Avrebbe potuto essere

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AVREBBE POTUTO ESSERE

(Ritratto d’ignoto)

Commedia in tre atti

di GUGLIELMO GIANNINI

PERSONAGGI

ARMANDO ALCIATI

GEN­NARO PAGANO

PAOLO TORRIANI

FRANCESCO ALESSANDRI

ORESTE MARZANO

ANDREA SCIARRETTA

NICOLA VERNA

ZENO ZUCCARI

VINCENZO ANNESE

ELE­NA MONIGO DI ROSANNA

MARTA ALCIATI

SOAREZ

INES MONIGO DI ROSAN­NA

OLGA MASSERI-SHIROW

PASQUALINA ROSANO

YVONNE MARGET

CLARA STOLL

Signori - Signore - Ragazze dello stabilimento termale.

In una stazione termale, sull'inizio dell'autunno, epoca presente.

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

La sala di vendita nella Galleria d'arte di Gennaro Pagano, in un luogo di sog­giorno e di cura di gran lusso. A sini­stra, indietro, una larga apertura, pro­tetta da una portie­ra. La parete di fon­do è piena di qua­dri grandi e piccoli, d'ogni qualità e di ogni genere; di al­tri oggetti d'arte ap­pesi o accostati : sculture, gingilli, miniature, disegni. In senso normale al fondo una ventina di sedie e poltrone, non tutte uguali, a file di tre e di quattro, rivolte verso la de­stra. A destra verso il fondo, su una pe­dana alta una ventina di centimetri, una bella vasta massiccia scrivania. A sinistra della scri­vania una colonna quadrata, di legno, coperta da un drappo rosso, su cui si può proiettare una viva luce con un apposito riflettore. Oltre lai scrivania avanti una larga apertura a cui s'accede per due scalini, mette nelle altre sale della Galleria d'arte, e altri quadri e oggetti artistici s'intravedono nel secondo ambiente attraverso la destra.

Varie vetrine con gingilli, soprammobili di porcellana e di metallo, una o due sculture veramente pregevoli contro la parete a sinistra. Un largo divano verso destra, due poltrone avanti, accanto alle vetrine.

Alla parete di fondo un cartello d'un metro per set-tanta centimetri, con la dicitura ben chiara: « Galleria d'Arte Pagano - Diritto d'asta: 10 % ».

Sono le cinque pomeridiane, sul principio dell'autunno.

Gennaro                      - (quarantacinque - cinquant’anni, elegante, vivace, intelligente, forte accento napoletano, sempre di buon umore per indole e per calcolo, in piedi dietro la scrivania, col martelletto di legno in mano).

Francesco                    - (sessant’anni, abbondante, ricco, eleganza un po' caricata, sigaro di prezzo, bastone, guanti, cappello in mano. Seduto nella prima poltrona! o sedia a destra della seconda o terza fila).

Andrea                        - (venticinque-cinquant'anni, aiutante di Gen­naro. Si muove fra gli spettatori dell'asta portando e mo­strando un quadretto rappresentante un giovanotto che. sorride guardando maliziosamente. Il dipinto e prege­vole, incorniciato con molto buon gusto. Andrea lo mo­strerà al pubblico dell'asta, e troverà modo di rivolgerlo anche verso il pubblico della commedia alcune volte).

Vincenzo                    - (venticinque-cinquant'anni, altro aiutante di Gennaro. Finisce d'arrotolare un tappeto).

Pasqualina                   - (venti-venticinque anni, segretaria dell’asta. Siederà dietro la scrivania, a destra di Gennaro, scrivendo e staccando le bollette. All'inizio dell'atto è però accanto a Vincenzo, aiutandolo, e dandogli quindi una delle due bollette che ha in mano).

Ines                             - (sedici-diciassette anni, molto graziosa ed elegante, seduta due file dopo Francesco).

Paolo                           - (venti-venticinque anni, corretta eleganza, seduto accanto a Ines).

Zeno, Oreste, Nicola, Olga, Yvonne, Clara, Signore, Signori          - (seduti sulle altre sedie, tutti di buon umore per le argute uscite di Gennaro, disposti al chiasso, e pure attenti alla vendita).

Gennaro                      - (puntando il martello verso il pubblico con profondo stupore). Signori... ho detto Donelli... Spar­taco Donelli... grandissimo pittore morto pochi anni fa... e ha fatto bene a morire, disgraziato, altrimenti gli sa­rebbe venuto un colpo oggi, per l'umiliazione, consta­tando con quanta glaciale, ingiusta, riprovevole indiffe­renza è accolta l'opera sua da un pubblico fra cui ci sono degli intenditori... (quasi minaccia col martello Ines).

Ines                             - L'avete con me?

Gennaro                      - Proprio con voi... (indicando Paolo) e con voi, sì, con voi, non vi nascondete dietro la signora...

Paolo                           - (ridendo) Ma io non mi nascondo!

Vincenzo                    - (ha intanto messo il tappeto arrotolato sotto il braccio, ed ha preso un anfora con la mano libera).

Pasqualina                   - (gli dà una delle due bollette che ha in

 pausa) Non vi va? Volete suggerirmi voi cosa posso of­frirvi, al prezzo base di una lira, parola di Gennaro Pagano?

Oreste                         - Provate a mettere in vendita un biglietto da mille!

Gennaro                      - E va bene. (Cava il portafoglio) Metto in vendita, signore e signori, un biglietto da mille...

Oreste                         - ... buono!

Gennaro                      - Naturalmente! Qui non si vende che roba buona, garantita autentica! (Fruga nel portafoglio, ne cava vari biglietti da cento e da cinquecento, cerca, poi) Non ho un biglietto da mille.

Oreste                         - Questo era prevedibile.

Gennaro                      - Ma lo troveremo. (A Pasqualina) C'è un biglietto da mille?

Pasqualina                   - (guardando nel cassetto) Due da cin­quecento.

Gennaro                      - Abbiamo detto un biglietto da mille e un biglietto da mille dev'essere. Ora Io facciamo subito. (Ri­sate sommesse).

Oreste                         - Lo sapevo che finiva così.

Gennaro                      - (ha intanto cavato un libretto d'assegni) Così come? Offro un assegno di conto corrente a mia firma, sulla Banca del commendator Alessandri qui pre­sente (indica Francesco) il quale può garantire che sul mio conto ci sono mille lire! E' vero, commendatore?

Francesco                    - (ridendo) Tutto quanto c'è in più lo regalate a me!

Gennaro                      - (sta scrivendo sull'assegno) Non avete bi­sogno di queste miserie... Potete garantire l'eventuale compratore del mio assegno?

Francesco                    - (c. s.) Ad occhi chiusi!

Gennaro                      - (firma l'assegno) Benissimo! (Stacca l'as­segno, lo mostra agli spettatori dell'asta) Un assegno di conto corrente per mille lire pagabile a vista sul Credito Oceanico, firma ed importo garantiti dal presidente della Banca qui presente... lo metto in vendita a una lira! (Pausa, Gennaro ha un gesto di dispetto) Mille lire per una lira... nemmeno questo volete comprare? (Dando l'assegno ad Andrea) Fallo vedere! E' garantito l'assegno... Sono mille lire autentiche!

Andrea                        - (gira fra il pubblico dell’asta con l’assegno su un vassoio).

Francesco                    - A chi è intestato l'assegno?

Gennaro                      - Al latore! Che scherziamo?

Francesco                    - (guarda rassegno ridendo, ma con involon­taria professionale attenzione, poi lo rimette sul vassoio) Non c'è che dire, è regolarissimo.

Gennaro                      - Oh! Voi dunque ordinereste al cassiere di pagarlo?

Francesco                    - Ve lo pago io, e subito, se volete!

Gennaro                      - Avete sentito, signori? Il commendatore Alessandri pagherà subito questo assegno di mille lire! Non c'è nessuno che voglia aumentare l'offerta di una lira?

Oreste                         - Due lire!

Gennaro                      - Benissimo! Onore al coraggio! Siamo a due lire, signori! Lo aggiudico? (Volgendo il martello verso Paolo) Signor Torriani, non ve la sentite di aumen­tare un'altra mezza lira?

Paolo                           - (ridendo) A che serve? Tanto, se io offro due e cinquanta, ci sarà subito qualcuno che ne offrirà tre!

Gennaro                      - Lo spero bene! Si tratta d'un biglietto da mille! Due da cinquecento, dieci da cento, venti da cin­quanta, cento da dieci, duecento pezzi da cinque! Debbo aggiudicarli per due lire?

Paolo                           - Ve ne offro novecento, ma a trattativa privata!

Gennaro                      - No, caro signore... A trattativa privata io ne voglio millecenSS... Mille per il valore, cento per l'au­tografo! All'asta, invece, posso accettare qualunque prezzo!

Francesco                    - Novecentocinquanta lire!

Gennaro                      - Novecentocinquanta, benissimo! Signori, vendo questo bellissimo assegno di mille lire per nove­centocinquanta! Uno, due... Dove troverete un'altra oc­casione per comprare le lire a diciannove soldi?

Francesco                    - Badate che se sento un'offerta superiore alla mia, mi convincerò che ci sono dei compari!

Gennaro                      - (ha un'occhiata sprezzante per Francesco, su­bito volta in sorriso malizioso) Compari alle mie ven­dite? Vedrete se ho bisogno di compari! (Brandendo il martello) Novecentocinquanta e uno... novecentocinquanta e due... (fa per battere) due e mezzo...

Francesco                    - Due e tre quarti...

Gennaro                      - Due e quattro quinti... Signori, siete tutti testimoni che ho venduto mille lire per novecentocin­quanta... Nessuno aumenta un altro nichelino? (Pausa, poi batte il martello).

Zeno                           - Novecentocinquantacinque!

Gennaro                      - Troppo tardi. L'assegno è aggiudicato al signor commendatore Francesco Alessandri!

Pasqualina                   - (ha rapidamente scritto la bolletta, la stacca, la porge ad Andrea).

Francesco                    - (ridendo cava il portafoglio, ne toglie due biglietti da cinquecento),

Andrea                        - (gli si avvicina, gli porge il vassoio con l'as­segno e la bolletta).

Francesco                    - (prende rassegno e la bolletta, mette i due biglietti da cinquecento sul vassoio) Ecco. Datemi il resto.

Andrea                        - (rispettosamente) Sono millecentosessantasei lire, commendatore.

Francesco                    - (ha un balzo, fissa stupito Andrea, poi legge la bolletta e guarda trasecolato Gennaro).

Gennaro                      - Precisamente. Novecentocinquanta l'as­segno, più novantacinque di diritto d'asta, dieci per cento (indica il cartello al fondò), più venti di tassa lusso e scambio, due per cento, più una lira di quietanza.

Tutti                            - (meno Francesco e Gennaro, ridono).

Francesco                    - (ha un gesto di dispetto subito represso) Mi sta bene. (Prende dal portafoglio due biglietti da cento, li getta sul vassoio) Tenete il resto.

Andrea                        - Grazie, commendatore.

Pasqualina e Vincenzo           - (insieme) Grazie.

Gennaro                      - L'asta è sospesa per venti minuti. (Lascia il martello. Ha un breve inchino per gli spettatori dell'asta, esce per la destra con una scrollatina di spalle).

Tutti                            - (si alzano commentando e ridendo).

Pasqualina, Andrea e Vincenzo         - (cominciano subito a rimettere ordine alla sala).

Zeno, Clara, Yvonne, Signori, Signore         - (escono dalla sinistra ridendo e commentando).

Francesco, Oreste e Olga       - (vengono avanti: Francesco ancora seccato, mettendo l'assegno nel portafogli, Oreste e Olga ridendo).

Paolo                           - (un po' preoccupato, fa per uscire dalla sinistra).

Ines                             - (lo trattiene per un braccio e va verso il ritratto di Donelti, guardando attentamente U dipinto).

Olga                            - (ridendo, a Francesco) Io credevo che scherzasse….

 


Oreste                         - Ed io, confesso la verità, stavo per dire novecentosessanta...

Francesco                    - (mascherando il suo disappunto con una allegria sprezzante e un po' forzata) Io sentivo venire la truffelta...

Ines                             - (seccata) Che trufferia e truffelta! Siete an­dato per suonare e siete rimasto suonato, ecco tutto!

Paolo                           - (ha tentato di fermare Ines, ma non ha fatto a tempo, ed ha un gesto di fastidio).

Francesco                    - (ferito) Ma, signorina... Avete un modo di dire le cose...

Ines                             - Le dico come sono! Vi sta benissimo! Vi pia­ceva prendere mille lire con novecentocinquanta, eh?

Francesco                    - Nessuno poteva prevedere che ne costas­sero milleduecento!

Ines                             - (indicando Paolo) Lui l'aveva preveduto in­vece!

Francesco                    - (ancora più seccato, a Paolo) Ah, voi...

Paolo                           - (confuso) ^- Ecco, commendatore, io...

Ines                             - E perciò aveva offerto novecento lire a tratta­tiva privata! Imparate a fare gli affari!

Paolo                           - (perdendosi) Commendatore, io...

Francesco                    - (dominandosi, con fredda cortesia) Non c'è niente da scusare... Bravo, anzi... Meritereste un au­mento di stipendio!

Ines                             - Ecco, aumentateglielo subito, così farete un piacere anche a me!

Paolo                           - (a Francesco) La signorina scherza... Credete che...

Ines                             - (a Paolo, afferrandolo per un braccio) Oh, non abbiate paura e non scusatevi più del necessario! Non vi licenzierà! (si mette a braccetto di Paolo).

Francesco                    - (dignitoso) Non lo licenzierei certo per questo motivo, perché...

Ines                             - (interrompendo) Oh, né per questo né per altri... E poi licenziatelo pure, lo farò assumere da mia zia con uno stipendio doppio! Abbiamo tanto bisogno di amministratori intelligenti nella nostra industria! (Trascina Paolo smarrito verso la sinistra: passando di nuovo davanti al « Ritratto d'ignoto » si ferma un istante, punta Vindice sul quadretto esclamando) Questo sì era un affare... e nessuno l'ha capito! (Esce impetuosamente dalla sinistra, trascinandosi dietro Paolo sbalordito).

Francesco                    - (è rimasto a guardarla a bocca aperta).

Olga                            - (ride di gusto).

Oreste                         - E che pepe!

Olga                            - Chi è quel vulcano?

Francesco                    - La nipote della Monigo di Rosanna...

Olga                            - (interessato) La sarta?

Francesco                    - (seccato, guardando ancora dove è uscita Ines) Eh, sì, la sarta... (torna a guardare avanti).

Oreste                         - Accidenti, però... che arie!

Andrea, Vincenzo e Pasqualina         - (hanno finito di ri­mettere in ordine ed escono, il primo dalla sinistra, gli altri due dalla destra).

Olga                            - E' una gran sarta, la Monigo, sapete?

Oreste                         - E va bene, ma perdinci...

Olga                            - (incalzando) Una donna che vale un milione se non di più... Non è vero, commendatore?

Francesco                    - Altro che di più!

Oreste                         - Con quei disgraziati di mariti che pagano i conti...

Francesco                    - Fossero solo i mariti... Ma... (s'inter­rompe).

Oreste                         - Ma?

.Francesco                   - (sorridendo, riprendendosi) Niente, la Monigo è mia cliente, e per me il cliente è sacro. D'al­tronde, a parte gli scherzi e le dicerie, è una donna di prim'ordine... posizione solida, cervello solidissimo...

Oreste                         - Quello che manca alla nipote...

Olga                            - Ecco, stavo per dirlo, un po' sventata, quella ragazza... Voi non ve la prenderete certo con quel po­vero giovine...

Francesco                    - (con aria di superiorità) Oh, vi pare, si­gnora... Non è certo questo che gli rimprovero... Per me il suo torto... Scusate, io non sono né un forcaiolo né un aguzzino, tengo anzi ad essere considerato un padre dei miei impiegati... ma un giovine serio, all'inizio d'una car­riera, guadagnando relativamente poco, non viene a pas­sare le vacanze in un luogo come questo.

Olga                            - (timidamente) Avrà bisogno di curarsi...

Francesco                    - (con rancore) Sta benissimo! Potessi avere il suo fegato, glie lo pagherei un milione! (Ripren­dendosi) Ci sono tanti luoghi di cura più economici, con acque come queste, se non migliori... No, no, viene qua per sfoggiare un frac ben tagliato... (Di nuovo con ran­core) Ci vuol poco, a venticinque anni, senza pancia, qualunque abito sta bene... (riprendendosi)... per farsi vedere a sfarfallare, sperando Dio sa cosa...

Oreste                         - Oh, si vede chiaro cosa spera...

Olga                            - La nipote della Monigo!

Francesco                    - (sdegnoso) La nipote! (sta per dire qual­cosa e si mette la mano sulla bocca) Mh!

Olga                            - (subitamente interessata) Come? Non è la nipote?

Francesco                    - (che muore dalla voglia di dir tutto) Non lo so, sono affari che non mi riguardano.

Oreste                         - Certo le rassomiglia molto.

Olga                            - La conoscete?

Oreste                         - La Monigo? Sì, purtroppo... Quando ero con la Castellani le ho pagate delle fatture spaventose...

Olga                            - lo non l'ho mai vista... e non mi sogno nem­meno di vestirmi da lei...

Francesco                    - (sbadatamente) Ah, certo, ci vuol altro per servirsi dalla.., (s'interrompe accorgendosi della sciocchezza che sta per dire, e guarda Olga che lo sta fissando seccata)... da... sì, dico... da... sicuro, naturalmente!

Oreste                         - (trattiene una risata).

Olga                            - (piccata) Anche nella mia modestia, credo di avere i mezzi per vestirmi dalla vostra grandissima sarta...

Francesco                    - Prego, signora, non è affatto mia...

Olga                            - Non mi servo da lei solo perché vivo in una piccola città, dove l'arte d'una Monigo sarebbe sciupata, ecco tutto. Ma non è detta l'ultima parola! (Volge sgar­batamente le spalle a Francesco, esce impettita dalla si­nistra).

Oreste                         - (può finalmente ridere).

Francesco                    - (ridendo) Non me ne va una buona, oggi!

Gennaro                      - (viene dalla destra con la sigaretta accesa fra le labbra, le milleduecento lire pagate da Francesco nella scena precedente in mano. S’avvicina ai due sor­preso dall’ilarità di Oreste, sì toglie la sigaretta di bocca, sorridendo come chi voglia conoscere la causa dell’allegria per parteciparvi) Cosa c'è?

