Carlo Gozzi


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CARLO GOZZI

Commedia in quattro atti

Di RENATO SIMONI

PERSONAGGI

IL CONTE GIACOMO GOZZI

LA CONTESSA GOZZI, sua moglie

CARLO, GASPARE, ALMORO, MARINA, TONINA, suoi figli

LUIGIA BERGALLI, moglie di Gaspare

TEODORA RICCI, comica, moglie di

FRANCESCO BARTOLI

ANTONIO SACCHI, detto Truffaldino

IL N. H. GRATAROL

LUCREZIA, vecchia serva di Carlo

LISANDRO, MARCO, CHECA, PASQUETA, amici di Carlo Gozzi

SAMUELE, BERGOLINI, SALVALAJ, usurai

CHECCHINO, scritturale di Carlo - MOMOLO, servo dei Gozzi

 Una serva - Altri servitori

Il primo atto a Vicinale, gli altri 3 atti a Venezia

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

La gran sala di casa Gozzi a Vicinale. Spaziosa, gaia, a tinta chiara, con stucchi, e fiori rosa pallido e verdolino. Sof­fitto a solida travatura. Sulla parete di fondo, nel mezzo, un gran camino in marmo scolpito: dentro vi ardono senza fiamma alcuni grossi legni. A destra del camino un'ampia portiera a vetri: fuori, il giardino avvolto nel sole chiaro e mite di un pomeriggio dì ottobre. A sinistra del giardino una porta che, quando si apre, lascia vedere la cucina. Sulle pareti due porte, un po' anguste, colorite in bianco, con qualche gruppo di fiori nel centro degli specchi, e fregi d'oro. Pochissimi mobili, quasi solo delle sedie impagliate, di legno rozzo, con altissime spalliere. Sono tutte addossate alle pareti. Le pareti, i mobili, tutto l'insieme mostrano un'antica opulenza, ma un presente disagio. 1 colori sono il­languiditi, i dipinti qua e là scrostati. Nella portiera, tutta a lunette di vetro, manca qualche vetrino e al suo posto è stata incollata della carta. (Luigia nel mezzo, Samuele, Bergolini, Salvadaj, sulla porta in gruppo, eccitati).

Samuele                        - (parla con l'erre grasso) El mio sangue vogio, el mio sangue!

Bergolini                       - Xe un toco che la ne tol via! Xe ora de finirla!

Salvalaj                         - ...de finirla!

Luigia                           - (con rabbia) Ziti! pian!

Samuele                        - Pian, pian! La mia roba, i mii ducati, i mii bei ducati!

Luigia                           - Co ve digo che non perdarè gnente! che ve vignarà in scarsela fin a l'ultimo bagatin!

Bergolini                       - Xe un pezzo che la lo dise...

Salvalaj                         - ...che la lo dise...

Luigia                           - No v'ò sempre paga? Oh! paroni cari, vualtri li conossè i bezzi de casa Gozzi...

Samuele                        - Onipotentissimo! i gera i mii, i gera i mii!

Luigia                           - No ve domando che un poca de pa­zienza.

Bergolini                       - Fin a quando?

Salvalaj                         - ...a quando?

Samuele                        - No gnente pazienza. Basta! Adesso no me fido più.

Luigia                           - Sior Samuel; el varda come ch'el parla. Son la contessa Gozzi, e son in casa mia.

Samuele                        - (smaniando) Onipotentissimo! In casa sua! Dove xeli sconti i bezzi mii che la ga in casa sua? Li vogio! La m'à promesso de pagarme!

Luigia                           - Lo savè che l'ano xe sta cativo! Che ne xe andà mal mezo racolto! Tute le disgrazie in una volta! Lassème respirar! Oh! infin dei conti ghe xe case, ghe xe campi, stè sicuri. E, se ocoresse, podaria anca darve qualche compenso. Son cortesana, son zentildona, so el mio debito. Basta ragionar senza urlar, senza svegiar cani che dorme. Voleu metarme in piazza? Pezo per vualtri: perdarè tuto. Agiuteme, abiè carità, e gavarè el vostro tornaconto.

Samuele                        - Onipotentissimo! Ghe xe campi? I xe carghi, i xe carghi. E le case? Le xe de tuti, fora che de lori. Me son informa. I vaga a sentir a Rialto, i vaga a sentir dala bona zente, dale bone anime che m'à avisà mi. Son sta asassinà. Adesso basta: no ghe casco più!

Bergolini                       - Parona, xele vere ste cosse?

Luigia                           - Cossa xe sto « parona »? Se me trata col mio titolo.

Bergolini                       - Lustrissima signora contessa, sior Samuel me ga messo un pùlese nele recie.

Salvalaj                         - (grattandosi l'orecchio) ... nele recie...

Bergolini                       - Orsù, ecelenza, qua bisogna pagar.

Salvalaj                         - Pagar!

Samuele                        - Pagar! Pagar!

Luigia                           - (disperata) Savè che ancuo no posso.

Samuele                        - Onipotentissimo! Me lo diseva el cuor...

Luigia                                      - Co no ghe ne xe, no ghe ne xe. Seu omeni o seu orsi?

Bergolini                       - Omeni, orsi, come che la voi. I nostri bezzi!

Salvalaj                         - ... i bezzi!

Samuele                        - I mii ducati, i mii ducati. Son rovina, son sassinà! (La contessa comparisce da una porta della parete di destra, severa e dignitosa, in vesti scure, con cuffia bianca).

Luigia                           - Oh brava, la vegna qua perché no ghe ne posso più.

 

La Contessa                  - (ai tre) Cossa xe sto alzar la ose? Dove credeu de essar? No gavè impara a star nele case dei vostri paroni?

Bergolini                       - (impetuoso) Lustrissima...

La Contessa                  - (severa, ferma) Cossa xe?

Bergolini                       - (calmandosi) Lustrissima, gerimo ve-gnui per quel'afar.

La Contessa                  - Ancuo no se poi: tornè.

Samuele                        - Onipotentissimo! Tornè, tornè! No torno altro. Go doveste vegnir fin qua da Venezia. La ne pagarà le spese.

La Contessa                  - Su questo, ve intendarè col fator.

Samuele                        - Co eia! I bezzi ghe li go dai ala con­tessa zovene, no al fator.

La Contessa                  - Mia niora no la v'à dito che ancuo no gavemo capitali in casa?

Bergolini                       - La ne lo ga dito e a mi me par impos­sibile! Lori senza capitali in casa? No xe vero. Per questo aspetemo d'esser pagai.

La Contessa                  - Che interesse voleu per aspetar un mese?

Bergolini                       - Nissun interesse perché no intendemo aspetar.

Salvalaj                         - ... aspetar!

La Contessa                  - E pur bisognare aspetar. No vorè miga che bata monea!

Samuele                        - (dopo pausa, esitante, con finta non­curanza) Se so ecelenza, la signora contessa me lassa parlar, mi voria dir...

La Contessa                  - Parie!

Samuele                        - Nualtri no podemo più far fido. Ora­mai xe tuto impegna. Bisogna che i venda!

La Contessa                  - Ben: vendaremo la casa de Ber­gamo!

Samuele                        - Bergamo xe lontan, ecelenza, tropo lontan. La venda a Venezia.

La Contessa                  - Cossa a Venezia?

Samuele                        - El palazzo Gozzi a San Cassan.

La Contessa                  - (con stupore e con ira) El palazzo Gozzi?

Samuele                        - Giusto, gavarave in vista qualchidun che lo compraria. Cussi la paga le ipoteche e la ne paga nualtri.

La Contessa                  - El palazzo Gozzi?

Samuele                        - I mii bezzi! Son sassinà! Son sassinà!

Bergolini                       - Cossa decidela, siora contessa? Qua no ghe xe tempo da perder. Mi vado dal mio avocato.

Salvalaj                         - ... dal mio avocato...

Samuele                        - E mi al Senato, e mi dal Serenissimo Principe, ghe basare i pie perché el me salva. Vogio butar per aria Venezia se no i me paga.

La Contessa                  - Parie pian! (Con uno sforzo) Se vendarà el palazzo.

Bergolini                       - Eviva! Eviva! La siora contessa la xe de bon cuor.

Salvalaj                         - ... de bon cuor.

Samuele                        - Onipotentissimo! Me va zo una piera dal stomego. (Tutti le si fanno attorno: Samuele si bacia due dita e tocca con quelle un lembo delle vesti di lei).

La Contessa                  - Basta! Birbanti! Via!

Bergolini                       - Contessa!

La Contessa                  - Ve go promesso che se vendarà el palazzo! Co go promesso, go zurà. Adesso, fora. E basta parole, se no ciamo zente e ve f asso bastonar. (I tre escono inchinandosi spauriti).

Luigia                           - Vendar casa nostra? Cossa gala fato, marna?

La Contessa                  - No me sechè anca vu. (Rimane assorta, poi si volta a Luigia) O adesso o più tardi, xe istesso! (Altra pausa) Volevi un scandolo! volevi che andessimo per le boche de tuti?

Luigia                           - Ma cossa dirà i mii cugnai?

La Contessa                  - I farà quelo che vogio mi.

Luigia                           - E Carlo?

La Contessa                  - (rimane un momento pensierosa) Carlo! Carlo el sarà un osso duro da rosegar. Dòr-melo?

Luigia                           - Credo de sì.

La Contessa                  - Gaveu capio gnente percossa el sia vegnuo a Vicinai?

Luigia                           - Gnente. Ma el me ga una certa aria! Bogie qualcossa in pignata.

La Contessa                  - (calma) Ghe stuaremo el fogo soto. L'impararà a conosser so mare. Vegnì co mi. (Via tutte e due. La scena rimane un momento vuota).

Carlo                             - (entra stirandosi le braccia, col viso ancora sonnacchioso; gira per la stanza annoiato. Va alla porta che dà sul giardino) Marina! Tonina! Cossa feu?

Marina                          - Za svegio?

Carlo                             - No go podesto ciapar sono. Vegnì a farme compagnia.

Marina                          - Semo drio a far un mazzo de rose: le xe le ultime; se no la brosa...

Carlo                             - Fé presto!

Marina                          - (entrando con Tonina) Semo qua! (Ve­dendo Carlo che sbadiglia) Seu za stufo de la cam­pagna?

Carlo                             - Ma che! Mi anzi, la campagna, me piase. Marina   - Ma stè in cita. Beato vu!

Carlo                             - Cossa gavaressi da dir? No ve divertì? Marina       - E come! Se se alza per andar in leto, se va in leto per alzarse. Qua no se zoga, qua no se veste ala moda, qua no se vede nissun.

Carlo                             - Sé una sempia. La campagna xe megio de la gita. No ghe ze fastidi no ghe xe petegolessi.

Tonina                           - Gavè rason, fradelo, mi ghe starave tuta la vita.

Carlo                             - Tuta la vita, tuta la vita! Anca la gita gà el so bon.

Marina                          - Altro che! Mia sorela Tonina la patisse de vapori ipocondriaci.

Carlo                             - (la guarda bisbetico) E vu patì de vapori da mata, me par.

Marina                          - Oh, no vegnì miga a strapassar, saveu, che qua ghe ne xe abastanza de la zente che stra­passa!

Carlo                             - No fé che lamentarve!

Marina                          - E me lamentare ancora de più. Voleu che baia da la contentessa a star qua, in mezo a sti quatro paesani che i spussa de stala e de formagio? Mi go altre intenzion.

Carlo                             - Oh! oh! e che intenzion?

Marina                          - De maridarme. No feme i oci perché xe istesso.

Carlo                             - El mario ve lo trovare siora mare.

Marina                          - Quela morosa ch'el gaveva lu, do mesi fa a Venezia, chi ghe l'à trovada? Siora mare?

Tonina                           - Tasi, Marina.

Carlo                             - (irritato) Che morosa! Che morosa!

Marina                          - Quela che dopo la ga fato... sì, el me capisse.

Carlo                             - (irritato) Chi ve ga insegna a parlar cussi? Senza giudizio!

Marina                          - Vogio maridarme, se no, dediana, scampo via!

Tonina                           - Marina, Marina, finissila.

Carlo                             - Scampar via! Bei propositi! me piase! Ve seraremo in un ritiro.

Marina                          - A mi? Cucù! Me maridarò e... me dare la mia dote.

Carlo                             - E chi ve la nega?

Marina                          - Go paura che me la magna mia cugnada.

Carlo                             - (a Tonina) Cassa diseìa de mia cugnada?

Tonina                           - (malinconica) Eh, fradelo, la parona la xe eia.

Carlo                             - Come, la parona?

Tonina                           - La maniza tuto, la aministra eia.

Marina                          - E la s'à fato la ponga.

Carlo                             - Con che fondamento parlèu!

Marina                          - Col fondamento dei mii oci. Dunque, za che se vegnuo qua, ve lo digo ciaro e tondo: me vogio maridar, vogio andar via, via, via!

Carlo                             - Gaveu qualche genieto?

Marina                          - Mi no. No se vede nissun.

Carlo                             - Co sarà tempo, ve maridarò.

Marina                          - Ve digo mi che xe tempo. E lo vogio belo, alto...

Carlo                             - (fissandola) Alto come?

Marina                          - E minga col naso longo come vu.

Carlo                             - Vardè che ve tiro le recie!

Marina                          - Mi me lo imagino, el mario che me tocarà! Co ghe penso me vien vogia de svolar via!

Carlo                             - Prima se ga da maridar Tonina!

Tonina                           - Mi no ghe penso.

Marina                          - Eia no ghe pensa. E mi sì, invece. De le volte me par ch'el sia là ch'el vien, che basta verzer la porta e dirghe: el se comoda, el vegna drento.

Carlo                             - (burlando) Gaveu prova a verzer la porta?

Marina                          - Burle, burle! Eh! anca a mi sta alegria la me passa, e no spero più; vardo fora del balcon, e vedo campagna, campagna e po' ancora campagna e me par che la mia vita gabia da essar tuta cussi.

Carlo                             - Color verde.

Marina                          - Verde che mor, fogie che casca.

Carlo                             - El verde xe el color dela speranza.

Marina                          - (fervida) Diseu dasseno, fradelo? Credeu che gavarò fortuna?

Carlo                             - (ridendo) Mi diria de sì!

Marina                          - (con un salto) Vogio una gran casa sul Canal, gondola mia, coi gondolieri co la sciarpa rossa che sventola. Garofoli su tuti i balconi. Almanco tre abiti de brocato. Zogie quante ghe ne vogio, la conzateste che me fassa el tupè, per compensarme dei tironi de cavei che me dà siora cugnada, quando la me petèna. Po', almanco tre feste a l'ano! el so cavalier servente; ciave de palco in tuti i teatri, e ciasseti e spasseti... Sol de zorno, lumi de sera. Canti, virtuosi per casa, violini che fa grin grin, zogar al ridoto; e in carneval sempre in mascara.

Carlo                             - E dopo, voleu altro?

Marina                          - Oh! tante cosse, tante cosse!

Carlo                             - Dovaressi far la vostra lista! Perché quando el se presentarà sto gran Can dei Tartari, sto Sul­tano del Catai, se ghe dirà: Lustrissimo pàron, lu voi siora Marina? salo chi la xe? La xe una tosa straordinaria. Per basarghe el deo menuelo bisogna far questo e questo. Ghe voi tre abiti de brocato, ghe voi la conzateste...

Marina                          - Oh! manco mal che no gavè più quela mutria! Me piasè cussi! Go vogia anca mi de ridar. Dediana! De ridar forte, de butar per aria tuto, per vedar che viso farà mia siora mare.

Tonina                           - No sta ben parlar cussi de nostra mare.

Marina                          - Nostra mare! nostra mare! Eia no la vede che per i oci de Gasparo e de nostra cugnada. Nualtre semo scoasse! scoasse! (Ridendo) Ohe, Carlo, anca vu, che no ve credessi! una scoassa come nu.

Carlo                             - (rabbuiandosi) Ande via!

Marina                          - Anca vu ve inrabiè? Ben! mi vogio dir quelo che penso! Nostra siora mare, ai so tempi, la se ga divertio. Bali, feste, teatri in casa... E nualtri, invece, semo in miseria per colpa sua!

Carlo                             - In miseria?

Marina                          - (ridendo) Ohe, caschè da le nuvole? Debiti, cartoline che sventola.

Carlo                             - E ride per questo?

Marina                          - Voleu che pianza? Xe istesso! A poco a poco, va via tuto. Gaveu mai visto el nostro can, Lampo, de istà? Ghe se destaca dei gropi de pelo ogni minuto. El li peta da per tuto, su le tende, sui abiti, su le poltrone; e po', el resta mezo pela, co una certa aria ridicola!... Ben, semo cussi anca nualtri. La nostra roba la petemo un poco da per tuto, la se destaca da nu. E restemo co sti capeti qua, ala moda de mezo secolo fa. (Fa una piroetta tenendosi i lembi della gonna).

Carlo                             - (afferrandola per un braccio) E no senti che bisogna proveder!

Marina                          - (svincolandosi) Ahi! (Poi, con un'alle­grezza più amara) Ghe pensa mia cugnada! (Ironi­camente) Gran dona, quela, gran poetessa. La sa el greco, la sa el latin. Co la fa versi, la se mete la paruca de mio fradelo Gasparo... per confondar i suori... Olimpici... Xe eia che la ga in man tuto! Figurevela co bela sta poetessa, che aministra! La rima tre soldi de tabacco da naso, co Parnaso. E intanto la ne tiranegia; ghe scometo che la ingruma per eia.

Carlo                             - E Gasparo, cossa falò?

Marina                          - Gasparo xe un gnoco.

Carlo                             - E Almorò?

Marina                          - Quelo xe un insemenio che noi pensa che ale so zuete e ai so viscioni.

Carlo                             - E nostra mare?

Marina                          - La xe d'acordo co la Gigia.

Carlo                             - (furente) In do minuti ti ga dito mal de nostra mare, ti ga dà dela ladra a nostra cugnada, de l'insemenìo a Gasparo, e de l'aloco a Almorò. No xe questo che ocor, no xe questo! Tuto quelo che me disè mi lo saveva. Qua bisogna riparar!... Son vegnuo aposta... Ma bisogna metarse d'acordo, se se voi riussir.

Marina                          - Sé vegnuo per questo? (L'abbraccia) Bravo! Tolèghe i bezzi a mia cugnada. Ma che siè benedeto! No se ghe ne poi più! Xe do ani che no la ne fa un vestito. E ghe n'ò bisogno, saveu. Si! sì, paron vu, le sostanze a vu! Sto ano se usa i « ma-riages». Caro fradelo, me ne fareu uno? Oh! cussi me piase i omeni! Teste quadre... Anca una scufia me ocore... celeste! me sta tanto ben el celeste! Oh che belezza! Ribelion! Ribelion! Guera! So qua, so qua co la scoa, se volè! Ah! farghela a mia cugnada! Guera! Scominziè vu intanto! Mi me la bato, ma co ocorarà, co sarà el momento, ciamème, vedarè... Ri-bellion! Guera! (Via allegra).

Carlo                             - (dà una risata amara) Benon! Benon! (A Tonina) E ti, cossa fastu? Fora anca ti quelo che ti voi. Come te piaselo el vestito? E la scufia? No far la Santina, no vardarme co quei oci incocalii. Ti gavarà anca ti el to genieto, ti vorà anca ti un mario alto cussi, e largo cussi. Avanti, sentimo, che sappia cossa go da fare, fin che, intanto, va tuto in ma­lora, e ne casca adosso i muri, e se se sprofonda, se se sprofonda...

Tonina                           - Carlo... mi vorave morir!

Carlo                             - (sorpreso) Morir?

Tonina                           - Cossa fasso mi qua?

Carlo                             - Digo! Gastu bevuo a merenda?

Tonina                           - (amaramente) No crederne un'esaltada! son vecia!

Carlo                             - Ti xe una putela.

Tonina                           - So una putela che se sente pesar come piere i so ani.

Carlo -                           - Go capio, ti voressi un ometo che te agiutasse a portarli.

Tonina                           - Me giudichè mal. Ben, no parlemoghene più; soltanto voleva dirve che xe mia ferma riso-luzion de andar in convento...

Carlo                             - In convento?

Tonina                           - In convento. (Sorridendo con dolcezza) Go desiderio de pase.

