Binario morto

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BINARIO MORTO

Commedia in un atto

di ROBERTO RONCHINI

PERSONAGGI

LUI

LEI

Commedia formattata da

A sipario chiuso si sente il suono di un armonium. Trasmette una musica funebre che va spegnendosi sulle prime battute. Al centro del palcoscenico, un letto ma­trimoniale molto chiaro, possibilmente bianco, illuminato da un cerchio di luce verdastra. La scena deve restare qualche istante cosi. Poi si accendono le luci normali e compare una camera matrimoniale riccamente arredata. Spicca al centro il grande letto bianco. A destra la comu­ne, a sinistra la porta del bagno, da un lato una finestra grande con tende. Lui e Lei entrano. Lei, una ricca don­na sui 55 anni, ben messa, modernamente agghindata. Ha una stola di visone sul braccio e un cappello da sera in mano. Lui, importante industriale, capelli corti bian­chi, abito doppiopetto. Ritornano dal teatro. Lei appena entra va allo specchio, si guarda; poi si getta su di una poltrona.

Lei                                 - (si toglie le scarpe) Ah! Dio mio. Diventa sem­pre più faticoso andare a teatro.

Lui                                - (si è tolto la giacca. Siede sul letto e sfila con fati­ca le scarpe) Si, hai ragione. La cena però è stata ot­tima.

Lei                                 - (va allo specchio e si guarda) Un po' pesan­te: non dovevamo andare a vedere quel lavoro.

Luì                                - Era necessario accontentare i Dorati. Ci teneva­no molto. (Accende una sigaretta) E Luca, poi, lo aveva tanto esaltato.

Lei                                 - Io non ho sentito. Parla cosi poco con me.

Lui                                - Pure con me, stai tranquilla. Ho avuto modo di ascoltare una sua conversazione al telefono, ecco tutto.

Lei                                 - Non capisco come gli possano piacere questi polpettoni. Troppo tragici. Tanti problemi che io, infine, ti dico la verità, non ho capito neanche la metà. (Si sfila l'abito e rimane in sottoveste) Ma perché lei doveva uc­cidersi? Se tutta la gente che è in miseria dovesse fare quella fine, resteremmo in pochi. Poteva reagire, no?

Lui                                - Ha ragione nostro genero. Meglio le cose alle­gre: le riviste.

Lei                                 - Siete due maiali. Dammi la mantellina. (È al tavolo da toilette e mette i bigodini) Sempre a quello pensate. Dio, non che mi sia divertita intendiamoci. Ma dico io, si devono sentire delle parole cosi incivili. Dove arriveremo, non lo so.

Lui                                - È di moda essere drammatici e parlare come i facchini.

Lei                                 - (non riesce ad agganciare un bigodino sulla nuca)

                                      - Tesoro, aiutami, non riesco. Accidenti, non ce la fac­cio ad agganciarlo. (Lui le si avvicina ed eseguisce) Quando la vita è tanto bella! Devono proprio avere delle menti ammalate per descriverla sempre torbida e dram­matica.

Lui                                - (prende un po' di crema e se la spalma sulle mani)

                                      - Il vento irruvidisce la pelle.

Lei                                 - Ci sono, non dico di no, ci sono dei casi dram­matici, però siamo giusti, la maggioranza della gente vive tranquilla, è serena, felice.

Lui                                - (è seduto su una poltrona e si toglie i calzini) Te lo dicevo anche in macchina, è la moda. Non farci caso. Sono problemi che non investono la gente per be­ne.

Lei                                 - (prende un flacone di crema detergente e lo agita per un po'. Indi inizia a passarselo sul volto) Ma lo spirito, l'anima! Non ci pensano.

Lui                                - (cercando) Dove avrà messo le pantofole?

Lei                                 - Saranno in bagno. (Lui va in bagno)

Lui                                - (rientrando) Ogni sera gli cambia posto. Biso­gna dirglielo.

 Lei                                - (continua a massaggiarsi il viso) Sempre mise­ria, assassini, scioperi, cose volgari. Una volta si che si vedevano delle belle commedie, e si capivano anche.

Lui                                - (toglie il gilet, l'orologio e l'anello) Sembra che oggi ci siano solo i ricchi da mettere alla gogna.

Lei                                 - (c.s.) Si lamentano tanto i giornali per la severi­tà della censura, ma mi sembra che siano ben accondi­scendenti. Non so... Ti giuro che mi sentivo male per Flo­ra. Era o no il suo caso? Buttarglielo cosi in faccia. Non c'è più carità, ecco.

Lui                                - (toglie la camicia e resta in maglia e pantaloni) Per fortuna lei non l'ha notato.

