Calzolaio o ragioniere?

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CALZOLAIO O RAGIONIERE

"Calzolaio o ragioniere?"

Genere

Brillante

Anno di stesura

1990

Atti

3

Durata

120'

Personaggi

7 u. 4 d.

Sinossi

Commedia a carattere sociale che affronta temi importanti come la scelta tra studio e lavoro.

Testo protetto

S.I.A.E.

CALZOLAIO O RAGIONIERE?

Commedia in tre atti di Fabio Bertarelli

Personaggi:

VINCENZO capofamiglia

MARIA moglie

ANNETTA figlia (bambina nel primo atto e signorina

nel secondo e terzo atto)

ANTONIO un figlio gemello

ANDREA altro figlio gemello

LIBERO amico di Vincenzo

FRA CELESTE frate

PORFIRIO usuraio

TITTI studentessa

MARIO studente

ROSA levatrice

A T T O   P R I M O

L'ambiente è diviso funzionalmente in due parti. A destra una modesta cucina composta da una madia, un focolare, un lavello, un armadio con una tenda fiorata al posto delle ante e, al centro, un tavolo contornato da alcune sedie impagliate. A sinistra, il lato lavoro: un deschetto da calzolaio e, appoggiato alla vicina parete, uno scaffale ove sono riposte in modo visibile diverse paia di scarpe da accomodare. Una prima lampada, appesa ad un filo elettrico che scende dal soffitto e coperta da un piatto contornato da una mascherina di cartone, è posta sulla verticale sopra il deschetto, mentre una seconda simile, coperta da un piatto ondulato, è sulla verticale del tavolo della cucina. Nella parete di destra si apre una porta che comunica con le camere da letto; una seconda, sulla sinistra della parete di fronte, chiusa da una tenda, dà all'esterno.

L'azione del primo atto si svolge intorno agli anni cinquanta. Come era costume in quel tempo i personaggi usano il voi.

Vincenzo, il capofamiglia, è un uomo di mezza età. Indossa un paio di pantaloni di tela azzurra, una camicia in tinta unita color marrone scuro con le maniche arrotolate fino ai gomiti ed un grembiule da calzolaio. Ha sul capo un berretto un po' sgualcito.

La scena si apre con Vincenzo che prende un paio di scarpe dallo scaffale per ripararle.

VINCENZO - Fammi un po' riparare le scarpe di copàle del barone. Anzi l'abito non fa il monaco! Solo perché si veste da gagà la gente lo chiama barone. E lui si dà certe arie, ci si compiace e si è quasi convinto di esserlo sul serio tant'è che ha scritto all'araldica per sapere se ha un po' di nobiltà. Se per caso questa gli risponderà di sì mi perderò un cliente perché già ora cammina in punta di piedi; dopo non li toccherà più per terra e le scarpe non le consumerà più. Fammi lavorare, vah!

ROSA - (proveniente dalla camera) Lavorate, lavorate Vincenzo: tra poco ci sarà un'altra bocca da sfamare. (Ride)

VINCENZO - (con tono ansioso) Allora come va? L'avete visitata?

ROSA - Sembra che comincino a venirle le doglie. E' ancora all'inizio, ma dato che si tratta del secondo figlio, se ci si mette con un po' di buzzo buono, potrebbe essere anche per oggi.

VINCENZO - Sarei contento che fosse subito perché questi momenti, mi capite... Mi ricordo che quando è nata Annetta ero talmente emozionato che, per calmarmi, ho provato ad accendere una sigaretta, ma le mani mi si intrecciavano, le labbra mi tremavano, mi sono morsicato la lingua e come ho provato a fare una tirata, me la sono quasi ingoiata accesa e tutto!

ROSA - State calmo, vedrete che andrà tutto bene anche questa volta. (Entra Maria, proveniente anch'essa dalla camera - La levatrice rivolta a lei) Voi, Maria, preparate la biancheria e ricordatevi di far bollire due fiaschi pieni d'acqua, ben chiusi, dentro al caldaio.

MARIA - (è alla fine della gravidanza ed ha un pancione voluminoso. Si muove lentamente. L'abbigliamento sarà adeguato al particolare stato del momento) E' già tutto pronto, mi sono ricordata dell'altra volta quando m'è nata Annetta.

ROSA - Brava Maria, io lo ripeto sempre a tutte perché c'è qualche donna che non si ricorda quello che deve fare nemmeno dopo dieci parti. Adesso, dato che per voi c'è ancora qualche momento, arrivo a visitare Gigetta, che anche lei è a buon punto.

MARIA - E' arrivato il tempo anche a Gigetta?

ROSA - Proprio arrivato no, ma non ci dovrebbe essere più tanto.

MARIA - Cos'è il quinto o il sesto figlio?

ROSA - Il sesto. Ormai si sono fissati, vogliono il maschio, vogliono il maschio...

MARIA - Se nascerà un'altra femmina, quelli moriranno di dolore. Però ne fanno una passione eccessiva. Bisogna pure saper pigliare quello che viene, no?

ROSA - (sospira) Un maschio, poveretti, se lo meriterebbero proprio. In questi giorni sembrano due anime in pena. Non trovano pace. Poi a tutte quelle femmine sarà un problema quando si tratterrà di far loro la dote e di trovar loro un marito. (Altro sospiro) Beh, allora io vado, se c'è qualcosa di nuovo mandatemi subito a chiamare. Comunque appena fatto ritornerò qui. Arrivederci.

MARIA - Arrivederci sora Rosa, fate presto che quando siete qui sto più tranquilla. (La levatrice fa un cenno d'assenso, poi esce)

VINCENZO - (come se volesse proseguire il discorso della levatrice, ma avesse timore di farlo per riguardo alla moglie) Anche a me piacerebbe che fosse un maschio. La femmina già l'abbiamo.

MARIA - E se fosse un'altra femmina?

VINCENZO - Per carità, sarebbe la stessa cosa, ma se lo vuoi proprio sapere sarei contento che fosse un maschio per la questione del cognome.

MARIA - Il cognome? (Lo fissa con aria tra divertita ed ironica)

VINCENZO - (convinto) Sì, il cognome! perché è bello sapere che i figli, i figli dei figli portano avanti il cognome tuo, che si chiamino come te. Quando stai per morire, hai quasi l'impressione di non morire del tutto.

MARIA - (calcando con ironia le parole) Ah, già, bisogna trasmettere l'illustre casato, tanto più che siamo una stirpe in ascesa. Tuo padre faceva il ciabattino, tu fai il calzolaio; se nasce un maschio poi si potrà mettere ad accomodare gli stivali!

VINCENZO - (piccato) E perché no! E' un mestiere che ci ha permesso di vivere sempre onestamente, senza tanto sfarzo, questo è vero, ma... (orgogliosamente) un pezzo di pane l'abbiamo mangiato sempre!

MARIA - Un pezzo di pane condito di stenti! (Più addolcita) Non è che io voglio fare la signora, ormai ci sono abituata a questa misera esistenza, ma i figli vorrei farli vivere in un mondo diverso, più umano.

VINCENZO - Non ti basta che siamo senza debiti?

MARIA - A proposito di debiti: è passato il padrone di casa a riscuotere l'affitto. Gli ho detto di ritornarci quando ci sei tu.

VINCENZO - (sbuffando) Pure quello che fretta ha! Sono tanti anni ormai che stiamo qui e abbiamo pagato sempre: di che ha paura? Adesso, se riesco a finire questo paio di scarpe, mettiamo tutto a posto. (Batte con lena sulla pianta delle scarpe da accomodare)

MARIA - (pensierosa) Non abbiamo debiti, ma vedi che camminiamo sempre sul filo? Se compri il pane non hai i soldi per comprare il companatico, se compri poi qualcosa da metterti indosso devi tirate la cinghia per due mesi. Non parliamo di divertimenti! Al massimo la tombola la vigilia di Natale e qualche scampagnata a primavera.

VINCENZO - (senza levare il capo dal lavoro e seguitando a battere con lena) Non ti lamentare, questa estate siamo andati pure al mare.

MARIA - (c. s.) Ah, già, siamo andati pure al mare. Capirai! Un giorno, col treno! (Ridiventando seria) Senti Vincenzo: è nostro dovere quello di migliorare la posizione dei figli. Ormai per noi la vita è questa e a tribolare ci siamo abituati, ma loro dovrebbero vivere in un mondo migliore, più da cristiani. Non ti sembra?

VINCENZO - (mentre parla smette a tratti di lavorare e a tratti batte di nuovo furiosamente su quel solito paio di scarpe) Mi sembra, mi sembra tanto! Si fa presto a dire facciamoli vivere in un mondo migliore. Vedi un po' se non mi piacerebbe. Tante volte mi viene il dubbio se facciamo bene a mettere al mondo i figli! I nostri saranno sempre costretti a tribolare. I figli li dovrebbero fare solo i signori.

MARIA - (con circospezione) Io un'idea ce l'avrei.

VINCENZO - (beffandola) Che hai tu? Ma non sai che per avere le idee bisogna prima avere il cervello?

MARIA - (non raccoglie l'allusione) Quanto sei spiritoso! Sei contento ora che hai potuto dire la tua stupidaggine? Stammi a sentire, invece: noi, Vincenzo, se nasce un maschio, lo dobbiamo far studiare. Diventerà qualcuno e così non tribolerà più. Che ne dici?

VINCENZO - (c. s.) Caspita che idea! (Le rifà il verso) Per migliorare la posizione di nostro figlio lo facciamo studiare. Pigliamo la bacchetta magica e "tac", diventerà qualcuno. Ma fammi il piacere! Non mi far perdere tempo con queste sciocchezze! (Scuote la testa e si rimette a lavorare con lena)

MARIA - (insinuante) Vincenzo, dammi retta. Dopo le elementari, invece di metterlo qui a bottega, lo mandiamo prima alle scuole medie e poi se sarà bravo, alle superiori. Potrebbe diventare ragioniere. Un figlio ragioniere, ci pensi? (Con entusiasmo sempre crescente) Tu non sarai più Vincenzo il calzolaio, ma il "sor Vincenzo" e io, la madre di un ragioniere.

VINCENZO - Oh! oh! Ma che dici? Nostro figlio -ragioniere-. Com'è che non hai pensato di mandarlo pure all'università? Già che c'eri! Mi sembri matta! (Si stringe nelle spalle) Non è roba per noi, questa. Questa è roba per i signori. Ti pare? Il figlio di un calzolaio ra-gio-nie-re, ma come ti vengono pensate certe cose? (La fissa come per accertarsi che non stia scherzando)

MARIA - Mi vengono pensate perché è giusto che sia così. Tu sei rimasto con le idee antiche della gente divisa per classi: i figli dei falegnami che diventano falegnami, i figli dei sarti, sarti, i figli dei calzolai come il nostro, calzolaio. Poi c'erano gli altri: i figli dei dottori che diventano dottori, i figli degli ingegneri, ingegneri. Invece no! (Decisa) Il figlio di un calzolaio questa volta diventerà ragioniere! (Batte il pugno sul tavolo)

VINCENZO - (conciliante) Le cose stanno così, questa è la logica Maria, cerca di stare con i piedi per terra, no? Come possiamo, noi poveretti, mantenere un figlio a scuola? Anzi ci vuole un soldo! Ma che è uno scherzo?

MARIA - Faremo altri sacrifici.

VINCENZO - (si finge meravigliato) Altri sacrifici? Come, prima ti lamenti che non ci possiamo togliere alcuna soddisfazione e ora mi dici che dobbiamo fare altri sacrifici?

MARIA - Io non sono disposta a fare i sacrifici per far studiare i figli degli altri, ma se si tratta di far studiare il figlio nostro allora la cosa cambia.

VINCENZO - (riprende a lavorare, poi si ferma) Eppure, sarebbe tanto semplice: se per esempio il figlio nostro è intelligente ci dovrebbe pensare lo Stato a farlo studiare.

MARIA - (si risiede vicino al tavolo, come stanca) Quelli che comandano, Vincenzo, pensano a far studiare i propri figli. Non puoi sperare che ad un certo momento ti dicano: "Adesso facciamo studiare il figlio di Vincenzo il calzolaio perché è intelligente". Quelli, al figlio di Vincenzo il calzolaio lo mettono a fare il calzolaio. Sta a noi se vogliamo il bene dei nostri figli, rompere questa catena.

VINCENZO - (battendo furiosamente con il martello sulla suola della scarpa che sta accomodando) Se comandassi io, per Bacco, farei le cose un po' più giuste... Chi è intelligente dovrebbe studiare spesato di tutto senza guardare se è ricco o povero, se è figlio di questo o di quello.

MARIA - Visto però che tu non comandi e quelli che comandano fanno così, noi questo sistema lo dobbiamo cambiare con le nostre forze. Il figlio di un calzolaio lo facciamo diventare ra-gio-nie-re. Basta con i mestieri tramandati da padre in figlio! Piglia l'esempio dei preti: loro sono persone intelligenti, persone che hanno studiato, ebbene? Si tramandano il mestiere da padre in figlio? No! Secondo la teoria tua, allora, non ci dovrebbero essere più preti. Invece ce ne sono.

VINCENZO - (ridacchiando) Già, purtroppo.

MARIA - (piccata) Beh, che c'è da ridere? Senza preti pensi che la vita sarebbe tanto migliore? (Ironica) Dai ascolto, mi raccomando, ai bei discorsi che ti fa il tuo amico, Libero.

VINCENZO - (convinto) Libero è un brav'uomo, vive per l'ideale. Non ha nemmeno preso moglie per tenere fede alle sue teorie di libertà.

MARIA - Non ha preso moglie, te lo dice questa stupida, perché le donne non sono così rincitrullite come credete voi uomini! Quale donna poteva prendersi un essere del genere che è buono solo a parlare? Ai figli poi, che dava da mangiare? Chiacchiere! Sai quanto sarebbe meglio che anche lui, invece di andare in giro a fare il filosofo, lavorasse come fanno tutti gli altri...

VINCENZO - Che dovrebbe lavorare sono d'accordo anch'io. Ma ci vuole pure qualcuno che ha studiato che ci insegni come dovrebbe essere la nuova società.

MARIA - (ironica) Uno che vi fa addirittura le lezioni a domicilio: che progresso! Tuo padre, se non sbaglio, era invece costretto ad andare all'osteria per istruirsi cosicché i grandi principi gli salivano in testa con i fumi dei bicchieri di vino.

VINCENZO - Il vino per l'uomo è forza, è nutrimento del cervello.

MARIA - Tuo padre, allora, se è come dici tu che il vino nutre il cervello, dovrebbe essere stato l'uomo più intelligente del mondo. "Neno il Mussulmano". Mi sembra ancora di vederlo, con quei baffi... A proposito, non mi hai mai detto perché lo avevano soprannominato il Mussulmano.

VINCENZO - Perché una sera, ritornando a casa dopo avere un po' bevuto...

MARIA - (lo interrompe) Diciamo -ritornando a casa ubriaco fradicio-.

VINCENZO - Diciamo pure ubriaco se ti va bene! Ritornando a casa trovò la moglie che, poveretta lo stava aspettando e lui, invece di una moglie sola, per effetto del vino, ne vedeva una decina. Allora aprì la finestra e si mise a gridare: "Ohè, gente! Ho l'harem, ho l'harem!" Siccome l'harem lo hanno i mussulmani, gli affibbiarono questo soprannome.

MARIA - Questo succedeva anche perché a casa tua usava che durante i pasti, sopra la tavola non c'era mai un goccio di vino, ma solo la bottiglia dell'acqua che rimaneva sempre intera. Voi uomini con tuo padre in testa, dato che mangiavate senza bere, appena ingoiato l'ultimo boccone, via di corsa all'osteria a fare il pieno! (Ridacchia)

VINCENZO - Il vino sopra la tavola non ci si poteva mettere perché se lo bevevano le donne, a queste poteva stemperarsi il cervello.

