Benvenuti in famiglia!

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A Z I O N E

BENVENUTA IN FAMIGLIA!

atto unico con epilogo

di Giovanna Castellano

PERSONAGGI (in ordine di entrata)

Luca, il figlio

Paola, la fidanzata

Mario, il padre

Jolanda, la madre

Carlo, il nonno

Angela, la zia

Giuliana, la sorella

A Z I O N E

Dalle quinte arrivano le voci di Luca e Paola che sono appena entrati in casa.

Luca – Vieni Paola, entra. Ehi, c’è nessuno?

Non si sente nessuna risposta.

Luca - Mah, evidentemente non sono ancora rientrati. Vieni, andiamo sul terrazzo.

Paola – Luca, ma sei sicuro che ci aspettavano?

Luca – Ma certo che ci aspettavano. Anzi, sono tutti molto curiosi di conoscerti.

Luca e Paola entrano in scena. Il terrazzo è arredato in modo tipico: tavolini, sedie, piante.

Paola – Mamma mia, se dici così mi fai sentire in imbarazzo.

Luca – Ma no, tranquilla! Vedrai che ti sentirai subito a tuo agio: la mia è una famiglia serena. Sono sicuro che ti piaceranno tutti.

Paola – Beh, spero di piacere anch’io a loro.

Luca – Piacerai sicuramente a tutti, ma l’importante è che tu piaccia a me!

Paola – E tu a me.

Luca – E poi quello che mi piace particolarmente della mia famiglia è che siamo profondamente anticonvenzionali.

Paola – Cosa c’è di particolarmente anticonvenzionale?

Luca – Per esempio, non ti sembra strano che ci chiamiamo tutti per nome? Niente mamma, papà, zia, nonno.

Paola – Beh, ma questo è solo insolito, non mi sembra proprio stranissimo. Anch’io dai miei nipotini preferisco farmi chiamare Paola piuttosto che zia.

Luca – Bene, qui invece è un metodo che abbiamo adottato per tutti.

Paola – Ok!, niente di sconvolgente per quanto mi riguarda. Dimmi piuttosto, devo fare la stessa cosa?

Luca – Sicuro: chiamare tutti per nome e dare a tutti del tu.

Paola – Niente dottore, signora, cavaliere?

Luca – Niente di niente!

Paola – Bene, mi piace. Mi sembra di entrare nella casa giusta al momento giusto.

Luca – Al momento giusto?

Paola – Sì! E’ una serata di compleanno, siete gente allegra e non convenzionale, cosa c’è di meglio?

Luca – Sono proprio contento della tua reazione. E’ una bellissima serata, vogliamo accendere le candele?

Paola – Sì, dài, cominciamo a creare l’atmosfera della festa.

I due prendono gli accendini e accendono le candele decorative “a padella” che sono sistemate in vari punti del terrazzo. Nel frattempo Luca inserisce un CD nello stereo. La musica si diffonde, lui va verso Paola e la invita a ballare. Ballano, ridono, si scambiano delle effusioni.

Paola – Il mio cavaliere romantico mi fa ballare nel suo castello.

Luca – Dolce fanciulla, sarai tu la regina del mio castello.

              Paola – Oh mio signore, ti amerò per sempre!

I due ragazzi si guardano teneramente, lui le bacia la mano e lei finge di sottrarsi, il gioco si mescola col ballo.

Luca – Ma guarda come siamo strani, facciamo gli indipendenti, i tipi alternativi, non vogliamo regole e poi? E poi, come nella migliore tradizione, ti porto a conoscere la mia famiglia.

Paola – E’ vero. Ma d’altra parte se abbiamo deciso di sposarci tra sei mesi è pure giusto che le famiglie sappiano qualcosa.

Luca – Certo, io lo dicevo solo per sottolineare che la coerenza tra il pensiero e l’azione spesso non si mantiene.

I due si abbracciano, poi Luca va verso lo stereo, toglie il CD, guarda Paola, le sorride, le si avvicina.

Entra un uomo e applaude ai due ragazzi.

Mario – Buonasera ragazzi, vi ho guardati mentre ballavate: siete proprio una bella coppia. E siete pure bravi, complimenti!

Luca – Grazie Mario. Ecco Paola, lui è mio padre, ma per tutti noi è semplicemente Mario.

Paola – Ciao Mario, io sono Paola e sono felice di conoscerti.

Mario – Ciao Paola, benvenuta nella nostra casa.

Luca – Jolanda era con te?

Mario – No, l’ho incontrata per strada e siamo rientrati insieme, ma non so dove sia andata.

Luca – Paola ha pensato che avevate dimenticato che saremmo venuti.

Mario - Figurati! E poi, quand’anche, la sera dobbiamo pur rientrare a casa. E stasera, a parte il piacere di conoscere Paola, abbiamo pure il compleanno da festeggiare.

Paola – (rivolta a Luca) Ma tua madre non viene sul terrazzo? Forse vuole che andiamo noi da lei?

Mario  - Ma no Paola, stai tranquilla, si starà semplicemente cambiando. Ora le dico che ci sei anche tu, vedrai che verrà subito. (verso le quinte con tono più alto) Jolanda, vieni c’è la fidanzata di Luca. (poi di nuovo a Paola) Sai che balli veramente bene? Frequenti qualche scuola?

Paola – L’ho frequentata da piccola, il resto è tutto venuto dalle discoteche.

Entra Jolanda. E’ sorridente, molto curata, elegante. Va subito verso Paola.

Jolanda – Benvenuta tra noi Paola. Sei molto carina.

Paola – Grazie signora.

Gli altri tre – Eh no, no, no.

Mario – Niente signora, Paola: solo Jolanda.

Paola – Ah certo, sì, scusate. Grazie Jolanda, sei molto gentile. Datemi un po’ di tempo per prendere confidenza con le vostre abitudini, Luca mi ha detto che usate chiamarvi solo per nome ma, poiché non è una cosa che viene spontanea, facilmente mi sbaglierò.