Lei                                 - (ora si mette un tonico per la pelle) No, no. Se n'è resa conto, e come. L'ho guardata bene, due o tre volte. Scusa, quella frase sull'aborto, sembrava fatta per lei.

Lui                                - Flora è una donna di spirito.

Lei                                 - Si sa. Ma dentro, chissà cosa ha sentito. (Lui sta vuotandosi acqua in un bicchiere) Passami un goc­cio di minerale... Questo rossetto è schifoso. Morisse chi me l'ha consigliato. Dei veri imbroglioni sono.

Lui                                - (passandole l'acqua) Non è molto fresca.

Lei                                 - No. Va bene. Troppo fredda fa male. (Pausa. Lui va in bagno) La moglie di Dorati è una bella sfron­tata. L'hai sentita? Voleva fare dell'ironia nei confronti di mia figlia. Proprio lei. Già. E il marito? Come se nul­la accadesse, vicino a lui. (Si toglie le calze) Ti giuro. Se non fosse perché hai degli affari con loro, le avrei ri­sposto a tono. E quel semplicione dell'amante? Potrebbe essere suo figlio. Che schifo.

Luì                                - (dal bagno) È gente abituata a Parigi.

Lei                                 - Tesoro, non difenderli ora. Sembravano una bel­la famiglia anziché marito, moglie e amante.

Lui                                - A lui conviene accettare le cose come sono. (Esce dal bagno)

Lei                                 - Oh, lo so. (Va in bagno) L'autore della comme­dia forse aveva ragione a colpire certa gente.

Lui                                - (si versa un altro bicchiere di acqua minerale) Non prenderai sul serio quello che dicono? È un modo come un altro per arrivare al successo.

Lei                                 - (rientra con un'ampia vestaglia. Vedendolo bere) Smettila di bere. Quando ti giri nel letto, sembri in una vasca da bagno. (Lui va in bagno) Non starci un'ora! (Va alla finestra. Controlla che sia ben chiusa) Domani dobbiamo andare a trovare mia figlia. Quella dissenteria della bambina non mi dà pace.

Lui                                - (dal bagno) Ci puoi andare sola, visto che ti ostini a chiamarla tua figlia.

Lei                                 - (si passa una crema nutriente sul viso) Ma si, è nostra figlia e non prendere scuse adesso per non ve­derla. Possibile che nelle ore libere ti devi sempre rele­gare coi tuoi vecchi amici a giocare a carte o al bigliar-do. A carte o al bigliardo. I figli sono di tutti e due mi pare.

Lui                                - (entra asciugandosi il viso) Non fare il dram­ma, gioia. La bambina non ha nulla di grave. E ci siamo stati tre giorni fa.

Lei                                 - Andrò sola allora. Però glielo dirò che non sei voluto venire. Cosi te ne dirà quattro, e avrà ragione.

Lui                                - (va in bagno) Non iniziare con i ricatti.

Lei                                 - Tu, sei un egoista. (Va in bagno pure lei. Bre­ve pausa. Si sente parlottare. Escono dal bagno) Via te­soro, sii carino... (Mentre va a dare qualche sbuffo al suo guanciale) Non puoi credere che malinconia mi fa quel viaggio; quella strada monotona, senza un po' di verde... (Va al tavolo da toilette e riprende il massaggio al viso)

Lui                                - Ma via è cosi breve.

Lei                                 - (leggermente risentita) Ho capito, non ne hai proprio voglia. E va bene. Non ti preoccupare. Non è la prima volta che mi lasci andare sola.

Lui                                - (pure indispettito) È che tu accetti solo le situa­zioni che ti fanno comodo. Non è più come quando si era giovani. Lo sai che faccio un po' fatica a guidare: ho la pressione alta, il cuore... insomma renditi conto...

Lei                                 - (troncando. Si avvicina a lui, apre la vestaglia vol­gendo la schiena al pubblico) Slaccia qui. Di che pres­sione vai parlando, tesoro. Quante volte esci con la mac­china appena cenato, e rientri all'una e anche dopo, ros­so e sudato come se fossi andato a nuotare. (Lui è final­mente riuscito a slacciare il busto) Ah! Che bello... Sii sincero. Di' che non mi vuoi più bene e tutto è più chiaro.

Lui                                - Ti accompagnerò. Va bene? Hai sempre ragio­ne tu.

Lei                                 - (toccandosi il fianco) Senti qui. Tocca. Tocca qui. Se non riprendo la cura finirò per diventare come te.

Lui                                - Dobbiamo mangiare meno.

Lei                                 - (va alla toilette. Si fa un massaggio alle mani) Sono tutti quei dolci strani che hai la debolezza di far portare a casa. Neanche fossi incinta. E pensare che quando ci siamo sposati ero meno della metà.