Carlo                             - Cossa te manca qua?

Tonina                           - (sorridendo con dolcezza) Ma gnente!... ma gnente!... Xe cussi, un'idea mia! No inrabiève. Per quel poco che conosso la vita, la me spaventa. (China la testa).

Carlo                             - (le si pianta davanti) Tanto ti ga patio? (Tonina dà in uno scoppio di pianto) Tonina, alza la testa. (Tonina piange silenziosamente) Ti xe bona: no te conosseva. Perdonime. Su, su! Basta col pian-zer. A che scopo? Le nostre lagreme a cossa servele? A far rider chi le vede, Pianzer? No se usa più. Vien qua. (Irritandosi un poco) Basta! Te go dito basta. Dime a mi cossa xe, sta storia de convento.

Tonina                           - Gaveu visto? mia sorela dise: « miseria », e la ride. Mi sta parola me fa tanto mal al cuor! Quando eia la dise: la « vita! » no la pensa che ala sua; quando digo mi: « vita » vedo quela de nostra mare, de quel povero vecio de nostro pare, inciodà su una poltrona come un morto: dei mii fradei, de tuti. E me ciapa, alora, un desiderio de voler ben, de sacrificarme... Ma nissun se ne incorze, e go squasi paura de ofenderli. No vardème cussi... voria che me capissi, ma no so dir... no so dir... Co li vedo passar, cussi duri, cussi serii, cussi muti, come se i fusse vivi tuti per conto proprio, e no unii, no nati per esser insieme a sofrir, a agiustarse, a con­solale, me incorzo che, co tuto el mio amor, cussi grando, fradelo mio, che me par dele volte che me se s'ciopa el cuor, no posso far gnente per lori. Me son tormentada per giorni e per noti a pensar! po', finalmente, go trova. No gera l'amor che li podeva far contenti: l'unico desiderio che ghe xe qua drente, in tuti, in queli che pianze e in queli che ride, xe la vita comoda, xe la tranquilità. Mi posso far qùalcossa per sta tranquilità: prima de tute sparir; una de manco da mantegnir. Oh fradelo mio, son granda e grossa: costo. Voleu che ve diga la verità? Go fin voluo magnar poco! (Sorridendo) Sempiessi, vero? Ma me bastava. Xe sta vogia de far qùalcossa che me ga ispira l'idea de andar in convento, in un convento de muneghe povare, per lassarghe a lori la mia dote.

Carlo                             - Cussi, ti voi scampar, come Marina, anca ti! Eh sì, scampar! Ma almanco Marina la pensa ala so vita: ti no ti pensi a nissun, né a ti, né ai altri. Brava! vien qua: le nostre vecie le gaveva un cuor de fero e, se le cascava, no le cascava in zenocion. Tonina... (L'avvicina a se) Ghe ne discoraremo de sta storia. Eh sì! no xe dita l'ultima parola: qùal­cossa vogio comandar anca mi, e varda che so esser un bon fradelo, ma, se ocore, un fradelo tirano! Via, cara, càlmite, càlmite. No, Tonina, povera To­nina, son qua mi che te vogio ben. (Tonina si ab-bandona piangendo fra le braccia del fratello).

Gaspare                         - (entrando) Cossa feu, cossa gala da fifar? .

Carlo                             - Oh! bravo, vegnì a proposito! Go dele notizie da darve. Tonina la voi andar in convento.

Gaspare                         - In convento?

Tonina                           - No, Carlo, tasè, tasè!

Carlo                             - E un poco xe anca per colpa vostra.

Gaspare                         - Per colpa mia?

Carlo                             - Pel colpa vostra, dela vostra debolezza!

Gaspare                         - Sentì, fradelo, mi go un mal de sto-mego che no posso più. Se gavè vogia de tarocar, spetè un altro momento.

Carlo                             - Vu gavè sempre qualche mal, quando ve fa comodo.

Gaspare                         - Ma sì; stago mal per burla, go el sto-mego in disordine per burla, la testa in tochi per burla, le buele in rivoluzion per burla! Crepare-, anca, per burla, e sarè tuti contenti!

Tonina                           - (supplichevole a Carlo) Lassèlo star, lassèlo star.

Gaspare                         - (a Tonina) Anca ti, cossa te salta ancuo? Andar munega? Del resto, se ti ga vocazion, megio per ti. Cussi ti pregarà el Signor che el me daga la salute. (A Carlo) Xele queste tute le disgrazie?

Carlo                             - (con una risata) Disgrazie? Anzi fortune! Vu gavevi giusto bisogno de una che pregasse per el vostro mal de stomego! Tra tante cure che gave prova, questa la xe nova! Chissà che no la buta ben! Cussi vu gavè tuto per vu: el medico che ve tasta el polso e ve varda la lengua, el barbier che ve cava sangue, el spizier che ve prepara la triaca, e la munega che ghe domanda al Signor la vostra guarigion. Sentì, se no ste ben co tuta sta roba, voi dir che el vostro mal xe incurabile.

Gaspare                         - Cossa xe sta? Gaveu dormio mal?

Carlo                             - (con forza) No go dormio gnente, né stanote, né adesso.

Gaspare                         - Se vede.

Carlo                             - E saveu percossa?... Perché rio faceva che vardarme intorno, quele tende sbrise, quei speci senza oro, quei mobili cariolai...

Gaspare                         - Varda mo'! Cossa volevi, una camara a Palazzo?

Carlo                             - Voria che difendessi la nostra roba, invece de lassarla precipitar. Quando i ne gavarà porta via tuto, cossa fareu?

Gaspare                         - Tuto cossa?

Carlo                             - Tuto el nostro patrimonio.

Gaspare                         - Xe colpa mia, se no semo più siori?

Carlo                             - Sarà colpa vostra se deventeremo più povareti.

Gaspare                         - (a Tonino) Mi vorave saver cossa ghe xe vegnuo! Ti va in convento, colpa mia; va mal i afari, colpa mia. Non ti podevi spetar un altro giorno? Proprio ancuo che stago mal!

Tonina                           - (a Carlo) Ve prego, fradelo, ve prego...

Carlo                             - Ma va via, ti! Lassa che parlemo fra de nu.

Tonina                           - (a Gaspare) Gasparo, no inrabiève!

Gaspare                         - Mi? No posso. Crepo se me inrabio! Me lo ga dito el dotor.

Tonina                           - (voltandosi a Carlo) Ve prego!

Carlo                             - (irato) Va de là, va de là! (Tonina abbassa la testa e via. Pausa).

Gaspare                         - Varda, la lassa la porta averta, perché me vegna un acidente! No i ga nissun riguardo.

Carlo                             - Quando intendeu de scominziar a far el vostro dover?

Gaspare                         - Che dover?

Carlo                             - Torghe l'aministrazion a vostra mugier, e far vu da paron.

Gaspare                         - No disè mal de quela povera dona!

Carlo                             - Ma che! Mi, come dona la rispeto, come cugnada la venero, come poetessa l'amiro; ma co la vedo far i conti, me vien fredo.

Gaspare                         - La xe nata per ste cosse eia...

Carlo                             - La trata la famegia come una vesta vecia da taconar.

Gaspare                         - Vuol dir che i busi ghe xe.

Carlo                             - Sì, ma per stropar un buso, la tagia via un toco de roba da un'altra parte e la fa un buso più grande

Gaspare                         - Ma sé un bel tomo vu! Gavemo una panza cussi picola, e ghe voi cussi poco per impenirla! Cossa importa, dunque, aver tanti campi?

Carlo                             - E i vostri fioi?

Gaspare                         - Ghe lassare el mio nome...

Carlo                             - Bon quelo, co i gavarà fame!

Gaspare                         - Un nome onorato é rispetà...

Carlo                             - Lo so e ve amiro. Xe apunto perché so chi che se, che me fa mal de vedarve cussi fiaco.

Gaspare                         - Sfadigo tuto el zorno.

Carlo                             - Per la vostra gloria. No basta. Va ben, la zente dise: gran omo quel Gaspare Gozzi! Ma forse, un zorno, i vostri fioi dirà: gran mincion quel nostro sior pare.

Gaspare                         - Cossa voleu che fassa, co tuti i mali che go indosso?

Carlo                             - Che comande.

Gaspare                         - Bravo! e chi me ubidisse?

Carlo                             - Tuti, se vorè.

Gaspare                         - Caro vu, che no li conossè!

Carlo                             - Prove, lasse star per un poco i vostri libri, i vostri studi. Co gavarè messo rimedio ai nostri mali, ghe tornare col cuor più consola.

Gaspare                         - A sentir vu, semo adretura in malora.

Carlo                             - Poco ghe manca.

Gaspare                         - (gemendo) Percossa me vegnìo a contar ste cosse?

Carlo                             - Perché le imparò.

Gaspare                         - Comandar, comandar! Ma percossa go da comandar proprio mi?

Carlo                             - Perché sé el più vecio. Ghe xe la casa piena de senseri, de ebrei... Se impegna, se vende soto ai vostri oci.

Gaspare                         - Mia mugier fa questo?

Carlo                             - Vostra mugier e nostra mare.

Gaspare                         - Ahi! Ahi!

Carlo                             - Gaveu paura?

Gaspare                         - Paura? Mi, paura? Xe che...

Carlo                             - Go capio: spagheto... (Fa per uscire scrol­lando le spalle con commiserazione).

Gaspare                         - (fermandolo) Ma no, dove andeu...

Carlo                             - Vago via, me fé compassion...

Gaspare                         - Vegnì qua, vegnì qua: seu proprio sicuro?

Carlo                             - Domande!

Gaspare                         - (esitante) Provedarò mi.

Carlo                             - Vedaremo.

Gaspare                         - Doman scominzio. (Carlo ride, scrol­lando le spalle) No ride!

Carlo                             - Doman, o dopò doman, o st'altro mese, o st'altro ano, co no ghe sarà più tempo. Lasse andar, me ghe metarò mi...

Gaspare                         - Cossa voleu far?

Carlo                             - Lo so mi.

Gaspare                         - No, ve prego, no co mia mugier, se no, dopo... (Carlo dà in una risata) In malorsega, no fé che rider. Va ben, go capio: voleu proprio subito? Avanti, son qua, son qua, son qua!

Carlo                             - Aspeto.

Gaspare                         - Cossa?

Carlo                             - Che scominziè.

Gaspare                         - E come se fa a scominziar?

Carlo                             - Cussi. (Chiamando) Ehi, Momolo. (Mo­molo compare sull'uscio della cucina) Ciamè la con­tessa Gigia.

Gaspare                         - (spaurito al servo) Speta. (A Carlo) Proprio eia? (Carlo dà in una risata. Gaspare lo guarda tra irritato e pauroso; poi, al servo) Ciamèla. (Carlo ride ancora) Ciamèla, cossa feu là? Co mi comando, se core. (Con ira eccessiva) El paron son mi! Xe ora de finirla. Adesso me meto mi! Cassare via tuti queli che no me obedisse. (Carlo fa segno che esagera. Gaspare a Cario) Xe tropo, no xe vero? Me pareva anca mi. (Cambiando tono, a Momolo) Ciò, vecio, fame un piacer, prega mia mugier de vegnir un momento da mi. (Momolo via) Ben, co la vien cossa ghe digo?

Carlo -                           - Che la lavora tropo, che xe un pecà, che, da ancuo in avanti, volè esser vu el paron.

Gaspare                         - Carlo, go paura che no la finissa ben.

Carlo                             - Ande là, che son qua mi.

Gaspare                         - Vardè in che imbrogi che i me mete!?... Ah! che mal a la boca del stomego!

Luigia                           - (entrando, a Gaspare) Benedeto, son qua: vustu qualcossa?

Gaspare                         - Sì... eco... cioè... gera lu che diseva...

Luigia                           - Oh! caro sior cugnà! Gaio riposa? Se sentelo megio? Spero che sto sono lo gabia messo de bon umor, perché stamatina el me pareva un fià stravolto. Ah! ma adesso el ga bela ciera. Ohe, digo! go fato pareciar una ceneta da licarse i dèi. Me li ricordo i so gusti. El vedarà che roba, el sentirà!

Gaspare                         - (schioccando la lingua) Sentimo mò: cossa ne gaveu parecià?...

Luigia                           - I risi co la luganega: una meravegia!

Gaspare                         - (fregandosi le mani) Bona la luganega!

Luigia                           - Un capon tanto fato, co le so fogie de làvrano, per darghe el bon odor.

Gaspare                         - Cavernose el capelo al sior capon...

Carlo                             - Cara cugnada, mi ve ringrazio de tuta sta bona roba, e me parecio a farghe onor stasera. Per adesso, bisogna, invece, che abiè la soferenza de ascoltar do parole che voi dirve mio fradelo.

Luigia                           - (sorpresa, sospettosa) Cosse... serie?

Gaspare                         - Oh!... secondo... conforme...

Luigia                           - Sentimo alora!

Gaspare                         - Ah! gnente... gnente... lu diseva... Però, in ogni modo, no ghe xe premura. (Carlo ride).

Luigia                           - Mi no capisso gnente. Voleu spiegarme?

Gaspare                         - (a Carlo) Diseghe vu... cussi no ridare

più.

Luigia                           - (un po' piccata) Che misteri ghe xe? Paroni, me gaveu ciamà per questo, perché veda mio mario che pianze, e mio cugnà che ride?

Gaspare                         - (a Carlo) Anca ti, sempre co la to pressa! No ti podevi aspetar?

Luigia                           - Aspetar cossa?

Carlo                             - (vivamente) Aspetar che mio fradelo imparasse a portar le braghesse; perché adesso ghe starave megio le cotole...

Luigia                           - (irritata, provocante, ma dominandosi) Caro cugnà, se me volessi spiegar sto afar de cotole e de braghesse?

Carlo                             - Subito.

Gaspare                         - (strillando) Me fare vegnir un accidente!

Carlo                             - Vedeu, cara cugnada. Vu credè de aver sposa un omo? (Luigia voltandosi a Gaspare, fa un segno come per chiedere: è impazzito) Ben, no xe vero. Gaspare no xe un omo. Come sia sto afar, mi no lo so. Se ga rebaltà le cose: quelo che gera de sora, xe andà de soto... e cussi ancuo go el dispiacer de trovar che mio fradelo xe... mia sorela, e vu, cara cugnada, sé mio cugnà.

Luigia                           - Ah! go magna la fogia.

Carlo                             - Bon prò, cugnada, bon prò.

Luigia                           - (a Gaspare che sta per andarsene) Ehi, Gaspare, no andar via. Vien qua. Parlemose ciari. Gastu sentio? No ti ga gnente da dir? Ti lassi che i me manca de rispeto.

Gaspare                         - (vivamente) Chi xe che te manca de rispeto?

Carlo                             - (gli si pianta davanti risoluto) La dise che son sta mi.

Gaspare                         - (abbassando la testa) No me par, no me par...

Luigia                           - (a Gaspare con disprezzo) Che la sia vera sta metamorfosi? (Voltandosi a Carlo) Ben, metemo che la sia vera. Qua, za che son omo, da omo a omo. (Con vivacità aggressiva) Cossa gaveu? Cossa volevi dir? Parie ciaro.

Carlo                             - (sorridendo) Indrio! Perché sé un omo con le ongie-da dona.

Luigia                           - So zentildona e no me degno.

Carlo                             - Alora, cara zentildona, ve par che se possa andar avanti cussi? Mi me rimeto in vu, nel vostro talento. Oh! so che sé una dona de merito. No gavè ancora capio che no sé fata per far andar ben una casa?

Luigia                           - No ocor che scherzè sul mio talento. Go dà le mie prove, go scrito, go fato! Se sa chi son! Godo un nome, che, per fortuna, xe più grando de la vostra malignità. Son conossua in Italia, in Franza e in Moscovia!

Carlo                             - Ma proprio per questo bisogna che asso­lutamente abandonè tuto el resto per la vostra gloria. Lasse star casa nostra, e pensè a la Moscovia.

Luigia                           - Se mio mario no xe bon de farve taser, ve dirò che sé un insolente, e un screanzà.

Carlo                             - La diga pur. Mi no son conossuo né in Italia, né in Franza, né in Moscovia!

Luigia                           - Xe tanti ani che me sacrifico per tuti! Son nata per far cosse sublimi, e, invece, me abasso a tegnir i conti; e sfadìgo dala matina ala sera, per una manizada de ingrati! Sì, ingrati, ingrati! A sco-minziar da vu! Cossa credeu che me goda mi, quan­do me svegio co le man che me sbrusa dala vogia de ciapar la pena e de scrivar dei bei versi, a corar zo, invece, in cusina a combater su la spesa, col cogo?

Carlo                             - Da ancuo in avanti fare i vostri versi, cossi no ve sbrusarà più le man.

Luigia                           - (con un piccolo grido d'ira) Gaspare, a ti te lo digo, parlo co ti. Gastu sentio? Volè torme la direzion de la famegia? Darme sta mortificazion davanti a tuti, davanti ai servitori? Oh! Gasparo!... (sospirando) Gasparo... (piangendo) Gasparo... (con ira) zo, in malorsega, no ti xe bon de dir una parola!

Gaspare                         - (patetico) Percossa no me gastu dito che gerimo in rovina?

Luigia                           - Perché no xe vero.

Gaspare                         - (vivamente a Carlo) Gaveu sentio? Ve lo diseva mi! Fé le cosse cussi grande! No xe vero! Ah! respiro,

Carlo                             - (a Luigia, minaccioso) Siora cugnada, ne vorla precipitar?

Luigia                           - Xe sta quele care zogie de mie cugnade a darve ste informazion?

Carlo                             - Oh! saveva mi, anca tropo!

Gaspare                         - Ma dunque! Come xela? Se poi saver? Semo in rovina o no ghe semo?

Luigia                           - Dovevo disturbar el poeta? Co te vedevo nela to camera che ti lavoravi, pensavo: Perché tormentarlo? Perché fermarghe l'estro? No xe abastanza che me sacrifica mi?

Gaspare                         - No ti pensavi che quando el poeta se fusse sentio omo el s'avarave vergogna e desperà?

Luigia                           - E la to salute, vedo mio, la to salute? Ah! i altri i te burla! e anca mi, sì, xe vero, anca mi qualche volta, ma per darte animo, per conso­larle... Ma so che ti sta mal, so che ti ga bisogno de cure... so che un colpo tropo forte te podarave esser mortai!

Gaspare                         - (disperato, spaventato, a Carlo) Vedeu, vedeu? Stago proprio mal!

Luigia                           - Qua, qua. (L'abbraccia) Fate cuor. Mi no te manco, no te mancare mai. Caro! caro! Farò quel che ti voi. Ti voi torme l'aministrazion? Ti voi pian-tarme sto cortelo nel cuor? Ben, caro, piàntimelo! (L'accarezza) Da ti, tuto! (A Carlo) Ma da vu, gnente! Gnente! (A Gaspare) Ti sarà ti el paron! Va a misurar quanta farina ghe xe in dispensa! Quanta legna ghe xe in graner! Va a scodar i afiti, paga el marzer che fa i vestiti a to sorele, el spizier che fa le medicine per ti e per to pare; fora, a la matina a l'alba, a svegiar i fatori, i paesani, i servitori! Va a mostrar el muso ai creditori...

Gaspare                         - (gemendo) Che vita che la sarà...

Luigia                           - (staccandosi da lui e cambiando tono) E intanto el padre Betinelli continuarà a scrivar libri contro Dante, e i so seguaci a vituperar el gran poeta su per le gazete, come che i ga fato za pochi zorni.

Gaspare                         - Za pochi zorni?

Luigia                           - Xe riva gazete e libri fin che ti dormivi. I xe tuti contro Dante!

Gaspare                         - Contro Dante?

Carlo                             - (si lascia trasportare) Contro Dante?

Gaspare                         - Ah birbanti! Dove xele ste gazete?

Luigia                           - (febbrile) Le vustu?

Gaspare                         - Se le vogio? Ah! bisogna che risponda mi, bisogna che me meta mi. Go la freve. Qua carta, pena e caramal.

Luigia                           - Oh bravo! questo xe el to dover.

Gaspare                         - Sì, questo xe el mio dover.

Carlo                             - (ridendo) Ah! adesso capisso!

