Binario cieco

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BINARIO CIECO

di Carlo Terron

PERSONAGGI:

NONSISACHI, un tale che scrive le sue memorie da nonsisadove

LINO, capostazione, e botanico a tempo perso

ELISA, sua moglie, un tipo fantastico

BABILA, commendatore tutto intero

AMELIA, la sua “signora”: è detto tutto

TRILL, ragazza difficile, di facili costumi

UNA MADRE in lutto

LUCIANO, attore celebre, che è già grave; e bello, che è anche peggio

ELIGIO, ragioniere e basta

CLETO, musicista, bravissimo ma nessuno lo sa

VERECONDO, guardabinari ed eroe misconosciuto

SUOR GAIA e

SUOR LIA, eguali come due carabinieri e diverse come due donne

Alcune storie che si intersecano a caso, con un residuo di malinconia per morale della favola.

Una precedente versione dal titolo “I matti dei sogni” fu trasmessa dalla Radio italiana nel novembre 1945 e, successivamente dalle principali reti radiofoniche europee.

E’ accaduto nonsisaquando

ATTO PRIMO

 NONSISACHI         - Quante cose dentro a un uomo! Meno ce n’è, più ce n’è. Mi domando se, quella volta, non fu tutto uno sbaglio. L’errore nostro, qui, è di giudicare errori le azioni di chi sta giù. Si ha un bel stare attenti, ci si ricasca sempre. A pensarci ora, dopo tanto tempo, non era il caso di scendere. Volevo farmi vedere zelante e bravo. Quello di pensar di mettere ordine nei loro sentimenti scompagnati fu uno scrupolo dell’inesperienza e della gioventù. Non era questo che chiedevano. Ed anche lo fosse stato, sarebbe poi riuscito utile? Triste o gaia, hanno tutti, nel cuore, la loro canzonetta. E la vita, per essi, consiste nel poterla fischiettare. Per ciò, tutto considerato, sono divertenti e non cessano ancora di stupirci. Che acciaio la loro fragilità! Tanto per dire che il vero sfasato ero io, basti pensare che m’ero messo in tuba e redingotte. Figurarsi, per viaggiare fra loro senza esser riconosciuto! Come se si fossero mai accorti della nostra presenza! Basta. Quel poco che si riuscì a cavare fu dovuto al fatto che, per una notte, non dormirono nel loro letto. Parve uno sconquasso e fu niente in tutto. In seguito, non si ritrovarono, certo, diversi da prima. Né più coerenti, né più felici. Ci vuol altro per staccare il cuore degli uomini dal gancio al quale hanno deciso di impiccarlo. Tutto ciò che rimase, fu il mucchietto di cenere di un po’ di malinconia che li andava a trovare ogni tanto. Per quanto ci si badi, nemmeno qui, in questi spazii colmi di vuoto e di silenzio, dove sto buttando giù le mie memorie, ci si riesce a liberare dall’idea che gli uomini siano chissà che. E perché dovrebbero esserlo, poi? Ci guadagnerebbero, forse, qualche cosa al momento buono? Ciechi e sciocchi: si fa presto a dirlo. Ma sarà poi giusto? Solo senza conoscerne il cammino si può raggiungere la meta. E solo procedendo al buio si può incontrare la luce. Probabilmente, anzi certo, dipese dal gusto che mi hanno sempre dato i treni che vanno e si fermano, col loro pfù pfù pfù, la gente che corre e si urta per salire, in cerca di un posto buono, possibilmente vicino al finestrino nel senso della corsa; il ti, tititi, ti… del telegrafo che racconta chi sa cosa: matrimoni, nascite, morti: auguri, condoglianze, ti voglio bene, non dimenticarmi, fa buon viaggio, torna presto, mi uccido col gas. Sempre le stesse cose e sempre diverse. Certo fu questo, ma scelto, non faccio per dire, avevo scelto bene. Mi par di vederla ancora lì, davanti agli occhi; mi persiste l’eco, nell’orecchio, dei suoi rumori come uscenti da un cuscino: la sala d’aspetto di una stazioncina ferroviaria persa sui monti, dove non si ferma mai un treno diretto. La porta a vetri – uno era nato rotto – che conduce ai binari. Due in tutto, uno in su, uno in giù. Lo sportello col suo mensolino di legno e lo spioncino di vetro – nato rotto, anche quello – e su scritto: “biglietti”; un usciolino semiaperto: “telegrafo, proibito entrare”. Dal lato opposto, distaccati dal resto, alcuni gradini di una breve scala con un minuscolo ballatoio sull’uscio dell’appartamento del capostazione. Riodo il suo cigolio ogni volta che si apriva. Come un vagito. Si dice, si dice, eppure son persuaso che metà della fantastica nevrastenia della moglie del capostazione, era dovuta al gemito di quell’uscio ed all’eterno dondolare della lampadina elettrica senza paralume, che pendeva dal soffitto. Ma non anticipiamo trascurando le abituali suppellettili di tute le stazioncine delle Ferrovie dello Stato. E cioè: tre panche di legno verniciato, poche sedie scompagnate, il grande stampato dell’orario ferroviario che nessuno consulta e nessuno capirebbe. Più comodo chiedere al capostazione Lino; o al guardabinari Verecondo se non è di pomeriggio quando il vino ingerito gli confonde in testa le stazioni. Ma il lusso sono gli squillanti cartelloni dei viaggi proibiti che invitano a Parigi, a Vienna, a Londra, a Capri, a Montecatini. Avevo accalappiato una sera di fine inverno quando, sui monti, la neve comincia a suicidarsi assaporando il veleno del tepore con cui il sole pigro si mette ad accarezzarla. La stufa di metallo era accesa e nel suo pancione rotondo sfrigolavano le bracie. Facevano più luce loro che la gialla lampadina accesa, continuamente agitata dallo scirocco che ronfava attraverso spifferi e fessure. Preceduto da una raffica di vento, era entrato Verecondo con la sua lanterna da guardabinari accesa. La spense, la appese alla parete, si scosse la neve dal giaccone di fustagno, si stropicciò le mani per riscaldarsele davanti alla bocca della stufa, guardò l’orologio e poi andò a picchiare all’usciolo del telegrafo, oltre il quale si udiva il rumore dell’apparecchio in funzione. Così.

VERECONDO          - Capo.

LINO                          - (dall’interno) Va bene.

VERECONDO          - C’è ritardo?

LINO                          - Diciotto minuti e mezzo. È passato in ritardo al confine.

NONSISACHI          - Era la domanda di tutte le sere. Minuto più minuto meno, solo la risposta cambiava, qualche volta. Che altro c’era da dire? Ci fu un silenzio. Verecondo prese una sedia, si sedette e allungò le gambe offrendo alla stufa le suole delle scarpe ad asciugare.

VERECONDO          - L’ultima volta e, credo, anche l’unica che un diretto si fermò qui fu nel ’48.

LINO                          - Io fui assegnato quassù l’anno dopo, per la raccomandazione del Vescovo di Adria.

VERECONDO          - Si fermò a causa del senatore. S’era sentito male e tirarono il campanello d’allarme. Fu un atto coraggioso. Aveva fatto un’indigestione di ciliegie. Era una bella serata d’estate, con la luna. Vomitò là, fra il marciapiede e il primo binario. Era un vecchio signore distinto con una bella barba bianca. Un po’ scomoda, data la circostanza. Poi stette subito meglio. Si tace a lungo. Il silenzio, il vento, il telegrafo, la stufa…

LINO                          - (che è venuto nella sala d’aspetto) Allora non entrò nemmeno, il senatore.

VERECONDO          - Entrò. Sicuro. Dopo, entrò. Sedette lì dove è lei finché la signora Clementina, la moglie del capostazione vecchio, gli preparò il caffè. Ebbe una grande soddisfazione, quella sera, la signora Clementina. Quello, disse il senatore, era il più buon caffè che avesse bevuto in vita sua. E prima di risalir sul treno, le disse anche che potevano contare sul suo appoggio.

LINO                          - Doveva essere una brava persona, quel senatore.

VERECONDO          - Può ben dirlo. Parlò anche con me.

LINO                          - Con te Verecondo? Un senatore?!

VERECONDO          - Come è vero che sono qui e fuori nevica. Ad una certa curva del discorso, la signora Clementina gli disse che il mio mestiere, quello vero, prima della disgrazia, era un altro.

LINO                          - Ci risiamo.

VERECONDO          - Ci risiamo, sicuro! Lui, allora, mi domandò: quale disgrazia? Se non avesse avuto fretta, certo avrebbe ascoltato tutta la storia della medaglia. Ma doveva essere ricevuto dal Papa. Si alzò, disse qualcosa in latino sulle ciliegie che fanno male ai vecchi golosi, poi strinse la mano al capostazione e alla signora e ripartì.

LINO                          - Più ci penso e più mi persuado che quel senatore doveva essere una brava persona.

VERECONDO          - Gli piaceva il caffè, quello era. Io credo che, per quel caffè, avrebbero potuto ottenere anche il trasferimento.

LINO                          - Dici?

VERECONDO          - Aveva proprio detto: contate sul mio appoggio. Ma, ormai, il povero capostazione era vecchio. E poi la signora Clementina aveva qui le sue rose e i suoi canarini. Vedere ed annusare, allora, di primavera, la stazione era una festa. Un canto di colori con le rose scarlatte che si arrampicavano fino al tetto e le gabbie verdi dei canarini. I viaggiatori sporgevano la testa dai finestrini e ne parlavano fino a Trento. E qualche volta, alla sera, la signora Clementina metteva una gamba sopra l’altra e suonava le vecchie canzonette sul mandolino.

LINO                          - (la sua voce è più lontana essendo stato richiamato di là dal picchiettio del telegrafo) Non si seppe più nulla di quel senatore?

VERECONDO          - Nulla. Era già molto vecchio e malandato. Era un residuato di Giolitti. Sui diretti c’è sempre qualche senatore. Stanno silenziosi e composti, vestiti di nero, negli scompartimenti di prima classe, pieni di paura delle correnti d’aria e accarezzano i bambini che passano per il corridoio.

LINO                          - Quelli di una volta.

VERECONDO          - I senatori veri. I controllori li riconoscevano ed evitavano di domandar loro il biglietto.

LINO                          - (altro tono di voce) E’ in regola lo scambio?

VERECONDO          - E’ in regola, capo. Non occorre nemmeno che il treno rallenti.

ELISA                        - C’è ritardo stasera?

NONSISACHI          - Attenti. Questa è la moglie del capostazione. Stava lì, da tempo sul ballatoio ascoltando senza sentire.

ELISA                        - C’è ritardo stasera?

VERECONDO          - Diciotto minuti e mezzo, signora Elisa. Un buon quarto d’ora di sonno che le ferrovie ci rubano.

ELISA                        - E’ la prima volta che ritarda tanto. Un fruscio di seta ha fatto voltare Verecondo. Essa è scesa e s’è messa a guardar fuori, oltre i vetri, sulla banchina.

VERECONDO          - Com’è ben vestita, signora Elisa. Non apra la porta. Così scollata prenderà una polmonite.

LINO                          - (sempre di là, a controllare il telegrafo) Sai, Verecondo, quanti binari ci sono alla stazione di Vienna?

VERECONDO          - Non ne ho idea.

LINO                          - Novantuno.

ELISA                        - E qui due.

VERECONDO          - Beh, mi pare un’esagerazione.

LINO                          - A te, tutto ciò che non riguarda la tua medaglia, ti pare un’esagerazione.

VERECONDO          - Non vorremo mica mettere un binario con una medaglia. Si sente l’altro ridacchiare di là. Non c’è proprio da ridere, signor Lino. Fu un fatto quello! Due bambini e il fuoco aveva fatto crollare il soffitto.

LINO                          - Sì, sì.

ELISA                        - (contemporaneamente e stizzita) Per favore, Verecondo.

VERECONDO          - Che in questo paese non si possa mai parlare di medaglie è un’ingiustizia.

LINO                          - Sei lì, Elisa?

NONSISACHI          - Hai voglia. Prima che risponda quella lì…! Bisognava farle sempre le domande due volte e anche tre.

LINO                          - Elisa?

ELISA                        - Son qui, sì, son qui.

LINO                          - Sai, diciotto minuti di ritardo.

ELISA                        - E mezzo. Lo so.

LINO                          - (dopo un po’) Scommettiamo che indovino l’abito che ti sei messa stasera? Quello verde. Eh… quello verde? Ma lei persiste a non rispondere.

VERECONDO          - E invece no. Stasera è vestita di bianco da capo a piedi. Con le spalle nude e le perle al collo.

LINO                          - Il vestito bianco con questo tempo, Elisa?!

VERECONDO          - Io ho ancora da capire una cosa, signora Elisa. Perché si fa sempre tanto elegante per il diretto della sera. Per un treno che non si ferma.

LINO                          - Aspetti il principe dei romanzi? Bada che sono geloso.

ELISA                        - (esasperata) Basta!

VERECONDO          - Mi scusi. Si dice così per dire, in attesa del treno. Col suo fruscio di seta essa ha rifatto la strada donde era venuta. Rientra in casa? S’è arrabbiata? Non pare anche a lei, signor Lino, che a sua moglie manchi un po’ di allegria? L’altro non risponde. Capo… Sì, solo un po’ di allegria… Mi ascolta?

LINO                          - A dicembre torno a chiedere il trasferimento. Mi dispiace che ci separeremo, Verecondo.

VERECONDO          - Anche a me. Ma loro sono giovani. Hanno diritto a un po’ di mondo.

LINO                          - Lei non è cattiva. È solo una donna un po’ fantastica, ecco, quello.

VERECONDO          - A me mi sa che legge troppo. Tutti quei libri… E poi quegli sfoghi sul pianoforte. E infatti lo si sente. Chopin, naturalmente.

LINO                          - Legge e suona. C’è tanto tempo libero qui…

VERECONDO          - In fondo, è giusto. Lei ha il suo orto e la signora i suoi libri e la sua musica.

LINO                          - Hai visto, quest’anno, i piselli? Nessuno qui ne ha mai fatto crescere di simili.

VERECONDO          - Una meraviglia per ognuno che passa. Piselli come i piselli del capostazione, dicono, non se n’erano mai visti.

LINO                          - Davvero, dicono, i piselli del capostazione?

VERECONDO          - I piselli del capostazione. Il ticchettio petulante del telegrafo si è mescolato alla malinconia di un notturno di Chopin. Il telegrafo, capo.

LINO                          - Vado (E poco dopo) Verecondo.

VERECONDO          - Sì.

LINO                          - (emozionato) Dobbiamo far fermare il direttissimo.

VERECONDO          - (più emozionato di lui) Cosa dice?

LINO                          - Una valanga ha bloccato il passo. Dobbiamo far fermare qui finché la linea non sia sgomberata.

VERECONDO          - Non accadeva più da quattordici anni. Come si fa?

LINO                          - Fra cinque minuti. Il binario! Bisogna indirizzarlo in sosta, sul binario cieco. Presto, Verecondo!

VERECONDO          - Non si impressioni, capo. Lo sa il macchinista, prima di noi, che deve fermare. Ha staccato la lampada dal muro e se ne va di malavoglia.

LINO                          - La bandiera rossa, prendi anche la bandiera rossa.

VERECONDO          - Con piacere. Finalmente potrò sventolare una bandiera rossa senza farmi dare del sovversivo dall’arciprete.

LINO                          - Va, va… Elisa… Elisa… Elisa. Scricchiola l’uscio. Il direttissimo. Capisci? Il direttissimo. Ferma qui.

ELISA                        - Ferma?

LINO                          - Una valanga sulla linea. Dovremo trattenerlo in stazione almeno tutta la notte. Le sue parole si confondono con la campana della banchina che annuncia l’arrivo del treno.

LINO                          - E’ qui. Il mio berretto. Elisa, il mio berretto nuovo. Mentre la donna va a prenderglielo si sente il progressivo e fragoroso rumore del treno che frena, sbuffa e si ferma.

ELISA                        - Ecco il berretto.

LINO                          - Ci sarà certamente qualche personalità che viaggia. Credi che debba salire ad ossequiarla?

ELISA                        - Non lo so, Lino. Io non lo so.

LINO                          - Sui direttissimi, c’è sempre qualche senatore, qualche deputato. Talvolta anche qualche cardinale. Dopotutto, sono, anch’io, un funzionario dello stato.

NONSISACHI          - Ma non fu necessario. Sarebbero scesi loro, i viaggiatori, quelli interessati alla nostra storia. E infatti, si udiva già qualche voce eccitata. Per primo, il commendator Babila finanziere di molte faccende e di moltissimi quattrini. Veniva a fare la sua protesta. Un uomo come lui che ogni minuto della sua giornata valeva un milione, fermato nella propria corsa. Si tirava dietro il ragioniere Eligio, sua personale proprietà: la tetraggine, la stizza d’una lunga miseria e di un maltollerato servilismo. Ma bisogna pur vivere.

BABILA                    - I treni che non funzionano, ecco la democrazia! Ma cosa credono, che la classe dirigente possa buttare il tempo così?

LINO                          - La valanga, signore.

BABILA                    - E per che cosa pago le tasse che pago e sovvenziono il partito che sovvenziono, se, poi, il governo non mi sa difendere nemmeno dalle valanghe? Figurarsi quando si tratterà delle rivoluzioni.

NONSISACHI          - Che discorsi. Allora le valanghe dovrebbero esserci soltanto per i nullatenenti?

BABILA                    - Io devo essere a Roma domattina. Mi aspettano al ministero. Un affare di mezzo miliardo.

NONSISACHI          - Era di più, molto di più. Esagerava in meno. Per le tasse.

BABILA                    - Arrighi!

ELIGIO                      - Sì, commendatore.

BABILA                    - Ci sarà un telefono qui.

ELIGIO                      - Certo, commendatore.

LINO                          - Non c’è telefono, signore.

BABILA                    - Insomma, Arrighi: telefono, telegrafo, ciò che vuole. Tra mezz’ora mi faccia trovare una macchina. Procediamo in automobile.

LINO                          - Impossibile, signore. Qui nessuno ha l’automobile. Bisognerebbe farla venire dal capoluogo e col telegrafo chiuso, a quest’ora, prima di domattina… E poi, la valanga sulla strada.

BABILA                    - Tagliati fuori, insomma. Rassegnarsi a passare la notte in questa baracca.

LINO                          - Non vedo altra soluzione, signore. Il borgo è a sei chilometri. Qui, oppure nello scompartimento.

BABILA                    - Arrighi! Che sta lì a fare, con le mani in mano? Veda di mettersi in comunicazione col mondo.

ELIGIO                      - Commendatore, io non so telegrafare.

BABILA                    - Naturalmente. Cos’è che ha saputo mai fare lei? Una macchina, ho detto, o si ritenga licenziato.

ELIGIO                      - Va bene, commendatore.

LINO                          - Venga. L’aiuterò io. I due derelitti si appartano nello stanzino del telegrafo. E, subito dopo, provocante ma pulita la voce di Trill.

TRILL                        - Spaventa sempre così i suoi dipendenti, lei?

NONSISACHI          - Ecco Trill. Nome di battaglia. Il suo vero nome, sui banchi di scuola, era stato Angiolina. Bella voce per una ragazza di non bei costumi. Com’era accaduto? E chi lo sa?

BABILA                    - Spavento, dice? Lo sa che, bene che vada, si rimarrà bloccati qui tutta la notte?

TRILL                        - Non ho tempo a disposizione, io.

BABILA                    - Lei. Ma io, domattina, devo presiedere il più importante consiglio d’amministrazione dell’annata.

TRILL                        - In treno aveva cominciato a darmi del tu. Consorte in vista?

BABILA                    - (sottovoce) Non vedi che c’è una signora?

TRILL                        - Oh, mi scusi.

ELISA                        - Per carità, signorina…

BABILA                    - (sempre a mezza voce) E poi, piccola, spieghiamoci subito: un conto è a quattr’occhi e un altro…

TRILL                        - (una franca risatina) Superfluo. Una ragazza come me conosce le regole del gioco. Caso del grand’uomo con importanti relazioni sociali.

BABILA                    - Demonio.

TRILL                        - Ecco un’altra parola che sentivo arrivare. Arriva sempre, prima o dopo, con quelli come lei.

ELIGIO                      - (ricomparso) Niente da fare, commendatore.

BABILA                    - Naturalmente! Voglio vedere io.

ELIGIO                      - S’accomodi che le vengo dietro.

TRILL                        - (sola con la moglie del capostazione e senza più nulla di professionale) Scusi, signora, non c’è un bar qui, qualcuno che venda delle sigarette?

ELISA                        - No, signorina.

TRILL                        - Era in treno anche lei?

ELISA                        - No. Io abito qui.

