Calzino bucato

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CALZINO BUCATO

CALZINO BUCATO

di

Davide Monti


(2003)


Personaggi
Giacomo (bambino di sette o otto anni)
Papà (uomo sui trentacinque anni)
Amunia (ragazza di colore sui vent’anni)


Attori

Un bambino (Giacomo)
Un uomo (Papà)
Una ragazza (Amunia)

Scena prima

Si alza il sipario. Si vede il salotto di un appartamento. C’è un tavolo rotondo al centro. C’è un divano, davanti ad un carrello TV, c’è uno scrittoio con il telefono so-pra. C’è una porta a vetri sul fondo che porta alle ca-mere da letto. Sulla sinistra c’è la porta che va in cuci-na e sulla destra il portone di ingresso. Al centro della scena, in piedi vicino al tavolo, c’è un papà. Il classico papà. O meglio, il classico papà quando manca la mamma. Un uomo giovanile ben pettinato, ma sempre con qualche capello fuori posto, ben vestito, ma con la cravatta annodata male e il vestito un po’ sgualcito, pronto per andare a lavoro, ma ancora indaffarato a riordinare delle carte distese sul tavolo, prima di met-terle nella sua borsa da lavoro. Il papà guarda l’orologio preoccupato e chiama…

PAPÀ Giacomo?! (silenzio) Giacomino, sei sveglio? (si-lenzio) Non ti sarai riaddormentato, spero!

Dalla porta a vetri esce un bambino. Avrà sette anni, forse otto. È molto assonnato, ha ancora il suo pigia-mino arancio con la faccia di Pikachu sul davanti e le sue ciabattine rosse, ed è perfino più spettinato del suo papà.

PAPÀ (sempre urlando) Giacomo, per favore! Ti vuoi met-tere in piedi?
GIACOMO Si, papà. Sono già in piedi. Perché urli?
PAPÀ (sorpreso) Ah! Buongiorno piccolo mio. (si abbassa e lo abbraccia)
GIACOMO Buongiorno papà.
PAPÀ Dormito bene?
GIACOMO Si, papà.
PAPÀ Bene. Ti senti mica la febbre?
GIACOMO No, papà. Sto bene.
PAPÀ Ottimo! (guarda ancora l’orologio) Tra un po’ do-vrebbe arrivare la signorina che starà con te oggi. Sei contento Giacomino?
GIACOMO E chi sarebbe?
PAPÀ Questo non lo so. Papà ha telefonato all’agenzia e loro gli hanno promesso che avrebbero mandato una ragazza… (guarda ancora l’orologio) Alle otto in pun-to, hanno detto.
GIACOMO (sempre assonnato) L’agenzia?
PAPÀ Si, Giacomo. L’agenzia. Un’agenzia di servizi per l’infanzia. (guarda ancora l’orologio)
GIACOMO (si gratta la testa) Papà? Cos’è un agenzia di servizi per l’infanzia?
PAPÀ Come dici? Ah, si. È un’agenzia… come un gruppo di persone, sai? Delle persone che di lavoro aiutano i papà e le mamme con i figli.
GIACOMO Ah, e perché i papà e le mamme non riescono da soli?
PAPÀ Perché devono lavorare anche loro Giacomo, no? Quelli dell’agenzia ci hanno trovato una ragazza che oggi ti terrà compagnia.
GIACOMO Dove le trovano le ragazze che tengono com-pagnia, papà?
PAPÀ Non saprei… (suonano alla porta) Non saprei, Gia-como. (si alza e va ad aprire la porta) Non so dove trovino queste ragazze… (apre la porta e rimane im-bambolato a guardare fuori dalla porta per un attimo poi, sempre con lo sguardo fisso fuori dalla porta, con-tinua a parlare) Molto lontano, Giacomo. Credo che le trovino molto lontano.

Si sente una voce arrivare da fuori della porta.

VOCE DI RAGAZZA Posso entrare o devo fare solo la guar-dia fuori dalla porta?
PAPÀ (con imbarazzo) No, no. Anzi si, certamente. Cioè no, non deve fare la guardia… Entri prego, entri.

Il papà si scosta e fa entrare la ragazza, chiudendo la porta dietro di lei. La ragazza è una ragazza di colore, un po’ rotondetta, ma carina. Ha un lungo cappottane giallo, un cappello di lana rosso e alle mani porta dei guanti di lana a strisce colorate. Sorride, sorride tanto che i suoi denti bianchissimi spiccano in mezzo alla sua belle faccia scura. La ragazza si chiama Amunia.

