Caccia grossa

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CACCIA GROSSA

Commedia in un atto

di PEPPINO DE FILIPPO

PERSONAGGI

don benedetto

paolo, suo amico

DON CARLO, compare di Don. Bene­detto

PASQUALINO, giovane poeta

ANTONIETTA, cameriera di Don Benedetto

MARGHERITA, figlia di Don Carlo

AMELIA, moglie di Don Benedetto.

A Napoli, oggi.

Commedia formattata da

 (Una camera da pranzo dì gusto borghese. A destra, in prima quinta, un balcone; a sinistra una porta. In fondo, a sinistra - sospesi alla parete - vi saranno fucili da caccia, pistole, carnieri, cartucciere e non altro. Al centro, in fondo, una porta).

Antonietta                  - (prima fuori, poi entra) Dico che po­treste anche smetterla, mi sembra che stiate proprio esa­gerando.

Don Benedetto           - (senza giacca e abbottonandosi le bre­telle ai pantaloni) Sei una vecchia rimbambita! Pre­tendi pure di avere razione? Ieri sera te lo dissi e rac­comandai ben chiaro di svegliarmi alle sei, e tu invece mi hai svegliato alle otto.

Antonietta                  - E cosa ci posso fare? Me ne sono di­menticata.

Don Benedetto           - Ma santo Iddio, lo sai che alla do­menica vado a caccia. Ma se credi di avermi fatto un dispetto ti sei  sbagliata, perché ci andrò lo stesso.

Antonietta                  - Buon divertimento. (Continua calma a spolverare i mobili con un piumino).

Don Benedetto           - (avvicinandosi al balcone e guardando nella gabbia, ove ci sarà un merlo che dall'inizio dell'atto non avrà fatto che cantare il suo solito verso) Hai messo la pappina al merlo?

Antonietta                  - (calma) Subito vi servo.

Don Benedetto           - (fischiando verso il merlo come per invitarlo a cantare) Paolo s'è svegliato?

Antonietta                  - (c. s.) Non ancora.

Don Benedetto           - E Margherita?

Antonietta                  - Neanche.

Don Benedetto           - Sicché se io non mi fossi svegliato, qui si dormirebbe ancora? Va'! a svegliare Paolo.

Antonietta                  - (calma) Subito. (E continua a spol­verare).

Don Benedetto           - E quando ci vai?

Antonietta                  - (spazientita) Eccomi, eccomi! Stamat­tina vi siete svegliato nervoso?

Don Benedetto           - Sono affari miei!

Antonietta                  - (c. s.) E' giusto. Se invece di andate a caccia, pensaste ad altre cose... sarebbe tanto di guada­gnato per voi. (Esce).

Don Benedetto           - Io penso a ciò che più mi piace: ignorante! (Ritorna a fischiettare verso l'uccello, sempre ripetendo, come a volerglielo insegnare, il verso carat­teristico del merlo).

Amelia                        - (in vestaglia, entra dalla sinistra, osserva Don Benedetto, poi gli dice con tono di commiserazione) Non comprendo come un uomo possa perdere il tempo in quel modo, con una bestia.

Don Benedetto           - Vedrai che glielo insegnerò. Già comincia, sentilo! (Rifa il verso due tre volte, ma l'uc­cello non risponde) E' ancora piccolo! E poi sono sicuro che non canta per rappresaglia, perché quella stupida di Antonietta, ancora non gli ha dato da mangiare. Senti Amelia, quella servacela finirò per licenziarla!

Amelia                        - Sei pazzo? E' così difficile, oggi, trovare una cameriera fidata come Antonietta.

Don Benedetto           - E' tanto scostumata!...

Amelia                        - Bisogna saper trattare la servitù!

Don Benedetto           - Vorresti dire che io...

Amelia                        - Non è vero forse? Sei senza garbo, senza maniera... Troppo intransigente, troppo autoritario...

Don Benedetto           - Ma come vuoi che la tratti? Come vuoi...

Amelia                        - (interrompendo) ... io desidero solamente che Antonietta non si senta costretta a licenziarsi...

Don Benedetto           - In questo caso risparmierei duecento lire al mese!

Amelia                        - Tu diventi economo solamente con le ne­cessità della casa, con altre cose no!

Don Benedetto           - Quali sarebbero queste altre cose?