Jolanda – Ma non c’è nessun problema, stai tranquilla. Quando ti sentirai completamente a tuo agio vedrai che ti verrà naturale adeguarti.

Paola – Il fatto è che per Luca sembra una questione vitale.

Jolanda – Sì, mio figlio va quasi fiero di questa nostra abitudine, vorrebbe che fosse così in tutte le famiglie.

Paola – Eh già, ma non è facile. E poi, sinceramente, non capisco nemmeno questo attaccamento esagerato alla vostra abitudine. Non sarà sempre stato così, non credo che Luca non ti abbia mai chiamato mamma.

Jolanda – No cara, ti sbagli: ti posso assicurare che non mi ha mai chiamata mamma.

Paola – Nemmeno da piccolo?

Jolanda – Mai!

Paola – Che strano!

Mario – (si rivolge a Jolanda con finto interesse, sembra intervenire solo per interrompere la conversazione) Dove sei andata oggi, qualche concerto?

Jolanda – No, questo pomeriggio un mio amico esponeva i suoi quadri in un capannone periferico. Ero perplessa sulla scelta del luogo, ma devo dire che l’effetto dell’arte appesa alle pietre nude è stato piacevolmente stridente.

Paola – (più per cortesia che per interesse) Ti interessi di pittura?

Jolanda – E’ la mia più grande passione! (si lascia andare) Ed è stato proprio grazie alla pittura che…

Luca (interviene fulmineo, come per bloccare Jolanda) – Carlo e Angela?

Jolanda – (sembra capire, si riprende) Ah, sì, Carlo è andato al circolo, Angela ha detto che avrebbe fatto una passeggiata e sarebbe tornata per l’ora di cena.

Paola – (comincia ad essere perplessa, ha notato le interruzioni volute dei discorsi) Tuo nonno e tua zia?

Luca – (ammonisce sorridendo) Sì, ma ricorda: sono solo Carlo e Angela!

Paola – (infastidita) E dài Luca, ho capito il fatto dei nomi e del tu, ma voglio pure farmi un’idea della tua parentela!

Mario – (serio) E perché?, a che serve?

Paola – Ma come a che serve? Mi sembra normale! Zia Angela è sorella tua o di tua moglie? E nonno Carlo è tuo padre o padre di tua moglie?

Mario – (quasi con sufficienza) Zia, nonno, moglie, madre, padre! Vedo che ancora non ti è chiara la dinamica di questa casa. Ma non ha importanza, frequentandoci ti abituerai e ti adatterai.

Luca – (cerca di usare un tono scherzoso) Vediamo se indovini tu Angela e Carlo a chi appartengono: facciamo una specie di gioco tra noi. Sappi, però, che per me è la stessa cosa: entrambi potrebbero essere, ed è come se fossero, zia e nonno materni e paterni.

Paola – (non sembra gradire) Tua sorella non c’è?

Luca – Giuliana arriverà più tardi, aveva del lavoro straordinario.

Mario – (non gli è sfuggita la reazione di Paola) Paola, c’è qualcosa che non va?

Paola – Qualcosa che non va? Mah, forse sì, non lo so, sono un po’ stupita. Capisco mettere in discussione le convenzioni, ma…

Mario – Ma?

Paola – Ma in fondo che c’è di male a dichiarare le relazioni di parentela?

Mario – (quasi paterno) Hai perfettamente ragione, fai delle giuste osservazioni. Abbi pazienza Paola, come ti ho già detto più frequenterai la nostra casa e più entrerai nella nostra mentalità: noi abbiamo deciso che siamo delle persone che rappresentano le figure-tipo della famiglia. Infatti c’è la mamma, il padre, il figlio, la figlia, la zia, il nonno. Tutto qui, il resto sono solo dettagli.

Paola – D’accordo, ma per te, Jolanda, Luca e Giuliana è tutto chiaro. Perché non dare una connotazione precisa anche a zia Angela e nonno Carlo?

Mario – Perché sono una zia ed un nonno, e non ha importanza a chi appartengano! E poi ha ragione Luca: fate questo gioco e scopri tu le relazioni di parentela. Vedrai, sarà sorprendente!

Entrano Carlo e Angela, si svolgono i convenevoli di rito per le presentazioni.

Carlo – Complimenti Luca, hai scelto proprio una bella ragazza!

Luca – (abbracciando Paola) Vero che è bella la mia Paoletta?

Carlo – E tu Luca, si vede che sei felice, vedo nei tuoi occhi la stessa luce che avevano gli occhi di mio figlio quando…

Carlo si ferma, tutti lo guardano, lui è imbarazzato, cerca di terminare il suo discorso.

Carlo – (girando le spalle agli altri) … sì, certo, mio figlio quando… ma lasciamo perdere, è passato tanto tempo.

Paola – (sorpresa) Ma come Luca, hai un altro zio? Perché non me ne hai mai parlato?

Luca – (si sente preso un po’ alla sprovvista) Beh…, io…, sai… non lo so. Non vive con noi, non avrei saputo cosa dirti.

Carlo – (si è ripreso e si rivolge direttamente a Paola) Lasciamo perdere Paola, è una storia di tanto tempo fa. Ed è una storia triste, non è questa la sera adatta per parlarne, ma un giorno te la racconterò.

Paola cerca lo sguardo complice di Luca, ma non lo trova. Luca guarda Mario, gli altri guardano il pavimento. Paola osserva tutti in silenzio.

Paola – (sembra quasi assumere l’iniziativa per togliere gli altri da un imbarazzo che non capisce) Ok Carlo, un giorno mi racconterai tutto. (poi sorride) E forse cominceremo a svelare il mistero di questa casa.

Angela – (preoccupata di rasserenare l’atmosfera) Ma quale mistero! Quello, Carlo, è un vecchio rimbambito che va a scavare nel passato e nemmeno si rende conto di quello che dice. Chissà a quanto tempo fa risalgono i suoi ricordi.

Paola – Certo, scherzavo. E tu Angela, hai qualche parente oltre a questi?