TRILL                        - Non dev’essere allegro. Pazienza, m’è scappata.

ELISA                        - Eh, no, non è allegro (una pausa, una certa riluttanza) Viaggia molto, lei?

TRILL                        - Dipende. Nemmeno la mia vita si può dire allegra.

ELISA                        - Può viaggiare, cambiar paesi, conoscer gente nuova e non è contenta?

TRILL                        - Sapesse che divertimento conoscer, come lei dice, gente nuova!... Lei, forse, pensa che una come me… Ma sì, l’ha già capito, no?... E forse ha ragione. Mah… Si dice così per dire. Quando si parla della vita è un’ abitudine dire che non si è contenti. Pare di buon gusto.

ELISA                        - Crede?

TRILL                        - Non bisogna mica prendere alla lettera le mie parole. Sa, io non penso molto a ciò che dico. E meno ancora a ciò che faccio

ELISA                        - (superando uno sforzo) Viaggia sola?

TRILL                        - Sì, sola. Quasi sola. Vedremo.

ELISA                        - Sono indiscreta.

TRILL                        - Non ci faccia caso. Senza un po’ di indiscrezione non si riuscirebbe mai a parlare con qualcuno.

ELISA                        - Si figuri, poi, comunicare con qualcuno.

TRILL                        - Io non pretendo tanto. (Altro tono) Crede che potrò aspettare qui la riparazione della linea? Fa un tal freddo in quello scompartimento.

ELISA                        - Ma certo. Non sarà molto comodo ma le posso portare una coperta, un cuscino.

TRILL                        - No no. Che dice?

ELISA                        - Come vuole.

BABILA                    - (rientrato) Peggio che fra i selvaggi. Ma domani al ministero mi sentono!

TRILL                        - Chiedo troppo se le scrocco una sigaretta, commendatore.

BABILA                    - (offrendogliela) Al suo servizio, signorina. Lei, Arrighi, avverta, almeno, mia moglie.

ELIGIO                      - Subito, commendatore.

BABILA                    - Lasci stare. Meglio che me ne occupi io. Chissà che scena, quella là, ora. E chissà cosa sarebbe capace di combinare lei. Visto che non c’è rimedio, meglio accamparci qui. Purché dal treno, si potesse fare un cablogramma. Almeno conoscere la chiusura della Borsa.

LINO                          - Provi, ma è difficile.

BABILA                    - Figurarsi se era facile!

ELIGIO                      - S’abbottoni la pelliccia, commendatore. Fuori fa freddo.

BABILA                    - (che s’è avviato, sottovoce a Trill) Mi raccomando, piccola: che non succedano storie con mia moglie.

TRILL                        - (ironica) Conosco il mio mestiere.

ELIGIO                      - (uscito il tiranno, sfoga il proprio risentimento con la violenza del timido) E poi dicono che è stata soppressa la schiavitù. La schiavitù ha soltanto assunto delle forme più raffinate. Io sono ridotto così per settantamila lire al mese. Capiscono? Cinque figli, moglie, e otto ore di schiavitù al giorno al prezzo di liquidazione di settantamila lire. E non ho nemmeno il coraggio di votar rosso.

TRILL                        - Perché?

ELIGIO                      - Mi sputi in faccia: semplicemente per il timore di perdere il posto se lo sapessero.

TRILL                        - Io, per esempio, ho votato per i radicali.

ELIGIO                      - Lei può permetterselo: è una libera professionista.

TRILL                        - Non so nemmeno di che partito si tratti. L’ho fatto perché un giovane intellettuale che mi piaceva non era capace di fare all’amore una volta senza togliersi gli occhiali e parlarmi dei radicali. Si lamentava sempre che erano in pochi.

ELIGIO                      - In tal caso, è una schiava anche lei.

TRILL                        - Può darsi, ma mi faceva tenerezza.

LINO                          - Il ministro mi sentirà, ha detto. Crede che parlasse sul serio? Mica sono colpa mia le valanghe.

ELIGIO                      - Ecco la prova! Visto da cinque minuti e una paura boia in corpo.

LINO                          - Sa, quest’anno, chiederò il trasferimento e…

ELIGIO                      - Ma naturale. E lo teme. Una parola e ti può rovinare. Coi soldi ti tengono, coi soldi! Stia tranquillo, le paghiamo noi anche le valanghe.

NONSISACHI          - Un cigolio dell’uscio, una raffica di vento e le querele sociali tacquero di fronte al discorso della mondanità e dell’arte. Erano entrati la quarantaquattrenne signora Amelia, moglie del commendatore, e l’attore Luciano, bello, da troppo tempo bello, che denunciava ventott’anni e ne aveva trentasette.

AMELIA                    - Quando si dice le combinazioni. Non più tardi di ieri sera, lei mi ha fatto piangere.

LUCIANO                 - Troppo indulgente, signora.

AMELIA                    - Non sia modesto. Gli artisti modesti non mi piacciono. E non mi piacciono perché amo la gente sincera. Basterebbe quel primo piano del suicidio per riscattare tutto il film.

LUCIANO                 - Beh, ad esser giusti “Passione nell’uragano” ha qualche altra scena buona.

AMELIA                    - D’accordo. Ma nessuna paragonabile a quel primo piano. Nel solco delle sue labbra stava raccolto un destino.

LUCIANO                 - M’è venuto così. Istinto.

AMELIA                    - Si capisce. Provi a rifarlo.

LUCIANO                 - (schermendosi, ma è lusingato) Lei mi fa arrossire.

AMELIA                    - Nemmeno per me? La prego.

NONSISACHI          - Lo fa, lo fa. Lo sta facendo.

AMELIA                    - Perfetto. Il disgusto della vita e l’amarezza della morte. Pur così giovane, lei deve aver molto vissuto per essere capace di far quella piega.

LUCIANO                 - Che vuole signora, la vita non è che un susseguirsi di pieghe.

AMELIA                    - Ben detto. E la sequenza, dopo aver salvato lei, quando esce dalla tempesta! Avrà avuto freddo, tutto nudo, con quel vento e la censura.

LUCIANO                 - Era vento riscaldato. Mica voglio rischiare una polmonite.

AMELIA                    - (che ha l’associazione delle idee facile) A proposito, qui c’è una stufa. Siamo ancora fortunati.

ELIGIO                      - Scusi, signora, non ha incontrato il commendatore? È andato a cercarla.

AMELIA                    - Abbiamo fatto quattro passi sulla banchina per sgranchirci un po’. Non m’avrà vista. Vada lei ad avvisarlo, per piacere.

ELIGIO                      - Agli ordini, signora.

AMELIA                    - Confessi che anche l’acqua del mare, dove si getta al principio, era acqua riscaldata.

LUCIANO                 - Sul mio onore, era naturale acqua di mare.

LINO                          - Mi dispiace per te. Questo contrattempo…

ELISA                        - (distaccata) Non preoccuparti. È pur sempre una diversione.

AMELIA                    - E nel prossimo film, quali sorprese ci riserba?

LUCIANO                 - Vorrei una cosa nuova e forse mi deciderò per un soggetto orientale. Un protagonista prima principe e poi bandito.

AMELIA                    - Per amore, immagino.

LUCIANO                 - Naturalmente. Con delle lunghe cavalcate nelle sabbie roventi del deserto. Avrà per titolo: “Il segreto dello sceicco”.

AMELIA                    - La capisco. La malinconia del deserto, le carovane dei cammelli, le danze delle baiadere, le nenie dei beduini…

LUCIANO                 - Sì. Un soggetto molto originale. Ma, ora che ci penso, forse lo sarebbe anche di più facendo viceversa.

AMELIA                    - E cioè? Mio Dio come mi incuriosisce.

LUCIANO                 - Anziché prima principe e poi bandito, prima bandito e poi principe. Non è meglio?

AMELIA                    - Come si fa a dirlo? Basta un’inezia per sciupare l’arte.

LUCIANO                 - A chi lo dice?!

AMELIA                    - In tal caso, però, scusi, forse andrebbe intitolato “Il segreto del bandito”.

LUCIANO                 - E’ vero. Sembrerebbe un western. No no, meglio lasciare: “Il segreto dello sceicco”.

AMELIA                    - Penso anch’io. E’ più poetico.

ELISA                        - (alla quale evidentemente gli sceicchi non sono indifferenti) Perdoni, signorina, quello non è, per caso, il famoso Luciano Colosseo?

TRILL                        - Non lo riconosce? Piuttosto comici quei due, no?...

ELISA                        - Sa, io non ho mai veduto un suo film. Relegati qui, non ci son molte occasioni d’andare al cinematografo. Lo conosco da quel che ne dicono le riviste.

TRILL                        - Bel ragazzo, nevvero?

ELISA                        - E’ vero che una donna si è suicidata per lui?

TRILL                        - Dicono. Col liquigas.

ELISA                        - …E poi, dal fatto, ricavarono un film interpretato da lui stesso?

TRILL                        - Quello che lo rese famoso: “L’anima esausta”.

ELISA                        - E’ dunque vero.

ELIGIO                      - (che, di ritorno, precede di poco il principale, si insinua, sottovoce, nel discorso). Quel bellimbusto là? Per quattro smorfie al buio, quello non si porta a casa meno di duecento milioni all’anno.

NONSISACHI          - Sui treni c’è proprio di tutto. Basta saper scegliere. Quelle che entrano in questo momento, per esempio, sono due monache. Molto giovani, molto timide, molto spaurite. Due suorine di porcellana che avrebbero fatto bella figura sul piano di un vecchio comò.

SUOR GAIA             - Deve essere quello là, il capostazione.

SUOR LIA                 - Quello con l’oro sul berretto.

SUOR GAIA             - Provo a parlargli io?

SUOR LIA                 - Io non ne avrei il coraggio.

SUOR GAIA             - Mi scusi, signore: ci hanno detto che non si può proseguire. Possiamo rimanere qui?

LINO                          - Facciano il loro comodo, sorelle.

SUOR GAIA             - Grazie.

LINO                          - Si figurino.

SUOR GAIA             - Venite, suor Lia, in quell’angolo non disturberemo nessuno.

SUOR LIA                 - Meno male che è quasi al buio.

SUOR GAIA             - Avete paura anche della vostra ombra, suor Lia.

AMELIA                    - Ora che abbiamo fatto conoscenza, conto che sarà dei nostri, quando passa da Milano.

LUCIANO                 - Con piacere, signora.

AMELIA                    - Si troverà a suo agio. Noi riceviamo molti artisti, letterati, critici…

LUCIANO                 - Oh, i critici!...

AMELIA                    - Certo, lei, ormai può infischiarsi dei critici.

LUCIANO                 - Non io, il neoerotismo che io rappresento. Non leggo nemmeno ciò che, quei signori, scrivono di me. Unica norma della mia vita è: sincerità e disinteresse.

AMELIA                    - Giusto. Un artista deve essere fedele a se stesso e basta.

LUCIANO                 - A proposito. Non ha mai pensato, il commendatore suo marito, a fondare una propria casa di produzione per la tutela del vero cinema artistico? Col richiamo che io rappresento c’è da fare milioni a sacchi.

AMELIA                    - Una magnifica idea. Il matrimonio del cinema con l’industria. Voglio parlarne a Babila. Nemmeno a farlo apposta, eccolo qui.

BABILA                    - Di che mi vuoi parlare?

AMELIA                    - Ti dirò. Permette? Mio marito, Luciano Colosseo.

LUCIANO                 - Lieto.

BABILA                    - Mai sentito nominare. Piacere.

AMELIA                    - Ma Babila!... Non ci faccia caso. Come tutti i suoi colleghi, mio marito ha l’hobby dell’ignoranza.

SUOR LIA                 - Credete che ci possiamo azzardare a dire le nostre preghiere qui, suor Gaia?

SUOR GAIA             - Credo di sì, suor Lia. In mezzo a tutta quella gente, nello scompartimento, non mi sarei mai azzardata a tirar fuori il rosario.

SUOR LIA                 - (fra un brandello di preghiera e l’altro) Avete vergogna che vi vedano pregare?

SUOR GAIA             - No no… Mi è capitato così. I nostri rosari sono troppo grandi per viaggio. Attirano subito l’attenzione. Lontane dal convento, ci si sente perse.

SUOR LIA                 - Chiedete perdono al Signore, sorella.

SUOR GAIA             - Credo che sia stato il viaggio, così lungo, e gli occhi della gente addosso. Io non avevo mai viaggiato di notte. Fra un’ora, avremmo potuto essere al convento dal santuario con tutte le altre suore.

SUOR LIA                 - Bisogna aver pazienza.

SUOR GAIA             - Perderemo la cerimonia di domattina in chiesa.

SUOR LIA                 - Preghiamo, suor Gaia. Ed è ciò che fanno.

AMELIA                    - La moglie del capostazione, dice? Che idea vestirsi a quel modo qui dentro.

LUCIANO                 - Però è un abito elegante e le sta bene.

AMELIA                    - Le pare? (maliziosa) Eh, lei, lei… ! Un’occhiata e non c’è donna che si salvi. E dalla parte opposta, il malevolo commenta.

ELIGIO                      - Visto? La moglie del principale che fa la pavona col bello dello schermo. Lui, in treno, con la peripatetica e lei, qui, col divo. La buona società! La classe dirigente!

NONSISACHI          - Ormai, la compagnia era quasi al completo. Non mancavano che altri due dei prescelti. Il primo entra in questo momento: un violino con, dietro, attaccato un uomo; la seconda verrà a momenti: una disperazione con, dietro, una madre a lutto.

CLETO                       - Ma io sono un viaggiatore di terza classe e qui c’è gente con la cravatta e le scarpe lustre.

VERECONDO          - Storie. Gli abusivi sono loro. Più in là di qualche montanaro, questa sala d’aspetto non ha mai visto altri. Veramente, una volta scese un senatore, ma sono ormai passati quanti mai anni. Lei mi è simpatico; con lei si può discorrere. Ci ritiriamo in quell’angolo e facciamo una partita a scopa.

CLETO                       - Quel che mi preme è di far star al caldo il mio violino. Se sto qui lo faccio per lui.

VERECONDO          - Va bene, lo terrà sulle ginocchia. Un momentino che vado a prendere le carte.

ELISA                        - Verecondo, per favore, la stufa. E badi che non faccia fumo.

VERECONDO          - Sarà servita, signora Elisa.

TRILL                        - (anche lei mentre gli passa davanti) Proprio non si possono avere delle sigarette,         - qui?

VERECONDO          - Se gradisce mezzo toscano, lieto di favorirla. Mi dispiace.

BABILA                    - (che ha udito) Posso? Tenga pure il pacchetto. Ne ho un altro ancora da aprire.

TRILL                        - Lei mi confonde, commendatore.

AMELIA                    - (fra seria e faceta) Anche in viaggio, Babila!?

BABILA                    - Le tue solite storie. Ho altro da pensare, stasera.

SUOR LIA                 - Suor Rosaria ha avuto la visione anche la notte passata. Le ha anche parlato. Deve essere bello avere una visione. Ma occorre una vita da santa come Suor Rosaria.

SUOR GAIA             - Io penso che se mi trovassi improvvisamente la Madonna, lì, a portata di mano, ne avrei spavento.

SUOR LIA                 - Che dite mai, suor Lia?

SUOR GAIA             - Capitemi, sorella. Pensate: parlare con la Madonna come noi due, qui: la Madonna.

SUOR LIA                 - Avete ragione.

VERECONDO          - Eccomi di ritorno. La stufa è caricata e se lei non ha sonno possiamo fare la nostra partitina.

CLETO                       - Come vuole. Io non ho abbondanza che di tempo.

VERECONDO          - Come me. Qui, tutto il giorno, per cinque treni che passano e non si fermano. Andava lontano?

CLETO                       - Due stazioni avanti.

VERECONDO          - Al santuario per la festa?

CLETO                       - Che vuole, vivo così, un giorno qua un giorno là, suonando il mio violino. In un posto fisso non son mai riuscito a stare. Ho il fuoco sotto i piedi.

VERECONDO          - Capisco. Signor Lino, se vuole approfittare anche lei… E il ragioniere può fare il quarto.

ELIGIO                      - Ma già, tavola bassa. Il quartetto dei disperati. Vengo.

ELISA                        - Ti metti là, con quelli?

LINO                          - Ti dispiace? Non va bene? Che hai, stasera, Elisa? Perché non ti vuoi coricare?

ELISA                        - Taci, per favore. Lasciami stare.

VERECONDO          - Capo, non aspettiamo che lei.

LINO                          - Eccomi. Improvvisa, tesa e concitata la voce vecchia e dolorosa di una donna.

LA MADRE              - Non così, mio Dio, non così. Bisogna fare qualcosa. Per carità, io non posso fermarmi.

LINO                          - Stanno già lavorando allo sgombero della linea, signora.

LA MADRE              - Mio figlio, domattina, mio figlio, capisce…?

LINO                          - Si calmi, signora. Può accomodarsi qui, alla meglio.

LA MADRE              - Bisogna far presto, più presto.

LINO                          - Purtroppo, prima di otto, dieci ore, non sarà possibile.

LA MADRE              - Ma io devo esser là, a prenderlo, a portarmelo a casa. (E sciogliendosi in pianto) A impedire che me lo seppelliscano lontano. Tranne Trill, che non osa, e le suore, impedite dalla timidezza, le altre donne le si son fatte vicine e tentano di calmarla.

AMELIA                    - Non faccia così, signora. Venga, sieda vicino a noi. Babila, nella mia borsa c’è cognac e sali.

BABILA                    - Cognac e sali! Facciano, piuttosto, funzionare le ferrovie.

LA MADRE              - A casa che lo aspetti con lo struggimento della lontananza. E di colpo il telegramma. Che deve pensare una madre? Ritorna, mi viene a trovare… Un telegramma, nulla, quattro parole. Morto, signori, morto mentre veniva a casa! Dopo anni. Oh, tanti anni. Vissuti e patiti tutti per quel giorno, lui ed io… quel giorno che si sarebbe di nuovo stati insieme.

ELISA                        - Venga con me, salga un momento in casa. Ha bisogno di riposarsi.

LA MADRE              - Per carità, facciano qualche cosa. Che non me lo seppelliscano lontano.

AMELIA                    - Vedrà, si farà il possibile.

LA MADRE              - Ti prepari a spalancar le braccia a un uomo grande che ti par quasi di non conoscere più e ti trovi a dover inseguire una bara e portarti a casa un morto.

ELISA                        - Si faccia animo, signora. Venga.

LA MADRE              - (seguendola) Un figlio va, va. A una madre pare ancora piccolo, incapace di staccarsi dalla sottana, ed è già lontano. T’è cresciuto senza accorgertene. Non è più tuo. Le sue parole son dileguate perdendosi nell’alloggio del capostazione.

AMELIA                    - Povera donna. Meglio, molto meglio non aver figli.

SUOR GAIA             - Avete udito, sorella? Le è morto mentre tornava a casa.

SUOR LIA                 - Forse avremmo dovuto far qualcosa.

SUOR GAIA             - Ci pensavo anch’io mentre si disperava così.

SUOR LIA                 - Fosse stato in convento, si sarebbe saputo subito come comportarsi.

SUOR GAIA             - E’ vero. Qui si prova una gran vergogna anche solo a muoversi.

SUOR LIA                 - Torniamo nello scompartimento, Suor Gaia.

SUOR GAIA             - No no. Ci hanno detto di restar qui. Io non oso. Chissà cosa penserebbero. E poi c’è un buon tepore.

VERECONDO          - E allora, capo?

LINO                          - No, Verecondo, non ho voglia di giocare. VERECONDO  - Non   - si       - degna?

LINO                          - Che dici?

ELIGIO                      - Giochino loro due. Non ci tengo nemmeno io, con la bile che ho addosso. Sto qui a far due chiacchiere col capostazione.

CLETO                       - L’avevo detto: era meglio che non mi muovessi dallo scompartimento. Io sono un cittadino di seconda categoria.

VERECONDO          - Faccia le carte, piuttosto.

ELIGIO                      - Tanto per una curiosità. Qual è il suo stipendio?

LINO                          - Sessantunmila.

ELIGIO                      - Allegro, anche lei.

LINO                          - Poi c’è la tredicesima mensilità, la pensione, gli assegni familiari. Che vuole, io e mia moglie, soli. Il destino non ci ha voluto dar ancora bambini… Qui la vita non costa molto. Ci si aiuta un po’ coll’orto. L’ha veduto, qui dietro?... Non ci si può lamentare.

ELIGIO                      - Non ci si può lamentare, dice? Se parlassi io!... Il problema sociale è tutto da rivoltare. Altroché!

LINO                          - Può darsi. Io non penso a queste cose.