Amelia                        - E già... a te sembra logico, normale, met­terci in casa quel morto di fame che hai portato con te la settimana scorsa: il signor Paolo! A rendere l'inco­modo più completo poi... ci voleva in casa pure la figlia del compare: Margherita.

Don Benedetto           - Io non so proprio cosa t'abbia preso da un po' di tempo a questa parte! Sei diventata nervosa, cattiva con tutti, perché? Il compare è sempre stato tanto gentile con noi, come avrei potuto negargli il pia­cere di' tenergli qua la figlia, mentre lui è in cerca di un altro alloggio? E' vedovo, poveretto... non ha altri parenti che noi! non capisco che fastidio ti dà quella povera ragazza... è tanto affettuosa, servizievole! Se mi parli di quel disgraziato di Paolo... sì, capisco... ma per quello che costa non vale nemmeno la pena di parlarne!

Amelia                        - Io sono stufa di avere tra i piedi gente estranea.

Don Benedetto           - Margherita non è una estranea: è la figlia del nostro compare. Se parli di Paolo di dò ra­gione, ma se pensi che quel disgraziato stava per ammazzarsi per l'indigenza, e che se non fossi stato io a salvarlo... a quest'ora... del resto sto aiutandolo a trovare un impiego, appunto perché se ne vada al più prato possibile!

Antonietta                  - (entra dal fondo con una tazzina tra le mani. La deporrà nella gabbia del merlo, mentre dirà a don Benedetto) Ho chiamato il signor Paolo due volte, e tutt'e due le volte si è riaddormentato.

Amelia                        - Che bella vita!

Don Benedetto ;         - Adesso vado a svegliarlo io. (Esce dal fondo).

Amelia                        - Cose dell'altro mondo! Come «e qua si vi­vesse dà rendita.

Antonietta                  - Se sapeste come pretende di essere ben servito. Ora che l'ho chiamato... mi ha chiesto il latte e caffè!

Amelia                        - Devo ringraziare a mio marito... e così non k fosse! (Sospira).

Antonietta                  - Avete ragione!

Amelia                        - (sospirando ancora, e poi con tono romantico) Il mio sogno non era un ferroviere, Antonietta!

Antonietta                  - (piano) Il Signor Pasqualino sarebbe stato il marito ideale per voi. E' giovane; è elegante...

Amelia                        - Scrive romanzi!... E poi altro pensare... altro modo dà intendere la vita

Antonietta                  - (c. s.) E... voi gli avete voluto bene...sivede!

Amelia                        - (con rimprovero) Antonietta? Chi ti per­ mette queste insinuazioni? Pasqualino ed io ci conoscia­mo da quando eravamo ragazzi... il nostro è un affetto puro e non un amore illecito.

Antonietta                  - Non volevo dire questo, dicevo: se non foste maritata... lo avreste sposato volentieri!

Amelia                        - Ah! Questa è un'altra cosa! Se non fossi maritata... (sospirando) se non fossi maritata...

Antonietta                  - (calma e naturale) Dovrebbe morire il signor Benedetto.

Amelia                        - Ma cosai dici? Parlai meno e vattene in cucina.

Don Benedetto           - (entra dal fondo) Ho svegliato anche Margherita, e si sta rassettando la stanza. (Va al balcone) Il tempo è buono... mangeremo quaglie per un mese. (Ride).

Antonietta                  - (con tono di ironico compatimento) Già! Proprio come domenica scorsa che siete ritornato a casa  con un passerotto.,

Don Benedetto           - Tu pensa ai fatti tuoi, e non immischiarti in quelli degli altri. (Ad Amelia) Vedrai, Amelia, che strage di volatili! (Esce dal fondo).

Margherita                  - (dal fondo a sinistra, seguita da Paolo) Un'altra volta non finirà Così, avete capito? (Ad Amelia) Buongiorno, Amelia. (Poi a Paolo) Mi sono spiegata? (Siede al tavolo di centro, presso il quale è già seduta Amelia).

Paolo                           - (capelli lunghi, miseramente vestito e pallido in viso, dice con tono sottomasso ed umile) Sono «pia­cente, ma ripeto che vi siete sbagliata! (Ad Amelia, con l'espressione di scusarsi per non averla subito vistai) Si­gnora, scusate... buongiorno. (Le si avvicina per baciarle la mano, ma Amelia finge di non vedere il gesto, per cui Paolo ritorna al suo posto con aria di falsa umiltà).

Amelia                        - Cos'è stato?

Paolo                           - (c. s.) Niente: la signorina ha creduto...

