Breve incontro

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BREVE INCONTRO

di Noel Coward

Personaggi:

LAURA JESSON, casalinga

MYRTLE BAGOT, barista

BERYL WATERS, sua aiutante

STANLEY, cameriere del bar

ALBERT GODBY, controllore

ALEC HARVEY, medico

BILL, soldato

JOHNNIE, soldato

MILDRED, giornalaia

DOLLY MESSITER

UN GIOVANE

Scene:

Il caffè della stazione di Milford. A sinistra un bancone curvo, con sopra le custodie in vetro contenenti panini, paste, ecc. Tazze e bicchieri sono disposti in file simmetriche, a dimostrare il fantasioso spirito d’inventiva di Myrtle. Bottiglie di soda e di acqua tonica sono state disposte in cerchi e quadrati. Perfino i dolci sono ammonticchiati l’uno sopra l’altro sulle loro alzate di vetro, secondo un disegno ben regolato. Da una macchina di metallo, una specie di samovar cilindrico, esce sbuffando il tè. Per le ore in cui è permessa la vendita degli alcolici, c’è il solito impianto di mescita di birra alla spina, e il muro retrostante al bancone, tranne lo spazio riservato a una porta che s’apre sul fondo, è coperto di cioccolata, sigarette, ecc. Nel muro di fondo si aprono due finestre i cui vetri inferiori sono smerigliati, mentre i superiori sono raffinatamente coperti di vetrofanie. Una finestra simile si apre nella parete di destra che è disposta leggermente a sghembo. Nella stessa parete si apre anche una porta che dà sulla banchina della stazione. Tre tavoli contro la parete di fondo, una stufa nell’angolo, altri due tavoli contro la parete di destra, quindi la porta e, più avanti, ancora un tavolo. Vari avvisi pubblicitari e calendari in cornice, e fiori artificiali.

QUADRO PRIMO

Myrtle Bagot è una vedova prosperosa e imponente. Ha i capelli raccolti in un ciuffo sulla testa e un’espressione abbastanza disinvolta, tranne nelle occasioni in cui il suo forte senso di raffinatezza le prende la mano. Beryl Waters, la sua aiutante, è graziosa ma offuscata non soltanto dallo splendore personale di Myrtle, ma anche dalla ferma autoritarietà di quest’ultima. Al levarsi del sipario sono le 5 e 25 di un pomeriggio d’aprile. Il sole del tramonto sgronda attraverso la finestra di destra illuminando gaiamente il bancone. Un giovane in impermeabile sta finendo il suo tè ad uno dei tavoli di fondo e leggendo un giornale della sera. Laura Jesson è seduta al tavolo verso la ribalta e sta prendendo il tè. È una bella donna sui trent’anni. Il suo abbigliamento non è particolarmente elegante, ma evidentemente scelto con gusto. Il suo aspetto corrisponde esattamente a quello che essa è in realtà; una normale, simpatica signora, sposata, piuttosto pallida, perché di costituzione un po’ debole, e con quel preciso fascino personale che deriva da un’innata bontà d’animo, dal senso dell’umorismo e da un equilibrio concettuale della vita. Sta leggendo un libro, e di tanto in tanto sorride. Ha fatto spese, e sulla sedia accanto a lei, sono posati diversi pacchi. Stanley entra dalla stazione. Indossa una logora uniforme verde e porta un vassoio sostenuto alle spalle da cinghie; va al bancone, si rivolge a Myrtle col dovuto rispetto, ma Beryl strizza lascivamente l’occhio ogni volta che se ne offre l’occasione.

STANLEY - Ho finito i biscotti, signora Bagot e mi servirebbe un altro po’ di cioccolata Nestlè.

MYRTLE - (scrutando il vassoio) Fai vedere.

STANLEY - Una vecchia sul treno delle 4 e 10 mi ha chiesto se avevo un cono gelato. Un altro po’ le ridevo in faccia.

MYRTLE - Non vedo che ci sia da ridere. Una domanda naturalissima, con una giornata così bella.

STANLEY - Per chi mi aveva preso, per uno che fa marchette? (Beryl ridacchia di soppiatto)

MYRTLE - Calma, Beryl… e quanto a te Stanley, non fare lo sfacciato. Eri già un bell’impudente quando hai cominciato lavorare qui e sei andato peggiorando di giorno in giorno. Ecco qui… (Gli dà qualche pacchetto di biscotti e della cioccolata Nestlè) Adesso fila.

STANLEY - (allegramente) Agli ordini. (Strizza l’occhio a Beryl ed esce)

MYRTLE - Quanto a te, Beryl, mi permetto di ricordarti che sei in servizio.

BERYL - Io non ho fatto niente.

MYRTLE - Proprio così… te ne stai lì a ridacchiare come una stupida. Hai preparato quell’elenco?

BERYL - Sì, signora Bagot.

MYRTLE - Dov’è?

BERYL - L’ho messo sulla scrivania.

MYRTLE - Dov’è il tuo strofinaccio?

BERYL - Eccolo, signora Bagot.

MYRTLE - Bene, vai a pulire il numero tre. Le briciole si vedono fin da qui.

BERYL - Sono quelle torte.

MYRTLE - Lascia stare le torte, fa’ quello che ti si dice e non discutere. (Beryl va a pulire il tavolo numero tre. Entra Albert Godby: è un controllore tra i trenta e i quarant’anni)

ALBERT - Salve.

MYRTLE - Chi non muore si rivede.

ALBERT - Ieri non ho potuto venire.

MYRTLE - (risentita) Mi chiedevo che cosa le fosse successo.

ALBERT - Ho avuto una piccola lite.

MYRTLE - (preparandogli il tè) A che proposito?

ALBERT - Ho visto un tizio che scendeva da uno scompartimento di prima classe, e quando mi viene a consegnare il biglietto, scopro che era di terza classe. Gli ho detto di pagare la differenza e allora lui ha cominciato ad alzare la voce, e io ho dovuto far chiamare il signor Saunders.

MYRTLE - Me lo saluta, che bell’aiutante.

ALBERT - L’ha messo a posto come si meritava.

MYRTLE - Chi non vede non crede.

ALBERT - Non è poi tanto male, il signor Saunders. Dopo tutto non si può pretendere molto brio da un uomo che ha un polmone solo e la moglie col diabete.

MYRTLE - Ho pensato che ci fosse qualcosa che non andava, quando non l’ho vista venire.

ALBERT - Volevo fare una capatina per raccontarle, ma avevo un appuntamento subito dopo il lavoro.

MYRTLE - (gelidamente) Ah, davvero?

ALBERT - Un mio amico sposa.

MYRTLE - Molto interessante.

ALBERT - Che cos’ha, oggi?

MYRTLE - Non so proprio a che voglia alludere.

ALBERT - È diventata scostante, tutt’a un tratto.

MYRTLE - (ignorandolo) Sbrigati, Beryl… Metti un po’ di carbone nella stufa, giacché ci sei.

BERYL - Sì, signora Bagot.

MYRTLE - Temo davvero di non poter star qui a perdere il tempo in pettegolezzi oziosi, signor Godby.

ALBERT - Non me ne offre un’altra tazza?

MYRTLE - Un’altra tazza potrà averla, e volentieri, quando avrà finito quella… Gliela darà Beryl, io ho da fare i conti.

ALBERT - Preferirei che me la desse lei.

MYRTLE - Chi ha tempo non aspetti tempo, signor Godby.

ALBERT - Non so perché sia così stizzita, ma qualunque sia il motivo, mi dispiace molto.

MYRTLE - Lei mi fraintende… Non sono… (Entra Alec Harvey. Ha circa trentacinque anni. Ha i baffi. Indossa un impermeabile e un cappello a cencio e porta una valigetta. I suoi modi sono decisi, ma calmi)

ALEC - Un tè, per favore.

MYRTLE - Subito. (Lo versa in silenzio) Torta o paste?

ALEC - No, grazie.

MYRTLE - Tre penny.

ALEC - (pagando) Grazie. (Prende la tazza di tè e va a un tavolo, si toglie il cappello e siede. Laura dà un’occhiata all’orologio, raccoglie con calma i suoi pacchi ed esce sulla banchina della stazione. Beryl riprende il suo posto dietro il bancone)

BERYL - Minnie non ha toccato il latte.

MYRTLE - Gliel’hai messo in terra?

BERYL - Sì, ma non è venuta a berlo.

MYRTLE - Va a vedere che non sia sul piazzale.

ALBERT - (cercando di attaccare discorso) Le piacciono gli animali?

MYRTLE - Al loro posto.

ALBERT - La mia padrona di casa ha addirittura una mania per le bestie. Ha due gatti, uno d’angora e l’altro comune, una gabbia con tre conigli in cucina, e uno di quei cani dall’espressione ridicola coi peli sugli occhi.

MYRTLE - Non so a quale razza si riferisce.