Oreste                         - (ridendo) Il commendatore ne ha fatta una...

Gennaro                      - Un'altra?

Francesco                    - (ridendo anche lui senza entusiasmo) Eh, non sono in una giornata felice!

Gennaro                      - E' l'acqua. Voi ne abusate.

Francesco                    - Se mi limito a sei bicchieri... C'è chi ne prende dieci o dodici!

Gennaro                      - Ma senza prendere altro e i reni non si affaticano!

Francesco                    - Io non prendo altro!

Gennaro                      - Lavorate troppo. Qui si deve venire solo per curarsi. Voi, invece, ci siete venuto con la segretaria...

Francesco                    - . Ho la corrispondenza da sbrigare!

Gennaro                      - Ecco, appunto... Sbrigatene un po' meno... (lo guarda) molto meno... e vi sentirete molto meglio, di cervello e di tutto.

Francesco                    - (fra i denti) Lingua sacrilega!

Gennaro                      - Oppure, invece d'una segretaria, servitevi d'un segretario... Rende di più, costa di meno, non stan­ca la mente...

Francesco                    - (fissandolo) Nient'altro?

Gennaro                      - Credo di no. (Gli porge le milleduecento lire) Ecco, commendatore.

Francesco                    - Cosa?

Gennaro                      - La vostra pecunia. Restituitemi l'assegno.

Francesco                    - Ah no. Quello ch'è fatto- è fatto.

Gennaro                      - Andiamo, via...

Francesco                    - No, la lezione di contabilità che ho ri­cevuto vale più di duecento lire, e tengo a pagarla!

Gennaro                      - Commendatore, se la prendete così sul serio, veramente mi offendo! Ridatemi l'assegno!

Francesco                    - (a stento mascherando il suo contento) Se proprio insistete...

Gennaro                      - Si capisce che insisto!

Francesco                    - (cava il portafogli).

Pasqualina                   - (viene dalla destra in fretta) Ha tele­fonato la signora Monigo...

Gennaro                      - (che già stava dando il danaro a 'Francesco) Ah, vengo subito... (si muove, mette il danaro nella tasca dei pantaloni).

Francesco                    - (rimane con l'assegno in mano).

Pasqualina                   - (a Gennaro) No, è andata via dicendo che sarebbe venuta subito qui... (basso) vuole l'« Ignoto » di Donelli...

Gennaro                      - (ha un lieve gesto di stupore, poi, professio­nalmente) Parlate forte, signorina, in una Galleria d'Arte, in sede d'asta pubblica, non si fanno misteri! Cosa vuole la signora Monigo?

Pasqualina                   - (forte) Il « Ritratto d'ignoto » di Do­nelli!

Gennaro                      - Oh, molto bene... (A Francesco e Oreste) Avete visto? Il capolavoro che avete rifiutato per tre­cento lire! (S'avvicina al quadretto, lo guarda con amore) Che anima... Che allegria... parola d'onore vi mette di buon umore soltanto a guardarlo!

Francesco                    - Ce l'avete già detto!

Pasqualina                   - (è uscita dalla destra).

Gennaro                      - E lo ripeto! E' l'espressione della giovi­nezza trionfante questa tela... spensieratezza, forza, fi­ducia... E va bene! Visto che la mia affezionata clientela ci sputa sopra, se lo prenderà la signora Monigo, un'ar­tista grande e sincera... Oh, nel suo genere, s'intende. (Guardando di nuovo il quadretto) Meno male che sono riuscito a salvarlo!

Francesco                    - Oh, non correva nessun pericolo! (ha sempre l'assegno in mano, e fa tutto il possibile perché Gennaro se ne accorga).

Gennaro                      - (non badando che al quadro) Nessun pe­ricolo? Uno che avesse detto trecentodieci un quarto d'ora fa, ed ero bello che rovinato!

Oreste                         - Sperate di ricavarne più di trecento lire?

Gennaro                      - Naturale!

Francesco                    - Non credo che la Monigo troverà con­correnti, all'asta...

Gennaro                      - E glie Io venderemo a trattativa privata! Scherziamo? Un Donelli, giovine, primissima maniera... (Guardando: il quadro, gestendo) Che anima... Parola d'o­nore, vi mette l'allegria nel cuore soltanto a...

Francesco                    - Uff!

Oreste                         - Abbiamo capito! (Prende l'assegno dalla mano di Francesco, lo mette davanti agli occhi di Gen­naro che contempla amorosamente il quadretto) Non vi distraete col Donelli! Guardate qua!

Gennaro                      - Ah... Oh, scusatemi... quando m'assorbo in un'opera d'arte... (prende rassegno, lo mette in tasca) Grazie. (Riprende a guardare il « Ritratto d'ignoto» con tenerezza).

Oreste e Francesco     - (si guardano).

Oreste                         - (dopo una pausa, batte due colpetti con le dita sulla spalla di Gennaro).

Gennaro                      - (risvegliandosi) Eh... Cosa c'è?

Oreste                         - Il commendatore deve avere milleduecento lire... « Avanza », come si dice a Napoli.

Gennaro                      - Non glie le ho date?

Francesco                    - No, non me le avete date.

Oreste                         - Non glie le avete date.

Gennaro                      - (frugandosi in tasca, trovando subito il da­naro) Davvero non glie l'ho date... Che stupido... (por­ge il danaro a Francesco).

Francesco                    - (prendendo il danaro) Io?

Gennaro                      - (scandalizzato) Oh... Io! Commendatore!

Oreste                         - Andiamo, non vi calunniate!

Armando                    - (quarantacinque anni, ottimamente portati, signorile eleganza, più educato che disinvolto, bastone, guanti, si toglie subito il cappello entrando dalla sinistra e cercando con gli occhi qualcuno che lo riceva).

Marta                          - (lo segue. Quaranta-quarantadue anni un po' pesanti, grande eleganza di cui però si nota subito la ricchezza, perfettamente convinta d'esser sempre e do­vunque la persona più importante ed interessante, per lunga abitudine sgarbata e pungente, quasi astiosa, con Armando. Ha in mano, oltre ai tanti nonnulla di cui una donna della sua classe non sa fare a meno, il cata­logo della Galleria d'arte: un quinterno in carta di lusso fatto con molto buon gusto).

Francesco, Gennaro e Oreste             - (si sono voltati al lieve rumore).

Gennaro                      - (va subito incontro ad Armando e Marta in­chinandosi e fermandosi in attesa rispettosa).

Armando                    - Desidero parlare col direttore o col pro­prietario della Galleria.

Gennaro                      - Sono tutti è due riuniti nella mia per­sona... Gennaro Pagano, per servirvi.

Armando                    - Armando Alciati. Vorrei...

Marta                          - (interrompendo) Lascia parlare a me. Siamo venuti per un oggetto che è qui sul catalogo e che c'in­teressa... Ossia che interessa mio marito perché io ho altro da pensare... Eccolo qui... Oh... ci avevo fatto un segno... vediamo, vediamo... (comincia a sfogliare il ca­talogo spiegazzandone le pagine).

Armando                    - (ha taciuto ed aspetta paziente, dopo aver fatto un lieve saluto ad Oreste e Francesco).

Francesco e Oreste     - (hanno risposto con un breve in­chino al saluto di Armando).

Gennaro                      - (premuroso, volendo aiutare Marta) Si tratta d'una scultura, d'un dipinto, d'un soprammobile?

Marta                          - (alza gli occhi, quasi seccata, stupita che la si possa interrogare) Aspettate!

Gennaro                      - (la guarda stupito, poi s'inchina rispettoso).

Armando                    - (è sempre correttamente paziente, come chi i abituato da lunghi anni a subire la vicinanza d'un cat­tivo carattere, e gli è passata anche la voglia di ribel­larsi. Gira lo sguardo sugli oggetti esposti). Francesco e

Oreste                         - (si guardano stupiti).

Francesco                    - (basso a Oreste) Conoscete?

Oreste                         - (basso) Abitano al Grand Hotel, pare che siano molto ricchi... Lui ha il fegato un po' in disor­dine.

Francesco                    - (c. s.) E lei?

Oreste                         - (c. s.) Salute di ferro.

Francesco                    - (c. s.) Peccato.

Marta                          - (ha intanto cercato e trovato l'oggetto dei suoi desideri: piega il catalogo mettendo sotto gli occhi di Gennaro la fotografia che s'inquadra sulla metà d'una paginetta) Ecco, questo.

Gennaro                      - (guarda la fotografia, ha un'occhiata rapidis­sima per Marta, poi, senza parlare, indica il « Ritratto tignola » alla parete sinistra).

Armando                    - (si volge con un guizzo, s'avvicina al qua­dretto, lo guarda con attenzione, quasi commosso).

Marta                          - (s'è avvicinata al quadro più lentamente, con­siderandolo con occhio critico. Pausa, poi come chi ha cercato e non ha trovato nulla da dire) Ah... è quello lì...

Gennaro                      - Sì, signora, il famoso «Ritratto d'ignoto», un capolavoro della scuola napoletana.

Marta                          - (per nulla convinta, leggendo sul catalogo) Spartaco Donelli.

Gennaro                      - (quasi involontariamente) Spartaco.

Marta                          - (diffidente) Spàr...

Gennaro                      - ...taco, sì, signora.

Armando                    - Mia moglie ha vissuto a lungo nel Sud America, e certe accentazioni le sfuggono.

Marta                          - Anche lui ha vissuto a lungo nel Sud Ame­rica e ci si è trovato molto bene! Non fateci caso!

Gennaro                      - (imbarazzatissimo, provandosi a sorridere) Oh, signora, per me... (ha un gesto vago).

Marta                          - E' un paese dove c'è molto da apprendere.

Gennaro                      - Non ne dubito...

Marta                          - E fate molto bene a non dubitarne. Dunque?

Gennaro                      - Dunque, signora?

Marta                          - Questo quadro?

Gennaro                      - (indicandolo) Eccolo... a vostra disposi­zione.

Marta                          - Sul catalogo è segnato cinquecento lire.

Gennaro                      - Prezzo d'uscita.

Marta                          - Non pretenderete certo una somma simile!

Gennaro                      - Ah no, signora...

Marta                          - Volevo ben dire!

Gennaro                      - Molto di più.

Marta                          - Se è uno sgorbio!

Gennaro                      - Forse non lo avete guardato con la neces­saria attenzione.

Marta                          - Ma che attenzione!

Oreste e Francesco     - (si sono guardati varie volte e si guarderanno ancora, commentando con l'espressione dei volti la scena).

Armando                    - (non ha cessato di contemplare il quadretto e sembra non essersi nemmeno accorto che la moglie ha parlato: appare anzi felice d'aver potuto finalmente vedere il «Ritratto d'ignoto!». Ha cavato una sigaretta e la stringe fra le dita, senza accenderla. Si volge quindi a Gennaro con l'abituale perfetta cortesia) Quanto chiedete per questo quadro?

Marta                          - (interrompendo Gennaro che sta per rispondere) Lascia parlare me! Qui non si tratta di chiedere, ma di stabilire il prezzo giusto!

Gennaro                      - Ecco, signora, io...

Marta                          - (tagliando) E il prezzo giusto ve lo fisso io: trecento lire, non un soldo di più (apre la borsetta).

Gennaro                      - Permettete, signora...

Marta                          - (c. s.) Ho detto trecento.

Gennaro                      - (con una sfumatura di fastidio) Scusate...

Marta                          - (alza gli occhi, sbalordita che qualcuno possa osare tanto con lei).

Gennaro                      - (continuando) ... se foste intervenuta alla vendita che ho sospesa poco fa, avreste portato via il ritratto per trecentodieci lire, perché l'ho offerto a tre­cento.

Marta                          - (trionfante) Ah, non più a cinquecento dunque!

Gennaro                      - Ho voluto riscaldare la vendita a mio rischio e pericolo... Se frequentate le aste d'oggetti d'arte, saprete che questo avviene spesso...

Marta                          - Ho ben altro da fare che frequentare le aste, io!

Gennaro                      - Me ne dispiace per le Gallerie d'Arte del Sud America, perché dovete essere una preziosa cliente...

Marta                          - Venite al fatto, non mi piacciono le chiac­chiere inutili.

Gennaro                      - Il fatto è che sono dolente di non po­tervi accontentare.

Marta                          - Se avete confermato or ora d'averlo offerto a trecento!

Gennaro                      - All'asta, e sperando d'accendere una gara.

Marta                          - (pensa un secondo, poi) Quattrocento e ba­sta (fruga nella borsetta).

Gennaro                      - (fermandola) Non posso, signora: né quat­trocento, né cinquecento, né mille. Il ritratto è all'asta, e non posso cederlo a trattativa privata. Se volete farmi l'onore di trattenervi, fra dieci minuti ricominciamo... Lo rimetterò in vendita a quattrocento lire: la vostra offerta. Se nessuno offrirà di più...

Marta                          - (pungente, interrompendo) Oh, so bene come si fa a mandar su i prezzi nelle vendite!

Gennaro                      - (un po' freddo) Avete un ottimo mezzo per difendervi dalle eventuali scorrettezze della vendi­ta... Non comprare!

Marta                          - Ah certo, non sono tipo da lasciarmi infi­nocchiare!

Gennaro                      - Si capisce subito.

Marta                          - Allora avete detto dieci minuti? .

Gennaro                      - Un quarto d'ora al massimo.

Marta                          - (ad Armando che continua a guardare il ri­tratto) Andiamo!

Gennaro                      - Se volete onorarmi... Ci sono altre sale di là... (indica la destra) Mi permetterò di fare da guida...

Marta                          - Non ho bisogno di comprare niente!

Gennaro                      - Non vi domando di comprare, ma di guardare. Il giudizio d'una persona di gusto m'interessa sempre, anche se non vendo... (Facendo strada) Per­messo...

Armando                    - (non s'è mosso e sembra non aver ascoltato).

Gennaro                      - (s'è fermato ed ora con insinuante genti­lezza) Venite, se non altro per impiegare questi mi­nuti d'attesa...

Marta                          - (decidendo) E guardiamo, Armando?

Armando                    - (riscuotendosi) Eh?

Marta                          - Andiamo.

Armando                    - Ah, sì... (si muove verso la sinistra).

Marta                          - Ma no! Di qui! (indica la destra). Diamo un'occhiata al negozio.

Armando                    - Ah, benissimo (segue Marta).

Gennaro                      - (fa per guidarli).

Marta                          - No, grazie, vedremo da noi, non ho bisogno di cicerone. (Prende a braccetto Armando, si avvia alla destra) Ho il catalogo!

Armando                    - (si volge a dare un ultimo sguardo al « Ri­tratto d'ignoto »).

Marta                          - (basso, seccata) Ti fai capire come un bam­bino quando t'incapricci d'una cosa! Se s'accorgono che ci tieni, te la fanno pagare il doppio! (Esce per la destra trascinando Armando).

Armando                    - (la segue docile).

Francesco                    - (scuotendo la testa) Poveraccio!

Oreste                         - Ah, sì! Disgraziato davvero!

Francesco                    - (a Gennaro) Un osso duro, quella ma­trona... Non ci farete grandi affari!

Gennaro                      - Quella lì? E' il genere di cliente che si aspetta per anni interi! Le appioppo tutto il negozio, se voglio... ed ai prezzi miei!

Oreste                         - (sinceramente stupito) Cosa, voi pensate sul serio che...

Gennaro                      - Appartiene alla categoria più facile e più redditizia: i troppo furbi. Se ne fa quello' che si vuole!

Andrea                        - (viene dalla destra con un biglietto da visita in mano, lo porge a Gennaro).

Gennaro                      - (prende il biglietto da visita, lo legge, si stringe nelle spalle, porge il biglietto a Francesco) Che vi dicevo?

Francesco                    - (prende il biglietto, legge) «Pagherò il Donelli tremila lire. Armando Alciati ». (Sforzandosi per ricordare) Alciati...

Oreste                         - Non sarà quello della carne in scatola?

Francesco                    - (colpito) Ma sì, dev'esser proprio lui-Sud America, gran quattrini... (Dubitando) Mi pare trop­po giovine, però...

Gennaro                      - Ben conservato... Ha i suoi quarantacinque anni, me ne intendo di oggetti antichi...

Francesco                    - Alciati... Eh, sì, dev'esser proprio lui... Non sarà difficile saperlo, del resto...

Oreste                         - Basta chiederlo al portiere del Grand Hotel...

Francesco                    - E' un'idea... A fra poco, don Gennaro...

Gennaro                      - Accomodatevi.

Francesco                    - (esce in fretta dalla sinistra).

Oreste                         - (lo segue).

Gennaro                      - (ad Andrea) T'ha detto niente quando t'ha dato il biglietto?

Andrea                        - Sì... di riservargli il quadro in ogni modo... di farlo comprare da un compare se la moglie non tiene il prezzo...

Gennaro                      - Gli hai detto che non abbiamo compari?

Andrea                        - Sì, ma ha sorriso.

Gennaro                      - E la moglie?

Andrea                        - Sta facendo una predica alla signorina Pa­squalina per quel merletto di Fiandra...

Gennaro                      - Lo trova caro?

Andrea                        - Dice che è un'imitazione.

Gennaro                      - Benissimo, questa è la sera che si vende come Dio comanda...

Elena                           - (viene dalla sinistra, trentotto anni, creatura squisita, eleganza, sorriso, distinzione perfetta).

Gennaro                      - (interrompendosi, piantando in asso Andrea, correndo incontro a Elena) Oh, finalmente, quale onore... La Regina della Moda nella mia povera bot­tega... (le bacia la mano). Come state?... (La guarda) Ma già... che ve lo domando a fare? State un amore... Siete.,. « nu suonno 'e fantasia »!

Andrea                        - (esce dalla destra).

Elena                           - (sorride con indulgenza guardando Gennaro bene negli occhi, con tranquilla franchezza) Mi viene un sospetto.

Gennaro                      - Quale?

Elena                           - Che da qualche tempo in qua mi stiate fa­cendo la corte.

Gennaro                      - E ve ne accorgete adesso?

Elena                           - (sorride) Don Gennaro... alla mia età?

Gennaro                      - . Dite alla mia!

Elena                           - Peggio ancora! Come dite, voialtri? A gatto vecchio...

