Calore del seno

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CALORE DEL SENO

Commedia in quattro atti

di ANDREA BIRABEAU

PERSONAGGI

GILBERTO QUERCY

MI­CHELE QUERCY

SIGNOR DALASSIAUD

BATILLY

MATILDE PYLA

ADRIANA AMPUIS

BERNARDINA MEZIN

JOAN BOUVREUIL

L'INFERMIERA

AGO­STINA

ATTO PRIMO

Una camera bian­ca in una clinica. Un letto, un tavo­lino da notte, una sedia. Una porta che si apre sopra un corridoio.

(Mentre il sipario si alza Gilberto è solo, disteso nel suo letto. Immobile, ha gli occhi spalancati e rimane a lungo così. Poi volge il capo a destra. Alza una mano e la guarda. La lascia rica­dere. Pausa. L'infermiera fa capolino dalla porta).

L’Infermiera    - Come va?

Gilberto           - Bene.

L’Infermiera                 - Non avete bisogno di nulla?

Gilberto                         - No, grazie.

L’Infermiera                 - Non ci si annoia troppo?

Gilberto                         - Ci si potrebbe divertire di più.

L’Infermiera                 - Certamente, ma in una clinica il nu­mero delle attrazioni è limitato. Vi porterei volentieri un romanzo, ma credo vi sia proibito di leggere. Volete mi­surarvi la febbre?

Gilberto                         - Non avete altro diversivo?

L’Infermiera                 - E' sempre un momento di svago. (E' entrata) Ma non avete più latte.

Gilberto                         - Ho avuto sete.

L’Infermiera                 - Vado ad ordinarvelo. (Esce lasciando la porta aperta. La si scorge mentre telefona con voce sommessa in corridoio) Pronto! Una bottiglia di latte per «Le rose»... (Torna in scena) Vi avverto però che non dovete trangugiarlo come un ghiottone; non avrete altro prima di mezzogiorno... (Riordina il comodino).

Gilberto                         - E' lì.

L’Infermiera                 - Chi?

Gilberto                         - Il latte. Ho sentito il montacarichi.

L’Infermiera                 - Avete l'udito buono.

Gilberto                         - Mancano le distrazioni e con quel rumore mi sono divertito metà della notte. (L'infermiera esce e ritorna col latte).

L’Infermiera                 - Ecco.

Gilberto                         - Grazie.

L’Infermiera                 - Allora posso lasciarvi.

Gilberto                         - Fate pure.

L’Infermiera                 - Decisamente niente termometro?

Gilberto                         - Senza complimenti.

L’Infermiera                 - La vostra ferita non vi dà troppo fa­stidio?

Gilberto                         - Abbastanza.

L’Infermiera                 - Ci ricorda che abbiamo un corpo.

Gilberto                         - Si è felici solo quando lo si dimentica.

L’Infermiera                 - Eppure ci sono dei momenti in cui si è ben contenti di averlo.

Gilberto                         - Quali momenti?

L’Infermiera                 - Nei momenti d'amore, per esempio.

Gilberto                         - Ah!

L’Infermiera                 - E' soltanto un'ipotesi mia perché non ne so nulla: sono ancora ragazza.

Gilberto                         - Davvero?

L’Infermiera                 - Sì. Non lo dico per vantarmi, non ho fatto niente per questo. Dopo tutto, non è disonorevole.

Gilberto                         - (gentilmente) No.

L’Infermiera                 - Prova ne sia che tutte le donne lo sono state soltanto è un po' monotono. Infine, che cosa volete? Non bisogna essere troppo esigenti. Non si può avere tutto: un marito e una brutta faccia. Vi pare? (Pausa).

Gilberto                         - Deve essere noioso fare l'infermiera!

L’Infermiera                 - Perché?

Gilberto                         - Tutto il giorno in mezzo agli ammalati.

L’Infermiera                 - Oh! Non si fa quasi mai caso agli ammalati.

Gilberto                         - Eh? Non vi interessate a loro?

L’Infermiera                 - Come un meccanico si interessa ai suoi bulloni.

Gilberto                         - Capisco.

L’Infermiera                 - A dire il vero è un mestiere che non mi dispiace perché mi permette di farmi ascoltare. Sono come tutti: mi piace parlare. Capirete che, col bel muso che ho, chi mi sta a sentire deve esservi costretto. Le donnine che hanno un viso carino o qualche altro fa­scino possono chiacchierare ore e ore: «lo sono così e cosà. Faccio questo e farò quello ». Si ascoltano con bea­titudine e a bocca aperta. Ma io, se parlo di me!

Gilberto                         - Parlate d'altro.

L’Infermiera                 - Una conversazione è interessante sol­tanto se si parla di sé. Invece gli ammalati sono costretti ad ascoltarmi. Sono lì nel loro letto, non possono ta­gliare la corda. E, quando mi dicono: « Voi mi stan­cate », non mi offendo, posso anche credere che sia vero... Non vi stanco?

Gilberto                         - Non ancora.

L’Infermiera                 - Se foste in buona salute, da un bel pezzo m'avreste detto: «arrivederci». Eppoi gli amma­lati chiudono spesso gli occhi. E questo mi riesce molto gradito.

Gilberto                         - (che ha effettivamente gli occhi chiusi, con dolcezza) Perché?

L’Infermiera                 - Sempre a cagione della mia parlan­tina. Quando chiudono gli occhi, posso credere che sono bella.

Gilberto                         - Siete poetica.

L’Infermiera                 - Durante le ore di guardia leggo molti romanzi. D'altra parte, sono sempre stata un po' cosi. Mi ricordo quand'ero piccola... in quell'epoca avevo forse cinque o sei anni; mi è capitato un fatto abbastanza ca­rino. Ero in vacanza da mia nonna nei Vosgi, a Xonrupt... vicino a Gerardmer... Conoscete Gérardmer?... No? (Egli non risponde ed essa si china su di lui) Ah, ecco! Dorme! Non possono piantare il letto ma s'addormentano: è un modo come un altro di allontanarsi. (Si bussa lievemente alla porta. Apre. Comparisce Matilde che rimane sulla soglia) Che c'è, signora?

Matilde                         - (con dolcezza senza alzare la voce) Vi chiedo scusa, signorina... vorrei vedere il signor Gil­berto... Mi hanno detto: «Primo piano, camera "Le rose" »...

L’Infermiera                 - Avete l'autorizzazione?...

Matilde                         - Sì, dapprima non volevano... ma ho insi­stito. Ho fatto sapere al primario che ero la mamma... e allora ha permesso...

L’Infermiera                 - La mamma, si sa...

Matilde                         - Ho detto questo... ma ho forse un po' esa­gerato...

L'Infermiera                  - (sorpresa e diffidente) Come?

Matilde                         - Non sono proprio la sua mamma.

L’Infermiera                 - Ah!

Matilde                         - No. Sua madre è morta mettendolo al mondo. Io ho sposato suo padre, un anno dopo. L'ho allevato io.

L'Infermiera                  - (sorridente) Allora non avete mentito al primario.

Matilde                         - Nevvero, signorina?

L’Infermiera                 - Avanti signora. (Matilde viene avanti).

Matilde                         - E' lui?

L’Infermiera                 - Come? Non lo conoscete?

Matilde                         - No, quello no. Ho divorziato da suo padre. In quel momento egli aveva sette anni. Era tutto diverso,

L’Infermiera                 - E voi non l'avete mai riveduto?

Matilde                         - No. Ma dorme come un bambino.

L’Infermiera                 - Lo sveglio...

Matilde                         - No! Lasciatelo riposare.

L’Infermiera                 - La vostra presenza gli gioverà più del sonno.

Matilde                         - Non lo so. Se fosse vero, sarei contenta. (Essa lo guarda un momento senza muoversi, indi) Posso sedermi?

L’Infermiera                 - Ma certo. (Matilde siede dinanzi alla ribalta).

Matilde                         - Ditemi francamente... quella ferita?...

L’Infermiera                 - Nulla di grave.

Matilde                         - Sul serio?

L’Infermiera                 - Giacché non siete sua madre del tutto non ho nessuna ragione di mentirvi...

Matilde                         - (con dolcezza e con un lieve sorriso) Anche in quel caso sarebbe un dolore per me.

L’Infermiera                 - Già... ma... ad ogni modo, vi assicuro che è completamente fuori pericolo. Appena ricoverato qui ieri gli hanno estratto il proiettile...

Matilde                         - Ah, questi ragazzi, sempre imprudenti! (Gilberto apre gli occhi ma non muove il capo. Egli guarda Matilde e sorride).

Gilberto                         - Ah! Nel sonno udivo quella voce; sì, mi sembrava di sognare come quand'ero piccino piccino... mamma Matilde, sei qui?

Matilde                         - (intenerita alzandosi) Mio caro Gii!

Gilberto                         - (all'infermiera) Posso aprire le braccia?

Matilde                         - (avvicinandosi al letto) No, non alzarti. Ti ho conosciuto soltanto piccino piccino e mi sono sempre chinata su di te e anche ora voglio continuare. (Essa si china per abbracciarlo; l'infermiera si allontana per di­screzione, poi esce. Dopo il bacio Matilde si scosta, lo guarda e con una specie di meraviglia e di comico spa­vento) Ma come sei cresciuto!

Gilberto                         - Come puoi saperlo? Sono coricato.

Matilde                         - (sorridendo) E' il tuo letto che è cresciuto.

Gilberto                         - (sorridendo) Mi ricordo. Quel letto era celeste come il cielo.

Matilde                         - E vi eran dipinti certi animali... (Una breve pausa. Essa lo guarda ancora) Ma l'uomo che mi sta di fronte, sei proprio tu Gii, sei tu?

Gilberto                         - Non mi riconosci?

Matilde                         - Ancora no.

Gilberto                         - Oh!

Matilde                         - O così poco che mi dà soggezione darti del tu. Eppure, non ti posso dare del voi. Ma sei così di­verso!  Non avevi quel vocione... e i tuoi capelli erano più lunghi.

Gilberto                         - Ma ho diciotto anni, sai?

Matilde                         - Due minuti fa ne avevi soltanto sette... bi­sogna lasciarmi il tempo. Ma ci riuscirò. Sento che sto per riconoscerti.

Gilberto                         - Io ti ho riconosciuta subito.

Matilde                         - Non sono invecchiata?

Gilberto                         - Non lo so... Non ti ho mai vista giovane.

Matilde                         - Tuttavia quando mi hai conosciuta avevo soltanto trentatré anni.

Gilberto                         - Sì, ma io ero piccino piccino e mi appa­rivi così alta! Eppoi ero talmente tuo figlio! Una madre non è mai giovane per i suoi figli. Se sembra giovane a loro è meno materna, non lo credi?

Matilde                         - Dici questo per rimediare poiché credi di avermi offesa. Rassicurati. Non sono mai stata civetta. (Una breve pausa. Egli la guarda e sorride).

Gilberto                         - Mamma Matilde, sai che sono contento di rivederti.

Matilde                         - Lo credo, mi guardi... con tenerezza...

Gilberto                         - Pensavo spesso a te...

Matilde                         - Davvero?

Gilberto                         - Ci pensavo... Vorrei spiegarti esattamente... ma il ricordo è un po' confuso.,.

Matilde                         - Ma certo, figliuolo mio, tu non puoi nu­trire per me che un sentimento molto vago.

Gilberto                         - Da quando hai divorziato dal babbo... non ti ho più veduta, per cui non ho mai sentito che tu con­tinuavi a vivere... come dire?... nel ricordo. Ti eri fer­mata.,, pur esistendo per me, eri immobile... io crescevo, mutavo, mentre tu rimanevi sempre uguale, allo stesso posto, laggiù... (un gesto vago in lontananza).

Matilde                         - Qualche cosa come un paesaggio.

Gilberto                         - Precisamente! Pensavo a te come sì pensa alla casa dove si è nati.

Matilde                         - No, non alla casa dove sei nato, poiché non sono tua madre.

Gilberto                         - Allora la casa dove si andava quando si era piccini e dove non si va più.

Matilde                         - E' già molto.

Gilberto                         - Sono contento che tu sia qui. Ora mi rac­conterai un mucchio di cose.

Matilde                         - Quali cose?

Gilberto                         - Parlerai di me, del bimbo che sono stato... e che conosco così poco! Parlerai della mia infanzia; immagino che ce ne ricordiamo soltanto se i genitori ce ne hanno parlato spesso...

Matilde                         - Ma tuo padre non te ne parla mai?

Gilberto                         - (un po' incupito) No!

Matilde                         - Già! Ciò lo costringerebbe a pensare a me ed egli non ci tiene affatto.

Gilberto                         - Su, racconta.

Matilde                         - (alzandosi) Sì, ma non agitarti, hai già spostato tutte le coperte. (Gli rimbocca le coperte e ad un tratto) Ecco, ora ti ho ritrovato, ti riconosco!

Gilberto                         - Da che cosa?

Matilde                         - Dal mio gesto. Una sedia accanto al tuo letto; quello è sempre stato il mio posto.

Gilberto                         - Ah, ero «osi spesso ammalato?

Matilde                         - Sempre! Morbillo, scarlattina, raffreddori... raffreddori...

Gilberto                         - E' per questo che ho trovato così naturale vederti qui.

Matilde                         - (con un'intonazione materna poco severa) Sì, ma perché ci sono oggi? Sciagurato figliuolo, che idea di giocare con una rivoltella!

Gilberto                         - Certo è stata proprio una stupidaggine.

Matilde                         - Ma come è capitato?

Gilberto                         - Una disgrazia!

Matilde                         - Lo so... ma come?

Gilberto                         - ;Non si può mai spiegare come capita una disgrazia. Volevo sparare a degli uccelli, la rivoltella s'è inceppata. Ho voluto guardare e il colpo è partito.

Matilde                         - Naturalmente! Ho sempre temuto delle cose simili. Una volta, alla Hetraie, poco è mancato che tu cadessi nel pozzo. Quando andavamo laggiù l'estate io non vivevo più! Ti arrampicavi sui muri! Saltavi nel fieno e vi facevi capriole. Quando, stamattina, ho letto nel giornale...

Gilberto                         - Non sei rimasta stupita?

Matilde                         - Poiché le teme tutte, una disgrazia non stu­pisce una madre, ma non per questo ne rimane meno sconvolta. Stavo leggendo tranquillamente il mio gior­nale come faccio ogni mattina... Sai, sono diventata un po' maniaca: lo leggo a letto durante la mia prima cola­zione... e leggo piano piano senza fretta, tanto non ho altro da fare... Giunta alla terza pagina m'imbatto in que­ste righe: «Un giovane rinvenuto inanimato... con una rivoltella accanto: una disgrazia. Gilberto Quercy, diciotto anni... trasportato in una clinica... ». Ho sentito un colpo al cuore. Come se tu mi fossi tuttora affidato... come se fossimo ancora alla Hetraie. Ho avuto uno scatto. Mi sono rovesciata addosso la cioccolata.

Gilberto                         - (sorridendo e accarezzandole la mano) Po­vera mamma Matilde!

Matilde                         - Tu ridi, eh? Come sono cattivi questi ra­gazzi! Sono saltata giù dal letto, mi sono vestita alla meglio... poi appena pronta... non ho osato venire.

Gilberto                         - Perché?

Matilde                         - Dopo tutto, non sono tua madre.

Gilberto                         - Oh, quando ci si rovescia addosso la cioc­colata!

Matilde                         - Poi pensavo che se tuo padre fosse stato qui, non gli sarebbe garbato molto che...

Gilberto                         - Ah, no!

Matilde                         - (dopo una breve pausa) E tuo padre sta bene?

Gilberto                         - Benissimo, è in viaggio. (Una breve pausa).

Matilde                         - Ebbene vedi, nel sapere che non hai niente di grave sono quasi contenta che ti sia capitato quell'in­cidente... perché mi ha consentito di rivederti... Nelle fa­miglie disunite, occorre una disgrazia per ritrovarsi. Forse senza di ciò non ti avrei mai riveduto. E mi fa tanto piacere che il mio Gii sia diventato un giovanotto!

Gilberto                         - Mi ricordo benissimo che tu avevi questa voce...

Matilde                         - Ora porterò via un'altra immagine... una immagine diversa... ma ugualmente carina... E sarà per me una grande occupazione.

Gilberto                         - Pensavi a me?

Matilde                         - Diamine! Ti ho avuto da uno a sette anni... sei lunghi anni... I primi: quelli che contano... ti ho in­segnato a parlare, a camminare... E' molto...

Gilberto                         - Già, è molto.

Matilde                         - Quando ho dovuto lasciarti, come avrei po­tuto non pensare a te?

Gilberto                         - Già.

Matilde                         - Se tu sapessi come sono stata contenta di ricevere la tua prima lettera per capodanno, Tanno dopo.

Gilberto                         - E' stato il babbo a dirmi di scriverti.

Matilde                         - (un po' delusa) Me l'ero immaginato. (Pausa) Tuo padre ha parecchi torti, ma è un uomo

delicato.

Gilberto                         - Però nessuno mi ha consigliato di scriverti le lettere che t'ho inviate in seguito.

Matilde                         - Credo che tu ricopiassi un po' quelle dell'anno precedente.

Gilberto                         - Può darsi benissimo. E' così difficile scri­vere a qualcuno in quelle condizioni!

Matilde                         - Infatti, è come se si scagliasse qualche cosa senza sapere dove va a finire. Mi scrivevi tre parole gentili e vaghe.

Gilberto                         - Non ne dicevi di più nelle tue risposte.

Matilde                         - Non volevo che tuo padre immaginasse... non so che...

Gilberto                         - E io non ero sicuro che tu leggessi le mie lettere da sola.

Matilde                         - Come sarebbe a dire?

Gilberto                         - Avresti potuto riprendere marito. Non sei di nuovo sposata?

Matilde                         - Ma che!

Gilberto                         - Ah! Avresti potuto. Sono cose che ca­pitano.

Matilde                         - Ma allora, eri geloso?

Gilberto                         - Credi dunque che non ti volessi bene?

Matilde                         - Ah! Mio Gii! (Lo bacia con troppa forza. Egli dà in un grido).

Gilberto                         - Ahi!

Matilde                         - Oh! ti ho fatto male?

Gilberto                         - Non importa.

L'Infermiera                  - (entrando) Che c'è?

Matilde                         - I/ho baciato Un po' troppo forte.

L’Infermiera                 - Non è ragionevole... Basta, per la prima volta avete chiacchierato abbastanza.

Matilde                         - Per la prima volta... Hai sentito, Gii? Ha detto «per la prima volta». Allora posso tornare do­mani?

Gilberto                         - (con gentile indulgenza) Ma certo.

Matilde                         - A quest'ora?

Gilberto                         - Benissimo.

Matilde                         - Sono contenta. Arrivederci, Gii! (Sta per abbracciarlo) Ah, stavo per riportar via il mio pacco!

Gilberto                         - Che è?

Matilde                         - (andando a prenderlo su un tavolo dove lo ha deposto appena entrata) Arance sanguigne. Ti piacevano quand'eri piccolo.

Gilberto                         - Un ammalato è sempre un bimbo.

Matilde                         - Arrivederci, figliolo. (All’infermiera) Ora Io abbraccio senza stringerlo... (Abbraccia Gilberto e nel rialzarsi) Ma non hai la tua maglia di lana... Eppure dovresti... Di', stai bene? Sei sempre stato bene da quando... sì, dopo di me? E il tuo stomaco? Era il tuo punto debole.

Gilberto                         - Si è irrobustito.

Matilde                         - Ci pensavo spesso... (All'infermiera) No, non chiacchiero più... (A Gilberto) A domani. (Ella se ne va).

Gilberto                         - (che la segue con lo sguardo) Ti voglio molto bene, mamma Matilde.

Matilde                         - (intenerita) Lo hai detto come una volta, quando ti lasciavo, la sera, dopo averti messo a letto... Ti ricordi?

Gilberto                         - Sì.

Matilde                         - A domani, caro. (Ella esce).

L’Infermiera                 - Ha l'aria molto gentile.

Gilberto                         - Sì.

L’Infermiera                 - E dolce.

Gilberto                         - Come il latte.

L’Infermiera                 - Ma è strano, non ha il tipo della divorziata...

Gilberto                         - Non ci sono tipi speciali.

L’Infermiera                 - Sì, essa è troppo rassegnata. E' vero che forse non è stata lei a volere il divorzio.

Gilberto                         - Non lo so. Ero così bambino in quell'epoca. Credo di ricordarmi di aver pianto molto. Ho dovuto invocare mamma Matilde. Non mi rimane che un'impressione: quella delle sue mani... le sue mani su di me... è come se mi avesse parlato con le mani...

L’Infermiera                 - Si capisce. Un marmocchio! Non ha fatto che tenervi fermo, che sorreggervi, che rialzarvi.

Gilberto                         - Ecco, perfino un momento fa, nel par­larmi, istintivamente mi ha preso il polso, accarezzato la guancia, mi ha passato un dito fra il collo e la ca­micia... Sì, è delle sue mani che mi ricordo... Sempre protese.

L’Infermiera                 - Sempre pronte... (Una pausa).

Gilberto                         - (indicando la porta) II telefono nel cor­ridoio...

L’Infermiera                 - Non sento mai quel suono sordo. De­cisamente, avete l'orecchio fino.

Gilberto                         - Mi sono divertito anche con quel rumore... (L'infermiera esce e lascia la porta aperta. La si sente telefonare).

L’Infermiera                 - «Come? Il ferito?... Sua madre? Lo so... lo so... Come... Sta salendo? Sta bene ». (Ella torna in iscena, spingendo la porta, ma senza chiuderla) Deve aver dimenticato qualche cosa... (Guarda nella stanza).

Gilberto                         - (guardando a sua volta) Non mi pare.

L’Infermiera                 - Ah, forse ha dimenticato una cosa da... dirvi!

Gilberto                         - Già! (Si bussa).

L’Infermiera                 - Avanti, signora. Avanti! (Adriana com­parisce).

Gilberto                         - Ah!

L'Infermiera                  - (stupita, a Gilberto) Come. Non è vostra...

Gilberto                         - (con dolcezza) Sì. Ma è un'altra. (Ad alta voce) Buongiorno, mamma.

Adriana                         - (venendo avanti) Buongiorno, Berlino mio!

L'Infermiera                  - (sbalordita, guardando Adriana) Ob!

Adriana                         - Che c'è, signorina?

Gilberto                         - E' un po' meravigliata perché... perché le avevo detto che mia madre era morta nel mettermi al mondo... (All'infermiera, indicando Adriana) Mio padre ha ripreso moglie quando avevo otto anni... ed essa mi ha allevato fino a tredici... E' anche mia madre...

