggio di notte? In au­tomobile, per queste strade...

Stefano                         - (amaro) Per carità... Ti ringrazio... Biso­gnava proprio che tu non avessi più bisogno di me, per usarmi tanta cortesia...

 Giuditta                       - (leggermente annoiata) Non merito questo rimprovero.

Stefano                         - Hai ragione... scusa il mio stato d'animo...

Giuditta                        - Certamente.

Stefano                         - (sospirando) Il nostro romanzo d'amore è durato quanto il corso di un cattivo affare.

Giuditta                        - (reagendo) Hai torto di parlare di cattivi affari. Non avresti mai nemmeno sognato il pagamento integrale del nostro debito. Farai una magnifica figura coi tuoi consiglieri.

Stefano                         - Questo è vero. Ma quando sapranno che la formula c'è... Ed essi non l'avranno.

Giuditta                        - Non è necessario che lo sappiano subito.

Stefano                         - (irritato) E poi, che importanza ha tutto questo?

Giuditta                        - Ne hai parlato tu.

Stefano                         - E' vero. Non so nemmeno quel che dico.

Giuditta                        - (con molta tenerezza verso di lui) Ti ho fatto tanto male? (Pausa). Non lo credevo, sai? Negli ultimi tempi m'era parso che il tuo amore per me fosse stato sopraffatto da preoccupazioni più concrete. Avevi perfino sospeso i nostri rapporti.

Stefano                         - Non parliamone più. Ci inaspriremo inu­tilmente. Meglio chiudere questa partita così, col torto e la ragione a un tanto per ciascuno. Tu sei giovane, credi che l'amore debba essere qualche cosa di assoluto, di esclusivo. Credi che un uomo debba gettarvi tutto se stesso, anche il proprio passato... tutte le fatiche... il la­voro compiuto...

Giuditta                        - Ma allora?...

Stefano                         - Può darsi, può darsi. Io non sono un ro­mantico. E non la penso così. Però può darsi che io abbia a soffrire di quanto m'è accaduto ora, in una misura im­preveduta anche da me... Eh, sì... Vuoi che ti dica? In­comincio a intuire quel signore, sì, il tuo professore... il suo carattere... le sue ritrosie, i suoi nervi... Che cosa vuoi scommettere che quell'uomo chiuse la sua giovi­nezza così? con una stupida delusione d'amore? Ecco che cosa sarà di me. Diverrò come lui, meno la sua gloria, si intende... Ah... sarà allegra la mia vita...

(Il professore entra lentamente, guarda i due che tac­ciono; Giuditta sta per scappar via turbata, ma Riccardo la trattiene amorevolmente per un braccio).

Riccardo                       - Che cosa c'è? (A Stefano) Che cosa le avete detto?

Stefano                         - Io? E' lei che ha detto a me.

Riccardo                       - Che cosa?

Stefano                         - Non ho conti da rendere a nessuno. Tanto meno poi a voi, professore. Non siete né mio padre, né suo padre.

Riccardo                       - Troppo giusto. Scusatemi.

Giuditta                        - No. Dovete sapere, professore... E' giusto che sappiate... Ho detto a Stefano che non deve pensare più a me.

Riccardo                       - Benissimo.

Stefano                         - Allora continua e digli che cosa ti ho ri­sposto... Digli che cosa sarà di me... Non hai il co­raggio?... Bene, glie lo dico io. Ho detto a Giuditta che ci pensi, prima di fare di me un infelice come voi. (Esce).

(Dopo una pausa, Giuditta si avvicina a Riccardo).

Giuditta                        - Mi dispiace...

Riccardo                       - Oh, niente. Insomma, a quel che vedo... io faccio una gran pena a tutti, no?...

Giuditta                        - No, a me no. Io ho tanto pensato a voi, ma non così... Certo vi ho sentito sempre molto solo, ma il vostro cuore vi salva...

Gregorio                        - (ad Attilio, entrando) Insomma, quando vi dico di non toccare, non dovete toccare... Ha delle mani spaventevoli..

Attilio                           - (che entra dietro Gregorio) Ma, professore, se si vuole abbassare una leva, bisogna afferrarla...

Gregorio                        - Alla grazia, vi ci siete attaccato di peso...

(Entrano Teresa e Giulia abbigliate da festa).