ELIGIO                      - Questo è un tempo fertile di tiranni. I rassegnati come lei e come me, la pigrizia e la vigliaccheria: ecco le loro complici. Tutto da rivoltare, le dico. Una bella rivoluzione ci vuole! Impiccare per sei mesi di fila e gli stipendi aumenterebbero. Automatico. E chi lavora verrebbe rispettato.

AMELIA                    - Un’altra copertina dedicata a lei. E’ un’ossessione, amico mio.

ELIGIO                      - Sentito? Son già amiconi.

LUCIANO                 - “Notte senza aurora”. Il regista non mi ha capito.

AMELIA                    - Babila… Babila.

BABILA                    - Che vuoi? Non vedi che sto prendendo appunti per la seduta di domani?

AMELIA                    - “Notte senza aurora” ricordi?

BABILA                    - Se credi di essere spiritosa!

VERECONDO          - Le carte, il settebello e una scopa. E lei: gli ori e la primiera. Tre a due.

TRILL                        - Disturbo se guardo giocare?

VERECONDO          - Purché non dia consigli.

CLETO                       - Dica un po’ ferroviere, un goccetto ce l’avrebbe?

VERECONDO          - Vedo che comincia a ragionare. Vado e torno.

TRILL                        - (sbadigliando) Oh, che seccatura!...

CLETO                       - Ha premura?

TRILL                        - Io no. Vorrei solo poter essere in un bel letto caldo, soffice…

VERECONDO          - (di ritorno) Magari in compagnia eh, signorina?

TRILL                        - Anzi. Sola. Ficcar la testa sotto le coperte e dormire dieci ore filate. Che vacanza!

VERECONDO          - Grappa di tre anni.

ELIGIO                      - Trovassi almeno il coraggio di chiedergli un aumento. Senza questo contrattempo, avrei approfittato del viaggio per parlarne a sua moglie. È una matta di donna ma ha cuore.

LINO                          - Quest’anno, domanderò anch’io il trasferimento. Lo faccio più che altro per mia moglie. La residenza qui non giova al suo sistema nervoso. Io, invece, in questa pace mi troverei bene.

SUOR GAIA             - Che strana gente. Hanno tutti fretta.

SUOR LIA                 - Bisogna guardarsi dalla curiosità, suor Gaia.

SUOR GAIA             - Avete ragione. Voi, Suor Lia, siete tanto più scrupolosa di me. Io, invece, devo sempre fare un po’ di fatica. Sarà che mi ricordo ancora, ogni tanto, quando si cantava con le altre ragazze, sull’aia.

ELISA                        - Non vuol proprio rimanere in casa a gettarsi sul letto qualche ora?

LA MADRE              - No, no, grazie. E come potrei! Aspetterò qui. Purché si riparta presto.

ELISA                        - Come vuole signora. Si ripari almeno, con questa coperta.

SUOR LIA                 - Potevamo invitarle a sedersi vicino a noi.

SUOR GAIA             - Già. Suor Lia… avete osservato quanto fuma quella ragazza?

SUOR LIA                 - Preghiamo. Non distraiamoci.

SUOR GAIA             - Una volta, prima che entrassi in convento, fecero fumare anche a me, una sigaretta. Fu uno del mio paese. Somigliava a quel giovanotto là vicino alla signora con la pelliccia. Ho anche ballato, qualche volta.

SUOR LIA                 - Suor Gaia!

VERECONDO          - Vuole la rivincita? Facciamo la bella?

CLETO                       - Per quel che mi importa delle rivincite.

TRILL                        - Auff, non passa mai il tempo.

VERECONDO          - L’ultimo goccetto, allora. Nessuno lo direbbe, prima di rompermi la gamba e venir quassù, io ero sergente, in città. Dei pompieri.

CLETO                       - Anch’io, prima di andare per le fiere a suonare, davo lezioni di violino.

TRILL                        - Ed io, cos’ero, io, prima di essere quella che sono? Non me lo ricordo nemmeno più.

VERECONDO          - Presi una medaglia per aver salvato una donna e due bambini dal fuoco, in un colpo solo. Quella era vita!

CLETO                       - Io ho ancora da capire cos’abbia dentro la gente. Lì, in quei rotoli c’è musica scritta da me. E, non faccio per dire, musica vera. Eppure, essi non vogliono sentire altro che i soliti quattro valzer. Non sono mai riuscito a suonarla a qualcuno.

LA MADRE              - (che piange sottovoce) Povero bambino mio, povero bambino mio.

VERECONDO          - Avevamo una divisa blu, coi bottoni d’oro. E, alla domenica, le ragazze, fra un incendio e l’altro, ci aspettavano ai giardini pubblici. ………      -  

SUOR LIA                 - Penso sempre alla visione di suor Rosaria. Era tutta vestita di luce, si sedette vicino al suo letto e le prese la mano.

SUOR GAIA             - Forse, anche noi, suor Lia, un giorno, quando saremo vecchie, potremo avere una visione come suor Rosaria.

AMELIA                    - Di’ un po’, Babila, non s’è più visto quello strano vecchio con la redingotte che stava nello scompartimento vicino al nostro. Per caso, non sarà stato un ministro?

BABILA                    - Escluso. Se fosse un ministro lo conoscerei. E poi, passò quel tempo che i ministri viaggiavano con la redingotte. Sarà stato un accademico o anticaglie simili.

AMELIA                    - In questo caso, lo conoscerei io.

LINO                          - Hai sentito Elisa? Nel treno, forse, c’è un ministro, un senatore… Dovrei salire a rendergli omaggio.

ELISA                        - Perché?

LINO                          - Sono sempre conoscenze utili. Non si sa mai. Una parola, una raccomandazione… Dico per il trasferimento.

ELIGIO                      - Anche ci fosse, a quest’ora dormirà.

LINO                          - Avrei dovuto salire subito.

TRILL                        - (un altro sbadiglio) Ahh… comincia a venirmi sonno.

NONSISACHI          - Ognuno il suo problemino. Era venuto il momento di entrare e di intervenire. Non nego di aver provato una certa emozione nel mettere in moto la prova escogitata. Cominciai così: “Un bell’inconveniente eh, signori. Ma forse non inutile”. Nessuno disse niente. Buon segno. E proseguii: “Provino a dormire. Fin che stanno qui, consumandosi in una noia vana e petulante, continuerà a non accader nulla. Spengo la luce”. E la spensi: “Provino a dormire”. Niente di speciale. Si trattava soltanto di farli sognare. Nei sogni, uno si libera e si confessa. La trappola della vita consiste, in una cristallizzazione della quale nemmeno ci si rende conto. Uno passa tutta l’esistenza col disagio e col malumore di camminare con le scarpe strette senza chiedersi mai se ha infilato nei propri piedi il numero sbagliato che, forse, sarebbe andato bene per un altro. Si fa per dire; è una metafora. Basta un momento, pensarci un momento. Ma chi lo trova quel momento! Costoro, per la prima volta, hanno a disposizione tutta una notte. Perché un treno, il treno della loro vita, si è fermato. Per esempio, quel prepotente si è messo, o si è trovato, negli affari e non pensa altro che ad accumular ricchezze e a godersi le ragazze facili. E magari la sua vocazione era tutt’altra. Chi può dirlo? Lo stesso, sua moglie. Indossare un temperamento mondano e intellettuale da gallina faraona punta da vespe amorose, è un conto; saperlo portare è un altro. E quella sfacciata che non si cura di nascondere la propria professione, non avrebbe potuto fare, e meglio, proprio altro? Pensieri che vengono. Gli uomini possono essere peggio, ma anche meglio di ciò che sembrano o che credono di essere. E vi par natura che la moglie di quel povero Cristo si vesta dalle feste per i treni che passano e non si fermano? Essa, almeno, lo fa capire apertamente, che così com’è, non ci si trova. E magari, lei era fatta proprio, soltanto, per essere la moglie di quel capostazione. Capita anche questo. In confidenza, non mi sentirei di giurare nemmeno su quelle due monachine di porcellana. Un mucchio di vocazioni da verificare, insomma. E l’unica maniera, io credo, è di dar credito alla fantasia. A quest’ora, dovrebbero essersi già addormentati, e, dormendo, ci si stacca da se stessi e da ciò che si è diventati. Ecco: da ciò che si è diventati. Si sogna, se Dio vuole! La verità? Un esame che, però, solo chi non sa rispondere alle domande riesce a superare. Speriamo che qualcosa accada, che vi devo dire? Ma ho parlato già troppo. Devo andare ad aiutarli a sognare. Metto subito le mani avanti. Chissà, anche, se molti di essi “sanno” sognare, o “vorranno” sognare. Lo vedremo subito.

SOGNO DEL COMMENDATOR BABILA E DI SUA MOGLIE AMELIA Guarda, guarda, questi due sognano a colori. Sembra di trovarsi in un quadro dipinto da Rousseau, il doganiere. Un giardinetto rustico, nel verde, davanti a una casetta semplice semplice, e un torrentello che cantarella a lato. La signora Amelia, semplicemente vestita alla campagnola, senza belletto e coi capelli sinceramente grigi, ricama al tombolo. Maniche di camicia e cappellone di paglia, il suo Babila sta reclino sulla riva del torrente, con una lenza in mano e pesca, senza badare al tempo che passa sulla vecchia meridiana.

BABILA                    - Cara, che ora è?

AMELIA                    - Caro, c’è una nuvoletta e impedisce al sole di distendersi sulla meridiana.

BABILA                    - Io dico: sarà verso le cinque.

AMELIA                    - O verso le sei.

BABILA                    - Ad ogni buon conto, sentiremo quando battono le sette al campanile. Pausa, lei ricama, lui pesca. Pescare e non far niente è il meglio vivere del mondo. Non si pensa a nulla, il tempo passa e non si consuma; e viene più presto l’ora di cena e di andare a letto. Però, non capisco come mai oggi i pesci non abboccano. Le altre sere, a quest’ora, avevo già la cesta piena.

AMELIA                    - Pazienza, Babila. Vedrai che abboccheranno anche stasera. Sono un po’ in ritardo, ecco tutto.

BABILA                    - Avranno cambiato orario. Intanto, carico la pipa. Perché lanci continue occhiate oltre la siepe?

AMELIA                    - Contemplo il paesaggio.

BABILA                    - E’ un’idea. Lo voglio contemplare anch’io. “Sempre caro mi fu quest’ermo colle…”.

AMELIA                    - No caro. È meglio che tu non distolga gli occhi dall’acqua.

BABILA                    - Hai ragione. “Chiare fresche e dolci acque…”.

AMELIA                    - Babila.

BABILA                    - Gioia?

AMELIA                    - In attesa che arrivi il pesce, vuoi che facciamo il gioco delle date?

BABILA                    - Se ti fa piacere.

AMELIA                    - Tesoro. Deve far piacere a te.

BABILA                    - Ma poco. Io devo stare attento al pesce.

AMELIA                    - Incomincio?

BABILA                    - Dài.

AMELIA                    - Attento. Venti meno due, più novanta meno otto: è morto un cavaliere dell’umanità.

BABILA                    - Venti meno due…

AMELIA                    - E novanta meno otto. Sforzati, Babila.

BABILA                    - (sforzandosi) Diciotto e ottantadue: 1882.

AMELIA                    - Ebbene? 1882… cavaliere dell’umanità. Da bravo…!

BABILA                    - (vergognoso) Non lo so.

AMELIA                    - Garibaldi, Babila!

BABILA                    - Auff. Lo sai, i conti e la storia non sono il mio forte. A me mi piacciono le poesie.

AMELIA                    - Non ne sai più che il primo verso, amore mio. Senza conti?

BABILA                    - Senza   conti, davvero?

AMELIA                    - Chi morì nel 1405?

BABILA                    - Solo morti vuoi conoscere.

AMELIA                    - Da bravo, non cambiar discorso.

BABILA                    - Come posso sapere chi morì nel 1405? Chissà quanti.

AMELIA                    - Tamerlano, Babila!

BABILA                    - Hai detto niente!... Sei proprio una donna sapiente, tu. Ecco ecco, tira, come tira! Forse, ora, uno ha abboccato.,

AMELIA                    - Non illuderti, caro. Non è ancora tempo. Vedi, la tua lenza è rimasta vedova.

BABILA                    - E’ vero. Anche questo prevedi tu. Ma non mi scoraggio… Amelia…

AMELIA                    - Sì, tesoro. BABILA  - Chi    - era   - Tamerlano?

AMELIA                    - (con semplicità) Non lo so, amor mio. È una data che mi è rimasta in testa dal collegio: 1405, morte di Tamerlano.

BABILA                    - E basta?

AMELIA                    - E basta.

BABILA                    - Tamerlano. È un bel nome. Da persona perbene.

NONSISACHI          - (tra sé) Che fatica aggirarsi nei sogni degli altri. Ma lo dovevo fare. Pss… pss…

AMELIA                    - (sottovoce) Finalmente. È in ritardo, stasera.

NONSISACHI          - In compenso, però, è tutto pesce fresco e il secchio è pieno.

AMELIA                    - Meno male.

BABILA                    - Stai parlando con qualcuno, Amelia?

AMELIA                    - No, caro, conto i punti sul tombolo.

NONSISACHI          - Ve lo metto qui?

AMELIA                    - Sì, qui dietro che lui non lo veda.

NONSISACHI          - Li getto nell’acqua io o li gettate voi?

AMELIA                    - Li getto io, grazie.

BABILA                    - Chi sarà stato Tamerlano?...

NONSISACHI          - Allora, buonasera.

AMELIA                    - Mi raccomando: domani, puntuale.

NONSISACHI          - Farò il possibile.

AMELIA                    - Cominciamo dai più piccoli, così ne avrà più gusto. Evidente che lancia una manciata di pesce nel torrente. Lo si sente dal ciangottio dell’acqua. Appena terminato questo pizzo, incomincerò una bella maglia di lana per te. Con le maniche lunghe. Il mio Babila deve star caldo, quest’inverno. Abboccano, caro?

BABILA                    - Macché. I pesci non mi vogliono più bene.

AMELIA                    - Su, su, non farti venir la malinconia. Vedrai che è prossimo il momento buono. Ecco, ora dovrebbero passare sotto la tua lenza.

BABILA                    - (gioioso) Sì, Amelia, sì… abbocca.

AMELIA                    - Che ti dicevo? Mai abbattersi.

BABILA                    - Guarda, guarda che bel pesce.

AMELIA                    - E’ proprio bello. E fresco, per giunta.

BABILA                    - Sfido. Appena pescato. Speriamo che ne vengano degli altri.

AMELIA                    - Verranno, Babila. E più grossi, anche. Voltati e rimetti in acqua la lenza. Clac, ne ha gettato un altro nel torrente.

BABILA                    - Che serenità la vita qui. Tu ricami, io pesco. Peccato che non mi venga in mente Virgili.

NONSISACHI          - Probabilmente non è educato invadere i sogni altrui, ma la verità prima di tutto. Lungo il viottolo viene avanti Verecondo ringiovanito e pieno di sussiego, con una bella divisa da pompiere, blu, e una medaglia in petto. E non darà il solo.

VERECONDO          - Posso?

NONSISACHI          - S’accomodi.

VERECONDO          - Buona la pesca, signor Babila?

BABILA                    - Non mi lamento.

AMELIA                    - Chi si vede, il nostro buon Verecondo. Buonasera, Verecondo.

VERECONDO          - Buonasera a lei, signora.

BABILA                    - Fagli, fagli vedere il pesce, Amelia.

VERECONDO          - Complimenti!

BABILA                    - Sono un bravo pescatore? Dica, dica, Verecondo.

VERECONDO          - Davvero, un pescatore eccezionale, signor Babila.

BABILA                    - Grazie. Ma anche lei è un bravo pompiere. Ciò che è giusto è giusto.

AMELIA                    - Che bella divisa ha.

VERECONDO          - Quella vecchia faceva sfigurare i nuovi gradi. A gradi nuovi, nuova divisa.

BABILA                    - Un altro. Guardi, Verecondo, guardi. Sempre più grossi.

VERECONDO          - Magnifico. Ma stavo dicendo…

AMELIA                    - Vedrai il prossimo.

VERECONDO          - Stavo dicendo…

BABILA                    - Dica, dica pure Verecondo.

VERECONDO          - Che mi hanno promosso sergente.

AMELIA                    - Congratulazioni!

VERECONDO          - (commosso) Grazie, signora.

BABILA                    - E porta sempre la vecchia medaglia. Bravo il nostro Verecondo.

VERECONDO          - Una medaglia meritata, signor Babila. Due bambini e una donna e il tetto crollato.

BABILA                    - (tagliando corto) Bene bene. Voglio ascoltare con comodo la storia della medaglia.

VERECONDO          - Non chiedo di meglio. Dunque…

BABILA                    - Facciamo una cosa. Venga a cena da noi, stasera o un’altra. Così, festeggeremo la sua promozione e ci racconterà la famosa storia della medaglia.

AMELIA                    - Ma sì, l’aspettiamo, Verecondo.

VERECONDO          - (dolente) Desolato, ma non posso. Debbo andare a caccia di incendi.

AMELIA                    - Peccato.

BABILA                    - Funzionario esemplare.

VERECONDO          - Cosa vogliono, gli incendi hanno abitudini notturne e scoppiano in un momento. Se non si cerca di essere lì vicini, è finita.

BABILA                    - Vada, vada. Non perda tempo, Verecondo.

AMELIA                    - Sarà per un’altra volta, ci contiamo.

VERECONDO          - Ci conto anch’io. Buonanotte.

AMELIA E BABILA            - Buonanotte.

VERECONDO          - Allora vado, proprio… Però mi dispiace che non sentano la storia della medaglia. Va in cerca di incendi, e meno male che allunga l’orecchio in tempo per udire ciò che dicono di lui e allontanarsi consolato.

AMELIA                    - Quel Verecondo è proprio un valoroso pompiere.

BABILA                    - Con lui, il paese è sicuro e tutti riposano tranquilli.

AMELIA                    - Aspetti dell’altro pesce, Babila? Clac, essa rovescia il resto del secchio in acqua e lo fa contento. Oplà! Due in una volta. Belli. Acque miracolose. Sai, Amelia, penso che dovremmo piantare una magnolia.

AMELIA                    - Mi pare una buona idea.

BABILA                    - Le magnolie sono piante serie, pulite e gentili, con dei fiori robusti e pieni di pudore.

AMELIA                    - Babila, il mio poeta! Sì. Pianteremo una magnolia.

BABILA                    - E la chiameremo Amelia.

AMELIA                    - E poi, ci staremo sotto, a goderci l’ombra e il buon odore.

BABILA                    - La pianteremo presso la riva, così profumerà l’acqua ai pesci.

AMELIA                    - Vivere con te è come vivere con la musica nel cuore. A proposito, chi si vede: Cleto e il suo violino. Ci suona qualcosa, Cleto?

CLETO                       - Avrei, giusto, una canzone nuova che ho composta stamattina. Proprio bella, non faccio per dire.

BABILA                    - Per piacere, niente novità. Col vecchio si va sul sicuro.

CLETO                       - Ma è una melodia meravigliosa.

BABILA                    - Le crediamo sulla parola. Ma è nuova e uno che deve star attento a pescare ha bisogno di cose conosciute per non distrarsi. Abbia pazienza, sono conservatore.

CLETO                       - Non è mica difficile, sa, anzi facilissima.

AMELIA                    - Suvvia, Cleto, sia gentile: ci faccia ascoltare la solita mazurca che ci piace tanto.

CLETO                       - E va bene. Come vogliono. Pazienza.

NONSISACHI          - Cleto attacca la mazurca “Stefania”, Babila pesca, Amelia ricama, il pompiere veglia sulla loro sicurezza e il sole tramonta.

SOGNO DELLA MOGLIE DEL CAPOSTAZIONE LINO Nel più tragico contrasto di bianco e nero, naturalmente. L’Elisa giace, in desolato pianto, al centro di una camera che è una camera ma anche una prigione. Ci son grandi muri lisci e bui e, in fondo, un balcone con un’inferriata. È notte e la luna si spreca senza escludere clamorosi fulmini a ciel sereno. Son dieci minuti che vado avanti e indietro oltre l’inferriata ed ascolto gemiti, sospiri e notturni di Chopin. Perché piangete, bella signora?

ELISA                        - Piango perché sono prigioniera.

NONSISACHI          - Capisco. Scusate la mia indiscrezione: e perché siete prigioniera? Avete commesso qualche reato?

ELISA                        - Nulla. La vita mi è nemica.

NONSISACHI          - V’hanno rinchiuso qui perché la vita vi è nemica?

ELISA                        - Sì. Perché la vita mi è nemica.

NONSISACHI          - (comprensivo) Anche il codice racchiude i suoi misteri. Non fate complimenti, signora. Se posso far qualcosa per voi, parlate.