L’Infermiera                 - Infatti è semplicissimo.

Adriana                         - (avvicinandosi a Gilberto) Una madre alla quale ti compiaci di dare certe emozioni!... Ah, stupi-done! (Essa lo abbraccia. L'infermiera li guarda, scuote il capo ed esce. Adriana si rialza e con burbera tenerezza) Però, è doloroso ritrovarti così! (Egli sorride sommessamente) Che cosa ti fa sorridere?

Gilberto                         - Dici questo come se tu dicessi: «Dunque, non ti si può lasciar solo cinque minuti? ».

Adriana                         - E con ciò?

Gilberto                         - Ma sono cinque anni che mi hai lasciato!

Adriana                         - Dovresti pur sapere che non sono stata io a voler divorziare, ma tuo padre. Comunque, è come se ti avessi lasciato da cinque minuti, poiché sei capace di commettere le imprudenze di un monello tredicenne!... Ma guardate un po'! Vuol giocare e per poco non si uccide!

Gilberto                         - Ma non è grave, sai.

Adriana                         - Lo so. Ho fatto quattro chiacchiere col tuo dottore.

Gilberto                         - Ah!

Adriana                         - Si capisce. Mi ha anche fatto un piccolo schizzo per mostrarmi il percorso della pallottola.

Gilberto                         - Perché volevi essere completamente in­formata.

Adriana                         - Naturalmente.

Gilberto                         - Quando frequentavo il Liceo, erano i miei professori che ricevevano quella specie di visita.

Adriana                         - Mi ha dimostrato che, due centimetri più in alto, saresti stato colpito al cuore.

Gilberto                         - Sì, mamma.

Adriana                         - Spero che ciò ti farà riflettere!... Ma come è accaduto?

Gilberto                         - Ho voluto sparare su degli uccelli. La mia rivoltella s'è inceppata...

Adriana                         - Ti sembra intelligente uccidere degli uc­celli? Quanti anni hai?

Gilberto                         - Diciotto.

Adriana                         - A quell'età non si dovrebbe essere cru­deli... o non lo si dovrebbe essere ancora. Il buon Dio ti ha castigato. Ciò t'insegnerà a rubare la rivoltella di tuo padre.

Gilberto                         - Ma non è la sua, è la mia.

Adriana                         - Qualcuno t'ha prestato una rivoltella?

Gilberto                         - Nessuno, l'ho comprata io.

Adriana                         - Tuo padre ti lascia comperare una rivol­tella? Complimenti!

Gilberto                         - Ma io non glielo ho chiesto.

Adriana                         - Ah, ora menti a tuo padre?

Gilberto                         -Non gli mento. Non gliene ho parlato, ecco tutto. Tutti hanno una rivoltella. Non ne hai una tu?

Adriana                         - Sì... Ma non la tocco mai. E' avvolta nella flanella e non è carica. Un monello non dovrebbe pos­sedere armi da fuoco. Prima di tutto con quale denaro l'hai comperata?

Gilberto                         - (ridendo) Tu credi sempre che abbia tre­dici anni! Ma mi guadagno la vita! Millecinquecento franchi al mese nella ditta Dalassiaud e Verdon.

Adriana                         - Ah!

Gilberto                         - Sei rimasta al tempo in cui mi assegnavi generosamente due franchetti alla settimana!

Adriana                         - Tu stimi che fossi tirchia?

Gilberto                         - Convieni che si può largheggiare di più! Due franchetti!

Adriana                         - Lo facevo apposta, figliolo. Per non darti il brutto vezzo di aver in tasca del denaro non guada­gnato da te.

Gilberto                         - Già. Poi, durante le vacanze, mi facevi fare i compiti di scuola.

Adriana                         - Naturale.

Gilberto                         - Ciò non rendeva allegra la villeggiatura.

Adriana                         - Ma favoriva i tuoi studi. -(Un po' offesa) Ho cercato di fare di te un ragazzo educato.

Gilberto --------------- - Lo so bene, mamma.

 Adriana                        - Certo, non è divertente. Ma non era diver­tente neanche per me, sai. (Fruga nella sua borsetta).

Gilberto                         - Che cosa cerchi?

Adriana                         - Un pettine per accomodarti i capelli. Sei tutto arruffato! Eppoi, abbottonati la camicia. Se anche sei coricato non è una buona ragione per essere così trascurato.

Gilberto                         - Sì, mamma. (Si pettina. Essa continua il suo pensiero).

Adriana                         - No, l'educazione di un fanciullo non è divertente per nessuno... e meno ancora per l'educatore che per il fanciullo... è una responsabilità, una angoscia e ne rimane come un marchio... me ne sono ben accorta, un momento fa...

Gilberto                         - Come?

Adriana                         - Leggendo il giornale, piccolo ingrato!

Gilberto                         - Ah! Hai rovesciato la cioccolata?

Adriana                         - La cioccolata? E perché?

Gilberto                         - Sì, leggendo il giornale a letto mentre facevi colazione.

Adriana                         - Che idea! Io leggo cinque minuti qui, cinque minuti là, quando mi siedo per riprendere fiato... C'è tanto da fare la mattina quando ci si deve occupare delle faccende di casa. E così ho letto... Ciò mi ha... (fa un gesto indicando il cuore). Non credevo di esserti an­cora tanto affezionata... eppure, a pensarci bene, è natu­rale... Dagli otto ai tredici anni ero responsabile io di te... cinque lunghi anni... i più importanti!

Gilberto                         - Ah, sì?

Adriana                         - Sicuro, l'età in cui lo spirito si sviluppa... quando mi sei stato affidato non eri ancora nulla, un piccolo animale... ho avuto il compito di fare di te un uomo... mi rivedo mentre t'accompagnavo al Liceo...

Gilberto                         - Sì... posso confessartelo ora, ciò mi umi­liava molto.

Adriana                         - Questo mi è indifferente! Non volevo cor­rere il rischio di lasciarti investire o trascinare chissà dove!

Gilberto                         - Sì, ma i compagni mi deridevano. Come la domenica...

Adriana                         - Cosa... la domenica?...

Gilberto                         - Mi accompagnavi alla Commedia Francese per sentire i classici.

Adriana                         - Non è forse uno spettacolo istruttivo?

Gilberto                         - Ma non mi divertiva.

Adriana                         - Non divertiva neanche me!

Gilberto                         - Oppure dovevo passeggiare con te ai Campi Elisi... non mi tenevi per mano ma ci mancava poco!

Adriana                         - Ebbene?

Gilberto                         - Ora posso confessartelo? Mi seccava moltissimo.

Adriana                         - Non confessarmi troppe cose! (Una pausa. Riflette) Sì, forse esageravo. Senza dubbio, perché non sono la tua vera mamma. Non si è sicure, si ha sempre paura di non fare abbastanza.

Gilberto                         - Sai, allora, mi seccava... ma ora capisco che avevi ragione.

Adriana                         - Sei molto gentile a dirmi questo. Lo pensi?

Gilberto                         - Se non lo pensassi perché te lo direi?

Adriana                         - Appunto per essere gentile. No! Ti credo! Grazie! (Gli dà un buffetto affettuoso sulla guancia e dà nel sospiro di chi deve andarsene) Ah! Andiamo!... sono contenta d'averti riveduto. Sei proprio diventato quello che immaginavo. Hai finito i tuoi studi?

Gilberto                         - Sì.

Adriana                         - Come mai? Non volevi avviarti alle scienze politiche?

Gilberto                         - Ho cambiato parere.

Adriana                         - Oh!... Cosa vuol dire? Guardami negli occhi.

Gilberto                         - (la guarda e confessa come un ragazzo) Sono stato bocciato.

Adriana                         - Oh!

Gilberto                         - Quattro volte.

Adriana                         - (afflitta) Oh!

Gilberto                         - Ho sempre avuto zero in francese nono­stante le mattinate classiche.

Adriana                         - Oh! Dunque non sei laureato?

Gilberto                         - Ma io me ne infischio, sai!

Adriana                         - Non parlare così!... E tuo padre? Cosa ne dice tuo padre?

Gilberto                         - Se ne infischia anche lui.

Adriana                         - (stupita) Ah!... Benissimo. Non ho altro da dire... A proposito, non ti ho chiesto sue notizie.

Gilberto                         - Sta bene; è in viaggio.

Adriana                         - E' dunque per questo che a casa nessuno rispondeva al telefono... Un momento fa, dopo aver letto il trafiletto sul giornale, prima di venir qui ho fatto telefonare in casa di tuo padre... per sapere se gli sem­brava sconveniente ch'io venissi...

Gilberto                         - Oh! Non è un papà così...

Adriana                         - Ho visto che abitate sempre nella stessa casa.

Gilberto                         - Sì.

Adriana                         - Quando ti facevo fare i compiti sul tavolo della sala da pranzo, m'immaginavo che servisse a qual­che cosa!... (Bruscamente) In quale ditta m'hai detto che lavori?

Gilberto                         - Dalassiaud e Verdon, Radio e gram­mofoni.

Adriana                         - Ah! E cosa fai?

Gilberto                         - Sono nella contabilità.

Adriana                         - E volevi diventare ambasciatore! (Pausa) E' da quando me ne sono andata io, che hai cominciato a trascurare gli studi?

Gilberto                         - Mi pare.

Adriana                         - (pensierosa) Forse avrei dovuto rimanere... (Si scuote) Beh: coraggio. Me ne vado.

Gilberto                         - Un momentino ancora...

Adriana                         - No. ET l'ora in cui mio marito torna a casa.

Gilberto                         - Ah! Ti sei sposata di nuovo?

Adriana                         - Da due anni. Già, non lo sapevi. D'altra parte, non potevo mandarvi una partecipazione!

Gilberto                         - A me, potevi...

Adriana                         - E tu m'hai forse detto che eri stato boc­ciato?

Gilberto                         - Ah! Anche il tuo matrimonio è stato una catastrofe?

Adriana                         - (ribellandosi) Vuoi star zitto, screanzato! (Si riprende) Tu mi hai scritto qualcosa?

Gilberto                         - Ogni anno.

Adriana                         - Sì, quattro parole vaghe per capodanno.

Gilberto                         - Gli è che in quell'epoca ho preso l'abi­tudine di...

Adriana                         - Conosco quelle lettere. Le scrivevo anch'io quand'ero piccola alle mie cugine di provincia.

Gilberto                         - Ora gli auguri dì capodanno si mandano alle ex mogli del proprio padre.

Adriana                         - Oh! Mi hanno sempre fatto piacere, sai! Arrivederci, Berto.

Gilberto                         - Dimmi, hai dei bambini?

Adriana                         - No. Sembra che non ne possa avere. Avrò avuto te solo. A proposito, ti ho portato qualcosa per... rendere meno gravosa la tua convalescenza.

Gilberto                         - Aranci?

Adriana                         - Un libro. Spero che tu legga ugualmente.

Gilberto                         - Leggono anche i cattivi scolari quando sono costretti a letto.

Adriana                         - Tornerò a vederti domani.

Gilberto                         - (inquieto) Ah! A che ora?

Adriana                         - Non lo so.

Gilberto                         - Sarebbe meglio fissarmi l'ora.

Adriana                         - Ebbene, dopo mezzogiorno; verso le due.

Gilberto                         - Benissimo.

Adriana                         - Mi raccomando, sii ragionevole, lasciati curare, non agitarti. E appena tornerai a casa mi farai il piacere di sbarazzarti di quella rivoltella, siamo d'ac­cordo?

Gilberto                         - Sì, mamma. (Essa esce. si sente subito parlare con l’infermiera nel corridoio. Poi l’infermiera entra) Scommetto che vi ha dato il suo indirizzo e che vi ha detto: «Se egli ha bisogno di qualche cosa, av­visatemi ».

L’Infermiera                 - Esatto.

Gilberto                         - E vi ha dato una mancia.

L’Infermiera                 - Ma,..

Gilberto                         - E’ una donna che sa provvedere in qua­lunque circostanza.

L’Infermiera                 - Non bisogna sparlare di chi dà le mance.

Gilberto                         - La prima non ve ne darà.

L’Infermiera                 - Ah!

Gilberto                         - No, non oserebbe. Ma sono sicuro che, domani, vi porterà delle rose.

L’Infermiera                 - E’ gentile.

Gilberto                         - E' un'altra cosa. Anche a me hanno dato delle cose diverse. La prima è stata per me come una nutrice... la seconda ha fatto un po' da maestra... L'ho conosciuta dagli otto ai tredici anni; gli anni di Liceo... Es-sa non ha fatto altro che ripetermi: « Non far questo... non si dice così...».

L’Infermiera                 - Basta, non siete stato allevato troppo male...

Gilberto                         - No. Soltanto hanno compiuto la mia edu­cazione a più riprese. Per favore, un po' di latte.

L’Infermiera                 - Un mezzo bicchiere soltanto. (La porta si socchiude e si sente una voce decisa dire nel corridoio: «Sì, si» ho trovato. Grazie». Meraviglia dell’infermiera) Che c'è?

Gilberto                         - Dev'essere... (Comparisce Bernardina in costume da tennis con la racchetta sottoil braccio) Ap­punto. Buongiorno, mamma.

L’Infermiera                 - Come?

Gilberto                         - Già. Ha ripreso moglie spessissimo.

Bernardina                    - (ridendo) Ti ho pregato cento volte di non chiamarmi mamma, m'invecchia! Ora poi non è neanche più la verità perché ho divorziato da tuo padre.

L'Infermiera                  - (a Gilberto) Ah! Anche lei!

Gilberto                         - (con dolcezza) Sì, mio padre ha divorziato molto.

Bernardina                    - Vedo che non sei completamente morto. Quindi tutto va bene! Soltanto... (All'infermiera) Signo­rina, vi avverto che sto per dirgli delle cose spiacevoli, perciò si offenderebbe se qualcuno sentisse.

L’Infermiera                 - Oh! Comincio ad imparare ad an­darmene. ( Via).

Gilberto                         - Stai per dirmi delle cose spiacevoli?

Bernardina                    - Sicuro!

Gilberto                         - (gentilmente) Sarà proprio la prima volta in vita tua.

Bernardina                    - Ogni cosa ha un principio.

Gilberto                         - Non dipendo più da te, non sono più tuo figlio.

Bernardina                    - Ufficialmente. Ma bisogna credere che ufficiosamente rimane fra noi un piccolo legame poiché, come vedi, sono qui.

Gilberto                         - L'hai letto nel giornale?

Bernardina                    - Nel tassì, mentre andavo al tennis. Sai, nel giornale, io, leggo soltanto i titoli e ho visto questo: « Nel voler cacciare gli uccellini si ferisce con la rivol­tella ». Dico a me stessa: «Un altro imbecille ». Ho visto soltanto dopo che l'imbecille eri tu.

Gilberto                         - Ah, son queste le cose spiacevoli?

Bernardina                    - Dunque, sbadato, non sai neanche ado­perare una rivoltella?

Gilberto                         - Come vedi.

Bernardina                    - E se io avessi avuto una malattia di cuore?

Gilberto                         - Oh, non ne saresti morta.

Bernardina                    - Come lo sai?

Gilberto                         - Non esageriamo.

Bernardina                    - Credi dunque che io non abbia dell'affetto per te, stupidone?

Gilberto                         - Può darsi! Io, per te, ne ho tanto!

Bernardina                    - E allora perché fai finta di dubitarne? (Ridono entrambi. Ed essa gli dà affettuosamente uno spintone) Ma dimmi un po'... (Macchinalmente, ha tratto dal borsone una scatola di sigarette, ne prende una, l’ammorbidisce e sta per accenderla).

Gilberto                         - Non credo che, qui, sia permesso fumare.

Bernardina                    - Scusa. L'abitudine. Le mie mani non possono rimanere inoperose. Mia madre era così, faceva sempre l'uncinetto. (Rimette a posto la sigaretta e ri­prende) Come mai sei in questa clinica?

Gilberto                         - Non lo so. Forse perché era la più vicina.

Bernardina                    - E dove t'è capitata la faccenda? (Apre il giornale).

Gilberto                         - Nei boschi di Meudon.

Bernardina                    - Ma che cosa facevi nei boschi di Meudon?

Gilberto                         - Passeggiavo.

Bernardina                    - A piedi?

Gilberto                         - Sì.

Bernardina                    - Ti allenavi per un campionato podistico?

Gilberto                         - No. Passeggiavo.

Bernardina                    - Sembra strano che si adoperino i piedi se non per fare dello sport. Ma che idea vi è saltata in mente?

Gilberto                         - Perché mi dai del voi?

Bernardina                    - Non eri con un amico?

Gilberto                         - Ma no.

Bernardina                    - No? Tu passeggi a piedi e solo? Io im­maginavo che tu fossi stato con un compagno intelli­gente quasi quanto te e che, per meravigliarlo, avessi vo­luto fare degli effetti... sparatori...

Gilberto                         - No.

Bernardina                    - Dunque quando passeggi nei boschi e senti gli uccellini cantare, cavi di tasca la rivoltella... e pan... pan! Bella sensibilità! Capisco che non si già sen­timentali, tuttavia...

Gilberto                         - Vorresti che recitassi dei versi?

Bernardina                    - Saresti ben imbarazzato, tu che non ne hai mai imparati a memoria!

Gilberto                         - Potrei scriverne.

Bernardina                    - Dio mi scampi e liberi! Fai lo smar­giasso!

Gilberto                         - No, scherzo - (Ride). Ma vedo che in questi otto mesi non sei cambiata, continui a diffidare dei miei compagni. Quando ti parlavo di un tipo in gamba che avevo conosciuto, cominciavi a corrugare le ciglia.

Bernardina                    - i Diamine, era il mio compito!

Gilberto                         - (canzonandola) Era il tuo dovere!

Bernardina                    - Infatti. Non mi piacciono i paroloni. Avevi quattordici anni quando ti ho preso in consegna.

Gilberto                         - « Preso in consegna » come una valigia.

Bernardina                    - Ingombrante e fragile... e ho dovuto tenerti d'occhio per più di tre anni. I più gravi.

Gilberto                         - Ah sì?

Bernardina                    - Senza alcun dubbio. L'adolescenza; la svolta.

Gilberto                         - (scherzando) La farfalla che esce dalla crisalide.

Bernardina                    - Sì, vecchietto mio, sul serio. Proprio quando una vita si decide. In quel momento basta una brutta impronta ed è forse finita. Perciò studiavo at­tentamente i tuoi nuovi compagni.

Gilberto                         - (imitandola) «Scegli bene i tuoi amici, ragazzo mio ».

Bernardina                    - Sicuro, non scegliere ne un mascalzone, ne un imbecille. Il mascalzone può avvilirti, ma l'imbe­cille ti diminuisce. La difficoltà non era di dirti ciò, ma di fartelo ascoltare... Bisognava non lasciarti andare al galoppo da solo e non farti sentire le redini. Questa lo sai, non è pappa fatta.

Gilberto                         - (gentilmente ironico) Povera mammetta!

Bernardina                    - Credilo se vuoi, ma vi sono state delle notti in cui non m'è riuscito dormire. Quindici, sedici anni... l'età in cui il fanciullo comincia a non più dire quello che pensa.

Gilberto                         - Oh! Mentivo anche prima, sai.

Bernardina                    - No. Non è lo stesso. Prima mentivi, sì. Serbavi il tuo pensiero per te. Ma è una cosa ben diversa. Sono stata io a doverti dare la chiave di casa... E fu durante il mio regno che hai dormito fuori la prima volta.

Gilberto                         - (vago) Oh!

Bernardina                    - Il diciotto aprile, un martedì.

Gilberto                         - Ah, ricordi la data?

Bernardina                    - Sfido! E pioveva! Quella notte se tu sapessi come il rumore della pioggia mi dava ai nervi!

Gilberto                         - Per questo non sono rincasato!

Bernardina                    - Lo dici tu! Anche per quei compagni ho dovuto consigliarti... di sceglierli bene.

Gilberto                         - Ma si scelgono forse?

Bernardina                    - Saresti senza scusa. Ce ne sono tanti! (Ha ripreso la sua sigaretta e l'ammorbidisce) Basta, credo d'aver fatto press'a poco quello che occorreva e senza seccarti troppo, vero?

Gilberto                         - Una mano di velluto in un guanto di velluto.

Bernardina                    - Non ti ho mai proibito di prendere un «coktail», soltanto ti ho sempre consigliato di non di­ventare un ubriacone. sai, la cirrosi del fegato è un bel nome, ma di bello non ha che questo.

Gilberto                         - Basta! Ti sono costato molta fatica!

Bernardina                    - Molta no. Poi mi hai aiutata. Sei stato molto bravo.

Gilrerto                         - ilo?

Bernardina                    - Avresti potuto ricevermi male. Quella donna che veniva ad occupare il posto di tua madre...

Gilberto                         - Ne avevo l'abitudine.

Bernardina                    - (fermandosi) E' vero.

Gilberto                         - Se osassi dire qualche cosa...

Bernardina                    - Non avere soggezione. Tra noi...

Gilberto                         - ... ti farei osservare che hai acceso lo stesso una sigaretta!

Bernardina                    - Uffa! (e la schiaccia).

Gilberto                         - Dico questo non per me, sai, ma per il medico.

Bernardina                    - Scusa.

Gilberto                         - Se t'avessi conosciuta a quattordici anni, t'avrei consigliata di non prendere quel vizio.

Bernardina                    - (con garbo, le braccia al cielo) Questo ragazzo non rispetta nulla! (Mutando intonazione) Del resto, avresti avuto ragione. (Si alza dai piedi del letto dov'era seduta) Addio, scappo! E senza rimorso, poiché per un ferito, sei fresco e roseo.

Gilberto                         - Vuoi che ti faccia uno schizzo per spie­garti il percorso del proiettile?

Bernardina                    - Ah, che orrore!

Gilberto                         - Hai fretta?

Bernardina                    - Terribilmente. Mi hai fatto perdere un'ora.

Gilberto                         - T'aspetta qualcuno?

Bernardina                    - Meglio! Qualche cosa: una partita di tennis.

Gilberto                         - Che cosa hai fatto in questi otto mesi?

Bernardina                    - Sono andata ad annoiarmi in due o tre luoghi.

Gilberto                         - Luoghi eleganti?

Bernardina                    - Se ti dico che mi sono annoiata!

Gilberto                         - Hai dei progetti?

Bernardina                    - Sì, questa estate ho voglia di fare una crociera.

Gilberto                         - Niente altro?

