Brocclin-Bar

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BROCCLIN-BAR

Un atto

Di MARIO FEDERICI

PERSONAGGI

ROCCO

OLIVER

STANE

TOM

PIETRO

ANGELA

TURI, detto Dik

MARY

MAUD

CLARA

PARKER

BECK

NANETTA

Commedia formattata da

Un bar italo-ame­ricano, con pochi posti a sedere, mo­desto, nel quartiere degli italiani a Nuova York. (Al levarsi del sipario la scena è vuota e al buio. Dalla porta che dà sulla  strada filtrano stri­sce di luce. Rocco 45 anni viene dall'interno, è an­cora in maniche di camicia, accende la luce, riordina le poche sedie e gli alti sgabelli davanti al banco, poi va alla porta e l'apre. Immediatamente, facendo pressione dal di fuori, irrompono nel bar tre persone che certo erano in attesa. Rocco, sorpreso, indietreggia. Uno dei tre va al commutatore e spegne la luce elettrica. E' un mattino di domenica).

Tom                               - (precipitandosi dietro agli altri due, quasi a scusarsi e per rassicurare, con un leggero senso di ver­gogna per quel che gli tocca fare) Amici, Rocco, buongiorno.

Oliver e Stane               - (della malavita americana, durante Fa­zione parlano poco, si capisce che in precedenza si sono accordati con Tom).

Rocco                            - (che ha già capito) Buongiorno.

Tom                               - Dobbiamo parlarti, Rocco. (E, come Rocco non risponde) Stamattina hai aperto più tardi del solito.

Rocco                            - E' domenica.

Tom                               - Già... Allora, diciamo quattro « whisky », eh, Rocco?

Rocco                            - Lo sai che non bevo. (Va al banco, torna con bicchieri e bottiglie, azione durante il dialogo).

Tom                               - Siamo venuti per quella faccenda che sai. Oliver e Stane hanno saputo che ieri sei stato dallo sceriffo.

Rocco                            - Mi mandò a chiamare.

Tom                               - Lo sappiamo che ti mandò a chiamare. Ma vorrebbero sapere quel che gli hai raccontato.

Rocco                            - Non avevo nulla da dirgli.

Stane                             - Devi dirci quello che gli hai raccontato.

Rocco                            - (precisando) Non avevo nulla da dire perché non avevo visto nulla. Ero qua come al solito, sentii che sparavano e mi precipitai là fuori. C'era un uomo ferito proprio accanto alla porta del bar, che mi cascò tra le braccia, e lo trascinai dentro. (A Tom) Quel che ho detto allo sceriffo, ti ripeto: non lo conoscevo neppure e non so chi è stato.

Tom                               - (ai due compari) Ve lo avevo detto di stare tranquilli. E' un compaesano.

Rocco                            - (urtato) Senti, Tom, il compaesano qua non c'entra, e non ne parliamo, mi spiego?

 Stane                            - (tagliando corto) All rigt. Beviamo? (e i tre bevono d'un fiato, dopo di che Oliver butta alcune mo­nete sul tavolo, fa un segno di saluto a Rocco che non risponde, e s'avvia per uscire; anche Stane saluta a quel modo equivoco e s'avvia. Tom appare incerto).

Tom                               - Buongiorno, Rocco.

Rocco                            - Buongiorno. (Prende bicchieri e bottiglie e s'avvia al banco, voltando senz'altro le spalle ai clienti).

Oliver                            - (com'è sulla soglia si volta e sussurra qual­che cosa a Tom, il quale torna indietro mentre i due se ne vanno).

Rocco                            - (vede Tom e quasi lo aggredisce) Che altro vuoi, adesso?

Tom                               - (impacciatissimo) M'hanno incaricato di dirvi che fate male a intromettervi sempre; che non dove­vate uscire quel giorno; che una pallottola avrebbe potuto raggiungervi. Di stare attento.

Rocco                            - Insomma, una minaccia!

Tom                               - Cercate di capirmi, Rocco, io vi voglio bene.

Rocco                            - Come non ti vergogni?

Tom                               - Se non m'avessero costretto, non mi sarei permesso di ricomparirvi dinanzi.

Rocco                            - (addolorato) T'hanno proprio accalappiato, non c'è che dire.

Tom                               - Sono mesi che giro al largo per non farmi vedere da voi. Stamattina, mentre stavamo là fuori, era tanta la vergogna, che avrei piuttosto preferito di stramazzare davanti alla vostra porta.

Rocco                            - Poi ci hai ripensato.

Tom                               - Son cose che si dicono, Rocco. Ormai l'ho imparato che di vergogna non si muore.

Rocco                            - Hai ragione, Tom. Per stramazzare ci vo­gliono le pistolettate. Difatti quel disgraziato che vo­levate togliervi dai piedi stramazzò subito.

Tom                               - Io no, ve lo giuro. Per tutto il bene che mi faceste un giorno, ve lo giuro.

