Chanson (Indi)Geste

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Chanson (Indi)Geste

Chanson (Indi)Geste

di Gabriele Benucci

Due cavalieri, uno Cristiano (Rinaldo), l’altro Moro (Ferraù), si aggirano in un bosco illuminato dalla flebile luce della luna. Non si accorgono l’uno della presenza dell’altro. D’improvviso una voce, un lamento, risuona nell’aria ed un flash illumina, in un angolo elevato della scena, una figura femminile (Angelica), braccia conserte, capelli biondi, veste candida, che immediatamente scompare senza che i due abbiano avuto modo di vederla. I cavalieri sguainano la spada come per riflesso condizionato e cominciano a guardarsi intorno in cerca della donna.

Rinaldo: (spot su di lui) Perché mi sfuggi ancora pulzella mia adorata…

Arresta ormai la caccia che fin qui ti ha portata!

Ferraù: (spot su di lui)  Vien qua luce dei miei occhi

e fa che per primo, e non per secondo,

possa io cogliere il tuo fiore fecondo

La voce risuona ancora. Un flash illumina la stessa figura femminile in un altro punto della scena. I cavalieri cercano di penetrare la boscaglia con lo sguardo. Usano la spada per sondare lo spazio che li circonda.

R: (contenendo a stento l’eccitazione nella voce)

Dove sei, fatti toccare…dall’affetto che ti porto:

stai sicura e certa che ti darà conforto!

F: Sei tu, lo so: ormai ti riconosco.

T’odo e non ti vedo e il non vederti, credi, aumenta in me l’ardore…

Perché non palesarti e darti al cacciatore?...

Un terzo “lamento” risuona sopra di loro accompagnato dalla solita apparizione che rimane non vista. I due  indietreggiano, piegati sulle gambe, spazzando l’aria con la spada a mo’ di bastone per ciechi, finché cozzano l’uno contro il sedere dell’altro.

Si voltano d’un balzo: nel cerchio di luce che adesso li illumina, sono finalmente uno di fronte all’altro.

Rinaldo: (spaventato) Ah, chi sei tu che hai si mostruoso ghigno?!

Ferrù: (altrettanto impaurito) Chi se’ tu, figlio del Maligno?!

R: Fui io il primo a domandare:

se Cortese tu sei, di risponder non negare!

F: (colpito da questa affermazione) E allor mi presento:

( inchinandosi) io son Ferrù e della schiatta dei Mori d’esser Prince mi vanto!

R: (gettandosi all’assalto) Fellon d’un fellone, Infedele sì tu:

capirlo dovevo dal nom: “Ferraù”!!

F: (Schiva il colpo facendo quasi cadere R.)

Fermo! Sei Cortese oppur no?

Se uccider ti deggio, saperlo dovrò.

R: (con un gesto di accondiscendenza)

Di dodici sono il guerriero nomato

a difender con l’armi il trono crociato!

L’impero percorro da frontiera a frontiera

solo per porre a voi Mori barriera.

Perciò chi tu vedi è quel paladino

sterminator del pagan belluino!

Infine Rinaldo è il nome mio:

ed or che lo sai alla vita dì addio!

(parte all’assalto)

Cominciano a duellare, come due pupi, sferrando colpi sulla cadenza della musica iniziata in sottofondo.

F: (con imprevisto accento siciliano)

Capire volevo se di te ebbi memoria:

non di sapere di tua vita la storia!

Rinaldo o ribaldo per me uguale è:

io voglio ridurti alla mia mercé!

Chiedi perdono al dio che professi

finiti son per te i giorni concessi.

R: Del dio che professo non ti interessare:

pensa piuttosto se il tuo ha da fare.

Ché se venir deve, e ancor ci vuol molto,

ti troverà già morto e sepolto!

Continuano a duellare al ritmo della musica finché non danno segno entrambi di essere sfiniti.

R: (ansimando, alzando una mano) Alto dico io …

F: (ansimando anche lui) D’accordo: non sono restio …

R: (puntando la spada a terra e usandola come appoggio)

Il lungo cammino devo dir mi ha fiaccato,

ma anche tu del pari mi sembri provato…

F: In effetti son mesi che requie non ho.

Per cui di posare non disdegnerò.