Gaspare                         - E vu no me tire a cimento con quel ridar. Go altro per la testa che le vostre miserie! Ghe pensare doman! xe deboto do ore de note. Cossa voleu, che in ste poche ore che resta, salva el mondo? No gavè sentio? Contro Dante! Ma no gavè cuor? E pur scrive anca vu! Mi me monta el sangue a la testa.

Luigia                           - E mi go el convulso.

Gaspare                         - (mormorando concitato) Dante!

Carlo                             - (irritato) Oh! Dante va ben, ma per vu ghe dovarave essar qualcossa de più importante.

Gaspare                         - No ghe xe gnente de più importante.

Luigia                           - Gnente!

Carlo                             - Casa nostra! pensè a casa nostra!

Gaspare                         - (andandogli sotto la faccia gridando) Dante!

Carlo                             - Pensè ai vostri noi!

Gaspare                         - Pensè al nostro gran pare! Dante! (Ca­lando, raddolcendosi). Senti, fame un piacer, Gigia, da ancuo in avanti, gabi prudenza. Co te ocore con-segi, vien da mi... Anzi va da lu, el xe più pratico. (A Carlo) Seu contento? Eco che go fato anca a modo vostro. Xe do ore che no sento che parlar de afari, per farve piacer. Adesso fasso anca i mii comodi. Vago in camara mia. Dante! contro Dante! Birbanti! Birbanti! (Via. Carlo guarda con tristezza e con ironia Gaspare che si allontana. Pausa).

Luigia                           - (gira per la stanza) Fa bel tempo ancuo, no xe vero, sior cugnà?

Carlo                             - Poi darse che vegna temporal, siora cugnada.

Luigia                           - No lo credo, sior cugnà.

Carlo                             - Son un poco astronomo, siora cugnada.

Luigia                           - La saveu la storia de quel astronomo che, fin ch'el vardava la luna, el xe casca nel pozzo?

Carlo                             - La saveu la storia de quela mata de gigala che de istà la cantava, e de inverno la xe morta de fame?

Luigia                           - (andandogli incontro rapida) Cossa gaveu co mi?

Carlo                             - Gnente. Voria che sfadigassi manco.

Luigia                           - Voleu guera?

Carlo                             - E vu?

Luigia                           - Mi no la temo.

Carlo                             - E mi la me piase.

Luigia                           - Semo d'acordo?

Carlo                             - Semo d'acordo.

Luigia                           - Sioria, sior cugnà.

Carlo                             - Sioria, siora cugnada. (Luigia via).

La Contessa                  - (entrando a Carlo che guarda fuori della vetrata) Ve saludo, fio caro!

Carlo                             - Gala riposa ben, siora mare?

La Contessa                  - Qua no se riposa mai (Va alla porta della cucina) Momolo, sonè la campana. Vien zo el paron. (Dopo pochi momenti si sente suonare una gran campana. A Carlo) Vostro pare xe inquiet ancuo.

Carlo                             - Povaro vedo!

La Contessa                  - El xe cussi estroso! No rp capisse cossa ch'el vogia. Anca stanote el ga dormio poco. So andà do tre volte in camara sua, in ponta dei pie. El gera svegio, coi oci averti ch'el vardava el sofito.

Carlo                             - Gaio ciamà el dotor?

La Contessa                  - No ocore: so abituada. Dopo tanti ani ch'el xe in quei stati, oramai lo conosso. Biso­gnerà purgarlo.

Almorò                         - (entrando) So qua, so qua. Dove xelo sior pare?

La Contessa                  - , El vien. Almorò     - Go premura.

La Contessa                  - No sé vegnuo gnanca a disnar. Almorò Ghe xe passagio ancuo. Salta fora tordi da tute le parte. Che rosto per doman! (Ingoia golo­samente.

Entrano Marina e Tonina e contempora­neamente da un altro uscio portano in poltrona il vecchio Giacomo. Anche Gaspare viene da un'altra porta. Tutti i figli si dispongono ai lati per ordine d'età).

Tutti                              - (insieme) Ben leva, sior pare. (Giacomo scorre con gli occhi tutta la fila e si ferma a guardare Carlo).

La Contessa                  - (al servo) Portelo qua, vigin al fogo. Fa fresco ancuo. (I servi eseguiscono. A uno a uno ì figli vanno davanti al padre, gli alzano- la mano morta e la haeìano).

Carlo                             - (quando è il suo turno) A Venezia tuti vuol esserghe ricordai e i ghe fa tante riverenze. (Giacomo guarda fisso, affettuosamente il figlio-, nei suoi occhi è una profonda dolorosa eloquenza. 1 servitori via) Lo trovo proprio megio de l'ultima volta. (Gli carezza le mani, poi si allontana. Con­tinua il haciamano. Carlo si avvicina a Gaspare, fumo) Povero vecio, el xe zo, molto zo.

Gaspare                         - Va là che anca mi no scherzo...

Luigia                           - (entra con due grossi libri) Go piacer de trovarli tuti qua. Questi xe i libri de i conti che mi restituisse.

La Contessa                  - Che vespa ve ga becà, fia mia?

Luigia                           - Chi me ga becà, xe sta là mio cugnà. Sicome vedo che de mi no i se fida più, sicome so che ghe xe chi dubita de mi, cussi, da ancuo in avanti, mi no me ocuparò più de la casa.

Marina                          - (a mezza voce) Manco mal!

La Contessa                  - Mi credo che scherzò. Chi no se fida de vu? Quando se fida qua             - (indica Giacomo) el conte, el capo de casa; quando me fido mi, me par che basta, e voria vedar chi fusse da tanto da con-trariarme.

Luigia                           - No, siora mare. Go anca mi el mio punto de onor. Questi xe i libri dei conti: vogio che i li varda, vogio che i li esamina.

Carlo                             - (pacato) Li varderemo, li esamineremo.

La Contessa                  - (sorpresa) Cossa xe sti sesti?

Luigia                           - (piangendo) Gala sentio?

Gaspare                         - (andando'davanti a Carlo) Ah! fin qua po' no!

Carlo                             - (calmo) La ga dirito che li vardemo.

La Contessa                  - Oh, dediana, che mi scominzio a no capir più gnente. Porte via quei libri e no disè più sempiae.

Carlo                             - (risoluto) Siora mare, ghe faria gnente lassarmeli un pocheto?

Almorò                         - (andandogli sotto, petulante) Co nostra siora mare dise de portarli via, no capisso percossa... cospeton. (Carlo gli fa una risata in faccia; egli resta un po' sconcertato, poi si allontana).

La Contessa                  - (ferissima) Porte via quei libri. Fio caro, no desmentegheve minga che qua, chi comanda (raddolcendo il tono della voce) xe vostro sior pare. (Carlo abbassa la testa. Dopo una pausa) Za che sé qua tuti, desidero comunicarve, per for­malità, una risoluzion che go fata.

 Almorò                        - (sedendo gravemente) Sentimo! (Tutti si dispongono).

La Contessa                  - Nel nostro stato, bisogna sempli­ficar l'aministrazion. Go studia suso ben, e go visto che el megio xe de vendar el palazzo de Venezia, a San Cassan! (Tutti tacciono con differente espres­sione. Giacomo gira gli occhi attoniti e dolenti. Lui­gia abbassa la testa. Gaspare si guarda attorno. Al­morò stupito. Carlo con sorpresa irosa).

Marina                          - (dopo un poco) Cussi passaremo l'in­verno a Vicinai, come ànare.

Carlo                             - (dopo pausa) Percossa vorla vender el palazzo?

La Contessa                  - (con impeto) Perché... (calma) perché bisogna venderlo.

Carlo                             - Giudico sbalià el sistema. Le case le resta, e i bezzi, invece, i svola via, co se li toca. Tegnìmose a le case.

La Contessa                  - (frenandosi) Gavè proprio l'istinto de contradir. Lasse far a mi, che so quel che fasso. (A tutti) Chi vói andar per i so fati, vada pur. (Si avvia verso la porta a sinistra: verso la vetrata Al­morò, verso lo studio Gaspare, verso la cucina Tonina e Marina. Solo Carlo e Luigia stanno fermi. Luigia guarda Carlo con atto di sfida. Carlo la vede, e quando la madre è sull'uscio, dice risoluto).

Carlo                             - No, la casa no! La casa nostra, dove semo nati, dove semo cressui, no! (Tutti si voltano e si fermano) La casa, no! Tuto, fora de quela.

La Contessa                  - (calma, con finta dolcezza) Vegnì qua, testoni (Dandogli un buffetto con la punta delle dita unite sulla fronte, quasi burlesca) Tolè tuto in tragico. Lassève governar! Sé appena nato. Xe inutile vardarme co quei oci da basilisco, perché no me fé gnente paura. Metève calmo, andè a spasso fin ora de cena, ciapè un fià d'aria bona, e tornare co fame e co bon umor. (Per andare).

Marina                          - Ma la lassa ch'el parla! El xe paron anca lu.

La Contessa                  - (si volta stupita) Paron? (Calman­dosi) Sentimo!

Carlo                             - Mi go qualcossa de megio da propor.

Marina                          - (avvicinandosi a Luigia, ironica) La senta mo, che chissà che noi gabia rason.

Carlo                             - Qua bisogna far economia.

Marina                          - (stupita) Eh! Cossa? Economia? Xele queste le vostre idee?

La Contessa                  - Ma dove? Ma come?

Carlo                             - Qua se fa un lusso che fa vergogna. Punto primo: ridur la cusina.

Gaspare                         - Ah fio caro! Se credessi de farme morir de fame!

Carlo                             - Punto secondo: i abiti.

Marina                          - Andaremo a spasso nui come el Signor ne ga fato.

Carlo                             - I servitori...

La Contessa                  - Cossa credeu, che una Tiepolo vaga in cusina a lavar i piati?

Carlo                             - (sconfortato) E alora i fassa quelo che i voi. Ma la casa no! (Guardandosi intorno) La casa no! (Alla madre) La casa no!

La Contessa                  - (si trattiene un foco, poi scoppia a gridare) Via tuti! (Tutti a soggetto intorno alla madre, cercando di calmarla; imperiosa) Via tuti! (Tutti, meno Carlo, escono a soggetto) Saveu de che famegia nasso? Son una Tiepolo. In casa mia se sa cossa voi dir comandar.

Carlo                             - E mi son pronto a obedirghe; ma no contro i so stessi interessi.

La Contessa                  - Ai interessi mii ghe penso mi.

Carlo                             - Pensemoghe insieme, siora mare!

La Contessa                  - No son gnancora incocalìa, da aver bisogno del tutor!

Carjlo                            - Del tutor no, ma del fio, che mal ghe xe a avergliene bisogno?

La Contessa                  - Fio! fio! In boca vostra la xe una parola fata de vento! Cossa gaveu da rimproverarme?

Carlo                             - (piano, indicando Giacomo) El ne sente!

La Contessa                  - Megio! Cussi l'impararà a conosserve. Da un toco, saveu, ve vedo co quel'aria de malcontento e de rimprovero. Ma no me sarave degnada de incorzarmene, se, con una ingratitudine che no ga esempio, no ve fussi messo contro de mi!

Carlo                             - (commosso, eccitato) Gieri, co son arivà, me xe corso incontro Lampo; sbragiando e menando la eoa. El xe sta el solo che me gabia dimostra de l'amor. Mie sorele spaventae, i mii fradeli muti, mia cugnada sospetosa! El can, solo el can!

La Contessa                  - L'unico che no gabia cervèlo in casa nostra.

Carlo                             - Oh!

La Contessa                  - L'unico che vu no invidie! Vu sé fato de invidia... tuto per vu, voressi! el primo posto, i bezzi, la gloria, le caresse!

Carlo                             - (smaniando) Le caresse sì, quele sì! Perché le me xe mancae: sempre, da putelo e da grando!

La Contessa                  - No dipende che da vu, farve amar da la vostra famegia.

Carlo                             - Farme amar? Siora no! siora no! Mi no go da guadagnarmelo sto amor, come un servitor che vien in casa. Go dirito anca mi ala mia parte perché son nato qua, perché son so fio, perché son parte anca mi de sta famegia. Guadagnarmelo! Slongar la man perché i me fassa la carità!

La Contessa                  - Ma sé un mostro de egoismo!

Carlo                             - (fehbrilmente) Ah che bisogno de afezion. Me gavè manda via, presto, a vivar da mi, a farme mi la vita. Solo! Lontani Qua ghe gera posto per tuti, ma per mi no! Come la go sospirada la mia casa! In certi zorni scuri, de temporal, co me butava a pensar, sul mio leto, in una camara nova, senza ricordi, e sentiva fora l'aqua che scravazzava, la vedeva sta casa mia, serar porte e balcon per pro-teger queli che ghe gera drente; vedeva tuta la famegia, unita, al sicuro, col gusto de essar fora de l'aqua e del pericolo, e diseva: mi no, mi no! Chi ghe pensa a mi! Nissun me voi vicin per sentirse più sicuro!

La Contessa                  - La famegia xe sempre pronta a riceverve, ma come fio, no come nemigo.

Carlo                             - Quante volte el medico crudel par un nemigo!...

La Contessa                  - Medico vu? Ma sé amala piutosto; amala nela testa.

Carlo                             - Megio nela testa che nel cuor.

La Contessa                  - Nela testa e nel cuor!

Carlo                             - Amala del mal che la me fa!

La Contessa                  - Se vu che me ofendè.

Carlo                             - No ghe xe ofesa dove l'intenzion xe bona. L'intenzion de salvar tuti! Ma, za, cossa serve che me spiega! Eia no la me capisse, perché no la voi capirme. Mi no parlo co eia! Parlo co la so osti­nazioni Dunque xe inutile! Lassemo andar... (Si av­vicina al padre. Pausa).

La Contessa                  - (gira irritata, poi si va a fermare da­vanti al vecchio) Giacomo! To fio xe un poco de bon.

Carlo                             - Sior pare, la scherza, la xe de bon umor!

La Contessa                  - Giacomo! To fio me farà morir!

Carlo                             - (alla madre) La rispeta sto infelice!

La Contessa                  - (sempre al vecchio) El xe nato per la nostra maledizion. El compensa co le cortelae el ben che go voleste!

Carlo                             - (con un grido) El so ben!

La Contessa                  - Mi go diese fioi, e i me xe tuti cari, come i dei dele man. Tagième un deo, me fa mal. Tagième un altro, me fa mal istesso!

Carlo                             - (esasperato, tenendo tra il pollice e l'indice della mano destra, il pollice della sinistra) Ma se i ghe tagiasse tuti nove sti dei qua, ghe farave manco mal che se i ghe tagiasse questo qua solo!

La Contessa                  - Perché Gasparo xe el più obe-diente.

Carlo                             - Gasparo xe el più debole.

La Contessa                  - No sé gnanca degno de basar dove ch'el sapa.

Carlo                             - Lo so!

La Contessa                  - Cerche dunque de caminar dove el mete lu i pie!

Carlo                             - Finirìa nel precipizio, come el finisse lu!

                                     

La Contessa                  - El precipizio de casa nostra sarè vu!

Carlo                             - Sior pare, davanti a lu ghe xe el capo de la famegia,, ghe dichiaro che son vegnuo per meter fin, qua drente, al governo dele femene. Posto che nissun sa comandar, comandarò mi!

La Contessa                  - Chi comanda xe vostro sior pare!

Carlo                             - Chi comanda, la xe eia!

La Contessa                  - Sì! Son mi! E vedarè se comando! Se vendarà la casa.

Carlo                             - No!

La Contessa                  - Se la vendarà. Go dà la mia parola.

Carlo                             - La se la fassa dar indrio!

La Contessa                  - Quelo che go dito, go scrito!

Carlo                             - Cancelaremo la scritura.

La Contessa                  - E se la vendarà.

Carlo                             - E no se la vendarà.

La Contessa                  - (con un grido feroce) Maledeto!

Carlo                             - No... no... marna... no!... (Giacomo ha una grande terribile angoscia sul viso).

La Contessa                  - Basta! Basta! (Per uscire: si ferma sull'uscio, e voltandosi solenne) Mi no so che inten-zion che gavè! Ma me par che dovaressi capir che questa no la xe casa per vu! (Via).

Carlo                             - (guardandole dietro) La ga rason! Qua no ghe xe pase per mi! No ghe xe pase! (Si volta e vede il padre pallido, che lo guarda con espressione di infinita sofferenza) Ah papà! Gaio visto? (Con forza correndogli vicino, inginocchiandosi davanti a lui) La xe mia mare... ma no ghe vogio ben! (Pausa. Con le lacrime nella voce) Casa nostra! Lu el ga visto i nostri bei tempi! Adesso! Che tramonto! (Vede il padre piegare indietro la testa e chiudere gli occhi) Cossa gaio? Sior pare! Se sentelo poco ben? Vorlo aria? Qua, lo porto mi ala finestra! Su, su! (Fa per alzarlo e si sente fra le braccia un corpo inerte) Sior pare! (Con paura crescente) Sior pare! (Con un grido) Papà! (Lascia ricadere il vecchio sul seggio-Ione, poi corre verso la porta, con le braccia alzate, gridando) Agiuto! Agiuto! (Rumori interni, passi).

ATTO SECONDO

(Studio in casa Gozzi. Pareti verde-oliva: quadri ovali an­neriti. Libreria con tendine verdi. A destra, scrittoio con lume a olio; a sinistra, due poltrone; sul fondo, un'ampia balconata a tre archi; vi si accede per tre gradini).

Carlo                             - (a Checchino che entra dalla comune) Andemo! cassa ghe voi! gera ora che vegnissi... Meteve là e scrive! (Checchino siede) Dove semo restai?

Checchino                     - Ai nobili Conti Quarto che...

Carlo                             - Va ben! (Detta) « Item i nobili Conti Quarto di Bergamo sono chiamati a restituire i beni figuranti in mappa sotto il nome Ca Rotta, ecc., ecc. ». (Lo guarda) Cossa vedo?

Checchino                     - (balzando in piedi e appoggiando le mani allo scrittoio, atterrito) Paron!

Carlo                             - E la panica?

Checchino                     - No la vogio più portar!

Carlo                             - No la volè portar più? Tolè la porta, e gambe!

Checchino                     - (supplicando) Paron!

Carlo                             - Al mio servizio putì senza principi e senza religion no ghe ne vogio.

Checchino                     - La me fa caldo.

Carlo                             - Feve vento, se la ve fa caldo! Cossa gaveu la testa più delicata de mi, vu? Cossa feu la? Ve go dito de andar...

Checchino                     - Paron, mio pare me bastona! Me metarò la paruca...

Carlo                             - (burbero) Sentève là... Scrive: «Omissis ». No ve posso vedar in quei stati. Me fé stomego. Ligheve un fazzoleto.

Checchino                     - Selenza sì! (Si lega il fazzoletto),

Carlo                             - «Omissis». (Gli va vicino) I me ga dito che gavè la morosa.

Checchino                     - Cativa zente! No xe vero!

Carlo                             - (dandogli uno scappellotto) I me ga dito che gavè la morosa.

Checchino                     - (a testa bassa) Selenza sì, xe vero.

Carlo                             - E percossa gaveu la morosa?

Checchino                     - Percossa? (Rimane un momento pensoso) Dasseno che non lo so.

Carlo                             - Ve lo dirò mi! Per farve far zoso!

Checchino                     - Dediana! che la provasse!

Carlo                             - Bestia! Credeu de aver trova la mosca bianca! Le done le xe tute istesse! Tute imposture! Lasse parlar chi ga esperienza! Lassèle andar par la so strada, martufo!

Checchino                     - Co se xe zovani, un tocheto de dona la piase.

Carlo                             - Per un poco de dolce, sentire dopo che amaro! Scrive: « Omissis, gli attori sottopongono al Serenissimo Tribunale...». E fé da omo, e se volè esser stima porte la paruca, e lasse star le done... « le pezze che comprovano... ».

Sacchi                           - (entrando) Nobiluomo, ghe baso la man!

Carlo                             - Cossa vustu, Trufaldin? (Fa cenno a Checchino d'andar via. Checchino via).

Sacchi                           - Nobilomo, son vegnuo qua, avanti che capita la prima dona nova: vorave parlarghe sul serio.

Carlo                             - La xe dunque arivada, sta siora Ricci! E ti voi parlarme sul serio! Trufaldin voi parlar sul serio!