ALBERT - Credo che non lo sappia neanche lui. (Si ode un rumore sordo in lontananza ed il suono di un campanello che annuncia l’arrivo di un treno)

MYRTLE - Ecco il treno traghetto. (L’espresso attraversa rombando la stazione e provoca un violento tintinnio delle stoviglie)

ALBERT - E allora, quell’altra tazza? Devo andare, il treno delle 17 e 43 sarà qui a momenti.

MYRTLE - Chi c’è al cancello? (Gli versa un’altra tazza)

ALBERT - Il giovane William.

MYRTLE - Lei sta trascurando il servizio, sa? Ecco quello che sta facendo.

ALBERT - Un po’ di distensione non ha mai fatto male a nessuno. (Laura entra a passi rapidi premendosi un fazzoletto sull’occhio)

LAURA - Scusi, potrebbe darmi un bicchiere d’acqua? M’è entrato qualcosa nell’occhio e vorrei bagnarmelo.

MYRTLE - Vuole che ci guardi io?

LAURA - Grazie, non si disturbi, credo che basterà l’acqua.

MYRTLE - (porgendole un bicchier d’acqua) Tenga. (Myrtle ed Albert l’osservano mentre si fa gli impacchi)

ALBERT - Sarà un bruscolo di carbone.

MYRTLE - Conosco un tale che per un granello di sabbia ha perso un occhio.

ALBERT - È doloroso… molto doloroso.

MYRTLE - (a Laura che ha rialzato la testa) Va meglio?

LAURA - (evidentemente sofferente) Temo di no… ahi! (Alec si alza e si avvicina)

ALEC - Posso aiutarla?

LAURA - Oh, no, grazie. È soltanto un bruscolo nell’occhio.

MYRTLE - Provi a tirar giù la palpebra il più possibile.

ALBERT - E poi si soffi il naso.

ALEC - La prego, mi lasci vedere. Sono medico.

LAURA - Lei è molto gentile.

ALEC - Si giri verso la luce, per favore. Adesso guardi in alto… adesso in basso… Ecco, lo vedo. Non si muova. (Attorce la cocca del suo fazzoletto e agisce rapidamente) Ecco fatto.

LAURA - (battendo le palpebre) Oh, povera me… Che sollievo. Era una tortura.

ALEC - Sembra un granello di sabbia.

LAURA - È stato mentre passava l’espresso. La ringrazio infinitamente.

ALEC - Non è il caso. (Di nuovo il suono del campanello sulla banchina)

ALBERT - (ingurgitando il tè) Eccolo, debbo scappare.

LAURA - È stata una vera fortuna che lei si trovasse qui.

ALEC - L’avrebbe potuto fare chiunque.

LAURA - Non importa, è stato lei, ed io gliene sono gratissima. Ecco il mio treno. Arrivederla. (Stende la mano e lui gliela stringe educatamente. Laura esce seguita di corsa da Albert Godby. Alec la segue con lo sguardo per qualche istante e poi torna al suo tavolo. Si ode il rumore del treno che entra rullando nella stazione mentre le luci si spengono lentamente)

QUADRO SECONDO

La stessa scena, quasi alla stessa ora. Sono passati circa tre mesi dal quadro precedente e siamo adesso in luglio. Myrtle è sfolgorante, in un leggero grembiule da lavoro. L’aspetto di Beryl non è mutato. I tavoli sono tutti vuoti.

MYRTLE - (leggermente più affabile) Bene, gli dissi, pretendere che io faccia questo e quello, ma che vantaggio ne ricavo? Non puoi mica pretendere che io faccia la cuoca, la governante e la donna delle pulizie di giorno e la moglie innamorata la sera, solo perché così fa comodo a te. No, caro. Il mare è ancora pieno di pesci pronti ad abboccare, gli dissi. Impacchettai la mia roba lì per lì e lo piantai.

BERYL - E non è tornata più?

MYRTLE - Mai. Me ne sono andata per un po’ da mia sorella a Folkestone e poi mi sono messa in società con un’amica ed abbiamo aperto un bar a Hythe.

BERYL - E lui?

MYRTLE - Morto e seppellito nel giro di tre anni.

BERYL - Non ci si crederebbe…

MYRTLE - Così, capisci, tutto quello che mi disse, si avverò punto per punto. Prima, tutti i fiori insieme: un viaggio inaspettato. Poi, la donna di quadri e il dieci, cioè la mia amica e il bar. Poi l’asso di picche tre volte di seguito… (Entra Stanley)

STANLEY - Due dolci e una mela.

MYRTLE - Per chi?

STANLEY - Per una comitiva, in fondo alla banchina.

MYRTLE - Non possono venire a prenderseli?

STANLEY - Proprio a me lo dice? (Strizza l’occhio a Beryl)

MYRTLE - Hai qualche cosa nell’occhio?

STANLEY - Oh, niente. Solo un piccolo tic di tanto in tanto.

BERYL - (ridacchiando) Oh, lei è terribile!

MYRTLE - Impara a comportarti come si deve, giovanotto. Ecco qui i dolci; Beryl, smettila di ridere stupidamente e dammi una mela dall’alziera. (Beryl esegue) Non dal davanti, sciocca, non hai un po’ di criterio? Qua… (Ne prende una dalla seconda fila in modo da non guastare la simmetria)

STANLEY - Questa è bacata.

MYRTLE - Se sono tanto schizzinosi, digli di venirsele a scegliere… Adesso vai.

STANLEY - Va bene, va bene; mi lasci respirare.

MYRTLE - Non capisco proprio che gusto ci provi la gente a mangiare lì sulla banchina. Di’ al signor Godby di non dimenticare il suo tè.

STANLEY - Signorsì. (Esce mentre entrano Alec e Laura. Laura indossa un abito estivo, Alec un abito di flanella grigia)

ALEC - Tè o limonata?

LAURA - Tè, credo… è più dissetante. (Siede al tavolo presso la porta. Alec va al bancone)

ALEC - Due tè, per favore.

MYRTLE - Torta o paste?

ALEC - (a Laura) Torta o paste?

LAURA - No, grazie.

ALEC - Sono fresche quelle ciambelle?

MYRTLE - Certo, fatte stamattina.

ALEC - Due, per favore. (Myrtle mette due ciambelle in un piatto. Nel frattempo, Beryl ha versato due tazze di tè)

MYRTLE - Fa otto penny in tutto.

ALEC - Va bene. (Paga)

MYRTLE - Porta il tè al tavolo, Beryl.

ALEC - Le ciambelle le porto io. (Beryl porta il tè al tavolo. Alec la segue con le ciambelle) Deve mangiarne una, sono di stamattina.

LAURA - Ingrassano molto.

ALEC - Sciocchezze, non ci credo. (Beryl torna al banco)

MYRTLE - Vado a rivedere i conti. Quando viene Albert, avvertimi.

BERYL - Sì, signora Bagot. (Beryl si accomoda dietro il bancone leggendo un giornale a rotocalco)

LAURA - Confesso che hanno un aspetto invitante.

ALEC - Sono una delle mie prime passioni. In questo sono rimasto bambino.

LAURA - Il tè le piace col latte?

ALEC - S, e a lei?

LAURA - Anche a me… per fortuna.

ALEC - I caffè di stazione lasciano alquanto a desiderare.

LAURA - Non intendevo lamentarmi.

ALEC - (sorridendo) Brontola mai, lei? Le capita mai di mettere il broncio, di arrabbiarsi, di essere di cattivo umore?

LAURA - Certo… o meglio, broncio forse no… ma a volte vado su tutte le furie.

ALEC - Non so immaginarla infuriata.

LAURA - Non vedo perché dovrebbe.

ALEC - Oh, non so… Ci sono dei segni, sa… in genere si può dire…

LAURA - Lunghe pieghe del labbro superiore e delle guance, ed occhi ravvicinati?

ALEC - Lei non ha nessuna di queste caratteristiche.

LAURA - Si sente un po’ colpevole, lei? Io sì.

ALEC - (sorridendo) Colpevole?

LAURA - Lei, poi, dovrebbe sentirsi tale più di me… Oggi ha trascurato il suo lavoro.

ALEC - Ho lavorato questa mattina. Un po’ di distensione non ha mai fatto male a nessuno. Perché dovremmo sentirci colpevoli?

LAURA - Non so… È una sensazione istintiva… Come se lasciassimo accadere qualcosa che non dovrebbe accadere.

ALEC - Come è graziosa!

LAURA - Quand’ero bambina, in Cornovaglia… perché noi abitavamo in Cornovaglia… May, che sarebbe mia sorella, ed io, ci calavamo dalla finestra della nostra camera, nelle notti d’estate, e ce ne andavamo giù all’insenatura a fare il bagno. L’acqua era terribilmente fredda, ma noi ci sentivamo molto ardimentose. Non avrei mai osato farlo da sola, ma, dividendo il rischio, non avevo paura. E adesso provo la stessa sensazione.

ALEC - Prenda una ciambella… È grave, poverina!