Rocco                            - E dov'è andato a finire il bene che ti feci, di'?

Tom                               - Non mi dimenticherò mai ch'ero appena sbar­cato e voi m'accoglieste come un figlio.

Rocco                            - Bella ricompensa!

Tom                               - Non ci ho colpa.

Rocco                            - Meglio lavarli in casa i panni sporchi, Tom. Per quel che ti sei messo a fare potevi restartene in paese. Anche là ci sono le carceri.

Tom                               - Sì! Mi mettevo a rubare i fazzoletti, in paese, o i fichi d'India.

Rocco                            - (sdegnato) E se proprio avevi intenzione di venire in America, per fare le cose in grande, non dovevi presentarti a casa mia con la fisarmonica e i dolci del paese nella valigia, come un innocente.

Tom                               - Innocente, Rocco! Fatti da mamma, i dolci!

Rocco                            - S'è visto.

Tom                               - M'imbarcai perché, allora, non c'era niente da fare, laggiù, per nessuno. Ipotecammo la casa e partii. Ma qui è peggio.

Rocco                            - C'è crisi dappertutto.

Tom                               - I primi mesi tirai avanti per voi. Poi...

Rocco                            - E chi t'ha cacciato, poi?

Tom                               - Il bisogno di guadagnar di più. Di spedire soldi a casa.

Pietro                            - (entrando) Buongiorno, Rocco, servo vostro.

Rocco                            - Caro Pietro. (Si stringono la mano).

Tom                               - Buongiorno, Pietro.

Pietro                            - (finge di vederlo soltanto ora) Ah, sei tu? Buongiorno. (A Rocco) S'è sistemato?

Rocco                            - E che razza di sistemazione!

Tom                               - Sempre senza lavoro.

Pietro                            - Ma lo cerchi, almeno? Ne vorresti?

Tom                               - Magari!

(Pietro                           - Be', senti allora; dove sto io, sai dov'è, da Ford, hanno bisogno di venti operai. Presentati domattina al cancello « B ».

Tom                               - Ti ringrazio, Pietro.

Rocco                            - Davvero ci vai?

Tom                               - Ve lo prometto.

Pietro                            - Bada, però, che domattina, a pigiarsi di­nanzi a quel cancello ci saranno a dir poco un migliaio di persone. Per essere proprio sicuro dovresti andar subito e aggrapparti alle sbarre e non mollare fino a domani.

Tom                               - Ci vado subito. Ti ringrazio. Addio, Rocco.

Rocco                            - Aspetta, aspetta un momento. Ti preparo qualche cosa. (Corre al banco).

Tom                               - Non importa, vi ringrazio lo stesso. Arri­vederci.

Rocco                            - (preparando gualche panino imbottito) A-spetta, stupido. Se ne vuole andare digiuno! Un giorno e una notte aggrappato a un cancello, senza mangiare! Come se fosse possibile! (Consegnandogli un pacchetto di roba e una bottiglia) Tieni, e che ti porti fortuna.

Tom                               - Bacio le mani.

Rocco                            - Non serve, più tardi, dopo, quando ti sarai sistemato; corri adesso, voglio vederti correre.

Tom                               - Arrivederci a tutti. (Via di corsa).

Rocco                            - Un buon ragazzo anche lui, no? Dopo tutto s'è trovato sperduto... Voglia di guadagnare... la mamma che aspetta il vaglia... Sai com'è, per ohi resta in paese, l'America è sempre l'America e se non rimandi niente, vuol dire che ti diverti, che sei un ingrato. Io lo capisco. Però mi faceva rabbia. Come un figlio l'a­vevo accolto. Vuoi che ti chiami Clara?

Angela                          - (seguita da Turi; vengono dall'interno) Clara non può venire adesso.

Turi                               - Buongiorno, papà.

Pietro                            - (levandosi) Signora.

Rocco                            - (contrariato) Buongiorno, buongiorno... (A Pietro) Se lo dice lei... Vuol dire che aspetteremo. Siediti.

Pietro                            - (impacciato) Ma io... io non ho fretta, Rocco.

Angela                          - Ancora in maniche di camicia!

Rocco                            - Credimi, si sta meglio, Angela. Dopotutto, a quest'ora non capita mai nessun cliente di riguardo. « Brocclin-bar » l'apro per gli amici, la domenica. Ven­gono a trovarmi gli amici e basta.

Angela                          - Ma l'igiene, Rocco! Quante volte te lo devo ripetere che quella giacca si porta per l'igiene?

Rocco                            - E va bene, hai ragione, me la metto. (In­dossa la giacca bianca dei camerieri).

Angela                          - Tale e quale il mio povero papà, si ca­pisce, gente nata fuori, tutti lo stesso.