Sacchi                           - Trufaldin, Trufaldin! Qua son el capo dei comici, qua no go mascara sul viso; el gabia la sofarenza de ascoltarme.

Carlo                             - Gavarò sta sofarenza.

Sacchi                           - (sedendo) El scusa se me sento, ma so straco...

Carlo                             - Va ben.

Sacchi                           - So straco! Mosca! Se sfadiga co fa un galioto... Dunque...

Carlo                             - Dunque?

Sacchi                           - Dunque mi ghe baso la man a lu che xe el mio bon protetor, ma quela siora Ricci, mi la go vista, e no la fa per mi...

Carlo                             - E dopo?

Sacchi                           - E dopo no la me comoda.

Carlo                             - E dopo?

Sacchi                           - E dopo la mando via.

Carlo                             - Gastu finio de parlar sul serio:'

Sacchi                           - Go finio!

Carlo                             - Te saludo, vedo!

Sacchi                           - Cossa me rispondelo in proposito?

Carlo                             - Fa caldeto stasera.

Sacchi                           - Ecelenza, la me fassa el piacer de no voltarme el discorso.

Carlo                             - Cossa xe sto parlar! Ciò, Trufaldin, vustu che te cazza via?

Sacchi                           - La scusa! Ma xelo questo el modo de tràtarme? Mosca! In fin dei conti son chi son...

Carlo                             - Un pagiasso...

Sacchi                           - Ma un pagiasso che ga fato rider tuta Venezia, un pagiasso che ga del genio.

Carlo                             - E alora, se ti ga qualcossa qua drente [toccandosi la fronte) cerca de capir che co mi no se dise: « No la me comoda, no la me piase, la mando via». Go da vedarla anca mi! La me xe stada raco-mandada! El giudice son mi!

Sacchi                           - Mosca! Son o no son el capo dela Com­pagnia?

Carlo                             - Ti lo xe, ti lo xe!

Sacchi                           - Chi xe, con so bona grazia, che paga i comici?

Carlo                             - Co ti vedevi i teatri vodi, quando Gol­doni te portava via tato el publico, come li paga-vistu i comici? Se no vegniva mi co le « Tre naranze » e co «l'Oselin Belverde», cossa fagevistu? Chi xe, con to bona grazia, che te fa guadagnar i bezzi da pagar i comici?

Sacchi                           - E chi dise gnente? El xe lu...

 

Carlo                             - Gastu mai fato el conto quante fiabe e comedie te go dona?

Sacchi                           - È mi lo ringrazio!

Carlo                             - E te gogio mai domanda un bezzo? Sacchi            - Perché el me voi ben...

Carlo                             - No, caro, no xe questo, mi no te vogio ben! Le mie comedie prima de tato le go scrite perché ghe xe dei sempi che i s'à messo in mente de copar le mascare, e mi no vogio; e le dono perché no so un mercante de carta scrita, no so come Gol­doni o come Chiari! No vendo quelo che scrivo; la mia pena xe vergine! No avilisso l'estro a farlo de­ventar un mistier!

Sacchi                           - E questi i xe prindpì che ghe fa onori Se tati la pensasse come lu...

Carlo                             - Vualtri capicomici saressi pieni de bezzi, come ti...

Sacchi                           - (per cambiare discorso) Mosca! Lu xe un omo de cuor, vero nobilomo, de queli a l'antiga! Se ghe ne perde el stampo!

Carlo                             - Va ben, va ben!

Sacchi                           - E sta Ricci?

Carlo                             - Tornemo sì?... Lassime star adesso. Più tardi.

Sacchi                           - No se poi parlar con eia... Nobilomo!...

Carlo                             - Più tardi.

Sacchi                           - Ma ecelenza!

Carlo                             - Te tiro drio el caramal!

Sacchi                           - Mosca! El xe fogo, fiame, toni, fulmini! (Via brontolando).

Carlo                             - (riordinando delle carte furiosamente) Bestia mi! Bestia mi! Checchino   - (entrando) Sior paron!

Carlo                             - Cossa ghe xe? Checchino   - So fradelo el conte Gasparo.

Carlo                             - Mio fradelo! Qua! Dopo tanti ani!

Checchino                     - Cossa gogio da far?

Carlo                             - Falò vegnir, bestia! Co vien un Gozzi, se ghe spalanca le porte. Gastu capio? (Checchino via).

Gaspare                         - (sulla porta, con Marina) Son mi, Carlo.

Carlo                             - (serio, triste) Avanti.

Marina                          - Lassa che te varda! Quanti ani che no se vedemo!

Carlo                             - Tanti! Xesta felice?

Marina                          - Se vive!

Carlo                             - E i to fioi?

Marina                          - No me ne parlar. La xe una fatalità! No fasso che fargliene!

Carlo                             - Te vorlo ben, to mario?

Marina                          - No posso lagnarme!

Carlo                             - Stalo ben?

Marina                          - No! El se ingrassa tropo...

Carlo                             - E che vita fasta!

Marina                          - Vita de casa! Lu tende ai campi, mi ala famegia!

Carlo                             - E ti, Gasparo, come vaia?

Gaspare                         - Mal, mal!

Carlo                             - Ti me vardi, come per dinne qualcossa, e no ti ga coragio de dirla! Vustu dei bezzi?

Gaspare                         - No!

Carlo                             - Megio! Perché no ghe n'ò! Diglielo a to mugier! Diglielo a nostra siora mare! (Abbassando la testa e fingendo indifferenza) Stala ben siora mare?

Gaspare                         - La sta ben! (Tutti in silenzio).

Carlo                             - Semo una bela famegia! Se vedemo cussi poco, che se metemo sugizion uno co l'altro.

Marina                          - Mi vivo lontana, se no vegnirave sempre. Ti xe sempre mio fradelo. E me ricordo che ti me volevi ben, co gera putela. (Sospirando) Ah! gera alegra! Ma adesso! Anzi, a sto proposito, voleva dirte... Sto ano semo in bisogni grossi. Mio mario no sa come far per andarghene fora! Anca ti pove- rasso, no ti ghe n'à... Se no t'avarave prega de im- prestarme...

Carlo                             - Posto che ti xe vegnua per questo, vustu andar via a man vode? No! Cossa te ocore?

Marina                          - Cento ducati.

Carlo                             - Fame la ricevuta! (Indicandola scrivania; s'avvicina a Gaspare) E ti Gasparo, per cossa xestu vegnuo qua?

Gaspare                         - (lo guarda fisso, con gli occhi luccicanti) No so! Marina la m'à dito: « compagnime» e la go compagnada! Ma me despiase che la te domanda dei bezzi! Mi no lo saveva... (Tendendogli la mano) Ti sa che no lo saveva!

Carlo                             - Lo so!

Gaspare                         - So vegnuo... cussi... perché devento vecio. Eh vecio, sì! E questo me fa malinconia. Gavemo una casa scura, e voleva anca vedar la casa dove son nato! No vardarme cussi, perché me vien da pianzer!

Carlo                             - Povero Gasparo! Semo turi cussi, e no xe colpa de nissun.

Gaspare                         - Xe che da puri se vedeva tuto belo, e adesso tuto bruto!

Carlo                             - E se va... se va...

Gaspare                         - E come...

Marina                          - Eco la ricevuta... Ti li darò presto... apena podarò...

Carlo                             - Vago a torte i bezzi.

Gaspare                         - Lassa che vegna anca mi, che veda la casa nostra.

Carlo                             - Vien! (Via con Gaspare. Marina è allo scrittoio e guarda curiosamente Teodora, Bartoli e Sacchi che entrano; essi si raggruppano dalla parte opposta della scena).

 Teodora                       - (piano a Sacchi) Chi xela quela là? Xela un'altra prima dona?

Sacchi                           - (guardandola con l'occhialetto) No! Le prime done le conosso tute!

Teodora                        - E pur el cuor me dise poco de bon! Una dona in casa del conte Gozzi! Co quelo ch'el me ga dito lu, ch'el xe cussi orso!

Sacchi                           - (guardando Marina) E bela! (Fa un inchino. Marina non risponde) Bela, ma vilana!

Teodora                        - El me agiuta, el me agiuta, sior Sacchi.

Sacchi                           - Credo che semo a posto! Co dito mal de vu, che no me comode.

Teodora                        - Questo el ga dito? El me ga rovina.

Sacchi                           - Tasè là, gnoca. Voleu insegnarme a mi quelo che go da far? Se mi ghe diseva ben de vu, ne ghe comodevi più. Ghe n'ò dito mal, e ghe pia-sarè de sicuro! Quelo là bisogna ch'el contradisa, se no el crepa!

Teodora                        - Mi no son quieta. (A Bartoli) Anca ti movite. Se trata del pan anca per ti. Par che ti caschi zo dale nuvole!

Bartoli                           - (tossendo) Cossa voleu che fassa?

Sacchi                           - (a Teodora) Adesso fare de tuto per piaserghe! E ghe piasarè! Sé careta, sé furbeta, e sé tondeta! (La guarda golosamente, facendole il ganascino) Se vorè, se vorè! (Bartoli si contorce). ,

Teodora                        - No so bela, ma credo de saver piaser!

Bartoli                           - Certe cosse, co ghe so mi, no dovaressi dirle.

Teodora                        - Sentève là, e tasè! E guarì, se volè parlar da mario! Se no, fé da mala e lasseve curar.

Sacchi                           - Mosca! Xelo geloso?

Teodora                        - Ma si!

Sacchi                           - Un comico geloso? Fio mio, lassèghe far cariera a vostra mugier.

Bartoli                           - Comico! Comico! Son anca leterato!

Sacchi                           - Anca vu?

Teodora                        - E de merito! Oh per questo me piase dir quelo che xe. AndemoL. Sentève là, caro, sen­tève là.

Sacchi                           - No! Vegnì con mi. Andemo via! Xe megio che el primo incontro sia co eia sola!

Bartoli                           - Come se ne intende?

Teodora                        - Bàdeghe a lu, ch'el xe navegà (Sacchi conduce via Bartoli. Teodora e Marina si guardano un po' senza dirsi nulla; poi Marina saluta; Teodora saluta; Marina sorride; Teodora sorride).

Marina                          - Come vien sera in pressa!

Teodora                        - Xe la so stagioni

Marina                          - (levandosi) Permetela che varda el so vestito? El xe fato ben! (Teodora s'alza) La scusa la mia curiosità. Chi xe sta che ghe l'à fato?

Teodora                        - Lo go fato far a Torini

Marina                          - Ah! la vien da Torin?

Teodora                        - Siora sì!

Marina                          - Bela gita?

Teodora                        - Bela cita!

Marina                          - Stala a Torin?

Teodora                        - Mi stago un pocheto da per tuto.

Marina                          - Ah la viagia!

Teodora                        - Xe el mio mistier!

Marina                          - Oh bela! La fa el mistier de viagiar?

Teodora                        - Nualtri comici se zira sempre.

Marina                          - (avvicinandosi vivamente) Eia xe comica1?

Teodora                        - Sì. Ghe par una cossa straordinaria?

Marina                          - Ma sicuro!... No ghe n'ò mai visto da vicin, dei comigi!

Teodora                        - Come la vede, semo fati come i altri!

Marina                          - Ma no, no, sala! Eia, per esempio, la ga un certo che...

Teodora                        - Dediana! Che certo che gogio?

Marina                          - La me scusa!

Teodora                        - E eia, chi xela?

Marina                          - Cossa ghe importa de saverlo! Mi no son gnente! So una dona de casa, una povera dona de casa! Piena de noi.

Teodora                        - Gala mario?

Marina                          - Eh, se go dei noi!...

Teodora                        - Se poi avergheli anca senza.

Marina                          - (tirandosi indietro) Mi le cosse le go fate in regola.

Teodora                        - Xe question de gusti!

Marina                          - (un po' sdegnosa) Èia de che gusti xela?

Teodora                        - Son stada dei sui! E me pento! Go un mario che non sta in pie! El xe tisico!

Marina                          - (avvicinandosi) El mio xe l'oposto! El sta mal dal tropo star ben! Sela lo vedesse co grasso che xe quel'omo!

Teodora                        - Mi no i me piase i omeni grassi.

Marina                          - (piccata) Mi no me piase i tisici!

Teodora                        - Gnanca mi, sala!

Marina                          - Dove recitela?

Teodora                        - Son qua, nela compagnia de Sacchi...

Marina                          - Alora la reciterà le comedie de mio fradelo!

Teodora                        - Chi xelo so fradelo1?

Marina                          - El conte Carlo Gozzi...

Teodora                        - Cara eia, la xe sorela del conte Gozzi? Come son contenta de conosserla. La me racomanda al conte.

Marina                          - Eh via! che co i so meriti no ghe ocore racomandazion!

Teodora                        - San apena vegnua, son zovene, go da far strada!

Marina                          - Vogio proprio venir a sbaterghe le man!

Teodora                        - (alzandosi) La me farà onor!

Marina                          - La se comoda e la me conta!

Teodora                        - Cossa gogio da contar?

Marina                          - Benedeta! Che bela vita la ga da esser la sua!

Teodora                        - Bela e bruta.

Marina                          - La poi dir che la xe nata co la camisa, eia!

Teodora                        - No, lustrissima, no! Son nata senza. Tanto senza che, co gera putela, e in miseria, de le volte, i me meteva le camise de mio sior pare.

Marina                          - Se la provasse cossa voi dir viver in campagna in mezo ai noi e ale galine! Sporca i noi, e sporca le galine! E bisogna trotar de qua, de là, pensar a tuto. Po', co vien sera, se va in leto e felice note.

Teodora                        - Ma quando la xe svegia, la sa che da magnar ghe ne xe!

Marina                          - Bel gusto! Magnar! Magnar! No se fa altro, per passar el tempo! Ma ogni tanto, la scusa se ghe fasso sta confidenza, co vedo mio mario ch'el se senta a tola, tuto sua, ch'el sgionfia le ganasse dal gusto de vedar la minestra, me vien vogia de ciapar la terina, e da cassarghela in testa, fin al naso!

Teodora                        - Disemolo pur: sti marii i xe una bela disgrazia.

Marina                          - In confidenza, la ga razon! De giorno i brontola.

Teodora                        - De note i dorme.

Marina                          - No i capisse gnente!

Teodora                        - No i capisse gnente!

Marina                          - Ma eia la ga le so sodisfazion!

Teodora                        - Dele sodisfazion se poi tersene tute, basta voler!

Marina                          - Cara eia, no la diga ste cosse!

Teodora                        - Se vive una volta sola.

Marina                          - La se figura che mi gera giusto come eia! Me piaseva l'alegria, el movimento! Co me son sposada gaveva el boresso in corpo! Me pareva che sposarse fusse istesso che tor su un omo per baiar e basarse nei cantoni! Invece... sto omo el ga ciapà turi i diavoli che me baiava la furlana in corpo; e el se ga senta sora!

Teodora                        - No la creda peraltro che se sia felici gnanca nualtre!

Marina                          - Cossa ghe manca a eia?

Teodora                        - No so! Forse l'amor!

Marina                          - L'amor! L'amor! Se savesse dove ch'el sta de casa, sto can...

Teodora                        - Mi go paura che no l'esista! Lo go cerca tanto. (Marina arretra sdegnosa) Nualtre done semo sacrificae!

Marina                          - Questo xe vero!

Teodora                        - No se pò trovarselo nu el nostro omo! I ne dise: eco to mario!

Marina                          - Ben! ben! El xe nostro mario!

Teodora                        - E co se sa, co se capisse, co se vorave liberarse, per necessità, per bisogno de agiuto, de bezzi, de protezion, se casca in qualcosa de pezo!

Marina                          - (scandolezzata) La scusa! la scusa!

Teodora                        - Digo de mi! Ma se lo trovasse quelo che aspeto, quelo che vogio, che ghe volesse ben veramente...

Marina                          - Ah se nasso un'altra volta!

Teodora                        - No se nasse più.

Marina                          - No se nasse più.

Sacchi                           - (entrando con Bartoli, a Teodora) No xe gnancora vegnuo el conte?

Teodora                        - No.

Sacchi                           - (vedendole vicine) Grandi amicizie fra ste bele dame! Se conossele? (A Marina) Permetela che me inchina? (Marina fa un inchino lezioso) Sala chi son mi?

Marina                          - Mi no!

Sacchi                           - Mosca. La xe ignorante. No la ga mai sentio parlar del più gran Trufaldin del mondo? De quel gran comico che col vien in scena ride fin i scagni, le candele de sèo dei palchi, e i lumi a ogio dela scena, de Sacchi, in una parola? Quelo son io!

Marina                          - (con sorpresa) Ah! lu xe Sacchi?

Sacchi                           - La me conosse dunque? M'ala sentio?

Marina                          - Qualche volta!

Sacchi                           - Ma eia no la sa che co le signore mi son un vero cavalier, un amorin, una pasta de zucaro! La me comanda che son qua...

Marina                          - (a Teodora, ridendo dietro il ventaglio) Che la fusse questa quel'ocasion?

Teodora                        - (ridendo) Mah! cossa ghe par a eia?

Marina                          - Per zovene, el xe zovene!

Sacchi                           - (piccato) Cossa voi dir?

Marina                          - El ga anima, el ga fogo!

Sacchi                           - La diga, la diga! No ghe permeto de parlar cussi! Per chi me gala tolto?

Marina                          - E lu, per chi me gaio tolta?

Sacchi                           - Caspita! Xela la mugier del Dose?

Teodora                        - (vivamente) La xe la contessa Gozzi!

Sacchi                           - Mosca! Me lo podevi dir!

Marina                          - Prima de parlar con una dama, imparò a tratar! (Via sdegnosa).

Teodora                        - El la ga fata grossa!

Sacchi                           - Anca vu, podevi farme de odo! Del resto xe sta perché ghe gera zente, se no la me bucava i brassi al colo! Ghe lo go leto sul muso!... Me despiase invece che no sé restata sola col conte. Cercare mi l'ocasion... Ma semo intesi! Siegento ducati al'ano, no un bezzo de più!

Teodora                        - Mi me contento.

Carlo                             - (entra hurbero, si guarda attorno, va a pian­tarsi davanti a Bartoli) Chi seu vu?

Bartoli                           - Son so mario.

Carlo                             - Ah! la ga mario?

Teodora                        - Sì, signor conte!

Carlo                             - Dunque eia xe la nostra prima dona nova?

Sacchi                           - Gnancora no, veramente.

Carlo                             - (gli dà un'occhiataccia) Xela più scada a Venezia?

Teodora                        - No, no ghe son più stada.

Carlo                             - Ma la parla venezian!

Teodora                        - Nualtri comici parlano tuti venezian!

Carlo                             - Gala visto la cita?

Teodora                        - No!

Sacchi                           - Nobilomo! Vegnimo al struco.

Carlo                             - La vedarà una bela cita.

Bartoli                           - Belissima!

Carlo                             - Sì, no ghe xe mal!

Bartoli                           - E po' qua se onora el merito, se pregia el genio.

Carlo                             - Chi ve ga dito ste sempiae? El merito? El genio? Gran parole! Ma cossa vorle dir? Dove xelo sto merito? Dove xelo sto genio?

Sacchi                           - Lu, per esempio, nobilomo, el lassa che ghe lo diga...

Carlo                             - Sicuro! Mi, e anca Goldoni...

Bartoli                           - Gran omo!

Carlo                             - Ma sì! Gran omo! Metemo che sia vero! Mi no lo credo, ma i lo disc tuti. Ben! Gran omo lu, co le so sempiae, co le so serve, i so barcarioi in scena, la so... verità... (Ride) Ma, dise qua Tru­faldin, gran omo anca mi, co le mie naranze che se spaca, i pomi che baia, l'acqua che canta. O feme el piacer de spiegarme come femo a esser gran omeni mi, e anche quei'altio! O go razon mi, o el ga razon lu! El publico no conta gnente! Deghe del Goldoni, el sbate le man! Ma deghe el mio «Mostro Turchin» e le sbate istesso! Dunque, anca amesso che uno de nualtri gabia del merito, eco che a Venezia el merito no se lo onora, perché se lo trata come el so contrario.

Bartoli                           - E pur qua ghe xe dei cavalieri de bon gusto, dele zentildone de spirito.