Si appoggiano l’uno alle spalle dell’altro e si lasciano scivolare a terra seduti.

R: (ancora ansimante, come per voler fare conoscenza)

E insomma … Prince tu sei …

F: E tu, se non sbaglio, di ugual rango … direi

R: Invero è così: io pari ti sono

e per la “Religio crociata” da sempre tenzono.

La servo da anni, con devoto mestiere,

e dal Santo Sepolcro mi vedi tornare.

F: Che strano accidente, anch’io di lì vengo.

E sebben di conoscerti io non ritengo,

magari scontrati ci siamo di già,

su quella terra benedetta da Allah.

R: Ciò che io posso aggiungere al detto

è come ad Allah feci dispetto!

Sei proprio sicuro di volere udire

quello che io ho ancora da dire?

F: Avanti, procedi! Aspetto: non vedi?

R: Gran guerra io tenni giù nella spianata

che Gerusalemme poi fe’ liberata.

Ricordo le facce mostruose e arroganti

dei mori che a migliaia si fecero avanti.

Di voi la città fin giù vomitava:

per cui vostra morte in pianura arrivava.

Accoppavo e squartavo con tutto il mio orgoglio,

il sangue schizzava come onda su scoglio!

Più niente vedevo, più niente capivo:

(dubitoso) invero non so chi è che colpivo.

(Guardandosi intorno, abbassando la voce)

Per dirla tutta, a te in confidenza,

di qualche cristiano feci pure mattanza.

Quel che resta sicuro è che più di cento

teste moresche io tagliai per cimento!

F: (ammirato)

Gran prova davvero!

Ma quel che io feci è più lusinghiero.

Entrando in città, due anni prima,

volli inscenare una pantomima.

Scovare io feci tutte le donne

che fossero belle come Madonne.

Raccolte che furon nella prigione

organizzai un tiro da buontempone.

A lor mi spacciai per acrobàta

che rallegrare volea la giornata.

Mulinavo la spada come girandola al vento:

a chi mi guardava pareva un portento.

Senza darlo a vedere mi avvicinavo

alle pulzelle che intanto guatavo.

Quando infine arrivai a portata di taglio,

usai le lor teste come bersaglio.        

Saltavano in aria come le sfere

fatte girare da un giocoliere!

Duecento chiome bionde staccai dai lor tronchi

che in un mare di sangue abbandonai monchi!

R: Bella impresa anche questa!

Ma niente al confronto dei trenta pargoletti

che trafissi di poi e che resi angioletti!

F: (rilanciando) Dei vostri mattanza ne fecer mie spade:

a dieci alla volta spedii giù nell’Ade!

R: E le donne rinchiuse per cercare salvezza

trassi fuori di casa e squartai per l’altezza!

F: Io prima di quello ad una ad una spogliai

e nei loro letti quindi stuprai!

R: (alzandosi in piedi ed inchinandosi)

Seppure infedele, militare di rango!

Di quel che racconti ammirato rimango!

F: (alzandosi ed inchinandosi anche lui)

Ti ringrazio e ti credo: sebbene nemico valore in te vedo.

R: Ma che fai sì lontano dai quei luoghi sacri

di tua fé e della mia divin simulacri?

F: Con grande fatica fin qui sono giunto

di dietro a una donna che d’ardor m’ha compunto!

Mari e deserti per lei ho traversato

finché sono giunto dove t’ho incontrato.

R: Bizzarro io trovo ciò che mi racconti:

per lo stesso motivo traversai mari e monti.

Una musica sale lentamente. R. e F. cominciano a cantare eccitati, pregustando ciò che raccontano. La musica è leggiadra, quasi gioiosa, in contrappunto con le parole.

Canzone

F: La pulzella che inseguo è cortese e piacente

R: La sua sola vista mi rende fremente

F: Non trovo più requie: di passione io avvampo.

R: Vorrei farla mia, ora: in un lampo.

F: La bocca vermiglia baciare per ore

R: Delle sue carni vedere il candore

F: Sentire il profumo della sua pelle

R: Stringerla a me seppure ribelle

F: Udire gli accenti della sua voce

R: Quando il piacere raggiunge la foce

Insieme: E’ questo che bramo ed aver abbisogno

son pronto alla morte se debbo morire:

da quando la vidi la notte io sogno

che sopra il suo petto mi possa addormire.