LAURA - Lei mi prende in giro.

ALEC - Si, un po’, ma prendo in giro anche me stesso.

LAURA - Perché?

ALEC - Perché quando lei ha parlato di colpa, ho sentito una piccola fitta.

LAURA - Ecco, vede?

ALEC - Non abbiamo fatto niente di male.

LAURA - Naturalmente.

ALEC - Un incontro casuale… poi un altro incontro casuale… poi una piccola colazione… poi il cinema… Che c’è di più normale, di più naturale?

LAURA - Dopo tutto, siamo degli adulti.

ALEC - Non riesco mai a considerarmi un adulto. E lei?

LAURA - (con fermezza) Io sì. Sono una rispettabile donna sposata, con un marito, una casa e tre figli.

ALEC - Ma dev’esserci una parte di lei, nel profondo dell’animo che non sente affatto, così… Qualche spiritello che vuole ancora calarsi dalla finestra… Che ha ancora tanta voglia di guazzare un poco nel mare pericoloso.

LAURA - Forse nessuno di noi cresce completamente.

ALEC - Com’è graziosa!

LAURA - Lo ha già detto.

ALEC - Pensavo che forse non avesse sentito.

LAURA - Avevo sentito benissimo.

ALEC - (con dolcezza) Anch’io sono una persona rispettabile, sa. Ho casa, moglie, figli e le mie responsabilità… Ho anche tanto lavoro e, legati ad esso, molti ideali.

LAURA - Che tipo è?

ALEC - Maddalena?

LAURA - Sì.

ALEC - Piccola, bruna, piuttosto delicata…

LAURA - Che buffo! Avrei creduto che fosse bionda.

ALEC - E suo marito, che tipo è?

LAURA - Statura media, capelli castani, garbato, per nulla emotivo, e tutt’altro che delicato.

ALEC - Lo ha detto con orgoglio.

LAURA - Davvero? (Abbassa lo sguardo)

ALEC - Che cos’ha?

LAURA - Che cos’ho? E che cosa dovrei avere?

ALEC - All’improvviso non era più qui.

LAURA - (con vivacità) Mi è sembrato che ci stessimo comportando da sciocchi.

ALEC - Perché?

LAURA - Oh, non so… siamo così estranei l’uno all’altro.

ALEC - Una cosa è chiudere una finestra e un’altra è sbatterla in faccia.

LAURA - Mi dispiace.

ALEC - Torni qui, la prego.

LAURA - Fa male il tè? È peggio del caffè?

ALEC - Se me lo chiede come medico, il mio onorario è una ghinea.

LAURA - (ridendo) Il suo treno sta per arrivare.

ALEC - Non posso pensarci… dovermene andare su quel trabiccolo sbuffante e interrompere il nostro tè.

LAURA - Mi dispiace proprio, adesso.

ALEC - Di che?

LAURA - Di essere stata scortese.

ALEC - Non credo che lei possa essere scortese.

LAURA - Poco fa ha detto qualcosa a proposito del suo lavoro e degli ideali che lo accompagnano. Che ideali?

ALEC - È una storia lunga.

LAURA - Penso davvero che tutti i medici debbano avere degli ideali, altrimenti il lavoro sarebbe insopportabile.

ALEC - Non mi starà incoraggiando a parlare di lavoro?

LAURA - Viene qui tutti i giovedì, lei?

ALEC - Sì, vengo da Churley e passo un giorno all’ospedale. Stefano Lynn, il direttore, ha fatto l’Università con me. Lo sostituisco una volta alla settimana, così lui ha la possibilità di andare a Londra, ed io di osservare e studiare i malati dell’ospedale)

LAURA - E questo le giova molto?

ALEC - Certamente. Vede, io ho una mia fissazione.

LAURA - Quale?

ALEC - La medicina preventiva.

LAURA - Ah, capisco.

ALEC - (ridendo) Temo di no.

LAURA - Mi sforzavo di apparire intelligente.

ALEC - Quasi tutti i bravi medici, specialmente quando sono giovani, hanno i loro sogni personali. È il loro lato migliore. A volte, però, diventano schiavi della professione fino a restarne soffocati e… Ma forse la sto annoiando…

LAURA - No. Non capisco proprio tutto, ma non mi annoia affatto.

ALEC - Voglio dire che tutti i bravi medici prima d’ogni cosa devono essere entusiasti della loro professione, come gli scrittori, i pittori, i preti… debbono sentire la vocazione. Un desiderio di fare del bene che abbia radici profonde e non un sentimentalismo superficiale.

LAURA - Sì, questo lo capisco.

ALEC - Bene, evidentemente un mezzo atto a prevenire una malattia vale cinquanta mezzi per curarla. E qui entra in gioco il mio ideale. In fondo, la medicina preventiva non ha niente a che vedere con la medicina vera e propria. Si occupa delle condizioni di vita, della prudenza e dell’igiene. Per esempio, la mia specialità, è la pneumoconiosi.

LAURA - Oh, povera me.

ALEC - Non si allarmi. È più semplice di quanto sembra dal nome. Non è altro che un lento processo di fibrosi del polmone, dovuto alla inalazione di particelle di polvere. Qui, all’ospedale, ci sono ottime possibilità di seguire da vicino i trattamenti e di prendere note, per via delle miniere di carbone.

LAURA - Sembra ringiovanito, tutt’a un tratto.

ALEC - (meravigliato dell’interruzione) Davvero?

LAURA - Pare quasi un ragazzino.

ALEC - Che cosa glielo fa dire?

LAURA - (fissandolo) Non so… o meglio, lo so.

ALEC - (dolcemente) Me lo dica.

LAURA - (con un tremito nella voce) Oh, no… non potrei assolutamente. Diceva delle miniere di carbone…

ALEC - (guardandola negli occhi) Già. L’inalazione di polvere di carbone è una forma specifica delle malattie, si chiama entracosi.

LAURA - (come ipnotizzata) E le altre quali sono?

ALEC - La calicosi, che è causata da polveri di metalli… Nella lavorazione dell’acciaio, sa?

LAURA - Sì, certo. La lavorazione dell’acciaio.

ALEC - E la silicosi… polvere di quarzo, nelle miniere d’oro.

LAURA - (quasi in un sussurro) Capisco. (Si ode il suono del campanello) Ecco il suo treno.

ALEC - (abbassando lo sguardo) Già.

LAURA - Non deve perderlo.

ALEC - No.

LAURA - (di nuovo con un tremito nella voce) Che cos’ha?

ALEC - (con uno sforzo) Nulla, proprio nulla.

LAURA - (con sforzata affabilità) È stato magnifico. Ho passato un pomeriggio stupendo.

ALEC - Ne sono lieto… Anch’io. Le chiedo scusa d’averla annoiata con tutti quei paroloni di medicina.

LAURA - Mi sento ottusa, mortificata di non arrivare a capire di più.

ALEC - Avrò il piacere di rivederla? (Si sente il rumore di un treno che si avvicina)

LAURA - È sull’altra banchina, vero? Dovrà fare una corsa. Non si preoccupi di me… il mio arriva fra pochi minuti.

ALEC - La rivedrò?

LAURA - Certamente… potrebbe venire a Ketchworth, una domenica. Lo so, è un po’ lontano, ma saremmo felici di vederla.

ALEC - (con intensità) La prego… la prego. (Si sente il rumore del treno che si ferma)

LAURA - Che c’è?

ALEC - Giovedì prossimo… alla stessa ora…

LAURA - No… non posso proprio… Io…

ALEC - La prego… glielo chiedo umilmente…

LAURA - Perderà il treno.

ALEC - Va bene. (Si alza)

LAURA - Corra…

ALEC - (prendendole la mano) Arrivederci.

LAURA - (senza respiro) Ci sarò.

ALEC - Grazie, cara. (Esce di corsa scontrandosi con Albert Godby che sta entrando)

ALBERT - Ehi… ehi… ci vada piano… ci vada piano… (Si avvicina al bancone. Laura siede immobile con lo sguardo fisso davanti a se, mentre le luci si spengono lentamente)

QUADRO TERZO

Siamo in ottobre. Sono trascorsi tre mesi dal quadro precedente. Il caffè della stazione è vuoto. C’è solo Myrtle curva sulla stufa che sta riempiendo di carbone. Entra Albert Godby. Scorgendo la posizione vulnerabile di Myrtle, le dà una leggera sculacciata. Myrtle si raddrizza di scatto.

MYRTLE - Signor Godby, come si permette?

ALBERT - Non ho saputo resistere.

MYRTLE - Tenga le mani a posto, se non le dispiace.

ALBERT - Lei arrossisce… È bellissima quando è in collera, sembra l’angelo della vendetta.

MYRTLE - Glielo do io l’angelo della vendetta… Prendersi queste confidenze…

ALBERT - Dopo quello che mi ha detto lunedì scorso, non credevo che se la sarebbe presa per una sculacciatina amichevole.