ELISA                        - Nessuno può far qualcosa per me. Le ho detto che sono prigioniera.

NONSISACHI          - Va bene ma si può cercare.

ELISA                        - Evadere, evadere!

NONSISACHI          - Ah, vorreste fuggire.

ELISA                        - Evadere!

NONSISACHI          - Già, già… (un po’ più tardi, come se ritornasse indietro dopo aver rinunciato all’impresa) Signora… signora, sentite. Io posso aiutarvi a fuggire.

ELISA                        - Non può far nulla, ho detto. Ho bisogno di evadere, capisce? Può farmi evadere?

NONSISACHI          - Io posso solo farvi fuggire.

ELISA                        - Vede?... Vada, vada. E grazie ugualmente.

NONSISACHI          - Son proprio spiacente. (Senza darsi per vinto) Se vi bastasse fuggire… E’ una cosa da niente. Guardate, ho la chiave (e gliela fa sentire).

ELISA                        - Non insista. Sono prigioniera e non devo distrarmi dal mio pianto.

NONSISACHI          - Piangete piangete pure con comodo, poverina. Peccato… Si capisce che è scomparso molto rattristato. Il pianto della derelitta va su di tono. Poi si sentono i suoi passi, su e giù su e giù; ed anche i pugni che battono contro le muraglie nude e nemiche.

ELISA                        - Pietra…! Pietra!... Fa gesti da disperata e crolla nuovamente. Ora, si ode, da molto lontano, il suono di un corno da caccia, mischiato al rumor di zoccoli di un destriero al galoppo.

NONSISACHI          -  - Siete arrivato, attore Luciano. Ecco, scendete qui e mettetevi dietro all’inferriata, bene illuminato dalla luna. Questo vestito da principe dell’oriente, col turbante e tutto, vi sta a meraviglia. Tocca a voi. Attento alle papere e meno punti esclamativi che sia possibile. Io vigilo.

IL PRINCIPE SAHIB (cioè Luciano Colosseo, mascherato tale) Elisa… (dolcissimo e sospiroso)… Elisa… amor mio.

ELISA                        - Chi siete, signore? IL PRINCIPE Son io. Guardami, riconosci la mia voce. Sono il desiderio della tua attesa, colui che è nato dal tuo sogno.

ELISA                        - Non tormentatemi, principe. Io non sono che una povera prigioniera in lagrime.

IL PRINCIPE            - Volgiti, dolce anima. Vieni fra le mie braccia, pallido amor mio. Evidentemente si stanno abbracciando attraverso le sbarre del balcone.

ELISA                        - (inondata di felicità) Chi sei? Dimmi il tuo nome, dimmi il tuo nome e all’alba morirò. IL PRINCIPE Son colui che attendevi: la vita, la libertà, l’amore.

ELISA                        - Il tuo nome…

IL PRINCIPE            - … Sono il calore del tuo cuore, il palpito del tuo seno, la luce delle tue pupille, il segreto del tuo desiderio; il pensiero proibito che trattiene la mente alle soglie del sonno. Mi conosci. Mi conosci.

ELISA                        - Sei giunto!

IL PRINCIPE            - Vengo dai confini della terra. Per te, uccisi chi mi ritardava il cammino, perché la tua voce mi invocava nell’onda del mare che scivola sulla sabbia, lo stormire delle foglie mi portava i tuoi singhiozzi, il crepuscolo che cade sull’anima stanca, come dolce agonia, era pieno della tua tristezza.

ELISA                        - Parla, parla, Sahib!

IL PRINCIPE            - Ho insegnato il tuo nome ai flutti dell’oceano, agli uccelli dell’aria, alle fiere del deserto, alle fiamme del tramonto. Tutto il creato si rimanda l’eco del tuo nome: Elisa.

NONSISACHI          - (tra sé) Che bravo!

ELISA                        - Finalmente. Ti riconosco. Sei tu che ho sempre atteso. Sei venuto ed io sono prigioniera, sei venuto e queste sbarre ci separano. Sei venuto e non posso seguirti.

IL PRINCIPE            - Sotto l’urto delle mie braccia, le sbarre cadranno come fuscelli sradicati dall’uragano. Nulla può resistere alla furia del mio amore. Per te, queste braccia hanno strozzato le belve delle dune e i serpenti delle foreste.

NONSISACHI          - Si comincia ad andare per le lunghe. È quindi giustificato che gli dia un colpetto sulla spalla. Giovine tenore, stringete un po’. Vi possono scoprire, qui appeso a fare la vostra romanza. Prendete, questa è la chiave. Entrate e fate presto.

IL PRINCIPE            - (testardo) Le sbarre dovranno cadere solo per la forza delle mie braccia.

ELISA                        - Sì, sì, delle tue braccia soltanto.

NONSISACHI          - Adesso non esagerate. La chiave e spicciatevi. Deve essersi deciso a prenderla perché si sente la serratura stridere e cigolare i cardini.

ELISA                        - Amore!

IL PRINCIPE            - Amore!

ELISA                        - Libera, libera! Ora m’è concesso evadere, percorrere, al tuo fianco, l’universo.

IL PRINCIPE            - (naturalmente ai suoi piedi, sennò come fa a dirlo?) Mia sovrana!

ELISA                        - Non così. Alzati, mio signore.

IL PRINCIPE            - E invece sì, ai tuoi piedi e col capo sulle tue ginocchia, dopo tanto pianto. Oh casto fiore, vorrei essere la stuoia su cui tu premi i passi, l’acqua che ti disseta, il pane che ti nutre, il dolore che ti ha portata a me.

ELISA                        - (carezzandolo in fronte) Tutta la mia vita per quest’attimo. Rasserena la tua fronte ardente. Spiana queste rughe di tempesta.

IL PRINCIPE            - Non cancellarle, mia vita. Esse sono il tuo nome impresso nella mia carne. Al di là del balcone, il loro mentore avrebbe tutte le ragioni di guardare l’orologio e scuotere il capo. Ma tanto già essi non gli presterebbero attenzione.

ELISA                        - (dalla fronte alle chiome il tratto è breve) Dolci capelli, odorosi di libertà. Il vento te li ha arruffati, la polvere te li ha inariditi, il sole te li ha bruciati.

IL PRINCIPE            - Per correre incontro a te.

ELISA                        - Le mie dita siano il loto pettine, il mio alito il loro profumo.

IL PRINCIPE            - Allaccerò i tuoi sandali, aspergerò di mirra il tuo corpo stanco d’amore quando l’invidiosa aurora verrà a svegliarti, al mio fianco, nella tenda nuziale.

NONSISACHI          - Lesti, lesti, signori. Capisco di disturbare un bel duetto romantico, ma vi ricordo che dovete fuggire, cioè evadere.

ELISA                        - Sì, sì, lungi da questo carcere.

IL PRINCIPE            - Il mio cavallo è veloce…

NONSISACHI          - Tagliate, tagliate.

IL PRINCIPE            - (e, per lui, l’attore Luciano) Nemmeno per sogno; è l’unica tirata che ho. Il mio cavallo è veloce e non conosce stanchezza. Sulla sua sella, attraverseremo città, regni e continenti. Sui miei velieri fioriti travalicheremo gli oceani. Il mio impero è ai confini del mondo. Là ci aspetta un’eterna primavera. E tu ne sarai regina. Questa gemma, che rubai per te, era l’occhio di un Dio. Con l’anello che la imprigiona, io t’incateno al mio cuore e ti eleggo mia sposa e mia signora. Questo mantello, rutilante di pietre preziose, coperse, per secoli, le spalle di giada di una fredda Dea della mia terra. Coprirà i tuoi omeri tiepidi e bianchi. E, per te, tutte le gemme delle mie montagne, le perle del mio mare, i muschi e le ambre delle mie foreste, che son nulla a paragone dell’amor mio.

ELISA                        - Un bacio, un bacio ancora.

IL PRINCIPE            - Fuggiamo, dunque, odo già cantare l’allodola, nunzia dell’alba.

ELISA                        - E’ l’usignolo, amor mio, signore della notte. Stringimi ancora. Plagiari!

IL PRINCIPE            - E’ l’allodola ti dico. Odi, già scalpita il cavallo alla prima luce.

ELISA                        - Eccomi, son tua. (E, subito, arretrando sgomenta ad una vista che la paralizza) Ma chi è quell’uomo? Chi vuole che sia? Suo marito, il capostazione. Che vuole quell’estraneo che ci separa? Via… via… !

LINO                          - (capitato lì non si sa come) Sai, Elisa…

ELISA                        - No, no… Esci dal mio sogno… Lasciami andare.

IL PRINCIPE            - Vieni. È l’alba. Non m’è dato trattenermi oltre la notte. Crescente concerto di corni lontani e folgori vicine.

ELISA                        - Non posso. Son prigioniera. Perdonami.

IL PRINCIPE            - M’inseguono. È tardi.

ELISA                        - Addio… Tutto è finito nelle parole. Ma son belle anche le parole. Addio.

IL PRINCIPE            - Addio, anima mia.

ELISA                        - Addio amore.

IL PRINCIPE            - Morte, eccomi a te! Probabilmente s’è gettato dalla torre, ma può aver anche detto così per dire.

ELISA                        - Tu… tu… Perché?... Che vuoi? Ecco, mi levo il mantello, getto via l’anello… Ecco… più nulla.

LINO                          - (semplice e naturale) Sai… finalmente una buona notizia, Elisa. Non indovini? Ho ottenuto il trasferimento.

ELISA                        - Più nulla. Per sempre… Dilegua il sogno precipitando in sonore lontananze fra richiami di corni, zoccolii di cavalli e scoppi di tempesta.

SOGNO DEL RAGIONIERE ELIGIO In noce massiccio, mogano e ferro battuto, trattandosi dell’ufficio personale del commendator Babila. Il ticchettio della macchina da scrivere vuol dire che è presente Trill, per l’occasione in veste di segretaria privata a tutti gli effetti. Una porta che sbatte villanamente, ma questa volta non è stato il commendatore.

TRILL                        - A quest’ora viene in ufficio, ragioniere?

ELIGIO                      - Ha ragione, forse è ancora presto.

TRILL                        - Ma sono già le nove e mezzo.

ELIGIO                      - Nove e quaranta, segretaria Trill. Quell’orologio ritarda.

TRILL                        - E’ la prima volta che si azzarda a fare una cosa simile.

ELIGIO                      - Sapesse il piacere di fare una cosa per la prima volta. È come il primo bacio, il primo figlio, il primo sogno. Dopo non è più lo stesso. Mi scusi tanto se tengo il cappello. Faccio questa cosa per la prima volta e ci tengo a farla completa.

TRILL                        - Faccia come crede, ragioniere.

ELIGIO                      - Se ne ha a male?

TRILL                        - Di che?

ELIGIO                      - Se tengo il cappello in testa?

TRILL                        - Per     - me… - Cosa  - dice?

ELIGIO                      - Nemmeno un pochino? Perché, se se ne ha a male, piuttosto me lo tolgo. Ma ci terrei a tenerlo. È per lo stile. Cappello in testa e sigaro in bocca. Povera martire!

TRILL                        - Di chI parla, ragioniere?

ELIGIO                      - Di lei.

TRILL                        - Di me?

ELIGIO                      - Povera martire della piovra capitalistica.

TRILL                        - Oggi, ragioniere Eligio, lei non è più lei.

ELIGIO                      - Ah ah! Vittima diurna e schiava notturna.

TRILL                        - Perché dice queste brutte cose? Mi fa arrossire.

ELIGIO                      - Lei non ne ha colpa. Lei è una martire dell’ingiustizia sociale. Come me.

TRILL                        - Non mi faccia vergognare. Sono una povera ragazza sola. Nessuno m’ha mai detto ciò che è bene e ciò che è male. E mi piacciono le belle calze di seta, le grandi borsette morbide, la biancheria di pizzo e i cioccolatini al liquore. Vede, mi viene da piangere.

ELIGIO                      - Alta la fronte! Più grande è il sacrificio, maggiore è il merito.

TRILL                        - Cambiamo discorso, per piacere.

ELIGIO                      - Il tiranno si fa spettare.

TRILL                        - Santo cielo! A proposito, lei deve ancora darmi da copiare il verbale della seduta di ieri.

ELIGIO                      - Non ci penso nemmeno.

TRILL                        - La licenzierà!

ELIGIO                      - Tutto calcolato. Stamattina, assisterà a cose grandi, segretaria, dattilografa Trill.

TRILL                        - Non ne dubito ragioniere. Ma temo che lei non stia bene.

ELIGIO                      - Un leone sano non starebbe meglio. E qui una sghignazzata disdicevole.

NONSISACHI          - Ancora qualche minuto di pazienza, ragioniere Eligio. Almeno cerchi di compensare la banalità del suo sogno non perdendo lo stile.

ELIGIO                      - Grazie. Ma si decide a venire?

NONSISACHI          - Va a poco. Il commendatore è in arrivo.

ELIGIO                      - Bene, gli dica di far presto.

NONSISACHI          - Provvedo immediatamente. Si presume che ritiri la testa dall’uscio dove l’aveva infilata per ammonirlo.

TRILL                        - Ho una gran paura per lei, ragioniere.

ELIGIO                      - Sul mio orologio è già battuta l’ora che nessuno deve aver più paura.

NONSISACHI          - (ricomparendo trafelato e ritirandosi dopo aver detto) Già fatto. Il commendatore sta scendendo dall’automobile.

ELIGIO                      - Io vado nel mio ufficio e l’attendo a piè fermo. Stia attenta e vedrà. Passi che vanno, passi che vengono.

TRILL                        - Buon giorno, commendatore.

BABILA                    - (due volte commendatore, nella presente occasione) Pucci!” Pucci!

TRILL                        - Ahi!

BABILA                    - Un pizzicottino, gioia. Imbronciata? Niente broncio. Stasera il tuo Babilone è tutto per te. Dimmi Bibi e facciamo la pace.

TRILL                        - Oggi non ho voglia di dirle Bibi.

BABILA                    - Dimmi Bibi, subito.

TRILL                        - E’ inutile, non glielo dico.

BABILA                    - Dimmi Bibi e ti regalo sei paia di calze.

TRILL                        - Non le dico Bibi nemmeno se muore.

BABILA                    - (imperturbabile) Dimmi Bibi sennò ti licenzio.

TRILL                        - (di malumore) Bibi.

BABILA                    - Dillo meglio.

TRILL                        - Dopo, la finisce?

BABILA                    - Dopo, la finisco.

TRILL                        - Bibi… Di seta le calze, per piacere. Che non siano il solito nylon.

BABILA                    - Ora la posta (suona il campanello). Quello di incontrarmi con la faccia del segretario è il peggior momento della giornata. Ma che fa, quel morto di fame? Torna a suonare un altro paio di volte e passa un bel po’ prima che lui si faccia vivo. Dico, non ha udito il campanello?

ELIGIO                      - Altro! Se son qui vuol dire che l’ho udito.

BABILA                    - Ho suonato tre volte.

ELIGIO                      - Può darsi.

BABILA                    - Come?

ELIGIO                      - Dico che due sono superflue. Sempre sprechi. Bastava la terza.

BABILA                    - Allora? Questa posta?

ELIGIO                      - Ecco la cartella.

BABILA                    - Vuota? Che significa?

ELIGIO                      - Vuota.

BABILA                    - Niente    - posta?

ELIGIO                      - Stamattina, niente posta. Si sorprende perché una mattina non riceve posta. Io sto anche dei mesi senza riceverne. L’ultima lettera che mi arrivò fu in gennaio e magari non fosse arrivata: era un conto del droghiere.

BABILA                    - (la cui pressione sanguigna aumenta vertiginosamente) Io mi domando se sono in ufficio o se sto sognando.

ELIGIO                      - E’ in ufficio, stia tranquillo. Caso mai, colui che sta sognando sono io.

BABILA                    - Sicché, stamattina non c’erano lettere per me.

ELIGIO                      - Un pacco così, ce n’era. O non conosce nemmeno più la coniugazione dei verbi. Tempo passato. Ora non c’è più.

BABILA                    - (mezzo soffocato) Non c’è più?

ELIGIO                      - La pressione sta andando su eh?!... Nossignore. L’ho tutta gettata dalla finestra, io, personalmente. Anche i vaglia, anche gli assegni. Se ce la fa ad affacciarsi, può contemplare le sue lettere in mezzo alla strada. Una nevicata. Bella! una s’è impigliata nei fili del tranvai. Pare un piccione. Diciamo, un piccione viaggiatore.

BABILA                    - (annaspando) Insomma!...

ELIGIO                      - Dica, dica, avanti. Ma dalla strozza del tiranno non escono che gemiti e farfuglii.

ELIGIO                      - Oh Dio… Non riesce più a parlare.

TRILL                        - Commendatore, guardi in alto, commendatore, l’uccellino.

ELIGIO                      - Bisogna che parli. Fin che non mi dice di licenziarmi, non posso fargli la sorpresa. La battuta del licenziamento è la chiave di volta di tutta la scena.

BABILA                    - (riprendendosi) Ah sì? Se non vuole altro…! Da questo momento, si ritenga…

ELIGIO                      - (trionfante) Alt. Benissimo, grazie. A questo punto, le notifico semplicemente di aver vinto la lotteria nazionale. Prove alla mano: ecco la cartella. Cento milioni. Netti di tasse, imposte e ricchezza mobile. Cento milioni: la libertà. Mi licenzi, ora. Finisca la frase. Dica, dica, su… Avanti, mi mandi via. Oh Dio, che non voglia darmi questa soddisfazione?... Mi licenzi. La scongiuro, commendatore… Le chiedo scusa… ma non mi tenga così. Mi faccia sentire l’effetto di quella tremenda parola il cui solo pensiero mi terrorizzò tutta la vita. Commendatore, insomma! Sia buono. Non le chiedo un aumento; le chiedo di licenziarmi. Ne ho diritto!

BABILA                    - Ricorra ai sindacati. E lei, signorina, telefoni al manicomio. Che vengano a prendere questo squallido pazzo e lo curino prima di restituirmelo.

ELIGIO                      - Ebbene, le dirò qualcosa io, allora. Lei è un imbecille, un porco, un cornuto e morirà d’infarto. Gliel’ha scritto in faccia. Va bene? E tu con me. Cambio di proprietario. Calze di Nylon!... Ti bastano tre pellicce per finire l’inverno? Bene. Ne avrai sei. Visoni, ermellino e cincillà (sottovoce, nell’uscire). Però, mi chiamerai Lele. Vero, che mi chiamerai Lele?...

NONSISACHI          - Peccato, avete perduto lo stile, ragioniere Eligio.

BABILA                    - Avanti gli infermieri! Poi, rumore ossessivo d’autoambulanza.

SOGNO DI SUOR GAIA Tutto in giallo, in mezzo ai girasoli all’angolo d’un’aia. Suor Gaia, che non è suor Gaia, bensì una prosperosa contadina, siede nello spazio d’ombra, al limitare del gran sole. Un bimbo, mezzo nudo, le razzola ai piedi, un altro, poppante, le sta attaccato al seno.

SUOR GAIA             - Ninna nanna, bel bambino Bel bambino della mamma Ninna nanna… Ninna nanna… Rumor di passi marziali e tintinnio di medaglie: Verecondo in vista.

VERECONDO          - Giorno, Gaia!

SUOR GAIA             - Riverito, sergente.

VERECONDO          - Quel birbante le succhia la vita.

SUOR GAIA             - (dietro al suono d’un’affettuosa sculacciata) Non ne ha mai abbastanza; è un bambino proprio ghiotto.

VERECONDO          - E lei lo vizia.

SUOR GAIA             - Il fatto è che è assai forte ed ha bisogno di latte più degli altri. È un bel bambino, sa.

VERECONDO          - Coi suoi occhi, per forza è un bel bambino.

SUOR GAIA             - (ridendo) Mi fa diventar rossa, sergente.

VERECONDO          - Se non si approfitta per farle un complimento quando non c’è suo marito… Mi sa che, voi due, vi distruggete d’amore.

SUOR GAIA             - Vede, signor sergente, noi siamo contadini; e per la povera gente, come noi, non c’è altro. I signori, in città, hanno tante cose: cinematografo, televisione, conversazioni, caffè…; noi, soltanto questo. Quando viene sera, che vuol fare? Si va a letto presto per risparmiare la luce.

VERECONDO          - Quando è benedetto da Dio, è sempre ben fatto. Pur di non esagerare. Cala il sole e voi vi volete bene. Mica come me che, alla sera, comincia il mio lavoro.

SUOR GAIA             - Sarà per questo, sergente, che lei non ha bambini.