Margherita                  - Non ho creduto affatto! E' già la terza volta che vi sorprendo a spiare dal buco della serratura della mia camera.

 Paolo                          - (c. s.) Io?

Margherita                  - Voi, sì!

Paolo                           - Ma che spiare! Io guardavo una macchiolina vicino alla serratura... voi avete aperto la porta d'improv­viso e avete creduto...

Margherita                  - Ho creduto?! Sperate che non vi sor­prenda ancora una volta!

Paolo                           - Voi continuate a credere che io... e credetelo!

Antonietta                  - E' vero! E' una vostra abitudine quella di spiare dalle serrature. L'altra sera avete fatto Io stesso anche con me!

Paolo                           - Sei pazza? Io credo di essere un uomo abba­stanza serio. Certe cose non le penso nemmeno. Io stiano e rispetto la famiglia e la casa che mi ospitano.

Margherita                  - E questo biglietto che ho trovato l'altro giorno sul tavolino in camera mia, chi lo ha scritto? (Lo legge) « Io ti amo. P. ». :

Paolo                           - Non ne so niente, vi giuro: non ne so niente.

Amelia                        - Chi è stato a scriverlo, allora? Mio marito? Antonietta? O Margherita stessa? Io, forse?

Paolo                           - (quasi sorridendo, come a Volersi far perdonare) Bè... ad essere sincero... è vero, l'ho scritto io!... Ma per scherzo!

Margherita                  - Potevate farne a meno, perché non ho mai avuto intenzione di scherzare con voi.

Paolo                           - Avete ragione! Mi dispiace se per mia colpa Vi siete dispiaciuta. Vi prego di perdonarmi e non ne parliamo più. Piuttosto parliamo di cose allegre: che si mangia oggi?

Amelia                        - Non lo so.

Paolo                           - Ho domandato perché volevo pregarvi di non fare più fegato. Questa notte non ho potuto dormire: un bruciore allo stomaco tremendo... Com'era cucinato?

Antonietta                  - Alla veneta... con le cipolle!

Paolo                           - Ah!... Difatti quel sapore delle cipolle... an­cora mi dà nausea.

Antonietta                  - Sarebbe bene allora che oggi non man­giaste... e domani un bel purgante d'olio!

Paolo                           - Che c'entra? Io posso mangiare.

Antonietta                  - E il bruciore?

Paolo                           - Non c'è più.

Don Benedetto           - (dal fondo, vestito da cacciatore, con due fucili a tracolla e un altro in mano) Tieni, Paolo. (Gli dà il fucile) E auguriamoci buona caccia!

Paolo                           - (prendendo il fucile e mettendolo a tracolla) Speriamo. E Plinto? (Internamente si sente l’abbaiare di un grosso cane).

Don Benedetto           - Ci reclama... Io senti! (Parlando verso l'interno) Vengo... (Ad Amelia) A stasera, Amelia. (La bacia).

Paolo                           - Buongiorno a tutti. (Poi dice a Benedetto, che nel frattempo ha fischiato due o tre volte presso la gabbia del merlo il solito verso) Ancora non l'ha im­parato!

Don Benedetto ;         - Imparerà... andiamo. (esce per il fondo, a destra, seguito da Paolo).

Amelia                        - (sospirando) Finalmente!

Antonietta                  - Io vado a fare le spese per il pranzo. Cosa volete mangiare?

Amelia                        - (con cattiveria) Brodo e fegato alla veneta... con molte cipolle!.,.

Margherita                  - Intanto io metterò in ordine la mia cameretta.

Amelia                        - Lascia stare... S pensa Antonietta.

(Margherita                 - Perché? Almeno faccio qualche cosa. (Esce).

Antonietta                  - Allora io vado?

Amelia                        - Vai pure, Antonietta. (Esce pel fondo a destra, mentre suona il campanello dell’ingresso. Dopo poco Antonietta ritornai e dice, con intenzione)

Antonietta >               - Il signor Don Pasqualino... può entrare?

Amelia                        - Sì.

Antonietta                  - (esce, poi ritorna introducendo Pasqua­lino) Favorite!

Amelia                        - Porta due caffè.

Antonietta                  - (alludendo con gesti alla poca robustezza fisica di Pasqualino, e alla stia evidente] scarda attri­zione) Porterò pure due panini con burro?