Carlo                             - E come! I cavalieri i zoga! le zentildone le zoga; le se sporca el muso de rosso, le se coverze le teste de manteche! Cosse alegre! Cavalieri de spirito! Sicuro! I ga tuto el spirito che ocore per mandar in malora la fortuna, e stimar pregiudizio la religion e la morali

Sacchi                           - Quanto a questo el nobilomo ga razon! La nobiltà no la ga più fren. Se precipita.

Carlo                             - (rivoltandosi di scatto) Se precipita un corno! Precipitare vu co i vostri bezzi, co i vostri comici, co i vostri vizi! Chi ve ga insegna a dir sta parola: nobiltà? Forbive la boca, prima, toco de aseno! Cavève el capelo co passa un patrizio de S. Marco! Mio barba Tiepolo el se ga scavessà un brasso montando in gondola. El ga tasuo coi gon­dolieri, el xe andà per i fati sui, el xe torna a casa quieto, e solo quando i ghe cavava la velada el ga dito: «Pian, che go mal a un brasso!». El gaveva el brasso a picolon! Eco, sior sempio, come che se precipita!

Sacchi                           - Nobilomo go premura!

Carlo                             - Potè andar!

Sacchi                           - Vorave ch'el me disesse...

Carlo                             - Un momento. (A Teodora) Sala che Trufaldin la voi mandar via?

Bartoli                           - Se racomandemo a lu! Semo tanto de-sgraziai...

Teodora                        - Al so cuor se racomandemo! So anca mi che no go meriti. Ma posso imparar. Me sento qualcossa qua e qua. (Si tocca il cervello e il petto) Co un maestro come lu, farò dei progressi, deven­terò degna de la so stima!

Carlo                             - Xe inutile che la me varda cussi! Co mi le done no le taca!

Bartoli                           - Tegnì zo quei oci!

Carlo                             - Qualo xe el vostro genere preferio?

Teodora                        - Nel comico me la cavo, ma nel pate­tico me sento megio.

Carlo                             - Voleu recitar qualcossa?

Teodora                        - Me vergogno, veramente!

Sacchi                           - Se volè far la comica la vergogna dovè meterla in sofita!

Carlo                             - Come el ga fato lu! (Indica Sacchi).

Teodora                        - Ma se el voi! Come posso! Cossa devo recitar?

Sacchi                           - Una scena a l'improvviso, con mi. (Fa il lazzo di Truffaldino) Corpo de una zavata! Xela la dea Venare questa qua! Sbassò fin a mi quei ferai impissai che gavè soto el frontespizio!

Carlo                             - No, lezè qualcossa de serio, dei versi! Tolè qua, sto toco del «Augellin Belverde».

Teodora                        - (legge enfatica, grottesca) Perché mai vivo ancor dopo sì lungo « Tempo, sepolta in quest'orrida fossa, « Dove tante immondizie, e sì fetenti « Colano sempre? O di Concul figliuola, « Miserabil Ninetta! Era pur meglio « Restar colomba un dì, restar rinchiusa, « Nella scorza fatai di melarancia, « In poter di Creonta, Gigantessa, « Che rimaner, senza capir la causa, « Senz'aver colpa, condannata ad essere Sepolta viva in così lorda fossa, «Mentre non era ancor fuori del parto».

Carlo                             - (scuote la testa disapprovando).

Sacchi                           - (vedendo che Carlo è malcontento, per im­pedirgli di esprimere la sua disapprovazione esclama) No ghe semo! (Carlo sbuffa).

Bartoli                           - (gemendo) Quela dona me rovinare.

Sacchi                           - Insomma, xe inutile! No fé per mi.

Carlo                             - (lo guarda torvo) Gaveu stabilio el pa­gamento?

Sacchi                           - Vorlo, dunque, che la scritura?

Carlo                             - Ande a preparar el contrato!

Sacchi                           - Ma no la ga sentio?

Carlo                             - Bisogna insegnarghe! La ga vose, por­tamento, figura!

Sacchi                           - Eco, i pie e le man le xe bele!

Carlo                             - Sé un satiro! Ande subito a vardarghe i pie!

Sacchi                           - I mii comici go da conosserli.

Teodora                        - El lassa che ghe basa la man!

Carlo                             - No!

Bartoli                           - (tossendo) La permeta, ecelenza!

Carlo                             - Cossa feu co quela tosse?

Bartoli                           - Sto casson qua xe in malora! (Si tocca il petto) Ma qua (toccandosi la fronte) no!

Teodora                        - Lu me salva, lu me fa sperar ne l'avenir.

Carlo                             - No ocore smorfiessi! Ande a preparai el contrato!

Sacchi                           - Doman! Xe megio pensarghe! Voria far i conti!

Carlo                             - No... subito.

Sacchi                           - Qua no go le scriture! Bisognarave che andasse in teatro a torle!

Carlo                             - Ande!

Sacchi                           - Vorlo proprio?

Carlo                             - Vogio proprio.

Sacchi                           - Alora andarò. (A Bartoli) Vegnì co mi!

Bartoli                           - Mi stago qua!

Sacchi                           - Vegnì co mi!

BartoLi                         - (accennando a Teodora) E eia?

Sacchi                           - La perdona, ecelenza; fin che vado e torno el la tegna qua!

Carlo                             - (a Teodora) Per mi! La varda peraltro che go da lavorar.

Bartoli                           - Ghe fasso compagnia mi a mia mugier!

Sacchi                           - Vegnì co mi. (Via con Bartoli).

Carlo                             - La se comoda! Ghe farò compagnia mi, fin che i torna!

Teodora                        - (sedendo) Grazie! (Carlo la guarda di sottecchi. Teodora fa altrettanto: a un certo punto s'incontrano con lo sguardo, si sorridono, finché il sorriso si muta in un'aperta risata).

Carlo                             - Mi pagarave qualcossa per saver perché ridemo!

Teodora                        - Mi no lo so.

Carlo                             - E gnanca mi! (Avvicinandola) Eia la ga da esser una morbinosa!

Teodora                        - Secondo! O alegra, o co un diavolo per cavèlo!

Carlo                             - Dunque, variabile!

Teodora                        - Piutosto!

Carlo                             - Le done le xe tute cussi!

Teodora                        - Col dise « le done » par ch'el mastega del riobarbaro!

Carlo                             - (rabbuiandosi) Percossa me vardela in boca?

Teodora                        - Lu noi le conosse le done!

Carlo                             - No le conosso? Cara eia, no la me fassa parlar! Cossa credela che no gabia avuo anca mi le mie batagie? Ghe xe sta dele done inamorae de sto muso!

Teodora                        - Inamorae no!

Carlo                             - Inamorae, sì; cossa sogio, l'orco?

Teodora                        - Se una sola dona fusse stada inamo-rada de lu, el gavarave del miei nel cuor e no del Sei.

Carlo                             - Doman ghe darò una parte, cussi la stu­diare... (Pausa. Poi battendo un pugno sopra la tavola) La m'à tradio tute, una dopo l'altra, come se le fusse messe d'accordo per farme quel servizio... una dopo l'altra...

Teodora                        - Mi me xe tocà un mario impasta de tosse! E per questo dovarave dir che tuti i omeni xe moribondi?

Carlo                             - E mi doveva continuar a cambiar done, come se fa co le scarpe fin che se trova el per che va ben?

Teodora                        - E cussi el vive solo?

Carlo                             - Solo. Co la mia famegia no andemo d'acordo. Ma go, qua che me tien compagnia, un milion de processi contro tuto el mondo, per vedar de tornar ancora paron dele sostanze de casa mia.

Teodora                        - E dopo?

Carlo                             - Dopo, cossa?

Teodora                        - Col sarà vedo?

Carlo                             - Ghe son.

Teodora                        - Col sarà più vecio?

Carlo                             - Creparò.

Teodora                        - E sé contento de vivar per morir?

Carlo                             - Sé una dona! Eco perché no capi gnente. Cossa credeu, che no ghe sia de le cosse più im­portanti, bele, che apassiona a sto mondo, anca fora de l'amor?

Teodora                        - No lo credo.

Carlo                             - E cossa diselo so mario de sta so opinion?

Teodora                        - (vivamente) Se lu xe sta sempre tradio, mi son stata inganada.

Carlo                             - Inganada?

Teodora                        - Me son ligada a un moribondo.

Carlo                             - No me par che la caena la ghe pesa!

Teodora                        - Perché so che un giorno la romparò!

Carlo                             - Un giorno passa, o un giorno che ga da vegnir?

Teodora                        - Co trovare quelo che me vogia ben!

Carlo                             - La cerca?

Teodora                        - No fasso altro!

Carlo                             - E co la trovarà?

Teodora                        - Scominziarò a vivar anca mi!

Carlo                             - E se la se sbaliasse un'altra volta?

Teodora                        - Tornare a cercar!

Carlo                             - E che la vaga!

Teodora                        - Son fata cussi.

Carlo                             - Fata mal!

Teodora                        - (ridendo) Grazie!

Carlo                             - (squadrandola e seguendo con gli occhi le linee del corpo) Non me intendeva quelo!

Teodora                        - (dopo una pausa) No i vien!

Carlo                             - Vardo anca mi... cossa che i fa!

Teodora                        - Me dispiase per lu che ghe fasso perder tempo!

Carlo                             - No! Me dispiase per eia che la se anoiarà.

Teodora                        - Cossa diselo! Co un omo come lu, una dona no se poi anoiar!

Carlo                             - Co un omo come mi, le done no le se poi divertir! Mi me manca l'arte!... La xe un'arte anca quela! Mi no so dir parole tenare! No so sterzar i oci, far de penin co ocore, sospirar co bisogna! No spusso né de riosa né de canèla! Vivo solo, come un'orso! Parlo poco e me dà fastidio che parla i altri. E co vedo una dona, siccome no spero gnente da eia, cussi no ghe domando gnente.

Teodora                        - Lu me fa pentir de quelo che go dito! Go parla da dona senza giudizio! Ma no xe colpa mia! Me xe sempre manca chi me conduga per man!

Carlo                             - Condur una dona? Xe come averghe da far con una mosca! Via dal muso, se ziga; e zo sberle, zo sberle! La mosca la svola via un pocheto; po' la torna al posto de prima!

Teodora                        - Se tute quele che xe stae qua drento le lo sentisse, le ghe dirave: ingrato de omo!

Carlo                             - Qua, done, no ghe ne xe mai vegnue!

Teodora                        - Mai, mai? Che pecà! In sto logheto cussi quieto! Ma questa, per esempio, la par una camara fata aposta per starghe in do, co le finestre ben serae, che no veda nissun! (Va verso la finestra).

Carlo                             - (la guarda turbato, poi) E invece questa la xe una camara che sta assae megio co le finestre averte, che veda drento tuti!

Teodora                        - Anca co le finestre averte! Stasera el sarà in discordia co la so morosa! (E' sempre alla finestra).

Carlo                             - No la me staga a secar, che mi no go morose! La vegna drento, che vogio lezarghe la parte!

Teodora                        - (chiamandolo) Stz! Stz!

Carlo                             - Cossa ghe xe?

Teodora                        - (chiamandolo) Stz! Stz!

Carlo                             - (avvicinandosi) Cossa ghe xe, in malor-sega!

Teodora                        - (lo prende per mano e parlandogli piano) Quei do, là soto! I se ga dà un baso! E i se parla pian! Ah! se podesse sentir quelo che i dise!

Carlo                             - Sporchessi!

Teodora                        - El li varda! No i fa... vogia?

Carlo                             - Mi no me interesso dei fati dei altri!

Teodora                        - Fati dei altri? Ma un baso no xe un fato dei altri! O gieri, o ancuo, o doman, el sarà anca el fato nostro!

Carlo                             - (piano, eccitato, con la bocca agitata da un desiderio di haciare) Fato nostro?

Teodora                        - No, no... de mi e de lu. De tuti... me intendo!

Carlo                             - (la guarda Meco) Oh gaveva ben capio! (Mentre discende dai gradini) Ahi!

Teodora                        - Cossa gaio?

Carlo                             - Me xe andà qualcossa in t'un ocio!

Teodora                        - Qua! (Gli va vicino, gli prende la testa fra le mani e gli soffia nell'occhio) Xe andà via?

Carlo                             - (barcolla un po', eccitato turbato: poi muove la testa come a bere l'alito di lei) Basta: xe passa!

Teodora                        - (afferrandogli rapidamente una mano) Vorlo che ghe diga el destin?

Carlo                             - No, no!

Teodora                        - Bela man! Ma ruspia! Una man che da un toco no la sta in quela de una dona! (Pausa, spiccicando le parole) Vorlo che semo amici?

Carlo                             - No, no me fido!

Teodora                        - Perché?

Carlo                             - Perché?... Perché?... (Con violenza) Per­cossa me tentela?

Teodora                        - (impassibile) Xe un'ora che fasso de tuto per piaserghe!

Carlo                             - (levandosi la parrucca e sbattendola per terra) La me piase! La me piase! No la lo vede?

Teodora                        - E questo lo mete in furia?

Carlo                             - Dove me voleu condur? No ve go dito che da tanti ani vivo solo? Saveu cossa voi dir? Voi dir che xe facile vinzerme, che no ghe xe nis-suna gloria! Ma no savè che, adesso, se me tacasse a una dona la faria infelice? La torìa tra i mii brassi, e la tegnirave cussi streta da farla morir! (Afferra con furore un bràccio di Teodora),

Teodora                        - (svincolandosi) Ahi! El m'à fato mal!

Carlo                             - Xe sta i vostri discorsi!... xe sta male-deta sera... xe là... (Accenna la finestra, poi corre ad essa, gridando concitato) Maledeti! Ancora là i xe! Ohe! No gavè altri posti da far l'amor?

Voce di Uomo              - (di dentro) Chi xelo?

Voce di Donna             - (c. s.) Andemo via! Voce di uomo - Xelo el paron de Venezia?

Carlo                             - (serra rabbiosamente la finestra, si asciuga la fronte, raccoglie la parrucca e se la rimette in testa) La scusa! La scusa!

Teodora                        - Xe sta anca colpa mia! (Gli tende la mano) No dovemo odiarse se gavemo perso la testa. (Carlo le prende la mano, la guarda lungamente negli occhi, poi bacia la mano con passione. Teodora ansando) No, no! Xe una cativeria! No l'aprofita dela mia debolezza! (Carlo si allontana irritato. Teo­dora lo guarda ironica, poi pulisce con la sciarpa la mano che Carlo ha baciato) Semo dunque intesi! Lu me ga promeso la so protezion!

Carlo                             - Mi no ve go promeso gnente!

Teodora                        - Lu xe senza amici! Noi ga nissun del cuor da poderse fidar!

Carlo                             - Cossa saveu vu?

Teodora                        - Se vede! Anca Sacchi, salo percossa el ga dito mal de mi! Perché el dise che lu ga la smania de contradir.

Carlo                             - El ga dito questo? Birbante!

Teodora                        - Noi me tradissa!

Carlo                             - Imbrogion!

Teodora                        - E avaro! El se figura ch'el voi darme siecento ducati.

Carlo                             - (furibondo) I xe pochi!

Teodora                        - Caro lu, el me ne fassa dar de più!

Carlo                             - Sicuro! El pagarà!

Teodora                        - Lu xe bon!

Carlo                             - No xe vero!

Teodora                        - Lu xe bon e mi ghe vorò tanto ben!

Carlo                             - Per interesse!

Teodora                        - No! Ben sul serio! De quelo che dura, che ghe darà alegria, contentezza!

Carlo                             - Tasè!

Teodora                        - S'el sentisse cossa me dise el cuor! Dele gran promesse me par! E lu?

Carlo                             - (guardandola negli occhi) No so! Ma me par che el mio sangue el se destenda calmo, calmo.

Teodora                        - Dopo la note vien l'aurora!

Carlo                             - De note se fa i sogni! El zorno li cazza via!

Teodora                        - Chissà!

Sacchi                           - (entrando con Bartoli) Semo qua!

Bartoli                           - (guarda la moglie e Carlo, poi piano a Teodora) Percossa gaio la paruca per traverso?

Carlo                             - Gaveu el contrato?

Sacchi                           - Selenza sì.

Carlo                             - Vedemolo. Siecento ducati? Sé un strozzini

Sacchi                           - Mosca! I xe bezzi!

Carlo                             - Sé un ladro! Scrive otocento!

Sacchi                           - Gnanca me insogno!

Carlo                             - O no ve dago più comedie!

Sacchi                           - (a Teodora): Me meravegio de eia!

Teodora                        - Mi? Oh, xe tuta bontà del sior conte.

Sacchi                           - Ah, xe bontà sua? (Come colpito da un'idea, tra se) Che n'ò dito tropo' mal! Bisogna cam­biar politica! (Forte) Del resto, no me lagno! Me son incorto anca mi che la ga del merito.

Carlo                             - Ah! Trovè?

Sacchi                           - Prima no me pareva! Ma parlandoghe trovo che la xe brava!

Carlo                             - (gli si pianta davanti con le gambe aperte) Bravissima!

Sacchi                           - (meravigliato che il conte non lo contrad­dica) Straordinaria!

Carlo                             - Miracolosa!

Sacchi                           - Divina!

Carlo                             - De più!

Sacchi                           - La li merita otocento ducati.

Carlo                             - La ghe ne merita mile!

Sacchi                           - (furibondo) Do mile!

Carlo                             - Femo tre mile adiritura!

Sacchi                           - Alora... diremo otocento! (Carlo ride furiosamente in faccia a Sacchi. Questi si volge aspramente a Teodora) La firma! (Teodora esegui­sce) E adesso andemo via! (Secco) Nobilomo, bona sera!

Carlo                             - Bona sera! Cara amiga, ve saludo.

Bartoli                           - (gemendo) Cara amiga!

Sacchi                           - (tra se) Go capio! Mi pago, e lu...

Teodora                        - Sior conte, bona sera!

Carlo                             - A domani (Alla porta) Checchin, fa ciaro, e po' vien qua! (Tutti via. Carlo gira per la stanza, va davanti a uno specchio, si guarda e se ne allon­tana rabbuiato. Poi si ferma in mezzo alla stanza, piega indietro la testa, assorto).

Checchino                     - (entrando) Paron! Son qua!

Carlo                             - (scuotendosi) Scrivi! (Checchino si mette al tavolo) Dove semo restai?

Checchino                     - « Alle pezze che comprovano... ».

Carlo                             - (dettando) « Osserva il sottoscritto... ». No ghe n'ò vogia - (Gira per la stanza, poi fermandosi davanti a Checchino) Dunque ti ga la morosa!

Checchino                     - (spaventato) Paron!

Carlo                             - (dopo una breve esitazione) Vustu andarla a trovar?

Checchino                     - (fuori dallo scrittoio) Paron!

Carlo                             - (spingendolo via) Cori, cori! Che ti ga vint'ani! Ti ga vint'ani!

ATTO TERZO

(Stanza in casa di Teodora. Porta comune in fondo. Altra porta a sinistra. A destra un tavolino con specchio e boc­cette di acque profumate. Più avanti una spinetta).

Sacchi                           - (sulla porta, spiegando una ricca stoffa di broccato bianco) Vardè!

Teodora                        - (con gesti di ammirazione) Caspita! Bracato!

Sacchi                           - Per vu.

Teodora                        - Per mi?

Sacchi                           - (avvicinandosi) Per vu, belezza, per vu...

Teodora                        - Eh! via, ch'el burla?

Sacchi                           - No dasseno! (Le carezza la guancia) Vedeu come ve vogio ben! Saveu cossa ch'el costa?

Teodora                        - Eh, me imagino!

Sacchi                           - Vardè, go lassa suso el boletin a posta.

Teodora                        - (guardando) Diese zechini!

Sacchi                           - Sogio generoso?

Teodora                        - Gran cuor, lu, gran cuor!

Sacchi                           - E vu, cossa me dareu in compenso?

Teodora                        - El comanda!

Sacchi                           - Me voreu ben?

Teodora                        - Ma sì-

Sacchi                           - Tanto?

Teodora                        - Tanto.

Sacchi                           - Me fé baiar el cuor!

Teodora                        - Caro colù!

 

Sacchi                           - Eh! caro sì! Dovarave esser in còlerà! Gavè sempre tacà ale cotole quel Gratarol.