MYRTLE - Lasci andare lunedì scorso… Adesso sto lavorando. Bella figura, se il signor Saunders fosse stato a guardare dalla finestra.

ALBERT - Se il signor Saunders ha l’abitudine di guardare dalle finestre, sarebbe ora che vedesse qualcosa che vale la pena.

MYRTLE - Dovrebbe vergognarsi.

ALBERT - È solo un po’ d’allegria… Non se la prenda.

MYRTLE - (ritirandosi dietro il bancone) Allegria un corno.

ALBERT - (cantando) «Com’è bella la vita a vent’anni. Vieni cara, facciamo all’amor…»

MYRTLE - Non faccia tanto rumore, la sentiranno fuori.

ALBERT - (cantando) «Vieni, siedi in braccio a me. E prendiamo insieme il tè».

MYRTLE - Una volta per tutte: Albert Godby, volete comportarsi come si deve?

ALBERT - (cantando) «A volte sono triste… A volte son felice…» (Si interrompe). In questo momento sono felice.

MYRTLE - Qui, prenda il tè, e stia quieto.

ALBERT - È tutta colpa sua, in ogni caso.

MYRTLE - Non so a che cosa voglia alludere, questo è certo.

ALBERT - Pensavo a stasera…

MYRTLE - Se non impara a comportarsi come si deve, stasera non verrà, né stasera, né mai…

ALBERT - (cantando) «Son di nuovo innamorato, ed arriva primavera. Ed il cuor felice e grato canta da mattina a sera».

MYRTLE - Vuol smetterla di far chiasso?

ALBERT - Dammi un bacio.

MYRTLE - Nemmeno per sogno.

ALBERT - Uno svelto svelto… attraverso il bancone… (Le afferra il braccio attraverso il bancone).

MYRTLE - Albert, finiscila.

ALBERT - Avanti, sii buona.

MYRTLE - Lasciami subito.

ALBERT - Via, uno solo. (Lottano per un istante rovesciando a terra una piramide di dolci)

MYRTLE - Guarda che hai fatto… tutti i miei dolci per terra. (Albert si curva a raccoglierli. Entra Stanley)

STANLEY - Proprio a tempo…

MYRTLE - Chiudi il becco, tu, e aiuta il signor Godby a raccogliere quei dolci.

STANLEY - Questo e altro, per servirla. (Aiuta Albert. Entrano Alec e Laura. Laura va al loro solito tavolo, Alec al bancone)

ALEC - Buongiorno.

MYRTLE - (con enfasi) Buongiorno.

ALEC - Due tè, per favore.

MYRTLE - Torta o paste?

ALEC - No, grazie, solo il tè.

ALBERT - (per attaccare discorso) Bella giornata, eh, oggi?

ALEC - Bellissima.

ALBERT - L’aria, però, è un po’ frizzante. (Myrtle dopo aver dato ad Alec due tazze di tè ed aver preso il danaro, si volge a Stanley)

MYRTLE - Che fai lì, a bocca aperta?

STANLEY - Dov’è Beryl?

MYRTLE - Lascia perdere Beryl. Tu dovresti trovarti alla banchina quattro, lo sai benissimo.

ALBERT - (pensosamente) Giovani sogni d’amore. (Nel frattempo Alec ha portato le due tazze al tavolo e si è seduto)

STANLEY - Il nocciolato al latte è andato a ruba, oggi. Me ne occorre dell’altro.

MYRTLE - (osservando il vassoio) Quanti pezzi te ne sono rimasti?

STANLEY - Solo tre.

MYRTLE - Prendine altri sei e non dimenticare di segnarli.

STANLEY - Sarà servita. (Va dietro al bancone e prende sei pezzi di cioccolata. Poi esce fischiettando)

ALEC - Non intendevo essere scortese.

LAURA - Non importa. (Entra un giovane e si dirige al bancone)

IL GIOVANE - Una tazza di caffè, per favore, e un panino con carne.

MYRTLE - La carne è finita. Lo vuole al prosciutto?

IL GIOVANE - Sì, me lo dia al prosciutto. (Albert, sorseggiando il tè, strizza l’occhio a Myrtle. Myrtle versa una tazza di caffè per il giovane e prende il panino da un’alziera di vetro)

ALEC - Non possiamo lasciarci così.

LAURA - Credo che sarebbe molto meglio.

ALEC - Non dici mica sul serio, vero?

LAURA - Sto cercando di dirlo sul serio, sto cercando con tutte le mie forze.

ALEC - Oh, cara, cara…

LAURA - No, ti prego… no!

MYRTLE - (al giovane) Quattro penny, per favore.

IL GIOVANE - Grazie. (Paga e si porta il caffè e il panino al tavolo vicino alla stufa)

ALBERT - Siamo d’accordo per stasera, no?

MYRTLE - Ci penserò…

ALBERT - C’è Claudette Colbert, sa?!

MYRTLE - La potrò vedere bene assai, Claudette Colbert, con lei che mi bisbiglia nelle orecchie durante tutto lo spettacolo.

ALBERT - Sarò un angelo. (Entra Beryl in soprabito e cappello. Va dietro al bancone)

ALEC - È inutile cercare di sfuggire la verità, cara. Noi ci amiamo. Non è vero? Non importa come andrà a finire, ma nel nostro cuore siamo due amanti.

LAURA - Non ti accorgi quanto è male tutto questo? Non te ne accorgi?

ALEC - Ne vedo solo il lato vero, bene o male che sia.

BERYL - (togliendosi cappello e soprabito) Il signor Saunders la cerca, signor Godby.

ALBERT - Che vuole?

BERYL - Non so.

MYRTLE - È meglio che vada, Albert, sa che tipo è.

ALBERT - So che è uno stupido di prim’ordine, se è questo che lei vuol dire.

MYRTLE - Stia zitto, Albert, non faccia così davanti a Beryl.

BERYL - Oh, non mi faccia caso.

MYRTLE - Avanti, finisca il tè.

ALBERT - Non c’è pace per i peccatori…

MYRTLE - Vada.

ALBERT - Torno subito.

MYRTLE - Bravo. Adesso vada. (Albert esce. Myrtle si ritira all’estremità del bancone verso il fondo. Beryl esce e rientra carica di vari pacchi di commestibili e con Myrtle li dispongono all’estremità del bancone, verso il fondo)

ALEC - (cercando di persuadere Laura) Non c’è nessuna possibilità che Stefano ritorni prima di stasera tardi. Nessuno lo saprà mai.

LAURA - Amarsi a questo modo è così furtivo, così meschino…..È molto meglio non amarsi affatto.

ALEC - È troppo tardi per non amarsi affatto… Sii coraggiosa. Siamo ormai nella stessa barca. Non possiamo negarci uno all’altro.

LAURA - Dove sta il coraggio… andarsene come ladri in una casa che non è la nostra e amarsi in segreto, con il continuo assillante terrore di essere scoperti? Sarebbe molto più coraggioso dirci addio e non vederci più.

ALEC - Lo avresti questo coraggio? Io no.

LAURA - (sfinita) Proprio no?

ALEC - Senti, cara, questa è una cosa che non è mai accaduta né a me né a te prima d’ora. Noi abbiamo amato altre volte e siamo stati felici e infelici, e soddisfatti e inquieti, ma questa volta è diverso… è qualcosa di stranamente incantevole e disperatamente difficile. Non possiamo valutarla con lo stesso metro della nostra vita di tutti i giorni.

LAURA - Perché dev’essere tanto importante, perché dobbiamo permettere che sia tanto importante?

ALEC - È più forte di noi.

LAURA - Non è vero. Possiamo vincerci, purché vogliamo.

ALEC - Perché dobbiamo considerare forza il ripudiare un sentimento, così vivo e imperioso, un sentimento dietro il quale sono tesi tutti i nostri istinti? Non credi che potrebbe essere debolezza e non forza fuggire lontano da un desiderio così travolgente?

LAURA - È così vivo per te? Così travolgente?

ALEC - Non te ne accorgi, forse?

LAURA - È un’ossessione. Mi sento smarrita.

ALEC - Non dir così, cara.

LAURA - È duro per me amarti… fa di me un’estranea nella mia casa. Le cose familiari, le cose di tutti i giorni che io conosco da anni, come le tendine della camera da pranzo, la scatola dei biscotti col coperchio d’argento, un acquerello di San Remo dipinto da mia madre, mi sembrano strani, come se appartenessero ad altri. Non appena ti lascio, quando vado a casa, mi sento più sola che mai nella mia vita. L’altro giorno sono passata davanti a casa senza accorgermene, ho dovuto tornare indietro e quando sono entrata pareva che essa mi sfuggisse lontano… Tutta la vita mi sfugge e io non so più cosa fare.

ALEC - Oh, amore.

LAURA - Li amo lo stesso, Fred e i bambini, ma è come se non fossi io, o come se guardassi un’altra persona. Capisci quello che voglio dire? Succede anche a te? O forse per gli uomini è più facile?