Gennaro                      - ... « sòrice tenneriello »! E dove ne tro­verei uno più tenero di voi?

Elena                           - Andiamo, non mi fate venire la malinconia... Dov'è questo ritratto?

Gennaro                      - (indicando il Donelli) Eccolo.

Elena                           - (s'accosta al ritrattò commossa, lo guarda).

Gennaro                      - (dopo una pausa) Bello, eh?

Elena                           - (sincera) Ah, «ì... Sono tanto contenta d'averlo trovato... Non me l'aspettavo proprio. Quando mia nipote me ne ha parlato, vi ho telefonato subito.

Gennaro                      - (guardingo) Ah, è stata la signorina che... Difatti era qui poco fa. .

Elena                           - M'ha raccontato lo scherzo delle mille lire ad Alessandri... Avete fatto bene, brutto avaraccio... ho riso tanto... Poi, parlando dell'incidente del ritratto, me ne ha fatto vedere la fotografia sul catalogo... L'ho rico­nosciuto subito, mi sono vestita e sono corsa... (aprendo la borsetta) Cinquecento lire, no?

Gennaro                      - (fermandola) Se foste venuta solo mezz'ora fa...

Elena                           - (allarmata) L'avete venduto?

Gennaro                      - No, ma ho un'offerta e « debbo » venderlo all'asta.

Elena                           - (sorridendo) Andiamo, don Gennaro, fra suonatori queste suonate!

Gennaro                      - Vi dico la verità sacrosanta: ho un'offerta seria.

Elena                           - Parola?

Gennaro                      - D'onore!

Elena                           - E' seccante!

Gennaro                      - Non è colpa mia... Vi svegliate solo adesso e state qui da sei giorni!

Elena                           - Sapete che giro poco. Faccio la mia cura e basta.

Gennaro                      - Se invece vi foste benignata di far visita a un vecchio amico, avreste visto prima il quadro e ve lo sareste portato via con quattro soldi! Avete peccato di trascuratezza, siete stata punita e vi sta bene!

Elena                           - (ancora un po' dubbiosa) Don Gennaro., davvero avete un'offerta?

Gennaro                      - Davvero.

Elena                           - Davvero davvero?

Gennaro                      - Davvero davvero davvero!

Elena                           - (sorridendo) Badate... siamo in piazza tutti e due... Lupo non mangia lupo!

Gennaro                      - E Gennaro Pagano non si permetterebbe di torcere un capello a donna Elena Monigo di Rosanna... vi prego di credermi!

Elena                           - Se mi fate un tradimento... appena mi capita vostra moglie le vendo dieci modelli...

Gennaro                      - (spaventato) Per carità...

Elena                           - ...e poi lo dico a quella signorina che rac­comandate tanto per il cinematografo e gliene faccio comprare venti...

Gennaro                      - Non facciamo scherzi... Che v'importa di quella crosta? E' una sciocchezza, uno schizzo... Donelli ha dipinto cose migliori... In confidenza... l'ho comprato per trenta lire... la cornice vale il triplo!

Elena                           - (guarda il ritratto) Io lo trovo bellissimo...

Gennaro                      - (deciso) Vi dirò la verità. C'è un'ameri­cana pazza che lo vuole... Non posso perdere un affare... Mi permetterò di offrirvi in omaggio un altro Donelli... buono! Autentico, capite?

Elena                           - Questo è il più autentico di tutti.

Gennaro                      - (fissandola dubbioso) Ne siete certa?

Elena                           - E voi?

Gennaro                      - A dirvi la verità, no.

Elena                           - Ve lo posso assicurare. Conoscevo il povero Donelli, eravamo amici.

Gennaro                      - (sbalordito) Ah?

Elena                           - Ottimi amici.

Gennaro                      - (c. s.) Oh, guarda... Avete vissuto a... a Napoli?

Elena                           - No, ma Donelli è stato qualche anno a Roma... a via Margutta... Poveretto... L'avesse trovata allora l'americana...

Gennaro                      - Eh, purtroppo, la fortuna arriva sempre troppo tardi!

Elena                           - Proprio cosi! (Pausa). Dunque... cosa v'ha offerto quell'americana?

Gennaro                      - Una cifra stupida... Non ho il coraggio di dirvela.

Elena                           - Mille lire?     - (e prende la borsetta).

Gennaro                      - (fermandola) Spero di farle sudare molto di più... (Pregando) Lasciatemi fare quest'affare... E' da­naro straniero che entra e rimane in Italia... Voi, anzi, fatemi il favore di portar su il prezzo... Vi regalo un altro Donelli... (Marcando) Regalo!

Elena                           - Voglio quello.

Gennaro                      - Ma visto che è per il pittore, scusate... quel quadro o un altro...

Elena                           - (colmo) Non è per il pittore.

Gennaro                      - (preoccupandosi) Ah...

Elena                           - (c. -.) E’ per il ritratto.

Gennaro                      - L'ignoto...

Elena                           - Sì.

Gennaro                      - (involontariamente curioso) Chi è?

Elena                           - E’ morto anche lui... (rea un breve sospiro) Da tanto tempo...

Francesco e Oreste     - (rientrano dalla sinistra).

Gennaro                      - (si volge verso di loro).

Elena                           - (si volge anche lei al lieve rumore).

Francesco                    - (cordialissimo) Signora... (s'inchina, bacia la mano che gli tende Elena).

 Elena                          - Caro Alessandri...

Oreste                         - (s'inchina a Elena, senza baciarle la mano).

Elena                           - Buongiorno, signor Marzano. E' tanto che non vi vedo!

Oreste                         - Sono vedovo!

Elena                           - Mi dispiace... per me e per voi!

                                    - (Risatine di tutti e quattro. Movimento dei tre uomini per cedere a Elena il miglior posto del quartetto. Elena dà un'occhiata di sfuggita al quadro, poi gli volge le spalle deliberatamente e fissa Gennaro).

Elena                           - Devo proprio aspettare la vendita...

Gennaro                      - Non saprei come giustificarmi con l'ame­ricana... Sarebbe una scorrettezza... Tanto cominciamo subito...

Vincenzo, Olga, Yvonne, Clara, Zeno, Nicola, Signori e Signore   - (vengono dalla sinistra, alcuni a coppie, par­lando a bassa voce, guardando gli oggetti esposti).

Andrea e Vincenzo     - (rientrano dalla destra e cominciano a rimettere a posto qualche sedia spostata, spolve­rare, ecc.).

Gennaro                      - (dando un'occhiata verso il suo pubblico) Ecco, vedete... (A Elena) Fra due minuti riprendo il martello.

Elena                           - Dovete essere assai spassoso nell'esercizio delle vostre funzioni.

Oreste                         - Non l'avete mai visto?

Elena                           - Confesso il mio peccato: mai!

Oreste                         - Vedrete uno spettacolo...

Francesco                    - Don Gennaro vende principalmente per il fascino che esercita sul pubblico.

Elena                           - Ma davvero?

Francesco                    - Dirige l'asta... ed incanta.

Gennaro                      - La vogliamo finire? (Risatine dei quattro).

Pasqualina, Marta e Armando           - (durante le battutine di Elena, Oreste, Francesco e Gennaro rientrano dalla destra. Pasqualina ha in mano un superbo pizzo dì Fian­dra e lo mostra a Marta discutendo con questa. I tre vanno verso la sinistra passando dietro a Elena, Gennaro, Francesco, Oreste).

Yvonne, Zeno e un Signore   - (si sono mossi, uscendo dalla destra parlottando, mentre Armando, Marta e Pa­squalina entrano).

Gennaro                      - (a Elena) Venite a dare un'occhiata di là (indica la destra), chissà che1 non ci sia qualcos'altro che v'interessi.

Elena                           - Caro don Gennaro... Sono senza il becco di un soldo...

Armando                    - (è già verso la sinistra, seguendo con l'abi­tuale docilità Marta. Si volge di scatto sentendo parlare Elena, che gli volge le spalle e non l'ha visto, la guarda come affascinato).

Gennaro                      - (rispondendo a Elena) Vi faremo credito...

Elena                           - Sì! Fareste un buon affare!

Gennaro                      - Sicuro! (A Francesco) Non è vero, com­mendatore?

Francesco                    - Rispondo io per qualunque cifra!

Gennaro                      - (a Elena) Vedete? Venite a dare un'oc­chiata... (Elena sta per rifiutare) per farmi onore!

Elena                           - (sorride, si muove verso la destra).

Gennaro                      - (la segue con rispettosa premura).

Armando                    - (è rimasto a guardarla incantato).

Marta                          - (che fino ad ora ha ascoltato le spiegazioni che le dà Pasqualina sul pizzo, si volge bruscamente, stupita che Armando possa interessarsi d'altro) Armando?

Armando                    - (riscuotendosi) Eh?

Marta                          - Cosa guardi? (e fissa lo sguardo inquisitivo sulla destra e quindi su Armando, sospettosa).

Armando                    - Niente. (Guarda il « Ritratto d'ignoto », volgendo deliberatamente le spalle alla destra).

Marta;                         - (non è convinta, e fissa di nuovo, astiosa, la destra, guarda Armando poco convinta, poi, a Pasqualina)

                                    - Chi è quella?

Armando                    - (ha un movimento, un'espressione attenta, che tradisce U grande interesse che ha anche lui nella risposta che Pasqualina darà).

Francesco e Oreste     - (seguono incuriositi la scena).

Pasqualina                   - (dopo aver guardato nella destra) La signora Monigo di Rosanna.

Armando                    - (ha un breve moto di stupore).

Marta                          - (si stringe nelle spalle) Cosa fa, qui?

Pasqualina                   - La cura, credo. (Spiegando il pizzo) Ecco, signora, il vero pizzo di Fiandra ha delle caratte­ristiche inconfondibili. Venite a vedere l'imitazione che abbiamo in vetrina: è perfetta, e pure si nota la differenza... (si muove verso la sinistra).

Marta                          - (fa un passo con lei, poi) Armando?

Armando                    - (riscuotendosi) Eccomi, cara.

Marta                          - (esce dalla sinistra).

Pasqualina                   - (la segue).

Armando                    - (si volge rapidissimo ad Andrea, accennan­dogli il ritratto e facendogli segno con le dita: «tre», fa per uscire).

Andrea                        - (avvicinandosi premuroso) Ma signore...

Armando                    - ...e duecento lire di mancia per voi. (Esce dalla sinistra).

Andrea                        - (ha un gesto di stizza, esce in fretta per la destra).

Francesco                    - (accennando con la testa alla destra) La Monigo ha fatto colpo sull'americano.

Oreste                         - E' una donna affascinante.

Francesco                    - Troppo. State in guardia...

Oreste                         - (ridendo) Oh, non è il mio genere...

Francesco                    - Se è affascinante...

Oreste                         - Sì, ma è anche ricca... A me le donne ric­che mi terrorizzano.

Francesco                    - Perché?

Oreste                         - Costano troppo. Poi la Monigo ha un altro difetto oltre quello della ricchezza...

Francesco                    - Quale?

Oreste                         - E' intelligente...

Francesco                    - Ah, questo sì...

Oreste                         - E' un uomo d'affari!

Francesco                    - Non guarda in faccia a nessuno!

Oreste                         - Se non fosse così, come avrebbe potuto co­stituirsi quella posizione?

Francesco                    - Ah, certo, dal punto di vista commer­ciale è ammirevole.

Oreste                         - Una cosa non capisco... Che si faccia pagare oggi quello che vuole è naturale... E' lanciata... ma come ha fatto a cominciare?

Francesco                    - Ha un gran gusto.

Oreste                         - Non basta. Ci vuol anche un capitale.

Francesco                    - L'aveva!

Oreste                         - (lo fissa incredulo, poi crede d'aver capito e protesta) Ah no, non è mai stata il tipo da lasciarsi andare...

Francesco                    - Non avete capito... Aveva soldi, cento­mila lire!

Oreste                         - Davvero?

Francesco                    - Ve lo posso dire con precisione... Nel 'ventuno... ne, al principio del ventidue... Le ha depo­sitate proprio da me e ci siamo conosciuti così.

Oreste                         - (pensoso) Nel 'ventidue... E' impossibile... Avrà avuto vent'anni...

Francesco                    - Qualcuno di più.

Oreste                         - Ma era una sartina... Me la ricordo...

Francesco                    - Anch'io!

Oreste                         - Centomila lire... Erano tante, anche nel 'ventidue...

Francesco                    - Certo!

Oreste                         - Forse avete ragione... Avrà... realizzato il capitale iniziale...

Francesco                    - Centomila lire una sartina... Le più belle costavano moltissimo di meno, anche nel 'ventidue...

Oreste                         - Avrà cominciato a farsi pagare cara fin da allora... Questa è l'ipotesi più logica... Forse quella tale nipote... e anzi senza forse. E' l'unica spiegazione pos­sibile.

Francesco                    - Chi sa... I bambini, del resto, sono sem­pre un gran mezzo per impietosire, pregare...

Oreste                         - ...ricattare...

Francesco                    - (con debole protesta) Evvia!

Oreste                         - Centomila lire... Non ho mai sentito dire che si ottengano pregando...

Francesco                    - (dubbioso) Mah... D'altronde... io non; m'immischio mai nei fatti degli altri...

Oreste                         - Ah, nemmeno io... Oh, zitto, riecco la bri­gantesca...

Gennaro                      - (appare sulla destra facendo strada a Elma, che accompagnerà poi a sedere alla prima sedia a destri della prima fila).

Elena                           - (lo segue e siede).

Andrea                        - (segue e invita col gesto gli altri a prender posto).

Vincenzo                    - (fa per staccare il « Ritratto d'ignoto » dalla parete, ma si trattiene a un'occhiata di Gennaro).

Yvonne, Zeno e Un Signore - (rientrano dalla destra, siedono fra il pubblico dell'asta).

Gennaro                      - (a Francesco e Oreste, invitandoli a prender posto) Commendatore... signor Marzano...

Francesco e

Oreste                         - (prendono posto fra il pubblico dell'asta).

Gennaro                      - (ad Andrea) E la signorina dov'è?

Andrea                        - Con quei signori... (Va verso la sinistra, mentre Gennaro va alla scrivania) Pasqualina...

Pasqualina                   - (dall’interno a sinistra) Eccomi...

Marta                          - (entra dalla sinistra seguita da Pasqualina e Armando. Andrea le è davanti).

Pasqualina                   - (segue).

Armando                    - (segue inquieto, coprendosi dietro Pasqualina e Andrea).

Marta                          - (aspra) Perché vuoi andartene? Non vuoi comperare più?

Armando                    - (ha un gesto vago, come per dire: vale la pena, lascia correre », ecc.).

Marta                          - (piccata) Sono capricci, ormai ci sono e ci resto. (Passa sgarbatamente avanti ad Andrea e Pa­squalina. Vibra un'occhiataccia a Elena che non s'è vol­tata, siede nella prima sedia della penultima fila).

Elena                           - (occupata a discorrere cordialmente con Oreste e Francesco, non s'è voltata).

Olga                            - (ha manovrato per sedersi accanto a Elena, senza riuscirvi).

Clara                           - (è arrivata prima di Olga e s'è seduta vicino a Elena: le due donne si salutano stringendosi la mano).

Andrea e Pasqualina   - (intanto sono venuti avanti, occupando i rispettivi posti nell’asta).

Marta                          - (seccata, ad Armando che s'è seduto dietro di lei) Perché non siedi qui? (indica alla sua sinistra).

Nicola                         - (è seduto accanto a Marta e la guarda stupito che questa disponga con tanta disinvoltura del suo posto).

Marta                          - (continuando, a Nicola) Potete farvi un po' più in là... per voi è lo stesso...

Nicola                         - (sbalordito) Ma certo... (fa per alzarsi).

Armando                    - (basso a Marta) Scusa, cara, lasciami qui... Sto meglio...

Marta                          - Starai meglio qui!

Armando                    - (con una sfumatura di fastidio) Te ne prego…..

Elena                           - (si volge un po' stupita).

Armando                    - (si nasconde completamente dietro Marta).

Marta                          - (fissa altezzosamente Elena).

Elena                           - (prima stupita, ha quindi una scrollatina di spalle, e comincia a parlottare ridendo con Clara, Fran­cesco e Oreste).

Marta                          - (ha capito che Elena ride di lei e s'indispone agitandosi sulla sedia).

Armando                    - (appoggia la bocca sulla mano che tiene il bastone e la morde in preda ad una vera sofferenza).

Gennaro                      - (ha seguito con sguardo acuto tutta la sce­netta: deciso a trarne tutto il profitto possibile, batte U martello sul tavolo e comincia col suo fare solito) Dun­que, signori... facciamoci la croce con la mano destra (si fa il segno della croce) e cominciamo in grazia di Dio, con l'intenzione sincera di comprare e non solo con quella di far sfiatare inutilmente il vostro povero servi­tore qui presente (indica se stesso). Danari ve ne sono molti, stasera... (annusa, gestisce come per attirare magneticamente a se) io ne sento l'odore soave e pene­trante. Non mi mandate a letto con la disillusione nel cuore.

Elena                           - (o Francesco) Si può applaudire?

Gennaro                      - Sono permessi tutti i segni di approvazio­ne e disapprovazione! Non ho paura di niente, perché so d'avere davanti a me il fiore della clientela... la schiu­ma della «noblesse »... l'« accoppatura » di quanto c'è di meglio in questa città!

Elena                           - (stupito, quasi ridendo) L'accoppatura?

Gennaro                      - (aiutando la spiegazione col gesto) Quello di sopra sopra... Di coppo coppo... L'accoppatura... l'es­senza... l'estratto concentrato...

Elena                           - Ho capito.

Gennaro                      - E ne sono veramente felice! Dunque... Co­sa vogliamo mettere in vendita davanti a questa nobile assemblea?

Elena                           - Come, cosa vogliamo mettere in vendita? Ma il Donelli...

Marta                          - (sussulta, seccata; si sarà seccata anche e molto della particolare attenzione che Gennaro dimostra d'avere per Elena).

Elena                           - (continuando) Sono qui per questo!

Armando                    - (alza la testa, fissa incantato Elena, quasi fa per alzarsi).

Gennaro                      - E mettiamo in vendita il Donelli... (Ad Andrea) Tu, «professò »

Andrea                        - (si muove, stacca il « Ritratto d'ignoto », co­mincia a mostrarlo al pubblico).