Rocco                            - Non ricominciamo di primo mattino che non ne ho voglia. Che io sono nato fuori e tu sei nata qua, è chiaro, si vede, e non ne parliamo più. Che tu fai parte dell'Armata della Salvezza e io vendo li­quori, anche questo si vede, eppoi tutti lo sanno, non c'è bisogno che me lo ricordi tutti i momenti. Anche Pietro è nato fuori e tante cose non le capisce; ma ne capisce tant'altre che tu nemmeno te lo sogni, è un giovine serio e io gli voglio bene.

Angela                          - Se tante cose non le capisce, o finge, al­lora gliele spiegherò io una volta per tutte. Ascolta­temi, Pietro, e ficcatevelo bene in mente: Clara non può sposarvi.

Pietro                            - Ma io, veramente, non ho mai pensato… Clara ed io siamo amici, buoni amici e nient'altro,

Rocco                            - L'hai sputato il rospo. Perché? C'è qual­cuno che ti preme?

Angela                          - C'è William.

Rocco                            - E chi è William?!

Angela                          - Il nipote di Mary. Mary me ne ha par­lato a lungo ier l'altro. E' un giovine molto perbene, Anche il Pastore me ne ha parlato.

Rocco                            - Allora siamo a posto. Se il Pastore, Wil­liam e la zia lo sanno, allora siamo a posto. E se Clara, invece, neppure ci pensa, non vuol dire.

Angela                          - Clara si convincerà ch'è per il suo bene,

Turi                               - Ma io ho fretta!

Angela                          - Ah, già... me ne ero dimenticata. Rocco, dà cinque dollari a Turi. Dice che gli occorrono subito,

'Mary                             - (entra di colpo) Scusami, cara, se sono in ritardo. (Non saluta gli altri, ma squadra successiva­mente Pietro e Rocco).

Angela                          - Oh, Mary! T'aspettavo, infatti. Vieni, Turi, (E finché non torneranno Angela e Turi, scena mula. Pietro, seduto, fisserà ostinatamente le scarpe di Mary; la quale, dritta in mezzo al bar, inseguirà collo sguardo Rocco, che andrà avanti e indietro, all'improvviso, smanioso). Quasi pronta. \(Entra tenendo per un ma-nico un cesto oblungo pieno di libri neri. Turi sor­regge il cesto per l'altro manico. Posato il cesto per terra, proprio ai piedi di Mary', le due donne mette­ranno a tracolla una sciarpa verde pisello con su scritto in oro: «.Armata della Salvezza». Angela metterà pure un cappellino, Mary ne ha uno compagno, molto simile a quello di prescrizione in alcuni educandati poveri1, poi le due donne inforcheranno gli occhiali, eppoi prenderanno ciascuna un libro, Mary con la sinistra, Angela con la destra, piegando il braccio in modo che il vo­lume sia all'altezza della spalla; infine, afferreranno il cesto per i manichi e s'avvieranno serie compassate verso la porta che Turi aprirà).

Mary                             - La vera Bibbia. Bibbia.

 Rocco                           - (scatta) Non voglio commerci ambulanti qua dentro.

Mary                             - (gettandogli uno sguardo sdegnoso) Pro­vavo la voce. (Escono).

Rocco                            - (guarda a lungo Pietro che tamburella il ta­volo, vorrebbe dirgli qualcosa, si vede, ma le parole si rifiutano d'uscirgli di bocca; allora slarga le braccia una due tre volte).

Turi                               - I cinque dollari, papà.

Rocco                            - (accorato e bonario) Figlio mio... io me li guadagno soldo a soldo. Anche ieri me ne chiedesti.

Turi                               - Non ti preoccupare per la cassa, papà, un giorno te li restituirò tutti e magari te ne darò ancora degli altri.

Rocco                            - Non ne parliamo neppure. Diciamo: mal, che è meglio. (Va alla cassa, conta e dà i dollari a Turi) Almeno ti decidessi a lavorare con me. Spalleg­giato da te che sei giovine, mi sentirei d'affittare quei grandi locali d'angolo, bar e trattoria insieme sarebbe un bel colpo.

Turi                               - Bar e trattoria non risolvono la situazione. Sono forse l'unico cittadino americano che a venticin­que anni ancora non possiede l'automobile. E non vorrei dover dire la stessa cosa all'età tua.

Rocco                            - Ah! E' così vergognoso?

Turi                               - Sei proprio d'un'altra razza, papà. Vedi, tu lavori innanzitutto perché lavorare è un dovere; io invece lavoro per il guadagno.

Rocco                            - Già, ma io guadagno e tu no.

Turi                               - Perché mi manca il socio capitalista. Ma stai a sentire. Anche tu, Pietro. Un'idea fantastica. Da ammassare capitali in poco tempo.

Rocco                            - Me l'hai già detta la settimana scorsa.

Turi                               - Un'altra! Superba!

Rocco                            - Perché, quell'altra non è più superba?