Giulia                            - Attilio? Che «osa hai fatto ancora?

Gregorio                        - Ha rotto tutto e giocherellava... faceva la ginnastica da camera con una manovella di fortuna che avevo costruito con tanta pazienza...

Giulia                            - Non potresti occuparti delle cose tue?

Attilio                           - E' stato lui che mi ha pregato... (discute con Gregorio).

Giulia                            - (avvicinandosi al professore) Buona sera, professore...

Riccardo                       - (burbero, timido, violento) Oh... Come siete... bella.

Giulia                            - (sorpresa) Oh voi? Avete sentito?...

Riccardo                       - Ma no...

Giulia                            - Eh, è un onore troppo grande perché debba restare segreto... Il professore mi ha fatto un compli­mento...

Attilio                           - Grazie, professore... Sono sensibilissimo...

Gregorio                        - Andiamo, andiamo, non c'è tempo da per­dere... Datemi una sedia.

Giuditta                        - Ancora?

Gregorio                        - Cara, c'è da controllare tutto l'impianto del prato dove si balla.

Giuditta                        - Per carità, qualcuno venga ad aiutarmi... Una volta o l'altra papà si fa male...

Teresa                            - Dovresti stare attento, specialmente con la tua salute.

Gregorio                        - Alla mia salute penserà lui. Me lo ha pro­messo. Niente paura.     (Gregorio e Giuditta escono).

Giulia                            - Restate in casa, professore?

Riccardo                       - Si... se qualcuno vuol tenermi compagnia...

Attilio                           - Io, io... Ho giusto una cosa da dirvi... Una cosa genialissima.

Giulia                            - Attilio, non annoiare il professore...

Attilio                           - Due parole sole.

Giulia                            - (seccata, va al fondo ad ascoltare).

Attilio                           - Per voi ha mille riguardi. Una vera venera­zione. Dunque... no, donna Teresa, restate pure, è una cosa che ci interessa tutti quanti. Ecco di che si tratta. Visto e considerato che mia sorella non pensa che agli ideali domestici...

Giulia                            - Attilio...

Attilio                           - Lasciami dire... Insomma, io devo provve­dere a me stesso in qualche modo.

Riccardo                       - Bravo.

Attilio                           - Sono un artista anch'io, anch'io ho diritto alla mia parte di gloria.

Riccardo                       - Magnificamente.

Attilio                           - Ho un'idea, che spero vi piaccia... Si tratta di una specie nuovissima di pubblicità...

Riccardo                       - Pubblicità? Di che?

Attilio                           - Ma... non so... Poniamo che debba uscire un nuovo prodotto farmaceutico... qualche cosa...

Teresa                            - Sentite, maestro...

Attilio                           - Oramai lasciatemi finire, per carità. Si tratta di raggiungere per mezzo di temi musicali opportuna­mente scelti, dei risultati ossessivi, parossistici, che agi­scano in modo fatale sui centri nervosi del consumatore... Insomma, quando a mezzo di altoparlanti verranno diffusi nell'aria questi temi, deve essere come quando si sente la sirena dei pompieri...

Riccardo                       - Volete fermare la circolazione?

Attilio                           - Voglio dire che tutti debbono correre col i pensiero a quel prodotto...

Riccardo                       - Scostandosi...

Attilio                           - Ma no... Sentite, professore...

Giulia                            - Attilio, ora basta!... Vieni via...

Attilio                           - Be', adesso non si può... C'è la vostra guar­dia del corpo. Non vi si può nemmeno guardare, nem­meno guardare... Ma ne riparleremo... Vedrete che la cosa... Oh, in America l'avrebbero capita al volo...

Giulia                            - Insomma...

Attilio                           - Ma sì, ma sì... (Esce con Giulia).

Teresa                            - Non vedevo proprio l'ora che la smettesse...

Riccardo                       - Perché? Dopo tutto, anche lui ha i suoi I problemi da risolvere.

Teresa                            - Temevo che ti disturbasse... Sono tanto. contenta di vederti così sereno...

Riccardo                       - Tu mi vedi sereno?... Perché mi interesso ai palloncini, alla festa, perché mi occupo degli amori giovanili...

Teresa                            - (spaventata) Che c'è, Riccardo?