Pasqualino                  - (alto, pallido, capelli lunghi, occhi pro­fondi te grandi) Sì. (E Quando Antonietta esce, diede accanto ad Amalia, presso il tavolo) Già da un'ora ero all'angolo della strada!...

Amelia                        - Mio marito t’ha visto?

Pasqualino                  - No! (Con slancio, abbracciandola) Amelia mia!

Amelia                        - (con tono romantico) 'Pasqualino... te ne prego... non venire più in casa mia... la 'gente comincia a criticare...

Pasqualino                  - (c. s.) Sabato partirò, Amelia... lo sai... anidro a Milano, dove spero di lanciare il mio romanzo; non vorrai, per pochi giorni, farmi morire di malinconia! Ed a tale proposito mi promettesti una tua fotografia... vuoi darmela?

Amelia                        - Sì, caro. (Escono per la sinistra abbracciati).

Paolo                           - (entra dal fonda a destra, cercando intorno con lo sguardo: difatti su di una sedia scorge il carniere che ha dimenticato prima di uscire, e lo prende, metten­doselo a tracolla. Mentre fa per andare ode un vocìo dalla sinistra, che gli rivela esserci qualcuno non di casa. Si avvicina alla porta, guarda verso l’interno, ma poi corre a nascondersi dietro le tendine del balcone, per non farsi vedere da Antonietta che entra portando caffè e biscotti, che depone sul tavolo di centro, ed esce. Paolo, non appéna Antonietta è sparita, compare dal suo nascondiglio, va a guardare verso il fondo, poi si riav­vicina al tavolo, osserva il caffè e i biscotti... poi ritorna a guardare verso sinistra, assumendo una espressione di compatimento. Infine con aria disgustata fa per uscire per il fondo, ma ritorna deciso, prende un biscotto, lo intinge nel caffè e lo divora con dignità. Ne prende un altro, ma un rumore dalla sinistra lo impaurisce, e la­sciando in fretta il biscotto, tossendo si riavvicina alla finestra, dandosi piccoli colpi sulla schiena per calmare la tosse, e si rimette in osservazione.

Amelia                        - (a Pasqualino che guarda estasialo una fotografìa) Ti piace, sei contento?

Pasqualino                  - Tanto! (Bacia la fotografia più volte) Scrivici qualche cosa. (Le dà la penna stilografica).

Amelia                        - (siede al tavolo e scrive a tergo della foto) Amelia... a Pasqua... (Cerca di scrivere ma non ci riesce, perché la penna non ha più inchiostro) Non c'è più inchiostro! ,

 Pasqualino                 - Non fa niente... (Prende la penna e la intasca lasciando distrattamente la foto sul tavolo) Mi basta questo! (Con slancio) Amelia mia... vita respiro, singhiozzo, palpito della mia torturata ed incompresa vita!

Amelia                        - Io sola ti comprendo...

Pasqualino                  - E' Vero! E tu sola mi ami...

Amelia                        - Ardentemente, Pasqualino... vorrei fuggire,. lontano... lontano... , ;

Pasqualino                  - (subito) Capitolo 19°: «Verrai meco,.. » (legge su alcuni fogli che ha con sè) « ... verraii meco dove? Non so! Non so il luogo che ci riserba il destino, forse qui... forse là! Quando potrò io, come le rondini, vo costruire il più piccolo nido che dovrà accoglierci ed essere testimone della nostra felicità?!...».

Amelia                        - Che parole, che pensieri delicati! (Indicando i fogli) E il nuovo capitolo?

Pasqualino                  - Sì! Il 19°. (Campanello interno).

Amelia                        - (sgomenta) L'ingresso?

Pasqualino                  - E' vero!

Amelia                        - Che sia mio marito?

Pasqualino                  - (comicamente agitato) Mah!... corri a vedere dal buco della serratura... io aspetto qui con co­raggio!

Amelia                        - (esce dal fondo, poi ritorna dicendo sottovoce) ... è il compare... Don Carlo!

Pasqualino                  - Allora mi celo?!

Amelia                        - (che non ha capito le parole « mi Celo »... è il compare... Don Carlo!

Pasqualino                  - Bene. Allora mi celo?!

Amelia                        - (che ancora non ha capito) Sì... mi celo, (E mentre Pasqualino entra in fretta a sinistra, esce pel fondo ritornando subito con il compare) Favorite, com­pare!

Don Carlo                   - Grazie. (Guarda intorno sospettoso) E Margherita?

Amelia                        - E’ in camera sua!