Lui                                - Eravamo più giovani, (Va in bagno, chiude la porta. Si sente l'acqua scorrere)

Lei                                 - (davanti allo specchio. Si guarda. Fra sé, triste­mente) Neppure il bagno turco ci fa più nulla. (Si guarda e a poco a poco si compiace con se stessa anche cosi com'è. Va vicino alla porta del bagno e bussa piano) Ne hai per molto?

Lui                                - È aperto. Vieni pure.

Lei                                 - (apre la porta e guarda. Breve pausa) Dio! Che fatica fai a infilarti il pigiama.

Lui                                - Non vorrei cadere come ha fatto tua madre.

Lei                                 - Sai? Comincio a risentire quel dolore alle gam­be. Dovrò andare ad Abano una settimana. Non voglio avere il male dello scorso anno.

Lui                                - (entra in pigiama frizionandosi i capelli) Non hai che da decidere il giorno.

Lei                                 - Dovresti venire anche tu. Ti farebbe bene.

Lui                                - Non ho tempo. Lo sai.

Lei                                 - (entra in bagno. Breve pausa. Da dentro) Che giorno è domani?

Lui                                - (dopo un istante) Domenica.

Lei                                 - No. La data. (Breve pausa)

Lui                                - 11 20.

Lei                                 - Ma non è il 19?

Lui                                - (con incertezza) Oggi, è il 19.

Lei                                 - Ero convinta che oggi fosse il 18.

Lui                                - No... No è il 19.

Lei                                 - Sei sicuro? (Breve pausa)

Lui                                - Ma si. Perché? (Durante le ultime battute, che vanno recitate con molta incertezza, lui resta fermo nel­la posizione in cui si trova, e risponde come se il ricor­dare gli procurasse un dolore)

Lei                                 - (tono normale) Martedì' è un anno che nostro fi­glio si è sposato.

Lui                                - Come passa il tempo.

Lei                                 - (distrattamente) Meno male che due sono siste­mati.

Lui                                - Non ci hanno dato molto da fare.

Lei                                 - (esce dal bagno) È vero. Però lei, diciamolo, non ha avuto proprio nessun pudore. Eh! Perbacco. (Si siede su una poltrona e si massaggia una caviglia) Come si fa a pretendere più di quello che un ragazzo per bene, come è il nostro, vuol fare. L'ha voluto mettere di fronte al fat­to compiuto.

Lui                                - Per fortuna è di buona famiglia...

Lei                                 - Per fortuna. Diversamente, dimmi tu cosa ne ve­niva fuori. Quando ci penso non so cosa farei.

Lui                                - Aveva paura di perdere una buona occasione.

Lei                                 - Si. Si. L'ho capito. A volte, però, non mi sem­bra che lui sia molto contento.

Lui                                - È la donna che ci vuole per lui.

Lei                                 - Sarà. Tuttavia è una vipera. Con quella sua aria ingenua tutta gioia-tesoro, gioia-tesoro, e poi, ho visto io, lo tratta come un bambino noioso. E lui non reagisce mai. Sembra senza sangue nelle vene quando è con lei. Non sembra neppure mio figlio.

 

Lui                                - Ma via, smettila di agitarti per queste cose. Non ci riguardano più.

Lei                                 - Eh già! Per te va tutto bene purché guadagni e si faccia strada. Sai che mi ha detto il parroco l'altra mattina? Ha detto che teme di averli perduti tutti i no­stri ragazzi. Luca poi, non ne parliamo. Dico io, neanche più a messa vanno!

Lui                                - Ci vanno. Solo avranno cambiato chiesa.

Lei                                 - (si alza di scatto) Mi contraddici sempre per farmi dispetto.

Lui                                - Cos'hai stasera. Quietati. Si direbbe che la com­media ti abbia irritata. Via tesoro, calmati.

Lei                                 - Sto proprio a pensare a quelle brutte cose, io. (Si mette in ascolto) Zitto. (Pausa) Hai sentito?

Lui                                - Cosa?

Lei                                 - (leggermente spaventata) Un urlo... No... Era co­me un acuto. (Sottovoce) Senti?... Senti?... Ecco... Ora è come un suono sgradevole, sembra... un grido. Lo senti?

Lui                                - (dopo un istante) No... Non sento nulla... È la notte che accentua i rumori...

Lei                                 - (abbattuta) No, no. (Pausa) Sembra... come un la­mento... stridente...

Luì                                - Non sento nulla io... Chi vuoi che sia, cosa...

Lei                                 - Ecco... Si allontana...

Lui                                - Sarà stato un camion che ha frenato brusca­mente o qualche ubriaco chissà dove...