Riccardo                       - Io non sono sereno. Io sono spaventato. ; Io continuo a ballonzolare come un burattino intorno al filo di un pensiero sospeso nel vuoto. Bella cosa hai fatto... Bella cosa. Hai avuto un'idea infernale. Una trap­pola da lupi...

Teresa                            - Riccardo!

Riccardo                       - Ci sono cascato dentro. Da due giorni mi ; dibatto senza potermi liberare... (Dopo una pausa) Giuditta, non è niente di me...

Teresa                            - Ma... appunto... Che cosa ti avevo detto?

Riccardo                       - Mi avevi detto delle parole oblique... equivoche. E io, a berle. Perché non c'è barba di scien­ziato che possa stabilire la verità positiva in casi come questo...

Teresa                            - E allora?...

Riccardo                       - Allora niente, niente lo stesso. Qualunque cosa abbia commesso la madre di Cordelia, il re suo padre non ha niente da temere. E poi, e poi... I figli non ci nascono di venti anni. Sarebbe troppo comodo per un padre. Giuditta non è niente di me.

Teresa                            - Vuoi dire che... sei pentito di avere pro­messo...

Riccardo                       - Magari! Vorrebbe dire che potrei ritornare indietro di quarantotto ore, che potrei cancellare quello che è accaduto in me. Invece no, Giuditta non è niente di me, ma quello che è accaduto è accaduto. Ed eccomi qua, solo, ad annaspare in cerca di un equilibrio che ho perduto... che ho paura di non riconquistare mai più... E' insopportabile... Capisci? Capisci che adesso... dopo aver veduto e perduto Giuditta... io mi sento come se mi fosse morto qualcuno? Lo capisci questo?... Ca­pisci che li venti anni vivi, verdi, puri di tua figlia... mi hanno abbagliato come se fossero miei e m'hanno la­sciato così... cieco... inquieto... angosciato...

Teresa                            - Oh.. Ho fatto male...-

Riccardo                       - E chi lo sa? Tu non l'hai fatto apposta. Tu hai parlato così, leggermente, come fanno le donne tante volte, per obbedire a un moto del cuore, a una fantasia sentimentale. Non potevi prevedere quel che ne sarebbe venuto in me... E nemmeno io... M'avessero detto che un giorno avrei patito la desolata solitudine di non vedere nessuno venire dopo di me... mi sarei messo a ridere... E invece! Si vede che a un certo punto l'istin­to scopre le sue carte. Perché amasti quando era il tem­po? Perché combattesti quando era il tempo? ecco. Per questo. Oh... Non puoi capirlo sai, questo morso alla carne... Ma poi non è nemmeno più la carne... è il sen­timento stesso della vita che si rivolta dentro di te, con un furore... con un furore vendicativo... E' bastata una apparizione, il passaggio momentaneo, fulmineo di quei vent'anni... Ed eccomi qua a pensare che forse è troppo tardi...

Teresa                            - Se avessi saputo che una parola sfuggita così, in un momento di disperazione... Che ti devo dire?

Riccardo                       - Che vuoi dire? Tutto quel che c'era da dire, me lo sono detto da me nella notte più agitata che io abbia mai passato nella mia vita. Ho attraversato tutte le sfumature dell'inquietudine. Ti ho anche odiato per la tagliola che avevi caricato alle mie caviglie. Ho pensato di gridare la verità a tutti e di non far nulla di quanto avevo promesso... Che importa? Ma poi altre idee incalzavano... passavano... Il sentimento della vita si pacificava a un tratto come se qualcuno... un'idea, un'illusione... dopo averlo salvato dall'equilibrio insta­bile di tanti anni, gli avesse trovato finalmente una base solida, sicura, una consistenza... Vuoi sapere tutto?... Perfino il sangue intorpidito dalla sdegnosa castità di tanti anni, si svegliava come frustato da un'ultima spe­ranza, da un estremo bisogno di riparazione e batteva nelle tempie, friggeva nelle vene, deliziosamente, tor­mentosamente senza lasciarmi dormire. Giovane, capi­sci? Giovane, con tutte le prepotenze e le impazienze di allora... come se ritornassi da capo... come se da­vanti a me avessi ancora da costruire tutto: la mia vita e altre vite... (si ferma ridendo) -Ah... ah! Mi guardi con due occhi spaventati come se pensassi che sono di­ventato matto. Tu pensi che sono malato, che l'aria del­la montagna mi esaspera, mi esalta. No, cara, no. Sei stata tu, col tuo inganno, con la tua evocazione del tempo perduto, di ciò che avrebbe potuto essere, con quella giovinezza, che mi hai mostrato, come si mostra a un uomo di poca fede il paradiso degli altri... Ah, perdio, non so ancora se prenderti a schiaffi o ringra­ziarti...