VERECONDO          - E’ stata proprio questa responsabilità notturna a impedirmi di pensare a prender moglie. Non è buon marito chi lascia la sua donna sola nel letto.

SUOR GAIA             - Però, lei ha la soddisfazione di essere un graduato con la medaglia.

VERECONDO          - E’ vero, la soddisfazione ce l’ho.

SUOR GAIA             - (riprende a cullare il piccino) Ninna nanna, bel bambino bel bambino della mamma Ninna nanna… Ninna nanna…

VERECONDO          - E tu che combini con quei sassi? Vieni qui, iradiddio.

IL BIMBO                 - Vuoi una mela, signor sergente?

VERECONDO          - Dimmi su: cosa farai da grande?

IL BIMBO                 - Il pompiere, signor sergente.

VERECONDO          - (tutto contento) Davvero? Vuoi proprio fare il pompiere?

SUOR GAIA             - Quello lì, la sua bella divisa gli dà alla testa. Non fa che dire di voler fare il pompiere.

VERECONDO          - Sei proprio un bambino intelligente e coraggioso, bambino. Ti piace la mia medaglia che la tocchi?

SUOR GAIA             - Giù le mani, sfacciato.

VERECONDO          - Fa, anzi, piacere. Toccala, toccala pure.

IL BIMBO                 - Me la dai da giocare, signor sergente?

VERECONDO          - Come si fa? Non si può mica scherzare con le medaglie. Quando sarai grande e farai il pompiere, forse te ne guadagnerai una anche tu. Piuttosto, ti racconterò una bella storia. Ti racconterò la storia di questa medaglia. Qui, sulle ginocchia. Dunque, c’era una volta…

SUOR GAIA             - Per amor del Cielo, sergente, il bambino è tutto sporco. Le insudicerà la divisa. Lo metta giù. Il sergente ti racconterà la storia della medaglia quando sarai pulito.

VERECONDO          - Quanta severità, quanta severità…!

SUOR GAIA             - Se almeno, così, imparasse ad imbrattarsi un po’ meno. Ma temo che ne passerà del tempo prima che lei possa raccontargli la storia della medaglia.

VERECONDO          - Peccato. Si tratta di una di quelle storie utili all’educazione dell’infanzia. Tesoro!... Guardi, ha messo il broncio. Vogliamo passarci sopra per questa volta?

SUOR GAIA             - Si vede che lei non ha bambini, sergente. Bisogna che impari.

VERECONDO          - Oggi avevo un po’ di tempo libero. Chissà quando si ripresenterà l’occasione. Beh, aspetteremo. Ciao nè, collega. Coro campagnolo che, s’avvicina.

SUOR GAIA             - Poldo torna dai campi.

VERECONDO          - Avete capito, voi due: cercate di non consumarvi.

SUOR GAIA             - Staremo attenti, sergente.

VERECONDO          - E tu cerca di farti trovare pulito. Tornerò presto. Scocca un bacio sulla guancia del bambino e basta Verecondo.

POLDO                      - (di lontano) Gaia!...

SUOR GAIA             - Poldo!... Su, pulisciti le mani se no il papà ti picchia.

IL BIMBO                 - (evidentemente correndo incontro al padre: un bifolco alto così che sembra una statua. Bronzo fatto carne. Si tratta naturalmente, sempre dell’attore Luciano) Papà, la mamma vuol picchiarmi.

SUOR GAIA             - Bugiardo! Per carità, Poldo, non buttar così in alto il bambino. Mi fai svenire.

IL BIMBO                 - Vedi che non m’ha picchiato.

SUOR GAIA             - Avete finito di arare il campo in fondo?

POLDO                      - Finito. Domani, se è bello, semineremo.

SUOR GAIA             - Fa piano, questo qui. Me lo sveglierai. S’è appena addormentato.

POLDO                      - Il gigante! Col latte che gli cola dalle labbra.

SUOR GAIA             - Questo è il tuo ritratto. Ha i tuoi muscoli ed anche la tua prepotenza.

POLDO                      - Lamentati, che un marito come me non lo trovi in tutto, il comune. Cristo! non c’era ragazza, per venti chilometri intorno, che se avessi voluto…

SUOR GAIA             - (lieta, lieta) E sei toccato a me.

POLDO                      - Sicuro. E son toccato a te. Negalo che, con me, è come se tu avessi, a dir poco tre mariti. (Lirico) Nemmeno col tesoro del re d’Inghilterra cambierei quello che custodisco nei pantaloni miei.

SUOR GAIA             - Vergognati, Poldo.

POLDO                      - Tutte eguali, voi donne. Le prime a tirare per i capelli e poi a fingere d’essere offese.

SUOR GAIA             - E’passato il sergente e ha detto che esageriamo.

POLDO                      - Esageriamo che?

SUOR GAIA             - Esageriamo.

POLDO                      - Vuol dire che, d’ora in poi, andremo a chiedere il permesso ai pompieri. Di’ su, è un graduato, ha una bella medaglia, ma di queste cose non capisce niente. È questione di sangue e lui si intende di acqua. Il suo mestiere è spegnere, mica accendere. Moglie, ho fame.

SUOR GAIA             - Non ho che da mettere a letto la creatura ed è tutto preparato.

POLDO                      - Passa un po’ qua e guardami in faccia (finto serio). Ti pare che esageriamo?

SUOR GAIA             - Io non so.

POLDO                      - Su gli occhi. Ti pare che esageriamo?

SUOR GAIA             - Mah…? A me pare di no.

POLDO                      - Visto?

SUOR GAIA             - Se ti dicevo sì, eran sberle.

POLDO                      - Garantito.

SUOR GAIA             - Che fai? Lasciami. Non vedi? Viene suor Lia. Suor Lia, la monaca santa. Sai, ha delle visioni. Porla col bambino Gesù. Sia lodato Gesù Cristo, Sorella.

SUOR LIA                 - E sempre sia lodato.

SUOR GAIA             - Vuol farci la grazia di entrare un momento e accettare un bicchier di latte?

SUOR LIA                 - Come l’avessi preso. È tardi e devo tornare al convento.

SUOR GAIA             - Un momento solo, sorella, vorrei che mi benedisse i bambini.

SUOR LIA                 - Cosa dite mai? Io benedire?

SUOR GAIA             - Lei è una monaca santa.

SUOR LIA                 - Per carità… Non fate questi discorsi. Santa, io?

SUOR GAIA             - Ci faccia almeno, con le mani, sul capo, il segno della croce.

SUOR LIA                 - Ecco, questo, posso farlo. (Accarezza i bimbi e li segna).

POLDO                      - (al più grande) Ringrazia e bacia la mano alla suora. E siccome il dispettoso non si decide, è comprensibile che gli lasci andare uno scappellotto. Bacia la mano, ho detto.

SUOR GAIA             - Sono mortificata sorella. Cresce così discolo.

SUOR LIA                 - E’ un bambino.

IL BIMBO                 - (improvvisamente) Toh! E lo si sente dare un bacio.

SUOR LIA                 - Grazie, caro.

SUOR GAIA             - Posso chiederle un’altra grazia, sorella?

SUOR LIA                 - Avanti.

SUOR GAIA             - Quando vede Nostro Signore, il bambino Gesù, vorrei che gli raccomandasse i nostri piccini.

SUOR LIA                 - (naturalissima) Quando lo vedrò, glieli raccomanderò. Se lo vedrò. Oh, Madonna, cosa ho detto mai?

SUOR GAIA             - (penso che si inginocchi e le baci la veste) Segni anche me, sorella. Suor Lia le mormora sul capo una breve preghiera a mezza voce. Grazie tante. Se non disturbo, uno di questi giorni verrò, coi bambini, al convento.

SUOR LIA                 - I bambini sono le creature più care al Signore. E questo che è già grandicello potrà cominciare a frequentare la nostra scuola. Buonanotte.

SUOR GAIA E POLDO- Buonanotte.

POLDO                      - Di’ un po’ su: perché ti sei fatta benedire anche te?

SUOR GAIA             - (al figlio) Da bravo, caro, va in casa e comincia a mangiare.

POLDO                      - T’ho domandato perché ti sei fatta benedire?

SUOR GAIA             - (tutta pudore) Sai… oggi, tutto il giorno, ho avuto una gran voglia di uva passa, ma una voglia…!

POLDO                      - No?!...

SUOR GAIA             - E, invece, credo di sì, Poldo. Un’altra volta. E non sono ancora tre anni che siamo sposati.

POLDO                      - (spavaldo di felicità) Chissà di qui a dieci. Faremo un collegio! Oh, intesi, questa volta, mi farai una femmina.

SUOR GAIA             - Ce la metterò tutta. Ma perché mi guardi così?

POLDO                      - Porta a letto la creatura.

SUOR GAIA             - Oh, Poldo… io so cosa vuol dire quando mi guardi così. Devi cenare.

POLDO                      - (quasi gridando) Porta a letto la creatura!

SUOR GAIA             - (rassegnata ad obbedire) Ha ragione il sergente. Ho proprio paura che esageriamo. E non far tutte quelle capriole.

NONSISACHI          - Fermiamoci qui. Grazie, attore Luciano. Senza di voi, non so come farebbero a sognare. Da bifolco siete stato ancor meglio che da sceicco.

LUCIANO                 - Naturale. La prosa è sempre più facile della poesia.

SOGNO DELLA MADRE IN LUTTO Tinta di grigio dal pennello della malinconia, la minuscola città che il rosso del tramonto per gli altri, indora. È l’ora della passeggiata sul breve corso all’ombra dei portici, dove tutti si conoscono. Vengono, da contrarie direzioni, la madre che conduce per mano un giovinetto e Babila con la sua signora.

LA MADRE              - Come ti senti, oggi, caro?

IL GIOVINETTO      - Bene, mamma. Tu vuoi sempre che mi senta male. Viceversa, sto bene e son contento.

LA MADRE              - Sì, caro, non affaticarti.

BABILA                    - (dall’altra parte della strada) Arriviamo fino alla chiesa, Amelia. Poi torniamo. Voglio gettare ancora un poco la lenza.

AMELIA                    - Come vuoi, Babila. Nemmeno a me va a genio la mondanità. Ma bisogna pur farsi vedere ogni tanto, ripagar le cortesie di chi è cortese. E, andando, dicono a questo e a quello: “Riverito… ossequi… buonasera… si conservi… dorma bene…” sullo sfondo della banda comunale, impegnata nella sinfonia del “Guglielmo Tell”.

BABILA                    - Quant’è bravo il corno inglese nell’”andantino”!

AMELIA                    - E che dire del fagotto nell’”allegro”?

IL GIOVINETTO      - Quando sarò più grande voglio andar via di qui. Questa città non mi piace. La gente butta via il tempo a guardarsi passeggiare e ad ascoltare la banda. Voglio andare in una città grande a fare il marinaio, come il povero papà.

AMELIA                    - Certo, caro, entrerai all’accademia navale. Ma ora non pensarci. C’è tempo. Dovresti pensare a giocare. Voglio regalarti un bel teatrino con il sipario di velluto, le scene e tutto. E le marionette col filo. Vuoi?

IL GIOVINETTO      - Oh, mamma, tu continui a trattarmi come un bambino. Voglio i calzoni lunghi, invece.

LA MADRE              - Non inquietarti. Starai peggio.

IL GIOVINETTO      - Ti torno a dire che sto bene.

LA MADRE              - (assai triste con lo sforzo di non farlo apparire) Come vuoi, caro. Ma non camminare così in fretta. Ti stancherai.

IL GIOVINETTO      - Auff…!

AMELIA                    - Buonasera.

LA MADRE              - Buonasera, signora. Buonasera commendatore.

BABILA                    - Ossequi.

AMELIA                    - Anche lei a passeggio? Che bel tramonto, stasera.

LA MADRE              - Porto un po’ fuori il bambino a prender aria.

BABILA                    - Lo chiami bambino!

AMELIA                    - Promette sempre di venirci a trovare e non si fa mai vedere.

BABILA                    - Nel nostro giardino, abbiamo piantato una magnolia. Così ci sarà più ombra e più profumo.

AMELIA                    - L’aspettiamo. Faremo quattro chiacchiere al fresco.

LA MADRE              - Mi devono scusare. Un giorno o l’altro, verrò. Ma che vogliono, col bambino…

AMELIA                    - Lo manda al cinematografo e poi si fa venir a prendere.

LA MADRE              - Per carità. Al cinematografo!...

AMELIA                    - Suo figlio diventa ogni giorno più alto, più bello e più robusto. BABILA  - Non ti pare che somigli tutto al povero capitano?

AMELIA                    - Già, facendosi un giovanotto, ricorda proprio il povero capitano.

LA MADRE              - (piena di apprensione) Trovano, dunque, anche loro, che diventa grande.

BABILA                    - Cresce sotto gli occhi.

AMELIA                    - A quell’età, da una settimana all’altra, non si riconoscono più. È, si può dire, un uomo.

LA MADRE              - (prossima a piangere) Eh sì, me ne rendo conto anch’io.

AMELIA                    - Che ha, signora? Mi sembra preoccupata.

LA MADRE              - (sottovoce) E’ per lui, per il bambino. È molto malato.

AMELIA                    - Davvero?

BABILA                    - Non pare.

AMELIA                    - Non   - si       - sbaglierà?

LA MADRE              - Magari. Purtroppo, una madre non si sbaglia.

AMELIA                    - Dirà che son curiosa: che malattia ha?

LA MADRE              - Lo so io. E’ molto malato. Una pena, una pena. Ogni giorno peggio, signori. Oh, sento che lo perderò.

BABILA                    - Chi lo direbbe! Una malattia che si presenta con tutti i sintomi della salute.

LA MADRE              - Proprio così.

AMELIA                    - Si faccia coraggio, signora.

LA MADRE              - Ora lo porto dal dottore. Ma già, capisco anch’io, purtroppo, che, contro questa terribile malattia, la scienza è disarmata. Pensino: l’unico figlio e perderlo così, ogni giorno un poco. Buonasera. Mi scusino. Andiamo, caro. Sei stanco. Appoggiati al mio braccio.

IL GIOVINETTO      - Hai proprio delle idee curiose, mamma. Appoggiati tu, piuttosto.

AMELIA                    - Povera vedova.

BABILA                    - Quante strane malattie, nel mondo. E si rimettono in moto.

LA MADRE              - Stammi a sentire, Luciano. Ora, andiamo dal dottore. Non devi spaventarti.

IL GIOVINETTO      - Figurati.

LA MADRE              - I dottori mettono sempre un po’ di soggezione. Ma vedrai, questo è un dottore buono. Non è un dottore dei soliti e ti farà guarire.

IL GIOVINETTO      - Come vuoi, mamma.

LA MADRE              - Così bello, buono, ubbidiente, devi, per forza, guarire.

NONSISACHI          - Nel tempo che ci mettono a voltare in via Augusto Murri e arrivare al numero ventitré, io mi preparo. Basta poco. Infilo la vestaglia bianca, … un lettino, la polpetta per la pressione. Eccoli.

LA MADRE              - Piano coi gradini. La si sente suonare un campanello.

NONSISACHI          - Avanti pure.

LA MADRE              - Vengo per il mio bambino. Me lo salvi, dottore, per carità.

NONSISACHI          - Non inquietatevi, signora. Faremo tutto quel che c’è da fare. Dite.

LA MADRE              - Egli ha una grave malattia: cresce. Cresce, capisce? Perché scuote la testa così, dottore? Non mi tolga le speranze.

NONSISACHI          - Non badateci, è un gesto professionale… Una madre, un figlio… E’ una malattia frequente, signora.

LA MADRE              - Insidiosa, dottore, sapesse quanto. Son lì, sembrano il ritratto della salute e il male, intanto, dentro li rode. Gli altri, gli estranei, non se ne accorgono; ma chi è madre non s’inganna. Ogni giorno che passa, un po’ meno di vita. Mio Dio, che sarà, dottore, di questo bambino che cresce?

NONSISACHI          - Vediamo un po’. Il tempo, evidentemente, di visitarlo. Eh sì, non ve lo nascondo; un caso serio. Ma come ve ne siete accorta?  Quali sono stati primi sintomi?

LA MADRE              -  (piangendo) Ha cominciato col perdere la passione di giocare. Apparentemente, sul principio, una cosa da nulla, solo un po’ meno di entusiasmo. Un giorno, mi accorgo che non crede più nella Befana…; un altro, che non ha più paura di restar solo al buio. Segni che non ingannano. Poi, i suoi giochi, se così si possono ancora chiamare, sono andati diventando più seri, più seri, sempre più somiglianti alle cose che fanno i grandi: la lettura, lo sport, il cinematografo, il pensiero di ciò che farà da adulto. Dottore, l’altro giorno, chiuso in bagno, l’ho sorpreso a fumare una sigaretta. Anche – al medico bisogna dire tutto come al confessore – una ragazza spiata fra le tendine del salotto… Ecco. Ora, sarà prossimo il giorno che non giocherà più del tutto. Pensi: l’ultima volta che uno gioca…! Egli comincia già a schivare le mie carezze, comincia ad avere qualche segreto… presto non avrà più bisogno di me e sarà finita. Un così bel bambino.

NONSISACHI          - Vedo, vedo. I soliti sintomi.

LA MADRE Proprio non c’è speranza, allora?

NONSISACHI          - Ora cerchiamo.

LA MADRE              - Me lo fermi, dottore!

NONSISACHI          - Un momento che consulto il libro delle malattie. Dal rumore che fa, voltando le pagine, deve trattarsi di un libro gigantesco. Ecco il caso nostro. Fategli prendere questa medicina, tre al giorno fra i pasti, e rassicuratevi.

LA MADRE              - Davvero, c’è speranza dottore.

NONSISACHI          - (pietosa bugia) Con questa medicina, vostro figlio guarirà.

LA MADRE              - Mi dice la verità? Rimarrà sempre un bambino?

NONSISACHI          - Ve lo prometto. Per voi, rimarrà sempre un bambino.

LA MADRE              - Oh, grazie grazie.

NONSISACHI          - Per carità, signora. Che fate mai? La mano la si bacia soltanto a Sua Santità. Buonasera. E state lieta.

LA MADRE              - Lei mi ha ridato la vita. Caro, caro, hai sentito? Guarirai… Attento ai gradini… Sarai sempre mio: il mio bambino.

IL GIOVINETTO      - Siete fissati, te e il dottore. Io non mi son mai sentito male.

LA MADRE              - Tu sei piccolo, caro, e non puoi capire. Prendi la medicina, da bravo, cominciamo le cure subito.

IL GIOVINETTO      - Qui, per la strada, in mezzo alla gente?

LA MADRE              - Socchiudi le labbra: una pillolina.

IL GIOVINETTO      - Come vuoi.

LA MADRE              - Un’ altra.

IL GIOVINETTO      - Un’altra. Sembrano confetti. Fumerei molto più volentieri una sigaretta.

AMELIA                    - Viene dal dottore, signora?

LA MADRE              - Sì,amici miei.

AMELIA                    - E allora? La vedo contenta. Era dunque una cosa da poco.

LA MADRE              - No, no, il male è grave, ma il dottore ci ha dato la medicina per guarirlo.

BABILA                    - Ha visto?

AMELIA                    - Sono felice per lei. Faccia una bella cosa. Ora che s’è tolta quel peso dal cuore, venga a cena da noi col ragazzo. Festeggeremo l’avvenimento.

LA MADRE              - Grazie. Veniamo.

IL GIOVINETTO      - Sai che gusto!

BABILA                    - Muoviamoci, allora, facciamo presto. Signora: trotarelle d’acqua dolce, profumate alla magnolia.

AMELIA                    - E salsa verde.

LA MADRE              - Andiamo, caro.

IL GIOVINETTO      - Però, ricordati, io voglio entrare all’accademia navale.

LA MADRE              - (all’Amelia) Sente? S’è rimesso di nuovo a giocare. Gioca coll’idea di ciò che farebbe se diventasse grande. Sta già meglio. E vanno tutt’e quattro, sull’onda della “Cavalleria leggera” di Suppé con la banda al completo.

NONSISACHI          - Una mano sulla coscienza. Potevo dirle la verità? In certi casi, ai medici, è consentito mentire.

SOGNO DI TRILL RAGAZZA DI FACILI COSTUMI Era prevedibile, con tutti i fotoromanzi di cui si nutriva. Ad abituarci l’occhio, quei pastelli rosa, celeste e verdolino, però, riposavano il cuore, nel giardinetto della locanda all’insegna della “Stella d’oro”. Cielo lindo, prato ben pettinato e laghetto di seta all’orizzonte. Candidamente vestita – un’attrice giovane del tempo che fu – Trill si sta dondolando sull’altalena con le trecce sciolte, un libro in mano e un mazzolin di primule alla cintura. Dietro, le viene Cleto e si mette ad accordare il suo violino.