ALEC - Non so.

LAURA - Ti prego, caro, non fare il viso triste. Non è che io mi lamenti, no, davvero.

ALEC - Credo che l’amore non sia facile per nessuno.

LAURA - (prendendogli la mano) Abbiamo solo pochi minuti. Non intendevo esser deprimente.

ALEC - Non credere che per me sia più facile cara.

LAURA - Lo so, lo so. Volevo solo essere rassicurata.

ALEC - Ti tengo fra le mie braccia durante tutto il viaggio di ritorno. Odio ogni istante in cui non sono solo… per amarti incessantemente. Ogni volta che si apre la porta del mio ambulatorio ed entra un paziente, il cuore mi salta in gola pensando che sei tu. Ce n’è uno a cui sono grato… ha una nevrite e io lo curo coi raggi ultravioletti. Resta lì sdraiato, ad arrostirsi in silenzio, ed io posso stare con te nell’ombra dietro la lampada.

LAURA - Come siamo sciocchi, intollerabilmente sciocchi.

ALEC - Venerdì, sabato, domenica, lunedì martedì, mercoledì…

LAURA - Giovedì.

ALEC - Siamo d’accordo, è vero?

LAURA - Sì, sì.

ALEC - Non passare più davanti a casa senza accorgertene; non permetterle di turbarti: entra coraggiosamente e fissa quel maledetto acquarello fino a sconcertarlo.

LAURA - Va bene… E tu non arrostire troppo il tuo ammalato di nevrite… potresti ustionarlo. (Il resto di questo dialogo è sommerso dall’ingresso rumoroso di due soldati, Bill e Johnnie, che vanno al bancone)

BILL - Giorno, signora.

MYRTLE - (con grandezza) Buongiorno.

BILL - Due belle sorsate, per favore.

MYRTLE - Mi dispiace, ma siamo fuori orario.

JOHNNIE - Avanti, signora… lei ha la faccia buona.

MYRTLE - Questo non c’entra niente.

BILL - Ce ne passi un paio di nascosto, dietro quei panini rifatti.

MYRTLE - Neanche per sogno. E quei panini sono stati fatti stamattina.

BILL - Avanti, sia un’amica.

JOHNNIE - Non lo saprà nessuno.

MYRTLE - Mi dispiace molto, ma è contro il regolamento.

BILL - Potrebbe versarlo in due tazze da tè.

MYRTLE - Lei mi chiede di violare la legge, giovanotto.

JOHNNIE - Credo che mi stia venendo il raffreddore… siamo stati tutto il giorno all’umidità… Lei non può permettere che l’esercito prenda il raffreddore per colpa sua.

MYRTLE - Dopo le sei potrete averne quanto volete.

BILL - Un cuore di pietra, ecco quello che ha lei, un cuore di pietra.

MYRTLE - Non faccia lo sfacciato.

JOHNNIE - Ho la gola che pare un catenaccio arrugginito. Senta! (Fa un rumore arrantolato con la gola)

MYRTLE - Prenda della limonata, allora, o della gazzosa.

BILL - Non posso toccarla… me l’ha proibito il dottore… Da quando ho avuto il congelamento dei piedi, lo stomaco non mi funziona a dovere… Non vorrà dare del fenolo a un povero ragazzo, vero? A me la gazzosa fa questo effetto.

MYRTLE - La faccia finita.

JOHNNIE - È vero, per lui è un veleno, gli fa fare dei rumori orribili… Non vorrà mica che succeda qualcosa di spiacevole, nel suo lussuoso locale?

MYRTLE - La mia licenza non mi permette di vendere alcolici fuori orario, e basta.

JOHNNIE - Siamo soldati, noi… pronti a gettare la vita per lei… e lei ci lesina un cicchetto.

MYRTLE - Non vorrete mica farmi passare dei guai, no?

BILL - Solo per questa volta, signora, non le chiediamo altro… una volta sola. (Ridono entrambi rumorosamente)

MYRTLE - Beryl, chiedi al signor Godby di venire qui un momento, per piacere.

BERYL - Sì, signora Bagot. (Lascia il bancone e si porta sulla banchina)

BILL - E chi sarà mai questo signore?

MYRTLE - Lo vedrete subito, chi è. Imparerete a mancarmi di rispetto.

JOHNNIE - Su, su… cattivona, cattivona…

MYRTLE - Faccia la cortesia di tacere.

BILL - E sta’ zitto, Johnnie.

JOHNNIE - Che ne facciamo di questi bicchierini signora?

MYRTLE - Vi ho già detto che non posso servire bevande alcoliche fuori orario.

JOHNNIE - Andiamo, mamma, sii un’amica.

MYRTLE - (perdendo il controllo) Ve la do io, mamma! Villano rifatto!

BILL - A chi ha detto villano rifatto?

MYRTLE - A lei, e la prego di sgombrare di filato… Venir qui a disturbare i clienti e a seccare il prossimo.

JOHNNIE - Al fuoco! Al fuoco! (Entra Albert Godby seguito da Beryl)

ALBERT - Che succede qui dentro?

MYRTLE - (con dignità) Signor Godby, questi signori mi stanno infastidendo.

BILL - Non abbiamo fatto niente.

JOHNNIE - Ci siamo limitati a chiedere un paio di bicchierini…

MYRTLE - Mi hanno insultata, signor Godby.

JOHNNIE - Non abbiamo fatto niente di simile… abbiamo solo scherzato un po’, ecco tutto.

ALBERT - (laconicamente) Filare… tutti e due.

BILL - Abbiamo diritto di restare quanto ci garba.

ALBERT - Mi avete sentito: filare.

JOHNNIE - Dove siamo, in un paese libero o alla lezione di catechismo?

ALBERT - Ho controllato i vostri fogli di via al cancello. Il vostro treno è in arrivo a minuti. Binario numero due. Filare.

JOHNNIE - Senta un po’, lei…

BILL - Vieni via, Johnnie, non perdere tempo a discutere con quel povero infelice.

ALBERT - (minacciosamente) Filare. (Bill e Johnnie vanno alla porta. Johnnie si volta)

JOHNNIE - Ciribao, mamma, e se è vero che quei panini sono di stamattina, lei è Shirley Temple… (Escono)

MYRTLE - Grazie, AIbert.

BERYL - Un bel coraggio, a parlarle così.

MYRTLE - Taci, Beryl… Versami un goccio di «Tre stelle», mi sento tutta sconvolta…

ALBERT - Debbo tornare al cancello.

MYRTLE - (affettuosamente) A più tardi, Albert.

ALBERT - (ammiccando) Va bene. (Esce. Il campanello squilla preannunciando l’arrivo di un treno. Beryl porta a Myrtle un bicchierino di cognac)

MYRTLE - (bevendo) Debbo dire una cosa di Albert Godby: non sarà un gran signore, ma è un gentiluomo. (Si ritira di nuovo con Beryl all’estremità superiore del bancone. Continuano a disporre bottiglie, biscotti, ecc. Rumore di un treno che si ferma nella stazione)

LAURA - Ecco il tuo treno.

ALEC - Lo perderò.

LAURA - Vai, te ne prego.

ALEC - No.

LAURA - (tormentandosi le mani) Vorrei poter pensare con chiarezza. Vorrei poter sapere… sapere bene che fare.

ALEC - Ti fidi di me?

LAURA - Sì. Mi fido.

ALEC - Non dico nel senso convenzionale… Dico se ti fidi veramente.

LAURA - Sì.

ALEC - Tutto è contro di noi… tutti i particolari della nostra vita debbono continuare inalterati. Siamo persone per bene, tu ed io, e dobbiamo continuare ad esserlo. Circondiamo il nostro amore di una barriera: che non ne soffra altri che noi, e che in questo stia la sua forza.

LAURA - Dobbiamo essere noi a soffrire?

ALEC - Sì, quando verrà il momento.

LAURA - Va bene

ALEC - Tutto quel che c’è di furtivo, di segreto e di meschino può essere riscattato soltanto se saremo forti… forti tanto da tenerlo per noi, lindo e incontaminato… Una cosa che resti nostra per sempre, che potremo ricordare.

LAURA - Va bene.

ALEC - Non parliamone oltre. Io vado, adesso… torno all’appartamento di Stefano. Ti aspetterò… se non vieni, vorrà dire che non eri ancora pronta… che avevi bisogno di un altro po’ di tempo per trovare il tuo cuore. Ecco l’indirizzo. (Scrive qualche parola su un pezzetto di carta mentre l’espresso attraversa rombando la stazione. Si alza ed esce a passo rapido senza voltarsi a guardarla. Laura resta seduta fissando il biglietto, poi cerca nella borsa e trova una sigaretta. L’accende. Si sente il campanello dei treni in arrivo)

MYRTLE - Ecco l’espresso delle 5 e 43.

BERYL - Dovremmo proprio avere un altro pacco di biscotti Huntleye Palmer, per metterlo al centro.

