Battezzato da solo


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BATTEZZATO DA SOLO

Dialogo radiofonico

di LANGSTON HUGHES

                                   

PERSONAGGI

BOOKER T. WASHINGTON

MARGARET, sua moglie

PORTIA, BOOKER JUNIOR, suoi figli

KRENSHAW

La madre di B. T. Washington

Un ferroviere

Tre studenti

Tre schiavi

Il capofabbrica

IL maestro

Quattro alunni

Due minatori

Una vecchia negra

Il governatore della Georgia

La folla

Commedia formattata da

(Scalpitio di zoccoli, rumore di una carrozza in moto).

Margaret                          - Booker!

Booker                             - Che c'è?

Margaret                          - Mi sembri preoccupato.

Booker                             - Cara Margaret, a dire il vero mi sento come un uomo che stia per andare alla forca.

Portia                               - Ma papà, non ti impiccheranno mica solo perché farai un altro discorso!

Booker                             - No, no, Portia! Si tratta di ben altro: se sbaglio la mia utilità e il mio compito per gli uomini del Sud è finita.

Margaret                          - Sei sempre nervoso prima di fare un discorso, Booker. E oggi più del solito. Ma domani ad Atlanta io sono sicura che farai il miglior discorso della tua vita. Non c'è proprio nulla da temere.

Junior                               - Accipicchia! Sarà una cosa meravi­gliosa vedere Atlanta, vero?

Portia                               - E l'esposizione del cotone!

 Junior                              - Papà, ci saranno delle belle giostre per i bambini negri?

Booker                             - Presumo di sì, figlio mio. L'esposizione, una delle più grandi costruzioni del mondo, è una costruzione dei negri.

Portia                               - E ci sarà anche l'altalena?

Junior                               - E i mortaretti?

Margaret                          - Booker T. Junior, non seccare tuo padre con i mortaretti! E' stanco, ha lavo­rato tutta la notte per preparare il suo discorso e inoltre se apre la bocca c'entrerà dentro tutta questa polvere e diventerà rauco.

Booker                             - Margaret, la polvere non può dar fastidio a uno come me che è venuto dalla campagna. Quando avevo l'età di Junior lavo­ravo in una miniera dodici ore il giorno e ciò nonostante non ho mai perso la voce.

Margaret                          - Sta bene, ma abbi cura della tua voce per il discorso; mi interesserò io di questi ragazzi. Lucius, lascia andare il cavallo un po' più adagio. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo per prendere il treno.

Lucius                              - Sì, signora Washington.

Junior                               - Papà, ecco là Krenshaw col carretto tirato dalla sua vecchia mula.

Portia                               - E5 uno degli uomini bianchi più buoni che ci siano nei dintorni.

Booker                             - Lucius, puoi fermarti un momento. (La carrozza rallenta).

Krenshaw                        - Salute, gente.

Booker                             - Salute a voi, signor Krenshaw. Un tempo eccellente per il cotone, vero?

Krenshaw                        - Magnifico! A proposito, signor Washington, ho sentito dire che domani andate ad Atlanta a fare un discorso per l'inaugurazione dell'Esposizione.

Booker                             - Pare di sì anche a me.

Krenshaw                        - Buona fortuna, allora. Voi avete già parlato di fronte agli uomini bianchi del Nord, agli uomini di colore del Sud e anche ai nostri contadini di qui. Ma domani ad Atlanta avrete della gente di città e della gente di campagna, yankees e meridionali... In più, ag­giunti a tutti questi, i negri. Ora, come farete a soddisfare tutta quella gente diversa, Washing­ton? Presumo che vi mettiate in una posizione piuttosto difficile.

Booker                             - (ridendo) Lo credo anch'io! Comun­que, quando sarò di ritorno vi dirò com'è andata.

Krenshaw                        - In bocca al lupo, signor Washington.