Voci                              - (lontane e vicine si rispondono) Oh... oh..

Gregorio                        - (passando in fretta al fondo) Luce, luce!...

Riccardo                       - .. Io non so trovare nessuna pa­rola che ti sia utile. Ma vorrei tanto sapere se ti ho fatto del male, o del bene...

Riccardo                       - Chi lo sa? Te lo dirò domani.

Teresa                            - Domani? Perché?

Riccardo                       - Ma tu credi proprio che io possa rima­nere lungamente inchiodato a questo disagio morale? Nemmeno per sogno. Voglio dimenticare tutto, tutto... il mio passato, la mia età. Tutto... Ma voglio vederli un giorno... i miei vent'anni, davanti a me, vivi, veri... miei... A costo di afferrare la vita che fugge per l'ul­timo lembo della veste, a costo di commettere delle sciocchezze... Non hai detto che sono1 ancora un bell'uomo?

Teresa                            - Sì.

Riccardo                       - Che posso piacere?

Teresa                            - Ma certo.

Riccardo                       - E una maga mi ha detto che camperò ottant'anni.

Teresa                            - E allora?...

Riccardo                       - E allora... (la sua confessione è interrotta da grida che vengono dall’interno: immediatamente dopo irrompono in scena i quattro giovani escursionisti. Anche Giuditta è entrata con loro).

Carlo                             - Professore... Troviamo qui delle belle sor­prese...

Lena                              - Che gioia! Balleremo tutta la notte...

Teresa                            - Ma non siete stanchi?...

Mario                            - Niente affatto...

Maria                             - Sfido...

Mario                            - Taci!...

Maria                             - Voglio raccontare tutto... E' divertente... Si figuri, professore, che abbiamo passato la notte...

Riccardo                       - In un rifugio... (Risate).

Maria                             - In un albergo.

Teresa                            - Ma allora niente cima del Cappello...

Lena                              - Non volevamo chiedere la strada a nessuno...

Carlo                             - Uno spiegabile errore di orientamento...

Giuditta                        - Ma allora non avete fatto che discen­dere!

Maria                             - Brava. Aspettavamo sempre di arrivare a fondo valle per risalire!

Lena                              - E così siamo arrivati davanti a un cinemato­grafo... (Risate).

Gregorio                        - (compare sulla porta del fondo) Giu­ditta! Il tuo fidanzato parte.

Giuditta                        - Ecco... Digli che vengo subito-

Mario                            - Andiamo tutti a salutare Stefano!

Maria e Lena                 - Andiamo, andiamo... (Escono. An­che Teresa esce con loro. Restano in scena Gregorio, che inette in ordine la tavola dei rinfreschi. Riccardo, che sta seduto verso il proscenio, e Attilio, accanto a Gre­gorio. Carlo ha il tempo di rivolgere in fretta, a parte, una domanda a Giuditta).

Carlo                             - Stefano parte davvero? Che cosa è acca­duto?

Giuditta                        - Non posso parlarti qui. Tra poco vieni dietro la casa... Parleremo dalla finestra della mia stan­za. Fingerò d'andare a prendere uno scialle... (Dopo questa battuta Giuditta esce. Poco dopo, a piacere, Carlo esce a sua volta. Il suono di un clacson e delle risate).

Gregorio                        - (ad Attilio) Volete smetterla di sboccon­cellare?... Non potete attendere?...

Attilio                           - Insomma, io devo fare qualche cosa... (prende una bottiglia).

Gregorio                        - Già che siete musicista, potevate intanto andare a caricare il grammofono...

Attilio                           - Bene... Così dovevo finire... (il tappo della sua bottiglia salta).

Grecorio                        - Ma no, ma no... Andate via, per favore, levatevi di torno... Una ne fate e una ne pensate... Pare Un ragazzino...