Lei                                 - È finito. È finito. (Pausa. Lentamente) Che stra­no, ho provato una sensazione di freddo: come se mi avessero gettato dell'acqua addosso.

Luì                                - La notte altera i rumori. Via. Basta. Non è il caso di impressionarsi.

Lei                                 - Metti la mano qui (fa sentire il cuore) sembra che mi venga fuori.

Lui                                - Prendi le gocce. Passerà.

Lei                                 - (gira per la camera e si massaggia il cuore) Si, sono un po' nervosa stasera. Chissà perché infine.

Lui                                - Ti preoccupi troppo di tutto.

Lei                                 - Devo farlo.

Lui                                - Nessuno ti obbliga.

Lei                                 - Lo so. Ma altrimenti mi annoio. (Pausa) Che ora è?

Lui                                - La una e un quarto.

Lei                                 - Credevo fosse più tardi.

Lui                                - Con tutte queste storie mi dimenticavo di dirti la cosa più importante. Lunedì devi venire dal notaio per firmare gli atti della nuova società. Ti avevo detto che figuri come amministratore unico?

Lei                                 - (beve un goccio d'acqua) Lunedì non posso. (Si riprende) Ho la sarta e poi viene Leone a portare i conti delle cascine, e voglio vederli bene io, questa volta.

Lui                                - Martedì, va bene?

Lei                                 - Che giorno è?

Lui                                - Il 22.

Lei                                 - No. Martedì ho la conferenza di S. Vincenzo e il dentista. Chissà che male!

Lui                                - Mercoledì allora. Non è possibile rimandare ol­tre. Fammi il favore di trovare due ore libere. Anche me­no, vedrai.

Lei                                 - Che serataccia. (Si siede su una poltrona. Pau­sa. Con tristezza) Mi sento come se avessi mangiato un dromedario. Saranno stati i lamponi alla panna. Sono troppo pesanti.

Lui                                - (distratto) Non è la prima volta che li mangi.

Lei                                 - Si vede che ero già ingombra. (Pausa) Che cer­chio alla testa mi sta venendo.

Luì                                - Vuoi un cachet?

Lei                                 - No. (Pausa) Riempimi la borsa d'acqua calda. (Lui eseguisce in bagno. Lei va alla toilette e mette a po­sto un flacone di crema. Poi si getta su una poltrona) Dio mio. Come fa caldo qua dentro. (A lui sempre in ba­gno) Potevi mettere nostra figlia come amministratore. Io sono già in tante società.

Lui                                - (rientra con la borsa dell'acqua calda) Tieni.

Lei                                 - Grazie. Apri un momento la finestra. Fa troppo caldo qui.

Lui                                - (eseguisce) Non ti farà male.

Lei                                 - Mettiti la vestaglia. Finirai per prenderti un raf­freddore.

Lui                                - Ho caldo anch'io stasera. (Breve pausa durante la quale lui si versa un po' d'acqua, accende una sigaretta e si va a sedere sul letto. Ha l'aspetto stanco, ma poi parlando si riprende)

Lei                                 - Smettila di fumare. Viene un cattivo odore in camera.

Lui                                - (non le dà retta) Voglio costituire un'altra so­cietà, consociata alla DUX, dove intenderei sistemare, per ora, tutti e due i ragazzi. Bisogna che anche Luca inizi a farsi strada, per quanto, se ti devo dire la verità, non mi dà molto affidamento.

Lei                                 - Sarebbe meglio tenerli separati. Non vorrei che, in avvenire, dovessero litigare. Sai com'è pignolo il grande.

Lui                                - No. D'altra parte anche nostro genero è del pa­rere di non circoscrivere tutto il capitale su te e tua figlia. Divisi bene gli utili, vedrai che non avranno mo­tivo per litigare.

Lei                                 - Si, va bene, tesoro. Ora però non mi sento pro­prio bene. Ne parleremo più a lungo domani.

Lui                                - Mercoledì, mi raccomando.

Lei                                 - Va bene. Firmerò tutto quello che vuoi. Ma que­sta volta voglio la stola di cincillà. Prendere o lasciare.

Lui                                - Sei uguale a tua figlia. D'accordo, come vuoi tu. (Pausa)

Lei                                 - Che ore sono?

Lui                                - Quasi la una e mezzo. (Si corica sotto le co­perte) Hai intenzione di non venire a letto?

Lei                                 - Non ho sonno. Sono nervosa. Non so cos'ho.

Lui                                - Hai mangiato un po' troppo. Ecco tutto.

Lei                                 - Ma si. Me l'hai già detto... (Lui continua a fu­mare e non risponde) Sono gli unici minuti in cui pos­siamo dirci qualcosa e tu non trovi di meglio che ur­tarmi.