TRILL                        - Che è? Ah, lei, Cleto.

CLETO                       - Una volta tanto che mi si presentava l’occasione di far ascoltare a qualcuno una delle mie canzoni, ecco che ho il violino scordato.

TRILL                        - M’ero quasi spaventata.

CLETO                       - Volevo farle una sorpresa, ma è sempre così.

TRILL                        - Ha scritto delle canzoni?

CLETO                       - Non lo sa? Anche se mi vede trasandato, io sono un artista. Possiedo una sensibilità così raffinata da percepire il suono dell’erba che spunta e quello dei fiori che sbocciano. Lei non mi crederà, ma avverto, perfino, il suono dei capelli che crescono.

TRILL                        - Sicuro che le credo. Perché non dovrei crederle?

CLETO                       - Ho composto molta musica ed anche molto bella. Ma che vale averla composta se nessuno la vuol ascoltare? Non so impormi, io.

TRILL                        - Via, Cleto, non deve rattristarsi. Sono tutti tanto buoni, sereni e lieti in questo paese.

CLETO                       - Cosa domando io, infine? Solo che si ascoltino le mie canzoni. E probabilmente, invece, morirò senza averle fatte sentire a qualcuno.

TRILL                        - Ha provato a suonarle da solo? In riva al lago, ai piedi degli alberi, sotto la luna. È tanto bello sfogliare l’anima davanti ai bei paesaggi. Scegliersi una stella, per esempio, e confidarsi a lei, ha mai provato?

CLETO                       - Sì sì, ma suonare da soli non è più la stessa cosa. È come se lei si fosse messa quell’amore di vestitino e poi se ne stesse chiusa in camera sua.

TRILL                        - E’ vero, povero Cleto. Come si fa?

CLETO                       - Lei che è sensibile e gentile, vuole, lei, ascoltare la mia musica? Mi darebbe una grande gioia.

TRILL                        - Ma certo. La ascolterò volentieri. Faccia una cosa. Venga più tardi, verso sera, col violino bene accordato.

CLETO                       - Oh grazie. Verrò. Certo.

TRILL                        - Ne ha di quelle belle canzoni melanconiche che fanno spuntare le lagrime e non si sa perché?

CLETO                       - Ne ho. Sono un genere che sento. Vedrà che rimarrà soddisfatta.

TRILL                        - A più tardi.

CLETO                       - A più tardi. La lascio in compagnia delle nostre buone suore. Eccole qui.

SUOR GAIA             - Che vestitino ammodo. Semplice e bianco come voi.

SUOR LIA                 - Siete soddisfatta della vostra villeggiatura, signorina?

TRILL                        - E’ così bello e son tutti tanto buoni che rimarrei sempre qui.

SUOR GAIA             - Noi andiamo a messa. Oggi è domenica. Venite?

TRILL                        - Ci sono già stata.

SUOR GAIA             - Peccato.

SUOR LIA                 - Che brava. Capite, suor Gaia, alla prima messa è stata.

TRILL                        - (con la voce che arrossisce) Dovevo comunicarmi e così…

SUOR LIA                 - Un angelo. Dovreste fermarvi qui, signorina, come esempio alle altre ragazze.

SUOR GAIA             - Avessimo, in convento, delle novizie come voi!...

SUOR LIA                 - Siate felice, carina.

TRILL                        - Riverisco, sorella. E mentre le loro parole s’allontanano.

SUOR GAIA             - Che bella riverenza.

SUOR LIA                 - Ma la voce. Quella non inganna. Ha la voce virtuosa.

NONSISACHI          - Vederla chiudere gli occhi di felicità! Una vertigine. Ma sì, crepi il cinismo, la malizia e il neorealismo; ora la sfiora l’appuntamento con l’amore. Come al solito, si presta graziosamente l’attore Luciano Colosseo nella parte di affascinante cadetto di marina. Naturalmente, è in compagnia della mamma.

IL CADETTO            - Eccola là.

LA MADRE              - Tu sei troppo timido, figliolo. In queste cose, non somigli certo al tuo papà.

IL CADETTO            - Come si sarebbe comportato, dunque, papà?

LA MADRE              - Papà sapeva ottenere ciò che voleva. Ci conoscemmo, figurati, ad un ballo. Quella notte, egli non danzò con me. E, alla fine, durante la quadriglia: “Signorina, mormorò, non vorreste, per caso diventare la moglie di un ammiraglio?”. Ed io: “Nessun ammiraglio mi ha ancora chiesta in isposa, tenente”. E, allora, lui: “Se gli dite di sì, questo tenente sarà ammiraglio in un anno. Povero papà, fece in tempo ad arrivare soltanto capitano. E prima di morire, tenendomi la mano, mi disse: “Cara, scusami; ti avevo promesso un ammiraglio e non ho mantenuto la parola”.

IL CADETTO            - Vedi, mamma, con qualsiasi altra ragazza, saprei come fare. Ma lei è così fragile, così ingenua. Ho timore che perfino le parole la possano offendere.

LA MADRE              - Orsù, passandole davanti, falle il tuo bel saluto militare e poi scomparisci. Il saluto viene testimoniato dallo sbattere dei tacchi, si capisce. Cara Trill, buongiorno.

TRILL                        - Riverisco, signora.

LA MADRE              - Le dispiace se mi fermo a scambiar due parole?

TRILL                        - Onorata. Cosa dice?

IL CADETTO            - Allora, mamma, io vado avanti.

LA MADRE              - Vai pure, caro.

IL CADETTO            - Ossequi, signorina.

TRILL                        - Buona passeggiata, tenente.

LA MADRE              - Si trova bene fra questi monti, signorina?

TRILL                        - Questo mese di vacanza è stato la felicità. Peccato che le cose belle finiscano presto.

LA MADRE              - Non dipende che da lei farle durare.

TRILL                        - Purtroppo, devo ridiscendere in città. Non mi ci faccia pensare. Voglio esser felice ancora per questi pochi giorni.

LA MADRE              - Una brava signorina, come lei, deve badare a farsi la sua vita vicino a un buon ragazzo che le voglia bene. Non le piacerebbe, eh, una piccola casetta, là, in riva al lago?

TRILL                        - (turbata e triste) Parliamo d’altro, signora, per piacere. Non voglio pensare a nulla, a nulla fin che sto qui.

LA MADRE              - Io sono sola. Non vivo che per il mio Luciano. Anche lei è sola. Sento, ma sì, che, con una nuora come lei, avrei una seconda figliola.

TRILL                        - Che    - dice,  - che    - dice…?

LA MADRE              - Via, perché arrossire? Durante questo mese siete stati spesso insieme. Che bei capelli tiepidi, hai!... Non ti piacerebbe, dunque, io e te, aspettare Luciano dai suoi viaggi, là, in riva al lago… preparando, magari, un corredino? Rosa o celeste? Eh, rosa o celeste?... Invece che a parole, Trill risponde con singhiozzi. Oh, me n’ero già accorta. Una madre non si sbaglia mai. Quando si capisce che si vuol bene a qualcuno, perché cercare altrove il proprio destino? Ci si ferma dove suggerisce il cuore. Ciò che conta, nella vita, è volersi un po’ di bene e volerselo in due. Cara. Vado. E’ là, sai, e’ là che aspetta. Arrivederci, piccola.

TRILL                        - Riverisco, signora.

LA MADRE              - Non così, cara. Devi dire: mamma. Suvvia, prova: “Sì, mamma”. Avanti…

TRILL                        - (un sospiro) Sì, mamma.

LA MADRE              - Ecco. Ora va bene. Cara. Raggiante di lucciconi. Se non scappo, si velano gli occhi anche a me. Il tempo che il suo passo leggero si distanzi e quello pesante del commendatore s’avvicini: la vita!

BABILA                    - Pucci… Pucci, dico!

TRILL                        - Non la conosco, signore.

BABILA                    - (con la giovialità del peggior cornuto, quello tradito dalla mantenuta) Ah, non mi conosci, assassina. Son venuto a prenderti. Panfilo e Cost’Azzurra. Ma di’ su, non ti annoi in questo mortorio, di sera, specialmente, senza il tuo Babila accanto?

TRILL                        - Vada via, signore, per pietà. Lei si sbaglia con un’altra. Io sono una fanciulla perbene.

BABILA                    - (si sa, un commendatore fa presto a seccarsi) Dai,dai, è bello il gioco che dura poco. Fa le valigie e caricale in macchina.

TRILL                        - La supplico, se ne vada. Le ripeto: non son io quella che cerca.

BABILA                    - Stammi a sentire, sognatrice. Io posso pagare e chiudere gli occhi; fa parte del mio personaggio. Ma ora, basta con lo scherzo della vergine educanda in villeggiatura economica. Sai bene che m’è sufficiente una parola per mandar all’aria tutte le tue stupide fantasie.

TRILL                        - (supplichevole) Mi lasci ancora qui fino a domani. Domani, solamente. Poi, verrò via con lei; dove vorrà, come prima, ma che non si sappia… che, qui, non si sappia. Mi lasci un giorno, ancora un giorno.

BABILA                    - Macché macché. Fila.

NONSISACHI          - (inserendosi con violenza nel discorso) Scommessa che non sbaglio? Commendatore e milanese.

BABILA                    - Beh, e lei con quella tuba in testa?

NONSISACHI          - La sua giornata vale, diciamo, tre milioni e mezzo.

BABILA                    - E seicentomila.

NONSISACHI          - Mi voglio rovinare. Facciamo quattro milioni.

BABILA                    - E’ forse l’agente delle tasse?

NONSISACHI          - M’ha guardato bene in faccia? Affari, affaroni. Visto e concluso. In una giornata se la sbriga. Qui, a pochi chilometri. Ci sente nessuno? Petrolio! Nella mia cantina c’è odor di petrolio.

BABILA                    - Ma io non mi occupo di carburanti.

NONSISACHI          - Commendatore, sacrificherebbe il petrolio alla fugace voluttà? Che milanese sarebbe? Torneremo domani a riprendere la signorina. Tanto già non scappa.

BABILA                    - E va bene, assaggiamo stò petrolio.

TRILL                        - Sì, sì, domani… Fino a domani. Grazie.

NONSISACHI          - Meno male che vigilavo e s’è potuto rimediare. Basta talmente poco a rovinare un sogno! Psst… psst: avanti tocca a voi.

IL CADETTO            - Le dispiace se spingo l’altalena?

TRILL                        - (coll’animo fra le labbra) No.

IL CADETTO            - E’ troppo svelto?

TRILL                        - No.

IL CADETTO            - Perché non dice qualche cosa signorina? Me ne debbo andare?

TRILL                        - No, no…

IL CADETTO            - Ha parlato con la mamma?... Ha parlato?

TRILL                        - Sì.

IL CADETTO            - Ebbene?

TRILL Non mi dica nulla, per carità… nulla. Stiamo così.

IL CADETTO            - Perché tanto timida e triste? Voglio vederla ridere. Quando ride riesce ad essere ancor più bella.

TRILL                        - Sì, sì, niente tristezza. Bisogna essere allegri. E meno male che il ritorno di Cleto le impedisce di scoppiare in pianto.

CLETO                       - Eccomi qui, puntuale, signorina. Il violino ha tutte le corde nuove.

TRILL                        - Suoni, suoni qualcosa. Subito.

CLETO                       - Sentirà le mie canzoni. Una bellezza.

IL CADETTO            - No, Cleto. Un valzer da ballare io e la signorina.

CLETO                       - Ma io ero venuto… M’era stato promesso.

TRILL                        - E’ vero, Cleto, mi scusi, ma, ora, suoni un valzer come dice il tenente.

CLETO                       - Domani, allora, domani mattina, ascolterà la mia musica? È un impegno.

TRILL                        - Domani, certo, domani.

CLETO                       - Allora, pazienza. Sotto con Strass. E attacca il valzer del “Sogno d’un valzer”. I due giovani si mettono a ballare.

IL CADETTO            - Signorina, non vorreste, per caso, diventare la moglie di un ammiraglio?

TRILL                        - Nessun ammiraglio mi ha ancora chiesto in isposa, tenente.

IL CADETTO            - Se gli dite di sì, questo tenente sarà ammiraglio in un anno.

TRILL                        - (non riuscendo più a trattenere il pianto) Oh, taccia, taccia…

IL CADETTO            - Piangi? Tesoro. Ma non bisogna piangere. Quest’è il giorno più lieto della nostra vita.

TRILL                        - Sai, quando si è troppo felici, allora si piange. È così, si piange.

SOGNO DI CLETO VIOLINISTA E VERECONDO POMPIERE Bianco e celeste fra nuvole e armonie di sfere. Librata nell’aria, suor Lia conduce per mano le anime di Cleto e Verecondo trascorrenti nella luce.

VERECONDO          - Tanto per saperlo. Dove ci conduce, signora monaca?

SUOR LIA                 - Vi conduco davanti a chi vi deve giudicare.

VERECONDO          - Ci sarà da arrampicarsi ancora molto?

SUOR LIA                 - Fin che uno ha forza di salire, qui trova gradini.

VERECONDO          - Che strano viaggio. Uno alza la gamba e i gradini gli crescono sotto i piedi.

SUOR LIA                 - Anima del pompiere Verecondo, non siate impaziente.

VERECONDO          - Non è che io sia impaziente, ma m’è sempre piaciuto trovar gente da discorrere. Scambiando parola, la strada sembra più breve. Io non riesco a capire una cosa. Morendo, presi una gran botta sulla schiena, eppure, ora, non sento più nulla, neanche la stanchezza. Che ne dice, compagno? Una bella combinazione, no, morire nel medesimo momento? A proposito, come è successo?

CLETO                       - A dire il vero, non lo so nemmeno io. Mi addormentai in riva ad un lago, molto triste per una promessa fattami e poi non mantenuta; e, chissà come, mi son trovato morto. Poi è venuta questa santa monaca e sono qui.

VERECONDO          - Se devo essere sincero, preferisco il mio modo di morire. Io son morto proprio come avevo sempre desiderato. Sono morto, come si dice, nel compimento del dovere. Scusi, ma lei, morire così, senza saperlo… Che morto è?

CLETO                       - Ha ragione. Nemmeno a morire son riuscito. Il fatto che, nella vita, io non sono mai stato capace di impormi.

VERECONDO          - Io, viceversa, non faccio per vantarmi ma ho proprio fatto “la bella morte”.

SUOR LIA                 - Cercate d’essere più modesto, signore.

VERECONDO          - Mi giudica male se mi crede immodesto. Sono contento perché morii in un grande incendio mentre cercavo di salvare una vecchia paralitica. A proposito, sa mica se la poveretta l’abbia scampata?

SUOR LIA                 - Sì, grazie al vostro coraggio, essa è ancor viva.

VERECONDO          - Meno male. Avrei giurato che quel che non fecero le fiamme l’avrebbe fatto la paura. Posso esser contento senza venir giudicato immodesto?

SUOR LIA                 - Siatelo. È giusto. Ma con misura.

VERECONDO          - Finalmente, una che gli incendi li capisce. La fiamma è bella! Non trova?... Lei è un compagno ben taciturno, sa.

CLETO                       - Che vuole? Sono triste per quella promessa che non hanno mantenuto. Ma veramente, la colpa è stata mia. Bastava che morissi un giorno dopo. Pazienza.

VERECONDO          - C’è da salire ancora molto?

SUOR LIA                 - E’ qui, siamo arrivati.

NONSISACHI          - Chiamato in causa direttamente. Toccava a me questa volta. Nella mia veste naturale di funzionario del cielo.

VERECONDO          - Buon giorno.

CLETO                       - Riverisco.

NONSISACHI          - Benvenuti. State comodi. Rimettetevi pure il berretto. E voi, suor Lia, andate. Diligente, come sempre.

SUOR LIA                 - Ve li raccomando. Sono anime di povera gente. Semplice e sincera.

NONSISACHI          - Saranno trattate come meritano. Entrate, suor Lia, la Madonna vi aspetta per il the.

VERECONDO          - Non così a capofitto, signora; si farà male. Dov’è?

NONSISACHI          - Lasciate. Chi precipita nella luce non si fa male.

VERECONDO          - (a Cleto, sottovoce) Adesso qui è un affar serio. Io non sono raccomandato.

NONSISACHI          - Avanti. Voi, voi, in divisa. Sentiamo: che avete fatto di buono al mondo?

VERECONDO          - Il pompiere.

NONSISACHI          - Dico di buono.

VERECONDO          - Il pompiere. Sergente dei pompieri. Ho guadagnato questa medaglia. È andata così: il letto era crollato e…

NONSISACHI          - Sì, sì, basta.

VERECONDO          - Come basta! Sta a vedere che non vogliono ascoltare, nemmeno qui, come mi guadagnai la medaglia. Ah, siamo ben sistemati.

NONSISACHI          - Non è necessario, caro Verecondo. Qui si conosce già tutto.

VERECONDO          - Va bene. Ma la soddisfazione, almeno una volta.

NONSISACHI          - Quassù, bisogna abbandonare le vane pompe del mondo.

VERECONDO          - Non discuto.

NONSISACHI          - Vediamo il registro. Ti, u, vi…: Verecondo. Pompiere… un salvataggio…

VERECONDO          - Due.

NONSISACHI          - Erano due persone in un salvataggio solo.

VERECONDO          - Dunque, due.

NONSISACHI          - …Due salvataggi. Contento?... Una promozione per meriti speciali…

VERECONDO          - Una medaglia…

NONSISACHI          - Ci arrivo: una medaglia… Morto nell’adempimento del suo dovere. Bene, bene.

VERECONDO          - E la vecchia?

NONSISACHI          - Quale vecchia?

VERECONDO          - Ho salvato la vecchia. Ieri, poco fa.

NONSISACHI          - Qui non è detto.

VERECONDO          - Ma glielo dico io.

NONSISACHI          - Vecchia più, vecchia meno, è lo stesso. Siete un bravuomo. Morto senza peccati mortali e con qualche merito. Proprio un bravuomo.

VERECONDO          - Avrei piacere che queste parole le potesse sentire il signor Lino, il mio capostazione.

NONSISACHI          - Della vanità però non c’è stato verso che vi correggeste.

VERECONDO          - Non è vanità. È allegria di cuore, signore.

NONSISACHI          - E poi e poi… un po’ mangiapreti…

VERECONDO          - E’ un peccato?

NONSISACHI          - Dipende… Va bene, cancelliamolo… Ahi, ahi… qualche bicchiere di più. Molti di più.

VERECONDO          - Anche questo si sa?

NONSISACHI          - Quassù, si sa tutto.

VERECONDO          - Li hanno contati?

NONSISACHI          - Contati.

VERECONDO          - Tutti?

NONSISACHI          - Tutti. Sono, vediamo un po’…

VERECONDO          - Sì sì, non importa, lo prevedevo. Soltanto, mica per niente: i bicchieri son segnati tutti e le vecchie ne manca una. Allora?

NONSISACHI          - Allora, prima di entrare nella beatitudine eterna, dovete passare sette anni in purgatorio.

VERECONDO          - Poi, mi ci prenderanno?

NONSISACHI          - Dubitereste della nostra parola?

VERECONDO          - Mia più. Ma è sempre meglio saperlo. Dove mi devo dirigere?

NONSISACHI          - Giù per quella scala. In fondo c’è il purgatorio.

VERECONDO          - Prima su, poi giù. Tanto valeva fermarsi al piano giusto. Arrivederci. E in bocca al lupo, compagno.

NONSISACHI          - Un momento. Dovete depositare la medaglia.

VERECONDO          - La medaglia? Scherziamo?

NONSISACHI          - Sì, Verecondo, la medaglia. Qui non ha più valore.

VERECONDO          - La medaglia, no. Me la lascino. Faccia uno strappo.

NONSISACHI          - Non si può.

VERECONDO          - Senta. Me la lascino in cambio di qualche anno di purgatori in più.

NONSISACHI          - Che dite mai? Date, date qua.

VERECONDO          - Ho capito, il mio purgatorio è questo. Trascorsi i sette anni senza, me la restituiranno, almeno?

NONSISACHI          - Trascorsi i sette anni, vi sarà resa.

VERECONDO          - E la potrò portare sempre?

NONSISACHI          - Per l’eternità. Ma, allora, non ve ne importerà più niente.

VERECONDO          - Lo dice lei. Bene, io scendo. Ah, un’informazione. C’è fuoco, giù?

NONSISACHI          - Abbastanza.

VERECONDO          - Meno male. Sono nel mio elemento. Mi raccomando, che non vada persa. Mi pare che ci sia un po’ di confusione, qui.

NONSISACHI          - State tranquillo. Non va perso niente, quassù. Arrivederci.

VERECONDO          - Peccato. Con la medaglia, in purgatorio, sarei stato qualcuno.