Attilio                           - E va bene... (Esce. Nello stesso tempo si ode un rumore di motore che si allontana rapidamente. Grida di saluto).

Gregorio                        - Oh…. Finalmente se ne è andato….

Riccardo                       - Attilio?

Gregorio                        - Anche. Ma io dicevo l’altro.

Riccardo                       - Stefano? Non ti piace?

Gregorio                        - No.

Riccardo                       Eppure.

Gregorio                        - Eh, lo so … ma ho attraversato momenti tali……

Riccardo                       - Che c'entrano i tuoi momenti con il ma­trimonio di tua figlia? Quando si ha una figlia, mi pare si abbia il dovere...

Grecorio                        - Avrei potuto dirlo il mio parere, ma, in fondo, se è innamorata, che ci devo fare? Avrei preferito un altro, va bene, ma in queste cose di senti­mento non si può ragionare...

Giuditta                        - (entra in fretta) E' fresco, vado a pren­dermi uno scialle... Se qualcuno mi cerca solo in ca­mera mia... (Esce da una delle porte laterali).

Gregorio                        - (battendo una mano sulla spalla di Ric­cardo) Sei tanto caro, sai... Tanto... Anche adesso, vedi, nel farmi quel mezzo rimprovero per questa cosa, hai avuto un tono così amichevole che mi ha com­mosso. Come ti si conosce male!... Proprio tutto il con­trario di quel che sei... Il cinico, il gelido... Alla gra­zia!... Se avessi avuto famiglia, tu... Mi dici perché non te la sei fatta?

Riccardo                       - (un gesto vago).

Gregorio                        - Non saresti davvero più in tempo?...

Riccardo                       - (nervoso) Oh, lasciami in pace... Mi vedi fare la corte a una donna?... Non saprei nemmeno ds che parte cominciare...

Gregorio                        - Oh, guarda... Io sono stato sempre un ot­timo padre di famiglia, sai... Ottimissimo... Dunque non credere che quel che ti dico sia il risultato di mie per­sonali esperienze, che non ho fatto... se non in minima parte... Ma al giorno d'oggi non è più tome ai nostri tempi! Oggi le donne amano l'uomo deciso, violento... che va diritto allo scopo... Una volta io mi trovavo in treno... (vede arrivare sua moglie). Taci, per carità... Cambiamo discorso...

Teresa                            - Vengo ad annunciare che le danze inco­minciano... (si ode infatti la musica del grammofono che incomincia). Voi, professore, proprio non volete uscire?...

Riccardo                       - Per Ora almeno, preferirei... (Le luci si spengono).

Grecorio                        - Ecco che rifa dei guasti... (Esce in fretta).

Teresa                            - Se vuoi andare a coricarti, farò tacere tutti.

Riccardo                       - No, per carità. Lascia fare. Questa notte forse più baccano faranno e meglio dormirò...

Teresa                            - Non ti capisco.

Riccardo                       - Eppure è facile. Sai come mi sento? Come un giuocatore che, dopo avere perduto tutto, si trova nella tasca del panciotto l'ultimo gettone. Ho fretta di gettarlo sul tappeto della sorte. Ma sì... Non mi guar­dare a quel modo. Visto e considerato che il passato non conta nulla, voglio vedere se riesco a costruirmi un avvenire...

Teresa                            - Se la predizione di quella strega è vera...

Riccardo                       - Oh, venticinque o trent'anni di vita non sono un avvenire per un uomo della mia età. E' ben al­tro! L'avvenire che cerco io, può darmelo soltanto una donna... Che mi ami o non mi ami, poco: importa. Non chiedo che simpatia fisica. Il minimo che occorre per rinascere... Domani, domani... ti ho detto domani...

Gregorio                        - (entra in fretta, seguito da Attilio) Presto, presto! Teresa, aiutami a portare le cibarie, le vettova­glie... Voi, Attilio, prendete questi vassoi... Io penso alle bottiglie... Attento a non rompere!... (Teresa prende un piatto di dolci, Attilio i bicchieri, Gregorio si mette due bottiglie nelle mani e due sotto le ascelle).

Gregorio                        - (partiti gli altri due) Visto che vuoi stare appartato... Solo...

Riccardo                       - Solo no... Devo parlare alla signorina Giulia...

Gregorio                        - Cosa?... (la sua meraviglia ha un doppio senso).