Gennaro                      - Signori... è inutile ch'io spieghi a voi chi è stato Spartaco Donelli, e quale posto occupa oggi nella pittura moderna... Se non foste qui come amatori ma come speculatori d'arte, mi permetterei dì dirvi che questo è il miglior investimento di danaro... Pensate che un Ti­ziano che oggi vale milioni è stato acquistato la prima volta per poco o niente... Voi vi comprate un quadro, lo appendete a un chiodo di casa vostra e non pensate più all'inezia che v'è costato... Il tempo passa, voi dormite e quello cresce di valore, ogni giorno, ogni minuto! Vi pare niente? (Fissando Elena, puntandole il martello contro) Come?

Elena                           - (gestisce per dire: «E chi ha parlato?»).

Gennaro                      - Non avete detto niente?

Elena                           - Niente!

Gennaro                      - M'era parso. E va bene, vuol dire che par­lerete dopo. Signori... metto in vendita questo bel di­pinto... « Ritratto d'ignoto » di Spartaco Donelli, scuola napoletana moderna, non indegna di quella antica e gloriosa dell'Ottocento... a quattrocento lire! Uno, due... Nicola    - Ma un'ora fa l'avete offerto a trecento!

Gennaro                      - A. cinquecento, ridotto a trecento in un istante di follia... Lo rimetto in vendita a quattrocento perché ho un'offerta di quattrocento... (minacciando il pubblico col martello) e lo aggiudico a quattrocento! Uno, due... (si ferma).

Elena                           - (dopo una pausa) Cinquecento.

Marta                          - (come se non aspettasse altro, secca, astiosa)

                                    - Mille!

Tutti                            - (meno Armando, gli aiutanti di Gennaro, Gen­naro si volgono a guardare Marta con più o meno forma, colpiti dall’aggressivo tono di voce più che dalla cifra).

Armando                    - (ha abbassato la testa dietro Marta).

Elena                           - (ha guardato Marta, ha un lampo di collera ne­gli occhi, subito spento, volge di nuovo le spalle alla concorrente e non la guarderà più fino alla fine della scena).

Gennaro                      - Siamo a mille lire, signori, appena mille... Per il « Ritratto d'ignoto» di Donelli, un capolavoro che ne vale almeno diecimila... E’ possibile pensare che deve andar via per questa modestissima cifra?

Elena                           - Millecinquecento.

Marta                          - (c. s. subito) Duemila.

Elena                           - (subito ma senza astio, anzi con cavalleresca gentilezza) Tremila, allora.

Marta                          - (subito e. s.) Cinquemila.

Gennaro                      - (ha come un lieve capogiro, vacilla).

Armando                    - (sembra in preda ad un vivo dolore).

Tutti                            - (sono attentissimi, presi dall'emozione dello strano duello). .

Gennaro                      - (riacquistando subito la calma) Cinque­mila, signori... Siamo a cinquemila, ci avviciniamo a poco a poco al prezzo giusto. Lo aggiudico? Uno, due... (si ferma, punta il martello verso Elena).

Elena                           - (si stringe nelle spalle, abbassa gli occhi a stento mascherando il proprio dispetto).

Gennaro                      - (insinuante) E' un'occasione unica... Vi ho già detto «osa vale questo bellissimo quadro, cosa l'ho pagato... E’un peccato vederlo fuggire così... Rin­forziamo la gara... se non altro per l'amore dell'arte! (Fissa intensamente Elena, come se volesse farle entrar per forza il suo pensiero nella niente: « Aiutami.» tira su il prezzo... »).

Elena                           - (ha capito, ha un breve sorriso ironico) Se è proprio per far piacere a voi...

Gennaro                      - (correndo ai ripari) Prego... per il ri­spetto dovuto alla memoria d'un maestro!

Elena                           - (esita, poi, facendo spallucce) Seimila!

Marta                          - (subito schiacciante, con la feroce indifferenza di chi sa di poter gettare il danaro) Diecimila!

Armando                    - (ha messo la mano sulla spalla di Marta per fermarla e non ha fatto a tempo). Tutti      - (stupore, impressione).

Elena                           - (si alza).

Gennaro                      - (allarmato) Ve ne andate?

Elena                           - Ho da fare. Sono contenta, in ogni modo, d'aver contribuito a farvi concludere un buon affare. (Si muove verso la sinistra).

Armando                    - (non ha fatto a tempo a nascondersi).

Elena                           - (si ferma di scatto vedendolo e riconoscendolo).

Armando                    - (s'è alzato e la fissa intensamente).

Gennaro                      - (dopo la pausa) A diecimila, signori, uno, due... Lo aggiudico?

Elena                           - (volgendosi a Gennaro di scatto, smarrita, quasi con un grido) Quindicim...

Gennaro                      - (ha battuto il martello una frazione di se­condo prima e si morde le labbra per il dispetto) Trop­po tardi! E' aggiudicato alla signora per diecimila! (in­dica Marta col martello).

Marta                          - (tronfia) Tanto avrei detto ventimila!

Gennaro                      - Mannaggia!

Elena                           - (abbassa la testa, stringe il mantello sul petto con la mano tremante ed esce dalla sinistra).

Pasqualina                   - (ha intanto scritto e staccata la bolletta che porge ad Andrea).

Andrea                        - (s'avvicina a Marta con la bolletta in una mano, nell'altra ha ancora il quadro).

Marta                          - (quasi gli strappa di mano la bolletta, si alza, a Gennaro) Mandate domattina al Grand Hotel... Fate chiedere di me. (Va verso la sinistra).

Gennaro                      - Non comprate altro, signora?

Marta                          - No. (Esce per la sinistra).

Armando                    - (è ancora smarrito, ha uno sguardo trasognato per il ritratto, segue Marta).

Oreste                         - (scattando, a Gennaro) Ah, sentite... Avete una fortuna indecente! (Si alza).

Francesco                    - Proprio! Scandalosa! (Si alza).

Tutti                            - (si alzano. Qualcuno esce subito).

Oreste, Francesco e Clara      - (si dirigono verso la si­nistra).

Gennaro                      - (scandalizzato) Cosa? Scappate tutti?

Oreste                         - Il numero più interessante è finito... Voglio vedere se avrà un seguito. (Esce dalla sinistra).

Francesco                    - (lo segue).

Gli altri                       - (meno Gennaro, Pasquino, Andrea, escono commentando).

Gennaro                      - (ha lasciato la scrivania, è venuto avanti).

Pasqualina                   - (l'ha seguito).

Andrea                        - (passa accanto a Gennaro col quadro in mano).

Gennaro                      - (togliendoglielo di mano) Dà qui... (guarda con grande attenzione il dipinto).

Pasqualina                   - (incuriosita, guardando il « Ritratto d'igno­to » dietro le spalle di Gennaro) Vorrei proprio- sa­pere cosa ci hanno trovato (guarda il dipinto).

Gennaro                      - (guarda un istante Pasqualina, poi torna a guardare il quadro, aggiustandolo il meglio possibile alla luce e allo sguardo) Lo so io- cosa ci hanno trovato.

Pasqualina                   - (alza gli occhi stupita, fissando Gennaro).

Gennaro                      - (solleva il quadro, poi lo riappende alla pa­rete a sinistra, indietreggiando per vederlo meglio) C'è lui... Tutto lui: il marito dell'americana, vent'anni fa!

Pasqualina                   - (sorpresa, esclamando) E' vero... mi pareva che rassomigliasse a qualcuno... e solo adesso vedo...

Gennaro                      - (abbozza un gesto di dispetto) Peccato se ce ne fossimo accorti solo cinque minuti fa, arrivava alle stelle il « Ritratto d'ignoto »! (Si muove verso la destra) « Mannaggia cane canciello »! (Esce).

Pasqualina                   - (lo segue voltandosi a guardare il quadro che ormai affascina anche lei).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

Un punto del vasto giardino dello stabilimento ter­male. Entrate a sinistra e a destra, fra piante ed alberi, viali ed aiuole verdi e fiorite. Una panchina verso si­nistra, una verso destra, messe senza troppa simmetria. Qualche sedia da giardino, qualche tavolinetto. Circa a metà del fondo l’inizio d'un portico a colonne che piega verso sinistra, in parte coperto dagli alberi e dalle piante del fondo. Una grande anfora di terracotta grezza verso l’uscita a sinistra.

Durante Fazione passeranno da sinistra a destra e vi-ceversa varie ragazze dello stabilimento, in uniforme, con bicchieri d'acqua pieni e vuoti su vassoi uguali. Ogni tanto qualche signora e signore prenderà o deporrà un bicchiere pieno o vuoto dalle ragazze, mettendo qualche moneta di nichel nel vassoio. Dallo stabilimento arri' vera tratto tratto un'onda di musica.

All'indomani degli avvenimenti del primo atto, verso le dieci del mattino.

Armando                    - (seduto verso sinistra, col bicchiere a metà pieno d'acqua su un tavolinetto, discorre amabilmente con Paolo).

Paolo                           - (ire piedi davanti ad Armando, col bicchiere quasi vuoto in mano, rispettoso senza untuosità, ascolta Armando).

Yvonne e Clara           - (sono sedute sulla panchina a destra, senza bicchieri).

Zeno                           - (è ire piedi vicino alle due donne col bicchiere in mano, bevendo).

Pasqualina                   - (in uniforme da ragazza dello stabilimento termale, entra dalla sinistra con un vassoio su cui sono quattro o cinque bicchieri pieni d'acqua, avanza verso Clara e Yvonne).

Una ragazza                - (entra dalla destra con un vassoio carico di bicchieri vuoti ed esce dalla sinistra).

Armando                    - (continuando, a Paolo) ...anche da noi le assicurazioni marittime procurano spesso dei gratta­capi... (Guardando Paolo) Ma perché state in piedi?

Paolo                           - (rea un mezzo inchino, allarga un po' le braccia come per dire : « E chi si permette di sedere in vostra presenza? »).

Armando                    - Sedete, senza cerimonie.

Paolo                           - Grazie. (Siede, beve un sorsino d'acqua).

Pasqualina                   - (a Clara) Ecco, signora... Tiepida.

Clara                           - (prende un bicchiere dal vassoio di Pasqualina).

Pasqualina                   - (a Yvonne) A voi fredda, non è vero?

Yvonne                       - No, tiepida anch'io, questo (prende un bicchiere, lascia cadere qualche moneta nel vassoio).

Pasqualina                   - Grazie. (Esce per la destra).

Armando                    - (a Paolo) Lavorate molto nel Brasile?

Paolo                           - A Buenos Aires e Montevideo facciamo molto di più.

Armando                    - Certo, nel Sud, siamo più sbrigativi... (si fruga in tasca, cerca e trova il portasigarette).

Yvonne                       - (basso) Quel ragazzo ha saputo' intrufolarsi...

Clara                           - Ha una faccia tosta....

Zeno                           - E' il solo che ei sia riuscito!

Armando                    - (ha preso una sigaretta, fa per cercare il fiammifero, poi colto da un pensiero improvviso si fer­ma, a Paolo) Ma... si può fumare?

Paolo                           - (sorridendo) Siamo all'aperto...

Armando                    - No, voglio dire, non disturba la cura ?

Paolo                           - Credo di no. Fumo sempre tre o quattro sigarette prima di mezzogiorno.

Armando                    - (quasi ammirando) Poco. (Offre il porta' sigarette aperto a Paolo).

Paolo                           - (prende una sigaretta) Grazie. ( I due uomini si offrono scambievolmente fuoco, poi accendono ciascuno la propria sigaretta).

Yvonne                       - (tassa, sprezzante) Fra poco diventeranno parenti!

Clara                           - (bassa, invidiosa) Ormai non c'è più forma... La gente si conosce così, alla sportiva...

Zeno                           - (si stringe nelle spalle, beve un po' d'acqua).

Marta                          - (arriva in fretta dalla sinistra in un abito da mattina un po' più elegante del necessario. Ha due bicchieri in mano, uno di vetro, pieno; l’altro vuoto, di coccio, molto bello. A Paolo, subito, porgendogli il bicchiere di coccio) A voi. Prendete.

Paolo                           - (s'è alzato, un po' stupito).

Armando                    - (guarda la moglie vagamente inquietò).

Yvonne                       - (bassa) Conosce anche la moglie...

Clara                           - (idem) Allora tutto si spiega! (beve, si alza, esce dalla destra disgustata, facendo cenno agli altri di seguirla).

Zino e Yvonne            - (un po' esitanti, si decidono a seguire Clara ed escono per la destra).

Paolo                           - (dopo una breve esitazione prende il bicchiere che gli offre Marta).

Marta                          - (siede con decisione sulla sedia poco prima occupata da Paolo).

Paolo                           - (dopo una pausa, stupito) Signora... volete che vi prenda dell'acqua? (le mostra il bicchiere di coccio).

Marta                          - (sorpresa, Mostrando il bicchiere pieno che ha in mano) Se ho questa!

Paolo                           - E cosa devo fare di questo bicchiere?

Marta                          - (seccata) Tenervelo! Non ho rotto il vostro poro fa?

Paolo                           - (sorridendo) Sì, ma...

Marta                          - E dunque! Ne ho comprato un altro e siamo pari!

Armando                    - (ha un gesto di fastidio e s'agita sulla sedia).

Paolo                           - (ride) Ma il mio era di vetro ordinario, co­stava una lira e cinquanta e...

Marta                          - Questo ne costa sette, così non avrete di­ritto di lagnarvi.

Paolo                           - (comincia a sentirsi a disagio, pur continuando a sorridere) Ma io non ho mai pensato a... oh! E poi, dilaniate, me ne sono procurato subito un altro...

Marta                          - Gettatelo via...

Pasqualina                   - (ritorna dalla destra: sul vassoio ha au­rora due bicchieri pieni, gli altri son vuoti; fa per an­dare alla sinistra).

Marta                          - (a Pasqualina) Voi! Venite qui!

Pasqualina                   - (s'avvicina premurosa).

Marta                          - Prendete questo bicchiere... (quasi strappa il bicchiere di mano a Paolo e lo dà a Pasqualina) e gettatelo via!

Pasqualina                   - (sorpresa) Sì, signora...

Marta                          - Poi portate subito dell'altra acqua al signore. (A Paolo) Datele il bicchiere!

Paolo                           - Ecco, io...

Marta                          - Oh, quante storie! Siete troppo cerimoniosi in questo paese! (Toglie il bicchiere di coccio di mano a Paolo sbalordito, fa per darlo a Pasqualina, ma ve­dendo che sul vassoio ci sono ancora dei bicchieri pièni domanda) E' buona, quella?

Pasqualina                   - (premurosa) Sì, signora.

Marta                          - Date qua.

Pasqualina                   - (avvicina di più U vassoio).

Marta                          - (prende uno dei bicchieri pieni, ne versa la metà nel bicchiere di coccio, sciacqua, getta via l’acqua con cui ha sciacquato, riempie quindi il bicchiere dì coccio col contenuto dell'altro bicchiere pieno, lo ri­mette sul vassoio. A Pasqualina) Andate!

Pasqualina                   - (sbalordita) Sì, signora... (Esce per la sinistra).

Marta                          - (porgendo il bicchiere di cocci» a Paolo) Bevete!

Paolo                           - (decidendosi) Grazie! (prende il bicchiere). Veramente io non bevo che un paio di bicchieri ed ho giusto finito il secondo...

Marta                          - (ad Armando, interrompendo Paolo che non ha nemmeno ascoltato) A proposito, hai telegrafato a papà?

Armando                    - Sì, cara.

Marta                          - Meno male. (A Paolo) Dicevate?

Paolo                           - (docile) Dicevo che bevo solo due bicchieri, di solito.

Marta                          - E perché?

Paolo                           - Perché mi bastano.

Marta                          - Sciocchezze! Per rimettersi a posto il fe­gato ce ne vogliono una diecina, per quindici giorni almeno!

Paolo                           - Ma io ho il fegato in perfetto ordine...

Marta                          - (aggressiva) E allora perché venite qua?

Paolo                           - Cura preventiva... Due bicchieri al giorno adesso mi eviteranno di berne dieci a cinquant’anni.

Francesco                    - (viene dalla destra col bicchiere vuoto in mano, ha un gesto di stupore vedendo Paolo discorrere con Marta ed Armando).

Nicola e Olga              - (lo seguono ed hanno anche loro una espressione di stupore e di dispettosa invidia).

Marta                          - (guarda Francesco senza ascoltare più Paolo).

Paolo                           - (continuando) Mio padre, che è medico ed un po' epatico, mi ha prescritto questa cura... Così vengo a passare le mie vacanze qui... il posto è carino, ben fre­quentato... non pago molto perché, come figlio di me­dico, ho...

Marta                          - (che non l’ha ascoltato, interrompendo) Ma quanto mi è antipatico quello! (guarda Francesco).

Paolo                           - (si volge vivamente, vede Francesco, ha una espressione di fastidio, poi lo saluta con un breve in­chino).

Francesco                    - (risponde al saluto, sempre più incuriosito).

Marta                          - (a Paolo) Non me lo presentate, mi racco­mando!

Paolo                           - Non oserei farlo senza prima chiedervene il permesso.

Marta                          - (lo guarda sorpresa, poi con sincerità) Bravo. Così mi piace.

Paolo                           - (con una sfumatura di sorriso) Troppo buona        - (s'incontra con lo sguardo un po' triste di Armando e il sorriso gli muore sulle labbra).

Marta                          - Sapete cosa dovete fare, adesso? Portarlo via, altrimenti fra due minuti si presenta da sé.

Paolo                           - Sì, signora. (Ad Armando) Con permesso.

Armando                    - Se non avete impegni, raggiungeteci all'albergo e fate colazione con noi.

Marta                          - (ha un'occhiata terribile per Armando).

Francesco, Nicola e Olga       - (si guardano stupiti).

Paolo                           - (ad Armando) Grazie. (A Marta) Signora... (s'allontana verso Francesco e gli altri due).

Francesco                    - (dominando la sua collera invidiosa) Come li avete conosciuti?

Paolo                           - Un incidente banale, un bicchiere rotto. (Guarda nella destra, saluta sorridendo, poi a Francesco) Permettete, commendatore, saluto la signorina Ines... (fa per muoversi).

Francesco                    - (seccandosi, ma deciso a corteggiare anche il proprio impiegato pur di riuscire nel suo intento) Aspettate, sentite...