Turi                               - Buona anche quella, chi dice di no? Ma bisogna avere un'idea al giorno. Chi ha un'idea al giorno può senz'altro installarsi alla quinta strada e dettar legge. Tu che depositi tutto alla banca, Pietro.

Pietro                            - Ma io non ho nulla in banca.

Turi                               - Scherzi?!

Rocco                            - No, no, seppure ne avesse gli direi io di non dartene.

Pietro                            - Rocco lo sa. I miei risparmi li spedisco a casa ogni tre mesi. Ci compero le terre che mi sa­rebbe piaciuto d'avere quando stavo là.

Turi                               - Se vivi qua, che t'importa più di quelle terre?

Pietro                            - Me le riscalda il sole pure se non ci sto, ci nasce il grano lo stesso, e se penso che sono mie non mi sembra più tanto grave fatica starmene lontano ma­gari per tutta la vita.

Maud                            - (viene dalla strada) Elio, Dik, buongiorno.

Turi                               - Subito, Maud. Che modo di ragionare, Pie­tro. E del resto le terre potresti comperartele tutt'assieme dopo aver guadagnato chissà quanto. Affari, Maud, scusami.

Maud                            - (che è andata a sedersi al banco) Intanto fo colazione, Dik. Un latte, signor Rocco.

Rocco                            - (controvoglia va a servirla).

Turi                               - Questa delle terre è proprio una mania, credimi. Ascolta, Maud, che cosa avrei intenzione di fare.

 Maud                           - (mangiando) Ascolto, Dik.

Turi                               - (a Pietro) Tu ed io dovremmo formare una società anonima per il monopolio e lo sfruttamento degli « sketches » cinematografici.

Maud                            - Colossale, Dik.

Pietro                            - Roba che non capisco.

Turi                               - Lei ha capito subito, però. Questa è la diffe­renza. A Hollywood sarebbero felici di sapere final­mente dove potersi rivolgere per averne sempre sotto­mano.

iMaud                           - I soggetti cinematografici mancano quasi sempre di « sketches » importanti e sono perciò noiosi.

Turi                               - Lei se n'intende.

Maud                            - Una volta fatto il colpo, potresti lanciarmi come attrice, Dik.

Turi                               - Certo, Maud.

Rocco                            - Proprio non capisco.

Pietro                            - Io neppure.

Turi                               - (durante la battuta, Turi troverà il momento buono per avvicinarsi a Maud, senza dare nell'occhio e consegnarle di soppiatto un dollaro, e dirle: « paga tu») Mi spiego con un esempio. Questo l'ho inven­tato io, Maud. Dunque, comincia così: due disoccupati, le mani in tasca, camminano su un marciapiede, tra l'uno e l'altro sempre tanto spazio che possa di quando in quando infilarvisi una persona che ha fretta. Sono stanchi. Sono affamati. Camminano da tanti giorni. A un tratto passano davanti a una pescheria. Si fermano. Guardano a lungo, sconsolatamente. Eppoi si rimet­tono in marcia. Un passo dietro l'altro, un passo dietro l'altro. A un crocevia, traffico interrotto. D'improvviso l'uno dice all'altro: « Sai qual è quella cosa verde che salta e fa cra-cra? ». L'altro risponde che non lo sa. Via libera. Attraversano lenti pesanti, facendosi spin­gere sorpassare. Come sono sull'altro marciapiede, il primo dice: « E' la sardella ». Inghiotte per suo conto. Sembra proprio che si sfami a modo suo, da affa­mato.

Rocco                            - (azzarda) Ma la sardella non è verde!

Turi                               - (come fosse stato l'altro affamato a interrom­perlo e non Rocco) Pigli un pennello e la pitti. «Ah, già! », fa l'altro. E continuano a camminare, senza dirsi più nulla. Incupiti. Sono stanchi. Sono affa­mati.

Rocco                            - Ma la sardella non salta!

Turi                               - (c. s.) La pigli e la fai saltare. «Ah, già! », fa l'altro. E comincia a inghiottire per suo conto. Da affamato; ma senza troppa convinzione.

Rocco                            - Ma la sardella non fa cra-cra!

Turi                               - (c. s.) E lo fai tu cra-cra. «Ah, già!», fa l'altro, affrettandosi a inghiottire prima che gli torni il dubbio.

Maud                            - (ride da non poterne più, agitando le gambe nude).

Rocco                            - E poi?

Turi                               - Poi, niente. Poi si rimettono a camminare, non più stanchi, non più affamati, non avete capito?

Rocco e Pietro              - No.

Maud                            - Quei due hanno inventato la sardella.

Rocco                            - Ma è la rana che è verde, salta e fa cra-cra!

Turi                               - Ma loro avevano bisogno d'una sardella da affamati e non d'una rana!

Maud                            - Ma che storia buffa! Di' come t'è venuto in mente?

Turi                               - Così.