AMUNIA (rivolta al papà) Buongiorno Signore. Io sono Amunia, mi manda l’agenzia, sa? (si toglie il guanto destro e porge la mano al papà) Molto piacere.
PAPÀ (stringendole la mano intimorito) Il piacere è mio, A…
AMUNIA Amunia. Mi chiamo Amunia.
PAPÀ Amunia, si. Mi scusi, mi pareva di aver capito male.
AMUNIA (si abbassa rivolta a Giacomo) E tu devi essere Giacomo! Non è vero?
GIACOMO (timoroso) Si.
AMUNIA Sembri un bambino simpatico, Giacomo. Posso chiamarti Giacomino?
PAPÀ (si intromette) Si, è proprio un bel bambino. Lo di-cono tutti. Non è vero, Giacomo?
GIACOMO Papà, lei non ha detto “bel bambino” ha detto che sembro simpatico! Come mai?
PAPÀ (non sa cosa rispondere) Beh, Giacomo…
AMUNIA Perché la simpatia è una dote molto più impor-tante della bellezza per un bambino. Lo sai questo, Giacomo?
GIACOMO (con un tono un po’ indisponente) E allora per-chè tutti mi dicono sempre che sono un bel bambino?!
AMUNIA E si vede che non hanno riconosciuto la tua sim-patia, Giacomino. Vedrai, quando se ne accorgeran-no…
GIACOMO (rivolto al papà, non molto convinto) Ma papà, lei è nera!
PAPÀ (sorpreso e imbarazzato) Cosa vuol dire, Giacomo? Beh, si vede che quelle bianche erano finite. (Amunia guarda il papà dal basso con lo sguardo triste, poi si alza) Ehm… comunque non fa nessuna differenza, Giacomo… non ti preoccupare.
AMUNIA (rivolta al papà) Bene, credo che lei debba anda-re, o farà tardi a lavoro.
PAPÀ (guarda l’orologio e si agita) Ha ragione, sono in ri-tardo. (rivolto a Giacomo) Mi raccomando non sudare troppo e fai il bravo, ok? (Giacomo lo guarda in silen-zio)
AMUNIA (mette una mano sulla testa di Giacomo) Non si preoccupi, io e Giacomo passeremo una bellissima giornata insieme, non è vero Giacomo?

Giacomo si gira arrabbiato e va a sedersi sul divano, davanti alla TV spenta, con le braccia incrociate.

PAPÀ (imbarazzato) Mi dispiace signorina, non sapevo che lei… Si insomma, se avessi saputo…
AMUNIA Non importa, non si preoccupi. Ci sono abituata. Vedrà, andrà tutto bene.
PAPÀ Insomma, avrei potuto parlargli, abituarlo un po’ all’idea…
AMUNIA (sorridendo) Neppure lei mi pare molto abituato all’idea. Lasci fare a me. È il mio lavoro.
PAPÀ Va bene, mi fido. Del resto, cos’altro posso fare? Sarò di ritorno dopo le sei. (le prende una mano) Mi raccomando ancora. Buona giornata.
AMUNIA Buona giornata, signore.
PAPÀ (apre la porta, poi si ferma) Ah, dimenticavo… C’era qualcosa che dovevo dirle, ma… Ah si, Giacomo è stato malato, sa? Adesso è guarito, solo che il medi-co… insomma ci ha raccomandato di farlo restare a ca-sa almeno fino a lunedì e quindi… Ma forse non im-portava che glielo dicessi.
AMUNIA No, Signore. Lo sapevo già.
PAPÀ Giusto… Insomma, allora di nuovo, buona giornata.
AMUNIA A lei, Signore.

Il papà esce e si chiude la porta alle spalle. Amunia si gira a guardare l’appartamento. Si avvicina al tavolo su cui c’è ancora la borsa da lavoro del papà. Se l’è di-menticata. La prende e va verso il portone d’ingresso. In quel momento la porta si riapre ed entra il papà af-fannato.

PAPÀ Oh, mio Dio. Devo aver dimenticato…
AMUNIA (porgendogli la valigetta con un sorriso) Eccola qua!
PAPÀ (sorpreso) Grazie, grazie mille. (rivolto a Giacomo) Mi raccomando Giacomino, fai il bravo. (rivolto anco-ra a Amunia) Allora, ancora buona giornata.
AMUNIA Buona giornata a lei.

Il papà esce e Amunia chiude la porta. Si gira un atti-mo a guardare Giacomo, che se ne sta ancora la, serio, fermo sul divano, con le braccia incrociate. Si toglie il cappello e se lo mette in tasca del cappotto. Si toglie l’altro guanto e li mette entrambi nell’altra tasca. Si sbottona il cappotto e poi si rivolge a Giacomo.