Paolo                           - (esce dalla destra).

Francesco                    - (fa per seguirlo, esita guardando Nicola e Olga).

Nicola                         - (mostrando il bicchiere vuoto) Andiamo a far provvista, e vi raggiungiamo.

Francesco                    - (con un sospiro di sollievo) Ecco, bravo. (Esce dalla destra).

Nicola e Olga              - (escono dalla sinistra).

Armando                    - (è rimasto assorto, fumando. Marta non esiste per lui).

Marta                          - (dopo una pausa in cui l'ha fissato severamente) Ti metti ad invitare la gente così...

Armando                    - Scusa, cara, credevo che non ti dispia­cesse. Gli telefonerò di non venire.

Marta                          - (aggressiva) Non possiamo fare questa figura!

Armando                    - Visto che ti dispiace...

Marta                          - Non mi dispiace. E' un giovine educato, serio... (Col tono di chi dice: «Sa ascoltare ») Ascolta...

Armando                    - Allora non vedo perché...

Marta                          - Mi secca che l'hai invitato senza dirmi niente prima.

Armando                    - Non potevo chiedertelo in sua presenza...

Marta                          - C'è modo e modo... Dopo tutto, è un ra­gazzo, e tu sei tu!

Armando                    - Va bene, se ricapita l'occasione farò così.

Marta                          - (non l'ha ascoltato) Potevi aspettare che fosse andato via, dirmelo, poi richiamarlo e invitarlo.

Armando                    - Anche questa è un'idea.

Marta                          - (pausa) Comunque, non capisco che biso­gno c'era di invitarlo... Perché!

Armando                    - Così, per vedere un po' qualcuno... par­lare...

Marta                          - Ed io non parlo, forse? Sono muta?

Armando                    - Per parlare di qualcosa di nuovo... E' un giovane simpatico... l'hai detto anche tu... non m'ha ag­gredito con nessuna proposta d'affari... Sa sorridere...

Marta                          - Hai una mania per la gente che sorride!

Armando                    - Riesce più gradita.

Marta                          - (seccata) Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi.

Armando                    - Ma non il sorriso.

Marta                          - (fissa il marito più stupita che indignata d'aver egli osato di contraddirla).

Armando                    - (non guarda Marta, ma verso la destra: ar­riva un'onda di musica, è il disco di Caruso di « Core 'ngrato» sull'inizio: «Catari, Catari»).

Elena                           - (entra dalla destra: semplice e delizioso abito da mattina, bicchiere in mano; abbassa gli occhi per non vedere i due, esce dalla sinistra).

Marta                          - (s'è voltata di scatto a guardar Elena e la se­gue con gli occhi finché esce, rivolgendosi a guardare il marito).

 Armando                   - (ha anche lui seguito con lo sguardo Ehm, ed ha quindi ripreso la sua abituale espressione).

Marta                          - (sente l’interesse di Armando per Elena, si agita nervosa sulla sedia, poi beve d’un fiato il conte­nuto del suo bicchiere) Brr... che orrore... Per for­tuna è l'ultimo per oggi.

Armando                    - (tace, pensoso).

Marta                          - E' una sarta. S'è arricchita vestendo' tutte It prostitute eleganti. Strozzina e spietata, costringe le clienti a pagarla a costo di qualunque umiliazione. Pri­ma le attira, le lusinga, le veste a credito e poi... ca­pisci?

Armando                    - Capisco.

Marta                          - La sua fortuna è cominciata con un ricatto che ha fatto ad un gran signore, molto ricco, che n'era pazzamente innamorato. Ed oggi tutti la riveriscono. (Pausa). Capisci?

Armando                    - Capisco.

Marta                          - (dopo una pausa, guarda Armando come aspet­tando che parli, quindi) Tu la difendi.

Armando                    - No.

Marta                          - Vorresti difenderla.

Armando                    - Nemmeno.

Marta                          - Io so cosa pensi.

Armando                    - Non penso, cara.

Marta                          - Ho imparato a capirti. Non mi sfugge niente di te. Tu non parli, ma io ti leggo sulla fronte quello che ti passa per la testa. Tante volte rispondo a quello che stai pensando, e m'accorgo- d'aver indovinato dal modo come stringi le labbra.

Armando                    - (stringe le labbra involontariamente).

Marta                          - Vedi?

Armando                    - (guardandola) Che cosa, cara?

Marta                          - - Vuoi che ti dica cosa stavi pensando, ora, un secondo fa, quando t'ho detto che ti leggo sulla fronte?

Armando                    - Non pensavo a niente.

Marta                          - Pensavi : « Nemmeno nel mio cervello posso essere solo ».

Armando                    - (stringe le labbra).

Marta                          - (osservandolo) Non è così?

Armando                    - T'ho detto che non sto pensando a niente.

Marta                          - Sei così assorto... cioè... un po' più assorto del solito... perciò l'ho notato.

Armando                    - Sto tentando di ricordarmi un motivo.

Marta                          - Quale?

Armando                    - Tento di ricordarmelo. Appena mi verrà, te Io suonerò.

Marta                          - Un'opera?

Armando                    - Forse.

Marta                          - O una canzone?

Armando                    - Può darsi.

Marta                          - E davvero- non lo ricordi?

Armando                    - No.

Marta                          - - Tu che hai un orecchio così musicale...

Armando                    - Cosa vuoi farci?

                                    - (Pausa. L'onda di musica s'è sentita tratto tratto du­rante la scena : è sempre il disco di « Core 'ngrato » can­tato da Caruso. A questo punto si sente distintamente la voce lontana: «Core, core 'ngrato - thè pigliata 'a vita mia - tutt'è passato... », e quindi musica e voce ritornano lontanissimi).

Armando                    - (è assorto come sempre).

Marta                          - (lo spia, attenta, poi) E’ una canzone napo­letana?

Armando                    - Sì.

Marta                          - Come si chiama

Olga                            - una copia

Armando                    - Non lo so.

Marta                          - E’ bella.

Armando                    - (con un brevissimo sospiro) Ah sì, molto bella.

Pasqualina                   - (viene dalla sinistra, sema vassoio) E' pronta la fangatura, signora.

Marta                          - (come se la si volesse prendere in giro) Co­me? Già le dieci e mezzo?

Pasqualina                   - Dieci e venticinque, signora.

Marta                          - (alza gli occhi, la guarda meglio) Ma... io vi conosco...

Pasqualina                   - Credo di sì, signora... (sorride).

Marta                          - Dove v'ho vista?

Pasqualina                   - Nella Galleria d'Arte del signor Pa­gano... (Marta la scruta). La mattina lavoro qui e il pomeriggio e la «era là... Faccio la segretaria della ven­dita...

Marta                          - Ah, ora ricordo.

Armando                    - (guarda Pasqualina con improvvisa bene­volenza, quasi le sorride).

Pasqualina                   - Bisogna arrangiarsi... La stagione dura tre mesi e deve bastarci per tutto l'anno.

Marta                          - (si alza, poi ad Armando) Non vieni?

Armando                    - Se vuoi...

Marta                          - Accompagnami, almeno!

Armando                    - (alzandosi) Sì, cara.

Marta                          - (esce per la sinistra).

Armando                    - (La segue).

Pasqualina                   - (segue).

Olga                            - (dalla destra col bicchiere a metà pieno, beve un sorsetto, poi come continuando) Ora, non so perché, piace anche a me quel quadro! (Con Olga sono entrati Gennaro, Paolo e Ines).

Gennaro                      - (6ei;e, poi) Naturale... Il fascino del prezzo...

Olga                            - Certo non lo pagherei diecimila lire...

Gennaro                      - Ma cinquemila sì.

Olga                            - Nemmeno... Duemila: ecco, duemila sì.

Gennaro                      - E' già qualcosa per un oggetto d'arte che ne vale quindicimila!

Paolo                           - Come, quindicimila?

Gennaro                      - L'ultima offerta è stata di quindicimila.

Ines                             - Com'è stato possibile che mia zia, sempre così calma, si sia lasciata trascinare...

Gennaro                      - L'antipatia... Quando avrete la mia età, imparerete che l'antipatia è più forte dell'amore, certe volte.

Ines                             - Oh... (Guarda di sfuggita Paolo) Fortuna che l'avevate già aggiudicato...

Gennaro                      - (indignato) Fortuna?

Ines                             - Per la zia!

Gennaro                      - Non correva nessun pericolo. L'altra è una di quelle persone odiose che non cedono mai... Se la signora Elena fosse stata pratica di aste e avesse voluto aiutarmi, me lo faceva vendere forse a trentamila lire...

Olga                            - Evvia!

Gennaro                      - E' così... Un oggetto acquista valore solo perché lo desidera un altro!

Olga                            - Sentite, fatemi un piacere... Il quadro non è stato ritirato ancora, no?

Gennaro                      - Vorreste ricomprarlo?

Olga                            - No... ma fatelo fotografare... Ne comprerò una copia.

Gennaro                      - (fissandola, come pensando: «.Che sprecona! ») Volete dire che l'accetterete in regalo... Che vendo fotografie, io?

Olga                            - E va bene, troverò il modo di disobbligarmi. Fatelo fotografare.

Gennaro                      - E' già stato fotografato stanotte in una diecina di formati e di luci diverse... Ne parleranno tutti i giornali d'arte, ed anche qualche quotidiano ….Non vi dico il baccano che ne faranno nel Sud America!

Ines                             - Ah già, difatti... La compratrice è sud-ame­ricana!

Gennaro                      - Per le meno, abita nel Sud America da tanti anni...

Ines                             - Non mi meraviglierei che anche gli altri qua­dri di Donelli aumentassero di valore...

Paolo                           - Sono già aumentati di valore, signorina... Da ieri! L'uno tira su l'altro...

Gennaro                      - (interessato) Ah, ve ne intendete?

Paolo                           - No, ma a lume di logica... Non sarà un commercio diverso dagli altri...

Gennaro                      - E' come quello dei fagioli e del baccalà, solo ci vuole un po' più di pazienza.

Olga                            - (avida) Così... se per caso avessi comprato uno di quegli altri Tinelli...

Gennaro                      - Donelli.

Olga                            - Sì, quelli che offrivate a Firenze a duecento e a cento lire...

Paolo                           - ... ora varrebbero il doppio.

Gennaro                      - Il decuplo. Oggi non trovereste un Donelli a meno di duemila... Li pagherei io a occhi chiusi.

Ines                             - (pensosa) E quel disgraziato è morto!

Gennaro                      - Eh, già. (Beve un sorso).

Ines                             - Di faine, forse.

Gennaro                      - No, di oligoemia... E' la fame di quelli che vivono saltando i pasti per vent'anni...

Paolo                           - Un supplizio un po' più lento...

Ines                             - (ha un brivido) E' terribile!

Olga                            - (con sincero sgomento) Io non capisco perché c'è gente che fa il pittore...

Gennaro                      - (beve un sorsetto) Perché ci sono delle creature che nascono per le cose belle... e muoiono per farle... (Con vivacità, guardando i tre e sorridendo con arguzia, come per reagire a quanto ha detto prima) Pen­sate come sarebbe brutto il mondo se tutti fossero come me.

Ines                             - (con slancio) Oh, non è vero, siete tanto sim­patico, invece!

Francesco, Oreste ed Elena    - (vengono dalla sinistra con i bicchieri in mano, chiacchierando fra loro).

Oreste                         - (indicando Gennaro) Eccolo là!

Francesco                    - » Ha pure il coraggio di curarsi il fegato!

Elena                           - Anche la troppa gioia è pericolosa...

Olga                            - (guarda Elena con gli occhi cupidi, cerca qual­cuno che la presenti, poi, tendendole la mano) Per­mettete, signora... Olga Masseri-Shirow.

Elena                           - (gentile) Molto piacere...

Olga                            - Era tanto che volevo conoscervi, ma...

Oreste                         - (interrompendo, a Gennaro) Spero che pa­gherete da bere!

Gennaro                      - E come no...

Una ragazza                - (entra dalla sinistra con un vassoio ca­rico di bicchieri d'acqua, dirigendosi alla destra).

Gennaro                      - (alla ragazza, continuando) ... signorina, un bicchiere d'acqua al signore... (indica Oreste).

Oreste                         - (ridendo) No, signorina, grazie.

La ragazza                  - (esce dalla destra).

Oreste                         - (continuando, a Gennaro) Avete tutte le for­tune!

Gennaro                      - Se me lo dite un'altra volta (fa le corna con le dita) comincio a fare gli scongiuri!

Armando                    - (entra dalla sinistra. E' chiarissimo che ha seguito Elena, ma ha pure lutto l'aspetto d'un' signore che passeggia, perché non ha altro da fare. Ha un cenno di saluto per Gennaro e per Paolo. Esce dalla destra).

Elena                           - (lo ha guardato un istante).

Paolo e Gennaro         - (hanno salutato Armando con un inchino).

Francesco                    - (segue con gli occhi Armando, incantato).

Oreste                         - Chissà se è vero che è così ricco...

Olga                            - Danari e santità...

Elena                           - (a Ines, mostrando il bicchiere) Torniamo alla fonte?

Ines                             - Sì, zia.

Elena                           - Permesso. (Esce dalla sinistra).

Ines                             - (la segue).

Paolo                           - (guarda Francesco, poi segue Ines).

Oreste                         - (guardando uscire Ines) Io preferirei quella ragazza a tutti i soldi di Alciati.

Gennaro                      - (bevendo) Ah, certo.

Francesco                    - (brutale) Mi piace più la madre...

Olga                            - La madre?

Francesco                    - Si, la zia.

Oreste                         - (a Gennaro) A quanto mettereste in vendita la nipote in un'asta di schiave?

Gennaro                      - Cinquantamila lire... prezzo d'uscita, na­turalmente.

Francesco                    - E la zia?

Gennaro                      - A meno, si capisce.

Francesco                    - Certo, c'è il consumo...

Oreste                         - Il deterioramento...

Olga                            - (punta) Spiritosi! (Volge loro le spalle, esce per la sinistra).

Gennaro                      - Scusate, signora... (si stringe nelle spalle). Le passa subito, per fortuna.

Oreste                         - Mettereste in vendita anche lei?

Gennaro                      - Perché no? Tutto serve in un'asta.

Oreste                         - A quanto la offrireste?

Gennaro                      - Dodici e settantacinque.

Oreste                         - Con la speranza di venderla?

Gennaro                      - I compratori, a volte, sono così capricciosi...

Francesco                    - (sta guardando nella destra) Alciati ri­torna da questa parte...

Gennaro                      - (guarda a destra) Poveraccio. Ha diritto di passeggiare anche lui.

Oreste                         - A quanto offrireste, lei... (indica con il mento verso destra).

Gennaro                      - Lei chi?

Oreste                         - La moglie di Alciati.

Gennaro                      - Cinquecento lire a chi me la portasse via. (Si muove verso la sinistra) Andiamo.

Francesco                    - (attento alla destra) No, aspettate.

Gennaro                      - Questo è il peggior momento per farsi presentare al signor Alciati.

Francesco                    - E perché?

Gennaro                      - Ho idea che voglia rimaner solo, e non c'è istrice più istrice d'un uomo che non vuole com­pagnia.

Francesco                    - (insistendo) Pure io credo...

Gennaro                      - (interrompendo) D'altra parte non vi pre­senterei, adesso... non mi sbaglio mai in certe cose. An­diamo. (Esce per la sinistra).

Francesco                    - (lo segue voltandosi a guardare verso Io destra).

Oreste                         - (segue stringendosi nelle spalle).

Armando                    - (rientra dalla destra. Dà un'occhiata alla si­nistra, poi, come chi non vede ciò o chi sperava di ve­dere, ha una scrollatina di spalle, un gesto di disappunto; si toglie il cappello, lo mette su un tavolinetto accanto alla panchina di destra, siede, cava il portasigarette, prende una sigaretta e la mette in bocca, prende i fiam­miferi, ne accende uno, fa per accostare la fiammella alla sigaretta. Istintivamente guarda di nuovo a sinistra, si ferma col fiammifero acceso in mano, la sigaretta a bocca. E' affascinato: ha visto Elena muoversi e venire verso di lui. Si alza, lascia il fiammifero che si spegne cadendo, si toglie la sigaretta dalle labbra e fa per met­terla sul tavolino senza guardare e senza riuscirvi, di modo che anche la sigaretta cade a terra).

Elena                           - (entra a questo punto dalla sinistra. E' anche lei profondamente commossa e pure ha nello sguardo, insieme all'espressione d'una tenerezza infinita, anche un'ombra di rimprovero che le impedisce di sorridere).

Armando                    - (con una voce diversa da quella con cui ha parlato fino ad ora con la moglie, con gli altri, un po' roca, ma vibrante, appassionata) Elena... (le va in­contro, le prende le mani, se le stringe al petto) Elena... (la guarda) Come sei sempre bella! (le bacia le mani).

Elena                           - (ha sorriso, immensamente felice, gli ha abban­donato le mani, lo guarda; brevissima pausa, poi, mentre i loro occhi s'incontrano di nuovo) E tu... come sei sempre giovine...

Armando                    - (fremente, attirandola verso la panchina a destra) Vieni, siedi... dimmi... parla... come è dolce la tua voce... (la fa sedere, le siede accanto, poi se ne allontana di qualche poco, guardandola come si guarda una cosa bella, di cui, dopo l’insieme, si cominciarla a notare i particolari) Sei tutta una luce... un sorriso di gioia, come sempre... e pure nel primo momento m'è parso di vederti qualcosa come un rimprovero nello sguardo...

Elena                           - C'era.

Armando                    - Perché?

Elena                           - Hai voluto portarmi via quel povero ritrat­tino... La sola cosa che mi restava di te.

Armando                    - Come puoi pensare ch'io abbia volato darti un dispiacere... Lo volevo per me, l'avrei pagato qualunque somma, ma quando t'ho vista non so più cosa avrei dato per non esser più là, non trovarmi contro di te... (le prende di nuovo le mani, le stringe fra le sue: è come se l’abbracciasse).

Elena                           - (con dolcezza) Povero Armando... Forse hai sofferto più di me.

Armando                    - Come te. Speravo che un altro parlasse... uno dei tanti compari che non mancano mai nelle aste... Avevo anche tentato di farlo capire all'aiutante di quel Gennaro là. Ma non ci sono riuscito.