MYRTLE - Ce n’è ancora qualcuno sullo scaffale. (Beryl prende un altro pacco di biscotti e lo porta a Myrtle. Il treno delle 5 e 43, quello di Laura, entra sbuffando nella stazione. Laura siede, aspirando la sigaretta. Improvvisamente si alza, raccoglie rapidamente la borsa e si dirige verso la porta; si ferma e torna al tavolo, mentre la locomotiva fischia. Il treno riparte. Laura mette il biglietto nella borsa ed esce a passo calmo, mentre le luci si spengono lentamente)

QUADRO QUARTO

Sono circa le ore 9 e 45 di una sera di dicembre. Solo due lumi sono accesi nel caffè, poiché è quasi l’ora di chiusura. All’inizio del quadro, la scena è vuota. Un treno attraversa rapidamente la stazione, con rumore di ferraglie. Beryl entra dalla porta di fondo, dietro al bancone, armata di diversi pezzi di velo che distende sui commestibili del bancone. Durante l’operazione canticchia a bocca chiusa. Entra Stanley: ha smesso l’uniforme e indossa i vestiti normali.

STANLEY - Salve!

BERYL - Mi hai fatto fare un salto.

STANLEY - Vai a casa a piedi?

BERYL - Forse.

STANLEY - Vuoi che ti aspetti?

BERYL - Debbo andare dritta a casa.

STANLEY - Perché?

BERYL - La mamma sarà in piedi ad aspettarmi.

STANLEY - Non puoi dire che ti hanno trattenuto fino a tardi?

BERYL - L’ho già detto l’ultima volta.

STANLEY - Dillo ancora… di’ che c’è stata un’invasione di clienti.

BERYL - Non dire sciocchezze. Mamma non è mica così stupida.

STANLEY - Sii buona, Beryl… Chiudi cinque minuti prima e di’ che sei stata trattenuta per dieci minuti oltre l’orario, così avremo un quarto d’ora per noi.

BERYL - E se torna la signora Bagot?

STANLEY - Non tornerà. È fuori che si dà alla pazza gioia con il nostro Albert.

BERYL - Stanley, sei tremendo!

STANLEY - Ti aspetto sul piazzale.

BERYL - E va bene. (Stanley esce. Beryl riprende la canzone e la copertura dei dolci. Entra Laura: ha l’aspetto pallido e turbato)

LAURA - Vorrei un bicchierino di cognac, per favore.

BERYL - Stiamo chiudendo.

LAURA - Lo vedo, ma non avete ancora chiuso, no?

BERYL - (annoiata) Tre Stelle?

LAURA - Sì, va bene.

BERYL - (versandolo) Dieci penny, prego.

LAURA - (tirando fuori il danaro dalla borsetta) Ecco… E… avrebbe un foglio di carta e una busta?

BERYL - Credo che dovrà comprarli al chiosco dei giornali.

LAURA - Il chiosco è chiuso. La prego… è molto importante. Gliene sarei proprio grata.

BERYL - E va bene. Aspetti un minuto. (Esce. Laura beve a piccoli sorsi il cognac al banco. È evidente che cerca di tenere a freno i nervi. Beryl torna con della carta da appunti e una busta)

LAURA - Grazie infinite.

BERYL - Guardi che fra poco chiudiamo.

LAURA - Sì, lo so. (Porta la carta e il cognac al tavolo vicino alla porta e siede. Fissa un istante la carta, prende un altro sorso di cognac e poi comincia a scrivere. Beryl la guarda esasperata ed esce dalla porta di fondo. Laura scrive con incertezza, interrompendosi. A un tratto non può più seguitare e si copre il viso con le mani. Entra Alec, si guarda sconsolatamente intorno per un istante poi la vede)

ALEC - Grazie al cielo, cara!

LAURA - Ti prego, vattene. Non dir nulla.

ALEC - Non posso lasciarti andar via così.

LAURA - Devi. Sarà meglio… meglio davvero.

ALEC - (sedendole accanto) Sei terribilmente crudele.

LAURA - Mi sento così degradata.

ALEC - È stata solo una stupida coincidenza che Stefano sia tornato presto. Non sa chi sei. Non ti ha nemmeno visto.

LAURA - Ho ascoltato le vostre voci in salotto. Sono sgusciata fuori e giù per le scale… Mi sembrava d’essere una prostituta.

ALEC - No, cara, non parlare così, ti prego.

LAURA - (amaramente) Avrà riso, no, dopo che gli saranno passati i nervi? Avrete parlato di me con la spregiudicatezza di due donnaioli..

ALEC - Non abbiamo parlato di te. Abbiamo parlato di una persona senza nome, del tutto inesistente.

LAURA - (con impeto) Perché non gli hai detto la verità? Perché non gli hai detto chi ero e che sono la tua amante, che siamo due abbietti amanti clandestini che usavano il suo appartamento come una casa di appuntamenti, perché non hanno altro posto dove andare, e temiamo di essere scoperti? Perché non gli hai detto della nostra meschinità, della nostra bassezza, della nostra vigliaccheria? Perché non gliel’hai detto?

ALEC - Smettila, Laura, torna in te.

LAURA - Ma è vero, non ti accorgi che è vero?

ALEC - Niente affatto. So l’orrore che provi e ne sono disperatamente addolorato. Provo anch’io la stessa sensazione, ma non dobbiamo dar peso a questo disgraziato, maledetto incidente. È stata sfortuna, ma non può influire su noi due… Noi sappiamo la verità… Sappiamo che ci amiamo davvero ed è solo questo che importa.

LAURA - Non è vero. Ci sono anche altre cose: il rispetto di noi stessi e la decenza. Non posso più continuare così…

ALEC - Potresti davvero dirmi addio… non rivedermi mai più?

LAURA - Sì, se tu mi aiutassi. (Una breve pausa. Alec si alza e passeggia su e giù. Si ferma e fissa un calendario dipinto appeso al muro)

ALEC - (in tono tranquillo, voltandole le spalle) Ti amo, Laura… Ti amerò sempre, fino alla fine dei miei giorni… e tutto il fango che il mondo volesse gettarci addosso, non potrebbe toccare l’essenza del mio sentimento. In questo momento non posso guardarti, perché so una cosa… so che questo è il principio della fine… Non la fine del mio amore per te, ma la fine del nostro legame. Ma aspetta ancora un po’, tesoro, te ne prego, aspetta ancora)

LAURA - Va bene, aspetterò.

ALEC - So quanto disgusto provi per quello che è accaduto stasera… so con quale tensione viviamo tu la tua, io la mia vita. La sensazione della colpa, del male che facciamo, è un po’ troppo forte, non è vero? Troppo persistente. Forse è un prezzo troppo caro per le poche ore di felicità che ne ricaviamo. Tutto questo lo so, perché è lo stesso anche per me.

LAURA - Puoi guardarmi, adesso. Mi è passata.

ALEC - (voltandosi) Siamo prudenti… prepariamoci a poco a poco… una rottura improvvisa, adesso, sarebbe forse coraggiosa e ammirevole, ma troppo crudele. Non possiamo usare tanta violenza al nostro cuore e al nostro animo.

LAURA - Va bene.

ALEC - Io partirò.

LAURA - Capisco.

ALEC - Ma non ancora.

LAURA - Non ancora, te ne prego. (Entra Beryl con soprabito e cappello)

BERYL - Guardino che è ora di chiudere.

ALEC - Sì?

BERYL - Debbo mettere i lucchetti.

ALEC - Questa signora prende il treno alle 10 e 10, non si sente bene e fuori fa molto freddo.

BERYL - La sala d’aspetto è aperta.

ALEC - (andando al bancone) Senta… le sarei molto grato se ci lasciasse rimanere ancora qualche minuto.

BERYL - Mi dispiace, ma è contro il regolamento.

ALEC - (dandole un biglietto da dieci scellini) La prego, torni a chiudere quando arriva il treno.

BERYL - Dovrò spegnere le luci. Se le vedono accese, crederanno che siamo ancora aperti.

ALEC - Solo per pochi minuti, la prego.

BERYL - Non tocchino niente, eh?

ALEC - Stia tranquilla.

BERYL - Va bene. (Spegne le luci. Il lampione acceso sulla banchina manda il suo chiarore attraverso la finestra attenuando l’oscurità)

ALEC - Grazie infinite. (Beryl esce dalla porta che dà sull’interno della stazione, chiudendola dietro di sé)

LAURA - Solo pochi minuti.

ALEC - Fumiamo una sigaretta?

LAURA - Ne ho qualcuna. (Prende la borsetta dal tavolo)

ALEC - (estraendo il portasigarette) No, ecco. (Accende meticolosamente le sigarette) Adesso… voglio che tu mi prometta una cosa.

LAURA - Che cosa?

ALEC - Promettimi che anche se sarai triste, anche se non farai che ripensarci sopra, ci rivedremo ancora giovedì prossimo, come al solito.