MARIA - Ah! per non far stemperare il cervello alle donne, non si dava loro da bere! Sai però che faceva quella povera tua madre? Si teneva una bottiglia di vino sotto il lavandino con una targhetta dove c'era scritto a caratteri grossi: varechina. (Si alza) Quando voi uscivate, lei prendeva la bottiglia e si dava una bella lavata di stomaco! Fammi andare, vah! (Ritorna nella camera da letto)

VINCENZO - (alternando le frasi con battute ritmiche del martello, sulla base dei pensieri) Le donne a volte fanno certi discorsi senza né capo né coda. (Imita in falsetto la voce della moglie) A nostro figlio lo facciamo studiare da ragioniere. (Cambiando tono) Ma fammi il piacere! (Fa una pausa pensieroso) Prima di tutto mi doveva dire dove troviamo i soldi per farlo studiare. Questo è il primo discorso da fare. (Altra pausa) I soldi! (Batte) Sempre i soldi! (Batte) Ma chi li avrà inventati? Certo che un po' di soldi... (Batte con stizza) Chissà sul serio quanti ce ne vorranno per farlo studiare? Per i libri, per le tasse. Le tasse, se fosse bravo, potrebbe non pagarle perché mi sembra d'aver sentito dire che quelli bravi hanno l'esonero o una borsa di studio... I libri si potrebbero comprare quelli usati a metà prezzo. I vestiti glieli potrebbe fare mia moglie come ha fatto sempre. Per il mangiare poi, se non sarà tanto esigente, un piatto di più si fa presto a farlo.

(Si riscuote) Ma no! ma no! Che sto dicendo? Cosa mi fai dire, Maria? (Con voce decisa) Lui deve mettersi a lavorare qui con me e basta. (Batte) Fa come ho fatto io con babbo mio; un domani quando sarò vecchio, la bottega sarà sua e tirerà avanti. (Riflette) Certo che con questo sistema, però, i signori continuano a fare i signori ed il popolino rimane popolino. Mica è giusto! (Con risolutezza) E se provassimo una buona volta a reagire? E se provassimo, porco mondo, a farlo studiare per davvero? (Batte con rabbia) In modo che uno del popolo, un figlio di un povero calzolaio, diventi ragioniere? Sai che c'è, ho deciso: lo faccio studiare da ragioniere! Ra-gio-nie-re, ra-gio-nie-re...

Entra Annetta, la figlia di circa sette anni, e vedendo il padre in preda ad una forte agitazione, gli corre incontro preoccupata.

ANNETTA - Babbo, babbo! Che fai? Che dici? Perché parli da solo? Stai male?

VINCENZO - (accarezzandola) Oh no, carina di babbo. Pensavo, pensavo come si potrebbe fare a far studiare da ragioniere questo fratellino che sta per nascere.

ANNETTA - (facendo il broncio) A lui lo fai studiare? A lui sì? Perché, babbo, a me hai detto invece che appena finite le scuole elementari mi mandi a bottega?

VINCENZO - (lascia di lavorare e l'attira a sé) Perché tu sei una femminuccia, Annettina. Tu devi imparare a cucire, a fare le faccende di casa. in modo che un domani sarai una brava moglie. Alle cose importanti, dove c'è bisogno di istruzione, ci penserà tuo marito, no?

ANNETTA - Pure io voglio studiare! Lo dice anche la maestra che dovrei seguitare le scuole perché sono brava.

VINCENZO - (un po' imbarazzato se l'allontana) Ma te l'ho detto, tu sei una femminuccia... (La guarda perplesso e riprende il lavoro)

ANNETTA - (cocciuta) Allora io voglio diventare un maschio! Babbooo...

VINCENZO - (non alza la testa) Ohooo...

ANNETTA - (piega la testa sulle spalle) Babbo!

VINCENZO - (fa finta di essere molto intento al lavoro per nascondere il suo imbarazzo) Ohooo...

ANNETTA - Come si fa a diventare maschio? (Vincenzo alza gli occhi al cielo, sbuffando)

MARIA - (dalla camera) Annettina, vieni un po' qua da mamma.

VINCENZO - (con sollievo) Va', va', carina; vai un po' a vedere che vuole mamma. (Riprende il lavoro con lena. Annetta esce saltellando)

Entra Libero. E' questi un uomo sulla cinquantina, alto di statura, magro e d'aspetto austero. Capelli crespi, grigi, lunghi fin quasi al collo, un po' disordinati. Espressione severa del viso, volto aggrottato, occhi chiari, un po' freddi. Veste un abito scuro fuori moda, un po' consunto, ma decoroso. Il collo della camicia è chiuso da un fiocco.

LIBERO - Buon giorno, caro Vincenzo: è permesso?

VINCENZO - Se è permesso? Accomodatevi, accomodatevi. (Gli fa cenno di entrare)

LIBERO - Grazie, se non disturbo.

VINCENZO - Voi disturbare? Ma che dite? Sedetevi, Libero. (Gli porge una sedia) Scusate se continuo a lavorare, ma devo terminare di riparare questo paio di scarpe per poter pagare l'affitto al padrone di casa.

LIBERO - (mettendosi seduto) Ci mancherebbe! Il lavoro è l'arma del riscatto. (Dopo una breve pausa) Allora l'evento?

VINCENZO - Che? Il vento?

LIBERO - L'evento, l'evento. Il figlio è nato?

VINCENZO - Ah, se è nato il figlio? No, ma dovrebbe nascere fra poco. Ha detto la levatrice che potrebbe essere anche oggi. (Sospira) Non mi importa se sarà maschio o femmina; l'importante che vada tutto bene.

LIBERO - (con enfasi) Io, a questo bimbo che sta per nascere, auguro di vivere in un mondo di uomini liberi!

VINCENZO - Speriamo in un mondo migliore di questo, più giusto, dove pure il calzolaio possa mandare avanti la famiglia come si deve, senza tutta questa miseria.

LIBERO - (c. s.) In un mondo cioè, senza padroni.

VINCENZO - Diciamo, in un mondo senza sfruttatori.

LIBERO - In un mondo senza nessuno che comandi! In un mondo, Vincenzo, dove tutti gli uomini siano veramente liberi e uguali.

VINCENZO - (solleva la testa dal lavoro per guardarlo) Proprio senza nessuno che comandi? Non pensate che potrebbe venir fuori il governo dei piccioni: chi becca, becca? (Riprende il lavoro)

LIBERO - L'importante, Vincenzo, é non avere il cervello di piccione. L'uomo è un essere intelligente.

VINCENZO - Il fatto è, però, che l'uomo spesso adopera il cervello per sopraffare gli altri che di intelligenza ne hanno di meno.

LIBERO - (con convinzione) Ecco il punto! Ci state arrivando da solo: bisogna livellare l'intelligenza. Come? Far studiare tutti in modo uguale, per esempio, fino alla quinta elementare o fino alla licenza della scuola media.

VINCENZO - (sorride divertito) Ma ci può essere qualcuno che a forza di ripetere ci diventa nonno! Mi sembra che li avete conosciuti anche voi Peppe e Gustì, che sono rimasti in prima elementare per più di dieci anni ciascuno: poi hanno dovuto smettere perché erano diventati così grandi che c'era pericolo che sposassero la maestra!

LIBERO - Bisogna portare anche questi meno dotati alla licenza elementare.

VINCENZO - Ma se, poveretti, hanno il cervello che non gira, che facciamo gli ungiamo le rotelle?

LIBERO - La colpa è dei maestri, perché dovrebbero dedicare più tempo a questi "poveretti" e un po' meno agli altri, in modo che alla fine...

VINCENZO - Alla fine sapete quale sarà il risultato? Che prima di testoni c'erano solo Peppe e Gustì. Con questo sistema invece, sa' quanti ce ne diventano!

LIBERO - Avremo una società più omogenea, formata da uomini più o meno dello stesso livello.

VINCENZO - No, no. Mi pare un sistema che non può funzionare. Sarebbe come, non so, volere allungare quelli bassi e scorciare quelli alti per voler fare gli uomini tutti uguali.

LIBERO - Non fate dell'ironia, Vincenzo, e cercate di avere più fiducia in questi principi egualitari che permetteranno al popolo di scrollarsi di dosso tutti quelli che comandano e avere in mano, lui solo, il potere di decidere il suo futuro.

VINCENZO - (crollando la testa) Signor Libero, date ascolto a me, il popolo è un gregge e gli ci vuole sempre il pastore che lo guidi, perché ci sono i lupi. Il sistema migliore non è la eliminazione di quelli che comandano, ma fare in modo che questi siano i veri rappresentanti del popolo, onesti, istruiti e che pure il popolo sia istruito per poter giudicare se quelli che comandano fanno o no le cose per bene. E' per questo che avrei intenzione di far studiare questo figlio che sta per nascere. Che dite, faccio bene?

LIBERO - (approvando con calore) Senza dubbio! La licenza elementare o, se sarà bravo, la licenza della scuola media.

VINCENZO - Beh, veramente, avevo pensato, sempre se sarà bravo, di fargli prendere il diploma di ragioniere.

LIBERO - (meravigliato) Diploma di ragioniere? Non vi pare, Vincenzo, che si distacchi troppo dalla nostra classe operaia?

VINCENZO - Nostra? Diciamo mia, perché scusate, signor Libero, ma voi non mi sembra che apparteniate alla classe operaia: non avete mai lavorato in vita vostra.

LIBERO - (piccato) Io ho studiato! Non sapete che lo studio è un lavoro?

VINCENZO - Ah, lo studio è un lavoro? Allora se mio figlio studia appartiene sempre alla classe operaio, no? (Fa una pausa, come seguendo il filo dei suoi pensieri) Oppure lo studio fa paura più a voialtri filosofi che ai padroni? (Sogghigna)

LIBERO - (perplesso) Che dite mai? Non è lo studio, ma è la scuola che mi preoccupa, una scuola ove si tramanda un certo tipo di cultura classista. Voi per esempio, Vincenzo, che scuola avete fatto?

VINCENZO - Io? (Si stringe nelle spalle) Capirete, ho frequentato per due anni la scuola serale e non ho imparato niente: quasi tutte le sere andava via la luce.

LIBERO - Allora non conoscete nemmeno Dante!

VINCENZO - Come no! Dante il macellaio. Ci ho fatto una partita a carte pure ieri sera all'osteria.

LIBERO - Mi riferisco a Dante Alighieri, al sommo poeta.

VINCENZO - (convinto) Pure Dante il macellaio compone le poesie e poi le recita negli sposalizi. Quanto è bravo! Sentite l'ultima che ha recitato quando si sono sposati Lucia e Giovanni il calderaio:

"Lo sposo è buono e la sposa è onesta

io, in questa bellissima festa,

brindo col buon vino di questi fiaschi

augurando agli sposi felicità e figli maschi!"

Dovevate sentire che applausi!

LIBERO - (con sufficienza) Quello che dicevo io era un po' più bravo, ma lasciamo perdere. (Fa una pausa guardandosi la punta delle scarpe) Passando ad un altro argomento: non riesco a spiegarmi come mai le scarpe che mi fate lasciano passare l'acqua. Usate forse il cartone al posto della suola?

VINCENZO - (con aria sorniona) Forse sarete sfortunato, signor Libero.

LIBERO - Sfortunato? Non mi verrete mica a dire che bisogna essere fortunati anche nel farsi fare un paio di scarpe?

VINCENZO - E perché no! Si vede che mi ha incontrato di fare le vostre scarpe con la pelle del sedere di una mucca ammalata, bucata dalle iniezioni che il veterinario le faceva per farla guarire. (Mimando l'atto dell'iniezione nel sedere)

LIBERO - Apprezzo la logica, ma non la base scientifica. (Lo guarda fisso)

VINCENZO - Anche i vostri soldi hanno un bel difetto. (Guardandolo fisso anche lui)

LIBERO - Difetto? Quale difetto?

VINCENZO - Non si vedono mai! Da quando vi servo non ho visto ancora nemmeno una lira, ma solo qualche spicciolo.

LIBERO - Non preoccupatevi, Vincenzo. (Gli batte la mano sulla spalla)

VINCENZO - Vorrei tanto non preoccuparmi, ma senza soldi non si mangia.

LIBERO - (si alza in piedi, declamando) Denaro, denaro! Strumento che divide i popoli, costituisce le classi sociali, offusca le idee, istiga alle cattive imprese, suscita le invidie, scatena le guerre. (Allarga le braccia, drammatico)

Entra fra Celeste. E' un frate nel pieno della maturità, d'aspetto vigoroso e massiccio. Ha il corpo rotondetto, la fronte un po' stempiata e sul viso, di carnagione rosea, spiccano due grandi occhi intelligenti. Parla con voce baritonale accompagnandosi con ampi gesti delle mani.

FRA CELESTE - Permesso? Pace e bene.

VINCENZO - Avanti, fra Celeste. Come va?

FRA CELESTE - Bene, con l'aiuto del Signore. Oh, vah! C'è il caro fratello Libero. (Come invitandolo a rispondere) Sia lodato Gesù Cristo!

LIBERO - (sostenuto) Frate, vi dico buongiorno per educazione, ma noi non abbiamo niente che ci accomuna. Voi restate con le vostre campane e noi con le nostre gloriose bandiere. (Gli gira le spalle)

VINCENZO - E noi con i nostri martelli! (Batte sull'incudine) Quando parlate così, mi sembrate due bambini!

FRA CELESTE - (conciliante) Non preoccuparti, Vincenzo: Libero per me è sempre un caro fratello perché la fratellanza è la nostra regola.

LIBERO - (c. s.) Noi, frate, nel nostro credo, oltre alla fratellanza, abbiamo anche l'uguaglianza e la libertà: "Liberté, Egalité, Fraternité". Questa è la vera dottrina.

FRA CELESTE - La vera dottrina, caro Libero, è quella della Chiesa.

LIBERO - Ah, ah, che ridere! Quella vostra è una cappa oscurantista che ha offuscato le menti di milioni di uomini, mentre la nostra libera la luce della ragione.

FRA CELESTE - (alzando un po' il tono della voce) Quale luce! Eventualmente quella prodotta dal fuoco dell'inferno.

LIBERO - (duro) Eccolo! Ti pareva che poteva mancare l'inferno! Voi, con le vostre favole, non permettete al popolo di crescere.

A CELESTE - Voi, con le vostre teorie, siete i responsabili della perdizione.

LIBERO - Voi siete i parassiti.

FRA CELESTE - Voi siete il tarlo della società

LIBERO - Voi siete...

VINCENZO - (preoccupato perché la discussione sta diventando un po' troppo animata) Scusate, scusate se vi interrompo, ma voi fra Celeste volevate qualcosa?

FRA CELESTE - Il padre guardiano ti vuole domani al convento per accomodare i sandali di alcuni confratelli.

VINCENZO - Domani? Vedremo. Basta però che non facciamo come l'ultima volta che per poco non mi comprometto.

FRA CELESTE - Perché, cos'è successo?

VINCENZO - Erano due giorni che lavoravo e avevo accomodato i sandali di tutti i frati. Al momento di venir via il padre guardiano mi dice: "Vincenzo, che facciamo, scontiamo con le messe?" "Che messe -gli faccio- mica si mangiano".

LIBERO - (soddisfatto) Bravo, Vincenzo! Questo è parlare da uomini!

VINCENZO - (rivolto a Libero) Non era tanto per parlare da uomini, quanto perché dovevo portare a casa qualcosa da mangiare per sfamare la famiglia.

FRA CELESTE - Il padre guardiano avrà pensato in quel momento più all'aspirazione della tua anima che ai bisogni del tuo corpo. Un religioso è sempre più sensibile ai valori dello spirito.

VINCENZO - Ma il padre guardiano non c'entra! E' stato padre Renato, che era li con noialtri e mi dice: "E via, Vincenzo, una bella messa da morto cantata ti potrebbe servire per andare un po' più su!" Se non mi ferma il padre guardiano, ce lo mandavo io su...

LIBERO - (con ironia) Dato che il convento vi paga con le messe da morto, io potrei saldare tutto il debito accompagnandovi al cimitero con le nostre bandiere.

VINCENZO - (balzando in piedi scandalizzato e stringendo un martello) Oh, fammi toccare ferro, vah! Messe da morto, funerali con le bandiere... Questa è tutta la ricompensa che sapere dare ad un povero disgraziato che lavora? Date d'intendere che siete di idee completamente opposte, ma quanto mi sembra il contrario! Voi, fra Celeste, dite che non si deve pensare ai soldi, così ti guadagni il Paradiso; Voi, Libero, dite lo stesso di non pensare ai soldi perché appartengono alla collettività. Intanto voialtri con queste chiacchiere mangiate e bevete senza far niente, sulle spalle di noialtri che lavoriamo.

FRA CELESTE - (pacioso) Il Paradiso, Vincenzo, solo a quello dobbiamo pensare. la felicità eterna nel grembo del Signore. (Alza gli occhi al cielo congiungendo le mani) Dai ascolto a me.

LIBERO - No, Vincenzo, non gli date ascolto! Noi dobbiamo lottare per avere gli uomini liberi su questa terra...