NONSISACHI          - Voi.

CLETO                       - Se permette, un’informazione.

NONSISACHI          - Dite pure.

CLETO                       - Che giorno e che ora è, in questo momento, sulla terra?

NONSISACHI          - E’ lunedì e son le sette del mattino. Voi siete morto cinque minuti fa.

CLETO                       - In tal caso, avrei un favore da chiedere. Piuttosto urgente.

NONSISACHI          - Se si può, ben volentieri.

CLETO                       - Scendere giù per un’ora. Per via di una promessa. C’è, giù, una signorina che, stamane, era disposta ad ascoltare la mia musica. Sa, nessuno l’ha voluta ascoltare durante tutta la vita.

NONSISACHI          - (con vero rammarico) Mi dispiace. Di qui non si ritorna.

CLETO                       - Un’ora solamente, minuto più minuto meno.

NONSISACHI          - Non è possibile. Come si fa? Coraggio. D’altronde, se vi può consolare, sappiate che non trovereste più quella signorina.

CLETO                       - Allora… Pazienza, se proprio non si può…

NONSISACHI          - Che fate, qui Suor Lia, con quel manifesto in mano?

SUOR LIA                 - Leggete. È il programma dei concerti della settimana.

NONSISACHI          - Suor Lia, Suor Lia, siete incorreggibile. Questa è opera vostra. Siete riuscita a far intervenire la Madonna. Sempre interferenze. Dovrei proporvi per un castigo. Andate, andate… Che cara anima. Consolatevi, violinista. A nostro Signore pare piaccia molto la vostra musica. Tanto che ha deciso un festival tutto dedicato alle vostre composizioni.

CLETO                       - Lei mi prende in giro.

NONSISACHI          - Leggete se non mi credete.

CLETO                       - (leggendo) “Settimana musicale dedicata alle composizioni del celebre violinista Cleto dirette dal maestro Arturo Toscanini”

NONSISACHI          - Lo appendo qui. È un onore che finora è toccato a pochi. Wagner, per esempio, non c’è ancora arrivato. Non ve la perdonerà facilmente. Non dite nulla?

CLETO                       - La mia musica… Con Toscanini!... Non mi par vero.

NONSISACHI          - Vediamo, ora, il vostro stato di servizio… Ah, suor Lia, troppa fretta!... Debiti! Voi, ieri sera, avete preso a credito quattro corde da volino e non le avete pagate.

CLETO                       - Non ne ho avuto il tempo. E, d’altra parte, non avrei avuto i soldi.

NONSISACHI          - Come si fa, come si fa? Anche con tutte le attenuanti non potrete entrare in cielo prima di aver fatto almeno otto giorni di Purgatorio.

CLETO                       - La musica, la mia musica quando sarà suonata?

NONSISACHI          - Immediatamente dopo che sarete giudicato.

CLETO                       - Arriverei, dunque, che il festival è appena terminato.

NONSISACHI          - Ahimè, sì.

CLETO                       - E, un rinvio del concerto…

NONSISACHI          - Nemmeno parlarne. Chi ha il coraggio di discutere con Toscanini?

CLETO                       - Fa niente. Allora, senta, mi lascino qui, dietro alla porta, per questa settimana. L’ascolterò da qui. E poi, prometto, rinuncio di venirci dopo. Starò sempre in purgatorio, dove vorranno, ma me lo lascino ascoltare.

NONSISACHI          - Non sapete quello che vi dite. È una bestemmia. Siate soddisfatto di sapere che lo ascolterà il Signore, seduto in platea, in mezzo ai santi, ai Beati, ai Troni e alle Dominazioni.

CLETO                       - Sì sì. Pazienza… Anch’io, penso, dovrò depositare il violino.

NONSISACHI          - Naturalmente.

CLETO                       - Ecco. Vado. Si vede che non era destino.

NONSISACHI          - Un giorno di digiuno a suor Lia per aver avuto troppa fretta.

VERECONDO          - Attenzione, c’è un gradino rotto. Anche lei qui? Quanto?

CLETO                       - Otto giorni.

VERECONDO          - Otto giorni passano presto. Visto? Mica male questo fuoco. Proprio mica male… Ah, dica: quando è sceso, la mia medaglia era ancora sul tavolo?

CLETO                       - Mi par di sì. Ma silenzio, per favore. Devono aver già cominciato.

VERECONDO          - Cosa?

CLETO                       - Il mio concerto. Lo leggo sulla faccia del signore che ci ha mandato giù. Ha aperto la radio e sembra in estasi. Piace.

VERECONDO          - Guardi meglio. La medaglia c’è sempre?

CLETO                       - Da qui, non si riesce a vederla.

VERECONDO          - Purché non me la portino via.

CLETO                       - E lei,  sente nulla?

VERECONDO          - No. Nulla.

CLETO                       - Provi ad allungare le orecchie.

VERECONDO          - No, compagno, non si sente nulla.

CLETO                       - Già, non si sente nulla, è vero. Pazienza.

VERECONDO          - Però, cristiani, in purgatorio si soffre più di quanto non si creda.

NONSISACHI          - Curioso e impaziente da quel novizio che ero, li aspettavo al traguardo del risveglio, sicuro di assistere al maturare di grandi frutti dai germogli sbocciati nel sonno. C’era qualcosa di comune nei loro sogni: un abbandono, uno slancio, una vertigine… Cosa, precisamente mi sfuggiva; dove mirasse mi sembrava indubitabile. L’insonne della compagnia, Luciano l’attore, passeggiava fra i dormenti dopo una notte bianca. Il capostazione scese e si avvicinò al guardabinari che russava. Educatamente, contro il suo solito.

LINO                          - Verecondo… su, Verecondo.

VERECONDO          - Va bene, risalgo.

LINO                          - Sveglia, Verecondo. È chiaro da un pezzo.

VERECONDO          - Un momento.

LINO                          - Che bisogno c’è di frugarsi in tutte le tasche.

VERECONDO          - Niente. Ah, nel pastrano. Probabilmente andrà ad ispezionarlo nell’angolo dove l’ha appeso. C’è sempre. Meno male.

LINO                          - Che vuol dire?

VERECONDO          - Una verifica. Mi son sognato, si figuri, capo, che m’avevano portato via la medaglia. Ho patito le pene del purgatorio.

LINO                          - Lascia perdere la medaglia e pensa alle pulizie. Che, almeno, quando si svegliano ci sia un po’ d’ordine.

VERECONDO          - Subito, capo.

LUCIANO                 - Per cortesia, che ora è?

VERECONDO          - Sette e nove minuti in punto. Non fa niente freddo stamattina. Sta a vedere che lo scirocco della notte ha fatto scappare l’inverno. Son con lei, capo. Cominciamo dall’ufficio così essi possono dormire ancora un poco.

LINO                          - Mai accaduto prima d’ora!

VERECONDO          - Cosa, mai accaduto?

LINO                          - Non fai il tuo solito pieno di grappa, stamattina?

VERECONDO          - Salto. In compenso, mi piglio una soddisfazione d’altro genere. Questa.

LINO                          - Ma diventi matto? Ti metti a circolare per la stazione con la medaglia attaccata al petto?

VERECONDO          - Che c’è          - di male?

LINO                          - Contento tu…!

VERECONDO          - Le dispiace?

LINO                          - No no. Dopo tutto… Soltanto, scusa sai, non è che si accordi molto la scopa con la medaglia.

VERECONDO          - Che vuol dire? Sono due parrocchie diverse. Anzi, la scopa serve a far risaltar meglio la medaglia. Stia buono, va bene così. È ancora a  lett   - la signora Elisa?

LINO                          - S’è coricata sul divano ed è riuscita a persuadere quella povera madre a riposare un po’ sul letto.

VERECONDO          - Che brava donna.

LINO                          - Andiamo, andiamo.

SUOR LIA                 - (sottovoce dopo aver sbattuto le palpebre) Suor Gaia… Suor Gaia… Svegliatevi suor Gaia.

SUOR GAIA             - (richiamata dal sonno all’improvviso e trovandosi davanti l’attorte Luciano) Poldo!

SUOR LIA                 - Che fate, suor Gaia! Svegliatevi.

LUCIANO                 - Diceva a me? Le occorre qualcosa, sorella?

SUOR GAIA                        - (con la voce carica di rossore) No no, grazie. Scusatemi. Mezzi addormentati non si sa quello che ci si dice. Davvero. (E si mette a ridere senza una ragione)

SUOR LIA                 - Non ridete così, sorella.

LUCIANO                 - Perché no? Lasci.

SUOR GAIA             - Che ora sarà?

LUCIANO                 - Le sette passate.

SUOR GAIA             - Grazie signore. Se non si carica prima, alle sei in punto, il mio orologio si ferma. (Se l’è sfilato dal seno, appeso ad un cordoncino e quando l’ha ricaricato lo rimette a posto)

LUCIANO                 - Lo metta pure sulle sette e un quarto.

SUOR GAIA             - (già piuttosto espansiva) Lo tengo sempre un po’ avanti anch’io.

LUCIANO                 - Dormito bene?

SUOR GAIA             - Tutto un sonno. Una meraviglia.

SUOR LIA                 - (tirandola per la sottana) Troppa confidenza, sorella. Sembrate un’altra.

SUOR GAIA             - Ho dormito così bene sorella, così bene…

SUOR LIA                 - Anch’io. Ho sognato che avevo delle visioni.

SUOR GAIA             - Io no.

SUOR LIA                 - Chiediamo perdono al Signore. Si sente il rumore dei grossi chicchi dei loro rosari e, sul mormorio impercettibile delle preghiere, una voce che solfeggia leggera come se decifrasse un motivo su uno spartito.

TRILL                        - Che bella cosa esser risvegliati da una canzone soffiata nell’orecchio. Grazie, signor Cleto.

CLETO                       - Prego. Son quasi le sette e mezzo, signorina Trill.

TRILL                        - Conosce il mio nome?

 CLETO                      - Non me l’ha detto lei, ieri sera?

TRILL                        - Non mi ricordo. Può darsi.

CLETO                       - Del resto, anche lei conosce il mio.

CLETO                       - Già. È vero. Canti ancora. Ma sottovoce. C’è qualcuno che dorme. (Dopo averlo ascoltato un po’) E’ bella questa melodia. Non l’avevo mai sentita.

CLETO                       - La composi molti anni fa. Una volta che ero fidanzato. L’ho intitolata “Il violino morto”, non so perché.

TRILL                        - Proprio bella. Tocca il cuore. Come fa? La ripetono insieme, senza parole.

SUOR GAIA             - Per caso, suor Lia, ho detto qualcosa, stanotte, mentre dormivo?

SUOR LIA                 - Non lo so. Ho dormito sempre anch’io.

SUOR GAIA             - C’è della gente che parla dormendo. Mamma mia, si sogna e si parla.

CLETO                       - Soddisfatta del suo riposo?

TRILL                        - Non riposavo così bene da anni. Peccato, però, che non riesca a ricordarmi ciò che ho sognato. Mi pare d’aver fatto un bel sogno: bello e triste, e non ne so più nulla.

CLETO                       - Già, è davvero un peccato.

SUOR GAIA             - (intervenendo inopinatamente) Anch’io: bello e lieto, io. Ma mi sfugge.

TRILL                        - Lo sento dentro. Lo sento dall’umore. È curioso, no?

SUOR GAIA             - Anch’io. Proprio così.

SUOR LIA                 - (severa) Sorella!

SUOR GAIA             - Sì sì, taccio.

TRILL                        - Diceva che è stato fidanzato?

CLETO                       - Eh già. Ma poi lei sposò un altro. Allora, ero supplente di violino in un liceo musicale e avrei potuto, forse, diventare anche professore ordinario.

TRILL                        - Fu per questo quindi… Per il dispiacere. Il violino morto, si capisce.

CLETO                       - Chi lo sa? Forse anche per questo… Sa, venne un giovane ricco che la domandò. Non era un artista ma era ricco e aveva una testa di capelli neri grande così.

TRILL                        - Già già…

SUOR GAIA             - (ma come può trovar naturale, stamattina, tanta confidenza con Trill e tanta disinvoltura con tutti?) Di voi mi fido. Tra noi: proprio davvero non ho parlato stanotte, nel sonno?

TRILL                        - (altrettanto confidenziale e segreta) Non so proprio dirle sorella. Ho fatto tutto un sonno. Ma se ci tiene son pronta a giurare che non ha aperto bocca.

LUCIANO                 - (evidentemente le osservava ed ha udito) Parola d’onore. Gliel’ho detto. Ha soltanto riso due o tre volte.

SUOR GAIA             - Chissà perché mi è venuta questa curiosità.

SUOR LIA                 - Suor Gaia, non sta bene.

SUOR GAIA             - Eccomi. Avete ragione. Comincio a pensare di non essere una buona suora. Volete mettere la vostra vocazione con la mia!...

SUOR LIA                 - Non distraetevi, su: Pater noster qui es in coelo…

AMELIA                    - Babila. Dormiglione. BABILA (tra veglia e sonno) Tamerlano, cara.

AMELIA                    - Svegliati.

BABILA                    - E’ presto. Lasciami dormire ancora un poco.

AMELIA                    - E va bene. Dormi, se ti fa piacere, stamattina che puoi concedertelo.

LUCIANO                 - Ben desta, signora.

AMELIA                    - (tutt’altro tono dalla sera prima) Ah, lei. Buon giorno.

LUCIANO                 - Sogni proibiti?

AMELIA                    - Tutto il contrario. Sogni strambi e niente originali. Una delusione, per uno come lei. Sogni irrimediabilmente borghesi e casalinghi. Lei piuttosto. Irriferibili, immagino.

LUCIANO                 -  Io non ho sognato. Io mi sono solo lasciato sognare.

AMELIA                    - Come dice?

LUCIANO                 - Mi sono solo lasciato sognare.

AMELIA                    - Presuntuoso!

LUCIANO                 - Per quanto abbia tentato di dormire non ci sono riuscito. Tutti quei mozziconi di sigarette ne son testimoni. Senza il mio bagno turco, la mia doccia scozzese, la mia ginnastica svedese, il mio massaggio americano, il mio pigiama inglese e tre quarti d’ora di sport erotico, non riesco a chiuder occhio. L’unico sveglio. Il loro angelo custode.

AMELIA                    - C’era, perfino, qualcuno che russava, scommetto.

LUCIANO                 - Naturalmente. C’era.

AMELIA                    - Patatrac. M’ha sorpresa a russare. Povera me.

LUCIANO                 - Modestia sprecata. L’ho invidiata per tutta la notte. Lei ha dormito serena come la reclame di un sonnifero.

AMELIA                    - Guardi un po’. L’unica sera che non l’ho preso. (Via via che discorre, francamente buonadonna) Eppure, mio marito, sa lui, i fischi che doveva fare la notte perché non russassi.

LUCIANO                 - Una calunnia, certamente, un’interessata calunnia.

AMELIA                    - Che ne sa lei? Fu, questo, il pretesto, guardi un po’, da una parte e dall’altra, per dormire divisi. Chi ce lo avesse detto, una volta, che un giorno avremmo potuto concederci di dormire in camere separate!

LUCIANO                 - Ma questo è autolesionismo.

AMELIA                    - Se sapesse… Specie nei primi anni del nostro matrimonio, prima della guerra, quando le cose non andavano bene e, in casa, dovevo fare tutto io… C’erano delle sere che mi buttavo sul letto stanca da non stare in piedi. E, quando si è molto stanchi, è anche più facile russare.

LUCIANO                 - Ma signora, l’hanno cambiata nel sonno.

AMELIA                    - Eh sì… La nostra vita non è sempre stata facile. Noi siamo figli del mercato nero. E, in fondo, se ora mio marito corre un po’ la cavallina, ha tanto tribolato in gioventù…! Povero Babila. Crede di fare le cose da scaltro e, invece, io potrei tenere l’elenco esatto dei suoi tradimenti. Tutte le volte che mi regala un gioiello, è perché me l’ha fatta. Lui le chiama le provvigioni sui suoi affari; io so che sono la tassa sulle mie corna. E la tacita accettazione di questa menzogna è il filo che tiene cucita la nostra concordia.

LUCIANO                 - Ecco un aspetto che non le conoscevo. Nella parte di moglie comprensiva, lei è ammirevole.

AMELIA                    - Dica pure quello che pensa: deludente. Mah, so io cosa m’ha preso stamattina? Eppure, guardi, non sarà né originale né elegante ciò che le dico, ma con tutti i pensieri e le baruffe che c’erano, allora si viveva più uniti. Si può dire che noi abbiamo cessato di andar d’accordo quando abbiamo cominciato ad andar d’accordo.

LUCIANO                 - Ecco una bella battuta. Permette che gliela rubi?

AMELIA                    - (ma sì, un pochino di malinconia) La chiami battuta, lei…

SUOR LIA                 - Non si dovrebbe uscir mai dal convento. Basta così poco a distogliersi dal proprio dovere.

SUOR GAIA             - Uhm, il convento… Non vi sembra che il nostro convento sia un po’ triste, suor Lia?

SUOR LIA                 - Vedete! Che vi dicevo?

SUOR GAIA             - Mica, no… per carità… Si sta così bene d’anima, là dentro: riparate, difese, così serene; non si pensa a null’altro… Ma un po’ più allegro: non so, ridere qualche volta, gettare qualche pensiero fuori, magari giocare. Giocare, ecco, con tante suore giovani che siamo. L’allegria deve piacere al Signore.

SUOR LIA                 - Fossi in voi, sorella, farei un profondo esame di coscienza prima di pronunciare gli ultimi voti.

SUOR GAIA             - (turbata) Perché? Giocare non dovrebbe essere un peccato. Meno di così… Mi piacerebbe anche, figuratevi, aver dei bambini. In convento, intendo dire; che frequentassero il convento.

SUOR LIA                 - Ma non il nostro.

SUOR GAIA             - Perché? Da sorvegliare, da istruire. Proprio, mi piacerebbe tanto. E insegnar loro a star puliti, a dire le preghiere… cucire dei grembiulini; rosa le femminucce, celeste i maschietti. Il Signore amava i bambini. Ed è stato lui a dire crescete e moltiplicatevi. Soltanto per le suore non deve averlo detto? Mi pare strano. A voi, no?

SUOR LIA                 - Santa Vergine. Basta basta.

SUOR GAIA         - Perché? Un aah… lungo lungo. È la voce delle membra del commendator Babila che si stirano senza risparmio.

AMELIA                    - Non sei in camera tua, Babila. Un po’ di riguardo.

BABILA                    - Ah, già, scusa. Scusino. Ho dormito. Però mi sento le spalle tutte bastonate.

CLETO                       - Cattiva posizione.

BABILA                    - No: vecchia artrite.

AMELIA                    - Glielo metta in testa di tenersi coperto. Scommetto che ti sei levato la maglia di lana.

BABILA                    - Ti assicuro, Amelia.

AMELIA                    - Vedere.

BABILA                    - Ma Amelia?!

AMELIA                    - (evidentemente è andata a verificare) Guardi, guardino tutti: in canottiera. Babila! Se bastasse la canottiera per fare il giovanotto!

BABILA                    - Beh, credevo di averla. Non è, poi, un delitto.

AMELIA                    - Un delitto no, ma una polmonite, è probabile. Mettiti, almeno un giornale sullo stomaco, via.

CLETO                       - Prenda questo. mi è già servito a riparare il violino dall’umidità.

AMELIA                    - Grazie.

BABILA                    - L’ “Unità”. Preferirei il “Corriere della sera”.

AMELIA                    - Prendi quello che ti danno. I reumatismi non hanno partito.

BABILA                    - Dici?

AMELIA                    - Da bravo, infilalo nella cintura dei pantaloni. Ecco. Così.

BABILA                    -  Si può sapere che ti capita, stamattina?

AMELIA                    - Trovi strano che tua moglie si preoccupi della tua salute.

BABILA                    - Non è che lo trovi strano, lo trovo nuovo.

AMELIA                    - Ti dispiace?

BABILA                    - No no. Mah… si vede che sono ancora mezzo addormentato. Non so, ho ancora la testa tutta frastornata. Sarà meglio che faccia due passi. Caro amico! buongiorno.

LUCIANO                 - Bene alzato commendatore.

BABILA                    - M’è venuto in mente, sa: lei è un artista bravissimo.

LUCIANO                 - Bontà sua.

SUOR LIA                 - (spontanea) Dei bambini al convento. Dopotutto, perché no? Sarebbe bello.

SUOR GAIA             - Altroché. In molti conventi c’è un asilo.

BABILA                    - Guardalo lì come se la dorme, il ragioniere.

CLETO                       - Sveglia, ragioniere. Il dovere la chiama. Chi dorme non piglia pesci.