Don Carlo ;                 - Vi prego ancora di scusarmi... ma non appena avrò trovato il muovo alloggio, vi toglierò il fa­stidio.

Amelia                        - Per me non è affatto un fastidio!

Don Carlo                   - Siete molto gentile. E Benedetto?

Amelia                        - E' a caccia.

Don Carlo                   - Come tutte le domeniche!

Amelia                        - Già.

Don Carlo                   - Ed è andato solo?

Amelia                        - No, con il suo amico!

Don Carlo                   - Ah! Quel morto di fame, quel dispera­ tone! Non capisco perché Benedetto insiste a tenerselo in casa.

Amelia                        - Quello che penso pure io.

Don Carlo                   - (dopo pausa) Mi sembrate nervosa!

Amelia                        - Affatto!

Don Carlo                   - (con tono paterno) Vorrei tanto farvi comprendere... di badar bene a quello che fate...

Amelia                        - Perché, cosa faccio?

Don Carlo                   - Cara donna Amelia, io vi parlo così perché vi voglio bene. La gente comincia a sparlare; saran­no bugie... saranno verità... certo è però che il vicinato mormora, critica!...

Amelia                        - Ma... cosa state dicendo?

Don Carlo                   - Dico quello che dico. Benedetto non me­rita quello che voi gli fate. E' un marito affezionato, un marito modello. Io sono1, venuto qua, per dirvi proprio questo..Poco fa qui... è venuto Pasqualino...

Amelia                        - (subito) Non è vero!

Don Carlo                   - (severo) E' vero! L'ho visto io! Questa è una storia che deve finire, mi spiego?

Amelia                        - (agitata) Io non so che cosa volete che fi­nisca... io sono una donna onesta, questo vi dico.

Don Carlo                   - Vuol dire che se avrò occasione di ve­dere Pasqualino... gli parlerò io seriamente.

Pasqualino                  - (Mia sinistra, con tono di provocazione) Caro compare, io sorto qua! Cosa volete dirmi?

Don Carlo                   - Ah! non m'ero ingannato!...

Pasqualino                  - Sono venuto a fare una visita ad Ame­lia... ci trovate, forse, qualche cosa di male?

Don Carlo                   - Trovo che voi non siete un amico, e tan­tomeno degno dell'amicizia del mio compare Benedetto.

Pasqualino                  - Se sono o non sono degno, queste sono cose che riguardano me soltanto. La gente sparla? Ebbene io non voglio privarmi dell'amicizia di donna Amelia per un basso e stupido pregiudizio. Questo è quanto ci tene­vo a dirvi. (Ad Amelia) A rivederci Amelia... ci rive­dremo.

Amelia                        - ... partirete?...

Pasqualino                  - No... resto!... Come nel capitolo 18°: «La maldicenza... » (A Don Carlo) Sentite? (Legge su dei fogli) «... la maldicenza? E che m'importa? Puerile ra­gione. Ci dovremmo dunque astenere dall'amarci per que-sto ridicolo principio? Ma lasciamo questo sentimento a quelli che amano per bizzarria, ma non imponetelo a due amanti quali noi siamo, guidati da una passione cieca. Quelle bocche mormoratrici saranno chiuse per sempre. Nulla ascolterò: t'amo e resterò». (Esce pel fondo a destra).

Amelia                        - (dopo poco) Permesso... non mi sento bene... (Esce dalla sinistra).

Don Carlo                   - Ah! donne, donne!

Paolo                           - (facendosi avanti) Ah, donne, donne!

Paolo                           - Voi?!

Paolo                           - Si, e ho sentito tutto!

Don Carlo                   - Dov'è Benedetto?

Paolo                           - Sono ritornato a prendere il carniere... ma ora credo di aver perduto il treno. Ma come potevo andar via, dopo quello che ho visto e sentito?

Don Carlo                   - (misteriosissimo) Non gli dite niente! Per lui sarebbe un dolore troppo forte. Se crede che sua moglie lo ama ancora... che continui a crederlo... sarà mio!

volo                             - (prendendo la fotografia che è sul tavolo) Ha dimenticato il suo ritratto qui... ci dev'essere scritto qual­che cosa, leggete!

Don Carlo                   - (leggendo) Amelia a Pasqua... (A Paolo) A Pasqua?

Paolo                           - Vuol dire... a Pasqualino. Nella penna non c'era più inchiostro, ecco perché!