Il sangue ribolle e non mi vergogno:

seppur cavaliere son uom da nutrire.

Sfogare il mio istinto: di questo abbisogno!

Or cedi al richiamo così come ancella:

e fatti ghermire Angelica bella!

Sul nome di Angelica la musica si interrompe di botto. I due si guardano in cagnesco.

F: Che possa esser dannato: Angelica nomasti!

R: Ma di dir quel nome quoque tu osasti”!

F: (realizzando) Ora io capisco la sorte sventurata…

R: (prendendo coscienza) La stessa che purtroppo anche a me è toccata!

Insieme: Dietro a un bel visino fin qui siamo venuti

Solo per scoprire che siamo... due cornuti!

(Fanno il gesto portandosi la mano alla fronte)

F: Cornuto, si, è vero: ma questo non per tanto:

di noi due, TU!, andrai al camposanto (parte all’assalto)

R: (parando il colpo, con accento napoletano)

Che non sia mai detto che io sia scornacchiato

da nu fetentone che è pure effeminato!

(fa il gesto con la mano)

F: (furibondo, con accento siciliano)

A mia effeminato! Vieni avanti rinnegato

Continuano ad insultarsi ed accusarsi combattendo

F: Scannatore di neonati!

R: Pure tu ne hai ammazzati!

F: Stupratore di vecchiarde

R: Di tua razza, dunque: bastarde

F: Brutto figlio di baldracca!

R: E tu erede d’una vacca!

F: Hai il grugno di un maiale

R: Ed il tuo sembra un pitale

F: Il tuo fiato sa di fogna

R: E il tuo sa di carogna

(Si tappano entrambi il naso schifati e guardano il pubblico)

F: Sei Infedele e ingannatore

R: Tu Cristiano e traditore

F: Ora è tempo che tu muoia

R: Sarai tu a tirar le cuoia

Le spade cozzano l’una contro l’altra finché si incrociano sulle loro teste. Per un attimo i due si trovano faccia a faccia. Rimangono così per qualche istante, interrogativi. Poi:

F: Sospensione dico io

R: Io invece sono restio

F: Per un attimo trattare

R: (ci pensa un attimo. Poi, abbassando la spada)

Stai attento a non barare!...

Abbassa la spada anche Ferraù e comincia a parlare col tono di chi vuol convincere

F: D’essere due dobbiam profittare

e insieme alla caccia di Angelica andare

R: Quel che tu dici è giusto e sensato:

per ora fermiamo il duello iniziato.

F: Facciamo un accordo tra cavalieri:

mettiamo da parte i rancori di ieri.

A Angelica dire chi è il vincitore,

che per primo di lei potrà cogliere il fiore

R: Allora non resta che riposare

e insiem domattina andarla a cercare

F: Ma prima  ch’io dorma mi devo nutrire

R: (dandogli una pacca sulle spalle, con accento napoletano)

Va buono cumpà, niente da dire

(tirando fuori da dentro una borsa)

Stu ppane è di oggi, o pprosutto ce ll’ho,

Assaggia stu vvino… e jà, prendine un po’!

F: (con accento siciliano)

Miii, il vino non posso, lo vieta il Corano…

(risolvendo di fare diversamente)

stasera però, voglio esser Cristiano!

R: (Versandogli il vino)

Bravo per Dio! Prendi da bere

vedrai che dormire sarà un vero piacere

(fanno cozzare i bicchieri e bevono)

F: (ridendo, ebbro)

Sarà questo vino, ma la memoria

or mi rammenta la stupida storia

che si racconta a casa mia

qual bell’esempio di minchioneria!

Io dico quella di quel cavaliere

che mentre stava a festeggiare

pensò fosse giunta ormai la sua ora

e finì in bocca alla Nera Signora!

R: Tu dici quella del soldato un po’ tardo

che della morte riconobbe lo sguardo,

così la città a cavallo lasciò

e a Samarcanda la morte trovò?!

F: (stupito) Esatto compare: tu pure la sai?

R: Si, caro mio, e sai come mai?

Mentre affidava la sua anima a Dio

ad ammazzarlo fui proprio io!