AMUNIA Ehi, Giacomino. Sai dirmi dove posso trovare un appendiabiti? (silenzio) Scusami, queste sono cose da grandi. I bambini in genere non sanno dove si appen-dono i cappotti. (aspetta guardando verso Giacomo)
GIACOMO (sempre guardando fisso verso la TV spenta) E invece lo so, dove stanno i cappotti.
AMUNIA Ma figuriamoci! Se anche tu me lo facessi vede-re, penserei che hai tirato ad indovinare!
GIACOMO (si gira verso di lei arrabbiato) Ti dico che lo so!
AMUNIA Sentiamo, allora.
GIACOMO (si gira ancora verso la televisione) Non te lo dico.
AMUNIA Lo sapevo! Saresti stato il primo bambino a sa-perlo. Eh, che pollo che sono stata. Dovevo chiederlo al tuo papà.
GIACOMO (si gira scocciato verso la porta a vetri che da in camera) Stanno la, i cappotti. Dietro quella porta c’è un appendiabiti.
AMUNIA Ci devo credere?
GIACOMO Certo che ci devi credere, mica sono bugiardo, io.
AMUNIA Va bene, vado.

Amunia esce dalla porta a vetri intanto Giacomo la se-gue con lo sguardo. Quando lei rientra lui si gira di scatto per rimettersi davanti alla televisione spenta. Amunia indossa un maglione bianco a palle colorate ed un paio di jeans rossi. Si va a sedere accanto a Giaco-mino, ed incrocia le braccia come lui.

AMUNIA Bene, cosa guardi di bello?
GIACOMO Niente, non vedi che è spenta?
AMUNIA Allora guardi una televisione spenta! (Giacomo la guarda un attimo storto) Dico, comunque sia non è niente, no?
GIACOMO Ma se è spenta vuol dire che non c’è niente alla televisione!
AMUNIA Ma c’è pur sempre la televisione.
GIACOMO E con questo?
AMUNIA Niente, era un’osservazione.
GIACOMO (sussurra tra se) Un’osservazione.
AMUNIA Sai cosa è un’osservazione? (silenzio) È quello che si fa quando si dice una cosa così, tanto per dirla, senza un significato particolare.
GIACOMO E allora perché si dice?
AMUNIA Così, per fare un po’ di chiacchiere. (silenzio) Per fare amicizia.
GIACOMO Per fare amicizia, si dicono cose inutili?
AMUNIA Non sono inutili, servono per fare amicizia, no?
GIACOMO (volta le spalle a Amunia spazientito) Uffa!
AMUNIA (impassibile) Dov’è la tua mamma?
GIACOMO Non c’è.
AMUNIA Lo vedo che non c’è. E dov’è andata?
GIACOMO A trovare la nonna.
AMUNIA Bene, ho capito. (silenzio) Il motivo lo sai? (si-lenzio) Perché non sei andato pure tu? (silenzio, Amu-nia guarda l’orologio e poi la cucina) Tu hai fame Giacomino, non è vero? È per questo che non muovi la lingua, hai troppa fame.
GIACOMO No, non ho fame.
AMUNIA Hai già fatto colazione?
GIACOMO No.
AMUNIA Allora hai fame!
GIACOMO No.
AMUNIA Stai male? Hai la febbre?
GIACOMO Sono guarito, non ho più niente. Non hai sentito papà?
AMUNIA Allora ascoltavi prima,eh? Furbetto! (silenzio) Molto probabilmente hai avuto una ricaduta. Se non hai fame…
GIACOMO E invece sto benissimo.
AMUNIA Non è possibile. Se non hai fame vuol dire che sei malato. (si alza e va verso lo scrittoio dove sta il te-lefono) Vogliamo sentire il tuo dottore cosa dice? Ci deve essere il suo numero qua, da qualche parte.
GIACOMO (sbuffa) E va bene, faccio colazione. (sbuffa an-cora) Sei cocciuta, però!
AMUNIA Grazie!
GIACOMO Non è un complimento.
AMUNIA Dipende da come lo si prende.
GIACOMO Ma voi neri non state mai zitti?
AMUNIA Perché voi bianchi si?
GIACOMO Si!
AMUNIA No, invece!
GIACOMO Ti dico di si!
AMUNIA No!
GIACOMO Si!
AMUNIA No, no, no!
GIACOMO Si, si, si!
AMUNIA Facciamo colazione.
GIACOMO Si…
AMUNIA Appunto! (si avvicina a Giacomo che la guarda dal basso) Andiamo “signor si”, la cucina ci aspetta.

Giacomo si alza sempre sbuffando e insieme si avvia-no in cucina.
Sipario


Scena seconda

Si alza il sipario la scena è stessa di prima. Giacomo è seduto davanti alla televisione e guarda un cartone a-nimato dei Pokemon. Non ha più il pigiama giallo, ma una tutina di jeans su una felpa arancio. Ai piedi ha un paio di calzini, sempre arancio, bucati in cima all’alluce. Amunia è seduta accanto a lui e si guarda in-torno annoiata. Poi fissa i piedi di Giacomo.