Don Cablo                  - (ridandogli U ritratto) Strappatelo... per amor di Dio! (Paolo intasca lo foto) Cosa sono gli amici... capite?

Paolo                           - Difatti! Cosa sono gli amici! Pure voi... è giusto chiamarmi morto di fame, disperatone?... io ho voluto tacere per amor di pace, ma un'altra volta...

Don Carlo                   - (calmo) Perché? Non è vero, forse?

Paolo                           - E' vero... ma non è bello 'dirlo a tutti.

Don Carlo                   - Adesso porterò con me Margherita. Que­sta casa non è degna di! lei. ((Chiamando verso l’interno) Margherita!

Paolo                           - (dispiaciuto) La signorina Margherita se ne andrà?

Don Carlo                   - Immediatamente.

Margherita                  - (dal fondo) Buongiorno, papà.

Don Carlo                   - Senza discutere prendi la tua roba e vieni via con me!

Margherita                  - Hai trovato l'alloggio?

Don Carlo                   - (come per tagliar corto) Sì, l'ho trovato.

Margherita                  - Bene, che piacere! Allora se tu puoi ritornare, nel frattempo mi preparo la- valigia, saluto Don Benedetto, Amelia, e andremo via.

Don Carlo                   - Non saluterai nessuno invece; e andremo via adesso!

Margherita                  - E perché? Mi sembra scortesia.

Don Carlo                   - Ho deciso così e basta. Va a prendere la tua valigia. (Margherita, andandosene, interroga con lo sguardo Paolo che manda bacetti, e poi le mostra la lin­gua come per una graziosita infantile. Ma poiché Don Carlo se n'è accorto, Paolo resta fermo con metà lingua fuori) Che avete?

Paolo                           - Niente... una bollicina sulla lingua. (La mostra).

Don Carlo                   - (osserva, poi dice spaventato) Perbacco...

Paolo                           - (allarmato) Che c'è?

Don Carlo                   - (alludendo alla lingua di Paolo) C'è una bolla nera, nera... state attento, sapete?

Paolo                           - (preoccupatissimo) Possibile?!

Don Carlo                   - Caro Don Paolo: non si lotta contro il destino! Povero compare!

Margherita                  - (con valigia) Eccomi pronta.

Don Carlo                   - Andiamo via. (A Paolo, sottovoce) Mi raccomando: prudenza e segretezza. Per conto mio me ne lavo le mani... faccio come Pilato!... (Si avvia verso il fondo con Margherita, poi appena vicino all'uscio, si gira verso Paolo che è a sinistra e dice) Sono Pilato! (Ed esce).

Antonietta                  - (dall’interno) Va bene, vi servirò Don Carlo. (Appare dal fondo portando una borsa contenente grossi cartocci e grandi cipolle).

Paolo                           - Bene, sei ritornata! Cos'hai comperato?

Antonietta                  - Ho fatto la spesa per il pranzo...

Paolo                           - E cosa si mangia?

Antonietta                  - (scandendo le parole) Brodo e fegato alla veneta. (Esce dal fondo).

Don Benedetto           - (entra dal fondo con fucile e cartuc­ciera) Ma insomma? Sei un bel tipo: ti dico di an­darmi a prendere il carniere, mentre ti aspettavo giù al caffè... « In cinque minuti », tali hai risposto ; è passata un'ora!

Paolo                           - Hai ragione, ma non mi sono sentito bene. Ora mi sento meglio... se vogliamo andare...

Don Benedetto           - Ora?! Sei matto. Ormai è tardi. Hai visto mia moglie?

Paolo                           - (agitato e confuso) No... la casa no...

Don Benedetto           - Chi, allora? Io?

Paolo                           - Tu no...

Don Benedetto           - Mia moglie forse?

Paolo                           - Forse... tua moglie!

Don Benedetto           - Amelia? Amelia non è degna di Margherita? (Afferrandolo per il bavero della giacca e tirandolo a sé) Parla: cos'è accaduto? (Scuotendolo) Parla!

Paolo                           - (agitatissimo e spaventato) Sì, parlerò! Tu mi hai salvato la vita... tu mi hai fatto del bene e io non posso tacere. Tua moglie se la intende con Pasqualino; li ho sorpresi io, poco fa, abbracciati stretti stretti, e si baciavano. (Dandogli la fotografia) Questa è una foto­grafia che tua moglie ha dato a lui... e che lui ha dimen­ticato sul tavolo.