Booker                             - Grazie, signor Krenshaw. (// cavallo riprende la corsa. La musica divide le due scene. Si sente un treno che sta per arrivare nella stazione. I soliti saluti e auguri). Un Ferroviere                                              - Ritirate i vostri bagagli e i vostri fagotti! Il treno sta per arrivare, tenete i bambini lontani dal binario... Arriva il treno per Auburn, Opelika, West Point, La Grange, Hoganswille, Trimble, Atlanta! (Il treno dapprima rallenta, poi si ferma nella stazione) In vettura, signori, in vettura.

Primo Studente               - Noi siamo con voi, dottor Washington.

Secondo Studente           - Che Dio vi benedica, signor Washington.

Terzo Studente                - Buona fortuna e tanti auguri! (Un campanello avvisa che il treno riparte).

La Folla                           - Addio! Addio! (Il treno è ripartito. Musica. Rumori delle ruote del treno in moto).

Booker                             - Questi studenti credono molto in me, Margaret, e spero, ad Atlanta, di non deluderli.

Margaret                          - Non li deluderai, Booker. Essi credono in te proprio perché non li hai mai delusi. Sanno che hai cominciato come loro, povero e ignorante, analfabeta, senza nessun aiuto... eppure sei arrivato.

Booker                             - Ho cominciato con la schiavitù e il lavoro in miniera.

Margaret                          - E domani sarai sul palco con il governatore della Georgia!

Booker                             - E' stata una carriera molto lunga, Margaret. Da una piantagione della Virginia, dove lavoravano gli schiavi... non sapevo nep­pure il nome di mio padre... Si viveva in una ba­racca fra fagotti di stracci buttati per terra.

Portia                               - Papà, ci avevi promesso di raccontarci questa storia.

Junior                               - E di parlarci di quel buco in cui passava il gatto.

Portia                               - Ma tu sei sempre così affaccendato... così preso...

Junior                               - Perché non ce ne parli adesso?

Portia                               - Sì, sì, papà, raccontaci...

Margaret                          - Ma ragazzi...

Junior                               - Raccontaci di quel buco in cui passava il gatto.

Booker                             - E va bene. La baracca di mia madre, nella piantagione, non aveva finestre, ma era piena di crepe e di fori attraverso i quali pioveva dentro. La porta era una cosa così piccola e così brutta che non potete immaginare. C'era un buco nella parete fatto apposta perché il gatto potesse entrare ed uscire durante la notte.

Junior                               - E perché non avrebbe potuto andare e uscire dalla porta?

Booker                             - Sarebbe stato necessario avere una porta. La casa, come ti ho detto, era piena di fori. Tutti del resto avevano questo buco per il gatto... anche noi, quindi.

Junior                               - E tua madre nutriva il gatto?

Booker                             - Non so, so però che aveva poco tempo e pochi mezzi per nutrire noi. Era una schiava. Per quanto posso ricordare... (Il rumore del treno in moto svanisce).

La Madre di Booker        - Alzatevi, ragazzi, se volete mangiare questa pagnotta. Sta albeggiando, io debbo andare a lavorare.

I Figli                               - (addormentati) Sì, mamma, ci alziamo.

II Ragazzo                       - Ho sonno, mamma.

La Madre                         - Non c'è sonno che tenga. Non è più tempo di aver sonno. (Affettuosa) Su, figlio mio, mangia questo.

Il Ragazzo                       - Sì, mamma.

La Madre                         - E andate lontano dai campi, perché non voglio che i miei ragazzi debbano essere frustati. (Si riode il rumore del treno in moto).

Portia                               - Non mi piace sentir parlare di fru­state, papà.

Junior                               - Parlaci invece della libertà.

Portia                               - E della guerra.

Booker                             - Non ho visto la guerra. Ma ho sen­tito che gli uomini bianchi ne parlavano mentre io scacciavo le mosche durante il pranzo. Seppi così che se gli yankees avessero vinto noi saremmo stati liberi. Nella baracca degli schiavi di notte... (Il rumore del treno in moto svanisce).