Angela – No, non ho più nessuno. Mi sono rimasti solo loro.

Paola – Allora ne avevi?

Angela – Certamente! Ogni essere umano ha un passato.

Paola – (insistente) E chi avevi?

Angela – (è infastidita dalle domande) Paola, ti prego, lasciamo perdere questi discorsi, avremo tanto tempo per parlare, tu frequenterai la nostra famiglia, in un certo senso ne entrerai a far parte.

Paola – In un certo senso?

Luca – Angela, ma che dici? Paola ne farà parte in tutti i sensi!

Angela – Ma certo Luca, mamma mia!, e non pesate le parole col bilancino!

Jolanda – (con l’evidente intenzione di sottrarre Angela alla conversazione che la sta innervosendo) Angela, vieni in cucina a darmi una mano?

Angela – Sì, così prepariamo i tavolini che tra un po’ arriva il ragazzo della rosticceria.

Carlo – (sembra quasi contento di andarsene) Scusate, vado in camera mia a sistemarmi un po’.

I tre escono.

Mario – Luca, perché non vai tu in rosticceria a prendere i pacchi? Ho già telefonato per sollecitare, ma pare che abbiano molte consegne, non vorrei si facesse troppo tardi.

Luca - Ok Mario, vado io. Paola, vieni con me?

Paola – (è un po’ demotivata, come se le fosse passato l’entusiasmo che aveva) No, se non è un fastidio preferisco rimanere qui.

Mario – Ma quale fastidio, anzi, faremo quattro chiacchiere per conoscerci meglio.

Luca – Allora vado.

Mario – (sorridendo rassicurante) Vai, vai, ci penso io a tenere compagnia a Paola.

Luca esce. Mario e Paola rimangono soli in scena.

Paola – (si guarda un po’ intorno, va verso una pianta, dà un’occhiata ad una candela, poi si siede) Mario, come va il tuo lavoro?

Mario – Lavoro e condizioni atmosferiche sono i due argomenti che si usano quando non si sa cosa dire, vero?

Paola – (contenta di poter essere sincera) Non so cosa dire, è vero. Ma che dovrei dire? Ci conosciamo da pochi minuti e di voi tutti non so praticamente niente. Luca è molto avaro di notizie sui suoi parenti, pare quasi che gli dia fastidio parlarne.

Mario – Dici?

Paola – Dico sì! Non so nemmeno bene che lavoro fai, cosa fa tua moglie, com’erano i tuoi rapporti con Luca quand’era piccolo, com’erano i suoi rapporti con la mamma. Niente, niente di niente!

Mario – Beh, imparerai a conoscerci.

Paola – Infatti, è quello che sto cercando di fare. Si parte sempre da argomenti apparentemente banali, proprio come il tempo, il lavoro, la televisione.

Mario – Hai ragione. Vedi Paola, un difetto della nostra famiglia è sicuramente quello di chiudersi troppo rispetto al mondo. Io so, io sento che chi entra in questa casa avverte un certo disagio.

Paola – Mario, ti prego, non essere inquietante.

Mario – Addirittura inquietante? Ho parlato di disagio, tutto qui. (poi sorride) Non ti sentirai la protagonista di un giallo, vero?

Paola – (sorridendo a sua volta) Giallo? No, e poi non c’è nemmeno il maggiordomo! (poi più seria) No, né inquietudine né disagio, solo una vaga sensazione che non ti so spiegare; eppure l’unica cosa che è, diciamo così, strana è il fatto che usiate chiamarvi per nome e non indicando la relazione di parentela. Forse è insolito, qualcuno potrebbe considerarlo un malinteso anticonformismo, ma da qui a parlare di disagio mi pare eccessivo.

Mario – Eppure molti non se lo spiegano.

Paola – Io nemmeno me lo spiego, ma ho l’abitudine di rispettare ogni modo di vivere.

Mario – Ma davvero? Sono veramente felice di sentirtelo dire.

Paola – Certo! Per me veramente ognuno può fare quello che meglio crede. L’unico limite alla libertà individuale è dato dal danno che essa può arrecare agli altri, e voi non danneggiate nessuno. Di’ Mario, anche a te Luca non ti ha mai chiamato papà?

Mario – Mai! Solo e sempre Mario.

Paola – E anche…

Mario – Sì, anche tutti gli altri. Nessuno ha mai usato altro che il nome di battesimo.

Paola – Mah!

Mario – Dài, lascia perdere, è solo una strana abitudine. Ora pensiamo a goderci questa serata di compleanno.

Entra Luca con alcuni pacchi di rosticceria, seguono tutti gli altri con posate, bicchieri, bottiglie, tovaglioli e apparecchiano sui tavolini.

Mario – Qualcuno telefoni a Giuliana, vediamo se è il caso di aspettarla o cominciamo a mangiare.

Luca – Vado a chiamare di là. Vieni Paola, accompagnami, così ti faccio vedere il resto della casa.

Luca e Paola escono. I quattro, rimasti soli in scena, possono parlare liberamente. Da questo colloquio emerge tutta la loro ansia.

Jolanda – Ho visto che parlavi con la ragazza, che dice? Ha fatto qualche commento?

Mario – Ovviamente non capisce molto, ma è comprensibile.

Angela – Forse bisognerebbe dirle qualcosa in più.

Carlo – Ma che c’è da dire?

Angela – Tu non dovresti proprio parlare: hai dimostrato che meno dici e meglio è! Questi tuoi abbandoni ai ricordi sono una mina vagante.

Jolanda – E’ vero, ha ragione Angela! Questa sera non puoi lasciarti andare, devi essere molto attento e molto presente a te stesso. Ricordati che ogni parola fuori posto potrebbe metterci in difficoltà.

Mario – D’accordo Jolanda, ma dobbiamo stare attenti tutti. Anche tu, poco fa, con la storia della pittura stavi per dire troppo. La ragazza è visibilmente turbata.

Carlo – Ma non esagerate! Voi capite perché sapete, ma lei non sa nulla e non capisce nulla!