FRA CELESTE - Basta, Libero, con queste tue teorie materialiste. Pentiti e alza gli occhi al Cielo.

LIBERO - Io pentirmi! Pentirmi di cosa? Voi, invece, sepolcri imbiancati, toglietevi quelle vesti...

FRA CELESTE - (gli si fa sotto minaccioso) Non offendere queste vesti...

VINCENZO - Ma voialtri due, invece di scannarvi, perché non vi mettete in società? Pensate quanto sarebbe bello! Libero ci dà la felicità su questa terra e fra Celeste nell'aldilà. Che vogliamo di più? (Allargando le braccia)

Si sentono alcuni lamenti di Maria. Annetta proveniente dalla camera entra in scena e l'attraversa di corsa diretta verso l'uscita.

ANNETTA - Babbo, babbo, mamma si sente male.

VINCENZO - (agitandosi) Va' a chiamare la levatrice, sta qui da Gigetta. Corri e dille di venire subito subito.

ANNETTA - Non vedi che sto proprio correndo per andarla a chiamare? (Esce)

VINCENZO - (rivolto a Libero e a fra Celeste) Scusate, ma se non vi dispiace... E' meglio che mi lasciate solo. In questi momenti qui... (indicando in direzione della camera) mi capite...

FRA CELESTE - Hai ragione, figliolo. (Prende un santino dalla tasca e lo porge a Vincenzo) Tieni, ti sarà utile. Rivolgi il pensiero a Lui e tutto andrà bene.

Andiamo Libero. Tanto non ti vergognerai mica di farti vedere in compagnia di un frate?

LIBERO - Vergognarmi io? Non devo mica rendere conto a nessuno. Voi, invece, se vi fate vedere con me dovrete renderne conto al padre guardiano.

Fanno gli auguri a Vincenzo ed escono. Vincenzo, rimasto solo, passeggia preoccupato per la scena. Soprappensiero guarda il santino che ha in mano e quasi con un gesto di stizza lo getta sul tavolo. Va verso la porta della camera, l'apre e rivolto alla moglie chiede notizie.

VINCENZO - Maria, come stai? Hai bisogno di niente?

MARIA - (con voce sofferta) Quando arriva Rosa?

VINCENZO - (premuroso) Adesso vado a vedere io. (Va verso la porta d'ingresso, solleva la tenda e guarda fuori. Forte, alla moglie) Eccola, Maria. (Tenendo la tenda sollevata) Sbrigatevi, sora Rosa, che sta per nascere.

ROSA - (entra ansimando, seguita da Annetta) Calmatevi, Vincenzo. (Forte, a Maria) Eccomi, Maria. (Ad Annetta) Tu, carina, adesso stai qui con babbo. Mamma sta per regalarti un fratellino. Sei contenta? (Entra nella camera e chiude la porta)

VINCENZO - Vieni qui, Annetta, senti: (la mette seduta sulle sue ginocchia) Sei più contenta se nasce un fratellino o una sorellina?

ANNETTA - E' meglio una sorellina perché ci posso giocare con le bambole e poi perché i maschi sono cattivi.

VINCENZO - Un fratellino però non è mai cattivo con la sorellina.

ANNETTA - Sì, i maschi sono cattivi. I maschi a scuola mi tirano sempre le trecce. Un giorno li ha sgridati anche la maestra.

VINCENZO - Un fratellino ti potrebbe difendere dai maschi cattivi.

ANNETTA - (imbronciata. Giocherellando con i bottoni della camicia del padre) Dopo, se tu vorrai bene più a lui che a me?

VINCENZO - Un padre vuole bene a tutti i figli in maniera uguale. Altrimenti che padre sarebbe, non ti sembra?

ANNETTA - Ma se tu vorrai più bene a lui che a me? Io non mi fido, giura!

VINCENZO - (condiscendente) Giuro...

ANNETTA - Non così, per bene! (Incrociando le dita) Giuro, spergiuro e prometto sopra la testa del diavoletto.

VINCENZO - (ripete meccanicamente) Giuro, spergiuro e prometto sopra la testa del diavoletto.

Un lamento di Maria scuote Vincenzo che depone a terra Annetta. Si alza e comincia a camminare nuovamente per la scena. I suoi occhi cadono sull'immagine sacra lasciatagli da fra Celeste: d'istinto la prende tra le mani, alza gli occhi al cielo e poi la riposa sul tavolo con delicatezza. Ad un altro grido di Maria ritiene necessario un aiuto dal Cielo ed anche per allontanare da casa Annetta in quel particolare momento la chiama.

VINCENZO - Annetta, senti. (Prende dalla tasca una moneta e gliela porge) Tieni, compraci una candela e accendila davanti alla sacra edicola della Madonna qui nella piazzetta e recita una preghierina per questo fratellino che sta per nascere.

ANNETTA - (rendendosi conto della delicatezza del momento) Sì, babbo, stai tranquillo. Accenderò la candela più grossa e reciterò anche una preghierina. (Esce)

Arrivano dalla camera lamenti sempre più concitati di Maria.

MARIA - Gesù Maria... Oh... Oh... Sant'Anna, aiutami tu...

Vincenzo preoccupato e ansioso, passeggia, si ferma, prova a rimettersi a lavorare, si rialza. Prende dalla tasca il pacchetto delle sigarette e quello dei fiammiferi. Mette in bocca un fiammifero e cerca di fregare la sigaretta sulla scatola per accendere. Accortosi della confusione getta tutto a terra.

VINCENZO - (prende di nuovo il santino e lo guarda con venerazione e poi alza gli occhi al cielo imploranti) Signore, io non ti ho chiesto mai niente. Questa volta però aiutala, ti prego, aiutala!

Dopo alcune grida più acute di Maria, si sente finalmente il pianto del neonato. Vincenzo tira un lungo sospiro di sollievo.

VINCENZO - (alzando gli occhi al cielo) Grazie, grazie, Signore!

Appare dopo un po', sulla porta della camera, la levatrice arrossata in viso e con le maniche rimboccate.

ROSA - Vincenzo! (Fa una pausa) E' nato il primo. E' un bel maschietto.

VINCENZO - Come il primo?

ROSA - Ne sta per nascere un altro. Sono due gemelli.

VINCENZO - (si siede sulla sedia, cava di tasca un fazzoletto, si asciuga il sudore e si fa vento) Due gemelli...

ANNETTA - (ritorna) Babbo, i soldi che mi hai dato sono bastati per comperare due candele e allora le ho accese tutte e due. Ho fatto bene?

VINCENZO - Hai fatto benissimo figlia, perché di candele ce ne volevano proprio due. Mamma ci ha regalato due gemelli!

A T T O   S E C O N D O

All'apertura del sipario la scena è semibuia. Maria e Annetta signorina sono in scena immobili.

Entra Annetta bambina e si porta al centro del palcoscenico illuminata da un cono di luce.

ANNETTA - Sono trascorsi quasi diciotto anni dalla scena precedente. Tante cose sono cambiate nel nostro paese e quindi anche nella nostra famiglia. In bene o in male? In meglio o in peggio? Beh, vediamo insieme. Ah, dimenticavo di dirvi che anche il mio personaggio è cambiato e vi debbo lasciare per ovvie ragioni di età. Ciao! (Annetta esce e le luci ritornano normali)

L'ambiente è lo stesso del primo atto, solo sostanzialmente modernizzato. Al posto del focolare c'è una bella cucina a gas, con accanto il frigorifero. Un tinello in laminato plastico, modesto, ma nuovo, ha sostituito la credenza, il tavolo e le sedie impagliate. E' scomparso il deschetto da calzolaio. Maria accudisce alle faccende domestiche. Annetta cuce, seduta, vicino al tavolo. Entra in scena Vincenzo proveniente dalla camera. Indossa una canottiera.

VINCENZO - Mentre mi facevo la barba mi sono andati gli occhi sui capelli: come si sono imbiancati, Maria mia! (Si passa la mano sui capelli)

MARIA - Ebbene, che è una novità? Poi con i capelli bianchi sei pure più bello.

VINCENZO - Bello, sì, figurati! E' che mi hanno fatto un certo effetto. Ci sono delle cose, chissà perché, che anche se le vedi tutti i giorni te ne rendi conto tutto di un colpo.

MARIA - Non volevi mica pretendere di rimanere sempre con i capelli neri! Vent'anni ormai ti sono passati da un pezzo.

VINCENZO - (si siede e con tono sconsolato) Hai detto bene, proprio da un pezzo. Sto andando verso i sessanta. Tanti, eh? D'altra parte, guarda questa. (Indicando Annetta) Ventiquattr'anni. Sembra ieri che era una bambina.

ANNETTA - (alza un momento la testa dal lavoro) Quasi venticinque, babbo.

VINCENZO - E già, hanno compiuto diciotto anni anche Antonio e Andrea, i figli nostri. (Si riscuote) Ah, basta! Via con questi pensieri: venti, sessanta, cento. L'importante è sentirsi forti e star bene di salute. (Si alza e si infila la camicia, che è appoggiata sulla spalliera della sedia) Maria, io vado con Antonio a vedere una partita di pelle.

MARIA - (si asciuga le mani nel grembiule e gli si avvicina con le mani nei fianchi) Mettitici pure tu a dare spago a questo figlio: io sono preoccupata. Sarebbe stato meglio che avesse seguitato a fare il calzolaio invece di voler fare l'industriale. Aveva ormai la sua clientela e un pezzo di pane sicuro non glielo toglieva più nessuno.

VINCENZO - Quanto sei esagerata! Si vuole ingrandire un po'. Se non ci prova lui chi ci dovrebbe provare? Nel lavoro è bravo e sgobba come un somaro.

MARIA - (ritorna ai fornelli) Speriamo bene! E' tanto difficile al mondo d'oggi fare qualcosa senza istruzione. Se avessimo fatto studiare anche lui...

VINCENZO - Stai tranquilla. Oggi come oggi contano anche il mestiere e la voglia di lavorare. Allora io vado. (Esce)

MARIA - Annetta, fammi un piacere, figlia. Arriva un momentino qui dal macellaio a comprare una fettina di carne. Gli devi però precisare: "Ha detto mamma che sia tenera e buona perché è per Andrea". Bisogna nutrirlo, povero ragazzo, perché studia. Poi vai anche da Nena la contadina e ti fai dare un paio di uova. Ricordati di dirle che ti vendesse quelle solite, quelle fresche, perché sono per Andrea. (Come tra sé) L'uovo fresco gli aiuta il cervello a capire meglio le cose che insegnano a scuola. (Rivolgendosi di nuovo alla figlia in maniera più sbrigativa) Poi passa dal fruttivendolo e compra un po' di cicoria e bietole da cuocere per tutti noi.

ANNETTA - (lascia di lavorare, si alza e ravviandosi i capelli, stizzita, tira fuori una vocetta in falsetto, ironica) Al fruttivendolo gli devo dire niente? "Ha detto mamma che vuole la verdura più brutta e più moscia, tanto è per noialtri, non è per Andrea". (Calca la voce sul nome del fratello)

MARIA - (si rivolta inviperita) Annetta, non farmi arrabbiare, sai! Andrea è quello che adesso ha più bisogno ed è nostro dovere aiutarlo. Poi è sempre tuo fratello, no? (La guarda con più attenzione) E' un po' di tempo che con te non ci si può parlare: sei diventata acida. Quanto mi sa che è ora di trovarti marito.

ANNETTA - (sempre con tono ironico) Aspettavo infatti proprio il tuo aiuto per trovare marito. Non so, magari ci mettiamo di mezzo anche il ruffiano.

MARIA - Io dicevo per il tuo bene: che pigli marito ormai sarebbe pure ora. (Con tono più dolce) Sbrigati, Annetta, vammi a comprare le cose che ti ho detto, che è tardi.

ANNETTA - (con tono provocatorio) Io, invece, a fare la spesa non ti ci vado proprio per niente. (Si pianta davanti alla madre incrociando le braccia)

MARIA - (quasi allarmata, ma decisa) Come sarebbe? Annetta, non farmi arrabbiare, ubbidisci!

ANNETTA - (c. s.) Mi sono presa qualche giorno di ferie proprio per riposarmi e mi voglio riposare!

MARIA - (minacciosa) Ti ho detto di ubbidire, altrimenti un giorno o l'altro anch'io mi piglio le ferie. Quando ritornate a casa dal lavoro, sopra il tavolo, invece del pranzo vi faccio trovare un bel cartello: "Chiuso per ferie!"

ANNETTA - (accorata) Tu non ti rendi conto che significa lavorare in fabbrica con i tempi di produzione all'osso. Significa non aver il tempo nemmeno per rifiatare.

MARIA . Non fare la tragica! pensi che io, qui a casa, faccia la signora con un marito e tre figli? Eppure il mio lavoro mica ve lo faccio pesare!

ANNETTA - (a testa bassa, tra i denti, mentre si finge intenta a rassettare il suo lavoro di cucito) C'è però qui a casa chi non lavora.

MARIA - (con irritazione) Ci risiamo! Tanto, questo povero Andrea ti sta proprio sul naso!

ANNETTA - (alzando la testa, sempre con tono provocatorio) Perché allora a lui non lo mandi mai a comperare qualcosa, a fare qualche servizio? Già, lo studente non si tocca. Gli si sporcano le mani!

MARIA - (come colta in fallo) Che sfacciata! Allora vorresti dire che faccio parzialità?

ANNETTA - (c. s.) Noo, non fai mica parzialità. Mi vuoi mandare a comperare per Andrea la fettina di carne tenera e buona e per noi la cicoria che è pure amara. Se questa non è parzialità, mi dici allora come si chiama?

MARIA - Adesso comincio a capire perché non mi vuoi andare a fare la spesa, ce l'hai con quel povero fratello tuo, sei gelosa perché lui studia!

ANNETTA - (risentita) Perché, ho tutti i torti? Appena uno diventa studente ottiene subito i suoi vantaggi: dentro casa la fettina di carne e fuori riveriti. Noialtri operai, invece, dentro casa la cicoria e fuori scalcagnati da tutti. E pensare che chi manda avanti tutto siamo proprio noi, con il nostro lavoro! (Alzando il tono della voce su queste ultime parole e battendosi orgogliosamente il petto)

MARIA - (insistendo, come a giustificarsi) Tanto non ti entra nella testaccia che chi adopera il cervello ha bisogno di un nutrimento particolare.

ANNETTA - (c.s.) L'operaio invece non adopera il cervello, anzi meno l'adopera e meglio è. (Pausa) Questa mi pare la teoria del padronato. (Con sarcasmo) Già, mi ero dimenticata che pure tu cominci ad appartenere a questa categoria, dato che tuo figlio Antonio sta per diventare industriale.

MARIA - (è disorientata) Adesso che fai, cominci ad avercela pure con quell'altro fratello tuo?

ANNETTA - Io non ce l'ho con nessuno, avrei solo voluto che la fettina di carne e la verdura si fossero messe a tavola e tutti noi mangiassimo un po' dell'una e un po' dell'altra.

MARIA - (sbuffando in tono di sopportazione) Se hai tutta questa voglia di mangiarti una fettina di carne comprane una pure per te.

ANNETTA - (offesa) Io non ho voglia di niente. Ma non capisci o, peggio, fai finta di non capire?! Volevo solo che ci si fosse sentiti uguali almeno qui dentro casa. Ci siamo stancati di questo sistema! L'operaio la sola cicoria non la vuole mangiare più, (gridando alterata) hai capito? La cicoria non la vuole mangiare più.

Suonano alla porta. Entra fra Celeste.

FRA CELESTE - Pace e bene, figliole.

MARIA - Accomodatevi, fra Celeste. Pace e bene.

FRA CELESTE - Credo che vi ricordiate che fra quindici giorni è la festa del nostro Santo fondatore e anche quest'anno vogliamo festeggiarlo in modo degno. Oltre alla gioia dell'anima allieteremo i fedeli con la tombola, i giochi e alla sera i fuochi artificiali. Sono sicuro che contribuirete con gioia alla migliore riuscita di questa santa ricorrenza.

ANNETTA - Perché non vi rivolgete alla Provvidenza? Non dite che essa pensa sempre a tutto?

MARIA - (con tono di rimprovero) Annetta! Sei una sfacciata. Che discorsi sono!

FRA CELESTE - Non è forse la Provvidenza a rendere generosi i parrocchiani con le offerte?

MARIA - Aspettate, fra Celeste, che adesso ci penso io. (Va in camera)

FRA CELESTE - Annetta, in questi ultimi tempi ho notato che frequenti poco la chiesa. Come mai?