Don Benedetto           - (quasi senza più respiro, prende la fo­tografìa, la guarda, poi dice) Per questo il compare ha portato via sua figlia... Per questo ti ha detto: «Que­sta casa non è degna di lei...

Paolo                           - (deciso) Sì!

Don Benedetto           - (dopo pausa) Amelia?! Ma è mai possibile? (A Paolo) Ed ora... cosa farò?

Paolo                           - Per ora calmati... dopo pranzo ne riparle­remo...

Don Benedetto           - (deciso) Ne parlo adesso invece! Tu non pensi che al mangiare! (Passeggiando nervoso, men­tre Paolo è a destra presso il balcone) Ingrata... infedele! Non voglio più vederla... la scaccerò... come la più per­fida delle donne! E andremo via... lontani da questa casa, da queste mura maledette... e come potrei più viverci? (Sedendo affranto) Io e te, Paolo... resteremo soli... la­voreremo... e mangeremo...

Paolo                           - Sì, sì... non ti abbandonerò!

Don Benedetto           - (come parlando a se) ...lavoreremo... lavoreremo...

Paolo                           - (calcando le parole, con tono di rassegnazione) ...e mangeremo!

Don Benedetto           - (guardandolo con intenzione, e con in­tenzione ripete) ...lavoreremo...

Paolo                           - (c. s.) ...e mangeremo!

Don Benedetto           - (c. s). ..mangeremo...

Paolo                           - (dopo brevissima esitazione) ...e staremo in grazia di Dio.

Don Benedetto           - (subito e deciso) No, dovrai lavo­rare anche tu... non vorrai solamente mangiare?

Paolo                           - Si capisce: lavoreremo tutti e due!

Don Benedetto           - Dov'è?

Paolo                           - E' di là! Ma cosa pensi di fare ora?

Don Benedetto           - Lasciami solo...

Paolo                           - Ma...

Don Benedetto           - (forte) Vattene... (Paolo esce pel fondo, mentre Benedetto va verso la sinistra chiamando) Amelia? (Poi più forte) Amelia?!

Amelia                        - (dalla sinistra, calma) Cosa vuoi? (Bene­detto la guarda senza rispondere) Cosa vuoi?

Don Benedetto           - (le si avvicina e le dice, fissandola ne­gli occhi) ...guarda! (Le indica le corna che sono attaccate alla parete di fondo) Guardale!... (Amelia abbassa lo sguardo e Benedetto le dice, dopo pausa) Perché?... perché mi hai fatto questo?

Amelia                        - (c. s.) Non capisco cosa ti ho fatto!

Don Benedetto           - (calmo, e torvo nello sguardo) ...già... è proprio per questo che lo hai fatto: perché non capivi cosa mi facevi!

Amelia                        - Insomma, vuoi spiegarti?

Don Benedetto           - Non occorre, sai bene cosa voglio dire. E, dico io... proprio a me si fa questo? (Più forte nel tono) A me che t'ho voluto... e ti voglio bene? Io che ti ho sempre rispettata... io che non vivevo che per te,., io che ti avevo creduta sempre una donna onesta?!

Amelia                        - (in tono di sfida) Perché, cos'hai da dire sulla mia onestà?

Don Benedetto           - (passandosi una mano sul volto) Ti prego, non assumere questo tuo solito atteggiamento, perché offende l'affetto e la stima che ho sempre avuto per te. E mi sono lusingato credendo sincero il tuo amore per me... invece.... Ed ora che so, capisco tutto quanto non capivo prima: le tue smanie, i tuoi nervi, i tuoi capricci!... E si, perché tu non vivevi con me, ma con lui, sempre con lui: a casa, fuori casa, a pranzo, a cena... a letto. Io per te non ero il marito onesto, lavoratore... ma sola­mente un nomo che abusivamente occupava il posto di un altro: Lui! Il poeta, il romanziere, il sognatore!... E credi in lui, credi nella vostra esistenza libera, felice (battendosi le mani sul petto) 6enza quest'incubo, que­sto impaccio. (Forte) E' vero? Non hai la forza neanche di rispondermi...

Amelia                        - (calma) Hai finito?

Don Benedetto           - Voglio che tu mi risponda!

Amelia                        - (c. s.) Che cosa hai da condannarmi?

Don Benedetto           - Io so tutto: Pasqualino è il tuo amante.

Amelia                        - Pasqualino? Tu sei impazzito! Se mi eredi una moglie infedele, vattene allora, lasciami.