Maud                            - Volete pagarvi, signor Rocco?

Rocoo                           - (va al banco, prende il biglietto, lo guarda, lo riconosce, mormora tra i denti, buttandolo nella cassa) Torna a casa. (Dà il resto).

Turi                               - (nel frattempo a Pietro) Neppure adesso sei convinto? Guarda che una società anonima... (E come Pietro continua a dir di no col capo) (Faremmo stampare da tutti i giornali, e radiodiffondere pure, la notizia. « Chiunque abbia un piccolo " sketch ", una battuta comica, l'invìi al seguente indirizzo: quinta strada, ec­cetera - un piccola idea originale, due dollari ».

Rocco                            - Quella roba là!!?

Maud                            - (già sottobraccio a Turi) A Hollywood ne darebbero più di venti.

Turi                               - Cinquanta, Maud.

Rocco                            - Ma se fosse vero, la gente non li mande­rebbe più a voi, li spedirebbe addirittura a Hollywood.

Turi                               - E l'organizzazione non la conti? Ma l'orga­nizzazione è tutto, papà. Ufficio, telefono, segretaria, « groom », carta intestata, impressione di serietà, chi vuoi che legga le lettere dei semplici privati a Hol­lywood?

Rocco                            - Attento, figlio mio, attento ai mali passi.

Maud                            - Non vedi che non se ne intendono af­fatto, Dik? Troveremo altrove, ne sono sicura; peggio per loro, del resto; ma ora andiamo che è tardi. (Se lo trascina dietro) Buongiorno.

Turi                               - Peggio per te, Pietro; pensaci, Pietro; ciao, papà. (Via).

Rocco                            - Se l'è bevuto!

Pietro                            - Mah!

Rocco                            - Io però mi domando: ma sul serio siamo noi che... (mimica per significare: che non compren­diamo l'affare della sardella, che sei tu che la pitti verde, che sei tu che la fai saltare, che sei tu che fai pure cra-cra; e quella intanto ride che non ne può più?).

Pietro                            - Non lo so, e t'assicuro che proprio non m'importa.

Rocco                            - E neanche a me. Ma allora è Turi... (e sottintende: che è stupido).

Pietro                            - No... forse, no.

Rocco                            - Te ne sei accorto che le ha dato un dol­laro perché mi pagasse, il latte?

Pietro                            - No.

Rocco                            - E io nemmeno. Eppure eravamo tutt'e due qua, presenti. Il dollaro l'ho riconosciuto subito per via d'un segno.

Clara                             - (viene dall’interno) Buongiorno, papà. Buon­giorno, Pietro.

Pietro                            - Buongiorno, Clara. Notizie.

Clara                             - Buone?

Pietro                            - (dandole una lettera) Leggi.

Rocco                            - Ma come! Hai una lettera e non mi dicevi nulla! Sediamoci, allora.

Clara                             - Leggo?

Rocco e Pietro              - Leggi.

 Clara                            - «Caro figlio, ieri siamo stati dal notaio Scoccia, per l'atto di compra-vendita del terreno alla foce ».

Rocco                            - Bene, bene.

Pietro                            - Tanto una brava persona il notaio Scoccia.

Clara                             - « Ora il terreno è di tua libera proprietà, come volevi tu. Nel campo ci sono parecchi mandorli, dieci in tutto, e il grano ci cresce a vista d'occhio. Ci sono, è vero, molti papaveri, ma sta tranquillo che il campo te lo puliamo come si deve tuo fratello ed io; e ci interesseremo a tempo e luogo della mietitura, e ti farò sapere punto per punto; e più tardi faremo pure l'abbacchiata, che ci dispiace proprio che tu non ci sei, sarebbe una bella festa per tutti. Tutti si ri­cordano sempre di te e mi domandano ogni volta che m'incontrano e ti salutano. Tuo fratello ti ab­braccia. Io pure che ti mando mille benedizioni e sono la tua mamma ».

Rocco                            - (come a scusarsi) Io non ho mai posseduto terre e non ho mai pensato, in seguito, a risparmiare per comperarne. Ho messo da parte per loro, però. (A Pietro) Ma tu fai bene.

Pietro                            - Quando partii, non avevamo niente, si può dire. Eravamo i più poveri del paese. Un qua­dratino di terra circondato da una siepe di frasche secche, e nient'altro. Mia madre ci allevava i polli. In mezzo c'era un solo albero che non dava più frutti. Da ragazzo ci montavo sopra per guardarmi attorno. E vedevo i campi degli altri che salivano la collina dietro al sole. (Una pausa; eppoi con testardaggine) Ho voluto prima il campo più vicino, poi l'altro, eppoi l'altro ancora, e ci sono riuscito; ma ora devo arrivare in cima. Proprio in cima alla collina c'è una casetta, di lassù si vede il mare, lassù è bello.

Clara                             - Sì.