Riccardo                       - Ma no... Devo dirle una cosa che riguarda la pubblicità musicale di suo fratello... Sì, ti dirò poi Una seccatura...

Gregorio                        - E' una seccatura che posso prendermi io per te?...

Riccardo                       - (vivace) No, no... Grazie...

Gregorio                        - Guarda che ti ho lasciata là una bottiglia aperta... So che sei astemio... Ma alle volte...

Riccardo                       - Grazie, grazie...

Gregorio                        - (accennando alla musica che si sente) Senti che delizia?... Ah... Riccardo, tu non saprai mai quanta riconoscenza, quanta gratitudine... quanta...

Riccardo                       - Va bene, va bene... Non fare discorsi sen­timentali con quelle bottiglie in mano.

Gregorio                        - (esce).

(Rimasto solo, Riccardo, molto inquieto, si mette a camminare avanti e indietro. Poi, come uno che prende una decisione eroica, si avvicina alla tavola, si versa una coppa di spumante e ne beve un sorso, che trova poco piacevole: tuttavia finisce d'un fiato la coppa, appena in tempo per voltarsi verso Giulia che entra).

Giulia                            - Professore... Volete parlare con me?...

Riccardo                       - Se non vi dispiace...

Giulia                            - (si siede) Vi ascolto... Però vi avverto che fate male a stare qui rintanato... La vista della gente felice è uno spettacolo tanto raro...

Riccardo                       - (pausa) Già... (Non sa come cominciare. Poi ha un'idea) Volete bere?

Giulia                            - No, grazie... Mi farebbe male... E allora?

Riccardo                       - Allora... (si schiarisce la voce) Che cosa vi ho detto poco fa?

Giulia                            - Qui?... Voi mi avete detto qualche cosa?...

Riccardo                       - Una parola.

Giulia                            - (civetta) Non ricordo.

Riccardo                       - Bugia. Ve ne ricordate benissimo. Vi ho detto: «Bella ».

Giulia                            - Ah, sì, è vero... (ride).

Riccardo                       - E questo che vuol dire?

Giulia                            - Ma, non so... Un apprezzamento lusinghiero.»

Riccardo                       - Soltanto? Io direi qualche cosa di più.

Giulia

Riccardo                       - Un desiderio...

Giulia                            - Oh, professore, ecco una parola che non mi piace.

Riccardo                       - Perché?

Giulia                            - Ha un suono troppo spesso falso, equivoco.

Riccardo                       - Sì? (perplesso) Allora... (ha perduto co­raggio) Insomma, signorina... (facendosi forza) Io non ho tempo...

Giulia                            - Di far che?

Riccardo                       - Di... di fare il giro del falco, di... di... In­somma, signorina. Cercate di capirmi e di risparmiarmi delle parole inutili. Ci tenete molto all'etichetta voi?

Giulia                            - Io? Per niente...

Riccardo                       - Ecco. Allora. Scusate: questa notte a mez­zanotte, ve ne prego, lasciatemi aperta la porta della vo­stra camera...

Giulia                            - Cosa?

Riccardo                       - Non avete sentito? Questa notte...

Giulia                            - Ma che dite... Vi rendete conto... Oh... Ma... professore... Io non vi ho autorizzato...

Riccardo                       - Ma sì, ma sì che mi avete autorizzato. Vi ho chiesto: ci tenete all'etichetta?... Avete detto di no... Dunque... Non vi arrabbiate... Io mi trovo in una situa­zione molto strana... Sedete, vi prego... Vedrete che non c'è niente di male...

Giulia                            - (cadendo a sedere) Oh... inaudito...

 

Riccardo                       - Non crediate che io non sapessi quel che avrei dovuto fare, la condotta che avrei dovuto tenere... Lo so benissimo. La procedura tradizionale la conosco. Anzi ai miei tempi ero considerato un tecnico. Si co­mincia così: «Bella». E fin qui siamo andati bene, no? Avete sorriso... Poi, dopo... una settimana, si passava a una confidenza più intima: « Ho pensato tanto a voi ». Vedete che lo so? Dopo un'altra settimana si saltava a piedi pari nell'implorazione: «Non vedete come soffro? ». E poi a ritmi sempre più stretti la prima carezza sulla nuca, il primo bacio e finalmente... Ma poi, tanto, la conclusione qual era? Questa notte a mezzanotte. Ma, perdio, ci vuole della gente che non abbia niente da fare dalla mattina alla sera e sopra tutto che non abbia limiti di tempo davanti a sé... Mi capite?