AMUNIA Non hai un paio di calzini non bucati?
GIACOMO (guardando sempre la televisione) No, non ne ho.
AMUNIA Come, non ne hai?
GIACOMO Ne ho, ma mi piacciono questi.
AMUNIA Beh, se sei contento tu! (silenzio) Come vai a scuola, Giacomo? (silenzio) Intendo, sei bravo, ti im-pegni? (silenzio) Oppure che so, magari non ti interes-sa un gran che.
GIACOMO Sto guardando i Pokemon, non puoi stare un po’ zitta?
AMUNIA Certo, certo. Ne parliamo dopo, eh?
GIACOMO Sssss.

Amunia si mette a guardare la televisione con aria inte-ressata. Dopo poco si sente la sigla di chiusura e l’ini-zio delle pubblicità.

AMUNIA Beh? Allora, come vai a scuola?
GIACOMO (la guarda un po’ di traverso) Bene. Vado bene a scuola.
AMUNIA E ti piace?
GIACOMO Cosa vuol dire ti piace? La scuola è scuola e basta.
AMUNIA E non può piacerti? (silenzio) Ci sono un sacco di bambini a cui piace la scuola. (silenzio, Amunia so-spira) Ok! Non vuoi parlare. Non vuoi parlare con me perché sono nera, non è vero? (silenzio) Allora la vuoi sapere una cosa, Giacomo? Lo vuoi sapere un segreto? (silenzio) Ma certo, a te non interessa, quale segreto vuoi che abbia una nera? Va beh, me lo tengo per me, ma guarda che è veramente un bel segreto.
GIACOMO (incuriosito) Che tipo di segreto?
AMUNIA Ah, niente che ti possa interessare, evidentemen-te.
GIACOMO Riguarda te?
AMUNIA E chi, sennò?
GIACOMO Ma… è una cosa importante?
AMUNIA Per me si, ma forse per te non lo è.
GIACOMO Ma… di cosa si tratta? Cioè, più o meno…
AMUNIA Eh, no! Se lo vuoi sapere te lo racconto altrimen-ti niente.
GIACOMO (le volta le spalle) Ok, allora niente.
AMUNIA E va bene. Riguarda il mio colore.
GIACOMO Che segreto può esserci sul tuo colore?
AMUNIA (con finta noncuranza) Non so, forse il fatto che sono bianca.
GIACOMO (si gira di scatto verso Amunia) Sei impazzita?
AMUNIA No, perché?
GIACOMO Perché sei nera, nerissima!
AMUNIA Lo vuoi sapere questo segreto oppure no?
GIACOMO (rimane un po’ pensieroso, poi sbuffa) E va be-ne, dimmi questo segreto.
AMUNIA (si sistema meglio a sedere sul divano rivolta verso Giacomo) Ecco, da dove inizio? Beh, tu ora mi vedi nera… Cioè, proprio nera magari no, diciamo marrone. Ebbene, io mica sono nata nera, sai? Io sono nata bianca, proprio come te.
GIACOMO (dubbioso) Ma dai!
AMUNIA Si, ero una bella bambina tutta rosa quando sono nata. E poi sono cresciuta, di un bel colore bianco, fino alla tua età e oltre. Proprio dello stesso tuo colore.
GIACOMO Non è possibile.
AMUNIA Fammi finire, poi vedrai se non è possibile! Io ero bianca, come dicevo. Poi, sai com’è, le mode cam-biano, i gusti cambiano… Insomma non mi piaceva più quel colore che avevo, così smunto. Senza offesa, tu hai un colore bellissimo, ma è una questione di gusti, no? A chi piace il bianco e a chi il nero, tutto qua.
GIACOMO A me piace di più il bianco.
AMUNIA Ok, benissimo. Pensa che a me sarebbe piaciuto l’azzurro, ma purtroppo non è possibile diventare az-zurri.