Bernardina                    - Sì. Ho anche voglia di una «Bugatti».

Gilberto                         - E sono questi tutti i tuoi progetti?

Bernardina                    - Cosa vuoi che ci sia?

Gilberto                         - Poteva trattarsi di un uomo.

Bernardina                    - Non bisogna mai pensare anticipata­mente alle disgrazie. Toh! dimenticavo che ti avevo por­tato un regalo.

Gilberto                         - Un libro?

Bernardina                    - Per farne che? In una clinica, se hai voglia di dormire, ti danno un sonnifero. No, un giuoco di carte. Piglialo  (e lo lancia).

Gilberto                         - Grazie.

Bernardina                    - E tu? Cos'hai fatto di nuovo?

Gilberto                         - Mi sono impiegato da Dalassiaud e Verdon.

Bernardina                    - l grammofoni?

Gilberto                         - Si.

Bernardina                    - Perché hai fatto questo?

Gilberto                         - Avevo voglia di lavorare.

Bernardina                    - Che originale!

Gilberto                         - Millecinquecento franchi al mese!

Bernardina                    - Senti un po', lo fai apposta di non parlarmene?

Gilberto                         - Di chi?

Bernardina                    - Ma di tuo padre!

Gilberto                         - Non ci pensavo. Vuoi che te ne parli?

Bernardina                    - No.

Gilberto                         - Ti posso dire però che sta bene. Poco fa hai forse telefonato in casa?

Bernardina                    - No. Per far che?

Gilberto                         - Per avvisare che mi venivi a trovare.

Bernardina                    - Ma non ho bisogno del suo permesso, sai?

Gilberto                         - D'altronde non c'è. £' come te: ha avuto voglia di [fare una crociera.

Bernardina                    - Soltanto lui l'ha fatta. Ah! Lo riconosco bene in questo. Non ti ha condotto con sé.

Gilberto                         - |Le nostre vacanze non coincidevano.

Bernardina                    - Ma lui non fa niente. Avrebbe potuto aspettarti.

Gilberto                         - Indubbiamente non avrà potuto.

Bernardina                    - Addio, interessante giovanotto. Tornerò a vederti domani.

Gilberto                         - Sì, nel pomeriggio, e non prima delle cinque.

Bernardina                    - Perché?

Gilberto                         - E' un ordine del primario.

Bernardina                    - Sia pure, alle cinque. Ma lascia che ti dia un consiglio. La prossima volta che avrai voglia di cambiarti i connotati, adopera piuttosto gli sci; è più moderno. (Ella gli fa un ultimo piccolo cenno) Ciao.

Gilberto                         - Bye bye. (Ella esce. Quasi subito entra l’ infermiera).

L’Infermiera                 - Oggi avete chiacchierato un'ora. Se il dottore lo sapesse?

Gilberto                         - |Ma se mi ha autorizzato a ricevere mia madre!

L’Infermiera                 - Non sapeva che vostra madre volesse dire tanta gente. Non ne avete nessun'altra?

Gilberto                         - No, ma non ce n'è nessuna di troppo.

L’Infermiera                 - Tutte e tre hanno l'aria di volervi molto bene!

Gilberto                         - Sì... (Con dolcezza) Perciò non bisognerà dir loro che ho voluto morire...

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

Un salotto. Tre porte, una finestra. I bei mobili di una volta.

(Nessuno è in scena. Sopra una poltrona sono stati buttati un soprabito chiaro e un cappello. La porta che dà sul corridoio è aperta. Una pausa. Poi, si sente suo­nare. Agostina, che proviene dalla stanza, attraversa la scena ed esce dalla porta del corridoio. Entra in fretta Adriana col cappello in testa e con in mano un borsone da viaggio. Ella è seguita da Agostina turbata).

Adriana                         - Buongiorno, Agostina.

Agostina                       - Buongiorno, signora.

Adriana                         - Siete rimasta?

Agostina                       - 3ì, signora.

Adriana                         - State bene?

Agostina                       - Benissimo, grazie. Anche la signora?

Adriana                         - (in fretta) Grazie. Ditemi, Gilberto ha già lasciato la clinica? E’ qui?

Agostina                       - Sissignora, ma... (Si suona). Signora, per­mettete?

Adriana                         - Andate, andate. (Agostina esce. La porta rimane aperta. Bernardina entra in fretta. Anche lei ha il cappello in testa e un borsone in mano. Agostina la segue).

Bernardina                    - (entrando) Buongiorno, Agostina. Sem­pre qui?

Agostina                       - Come vedete, signora.

Bernardina                    - Sempre bene?... (Essa scorge Adriana) Ah, scusate. (Essa saluta con un sorrisetto garbato. Adriana risponde allo stesso modo).

Agostina                       - (le guarda entrambe «con curiosità) Non mi aspettavo... (Si sente un rumore che potrebbe sem­brare una detonazione. Le due donne hanno lo stesso soprassalto).

Adriana e Bernardina   - Oh!

Agostina                       - Niente, niente: è la finestra della cu­cina che è rimasta aperta. Con la corrente d'aria si sbatte. Vado a chiuderla. (Esce).

Adriana                         - (con amabilità, a Bernardina) Se avessi sa­puto che dovevate salire a questo piano, signora, vi avrei detto di entrare con me nell'ascensore...

Bernardina ------------ - Non importa, signora. (Esse si osservano a vicenda più attentamente. si accorgono di avere entrambe un borsone in mano. Allora il sorriso si agghiaccia sulle loro labbra. Una meraviglia che le fa man mano irrigidirsi di più. Agostina torna. Nel vederle immobili, silenziose e lontane L’una dall'altra, essa si ferma indecisa ed imbarazzata. Una pausa, indi):

Agostina                       - Ah, già. Le signore non si conoscono,

Adriana                         - (tagliando corto) No.

Bernardina                    - (un po' fredda anche lei) Non ancora.

Agostina                       - (presentando Bernardina ad Adriana) Si­gnora, è la signora... (Indi Adriana a Bernardina) E’ la signora, signora.

Adriana                         - (con totale indifferenza) Ah!

Bernardina                    - (c. s.) Ah!

Agostina                       - Già.

Adriana                         - (a mezza voce con molta freddezza) Lie­tissima...

Bernardina                    - (altrettanto fredda ed un po' ironica) Sono più lieta di voi, figuratevi.... (Esse si squadrano di nuovo, guardano ancora ciascuna il borsone dell'altra ma questa volta corrugando le ciglia. <Con lo stesso movi­mento esse si voltano per deporre il borsone sul divano che si trova alle loro spalle. Allora scoprono che su quel divano si trova un terzo borsone, simile al loro. Hanno lo stesso scatto) Eh?

Adriana                         - Oh! (Esse guardano Agostina interrogan­dola con lo sguardo. Nello stesso momento, la porta della stanza si apre. Comparisce Matilde, anche essa col cap­pello in testa).

Matilde                         - (entrando) Agostina, favorite darmi... (Scor­ge le due altre e si ferma). Oh, scusate.

Agostina                       - (presentando come poco prima) Signora, questa è la signora ed anche questa è la signora.

Matilde                         - Ah! (Essa capisce). Oh! (Rivolge loro un salutino imbarazzato) Signore...

Adriana                         - (salutando) Signora...

Bernardina                    - (salutando) Signora... (Breve pausa di freddezza. Bernardina si volge verso Agostina che le guarda tutte e tre con un vago sorriso di diletto, di cu­riosità e d'imbarazzo) Agostina, benché capisca che dob­biamo costituire un curioso spettacolo, tuttavia dovreste tornare nella vostra cucina. (Rivolgendosi alle altre) Non vi pare?

Adriana                         - (con riserbo) Non osavo dirlo.

Matilde                         - (con dolcezza) Neanch'io.

Agostina                       - Sta bene, signora. Sta bene, signore. (Ella esce. Breve pausa).

Adriana                         - Bisognerebbe forse presentarsi un po' me­glio. Adriana Ampuis.

Matilde                         - Matilde Pyla.

Bernardina                    - Bernardina Mézin. Ma basterebbero dei numeri. (Indicando se stessa) Tre. (Ad Adriana) Due?

Matilde                         - (con un lieve sorriso) Uno.

Adriana                         - Perché avete pensato che la seconda ero io?

Bernardina                    - Più un uomo invecchia, più preferisce una sposa giovane. D'altronde non ignoravo che avevo avuto due... come si dice... predecessorie, predecettrici? Lo so soprattutto dal libretto di famiglia. Poiché egli mi parlava ben poco dei suoi matrimoni.

Adriana                         - Aveva forse paura di confondere i suoi ri­cordi.

Bernardina                    - Oppure perché non è un uomo a cui piace vantarsi.

Adriana                         - (indicando Matilde) Conoscevo l'esistenza della signora, ma non la vostra.

Matilde                         - Io non sapevo nulla. Pensavo soltanto che si era forse rifatto una nuova vita.

Bernardina                    - Come vedete se ne è rifatte parecchie. (Una breve pausa).

Adriana                         - Se oggi sono in casa vostra, signora...

Bernardina                    - Ma non sono a casa mia. Mi ci trovo spostata quanto voi.

Matilde                         - Ah, siete divorziata anche voi?

Bernardina                    - Da otto mesi.

Matilde                         - Mi accorgo che nostro marito era fedele, se non a qualcuno, perlomeno a qualche cosa.

Bernardina                    - Già. AI divorzio.

Matilde                         - (con un po' d'ironia, malgrado la sua dol­cezza) E' un infedele legale.

Adriana                         - E' un appassionato del focolare, a patto che non vi stia sempre seduta la stessa donna.

Bernardina                    - Se si parlasse d'altro?

Adriana                         - Avete ragione. Non è certo per questo che mi trovo qui. E' soltanto per il ragazzo.

Bernardina                    - Beninteso!

Matilde                         - Ma anch'io!

Adriana                         - Ah, avete letto ieri l'altro nel giornale?

Bernardina                    - Quella sciocchezza!

Matilde                         - Mio Dio!

Adriana                         - (con forza) Ah, davvero!  Ma io, signore, sono rimasta molto attaccata a quel ragazzo e mi sono recata nella clinica dov'era stato trasportato.

Matilde                         - Ed io! Immediatamente!

Bernardina                    - Io due volte!

Adriana                         - ,Ah! dunque è per questo che egli voleva gli fissassi l'ora esatta della mia visita!

Matilde                         - Perché non ci ha detto... semplicemente...

Adriana                         - Senza dubbio, ciò non gli è sembrato semplice.

Bernardina                    - Una delicatezza... un pudore...

Adriana                         - Si, ma signora... e voi, signora... C'è una cosa che non sapete, ed è che quel piccolo sciagurato, invece di essere stato vittima di una disgrazia come vi ha dato ad intendere, ha voluto suicidarsi!

Bernardina                    - Ma sì, lo so.

Matilde                         - Lo so anch'io. Voi piuttosto non sapete una cosa, la più grave... Vuol ricominciare!

Adriana                         - L'infermiera me lo ha telefonato.

Bernardina                    - Ah, anche a voi?

Adriana                         - (delusa) Ah, essa vi ha?...

Matilde                         - (c. s.) Credevo che avesse avvisato soltanto me!  (Pausa).

Bernardina                    - Mi accorgo che ha diramato una cir­colare!

Matilde                         - Non avrà saputo a quale di noi tre dare l'allarme!

Adriana                         - Eravamo troppe!

Bernardina                    - Per ciò, nel dubbio, ha avvisato tutte. (Breve pausa. Ad Adriana) Adesso capisco, signora, perché ci siamo trovate ai piedi dell'ascensore.

Adriana                         - (indicando Matilde) Ma la signora era già arrivata.

Matilde                         - (con ama certa amarezza) Senza dubbio, soltanto perché il mio tassì era più veloce del vostro. (Pausa) Vi chiedo scusa, sono venuta senza riflettere. sapevo soltanto che suo padre era assente... Credevo non ci fosse nessuno per assisterlo... ma poiché non è solo...

Bernardina                    - E' anzi molto assistito...

Matilde                         - Non mi resta che andarmene...

Adriana                         - Senza dubbio sono io che mi debbo riti­rare. Io mi credevo, qui, al mio posto soltanto perché non sapevo che questo posto era occupato da altri.

Bernardina                    - Oh, cara signora, non parliamo più del posto! E' un posta in cui si rimane così poco! Dal mo­mento che né voi, né io non ci siamo più; siamo pari. Poiché, vedete che caso, abbiamo avuto la stessa came­riera...

Adriana                         - Agostina.

Matilde                         - Era già qui quando io sono venuta.

Bernardina                    - E quando me ne sono andata lei è ri­masta.

Adriana                         - Come un usciere del Ministero. I Ministri passano ma lui rimane.

Bernardina                    - Abbiamo vissuto qui fra gli stessi mobili...

Matilde                         - Michele ci teneva molto. Erano i mobili dei suoi bisnonni.

Adriana                         - Già. Li venerava.

Bernardina                    - Curioso quest'amore delle cose di fa­miglia in un uomo che sconvolgeva così spesso la propria! Ma, come vedete, signora, completamente uguali! E non è perché ho abitato quest'appartamento per ultima, che io credo di potermi arrogare più diritti di voi. Io non ho maggior ragione di essere qui di voi due. (Adriana e Matilde fanno lo stesso movimento il quale significhe­rebbe forse: a In tal caso andatevene ». Ma Bernardina prosegue prontamente) Tuttavia se siete venute da Gil­berto soltanto per dovere, non vi date quella briga, me n'incarico io.

Adriana                         - Non si tratta soltanto di dovere!

Matilde                         - Già! L'angoscia!

Adriana                         - Vi ringrazio della vostra offerta, signora. Ma è inutile che vi prendiate voi, quel disturbo. Posso benissimo occuparmi io di quel ragazzo.

Bernardina                    - Nessun disturbo.

Adriana                         - Avrete pur le vostre occupazioni?...

Bernardina                    - Così poco interessanti! Anche voi do­vete avere le vostre.

Matilde                         - (pronta) Ma io non ho nulla da fare. (Esse si guardano tutte e tre senza benevolenza, con ridestata ostilità).

Adriana                         - (a Matilde) Non avete ripreso marito?

Matilde                         - No.

Bernardina                    - Io, non ancora. (Ad Adriana) E voi?

Adriana                         - (asciutta) Sì, ma ciò non significa che... (Dopo una breve pausacon forza) Io penso ad una cosa sola; che questo monello abbia voluto uccidersi e che minaccia di ricominciare. E quello che so benissimo, si è che io saprei impedirglielo!

Matilde                         - (pronta) Oh! anch'io!

Bernardina                    - Ed io dunque!

Adriana                         - Può darsi; ma che volete! Io, do maggior affidamento! (Bruscamente, a Matilde) Vedete, voi l'avete già lasciato solo!

Matilde                         - Dorme!

Adriana                         - O finge (Va verso la porta della camera).

Bernardina                    - (a Matilde) Sa che siete qui?

Matilde                         - Sì.

Bernardina                    - Allora non tenterà nulla finche non ve ne sarete andata.

Adriana                         - E’ giusto. (Si allontana dalla porta).

Matilde                         - Laggiù era al sicuro. Perché gli hanno fatto lasciare così presto la clinica?

Bernardina                    - Probabilmente perché oggi, fra quelli che s'ammazzano fra loro e quelli che si fanno ope­rare, le cliniche rimandano gente! (Si apre la porta della camera).

Adriana                         - Guardate come dorme! (E’ apparso Gilberto in pigiama).

Gilberto                         - (meravigliato nel vederle) Oh! Siete qui?... Tutte e tre?...

Adriana                         - Come vedi.

Gilberto                         - Ah!

Bernardina                    - Perché fai quegli occhi tondi? In que­sta stanza sei pure abituato a vederci!

Gilberto                         - Non insieme.

Adriana                         - Siamo tutte un po' in casa nostra. Per ciò...

Gilberto                         - (dolcemente) Appunto per questo.

Matilde                         - (con una risatina) Che credevi? Che ci dovessimo sbranare?

Adriana                         - (lei pure con una risatina senza convinzione) Non c'è alcuna ragione.

Bernardina                    - Non siamo più in esercizio!

Adriana                         - Siamo delle donne intelligenti, grazie a Dio! Ci rendiamo perfettamente conto che essendoci tutte preoccupate della tua sorte ti siamo tuttora e tutte e tre affezionate.

Matilde                         - Sì. (Sorridendo) Ma ciascuna di noi ti vuole un bene diverso.

Adriana                         - (sorridendo a se stessa) Già. Diverso.

Bernardina                    - (c. s.) Proprio così.

Adriana                         - Non c'è dunque ragione di essere ostili una all'altra... (Una piccola reticenza) A priori!...

Gilberto                         - (imbarazzato) Certamente.

Matilde                         - Amare lo stesso uomo, divide. Ma amare lo stesso ragazzo non può che avvicinare.

Bernardina                    - (che ha appena acceso una sigaretta) Perbacco!

Matilde                         - (eccitata e breve) No, no! non fumate, gli fa male!

Bernardina                    - (offesa di essere richiamata air ordine) Scusate!

Gilberto                         - (è imbarazzato nel vedere che Matilde ha parlato così a Bernardina. Gentilmente) Ma no, sto benissimo. Non è il caso di privarti della sigaretta, mam­mina. (Alla parola « mammina » Adriana e Matilde han­no fatto la stessa smorfia di donne seccate e si sono scambiate uno sguardo).

Bernardina                    - Scherzi! E' stato un gesto macchinale, l'abitudine. Ma me ne sarei accorta subito.

Matilde                         - Certamente, signora. Ma con un ragazzo non si prendono mai sufficienti precauzioni. (Mettendo un dito tra il collo e la camicia di Gilberto) Scotti an­cora. (// gesto finisce in una carezza) Mia caro piccolo! (Tocca ora a Bernardina e Adriana a fare una smorfia guardandosi. Gilberto le ha scorte e, imbarazzato, allon-tana il capo dalla mano di Matilde).

Gilberto                         - Ma no, sto benissimo, mamma Matilde... (Bernardina e Adriana hanno ancora un sussulto. Si mor­dono le labbra. Egli pensa che non avrebbe dovuto dire « mamma Matilde ». Nervosamente, si rosicchia una unghia).

Adriana                         - (offesa) Sst! Smetti dunque di rosicchiarti le unghie!

Gilberto                         - (abbassando il braccio) Sì, mamma!... (Nuovo sussulto e scambio di sguardi fra Matilde e Bernardina).

Adriana                         - Eppoi perché si è alzato? E’ una sciocca imprudenza.

Gilberto                         - Credevo d'aver sentito suonare, ed ero ve­nuto a vedere.

Bernardina                    - Sono sicura che anche se il dottore ti ha rimandato a casa, non ti ha autorizzato a fare del « footing »!

Gilberto                         - (offeso) Ma se ti dico che sto benissimo!

Adriana                         - Oh! Metteremo ordine a tutto ciò.

Bernardina                    - Intanto torna a letto. (Egli non ri­sponde). Hai capito, testardo.

Gilberto                         - Come sei noiosa!

Adriana                         - (seccata) Gilberto... non crederti obbligato perché son qui di parlare senza rispetto a... alla signora.

Bernardina                    - Ma mi parla sempre così!

Adriana                         - Ah!

Bernardina                    - D'altra parte trovo questo quasi affet­tuoso. Siamo dei buoni camerati, è vero Gii? (Gilberto guarda Adriana che si morde le labbra e che risponde con un sorriso).

Adriana                         - Sia come non detto. Comincerò col chia­mare il medico di casa.

Matilde                         - Sì. Bisogna telefonare.

Bernardina                    - « Muette 14-26 ».

Adriana                         - Ma no. Abita agli «Invalidi».

Matilde                         - Via di Rivoli, volete dire.

Adriana                         - Vi parlo del dottore che l'ha sempre cu­rato: il dottor Roubert.

Matilde                         - Il dottor Balourdan.

Bernardina                    - No. Ora è il dottor Véridier.

Adriana                         - Ah! (Una piccola pausa). Io ho sempre chiamato il dottor Roubert.

Matilde                         - Il dottor Balourdan l'ha già salvato dieci volte.

Bernardina                    - Véridier è un uomo straordinario. (Pic­cola pausa).

Adriana                         - (con un sospiro) Di' tu chi preferisci.

Gilberto                         - Poiché non siete d'accordo, la miglior cosa è di non chiamarlo affatto. (Via).

Matilde                         - Avete sentito?

Bernardina                    - Eh! Sì, sta meditando un'altra scioc­chezza.

Matilde                         - L'infermiera non ha mentito.

Adriana                         - Cosa vi ha detto esattamente l'infermiera?

Matilde                         - La stessa cosa che ha detto a voi, credo. Ha detto che era stato un suicidio e che voleva ricominciare. Ma perché uccidersi?

Adriana                         - E' quello che mi sto chiedendo!

Bernardina                    - Quando si saprà, si potrà tentare di guarirlo. Ma chissà quanto tempo occorrerà...

Matilde                         - Non bisogna perderlo di vista un minuto.

Adriana                         - E non lasciargli nulla a portata di mano...

Bernardina                    - Mi sono informata. Non gli hanno re­stituito la rivoltella.

Matilde                         - Ce ne sono forse altre in casa.

 Adriana                        - Suo padre ne aveva una.

Matilde                         - Bisogna cercarla.

Adriana                         - Era sempre nella stanza.

Bernardina                    - Nel cassetto del tavolino da notte. (Esse fanno lo stesso movimento verso la porta e si fermano con lo stesso imbarazzo).

Adriana                         - (a Bernardina) Andateci voi, signora, poi­ché siete stata voi... ad occupare quella stanza per ul­tima. Sarà più corretto.

Bernardina                    - Come volete. Ma ciò non ha veramente più nessuna importanza. (Esce).

Matilde                         - C'è anche quello che si piglia per bocca.

Adriana                         - E' vero. Chissà cosa ci può essere nell'ar­madietto farmaceutico.

Matilde                         - (pronta) Vado a vedere.

Adriana                         - Se vi fa piacere. La farmacia è nella stanza da bagno. Seconda porta a sinistra, nel corridoio.

Matilde                         - Ma lo so, signora, lo so.

Adriana                         - E' vero. Scusatemi. (Matilde esce, Adriana vede il soprabito, lo tasta. Entra Gilberto).

Gilberto                         - Se ne sono andate?

Adriana                         - Non ancora.

Gilberto                         - Ah?

Adriana                         - Ma ciò non ha importanza. Vuoi che si faccia quattro chiacchiere? (Egli la guarda; scuote il capo, indi)

Gilberto                         - Mamma!