Primo Schiavo                 - Il signor Lincoln dice che ci libererà!

Secondo Schiavo             - Il signor Lincoln sta per firmare una carta che dice...

Terzo Schiavo                  - Non dovremo più lavorare tanto nei campi.

Secondo Schiavo             - E non ci frusteranno più.

Terzo Schiavo                  - La prima cosa che io voglio fare è imparare a leggere.

Primo Schiavo                 - La prima cosa che voglio fare è rimanere libero.

Secondo Schiavo             - Ecco, sì, sì, proprio così.

Terzo Schiavo                  - Sarà una cosa curiosa sen­tirsi liberi. (Ritorna il rumore del treno in moto).

Booker                             - Tuttavia nessuno di noi voleva ap­profittarne per far del male.

Junior                               - Ma quando arrivò la libertà, tu andasti via?

Booker                             - Sì, mia madre ci portò bambini nel West Virginia, ed io andai a lavorare in una fornace. Ero un ragazzo grande e grosso ma non sapevo leggere e scrivere. Per i numeri dei barili che dovevo portare si faceva così... (Il rumore del treno svanisce).

Il Capofabbrica               - Diciotto! Prendi il barile e riempilo.

Booker                             - Di-ciot-to? E' questo che vuol dire quel numero di due cifre?

Il Capofabbrica               - Sì, un uno e un otto, fa diciotto.

Booker                             - Un uno e un otto... Uno e otto... diciotto. (Ritorna il rumore del treno in moto) Fu così che imparai a scrivere quei numeri e a leggerli, ma io desideravo imparare molte altre cose. Infastidii tanto mia madre col mio desi­derio di imparare che finalmente quella povera donna mi comprò un vecchio sdruscito sillabario sul quale tutto da solo imparai l'alfabeto.

Portia                               - E perché? Non c'era nessuno che potesse insegnarti?

Booker                             - Nella città non era possibile trovare alcun negro che sapesse leggere. Erano stati tutti schiavi.

Portia                               - Oh!

Junior                               - E non c'erano scuole?

Booker                             - No, figlio, non c'erano scuole. Quando finalmente se ne costruì una, era a pagamento e poi non potevo andarci perché dovevo lavo­rare. Però di notte continuavo a studiare il mio sillabario alla luce della lampada.

Junior                               - Come fece Lincoln.

Booker                             - Un bel giorno finalmente mi fu pos­sibile andare a scuola... Mi alzavo all'alba e lavoravo sino all'ora in cui si apriva la scuola, poi tornavo a lavorare dopo scuola. Nella prima classe c'erano molti ragazzi già alti, sicché non mi trovavo imbarazzato. Ma ciò che mi confuse veramente fu quando, il primo giorno, il maestro fece l'appello, perché imparai solo allora che gli altri ragazzi avevano almeno due nomi se non tre, mentre io mi ero semplicemente chiamato Booker. Non avevo la minima idea di ciò che avrei risposto quando sarebbe stato il mio turno. Intanto il maestro stava avvicinandosi a me. (Svanisce il rumore del treno in moto).

Il Maestro                        - Come ti chiami ragazzo?

Il Ragazzo                       - Aloysius Wilkrus Jones.

Il Maestro                        - E tu?

La Ragazza                      - Mary Mackabee Johnson.

Il Maestro                        - Tu?

Secondo Ragazzo            - Franklin Wadson Hall.

Il Maestro                        - Sentiamo il tuo.

Terzo Ragazzo                 - Io mi chiamo Robert E. Lee Grant. (Ritorna il rumore del treno in moto).

Booker                             - E durante il tempo in cui il maestro si avvicinava a me, friggevo perché non sapevo come rispondere, ero molto imbarazzato. A un certo momento mi prese persino voglia di gridare. Però improvvisamente mi venne un'idea e quando si rivolse a me dicendo... (Il rumore del treno in moto svanisce).

Il Maestro                        - E il tuo nome qual è?