Elena                           - (tutta presa dalla gioia dì star con lui, già dimentica di ogni altra cosa) Tanto era lo stesso... Non sarebbe servito a niente.

Armando                    - Da un compare avrei sempre potuto ria­verlo... questione di prezzo...

Elena                           - Ma da lei no, vero?

Armando                    - (abbassa la testa) Almeno non subito.

Elena                           - E' tua moglie?

Armando                    - Sì.

Elena                           - Deve amarti molto.

Abmando                    - Non credo.

Elena                           - Non avrebbe pagato tanto il tuo ritratto.

Armando                    - Non lo sa... non l'ha nemmeno guardato. L'ha voluto per far dispetto a te... (Elena ha un'espres­sione di stupore). Oh, non a te come te... per far di­spetto a un'altra donna, per dimostrare d'aver più da­naro, di poterlo spendere, buttar via... Speriamo che ne profitti il povero Donelli almeno... è l'unica consola­zione.

Elena                           - E' morto.

Armando                    - Oh, povero Spartaco... quando, come?

Elena                           - Cinque o sei anni fa, lo seppi per caso molto tempo dopo... Ma parliamo di te, lasciati guar­dare, lasciati ammirare... (lo guarda). Come sei ele­gante... già lo eri anche vent'anni fa, quando compravi i vestiti belli e fatti a novanta lire... A te sta bene qua­lunque cosa.

Armando                    - (la guarda, ha un sorriso pieno d'affetto) Mi dici quello che dovrei dire io a te...

Elena                           - Uno deve dirlo.

Armando                    - Tu sei sempre la prima.

Elena                           - E' il carattere.

Armando                    - E' il cuore... Sempre più forte, più ge­neroso... Lo sto pensando da ieri sera, lo pensavo adesso mentre parlavi... Tutto ciò che ho fatto e che sono lo debbo al tuo cuore.

Elena                           - (gli mette la mano sulla bocca) Parlami di cose belle... Dimmi... Sei felice?

Armando                    - (guardandola) Sì, tanto... infinitamente     - (è chiaro che vuol dire: Sono felice «ora»).

Elena                           - (ha capito; brevissima pausa) Hai figli?

Armando                    - No.

Elena                           - (gli tocca la mano, abbassa un po' la testa).

Armando                    - (dopo la pausa) E tu? Sei maritata?

Elena                           - No.

Armando                    - Come... quel nome... Di Rosanna?

Elena                           - E' il mio... Elena Rosa Anna Monigodi... Dovendo fare una ditta l'ho scomposto in Elena Monigo di Rosanna... E' lo stesso, detto meglio. Vedi come ci vuol poco a trasformare un cognome ordinario e qualunque in qualcosa di aristocratico, sonoro... (sta scher­zando). Sulla clientela fa effetto.

Armando                    - Lo diceva sempre il povero Donelli... (Con accento napoletano un po' imperfetto) L'arte fa bello tutto ciò che tocca... (Normalmente) E tu sei come l'arte. (Brevissima pausa). Ti sembrerò un egoista, ma sono contento di sapere che non sei sposata.

Elena                           - Non ho trovato.

Armando                    - (con lieve amarezza) Io invece ho tro­vato... quasi subito.

Elena                           - (con dolcezza) No, Armando, gli uomini come te non trovano... Sono trovati.

Armando                    - (la guarda, poi ha un principio di risata a bocca chiusa) Mh!

Elena                           - (gli tocca la mano, poi) E cosa fai? E' vero che...? (si ferma).

Armando                    - (ha indovinato ciò che Elena non ha chiesto, ed ha un mezzo sorriso sprezzante, ironico, per sé, non per lei) Che cosa?

Elena                           - (sorride, con lieve imbarazzo) Che... vendi carne in scatola?

Armando                    - (con qualcosa di comico nella voce) Ho le due più grandi fabbriche di prodotti alimentari dell'America del Sud... Alciati-Soarez-Corporation... Specia­lizzate in vitello con condimento e senza, esportazione mondiale, membro del Giury all'ultima Esposizione di Cicago.

Elena                           - (ride) E volevi diventare un grande scrit­tore...

Armando                    - (serio) « Ero » un grande scrittore... al­lora.

Elena                           - (sincera) Davvero! Sai che ho ancora tutti i tuoi manoscritti? Li ho fatti legare in cuoio, tanto bene... Saranno dieci anni che non li leggo... Ma ora tornando a casa li rileggerò subito. Sono tanto belli...

Armando                    - Divenni un beccaio all'ingrosso- proprio per un racconto.

Elena                           - (lo guarda stupita).

Armando                    - Davvero. Sbarcato a Montevideo con i poveri soldini tuoi...

Elena                           - (interrompendo, emozionata) Armando!

Armando                    - Perché? Non me ne vergogno affatto. L'ho scritto in un libro, anzi... l'unico libro che ho scritto... La mia vita... Non l'ho fatto ancora stampare perché mi pare che senta troppo di macelleria... Il primo capitolo comincia proprio così... Sbarcai a Mon­tevideo con qualche biglietto da mille datomi senza speranza di restituzione da un'amica, una sartina ro­mana, che li aveva mezzo ereditati dalla sua povera mamma, mezzo messi insieme centesimo per centesimo, lavorando sedici ore al giorno, amandomi le altre otto...

Elena                           - (profondamente commossa, con un singhiozzo nella voce) Ah, sta zitto, basta, mi fai piangere... (gli prende la mano, gliela bacia) Dimmi del racconto che t'ha portato fortuna, lascia stare il resto.

Armando                    - Il vecchio Soarez cominciava allora a lanciare il suo famoso vitello, e bandì un concorso per una novella che mettesse in valore il prodotto... Ne compravo una scatola ogni due giorni, perché avevo no­tato che mi manteneva in piedi molto economicamente... Mi venne l'idea di scrivere quella novella, non avevo niènte da fare, nessun giornale m'aveva voluto acco­gliere... E così la scrissi e la mandai.

Elena                           - Cosa scrivesti?

Armando                    - Una sciocchezza... Un giovane esploratore perduto nella pampa... digiuno da vari giorni... mentre sta per abbandonarsi sfinito capita vicino agli avanzi di un bivacco abbandonato da due o tre anni... Trova qual­che scatola di vitello dimenticata...

Elena                           - Non è mica brutto.

Armando                    - Oh Dio, era anche scritto decentemente...

Elena                           - Naturale, si vedeva quello che scrivevi... pa­reva che venisse fuori dalle righe, a volte...

Armando                    - Quello che impressionò il vecchio Soarez non fu lo stile, ma l'affare delle scatole abbandonate da tre anni e ancora buone... Mi mandò a chiamare e mi offrì il posto di direttore del suo ufficio di pubblicità... E così, passo passo... poi feci un gran colpo con una fornitura al Governo argentino... Quando il vecchio Soa­rez mi disse che avevo guadagnato cinquantamila pesos di provvigione caddi dalle nuvole... La prima cosa che feci riacquistando l'uso della ragione fu quella di cor­rere alla banca e... e spedirti... sì, restituirti quello che... mi avevi... dato.

Elena                           - Più di dieci volte tanto.

Armando                    - Era il meno che potessi fare... Poi... un anno dopo l'altro... il vitello in scatola ha pure un suo fascino... il difficile è venderlo, a farlo ci pensano quelli che lavorano sul serio... Sapevo parlare bene, il frac lo portavo benissimo... E così... eccomi. Sono un gran si­gnore, e tutti mi riveriscono.

Elena                           - Te lo meriti.

Armando                    - No. A volte mi pare d'aver soltanto vinto una lotteria... Sono andato per caso a fare un bagno in un fiume che trascina pagliuzze d'oro... Sono rimasto sul gomito più ricco, l'acqua passa sempre ed io rac­colgo... Anzi faccio raccogliere agli altri per mio conto, perché io, ormai, non m'incomodo più nemmeno a chi­narmi.

Elena                           - (pensosa) Non sei contento.

Armando                    - No. Mi mancano troppe cose.

Elena                           - Quali?

Armando                    - Tante. Tu... tu invece hai la gioia d'aver creato qualcosa, di crearla ogni giorno... Ho visto un tuo catalogo ieri sera all'albergo... E' squisito.

Elena                           - Mi appassiono ai miei modelli...

Armando                    - Si vede. Si direbbe che in te siano rima­sti tutti i colori del povero Donelli, tutta la poesia che c'era in me... Col tuo grande cuore hai messo insieme quella poesia e quel colore, e ne fai cose belle, diverse, nuove, che nascono ogni giorno (le prende le mani).

Elena                           - (dopo brevissima pausa, le ritira con dolcezza) Sai sempre dire, tu... tanto bene... Pare di sentire i propri pensieri nelle tue parole. Io invece so solo ascol­tare.

Armando                    - E ti pare poco... Sono vent'anni che non ho la gioia di sentirmi ascoltato così... Non ho mai il desiderio di parlare, ed oggi, invece... (ha un sospiro) Mah... Avrebbe potuto essere tanto bello, tu, io, lavorare insieme, vivere...

Elena                           - (con improvvisa gaiezza un po' forzata benché lieve, reagendo contro un pericolo ancora confuso, ma che già presente da qualche seconde) Con che... La mediocrità, la miseria distruggono... uccidono tutto...

Armando                    - Non tutto.

Elena                           - Se non avessi avuto il tuo magnifico dono, sarei una di queste ragazze che portano l'acqua... Nem­meno, forse, perché le vogliono giovani...

Armando                    - Senza il tuo sacrificio non avrei mai po­tuto farti quello che chiami dono...

Elena                           - Senza il mio sacrificio tu non saresti par­tito, non avresti fatto fortuna, non m'avresti mandato nulla, io non avrei fondato la casa di moda... Non po­teva essere.

Armando                    - Avrebbe potuto essere. Ero ancora libero quando ti mandai quei... Solo cinque o sei anni dopo sposai la figlia di Soarez. Ero già ricco... Ero già a po­sto col primo grosso guadagno che feci se non avessi avuto una così irragionevole paura della miseria... se avessi saputo esser contento... La prima idea, anzi, non fu di mandarteli, ma di portarteli... Poi... (ha un gesto amaro, stringe le labbra).

Elena                           - (dopo una pausa, colpita come dal raccontai di una sventura che tocca anche lei) Oh...

Armando                    - Vedi che avrebbe potuto essere.

Elena                           - (ha come un brivido, ma riesce a sorridere) Il destino non ha voluto.

Armando                    - Sì... pigliamocela col destino: è una gran risorsa, il destino... La verità è che ho avuto paura...

Elena                           - (con lievissima ansia) Paura?

Armando                    - Della miseria... della vita piena di diffi­coltà e d'inciampi che avevo fuggita... Ritornare al pane e prosciutto... spesso preso a credito... alle lunghe serate fredde senza stufa...

 Elena                          - (ha un sospiro) Pure... (si ferma).

Armando                    - (fissandola) Pure?

Elena                           - (sorridendo) No, niente.

Armando                    - (c. s.) Pure eravamo tanto felici, è vero? (la guarda) Questo volevi dire?

Elena                           - Sì... ma sono luoghi comuni. Riconosco anch'io che si vive meglio in una stanza riscaldata bene.

Armando                    - Non c'è calore più bello e più vivo di quello che avevamo dentro... Luogo comune anche questo, è vero... Ma tutta la vita è un luogo comune... (con furore contenuto) E poi... la verità è un'altra... Non ho avuto paura della fame e del freddo... ma della medio­crità... Chi sono, mi dicevo, chi sarò, cosa diventerò là, in quel piccolo ambiente in cui è cosa disagevole muo­versi... Io non sono folla, non sono numero, sono qual­cuno... ho bisogno di spazio, di grandi orizzonti...

Elena                           - Ed era vero!

Armando                    - Non era vero. Se avessi avuto virtù eroi­che avrei trionfato o sarei caduto in una luce di trionfo anche in un villaggio... No, no. Non ero altro, non sono mai stato altro che un borghese un po' romantico, de­sideroso di viver bene benché capacissimo di commuo­vermi su una pagina di romanzo scritta come si deve... La prova è che commercio in vitelli e che non ho af­fatto fondata una casa editrice di poesia... E il primo quadro che compro da quando posso spendere è quel mio povero ritratto... Non per amore dell'arte, ma in un ritorno di malinconia, che m'ha dato quest'aria, il nuo­vo suono della mia lingua così ben parlata da questa gente sana e felice... Sono l'eterno scontento, mai sod­disfatto di niente, sempre alla ricerca di... (si frena, tace, ha un gesto brusco) Ma tu... (la guarda e il suo volto esprime di nuovo la gioia) tu, almeno... sei felice? Io, al solito, non ho parlato che di me, senza pensare che tu pure esisti.

Elena                           - (come per rassicurarlo) Sono felice.

Armando                    - Davvero?

Elena                           - Davvero.

Armando                    - Così sola.

Elena                           - Forse per questo... Faccio quello che voglio, sono padrona di me, lavoro... D'estate mi riposo andan­do un po' fuori in giro a scegliere i modelli, rubare qualche idea qua e là... Poi vengo qui a bere i miei bicchieri d'acqua... M'è tanto piaciuto questo posto la pri­ma volta che ci capitai per caso... e ci sono tornata sem­pre, come prevedendo che qui avrei avuta la più gran­de gioia della mia vita.

Armando                    - (le tocca la mano; sta per dire qualcosa, ma si ferma ascoltando la musica lontana. E' ancora il di­sco di Caruso, sul finire. Qualche attimo di silenzio: le tre o quattro battute finiscono e la musica cessa) Povero Donelli... ricordi come la cantava nella casa di via Margutta, con quella chitarra che si scordava sempre...

Elena                           - (ha un brevissimo riso, ricordando).

Armando                    - (senza cantare) « Core, core 'ngrato... t'hé pigliata 'a vita mia... ».

Elena                           - « Tutt'è passato... » (si ferma, profondamente commossa).

Armando                    - (ha un gesto di dispetto, poi, ricordando e sorridendo di nuovo) E Immacolatina... la volgare Concettella, come la chiamava quando s'arrabbiavano... che n'è successo?

Elena                           - Si lasciarono dopo un anno o due... Non po­tevano andar più d'accordo... gelosie, discussioni, rimproveri tutto il giorno... Lui non guadagnava niente e diceva ch'era lei a inaridirgli la fantasia... Lei se ne tornò a fare la maestra, e adesso sta in Umbria, credo, in un collegio...

Armando                    - Ricordo quel giorno che mi fece quel ri­tratto in mezz'ora... Ora che ha avuto quel successo di vendita certamente ci sarà qualche intenditore che ci troverà l'improvvisazione sublime... E' così di tutte le cose. (Amara, con un gesto quasi di disgusto) Il successo è un'avventura bestiale. Quando arriva è sempre finito tutto.

Elena                           - Povero Spartaco... Erano tanto belli i suoi quadri!

Armando                    - E il successo gliel'ha dato lo sgorbio... (Pausa). E' come i cavalli che metto nel mio vitello in scatola... E' quello che gli dà quel sapore speciale che lo rende così pregiato... Non comprare mai quella por­cheria, sai...

Elena                           - (ride).

Armando                    - (la guarda con gli occhi sempre più lucenti. La passione improvvisamente risvegliata lo rianima, lo inebria. Dopo una pausa, con un ritorno di desiderio ch'egli stesso ancora non misura) Come sei sempre bella... Con quella bocca stupenda, quei denti meravi­gliosi... Mi fa un'impressione così profonda sentirti ri­dere come allora...

Elena                           - (sempre ridendo, ma più attenta) Ti sembra

strano?

Armando                    - Tanto. A casa mia non si ride mai... (Con allegro disprezzo) Siamo gente molto seria. Tu invece... (le tocca la mano, poi la stringe e la tira un po' verso di sé, subito lasciandola quindi come spaventato di sen­tirla cosi calda) Si direbbe che tutto questo tempo non sia passato per te... Hai gli occhi che sembrano ancora più grandi... la stessa freschezza... in tutto... (si. turba, ha lo sguardo un po' torbido, la voce un po' roca) La stessa pelle di seta che mi faceva impazzire... (le tocca di nuovo la mano).

Elena                           - (ritirandola questa volta, inquieta appunto perché si sente a poco a poco presa anche lei dalla vam­pata di ricordi, con sorridente rimprovero) Armando...

Armando                    - (quasi aggressivo) Cosa?

Elena                           - (c. s.) Sei pazzo?

Armando                    - Perché dici che sono pazzo?

Elena                           - Perché siamo vecchi.

Armando                    - Vent'anni fa mi dicesti le stesse parole una sera... ed eravamo giovani!

Elena                           - (non ricorda) Vent'anni fa?

Armando                    - Una aera, al Costanzi... quell'unica volta che potemmo andarci... (la guarda) Donelli aveva avuto due posti, e avendo litigato con Immacolatina come al solito, decise di non andare... Andammo noi, ansiosi, fe­lici, entusiasmati dall'idea di metter piede, finalmente, in un grande teatro, vedere un vero spettacolo...

Elena                           - (turbata da un altro ricordo) Oh, Armando... ricordo, basta, parliamo d'ai...

Armando                    - (interrompendola, fissandola) Ce ne scap­pammo a metà del secondo atto... Fortuna che avevamo due posti di corridoio e non disturbammo troppo...

Elena                           - (con voce un pò: più bassa, sguardo un po' più torbido) Eravamo davvero pazzi... Ci guardarono tutti scandalizzati... (vuol nascondere un sorriso).

Armando                    - E noi non ci curammo di nessuno... Tri­stano e Isotta erano straordinari, ma noi non sapevamo resistere più...

Elena                           - Che pazzie...

Armando                    - Che bellezza! E che corsa per acchiap­pare il tram ed essere a casa cinque minuti prima! (le prende la mano).

Elena                           - (lasciandogliela, emozionata) Io ti volevo tanto bene...

Armando                    - Ed io te ne voglio ancora!

Elena                           - Anch'io... (libera dolcemente la mano ma non per evitare un contatto: tanto che, dopo un istante d'in­decisione, gliele mette tutte e due sulle spalle) Davvero, Armando... Da qualche minuto ho un'impressione stra­na... Mi pare che tutto questo tempo sia passato in so­gno... che non ci siamo mai lasciati... che tu sei sola­mente tornato a casa un po' più tardi del solito... Ed ho quasi il desiderio di dirti... (sforzandosi per vivere la finzione) Hai avuto molto da fare al giornale?... O ti sei incantato a seguire qualche ragazza, come al solito?