Lui                                - (conciliante) Cerco di tranquillizzarti. Se hai da dire qualcosa ti ascolto.

Lei                                 - Voglio parlarti di Luca. Non ha voglia di far nulla. È sempre cosi stanco. Alla sua età dovrebbe essere più vivo, più energico. Lo condurrò dal medico.

Lui                                - Avrà qualche ragazza per le mani.

Lei                                 - Ci mancherebbe anche questa. No, no. Ne sono sicura.

Lui                                - Allora sarà perché non l'ha. Lo manderemo un po' all'estero. Gli farà bene.

Lei                                 - Non mangia più come una volta. Appena può corre da quei suoi amici, che non mi piacciono. Gentetta. Tutte compagnie pericolose per lo spirito. Finiranno per rovinarcelo.

Lui                                - Quando sarà lontano, se li dimenticherà presto. Vieni a letto. (Pausa) Chiudi quella finestra, per favore, entra aria fredda e umida.

Lei                                 - Non vedi che sto poco bene? Sei esagerato: qui si muore dal caldo.

Lui                                - Sei tu eccessiva. Io sento freddo. (Si alza e va a chiudere la finestra)

Lei                                 - Come sei dispettoso. Gesù, che male. (Si preme il ventre) Sono dolori che sembra abbiano le radici chis­sà dove.

Lui                                - Chiamo la donna?

Lei                                 - No. (Pausa) Vengono ogni tanto. Poi passano. (Pausa) È quella maledetta panna. In teatro poi faceva freddo.

Lui                                - (torna verso il letto) Vieni a letto, è molto me­glio. (Cerca nel comodino) Dov'è il mio libro? (Lei non risponde) Hai visto il mio libro?

Lei                                 - Non ti metterai a leggere ora. Basta, gioia, basta coi libri gialli. Non so che piacere ci trovi.

Lui                                - Che te ne importa? Dove l'hai messo?

Lei                                 - Lasciami tranquilla un momento. Non lo so.

Lui                                - Non farmi perdere la pazienza. Dov'è?

Lei                                 - Sarà di là.

Lui                                - (va in bagno. Torna) Chi ce lo ha messo: vor­rei sapere!

Lei                                 - Lo avrai dimenticato stamattina. Non è il tuo pensatoio quello? (Lui va di nuovo a letto. Si mette a leggere. Pausa. Lei si tiene il ventre) Accidenti che male. (Come ricordando) Neanche quando ero incinta... Dio... Quella notte che è nato Luca... Che dolori ho avuto... (Breve pausa) Ti ricordi... Chi lo avrebbe detto che sa­rebbe arrivato dopo tanto tempo dall'ultimo. (Breve pau­sa) Che sorpresa, vero? Non me l'aspettavo proprio... Se non fosse stato per la coscienza non lo avrei proprio tenuto... Ormai ero cosi tranquilla da quel lato li... Mah... Ecco... Ora sto meglio. (Con sollievo) Basta pensare al peggio per sentirsi subito bene.

Lui                                - Vieni a letto.

Lei                                 - Si, ora vengo. Starei a dormire qui con le luci accese. (Si alza. Va in bagno, spegne la luce e chiude la porta. Va a sedersi alla toilette. Si mette una retina in testa. Si alza. Prende un giornale. Va verso il letto e si siede al fianco un momento, poi si infila sotto le coperte. Sfoglia il giornale) Hai visto come sono salite le POLE?

Lui                                - (sempre leggendo) Ho già detto al mio agente di vendere venerdì.

Lei                                 - Prova a farmi un massaggio, qui, sullo stomaco. (Lui smette di leggere. Eseguisce) E se poi crescono an­cora?

Lui                                - No, no. È venerdì la punta massima. Basta cosi?

Lei                                 - Si, tesoro, grazie. (Lui riprende a leggere. Lei di nuovo col giornale) In che tempi viviamo. Stesse per me, farei presto a farli sparire questi sporchi lazzaroni. Perbacco. Due poveri fidanzati non possono nemmeno sta­re in pace nella loro macchina. Neanche l'amore rispettano. (Mentre sfoglia) Dovrebbero proibirgli di vestirsi a quel modo. Dove siamo, nel Texas? E dovrebbero chiu­dere tutti i cinema, le osterie e i bar della periferia.

Lui                                - (leggendo) Già. Già.

Lei                                 - Sono quelli i veri covi. E tutti a lavorare. Qual­cosa da fare c'è sempre.

Lui                                - Lasciami leggere in pace.

Lei                                 - Perché ascolti?

Lui                                - Parla piano almeno.