Booker                             - Booker T. Washington. (Ritorna il rumore del treno in moto) Lo dissi proprio così, come se lo sapessi da quand'ero nato. E da allora quello è diventato il mio nome.

Portia                               - Quindi ti sei battezzato da solo?

Booker                             - Precisamente: mi battezzai da solo. (Ride).

Junior                               - Ma in quella scuola non ci sei stato molto, vero papà?

Booker                             - Non tanto perché quasi subito ebbi di nuovo da andare a lavorare e questa volta in una miniera di carbone, in una galleria profonda, giù nel buio.

Portia                               - E non avevi paura?

Booker                             - Oh sì, e spesso succedevano dei di­sastri: esplosioni, frane, esalazioni velenose. Ma un benedetto giorno mentre ero laggiù mi capitò di sentire due minatori che parlavano di una grande scuola per negri che si stava costruendo in qualche parte della Virginia; allora, strisciando lentamente, mi avvicinai a quei due per sentire meglio cosa stavano dicendo. (Svanisce il rumore il rumore del treno in moto).

Primo Minatore               - La chiamano Hampton e se un ragazzo non ha soldi gli danno il mezzo di lavorare per istruirsi.

Secondo Minatore           - E come fanno a man­tenerlo e ad alloggiarlo?

Primo Minatore               - Dicono che può lavorare anche per questo.

Secondo Minatore           - Accidenti! Ma dove si trova?

Primo Minatore               - Nella Virginia, il posto pre­ciso non lo so; ma io sono... (Ritorna il rumore del treno in moto).

Booker                             - Non sapevo a che distanza si trovasse Hampton e neppure che strada prendere per arrivarci, ma mi ficcai bene in mente che una volta o l'altra ci sarei andato.

Junior                               - E quando ci andasti è vero che non erano sicuri di poterti tenere?

Booker                             - Sì figlio mio, perché arrivai coperto di stracci, senza un soldo in una scuola che era già affollata. La notte prima del mio arrivo dormii su un marciapiede a Richmond. In quella scuola c'erano tanti allievi che parecchi dormivano sotto le tende. Qualche volta, di notte, in pieno in­verno, il vento ce le strappava... ma noi volevamo istruirci... e ci istruimmo!

Portia                               - Ma adesso è molto più bello Tuskegee!

Booker                             - Ma non andò sempre così. Incomin­ciammo a farci una scuderia e un pollaio... Ci facevamo i mattoni da noi... io impegnai l'oro­logio per poter avere il materiale necessario e infine chiedemmo del denaro. Fu allora che un uomo bianco ci diede diecimila dollari.

Margaret                          - La nostra prima grande somma.

Booker                             - Una volta una vecchia donna negra che aveva già passato la settantina ci fece un regalo. Era coperta di stracci, ma pulita, e si trascinava con un bastone. Ci porse il suo dono... (Svanisce il rumore del treno in moto).

 La Vecchia                     - Signor Washington, ho tra­scorso i giorni migliori della mia vita in schiavitù. Lo sa Iddio come sono povera ed ignorante, ma io so cosa state facendo. Cercate di migliorare gli uomini e le donne della nostra razza. Io non ho soldi, ma voglio che prendiate queste sei uova che ho messo da parte per voi che vi occupate dell'educazione dei bimbi e delle bimbe. (Ritorna il rumore del treno in moto).

Booker                             - E da allora incominciammo a lottare, ma sono contento che si abbia dovuto lottare. Abbiamo costruito Tuskegee dal niente. Ora, quando un nuovo studente viene sorpreso a ro­vinare qualcosa con il coltello per incidervi magari le sue iniziali, mi è successo spesso di sentire un vecchio studente a dire: « Non farlo, è roba nostra. Io ho aiutato a farla ». Dapprincipio la gente diceva che avremmo fallito il nostro com­pito, ma ragazzi miei, io non ho mai avuto pa­zienza con quelli che parlano di fallimenti. Ho fiducia solo negli uomini che parlano di successo.