Teodora                        - El xe un bon amigo.

Sacchi                           - Se vostro compare Gozzi lo savesse?

Teodora                        - Mio compare xe un brontolon. No ghe bado gnanca!

Sacchi                           - Badèrne a mi! No rigevèlo!

Teodora                        - No lo riceverò.

Sacchi                           - (esaminando la stoffa) Vostro compare Gozzi, de sta roba noi ve ne dà.

Teodora                        - No ghe xe pericolo.

Sacchi                           - Mi so tratar cole donel

Teodora                        - Lu xe tremendissimo.

Sacchi                           - Tornare: adesso me la bato, prima che vegna vostro compare.

Teodora                        - Lo aspeto in fati. El xe guario. Ancuo el vien fora de casa.

Sacchi                           - Lo so! Ve saludo! Cuor mio! (Prende il broccato, lo piega e lo incarta. Teodora allunga le mani per prenderlo. Sacchi lo mette sotto il braccio).

Teodora                        - (ridendo) Ma cossa falò?

Sacchi                           - Lo porto via!

Teodora                        - (sorpresa) Ma noi gera per mi?

Sacchi                           - Mosca! Altro che per vu!

Teodora                        - E lo porta via?

Sacchi                           - Ve lo darò a so tempo.

Teodora                        - Quando?

Sacchi                           - Quando me gavarè dimostra che me volè ben, co me n'avarè dà le prove, co gavarè licenzia quel Gratarol. Cara! Alora, altro che bracato! Tuto quelo che vorè. Mi so tratar co le done: prima gnente, ma dopo tuto. (Via).

Teodora                        - Maledetta calìa!

Bartoli                           - (entra dalla sinistra) Chi ghe gera qua?

Teodora                        - Mah!

Bartoli                           - Disèmelo!

Teodora                        - No go vogia de parlar.

Bartoli                           - Me tratè mal.

Teodora                        - No sechème, no sechème!

Bartoli                           - Me tratè mal; cossa ve fasso! Sé parona de far tuto quelo che volè; stago in t'un cantoni No me vardè mai! Ah! gera megio che no deventessi famosa. (Teodora gira per la stanza riordinando qua e là; poi si ferma davanti a uno specchio per acco­modarsi un nastro) Alora me volevi ben. Co stavo mal me curavi. Adesso me lasse morir come un can. Sti pochi zorni che ancora me resta, vogième ben! vogième ben! (Congiunge le mani pregando).

Teodora                        - Feme el piacer, deme la scatola dei nei!

Bartoli                           - (eseguisce) Tolè, cara, tolè!

Teodora                        - (si mette i nei) Deme la polvere de Cipro! (Bartoli eseguisce. Teodora s'incipria).

Carlo                             - (entrando) Me piasè! Ve infarineu el muso tuti do?

Teodora                        - Oh! compare! Finalmente! Stalo ben adesso?

Carlo                             - Cussi: le gambe no le xe gnancora salde. (A Bartoli) Compare, digo, no saludeu?

Bartoli                           - (secco, ruvido) Paron!

Carlo                             - (rifàcendolo) Paron! Par che me volè magnar! (Bartoli va ad accucciarsi in un angolo; a Teodora) Bisognava proprio che vegnisse mi. In sti ultimi cinque giorni no ve gavè mai fato vedar.

Teodora                        - Oh! ma go manda la massèra tuti i zorni a tor so notizie.

Carlo                             - Lo so! (Sospirando; poi le va vicino; piano) Ma se fussi vegnua vu, saria sta tanto con­tento... (Teodora imbarazzata non sa che cosa rispon­dere, poi, per trovare una scusa, accenna a Bartoli. Carlo guarda Bartoli, poi fa spallucce, si volta e gira per la stanza annusando l'aria) Ma che bon odor! Da dove vienlo? (Gira intorno e si ferma davanti al tavolino, meravigliato) Cospetasso! Bossete, vaseti, bussoloti! (Guardando Teodora e poi andando a piantarsi davanti a Bartoli) Cossa xe ste cargaure?

Bartoli                           - (guardandolo bieco) No le xe per mi!

Carlo                             - Se vede! (A Teodora, ridendo ironica­mente) Capisso perché no sé vegnua a trovarme! Gavevi da far, qua, co tuta sta porcaria! Li spendè ben i vostri bezzi, li spendè ben. Xe sta a trovarme el piovan de San Stefano. Domenega no sé andada a messa.

Teodora                        - No go podesto.

Carlo                             - A messa ghe dovè andar!

Teodora                        - Per una volta no cascarà el mondo.

Carlo                             - A messa ghe dovè andar!

Teodora                        - Ghe andare, ghe andare!

Carlo                             - (guardandola da vicino) Se vede che semo presto in primavera!

Teodora                        - Percossa?

Carlo                             - Perché ve spunta i nei!

Teodora                        - Me stali ben?

Carlo                             - Che eleganza! che eleganza! Gavè fora tuto.

Teodora                        - Se usa!

Carlo                             - In Africa, se usa mostrar de più!

Teodora                        - Eh via! Per un tocheto de colo nuo!

Carlo                             - El colo, co le so fondamente.

Teodora                        - El ga vogia de scherzar.

Carlo                             - So alegro come una Pasqua. (Annusa in aria) Chi gaveu conossuo in sto tempo?

Teodora                        - Squasi... nissun!

Carlo                             - (a Bartoli) Chi gaveu conossuo in sto tempo?

Bartoli                           - (ripetendo le parole della moglie) Squa­si... nissun!

Carlo                             - Squasi?... «Mucci, Mucci. Sento odor de cristianucci».

Teodora                        - Cossa diselo?

Carlo                             - Cerco quel sior « squasi ». Lo vedo qua. (Indica i profumi) Lo vedo in quele mosche che ve gavè petà sul muso... lo vedo (indica il seno) in quei calori che vega ciapà. Mucci, mucci...

Teodora                        - La pensa sempre mal.

Carlo                             - Xe el naso! xe el naso! Cristianucci, cri-stianucci. Chi xelo?

Teodora                        - El xe... el nobilomo Gratarol.

Carlo                             - (con un balzo) Gratarol!

Teodora                        - Lo conossèlo?

Carlo                             - De nome e de vista sì.

Teodora                        - El xe un omo de garbo!

Carlo                             - (piantandosi sulle gambe aperte, ed enume­rando sulle dita) Pirata d'amor! corsaro de Ve-nare, sempre drio ale done che ga persa la repu-tazion, o che xe drio a perderla. Gavè fato dele bele conossenze!...

Teodora                        - Lu esagera.

Carlo                             - (andando da Bartoli) Ghe dire a vostra mugier che la se cava quei nei. (Poiché Bartoli esita, irritato) Andèghelo a dir!

Bartoli                           - (andando da sua moglie) Gaveu sentio?

Teodora                        - Diseghe a mio compare che no me cavo gnente!

Carlo                             - Cavègheli vu! (Bartoli s'avvicina alla moglie).

Teodora                        - (a Bartoli, gridando) No me rompe la testa!

Bartoli                           - (corre da Carlo) El vede!

Carlo                             - (urlando) Sé una bestia!

Bartoli                           - (alzando le hraccia disperato) Oh! oh! (Via).

Carlo                             - Come la metemo?

Teodora                        - Cossa, sior compare1?

Carlo                             - Savè che zente in casa no ghe ne vogio.

Teodora                        - No se poi minga viver in un deserto.

Carlo                             - No ve basto mi? No ve fasso compa­gnia mi?

Teodora                        - Caro sior compare, che mal ghe xe, se pratico qualchidun? Stago sola tante ore!

Carlo                             - La solitudine xe un tesoro. Percossa la voleu baratar con dele ciacole senza sugo?

Teodora                        - Mi, co son sola, me vien malinconia.

Carlo                             - Mi quando go malinconia, me la gusto, pian pian, a sorsi, come una cicara de cafè. Prove anca vu!

Teodora                        - In fin dei conti, qua vien de la zente come che va. Sacchi.

Carlo                             - Un satiro!

Teodora                        - El nobilomo Gratarol.

Carlo                             - Un aloco!

Teodora                        - El xe segretario del Senato.

Carlo                             - Me dispiase per el Senato.

Teodora                        - El xe un omo conossuo.

Carlo                             - Come un gran libertin.

Teodora                        - El xe un gran amirator dele so co-medie.

Carlo                             - Scominzio a creder de aver scrito dele cative comedie.

Teodora                        - Lu dise mal de tuti.

Carlo                             - Perché no ghe xe che mal. Vu ve scaldè el figa subito. Mata! Crederne a mi. Badèrne a mi. Co ve digo una cossa podè credarme. Mi go sempre pratica l'onor, el dover! Sempre. El vostro nome, in boca de quela zente, el deventaria el bagolo de tuta Venezia.

Teodora                        - Lu no lo conosse.

Carlo                             - E no vogio conossarlo. E vostro mario, cossa falò? Come ve permetelo ste conoscenze? No posso più gnanca fidarme de lu!

Teodora                        - Se mio mario se ocupasse de mi, no regnarave più qua Gratarol, ma gnanca elo, salo.

Carlo                             - Feme sto piager de no confondarme. Mi son Carlo Gozzi, vecia mia, no desmenteghevelo! Son Carlo Gozzi. E se gavè la fortuna che Carlo Gozzi sia vostro amigo, dovè trascurar le altre pra­tiche.

Teodora                        - Se lu xe el mio amante, chi lo sa?

Carlo                             - Amante! amante! Certe parole dovaressi aver el pudor de no dirle.

Teodora                        - Quelo che xe, xe. Le cosse, bisogna ciamarle col so nome.

Carlo                             - Mi no son el vostro amante. Amante xe un'altra cossa.

Teodora                        - (sospirando) Sì, in fati xe un'altra cossa.

Carlo                             - Sospirè, sospirè... povera vitima. Amante xe uno che roba qualcossa a un altro. Mi, a vostro mario, cossa go roba? El xe più morto che vivo. Vu no podè esser gnente per lu. Amante sarave sto nobilomo spusseta, sto vostro Gratarol, perché, lu, sì me robarave a mi qualcossa: vu, che sé mia, mia, mia! Gaveu capio? Àverghe un amante, xe esser viziosi.

Teodora                        - Averghe lu, invece xe una virtù, lo so. Me lo dise anca el confessor. « Tegnive tacà al conte Gozzi. Quelo xe un portento del secolo! ».

Carlo                             - El vostro confessor, xe un santo omo! Teodora -   - Anca questo lo so. Ma alora, za che lu xe un portento del secolo, za che el confessor xe un santo omo, per cossa femo tanti misteri? Per cossa davanti a tuti, el xe mio compare, e solo qua, tra quatto muri e co le porte e i veri ben serai, el xe el paron de la mia vita, del mio corpo, de la mia volontà? Se el so amor conduse drito drito in paradiso, per cossa no ga da conosserlo tuti? Mi me piasarave meter le carte in tola, e no continuar sta comedia.

Carlo                             - Vu gavè el gusto del scandolo.

Teodora                        - Par ch'el se vergogna de esser el mio amante.

Carlo                             - La zente no poi capir, no poi saver... La farave dei cativi giudizi, perdaressi la riputazioni

Teodora                        - Credelo proprio? E che riputazion?

Carlo                             - La vostra riputazion de dona onorata.

Teodora                        - Lassemo da parte l'onorata, che voi dir tuto e gnente. Parlemo de la dona. Mi, el varda, me par che, in tuto questo, la dona ghe fassa una figura tuta da ridar. Co mio mario... tuti sa... che gnente, co lu tuti deve pensar che... gnente! O i me credarà una insemenìa senza cuor e senza anima, o pur i pensarà che gabia mile amanti segreti.

Carlo                             - Che orori! che orori! Ve vien fora de le biasteme da la boca. Xe basta quindese zorni, per cambiarve da cussi a cussi! Ve xe passa vicin qual­che gran vizioso, e ghe n'avè impara l'impudenza! Un'altra volta, se me amalo, fasso portar qua el leto, e no ve lasso sola un momento.

Teodora                        - Questo, vedelo, questo, sarave darme una prova d'amor. Tuti savarave almanco che Carlo Gozzi xe geloso de mi.

Carlo                             - Geloso? No, cara! No! Sarave geloso se me podessi scampar! Ma no me scampare. E po' tegnive ben a mente, che se volesse trovarghe una morosa al mio nome, savarave scelier de megio... che una comica.

Teodora                        - (offesa) Se volesse trovarghe un com­pagno al mio cuor, cercarave un cuor de vinti ani!

Carlo                             - (ammutolisce, impallidisce, arretra; poi si ferma) Trovèvelo!

Teodora                        - El me le cava fora lu, le parole: mi no volevo ofendarlo.

Carlo                             - No m'avè ofeso.

Teodora                        - El dovarave capirlo. La gioventù vo i so spassi.

Carlo                             - E avanti.

Teodora                        - Mi ghe vogio ben, ghe son afezionada.

Carlo                             - Sì... Bona sera.

Teodora                        - Vaio via?

Carlo                             - Vago.

Teodora                        - Xelo inrabià?

Carlo                             - No, vago via.

Teodora                        - No go dito che una parola; noi se ofenda.

Carlo                             - Non star a morir! Non t'ò dà che una cortelada. (Cambia tono, rapido) Ma nel cuor! nel cuor! Son vecio, lo so! Bela novità! (Con ira) Credeu che no ghe ne senta el tormento? E minga per mi, saveu, perché, per quelo che godo, per quelo che go godeste, voravo serar i oci subito e dormir! Xe per vu! e xe per colpa vostra, perché me gavè svegià un'anima de trenta ani in sti ossi de cinquanta. (Va a sedere in un angolo e si prende la testa fra mani) Son vecio. (S'alza e le va vicino) Ma co questo, cossa credeu de aver fato? Credeu che me n'andarò, che ve lassare libero el campo? No, pro­prio no! Intanto lo savevi prima. No me gavè minga inzinganà, (prendendola per un braccio) inzinganà, perché sé stada proprio vu a volerlo, quando me spuntava el dente del giudizio. Ste crespe qua, le ghe gera anca alora e, se adesso le xe più fonde, xe sta a forza de pensar a vu! Perché no go fato che pensar a vu, e co una zoventù, che vu, coi vostri trent'ani prepotenti e provocanti, no ve podè gnanca imaginar! Dunque, resto! Ma più furbo. Me gavè zigà la svegia, vu, co le vostre parole. Me gavè dito: « Sta atento, vecieto mio, perché mi go una vogia mata de lassarme robar». Ben, e mi alora, me metarò là su la porta e aspetarò i ladri. Cara, metève in mente questo. Mi a la roba mia ghe tegno; mi la difendo. Vardè, fasso cento processi, e me rosego l'anima in Tribunal, perché vogio che la roba mia resta mia. Figureve se lassarò che i me porta via vu! Ve sbaliè! Ve sé sfogada inutilmente. Gavè cambia la malinconia che sentiva a no poder strenzarve tuta, ne la rabia de volerve in man mia a tuti i costi. Ve vorò ben, come un nemigo!

Teodora                        - (irritata) El fa mal a comandar sempre cussi. Cossa sogio mi, una cossa che se el mete in un modo, bisogna che ghe staga? Mi devo far tuto a modo suo; pensar co la so testa, parlar co la so boca, movarme co le so gambe.

Carlo                             - E comandare sempre de più!

Teodora                        - E mi imparare el gusto de disubidirghe.

Carlo                             - Vedaremo, cara, vedaremo! Intanto sto Gratarol qua, noi vegnerà più.

Teodora                        - S'el vien, mi no lo casso via de seguro.

Carlo                             - Lo cassare via mi. Lo ciaparò per le spale, e lo farò saltar zo da la scala.

Teodora                        - Vedarò anca questa.

Carlo                             - La vedarè e ghe ne vedarè de pezo.

La Serva                       - (entrando) El nobilomo Gratarol. (Carlo resta interdetto).

Teodora                        - Avanti! (Serva via; a Carlo) Ecolo, el vada a ciaparlo per le spale! el lo buta zo per le scale! El se comoda. Minàcielo per gnente? Co se dise una cossa bisogna saverla mantegnir. I omeni, i me piase de caratere. (Entra Gratarol) Caro com­pare, ghe presento el nobilomo Gratarol.

Gratarol                        - Gera un toco che solecitava l'onor de conosserla. Me lusingo de no esser l'ultimo dei so amiratori.

Carlo                             - Obligatissimo.

Teodora                        - Gerimo apunto drio a parlar de vu.

Gratarol                        - De mi? Gavarè dito mal. (A Carlo) Gali dito mal de mi?

Carlo                             - El poi imaginarselo.

Gratarol                        - In ogni modo, mi son grato a eia, siora Teodora, de averme nomina co la so bocheta color de rosa, e a lu, conte, de aver pronunzia el nome del povaro Gratarol co quela boca che fabrica l'oro colà dei versi e de la sapienza. Posso ofrirghe dei diavoloni?

Carlo                             - No.

Gratarol                        - Vegnui da Napoli; e canditi de Franza.

Carlo                             - El dolce me fa mal ai denti.

Teodora                        - Mi sì, mi sì!

Gratarol                        - Eh! ormai li conosso i so gusti. (Le offre una scatolina di dolci; a Carlo) Tabaco de Spagna?

Carlo                             - No tabaco.

Teodora                        - Ma mi sì!

Carlo                             - Eia tol tuto. Baste darghe! No sé bona de tabacar!

Teodora                        - Eh! el me lassa far. (Prende tabacco, fa una smorfia, starnutisce comicamente).

Gratarol                        - (con un grido caricato) Ah!

Carlo                             - (balzando in piedi) Cossa casca?

Gratarol                        - Eia el varda! Deliziosa. La fa una certa smorfieta...

Carlo                             - El m'à fato ciapar paura. Mi no capisso che gusto ghe sia a vedar una dona che stranua.

Gratarol                        - Oh! ghe xe anca là la so belezza. Una belezza dirò...

Carlo                             - Costipada.

Gratarol                        - Sempre lepido! sempre. Se vede subito la fantasia del poeta.

Carlo                             - (tra sé) O el xe un aloco, o el me minciona!

Gratarol                        - Son sta a sentir la so ultima comedia. Che capo! che portento! che creazioni

Carlo                             - La xe una pessima comedia, lanquida, senza interesse, senza carateri!

Gratarol                        - Ah! questo po' no. Lu esagera. Forse nel primo ato se poi dir...

Carlo                             - Cossa se poi dir del primo ato? El xe l'unico belo.

Gratarol                        - Voleva dir che nel secondo...

Carlo                             - Son curioso de sentir cossa el ghe trova nel secondo...

Gratarol                        - Mi, gnente! Insoma, una comedia perfeta! (Pausa).

Carlo                             - (a Teodora) Ma no gavevi da studiar?

Teodora                        - No!

Carlo                             - (facendole gli occhiacci) Me l'ave pur dito!

Gratarol                        - Come! Come! la nostra prima dona ga da studiar? La senta, no la se fassa riguardo per mi, sala!

Carlo                             - Gaveu sentio? El nobilomo ve permete.

Gratarol                        - Come no? Mi so cossa l'arte aspeta da eia! Xe vero, conte? Grandi cosse!

Carlo                             - El fassa el piager, noi ghe scalda la testa.

Gratarol                        - Dunque, la studia.

Carlo                             - Nualtri ve lassemo in libertà.

Gratarol                        - La se figura che gera apunto un toco che gaveva vogia de vedar come fa una comica a studiar. Mi me meto qua, in un canton, e no la disturbo.

Carlo                             - (ricadendo sulla sedia) Voi dir che andarò via mi.

Gratarol                        - Za? Me despiase. Proprio el primo zorno che lo conosso, privarme subito de la so compagnia.

Carlo                             - S'el voi, el poi acompagnarme.

Gratarol                        - Oh! questo po' no! Sarave farghe una malagrazia a la mia cara amiga! Questo po' no!

Carlo                             - Alora andarò via mi.

Gratarol                        - Ghe fasso reverenza. Spero de vederla presto.

Teodora ^                     - Caro compare, lo saludo.

Carlo                             - (s'avvia per partire) Vago! (Torna in­dietro) Ma torno subito. Vago a cercar Sacchi, perché go da parlarghe e torno indrio co lu. (Con aria minacciosa) Torno subito. (Via).