ANNETTA - (con malizia) Eh, con certi frati cacciatori...

FRA CELESTE - Ti riferisci a fra Renato?

ANNETTA -E già! Mi dovesse ammaliare qualche fraticello... Io non ci tengo proprio.

FRA CELESTE - Via, non generalizziamo. In ogni gregge c'è sempre la pecora nera.

MARIA - (rientra con una scatola) Ecco, fra Celeste, questi oggetti vi serviranno come regali per la tombola e questi soldi sono per le spese.

FRA CELESTE - Che il Signore mandi su questa casa infiniti doni spirituali ed anche materiali.

ANNETTA - E pensare che a me sembrava un buon frate.

FRA CELESTE - E lo era. La tentazione prende spesso di mira proprio i migliori servi di Dio.

MARIA - (che vuole entrare nel discorso) Perché, che è successo?

ANNETTA - Che fra Renato più che dall'incenso è stato ammaliato dal profumo di una donna ed è fuggito con lei.

MARIA - Ah, ho saputo, sì... Anche i frati sotto la tonaca sono fatti di carne...

FRA CELESTE - Non ha saputo resistere alla tentazione...

ANNETTA - Quando parlate di tentazione, vi riferite naturalmente alle donne.

FRA CELESTE - Purtroppo è così, figliola.

ANNETTA - Certo il frate è pur sempre un uomo e pertanto è una vittima della tentazione messa in atto dalla tentatrice che è, guarda caso, la donna.

FRA CELESTE - Oggi più che in passato le donne sembrano possedute dal demonio al punto di essere diavoli loro stesse. Vanno in giro tutte scollacciate, e con quelle minigonne...

ANNETTA - Che c'è di male se valorizziamo la nostra femminilità?

FRA CELESTE - Quale femminilità! Valorizzate la vostra bestialità! Come si fa ad essere così spudorate! Con quelle gambe scoperte fin su... (Resta col fiato sospeso e gli occhi spalancati)

ANNETTA - Ma che c'è di male, fra Celeste, se mostriamo un po' di gambe.

FRA CELESTE - Non fare la finta tonta. Lo sai benissimo che c'è in cima alle gambe!

ANNETTA - Certo che lo so. Ma è sempre roba battezzata, no?

FRA CELESTE - Ma figliola! Esponete le vostre carni come foste in una macelleria!

MARIA - Annetta, sei senza un minimo di pudore. Ma chi ti ha traviato in questo modo? Io non ti riconosco più.

ANNETTA - Invece di considerare il sesso come la cosa più naturale del mondo, voi preti e frati ne avete fatto un tabù e la principale fonte di peccato alimentando la morbosità sulla base dei centimetri di carne scoperta. Sono convinta che il giorno in cui l'uomo e la donna potranno guardarsi anche nudi senza malizia, la società avrà fatto un grosso salto morale.

FRA CELESTE - Figliola, ma ti rendi conto di quello che dici? Una volta che andremo in giro nudi, come tu dici, non saremo più uomini e donne, ma soltanto delle bestie.

ANNETTA - Le bestie vanno nude e non si fanno di simili problemi.

MARIA - Ma loro almeno hanno la coda per coprire le vergogne.

ANNETTA - La vergogna è l'aver ridotto la donna ad un oggetto di solo corpo. Oggi questo corpo di donna si piglia la rivincita rendendo inquieta la mente dell'uomo che si ferma ad osservare l'epidermide senza apprezzare i sentimenti che sono dentro.

FRA CELESTE - La donna, purtroppo, è oggetto di tentazione per l'uomo. E' nella natura delle cose.

ANNETTA - E perché non pensate che anche l'uomo possa essere oggetto di tentazione per la donna?

FRA CELESTE - Ma è la stessa Bibbia che narra come sia stata Eva a sedurre Adamo.

MARIA - Ma Annetta... come fa l'uomo ad essere oggetto di tentazione? Capirai a me fa senso vedere un uomo in pantaloncini corti.

FRA CELESTE - Sono da condannare gli eccessi. La donna deve vestire con modestia, come insegna la vera morale.

ANNETTA - Consolatevi, fra Celeste, che il diavolo sta giocandosi le sue ultime cartucce perché della donna ha tanto più poco da scoprire. Speriamo che una volta denudata completamente venga lasciata finalmente in pace. I veri peccati, fra Celeste, sono ben altri...

FRA CELESTE - E sarebbero?

ANNETTA - Mettetevi seduto che il discorso è lungo...

FRA CELESTE - Non posso perché debbo seguitare il giro della questua altrimenti addio festeggiamenti al nostro Santo. Comunque ne riparleremo. Pace e bene, figliole. (Esce)

MARIA - Annetta, Ti sembra quello il modo di rispondere a fra Celeste? Un po' di rispetto verso un religioso, perbacco!

ANNETTA - Io non sopporto più di essere considerata uno strumento di tentazione al servizio del diavolo. Soprattutto i religiosi dovrebbero sapere che anche le donne sono figlie di Dio.

MARIA - Va bene, va bene. (Guarda l'orologio) Mamma mia quanto è tardi. Allora, Annetta, mi vai a fare la spesa?

ANNETTA - (alterata) Noo!

MARIA - (gridando) Come sarebbe a dire!

ANNETTA - (rispondendo con lo stesso tono) Ti ho detto di no, ed è no!

Entrano Vincenzo e Antonio.

VINCENZO - E che succede? Oh, Maria! Annetta!

MARIA - (con vera inquietudine) Questa figlia è diventata una vera sfacciata e impudente. Avete sentito come come risponde a una madre? Mi viene voglia di prenderla a schiaffi! (Rivolta ad Annetta) Togliti dalla mia vista, altrimenti... (Fa il gesto di allungarle un manrovescio)

ANNETTA - (con voce ancora tremante di rabbia) Certo che vado via, tanto in questa casa il mio parlare non si capisce.

MARIA - Sei tu che non vuoi capire! (Intanto Annetta prende la sua roba ed esce verso la camera. Maria, dopo una pausa, si rivolge ad Antonio) Allora sei deciso di fare questo salto?

ANTONIO - (serio) Sì, mamma. Il locale l'ho trovato e l'affitto non sarebbe nemmeno tanto alto, considerato poi che si paga mese per mese. Adesso basterebbe che riuscissi a comprare le macchine, il pellame e la suola. La materia prima, insomma, e insieme a babbo e ad un paio di apprendisti sarei già in grado di aprire il laboratorio e di produrre una piccola serie di modelli di scarpe che si vendono bene.

MARIA - La bottega dove stai adesso non ti basta?

ANTONIO - E come fa a bastarmi, è un buco! Per poter lavorare come si deve ci vuole spazio.

MARIA - (si mette seduta) Pure tuo padre, è vero Vincenzo, una volta voleva ingrandire la bottega e mettersi a fabbricare le scarpe, ma subito si è reso conto che bisognava avere studiato per essere in grado di trattare con la gente e soprattutto per amministrare come si deve una fabbrica. Negli affari bisogna saperci fare e lui, senza istruzione, ha capito che non ci sarebbe riuscito e ha fatto bene quel che ha fatto, seguitando a fare il calzolaio.

ANTONIO - (cocciuto) Io non ho frequentato tante scuole, ma mi sento capace di realizzare qualcosa.

MARIA - La buona volontà, figlio mio, non basta. E se ti va male?

ANTONIO - Se va male, se va male, ho sempre il mestiere, no? Mi rimetterò a fare il calzolaio, ma potrò almeno dire di aver tentato. Nella bottega che ho ora non ci posso stare più, sembra che mi soffochi.

MARIA - Non ti far prendere dall'infatuazione, pensaci bene, Antonio, perché se ti va male ti ci vorrà una vita intera a leccarti le ferite! (Si alza e si rimette a sfaccendare)

ANTONIO - Io i conti li ho fatti tutti bene: le macchine, in parte nuove ed alcune usate le potrò pagare a rate firmando le cambiali; per l'affitto, per attrezzare il locale e per il pellame, ci vorrebbero subito una decina di milioni.

MARIA - (sbotta) Dieci milioni? E chi te li da?

VINCENZO - (grattandosi la testa, la guarda di sbieco) Mi pare che qualcosa da parte ce l'abbiamo. Per le prime spese possiamo dare quei soldi lì, ad Antonio.

MARIA - Sono tanto pochi. E poi quelli servono per far finire di studiare Andrea. Non ci possiamo permettere ora di fare altre spese. Quando Andrea avrà finito...

ANTONIO - Ma mamma, Andrea ha quasi finito, no? fra qualche mese conseguirà il diploma di ragioniere.

VINCENZO - (flemmatico) A proposito, nemmeno oggi Andrea aveva niente da studiare?

MARIA - (pronta) Come no, è andato da studiare da Michele.

VINCENZO - (duro) Ma quale Michele? Quante te ne dà d'intendere! L'ho visto poco fa uscire dal bar.

MARIA - (un po' incerta) Sarà andato a trovare qualche amico... Anche lui è giovane e se si concede un attimo di svago che male c'è!

VINCENZO - C'è di male che abbiamo buttato via i soldi per comprargli i libri. Proprio buttati via: non lo si vede mai con un libro aperto tra le mani.

MARIA - Lui dice che gli basta quello che impara a scuola. I voti infatti li prende buoni.

ANTONIO - Già, il voto... Capirai che sforzo! Leggevo in un giornale che adesso c'è il voto di gruppo, c'è il sei politico...

MARIA - Sì, sì, ma tanto, uno che ha studiato è sempre uno che ha studiato.

ANTONIO - Dato che siamo sul discorso dello studio, è tanto tempo che ve lo volevo chiedere: perché avete fatto studiare Andrea e a me no? Che avete fatto a testa e croce?

VINCENZO - I soldi per far studiare tutti e due non li avevamo e siccome Andrea sembrava più portato allo studio e tu più portato al lavoro...

ANTONIO - (sempre per tranquillizzarli) Non era mica per farvene un'accusa e nemmeno per invidia nei confronti di mio fratello. Io sono contento di come mi trovo e se adesso riuscissi ad aprire questa fabbrichetta... Che dici, babbo, a sentire la banca se ci fa un prestito?

VINCENZO - La banca vuole le garanzie e noialtri con che garantiamo, con le buone parole?

ANTONIO - Eppure proprio la parola nostra dovrebbe bastare: la parola di gente onesta. La banca sbaglia a prestare i soldi solo a chi ha la roba e magari poi li scialacqua nei vizi e nei divertimenti. I soldi li dovrebbe prestare a persone come noi che abbiamo voglia di lavorare e disposti a sacrificarci per realizzare qualcosa di economicamente utile non solo per noi, ma per tutta la società.

VINCENZO - Hai ragione, Antonio, ma siccome purtroppo le cose non stanno così... (Gli viene un'idea) Sai a chi si potrebbe chiedere la firma di garanzia? A Luigi, quel parente nostro che ha il negozio di stoffe. Lui questo piacere ce lo potrebbe fare.

MARIA - (parla con noncuranza, evitando di guardarli negli occhi) Figuriamoci! Ho incontrato qualche giorno fa la moglie... Quanto capisce quella cicciona! Come avrà fatto il sor Luigi a prendersi quello scarabocchio di donna! Non è poi che è diventata brutta adesso che si è invecchiata; nemmeno da signorina la si poteva guardare. E poi è antipatica, antipatica come il fumo negli occhi!

VINCENZO - (annuisce, rassegnato) Ho capito, vi siete incontrate voi donne ed avete rinsaldato la parentela.

MARIA - (riscaldandosi) Ma è stata lei! Ha cominciato a dire che la figlia ha finito il liceo, che si è iscritta all'Università, che è tanto brava: "La mia bambina qua, la mia bambina là..." Le si gonfiava la pappagorgia che sembrava una tacchina!

VINCENZO - (con noncuranza, guardandosi le unghie) Tu le avrai sbattuto sulla faccia che Andrea tuo sta per pigliare il diploma di ragioniere e che è bravo a scuola.

MARIA - (accalorata) Certo! Che volevi che fossi rimasta zitta?

VINCENZO - (dopo aver fissato a lungo la moglie in silenzio, distoglie lo sguardo e si rivolge al figlio, sconsolato) Non so se hai capito, Antonio: la firma del sor Luigi ce la siamo giocata. (Allarga le braccia) Adesso, dove li troviamo i soldi?

MARIA - Ho dato una sbirciata al libro nero dove Vincenzo segnava i clienti morosi. Si potrebbe recuperare una bella sommetta se riuscissimo a riscuotere da quest'ultimi i soldi che avanziamo.

VINCENZO - Eh, già! Voglio proprio fare un giretto da questi clienti col "braccio corto".

MARIA - Non serve poi fare un giro tanto lungo perché si tratta per la maggior parte di piccole somme. Dovresti andare da tre o quattro clienti e soprattutto dal tuo amico Libero che è il più moroso di tutti.

VINCENZO - Eh, sarà difficile che quello paghi.

MARIA - Come sarebbe a dire? Le scarpe gliele hai fatte o no?

VINCENZO - Certo che gliele ho fatte.

MARIA - E allora? Sembra che hai paura di chiedergli quello che ti spetta? (Ad Antonio, mostrandogli una pagina del quaderno) Guarda un po' che somma!

ANTONIO - Certo che ci darebbe un bel po' di ossigeno. Tu babbo lo devi costringere a pagare. Gli devi dire che ne abbiamo assoluto bisogno.

MARIA - (A Vincenzo) Io te l'ho sempre detto di mandare al diavolo quel filosofo dei miei stivali!. Con le sue belle chiacchiere sull'emancipazione della classe operaia, si è fatto fare sempre le scarpe senza pagare una lira.

VINCENZO - Io ci ho provato tante volte a chiedergli di saldare il conto, ma...

MARIA - (dura) Come provare? Gli devi dire, anche a brutto muso, che tiri fuori i soldi che ti deve. Se non ti paga ci vado io a dirgliene quattro!

VINCENZO - Va bene, va bene...

MARIA - Sembra che ti vergogni, quando se c'è uno che si deve vergognare è proprio lui.

ANTONIO - I soldi dalla banca niente, la firma del sor Luigi nemmeno, i soldi di Libero manco a pensarci, l'unica strada è quella di farmi prestare i soldi da Porfirio. Ho fatto proprio bene ad avergli mandato a dire da Settimio il cantoniere di passare oggi qui a casa. Sembrava che me lo dicesse il cuore che tanto noi altre possibilità non le potevamo avere. (Guarda l'orologio) Vedrai che sarà qui da un momento all'altro.

VINCENZO - Da Porfirio? Sei matto, figlio, a rivolgerti a quella gente lì? A metterti nelle mani di un usuraio? Gli usurai sono peggio delle sanguisughe: non li stacchi più fino a che non ti hanno succhiato l'ultima goccia di sangue!

ANTONIO - Se voglio trovare i soldi che mi servono, devo rivolgermi solo a quella gente lì.

VINCENZO - Porfirio non è un disonesto, è solo un esoso che fa schifo. Tu lo conosci bene?

ANTONIO - Capita qualche volta al bar, anzi fuori del bar, perché entra soltanto quando trova qualcuno che gli offre da bere. Si mette appoggiato al muro di fianco e si lamenta che gli va male questo, che gli va male quello. Quelli del bar sai come lo chiamano? "Il muro del pianto!"

VINCENZO - A vederlo non gli si dà un soldo di fiducia e pensare che è furbo come una volpe. Il padre, quando è morto, gli ha lasciato un terrenuccio che lui ha venduto ed è andato in affitto in quella casa ove abita tutt'ora. Il ricavato del terreno ha cominciato a darlo in prestito e guarda un po' adesso...

ANTONIO - Ne ha fatti, eh, di soldi?

VINCENZO - Se ne ha fatti! Ormai potrebbe vivere di rendita senza far niente, ma mica si accontenta. Chissà quanti ne vorrà ancora accumulare.

ANTONIO - (fa una smorfia di disapprovazione) Sarà furbo, sarà ricco, ma è sempre solo come un cane, non ha un amico. (Con interesse) Adesso lui con chi vive?

MARIA - (si intromette per spettegolare un po') Vive con una sorella zitella, che gli dà una rassettata. Proprio una rassettata, perché guarda le camicie che indossa se non sembrano quelle del carbonaio.

ANTONIO - Non è che le porti pulite, ma che siano proprio sporche come quelle del carbonaio...