Mario – E proprio questo è il punto: lei non deve non-capire, non deve sentirsi confusa, lei deve avere la certezza di trovarsi con la famiglia di Luca.

Carlo – E noi saremo la famiglia di Luca! State tranquilli, l’ansia è più in voi che in lei. Io insisto: non c’è molto da dire.

Mario – Beh, ora non facciamo finta di niente. Da dire ci sarebbe moltissimo, altro che molto. Il problema è: dovremo dirle la verità o continuare a mentire?

Carlo – Tacere certe cose non significa mentire, significa non dire tutto.

Mario – Carlo, la tua è una puntualizzazione opportunistica. Se lei è convinta che io sia il padre di Luca e Jolanda la mamma eccetera eccetera e noi glielo lasciamo credere, stiamo mentendo.

Carlo – Non sono d’accordo ma, come sempre, mi adeguerò alla vostra decisione.

Jolanda – Io penso che sia presto per spiegarle tutto.

Angela – Però ogni giorno che passa potrebbe essere poi troppo tardi. E’ già tanto tempo che frequenta Luca e ancora non sa nulla, non immagina nulla.

Carlo – Beh, in fondo che c’è di male? Le si dicono le cose come stanno e tutto finisce lì.

Jolanda – Finisce?

Carlo – Qualcosa dovrà pur finire: o capisce e accetta oppure non capisce e se ne va!

Rientrano Luca e Paola.

Luca – Giuliana dice che arriverà a momenti.

Mario – (cambia completamente tono, sembra pensare solo alla festa) Bene, allora l’aspettiamo. Però possiamo anche cominciare a bere qualcosa.

Jolanda – Paola, ti piace la nostra casa?

Paola – (fredda, distaccata) Sì, è bella.

Mario – (non gli è sfuggito l’atteggiamento di Paola) Qualcosa ti ha turbata?

Luca – (sembra intervenire per spiegare, in realtà vuole preparare gli altri a dare una risposta) Ha trovato strano che non esista una camera matrimoniale.

Jolanda – Strano? Sì, certo, non è convenzionale, ma nessuno di noi ha mai condiviso la propria camera con qualcun altro. E’ una nostra regola.

Paola – Scusate, ma sono molto perplessa. Il vostro atteggiamento va oltre l’eccentricità. Avevi ragione Mario, in questa casa ci si sente a disagio, si respira l’inquietudine.

Jolanda – (veramente sorpresa) Disagio? Inquietudine? Mario, perché hai detto una cosa simile?

Mario – Perché è vero, si avverte, l’ospite lo avverte.

Paola – Essendo io l’ospite, lo posso confermare! Verrebbe da farvi un sacco di domande.

Entra Giuliana. Tutti, tranne Paola, accolgono il suo ingresso con sollievo.

Giuliana – Salve a tutti. (poi si avvicina a Paola) Ciao, tu sei Paola immagino. Finalmente conosciamo la mitica ragazza di Luca!

Paola – Ciao Giuliana. Luca mi ha parlato tanto di te.

Giuliana – E sapessi a me quanto ha parlato di te! Mai visto mio fratello tanto innamorato! Va bene che…

Giuliana si ferma, guarda gli altri come per chiedere aiuto. Nessuno parla. Paola osserva tutti.

Paola – (col tono di chi pretende una spiegazione) Va bene cosa?

Giuliana – (ha elaborato la risposta da dare) No, niente, solo che prima tra me e lui non c’era grande confidenza per cui, magari, se pure era innamorato, io nemmeno lo sapevo. Ma lasciamo perdere, pensiamo a festeggiare. Buon compleanno! A proposito, ma il compleanno di chi è oggi? Non me lo ricordo.

Paola – (al massimo dell’insofferenza) Questo è troppo!

Giuliana – (non sa dei dialoghi precedenti, non capisce la reazione di Paola) Cosa è troppo?

Paola – (dura e pungente) Sai Giuliana, quando c’è un compleanno nella mia famiglia, io so sempre di chi è!

Giuliana – Ma noi…

Paola – (esplode) Ma voi che? Ma voi che cosa? Com’è possibile che tu non sappia chi si festeggia? Perché vi chiamate tutti per nome? Perché i tuoi genitori hanno camere separate? Perché Carlo viene messo a tacere se parla di un altro suo figlio? Cosa avvenne grazie alla pittura che Jolanda non ha finito di dire? Com’è possibile che tu non abbia mai visto tuo fratello innamorato? Perché sembra che niente vi leghi?

Giuliana – (si sente aggredita, cerca di difendersi) Dico, ma vuoi sapere tutto da me? Siamo fatti così, ecco tutto.

Paola – (è visibilmente smarrita) Ecco tutto?

Mario – (cerca di essere rassicurante) Paola, tu devi partire da una sola certezza: il sentimento che unisce te e Luca. Diciamo che potresti anche non dare importanza a tutto il resto.

Paola – No Mario, non puoi chiedermi questo perché è proprio “tutto il resto” che sta assumendo un valore particolare.

Jolanda – Ascoltami cara, una famiglia dovrebbe avere delle caratteristiche positive ben determinate. Tutto ciò, ormai nella maggioranza dei casi, non esiste più. Noi abbiamo fatto grossi sforzi proprio per dare risalto ai valori positivi della famiglia.

Paola – Eppure tutti questi vostri sforzi non trasmettono alcuna serenità a chi entra in questa casa!

Angela – Forse dici così perché ti sei lasciata influenzare da Mario che ha parlato, inopportunamente, di disagio e inquietudine.

Giuliana – Vorrei darti un consiglio: non ti porre tante domande.

Paola – E perché non me le dovrei porre? Avete forse qualcosa da nascondere?

Mario – Niente di grave, tranquillìzzati.

Paola – (sempre più inquieta) Non sono affatto tranquilla! Luca, per favore, almeno tu vuoi spiegarmi qualcosa?

Luca – (sembra ammettere una sua sconfitta) Non so cosa dire, non era previsto che si affrontasse questo discorso.