Adriana                         - Che c'è, figliuolo?

Gilberto                         - Mamma...

Adriana                         - Hai qualcosa da dirmi?

Gilberto                         - Sicuro, a te non ho mai potuto mentire. Qualche volta lo volevo, poi mi guardavi e ti dicevo tutto. Non avevi bisogno di rivolgermi una domanda, se riuscivo a non dirtelo subito, portavo via il tuo sguardo. Me lo sentivo addosso e quel peso mi oppri­meva tutto il giorno...

Adriana                         - E finalmente tu venivi da me per liberarti.

Gilbert»                         - Sì.

Adriana                         - Dopo respiravi meglio. Non è vero?

Gilberto                         - Sì. Ma frattanto mi ribellavo al pensiero di non saper resistere meglio a quel bisogno di non mentirti. Ogni volta cercavo di resistere più a lungo. Registravo i miei tempi. Il mio primato è stato di ven­tiquattro ore.

Adriana                         - Ora l'hai battuto.

Gilberto                         - Due giorni e mezzo.

Adriana                         - Perché, senza dubbio, hai perso l'abitudine del mio sguardo.

Gilberto                         - Ma, come vedi, mi basta rimanere un mi­nuto con te...

Adriana                         - (senza alzare la voce e con orgoglio appagato) Sfido! Sapevo bene che hai bisogno di me!

Gilberto                         - Mamma, non è stata una disgrazia. Ho voluto uccidermi!

Adriana                         - Ma perché, disgraziato?

Gilberto                         - La vita mi fa schifo.

Adriana                         - Alla tua età?

Gilberto                         - Credi che basti aver diciotto anni per es­sere felici?

Adriana                         - E' un'opinione alquanto diffusa.

Gilberto                         - Fra gli imbecilli i quali, a qualunque età, si accontentano di poco.

Adriana                         - Ma che cosa ti manca?

Gilberto                         - L'essenziale.

Adriana                         - Cioè?

Gilberto                         - L'essenziale è di poter andare superbi di sé. Non fingere di sorridere. so bene che mi puoi ca­pire, tu. Certo, io non direi questo a chiunque. Alcuni mi risponderebbero: «Stai bene? Questo solo conta! ». E gli altri: « Come!  Hai di che mangiare e nel terrestre pianeta non sono le belle ragazze che mancano! ». Ma se ti dico che nella vita c'è soltanto una cosa importante, essere contento di se, tu mi comprenderai. Ciò non ti sembrerà ridicolo perché so bene che è quello che pensi. Avevi per me la stessa ambizione di quella che avevo io. Ricordati, si guardava insieme sul mappamondo i paesi dove avrei potuto essere ambasciatore.

Adriana                         -  Così, per giuoco.

Gilberto                         - Un giuoco è un desiderio. E monologavi: « Non lo dirò davanti a lui, naturalmente, ma è un ra­gazzo che farà molta strada ». Ed io ti sentivo dietro la porta. Sì, bisogna sentirsi dire che sì farà molta strada. Bisogna credersi capaci di cose straordinarie; qualunque esse siano, ma grandi, forti, inebrianti! Quando si ha quella convinzione, tutto è bello e niente più ha impor­tanza... Pur non essendo amati da una donna che si ame­rebbe, non vi sarebbe da disperare del tutto se si sen­tisse in fondo a se una forza... Qualunque sciocchezza si fosse commessa, essa non potrebbe essere irrimediabile. se si fosse qualcuno. Se si sentisse la speranza di essere « qualcuno ».

Adriana                         - Ebbene?

Gilberto                         - Ma io, mamma, sono un mancato.

Adriana                         - Perché dici questo? Perché sei stato boc­ciato?

Gilberto                         - Sì. Non perché mi prema la laurea in se stessa, sai, no. Io mi consolerei benissimo di essere stato bocciato anche quattro volte se fossi capace, per esempio, di essere un campione mondiale di tennis!... Ma no! Sono un mancato in tutto, capisci... Tutto quello che ho tentato, l'ho sbagliato! E non per sfortuna e per ingiu­stizia, no. Per incapacità! Io non farò mai nulla. Nulla... io sono un mediocre... appena abbastanza intelligente per vergognarsi di non esserlo di più. Ho vergogna di me.

Adriana                         - Ed è perciò che tu?...

Gilberto                         - E' così scoraggiante non amar se stesso!

Adriana i                       - Orgoglioso!

Gilberto                         - Anche questo ho sbagliato, vedi?

Adriana                         - Ma, figliuolo... (Entra Bernardina. Essa si ferma nel vederli. Breve pausa).

Bernardina                    - Forse vi disturbo.

Gilberto                         - (imbarazzato) Si chiacchierava!

Adriana                         - Già, sapete, col cuore alla mano. E mi...

Gilberto                         - (imbarazzato, implorando) Mamma, non... (Egli vuol dire: a non dirle quello che ti ho confidato ». Adriana lo rassicura con un sorriso).

Adriana                         - Sì.

Bernardina                    - (offesa nell’indovinare un segreto fra loro) Se non avete finito, posso lasciarvi.

Adriana                         - Non si ha mai finito. Ma abbiamo tempo, non è vero piccolo? Vado a vedere come hanno ordinato la tua stanza. (Esce).

Bernardina                    - (un po' nervosa) Senti, Gii; io sono molto « fair-play », lo sai. Perciò ti dirò schiettamente e rudemente quello che penso. Quando entro non mi piace veder la gente tacere.

Gilberto                         - .Non offenderti, ciò t'imbruttisce!

Bernardina                    - Caro mio, abbiamo sudato abbastanza al tennis tutti e due e nuotato insieme... Sei avvezzo a vedermi brutta. E ciò non mi offende affatto. Ma io sono per la chiarezza. Se ti dà fastidio di vedermi qui, dillo. So già come si esce da questa casa. Me Io ha insegnato tuo padre.

Gilberto                         - (con gentilezza) Come sei stupida!

Bernardina                    - Grazie per la parola affettuosa.

Gilberto                         - Lo dico come Io penso. E devi capire!  

Bernardina                    - Ma io capisco benissimo. Tu ti trovi con tre madri in casa! Hai l'imbarazzo della scelta!

Gilberto                         - Io non scelgo!

Bernardina                    - Puoi perfettamente preferire a me una di quelle signore... benché abbia l'impressione di essere io colei che arrischia di comprenderti meglio.

Gilrerto                         - (guardandola) Sì, tu puoi capire, tu...

Bernardina                    - Non mi scacci?

Gilberto                         - Mammetta...

Bernardina                    - E allora, ascoltami un po', cretino, bruto, idiota, mattoide; vuoi sapere perché sono qui?

Gilberto                         - Se mi parli a quel modo sono costretto ad indovinarlo.

Bernardina                    - Hai voluto ucciderti?

Gilberto                         - Aggiungi « salame ». Mi pare che suoni meglio. Già, il salame ha voluto uccidersi.

Bernardina                    - (che nasconde la sua ansietà sotto la sua gaiezza) E si può sapere perché?

Gilberto                         - Un impeto di malumore.

Bernardina                    - Donnina nervosa! Avevi suonato «Wer­ther » la vigilia? Dimmi tutto ciò che hai sullo stomaco.

Gilrerto                         - (guardandola) Sì, certe cose tu le ca­piresti...

Bernardina                    - A dire il vero, io non capisco molto bene che ci si punti la rivoltella sul cuore, sai...

Gilberto                         - Ah, tu sceglieresti il veronal?

Bernardina                    - Hai dunque voluto punirti?

Gilberto                         - Sì.

Bernardina                    - Hai commesso una sciocchezza?

Gilberto                         - Sì.

Bernardina                    - Grossa?

Gilberto                         - Puoi giudicarla dal prezzo che le attri­buivo!

Bernardina                    - Danaro?

Gilberto                         - Come indovini presto, tu!

Bernardina                    - All'epoca nostra il denaro si caccia dap­pertutto. Sgraffignato?

Gilberto                         - Sapevo che tu saresti indulgente. Un altro avrebbe detto « rubato »!

Bernardina                    - A tuo padre?

Gilberto                         - No. In quel caso « sgraffignato » ci stava bene.

Bernardina                    - Al tuo principale?

Gilberto                         - Alla sua cassa.

Bernardina                    - E' lo stesso.

Gilrerto                         - No, è un po' diverso.

Bernardina                    - Già! Non si caccerebbe la propria mano nella tasca di qualcuno, ma non si esita a cacciarla nella sua cassa.

Gilberto                         - (chinando il capo) E' quello che senza dubbio avrò pensato.

Bernardina                    - Ne hai preso molto?

Gilberto                         - Molto o poco... il gesto non cambia.

Bernardina                    - Molto è più grave.

Gilberto                         - No.

Bernardina                    - Sì, per restituirlo.

Gilberto                         - Non potrò mai restituirlo.

Bernardina                    - E' dunque tanto?

Gilberto                         - Trentamila.

Bernardina                    - Non c'è male. E perché hai avuto bi­sogno di quei quattrini? Per far baldoria?

Gilberto                         - i Oh, baldoria...

Bernardina                    - Alla tua età nel programma, una mo­rosa almeno ci dev'essere.

Gilberto                         - Ma certo. (Allontanandosi).

Bernardina                    - Ha avuto voglia di qualche cosa?

Gilberto                         - (risponde di malavoglia) Di un anello.

Bernardina                    - E tu: «Ma eccotelo, tesoro! ». Dunque, è la gran passione? (Ride).

Gilberto                         - No... ma...

Bernardina                    - Lo spero bene. Hai voluto farla stra­biliare, capisco. Siete tutti uguali. Ho conosciuto dei gio­vanotti del tuo tipo ai miei tempi di ragazza... quando flirtavo... Non cercavano neppure di ricavarne un bacio. Bastava loro abbagliarmi. Per voi la grande voluttà è di buttare con noncuranza un foglio da mille sopra un banco. Pur di averne uno i tuoi coetanei farebbero perfino...

Gilberto                         - Quello che ho fatto io. (Breve pausa).

Bernardina                    - Sia detto fra noi, non è mica stata una cosa intelligente.

Gilberto                         - Ignobile. Ora, che l'ho fatta, ne sono si­curo. Credevo solo di prendere a prestito, sai. Avevo il filone per l'indomani alle corse...

Bernardina                    - E il filone?

Gilberto                         - Non ho neppure giocato.

Bernardina                    - Perché?

Gilberto                         - M'ha colto subito una gran vergogna di aver fatto una cosa simile! Mi sono sparato la sera stessa. Ma, in clinica, ho guardato il giornale. Ho anche fatto bene di non giocare, il mio cavallo non è neppur giunto «piazzato »... (Pausa). Non ti fa troppo schifo quello che ti sto confessando?

Bernardina                    - Certo, non mi entusiasma, ma...

Gilberto                         - Tu senti, che in fondo, e malgrado tutto, non sono un farabutto.

Bernardina                    - Si può aver la testa sulle spalle e un brutto giorno essere presi da una vertigine. Quand'è pas­sato, bisogna reagire, ecco tutto.

Gilberto                         - (afferrandole la mano) E' un conforto avere qualcuno a cui si possa dire una cosa simile senza che ciò l'allontani da voi.

Bernardina                    - (un pò7 più profondamente) Sono qui appunto per questo. Soltanto, giacché ci diciamo tutto, lasciami almeno aggiungere una cosa: quello che mi piace meno nella tua storia, è la rivoltella.

Gilberto                         - Sì, ma andar in prigione, non sarebbe stato per me un divertimento.

Bernardina                    - Non si tratta di questo. Ma... (La porta si apre. Appare Matilde. Bernardina ne è seccata). E' seccante! Non si può mai chiacchierare, qui, in santa pace. Ti dirò il seguito ira un momento.

Gilberto                         - Dove vai?

Bernardina                    - Ho due o tre ordini da dare ad Ago­stina! (Esce).

Matilde                         - (teneramente, con compassione) Figliolo mio...

Gilberto                         - (la guarda) Ah, anche tu sai che ho vo­luto uccidermi?

Matilde                         - L'hai visto nei miei occhi?

Gilberto                         - Sì.

Matilde                         - (con. dolcezza) Ti hanno dunque fatto una gran pena?

Gilberto                         - (con una voce che comincia a tremare) Ah, sì.

Matilde                         - Dimmi. (Lo prende fra le braccia) Non vuoi confidare il tuo gran dolore a mamma 'Matilde?

Gilberto                         - Sì. A te, lo possa, dire... Tu puoi com­prendere. E lo dico soltanto a te... (Con un grido che gli prorompe dal cuore) Amo, mamma Matilde! Amo una donna!... ed essa non mi ama!... Dunque, a che prò vivere?

Matilde                         - E' per questo?

Gilberto                         - Sì! Non c'è altro che conti! Perché l'amo, mamma!... L'amo... Se tu sapessi!... L'amo... (Si è ran­nicchiato contro il suo seno e piange come un bimbo?

Matilde                         - (cullandolo e stringendolo) Ma sì, te­soro... Sì-

Gilberto                         - L'amo ed essa non mi ama...

Matilde                         - (accarezzandolo) Sì, gioia mia, sì... (La porta della stanza e quella del corridoio si aprono. Gil­berto si stacca prontamente dalle braccia di Matilde. Compariscono Adriana e Bernardina. Un silenzio imba­razzante. Gilberto le guarda una e l’altra, molto imba­razzato. Poi china il capo e, senza dir nulla, torna nella sua stanza).

Adriana                         - Signore... Poco fa ero pronta a cedervi il posto... ora non più. Una cosa passa prima di ogni altra: salvare quel fanciullo. Ed ora so che io lo posso salvare.

Bernardina                    - Stavo per dirvi altrettanto.

Matilde                         - Anch'io.

Adriana                         - No, signora. Per guarirlo, bisogna conoscere la causa del suo male.

Bernardina                    - Precisamente.

Adriana                         - Per ciò egli deve rimanere accanto a colei a cui si è confidato.

jMattlde                        - Dunque, sono io. (Bernardina e Adriana si volgono verso Matilde).

Bernardina                    -Come? Ha detto anche a voi perché voleva morire? (Adriana e Matilde si volgono verso Ber­nardina).

Adriana                         - Dunque, a tutte e tre! (Matilde e Bernar­dina si volgono verso Adriana).

Matilde                         - Ah! (Una pausa)

Adriana                         - Valeva proprio la pena di dirmi: «Dico questo a te sola ».

Matilde                         - Ha voluto dar ad intendere a ciascuna di noi che era la preferita.

Bernardina                    - Sì.

Matilde                         - (cercando dì scusarlo) Questo è carino.

Adriana                         - Secondo...

Bernardina                    - Le gentilezze che rassomigliano all'ipo­crisia non mi piacciono molto.

Adriana                         - (offesa) In tal caso, è diverso... (si dirige verso il suo borsone).

Bernardina                    - S'arrangi! (Essa pure si avvia verso il suo borsone).

Adriana                         - (si volge bruscamente e le guarda) Ma dopo tutto... voi mi dite che vi ha confessato... non sono costretta a credervi...

Bernardina                    - E’ strano, cara signora, quello che slavo pensando!.... Vi vantate forse entrambe.

Matilde                         - Ho ancora le sue lacrime sulla guancia.

Adriana                         - Parola d'onore, signore!

Bernardina                    - Vi giuro che mi ha detto tutto.

Matilde                         - Vi ha detto perché ha voluto uccidersi?

Adriana                         - (interrompendola) Perché si vergognava di essere un mancato! (Bernardina sghignazza, Matilde alza le spalle).

Matilde                         - Ma no. Perché ama una donna che non lo ama. (Bernardina alza le spalle. Adriana sghignazza).

Bernardina                    - Pfff! Perché ha sgraffignato trentamila franchi nella cassa del suo principale!

Matilde e

Adriana                         - Oh!... (Pausa).

Adriana                         - M'ha detto: «Questa è la cagione ».

Bernardina                    - Anche a me.

Matilde                         - A me pure.

Adriana                         - A chi ha mentito?

Matilde                         - Forse a nessuna. Non si è bugiardi perché si ha bisogno di più persone per dire tutto quello che si pensa. Senza dubbio nel suo cuore vi è tutto questo. Ed è un po' per tutto questo che ha voluto uccidersi. Ha confessato a ciascuna di noi ciò che essa poteva comprendere... e il resto no... Una vera madre avrebbe ca­pito... tutto... Noi non siamo per lui che dei frammenti di madre... Perciò credo che abbia bisogno di tutte e tre...

Bernardina                    - Sì...

Adriana                         - Sì...

(Con lo stesso gesto, esse si tolgono il cappello e lo pongono ognuna sul proprio borsone. Istintivamente, esse si riavvicinano. Si trovano sopra una stessa linea; tut­tavia un pò di spazio rimane fra loro. Ma esse guardano con pari tenerezza la porta dietro la quale si trova quel fanciullo in pericolo. Piano piano cala il sipario).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

(La stessa scena. Ma i mobili hanno mutato posto. Matilde, Adriana e Bernardina sono sedute intorno al tavolo. Senza cappello. Come in casa propria. Matilde fa l’uncinetto. Adriana legge. Bernardina fuma. Gilberto è disteso, come un pigrone, sul divano: consulta l'ora al suo orologio-braccialetto, guarda di nuovo le tre donne e sbadiglia rumorosamente).

Bernardina                    - (che accende una nuova sigaretta attingendo il fuoco a quella che ha terminato di fumare) Ma non sai, vecchio mio, che daresti la fiacca ad un reggimento!

Adriana                         - (che si è voltata) Ti ho detto cento volte di non mettere i piedi sul divano.

Gilberto                         - Va bene. (Pone i piedi in terra. Torna U silenzio).

Matilde                         - Mi sembra che Agostina ci faccia aspet­tare il tè.

Adriana                         - (alzandosi) Non vi incomodate, la chiamo io. (Essa si alza, cerca un campanello sopra un mobile, non lo trova, ne vede uno alla parete, lo preme e) Non funziona ancora?

Bernardina                    - No.

Matilde                         - Neppure ai miei tempi. Quando fu fatto l'impianto, l'elettricista s'era sbagliato e siccome il filo era incastrato nella parete, che si era proprio allora tap­pezzato e verniciato, non si è voluto sciupare tutto.

Adriana                         - E ho trovato qui l'abitudine di servirsi di un campanellino.

Bernardina                    - E quando sono arrivata io quell'abitu­dine era anche più vecchia. Nulla si rispetta più in una casa di una scomodità!

Adriana                         - (guardando in un posto) Ma io non vedo nessun campanellino.

Bernardina                    - (indicando un altro luogo) Io lo met­tevo lì.

Matilde                         - (indicando un terzo posto) E' laggiù.

Adriana                         - Ah! (Si guarda intorno) Ho un'impres­sione strana: mi sembra che i mobili non siano più al loro posto! Infatti, è proprio così.

Matilde                         - Sono stata io. Ai miei tempi erano disposti a quel modo. Perciò stamane, mentre mi trovavo sola qui... l'ho fatto quasi macchinalmente...

Adriana                         - Sì, sì... D'altronde siete nel vostro diritto.

Bernardina                    - (lievemente ironica)  Stentereste dì più a ritrovare i vostri ricordi?

Matilde                         - (chinandosi sul tavolo) Questo segno sulla vernice l'ho fatto io... nel posare un giorno la scodella della sua pappa che era troppo calda... (ha indicato Gilberto col capo).

Adriana                         - Sono stata io a rompere quel quadro un giorno, nello spolverare... ben inteso, non ne affidavo la cura ad Agostina; avevo paura che rompesse tutto... (Rivolgendosi a Gilberto) Ti ricordi?

Gilberto                         - (rispondendo senza entusiasmo) Sì.

Bernardina                    - Ogni volta che vedrete un buco nei tap­peti potrete dire che sono state le mie sigarette. Ab­biamo lasciato tutte le tracce del nostro passaggio. (Ponendo l’indice sulla fronte di Gilberto) Anche qui, eh?

Gilberto                         - (sempre senza slancio) Certo. (Le guarda tutte e tre).

Bernardina                    - (riprendendo la sua intonazione allegra) Notate però che se abbiamo abitato lo stesso apparta­mento, il nome della via è stato cambiato parecchie volte!

Adriana                         - Anche le municipalità sono incostanti. (Ago­stina entra).

Agostina                       - Ecco il tè, signore.

Matilde                         - Grazie, Agostina.

Adriana                         - Mettetelo lì.

Bernardina                    - Un po' di latte?

Matilde                         - Vi servo io!

Adriana                         - Ve ne prego, tocca a me... (Mondanità. Gilberto le guarda con un'occhiata fredda). Avete dimen­ticato le tartine.

Agostina                       - Oh, scusate! (Sta per uscire).

Adriana                         - Mentre ci penso: che cosa preparate a Gil­berto per il pranzo?

Agostina                       - Uova e riso in bianco.

Adriana                         - Che razza di lista!

Agostina                       - Me l'ha detto la signora.

Adriana                         - Io?

Agostina                       - No, l'altra  (indica Matilde).

Adriana                         - Ah!

Agostina                       - Non posso chiamare la signora diversa­mente di signora.

Bernardina                    - Sta bene, andate a cercare le vostre tartine. (Agostina esce).

Matilde                         - Io non capisco perché le uova e il riso in bianco siano un cattivo pranzo. Ma se va pazzo del riso in bianco.

Adriana                         - Non lo può soffrire.

Bernardina                    - A dire il vero mangia qualunque cosa.

Adriana                         - (con un pò di amarezza) Sì. Ciascuna di noi ha conosciuto di lui uno stomaco diverso! (Tutte e tre hanno preso una tazza piena e la portano contem­poraneamente a Gilberto).

Tutte e Tre                    - Prendi. (Vedendo che hanno fatto lo stesso gesto) Ah.

Gilberto                         - Posatelo sul tavolo; lo .prenderò fra un momento. (Esse ripongono le tazze e cominciano a bere. Agostina torna con le tartine).

Matilde                         - Il vostro tè è pessimo.

Adriana                         - Ve l'ho sempre detto.

Bernardina                    - Vedete che non ci sono soltanto io.

Adriana                         - E' come le sue bistecche. Non ha mai sa­puto farne andare bene una ai ferri.

Bernardina                    - Ho sempre creduto che gliene faceste complimenti.

Adriana                         - Quando le rimproveravo qualche cosa, essa mi rispondeva: «Ah, questa poi, l'ex signora del signore continuava a felicitarmi del mio modo dì cucinare »!

Matilde                         - Ah, Agostina, avete una bella faccia tosta!

Agostina                       - (brontolando) Io non m'immaginavo che un giorno vi sareste trovate insieme! (Esce).