GIACOMO A me, allora, piace l’arancio.
AMUNIA Beh, non so se l’arancio sia un colore possibile, quando sarai più grande potrai informarti.
GIACOMO Perché quando sarò più grande?
AMUNIA Perché occorre essere maggiorenni per cambiarsi il colore della pelle.
GIACOMO (di nuovo dubbioso) Io non ci credo, non è vero niente.
AMUNIA Fammi finire, ti dico. Insomma, c’era un profes-sore, nel paese dove vivevo io, che era in grado di cambiarti il colore della pelle. Anch’io non ci credevo all’inizio poi iniziai a vedere alcune mie amiche che da bianche si erano fatte nere. E allora capii che era vera-mente possibile. (gli appoggia una mano sul braccio) Come ti ho detto il bianco mi aveva un po’ stufato. E poi, detto tra me e te, io sono anche un po’ grassottella e i colori scuri danno sempre l’impressione di essere più magri.
GIACOMO Come fanno?
AMUNIA Ah, questo non lo so, ma dicono che è così. In poche parole, quando ero bianca sembravo più grassa di adesso, ma non chiedermi il perché, non te lo so di-re.
GIACOMO Sono tutte balle!
AMUNIA Ti ripeto, fammi finire! Vado da questo profes-sore. Lui mi visita e poi mi dice che non ci sono pro-blemi per cambiare il mio colore. Bisogna anche essere in salute, sai? Mica tutti possono farlo! Mi dice che per l’azzurro non c’è niente da fare, ma un colore più scuro del mio è possibile e mi fa vedere un album di fotogra-fie pieno di ragazze di tutte le sfumature, dal bianco latte al nero più nero della notte. Erano tantissime, an-che troppe per potersele ricordare tutte, ma alla fine ho scelto. Ho scelto il colore che mi vedi ora addosso. (si indica la faccia)
GIACOMO Io non ci credo, non mi prendi in giro.
AMUNIA Ti darò una prova. Sai come avveniva il cambio di colore?
GIACOMO Come?
AMUNIA Avveniva così. (si alza) Il professore mi fa entra-re in una cabina completamente nuda e mi dice di reg-germi ad una sbarra che si trovava sopra la mia testa. (mima la posizione) Così. In modo che tenessi le brac-cia alzate, capisci? Quindi mi dice di chiudere gli occhi e richiude la cabina. Questa cabina aveva tanti piccoli fori da cui ti veniva spruzzata addosso una vernice. Non una vernice qualunque, però. Una vernice specia-le. Capace di penetrarti nella pelle per sempre. Che non vada via quando ti lavi, per intenderci.
GIACOMO Non è possibile, saresti soffocata.
AMUNIA Ma no! Dura poco, sai? Insomma, alla fine esco dalla cabina. Non osavo guardarmi allo specchio, ma mi faci coraggio e lo feci. Ero tutta nera, di questo bel-lissimo… (Giacomo la guarda storto) Per me, si inten-de. Di questo bellissimo color cioccolata. Esclusi due punti, naturalmente.
GIACOMO Come sarebbe, esclusi due punti?
AMUNIA Si, i palmi delle mani, (e gli mostra i palmi bian-chi) perché mi reggevo alla sbarra, e sotto i piedi, (si indica le scarpe) perché stavo in piedi nella cabina. Vuoi vedere?
GIACOMO (già a bocca aperta, sorpreso dai palmi delle mani di Amunia, con un filo di voce) Si, fammi vedere.