Rocco                            - Ma là, dovunque ti metti è bello. Anche in fondo a un pozzo. (A Clara) Guarda che facevo io: mi sedevo per terra e m'abbracciavo strette strette le ginocchia, e così restavo per ore e ore, e dovunque guar­davo era un grande affiato: guardavo il cielo e m'affia­tavo col cielo, guardavo la terra e m'affiatavo con la terra, guardavo gli uomini, le bestie e m'affiatavo con uomini e bestie. Sempre in pace con tutti, una gran pace dentro e fuori. Tanta pace che ti metti a cantare. Anche se sei vecchio e tignoso ti metti a cantare.

Pietro                            - Nell'isola non è vergogna.

Rocco                            - Perché cielo e mare ti capiscono e ti rispon­dono a cuore aperto.

Pietro                            - Questo è vero. Anche le montagne, anche i fili d'erba ti capiscono.

Clara                             - Qua, invece, nessuno ti capisce, nessuno ti risponde mai.

Rocco                            - Qua, le persone che incontri, t'appuntano gli occhi in faccia per cercare di riconoscerti; ma non ci riescono e tirano dritto; è un demonio che li tiene alla catena: succede come ai cani che quando si incontrano vorrebbero fermarsi, ma i padroni con uno strappone se li trascinano via e chi s'è visto s'è visto, tale e quale, vi dico.

Clara                             - La gente ha sempre fretta, qua.

Pietro                            - Da noi si conoscono e si riconoscono tutti, invece.

Rocco                            - Da lontano. Anche di notte. La notte di Na­tale che la campagna s'empie di lumini.

Clara                             - Come deve essere bello.

Rocco                            - La cosa più bella, da mandare baci a Dio. Una quiete così grande che perfino Mongibello trattiene il fiato. I lumini a olio che tremolano un poco davanti alle case sparse, come per assuefarsi alla notte santa, eppoi s'avviano per i campi a due a due. Francescantonia e Checco, Carmine con Mararosa, e Paolo e Lolla, non te ne sfugge uno che è uno! E quello solitario che sbuca dalla capanna lontana è il lumino del piccolo Rocco che s'è attaccato alla veste della mamma per non inciampare nei duri sassi, e la mamma mi dice di non temere che se penso al santo Bambino nulla mi può succedere. Ti dico la cosa più bella! Mamma che tiene alto il lume e prega la Madonna perché lei è una povera vedova, io che stringo nella mano un mandarino con tre fogliette e guardo il lume...

Clara                             - Caro papà.

Rocco                            - Eh, sì, tempi lontani! (A Clara) Però anche tua madre è una santa donna.» (si mette a passeggiare) e dobbiamo volerle bene. In fondo è della nostra razza, anche se per disgrazia è nata qua... (Riprendendosi) Anche tu, del resto, sei nata qua. E adesso andatevene a passeggio ai giardini o al Luna Park. Andate, andate.

Clara                             - Addio, papà.

(Parker e Beck irrompono da avventori nel locale, di­scutendo a voce alta, senza guardare in faccia nessuno e dirigendosi difilato al banco. E’ a questo punto che Clara saluta a gesti il padre e se ne va con Pietro, men­tre Rocco corre al banco per servire).

Parker                            - No, Beck, cinquemila dollari, non un soldo di più. (Da seduto) Due uova al prosciutto e due birre, presto.

Rocco                            - Subito. (E volta le spalle ai clienti per cuo­cere le uova sul fornello elettrico).

Beck                              - Parcker, tu sai che vale diecimila dollari e me ne offri soltanto la metà.

Parker                            - Non ho concorrenti.

Beck                              - Ma lo sai che vale dieci.

Parker                            - Io non posso darti di più e tu sei coll'ac-qua alla gola.

Beck                              - Questo è vero.

Parker                            - E non trovi a vendere.

Beck                              - Forse domani troverei. Anche a diecimila è sempre un affare.

Parker                            - Sono un uomo d'affari, Beck. Cinquemila ho detto.

Beck                              - Ma è la rovina, Parker, la rovina!

Parker                            - Pensaci mentre facciamo colazione. (A Rocco) La birra, intanto.

Rocco                            - Subito. (E si volta, prepara i bicchieri, stappa una bottiglia, versa).

Nanetta                         - (entra. E' una ragazza di vent’anni, occhi enormi e neri, capelli neri, guance brune. Veste alla moda del suo paese, tutta sgargiante. Ma è timorosa, quasi sel­vatica, s'arresta accanto alla porta, pronta a fuggirsene. Sta con la valigia in mano. Guarda Rocco e i clienti che le voltano le spalle; ma non dice nulla).

Rocco                            - (allucinato guarda Nanetta, non le toglie gli occhi di dosso, continua a versare a Svuoto senza avve­dersene).

Parker                            - Ma fate attenzione.