Scoppiano entrambi a ridere ormai quasi del tutto ubriachi

F: (continuando a ridere)       

Quello era proprio uno stordito:

uomo sì stupido andava punito!

Perché non fu colpa della iattura:

ad ucciderlo fu la sua stessa natura.

Ecco perché ci siamo qui noi:

che siamo una vera stirpe d’eroi!

R: (alzandosi in piedi, barcollando)

Senza ombra di dubbio il vero tu dici

E forse per questo potremmo essere… “amici”!

(Allarga le braccia aspettando la risposta)

F: (enfatico) Gli eroi sono eroi: che sian Mori o Cristiani.

Noi siamo eletti a guidare gli umani!

Gli si fa incontro barcollando e lo abbraccia. Poi entrambi perdono l’equilibrio e cadono addormentati accanto al fuoco. Inizia una musica di sottofondo e lentamente, mentre le luci si abbassano, Angelica entra in scena in un cerchio di luce. Sarcastica indica i due “dormienti”

Canzone

Ecco qui dunque i “cavalieri cortesi”

Che d’amore per me dicon d’essere accesi!

Ma “Amore” è parola che non posson capire:

quello che voglion è potermi ghermire!

Trapassan bambini, squartano infanti

saccheggiano, stuprano e poi fanno i galanti.

Come può Iddio, dei Mori o Cristiani,

accettare che esistano tali “esseri umani”.

Oimè quante guerre, questa razza di “eroi”

ha fatto scoppiar sol per gli utili suoi.

Onor, dignità, fede e obbedienza:

vuote parole d’ogni guerra semenza!

Fingono di essere incaricati

a che i derelitti sian ben governati,

ma la loro progenie stermina e uccide

e di lutti e lamenti lei se ne ride.

Madri oltraggiate dalla morte dei figli

mietuti a caso dai loro artigli.

Orfani in lacrime lasciati per terra

solo perché c’è da fare la guerra!

Ma adesso basta: mi sono risolta

che la ruota si inverta, almeno una volta!

Che lo scorno li pigli e non li lasci più andare:

che non abbian più il tempo di rimediare!

La canzone termina. Angelica tira fuori un anello e lo mostra

A: Questo anello fatato dono di un alchimista

mi rende invisibile alla lor vista.

Indossandolo ancora mi farà scomparire

e mi darà modo di poterli punire!

(Fa per andarsene, ma torna indietro per aggiungere qualcosa, ironica)

Ah, ma non prima di avervi mostrato

quanto coraggio il cielo ha loro dato!

Strizza un occhio al pubblico e indossa l’anello, mentre  le luci su di lei si abbassano fino a renderla non  più visibile per l’oscurità. Subito dopo la luce torna ad alzarsi su Rinaldo e Ferraù. E’ giorno e i due si risvegliano. Dietro di loro, non vista, c’è Angelica.

R: (stirandosi, con accento napoletano)

Ah, me songo arrepusato!

F: (cominciando ad alzarsi, con accento siciliano)

Mii, ma tu con quel vino mi hai quasi ammazzato!

R: E che bbuò fa: chi nasce tunno nun ppò morì quadrato:

o vvino è pé ‘ Cristiani e tu Moro sì nnato!

F: Iii! Troppo longa a facisti sta storia:

ho solo fatto un po’ di baldoria!

R: Certo fratello, anch’io come te!

Ma mmo tengo famme: capisci comm’è?

F: Non lontano da qui vidi un casolare.

Di certo qualcosa possiamo arrubbare!

R: (scandalizzato) Arrobbare è mestiere che non si addice

a personaggi della nostra matrice!          

F: (ammaestrando) Dai il giusto senso alla situazione

in cui si necessita alimentazione!

Noi siamo guerrieri, votati a morire

il pan per nutrirci ci devon largire!

R: Ben detto compare. Andiamo a mangiare

e se non ce lo danno: li voglio accoppare!

Fanno per partire in direzione del casolare, ma si fermano di botto: nell’aria è risuonato un verso spaventoso. Angelica, sempre invisibile ai due, ha portato le mani alla bocca: è lei che, grazie ad un incantesimo, ha prodotto il bestiale latrato.

R: (impaurito, sguainando la spada)

Che fu? Il sangue nelle vene di colpo si è aggelato!