Armando                    - (secondandola) Niente ragazze… Ho aspet­tato l'amministratore per vedere di cavargli cinquanta lire d'acconto sugli stipendi arretrati!

Elena                           - E le hai avute?

Armando                    - (c. s.) Sì, signora! Sono qui nel taschino!

Elena                           - (c. s.) Fa vedere!

Armando                    - (c. s.) Un bacio, prima, se no niente!

Elena                           - (subito, senza esitare, storditamente, gli dà un bacio).

Armando                    - (l'afferra con le mani frementi, fa per strin­gerla al petto).

Elena                           - (riprendendosi, impaurita, soffocando un grido) Armando! (Si scosta da lui, si passa le mani sul vol­to, poi) Armando, perdonami...

Armando                    - (fa per riprenderle la. mano, non ci riesce perché Elena la ritira nascondendola dietro la schiena) Elena... si direbbe che ti vergogni...

Elena                           - (interrompendo, cupa) Non mi vergogno... ho paura.

Armando                    - Di che?

Elena                           - Di me... del passato. Tutto questo tempo...

Armando                    - E' volato in un sogno. Forse è vero che siamo nel momento più bello dell'esistenza... La vita comincia a quarant'anni... Io li ho superati da poco... Tu... oh... tu hai ancora tanto per arrivarci.. Quanti sono? Trentotto... Trentasette... (le tocca di nuovo le mani).

Elena                           - (movendosi, frenando l'ansia che la tormenta e l’esalta, bassa, fremente, senza guardarlo) Oggi ne ho venti (volge altrove lo sguardo).

Armando                    - (seguendola, non riuscendo a dominarsi più, non volendo dominarsi) Sì, hai ragione, sempre ra­gione, in te è il cuore che parla... Tutto questo tempo è stato vissuto in un sogno... Io sono solo uscito di casa, soltanto per andare in cerca dell'amministratore, e l'ho trovato, e mi sono fatto pagare ciò che la vita mi do­veva... la fortuna... Ora ce l'ho, stretta inelle mani e deb­bo godermela, voglio godermela... e non lo posso che con te... E' solo per te che ho vinto... è per te che mi sono insanguinato le mani e le ginocchia per arrampi­carmi più presto... E' giusto, è umano pretendere la ri­compensa, prendersela... Sono stato tutta la notte a scri­vere, a servire l'editore, il pubblico, ho guadagnato quanto dovevo in questa lunga notte di vent'anni, ed ora sono qui, stanco ma contento, pieno di freddo ma già pregustando il calore che godrò sotto le coperte...

Elena                           - (evitandolo, soffocando il grido che si sente nella gola) Armando... Armando... non t'accostare, non toccarmi...

Armando                    - (appassionato) Ma perché?

Elena                           - (tremando) Ho paura!

Armando                    - (quasi gridando) Ma di chi?

Elena                           - (appassionata) Te l'ho detto... di me! Di me! Non mi guardi, non mi senti... Non vedi che sto per abbracciarti e baciarti come una pazza che non ca­pisce più niente?

Armando                    - Elena! (l’abbraccia, la bacia, appassiona­tamente).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

È la stessa scena del primo atto, a qualche ora dal secondo, nel pomeriggio. La portiera a sinistra è aperta, e la luce del sole vi entra allegramente. Avanti verso sinistra sono spariti i due bronzi e al loro posto cam­peggia un cavalletto coperto da un drappo di velluto rosso e su questo il « Ritratto d'ignoto » di Donelli. Il quadretto è stato messo in una cornice ricchissima, a sua volta chiusa in una custodia di ciliegio e di mogano, lucidissima,. Sul quadro un portalampade lungo, basso, fa piovere una luce viva: e tutto questo nuovo decoro fa apparire più bello e più vivo il modesto dipinto del primo atto. Sotto il quadro un gran cartello con una scritta a grandi caratteri, che dice: «Venduto alla si­gnora Marta Alciati-Soarez ».

Gennaro                      - (sta esaminando attentamente due fotografie e le paragona).

Andrea                        - (davanti a lui con altre otto o dieci fotografie dello stesso formato in mano).

Gennaro                      - (dopo un ultimo sguardo) Le più belle sono indubbiamente queste due... e fra queste due la più riuscita... (si ferma un istante).

Andrea                        - (accennando la fotografia che Gennaro tiene nella sinistra e di cui Andrea vede solo il dorso) è questa.

Gennaro                      - (poco convinto, portando in miglior luce la fotografia che ha nella destra) No, questa.

Andrea                        - Non mi pare... Per me... (si muove, vede le due fotografie e allora vivamente accennando quella nella destra di Gennaro) Ah, sicuro, questa questa... Le aveva cambiate in mano... E' la migliore, l'ho detto appena l'ho vista.

Gennaro                      - (abbassa la sinistra, guarda la fotografia che ha nella destra con un resto di dubbio) Questa...

Andrea                        - Non si discute.

Gennaro                      - (rialza la sinistra, guarda l'altra fotografia, la paragona, poi decidendo, sceglie quella che ha nella destra) Questa. (Porge l'altra fotografia ad Andrea).

Andrea                        - (prende la fotografia e la mette fra le altre, stringendosi nelle spalle) Era così chiaro!

Pasqualina                   - (viene dalla destra in tenuta dì negozio con un telefono in mano) Ce di nuovo la contessa...

Gennaro                      - Uff! Dille che sono morto!

Pasqualina                   - Vuol sapere se metterete in vendita il fauno, oggi...

Gennaro                      - Ma io le metto in vendita anche tre su­meri del lotto, se me li compra!

Pasqualina                   - (fa per uscire dalla destra).

Gennaro                      - No, lascia qui il telefono.

Pasqualina                   - (va alla scrivania, mette a posto il tele­fono, innesta la spina e comincia a parlare con voce bassa quasi indistinta) Pronto... signora contessa, il signor Pagano non è ancora venuto... Glielo dirò io di mettere in vendita il fauno... Benissimo, alle sei. Buon­giorno.

Gennaro                      - (intanto che Pasqualina telefona, ad Andrea mostrandogli la fotografia scelta) Adesso trovami una cornicetta argentata per questa... sedici-ventiquattro, e la metteremo in vetrina.

Andrea                        - Bene. (Va alla destra, esce).

Pasqualina                   - (finito di telefonare, esce dalla destra).

Gennaro                      - (sì stringe nelle spalle quasi sprezzante. È chiaro che pensa : « Che razza d'idioti questi comprato­ri». Va alla scrivania, tenendo sempre la fotografia in mano, forma il numero al telefono. Pausa, poi) Pron­to... Gennaro Pagano... C'è De Vincen... Ah, siete voi, bravo. Dunque, allora... fatemi cinquanta copie del nu­mero... numero... (guarda dietro la fotografia il numero in matita azzurra) numero tre... tre, segnatevelo... cin­quanta copie sedici-ventiquatrro... e cento cartoline... (pausa) e va bene, facciamo cifra tonda... duecento Car­toline, tanto vanno via di sicuro. Sì... Sì... Grazie... Ar-riv... Ah... ah, sì?

Ines e Paolo                - (vengono dalla sinistra).

Gennaro                      - (li vede entrare, li saluta con un cenno della mano in cui ha la fotografia, dicendo al telefono) Ho capito, so chi è. Fate pure l'ingrandimento... (Indignan­dosi) Cosa, non viene bene? Un capolavoro della scuola napoletana... Ma fate l'ingrandimento, ritoccatelo come si deve e poi me ne darete una voce! Arriv... Sissi­gnore, sissignore... «Santa Lucia ve guarde 'a vista 'e ll'uocchie»! Non abbiate paura che io già tremo! (Lascia il telefono, viene avanti verso i due, sempre con la fotografia in mano) Buongiorno, signorina bella... (ha un cenno per Paolo).

Ines                             - Buongiorno, don Gennaro. Parlavate con De Vincenzi?

Gennaro                      - Sì... il fotografo più scocciatore dell'orbe terracqueo.

Ines                             - Sapete chi ha ordinato quell'ingrandimento?

Gennaro                      - S'indovina subito... Vostra zia!

Ines                             - No, io!

Gennaro                      - Ah!

Ines                             - Ho pensato di farle una sorpresa... E' tanto dispiaciuta d'aver perduto quel quadretto.

Gennaro                      - (mettendo la fotografia su una vetrina con dispiacere professionale) Dispiace anche a me.

Ines                             - Sapete com'è la zia... Si fissa su certe cose, alle volte... Non dice niente, ma una che le sta vicino e le vuol bene capisce.

Gennaro                      - Certo.

Ines                             - E diventa una seccatura.

Gennaro                      - Ora, però, con l'ingrandimento...

Ines                             - Ecco, sono qui proprio per quello. Ho idea che non venga bene!

Gennaro                      - Ma non state a sentire De Vincenzi... Quello, invece di incoraggiare il cliente, lo deprime!

Ines                             - No, no, sono sicura che non verrà bene...

Gennaro .................... - Verrà benissimo, guardate questa... (prende la fotografia, la dà a Ines).

Ines                             - (prende la fotografia, la guarda con occhio cri­tico, la mostra a Paolo).

Paolo                           - (guardo la fotografia, allunga il labbro inferiore).

Ines                             - E' brutta.

Gennaro                      - Certo non è il quadro!

Paolo                           - E l'ingrandimento sarà ancora più brutto.

Gennaro                      - Voi per mettere la pace in famiglia, siete tatto apposta.

Ines                             - (dando la fotografia a Gennaro) Così ci è ve­nuta un'idea magnifica!

Paolo                           - (sincero) Stupenda!

Gennaro                      - (diffidente, rimettendo la fotografia sulla ve­trina) Sentiamo l'idea magnifica e stupenda.

Ines                             - Quanto costa farne una copia in pittura?

Gennaro                      - (sorpreso) Una copia?

Paolo                           - Una copia, sì, don Gennaro... Quanto costerà?

Gennaro                      - Ma non è permesso fare la copia d'un qua­dro senza il consenso del proprietario...

Ines                             - Domandateglielo...

Gennaro                      - Figuratevi se quella lo dà!

Ines                             - E allora fatelo copiare senza permesso... Che ci vuole?

Gennaro                      - Ci vuole prima di tutto tempo e non ce n'è... Poi ci vorrebbe ch'io fossi un lazzarone e non voglio diventarlo per due o trecento lire! (Guardando verso si­nistra, improvvisamente allarmato) Oh, oh, ragazzi, via, via, sparire!

Ines                             - (seccata) Perché?

Gennaro                      - (guardando a sinistra) Il signor Alciati... (credendo di non essere stato compreso, con importanza) sì, il marito della compratrice...

Ines                             - (stupita) Bè?

Gennaro                      - (stupito, quasi seccato di non essere stato ancora compreso) Sta venendo qui!

Paolo                           - E chi se ne frega?

Gennaro                      - (alza le braccia scandalizzato, si precipita alla sinistra) Commendatore...

Armando                    - (entra dalla sinistra. Ha cambiato d'abito; si toglie il cappello entrando) Buongiorno, signor Pa­gano.

Gennaro                      - (ossequioso) Commendatore...

Paolo                           - (saluta correttamente Armando).

Armando                    - (risponde con un lieve sorriso).

Ines                             - (volge sgarbatamente le spalle ad Armando, esce dalla sinistra).

Paolo                           - (esita un istante, guarda Armando, abbozza un gesto di scusa, segue Ines).

Gennaro                      - (è rimasto male) Scusate.

Armando                    - Di che?

Gennaro                      - (esitante) Questi ragazzi d'oggi...

Armando                    - (indulgente) Oh...

Gennaro                      - Non hanno nessun riguardo...

Armando                    - E fanno benissimo.

Gennaro                      - (sorridendo, sollevato) Se voi, commen­datore, li scusate...

Armando                    - Senz'altro. Chi vi ha detto che sono com­mendatore?

Gennaro                      - (disorientato) Oh, Dio... pensavo.-

Armando                    - Non sono commendatore...

Gennaro                      - (c. s.) Me ne stupisco...

Armando                    - Capita nelle migliori famiglie. (Muovendosi vede il Donelli nella nuova posizione: guarda il quadro).

Gennaro                      - (contento) Va bene?

Armando                    - Molto carino, avete prevenuto un mio de­siderio cambiando la cornice. Mi direte cosa costa...

Gennaro                      - Oh! E’ un omaggio che mi permetto di...

Armando                    - Non è giusto. Avete sopportato una spesa,.,

Gennaro                      - Col massimo piacere!

Armando                    - Ne sono convinto. Allora? Quanto vi debbo? (cava un libretto d'assegni).

Gennaro                      - (quasi deluso) Come? Volete già pagare?

Armando                    - Eh... si paga per contanti, suppongo.

Gennaro                      - Sì, ma non sono passate nemmeno ventiquattr'ore...

Armando                    - Che c'entra questo?

Gennaro                      - Voglio dire... avete il tèmpo per comprare tanta altra roba...

Armando                    - Non desidero acquistare altro.

Gennaro                      - Oggi... ma finché finisce la cura...

Armando                    - L'ho finita.

Gennaro                      - (assolutamente deluso) Ah...

Armando                    - Allora?

Gennaro                      - Lo sapete... Diecimila il quadro... più il dieci per cento di diritto d'asta...

Armando                    - Undicimila.

Gennaro                      - Poi c'è scambio e quietanza, sciocchezze.

Armando                    - E la cornice.

Gennaro                      - Vi ho già pregato...

Armando                    - Ed io torno a pregarvi. Facciamo dodici tutto compreso.

Gennaro                      - Undicimila e cinquecento, visto che insi­stete.

Armando                    - Undicimila e cinquecento. Dove posso...? (fa il gesto di scrivere).

Gennaro                      - (indicando la destra) Di là... (Chiamando) Pasqualina! (Ad Armando) Ce la scrivania.

Armando                    - (esce dalla destra).

Gennaro                      - (ritira il quadro dal cavalletto, ha un'ultima occhiata per la fatica inutile che ha fatta, si stringe nelle spalle) Peccato! (si dirige alla destra).

Andrea                        - (appare sulla destra, avanza, fa per togliere il quadro dalle mani di Gennaro).

Marta                          - (vestita diversamente e molto più seria ed ele­gante del secondo atto, entra dalla sinistrai.

Gennaro                      - (al lieve rumore si volge col quadro in mano di cui però volge il retro a Marta) Oh, signora, buon­giorno, quale onore... C'è il signor...

Marta                          - (al solito interrompendo senza aver ascoltato) Sono venuta a pagare il mio debito,

Gennaro                      - (enormemente stupito) Il...?

Marta                          - Il mio debito, a pagare il quadro... Siete sordo?

Gennaro                      - (disorientato) No, signora... (Guarda An­drea che, anche luì stupito, lo guarda, accosta di più il quadro al petto, inghiotte, esita, poi dà il quadro ad Andrea accennandogli con la testa di andare).

Andrea                        - (al colmo dello stupore, prende il quadro, se lo mette davanti in modo da non farlo riconoscere da Marta, esce per la destra quasi inciampando sul primo scalino per guardar Marta).

Marta                          - (siede, apre la borsetta, cava un libretto d'as­segni, la penna, fissa Gennaro, gli legge qualcosa di strano sul volto) Dunque?

Gennaro                      - Dunque... Il quadro... è già... già pagato...

Marta                          - (alza la testa, ha quasi un sussulto).

Gennaro                      - (come per rassicurarla) Da... da vostro ma­rito... è venuto poco fa.

Marta                          - (colpita) Ah! (Pausa). Ed ha portato via il ritratto, eh?

Gennaro                      - No, è ancora di là... Sta facendo l'assegno e sorvegliando l'imballaggio... (movendosi) Ora l’avverto...

Marta                          - No, non v'incomodate... guarda gli altri oggetti esposti).

Gennaro                      - Se la signora s'interessa di qualche altra cosa...

Marta                          - Forse... Ci sono altri quadri di questo pittore?

Gennaro                      - Ah sì, certo... Pochi, ormai, perché sono molto ricercati, ma si può sempre trovare...

Marta                          - Vorrei vederne qualche altro.

Gennaro                      - Disgraziatamente qui non ne ho più, ma a Firenze ne ho il magazzino pieno... Sì, la galleria... oh certo... non molti, ma qualcuno, sicuro.

Marta                          - M'interessa questo Bonelli...

Gennaro                      - Donelli.

Marta                          - Donelli. Chi era?

Gennaro                      - Un genio.

Marta                          - Non credete d'esagerare?

Gennaro                      - La critica e il pubblico gli renderanno giu­stizia... Donelli è stato un maestro... ed oggi è un faro che illumina l'avvenire dell'arte.

Marta                          - E questo faro... lo vendevate a trecento lire?

Gennaro                      - (si morde le labbra, poi) Signora... non credevo di dovervi dire che... Sapete come sono le aste...

Marta                          - Sì, so come sono le aste... o almeno ho impa­rato. Sapreste dirmi perché l'ho pagato così caro?

Gennaro                      - (pieno di speranza) Siete forse pentita dell'affare? Nel caso io sono dispostissimo ad annullarlo perché...

Marta                          - ...avete un altro compratore...

Gennaro                      - Appunto...

Marta                          - Che è una compratrice.

Gennaro                      - Ecco, ed io...

Marta                          - Niente da fare. E' mio e lo tengo.

Gennaro                      - (s'inchina, rassegnato).

Marta                          - Ci terrei, però, a sapere perché vale tanto. (Guarda il catalogo che ha in mano). Il pittore è un imbianchino qualsiasi...

Gennaro                      - (scandalizzato) Signora...

Marta                          - Forse il soggetto... un giovane che ride...

Gennaro                      - (timidamente) C'è tanta anima...

Marta                          - Credete che il valore sia dato dalla figura?

Gennaro                      - (guardingo) Una figura d'ignoto, senza importanza...

Marta                          - Già. Un ritratto d'ignoto. (Pausa pensosa, poi improvvisamente) Ditemi... sapete dove viveva, questo pittore?

Gennaro                      - A Napoli.

Marta                          - Ah!

Gennaro                      - Ma ha anche vissuto qualche anno a Roma.

Marta                          - Dove ha dipinto il famoso quadro.

Gennaro                      - Credo.

Marta                          - Ho capito.