Amunia si siede per terra e si toglie una scarpa e il cal-zino (tutto colorato come i guanti di quando è entrata) dal piede sinistro.

AMUNIA (mostrando la pianta del piede a Giacomo) Ecco qua! La prova di quello che dicevo.

Giacomo rimane in silenzio pensieroso, mentre Amu-nia si rimette la scarpa. Quando ha finito Amunia si ri-siede accanto a Giacomo.

AMUNIA Bene, adesso credo che possiamo diventare ami-ci, no?
GIACOMO (pensa un po’) No!
AMUNIA E perché, adesso?
GIACOMO Perché non è vero che tu sei bianca. Mi hai pre-so in giro.
AMUNIA Non credi a quello che ti ho raccontato?
GIACOMO No, non ci credo, non sono mica stupido!
AMUNIA (sospira) E va bene. Fa come vuoi però era la ve-rità, te lo assicuro.
GIACOMO No,era una bugia.
AMUNIA Come posso fare a convincerti, eh? (silenzio, pensa) Ok! Devi credere per forza che io in realtà sono bianca e ti convincerò.
GIACOMO No, non mi convinci, perché non è vero che sei bianca.
AMUNIA Senti un po’ bambino, ti potrei elencare mille co-se, tra quelle che fanno i bianchi come te e come i tuoi genitori e che faccio anch’io, tutti i giorni!
GIACOMO Per esempio?
AMUNIA (pensa) Uhm… Vediamo un po’. Trovato! Io va-do a scuola, proprio come te.
GIACOMO Tu vai a scuola?
AMUNIA Non sono così vecchia, sai? Ci vado la sera, do-po il lavoro.
GIACOMO E che scuola fai?
AMUNIA È una scuola di informatica. Imparo ad usare i computer, come quello che usi tu per i giochi elettroni-ci, capisci? Ci giochi con i videogames, vero?
GIACOMO Si. Ma non me lo insegnano a scuola.
AMUNIA Hai ragione, ma io imparo ad usare il computer per lavorare, non per giocare. Un computer serio, mol-to serio.
GIACOMO Come quello che ha papà in ufficio!
AMUNIA Bravo! Bravo Giacomino, proprio quello. Vedi? Tu sei bianco e vai a scuola, e anch’io vado a scuola. Papà usa il computer ed è bianco, ed anch’io uso il computer. Cosa vuol dire questo?
GIACOMO Non lo so. Niente.
AMUNIA Allora ti dirò di più! I tuoi genitori sono bianchi, no? E sono sposati, dico bene?
GIACOMO Certo che sono sposati.
AMUNIA Ecco, anch’io sono sposata, sai? Anch’io, come la mamma, ho un marito. Adesso è a lavoro, proprio come il tuo papà. Anche lui stasera tornerà a casa, af-famato, si toglierà le scarpe e le lascerà nel mezzo alla stanza, si butterà sul divano con il giornale e aspetterà che la cena sia pronta. Le fa queste cose papà? Dico, quando c’è la mamma a casa è ovvio.
GIACOMO Lui lascia anche la borsa, per terra.
AMUNIA Accanto alle scarpe dici? Beh alcune differenze ci devono essere, mio marito non va a lavorare con la borsa, altrimenti lo farebbe di sicuro anche lui. (ride, poi si fa silenzio) Allora? Ci credi adesso che sono bianca?
GIACOMO Uhm… Non lo so.
AMUNIA (si inginocchia davanti a Giacomo) Allora, ascol-tami. Un’altra cosa. Anch’io, a casa mia, ho una televi-sione simile alla tua, sai? E mi piace molto guardarla, anche a te piace non è vero?
GIACOMO Si, mi piace. Mi piacciono i cartoni animati.
AMUNIA Perfetto. Anche a me piacevano. Quando ero piccola ne guardavo sempre un sacco…
GIACOMO Quando eri ancora bianca?
AMUNIA Si! Si, quando ero ancora bianca. Certo, non era-no i cartoni che ci sono adesso, ma li guardavo. Mi piacevano quelli un po’ più da maschio a dire la verità. Mi piaceva Lupin, il ladro, sai?
GIACOMO Si, lo fanno ancora qualche volta
AMUNIA Ah, si? Poi mi piaceva Sampei, il pescatore. Mi piacevano anche Holly e Benji, quei ragazzi che gioca-vano a calcio. E poi…
GIACOMO Ho capito, ho capito. Basta ora, ma quanto par-li!
AMUNIA E allora guarda qua. (si toglie la scarpa destra, non quella che si era tolta prima, e mostra a Giacomo il suo calzino colorato con un bel buco in cima) Ecco qua! Come vedi anch’io ho i miei calzini preferiti.
GIACOMO (stupito) Ma, dai. Un buco. Ma tu sei grande!
AMUNIA Cosa vuol dire? Non si possono avere dei calzini preferiti quando si è grandi?
GIACOMO No, credo di no.
AMUNIA Hai mai guardato i calzini dei tuoi genitori?
GIACOMO Si… Cioè, qualche volta.
AMUNIA E sei sicuro che i tuoi genitori non abbiano al-meno un paio di calzini preferiti, che indossano anche se sono bucati?
GIACOMO Si, credo di si.
AMUNIA Controlla meglio, vedrai che ti sbagli. Comun-que io ce li ho, i miei calzini preferiti, proprio come te. Eppure tu sei bianco!
GIACOMO (sorride sotto i baffi guardando il dito di fuori di Amunia) Si, lo vedo che ce li hai.
AMUNIA Allora, mi credi adesso?
GIACOMO Si, ti credo. Ma secondo me hai sbagliato a cambiare colore. Non mi piace il tuo colore.
AMUNIA È soltanto una questione di abitudine. È un po’ come comprarsi un vestito nuovo.
GIACOMO Il nero è un colore triste.
AMUNIA (con espressione offesa) Io sono marrone! Mar-rone cioccolata.
GIACOMO Anche il marrone mi sembra un po’ triste.
AMUNIA Forse hai ragione tu. Ma non è un motivo per non essere amici, o sbaglio?
GIACOMO No.
AMUNIA Giusto, Giacomino. E poi un colore triste all’esterno non significa un cuore triste all’interno. Guarda come sono vestita!
GIACOMO (la guarda un po’ storto) E perché ti vesti in questo modo?
AMUNIA (si guarda fingendosi sorpresa) Perché? Cosa hai notato di strano?
GIACOMO Sei tutta colorata, sembri un albero di Natale!
AMUNIA Ah! I colori, dici. Per quello che ti dicevo, no? Un colore triste all’esterno (indica la sua faccia) ed un cuore allegro all’interno, che esce fuori (indica la sua maglia). Mi piace vestirmi in maniera allegra, perché è così che mi sento. (si alza in piedi e unisce i palmi so-pra la sua testa a mo di punta) Un bellissimo albero di Natale con il suo buon tronco marrone e tutte le sue belle decorazioni!
GIACOMO (finalmente ride) Si, sei proprio un bell’albero di Natale.