Lei                                 - Non essere fastidioso. (Lui non risponde. Si gi­ra. Breve pausa) La gente non ha più religione. (Mentre sfoglia) Quante disgrazie capitano. Amore, amore. Sem­pre l'amore. Dovrebbero proibire di pubblicarle certe no­tizie. Quando uno non le sa, si impressiona meno. (Sospi­ra) Abbiamo conosciuto anche noi l'amore, ma anche se tu mi avessi lasciato, non mi sarebbe neanche passata per il cervello l'idea di uccidermi o di ucciderti. A te nem­meno, vero?

Lui                                - M-m-m.

Lei                                 - Avremmo sofferto. Ma con decoro. (Getta via il giornale. Pausa) Fra un mese sono trent'anni che sia­mo in questo lettone. Be'. Sai che non ho nulla da dire? Ci penso, ci penso e non mi vengono alla mente che po­chi ricordi... cosi lontani... (Un po' triste) Tutta una vita ed è come se non fosse successo nulla.

Lui                                - (chiude il libro) Mi bruciano gli occhi. Devo smettere.

Lei                                 - Io leggo solo i titoli. Per vedere se arriva il sonno.

Lui                                - La coperta mi dà fastidio. (La toglie)

Lei                                 - (quasi allarmata) Solo dalla tua parte. Toglila dalla tua parte, ho detto. (La rassetta) Come sei noioso stanotte, tesoro. (Lui non risponde. Rimane supino a guar­dare il soffitto)

Lei                                 - (abbattuta) Com'è faticosa l'insonnia. Domani avremo due facce da far spavento. (Pausa)

Lui                                - Hai chiuso la finestra?

Lei                                 - Ma se l'hai chiusa tu. Prima. (Breve pausa. Si sente aprire e chiudere la porta d'ingresso)

Lui                                - Luca rientra ora.

Lei                                 - Che ore sono?

Lui                                - Manca poco alle due.

Lei                                 - Bisogna fargliela smettere.

Lui                                - Parlagli tu. Io non riesco a farmi capire. Né a capirlo. Anche l'altra sera, non avrei voluto arrivare a quel punto, ma mi ci ha costretto.

Lei                                 - Si. Sei stato un po' eccessivo. Quasi, quasi met­tevi paura anche a me.

Lui                                - Ho dei progetti in mente per lui e non voglio rinunciarvi. Deve laurearsi. Con un buon titolo lo lancio-dove voglio.

Lei                                 - Non mi sembra molto entusiasta però. Chi lo sa cosa gli ha preso da un po' di tempo. Sempre astioso con tutti noi, coi nostri amici. Dobbiamo proprio fargli fare una forte cura ricostituente.

Lui                                - Fagli tutto quello che vuoi, però io voglio che si laurei come ho detto. In fondo sono io che pago.

Lei                                 - Si è lasciato troppo influenzare da quei nuovi amici, chissà dove li avrà incontrati.

 62

 

Lui                                - Come fai a conoscerli se in casa non ne ho mai visti.

Lei                                 - Me li ha descritti la madre di un suo compagno. (Pausa) Che gente! (Pausa) Mah! Abbiamo faticato tanto per dargli un'anima come si deve, e in pochi mesi l'ha già perduta.

Lui                                - E pare che non ne senta la mancanza.

Lei                                 - Oh! Per quello la sente. Non vedi come ci sfug­ge? Ha paura del nostro giudizio. Sa benissimo quanto di buono e di bello vuole abbandonare.

Lui                                - Non puoi credere come mi dispiacciano queste sue reazioni.

Lei                                 - (troncando) E a me. Mi si gonfia il cuore quan­do penso al modo per imporgli un po' di rispetto. Lo sai che l'altra settimana, vedendomi pronta ad andare al Circolo, mi ha riso in faccia e mi ha chiesto se avevo ancora delle velleità? E con una cattiveria poi! Sembra­va che mi odiasse. Dico io, che stima ha di sua madre.

Luì                                - Grazie a Dio gli altri non hanno dato tutti que­sti pensieri.

Lei                                 - Si direbbe che le virtù migliori abbiano attecchi­to in tutti tranne che in lui. Ma vedrai, anche questo finirà per ubbidirci.

Lui                                - Vorrei però che non fosse necessaria tanta coer­cizione. Dover ricorrere sempre a un nuovo imbroglio per ottenere, infine, quasi nulla. Credi che mi abbia fatto piacere farlo pedinare l'altra volta? Sono cose che mi ripugnano, se non avessi insistito tu...

Lei                                 - (troncando) Si doveva fare, tesoro. Per fortuna non c'era nulla di grave, ma non si poteva sapere. Non dice mai dove si va a cacciare. Non so da chi ha potuto prendere. Da noi, no di certo. Saranno le cattive... Dio, che male al collo, è stata la finestra aperta. (Si mas­saggia)

Lui                                - Tutto andrà a posto, vedrai. Finirà per cedere, altrimenti gli vendo la macchina. Per Dio, voglio vedere chi comanda.