Bernardina                    - (ridendo) E' verde!

Matilde                         - (ridendo essa pure) Sì.

Adriana                         - (ridendo) Ebbene, a me non dispiace! (A Matilde) Vi confesso, mia cara, che per cagion sua mi avete spesso seccata.

Bernardina                    - Ed io, figliuole mie, che dovevo soppor­tare il ricordo di voi due! (Gilberto sghignazza).

Adriana                         - Che cos'è che ti fa ridere?

Gilberto                         - Sono « le mie figliuole » e « mia cara ». Fra poco, vi chiamerete col vostro nome di battesimo.

Bernardina                    - Perché no?

Gilberto                         - Dopo tutto poi, siete della stessa famiglia. (Esce bruscamente).

Matilde                         - Che cos'ha?

Adriana                         - La nostra presenza gli dà ai nervi. Sfido, lo disturbiamo nei suoi progetti.

Bernardina                    - E' la nostra troppo numerosa... presenza.

Adriana                         - Gli riuscirebbe più facile liberarsi di noi separatamente.

Bernardina                    - Ci imbroglierebbe!

Adriana                         - Mentre con tutte e tre non gli sarebbe possibile.

Matilde                         - Ma sentirlo così lontano, così chiuso... è molto penoso!

Adriana                         - Questa è la sua abitudine; quando non è contento, fa il broncio. Non faceva così con voi?

Bernardina                    - A un anno non si può fare il broncio!

Matilde                         - Sì, che me lo faceva! Quando gli proibivo di succhiarsi il pollice, faceva il muso.

Bernardina                    - Una certa ragione ce l'ha. Vi trovo con lui tutte e due, un po'... asciutte...

Adriana                         - Non posso guardarlo senza pensare che ha rubato. Ho un bel tentare di giustificarlo, non ci riesco!

Matilde                         - Certo, è stata un'azione molto brutta!

Bernardina                    - (indulgente) Oh!

Adriana                         - Tutti non hanno la vostra larghezza di vedute. D'altronde, anche voi, non l'avete notato, ma gli parlate in un modo ironico che non deve garbargli molto.

Bernardina                    - Questa è un'altra cosa. Mi sembra così ridicolo sentirlo singhiozzare per una donna e disperarsi perché non è un grand'uomo.

Adriana                         - Essere ambizioso, non è un difetto.

Matilde                         - A quel punto sì. Mentre non è mai un difetto avere del cuore.

Bernardina                    - Sst! Zitte! Non discutiamo!

Adriana                         - Nessuna di noi lo assolverà completamente.

Matilde                         - L'essenziale è che egli ne trovi sempre una che abbia compassione di lui.

Bernardina                    - Statemi a sentire piuttosto. (Riunendole e abbassando la voce) So il nome.

Matilde                         - Di chi?...

Bernardina                    - «Del suo grande amore ». Il grande amore sì chiama «Joan».

Adriana                         - (scandalizzata) Come?

Matilde                         - Eh??

Bernardina                    - No, no, non spaventatevi, è una donna. Ma Joan in americano significa Giovanna. Del resto, non è un'americana.

Matilde                         - Ah!

Bernardina                    - E5 soltanto una signora che deve fre­quentare molto il cinema.

Matilde                         - (traducendo per precisare meglio) Gio­vanna!

Bernardina                    - Sì, spero che le faccia la corte in in­glese. Giovanna Bouvreuil.

Adriana                         - Bouvreuil, questo è veramente francese. Avrebbe potuto tradurre anche quello.

Bernardina                    - Non bisogna chiedergli troppo. Senza dubbio la sua cultura non giunge più in là.

Adriana                         - Ma chi è quella donna?

Bernardina                    - Da quello che ho potuto capire, è qual­che cosa di fluttuante fra l'attrice, la mondana di lusso e la borghese traviata. Un particolare: essa ha ottenuto il secondo premio al concorso di eleganza automobili­stica dell'anno scorso.

Adriana                         - Ah! Ah! Per farla breve, un ricco pro­tettore!

Bernardina                    - Simili frivolità lasciano sempre intra­vedere un amico serio.

Adriana                         - (con vivacità) Magari! Perché in tal caso abbiamo la signora in pugno. Ho trovato una lettera che la può compromettere agli occhi del suo amico.

Matilde                         - Come avete fatto a trovarla?

Adriana                         - Nelle tasche di Gilberto, to'!

Bernardina                    - ( scandalizzata) Ah, gli frugate nelle tasche?

Adriana                         - L'ho sempre fatto, e voi no?

Bernardina                    - Non avrei osato. (A Matilde) E voi?

Matilde                         - Oh, quando c'ero io, tasche non ne aveva!

Adriana                         - Non posso aver soggezione di un ragaz­zetto. E voi vedete che non si perde tempo. Resta sol­tanto da trovare l'indirizzo della dama.

Bernardina                    - 27, via del Colonnello Délecture. E' una viuzza di Passy, quasi esclusivamente abitata da signore mantenute. Povero Colonnello! Bell'onore gli han fatto!

Adriana                         - Bisogna subito avere un colloquio con quella donna.

Bernardina                    - E' quello che pensavo. Ma con la vostra lettera la teniamo.

Adriana                         - Sì.

Bernardina                    - O renderà quel ragazzo felice o dirà perché. Le telefonerò io. «Muette 11-12 ».

Matilde                         - Ma come mai sapete tutto ciò?

Bernardina                    - Ho fatto chiacchierare Gilberto.

Matilde                         - Ho provato anch'io, non mi ha detto niente.

Bernardina                    - A voi ha confessato il suo sentimento, non ha voluto far nomi. Pudori. A me, non ha detto che l'amava... per cui non ha esitato a dirmi tutto il rima­nente. Come vedete, è una fortuna che si sia in parecchie. (Ella sta per uscire) Immagino che il telefono sia sempre nel corridoio. (Ella esce).

Matilde                         - Avrei dovuto telefonare io. Chissà come parlerà lei a quella dolina. Può urtarla. Prende le cose del cuore con tanta leggerezza!

Adriana                         - E' colpa sua se quel ragazzo è diventato indelicato.

Matilde                         - Forse.

Adriana                         - Vi garantisco che se avessi continuato a educarlo io!... (Pausa).

Matilde                         - La trovate molto simpatica?

Adriana                         - Ha dei modi che non mi piacciono.

'

Matilde                         - Ha proprio l'aria di una divorziata!

Adriana                         - Oh, per questo, anche noi!

Matilde                         - Noi! Noi abbiamo l'aria di essere state sposate. Lei ha l'aria di una divorziata. Non è mica lo stesso. (Entra Bernardina).

Bernardina                    - Sarà qui fra un'oretta!

Matilde                         - Qui?

Bernardina                    - Dove volete che la convochi? In un Caffè? Ha una voce molto antipatica!

Matilde                         - Ma il principale di Gilberto, il signor Dalassìaud sta per venire. Non ve l'avevo ancora detto?

Adriana                         - No.

Matilde                         - Ho potuto telefonargli stamattina e mi ha risposto con amabilità. Ne sono stata gradevolmente stu­pita.

Adriana                         - Che cosa vi ha detto?

Matilde                         - Non abbiamo quasi fatto altro che fissare l'appuntamento.

Bernardina                    - Si sarebbe potuto andare in casa sua!

Matilde                         - Ma l'ho pregato apposta di venire qui. Quando si domanda qualche cosa alla gente e questa gente è a casa propria, essa si trova più a suo agio per rifiutare. Mentre se siete voi che la ricevete... Al capez­zale del ferito, egli si lascerà intenerire.

Bernardina                    - Lontano dalla sua cassaforte. Ah, è scal­tro il numero uno. (Adriana consulta l'orologio).

Adriana                         - A che ora viene?

Matilde                         - Alle cinque.

Adriana                         - Avrò il tempo.

Bernardina                    - (a Matilde) Volete che stasera tocchi a me di coricarmi qui?

Matilde                         - No. Ciò non mi disturba. (Essa sorride) Sono stata soltanto un po' imbarazzata un momento fa nel passare in casa mia quando siete venuta qui a darmi il cambio. La mia portinaia mi ha guardata con un'aria strana. Basta, ho dormito fuori di casa!

Bernardina                    - Oh!

Matilde                         - Non potevo raccontarle che poco prima ero stata di nascosto al capezzale di un ragazzo.

Bernardina                    - Potrebbe credere che avete peccato.

Adriana                         - Eh! Peccare, in questo caso, sarebbe avere un figlio che non è del proprio marito. Ma avere, spo­sandosi, un figlio che non è il proprio, vi pare che anche questo possa considerarsi un peccato?

Matilde                         - Ho avuto un'impressione strana nello sve­gliarmi questa mattina in questo appartamento. Non avrei mai creduto di dormire un giorno nella camera dei forestieri.

Bernardina                    - Non avete dormito?

Matilde                         - Soprattutto a cagione di Gilberto. Avevo lasciato la porta aperta. Ciò m'ha ricordato il tempo in cui era ammalato.

Adriana                         - Voi dite ciò come direste: « Erano i bei tempi ».

Matilde                         - Infatti, erano belli!

Bernardina                    - Non per lui!

Agostina                       - (entrando)Signore!

Tutte                             - Cosa c'è?

Agostina                       - E' la posta.

Matilde                         - Ah!

Bernardina                    - Date. (Hanno teso la mano tutte e tre).

Agostina                       - A chi, dunque?

Adriana                         - A nessuna, naturalmente. Posate li. (Ago­stina la posa ed esce).

Matilde                         - (sorridendo) Avremmo potuto guardare insieme. E1 una cartolina illustrata.

Bernardina                    - Non posso fare a meno di riconoscere la calligrafia di Michele.

Adriana                         - ( leggendo la cartolina senza toccarla) « Af-fettuosi pensieri. Tempo meraviglioso. Spero che tu stia ottimamente. Papà».

Matilde                         - (un pò irritata) Lui se ne va a zonzo pel mondo mentre il figliolo arrischia di uccidersi!

Adriana                         - (c. s.) Egli « spera » che suo figlio stia bene e se ne accontenta!

Bernardina                    - (c. s.) Dal momento che... tutto va bene, e che «il tempo è meraviglioso! ». (Prende la cartolina macchinalmente ed ha un leggero risentimento) Ah!

Adriana                         - Dov'è?

Bernardina                    - E' un panorama di Genova.

 Matilde                        - (con un sospiro che è forse di lieve gelosia) L'Italia... (Piccola pausa. Si guardano).

Bernardina                    - E' forse meglio non parlarne. Per non accorgersi che ha fatto fare lo stesso viaggio di nozze a tutte e tre.

Adriana                         - Non vi nasconderò che c'è una domanda che mi brucia le labbra da quando... questo avvenimento ci riunisce... sarei curiosa di sapere perché avete divor­ziato...

Matilde                         - Ah!... già.

Adriana                         - Io... perché si bisticciava continuamente.

Matilde                         - Io... perché ero troppo gelosa di lui...

Bernardina                    - Io... perché era troppo geloso di me...

Adriana                         - Ah! Credevo che tutte e tre...

Bernardina                    - No, vedete! Ciò prova che, con la stessa persona, ci sono diversi modi di non intendersi!

Adriana                         - (subito) Set! (Apre bruscamente la porta dell'anticamera) Sì! (Si scorge Gilberto vestito col cap­pello e il soprabito) Cosa fai lì?

Gilberto                         - (seccato) Esco, ecco!

Adriana                         - Invece di uscire, entra qui, te ne prego. (Lo fa entrare e rinchiude la porta).

Bernardina                    - Sei pazzo!

Gilberto                         - Ho voglia di prendere aria.

Adriana                         - Apri la finestra!

Gilberto                         - Chiami questo dell'aria?

Adriana                         - E’ più pura al quinto piano che sul mar­ciapiede!

Gilberto                         - Sarei andato al Bosco.

Bernardina                    - (ironica) Dalla parte della Muette? (Egli la guarda furibondo; poi, seccato, guarda Matilde).

Gilberto                         - AI Bosco, perché?!

Matilde                         - Non è ragionevole, mio caro. Tre giorni fa eri ancora in un letto d'ospedale.

Gilberto                         - Ma ora sono in piedi! In piedi qui o nella strada... qui mi annoio.

Bernardina                    - Grazie, Io non mi offendo, ma potresti essere più educato con queste signore!

Adriana                         - Prima di tutto tu non devi uscire perché tra poco ci sarà qui un dottore per visitarti.

Gilberto                         - Ah! Quale delle tre ha fatto trionfare il proprio sanitario?

Matilde                         - Nessuna. Ne abbiamo chiamato un quarto.

Gilberto                         - Vi stava molto a cuore di non bisticciarvi. (Le guarda un po' sarcasticamente) Infatti avete l'aria di essere perfettamente d'accordo.

Bernardina                    - E tu hai l'aria di rimproverarcelo.

Gilberto                         - Quando si è d'accordo, è sempre contro qualcuno. Vi siete forse intese contro di me.

Matilde                         - Oh! Sai quanto bene ti vogliamo!

Gilberto                         - Non avete bisogno di dirmelo.

Bernardina                    - Non è vergognoso!

Gilberto                         - Non ho l'abitudine di vedermi amato da voi contemporaneamente. (Una pausa concentra le sue forze). E poi so io forse ciò che vi state raccontando?

Matilde                         - Parliamo di te.

Gilberto                         - Non dovreste.

Adriana                         - Bisogna pure conoscere ciò che non sap­piamo sul tuo conto.

Gilberto                         - No. Non bisogna. Soltanto quello che avete conosciuto voi, è vostro.

Adriana                         - (ridendo) E' geloso.

Matilde                         - (sorridendo) Si. E' sempre stato geloso.

Gilberto                         - (parlando più a se stesso che ad esse) Trovo che... la vostra importanza... viene diminuita, pel solo fatto di avervi tutte insieme.

Adriana                         - Ciò non deve però impedirti di toglierti quel soprabito, quel bel vestitino e di andare subito a Ietto.

Gilberto                         - (subito inquieto) No!

Adriana                         - Come no!

Gilberto                         - Uscirò se mi pare, ecco!

Adriana                         - Tu non uscirai.

Gilberto                         - E perché?

Adriana                         - Perché te lo ordino e sono tua madre!

Gilberto                         - Non sei la sola!

Adriana                         - Gilberto; ti ordino di toglierti immediata­mente quel soprabito!

Gilberto                         - (eccede; ma senza voce) Dio, che rot­tura di sca...

Adriana                         - Come? (Gli dà un poderoso scappellotto). Bernardina e

Matilde                         - (lo stesso sussulto di rimpro-vero) Oh! (Un breve silenzio).

Bernardina                    - Credeva di parlare con me.

Adriana                         - Fila in camera tua!

Gilberto                         - (tornato ragazzo) -Sì, mamma! (Esce).

Matilde                         - (inquieta) Oh! Non dovreste!...

Bernardina                    - (c. s.) Non è il modo di ragionare.

Adriana                         - Non è il primo che riceve.

Matilde                         - Povero piccolo.

Adriana                         - Oh! Voi siete rimasta alle fasce. (Se l'avessi conosciuto soltanto in tenera età, non mi sarei presa il gusto di schiaffeggiarlo come un bimbo!

Bernardina                    - Gli avreste dato la sculacciata.

Adriana                         - (volgendosi verso di lei) Oh! voi!! Se l'aveste minacciato di un ceffone quando se lo meritava non si sarebbe arrischiato a sgraffignare del danaro in una cassa!

Bernardina                    - Zitta! Se sentisse... Non bisogna che sappia che vi ho ripetuto ciò.

Matilde                         - Forse, lo immagina.

Agostina                       - (entrando) Signore, c'è il dottore.

Adriana                         - Sta bene. Fatelo passare nella stanza del signor Gilberto. (Agostina esce. Alle altre) Se volete riceverlo...

Matilde                         - No, no. Andate voi, gli spiegherete meglio di me.

Bernardina                    - Di noi tre, voi siete indubbiamente quella che è più padrona di casa.

Adriana                         - Sta bene. Vado. (Entra nella stanza di Gilberto).

Matilde                         - Dei ceffoni!

Bernardina                    - Sì!

Matilde                         - Mi sono certamente fatta obbedire quanto lei. E non ho mai avuto bisogno di schiaffeggiarlo!

Bernardina                    - Che cosa gli facevate?

Matilde                         - Gli parlavo del « babàu ».

Bernardina                    - Bisogna essere giusti. Oggi sarebbe forse insufficiente. Ma neppur questa è una ragione per essere brutale.

Matilde                         - Così si deve fare coi ragazzi caparbi.

Bernardina                    - Sì... Se vi sono nel carattere di Gilberto dei lati incoerenti... quasi diffidenti, se, spesso, l'ho visto rinchiudere una bocca che stava per aprirsi, è forse a cagione di lei!... Non dà ai nervi un po' anche a voi?

Matilde                         - Sì. Quel modo di voler signoreggiare su lutto.

Bernardina                    - Se ci lasciassimo fare, ella tratterebbe anche noi come altrettanti ragazzetti.

Matilde                         - (sorridendo) Schiaffeggerebbe anche noi?

Bernardina                    - Moralmente sì!... Io non vi nascondo che ho l'impressione che me la intenderei molto più facilmente con voi.

Matilde                         - Senza dubbio, perché, fra il mio regno ed il vostro, c'è stato il Suo... Quando eravate la moglie di Michele, voi eravate certamente più gelosa di lei che di me.

Bernardina                    - D'accordo, ma oggi ,mi dà ancora ai nervi seppure non amo più Michele,

Matilde                         - Ma amate sempre il ragazzo.

Bernardina                    - (pensierosa) Si fa meno facilmente il divorzio dai figli del proprio marito che dallo stesso marito!

Matilde                         - L'amore materno è sempre più solido! Anche quando non si è una madre del tutto! (Entra Adriana).

Adriana                         - Abbiamo a che fare con un dottore di ge­nere pignolo! Vuol sapere le malattie che ha avuto quand'era piccino. Perciò tocca a voi!

Matilde                         - Vado! (Esce. Adriana l’ha seguita con lo sguardo).

Adriana                         - Se facciamo assegnamento soltanto su costei per impedire a Gilberto di commettere delle bestialità!

Bernardina                    - Sì, è un po' pasta frolla!

Adriana                         - E' colpa sua, sapete, se ho dovuto tenere Gilberto un po' legato. Quando sono arrivata qui, ho trovato un ragazzo viziato. E quell'Agostina che mi ri­peteva sempre: «Oh, la prima moglie del signore era così dolce »!

Bernardina                    - Non la prima, la seconda. Prima c'è la madre di Gilberto.

Adriana                         - Sì, ma siccome quella è morta subito, non conta!

Bernardina                    - Eppure, è la vera!

Adriana                         - Come? Mentre voi vi eravate occupata di quel fanciullo, il ricordo di quell'estinta vi ha forse dato fastidio?

Bernardina                    - (confessa dopo una breve esitazione) No. (Entra Matilde).

Matilde                         - Il dottore vuole il termometro ed io non lo trovo.

Bernardina                    - L'avevo lasciato sul comò. (Si dirige verso la stanza).

Adriana                         - (alzando le spalle) Sì... in mezzo a una quantità di scartoffie. Come se quello fosse il suo posto. Io l'ho messo dove dev'essere.

Bernardina                    - (entra nella stanza).

Matilde                         - Dove?

Adriana                         - Non so più. (Ella entra nella stanza. Mar tilde sta per seguirla. Entra Agostina).

Agostina                       - Signora, c'è il signor Dalassiaud.

Matilde---------------- - (pronta) Ah! (Esita un momento chieden­dosi se chiamerà le altre, decide di no e rinchiude la porta; Agostina fa entrare Dalassiaud).

Dalassiaud ------------ - Signora... (Saluta).

Matilde                         - Signore... (Ella saluta con imbarazzo, con timore. A parte) Ecco il principale derubato da Gilberto. (Ad alta voce) Accomodatevi, vi prego.

Dalassiaud                    - Grazie! (Sorridendo) Siete voi, signora, che mi avete telefonato stamattina?

Matilde                         - (commossa) Sì, signore.

Dalassiaud                    - Vi riconosco.

Matilde                         - Mi avete dunque già veduta?

Dalassiaud                    - No. Ma avete il volto della vostra voce. Non mi ero ingannato. Bisogna che vi confessi, signora, che vi è in me, chiamate ciò come volete, una mania, uno'svago, un'arte. Mi diverto ad indovinare il carattere delle persone secondo la loro voce... è una cosa che mi è stata tramandata dalla famiglia: mio padre era gra­fologo.

Matilde                         - Non è la stessa cosa.

Dalassiaud                    - Sì. Perché oggi non si scrive più, si telefona, perciò la grafologia ha dovuto trasformarsi per forza... quando uno sconosciuto mi telefona, mentre parla prendo degli appunti. Ecco la vostra scheda. (Cava di tasca una busta e scrive sul retro, sulla quale legge) «Trent'anni. Grosso, sanguigno. Tendenza alla menzogna e alla cupidità ».

Matilde                         - Eh?

Dalassiaud                    - Oh. Scusate! Questo è un negoziante di vino che mi ha telefonato stamattina per offrirmi una damigiana di « Sauternes »... ecco la vostra       - (cava una seconda busta). Mi direte se mi sono sbagliato. (Legge) « Cinquant’anni »...

Matilde                         - Quarantanove.

Dalassiaud                    - Arrotondo sempre. « Viso pallido. Dol­cezza. Incertezza e timidezza. Noncuranza degli accenti tonici. Nessuna reazione di fronte ai colpi della sorte. Tendenza alla fantasticheria ». Non è così?

Matilde                         - Tale e .quale. Mi compiaccio con voi.

Dalassiaud                    - Accetto la lode senza arrossire. Gli è che si tratta di una scienza particolarmente difficile. Non si ha agio di indugiarsi sopra un testo. L'orecchio deve cogliere a volo e subito diagnosticare... le sfumature di una « e » muta o di un « o » più o meno aperto... un incongruo accento circonflesso... la gente che dice amore, per esempio, significa: pesantezza, prosopopea... a meno, ben inteso, che ciò significhi semplicemente: attrice tra­gica della canzone.

Matilde                         - (garbata) E' molto interessante!

Dalassiaud                    - E’ appassionante, signora! Col mio tele­fono e la mia radio trascorro delle ore deliziose.

Matilde                         - Comunque, signore, vi ringrazio di esservi disturbato.

Dalassiaud                    - Ma, signora, è un piacere per me. sono ansioso di sapere se mi sono ingannato.