MARIA - Volevo dire che dà l'impressione di cambiarsi di rado perché si racconta che un carbonaio, una domenica, volendosi ripulire e avendo la camicia tutta nera di carbone, la rovesciò e poi se la mise così indosso. Vedendosela più bianca disse rimirandosi soddisfatto: "Viva la faccia della pulizia!" Porfirio se non fa così, poco gli manca. (Ridacchia con gusto)

ANTONIO - Come mai non si è sposato? Non ha trovato una che gli piacesse?

MARIA - Aveva, aveva trovato... E' stato fidanzato con Mariola, una ragazza bella e perbene, ma con l'appetito un po' robusto. Quando Porfirio rimaneva a cena a casa della fidanzata, lei, poveretta, si limitava a mangiare, ma secondo lui mangiava troppo. Ha fatto allora i suoi conti e, visto che consumava più di quello che poteva rendere, l'ha lasciata.

ANTONIO - (scoppia a ridere) Ma va', mamma! Questa è una barzelletta bella e buona! E che, l'amore si misura con i piatti di pastasciutta? Poi, se una donna ha appetito, vorrà dire che è di salute buona, no?

MARIA - Eppure, Antonio, le ho viste con i miei occhi le ragazze di una volta: quando c'erano i fidanzati a cena, mangiavano un pezzettino di pane così (fa il cenno con un dito) e bevevano mezzo bicchiere d'acqua scarso. Poi, appena i fidanzati erano andati via, prendevano dalla credenza una bella pagnotta di pane, il companatico, il fiasco di vino e via. Il fidanzamento era salvo ed i fidanzati contenti e gabbati!

Maria esce a fare la spesa. Vincenzo e Antonio parlano di come impiantare l'azienda.

Suonano alla porta ed entra Porfirio. E' un uomo magro, sui cinquant'anni, non brutto, ma reso sgradevole dalla maniera di fare viscida e sfuggente e dalla voce quasi infantile da sembrare innaturale. Porta un vestito scuro consunto e lucido sui gomiti e sulle ginocchia e una camicia bianca non proprio pulita, piuttosto spiegazzata e senza cravatta.

PORFIRIO - Si può? E' permesso?

VINCENZO - Oh, avanti, Porfirio. Entrate: "Gente trista nominata e vista". (Si accorge della gaffe) Scusate, non è ce voi siete tristo, è che stavamo parlando proprio di voi.

PORFIRIO - A quale scopo? Speriamo buono. Sono venuto perché Settimio il cantoniere m'ha detto che vostro figlio mi voleva parlare. (Con tono irritato) Per questa ambasciata ha preteso pure che gli pagassi da bere!

VINCENZO - (lo fa sedere) Mio figlio vorrebbe aprire una fabbrichetta per la produzione di scarpe. Il mestiere ce l'ha, la buona volontà pure, come si fa a dirgli di no?

PORFIRIO - Giusto! Ma sapete quanti soldi ci vogliono? Oh, no per sapere i fatti vostri, ma dove li trovate?

VINCENZO - Porfirio, i soldi per aprire la fabbrica, a mio figlio, glieli prestate voi.

PORFIRIO - Allora è per questo che mi avete mandato a chiamare. Ebbene si potrebbe vedere. Non so, quanto vi servirebbe?

VINCENZO - Ci servirebbero sui dieci milioni, Porfirio, dieci milioni. (Glieli indica con le dita della mano)

PORFIRIO - (si finge meravigliato) Dieci milioni?

ANTONIO - (ironico) Scusate se vi ho fatto scomodare per un affaruccio di così poco conto.

PORFIRIO - No, anzi, per essere sincero non pensavo ad una somma così alta.

ANTONIO - A me interessa più o meno questa somma: senza fare tanta manfrina, ditemi se me la potete prestare e le condizioni.

PORFIRIO - (ridacchiando) Sbrigativo, il giovane! (Si fa di colpo serio) Ditemi allora: per le garanzie? Che garanzie mi potete dare?

ANTONIO - Se potevo dare le garanzie, i soldi me li facevo prestare dalla banca, non vi pare?

PORFIRIO - E se gli affari vi dovessero andare male? A me i soldi chi me li restituirà?

ANTONIO - (deciso) Vi do la mia parola. Vi prometto di restituirvi tutto, fino all'ultima lira, dovessi lavorare cent'anni!

PORFIRIO - (mellifluo) Oggi come oggi gli interessi sono un po' alti. Non so se lo sapete. La banca, con tutte le garanzie, vuole più del 20%. Io, considerato il rischio e ogni altra cosa e per non sembrare uno strozzino, voglio il 30% e non se ne parli più.

ANTONIO - Ah, sono contento che vi fate venire anche gli scrupoli. (Sospira) State a sentire: fidatevi della mia parola e facciamo le stesse condizioni della banca.

PORFIRIO - (quasi trasalendo) Il 20%? ma che, siete matto? E che faccio io, li rubo i soldi?

ANTONIO - (con voce alterata controllandosi a malapena) No, no! Non li rubate. Il 30%! Non li rubate proprio.

VINCENZO - (intervenendo conciliante) Io faccio una proposta: dividiamo il mare a metà, facciamo il 25% e chi sta bene, sta bene e chi sta male, sta male.

PORFIRIO - (dopo una pausa di riflessione) Vi posso fare il 28%, ma solo perché mi pigliate per il cuore, che ho troppo buono. (Abbassa la testa, come vergognoso)

ANTONIO - (fa un gesto con le dita) Voi mi pigliate un po' più su del cuore, mi pigliate per il collo! Ma questa volta sono io che ho bisogno e devo subire le vostre condizioni.

PORFIRIO - (sempre con voce melliflua) Non vi lamentate, vi ho trattato veramente bene. (Gli strizza l'occhio) Voi che siete giovane, fate un salto allo spaccio a comprare una cambiale. Dato che fate la strada, pigliatemi pure un sigaro toscano.

ANTONIO - (fremendo) Non fate i complimenti, mi raccomando! Vi devo comprare qualche altra cosa? Non so, i fiammiferi li avete?

VINCENZO - (con complicità) Va', Antonio, va' a comprare quello che ti ha detto Porfirio. (Gli fa cenno con la testa e Antonio esce) Intanto che aspettiamo noi ci facciamo una bevuta, va bene? (Prende dall'armadio un fiasco e due bicchieri e versa da bere per tutti e due)

PORFIRIO - (degustando con aria soddisfatta) Buono questo vino! L'avete pagato, parecchio?

VINCENZO - Non ve lo so dire, lo piglia mia moglie qui alla cantina. Vino di famiglia. (Centellinando) Però è buono, vero?

PORFIRIO - (guardando in giro) Chi è il padrone di questa casa, Vincenzo?

VINCENZO - E' Francesco Rossi. Lo conoscete, no?

PORFIRIO - Varrà un bel po' di soldi. Non tanto come casa, che è un po' vecchia, ma per la posizione. (Fa una pausa, poi batte il pugno sul tavolo) legno buono, eh? Quanto potrebbe valere un tavolo così?

VINCENZO - (evasivo) Che vi debbo dire, non lo so.

PORFIRIO - (con interesse) Pure la credenza non c'è male, potrebbe valere come oggetto d'antiquariato. Sapete, un vicino di casa, Tittarelli si chiama, non so se lo conoscete, aveva giù in cantina una credenzaccia brutta e rotta. Gliel'ha vista uno che se ne intende e gliel'ha comprata dandogli un sacco di soldi perché era antica.

VINCENZO - (sbuffando) Io non vi so dire, ora, il valore degli oggetti che ho dentro casa, ma sapete che faccio? M'informo e poi su ogni cosa ci metto un cartello con il prezzo, come nelle botteghe. (Calcando un po' le parole) Questo, per esempio, invece di chiamarlo tavolo, lo chiamiamo 30.000 lire; invece di dire che ci beviamo due bicchieri di vino, diciamo che ci beviamo 150 lire.

PORFIRIO - (con tono ingenuo) Che vi siete offeso, Vincenzo? Io dicevo così tanto per scambiare una parola.

VINCENZO - (quasi rifacendogli il verso) Io lo facevo per capirci meglio. Se questo è il linguaggio a voi più congeniale, usiamo questo linguaggio qui, mica c'è niente di male.

Entra Andrea, lo studente. Indossa un paio di Jeans ed una maglietta di colore indefinito. Ha i capelli lunghi e arruffati. Cammina con andatura stanca trascinando i piedi. Senza salutare, prende una sedia e si siede un poco discosto mettendosi a sfogliare meccanicamente una rivista.

VINCENZO - (con orgoglio) Questo, Porfirio, è Andrea, l'altro figlio gemello che studia e che quest'anno piglierà il diploma di ragioniere. (Si avvicina al figlio e gli posa una mano sulla spalla come volesse meglio presentarlo)

PORFIRIO - Beato lui! Almeno sa fare bene i conti. (Beve) Se io avessi saputo fare bene i conti a quest'ora potevo essere un signore. Ci saranno voluti un sacco di soldi per mantenerlo a scuola. Capirete, spende e non porta a casa niente!

ANTONIO - (ritorna) Ecco la cambiale ed ecco il sigaro, va bene? (Li porge a Porfirio)

PORFIRIO - Bene, bene. Ditemi, quanto costano adesso i sigari? (Prende il sigaro e l'annusa voluttuosamente)

ANTONIO - Non ve lo so dire. Il tabaccaio m'ha fatto un conto unico.

PORFIRIO - Non fa niente. Mettetevi a sedere e scrivete la cambiale. (Si accende il sigaro con aria soddisfatta)

ANTONIO - La devo scrivere io? Scrivete voi che siete più pratico. (Gliela porge)

PORFIRIO - No, è meglio che impariate, ormai quelle (indica la cambiale) le dovrete conoscere come il paternostro. (Getta il fiammifero, sornione)

ANTONIO - Allora aspettate che trovo una penna. (Si guarda in giro) Andrea, hai una penna? (Andrea lo guarda imbambolato)

PORFIRIO - (sfilandola dal taschino) Ecco, ecco la penna! Scrivete: quassù la data la lasciamo in bianco, qui, ecco, sì, proprio qui: pagherò al signor Porfirio Strozzi la somma di £ 10.000.000 (Antonio esegue) Adesso mettete una firmetta qui sotto.

ANTONIO - Tanto per darmi una regolata, quanto viene l'interesse?

PORFIRIO - Se i soldi me li restituite tra un anno, al 28% su dieci milioni... Ma senza sforzarci tanto, c'è lo studente. (Rivolgendosi ad Andrea) Signor studente, quanto fa? (Sorride malignamente)

VINCENZO - (premuroso) Rispondi, Andrea: quanto fa l'interesse su dieci milioni al 28%?

ANDREA - (disorientato) Eh? Non lo so...

PORFIRIO - (alzandosi lentamente) Antonio, se mi restituite i dieci milioni fra un anno, l'interesse è di £ 2.800.000; se mi restituirete la somma prima è di meno, se dopo è di più. Vincenzo, mi mettete anche voi una firmetta qui sotto? (Indica col dito un punto sulla cambiale) Sì, qui vicino a quella di vostro figlio. Mica niente, una formalità. (Prende la cambiale e l'intasca) Andiamo Antonio, venite con me a prendere i soldi.

ANTONIO - Vai tu, babbo, con Porfirio. Io devo sbrigare alcune cosette. Ci vediamo più tardi a bottega.

Vincenzo e Porfirio escono. Antonio va a sedersi di fronte ad Andrea.

ANTONIO - Perché, Andrea, non mi dai una mano ad impiantare l'azienda? Mi potresti andare a fare il contratto dell'affitto, della luce, le operazioni con la banca, mi potresti tenere la contabilità. Un domani, se andrà bene l'azienda, potrebbe essere un pane anche per te.

ANDREA - (incrociando le braccia, con fare beffardo) Mi fai sentire lusingato con un'offerta di lavoro come questa! Ti piacerebbe avere alle dipendenze uno studente per tenerti la contabilità delle scarpe! Come sa di suola il tuo pane, fratello!

ANTONIO - Ah, certo, non avevo pensato che sei uno studente, per giunta diplomando! Hai proprio ragione, non ti puoi abbassare a tenere i conti delle scarpe. Scusami tanto se non ti ho offerto il posto di direttore generale. (Si alza e prende dalla credenza un bicchiere) Prima però, mi devi dimostrare di saper fare un "O" con il bicchiere. Toh! (Sbatte con stizza il bicchiere capovolto sul tavolo proprio davanti ad Andrea) A fare i contratti ci vado io. Ciao "studente"! (Esce infuriato)

ANDREA - (rimasto solo giocherella nervoso col bicchiere) Un "O" col bicchiere... Chissà chi si crede di essere, questo calzolaro! (Fa il gesto di scagliare il bicchiere verso la porta da dove è uscito il fratello. Nello stesso istante entrano due suoi compagni di scuola: Mario, un capellone mal vestito e dall'aspetto trasandato e Titti, una ragazza in blue jeans, maglione scolorito largo e cadente, capelli disordinati, trucco vistoso, comportamento mascolino. Entrambi masticano sgraziatamente il chewing gum)

MARIO - (riparandosi il viso con il braccio) Fermo, Andrea, bell'accoglienza ci fai!

ANDREA - Scusate. Quel presuntuoso di mio fratello mi ha fatto andare su di giri! (Fra sé) Un "O" col bicchiere... (Posa questo sul tavolo e si rimette seduto)

TITTI - (con sufficienza) Non te la prendere, tutti abbiamo di questi problemi. Io, per esempio, sono dovuta uscire di casa per non sentire più quei rimbambiti del vecchio e della vecchia. La vecchia ha messo il muso perché vuole che la chiami ancora "mamma".

ANDREA - Ebbene? Che ti costa darle questa soddisfazione! Era discutibile se tuo padre voleva che lo chiamassi babbo. Sai, "mater certa, pater probabilis".

TITTI - Sfacciato! Che vorresti insinuare che il vecchio non è mio padre? (Con tenerezza) Poveretto, mi vuole tanto bene. Questa mattina mi viene a svegliare tutto preoccupato: "Titti -mi fa- figlia mia, che fai, stai male?" "Male? -gli faccio io- No!" E lui: "Non vai a scuola oggi? Sono quasi le nove!" "Certo che vado a scuola , ma con calma. Arrivare in orario non si usa più. Entrare e uscire quando vogliamo è una conquista nuova, cioè, un modo moderno di farci sentire liberi e autoresponsabili". Per poco, poveretto, che non gli piglia un colpo!

MARIO - Tu sei fortunata ad avere un padre così buono. Il mio invece è un ignorante. Pretende ancora di firmare le giustificazioni. Non vuole capire che ormai sono maggiorenne e le giustificazioni me le firmo da solo. (Imitando la voce del padre) "Fintantoché stai dentro questa casa..." e ti rinfaccia quel piatto di minestra e quei quattro soldi che ti passa. Poi comincia con la solita tiritera: "Ai miei tempi, la scuola..." Che barba, sempre questa musica!

Entra Maria con la borsa della spesa. Si mette a mondare la verdura nel lavandino.

MARIO - (con aria furba) Io ho capito perché quelli dell'altra generazione ce l'hanno tanto con noi: per invidia! Molti perché non hanno potuto studiare per mancanza di mezzi e quelli che hanno studiato perché fa loro rabbia che noi frequentiamo una scuola aperta, libera, dove non c'è bisogno di ammazzarsi di studio. Se loro, come dicono, dovevano stare tutti i giorni sopra i libri, compresa la domenica, è segno che erano più testoni. Non vi sembra? Il fatto poi che noi siamo più intelligenti di loro è spiegabile anche scientificamente: come rispetto a loro siamo cresciuti in altezza più di dieci centimetri, così anche il cervello si sarà sviluppato in proporzione, no? C'è stato un salto generazionale sia di qualità che di quantità. (Rivolto a Titti) Una volta, per esempio, la donna per avere un figlio ci impiegava nove mesi, adesso guarda Rita, la tua compagna di banco: ha partorito dopo nemmeno cinque mesi da quando si è sposata!

TITTI - E' un segno della emancipazione sessuale, ignoranti!

MARIO - (con curiosità) Anche tu ti sei emancipata sessualmente?

TITTI - Certo! Solo che io piglio la pillola perché il figlio lo farò quando pare a me. Tanto oggi si possono fare anche senza il maschio, ossia con la fecondazione artificiale.

MARIO - Ma allora è finito tutto il divertimento.

TITTI - Non ti preoccupare che ci divertiamo, ci divertiamo...