Amunia inizia a scimmiottare per la stanza mentre Giacomo ride a crepapelle.

AMUNIA Un albero di Natale che cammina e che parla, pure troppo!

Poi ad un tratto Amunia si blocca in mezzo alla stanza, si gira verso Giacomo e, sempre con le mani sopra la testa.

AMUNIA (con voce fintamente minacciosa) Ehi amico! Non avrai mica intenzione di andare a spifferare a tutti il mio segreto, eh?
GIACOMO (sempre ridendo) No, no. A nessuno.
AMUNIA Giura!
GIACOMO (si mette una mano sul cuore ed alza l’altra ma-no) Giuro. Giuro su…
AMUNIA Sui tuoi calzini bucati!
GIACOMO Si, sui miei calzini bucati.
AMUNIA Bene, bene.

Continua a scimmiottare per la stanza facendo l’albero di Natale.
Sipario


Scena terza

Si alza il sipario sulla cameretta di Giacomo. Giacomo è sotto le coperte, nel suo lettino. Nella stanza c’è buio, Giacomo sta leggendo un libro da bambini alla luce della sia abat-jour fatta a papero. Si apre una porta da cui entra un fascio di luce verso il letto di Giacomo. Entra il papà in vestaglia e ciabatte.

PAPÀ È l’ora di dormire lettore. Sono quasi le undici.
GIACOMO Si papà, va bene. Tanto mi si chiudono gli oc-chi.
PAPÀ Sei stanco, eh?
GIACOMO Si, un po’.
PAPÀ Sono contento che ti sia divertito oggi, ero un po’ preoccupato, sai?
GIACOMO Si papà, mi sono divertito.
PAPÀ La prossima volta mi raccomanderò con l’agenzia perché mi mandino una ragazza italiana. O almeno che sia bianca, non ti preoccupare.
GIACOMO Perché, papà?
PAPÀ Non che ci sia niente di male nelle persone di colo-re, ma sai, magari ti potresti impressionare. Insomma, nel dubbio meglio una bianca, non credi?
GIACOMO Se lo dici tu. Ma lei comunque non era nera.
PAPÀ Come sarebbe a dire non era nera?
GIACOMO Non te lo posso dire, papà. È un segreto tra me e lei. Ho giurato.
PAPÀ Un segreto? Ah bene! Adesso teniamo i segreti a papà?
GIACOMO Ho giurato, papà. Altrimenti te lo direi.
PAPÀ Hai giurato, giusto. Ok piccolo, adesso dormi. (spenge la luce della abat-jour) Ci vediamo domani mattina
GIACOMO Ma forse il giuramento riguardava le altre per-sone. Dico, non i papà e le mamme.
PAPÀ Può darsi, questo devi deciderlo tu.
GIACOMO Ma si, a te posso dirlo papà.
PAPÀ Bene allora, dimmelo.
GIACOMO Vieni qui vicino. (il papà si siede sul letto vici-no a Giacomo che inizia a parlare a voce bassa come se qualcun altro potesse sentirlo) Amunia, la ragazza nera di oggi, non è nera.
PAPÀ Ancora? Cos’è questa storia?
GIACOMO Sssss. Parla piano, è un segreto!
PAPÀ (a voce bassa) Va bene, spiegami questa cosa. Cosa significa che lei non sarebbe nera?
GIACOMO Non è nera veramente. Da piccola era bianca. Poi era grassa e ha deciso di diventare nera. Così è an-data da un dottore che l’ha spruzzata con un inchiostro speciale. Un inchiostro che non va via. E adesso è nera.
PAPÀ (a voce normale) Ma dai, ti ha…
GIACOMO Sssss. Parla piano, è un segreto!
PAPÀ (a voce bassa) Ti ha preso in giro, non può esistere una cosa del genere!
GIACOMO Al suo paese si. Mi ha detto che tante sue ami-che si sono colorate, di tutti i colori. L’azzurro no, pe-rò, e forse neppure l’arancio.
PAPÀ Ed io ti assicuro che non è possibile, Giacomo.
GIACOMO Ma mi ha fatto vedere le mani e i piedi dove la tinta non c’è andata. Si reggeva a una sbarra, sai? (mi-ma al papà come faceva Amunia) Così.
PAPÀ Tutti i neri hanno i palmi delle mani e i piedi bian-chi, Giacomo, ma questo non vuol dire che siano dei bianchi che sono stati tinti.
GIACOMO (sempre convinto) Ma lei va a scuola, sai? Pro-prio come me.
PAPÀ Si, Giacomo. È normale, anche i neri vanno a scuo-la.
GIACOMO Le insegnano a usare il computer, serio, come quello che hai tu in ufficio.
PAPÀ E con questo? Anche i neri usano i computer, ma non per questo erano bianchi da piccoli.
GIACOMO Ed è pure sposata. Suo marito lavora tutto il giorno, come fai tu. Poi la sera torna a casa e aspetta la cena con le scarpe in mezzo alla stanza e il giornale.
PAPÀ E con questo?
GIACOMO Anche tu lo fai, papà.
PAPÀ (visibilmente imbarazzato) Non esattamente… Cioè, io le scarpe le metto al loro posto. (Giacomo lo guarda storto) Qualche volta, almeno. E poi queste sono cose che possono benissimo fare anche i neri, sai?
GIACOMO (sempre più agitato) Ha anche un televisore come il nostro, papà.
PAPÀ Si, Giacomo, va bene…
GIACOMO E da piccola guardava anche i cartoni animati. (si ferma un attimo soprappensiero) Però a quel tempo era ancora bianca.
PAPÀ (prende Giacomo per le spalle e lo guarda dritto negli occhi) Ascolta, Giacomo. Ascolta bene cosa ti dice papà. Tutto quello che dice di fare quella ragaz-za…
GIACOMO Amunia, papà. Si chiama Amunia.
PAPÀ Si, tutto quello che dice di fare Amunia, può darsi che sia vero. Perché anche i neri… cioè, le persone di colore, fanno certe cose. Capisci, Giacomo? (Giacomo annuisce con la testa) Anche loro vanno a scuola, an-che loro usano i computer, anche loro si sposano, an-che loro vanno a lavoro… e che so, anche loro guarda-no la televisione e da piccoli guardano i cartoni anima-ti. Sono tutte cose che facciamo noi e le fanno anche le persone di colore, e ce ne sono sicuramente anche al-tre. Però, Giacomo, questo non vuol dire che siano dei bianchi che hanno deciso di cambiare colore perché sono grassi o chissà per quale altra ragione. Sono neri e sono sempre stati neri, capisci? (Giacomo annuisce con la testa) E non esiste nessun inchiostro speciale, ok? (scandisce bene le parole) Quella ragazza era una ragazza nera. Punto e basta.
GIACOMO (annuisce ancora con la testa) Va bene, papà. Ho capito.
PAPÀ Bene, Giacomino. Ero sicuro che tu fossi un bambi-no intelligente. Adesso dormi, però. È già abbastanza tardi.