Lei                                 - Lascia fare a me. Con un po' di astuzia si ot­tiene lo stesso risultato. Non è bello trascendere. (Lui si gira nel letto. Lei un po' seccata) Non girarti troppo prima di addormentarti. Viene dentro aria fredda nel letto. (Squilla il telefono, che si trova sul comodino di luì. Tutti e due si alzano per rispondere. Lei leggermen­te spaventata) Chi può essere, Dio mio.

Lui                                - Sentiamo.

Lei                                 - No, aspetta.

Lui                                - Perché? (Risponde) Pronto? Pronto. Prontoooo! (Riattacca) Cretini. Che scherzi idioti.

Lei                                 - Chi poteva essere?

Lui                                - Non Io so. Evidentemente uno sbaglio. (Si alza, va in bagno. Squilla di nuovo il telefono. Lui rientra in fretta, non in tempo. Lei dal letto ha già staccato la cor­netta)

Lei                                 - Pronto? Pronto? (Piano, chiudendo con la mano il ricevitore) Si sente una musica in lontananza... Com'è triste... (Riascolta) Sembra una tromba... (Agitata) Si... Si è soltanto una tromba... ha un suono strano... (Quasi con timore) Pronto... (A lui) Vieni a sentire... Prova, senti, senti?

Lui                                - (ascolta) Si... Si... Non è molto chiara... si cer­tamente... una tromba... Chi sarà?

Lei                                 - Ho paura... ho paura...

Lui                                - Calmati. (Dopo un momento riattacca)

Lei                                 - Dio mio. Ho sentito al cuore lo stesso freddo di prima.

Lui                                - Anch'io. Ma è un'impressione soltanto. Si trat­ta di uno scherzo non diretto a noi. Lasciamo staccato il ricevitore.

Lei                                 - Che sensazione sgradevole... ho il suono ancora qui in gola... Da dove verrà... ora che ci penso sembrava il grido di prima; ma era una tromba... ne sono sicura.

Lui                                - Non bisogna farci caso.

Lei                                 - Si fa presto a dire. Ho paura... (Si stringe a lui)

Lui                                - Meglio non pensarci.

Lei                                 - Si. Hai ragione. Mi ha dato una pena... tutto quel senso di gelo che ho sentito. Tu, no?

Lui                                - Un poco. Si. Un poco... È uno sciocco scherzo... Uno scherzo... Chissà per chi... (Breve pausa)

Lei                                 - Mentre sei alzato, vai a vedere se è ben chiusa la porta d'ingresso.

Lui                                - (mentre esce) Non essere sciocca. Ora esageri. (Lei si alza. Va all'inginocchiatoio. Si fa due o tre volte il segno di croce. Lui rientra) Con le tue manie, finisci per influenzare anche me.

Lei                                 - (sempre all'inginocchiatoio, si volge verso di lui) Vienimi vicino, vieni qui.

Lui                                - (alle sue spalle le prende le mani. Lei appoggia il capo sul ventre di lui) Come ti tremano le mani.

Lei                                 - Anche le tue, sono fredde. (Breve pausa) A co­sa pensi?

Luì                                - A nulla. (Breve pausa) Andiamo a letto, forse il freddo ci passerà.

Lei                                 - Si, tesoro. (Pausa) Che respiro svelto hai...

Lui                                - Anch'io non mi sento troppo bene stasera.

Lei                                 - Non dovevamo andare fuori.

Lui                                - M-m-m.

Lei                                 - Cosa sarà?

Lui                                - Succede quando si rimescolano troppi pensieri...

Lei                                 - Berrei qualcosa di caldo, di molto caldo... A teatro poi faceva freddo...

Luì                                - Lo hai già detto. Prendiamo un bicchiere di cognac.

Lei                                 - No.

Lui                                - Un rum.

Lei                                 - No. Ma no. Mi fanno male al fegato. Tutto quel vino rosso che ho bevuto... Che notte, Gesù mio, si pre­para.

Luì                                - Ho bevuto troppo anch'io.

Lei                                 - Te lo avevo detto.

Luì                                - Ma non era ghiacciato.

Lei                                 - Prendiamo qualcosa di caldo.

Lui                                - (staccandosi da lei) Chiamo la donna.

Lei                                 - No. (Si alza dall'inginocchiatoio) Ci vuole una mezz'ora prima che si svegli. (Lo prende sottobraccio) Vai tu tesoro. Fammi una camomilla.

Lui                                - È più efficace una tisana con un goccio di cognac.