Matilde                         - Ma io mi sto chiedendo, nel vedervi così sorridente... così lontano da quello che m'aspettavo... se, ascoltando la mia voce, avete ascoltato bene le mie parole...

Dalassiaud                    - Posso ripetervele: «E’ una mamma che vi chiede, che vi prega di venirla a trovare ».

Matilde                         - Ho anche detto: « la mamma di Gilberto Quercy ».

Dalassiaud                    - Infatti!

Matilde                         - (bruscamente inquieta) Ma siete proprio il signor Dalassiaud, titolare della Ditta Dalassiaud e Verdon?

Dalassiaud                    - «Radio e fonografi». Perciò, mi sono subito interessato alle voci.

Matilde                         - Quel nome non vi sembra avere nessun significato?

Dalassiaud                    - Lo sento per la prima volta.

Matilde                         - Ma Gilberto è uno dei vostri impiegati!

Dalassiaud                    - Nella mia ditta ve ne sono duemila. E’ come se voi mi chiedeste di conoscere la guida di Parigi a memoria.

Matilde                         - (imbarazzata) Ma Gilberto è addetto alla... cassa!

Dalassiaud                    - Davvero?

Matilde                         - Sì, proprio alla cassa.

Dalassiaud                    - Sento, signora.

Matilde                         - n Ma con tanta calma! Io mi chiedo, ad un tratto, se voi sapete.

Dalassiaud                    - Se so che cosa?

Matilde                         - 0h„ egli non sa! (Un sospiro) Non an­cora!... Ma allora, bisognerà che sia io a farvelo sapere. sarà anche più difficile. (Torna verso di luì) Signore, Gilberto è un povero ragazzo che è stato educato in un modo un po'... sconnesso! Basta, l'altro giorno egli ha... Ah, no! Io non potrò mai dirvi una cosa simile! Ab­biate la cortesia di aspettare un momentino. (Entra presto nella stanza).

Dalassiaud                    - Vocali sorde... timidità, poca fermezza, una certa incoerenza nelle idee... (Entra Bernardina. Egli si alza) Signora...

Bernardina                    - Rimanete seduto, caro signor Dalassiaud, rimanete seduto. Sono venuta soltanto per continuare il discorso.

Dalassiaud                    - Ah!

Bernardina                    - Quella signora ed io, è la stessa cosa. Siamo tutte e due delle ex mogli del signor Quercy.

Dalassiaud                    - Ah, bene, bene!

Bernardina                    - Perciò voi parlate sempre alla madre di Gilberto.

Dalassiaud                    - Da questo momento, ci ha guadagnato molto!

Bernardina                    - Non so se voi capite bene!

Dalassiaud                    - Senza sforzo. E' una situazione così diffusa! Parlando di una moglie, non ci si chiede con chi è sposata, ma: «da chi è divorziata?».

Bernardina                    - Generalmente, sapete, il matrimonio con­siste in gente che si piglia a braccetto e che non va al passo. Perciò è meglio lasciare andare il braccio.

Dalassiaud                    - Proprio così. Il divorzio è grave se ci sono dei figliuoli,

Bernardina                    - Questo sì! Anche se non si sono avuti insieme!

Dalassiaud                    - (scribacchiando qualche cosa che si è ca­vata di tasca) Accenti scanditi bene. E un po' fischiet­tanti. Nitidezza. Petulanza.

Bernardina                    - Come?

Dalassiaud                    - Niente, signora. Pigliavo un appunto.

Bernardina                    - Anche voi siete divorziato?

Dalassiaud                    - No, signora. Vedovo semplicemente. Nella mia vita ho avuto una moglie sola.

Bernardina                    - Siete un bell'originale. Neanche un figliolo?

Dalassiaud                    - Mia moglie pretendeva di sì.

Bernardina                    - Eh?

Dalassiaud                    - Ma io ho la convinzione che non sono miei. Ciò mi ha d'altronde facilitato molto l'esistenza. Mi ha consentito di non darmi pensiero per loro. Quando, per esempio, mi parlano senza alcun rispetto, come la maggior parte dei figli ai genitori, ciò non mi dà alcun fastidio perché non credo di essere il loro padre.

Bernardina                    - Si ha un bel dire, ma sapere che i figli non sono...

Dalassiaud                    - E' sgradevole solo sul momento. Dopo, ce n'è per trenta o quarant’anni di tranquillità.

Bernardina                    - E' un punto di vista.

Dalassiaud                    - No, mia moglie ed io ci siamo ingan­nati molto, ma non abbiamo mai pensato a divorziare.

Bernardina                    - Siete dei tradizionalisti.

Dalassiaud                    - Gli è che ho un vero temperamento di marito. Un uomo che divorzia è un celibe che non ha il coraggio delle proprie opinioni. (Piccola pausa).

Bernardina                    - Avrei preferito che quei figliuoli fos­sero vostri.

Dalassiaud                    - Anch'io, in fondo, notate. Ma lasciatemi dire che, pur ringraziandovi del vostro interesse, io non me lo spiego bene...

Bernardina                    - Eppure è chiaro: così avreste potuto essere più indulgente per le sciocchezze degli altri. Quel piccolo Gilberto... quasi un fanciullo, non ha diciotto anni... quel piccolo Gilberto, impiegato nella vostra ditta, ha commesso una corbelleria,

Dalassiaud                    - Cose della sua età.

Bernardina                    - Non è vero? (Senza darci importanza) Ha preso trentamila franchi dalla vostra cassa!

Dalassiaud                    - (un pò colpito) Eh?

Bernardina                    - Un momento di smarrimento! I giovani d'oggi, sapete, sul margine dì una vita facile... subiscono tante tentazioni!... Vostro figlio non ha mai fatto una cosa non molto per bene?

Dalassiaud                    - Ha imitato la mia firma sopra degli assegni. Mi sono detto: «Esagera il figlio del tenore». Perché credo che il padre sia un tenore... '(Pausa). Dunque, mi dite che quel giovane Gilberto... Come lo chiamate?

Bernardina                    - Gilberto Quercy!!

Dalassiaud                    - Gilberto Quercy... ha preso... Oh, ha potuto fare una cosa simile? Ma ciò è estremamente inquietante!

Bernardina                    - (pronta) E' la sua prima indelicatezza!

Dalassiaud                    - E' estremamente inquietante per la mia ditta! (Indi, con una cortese intonazione di rimprovero) Suvvia, cara signora. Pensate bene a quello che mi dite. Voi pretendete che un monello di diciotto anni abbia potuto, senza che nessuno se ne accorga, rubare trenta­mila franchi dalla mia cassa, poiché nessuno se ne è accorto!

Bernardina                    - A quanto pare, nessuno.

Dalassiaud                    - Ma è inverosimile!

Bernardina                    - Se vi fa piacere, non parliamone più!

Dalassiaud                    - Come avrebbe fatto?

Bernardina                    - Non mi sono indugiata nei particolari... ho creduto capire che non aveva registrato una cifra e che si è messo il denaro in tasca.

Dalassiaud                    - Ma perbacco, a diciotto anni non può essere cassiere. Tuttavia uno ce ne dovrebbe essere! E un servizio di controllo!

Bernardina                    - Dovete saperlo meglio di me!

Dalassiaud                    - No. Non vado mai in ditta. Vi spie­gherò. Mi sono associato un giorno con un tale che si chiama Verdon. Abbiamo fondato insieme un commercio di radio e fonografi. Non mi sono accorto subito che era l'amante di mia moglie. Poiché eravamo soci, mi recavo naturalmente ogni giorno in ditta. Non essendo un vero affarista, commettevo anche delle sciocchezze, e siccome poi Verdon mi faceva becco, egli non osava contrariarmi. Un disastro. Quando l'ho capito, ho preso la decisione che s'imponeva, gli ho lasciato dirigere l'azienda senza di me. In seguito, mia moglie m'ha tradito con un altro. Ma l'abitudine c'era e continuai a non andarci.

Bernardina                    - Capisco benissimo.

Dalassiaud                    - Penserete forse che parlo dell'infedeltà di mia moglie con troppa indifferenza. Eh! Il male è che tutti lo sanno. Mia moglie aveva un difettuccio, scriveva dei romanzi e, come la maggior parte delle scrit­trici, parlava solo di se. Tutti i suoi romanzi erano delle confessioni vissute, documentate.

Bernardina                    - Il pubblico è un confessore...

Dalassiaud                    - Sì. Ella diceva alla folla delle cose che - ne sono persuaso - non confidava neppure alla sua amica più intima. D'altra parte, non aveva nessun in­gegno. Non è riuscita a farsi una reputazione. Ma io me ne sono fatta una! Aggiungo che parlare dei miei corni è ancora uno dei miei mezzi più sicuri per sedurre le donne!

Bernardina                    - Ah!

Dalassiaud                    - Sì. Ciò le incoraggia. (Bernardina ride). Qualche volta mi capita di lasciarle prima ch'esse mi ab­biano tradito.

Bernardina                    - Siete strano!

Dalassiaud                    - Mi piace molto chiacchierare con voi. Avete una voce interessantissima, e divertentissima... ten­denza all'ironia... e avete anche delle bellissime nari.

Bernardina                    - (sorpresa) Vi prego...

Dalassiaud                    - Come vi dicevo prima, studio le voci.

Bernardina                    - Non mi avete mai detto questo!

Dalassiaud                    - Ah! Scusate, è stato all'altra!

Bernardina                    - Se parlassimo di Gilberto?

Dalassiaud                    - Ma di tutto quello che vorrete, signora!

Bernardina                    - Dopo aver commesso quella sciocchezza, quel disgraziato ha avuto tanta vergogna che si è spa­rato un colpo di rivoltella.

Dalassiaud                    - Leggo nei dittonghi una piccola ten­denza alla sensualità.

Bernardina                    - Signore!

Dalassiaud                    - Ma, signora, vi ascolto lo stesso: mi avete detto che l'infelice si è sparato un colpo di ri­voltella. E' sbalorditivo. Vi tranquillizzerò subito. Volete chiedermi, nevvero, di non procurare noie al ragazzo?

Bernardina                    - Ve ne prego.

Dalassiaud                    - Intesi. Vi confesso anche che per me quel Verdon a cui si derubano trentamila franchi senza che se ne accorga, e che si crede furbo, mi pare cosa spas­sosissima. Eppoi me lo chiedete con una voce così inte­ressante... per un dilettante grafologo. Sarei curioso di studiare meglio le vostre « r. ». Dite un po': Raoul.

Bernardina                    - (ridendo) Raoul.

Dalassiaud                    - E: caro.

Bernardina                    - Caro.

Dalassuud                     - Raoul caro.

Bernardina                    - Raoul caro... Raoul caro...

Dalassiaud                    - Siccome mi chiamo appunto Raoul, ciò è anche più interessante.

Bernardina                    - (un pò indecisa) Ah!

Dalassiaud                    - Penso a una cosa. Bisognerà rimettere in cassa quei trentamila franchi.

Bernardina                    - Ben inteso,

Dalassuud                     - Suppongo che voi non li avete.

Bernardina                    - No.

Dalassiaud                    - Se ve li imprestassi?

Bernardina                    - Oh! Fareste questo?

Dalassiaud                    - Avete una voce che deve dire benis­simo: grazie!

Bernardina                    - Sul serio ci prestereste trentamila franchi?

Dalassuud                     - Parola d'onore.

Bernardina                    - Un minuto, scusate. (Entra precipitosa­mente nella camera. Adriana ne riesce subito).

Adriana                         - (vivamente, con slancio) Ah! Signore, ac­cetto con riconoscenza.

Dalassuud                     - (meravigliato) Va bene?

Adriana                         - Avete proprio detto che vi offrite a pre­starci trentamila franchi?

Dalassiaud                    - Alla madre di quel ragazzo, sì.

Adruna                          - Sono io, signore.

Dalassuud                     - Anche voi?

Adruna                          - Sì. Anch'io. Dopo la sua vedovanza, il signor Quercy si è risposato tre volte.

Dalassuud                     - Ai nostri giorni, la famiglia prende uno sviluppo fantastico!...

Adriana                         - Signore, accetto dunque con gratitudine la vostra generosa offerta.

Dalassuud                     - (freddo) Ve ne prego, signora. Conso­nanti dure, finali secche, despotismo...

Adriana                         - E poiché siete così gentile...

Dalassuud                     - Secondo le circostanze.

Adriana                         - Vi chiederò di più.

Dalassiaud                    - (inquieto) Cinquanta?

Adriana                         - No. Avete dei bambini?

Dalassuud                     - Ve l'ho già detto, signora.

Adriana                         - Non a me.

Dalassiaud                    - Giusto. Non ci sì raccapezza! Si, ho tre figlioli!

Adriana                         - Giovani?

Dalassiaud                    - Sui vent'anni.

Adriana                         - (amabile) Non si crederebbe nel vedervi!

Dalassuud                     - Non sono miei!

Adriana                         - (senza ascoltarlo) Ebbene, in nome di quei ragazzi, signore, vi chiedo di avere piena com­passione di Gilberto. Nessuna querela, nevvero?! Ma non basta. Occorre che suo padre non sappia niente, per cui bisogna tenere quel ragazzo nella vostra ditta, al medesimo posto.

Dalassiaud                    - Alla cassa?

Adriana                         - Sì.

Dalassiaud                    - Perché non mi chiedete addirittura una promozione!

Adriana                         - (con slancio) Ah: ecco quello che oc­correrebbe! Siccome quel ragazzo è un orgoglioso che dubita di sé, ciò gli comunicherebbe la fede che gli manca!

Dalassuud                     - Tuttavia, vi è una certa freschezza nelle vocali... recondita bontà...

Adriana                         - Ve ne prego, signore...

Dalassiaud                    - Ebbene, signora, senza giungere fin lì.., naturalmente... vedrò quello che potrò fare... ne riparleremo... e tornerò a riparlarne... con l'una o l'altra di voi... meglio con l'altra.

Adruna                          - Ah! Signore... (Si avvia verso la porta) Bernardina!  Matilde!  (Esse entrano) Venite a ringra­ziare il signor Dalassiaud. E' un uomo prezioso.

Dalassiaud                    - (guardandole) Ma... vi chiedo scusa... siete le tre signore del signor Quercy... Vivete insieme?

Adriana                         - [No, è assolutamente eccezionale.

Matilde                         - Un vero caso.

Dalassuud                     - Ebbene, signore, io... \(La porta si apre. Compaiono Joan e Agostina).

Agostina                       - La signora Bouvreuil.

Dalassuud                     - Anche questa è sua mamma?

Bernardina                    - No, tutt'altro.

Dalassiaud                    - Evidentemente, non bisogna abusare delle cose migliori. Ora sapete che avete cattivato la mia simpatia... vedrò quello che si potrà fare... intanto i miei ossequi, signore.

Bernardina                    - Siete molto gentile, signor Dalassiaud.

Dalassuud                     - Ah! Voi... avrei dovuto diffidare delle vostre « s »: tendenza all'ironia. (Esce).

Joan                               - (guardando le tre donne) Vorrei vedere la mamma di Gilberto Quercy.

Adriana                         - Siamo noi, signora.

Joan                               - Come?

Bernardina                    - Siete abbastanza in confidenza con Gil­berto per sapere che suo padre si è sposato diverse volte.

Joan                               - Ma... no...

Matilde                         - (delusa) Ah! Non vi parlava mai di sua madre?

Joan                               - Sì, ma... senza entrare nei particolari.

Adriana                         - Avrebbe avuto troppo da fare.

Bernardina                    - Cosa volete! Ai nostri giorni i ragazzi cambiano di madre come una volta cambiavano di balia!

Adriana                         - Ma, accomodatevi, signorina, ve ne prego.

Joan                               - (rettificando) Signora!

Matilde                         - Ah! Siete sposata?

Joan                               - Lo sono stata.

Adriana                         - Anche voi?

Bernardina                    - Si divorzia in tutti i continenti.

Joan                               - Il mio matrimonio non è stato quello che avrebbe dovuto essere. Mia madre l'aveva pur detto: « Dovresti rimanere saggia fino al tuo primo amante ». Ma si è giovani, non si ha la pazienza d'aspettare: mi sono sposata.

Bernardina                    - Ma da quell'epoca avete rimediato!

Joan                               - Sì.

Bernardina                    - I municipi sono delle specie di stazioni in cui si distribuiscono, per il matrimonio, dei biglietti di andata e ritorno.

Joan                               - Ma poi l'essere stata sposata finisce sempre per fare un bell'effetto. Non si è costrette a dire con chi.

Adriana                         - Sarà, ma... volete che si parli un po', signora? Prima di tutto, vi ringrazio di aver risposto alla nostra chiamata.

Joan                               - (graziosamente) Ma, signora, io faccio sempre questo con piacere.

Matilde                         - Come «sempre»?

Joan                               - Sì, generalmente, ho un giorno di conversa­zione con la madre dei miei amanti. Così, quando stavo con Massimo di Valdonne-Luce... egli voleva a tutti i costi sposarmi. Sua madre non ci teneva affatto. Essa mi ha chiamata a casa sua, abbiamo avuto una breve conversazione. Vi ho messo della buona volontà (scan­dendo un po’ le sillabe anche lei).

Adriana                         - Davvero?

Joan                               - E le cose si sono messe a posto benissimo. Con Giorgio Messon, era diverso. La sua famiglia voleva fargli sposare una fanciulla ricca, io non avrei voluto che mi lasciasse. [Ma sua madre è venuta a trovarmi. Abbiamo avuto una piccola conversazione...

Bernardina                    - Dello stesso genere.

Joan                               - Press'a poco.

Bernardina                    - E le cose si sono messe a posto be­nissimo?

Joan                               - (con un placido sorriso)  Sì.

Bernardina                    - (alle altre) E’ una specialista!

Adriana                         - Dunque, signora, oggi dovete sentirvi molto a vostro agio.

Joan                               - Ma... no... Perché al solito, questa piccola conversazione... (essa le guarda successivamente) è più intima.

Matilde                         - E’ la stessa cosa. Noi siamo una sola madre divisa in tre ed è in presenza di una sola madre che voi vi trovate.

Bernardina                    - Uno specchio a tre luci. Ecco tutto.

Joan                               - Ho piuttosto l'impressione di essere davanti a un tribunale. (Infatti le tre donne stanno dietro il tavolo come un giudice e i suoi due assessori. Adriana è in mezzo).

Matilde                         - Non chiediamo di meglio che di assolvervi.

Joan                               - Ah, signora! (Essa si slancia e la sua intona­zione, suo malgrado, (è un po' quella di chi recita; si sente che non è la prima volta che dice ciò) Io so che, per una madre, una donna che suo figlio ama è sempre un po' una criminale. se voi m'avete chiesto di venirvi a trovare...

Matilde                         - Non sono stata io.

Joan                               - Scusate... (Ad Adriana) Se mi avete chiesto di venirvi a trovare...

Bernardina                    - Sono stata io.

Joan                               - Se mi avete chiesto di venirvi a trovare, è stato un po' senza dubbio per la curiosità di vedere come era la vostra nemica. Capisco il vostro sentimento, signora. Voglio dire: signore. Ma è ingiusto. Senza co­noscervi, ho sempre provato per voi della venerazione (si rivolge a Bernardina).

Bernardina                    -Credo che voi mi stiate invecchiando.

Joan                               - Ah! Già... scusate... (Si rivolge a Matilde) Della venerazione e... riflettete, signora, io non potevo amare vostro figlio... (Ad Adriana) Sì, dico il vostro... senza amare un po' voi stessa. Se egli è quello che è, lo deve al modo in cui l'avete educato...

Matilde                         - E' stata la signora a educarlo.

Joan                               - (che perde sempre più le staffe) Ah!... quella squisita sensibilità che è in lui, è a voi che...

Adriana                         - Noi comprendiamo quello che volete dire.

Joan                               - E’ vero? Ad ogni modo, siate sicure che io non sono di quelle donne che cercano di allontanare un giovanotto dalla sua famiglia. Anzi, io non ho mai tollerato che in mia presenza egli parlasse di sua madre con leggerezza. Gli ho sempre detto: «Rispettate vostra madre. Ne abbiamo una sola... ».

Matilde                         - Egli non ha dovuto credervi.

Joan                               - (confusa) Ah, già. (Seccata) Non so più quello che mi dico.

Bernardina                    - Eppure, avete l'aria di conoscere bene la vostra parte. E la recitate benissimo. Sono sicura che ha dovuto fare molta impressione sulla signora Di Valdonne-Luce e sulla signora Messon. Ma qui, per forza, fa meno effetto.

Joan                               - E' la prima volta che mi trovo in una situa­zione simile.

Bernardina                    - Tuttavia è una scena alla quale siete avvezza. (Alle altre) D'altra parte, la signora è deliziosa. Non è vero? Questa miscela di scaltrezza e d'ingenuità è una cosa gustosissima.

Joan                               - Ci si smarrisce! Spesso ho avuto a che fare con delle madri, ma una per volta!... mentre si parla alla prima, se ne sente una seconda che non ve ne perdona una. Ho l'impressione di battermi a tre contro una.

Matilde                         - E' il minimo che occorre per vincere un amore.

Joan                               - (brontolando) Basta, ditemi quello che volete da me!

Adriana                         - Certo. (Come se non volesse mettervi im­portanza) Oh, ma che bell'anello!  Brillanti e zaffiro.

Bernardina                    - (che capisce) Precisamente.

Adriana                         - Meraviglioso!

Joan                               - (contenta) Sì, non c'è male!

Adriana                         - (senza darvi peso) Permettete? (Come se volesse meglio vederlo, lo toglie dal dito di Joan e lo guarda) E' quello che Gilberto vi ha regalato?

Joan                               - (bruscamente inquieta) Eh!...

Bernardina                    - Sì, proprio, brillante e zaffiro.

Adriana                         - (repentinamente rude) Ma, sapete, signo­rina che...

Joan                               - (rettificando) Signora.

Adriana                         - Signora, ma sapete che Gilberto ha vo­luto uccidersi per voi?

Bernardina                    - Fra altre cose.

Joan                               - No, non sapevo

Matilde                         - Non leggete dunque i giornali?

Joan                               - Sì, (quando qualcuno mi dice che vi si parla di me.

Bernardina                    - E’ vero. Premio di eleganza automo­bilistica.

Adrlana                         - E sapete anche che, per offrirvi quest'a­nello... (essa lo prende, Joan porge la mano, Adriana ritrae la sua) egli aveva preso trentamila franchi nella cassa del suo principale.

Bernardina                    - Non avevate bisogno di dirle ciò.

Adriana                         - Per farle capire la sua responsabilità.