Giacomo si infila bene sotto le coperte, il papà gli si-stema il lenzuolo e gli da un bacio sulla fronte, poi si alza per uscire.

GIACOMO Papà?
PAPÀ Cosa c’è ancora?
GIACOMO Mi faresti vedere i calzini?
PAPÀ E quest’altra da dove viene?
GIACOMO Dai, per favore. Solo un attimo, basta che ti to-gli le ciabatte.
PAPÀ (sospira) E va bene, come vuoi. (si toglie entrambe le ciabatte e si guarda i piedi, uno dei calzini ha un grosso buco sulla punta da cui esce un bellissimo allu-ce bianco, Giacomo sghignazza) Accidenti, c’è un bu-co, mi devo ricordare di buttarli via questi calzini. (si rimette in fretta le ciabatte e uscendo continua a bor-bottare) Si, devo proprio buttarli via, anzi li butto subi-to, cosi non me ne dimentico. Buonanotte, Giacomo. (chiude la porta, buio completo)
GIACOMO (ad alta voce) Papààààà!
PAPÀ (riapre la porta e rientra il fascio di luce) Basta Giacomo, è tardi. Cosa c’è ancora?
GIACOMO (sempre sorridendo) Dopo tutto, i neri non sono molto diversi da noi. Non è vero, papà?
PAPÀ (pensa un attimo) No, in fin dei conti…
GIACOMO Papà, non importa che ti raccomandi con l’agenzia, la prossima volta. Per me non fa nessuna dif-ferenza.
PAPÀ Ok, Giacomo. Vedremo.
GIACOMO Anche i tuoi calzini, papà.
PAPÀ (imbarazzato) I miei calzini?
GIACOMO Non importa che li butti, veramente.
PAPÀ Buonanotte Giacomo.

Il papà chiude la porta, si fa buio completo. Si sente Giacomo che ancora ride. Dalla sinistra entra Amunia con le braccia alzate e le mani giunte a fare l’albero di Natale, in alto tiene una lanterna che le fa luce. Passa e se ne va verso destra dicendo…

AMUNIA Un bellissimo albero di Natale con il suo buon tronco marrone e tutte le sue belle decorazioni. Un al-bero di Natale che cammina e che parla troppo… (si ferma un attimo sulla destra e si guarda i piedi, è sen-za scarpe) e pure con un bel calzino bucato!

Amunia esce da destra.
Sipario

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