Giulia                            - lo capisco soltanto una cosa: che io non meritavo questa ingiuria.

Riccardo                       - No, non dite questo... Per carità. Non avevo nessuna intenzione di mancarvi di rispetto... Ma al punto a cui eravamo arrivati tra noi...

Giulia                            - Che punto?...

Riccardo                       - Ma sì... Non negate che ci siamo detti molte cose, anche senza parlare...

Giulia                            - (più dolce) Credo che abbiate sbagliato in­terpretazione...

Riccardo                       - Sì?... Eppure io credo che se avessi usato la procedura tradizionale, invece di questa più aggior­nata, voi almeno non vi sareste offesa, e sostanzialmente la cosa è la stessa.

Giulia                            - Ma la forma era salva. Questa vostra pre­occupazione di modernità è assolutamente fuori posto.

Riccardo                       - Voi alludete alla mia età? E' mortificante, ma ci si doveva arrivare...

Giulia                            - No, no. Io parlo con voi come se aveste quaranta, trent'anni... Tale e quale...

Riccardo                       - No, non dovete.

Giulia                            - Del resto, il vostro impeto... la vostra sven­tatezza... sono la sola scusante... giovanile...

Riccardo                       - No, io sono calmissimo... Quasi ascetico.

Giulia                            - Allora è vizio...

Riccardo                       - No, è calcolo.

Giulia                            - Ma che dite?...

Riccardo                       - Dico che la mia impazienza, la mia sven­tatezza, come dite voi, è il frutto di una serie di consi­derazioni che si commettono precisamente alla mia età... E' proprio perché non sono più giovane che debbo com­portarmi come un ragazzo. Insomma, ho sbagliato, lo am­metto. Ma voi siate buona con me. Perdonatemi la forma e ritornate quella che eravate prima, per me... Poi vi spiegherò tutto.

Giulia                            - Poi quando?...

Riccardo                       - Dopo.

Giulia                            - Ma, allora, insistete?

Riccardo                       - Naturalmente. Io sono decisissimo.

Giulia                            - (disarmata dalla improntitudine dell'uomo) Io mi domando se non mi trovo di fronte a un caso di demenza... Ma qualunque donna, anche perdutamente in­namorata, si sentirebbe offesa al mio posto...

Riccardo                       - E voi non siete perdutamente innamorata, lo capisco bene...

Giulia                            - No... Ma avevo per voi una grande tenerezza». sentivo che potevate avere bisogno di me...

Riccardo                       - Ma è perché avevo capito questo che mi pareva inutile...

Giulia                            - Ora avete distrutto tutto... Perché m'avete giudicato come una donna qualunque... peggio, come una donnaccia!

Riccardo                       - (pausa) Io vi ho giudicato come la donna che sposerò.

Giulia                            - Come?

Riccardo                       - (ripete solenne) La donna che sposerò.

Giulia                            - Oh... questa poi... Scusatemi, ma tutto al mondo avrei potuto prevedere, meno questo. Ma come connettere queste intenzioni... con quell'invito... che vor­rei dimenticare e non posso...

Riccardo                       - Non dimenticatelo...

Giulia                            - (di nuovo frustata) Non capisco, ecco, non capisco...

Riccardo                       - Ma non vedete che stiamo perdendo tempo?... Non vedete che stiamo cercando il modo di ritornare alle leggi del giuoco maledetto che corrompe tutto?... Non bisogna, non bisogna...

Giulia                            - Ma io voglio sapere che stima potrete avere di vostra moglie, così... Oh...

Riccardo                       - Non preoccupatevi della stima. Non si stima una donna per quel che ha fatto. Si stima per quel che è, per quel che rappresenta per noi qua­lunque cosa abbia fatto. Quando foste la madre della mia bambina, tutto il resto che valore avrebbe?

Giulia                            - (pausa) Forse io non apprezzo abbastanza l'onore che mi avete fatto in questo momento, perché... vi confesso il mio stato d'animo non è chiaro. Ma, do­mando io, se è vero che voi avete pensato di fare di me quello che avete detto, perché non avete comin­ciato...