Carlo – (che fino a quel momento aveva dato l’impressione di essere solo uno spettatore estraneo, interviene determinato) Paola, cosa penseresti se ti dicessi che io non sono affatto il nonno di Luca?

Paola – (cerca Luca con gli occhi) Luca…?

Luca – E’ vero, e Angela non è mia zia, Giuliana non è mia sorella, loro non sono i miei genitori.

Paola – E quindi tu sei un estraneo in questa casa! Ti hanno adottato?

Jolanda – (avvicinandosi a Paola e accarezzandole i capelli) Più o meno, cara, più o meno.

Paola – Più o meno? Che vuol dire? Sì o no?

Giuliana – E dài, qualcosa ti abbiamo detto, lascia che ti basti. Poi, col tempo, capirai.

Mario – (interviene, serio e autorevole) No, adesso basta con le non-spiegazioni. Se Paola deve entrare a far parte della nostra vita è bene che sappia.

Paola – (preoccupata) Per favore, spiegatevi: cosa devo sapere?

Mario – Vedi Paola, come ti dicevo prima noi siamo le figure “tipo” della famiglia media; ma siamo solo figure, non siamo affatto una famiglia legata da vincoli di sangue. In realtà siamo delle persone che non hanno alcun vincolo di parentela, siamo solo dei delusi delle rispettive famiglie che hanno deciso di dar vita ad un nucleo apparentemente familiare, ma comunque sereno.

Paola – (un po’ scossa dalla rivelazione) Ma che significa? Ti prego, continua, fammi capire.

Mario – (deciso) Sì, è giusto che tu sappia. (da questo momento Paola assume un atteggiamento quasi inquisitorio) Tutto cominciò alcuni anni fa: lasciai la mia famiglia e decisi di vivere da solo. Poi conobbi Carlo.

Carlo – E’ vero, ci incontravamo spesso in una trattoria, pian piano cominciammo a scambiare quattro chiacchiere e poi facemmo amicizia.

Paola – (sembra aver ripreso il controllo di sé, è decisa a sapere tutto) E tu da dove venivi?

Carlo – (comincia con calma la sua confessione, ma poi la sofferenza viene fuori) Io vivevo con mio figlio, la moglie, e due belle nipotine. Poi mio figlio morì, un brutto incidente in auto. Dopo qualche mese mia nuora si risposò. Le mie nipoti soffrirono molto per questo, stavano male, molto male. Sarei stato libero, se avessi voluto, di rimanere in quella casa, ma non potevo reggere la sofferenza delle ragazze. Non riuscivo più nemmeno a mangiare insieme a loro e cominciai a frequentare la trattoria in cui conobbi Mario. Lui mi raccontò la sua storia, mi propose di andare ad abitare con lui, “fa’ come se fossi io tuo figlio” disse, “ed io farò finta che tu sia mio padre”. Accettai e ancora benedico quell’incontro. Da quel momento ho riacquistato la mia serenità. All’inizio fu dura, ma ora va tutto bene: ho rotto i ponti col passato e non so più nulla di mia nuora e delle mie nipoti. Spero solo che siano felici.

Paola – (come per far notare a Carlo che lui soffre ancora) Però ti ha turbato lo sguardo di Luca che ti ricordava quello di tuo figlio.

Carlo – (triste) Sono solo momenti. (poi si riprende) Ora ho la famiglia che avrei voluto.

Paola – E non ti dispiace non vedere più le tue nipoti? Se stessero ancora male, se avessero bisogno di te?

Carlo – Quando andai via lasciai loro un recapito: nessuno mi ha mai cercato.

Paola – Magari ti hanno cercato in qualche notte triste, quando avrebbero voluto abbracciarti e piangere con te. E quella notte non ti hanno trovato. Perché cercarti ancora? Eri tu che le avevi abbandonate, tu eri andato via!

Carlo – Io questo non lo so, so solo che non mi hanno cercato!

Giuliana – Così come nessuno ha cercato me da quando sono andata via da casa.

Paola – Perché sei andata via?

Giuliana – Il parlarne mi rende ancora triste, ma lo farò per te, perché si è deciso che tu debba sapere tutto.

Paola – E quindi?

Giuliana – E quindi ho un fratello tossicodipendente che ha ridotto i miei genitori a due larve. Quei poveracci hanno speso per lui tutte le loro energie fisiche, mentali ed economiche senza ottenere alcun risultato. Quel delinquente sperava di aver trovato in me un nuovo pozzo da cui attingere, ha tentato di coinvolgermi, di farmi ingoiare dal vortice da lui creato. Per amore dei miei genitori per un certo tempo ho ceduto, poi mi sono fermata: ormai tutto quello che guadagnavo serviva a lui e alla sua causa persa. Qualcosa dentro di me si è ribellato: non gli potevo permettere, dopo aver rovinato se stesso e i miei genitori, di rovinare anche la mia vita.

Paola – Se tutti i parenti dei tossicodipendenti li abbandonassero al loro destino, non si salverebbero nemmeno quei pochi che riescono a venirne fuori.

Giuliana – Ti prego, non farmi prediche, non ne ho bisogno. Tu non puoi giudicare una situazione che solo chi vive può comprendere.

Paola – Non intendevo fare prediche né emettere giudizi. La mia era solo una riflessione, un pensiero espresso ad alta voce.

Giuliana – Sai?, siete in tanti a pensare ad alta voce le stesse cose. Però solo chi ha vissuto situazioni simili può capirmi. Io ho sofferto tanto, ho pensato perfino di uccidere mio fratello, capisci?, mio fratello!

Paola – E non senti mai la mancanza della tua famiglia?

Giuliana – A volte sì, lo ammetto, ma sono solo sentimentalismi inutili. La colpa non è mia se i miei genitori non hanno saputo gestire il figlio. Ti prego, Paola, non farmi dire altro.

Paola – Dimmi solo come sei arrivata in questa casa.