Rocco                            - (s'avvede solo adesso che versava la birra sullo zinco, si riprende, mormora) Oh, Gesù... oh, Gesù... un fico d'India pare... è un fico d'India... oh, Gesù... (e come ha terminato idi servire i clienti ise ne va incontro a Nanetta, guardingo, quasi temesse di cancellare una visione).

Parker                            - Bevi, Beck. (E beve).

Beck                              - Purtroppo, Parker. (E beve).

Parker                            - (scoppia a ridere) Ben detto, Beck.

Rocco                            - (si ferma davanti a Nanetta e ancora una volta mormora) Oh, Gesù...

Nanetta                         - Siete Rocco?

Rocco                            - (d'improvviso espansivo) In persona. Rocco in persona. (Le toglie di mano la valigia).

Parker                            - Ehi, queste uova.

Rocco                            - Oh, Gesù, le uova! (A Nanetta.) Un minuto solo, torno subito. (Lascia la valigia, corre al banco, serve le uova ai clienti, poi torna a Nanetta, stavolta quasi di corsa) Siediti, siediti. Sei arrivata adesso? E come ti chiami? Ohi te l'ha detto, tuo padre di venire da me?

Nanetta                         - Mio padre.

Rocco                            - Allora si ricorda di me, tuo padre: ne son passati d'anni! (Si siede) Racconta, racconta: di chi sei la figlia?

Parker e Beck                - (divorano il loro pasto senza scam­biarsi una parola ne curarsi di quanto succede alle loro spalle).

Nanetta                         - Sono Nanetta, la figlia d'Andrea.

Rocco                            - Andrea detto il moro ? !

Nanetta i                       - Sì. Al paese mi dissero: se non trovi nessuno allo sbarco fatti portare a « Brocclin-bar », da Rocco e fatti indirizzare da lui.

Rocco                            - E difatti tutti qua vengono. E' proprio come un paese, qua dentro (indicando gli avventori al banco) qualche forestiero di passaggio, e tutti gli altri, gente di casa. Be', racconta, che fanno al paese? Voialtri abi­tate sempre in quella casa... aspetta: mi ricordo che c'era una maceria di pietre attorno attorno che parevano inzolfate... mezze verdi...

Nanetta                         - Ora ci passa la strada di là.

Rocco                            - La strada!? Che strada!?

Nanetta                         - Quella della provincia.

Parker                            - (batte sullo zinco) Deciso?

Rocco                            - Vengo. (A Nanetta) Torno subito.

Beck                              - Per forza.

Rocco                            - (prende il denaro) Grazie.

Parker                            - (s'avvia in fretta. A Beck che lo segue) Do­potutto non è la fine del mondo, con i miei cinquemila dollari potrai sempre ricominciare. '(Escono).

Rocco                            - Ora dimmi... Ora che non c'è più nessuno siamo come in famiglia... A proposito: e tua madre come sta?

Nanetta                         - Bene. Vi saluta.

Rocco                            - Oh, me la ricordo, che credi? e forse ai suoi tempi ti somigliava pure. Ma qua, sola, che sei ve­nuta a fare? (Nanetta ali'improvviso scoppia a pian­gere) Piangi!? E perché piangi?!... Però, se non me lo vuoi dire... '(Nanetta col capo accenna di sì). E allora calmati, su, vuoi bere qualche cosa, un po' di latte caldo? (Nanetta accenna di no) No? Proprio niente vuoi?

Nanetta                         - (asciugandosi gli occhi) Piango perché allo sbarco non c'era nessuno.

Rocco                            - E vuoi piangere per questo? Non avrai guardato bene. Con tutta la confusione degli arrivi è facile sperdersi. Ma se lo sanno che sei arrivata.

Nanetta                         - Sì.

Rocco                            - Allora li vedrai comparire qua dentro col fiato grosso. Non è la prima volta. Chi vuole notizie, chi vuole consiglio, chi cerca qualcuno, sempre corre da Rocco. Sta tranquilla. Ma chi doveva esserci, di'?

Nanetta                         - Mio marito.

Rocco                            - Oh, Gesù, maritata sei, e... piangi come una bambina!? E' da molto che ti sei sposata?

Nanetta                         - Prima di partire, per procura.

Rocco                            - (dopo una pausa, d'improvviso smarrito) Gabriele?

Nanetta                         - Lo conoscete?

Rocco                            - (c. s.) Se lo conosco... certo che lo conosco... (Scantonando) Ma ora verrà mia figlia Clara: è uscita un momento con Pietro, ma tornerà presto, speriamo che torni presto.

Nanetta                         - Ma Gabriele!

Rocco                            - Certo... certo...

Nanetta                         - Da quanto tempo non lo vedete?

Rocco                            - L'ultima volta... mi parlò di te. Era così fe­lice, contava i giorni. Perché, tu non lo sai, ma il la­voro è duro in queste maledette officine... non è come da noi, laggiù, che tutto è tranquillo... Qua, una disgrazia fa presto a succedere, quando meno ci pensi, un ingra­naggio, un diavolaccio qualsiasi, e non si torna più a casa.