Don Benedetto           - Ho le prove della tua infedeltà!

Amelia                        - Allora, se hai le prove... è vero, sono innamorata di Pasqualino. Bè? Cosa aspetti per lasciarmi?

Don Benedetto           - Allora è vero?

Amelia                        - Io ti domando solamente: se fosse vero, cosa faresti?

Don Benedetto           - Ti lascerei subito!

Amelia                        - (calma) E' vero.

Don Benedetto           - E' vero?

Amelia                        - Non vai via?

Don Benedetto           - (quasi supplicando) Amelia, Ame­lia... ma tu sai che ti voglio bene... che non potrei vivere senza di te?

Amelia                        - Perché allora credi a queste cose?

Don Benedetto           - Perché ho le prove. (Mostrando la fotografia) Questo tuo ritratto... sei stata tu a darglielo...

Amelia                        - Io?

Don Benedetto           - Ce anche una dedica. Leggi.

Amelia                        - (dopo letto) Ma io leggo solo: Amelia a Pasqua.

 

Don Benedetto           - E cosa vuol dire: Pasqua?

Amelia                        - (scattando) Insomma cosa vuoi da me? Vuoi forse torturarmi? Ebbene fallo, fallo pure se ciò può dare sfogo al tuo carattere di tiranno, di inquisitore! Ma sono stufa, sai? Stufa: non ne posso più! (Siede a piangere).

Don Benedetto           - (dopo lunga pausa, durante la quale è passata nel suo cervello tutta la tragedia della sua situa­zione di marito tradito ma incapace di lasciare per sem­pre la sua donna, tanto amata) Sì... mi vuoi bene! (Calcando le parole) ... mi vuoi bene!... Ti hanno calun­niata. Guardami negli occhi, Amelia... (La scuote co­stringendola a guardarlo)... guardami; tu mi ami, mi amerai sempre! Non è vero! Sono state tutte bugie, ca­lunnie! E' gente che ti vuole male, ma tu starai sempre con me, sempre! (Chiama verso il fondo) Paolo?

Paolo                           - (dopo pausa entra dal fondo e con tono som­messo) Che vuoi?

Don Benedetto           - (senza guardarlo, fissando invece Ame­lia) Vattene!

Paolo                           - Come?

Don Benedetto           - Vattene da casa mia! Bugiardo, mangia pane a tradimento!

Paolo                           - Ma cosa dici?

Don Benedetto           - Vattene, ti dico, e non farti più vedere.

Paolo                           - Ma perché?

Don Benedetto           - Lo Bai bene! (Forte) Vattene, Giuda!

Paolo                           - Va bene... me ne vado... se proprio vuoi così... non mi vedrai più. (Esce pel fondo a sinistra. Amelia, dopo breve pausa, si alza ed esce per la sinistra, senza parlare, mentre Benedetto stacca dalla parete di fondo le corna di cervo, le butta sul tavolo e siede tenendosi il volto tra le mani e i gomiti appoggiati sul tavolo. Paolo entra dal fondo con due fagotti e una valigetta. Guarda Benedetto, si ferma, vorrebbe parlargli, ma gliene manca il coraggio e fa per andare).

Don Benedetto           - (vedendolo) Paolo... (Paolo si ferma, si volta e lo guarda commosso) Vieni qua!... (Paolo gli si avvicina) Perdonami! (Lo abbraccia) Ti ho maltrat­tato... dovevo per forza fare quello che ho fatto, e tu devi comprendermi... se mi vuoi bene! Tu non hai men­tito, ed è per questo che non posso più tenerti con me!... Vedi... non ho il coraggio neanche di guardarti: ho ver-gogna. (Senza guardarlo più) Ti aiuterò lo stesso... tro­verai in me sempre lo stesso cuore... ma ti prego, vat­tene... vattene... altrimenti impazzirei!

Paolo                           - (commosso) Vado, vado. Addio, e grazie di quanto hai fatto per me... (Fa per andare).

Don Benedetto           - (senza guardarlo) Aspetta. (Paolo si forma mentre Benedetto, indicandogli le corna gli dice) Portale via!

Paolo                           - (le prende e fa per andare, ma giunto all'uscio, il merlo ha imparato il suo verso e lo fischia due volte) Benedetto?... (Alludendo al merlo) L'ha imparato! (Ed esce mentre il merlo continuerà a cantare il suo verso sino al calare del sipario).

FINE

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