Giuliana – Ho conosciuto Luca in un pub, abbiamo fatto amicizia e una sera gli ho raccontato tutto il mio dramma. Dopo qualche giorno lui mi ha parlato di questa casa, di come si viveva qui, un giorno sono venuta, ho conosciuto gli altri ed eccomi qua. Sono l’ultima arrivata, ma sono qui già da un anno.

Paola – E tu Luca, perché sei qui?

Luca – Innanzitutto ti chiedo scusa, avrei dovuto dirti tutto già prima di portarti qui.

Paola – Lascia perdere le scuse, dimmi perché sei qui.

Luca – Ero stanco delle continue liti dei miei genitori. Tradimenti reciproci, fallimenti continuamente rinfacciati, offese e violenze, menti annebbiate dall’alcool. Quando aprivo la porta di casa era come aprire la porta dell’inferno.

Paola – Non riuscivi col tuo affetto a fare qualcosa per loro?

Luca – Facile pensarlo, facile dirlo. Credimi, ho provato in tutti i modi: non c’è stato nulla da fare. Ad un certo momento ti rendi conto che devi avere rispetto per te stesso, per la tua vita e non puoi permettere ad altri di rovinarla.

Paola – Altri? Per te erano semplicemente “altri”?

Luca – Sì, altri! Fossero anche i tuoi genitori o i tuoi figli! Prima d’impazzire sono andato via. Qui sono sereno, la famiglia che abbiamo creato è serena.

Paola – E come sei arrivato in questa casa? Chi ti ha portato qui?

Jolanda – Sono stata io. Luca frequentava un corso di pittura tenuto da me, i suoi disegni attrassero la mia attenzione: erano forti, tenebrosi, non avevano linee morbide, i suoi colori preferiti erano scuri, le ombre prevalevano sulle figure. Insomma mi accorsi che qualcosa in lui non andava. Cominciai ad intrattenermi con lui dopo le lezioni per farlo parlare, giorno dopo giorno si apriva sempre di più. Quando mi fu chiara la situazione in cui viveva, quando mi resi conto che la sua vita si stava perdendo, gli parlai della nostra casa e della famiglia che avevamo creato.

Paola – (sarcastica, come per dire che è un finale prevedibile) E lui ne fu entusiasta e si unì a voi.

Mario – (non gradisce l’ironia di Paola) Sì Paola, proprio così, ne fu entusiasta. Credimi, qui la serenità regna sovrana.

Paola – E ora come sono i tuoi quadri?

Luca – Ho smesso di dipingere, non ti so spiegare, è come se non mi servisse più.

Paola – Già!  Sei sereno, però non dipingi più.

Luca – Che vuoi dire?

Luca sembra smarrito, Paola incalza.

Paola – Che forse la tua è una serenità piatta che non ti dà emozioni. Forse erano proprio le emozioni che attingevi dai tuoi veri genitori a darti l’energia per dipingere.

Luca – Ma che dici? Quelli erano tormenti!

Paola – Tormenti che ti davano emozioni, ed erano quei tormenti che tu riportavi nei tuoi quadri. Se tu fossi sereno come dici di essere dovresti dipingere altre cose, derivanti da altre emozioni. Se non dipingi più vuol dire che non hai emozioni.

Jolanda – Non sono d’accordo con te, Paola.

Paola – Non avevo dubbi. Non importa, dimmi piuttosto il tuo problema qual è, come mai ti trovi qui?

Jolanda – A volte sembra strano anche a me trovarmi qui. Pensa che per anni ho vissuto serenamente, poi un giorno ho scoperto che non era più così.

Paola – Cioè?

Jolanda – Avevo mille interessi: pittura, letteratura, musica, insomma avevo una vita piena. Per lungo tempo mio marito mi aveva seguito nei miei interessi, poi cominciò ad allontanarsi da essi e, conseguentemente, da me.

Paola – Aveva un’altra donna?

Jolanda – No, un’altra donna è stata la conseguenza e non la causa del nostro allontanamento. No, semplicemente cominciò ad interessarsi di altre cose: la pesca, le partite a carte con gli amici, lo sport. Pian piano, da coppia che eravamo, ci trasformammo in due persone distinte. Un giorno andò via, mi lasciò una lettera col suo nuovo indirizzo, ma non l’ho mai cercato: la nuova persona che era diventata non mi interessava più.

Paola – E ora sei serena?

Jolanda – Certo! Qui faccio quello che più mi piace, quando più mi piace, come più mi piace. Sarò sempre grata a Mario per aver creato questa meravigliosa famiglia dove tutte le inquietudini si trasformano in serenità.

Paola – Non ti sei mai chiesta cosa avresti potuto e dovuto fare per riaccostarti a tuo marito? Perché non ti sei avvicinata tu ai suoi nuovi interessi?

Jolanda – Per carità!, troppo diversi dai miei.

Paola – Già, ma per anni lui ha seguito te, non credi che avresti dovuto cercare un punto d’incontro?

Jolanda – No, perché era lui che stava cambiando ed io non intendevo mettermi in discussione.

Paola – Capisco: così è molto comodo.

Mario – Paola, non vorrei sembrarti scortese, ma sembra che tu stia assumendo un atteggiamento inquisitorio. Noi potevamo anche tacere sulla realtà della nostra famiglia, ne stiamo parlando perché tu sposerai Luca ed è giusto che sappia, ma tu dovresti comprendere e rispettare le ragioni che ci hanno portato a questa nostra decisione.

Paola – E infatti le rispetto. Ed è proprio per cercare di comprendere che sto facendo delle osservazioni. Non intendo inquisire, voglio solo capire. Se avete deciso che io sappia dovete anche accettare le mie reazioni. Ti prego Mario, lasciami continuare. Ed ora tocca a te Angela, manca il tuo racconto.