MARIA - (intervenendo) Cos'è questa fecondazione artificiale?

TITTI - Oggi, signora, i figli si possono concepire con un piccolo intervento in apposite cliniche.

MARIA - Ma i figli debbono nascere da un atto d'amore fra marito e moglie.

TITTI - Oggi come oggi di atti d'amore ne facciamo tanti. (Ride dando di gomito a Mario) Che vuole che sia uno di meno.

MARIA - Che mondo, che mondo!

MARIO - Amici, andiamo ad organizzare qualcosa per sabato e sera?

ANDREA - Io devo studiare la matematica. Se al professore gli salta in mente di interrogarmi...

TITTI - Sta' tranquillo che non lo può fare: non ci ha dato il preavviso. E poi, meno della sufficienza non dà. D'altra parte siamo tutti nella tua stessa condizione. Cioè... Ma non vedi quando spiega? Fa una confusione che alla fine nemmeno lui ci capisce più niente! Come avrà fatto a diventare professore? Bah!

MARIO - Però di sport è bravo veramente. Il lunedì fa certe lezioni sul campionato di calcio che incanta.

ANDREA - E' invece brava sul serio la professoressa di italiano, ma è troppo all'antica e un po' stretta di voti. Lo sapete che vuole interrogarci singolarmente e farci fare anche un compito in classe?

TITTI - Che vuole fare? Ma sarà matta! Vedrete che le faremo cambiare idea: alle sue lezioni non ci andremo più nessuno finché non si renderà disponibile al "dialogo" con noi.

MARIO - Sarà brava, ma secondo me si arrabbia troppo: Non avete visto come ha redarguito quel povero Gianni perché non sapeva se D'Annunzio si doveva scrivere con l'apostrofo o senza? Capirai che problema importante: apostrofo sì, apostrofo no. Parlare poi di D'Annunzio quando ci sono tanti validissimi scrittori moderni, con una problematica attuale. Quel don Giovanni... Come faceva un uomo simile a piacere alle donne? Tutto pelato, con quel pizzetto che sembrava una capra, orbo e tappo. E' proprio vero che le donne non sposano un somaro solo perché hanno paura che strappi le lenzuola!

TITTI - Era un uomo che sapeva incantare le donne, sussurrava loro tante belle parole, dedicava loro poesie... (A Mario) Anzi era come te, che con Giuliana non sei riuscito nemmeno ad aprire bocca ed è finita come è finita!

ANDREA - (si finge meravigliato) Come, è tanto che le fai il cascamorto e la dichiarazione non gliel'hai ancora fatta?

TITTI - La dichiarazione? Quale dichiarazione, quella dei redditi?

ANDREA - Quella d'amore, ingenua!

TITTI - Ah, andiamo bene! Siete ancora fermi alle dichiarazioni d'amore. Adesso capisco... Siccome è stata Giuliana che gli si è fatta avanti, lui, poverino, si è bloccato.

MARIO - Se avesse avuto un po' di pazienza mi sarei fatto avanti io.

TITTI - Beh, che c'è di strano se ha preso prima lei l'iniziativa? per me non fa nessuna differenza.

ANDREA - (con tono convinto) No, no. Ha ragione Mario. E' l'uomo che deve conquistare la donna e non viceversa.

TITTI - (contrariata) Ecco la vostra modernità, la vostra apertura mentale. Gratta gratta, sotto sotto, rimanete sempre gli stessi maschilisti fino al midollo! Per fortuna non tutti sono come voi.

ANDREA - Non è per maschilismo, non so come spiegarti, ma l'uomo deve rimanere nel suo ruolo!

TITTI - Ma oggi come oggi non c'è più distinzione dei ruoli.

ANDREA - Divisione dei ruoli forse no, ma dignità sì.

TITTI - Auffa! Quando non sapete più che dire tirate fuori la dignità. Ma non avete capito che proprio questa è stata la cappa di piombo dove ci hanno tenuto sotto tutti? E' ora di finirla. Io voglio fare quello che mi pare: se un ragazzo mi piace non vedo perché non glielo debba dire e se non mi piace lo mando tranquillamente al diavolo!

Entra Annetta proveniente dalla camera e si dirige verso l'uscita. Indossa un abito da passeggio.

ANNETTA - Salve, studenti. Cos'è, avete fatto festa oggi?

ANDREA - A scuola c'era un'assemblea. (Con curiosità) Dove vai, Annetta, tutta pimpante?

ANNETTA - Vado a fare due passi. Voglio anche vedere che danno al cinema perché m'è venuta la voglia di andare a veder un bel film.

ANDREA - A te potrebbe andare bene: "La classe operaia va in paradiso".

ANNETTA - (con un sorriso sarcastico) No! mi piacerebbe di più: "Studenti all'inferno!"

TITTI - Senti, Annetta, stiamo organizzando per questa estate una esperienza di lavoro con molti altri ragazzi in un Centro Sociale Autogestito. Ci vorrebbe venire anche Andrea e quindi potresti partecipare anche tu.

ANNETTA - Cosa? Sprecare le ferie in un Centro Autogestito? Non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello.

TITTI - Al Centro c'è la riscoperta di un modello di lavoro manuale, che dovrà essere alla base di quel mondo operativo nel quale fra non molto ci inseriremo. Un tuo apporto critico, frutto della tua esperienza, potrebbe essere veramente prezioso.

ANNETTA - A me questa esperienza mi sembra una cavolata perciò questa estate voi state pure in questo Centro a fingere di fare gli operai perché io da operaia farò la signora borghese andandomi ad abbronzare al mare. Ciao, ciao! (Esce a testa alta)

TITTI - Mah, questi operai... Non si capisce a volte cosa vogliano. (Ad Andrea) Eppure sarebbe stata interessante la presenza di tua sorella al Centro Sociale. Un incontro fra ambiente studentesco e classe operaia. Un vero esame di maturità.

ANDREA - A proposito dell'esame di maturità, a luglio abbiamo quello della scuola. Io comincio a preoccuparmi. (Si mette a passeggiare su e giù)

MARIO - Che palle, Andrea! Tu, ti preoccupi sempre di tutto. Fai come faccio io: per vivere tranquillo, adotto la massima più bella del mondo che dice: "Di che ti preoccupi se c'è rimedio? Se rimedio non c'è di che ti preoccupi?"

TITTI - (A Mario) E sta' un po' zitto! C'è da preoccuparsi della tua cretineria! (Con tono riflessivo) All'esame pretenderanno di sapere né più né meno quello che ci hanno insegnato a scuola. Il problema è semmai averlo capito!

ANDREA - Per fortuna, da quello che si sente dire in giro, sembra che un trentasei non lo rifiutino a nessuno.

TITTI - Piano, piano con queste affermazioni. che cercano di screditare le nostre conquiste! Abbiamo fatto le lotte studentesche, le occupazioni, le manifestazioni di piazza, mica per niente! Non riusciranno a ripristinare la vecchia scuola autoritaria e nozionistica!

MARIO - (interrompendola) Ma ora basta con tutte queste polemiche e discorsi impegnati. Io ero appositamente venuto per sentire cosa organizzavamo per sabato sera. Che me ne frega di tutto il resto? Io ho voglia di divertirmi e basta! Che ne dite di andare in qualche posticino dove si trova la roba e farci una bella pera?

MARIA - Ehi, ragazzi? Cos’è questa pera?

TITTI - E' quella che fa questo salame dopo che ha mangiato un bel piatto di fagioli.

MARIO - (sottovoce) Allora, una fumatina di erba per tirarci un po' su... Andiamo, amici, andiamo a sentire cosa fanno gli altri.

TITTI - Sì, andiamo.

MARIA - Andrea, aspetta un momento che ti debbo parlare.

ANDREA - Che vuoi, mamma?

MARIA - Ti ho detto che ti debbo parlare!

ANDREA - Allora voi andate. Ci vediamo più tardi per il Corso.

Titti e Mario escono. Maria guarda il figlio con aria preoccupata.

ANDREA - Che c'è, mamma? che vuoi?

MARIA - Chi sono quei ragazzi? Ma che amici frequenti?

ANDREA - Perché? Sono compagni di scuola. Sono ragazzi in gamba. Sai di chi è figlio Mario? Di un avvocato ed il padre di Titti è il proprietario di una catena d'alberghi. Di che ti preoccupi?

MARIA - Di che mi preoccupo? Ma non hai sentito? Parlavano di droga con tanta disinvoltura come se fosse una cosa normale. Ma ti rendi conto con chi hai a che fare? Io non sto più né in cielo né in terra.

ANDREA - Ma Mario è uno che le spara grosse e Titti lo fa per posa. Io li frequento anche perché penso che un domani la loro amicizia potrebbe essermi utile. Non ti pare?

MARIA - Io intanto penso a oggi, e oggi quelli potrebbero portarti sulla cattiva strada con la differenza che poi loro hanno i mezzi per tirarsene fuori e tu invece potresti rimanerci per sempre. In quanto al domani e all'eventuale aiuto che potresti avere da loro non ci contare affatto perché da che mondo è mondo i signori la loro roba se la sono sempre tenuta ben stretta e se hai sentito dire che qualche volta hanno dato qualcosa a qualcuno lo hanno sempre fatto per un tornaconto. Hai capito?

ANDREA - Mamma, non mi scocciare. Ormai sono grande e le amicizie le scelgo da me. Anzi dammi qualche soldo.

La scena si oscura e un cono di luce illumina Maria davanti alla porta con le braccia allargate come per sbarrare il passo al figlio.

MARIA - No, Andrea, non andare! No, no... la droga no!

A T T O   T E R Z O

E' passato circa un anno dall'azione del secondo atto. L'ambiente è rimasto praticamente immutato. Sul tavolo, un mucchio di panni da stirare. Maria è intenta a piegare la biancheria.

MARIA - Annetta. Annetta!

ANNETTA - (dall'altra stanza) Che c'è, mamma?

MARIA - Vieni qua, vieni a darmi una mano a piegare queste lenzuola.

ANNETTA - Eccomi, un momento.

MARIA - Sbrigati perché da sola non ce la faccio. Ma quante volte bisogna chiamarti? (Sbuffa con impazienza)

ANNETTA - (entra vestita e pettinata con cura) Eccomi! Che cos'è tutta questa fretta? (Si aggiusta una ciocca di capelli)

MARIA - (osservandola) E' un po' di tempo che ti lisci tanto... Non avrai mica qualche filarino intorno?

ANNETTA - Se ho il filarino, non dirai più che sono acida e che devo trovare marito. (Aiuta la madre a piegare le lenzuola)

MARIA - Basta che sia un bravo ragazzo. (Confidenziale) Io lo conosco?

ANNETTA - (abbassa la testa, lisciando le lenzuola con cura) Muori dalla curiosità, eh?

MARIA - Sono o non sono tua madre? Mi sembra d'avere diritto di sapere chi è per vedere se è un ragazzo che fa per te e per darti qualche consiglio. (Fa una pausa per osservare la reazione, poi riprende a piegare altra biancheria) Ha studiato? Il posto ce l'ha?

ANNETTA - (con tono polemico) E se non avesse studiato? E se fosse un operaio? Che facciamo come una volta quando il fidanzato della figlia doveva essere gradito ai genitori? Poi se anche alla figlia non piaceva, bastava che fossero contenti il padre e la madre.

MARIA - (spazientita) Evvia! I genitori si dovranno preoccupare di sapere se il ragazzo della figlia ha le possibilità per mandare avanti la famiglia. Voi giovani pensate solo all'amore. (Ironica) Con l'amore non si compra mica il pane.

ANNETTA - (c. s.) Certo, la posizione, la roba. Dimmi un po': con la roba si compra l'amore?

MARIA - (disorientata) Beh... (Riprendendosi) Ma che c'entra! Comunque io dell'avvenire dei figli ho il dovere di interessarmi, no?

ANNETTA - (amara) Per il mio avvenire, mamma, puoi fare a meno di preoccuparti. Lo sai che i miei problemi so risolverli da sola. (Riprendendo il tono ironico di sempre) Poi, hai tanto da preoccuparti per il diplomato.

MARIA - (annuisce, sospirando) E sì, Andrea mi preoccupa proprio; non vedi in che situazione si trova, povero figlio mio?

ANNETTA - Eh sì! Da quando ha terminato gli studi, siccome non trova un posto, sembra che siamo tutti in lutto.

MARIA - Ti sembra giusto che tuo fratello, da quando ha preso il diploma, ed è ormai più di un anno, vada bussando inutilmente a destra e sinistra per trovare un'occupazione? Ti sembra giusto? Che tempi! Dove siamo arrivati! (Afferra il ferro da stiro con stizza e spiana con rabbia le lenzuola)

ANNETTA - Un posto l'aveva trovato, ma non c'è voluto andare. Anzi, non ce l'hai mandato.

MARIA - Perché un posto come quello non era adatto per tuo fratello. (Solleva la testa per guardarla) Ce lo vedi Andrea a fare l'operaio?

ANNETTA - (con tono di sfida) Pronuncia bene questa parola, non te la mangiare tra i denti: o-pe-ra-io. Non è mica un disonore appartenere a questa categoria. (Si pone davanti a lei con le mani sui fianchi) Io mi sento fiera di essere o-pe-ra-ia! E se anche Andrea fosse andato a lavorare in fabbrica, non ci sarebbe stato niente di male, anzi... (Riprende a piegare con rabbia i panni)

MARIA - (seguita imperterrita a stirare) Non me la sono sentita di mandarcelo, dopo che ha studiato.

ANNETTA - (ironica) Sì, l'abbiamo capita questa musica. Sempre la stessa: (in falsetto) "Dopo che ha studiato".

MARIA - (si arresta irritata) E' possibile che con te non si può parlare? Su questo argomento, poi! Andrea ha tanto di diploma ed è anche molto intelligente! Perché non lo vuoi ammettere?

ANNETTA - L'ho capita! (ripetendo con cantilena) Andrea ha il diploma, ha studiato ed è molto intelligente.

MARIA - E' inutile che fai la spiritosa. Io ti dico che Andrea è molto intelligente.

ANNETTA - (sbuffando) Che discorsi. Molto intelligente come Nannì! Ragioni proprio come Palmina. Ti ricordi che ci ridevi quando andava dicendo a tutte le donne del quartiere: "Nannì mio ha messo per gioco la manina sul fuoco e senza che gli dicessi niente l'ha ritirata subito subito. Quanto è intelligente questo figlio mio!"

MARIA - Sfacciata! Mi vorresti paragonare a quella stupida di Palmina? Hai visto come ha saputo allevare il figlio, no? Senza né arte né parte!

ANNETTA - Tu, allora, non comportarti come lei. Lascia che siano gli altri a lodare tuo figlio. Allora sì, significa che è in gamba!

Entra Vincenzo seguito da Libero.

VINCENZO - Avanti, avanti, Libero.

LIBERO - (saluta le donne) Buongiorno. (A Vincenzo) Allora, Vincenzo, non tradirete la classe operaia ora che vostro figlio è diventato industriale.

VINCENZO - Ma che industriale... Fa piccola produzione di scarpe.

LIBERO - (indicando Maria e Annetta) Sulle donne ci si può contare?

VINCENZO - Ma certo.

MARIA - Contare, cosa?

LIBERO - Di dare il voto sul nostro simbolo e ai nostri candidati.

MARIA - (sarcastica) Anche questi candidati sono della vostra stessa scuola?

LINBERO - Certamente! hanno sempre lottato e lottano contro gli sfruttatori e per il riscatto della classe operaia.

MARIA - Volevo dire se sono come voi: sempre e solo parole, parole... La gente vuole i fatti, Libero!

LIBERO - Le nostre non sono parole vuote, ma le basi di un ideale per costruire un domani migliore.

MARIA - L'ideale è dare un lavoro a tutti.

LIBERO - Certamente. Il nostro fine è proprio quello della piena occupazione e del progresso sociale.

VINCENZO - Giusto, Libero! Bisogna garantire l'occupazione. Noi, per esempio, abbiamo nostro figlio Andrea che non riesce a trovare un impiego. Vi pare una cosa giusta?

LIBERO - Attenzione Vincenzo: noi lottiamo per dare un lavoro, non un impiego.

MARIA - Libero, i "vostri" candidati che dicono a proposito dei debiti? Fa parte dell'ideale pagare chi lavora?

LIBERO - Certamente! La giusta retribuzione è una rivendicazione prioritaria.