LAURA - Non nell’appartamento.

ALEC - No. Facciamo al caffè del Cinema alla stessa ora. Noleggeremo una macchina e andremo fuori in campagna.

LAURA - Va bene. Te lo prometto.

ALEC - Dobbiamo parlare. Voglio spiegarti…

LAURA - Della tua partenza?

ALEC - Sì.

LAURA - Dove andrai? Non puoi abbandonare la tua clientela.

ALEC - Mi hanno offerto un posto. Non te l’avrei detto, perché non intendevo accettare. Ma ora debbo farlo, me ne rendo conto. È l’unica via d’uscita.

LAURA - Dove?

ALEC - Molto lontano… A Johannesburg.

LAURA - (sconsolatamente) Oh, mio Dio!

ALEC - (affrettatamente) Mio fratello è laggiù. Stanno aprendo un nuovo ospedale e vogliono anche me. È una bella occasione, veramente. Porterò con me Maddalena e i ragazzi. Sono tre settimane che mi torturo nell’incertezza di una decisione. Non l’ho detto a nessuno, nemmeno a Maddalena. Non potevo sopportare l’idea di separarmi da te, ma adesso vedo… che deve accadere presto, in ogni modo… Sta già quasi accadendo.

LAURA - (con voce atona) Quando partirai?

ALEC - Tra due mesi circa.

LAURA - È già molto vicino, allora.

ALEC - Vuoi che rimanga? Vuoi che rifiuti l’offerta?

LAURA - Non dire sciocchezze, Alec.

ALEC - Farò qualsiasi cosa tu dica.

LAURA - Non è gentile da parte tua, tesoro. (Piega improvvisamente la testa sulle braccia e scoppia in pianto)

ALEC - (cingendole le spalle con le braccia) No, Laura, no, te ne prego.

LAURA - Passerà… lasciami stare un momento.

ALEC - Ti amo… ti amo.

LAURA - Lo so.

ALEC - Sapevamo che avremmo sofferto.

LAURA - (sedendosi) Mi sto proprio comportando da sciocca…

ALEC - (porgendole il fazzoletto) Tieni.

LAURA - (soffiandosi il naso) Grazie. (Si sente suonare il campanello della banchina) Ecco il mio treno.

ALEC - Non sei arrabbiata con me, vero?

LAURA - No, non sono arrabbiata… Non so nemmeno io quello che sento… So solo che sono stanca.

ALEC - Perdonami.

LAURA - Perdonarti che cosa?

ALEC - Tutto… di averti incontrata, in primo luogo… di averti tolto il granello di sabbia dall’occhio… di amarti… di averti dato tanta sofferenza.

LAURA - (cercando di sorridere) Ti perdono… se tu perdoni me. (Il rumore di un treno che si ferma nella stazione. Entra Beryl, Laura ed Alec si alzano)

ALEC - Ti accompagno al treno.

LAURA - No, per favore. Rimani qui.

ALEC - Va bene.

LAURA - (a bassa voce) Buonanotte, tesoro.

ALEC - Buonanotte, tesoro. (Laura esce rapidamente nella stazione, senza voltarsi a guardare)

ALEC - L’ultimo treno per Churley non è ancora partito, vero?

BERYL - Non saprei proprio.

ALEC - Attenderò nella sala d’aspetto… La ringrazio tanto.

BERYL - Debbo chiudere, adesso.

ALEC - Bene. Buonanotte.

BERYL - Buonanotte. (Il treno parte mentre Alec esce sulla banchina. Beryl chiude con cura la porta dietro di lui. Poi esce dal fondo mentre le luci si spengono lentamente)

QUADRO QUINTO

Tra le cinque e le cinque e trenta di un pomeriggio di marzo. Myrtle è dietro al bancone. Beryl è curva davanti alla stufa, intenta a rifornirla di carbone. Entra Albert.

ALBERT - (gaio) Un tè, per piacere… due zollette di zucchero e un panino. E veloce, veloce.

MYRTLE - Che ti succede?

ALBERT - Beryl, fila!

MYRTLE - Smettila di comandare Beryl, non ne hai nessun diritto.

ALBERT - Hai sentito, Beryl? Fila!

BERYL - (ridacchiando) Questa è bella.

MYRTLE - Vai un momento nel retrobottega, Beryl.

BERYL - Sì, signora Bagot. (Esce)

MYRTLE - Senti, Albert… vedi di moderarti… Non facciamoci ridere dietro da tutta la stazione.

ALBERT - Che c’è da ridere?

MYRTLE - Ecco il tè.

ALBERT - Come ti senti?

MYRTLE - Non parlare così piano… Come dovrei sentirmi?

ALBERT - Volevo solo sapere… (Si piega verso di lei)

MYRTLE - Bada… sta venendo qualcuno.

ALBERT - Niente paura. Sono solo Giulietta e Romeo. Entrano Laura ed Alec. Laura va al tavolo, Alec al bancone.

ALEC - Buonasera.

MYRTLE - Buonasera. Il solito?

ALEC - Sì, per favore.

MYRTLE - (versando il tè) Aria di primavera, eh?

ALEC - Sì, proprio. (Paga, prende il tè e lo porla al tavolo. Albert nota qualcosa di strano nel suo atteggiamento e, mentre beve il tè, fa una smorfia rivolto a Myrtle. Alec siede al tavolo e con Laura prendono il tè senza parlare)

ALBERT - Ho parlato col signor Saunders.

MYRTLE - Che ha detto?

ALBERT - È stato molto ragionevole a dire la verità. Ha detto che va benissimo… (Entra in fretta Mildred. È una ragazza bionda e porta il grembiule del personale addetto alla stazione)

MILDRED - C’è Beryl?

MYRTLE - Perché, Mildred, che succede?

MILDRED - Sua madre… è di nuovo grave… Hanno telefonato all’Ufficio Prenotazioni.

MYRTLE - È nel retrobottega. Vai, vai subito. Non buttarglielo così. Diglielo con delicatezza.

MILDRED - Hanno detto che sarebbe bene che andasse immediatamente.

MYRTLE - Sapevo che doveva accadere. Resta qui, Mildred, glielo dirò io. Aspetta un momento, Albert. (Myrtle esce nel retrobottega)

ALBERT - Farebbe meglio a tornare al chiosco, non le pare?

MILDRED - Crede che morirà?

ALBERT - Che vuole che ne sappia?

MILDRED - Il signor Saunders crede di sì, a giudicare da quello che il dottore ha detto per telefono.

ALBERT - Come fa a sapere che era il dottore?

MILDRED - L’ha detto il signor Saunders.

ALBERT - È stata sempre piuttosto malandata, quella vecchia.

MILDRED - Crede che Beryl sarebbe contenta che io l’accompagnassi?

ALBERT - Non può andarsene e lasciare i giornali senza nessuno.

MILDRED - Il signor Saunders ha detto di sì se fosse necessario.

ALBERT - Bene, vada a prendersi il cappello, allora, e non faccia tante storie. (Myrtle rientra)

MYRTLE - Va subito da sua madre, poverina.

ALBERT - Mildred l’accompagna.

MYRTLE - Brava Mildred, vai.

MILDRED - (andando verso la porta di fondo) E il mio cappello?

MYRTLE - Lascia perdere il cappello. Vai, vai. (Mildred esce dalla porta di fondo)

MYRTLE - Povera bambina… È da settimane che vive sotto questo incubo. (Mettendo la testa nella porta) Mildred, dì a Beryl che non è necessario che torni questa sera. Resterò io.

ALBERT - Ehi, non puoi mica. Dobbiamo andare a vedere Follie di Broadway.

MYRTLE - Vergognati, Albert… Pensare alle Follie di Broadway in un momento di vita o di morte.

ALBERT - Però, senti, Myrtle…

MYRTLE - Ho sognato un carro funebre, la notte scorsa, e ogni volta che sogno un carro funebre, succede qualche cosa… ricordati quello che ti dico.

ALBERT - Ho prenotato i posti.

MYRTLE - Manda Stanley a cambiarli, quando torna a casa. Quando smonti, vieni qui e ti preparerò un boccone di cena nel retrobottega.

ALBERT - (brontola) Vi fate venir tutti le convulsioni e fate tanto baccano per…

MYRTLE - Mi meraviglio di te, Albert, mi meraviglio proprio. Avanti, finisci il tuo tè e torna al cancello. (Si volta e va all’estremità del bancone verso il fondo. Albert ingurgita il tè)

ALBERT - (sbattendo la tazza sul bancone) Donne! (Esce nervosamente nell’interno della stazione)

ALEC - Stai bene, cara?

LAURA - Sì, sto bene.

ALEC - Vorrei poterti dire qualche cosa.

LAURA - Non importa… anche se non dici niente.

ALEC - Lascerò partire il mio treno e aspetterò per accompagnarti al tuo.

LAURA - No, no, ti prego. Ti accompagnerò io alla banchina. Lo preferisco.

ALEC - Va bene.