Bernardina                    - Se ne deve proprio infischiare, è vero?

Joan                               - Se tutte le volte che sì riceve un regalo, bi­sogna chiedersi da dove viene il denaro!

Adriana                         - Carina, questa! (Rude) Basta, quello che noi aspettiamo da voi...

Matilde                         - (imponendo silenzio ad Adriana e con mag­gior dolcezza)...è di aiutarci a guarirlo... e a dimen­ticarvi...

Adriana                         - (intimandole a sua volta il silenzio e mo­strandole una lettera), Aggiungo che, se voi non c'im­piegaste una sufficiente buona volontà, non esiterei a far recapitare al vostro protettore ufficiale, al quale senza dubbio garberebbe poco, questa vostra lettera che ho rinvenuta nelle tasche di Gilberto.

Joan                               - Oh! (Essa si volge verso Bernardina come per chiederle aiuto).

Bernardina                    - Ed io aggiungo che bisogna che voi prestiate gentilmente il vostro aiuto.

Joan                               - (timidamente) Gentilmente il mio aiuto...

Bernardina                    - (sorridendo) Sì, gentile e gratuito.

Joan                               - (desolata) Ah, sono capitata bene, io!

Adriana                         - Siamo d'accordo, signorina?

Joan                               - (rettificando) Signora.

Adriana                         - Siamo d'accordo, signora?

Joan                               - Non sono alla vostra altezza.

Bernardina                    - Rimane da sapere come si può far­gliela dimenticare. (A Matilde) Ma lei è la sua amante?

Matilde                         - No.

Bernardina                    - (con stupore a Joan) Oh, perché mai?

Joan                               - Io non faccio questo che in casi estremi.

Bernardina                    - E allora fatelo! (Alle altre) Quando lei sarà tale, non desiderandola più, egli dimenticherà...

Matilde                         - (con una smorfia) Ma perché questa cosa inutile?

Adriana                         - E' ripugnante!

Joan                               - Oh!

Matilde                         - Basta dargli qualche speranza, poi, a poco a poco

Adriana                         - Facendogli intendere gentilmente ragione...

Bernardina                    - (indicandola col braccio) Vi pare ra­gionevole?

Joan                               - Oh!

Bernardina                    - Vi assicuro che il mio mezzo è il più sicuro. Che egli si trastulli una volta o due con lei, e ne sarà completamente disgustato... (A Joan) Non vi pare?

Joan                               - Oh, io farò quello che vorrete!

Adriana                         - Ad ogni modo, quello che occorre, è che essa gli mandi subito una lettera; una parola di con­forto...

Matilde                         - Già, è quello che aspetta. Tende l'orecchio ad ogni scampanellata.

Adriana                         - Una parola un po' calda, un po' d'inna­morata... che gli dica che solo in quel momento, essa ha saputo del suo suicidio.

Joan                               - E' vero.

Bernardina                    - Ci sarà dunque qualcosa di vero nella lettera.

Adriana                         - Per esempio, potreste dire questo: scri­vete: «Mio caro Gilberto...».

Matilde                         - No, mi sembra preferibile... Piccolo mio...

Bernardina                    - (alza le spalle e detta anche lei) Tesoro

Joan                               - Ma che cosa debbo scrivere esattamente?

Bernardina                    - Sarebbe forse meglio lasciarla libera nella sua ispirazione.

Joan                               - Potrei mandarvene prima l'originale.

Adriana                         - Sì.

Joan                               - In tre copie?

Adriana                         - (ad un tratto) Zitte! (Indica la porta).

Matilde                         - (socchiudendo la porta) E' il dottore che se ne va.

Adriana                         - Ritenzione; adesso Gilberto può entrare.

Matilde                         - Se la vede tanto meglio; la sua presenza è preferibile ad una lettera.

Adriana                         - Forse. sapete quello che bisogna dirgli?

Bernardina                    - Ne fra l'abitudine.

Adriana                         - Del resto, ascolteremo dietro la porta.

Matilde                         - (socchiudendo la porta e chiamando piano) Agostina! ... (Agostina entra) Agostina, appena saremo uscite, direte al signor Gilberto che c'è nel salotto una signora che chiede di lui.

Bernardina                    - La signora Bouvreuil.

Agostina                       - Sta bene, signora.

Adriana                         - (alle altre) Venite.

Joan                               - Non mi restituite il mio anello?

Adriana                         - Un anello pagato a quel modo? Ma signo­rina, non pensateci neppure.

Joan                               - Ah, già. (In disparte) Com'è tirchia quella lì! (Joan e Agostina aspettano che le tre donne siano uscite. Finalmente Agostina si reca a bussare alla porta di Gil­berto).

Voce di Gilberto           - Ah!... (Pausa) Dite che non ricevo. (Agostina rinchiude la porta. Joan è stata piantata sola. La porta di fianco si apre e le tre ricompaiono).

Le tre Donne                 - Oh!

Joan                               - (a mezza voce) Allora, che faccio?

Adriana                         - Andatevene!

Joan                               - Ah, che bella serata! (Essa si avvia verso la porta dopo un salutino del capo che esse contraccambiano pure col capo).

Adriana                         - Arrivederci, signorina.

Joan                               - (rettificando il malumore) Signora, (fissa si guarda la mano senza anello ed esce sbatacchiando la porta. Senza dubbio è quel rumore che ora fa comparire Gilberto sulla soglia della sua stanza).

Gilberto                         - Siete qui? No, non l'ho ricevuta. Vi stu­pisce? Dunque avete creduto che amassi quella donna? (Indicando Matilde col capo) Essa vi ha detto questo? Sì, sì, vi siete ripetute le une alle altre quello che vi ho raccontato. Me l'immaginavo... (Bruscamente rabbioso) II male è che tutto ciò è una frottola. Oh... ho detto a cia­scuna quello che poteva rendermi interessante ai suoi occhi!

Matilde                         - Come? Tu non hai?...

Gilberto                         - Frottole ripeto! (Con crescente collera) Io non mi vergogno d'aver rubato trentamila franchi; io me ne frego di non essere qualcuno e non è quella sgual­drinella che conta. Sapete perché mi sono ucciso? Perché ero ubriaco. Eccola, la verità!... (Urla questo a loro in pieno viso, poi fa dietro front ed entra nella sua camera sbatacchiando l'uscio).

Adriana                         - Non è vero.

Bernardina                    - No, non è vero.

Matilde                         - So bene che non è vero.

Adriana                         - Si vergogna di quello che ci ha confidato. Perché, nel ripetercelo, noi l'abbiamo tradito...

Bernardina                    - Perché siamo in tre!

Matilde                         - E noi tre non riusciamo a fare una madre. (Un silenzio. Ad un tratto, ascoltando) Piange! (Con lo stesso impeto, esse si slanciano tutte e tre si fermano).

Adriana                         - (con dolcezza, a Matilde) Andateci voi.

Bernardina                    - Sì.

                                      - (Matilde si avvia verso la porta e tenta dì aprire).

Matilde                         - (desolata) Oh! Ha chiuso la porta a chiave! (Essa torna piano piano e si pone accanto ad esse. For­mano lo stesso gruppo del secondo atto e guardano la porta; ma questa volta sono desolate e più vicine una all'altra. Lentamente cala il sipario).

Fine del terzo atto

ATTO QUARTO

 (La stessa scena. Ma i mobili hanno ancora mutato posto. Gilberto è solo in iscena. Un momento, poi entra Agostina con una lettera in mano).

Agostina                       - Una lettera per voi.

Gilberto                         - (un po' commosso) Ah! (Ha preso la let­tera e la guarda uro momento).

Agostina                       - Non era affrancata; ho dovuto pagare ben sei soldi di soprattassa.

Gilberto                         - Ah! (Egli guarda sempre la lettera e la distrugge senza leggerla).

Agostina                       - Se era destinata a quell'uso potevo respin­gerla!

Gilberto                         - Sei soldi... per rendersi conto che si può ridurla a: questo... è per niente.

Agostina                       - (brontolando e tornando verso la porta) E' uno sperpero!

Gilberto                         - (fermandola) Dimmi, dove sono?

Agostina                       - Due sono uscite insieme!

Gilberto                         - Dove sono andate?

Agostina                       - Dove volete che vadano due donne? In un negozio.

Gilberto                         - (sorride) Oh! Allora sono andate a com­prarmi qualche cosa.

Agostina                       - SE la terza è in cucina. Mi sta di nuovo fra i piedi, come una volta!... Ebbene, io vi prevengo di una cosa: sono rimasta qui nell'intervallo dalla prima alla seconda, e dalla seconda alla terza, ma se debbo averle tutte e tre insieme, me ne vado! Poiché... capirete.,.

Gilberto                         - (interrompendola con dolcezza) Capisco benissimo! (Si suona).

Agostina                       - Eccole che ritornano. Mi pare strano di sentirle suonare; hanno sempre avuto la chiave!

Gilberto                         - A loro parrà anche più strano. (Agostina esce. Gilberto è solo e guarda i pezzettini della lettera lacerata ed è tentato dì raccoglierli. Si ravvede e li re' spinge con un calcio).

Agostina                       - (rientrando) Non è lei, è il vostro amico Batilly. (E’ comparso Batilly).

Gilberto                         - Ah! (Sembra un pò imbarazzato) Buon giorno, vecchio. (Agostina esce).

Batilly                           - (alquanto commosso) Ah! sono contento di vederti... di vederti così...

Gilberto                         - (ribattendo) Vivo, eh?

Batilly                           - (fa segno di sì con la testa, poi) Ho trovato la tua lettera a casa soltanto stamattina, sai... ero in Week-end... ho visto dal bollo che era arrivata da quat­tro giorni...

Gilberto                         - Sì, l'avevo scritta un'ora prima.

Batilly                           - Sono accorso subito. (Piccola pausa).

Giberto                          - Debbo aver l'aria molto ridicola.

Batilly                           - (protestando) Oh!

Gilberto                         - Sì. Aver annunciato che si sta per ucci­dersi ed essere ancora in vita, è ridicolo. Tanto più che, se ben mi ricordo, nella mia lettera ti annunciavo la mia fine, in termini un po'... esaltati...

Batilly                           - Vuoi che te la restituisca?

Gilberto                         - Preferirei.

Batilly                           - Eccola.

Gilberto                         - Grazie. (Sono un po' commossi tutte e due. Gilberto distrugge la lettera,. Ora si sente liberato da un peso) Ma t'avevo lasciato erede dei miei libri che sono lì dentro. Venivi forse soltanto per raccogliere la tua eredità?

Batilly                           - (dandogli un buffetto) Stupido!

Gilberto                         - Non ho cambiato idea, sai; sono destinati a te... soltanto confesso che fin che sarò in vita mi spia­cerebbe di separarmene... per cui, aspetta un po'...

Batilly                           - Fa tutto il comodo tuo.

Gilberto                         - Non ho più nessuna fretta. Perché, sai, non ho affatto voglia di ricominciare.

Batilly                           - Bravo!

Gilberto                         - Bisogna aver provato ad uccidersi per rendersi conto quanto le cose per le quali si era tentato di sopprimersi, avessero poca importanza. (La porta si apre) Cosa c'è? ^Matilde comparisce e guarda Batilly).

Matilde                         - Oh! Scusate!

Gilberto                         - (un po' seccato) Sono con un amico. Per­metti? (Batilly saluta).

Matilde                         - Non sapevo. Non disturbatevi... (Esce).

Gilberto                         - Lo sapeva. Agostina glielo aveva detto. Ma ha voluto vedere la tua faccia.

Batilly                           - Chi è?

Gilberto                         - Ti ho detto che mio padre si era sposato tre volte... senza contare la mamma. Essa è una delle tre. E’ la più anziana.

Batilly                           - Ah, è tornata?

Gilberto                         - Ma sono tornate tutte, vecchio mio... Ciò è d'altronde molto lusinghiero per me. sono molto amato.

Batilly                           - Sono accorse perché han saputo del tuo suicidio?

Gilberto                         - Sì, proprio per questo. Finora non si erano mai fatte dei torti nel mio spirito: si succedevano l'una all'altra. Ma insieme, si fanno concorrenza!... Mi riven­dicano tutte e tre... e tutte hanno ragione allo stesso mo­do... ciò mi costringe a pensare che non appartengo sul serio a nessuna di esse.

Batilly                           - Un po' per una.

Gilberto                         - Sì, appunto, un po'. E un po' non è nulla. (Pausa). Nel vederle così numerose, mi manca qualche cosa.

Batilly                           - Che cosa?

Gilberto                         - La mamma. (Pausa) Poi, quando s'arriva alla nostra età, eh, viene il momento in cui l'amore di una madre diventa un giogo!... Lo si sopporta con un po' d'impazienza. Ma se poi sono tre, caro mio! Diventa una coalizione! Esse non mi hanno lasciato solo neppure un secondo. Montano per turno la guardia intorno a me.

Batilly                           - La famiglia.

Gilberto                         - Quando il carceriere è sempre lo stesso, ci si fa il callo. Ma quando la sentinella muta ci si sente maggiormente prigioniero... (Indicando la porta da dove poco prima è apparsa Matilde) Hai visto poco fa? (Dall’altro lato la porta si apre) To', ecco l'altra. (Egli grida a Bernardina che comparisce) Non sì entra! Occupato!

Bernardina                    - Ma io non voglio disturbarvi. Sono sola­mente in cerca del mio pacchetto di sigarette. Buon­giorno, signor Batilly.

Batilly                           - Buongiorno, signora.

Gilberto                         - Il tuo pacchetto non è qui. Lasciaci chiac­chierare.

Bernardina                    - Ma com'è gentile! (Essa esce).

Gilberto                         - E c'è una terza porta: fra un momento vi vedrai apparire la terza.

Batilly                           - Non mi riesce di compiangerti del tutto.

Gilberto                         - Perché?

Batilly                           - Perché io... il babbo ha ucciso la mamma e si è suicidato dopo...

Gilberto                         - Oh!

Batilly                           - Si volevano bene... erano gelosi uno dell'altro... si bisticciavano sempre... liti tremende... poi ab­bracci... Avevo sei anni. Ho sentito spesso i domestici dirsi fra loro: « Un giorno o l'altro il signore accopperà la signora... se non lo accoppa prima lei...». Una notte... erano rincasati molto tardi... han cominciato a litigare; sentivo tutto dalla mia stanza. Ad un tratto, ho udito la detonazione... ed ho pensato: «Quale dei due, mio Dio, quale dei due? ». Poi dopo ci fu un'altra detonazione. Erano stati tutti e due.

Gilberto                         - Oh!

Batilly                           - Allora, vedi, il mio caso è anche peggiore. (Pausa).

Gilberto                         - Come la famiglia è diventata difficile! (Pattsa).

Batilly                           - Non avevo mai raccontato ciò a nessuno.

Gilberto                         - (commosso) Ti ringrazio.

Batilly                           - Almeno tu mi avevi mandato una lettera!

Gilberto                         - Allora siamo pari! .

Batilly                           - Oh, sai, credo che siamo in molti nello stesso caso. (Rumore).

Gilberto                         - Questa è la porta. E' la terza. La sentinella che viene a dare il cambio. Vieni nella mia camera. Si starà più tranquilli. (Entrano nella stanza. Quasi con-temporaneamente la porta del fondo si apre e comparisce Michele in abito da viaggio, con una valigia in mano. Agostina comparisce).

Agostina                       - Oh, è il signore!

Michele                         - Sì.

Agostina                       - (guarda tutte le porte) Ah, questa poi...

Michele                         - (di cattivo umore) Che c'è? Sono ingial­lito? E' l'aria del mare. Andate giù a pagare il tassì. Mi restano delle dracme e delle lire ma neanche un franco.

Agostina                       - (dopo un'esitazione) Sì, signore. (Esce).

 Michele                        - (frugandosi ancora le tasche) Sempre più intontita, povera vecchia. (Ad un tratto) No! Agostina! Aspettate! Ho trovato qualche franco. Se ne è già andata. Non può aspettare un attimo. Che casa! (Entra con la valigia in mano a sinistra. Dalla porta centrale, com­paiono le tre donne).

Adriana                         - Ma no, il suo amico non se ne è andato. Li sento ancora chiacchierare!

Matilde                         - Eppure mi sembra di aver inteso la porta. (Esse stanno per installarsi come all’inizio del secondo atto. Matilde piglia il suo uncinetto. Adriana il suo libro. Bernardina la sua sigaretta).

Adriana                         - Chi è quel Batilly? E' una amicizia che può dare affidamento?

Bernardina                    - E' un ragazzo molto serio. Studia per essere notaio.

Adriana                         - Questo non vuol dire che sia una cosa rassicurante,

Bernardina                    - E' il suo miglior amico.

Adriana                         - E Ruggero Natal?

Bernardina                    - Non –gliel’ho mai sentito nominare.

Adriana                         - (delusa) Ah!

Matilde                         - Una volta, il suo amico intimo era Lu­ciano Sene, il piccolo Lulù... un ottimo ragazzo tondo tondo. (Essa si guarda intorno) Ah!

Adriana                         - Che c'è?

Matilde                         - Cercavo il canapé!

Adriana                         - Sono stata io ieri sera. Mi seccava che fosse in questo salotto, mi dava fastidio... prima non c'era... (Esse sì sono sedute tranquillamente).

Bernardina                    - Ma... non vi disturba venire qui così?... Non siete sposata?

Adriana                         - Infatti, ciò non garba a mio marito. Mi lascia fare perché è un gran bravo uomo. Non si capa­cita come mai io possa rimanere legata a quel ragazzo che per me non è nulla, dice lui. Nulla, capite, ma vi pare?

Matilde                         - E' il seno che sogna sempre del capo che si è appoggiato su di lui

Adriana                         - Quel ragazzo...

(Tutte e tre sono immerse in piena fantasticheria: una tenendo il suo libro, l’altra la sua maglia, l’altra la sua sigaretta. Entra Michele. sempre con la valigia in mano. Nel vedere quel quadro, ha uno scatto).

Michele                         - Eh?

Esse                               - Ah!

Michele                         - Ma davvero?

Adriana                         - Sì. Tu non sogni, sono tutte le tue mogli.

Bernardina                    - Una rassegna retrospettiva.

Michele                         - E che cosa volete da me?

Matilde                         - Da te? Nulla!

Bernardina                    - Oh, proprio nulla. Michele - Ma allora che cosa fate qui?

Adriana                         - Siamo qui per tuo figlio.

Bernardina                    - Gli è capitata una... (Un rapido sguar­do fra loro tre).

Matilde                         - (pronta) Un incidente.

Bernardina                    - Si è ferito pulendo una rivoltella.

Adriana                         - Ma rassicurati, è fuori pericolo.

Michele                         - Ah!

Matilde                         - E quando l'abbiamo saputo, ci siamo pre­cipitate.

Michele                         - Tutte e tre?

Adriana                         - A tutte noi l'hai offerto, al nostro amore!

Bernardina                    - Avresti voluto che lo si giocasse a te­sta e croce?

Matilde                         - Se ti avessimo saputo al suo capezzale non saremmo venute. Ma tu eri in viaggio!

Michele                         - (di malumore) Ho pure il diritto di viag­giare!

Adriana                         - Avevi lasciato quel ragazzo solo...

Michele                         - Non è più un bambino!

Matilde                         - Eccone la prova!

Michele                         - Gli ho dato delle madri fino a diciotto anni; non basta?

Matilde                         - Non deve mai bastare!

Michele                         - Dov'è quello sbadato?

Adriana                         - Nella sua stanza; ma è con un amico!

Michele                         - E' a letto?

Bernardina                    - No, la sua ferita è quasi guarita.

Michele                         - Ebbene, vi ringrazio di essere venute e vi chiedo scusa se, mio malgrado, vi ho fatte incontrare. Ciò ha dovuto essere molto penoso.

Adriana                         - Un po' il primo giorno.

Michele                         - Come? Dura già da parecchi giorni?

Bernardina                    - E' il terzo.

Michele                         - Ah! (Entra Agostina).

Agostina                       - Ho pagato il tassì, il tassametro segnava 17,50. Ho dato venti franchi. E' troppo signore?

Adriana                         - Altro che troppo! (Rettificando) Ma ciò non mi riguarda.

Agostina                       - (a Matilde) Nello stesso tempo ho por­tato di sopra il giornale di mode che la signora mi aveva detto di comperare.

Matilde                         - Grazie, mettetelo nella mia stanza. (Ago­stina esce).

Michele                         - (sbalordito) La tua stanza?

Matilde                         - Oh, è la camera dei forestieri.

Michele                         - Dormi qui?

Matilde                         -Tutte le sere, tranne ieri in cui vi ha dormito Bernardina.

Michele                         - Come dici?

Matilde                         - Bernardina. Non si chiama così?

Michele                         - Sì, sì. Ma... vi siete installate qui tutte e tre?

Adriana                         - Ma sicuro.

Matilde                         - Non hai dunque capito che tuo figlio era in pericolo?

Michele                         - Fate... fate, colazione insieme?

Bernardina                    - No, ma pigliamo il tè.

Michele                         - E' già una cosa carina.

Adriana                         - Se tu volevi che ne tornasse soltanto una, non bisognava sposarne tre!

Michele                         - Naturalmente, tu ricomincerai a strillare!

Matilde                         - Ha ragione. E' colpa nostra?

Bernardina                    - Siamo in un secolo dove non c'è più individualità. Anche la maternità diventa un lavoro a serie.

Michele                         - Benissimo. E allora, vi ringrazio... tutte e tre! A proposito, vi chiedo scusa... se non vi ho salu­tate. Lo stupore, capite. Come stai? E tu? E tu?

Adriana                         - Benissimo.

Matilde                         - Grazie.

Bernardina                    - Come vedi.

Michele                         - Non sei risposata? E tu? E tu?

Adriana                         - Perché ti credi obbligato di rivolgerci la stessa domanda?

Michele                         - Per galanteria. Debbo altrettanto interesse alle une e alle altre! So quanto le donne in queste cose sono suscettibili. Ma se volete che si stabilisca che cia­scuna delle mie domande valga per tutte e tre, ciò sem­plificherà evidentemente la conversazione.

Adriana                         - (dopo avere alzato le spalle) A te sì, po­tremmo chiedere come stai? La tua cera non mi sembra molto bella. (A Bernardina) Ai vostri tempi era già così?

Bernardina                    - Niente affatto. Sarà a causa del suo viaggio.

Matilde                         - (con malizia) Mi sembra di ben cattivo umore.

Adriana                         - Non ha forse tratto da quella piccola cro­ciera tutto il piacere che si era ripromesso?