Gratarol                        - Catone è andato via!

Teodora                        - El xe furente.

Gratarol                        - Voleu che ve la diga?

Teodora                        - Cossa?

Gratarol                        - Me piasarave farghe un torto.

Teodora                        - Un torto, cossa? Cossa voi dir sto torto? El xe mio compare e basta. Tegnivelo ben a mente... e basta! (Gratarol prende un libretto e scrive) Cossa feu?

Gratarol                        - Lo noto, per tegnirmelo a mente.

Teodora                        - (sorridendo) No credè?

Gratarol                        - (buffo, mettendosi una mano sul petto)

                                      - No credo!

Teodora                        - Seu geloso?

Gratarol                        - Mi? No.

Teodora                        - (offesa) Grazie tante! (Gli volta le spalle e va allo specchio).

Gratarol                        - (le va vicino) Geloso ancora no! Seu mia? No! pur tropo no. Co sarè mia...

Teodora                        - Caro! seu proprio sicuro?

Gratarol                        - Come do e do fa quatto.

Teodora                        - Cossa ve credeu, un Apolo?

Gratarol                        - No, ma ve piaso.

Teodora                        - No xe vero.

Gratarol                        - Sì, che ve piaso.

Teodora                        - Gnanca un fià.

Gratarol                        - Me despiase per vu.

Teodora                        - Per mi?

Gratarol                        - Perché sé de cativo gusto.

Teodora                        - Ma sé un bel'impertinente, saveu?

Gratarol                        - E vu una belezza.

Teodora                        - Tegnì le man a casa.

Gratarol                        - La casa per le mie man, la xe questa.

Teodora                        - Ande da vostra mugier... Quela xe la vostra casa.

Gratarol                        - Cambio casa.

Teodora                        - Ma da mi, no ghe xe gnente da alitar.

Gratarol                        - Ah! dunque ghe xe drente el compare?

Teodora                        - No ghe xe nissun.

Gratarol                        - Alora feme vedar l'apartamento.

Teodora                        - (sfuggendo) Cucù!

Gratarol                        - Se ve ciapo, no ve lasso più.

Teodora                        - Vardè che vegnarà mio mario.

Gratarol                        - Oh! quelo xe apena apena el guardia- porton.

Teodora                        - Che lengua!

Gratarol                        - Che oci, che boca, che vita!

Teodora                        - Ve piaso?

Gratarol                        - Me par che me dovaressi piaser.

Teodora                        - Come, ve par?

Gratarol                        - No ve go gnancora. vista ben.

Teodora                        - Come voleu far a vedarme ben?

Gratarol                        - Vegnì qua che ve lo digo in una recia.

Teodora                        - No vogio sentir gnente.

Gratarol                        - Sì, ma senteve qua.

Teodora                        - Stareu quieto?

Gratarol                        - Come un fio.

Teodora                        - Parlareu ben?

Gratarol                        - Come el conte Gozzi.

Teodora                        - Lasse star mio compare.

Gratarol                        - Lasselo star vu, ch'el xe vecio.

Teodora                        - Son qua, cossa voleu?

Gratarol                        - (offrendo confetti) Diavoloni?

Teodora                        - Sì. (Ne prende).

Gratarol                        - (imitando Carlo) La roba dolge me fa mal ai denti.

Teodora                        - Cossa ghe xe de novo?

Gratarol                        - De novo? Che el Dose xe vecio, che el Senato xe insemenìo.

Teodora                        - Cosse vecie.

Gratarol                        - (afferrandole le mani) Benedeta, no me fé penar.

Teodora                        - No, no!

Gratarol                        - Eh, lasseme parlar! No vogio miga magnarve. Vogio dirve solamente che m'avè impissà el sangue, fato zirar el cervelo, che no son bon che de pensar a vu, de cercar vu, de desiderar vu. Lo sentiu che ve desidero? Vardeme nei oci. I deve brusar. Co ve son vicin, co sento el vostro fià che me passa sul viso, me zira la testa.

Teodora                        - Tireve in là, alora...

Gratarol                        - Ma che dona de poco spirito! Lo savè pur che ghe dovemo arivar! Perché tardar tanto? O prima o dopo...

Teodora                        - No ghe rivaremo!

Gratarol                        - E alora percossa me riceveu? Cossa credeu che vegna a trovarve per parlar de le comedie de vostro compare? Me voleu ben? Disemelo pian, pian che lo senta mi solo! Seu mia? seu mia? (Tenta d'abbracciarla).

Teodora                        - (svincolandosi) No, no e po' no. Me gavè desfà el tupè.

Gratarol                        - (indispettito) Gera drio a inamorame sul serio.

Teodora                        - Vedeu, vedeu? Xe per questo che no vogio. Perché no me volè ben. Xe per vanità, xe per averghene una de più.

Gratarol                        - Ma ghe n'avarè avuo uno de più anca vu, e saremo pari.

Teodora                        - Per chi me toleu?

Gratarol                        - Oh! qualchidun ghe sarà sta.

Teodora                        - No, caro, no!

Gratarol                        - Vostro mario, e uno... o no? (Ridendo) Ono?

Teodora                        - Sior sì, sior sì!

Gratarol                        - El compare?

Teodora                        - Gnente compare, gnente compare!

Gratarol                        - Va ben; e alora diremo: vostro mario, che fa uno, gnente compare che fa do.

Teodora                        - Co vu, no se ne impata mai una.

Gratarol                        - Co vu, piutosto, galiota.

Teodora                        - No me volè ben; se me volessi ben...

Gratarol                        - Se ve volesse ben?

Teodora                        - Se me volessi ben, alora, forse...

Gratarol                        - Prometème, e ve vorò ben.

Teodora                        - Scherzè sempre! Mi go paura, sì, paura de vu. (Gratarol la guarda con passione) Me piasè, sì, me piasè, xe vero. (Gratarol si frega le mani) No ve console, perché xe istesso.

Gratarol                        - No, che no xe istesso. Ghe xe la difa-renza de esser in strada o esser in anticamara. Co se xe in strada se poi trovar la porta serada; ma co se xe in anticamara la porta ormai la xe averta.

Teodora                        - Ve la sararò sul muso.

Gratarol                        - Gavareu tanto cuor?

Teodora                        - Ah! go caldo!

Gratarol                        - Stè qua. No abiè paura! Sé de giasso!

Teodora                        - No, no, de giazzo no! Anca mi de le volte me sento... (Si ferma) E sto minueto quando me lo insegneu?

Gratarol                        - (con ira) Alora come volè! (Apre la spinetta e preme i tasti con furore) Sé senza cuor! senza pietà! Avanti, qua, baie. (Suona).

Teodora                        - (lo guarda furbescamente, con gli occhi pieni di desiderio, con una gran voglia dì buttarglisi in braccio; poi sì mette in posizione di ballo) Prima sto pie qua?

Gratarol                        - (suonando) Sì... atenta... più profondo quel'inchino, più mola quela man, quei oci più dolci... ben... Brava...

Teodora                        - (avvicinandosi a lui a passo di minuetto e andandogli davanti, quasi con la bocca sulla bocca) Va ben cussi? (Gratarol allunga le braccia, bacia lungamente la bocca di Teodora. Teodora staccan­dosi) Ssss! Vien zente!

Gratarol                        - In casa vostra no se xe mai soli un momento! Vegnì a casa mia! (Si allontanano, rossi, eccitati. Carlo entra con Sacchi e squadra intorno. Gratarol dandosi un'aria dì indifferenza) Son for­tuna de tornarlo a vedar! No sperava tanto!

Carlo                             - Dal momento ch'el fa de le visite cussi longhe, el podeva sperarlo.

Gratarol                        - De la longhessa de le mie visite, xe giudice la cortesia de chi me riceve.

Carlo                             - (fieramente) De la cortesia no bisogna abusar!

Gratarol                        - No toca a lu, dirmelo (a Teodora) ma a eia!

Teodora                        - I mii amici, in casa mia, xe paroni.

Carlo                             - (furibondo a Teodora) Quanti paroni che gavè!

Gratarol                        - Signor conte, lu no xe gnancora guario!

Carlo                             - Tanto guario che se qualchidun gavesse vogia de provar... (Con gesto di minaccia).

Gratarol                        - (frenandosi) Un omo giovine e forte no se mete co un vecio. (Carlo sbarra gli occhi con furore e guarda entrambi) Vogio che i me lassa star! No son avesso a farme vardar do volte in viso! Bona sera! (A Teodora con galanteria) Deme la vostra bela manina che ve la baso! (Bacia la mano di Teo­dora. 1 due in atto di sfida).

Sacchi                           - (tra se) Va a finir ch'el ghe la magna!

Gratarol                        - (a Teodora) Doman vegnarò a tor i vostri ordini, qua, in casa vostra, dove sé parona vu. (Via, lezioso, caricato).

Teodora                        - (a Carlo fieramente) No vogio, salo, no vogio!

Carlo                             - (ridendole in faccia) Cossa no volè? Xe sta lu a insegnarve a ciamarme vecio? Go conossuo el maestro! La stessa parola passa da una boca a l'altra!

Sacchi                           - (a Teodora) Me meravegio de vu che andè a impassarvene co quela zente! No lo savè chi xe sto Gratarol? Quante volte ve lo go dito! Ma par che no podè farghene senza! Sempre adrio, in strada, in casa, in teatro!

Carlo                             - (vivamente) Per cossa lo gastu lassa vegnir sula scena?

Sacchi                           - (indica Teodora) La xe stada eia a volerlo! El xe vegnuo su co le scarsèle piene de diavoloni... E cici de qua, e cici de là e tute ste comiche a corarghe drio e a mastegar confeti.

Teodora                        - Lu, lu, cossa ghe èntrelo? El parla de quelo che ghe toca! Dei fati mii son parona mi. No vogio tanta zente adosso! Xe ora de finirla!

Carlo                             - (con impeto) Xe ora de finirla dasseno!

Sacchi                           - Lo digo anca mi! Per la vostra dignità, per l'onor de la compagnia, per la protezion che ve porta, qua, el signor conte!

Carlo                             - Mi in ridicolo no me mete! Mi certe figure no le vogio far! E me son contegnuo perché no go volesto sporcar la mia dignità co certa zente.

Sacchi                           - No gavè dei amici... sula giusta, come semo nu? Che bisogno gaveu de corarghe a drio a quel... cicisbeo, perché el ve manda quatro confeti e qualche bosseta de odor?

Carlo                             - Ah! lu xe sta! (Corre al tavolino, e, con una manata, rovescia in terra tutte le boccette).

Teodora                        - (furibonda) Chi ga dà el permesso de metar le man ne la roba mia?

Carlo                             - (urlando) Me lo togo mi, sto permesso, me lo togo mi!

Sacchi                           - El ga razon!

Teodora                        - (sbuffando) Sior Sacchi! (Con calma, con ironia spietata) Sior Sacchi, xe inutile che l'in­sista per quel vestito de brocato ch'el me voi donar. No lo vogio.

Carlo                             - (guardandoli) Che vestito, che vestito!

Sacchi                           - Una strasseta che gaveva in casa, una strasseta!

Teodora                        - (sempre calma) Ah questo po' no! Ghe gera suso ancora el so mato boletin. Diese zechini el lo ga paga!

Sacchi                           - No savè gnente! Parie perché gavè la boca!

Carlo                             - Vestiti da diese zechini! Aseo!

Sacchi                           - Go oferto un vestito, cussi, per farghe una finessa.

Teodora                        - (prorompendo) Spia! spia! El ghe conta, mò, a mio compare a che condizion el me lo voleva donar!

Sacchi                           - (fuori di sé) Caso mai sé stada vu la prima! Sé stada vu!

Carlo                             - (corre addosso a Sacchi) Ti! ti! Anca ti! E chissà quanti altri! I salta fora da tute le parte! Avanti! Dove xeli? Qua drento? (Picchia con furia sopra l'armadio) O qua soto? (Scaraventa un calcio sotto il tavolino) Da per tuto! Oh! oh! oh! (A Sacchi) A mi ti me devi tuto! La vita! la fama! Te go salva ne le scarsèle e ne la riputazion. Go tegnuo su la to baraca dele mascare co la cascava zo! (Ride dispe­rato) Le mascare! Le mascare che me se volta con­tro! Traditori! Traditori! E vivo da ani in mezo a vualtri! Qua, in sto schifo! Ve godi l'anema mia! E tuti contro! Avanti, zo! E Brighela, xelo anca quelo el to moroso? E Pantalon, e Scapin, e Puricinela! Tuti i ga da esserlo! Sé una famegia sola! Missieve insieme, omeni e femene, co fa le bestie, razza de zingari, fabricadori de bastardi!

Sacchi                           - (forte) Co se voi una dona, se se la tol, davanti a tuti, senza far de le scondagne! Per mi no la gera che so comare.

Carlo                             - (prorompendo in un grido) Mia comare! Assassini La gera la mia vita, la mia vita!

Sacchi                           - (via di corsa, spaurito, gridando) Mosca! (Carlo lo insegue fino alla porta poi si volta e va minaccioso verso Teodora).

Teodora                        - (mette le mani avanti, con paura) El me lassa star, el me lassa star!

Carlo                             - (con una risata) Ti ga paura! Ti ga paura! No te toco, no. Tira via ste man! (Afferrandole le mani ai polsi e scuotendola) Ste man viziose! ste man infami! Bàsteli sti dèi a contar i to amanti? Ah son vecio! Son vecio? Ti m'à sbatua sul viso sta parola - cich e ciach - come una sberla! E mi me son sentio tremar el cuor de desolazion e de rimorso! El rimorso de sacrificarle, tegnindote ligada a mi! E questo qua? Più vecio ancora. E ti più vecia de mi e de lu, ti, co i to vizi, ti, povara dona, co le fiame ne la carne! Per ti, o bezzi o brassi! O siori, o fachini! Mi no podevo bastarte! Quelo che te dava mi gera tropo nobile!

Teodora                        - Cosa me dàvelo? Dei consegi noiosi!

Carlo                             - Mi! El mio inzegno! Tuto el mio inzegno! Per ti go pensa, per ti go scrito, per ti go fabricà dei casteli de imaginazion, e te go messa in mezo come una regina! Da che te conosso, posso dir che no go scrito una riga, che no le fusse fata cole letere del to nome! Eco cossa te go dà! E ansie! e sogni! E xe sta inutile! Xe sta inutile! (Le corre addosso).

Teodora                        - Agiuto! Agiuto!

Bartoli                           - (entrando) Cossa che xe? Cossa falò?

Carlo                             - (disperato) No ti vedi che la te fa i corni! Verzi i oci. Svegite, insemenìo!

Bartoli                           - (freddo) A mi el me lo conta? (Carlo resta stupito) A mi el me lo conta? Chi sogio mi? Gnente! Manco ancora! Un'ombra! Un'ombra che passa in pressa! Mia mugier! Lu el me la ga tolta, cussi, senza far caso, come se la fusse cosa sua, senza gnanca vardarme nei oci, per vedar se ghe fusse una lagrema! Nissun altro doveva saverlo; ma mi sì, mi no importava, mi podeva vedar. (Con forza) E adesso pretendelo anca che difenda i so amori! Mi no esisto più! Lu m'à sopresso! El mario xe lu, l'in-ganà xe lu! (Pausa. Carlo gira gli occhi smarrito).

Teodora                        - (lentamente, ironica, guardando Carlo) Bel risultato!

Bartoli                           - (vivamente a Teodora) E vu, tasè! Se finalmente go tralassà de pregar, se son vegnuo fora dal mio canton, e go parla, dovè ben capir che no posso più rassegnarme a tàser! Torno mi, torno mi, sissignor! Stavolta sì, via tuti! Ti torni mia, mia!

Teodora                        - (con un grido) Tua ancora? Tua? Piu-tosto me nego. (Via).

Bartoli                           - (rimane un momento muto, poi una grande angoscia si dipinge sul suo viso) Xe vero! Xe vero! Mia, più! mia, più! (Con forza a Carlo) El xe sta anca lu, anca lu che me ga fato tanto mal! El vada via, el vada via!

Carlo                             - (lo guarda muto, pallido; poi si avvia per partire ma giunto alla porta esita, torna indietro, si avvicina a Bartoli e gli dice piano, con voce tre­mante) Scuse! Perdonème!

Bartoli                           - (lo guarda un momento con fierezza, poi scoppia in un gran pianto, e dice) El vada via! El vada via! (Appoggia le braccia e la testa al muro e piange disperatamente).

 

ATTO QUARTO

 (Lo studio di Carlo come nel secondo atto; ma più povero e come appannato dall'invecchiare degli arredi. La scena è buia. Lucrezia esce dalla comune, va a guardare con mólta circospezione alla porta di sinistra, poi prende un paio dì forbici e tenta di scassinare un cassettone posto sul fondo).

Carlo                             - (la spia un momento dalla porta socchiusa di sinistra, poi entrando precipitoso, recando un lume ad olio; le grida) Cossa feu?

Lucrezia                        - (sbigottita si volta e risponde tremante) Cercava...

Carlo                             - Cossa cerchevi? (Lucrezia tace allibita) Ladra... Ladra... (Lucrezia si copre la faccia con le mani) Ladra! Dopo tanti ani che sé co mi! Ve tegniva come una parente... come una sorela... Cossa credevi de trovar? Savè ben che no go gnente... più gnente...

Lucrezia                        - Paron... el me perdona...

Carlo                             - Via! via! Ande via!

Lucrezia                        - Xe la prima volta!

Carlo                             - Ande via., andè via! No vogio più vè-darve. (Lucrezia via lentamente; Carlo va alla fine­stra e chiama) Lisandro! Lisandro!

Lisandro                       - (di dentro dall'alto) Chi me ciama?

Carlo                             - Son mi! Vegnì zo! Me ga tocà una disgrazia!

Lisandro                       - (di dentro dall'alto) Una disgrazia! Cossa?

Carlo                             - Vegnì zo, ve dirò... ciamè anca Marco. Fé presto.

Lisandro                       - (di dentro dall'alto) Vegno!

Carlo                             - (gira per la stanza) Percossa? Percossa? Cossa gogio fato mi?

Lisandro                       - (entra con Marco) Cossa ghe xe? Cossa ve xe capita?

Carlo                             - Una cossa granda granda! No podè gnanca imaginarvela!

Marco                           - Me fé paura! Zo! Chi xe morto?

Carlo                             - Go ciapà sul fato la serva che me robava!

Lisandro                       - La serva!

Marco                           - Lugrezia!

Carlo                             - (lasciando cadere le braccia desolato) Lu­grezia! (Breve pausa) Ben! E dunque! Ve go ciamà perché me consegiè.

Lisandro                       - Bisogna pensarghe.

Marco                           - Bisogna rifleter!

Lisandro                       - El caso xe grave! ,

 Marco                          - Gravissimo! Cossa ve robavela?

Carlo                             - I bezzi!

Lisandro                       - (guardando Marco) I bezzi!

Carlo                             - Gavarave messo la man sul fogo! E la robava!

Marco                           - Cassarla via!

Lisandro                       - Denunziarla!

Marco                           - Denunziarla no! Denunziarla a sti fran­cesi, a sti rivoluzionarii! Sarave riconosserli! No!

Lisandro                       - Gavè razon! Cassarla via!

Carlo                             - Cassarla via! E dopo, a la mia età, chi trovo! Eia la me conosse! la me sa curar!

Marco                           - E alora tegnìla!

Carlo                             - Tegnìla! Tegnìla un corno!

Marco                           - Tegnìrla no! Cassarla gnanca! E alora, cossa voleu far?

Carlo                             - No sé boni de consegiarme!

Lisandro                       - Una ladra per casa! E pazienza una ladra! Ma chissà cossa de pezo! Sti birbanti i xe capaci de tuto. Anca de coparve!

Marco                           - Una cortelada, co la gavè ciapada, chi ve la cava?

Carlo                             - Eh! gaveu altro da metarme in testa?

Marco                           - Ghe voi prudenza!

Lisandro                       - Esser pareciai a tuto! Quanto ve gala roba?

Carlo                             - No la ga fato a tempo! La go ciapada sul momento.

Marco                           - Ma prima? La ve gavarà sgranfìgnà la biancaria?