Lei                                 - Si, va bene. Quello che vuoi, gioia. Ma che sia ben calda. (Lo ha condotto quasi sulla porta) Infilati la vestaglia. (Gliela va a prendere) Tieni. (Trilla il telefono. Tutti e due si guardano. È evidente in loro una certa agi­tazione. Non rispondono subito. Al terzo, quarto squillo, lui va a rispondere) No. Stacca, stacca senza rispondere.

Lui                                - (stacca. Ascolta un istante) Ancora... Ancora quel suono... è sempre più vicino...

Lei                                 - (va ad ascoltare) Ripete sempre la stessa nota... Sembra una voce che chiami... (Lui fa per riattaccare) No. Aspetta. Aspetta... Si è interrotto di colpo. Mio Dio. Non si sente.

Lui                                - Calmati...

Lei                                 - Sembra un avvertimento.

Lui                                - (riattacca violentemente) Ora lo porto in salotto.

Lei                                 - Si... Si portalo via. (Mentre lui esce) Fai bollire bene l'acqua. (Quando luì è uscito, si abbandona sul let­to; si passa la mano sulla fronte) Eh! Madonna santa, quanta poca salute concedi ai tuoi figli migliori. E tanti pensieri anche. (Pausa. Si alza e si guarda nello specchio) No. Non possiamo più concederci delle emozioni. Non è più come quando si era giovani. (Sconsolata si siede sul letto) Abbiamo voluto troppo ieri notte.

Lui                                - (rientra con una teiera e due tazze) Vuoi an­che un sonnifero?

Lei                                 - Dammelo. È li dentro. Prendilo anche tu.

Lui                                - (eseguisce) Luca ha ancora la luce accesa.

Lei                                 - Domani ci penso io. Tu non curartene. Lascia che gli parli io. So, come si deve prendere. (Mentre beve) Quanto rum hai messo.

Lui                                - È cognac.

Lei                                 - Sembra rum. (Beve) L'acqua è poco più che tie­pida. (Lui ha preso il sonnifero e va a letto. Breve pausa. Lei sfiduciata) Speriamo faccia effetto presto il sonnifero. (Pausa) Quante cose dobbiamo fare domani.

Lui                                - Mmmm. (Pausa)

Lei                                 - Devi ricordarti di inviare un telegramma di con­gratulazioni all'onorevole.

Lui                                - Mmmm.

Lei                                 - Sarebbe bene che gli facessimo anche un regalo...

Lui                                - Mmmm. (Pausa)

Lei                                 - Andiamo a messa nella nostra solita chiesa o quando arriviamo lassù? (Guarda lui) Beh! Decidiamo domani. Vedrai, ci alzeremo tardi e dovremo far tutto in fretta. (Lui non risponde. Pausa) Fra poco è carneva­le... Mi ascolti?

Lui                                - Si. Rimettiti la coperta, per favore.

Lei                                 - (eseguisce) Ci maschereremo anche quest'anno? Ho tanta voglia di divertirmi un po'.

Lui                                - Ci... penseremo... c'è tempo... Che ore sono?

Lei                                 - Non lo so. Dio! Chissà che occhiaie avremo do­mani.

Lui                                - Mmmm.

Lei                                 - Sarebbe meglio non abusare di questi espedienti. (Dopo una breve pausa sbadiglia) Sabato voglio andare... Dormi già?

Lui                                - Mmmm.

Lei                                 - Chi spegne la luce per primo? (Lui si gira dalla parte opposta. Lei con molta stanchezza) Stai fermo, ti prego, almeno fino a che non mi sono addormentata. (Lui non risponde) Allora spegni tu la tua luce? (Lui c.s. Lei si alza, lentamente va verso il lato del marito, lo guarda un istante. Scuote la testa. Spegne la luce sul comodino. Nel ritornare a letto, si guarda allo specchio, si sfiora un fianco. Passando davanti all'inginocchiatoio fa con gesto abituale il segno della croce. Mentre sale sul letto, con molto rimpianto) Quante gioie perdiamo a poco a poco... (Si riprende unpoco) E va bene... Non ci pensiamo... Do­mani andrà tutto meglio. (Si volta verso il marito, con dolcezza) Buona notte. (Lui c.s. Lei lo scuote appena) Buona notte. (Lui c.s. Lei un po' meno dolce) Non mi dai la buona notte?

Lui                                - Si... Si... notte felice... notte... a domani.

Lei                                 - Felice notte... A domani. (Spegne la luce. Subito dopo, si risente la musica funebre dell'armonium, e il cerchio di luce verdastra, li illumina. Sono in un norma­le atteggiamento di due addormentati. La musica, che si era alzata sensibilmente, all'apparire della luce verde, ca­la lentamente col velario)

FINE

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