LAURA - Credi che ci rivedremo mai, un giorno?

ALEC - Non so. (Con un tremito nella voce) Comunque, non. prima di molti anni.

LAURA - I bambini saranno diventati grandi… Chissà se si incontreranno e si conosceranno mai?

ALEC - Non potrei scriverti… una volta ogni tanto?

LAURA - No, per favore… abbiamo promesso di non scriverci.

ALEC - Ricordati di questo… ricordati che tu sarai con me per tanto, tanto tempo ancora, a lungo nel futuro. Il tempo attenuerà il tormento di non vederti, a poco a poco il dolore svanirà… Ma l’amore e il ricordo di te non svaniranno mai… Sappi questo, ti prego.

LAURA - Lo so.

ALEC - Per me è più facile che per te. Me ne rendo conto, sai? Io almeno avrò sotto gli occhi degli oggetti diversi, e del nuovo lavoro da svolgere. Tu devi continuare in mezzo alle cose familiari. Mi duole il cuore a pensarci.

LAURA - Saprò essere forte.

ALEC - Ti amo con tutto il cuore e con tutta l’anima.

LAURA - (con voce tranquilla) Voglio morire… potessi almeno, morire.

ALEC - Se morissi, mi dimenticheresti. Ed io voglio essere ricordato.

LAURA - Sì, lo so. Anch’io lo voglio.

ALEC - Addio, amore.

LAURA - Addio, amore.

ALEC - Abbiamo ancora qualche minuto.

LAURA - Grazie a Dio… (Entra rumorosamente nel caffè Dolly Messiter. Dolly Messiter è una donna vestita elegantemente, dal fare piuttosto pignolo. È carica di pacchetti. Vede Laura)

DOLLY - Laura! Che bella sorpresa!

LAURA - (stranita) Dolly.

DOLL Y Cara, ho fatto spese su e giù e non ne posso proprio più. Sembra una filastrocca, vero? Ho i piedi rotti e la gola secca. Volevo prendere il tè da Spindle, ma avevo una paura matta di perdere il treno. Perdo sempre il treno e arrivo tardi per i pasti, e così Bob diventa intrattabile per giorni e giorni. Oh, povera me… (Si lascia cadere su una sedia alloro tavolo)

LAURA - Il dottor Harvey.

ALEC - (alzandosi) Piacere.

DOLLY - (stringendogli la mano) Lietissima di conoscerla. Vuol essere tanto buono da andarmi a prendere una tazza di tè? Credo che non potrei trascinare queste mie povere ossa fino al banco. Debbo anche comprare del cioccolato per Tony, ma posso farlo dopo… Eccole sei penny…

ALEC - (respingendoli) No, prego… (Va al bancone, con aria abbattuta, prende un’altra tazza di tè da Myrtle, paga e torna al tavolo. Nel frattempo Dolly continua a parlare)

DOLLY - Mia cara, che bell’uomo! Chi diavolo è? Sei proprio una donna misteriosa, tu. Domattina telefono a Fred e metto un po’ di discordia. È proprio una fortuna. Sono secoli che non ti vedo e volevo sempre farti una visitina, ma Tony ha avuto il morbillo, sai, e poi c’è stato tutto quel pasticcio con Phyllis… Ma tu certamente non lo sai… Phyllis se n’è andata. All’improvviso mi ha piantata, cara mia, senza nemmeno darmi gli otto giorni, che dico, senza nemmeno un’ora di preavviso.

LAURA - (con uno sforzo) Oh, che cosa spiacevole!

DOLLY - Bada che a me non era mai andata troppo a genio, ma Tony, Tony l’adorava e… Ma, lasciamo andare, adesso, te lo racconterò in treno. (Alec torna al tavolo con il tè e si rimette a sedere) Grazie infinite. Ci hanno dato dentro col latte… Ma d’altronde è sempre qualcosa di liquido e non si può pretendere di più da un caffè di stazione… (Beve) Oh, povera me… Non c’è zucchero.

ALEC - È nel cucchiaino.

DOLLY - Ah già, che sciocca… Laura, hai un aspetto magnifico. Se almeno avessi saputo che oggi venivi anche tu, avremmo potuto fare il viaggio insieme, pranzare e spettegolare a nostro agio. Già a me non è mai piaciuto fare spese da sola. (Il campanello dei treni in arrivo squilla nell’interno della stazione)

LAURA - Ecco il suo treno.

ALEC - Sì, lo so.

DOLL Y Non viene con noi?

ALEC - No, vado in direzione opposta. Ho lo studio medico a Churley.

DOLLY - Oh, interessante. Che tipo di medico è lei? Voglio dire, è uno specialista in qualche cosa o un medico generico di famiglia?

ALEC - Per il momento, sono medico generico.

LAURA - (con apatia) II dottor Harvey parte per l’Africa la settimana prossima.

DOLLY - Ma cara, è meraviglioso! Va a fare operazioni agli zulu, o qualche cosa del genere? Quando parlo dell’Africa mi vengono sempre in mente gli zulu, ma può anche essere che mi sbagli. (Si sente il rumore del treno di Alec che si avvicina)

ALEC - Debbo andare!

LAURA - Sì.

ALEC - Arrivederci.

DOLLY - Arrivederci. (Alec stringe la mano a Dolly, dà una rapida occhiata a Laura poi le preme forte la mano al riparo del tavolo ed esce in fretta mentre il treno entra in stazione sferragliando. Laura resta seduta, immobile)

DOLLY - Dovrà fare una corsa… Deve andare fino all’altro binario. Come lo hai conosciuto?

LAURA - Un giorno m’era entrato qualcosa nell’occhio e lui me l’ha tolto.

DOLLY - Mia cara, che storia romantica! Anche a me entra sempre qualche cosa nell’occhio, ma mai una volta che un uomo appena discreto se ne sia accorto. II che mi ricorda… Hai saputo di Harry e Lucia Janner, no?

LAURA - (prestando ascolto al treno prossimo a partire) No… Che è successo?

DOLLY - Mia cara… stanno per divorziare… O almeno credo che stiano ottenendo la separazione legale, per cominciare; così dopo divorzieranno. (Il treno parte e il rumore muore a poco a poco in lontananza) Sembra che ci sia un’orribile signorina Nonsocomesichiama, a Londra, che da anni è l’amante di lui. Sai che doveva sempre partire per affari, beh, a quanto pare, la sorella di Lucia li ha visti, Harry e questa donna, pensa un po’ dove, alla Tate Gallery; ha scritto a Lucia, e così, un po’ per volta, si è venuto a sapere tutto. (Il campanello squilla nell’interno della stazione) È il nostro treno? (Rivolgendosi a Myrtle) Saprebbe dirmi se questo è il treno per Ketchworth?

MYRTLE - No, questo è l’espresso.

LAURA - Il treno traghetto.

DOLLY - Ah, già, non si ferma, vero? I treni espressi sono la passione di Tony. Li conosce tutti per nome, da dove partono e dove vanno e quanto tempo impiegano. Oh, a proposito, dimenticavo il cioccolato. (Salta in piedi e va al bancone. Laura resta immobile) Vorrei del cioccolato, per favore.

MYRTLE - Al latte o semplice?

DOLLY - Semplice, credo… oppure no, forse è meglio al latte. Ne ha con le nocciole? (Si sente in lontananza il rumore dell’espresso)

MYRTLE - Nocciolato al latte Nestlè, da uno scellino o da sei penny?

DOLLY - Me ne dia uno semplice e un nocciolato al latte. (Il rumore dell’espresso cresce. Laura si alza improvvisamente ed esce sulla banchina. L’espresso attraversa rombando la stazione mentre Dolly fmisce di comprare il cioccolato e paga. Dolly si volta)

DOLLY - Oh, dov’è andata?

MYRTLE - (guardando al di là del banco) Non mi sono accorta che fosse uscita. (Dolly torna al tavolo. Laura rientra, pallida e tremante)

DOLLY - Mia cara, non sapevo proprio dove fossi sparita.

LAURA - Volevo solo veder passare l’espresso.

DOLLY - Che cos’hai? Ti senti male?

LAURA - Ho un po’ di nausea.

DOLLY - Ha del cognac?

MYRTLE - Mi dispiace, ma siamo fuori orario.

DOLLY - Sì… ma se uno si sente male…

LAURA - Sto benissimo, davvero. (Squilla il campanello dei treni in arrivo) Ecco il nostro treno.

DOLLY - Un sorso di cognac ti tirerà su. (A Myrtle) Per favore…

MYRTLE - E va bene. (Versa del cognac)

DOLLY - Quant’è?

MYRTLE - Dieci penny, prego.

DOLLY - (pagando) Ecco. (Porta il cognac a Laura che si è rimessa a sedere al tavolo) Ecco qui cara.

LAURA - (prendendolo) Grazie. (Mentre beve si sente il treno che entra in stazione. Dolly raccoglie i suoi pacchi)

SIPARIO

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