BABILA                    - Chi lo dice? Lo lasci riposare, povero Cristo. Fin che dorme non pensa alle cambiali.

CLETO                       - Mai che ne indovini una, io.

BABILA                    - Le nostre monachine, viceversa: Gesù Giuseppe Maria, chissà quanti rosari hanno già consumati.

SUOR GAIA             - Riverisco, commendatore.

BABILA                    - Comode, comode… Ce l’ha con me, signorina?

TRILL                        - Io? E perché mai.

BABILA                    - Lo chiedo a lei. Ha finto di non vedermi. È un pezzetto che la osservo.

TRILL                        - Si inganna, commendatore, pensavo ad altro.

BABILA                    - Bene, in tal caso ne ho piacere. Perché doveva fingere di non vedermi? Che le ho fatto? (Alla moglie, riferendosi al ragioniere) Ma l’hai guardato, Amelia? Dorme come un sasso. Non par nemmeno più lui. E’ perfino simpatico. Se, almeno, da sveglio, riuscisse a dimenticarsi addosso quel sorriso!

AMELIA                    - Sarà difficile. Tante preoccupazioni… con tutta quella famiglia sulle spalle poveruomo.

BABILA                    - Probabilmente, a conservarglielo sarebbe sufficiente qualche migliaio di lire di più in tasca. Le buone idee sono sempre le ultime a venire in mente. Voglio provare ad aumentargli lo stipendio. Che vuoi, mi piacerebbe vedermelo intorno con quella faccia lì. Ci guadagnerei di salute con poca spesa.

TRILL                        - E’ così… Senza certe esperienze la vita avrebbe tutt’altro corso. Anch’io fui fidanzata, una volta, e so cosa vuol dire. Ma che stupida sono a raccontarle queste storie.

CLETO                       - Perché? E io allora? Ogni tanto capita, specie a coloro che vivono soli. Due si incontrano per caso, parlano tra loro. Di che? Di nulla. Discorsi indifferenti. Eppure, mezz’ora dopo, si accorgono di essersi raccontato tutto. Chissà, hanno sentito che, fra loro, qualcosa è passato, qualcosa è cominciato… O potrebbe cominciare.

TRILL                        - Come nei sogni.

CLETO                       - Ecco, come nei sogni.

TRILL                        - Bisognerebbe che i sogni non fossero sogni.

BABILA                    - Sai Amelia, credo di avere scoperto che cos’ho. Fame.

AMELIA                    - Fame? Ma se non hai più fatto colazione da quindici anni.

BABILA                    - Per questo non capivo cos’era. Che ti devo dire? Sarò ringiovanito.

AMELIA                    - Sei fortunato. Nella mia borsa ci devono esser dei biscotti e della cioccolata.

VERECONDO          - (di ritorno) Oè, amico !

ELIGIO                      - Eh…?

VERECONDO          - Hai voglia! Nemmeno le cannonate.

ELIGIO                      - Si può sapere chi le ha dato il diritto di svegliarmi?

VERECONDO          - Nessuno. Iniziativa personale. Mi sento pieno di iniziative, stamattina.

ELIGIO                      - Un’altra volta, le riserbi a qualche parente più prossimo. Capito?

VERECONDO          - Ma si sveglia sempre così di cattivo umore, amico?

ELIGIO                      - Mi sveglio dell’umore che mi pare e non mi chiami amico.

BABILA                    - Cara, mica posso mangiar da solo e gli altri star a guardare. Si mangia di gusto soltanto in compagnia. Dica, lei, decorato.

VERECONDO          - Grazie di essersene accorto. Sta bene. Non trova?

BABILA                    - Benissimo. L’argento sul blu fa un ottimo effetto. Viene naturale di fare il saluto.

VERECONDO          - Non importa. Riposo.

BABILA                    - Dica un po’. Se a qualcuno passasse per la testa l’idea di far colazione, avrebbe la possibilità di soddisfarla?

VERECONDO          - Non mi azzardo nemmeno a proporglielo: latte, signore, soltanto latte. Fresco, appena spillato dalla mucca, ma sempre latte.

BABILA                    - Ma è quel che ci vuole. Ci cerchi del latte. Molto e con molti bicchieri.

AMELIA                    - E per che farne?

BABILA                    - Penso che questi signori saranno, più o meno, tutti nelle mie condizioni.

VERECONDO          - Magari lei desidererà anche del pane.

BABILA                    - Eh, magari.

VERECONDO          - Vecchio. Di ieri.

BABILA                    - (battendogli su una spalla) Quel che c’è, purché ci sia. Bisogna sapersi adattare agli imprevisti, che diamine! Non per niente abbiamo fatto la guerra.

VERECONDO          - E’ ciò che dico anch’io. Vado e torno.

ELIGIO                      - Eilà, medaglia.

VERECONDO          - (risentito) Le dà fastidio che sia decorato?

ELIGIO                      - Per me, potrebbe circolare anche incartato in una bandiera che sarebbe lo stesso. Dica, piuttosto, quella lotteria lì, di cui parla il manifesto, sa mica se è già stata estratta ieri?

VERECONDO          - C’è scritto, no? Estrazione: 15 maggio. Siamo forse al 15 maggio? C’è tempo due mesi. Le serve una cartella? Le vendo io. Sono i miei incerti. Cento milioni per mille lire.

ELIGIO                      - Mille lire. Al venticinque del mese? E chi le ha?

BABILA                    - (che l’ha sentito) Non ci pensi, ragioniere. Gliela regalo io. Faccia, anzi, una cosa. Ne prenda mezza dozzina. Ha più probabilità.

ELIGIO                      - (s c o n c e r t a t o ) Dice davvero? Proprio?

BABILA                    - Se le faccia dare, le dico.

ELIGIO                      - Grazie. (Ora tra sé) Ma che ha stamattina? Vuol morire?

BABILA                    - Presto, questo latte, lei.

VERECONDO          - Questione di un minuto.

SUOR GAIA             - Avverto un certo languore di stomaco anch’io.

SUOR LIA Siete come una bambina, suor Gaia.

SUOR GAIA             - Fate bene a sgridarmi. Appena al santuario, mi devo confessare. E poi, pregherò la superiora di non allontanarmi più dal convento.

VERECONDO          - Ecco il rancio.

BABILA                    - Oh, bravo. Posi tutto qui. Tenga: per le cartelle del ragioniere e per il suo disturbo.

VERECONDO          - E chi ce l’ha il resto?

BABILA                    - Resto grappa. Per lei.

VERECONDO          - Dice sul serio?

BABILA                    - Mancherebbe altro che mi mettessi a scherzare per sciocchezze simili.

VERECONDO          - Non parlo più.

BABILA                    - (batte le mani) Vogliono favorire, signori? Latte, biscotti, pane e cioccolata per le signore. Comincino a dare l’esempio loro, sorelle… Bè…?

SUOR GAIA             - (sottovoce all’altra) Accettiamo?

SUOR LIA                 - Per oggi, poi non potremo più comunicarci.

SUOR GAIA             - Una volta… Io ho appetito.

SUOR LIA                 - E sia.

SUOR GAIA             - Eccoci.

BABILA                    - Brave. La signorina…

TRILL                        - Lusingata.

AMELIA                    - Qui, si metta qui, tra Babila e il grande Colosseo.

BABILA                    - Vuol favorire signore?

CLETO                       - Dice a me?

BABILA                    - Se il medico non le ha ordinato di digiunare…

CLETO                       - Grazie.

BABILA                    - Ragioniere, dobbiamo venirla a prendere in carrozza?

ELIGIO                      - Alla loro tavola, commendatore?

BABILA                    - Venga venga.

AMELIA                    - Qui, al mio fianco ragioniere. E i bambini? Ho sempre in mente di domandarglielo e non me ne ricordo mai.

ELIGIO                      - Fin troppo bene. Se avessero un po’ meno d’appetito starei meglio anch’io.

AMELIA                    - Non si lamenti. In una casa i bambini sono la benedizione.

BABILA                    - E lei, non la vogliamo innaffiare quella medaglia?

VERECONDO          - Ma io, sa, il latte… Non per rifiutare. Ma mi fa malinconia in gola.

BABILA                    - Come vuole. Alla buona, ma una bella tavolata. Amelia, dài, fa le parti. Come una volta.

AMELIA                    - Mi aiuta a versare il latte, signorina?

TRILL                        - Volentieri.

AMELIA                    - Che ne è poi stato di quella povera signora di ieri sera?

LUCIANO                 - S’è lasciata convincere ad accettare l’ospitalità del capostazione.

AMELIA                    - Bisognerebbe farle prendere almeno un po’ di latte.

TRILL                        - Vado io.

AMELIA                    - Brava. Cerchi di convincerla.

BABILA                    - La cioccolata alle monachine, Amelia. Un cigolo di cardini, un tintinnìo di vetri, un fruscio d’aria. Verecondo ha aperto la porta.

VERECONDO          - Toh. È finito l’inverno. Lo scirocco della notte ha sciolto l’ultima neve. Sentono, signori? È entrata la primavera. Qui la primavera fa sempre così. Arriva all’improvviso.

SUOR LIA                 - Ma è un miracolo!

BABILA                    - (Oh non si mette a cantare!) “Son tornate a fiorire le rose. Alle dolci carezze del sol…” Ti ricordi, Amelia?

AMELIA                    - Altro, se mi ricordo!... Per non essere da meno, Cleto ha preso il violino e prosegue, da solo, il vecchio valzer.

BABILA                    - Vieni, Amelia, vieni a vedere il paradiso.

AMELIA                    - Proprio davvero. Chi abita in città, dimentica perfino che la primavera esiste.

BABILA                    - Non respiravo un’aria simile da trent’anni. Respiriamo, respiriamo tutti. Qui. Così. Insieme. Attenti. Via! Ahaaa… Ahaaa. E’ Dio che entra nei polmoni. Sciocco e criminale chi si lascia sfuggire un’occasione come questa. Parlo per tutta la compagnia. Ho un’idea: una scampagnata insieme per queste colline. Colazione al sacco, canzoni e danze. Si torna quando si torna. Chi non ci sta alzi la mano. E guai a chi la alza. Visto? Nessuno l’ha alzata. Ci fa compagnia, capo?

LINO                          - Magari. Io non posso muovermi.

BABILA                    - Disertore!

AMELIA                    - Dica un po’. Non conosce, per caso, un posto, da queste parti, per venirci a villeggiare?

LINO                          - (stupefatto) Per loro?

BABILA                    - Naturalmente.

AMELIA                    - Dove, possibilmente, ci fosse un piccolo giardino con una magnolia.

BABILA                    - (subito) E un ruscello.

AMELIA                    - Perché un ruscello?

BABILA                    - Perché una magnolia?

AMELIA                    - Non so. Per stare all’ombra, sotto il profumo, immagino.

BABILA                    - E un ruscello per pescare.

LINO                          - Si può vedere, signora. Cercando si trova.

BABILA                    - Caso mai, non preoccuparti, Amelia. Compro la stazione!

LINO                          - A proposito. Se non la disturbo troppo, vorrei chiederle un grande favore, lei che ha tanta influenza… Ecco, sono anni che aspetto un trasferimento e una sua raccomandazione in alto…

BABILA                    - (col cuore in mano) Affare fatto. Parlo personalmente al Ministro. Faccia una cosa. Mi prepari un breve promemoria, due righe. Dove preferisce? Firenze, Milano, Roma?

LINO                          - Per carità, cosa dice? Ci vuol altro!...

BABILA                    - Troppo modesto. Il suo posto è capostazione a Bologna! Mi prepari queste due righe e non ci pensi.

LINO                          - Gliele porto subito.

BABILA                    - Siamo pronti? In cammino. E lei: musica.

TRILL                        - Sì, sì. Una delle sue canzoni.

AMELIA                    - Brava signorina, una delle sue.

BABILA                    - Purché sia allegra.

CLETO                       - Credo che vada bene la mia “Polka della libertà”. (E attacca con grande slancio la polka della libertà)

BABILA                    - La balliamo, Amelia?

AMELIA                    - Babila?!

TRILL                        - E lei con me, ragioniere.

ELIGIO                      - Spiacente, ma non saprei far altro che pestarle i piedi.

LUCIANO                 - Per la signorina son qua io.

TRILL                        - Non osavo ambire tanto. Passerà, quanto? Mezzo minuto nemmeno, e un fischio acutissimo del treno li immobilizza.

LINO                          - (di ritorno, trafelato) La linea è riattivata. Il treno può ripartire.

SUOR GAIA             - (immediatamente) Di già…

TRILL (contemporaneamente) Chi se ne ricordava?...

NONSISACHI          - Fu come per un cane, appena fiutata la libertà, ancora esitante che uso farne, il fischio che lo richiama alla catena. Tutto rimase in sospeso, irrisolto, rimandato.

LINO                          - Ecco il promemoria, commendatore. E, di nuovo, grazie.

BABILA                    - Lo posi lì. (Ora un altro, come, più o meno, tutti) Il treno. E noi si stava qui a far pazzie. Per le cinque possiamo essere a Roma. Ancora in tempo a rimediar qualcosa. Ragioniere! Svelto. Ancora in tempo a rimediar qualcosa. Ragioniere! Svelto. Siamo pronti?

AMELIA                    - Un momento. Mio Dio, ho una faccia da far paura.

BABILA                    - Mica vorrai pettinarti e dipingerti la faccia qui? In treno, in treno avrai tutto il tempo.

AMELIA                    - Lasciami almeno infilare la pelliccia. Mi vuol aiutare lei, Colosseo?

LUCIANO                 - Con piacere.

BABILA                    - Si muova, ragioniere. Vada avanti con la borsa. Metta da parte le pratiche più urgenti che le detterò le risposte in viaggio.

ELIGIO                      - Corro, commendatore.

BABILA                    - Aspetti. Giacché c’è, accompagni mia moglie al treno. Chissà in che scompartimento finirebbe, con la testa che ha.

AMELIA                    - L’ha sentito? E dire che il mio sogno era un marito tutto galanteria.

LUCIANO                 - La galanteria non rientra nella parte del marito, signora.

AMELIA                    - Sfacciato. Si ricordi. M’ha promesso di farsi vivo. Se vuole che parli a mio marito della proposta di ieri sera, non ci deve trascurare.

LUCIANO                 - Poi dirà che le mie visite sono interessate. Per persuaderla del contrario dovrò venire vestito da sceicco.

AMELIA                    - Scommetto che non ne sarà capace?

LUCIANO                 - Ne sarò capace, sì. In fondo, è tutta pubblicità.

ELIGIO                      - E’ pronta, signora?

AMELIA                    - Vada, vada pure. Ho già il mio cavaliere.

BABILA                    - Si sbrighi, ragioniere.

ELIGIO                      -  (bofonchiando tra sé) Volevo ben dire che avesse cambiato pelle!...

AMELIA                    - Ora siamo noi che aspettiamo te, Babila.

BABILA                    - Precedimi. Devo dire una cosa, qui, al capostazione. Ti raggiungo a momenti. Ma, mi sbaglio o non hai più le tue perle?

AMELIA                    - Sono nella borsetta.

BABILA                    - Va va, ti capisco. Ne desideri un altro filo.

AMELIA                    - (ironica) Se ti fa piacere… (e poi, altro tono, all’attore) Ci risiamo. Capito?

LUCIANO                 - Automatico. Venga, signora.

BABILA                    - E gli altri? Pronti? Svelti, svelti!

SUOR LIA                 - (uscendo) Chissà, se troveremo un confessore al convento.

SUOR GAIA             - Io ne ho bisogno al più presto.

BABILA                    - Psst.

TRILL                        - Me?

BABILA                    - Ma se non aspettavi altro! Questo è il numero del mio telefono personale. Mi trovi verso le cinque. Intesi?

TRILL                        - Forse. Ma non subito. Mi prendo un mese di vacanza in campagna.

BABILA                    - Va bene. Pago io.

TRILL                        - No. Questo me lo pago io. Vado a cercarmi un laghetto di mezza montagna.

BABILA                    - Ad ogni buon conto, ecco il mio numero. Te lo infilo nella borsetta. Con me ci si trova bene.

TRILL                        - Non ne dubito, Bibi.

BABILA                    - Che Bibi? (Sbuffa e se ne va)

CLETO                       - (mormorato nel collo di Trill) I tuoi capelli crescono in mi bemolle.

TRILL                  - Che ha detto?

CLETO                       - Ho detto qualcosa?

TRILL                        - Mi era parso.

CLETO                       - Allora, arrivederci.

TRILL                        - Addio. Fuori, sbuffa impaziente e fischia rabbioso il treno; Il capostazione grida: “In vettura, signori, si parte”. Si precipita affannata la madre in lutto.

LA MADRE              - Il treno. Il treno! Farò in tempo? Signore, fammi la grazia di arrivare in tempo. Dammi la forza.

TRILL                        - Ma lei non si regge, signora.

LA MADRE              - Accompagnami tu, te ne prego.

TRILL                        - Si appoggi al mio braccio. Venga.

LA MADRE              - Faremo in tempo? Credi che faremo in tempo?

TRILL                        - Sì signora, vedrà.

LA MADRE              - (uscendo) Stammi vicina. Il nostro Luciano… Un silenzio. Il treno va, s’allontana, tace. Frattanto è scesa anche Elisa e l’ha guardato partire.

VERECONDO          - Una volta almeno, signora Elisa, l’ha finalmente visto fermarsi, il direttissimo.

ELISA                        - Già. L’ho visto fermarsi e ripartire.

VERECONDO          - Mah, sarà meglio che mi tolga la medaglia. Non c’è più occhi per vederla, ormai. Cos’’è? Han lasciato qui una lettera?

ELISA                        - Quale?

VERECONDO          - Lì sul tavolo davanti a lei. Le scrive più nulla?

ELISA                        - Nulla. Va pure.

LINO                          - E’ andato. Meno male che non hanno perso tempo a riattivare la linea. Sembravan cambiati, stamattina. M’è dispiaciuto per te, Elisa. Tutto questo scompiglio. Bisognerà che mi riposi un po’, nel pomeriggio, prima dell’accelerato. Sai, ho da darti una bella notizia. Quest’anno sarà la volta buona. Mi son fatto coraggio ed ho parlato, del trasferimento a quel commendatore. È una persona molto influente. Ne parlerà al Ministro in persona… Perché stai lì sulla porta fra le correnti d’aria?... Mi senti? Ha voluto un promemoria coi dati del mio stato di servizio.

ELISA                        - (li legge sulla lettera datale da Verecondo)… “Classificato tra i primi sessanta al concorso del 19… Capostazione di terza classe… Fa rispettosa domanda…”.

LINO                          - Che dici?

ELISA                        - Penso che avrai scritto questo sul promemoria.

NONSISACHI          - Sbadato! Non m’ero ricordato di far scomparire il promemoria dimenticato dal commendatore.

LINO                          - Eh già. Gli ho dato una copia della domanda che inviamo tutti gli anni al Ministero.

ELISA                        - Naturalmente.

LINO                          - Mi rendo conto, sai, tu meritavi un uomo diverso. Con maggiori iniziative, più ambizioni… Ma se ci riesce, questa volta, vedrai… andremo insieme, ogni tanto, al teatro, al cinematografo, potrai ascoltare della bella musica… Tutto cambierà.

ELISA                        - (remota come la stella Aldebaran) Sì sì… tutto cambierà… Il rumore d’un foglio di carta strappato in pezzettini. Dei passi… Una lunga pausa. Il suono del pianoforte in casa.

VERECONDO          - Serve niente, capo?

LINO                          - S’è rimessa al pianoforte. Ma perché non mi ha detto una parola?

VERECONDO          - Donna fantastica. Ma buona donna. Un goccio di grappa, capo? Ne avevo una voglia!

LINO                          - Ricordati che c’è da innaffiare i piselli.

NONSISACHI          - Che altro? Niente… Lo credereste? Colui che dall’ avventura uscì mutato fui io. Soltanto io. Per poco o tanto che fosse, rimaneva la domanda che senso aveva tutto ciò. Il non potervi dare una risposta, portava alla conclusione che non ero stato all’altezza del compito. Mi ero creduto un mentore e scoprivo di essere soltanto un testimone. Ed è giusto che, in seguito, non abbia fatto molta carriera nel mio rango. Da allora in poi, ho tirato avanti. Con parecchie illusioni in meno. Non dovrei dirlo: su noi, non su loro. Ma nemmeno a noi si può dire che la lezione sia servita molto. Al momento giusto, da una parte e dall’altra, qualcosa non aveva funzionato. Forse, bisognava dargli maggior credito, aiutarli di più, meglio… chi lo sa? Detto in confidenza, è un episodio che non si ricorda volentieri, quassù.

FINE

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