Angela – Forse i nostri racconti si somigliano un po’ tutti, forse hanno una matrice comune: ognuno di noi si sentiva estraneo nella sua famiglia. Per quanto mi riguarda ti posso dire che quando mio marito morì mi ritrovai completamente sola. Qualche parente si offrì di ospitarmi, ci provai con una nipote, ma non fu possibile resistere a lungo. Più che prendersi lei cura di me ero io che dovevo prendermi cura di lei, della casa, dei figli, insomma mi sentivo coinvolta nei loro problemi, mi sentivo usata. Diciamo che non mi sono mai integrata e quando ho conosciuto Jolanda e mi ha portata qui ci sono rimasta ed ho tagliato i ponti con il passato.

Mario – Come vedi Paola, qui siamo riusciti a realizzare la famiglia ideale. Ti invito a riflettere su questa cosa: di solito una famiglia, col passare del tempo, si riduce ad essere solo un gruppo di persone che vivono nella stessa casa e non hanno nulla in comune, noi abbiamo fatto il percorso inverso perché siamo persone che avevano qualcosa in comune ed hanno formato una famiglia. Credimi, non è facile, non è stato facile per nessuno di noi e non lo sarà mai per nessuno. Dopo anni che ce l’hai cucita addosso è difficile toglierti la maschera e rimetterti in gioco. Però, quando ci riesci è molto bello, noi l’abbiamo fatto e ora possiamo vivere senza maschera.

Paola – Non so cosa dire, sono confusa. Mi avete fatto calare in una realtà che non avrei mai immaginato.

Mario – Credimi Paola, siamo una vera e propria famiglia serena.

Paola guarda tutti, uno alla volta, quasi con aria di sfida, sfrontatamente.

Paola – Famiglia? Serena? Non lo so. Scusate, ma ho bisogno di riappropriarmi della mia lucidità per pensare a tutto ciò che mi avete detto. Ora preferisco andare via.

Mario – Torna presto, noi ti aspettiamo.

Luca – Aspetta, ti accompagno.

Paola – No, ti prego. Preferisco andare via da sola, tu rimani qui, (sarcastica e quasi sprezzante) con la tua famiglia.

E P I L O G O

Mario – Vieni Paola, vieni. Come stai?

Paola – Abbastanza bene adesso. Come mai hai voluto vedermi? Cosa mi vuoi dire?

Mario – Voglio parlarti di Luca: è rimasto molto male per la tua decisione.

Paola – E tu stai interpretando il ruolo del padre preoccupato?

Mario – Perché fai del sarcasmo? Sai benissimo che sono affezionato a Luca.

Paola – Certo, e da buon padre di famiglia ti stai chiedendo cosa puoi fare per lui.

Mario – Beh, in effetti vorrei che tornasse ad essere sereno com’era prima.

Paola – Per me dovrebbe tornare ad essere un figlio com’era prima ancora!

Mario – Eh sì, Luca me l’ha detto che non hai capito la nostra scelta.

Paola – No, io ho capito benissimo! Solo che non la condivido.

Mario – No Paola, tu non hai compreso la forza del nostro coraggio. Ci vuole coraggio, tanto coraggio, per rispettare la propria vita. Eppure il rispetto per noi stessi, più che un diritto, è un dovere.

Paola – E c’è voluto coraggio anche per creare una finta famiglia?

Mario – Sì, e poi che c’è di male ad unire tante solitudini?

Paola – Nulla, anzi è lodevole. Ma il coraggio è quello di ammettere che si tratta di solitudini messe insieme, non far finta di essere quelli che non si è.

Mario – Ma la vita sociale ha delle regole che si devono rispettare!

Paola – E voi vi dichiarate non-convenzionali solo per rispettare delle regole in cui non credete? Questa si chiama ipocrisia, altro che coraggio! Ma, a proposito di coraggio, tu perché hai lasciato la tua famiglia? Qual era il dramma da cui “coraggiosamente” sei scappato via?

Mario – Ancora sarcastica! Già, io non ti ho raccontato nulla.

Paola – Vuoi farlo ora?

Mario – Sì, certo. Ormai manca solo la mia storia. Dunque: ero molto giovane e follemente innamorato di una ragazza, capita quando si è giovani! Anche lei mi amava ed io mi sentivo l’uomo più fortunato del mondo. Ci sposammo, dopo circa un anno nacque una bimba meravigliosa. Poi… poi, lentamente ma inesorabilmente, tutto cambiò. Mia moglie, la ragazza meravigliosa che avevo sposato, rivelò la sua vera natura: volgare, pettegola, attaccabrighe, avidamente soddisfatta solo dal mio stipendio. Aveva solo trent’anni e sembrava già una cinquantenne sguaiata! Ormai mi faceva schifo, ma le rimasi accanto per amore di nostra figlia. Non servì a nulla perché i nostri sistemi educativi erano totalmente divergenti. Il terribile risultato fu che mia figlia a sedici anni era ormai una ragazzina disadattata e fragile e solo un anno dopo mi ritrovai nonno di un bambino di cui nemmeno mia figlia sapeva chi fosse il padre! In quella casa, nella mia casa, mi sono ritrovato ad essere un corpo estraneo, sapevo di essere la parte sana di un corpo malato, ma sono stato respinto in tutti i modi. Non c’era più posto per me e non avevo più nulla da fare per loro. L’avidità di mia moglie è comunque soddisfatta dall’assegno che il mio avvocato le consegna mensilmente e di mia figlia, …sì, anche di mia figlia non so più nulla e non so nemmeno se mi ha reso ancora nonno o no. Credimi Paola, per fare questo ho dovuto raccogliere tutto il mio coraggio!

Paola – Ma quale coraggio! Ma smettila di continuare a chiamare coraggio la vigliaccheria! Mario, ma veramente non ti rendi conto di quanto siate tutti vigliacchi? Ognuno di voi è scappato via dalla propria vita solo per non affrontarne le responsabilità! Più le vostre famiglie avevano bisogno di voi e più ve ne siete allontanati! E mi parli di coraggio? Sì, vi siete tolti una maschera, ma solo per indossarne un’altra!

Mario – Paola, le famiglie possono disgregarsi, non c’è una legge che impone di rimanere insieme anche quando la famiglia, di fatto, non esiste più!