MARIA - E allora, Libero, vogliamo dare questa giusta retribuzione a chi ha lavorato? Tanto per essere chiara io delle vostre chiacchiere ne ho proprio fin sopra i capelli. Voi con le vostre teorie dell'emancipazione della classe operaia, dell'ideale, del riscatto, eccetera, eccetera, eccetera, vi siete fatto fare, da questo credulone di Vincenzo, diversi paia di scarpe ed un'infinità di riparazioni dicendogli ogni volta di segnare invece di pagare. Segna oggi, segna domani, gli dovete un bel po' di soldi. Allora che facciamo?

LIBERO - Salderò, salderò... Che diamine!

MARIA - Ah, saldate? Mi dite quando, per favore?

LIBERO - Appena avrò la possibilità. Non vi fidate forse di me?

MARIA - No, Libero, mi dispiace, ma non mi fido affatto.

VINCENZO - E' bene che mi saldiate quanto mi dovete, Libero, perché ora che l'attività è passata a mio figlio Antonio, vorrei chiudere tutti i conti in sospeso.

LIBERO - (un po' alterato) Ah, questa è la ricompensa ad uno che ha lottato una vita intera per la vostra emancipazione, Vincenzo?

MARIA - Noi invece siamo stati con le mani in mano e la pancia all'aria, vero? Chi ha lottato siamo stati noi che abbiamo lavorato come bestie per sollevarci. Abbiamo portato al diploma nostro figlio Andrea con mille sacrifici, ed ora non riesce a trovare un impiego, povero figlio!

LIBERO - E allora vedete che dovere sostenere le nostre liste e i nostri candidati perché se saranno eletti daranno pane e lavoro.

MARIA - C'era proprio bisogno degli amici vostri! E' da quando sono nata che mangio un tozzo di pane e lavoro come un somaro.

Suonano alla porta. Entra fra Celeste.

FRA CELESTE - Pace e bene. Vah, c'è anche il caro fratello Libero?

LIBERO - Come è possibile che mi devo imbattere sempre con questo frate!

FRA CELESTE - Scommetto che sei qui per fare propaganda elettorale a favore dei tuoi amici miscredenti.

LIBERO - (pungente) Frate! I vostri anatemi non fanno più presa sul popolo e pertanto non ostacoleranno più l'ascesa al potere dei nostri grandi uomini di progresso. Le vostre mezze cartucce di baciapile e di moccoli di sagrestia saranno condannate ad una severa sconfitta.

FRA CELESTE - Come ti permetti di insultare i candidati credenti chiamandoli baciapile e moccoli di sagrestia? Approfitti della mia pazienza, vero? (Gli si fa sotto, minaccioso) Ma attenzione che se per un attimo mi dimentico di essere frate...

LIBERO - (con una certa irruenza) Ah, vi saltano i nervi quando vi si coglie nel vivo? Buon segno. Significa che siamo sul punto di scrollarci da dosso la cappa clericale e tutti i preti.

FRA CELESTE - (sottovoce per non farsi sentire dalle donne) Non ti illudere: i preti e le puttane sempre ci sono stati e sempre ci saranno!

LIBERO - La vedremo. Il popolo...

FRA CELESTE - Il popolo è quello di Dio e anche tu sei figlio di Dio, anche se ti ostini a non ammetterlo per certe idee malsane che ti frullano nel cervello. Ravvediti Libero perché in fondo sei un uomo impagabile.

MARIA - (sarcastica) Sì, si, avete proprio ragione, fra Celeste, non c'è un uomo più impagabile di lui. Non paga mai a nessuno.

LIBERO - Io sono contro il denaro, anzi lo disprezzo.

MARIA - E allora liberatevene pagando tutti i debiti che avete.

LIBERO - (guarda l'orologio) Oh, come si è fatto tardi. Scusatemi, ma debbo proprio andare. Ho una riunione molto importante. Mi raccomando, Vincenzo... (Gli fa il cenno della crocetta del voto)

VINCENZO - Anch'io mi raccomando... (Gli fa cenno dei soldi - Libero esce, ammiccando)

FRA CELESTE - Antonio, ero passato nel tuo laboratorio e mi hanno detto che eri qui a casa. Ebbene ho da proporti un affare. Dalle nostre missioni ci giungono richieste di vestiti e di scarpe. Saresti disposto a farci una fornitura di calzature?

ANTONIO - Che caratteristiche debbono avere queste scarpe?

FRA CELESTE - Dovresti passare dal padre guardiano per metterti d'accordo sulle caratteristiche e sul prezzo.

ANTONIO - Va bene. Ci passerò in giornata. Babbo., vieni di qua. Ti faccio vedere il disegno di un nuovo modello di scarpe. Arrivederci fra Celeste. (Antonio e Vincenzo escono dalla porta interna)

FRA CELESTE - Antonio dovrebbe pensare un po' più all'anima. In questi ultimi tempi si fa vedere poco in chiesa.

MARIA - E' tanto impegnato con il lavoro, povero figlio. Vi assicuro comunque che è di buoni sentimenti e onesto.

ANNETTA - (sarcastica) E il voto non lo darà a quelli di Libero...

MARIA - A questa, fra Celeste, le dobbiamo far leggere i Vangeli!

Entra Andrea tutto sconsolato.

MARIA - Allora? Come è andata, hai trovato niente?

ANDREA - (con voce piagnucolosa) Porco mondo, mi sono stufato!

MARIA - (gli si avvicina e gli pone una mano sulla spalla) Non te la prendere, figlio mio, non ti ci ammalare. Tanto, qualcosa uscirà fuori anche per te.

ANDREA - Se sapessi com'è umiliante. Quasi tutti mi ripetono: "Sappia che di domande di ragionieri ne abbiamo tante. Comunque faccia domanda anche lei e se avremo bisogno la interpelleremo". Poi uno, con un sorrisetto sarcastico, mi dice: "Ha raccomandazioni"? (Si siede sconsolato prendendosi la testa tra le mani)

MARIA - Io te l'avevo detto: ci vuole una raccomandazione...

ANDREA - Ma chi vuoi che mi raccomandi. Noi non conosciamo nessuna persona importante

ANNETTA - (con convinzione) Anche se purtroppo c'è questo andazzo, non è la strada corretta e non si deve seguire. Meglio mangiare solo pane e cipolla che sporcarsi la coscienza.

MARIA - (sospira) Ma se la strada è questa, inutile fare gli eroi. Dobbiamo essere soltanto noi ad avere gli scrupoli di coscienza mentre gli altri fanno gli affari loro? (Rivolgendosi a fra Celeste) Fra Celeste, voi non ci potete dare una mano per trovare un posto a questo figlio?

FRA CELESTE - Chi volete che dia ascolto ad un povero frate? Ma tu, Andrea, non disperare. Vedrai che con l'aiuto del Signore ti si aprirà una buona strada.

MARIA - Qui ci vuole solo una grazia del Signore.

FRA CELESTE - E la grazia potrebbe avverarsi. Noi non siamo in grado di leggere nei disegni della Provvidenza, ma a volte ci cadono addosso alcune cose che sembrano cattive, mentre spesso hanno un fine luminoso. Se il Signore non ti fa trovare un impiego non pensi, Andrea, che potrebbe avere altri disegni per te?

FRA CELESTE - Beh, diciamo che Andrea è stato sempre un bravo ragazzo e potrebbe essere un ottimo religioso.

MARIA - Come sarebbe a dire?

FRA CELESTE - Facevo così... una riflessione... Non è mica una soluzione da prendere a cuor leggero, per carità, ma nemmeno da scartare... Pensaci, Andrea. Anzi vienimi a trovare che ne parliamo un po'. Ora scusatemi, ma debbo proprio andare. Pace e bene, figlioli. (Esce)

ANNETTA - (ironica) Oh, finalmente! hai visto Andrea che una sistemazione l'hai trovata? Con la crisi delle vocazioni un posto da frate lo avrai senz'altro.

MARIA - Annetta! E' mai possibile!

ANDREA - (sollevando la testa) Senti, mamma, m'è venuta in mente una cosa: perché non gli dici tu, ad Antonio, di assumermi come ragioniere nella sua fabbrica? Sarà meglio che assuma me piuttosto che un altro; in fondo sono suo fratello, no?

MARIA - (un po' imbronciata) Ci posso provare, ma lo sai com'è diventato pignolo. Di quelli che assume vuole sapere vita morte e miracoli e se non sono come dice lui...

ANDREA - Allora di me saprà proprio tutto, no?

ANNETTA - (pronta) Proprio per questo sarà difficile che t'assuma.

ANDREA - Spiritosa! Lo sapevo che l'avresti detta questa battuta! (Fa un gesto di impazienza) Sei sempre pronta a beccarmi! (Esce verso la camera)

MARIA - Io ho una pena... Con tutti i rischi ai quali può andare incontro un giovane deluso: la droga, la delinquenza... (Sospira)

ANNETTA - Quando era studente e tutti gli davano ragione, chi per paura e chi per convenienza, e si sentiva il coltello dalla parte del manico, allora era uno spaccamontagne; adesso, al primo ostacolo, ci diamo alla droga. Che spina dorsale!

Rientrano Vincenzo e Antonio, parlando tra loro.

ANTONIO - Senza impegno, babbo. Dammi un consiglio se è bene oppure no che faccia questo affare.

VINCENZO - E che t'ho da dire, figlio? Decidi un po tu; fino ad oggi hai fatto tutto così bene.

ANTONIO - Questa volta l'affare è un po' grosso, l'ordinazione viene dall'America e sarei uno stupido se perdessi questa occasione. Quelli là pagano bene! Il pellame e la suola ce l'abbiamo quasi tutta. Ci sarebbe da comprare quella macchina automatica per fabbricare le tomaie, che costa un sacco di soldi. Domani farò tutti i conti precisi e poi deciderò. Lavorerò qualche ora di più al giorno.

VINCENZO - Ti aiuterò anch'io, figlio! Non sarò più tanto svelto a lavorare, ma meglio di niente...

ANTONIO - No, babbo. Tu hai maturato la pensione e ti devi riposare. Mi hai già aiutato tanto. Adesso tocca a me. Se va bene questa volta, mi potrò pigliare anch'io un po' di respiro. E poi, comincio anche a pensare ad una cosa seria con Daniela. Sai, ci vogliamo bene.

MARIA - (seguitando a stirare) Bravo figlio, adesso cominci a parlare bene. Sempre il lavoro, sempre il lavoro! E' ora che pensi anche ad una sistemazione. Noi genitori ci invecchiamo.

ANTONIO - Ho promesso a Daniela che se va bene questo affare facciamo il fidanzamento ufficiale. Avrebbe ormai anche il diritto, poveretta. E' tanto che aspetta, ma fino ad oggi, che le potevo promettere?

VINCENZO - A proposito, quando è stato? Giovedì, mi sembra. Il padre di questa ragazza mi chiedeva di te. Io gli ho detto di non preoccuparsi perché sei veramente buono, onesto, lavoratore e ti stai facendo anche una posizione per mandare avanti, un domani, una famiglia come si deve. (Gli batte compiaciuto la mano sulla spalla)

MARIA - (vuole partecipare al discorso a tutti i costi) Anch'io qualche mattina fa ho incontrato la madre di Daniela al mercato. (Con noncuranza) E' stato un discorso così... voleva sapere se le tue intenzioni erano serie...

ANTONIO - (scettico) Non ci credo nemmeno che vi siete limitate a parlare solo di questo.

MARIA - Le ho chiesto qualche informazione sul corredo... (Infervorandosi) Ha le lenzuola e le tovaglie ricamate a mano, gli asciugamani di spugna quella buona e m'ha anche detto il numero che adesso non ricordo, ma stai tranquillo che come quantità va bene. Possiede anche una casetta che non è molto grande né nuova, ma se riesce a mandare via l'inquilino, per voi due potrebbe andare proprio bene. C'è qualche difficoltà per il pranzo di nozze: loro sono tanti, hanno un'infinità di parenti, invece da parte nostra siamo quattro gatti. Chi vuoi che invitiamo? Di parenti ne abbiamo tanti pochi. Le ho fatto capire che non è giusto che facciamo a metà con le spese.

ANTONIO - (ridendo) Sono contento che avete scambiato solo due parole. Accidenti! Vi sarete dovute mettere sedute da qualche parte per non stancarvi! (Fregandosi le mani) Allora siamo a posto. Visto come sono andate le cose, possiamo risparmiare il fidanzamento ufficiale, tanto mi sembra che è stato già fatto. (Alla sorella) A proposito, tu, Annetta, hai parlato con nessuno?

ANNETTA - (seguitando a cucire, a testa bassa) No, non c'è bisogno. Io la conosco bene Daniela, è amica mia e sono contenta della scelta che hai fatto perché è proprio la ragazza che fa per te.

ANTONIO - (con malizia) Non hai parlato nemmeno con Cesare, suo cugino?

MARIA - (curiosa) Chi è questo Cesare?

ANNETTA - Niente, niente. (Ad Antonio, fra i denti) E stai zitto, anche tu!

ANTONIO - (alla madre) Come! Voi donne sapete sempre tutto. Questa volta, mamma, ti è andata male! Comunque un giorno o l'altro ti arriverà la partecipazione di tua figlia.

MARIA - (giungendo le mani) Cosa? Che è successo Annetta,ti devi sposare?

ANTONIO - No! Che hai capito? E' che anche lei è a buon punto con l'amore. (Ad Annetta, dolcemente) Sono contento sai, Annetta, te lo meriti quel bel fustaccio. (Le accarezza la testa)

ANNETTA - (smettendo di lavorare) Inutile che ve lo facevo conoscere prima, quando ancora non eravamo sicuri dei nostri sentimenti. Adesso abbiamo capito di volerci bene e pensiamo di fidanzarci ufficialmente. (Guarda i genitori sorridendo) Fra qualche giorno Cesare verrà a parlare con voialtri.

VINCENZO - Hai capito, Maria? I figli si sistemano ed è segno che noi ci invecchiamo. Anzi, ci siamo già invecchiati. (Si passa una mano tra i capelli)

MARIA - (tirando un sospiro di sollievo) E' una ruota che gira. Quando i figli si saranno fatti le loro case e rimarremo soli, sarà bello anche per noi, Vincenzo, rimetterci a fare gli sposetti.

ANTONIO - Annetta, vedi che hai terminato il filo? Vai a comprarlo, no? (Sottovoce) Non lo far aspettare troppo quel poveretto.

ANNETTA - Hai ragione, il filo è proprio terminato. Allora io esco per comprarne un rocchetto. Mi ci vorrà un po' di tempo perché lo vado a comprare in quel negozio di mercerie su in cima al Corso. (Si alza, deposita il lavoro sul tavolo, si aggiusta i capelli e si liscia il vestito)

MARIA - (sorridendo con approvazione) Vai, vai, amorosina!

Annetta saluta con un dolce sorriso i genitori ed il fratello, ed esce con passo leggero.

MARIA - Antonio, chi è questo Cesare?

ANTONIO - Dunque, questo Cesare è un ragazzo...

Suonano alla porta. Entra Porfirio sporgendo prima solo la testa e poi con fare sospetto avanza per la stanza con passo incerto.

PORFIRIO - Si può? Passavo da queste parti.

VINCENZO - (con scarso entusiasmo) Avanti, entrate Porfirio.

ANTONIO - (fingendosi sorpreso) Ma guarda che combinazione! Passavate qui per caso, proprio oggi che scade il prestito.

PORFIRIO - Vah! Nemmeno ci pensavo.

ANTONIO - Ma certo! Quanto vi piacerà a fare il finto tonto! Comunque capitate proprio a proposito. Prima però toglietemi una curiosità: mi dite perché andate vestito sempre di scuro? Vi è morto il gatto?

PORFIRIO - A motivo del mestiere che faccio. Dovete sapere che l'abito scuro significa serietà. (Si liscia la giacca compiaciuto)

ANTONIO - Per ragioni professionali, allora. E' proprio come pensavo io. Voi vestite sempre di scuro perché venite un gradino prima del beccamorto, che si veste di nero. Infatti prima arrivate voi che strozzate le persone, poi arriva quell'altro che le porta al camposanto! (Ride divertito)

PORFIRIO - (con convinzione) Io non strozzo nessuno, io faccio del bene alle persone, Antonio. Io vado incontro ai bisogni della gente.

ANTONIO - Ah, bene! Vi sentite un benefattore.

PORFIRIO - (con una sfumatura di arroganza della voce) Certamente! Se io non vi avessi prestato i soldi, adesso voi non sareste un industriale, ma un semplice calzolaio.