Matilde                         - Pare. Pare!!

Bernardina                    - Son cose che possono anche succedere. (Esse sono tutte e tre ironiche allo stesso modo).

Michele                         - (furibondo) Ecco! Non mancava altro al mio viaggio! Nel tornare dicevo fra me e me: «C'è per lo meno una cosa che mi consola: questa: rincasando io non troverò al desco una donna che potrebbe accorgersi della faccia che ho! ». E ne trovo tre! (Esse ridono con discrezione). Ebbene, ebbene sì, giacché lo volete sapere, non ho ricavato da quella crociera tutte le cose pia­cevoli che mi ero ripromesse!

Bernardina                    - Guarda, guarda!

Adriana                         - Naturalmente, eri con una donna.

Michele                         - Nell'andata, sì.

Matilde                         - (sorridendo) Ah!!

Michele                         - Ti diverte, eh?

Matilde                         - E’ un ritorno di quel genere che ho desi­derato durante tutta la nostra convivenza.

Adriana                         - Avrei creduto che ciò mi facesse un pia­cere maggiore.

Michele                         - (meravigliato e un po' deluso) Ah!... Non mi chiedete maggiori particolari?

Bernardina                    - Oh sai, per noi ciò non ha più che un interesse relativo.

Michele                         - Per te non dico di no... ma Adriana... e Matilde poi!... Quando ricordo le scenate che mi face­vano l'una e l'altra.

Matilde                         - Vorresti forse che te le facessi ancora?

Adriana                         - Sì, non pensa che a lui!

Bernardina                    - Ma non è per te che siamo qui; è per Gilberto.

Adriana                         - Caso mai è Gilberto che ci interessa!

Michele                         - ((furibondo) Gilberto! Gilberto! Già, si capisce!?.,. Qui è sempre stata questione di Gilberto!... Se ero un po' di buon umore, la sera, se alzavo un po' la voce, se avevo voglia di scherzare, tu mi dicevi: «Ma insomma taci, sveglierai Gilberto! ». (Egli sì rivolge ad Adriana, poi si riprende e indica Matilde) No, non eri tu che mi dicevi questo, era lei!... E quando volevo an­dare a teatro tu mi dicevi: «Non pensarci nemmeno; non si può lasciare solo Gilberto!». (A Bernardina) E tu... (Alle due altre) Scusate. (A Bernardina) Non po­tevo neppure abbracciarti perché se Gilberto ci avesse sorpresi, ciò avrebbe potuto offenderlo... Si andava a trascorrere le vacanze solo nei paesi che potevano far del bene a Gilberto. E quando Gilberto aveva male al pancino seguivamo il regime! Ho avuto un bel cambiar moglie, è sempre stato lo stesso. Non c'è stato nulla che non fosse per il signor Gilberto. (Mutando improvvisa­mente intonazione) Ma che cosa gli è capitato?

Matilde                         - (pronta) Nulla.

Bernardina                    - Una sciocchezza.

Adriana                         - Una sbadataggine. (Una pausa. Egli le guarda).

Michele                         - Ecco! Anche questa è la stessa cosa. Ora mi fate respirare tutte e tre la stessa aria che mi avete fatto respirare una per volta!... L'aria del sotter­fugio, della piccola complicità materna... Eh?... Non bi­sogna che il babbo lo sappia! Ed io mettendo la chiave nella serratura annusavo subito la verità: nella giornata era successo qualche cosa che non dovevo sapere... ma che poi indovinavo quasi sempre... o  se l'era fatta nei pantaloncini, o aveva avuto uno zero in istoria, o era rin­casato alle quattro del mattino; ed io facevo sempre il finto tonto. Un po' per gentilezza, un po' per egoismo, Ebbene: oggi è la stessa cosa. Egli ha fatto qualche cosa e gli avete promesso di nascondermela.

Matilde                         - Ma no, via!

Bernardina                    - Sei pazzo!

Adriana                         - Che idee! (L’han detto tutte e tre quasi contemporaneamente).

Michele                         - Anche quel grido lo riconosco, ma prefe­risco dirvi che non mi persuade. suvvia, che cosa ha fatto? Chi sarà quella che me lo confesserà?

Matilde                         - Ma che cosa immagini?

Adriana                         - Ma ti ripeto un'altra volta...

Bernardina                    - Un incidente come ne capitano ogni giorno...

Michele                         - Nessuna? Sta bene, allora, ve ne prego, la­sciatemi chiacchierare un po' con quel ragazzo.

Matilde                         - (pronta) Spero che non vorrai tormentarlo con delle domande.

Michele                         - Te ne prego.

Adriana                         - E’ un ferito; ha bisogno di calma.

Michele                         - Vedrò.

Bernardina                    - Oh, lascialo dunque in pace, quel ra­gazzo!

Michele                         - Vi domando scusa, ma non siete più mia moglie...

Adriana                         - E' giusto. (Escono lentamente tutte e tre).

Michele                         - (chiamando) Gilberto!

Gilberto                         - (entrando) Oh, buongiorno, papà! (E’ contento ed imbarazzato nel contempo).

Michele                         - Buongiorno, figliuolo! (Si abbracciano, poi Gilberto vuol ritirarsi) No, no, rimani lì. Approfittiamo del fatto che siamo nelle braccia l'uno dell'altro, se no, occorrerebbe chissà quanto tempo e non so quante pa­role per ritrovarci così!... c'è sempre quel benedetto pu­dore maschile!... eppure, il posto è buono e ci vuol tanta fatica per arrivarci!

Gilberto                         - E' soprattutto difficile rimanervi.

Michele                         - (corrugando le ciglia) Perché mi dici questo? Perché hai cambiato spesso di braccia? (Fa un cenno del capo verso la porta dietro la quale sono le donne).

Gilberto                         - Anche per questo. (Egli vuol ritrarsi).

Michele                         - Rimani qui!... (Rudemente) Ti prego di rimanere nelle mie braccia. Perché ridi?

Gilberto                         - Non ne ho voglia, ma hai un certo modo di dirmelo.

Michele                         - Sì, te lo dico malissimo perché sono di cattivo umore! Ma non importa! Ragazzo mio, ho visto ora... le tue... insomma, sì...

Gilberto                         - Sì.

Michele                         - Fra parentesi, è una piccola riunione alla quale non mi aspettavo.

Gilberto                         - Non le ho chiamate io, sai?

Michele                         - Oh, io sono ben sicuro che sono venute da sole!

Gilberto                         - Debbo sempre restare qui?

Michele                         - Sicuro!... Esse non hanno potuto tacermi che tu eri ferito... senza di che la loro presenza, qui, non si sarebbe spiegata. Ma non mi hanno detto altro.

Gilberto                         - [Sono di una signorile discrezione!

Michele                         - Ma ciò non mi basta, ben inteso. Fino ad oggi, quando avevi fatto qualche sciocchezza, io accet­tavo volentieri che questa rimanesse fra voi... ma, ora, non posso più... perché esse non sono più qui. Non ci siamo più che tu ed io soli... capisci?

Gilberto                         - Sì.

Michele                         - Perciò debbo sapere quello che ti è ca­pitato.

Gilberto                         - Oh, è semplicissimo; ho voluto uccidermi perché ho rubato trentamila franchi per una donna!

Michele                         - Oh! (Le sue braccia che avvincevano Gil­berto ricadono).

Gilberto                         - Sei tu che m'hai lasciato andare!

Michele                         - Oh!

Gilberto                         - Avevano forse ragione di volertelo na­scondere, vedi. Ma, ad ogni modo, te l'avrei detto io!

Michele                         - Hai voluto ucciderti?

Gilberto                         - (sorridendo) Ah!

Michele                         - Cosa c'è?

Gilberto                         - E' del mio suicidio che parli prima?

Michele                         - Si capisce.

Gilberto                         - Non l'avrei mai creduto.

Michele                         - Non sono dunque tuo padre?

Gilberto                         - Non è più grave aver rubato?

Michele                         - Sì, 'è grave. Ma non è irrimediabile. Ed io rimedierò. Mentre l'altra cosa...

Gilberto                         - Sono contento che tu mi dica questo.

Michele                         - Non sono mica il vecchio Orazio, sai! (Egli si allontana, si volta, lo guarda).

Gilberto                         - (amaro) Sì, tutto questo è tuo figlio!

Michele                         - ,Non dire sciocchezze!

Gilberto                         - Infatti, è una sciocchezza dire che sono tuo figlio. Scusa.

Michele                         - Ah, non seccarmi, per giunta! ... Sono già abbastanza seccato, sai!

Gilberto                         - Capisco!

Michele                         - No, tu non capisci. Io sono seccato perché è... la quarta volta, che mi trovo dinanzi a te così... impacciato, disorientato, goffo. La prima volta, eri ap­pena nato, tua madre era morta... e tu avevi sempre bisogno di qualche cosa. E’ una cosa spaventevole, ma i bimbi hanno un modo solo di esprimersi... piangono... io mi chinavo sulla tua culla e mi dicevo: « Ma che cosa vorrà adesso? Ha fame o ha mal di pancia? ». Quando ti pigliavo fra le mie mani, avevo sempre paura di la­sciarti cascare. E quando mi saltava l'estro di fasciarti, diventavi qualcosa d'inaudito. Non eri più che una spe­cie di pacco postale, con delle spille di sicurezza dap­pertutto!... La seconda volta è stata quando Matilde se ne è andata... eravamo rimasti soltanto noi due a tavola; io ti guardavo e mi dicevo: «Ed ora che cosa ne faccio? Ha sette anni. Non posso metterlo in un collegio ». Per me, sai, il collegio è una pubblica assistenza per genitori ipocriti. Quando dovevo comperarti delle maglie di lana, ti dicevo: «Non ti manca nulla?». «No, papà», & Ti diverti? ». «Sì, papà». Ed avevi sempre l'aria annoiata. Mi chiedevo: «Che cosa penserà?». Tentavo di ricor­darmi di quello che pensavo io quando avevo sette anni e non ci riuscivo. Se tu sapessi come è seccante sentirsi impacciato davanti ad un bambino che si vorrebbe aiu­tare! E la terza volta, fu quando Adriana mi lasciò... e anche in quella circostanza io ero imbarazzato di fronte a quel ragazzone sghignazzante che aveva l'aria di can­zonarmi perché ero quasi altrettanto asino di lui in la­tino ein algebra! Ed eccoci alla quarta!... Mi trovo un'altra volta con te, solo solo e istupidito!... E di nuovo mi debbo dire: «Ma che cosa posso fare? Non lo so! Come potrò allevarlo io quel ragazzo?...». Poiché ciò che mi hai confessato ora prova una cosa sola: che la tua educazione non è compiuta!... Ma oggi è più grave!... Non ti posso più affidare a nessuno. Non posso fare affi­damento che su di me. E’ spaventevole...

Gilberto                         - (rialzando il capo, piano) Lo credi?

Michele                         - So io quello che c'è dietro quella fronte? Quello che bisognerebbe fare, quello che bisognerebbe dire? Io non ti conosco, ho avuto soltanto delle mogli, che mi hanno nascosto almeno le metà di te! Siccome esse non erano tua madre, si facevano uno scrupolo di denunciarmi le tue colpe. Per cui, tu sei tuttora per me misterioso ed imbarazzante come un bimbo appena nato... ho ancora l'impressione di averti nelle braccia come al­lora: quando non sapevo come cullarti!... Anche questo ti fa ridere?

Gilberto                         - Mi sembra di vederti quando mi tenevi fra le braccia.

Michele                         - Dovevo essere certamente buffo. (Con la stessa intonazione brontolona). Dunque, non hai pen­sato a me?

Gilberto                         - Quando?

Michele                         - Volendo ucciderti!

Gilberto                         - Sì, mi sono detto: « Se ne deve fregare altamente ».

Michele                         - Non hai pensato che m'avresti cagionato del dolore?

Gilberto                         - Sì, ma ho pensato che quel dolore sarebbe stato di breve durata.

Michele                         - Perché dici questo?

Gilberto                         - Beh!

Michele                         - Perché ho cambiato moglie spesso? Ma io non ho mai cambiato .figliuolo!

Gilberto                         - Non si può!

Michele                         - Lo dici tu. Basta averne altri. Avere figli di un secondo letto, è un modo come un altro di divor­ziare dai figliuoli del primo.

Gilberto                         - Allora, l'hai fatto apposta di non averne?

Michele                         - Vuoi che te lo dica? Non sono tanto le donne che ho sposato, quanto le madri che ti ho dato.

Gilberto                         - (stupito, commosso, un po' incredulo) Oh!

Michele                         - Quando ho sposato Matilde essa aveva trentatré anni. Era molto carina, ma credi forse che, se fosse stato soltanto per me, non ne avrei scelto una più allegra? Per Adriana, è stato lo stesso... Esitavo fra parecchie. Ho preso quella che poteva esserti maggior­mente utile.

Gilberto                         - (un po' malizioso) E Bernardina?...

Michele                         - Allora non eri più un ragazzetto, ed ho pensato maggiormente a me.

Gilberto                         - Ma se era soltanto per me, perché hai cambiato?...

Michele                         - Eh, perché non erano soltanto tua ma­dre, erano anche mia moglie... e allora che vuoi? Pen­savo a te, ma non sempre!... Certo, sarebbe stato pre­feribile limitarsi ad una sola, ma... è forse perché il matrimonio da noi ha perduto troppo della sua gra­vità. Si sa troppo che la porta non è chiusa a chiave: al primo bisticcio, si apre. Non ci si dà più la briga di essere pazienti. (Egli lo guarda) Ma... hai sofferto, tu, quando se ne sono andate?...

Gilberto                         - Non eccessivamente.

Michele                         - Vedi? Poiché non erano tua madre.

Gilberto                         - Ve ne sarebbe forse una - una qualun­que fra esse - che lo sarebbe diventata se fosse rimasta.

Michele                         - Ma hai sentito la mancanza di tua madre?

Gilberto                         - Per forza, durante gli intervalli. Il tempo di abituarmi alla seguente.

Michele                         - Voglio dire: della vera, quella che t'ha messo al mondo. Pensavi a lei?

Gilberto                         - Ogni volta che una di quelle se ne andava.

Michele                         - Perché?

Gilberto                         - Perché allora mi rendevo conto che non era la vera. (Pausa). Papà, se lei non fosse morta, avresti divorziato anche da lei?

Michele                         - Oh, no.

Gilberto                         - Ne sei sicuro?

Michele                         - Ma sì.

Gilberto                         - Io no.

Michele                         - Io neppure. Ma fa piacere crederlo, (Pausa).

Gilberto                         - Tu, l'hai avuta tua madre?

Michele                         - Sì.

Gilberto -                      - L'hai avuta sempre?

Michele                         - Ma sicuro.

Gilberto                         - Non è obbligatorio, sai?

Michele                         - Se tu l'avessi conosciuta, non penseresti ad intenerirti. La mia mamma? Sai? ho avuto da lei più sberle che moine! Bisognava rigar dritto e non dir una parola più forte dell'altra. Era vivace e se­vera. Quando avevamo fatto una birichinata ci costrin­geva a buttarci in ginocchio per chiedere perdono... Oh! la mia infanzia è stata una sequela di rimproveri, di ceffoni, di privazioni di frutta e di «messe in castigo»! A trent'anni non sapevo ancora mentirle senza arrossire. Però... Era bellissima. Indossava sempre degli abiti neri e ciò dava un risalto più implacabile al suo volto pallido.

Gilberto                         - Era così severa e tu ne parli con tanta tenerezza.

Michele                         - Oh, tenerezza, poi!

Gilberto                         - Sì. (Piano) Beato te!

Michele                         - (commosso) Piccolo mio... (Con dolcezza) Vuoi lasciarmi vedere quello che c'è nei tuoi occhi?

Gilberto                         - C'è una lacrima... eppure faccio tutto quello che posso perché non spunti.

Michele                         - Sei infelice?

Gilberto                         - Non c'è male.

Michele                         - Volevi bene a quella donna?

Gilberto                         - Pensi ancora alla donna tu? Sei incor­reggibile!

Michele                         - E tu non ci pensi?

Gilberto                         - Più! E’ morta. Quello che mi secca è che tu abbia un figlio ladro!

Michele                         - Ah!

Gilberto                         - E anche insopportabile!

Michele                         - (guardandolo) Ma... Su! Su,... figliolo... hai fatto una bruttissima cosa, questo è poco ma si­curo, tuttavia non bisogna farne una tragedia... una vita non è perduta perché a diciotto anni, in un impeto di follia amorosa, si è commessa una sciocchezza!

Gilberto                         - Un furto!

Michele                         - Molti galantuomini hanno avuto un mo­mento di debolezza! (Bruscamente) Toh! guarda, avevo quasi la tua età e ho fatto quasi la stessa cosa.

Gilberto                         - Tu?

Michele                         - Sì.

Gilberto                         - )Non è vero - (Pausa).

Michele                         - Ebbene, no, non è vero. Vedi che non so darla ad intendere! Come sono poco furbo in que­sto minuto in cui ti sento disperato, smarrito... in cui ti manca il calore del seno materno... ho tentato di sostituirmi a tua madre e, pur di salvarti, ho fatto quello che una madre avrebbe fatto: ho mentito!... ma non ho saputo farlo.

Gilberto                         - (sorridente) No.

Michele                         - Gli uomini sanno mentire soltanto alle donne. D'altra parte, ho avuto torto a voler impiegare un mezzo femminile. E' da uomo che devo parlarti. Su. A noi, Gilberto.

Gilberto                         - Sì, papà!

Michele                         - Di' a te stesso coraggiosamente che l'a­zione che hai commesso è ignobile... dillo per essere sicuro di non ricominciare.

Gilberto                         - Sì, papà!

Michele                         - Ed io ti dirò che hai fatto bene a volerti punire uccidendoti.

Gilberto                         - Ah!

Michele                         -Ma che hai fatto anche meglio a sba­gliare il colpo!... (Con rude tenerezza) Poiché ti vo­glio bene, sai?

Gilberto                         - Sul serio?

Michele                         - Non te ne rendi conto perché te lo dico malissimo. Non sono fortunato; per una volta che ho con te un colloquio affettuoso, sono di cattivo umore!

Gilberto                         - (sorridendo) Non amavo il tuo buon umore!

Michele                         - E’ stato quel benedetto viaggio!

Gilberto                         - Ah, non è andato bene?

Michele                         - Malissimo.

Gilberto                         - Ah!

Michele                         - Sembra che ti faccia piacere!

Gilberto                         - Oh, sì.

Michele                         - Ah, ti ringrazio!

Gilberto                         - Avevo creduto che tu saresti tornato am­mogliato.

Michele                         - Anch'io.

Gilberto                         - E invece no?

Michele                         - No.

Gilberto                         - (con un gran sospiro) Finalmente!

Michele                         - (colpito da quel grido) Ah!

Gilberto                         - Ah, papà, nel momento di uccidermi, ho pensato a questa casa e ciò non mi ha trattenuto... ed era questa la mia maggior disperazione... sì, più di tutto il rimanente! Perche tu mi avevi condotto troppa gente. Vi passava troppa gente. Io non potevo annettervi un'im­portanza sufficiente. Eravamo sempre fra noi, ma non era­vamo mai gli stessi. Ciò non costituisce un focolare! Ora ti dico una cosa che, forse, ti urterà, ma te la dico come la penso: se tu avessi avuto soltanto una moglie e se tu l'avessi ingannata, sarebbe stato preferibile che cambiar sempre donna.

Michele                         - Oh!

Gilberto                         - Sì, ti assicuro. Ciò sarebbe avvenuto, fuori, lontano da me. (Qui, saresti stato soltanto mio padre. Mentre così... tu eri il marito di troppe donne e non avevo l'impressione che tu fossi completamente mio padre.

Michele                         - (riflette) Verissimo. Ci si sente meno padre quando si cambia spesso moglie.

Gilberto                         - Quand'ho voluto uccidermi non ho esi­tato neppure pensando ad esse.

Michele                         - Tuttavia vuoi loro molto bene.

Gilberto                         - Isolatamente non abbastanza. Ed è colpa tua. Ho l'impressione che tu abbia traslocato continua­mente il mio affetto. Babbo, il calore del seno!... No, il calore di un seno non mi è mai mancato... Ma io Mii raf­freddavo mentre passavo da una all'altra...

Michele                         - Non ti ho dato un focolare.

Gilberto                         - Non osavo dire la parola perché, oggi, non è più di moda.

Michele                         - (ribellandosi) Ma, (figliolo mio, non potevo mica allevarti da solo!

Gilberto                         - Non avevi forse bisogno di farti aiutare tanto. Ma ora è finito. Me l'hai detto tu. Non avrai mai più mogli.

Michele                         - Ahimè!

Gilberto                         - (con rimprovero) Oh!

Michele                         - Scusami. E' il mio ultimo grido egoistico, te lo giuro.

Gilberto                         - (con dolcezza) Papà... ti ho aspettato tutta la mia vita.

Michele                         - Ebbene, eccomi! (Gli apre le braccia).

Gilberto                         - Buongiorno, papà.

Michele                         - (con l'intonazione del viaggiatore che ritorna) Buongiorno, figliolo; ti chiedo scusa se sono un po' in ritardo. (Essi sono nelle braccia uno dell’altro come all'inizio della scena. La porta si apre. Le tre donne compariscono. Esse hanno il .cappello in testa e la vali­getta in mano. 1 due uomini si dividono).

Matilde                         - No! No! Non vi disturbate. Noi ce n'an­diamo.

Gilberto                         - (dirigendosi affettuosamente verso di esse) Oh!

Bernardina                    - Per forza.

Adriana                         - Anche se fossimo tua madre avverrebbe lo stesso: giunge sempre il momento in cui il figlio ap­partiene al padre.

Matilde                         - (abbracciando Gilberto) Eppure, è in grazia mia, se non ha le gambe convergenti.

Adriana                         - Sì. Abbracciandolo a sua volta) Io non l'ho poi educato tanto male, è vero?

Bernardina                    - (abbracciandolo) In fondo, è un buon ragazzo, non vi pare?

Michele                         - (a tutte e tre) Grazie.

Gilberto                         - (in un impeto) Oh, non ve ne...

Matilde                         - Ma sì, figliolo. Sì. Noi, qui, abbiamo finito. Arrivederci, Gii! (Esse si trovano sulla soglia).

Adriana                         - Arrivederci, Berlino!

Bernardina                    - Arrivederci,... vecchi!

Gilberto                         - (con uno sguardo e una intonazione che le riunisce tutte) Arrivederci... mamma!..

FINE

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