Armando                    - (appare sulla destra col cappello in testa; si ferma vedendo Marta. Andrea entra, e si ferma rispet­tosamente vedendo Armando fermarsi).

Marta                          - (non ha veduto Armando; ha un breve sospiro, poi, a Gennaro, che nemmeno s'è accorto dei soprag­giungenti) E va bene. Avvertite mio marito che sono qui anch'io. (Siede).

Armando                    - (calmo, ma con qualcosa di nuovo nella voce che ricorda l'Armando della scena con Elena nel secondo atto) Eccomi (viene avanti togliendosi il cappello).

Gennaro e Marta         - (si volgono di scatto).

Armando                    - (avanza, depone il cappello sulla vetrina ac­canto alla fotografia, la sbircia per un istante, poi si volge tranquillo senza guardare Marta, ma aspettando un assalto che questa volta sembra deciso a respingere con tutte le forze. Marta lo guarda furiosa).

Gennaro                      - (dopo una pausa imbarazzata, tenta di dir qualcosa e non vi riesce; si secca di più e si sfoga con Andrea) Cosa vuoi, tu?

Andrea                        - Sono venuto a prendere il registro delle bol­lette, per fare la fattura.

Gennaro                      - E sbrigati! Hai finito l'imballaggio?

Andrea                        - Sì, ma il signore (indica col mento Ar­mando) l'ha trovato troppo pesante in legno e lo sto rifacendo in cartone. Naturalmente, ci vorrà più tempo!

Gennaro                      - E corri, allora, non addormentarti.., (Ad Armando) Ve lo mando in albergo fra un quarto d'ora.

Armando                    - Grazie, preferisco aspettare.

Andrea                        - (è rimasto indeciso sulla destra).

Gennaro                      - (furioso, gestendo come per dire: «Presto, presto, che fai là incantato? », manda via Andrea e lo segue per la destra, quasi spingendolo).

Marta                          - (con calma aggressività) Dunque... sei venuto a prendere il quadro...

Armando                    - (subito, calmo) Sì.

Marta                          - (dopo brevissima pausa, come chi indovina, protendendo l'indice contro Armando) Tu vuoi darlo a quella donna!

Armando                    - (c. s.) Sì.

Marta                          - (è colpita dalla tranquilla sicurezza di Armando; rimane un attimo disorientata) Ma... ti confesso che m'aspettavo un diniego, una scusa, almeno...

Armando                    - (c. s.) A quale scopo?

Marta                          - E me lo dici così, tranquillamente...

Armando                    - Me l'hai chiesto.

Marta                          - (bassa ma veemente, cominciando ad appassio­narsi) Cos'è quella donna per te?

Armando                    - Tutto.

Marta                          - (furiosa, a stento contenendosi) Un colpo di fulmine... In poche ore è diventata... tutto...

Armando                    - Lo è sempre stata.

Marta                          - La conoscevi?

Armando                    - Sì.

Marta                          - Da quando?

Armando                    - Da sempre.

Marta                          - (vacillando sotto i colpi, sentendosi presa da una sofferenza che va diventando man titano più acuta) Tutto... tu... puoi parlare così... a me... senza riguardo a... a nulla... senza un briciolo di generosità...

Armando                    - Ho sulle spalle sedici anni di generosità. Non resisto più. Ora non posso averne che per me.

Marta                          - (di nuovo aggressiva) Io però ne ho avuta tanta per te... Cos'eri... Cosa sei diventato...

Armando                    - Chiariamolo questo punto, sì, facciamo un po' di conti, è bene snebbiarti il cervello, una volta per sempre. Tu non m'hai dato nulla. Quando t'ho sposata ero già ricco...

Marta                          - Avevi appena di che vivere!

Armando                    - Mi bastava. In cambio d'una ricchezza enorme di cui non ho mai saputo cosa fare e che non so a chi lasciare, io t'ho donato un capitale di ricordi e di poesia che ho rubato ad un passato meraviglioso. Se l'azienda di tuo padre è una cosa gigantesca oggi, lo è solo per quella poesia che io vi ho profusa... per quell'entusiasmo che ha agito sul vecchio organismo indu­striale come un innesto stupendo. L'ho lavorato, l'ho fecondato con la mia ansia, con la mia speranza di non so che... ed oggi, dopo tanti anni, potrei anche dire ch'è mio.

Marta                          - Ma « è » tuo... tutto tuo, lo è sempre stato, lo sarà completamente se vuoi, subito... Io sono pronta a rinunziare, donarti...

Armando                    - (interrompendo) Non puoi donarmi nulla. Tutto quello che t'ho chiesto era un sorriso e me l'hai negato.

Marta                          - (in preda allo spavento) Armando... ma cos'è successo... Io non t'ho mai visto quello sguardo negli occhi... Non ho mai sentito questa tua voce strana, nuova... Sembri un altro...

Armando                    - Sono un altro.

Marta                          - (lo fissa ed ora è terrorizzata) Tu... tu stai pensando di lasciarmi...

Armando                    - T'ho già lasciata.

Marta                          - (lo guarda piena d'una sconfinata paura, oppressa da un immenso dolore) Io... credevo soltanto che tu... mi amassi di meno... ma ora mi pare davvero che mi odii.

Armando                    - Sì, ti odio. Credevo che la tua sterilità non fosse che una sventura...

Marta                          - (con un grido) Armando!

Armando                    - Non avrei mai potuto immaginare che tu stessa, volontariamente, avessi potuto offrirti al ferro d'un chirurgo delinquente per spegnere in te, per sempre, la possibilità d'avere dei figli...

Marta                          - (convulsa, disperata) L'ho fatto per non stac­carmi mai da te... per non lasciarti nemmeno un attimo... Ero pazza di te, devi ricordartelo...

Armando                    - (si stringe nelle spalle, si muove annoiato).

Marta                          - (dopo una pausa) Quando... come hai saputo?

Armando                    - Quasi subito.

Marta                          - Ed è da allora... da tanto tempo che...

Armando                    - Sì.

Marta                          - E non hai mai detto...

Armando                    - Che cosa? Perché? Come avresti potuto giustificarti? Quale ragione opporre?

Marta                          - (affranta) Allora, forse... quella d'amarti... og­gi.,, lo riconosco... nessuna ragione... (Cupa) Soffro anche io... tanto... E' forse per quello che... sono così insoppor­tabile... sempre irritata... di cattivo umore con tutti... e con me... (Armando si stringe nelle spalle).

Marta                          - (si torce le mani, poi con profonda umiltà) Iterò... se io fossi stata malata... e davvero non avessi potuto... tu m'avresti sopportata lo stesso.

Armando                    - (con rancore) Ma non sei malata.

Marta                          - E' come se lo fossi.

Armando                    - (si stringe di nuovo nelle spalle movendosi nervoso, senza guardarla).

Marta                          - (tende le mani verso di lui come invocando: vuol dire qualcosa, poi tace, con un gesto di disperato sconforto. Prende la borsetta, si preme rapidamente il fazzoletto sugli occhi, là rinchiude nella borsetta).

Armando                    - (ode la scatto della borsetta, ma non si volta, anzi il suo sguardo diventa più duro).

Marta                          - (s'è improvvisamente e completamente calmata, così come alle volte si schiarisce improvvisamente e com­pletamente un cielo bigio dopo un uragano) Erano tanti anni che non parlavi più che a monosillabi... Ero rabbiosa per questo silenzio, e ho fatto tutto ciò che ho potuto per romperlo... Ho avuto torto. Hai parlato tutto in una volta ed ora non ci rimane più niente da dire... Cioè... io posso ancora dire una cosa... una sola... T'ho voluto tanto bene e te ne voglio ancora... Ho sbagliato... e pago. Addio, me ne andrò col rapido delle sei... Passata quell'ora potrai tornare all'albergo senza paura di rive­dermi (fa per andare alla sinistra).

Elena                           - (entro dalla sinistra, si ferma, un po' sorpresa vedendo Marta).

Marta                          - (s'è fermata un istante vedendola, poi china la testa ed esce dalla sinistra).

Armando                    - (non s'è nemmeno voltato).

Elena                           - (guarda stupita oltre la sinistra Marta allonta­narsi, poi si volge a fissare Armando che non s'è voltato, gli si avvicina, gli tocca il braccio).

Armando                    - (prende la sua mano senza ancora voltarsi, come un cieco che vuol riconoscere al tatto, poi, come af­fermando) Elena.

Elena                           - Non m'aspettavo di trovarti qui.

Armando                    - Io invece ti sentivo avvicinare... passo per passo... Potrei dirti l'istante preciso che sei uscita dall'al­bergo...  (si volta, la guarda con infinita tenerezza) T'ho sentita entrare, sapevo ch'eri tu e non osavo voltarmi, per una stupida irragionevole paura di essermi sbagliato        - (le stringe le mani, s'accosta di più a lei, man mano dominato dal desiderio crescente, irresistibile).

Elena                           - (rimane un attimo contro di luì, poi dolcemente libera le sue mani dalla stretta troppo forte, si scosta di qualche poco, con un lieve brivido. Si sforza d'essere di­sinvolta e ci riesce non subito) Mi pare di vederti un po' turbato... Cos'hai?

Armando                    - (felice) Niente...

Elena                           - Sembri stanco.

Armando                    - Affatto... o, se lo sono, non me n'accorgo.

Elena                           - Non hai riposato un po' dopo colazione?

Armando                    - (quasi ridendo) No... non ho quest'abitu­dine...

Elena                           - (vuol dare alla conversazione questo andamento leggero, quasi banale) Io ho bisogno di dormire una mezz'ora, dopo... anche qualche minuto di più.

Armando                    - (come trovando una scusa per lei) Una donna deve necessariamente aver più cura di sé... il riposo è una medicina anche per la bellezza.

Elena                           - (frivola) Oh, si tratta altro che di medicine di bellezza... Fino a qualche anno fa non avevo bisogno di medicine. Dormo perché divento vecchia, caro Armando... ecco perché (lo guarda, gli sorride con più tenerezza che passione).

Armando                    - Sei bella, fresca... sembri un fiore.

Elena                           - Sembro.

Armando                    - (con lieve preoccupazione che però è già in­dagine) Ma... « tu » cos'hai... Non sei dello stesso umore di questa mattina...

Elena                           - (interrompendolo, come se non dovesse ascoltato, rifà in un certo senso Marta) Sai come siamo noi donne... strumenti complicati, fragili... (Con bontà, sorri­dendogli) Mi sono messa a pensare a tante cose tristi, sgradevoli... e così sono un po'... (gestisce) Capisci?

Armando                    - (non vuole arrendersi) Non capisco. A che cosa hai pensato?

Elena                           - A tante cose... AI passato, a me... a te... oh, a te soprattutto, tanto.

Armando                    - (di nuovo sperando) Ma se è così, Elena... mia adorata Elena, io...

Elena                           - (di nuovo interrompendo ma questa volta senza imitare Marta) Ho pensato a questo amore quasi so­vrumano che hai sempre per me, e l'ho trovato tanto caro e dolce, benché così pieno di tristezza.

Armando                    - (colpito, sentendo che qualcosa rovina in­torno) Di tristezza?

Elena                           - Sì, perché è un amore lontano, fatto dì ricordi e non di speranze... la nostalgia d'una passione a cui il tempo trascorso ha dato la bellezza del sogno... bellezza trasparente, indistruttibile... ma di sogno.

Armando                    - (fremendo) Elena, tu mi fai paura...

Elena                           - E' vero? Anche tu la senti questa paura. Ed io ho tanto sofferto oggi per averla sentita. M'ha assalita all'improvviso, mentre tentavo di riposarmi pensando a te, sperando di sognarti senza riuscirvi, sentendomi la mente spaventosamente lucida.

Armando                    - (s'allontana un po' da lei, si copre per un istante il volto con le mani, disperato).

Elena                           - (dopo la pausa) E pensavo... come mi ama... e com'è bello questo amore che resiste al tempo, al clima, alla distanza, come un fiore di serra... come vorrei avvi­cinarmi, toccarlo, respirarlo... (pausa, poi decisa) Ma se entro nella «erra anche il gelo entra con me e il povero fiore muore di freddo.

Armando                    - (con un singhiozzo, correndole incontro, ab­bracciandola, nascondendo il volto sulla spalla di lei) Elena... Elena... Tu non mi ami più, ragioni troppo...

Elena                           - (accarezzandolo come un bambino che si vuol consolare) Quando si è costretti a ragionare per tanti anni ci si prende l'abitudine... Pensa se fossimo sposati... se avessimo vissuto tutto questo tempo l'uno accanto all'altra... Tu non troveresti più tanta poesia in me... Non sarei più l'ideale... Io vedrei tutti i tuoi difetti... (Cordiale, sorridente, tentando di dare al discorso un tono affettuo­samente scherzoso) Ne ho tanti anch'io... Non puoi imma­ginare che essere insopportabile diventa una donna che s'è abituata a vivere sola.... Litigheremmo tutto il giorno come Donelli e Immacolatina.

Ines                             - (irrompe dalla sinistra, seccata) Zia!

Paolo                           - (la segue. Elena e Armando si volgono di scatto).

Ines                             - Lo sapevo che t'avrei trovata qui!

Armando                    - (guarda Ines, è come allucinato).

Elena                           - (turbata) Sono venuta per...

Ines                             - (furiosa, interrompendo) Per quel maledetto quadro, lo so! E dire che potevo comprarlo io ieri per pochi soldi!

Elena                           - (più calma) No, cara, sono venuta soltanto perché ho saputo che il signor Pagano ne ha fatto delle fotografie...

Ines                             - (fissando con rancore Armando) Il signore non potrebbe concederti la grazia di farne fare una copia? Pagano dice che non si può senza il suo permesso!

Elena                           - Va a chiedere a Pagano quanto tempo occorre per farla... Il signor Alciati ti darà tutti i permessi che vorrai. (Ines vibra un'occhiataccia ad Armando, esce per la destra. Paolo la segue).

Armando                    - (è rimasto impietrito fissando Ines, poi l'ac­compagna con lo sguardo finché esce, torna quindi a guar­dare Elena).

Elena                           - (s'è rimessa dall'emozione ed ora guarda Ar­mando, tranquilla, sicura; soltanto la bocca ha un lieve tremito).

Armando                    - (sconvolto) Zia...

Elena                           - Mi chiama così.

Armando                    - (in preda ad una pazza speranza, protendendo le braccia, invocando) Elena! E' forse...?

Elena                           - Ha finito sedici anni a maggio... Tu sei par­tito diciannove anni fa... (lo guarda e il suo volto esprime ora un vero, immenso dolore).

Armando                    - (è annientato; s'è un po' piegato, sembra di­ventato improvvisamente più vecchio. Dopo una pausa, senza guardarla, basso, quasi indistinto) Anche questo... avrebbe potuto essere... (Pausa). Pensavi a lei, stamattina, quando dicevi d'essere felice...

Elena                           - Sì.

 Armando                   - Perché non me l'hai detto...

Elena                           - Volevo... T'ho chiesto se avevi figli e quando m'hai detto di no... (si ferma).

Armando                    - Ti mancato il coraggio.

Elena                           - (commossa) Ho temuto di... (ha un gesto vago).

Armando                    - Hai avuto pietà... Non hai voluto dirmi che eri tanto più ricca...

Elena                           - (con infinita dolcezza) Armando...

Armando                    - Ed io che volevo offrirti... cosa? Cosa posso offrire, donare, sacrificare, io? Siamo ancora come quando sono fuggito... abbandonandoti a tutto ciò che fuggivo.,. Sei tu che puoi dare. Tu sola hai la sconfinata ricchezza del cuore... io... non ho niente... non sono... niènte.

Elena                           - (dopo una brevissima pausa, con appassionato slancio, vibrante d'amore e di commozione) Armando, vuoi ricominciare, vuoi tentare? Eccomi, sono pronta, tutta tua, come allora, come sempre... Lascia tutto, dimentica, ritorna, riprendiamo... E' passata solo una notte! (s'è avvicinata a lui, lo ha preso per le braccia, ha il volto vicinissimo al suo).

Armando                    - (quasi abbracciandola) Vent'anni... E' una notte troppo lunga! Bisogna saper vivere mentre si co­struisce. La vita è quella. Dopo è troppo tardi.

Elena                           - (soffoca un singhiozzo, nasconde il volto sul petto d'Armando) Armando...

Ines, Paolo e Gennaro            - (appariscono sulla destra, si fermano stupiti. Gennaro ha in mano il « Ritratto d'igno­to » chiuso in un imballaggio leggero).

Elena e Armando        - (si separano imbarazzati. Paolo e Ines avanzano verso Armando ed Elena un po' esitanti).

Gennaro                      - (tentando di vincere il suo imbarazzo) Per fare una buona copia è necessario...

Armando                    - Non occorre più (toglie il pacco dalle mani di Gennaro, s'avvicina a Ines, glielo offre) Signorina.,. Fatemi il favore di accettarlo.

Ines                             - (stupita, commossa) Voi... Io donate... a me?

Armando                    - Sì, signorina... A voi.

Ines                             - (prende il quadro con le mani tremanti) Io... non so... non ho il coraggio di rifiutare...

Armando                    - Mi dareste un grandissimo dolore. (Prende il cappello, i guanti, guarda la fotografia che è sulla ve­trina, la prende senza chiedere il permesso, s'avvicina a Elena, le prende la mano e gliela bacia).

Elena                           - (è sconvolta, fa per parlare e non ci riesce). Ines, Paolo e

Gennaro                      - (guardano Armando stupiti).

Gennaro                      - (con un gesto non sa cosa dire) Ci lasciate?

Armando                    - (con voce breve guardando l'orologio) Sì.., sono a momenti le sei... ho appena il tempo (bacia rapida­mente la mano a Elena, esce per la sinistra coprendosi).

Ines, Paolo e Gennaro            - (l'hanno seguito con lo sguardo).

Elena                           - (è agitata da un lieve tremito).

Ines                             - (dopo la pausa) Mamma...

Elena                           - Torniamo all'albergo... Sono stanca.

Ines                             - Sì... mamma.

Elena                           - (esce per la sinistra).

Ines e Paolo                - (escono con lei).

Gennaro                      - (ha salutato Elena con un profondo inchino ed ora l'accompagna con lo sguardo mentre s'allontana ol­tre la sinistra, stupito e commosso di quanto ha indovi­nato) Quanta luce... quanta vita c'era in quel ritratto...

FINE

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