ANTONIO - Questo è vero. Solo che gli interessi che pretendete sono da usura.

PORFIRIO - Usura, usura... Secondo voi sono io che pratico l'usura? Ditemi un po': vi accorgete o no che da un giorno all'altro i soldi valgono sempre di meno? E i prezzi della roba? Guardate un po' i cartelli dei prezzi con i numeri sempre più grossi! Non parliamo delle parcelle di certi rispettabili professionisti. Allora, siete sempre convinto che sono io che pratico l'usura? Non rispondete niente? Vi si è cucita la bocca? O vi si è inceppato il cervello? (Gli si fa sotto il viso agitando l'indice)

ANTONIO - Non avete tutti i torti. In una società ammalata ogni germe diventa virulento. Voi siete un virus, Porfirio!

PORFIRIO - Benigno, però.

ANTONIO - Non mi sembra che vi siano virus benigni, ma non lo posso giurare.

VINCENZO - (a Porfirio) Volete bere un bicchiere di vino? Così scacciamo via i virus.

PORFIRIO - Grazie, Vincenzo. Un goccio di vino mi va proprio. C'è un'ariaccia che mi ha seccato la gola.

VINCENZO - Poi quello d'altri, dato come si dice, che non sa di rame, è sempre più buono. Non è vero, Porfirio?

Vincenzo va alla credenza, prende i bicchieri ed il fiasco di vino. Posa tutto sul tavolo e riempie i bicchieri.

PORFIRIO - (rivolto ad Antonio) Ho saputo che gli affari vi stanno andando bene. Bello il nuovo locale dove avete trasferito la fabbrica, l'ho visto dal di fuori e m'è piaciuto. Avete assunto altri operai, vero? M'hanno detto che vendete anche all'estero.

Antonio annuisce con il capo. I tre uomini prendono i bicchieri e bevono.

PORFIRIO - (rivolto a Maria) Voi, Maria, non bevete? (A Vincenzo) Sempre fortunato voi, che avete una moglie senza nessun vizio che costa.

ANTONIO - Tornando a noi, Porfirio, se non è troppo il disturbo, dobbiamo rivederci domani, dopo che avrò deciso se concludere o meno un affare di una certa importanza. Allora, se sarà sì bisogna che mi prolunghiate il prestito, se è no vi restituirò tutto.

PORFIRIO - Sapete che gli interessi sono aumentati del 5%.

ANTONIO - Interessi, soldi... Sembra che per voi al mondo non esista altro! Ma che gusto ci troverete con questo morboso attaccamento ai soldi?

PORFIRIO - Vi spiego una cosa: gli uomini falsi, quando riscuotono, pigliano i soldi con la destra e li portano subito in banca per paura della sinistra e li guardano con la coda dell'occhio provando dentro di loro una specie d’ebbrezza. Io, invece, sono sincero: piglio i soldi con la sinistra e con la destra li conto. (Fa il gesto di contare i soldi) Che sensazione! Sentire i soldi che ti scorrono tra il pollice e l'indice. (Estatico) Che goduria! Provate.

ANTONIO - Avete fatto bene a dirmelo, almeno spero di ricordarmelo: quando vi restituirò il prestito, invece di un assegno, vi darò tutte banconote di piccolo taglio, così vi potrete fare una contata di soldi. (Gli mette una mano nella spalla e lo spinge verso la porta) A domani, Porfirio.

PORFIRIO - (ancora estatico) Provate, Antonio, provate. Sentirete che piacere, che goduria. A domani. (Esce)

ANTONIO - Che sagoma questo Porfirio. Quando gli si parla di soldi, gongola.

MARIA - (rivolgendosi ad Antonio) Con l'arrivo di Porfirio, non mi hai potuto informare del ragazzo di Annetta.

ANTONIO - Allora, il ragazzo di Annetta... ha due gambe, due braccia, una testa...

MARIA - Suvvia, non scherzare, dimmi chi è, che fa, se è un ragazzo perbene e del quale possiamo stare tranquilli.

ANTONIO - Tu babbo, non vuoi sapere niente? Non so, quanto è alto, quanto pesa...

Rientra Andrea scuro in volto.

MARIA - (guardandolo con apprensione) Andrea, figlio...

ANDREA - (si lascia cadere su una sedia e si porta la mano alla fronte, disperato) Io non ce la faccio più a sopportare questa situazione. Va a finire che faccio una mattata!

VINCENZO - Che sono queste parole! Non facciamo tragedie, stai calmo!

ANDREA - Stai calmo, stai calmo. Ecco tutto quello che sai dire. Ma tu, babbo, proprio non capisci.

VINCENZO - Io ti capisco e ti capisco bene, ma stai oltrepassando la misura. In fondo tutti, al mondo, hanno momenti di difficoltà. Tu per un conto sei fortunato. Sì, proprio fortunato! Perché qui a casa un pezzo di pane ce l'hai e puoi ringraziare Iddio. Se vuoi proprio trovare un posto di tuo gradimento, devi avere pazienza. Intanto prova a fare qualche concorso. Noi non ti facciamo fretta; se hai proprio voglia di metterti a lavorare subito, piglia quello che ti si offre e un domani si vedrà. Mi sembra di essere stato chiaro, no? Ora basta con questa storia.

MARIA - Tuo padre ha parlato bene. Cerca di stare calmo. E' un momentaccio difficile. Comunque, per adesso, ti potrebbe dare una mano Antonio. Non è vero Antonio? In fondo è tuo fratello. (Lo guarda quasi implorante)

ANTONIO - Una volta l'idea mia era stata proprio questa: aiutarci tra fratelli. (Ad Andrea) Non ti ricordi quando stavo per aprire la fabbrica e avevo bisogno di una persona fidata, con un certo grado di istruzione, che m'avesse dato una mano e m'avesse tenuto i conti? Cosa m'hai risposto? Che il pane mio sapeva di suola. Tant'è che mi ero proprio offeso. Non è vero?

MARIA - (conciliante) Adesso non stiamo a ripensare a tante cose... Non l'avrà mica fatto per cattiveria, Quando uno è giovane gli sembra di essere il padrone del mondo.

ANTONIO . Certo! Lui era sicuro che, finito di studiare, sarebbero tutti venuti qui a casa a offrirgli ottimi impieghi. Purtroppo la realtà è stata un po' diversa, vero? Gli altri tuoi compagni hanno trovato una sistemazione?

ANDREA - Solo qualcuno più fortunato. Molti si sono iscritti all'Università col rischio che, una volta terminata, si ritrovino senza posto e con qualche anno in più sulle spalle. Ci sono anche tanti laureati disoccupati.

ANTONIO - Quell'amico tuo, Mario, fa l'Università?

ANDREA - Si è iscritto alla facoltà di legge. Però per lui è diverso. Avendo il padre avvocato ha già iniziato a fare pratica nello studio del genitore e quando avrà finito l'Università avrà il suo posticino caldo caldo. Sarà il signor avvocato, con quello che si guadagna con quella professione.

ANTONIO - E Titti, quella svampita?

ANDREA - Titti? Chiamala svampita! Adesso, se la vedi, non la riconosci più. Veste abiti firmati e non vuole più nemmeno essere chiamata Titti, ma con il suo vero nome: Elisabetta. Sì e no che mi saluta quando ci incontriamo. Forse pretende il "lei". E' andata a studiare in un college inglese.

ANTONIO - Addirittura! Si vedeva però che era una dritta.

ANDREA - Certo! Col padre che è proprietario di un sacco d'alberghi... (Scuote la testa) Io non ci capisco più niente. Quando si parlava di prospettive per il futuro, Mario, Titti, e molti altri sostenevano che la scuola era valida e ci avrebbe garantito un avvenire sicuro.

ANTONIO - Scuola valida, certo, -per loro- (Con amarezza) Era naturale, hanno sfruttato la vostra buona fede. Voialtri, ingenui, che vi siete prestati al gioco! Tu e gli altri figli di povera gente come noi siete serviti per far mucchio, a sollevare un polverone, a creare confusione e in mezzo loro, i dritti, hanno pescato fino in fondo conseguendo senza rischi e senza sacrifici il titolo di studio. Che ingenui che siete stati! Vi hanno fatto credere che anche per voi sarebbe stato tutto facile, tutto a portata di mano, tutto gratuito, tutto dovuto: gratuito il diploma, dovuto il posto di lavoro, gratuito anche l'amore.

ANDREA - (risentito) Ma il diploma non l'hanno preso solo quelli dritti, l'ho preso anch'io.

ANTONIO - Con la differenza che a quelli il titolo di studio è servito solo come biglietto d'ingresso al posto garantito dai loro paparini, mentre a te serve per fare il disoccupato.

MARIA - Andrea non ha un paparino, ma ha un fratello. Antonio, non mi lasciare questo figlio in mezzo alla strada. Vincenzo, diglielo anche tu.

VINCENZO - (sornione) Antonio, nella fabbrica sua vuole gente seria, no gli smidollati e fa bene! Anche Andrea però ormai la lezione l'ha imparata e i grilli per la testa gli sono volati via tutti. (Ad Antonio) Io ti consiglio di pigliarlo con te, un domani un fratello ti potrebbe essere utile.

ANTONIO - (dopo una pausa di riflessione, rivolto ad Andrea) Ma ricordati: dentro la fabbrica tu non avrai nessun vantaggio ad essere mio fratello, anzi, dovrai dare il buon esempio.

MARIA - Il Signore ti benedica, figlio. (Con slancio lo abbraccia e lo bacia)

ANTONIO - Andiamo, Andrea. Dato che vado in fabbrica, vieni anche tu così potrai iniziare subito a fare qualcosa. Anche il lavoro manuale. Ti va?

ANDREA - Mi chiedi se mi va? Me ne andrà! Non vedi che mi è venuto un tremito per l'emozione?

ANTONIO - (posa un braccio sulla spalla del fratello e insieme si dirigono verso l'uscita) Mi raccomando, la barba dovrai raderla tutti i giorni, così pure dovrai curare l'abbigliamento perché anche l'aspetto ha la sua importanza. (Escono)

Maria e Vincenzo rimangono soli. Si guardano senza parlare. Poi Maria si rivolge al marito quasi sospirando.

MARIA - Lo sai che mi vengono giù le lacrime per la gioia di aver visto i nostri figli aiutarsi tra loro da veri fratelli? E' proprio vero che quando l'albero è sano e forte, i frutti vengono buoni. E noi siamo stati due buone piante eh, Vincenzo?

VINCENZO - (come soprappensiero) Eh! Come le querce! E i figli nostri buoni come le ghiande!

MARIA - Quel paravento di Antonio non mi ha voluto dare nessuna notizia del ragazzo di Annetta.

VINCENZO - Ti ha detto che ha due gambe, due braccia. Non t'è bastato?

MARIA - Non perché è mia figlia, ma è veramente una ragazza d'oro e mi dispiacerebbe se non avesse incontrato bene. Eh, quant'è difficile fare il genitore! Cerchi di spianare la strada ai figli e invece, qualche volta, sono proprio loro che te la imbrecciano.

VINCENZO - Hai ragione! E' il mestiere più difficile del mondo, anche perché chi ti insegna a fare il genitore? Non ci sono mica le scuole.

MARIA - Comunque oggi è stata una gran bella giornata perché abbiamo potuto sistemare Andrea. Mi sono tolta un peso di dosso e un nodo qui nella gola che mi chiudeva il fiato. Non riuscivo più nemmeno a dormire alla notte per il dispiacere.

VINCENZO - Forse ti eri illusa troppo con il figlio studente, vero Maria?

MARIA - Mi sentivo come in colpa, sono stata io a volerlo far studiare. Una madre darebbe la vita per vedere un figlio elevarsi ad una certa posizione.

VINCENZO - Siamo stati tutti e due. Solo che per me lo studio è da considerarsi un mezzo per aprire il cervello alla gente, per diffondere la cultura tra il popolo. Insomma per migliorare la società.

MARIA - Tu, Vincenzo, pensi troppo agli altri, al popolo, alla società. Non è che voglio essere egoista, ma...

VINCENZO - No, non sei egoista, ma sembri un somaro con i paraocchi! Devi capire che se anche l'istruzione non è servita per il momento a nostro figlio, ha permesso all'uomo povero di raggiungere certe conquiste sociali un tempo nemmeno immaginabili: la pensione, per esempio. Una volta, nemmeno tanto tempo fa, si può dire che nonno ed anche mio padre, sono morti sopra il tavolo da lavoro. Io, invece, con la pensione, posso godermi in pace questi ultimi anni che mi restano.

MARIA - (lo interrompe) Già! Tu, Vincenzo, hai finito con il lavoro. Che bellezza, mi sento più libera anch'io.

VINCENZO - Vogliamo, Maria, cominciare a godercela per davvero questa libertà? Sai che facciamo? Vai a prepararti, che usciamo una buona volta insieme, no? (Le prende una mano) Faremo proprio gli sposetti. (La guarda con tenerezza)

MARIA - A spasso non ci siamo mai andati nemmeno quando eravamo giovani, saremo capaci, ora?

VINCENZO - Imparerai, mica è difficile andare a spasso. Basta che metti un piede davanti all'altro. Ci compreremo anche un bel gelato, quello che si mangia con il cucchiaino. Sai, ne ho una voglia... E' una voglia che ho avuto da sempre. Mi ricordo che quando ero piccolo la povera mamma, non potendomelo comprare perché non aveva i soldi, per farmi contento mi diceva: "Sii buono, figlio, perché così domenica ti condurrò per il Corso a veder i signori che mangiano il gelato!"

MARIA - Allora, voglia per voglia, a me invece del gelato mi dovresti comprare una pasta, un bigné. Me lo comprava qualche volta la povera mamma come premio quando avevo fatto la brava.

VINCENZO - Certo che te lo compro. Ti pare? Dai, allora, sbrigati, vai a prepararti. (Maria esce per la porta della camera portando con sé i panni stirati)

VINCENZO - (rimasto solo si guarda indosso) Io con questo vestito come sto? Potrà andar bene per andare a spasso? E sì, non è un gran che, ma nemmeno tanto brutto. Le scarpe sono un po' malandate, ma adesso do loro una bella spazzolata. (Prende da un cassetto una spazzola per pulire le scarpe) E' tanto tempo che dico di farmene un paio nuove, ma un giorno una cosa e un giorno un'altra, non ho mai trovato il momento. (Appoggia un piede sulla sedia) Come mi sono arrugginito, non ce la faccio più a piegarmi. (Si tocca la pancia, crollando la testa) Speriamo che non sia quella che la gente chiama la malattia dell'agnello: ti cresce la pancia e non ce la fai più a fare l'amore! Ma che malattia dell'agnello! (Gonfiando il petto) Mi sento un toro! (Facendo il muscolo) Tieni, guarda che pagnotta! (Dopo avere spazzolato le scarpe) Sono venute quasi nuove queste scarpe. (Si liscia il vestito) Ecco fatto! Non sarò un gagà, ma tanto mica sono diventato il "sor Vincenzo!" Mi viene quasi da ridere, pensando a quello che diceva mia moglie tanto tempo fa: (In falsetto) "Quando avremo un figlio ragioniere tu non sarai più Vincenzo il calzolaio, ma il sor Vincenzo". E' meglio così, è meglio che sono rimasto Vincenzo il calzolaio, mi sento più "Io". Ti sembra? Se qualcuno, sul serio, per la strada mi avesse chiamato "sor Vincenzo", era roba che gli avrei risposto in malo modo. Certo che mia moglie c'è rimasta proprio male. Con il figlio ragioniere pensava di poter fare un salto sociale e invece si è avverato che lo studio non è più un mezzo per la emancipazione del singolo, ma della collettività. La disoccupazione? I figli di papà che hanno sfruttato la situazione? Non si poteva mica pretendere che fosse andato tutto liscio. Una cosa solo mi preoccupa: alle nuove generazioni sono stati insegnati solo i diritti. Come si farà adesso a far capire loro che ci sono anche i doveri? Speriamo che capiscano che senza doveri... Perché senza doveri non si potrà costruire niente di nuovo!

MARIA - (ritorna con il vestito nuovo sgargiante) Eccomi, Vincenzo, sono pronta. Mi sono messa il vestito bello perché per me oggi è come fosse una gran festa.

VINCENZO - (con voce commossa) Accidenti! Mi sembri un figurino! Mi fai sfigurare vicino a te. Andiamo. Facciamoci questa passeggiata. (La prende a braccetto e le dà un bacione) Bella! (escono)

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