Paola – E meno male che non c’è! Ma l’alternativa non è creare una famiglia di plastica! Avete pensato a salvare solo voi stessi ignorando completamente chi dicevate di amare!

Mario – Non essere ingiusta, noi stiamo cercando di rimarginare le nostre ferite.

Paola – Ah sì? E le ferite di coloro che avete abbandonato chi le rimargina? A me pare che ognuno di voi abbia mollato proprio nel momento in cui era indispensabile la massima presenza, il massimo impegno. Carlo poteva essere una guida per le sue nipoti, tanto più che non avevano più il padre; Giuliana poteva dare al fratello qualcosa di diverso dai soldi: si chiama amore; Angela poteva ricambiare l’ospitalità della nipote con l’aiuto in casa dato insieme al suo affetto; Jolanda poteva aggiungere ai suoi interessi quelli del marito, cosa le sarebbe costato alternare i concerti con qualche pomeriggio passato a pescare?; Luca poteva rappresentare per i suoi genitori l’unica ragione vera per cui cambiare, e di fatto lo era; e tu, tu potevi aggiungere all’amore che avevi per tua figlia la testardaggine di voler vedere in lei una giovane donna sana ed equilibrata. Hai rovinato te, la tua famiglia e quei poveri esserini deboli a cui hai offerto un rifugio in cui chiudersi per non guardare il mondo e per non farsi vedere dal mondo.

Mario – Guarda che abbiamo sofferto molto prima di raggiungere questo equilibrio.

Paola – Fai un uso dei vocaboli molto spregiudicato. Qual è il vostro equilibrio? Sai una cosa?, mi ricordate i fiori.

Mario – I fiori?

Paola – Sì, i fiori! Hai mai notato?, quando sono finti si dice “come sono belli, sembrano veri” e quando sono veri si dice “come sono belli, sembrano finti”. Voi siete talmente finti da sembrare veri e talmente veri da sembrare finti. Certo chi non vi conosce bene, chi non sa nulla di voi, può credere che siate una famiglia perfetta, in realtà siete pezzi di paccottiglia ipocrita!

Mario – Di’ Paola, tu non eri quella che rispettava tutti i modi di vivere? Non eri quella che rispettava la libertà dell’individuo?

Paola – Certamente, e lo confermo. Ma ho anche detto che l’unico limite alla libertà individuale è dato dal danno che può arrecare agli altri. Tu ti sei mai fermato a riflettere sul male che avete fatto alle vostre famiglie?

Mario – Ma che ne sai tu di mille notti passate a chiedersi “perché?”

Paola – E’ vero, non lo so, ma posso immaginare altre mille notti passate a cercare una risposta, a trovare soluzioni.

Mario – E infatti: questa è la nostra soluzione! Noi abbiamo fatto di tutto per creare una famiglia serena.

Paola – No Mario, no! Voi avete creato solo un luogo in cui vi scambiate le vostre paure mentre la famiglia, se è vera, è un luogo in cui ci si scambiano i sogni!

Mario – E se tu riuscissi a realizzare questa cosa con Luca?

Paola – No, né con Luca né con nessun altro.

Mario – Sei tanto giovane, non puoi essere così drastica.

Paola – Vedi Mario, la vostra situazione mi ha obbligata a guardarmi intorno con maggiore attenzione e mentre prima vedevo delle famiglie, ora ho visto quello che sostieni tu: persone che, pur vivendo insieme, non hanno nulla in comune.

Mario – Ma allora, se vuoi, puoi venire con noi, puoi vivere in casa nostra.

Paola – No, l’alternativa non è quella che hai creato tu.

Mario – E secondo te qual è?

Paola – Non c’è, non c’è ancora.

Mario – Come non c’è ancora?

Paola – Mario, la tua casa non racchiude il fallimento delle vostre famiglie, ma molto di più: racchiude il fallimento della famiglia!

Mario – Cosa intendi dire?

Paola – Che le storie delle famiglie si somigliano un po’ tutte, che si decida di vivere insieme o no. Mario, la famiglia è un’istituzione che non può più esistere così come si è strutturata nel tempo. Essa è l’estrema diramazione di un bisogno di socialità che ha caratterizzato l’uomo nel corso della sua evoluzione. Oggi non funziona più.

Mario – E quindi, cosa proponi? L’abolizione dalla famiglia?

Paola – Non lo so, io non ho soluzioni e non voglio commettere l’errore che hai commesso tu.

Mario – Cioè? Qual è il mio errore?

Paola – Quello di creare un’imitazione esteticamente perfetta, ma senz’anima. L’evolvere dei tempi ci darà una nuova soluzione per la socialità.

Mario – E nel frattempo?

Paola – Nel frattempo aspettiamo, non dobbiamo fare altro che aspettare. Anche perché potrebbero passare dei secoli prima che tutti lo capiscano. E in questi secoli ci saranno famiglie finte, famiglie vere, famiglie a pezzi, famiglie unite, famiglie divise, eccetera. Cambierà tutto molto lentamente. L’importante è non creare alternative ipocrite e virtuali: aumenterebbe solo la confusione e l’insicurezza. Ognuno dovrà fare il proprio percorso.

Mario – Ma forse Luca vorrebbe condividere il tuo percorso.

Paola – Luca ha già scelto un altro percorso.

Mario – Sai?, ha ripreso a dipingere.

Paola – Lo immaginavo. E spero per lui che Jolanda non analizzi i suoi quadri.

Mario – Paola, Luca mi chiederà conto di questo nostro colloquio, cosa gli devo dire?

Paola – Che sono incinta!

Mario – Incinta? Di Luca?

Paola – Sì, di Luca. Ma non ci sarà nessun padre perché io non ho bisogno di un ruolo per essere me stessa. Per me sarà un gran sollievo entrare da sola in sala parto, là dove l’urlo più forte, quello che accompagnerà la mia creatura mentre entrerà a far parte del mondo, sarà soprattutto un urlo contro l’ipocrisia!

F I N E

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