Margaret                          - E questo lo dirai nel tuo discorso di domani?

Booker                             - Il mio discorso è pronto, cara Mar­garet, ma non è per quello che dico che mi preoccupo, ma per il modo col quale dovrei dirlo. Quelli del Sud non si seccheranno? I negri si arrabbieranno? I bianchi del Nord penseranno che mi sia compromesso? Infatti ci saranno tutti: gli ultimi schiavi e gli ultimi padroni di schiavi, studenti di Tuskegee e insegnanti di Hampton... e poi migliaia di georgiani...

Margaret                          - E quando il governatore inaugu­rerà l'Esposizione... (Svanisce il rumore del treno in moto).

Il Governatore                 - Signore e signori, abbiamo con noi, oggi, una delle figure più rappresentative della civilizzazione negra del Sud, il professor Booker T. Washington. (Diluvio di applausi... alcune espressioni di incoraggiamento poi silenzio generale).

Booker                             - Signor Presidente, signori della Dire­zione, cittadini: un terzo della popolazione del Sud è di razza negra. Nessuna impresa che tenti di aumentare il benessere morale e materiale in questa parte della nazione può dimenticare questo elemento della nostra popolazione senza perdere ogni possibilità di successo. Accadde una volta che una nave dispersa nei mari avvistasse un vascello. Dall'albero della nave in preda si alzò il segnale: « Acqua, acqua, moriamo di sete ». La risposta dal vascello giunse presto: « Gettate la vostra secchia in mare e attingete ». Per la seconda volta sulla nave infortunata si alzò l'in­vocazione: « Acqua, acqua, moriamo di sete », ma la risposta non mutò: « Gettate la vostra secchia in mare e attingete ». Ad un terzo e ad un quarto richiamo continuarono a rispondere: « Gettate la vostra secchia in mare e attingete ». Il capitano allora si decise di fare come gli veniva indicato dall'altro vascello; gettò giù la secchia e attinse dalla limpida fresca acqua dolce del Rio delle Amazzoni. Per quelli della mia razza che non stimano abbastanza coltivare degli amiche­voli rapporti con gli uomini bianchi del Sud che sono i loro vicini, vorrei dire: « Gettate la vostra secchia nel punto in cui vi trovate e attingete in ogni modo molti amici fra quelli delle altre razze che vi circondano. Attingete nell'agricoltura, nella meccanica, nel commercio, nel­le professioni e nel servizio domestico. Nessuna razza può prosperare fino a che non abbia com­preso che lavorare i campi è una cosa degna come scrivere un poema ». A quelli della razza bianca vorrei ripetere ciò che dissi ai negri: « Gettate la vostra secchia nel punto in cui vi trovate. Gettatela fra milioni di negri di cui cono­scete i costumi e le abitudini, di cui avete pro­vata la fedeltà. Attingete fra questa gente che ha lavorato i vostri campi, ordinate le vostre fo­reste e portato alla luce dei grandi tesori dalle viscere della terra. Gettate la vostra secchia fra questa mia gente, aiutatela e incoraggiatela ad educare la mente, la mano e il cuore. Allora tro­verete fra di essi chi comprerà il sovrappiù delle vostre terre, chi farà fiorire grandi distese dei vostri campi e dirigerà le vostre fattorie. Ma non c'è difesa o sicurezza per nessuno fino a che non ci sia la più viva comprensione reciproca e il più grande sviluppo di tutte le risorse. Signori dell'Esposizione, io mi impegno di collaborare al vo­stro grande sforzo per portare a termine il grave problema che Dio ha posto alle porte del Sud e dichiaro che avrete sempre l'appoggio della mia razza. Solo ricordiamoci sempre... (Musica in cre­scendo) Tanto più grandi e buoni saranno i risultati che Dio vorrà concederci, quanto più sarà affievolita e abolita la differenziazione e l'animosità razziale nella determinazione di amministrare la giustizia e nella volontà di tutte le classi di rispet­tare le leggi.

 

FINE

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