Lisandro                       - Conte le possae!

Marco                           - Rescontè i vestiti!

Carlo                             - Eh, no go più sti anneri pieni de roba! Me ne sarave incorto.

Lisandro                       - Conte anca i botoni! Le se taca a tuto custie!

Carlo                             - Me podeva tocar de pezo?

Lisandro                       - Done! Basilischi!

Marco                           - Done! Satanassi!

Lisandro                       - Mi go mie sorele! Se no, cotole, in casa mia...

Marco                           - Al dì d'ancuo! Co i tempi che core! Co i costumi che ghe xe!

Lisandro                       - Se sa! Oramai rivoluzion dapertuto!

Marco                           - I putei alti cussi i ziga: libertà!

Lisandro                       - Co i ne vede in strada i ne dise: largo che passa un ex.

Marco                           - Passa un parucon!

Lisandro                       - Passa una mumia!

Marco                           - Passa una eoa!

Lisandro                       - La religion soto la siola dele scarpe!

Marco                           - E le serve le ve roba! (Pausa).

Carlo                             - (alza i pugni) E bisogna che me la tegna! Bisogna che me la tegna!

 Lisandro                      - Almanco steghe atento!

Marco                           - Ande a spender vu!

Lisandro                       - Feghe i conti ben!

Marco                           - Le xe famose per robar sui conti!

Lisandro                       - Le ga certe furbarie, certe bravure!

Marco                           - Massère! Càncari!

Lisandro                       - Massère! Tempesta seca in casa!

Carlo                             - (ascoltando, poi correndo alla porta) Con chi pàrlela?

Lisandro                       - La parla?

Marco                           - Che senta anca mi! (Si raggruppano tutti e tre a origliare presso l'uscio).

Carlo                             - Un omo!

Lisandro                       - El sarà el so manutengolo!

Marco                           - El so sicario!

Lisandro                       - Gaveu armi in casa?

Marco                           - Pistole? Spade? Semo qua nu!

Carlo                             - (spalancando con impeto la porta) Lu­grezia! Lugrezia! Chi xe? Ladra! (Lisandro e Marco le vanno davanti guardandola con cipiglio).

Lucrezia                        - (vergognandosi) Ghe xe un certo Sacchi!

Carlo                             - (corre alla porta) Sacchi? Dove xelo? Che Sacchi xelo? (Chiamando) Sacchi! Sacchi! (Soc­chi entra, lacero, macilento) Ti!... Ti!... (Agli altri) Ve recordeu Trufaldin?

Sacchi                           - (sull'uscio, desolatamente) In sto stato!

Carlo                             - Da dove vienstu?

Sacchi                           - Dal mondo. Lo go zirà tanto!

Carlo                             - Solo?

Sacchi                           - (lentamente, con malinconia) Solo!

Carlo                             - (allargando le hraccia) Come mi! (Pausa; poi patetico) Sacchi! Quanti xeli?

Sacchi                           - Non li conto più! Tanti! E go sono!

Carlo                             - (indicando gli altri) Tuti gavemo sono!

Sacchi                           - I bezzi andai! La gloria andada! Solo i pie no i va più!

Carlo                             - (esitando) E... Teodora?...

Sacchi                           - Non la sa? Morta!

Carlo                             - Morta! (Resta pensieroso, poi siede con la testa fra le mani).

Lisandro                       - (a Marco) Chi gerela sta Teodora?

Marco                           - Cossa voleu che sapia mi? Digo, vu... (A Sacchi) Chi gerela sta Teodora?

Sacchi                           - Una comica!

Marco                           - (a Lisandro) Una comica!

Lisandro                       - (accennando Carlo) Piànzelo?

Marco                           - Me par de sì!

Lisandro                       - (chiamando); Carlo, cossa feu! Su! su! (Carlo tace).

Marco                           - (a Sacchi) Gerela brava?

Sacchi                           - Brava! brava!

Lisandro                       - Gerela bela?

Sacchi                           - Come un fior!

Marco                           - Ghe volevela ben?

Carlo                             - (levandosi in piedi, ed avvicinandosi) No!

Lisandro                       - (con forza) Desmenteghèvela alora!

Carlo                             - No posso! (A Sacchi) Sentite qua, Sacchi! Contime la to vita! .

Sacchi                           - El tasa! Me vien in mente tante cosse! Sta camara! Bei tempi alora! Tempi de riasseti! de spasseti! de serenade! Adesso no se vede che o fran- zesi, o imbriaghi, o afamai!

Carlo                             - La verità! La xe la verità! I andava in brodo de viole quando Goldoni ghe la meteva in scena! Che i se la goda in strada, adesso, per casa, da per tuto!

Sacchi                           - I ziga, i baia, i canta! Quelo che i canta! Misericordia! Che roba! Ai nostri tempi, se ricordelo? Canzon che faceva tremar el cuor!

Lisandro                       - Eh sì! Se se la godeva al ciaro de luna!

Sacchi                           - Co la doneta! (Tutti sospirano).

Carlo                             - Se i ne sentisse!

Sacchi                           - Se i ne vedesse!

Marco                           - Co ste quatro primavere! (Scoppiano tutti in una grande risata).

Lisandro                       - E pur fa ben al'cuor recordarse!

Marco                           - Tornar ai ani bei!

Sacchi                           - I ani dela nostra gloria!

Carlo                             - Che gloria! Che gloria! I ani dela nostra vita! Semo vivi adesso? No! I me dise: ex nobilomo, ex ecelenza, ex parucon! Ma che! Nobilomo sempre, finche starò in pie! Selenza sempre, per farghe rabia! Parucon più che mai, ancuo più de gieri, doman più de ancuo! Che i me diga invece: « ex omo » e qua i gavarà razon. Ex omo mi! ex omo vu! ex omo vu! Che confraternita!

Lisandro                       - Ma mi no vorave tornar zovene! Ga da vegnir el diluvio universali

Carlo                             - El xe vegnuo! diluvio de franzesi, de bestialità, diluvio de prepotenze!

Lisandro                       - Manco mal che qua drento semo come nel'arca!

Carlo                             - Sì, infati, no manca le bestie!

Sacchi                           - Ghe ne xe de più fora!

Carlo                             - Sì, qua se le conta, e fora no!

Lisandro                       - (piccato) Ve ringraziemo tanto!

Marco                           - (irritato) Cossa xe ste bulae?

Sacchi                           - Ai mii tempi me tocava de pezo! Se ricordela, ecelenza, co la se inrabiava co mi? Ma ala sera la vegniva in teatro, mi la fageva ridar, e la pase gera fata!

Carlo                             - Ti m'à fato ridar tanto e tanto! Adesso chi ride più? (Come colpito da un'idea) Trufaldin, senti! Vustu farme ridar ancora? Vusto, per un'ora, tornar la mascara de una volta?

Sacchi                           - (con entusiasmo) Ecelenza!

Carlo                             - Vusto che torneino indrio de trenta ani? Zo vedo! Salta in mezo ala camara! (Ai due) Cossa ve par? Ve fasso un regalo?

Sacchi                           - A mi, a mi la me lo fa!

Lisandro                       - Lasse che ciama mie sorele!

Marco                           - Mi vago a riamar mio fradelo e mio fio! (Via).

Sacchi                           - Ma sì! Ma sì! Che vegna publico! che vegna zente!

Lisandro                       - (alla finestra chiamando) Checa! Pa-squeta!

Carlo                             - (a Sacchi, dopo avergli girato un po' in­torno) Come xela morta?

Sacchi                           - Mal! Mal!

Lisandro                       - (alla finestra chiamando) Checa! Pa-squeta!

Carlo                             - Gera da imaginarselo!

Sacchi                           - Del resto, la gera una bela doneta!

Checa                            - (di dentro) Cossa vustu?

Lisandro                       - Vegnì zo a vedar le mascare! Vegnì! (Scendendo) Ah! me la vogio godar! Mi me sento qua! (Prende una sedia; a Checa e Pasqueta che entrano) Teatro! Teatro! E no se paga gnente (Saluti a soggetto. Torna Marco con un uomo di mezza età. Anche qui saluti a soggetto).

Sacchi                           - Avanti! Avanti! Che se scominzia! (Gri­dando "burlescamente) Chi no ga palchi o scagni, torna indrio! (Ride) Ghe vorave dei lumi!

Tutti                              - Lumi! sì, lumi!

Carlo                             - (irritato) Lumi! lumi! No go miga bezzi da butar via! Ecolo qua el lume! (Prende il lume ad olio che è sullo scrittoio, e lo posa per terra, là dove Truffaldino recita. Poi prende una poltrona e si mette in prima fila. Tutti gli altri si dispon­gono nel buio; pubblico di vecchi; ombre attorno a una larva).

Sacchi                           - No go mascara! no go vestito! no go spatola!

Marco                           - Tolè el mio bastoni

Sacchi                           - Per el capelo farò cussi! (Prende il vec­chio feltro che ha in testa e lo piega in modo da dargli la foggia del cappello di Arlecchino. Mormo­rio nel pubblico).

Carlo                             - (imperioso) Tasè che scominzia!

Sacchi                           - (cól lazzo d'Arlecchino, parlando a fatica) Ih! ih! ih! Ghe l'ò fata a Brighela! Go roba Co­lombina! Conosseu Brighela! Eh corpo de un scar-tosso de pevae mal incarta! Brighela Cavicio Gam-bon, dale valae de Bergamo, senser de matrimoni e zogador de balon! Son andà da Colombina, e go dito: seu vu quela dona femena che se ciama Co­lombina? Da che ve go vista me sbrusa le balote dei oci, e me xe vegnue certe catorigole al cuor e ala coradela, che no le me passa se no me le grate co quele man bianche come la mia camisa da note! (Tutti tacciono; egli guarda il suo pubblico gelido; poi continua) La vostra boca la par un pomodoro fresco! Lasse che la struca sora i gnochi del mio amor! (Sdegnato al gruppo dei vecchi) In malor-sega! Ghe fa mal la boca a ridar?

Carlo                             - (dopo una pausa) Trufaldin, no ti xe più ti.

Sacchi                           - (con ansia) Noi lo diga, ecelenza! El lassa che me scalda! Son come un cortelo rùzene! Ma se scominzio a tagiar! (Col lazzo d'Arlecchino recitando con crescente angoscia, mescolando il co­mico con la disperazione) Saveu cossa ve porto per dote? El feudo dela disperazion, el castelo dela mia panza, e la nobiltà de mio nono che faceva el mussaro! (Sdegnato a Lisandro e agli altri) Ma che lunatici che i xe! Vorli che ghe grata la panza per farli ridar?

Lisandro                       - (sdegnato) Disè dele sempiae.

Sacchi                           - Per metarme al livelo de la so inteli-genza...

Marco                           - Sé un Arlechin che fa pianzer!

Sacchi                           - E lu un Arlechin che fa ridar!

Checa                            - Ma che vilan ch'el xe!

Sacchi                           - Per uniformarme ala compagnia!

Lisandro                       - Se sé bon de farme ridar, me lasso tagiar la testa!

Sacchi                           - El se la tagia, che per quelo che la ghe serve!

Carlo                             - (grave) No ti xe più quelo!

Sacchi                           - Mosca! Sì! quelo sempre! Son Trufaldin, tuto, carne, ossi, sangue, pelei Trufaldin! Xe lori che no i xe più queli! Lori che i xe insemenii! El me perdona, nobilomo! El me varda ben! Vedo sì, ma la mascara la ghe xe! El me varda el muso! El me lassa far! el me ascolta ben!... (Col lazzo d'Ar­lecchino, e recitando febbrilmente, con furore, al­zando man mano il tono) Go la panza voda! Ah che fame! Se quel monte fusse de polenta! se quel'aqua fusse vin! E, invece, bisogna che me strenza le . lenguele dele braghesse! Povaro Trufaldin! Tordi, tordi, invece de svolar, caschème in boca, che ve magnare, pene e tuto! Mi go da esser mala! Go fame co me svegio, fame a ora de marenda, fame a ora de gena, fame, fame!... (Appoggiandosi a una poltrona, pallido, smorto) Nobilomo, go fame das-seno! (Si fa un grande silenzio. Tutti guardano Sacchi con pietà curiosa).

Carlo                             - (balzando in piedi, fuori di sé, agitando le hraccia, gridando) Xe finio! Xe finio! (Tutti, inti­miditi e rispettosi di quel dolore, via a soggetto. Carlo correndo alla porta) Lugrezia, porta da ma­gnar! (Voltandosi a Sacchi) Aseno! Bestia! Ti po-devi dirmelo prima! (Entra Lucrezia con un piatto) Dà qua! (Prende il piatto e lo mette davanti a Sac­chi! Lucrezia via) Tò... magna!

Sacchi                           - (si precipita avidamente sul cibo) Grazie! (Quando sta per mettere in bocca il primo boccone si arresta e rimane pensoso).

Carlo                             - Cossa fastu? Magna!

Sacchi                           - No! Qua no posso magnar! El lassa che me lo porta via!

Carlo                             - Cossa te salta?

Sacchi                           - (spiegando un gran fazzoletto colorato e ripo­nendovi il cibo) Perché... (umiliato) perché la xe carità! Non son più bon de guadagnarmelo! Gaio visto! Carità! Carità! E alora el lassa che me ciapa su el mio fagotelo e che vaga via.

Carlo                             - Questa la xe superbia!

Sacchi                           - No! La xe vergogna! Se fusse ancora quelo de prima, el podaria invidarme a disnar. Ma no lo son più. Son andà, finio, finio! Ben, xe duro, umiliante, anca acetarla, sta roba! Sarave più duro se me sentisse vardar fin che magno!

Carlo                             - Me par che una mascara morta, e un poeta moribondo, i possa ben farse compagnia!

Sacchi                           - Sior no, sior no! (Per partire) Bona sera e... grazie...

Carlo                             - Bona sera! (Quando Sacchi è sull'uscio) Sacchi!

Sacchi                           - (voltandosi) Nobilomo!

Carlo                             - Vien qua! (Lo guarda negli occhi) La xe stada la to morosa!

Sacchi                           - Chi?

Carlo                             - (facendo con la mano il segno di una cosa lontana) Eia...

Sacchi                           - Ah!... no!...

Carlo                             - (con ansia scherzosa) Busiaro! Cabolon! Sì, sì, sì! No contarme fiabe! Dopo tanti ani... e a sta età... credistu che sia geloso?

Sacchi                           - Ma no, no... co ghe digo de noL

Carlo                             - Va là, dimelo! Se lo so, dunque!

Sacchi                           - (solennemente) El senta! La xe morta! Ghe zuro de no!

Carlo                             - (con gioia) No, no! Dasseno! Trufaldin!

                                      - (Rabbuiandosi) No te credo... E no posso saver la verità. La savè in do. Eia che xe morta, e ti che no ti voi dirla.

Sacchi                           - Mi no... Quel'altro... sì!

Carlo                             - (mettendogli una mano sulla bocca) Tasi!

Sacchi                           - Ma, a lu, la ghe voleva ben!

Carlo                             - (con una risata) A mi, ben? Caro quel ben! Ben, e la me tradiva! Ben, e la gera piena de morosi! Ben, e la me ga avelenà la vita.

Sacchi                           - Cossa vorlo targhe! Le done le xe fate cussi! Co le voi ben, le dà dele cortelae! Una dona no la vai un ongia de un omo! Eh mi le conosso! Mosca! Ghe n'ò avue mi de le done! Se tute quele che... - ben, el me capisse - le me invidasse a disnar, una al zoino, gavarave la bucolica assicurada fin al zorno del giudizio.

Carlo                             - (dopo hreve esitazione) Bona sera!

Sacchi                           - Bona sera!

Carlo                             - Quando tornarastu?

Sacchi                           - (scuote la testa malinconicamente) No tornarò!

Carlo                             - (lo guarda, poi irritato) Fa quelo che ti voi!

Sacchi                           - No tornarò! Vago via!

Carlo                             - Dove vustu andar, co quei pie!

Sacchi                           - Per le campagne, per i paesi, per le corte! (Con forza) Bisogna che i me ciama ancora Trufaldin! Recitarò ai putei! Eh! i noi i ride più presto dei grandi! I omeni come mi, no i poi morir sul so leto! Comico son, comico sarò fin che crepo. Vogio alegria, alegria! La saludo!

Carlo                             - E no se vedaremo altro!

Sacchi                           - No. (Dopo hreve pausa) Permètelo che ghe basa la man?

Carlo                             - (aprendo le hraccia) Vien qua! (Carlo e Sacchi si abhracciano in silenzio e si separano senza parlare; quando Sacchi è uscito) E un altro morto!

Lucrezia                        - (entra, si ferma sulla porta e parla som­messa) Paron, me perdònelo?

Carlo                             - (voltandosi vivamente) Ladra! Canagia! E ti ga el coragio de vegnirme davanti?

Lucrezia                        - Go perso la testa.

Carlo                             - A quela età?

Lucrezia                        - Mi ghe vogio tanto ben!

Carlo                             - E ti me robavi.

Lucrezia                        - No so gnanca mi come la sia stada! Ma ghe vogio ben!

Carlo                             - Za! lo so! Le done co le voi ben, le dà dele cortelae! I me lo ga dito! (Iroso) Varda quel lume ch'el fila! (Lucrezia corre al lume) Tute cussi! Ma co mi solo però! Co i altri no! I altri i ga la mare, la mugier, la sorela, el diavolo che li strassina, qualchidun che ghe voi ben! Mi no! (Strappandole le forhici di mano) No sé gnanca bona de mocar el lume! Lassème far a mi! (Eseguisce) A mi, mia mare no la me ga fato che del mal. Mare! Mare! Mie sorele... Oh, co ghe ocoreva dei bezzi, alora « caro f radelo qua, caro fradelo là! ». Perché par che i bezzi sia el vostro idolo! Le altre po'... le altre le m'à tor­menta vive... e le me tormenta morte... (Shatte le forbici in terra) E, adesso, anca vu, veda come sé, anca vu! Perché no ghe voleva l'ecezion! Bisognava che Carlo Gozzi e la dona, fusse come el lovo... e la piegora... La piegora son mi! Son arivà a sta età per perdar l'ultima ilusion! E me ne andarò senza poder dir sta parola « dona » co un poca de dolcezza! Cagna! cagna! (Piangendo).

Lucrezia                        - Paron! Noi pianza! No vogio ch'el pianza!

Carlo                             - (furioso) No volè? Comando mi! El paron son mi! Vogio pianzar fin che me pare e piase! Son arivà a sta età senza pianzer mai!

Lucrezia                        - (dopo pausa) El me cassa via, el me cassa via! Ma cussi, no! (S'inginocchia davanti a Carlo).

Carlo                             - (asciugandosi le lacrime e guardandole la testa) Ecola qua la maschineta dela cativeria, dei caprici, dele infamie! Ecola qua! Tuta la nostra vita, essar picoli o grandi, felici o desparai, depende da le rodele che el Signor ve mete, qua, drento, a vualtre, dame, comiche o serve! Maledeta! (Caccia con impeto le mani tra i capelli della vecchia e se li vede bianchi tra le dita) E sé cussi bianca che se podarave zurar sora de vu! Bianca per imbrogiarne de più! Nualtri, co ne nevega, qua, sula testa, xe perché gavemo soferto, s'avemo consuma! Vualtre no! Co ve vien le grespe sul muso, e no podè più incantarne co la pele fresca e rosa, deventè bianche cussi, per aver la ipocrisia dela bontà! Ve credemo, se fidemo, e dopo... zo cortelae! zo cortelae! (S'alza furibondo) Ladra! Ladra! Va de là, va de là! (La spinge fuori dell'uscio che chiude a chiave; poi mormora) Ladra!

Lucrezia                        - (di dentro, picchiando) Paron!

Carlo                             - (iroso) Cossa ghe xe?

Lucrezia                        - El lassa che vegna a farghe compagnia!

Carlo                             - No!

Lucrezia                        - Noi staga solo!

Carlo                             - No... son solo!

Lucrezia                        - Ma sì, ma sì ch'el xe solo!

Carlo                             - (con forza) Lasseme star! Lasseme star! (Silenzio, poi piano tra se) No son solo! (Con un lento gesto di rimprovero con la mano, verso il vuoto) Teodora! Teodora!

FINE

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