Riccardo                       - Ho cominciato dalla cosa che mi premeva di più. Stanotte, in questo luogo. Perché non domani? Vi dirò tutto. Voi avete diritto di conoscermi fino in fondo, anche se ciò può costarmi in questo momento uno sforzo. Domani, forse, sarebbe troppo tardi. Mi ca­pite? Guardatemi bene! Le vedete queste tempie gri­gie? Queste rughe alla bocca? Questo velo allo sguardo? Oh, non ditemi che sono le civetterie dell'autunno... Ieri mi guardai allo specchio con intenzioni cliniche... Non l'avevo mai fatto... Volete sapere il perché anche di questo? Ebbene, perché possono accadere strani fatti che hanno l'oscuro potere di mettere un uomo all'im­provviso e senza scampo di fronte ai problemi essen­ziali della sua vita, svegliando in lui la logica sopita della vita universa. Quando ciò accade, niente da fare: bisogna obbedire. Mi sono veduto e ho capito. Ho ca­pito che il traguardo oltre il quale non m'aspetta che il freddo e la rassegnazione può anche essere molto vi­cino e che debbo a tutti i costi, a tutti i costi, senza perplessità, senza pudore, afferrare quest'ora di grazia fisica e di fede morale per dirvi: Volete essere mia moglie? Davanti a Dio ci «posiamo stanotte. Agli uo­mini penseremo domani se vorrete. Ma io non posso aspettare.

Giulia                            - Insomma, se ho ben capito, in tutto questo io non entro per nulla. Non peso per quel che sono, per quel che porto nel mio cuore, nella mia volontà... Come devo dire? La mia personalità non ha valore...

Riccardo                       - Oh, superate le apparenze, i giuochi ci­vili e le illusioni sentimentali, non è sempre così? E' nel destino della donna di ricevere certi annunci.

Giulia                            - Ah, non bestemmiate! Nessuno, mai... li ha portati così alla prima donna che ha incontrato per istrada... Nessuno mai ha rinunciato alla predilezione... Questa sera invece voi vi sareste compor­tato così, con qualunque donna... Io ehi sono?

Riccardo                       - Una donna che mi piace... più delle altre che vedo intorno a me... ecco la predilezione...

Giulia                            - Non basta.

Riccardo                       - Una donna sana, che m'aiuterà a vivere oltre la vita...

Giulia                            - Non basta, non basta... non ci può essere vita, intendo vita umana, che non cominci dallo spirito... dalla volontà del cuore... Che cosa sarebbe, se io vi di­cessi: « No! ?»...

Riccardo                       - Mi sentirei definitivamente vecchio.

Giulia                            - Non avreste un pensiero per me?... Non sentireste la tristezza d'essere... senza di me?...

Riccardo                       - Forse...

Giulia                            - E allora mi volete un po' di bene... Perché non me lo dite?... Ditemi: Giulia, ti voglio bene...

Riccardo                       - Volete insegnarmi il solfeggio?

Giulia                            - (delusa fa per andarsene) Allora...

Riccardo                       - No, aspetta. (Come tra se) Forse mi pia­cerebbe di cantarla questa vecchia romanza... Proviamo. Ti voglio bene... (lo dice malissimo) No... non so... non... (A questo punto si odono le voci dei giovani nel silenzio della notte che chiamano)

Le voci                          - Giuditta!... Giudittaaaa...

La voce di Giuditta      - Eccomi!... (Pausa).

Riccardo                       - (al richiamo si illumina; accarezza meccani­camente il capo di Giulia e le parla sommesso e com­mosso, guardando lontano da sé) Non possiamo an­cora dirci il nostro amore... Bisognerà che aspettiamo la nostra bambina. Piccola, bisognerà che ti vediamo nella lealtà della vita che ci prometti; come sarai; come ti chiameremo; se per te la nostra casa diverrà una serra di fiori, o un fondaco di piccole cose inutili; se dormi­rai al racconto delle nostre povere favole o se in an­goscia dovremo vegliare accanto a te; che cosa farai di noi due che speriamo in te sola...

Le voci                          - (più intense) Giuditta! Giuditta!...

(Giulia cerca la mano di Riccardo, in piedi e immoto a canto a lei).

FINE

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