Nanetta                         - (penosamente si leva, e ha bisogno pure di appoggiarsi al tavolo; sente che qualcosa di tremendo sta per abbattersi su di lei).

Turi                               - (ed ecco, s'apre la porta di furia; ancora volto all'esterno, come chi abbia fretta di rassicurare qualcuno che è fuori e fretta di entrare, Turi grida) Torno subito; un minuto appena (e si precipita dentro).

Nanetta                         - (i cui occhi si riaccendono d'improvviso, stremata a accaldata, ricade a sedere. O non l'ha avver-tita Rocco che, sapendola arrivata colui che avrebbe dovuto trovarsi allo sbarco sarebbe venuto difilato a « Brocclin-bar » ?).

Turi                               - (che cercava del padre, s'arresta incantato di­nanzi a Nanetta, così diversa da tutte, colorata, primi­tiva, e la guarda estatico).

Rocco                            - (si rianima, afferra per una mano il figlio, lo tira in disparte) E' una Madonna,,, è una Madonna... (dice con voce angosciata, pensando al dolore che Na­netta proverà fra poco; e, rivolto a Nanetta, per disilluderla subito, s'affretta) Mio figlio Turi, mio figlio Turi... (e con Turi si mette a parlar basso basso, fitto fitto di lei).

Nanetta                         - Dov'è Gabriele!!

Rocco                            - (tenendo per mano Turi, le si fa incontro per addomesticarla al dolore) Povera figlia mia...

Nanetta                         - (si leva e china il capo. A poco a poco si re­stringe tutta nelle spalle, quasi ad affossare i seni. Ma non ha lacrime. Simile in tutto a una fonte disseccata).

Turi                               - (è colpito da quell'immobilità troppo antica per i suoi nervi, pagana e cristiana a un tempo; tutta la sua faciloneria di giovine americano sfuma; lo coglie per la prima volta la paura; quasi s'aggrappa al padre) Papa-Rocco     - (con una mano, quasi a scaldargliela, preme | la mano con  la quale Turi gli si è appeso al braccio; non ha parole. Immobilità e silenzio angosciosi).

Maud                            - (dalla soglia) Di, tu, m'hai preso per la tua macchina che mi pianti e te ne vai? (E come nessuno le dà retta, guardandosi attorno e scoprendo Nanetta in piedi e Turi che non le toglie gli occhi di dosso, avanzando spavalda) Ohò, siamo in buona compagnia a quanto pare! (Le mani arrovesciate sui fianchi, salda sulle gambe nude, butta gli occhi addosso a Nanetta che neppure la vede, con interesse da intenditrice, come guar­dasse un manichino strambo) E' l'incantatrice di ser­penti del Luna? (Poi, dando di gomito a Turi) Tanto ti piace, Dik? (E alla fine irritata, dandogli una manata) E smettila di fare lo stupido.

Turi                               - (barcolla e si volta a guardar Maud, stupefatto; ed è così strana l'espressione del suo viso, che Maud scoppia a ridere e quasi si torce).

Rocco                            - (imbalordito segue la scena. Nanetta è ormai fissata là per sempre; ma tra questi altri due qualcosa sta per succedere di definitivo, forse).

Turi                               - (come Maud non la smette di ridere, all'improv­viso, ma proprio senza averne coscienza, si sfibbia la cinta dai pantaloni e sferza una, due, tre volte Maud, accecato, tanto che, magari, spesso sferza a vuoto; ma è temibile ora che s'è scatenato).

Maud                            - (atterrita e senza capire, proprio come una gal­lina, dopo il primo colpo urla e scappa, buttandosi con­tro la porta, e se ne va).

Turi                               - (ha soltanto adesso coscienza di quel che ha fatto, e ne ha vergogna; si volge al padre, lo vede che è li stupefatto, e si riaffibbia la cinta in fretta e furia, quasi per celarla a sé e agli altri).

Rocco                            - (con gioia affannosa) Turi!! Oh, Gesù!! Proprio come mio padre, come il nonno, come tutti gli uo­mini di casa nostra!! Oh, Gesù, è un miracolo, questo! Nessuno te l'ha mai insegnato, e l'hai saputo fare lo stes­so... l'hai saputo fare lo stesso!

Nanetta                         - (d'improvviso si mette a piangere, silenziosa­mente, con le mani sulla faccia, quasi fosse stata lei la fustigata).

Turi                               - (al padre, sorpreso) Piange...

Rocco                            - (e non si capisce bene se lo dica ripensando a ciò di cui è stato capace il figlio or ora, o accennando al pianto improvviso di Nanetta) E' un miracolo. (E padre e figlio s'avviano verso quel dolore rifatto umano),

FINE

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