F: A me, invece, il cuore si è fermato!

Il verso risuona di nuovo.

R: Ma che animale è? Leone, lupo od elefante?

F: (terrorizzato, la spada sguainata anche lui)

Quello che so io è che non è distante!

Si mettono spalle a spalle e ruotano in cerchio, le spade in resta, a difesa contro la bestia.

R: (sempre più terrorizzato) Ed ora cos’è questo rumore?

F: Sono i denti miei … che batton dal terrore!

Mi son ricordato che il verso spaventoso

potrebbe provenire da un essere mostruoso!

R: Mostruoso e insieme bestiale:

che forse mi vuoi dire che non è naturale?

F: Potrebbe essere frutto di una qualche alchimia

che spinse la natura a far l’acrobazia.

Per cui mettendo insieme animali disparati,

ecco che alla fine dei mostri ha poi plasmati.

Basilischi, furie, minotauri e draghi,

sono tutti il frutto di magie di maghi!

R: Dio mio quale prodigio: io muoio di spavento!

F: (tremante di paura)

Mii, lo dici a me: rischio lo svenimento!

R: (terrorizzato al pensiero di restare solo)

Ti prego, cumpà, non mi  abbandonare:

ormai siam più che amici, non lo dimenticare!

F: Di restare in me con ogni forza tento.

Pausa. Poi, interdetto, annusando l’aria

Ma, cos’è l’afrore che quivi intorno sento?

R: (vergognoso) Di ciò che ci minaccia tu mi hai reso edotto:

ed io per la paura me la son fatta sotto…

F: (sarcastico) E tu saresti dunque il paladin cortese

che del cristiano impero ha preso le difese?!

R: Perché tu, invece, fai mostra di ardimento?

Tu che hai rischiato ora di andar giù per svenimento!

F: (con movenze rigide, da pupo, con accento siciliano, mettendosi in guardia)

Ed allora trascuriamo quel mostruoso strepitare:

concentriamoci su noi e iniziamo a duellare!

R: (con la spada ben in vista, rivolta verso Ferraù)

A uno stimolo siffatto, sempre pronto a dar risposta!

Fatti avanti con tua asta che la mia già ti si mostra!

Cominciano di nuovo a combattere, stupidamente presi da questo confronto, sulla stessa musica del duello iniziale. Uno spot circolare li racchiude e lo stesso avviene per Angelica, a creare una sorta di campo/controcampo di azioni teatrali.

A: (ridendo fragorosamente, rivolta verso il pubblico sarcastica)

Guardate ‘sti due che maschi son nati:

per loro natura son già condannati!

Ma siffatti “prodi” vanno ancora più in là:

perché il rango d’eroe richiede ottusità,

e certo questi sono begli esponenti

che di tale “virtù” non sono carenti!

Son minacciati da una bestia omicida

e loro che fanno: si danno a una sfida,

per mostrarsi l’un l’altro il coraggio che hanno

quando in realtà è solo un inganno!

Or ora vedeste di che pasta son fatti:

è bastato un sol verso e il terrore li ha sfatti!

E se ancora di questo un dubbio vi resta

guardate che accade in questa foresta.

Angelica produce di nuovo il verso bestiale. I due paladini smettono di battersi e si rivolgono al cielo, di nuovo memori della bestia che credono minacciarli.

F: Che Allah ci aiuti e ci venga in soccorso:

(raccomandandosi) ma anche al tuo Dio facciamo ricorso!

R: E se sordi fossero a tutto questo pregare?

F: Soccorriam’ci da soli e iniziamo a scappare!

(allarmatissimo, a bassa voce)

Fermo! La macchia là dietro si è scossa:

forse la bestia in caccia si è mossa…

R: (piagnucolando, abbracciandosi a Ferraù)

Non voglio morire così in questo posto:

far da colazione ad un brutto mostro.

(sussurrando, muovendosi lentamente)

F: Arretriamo pian piano senza farci sentire,

e poi a gambe levate iniziamo a fuggire.

Tu fammi scudo con il tuo corpo:

io sul giusto cammino intanto ti porto.

Rapido va alle spalle di R. Lo tira facendolo camminare all’indietro, mentre lui guarda il cammino da percorrere. Ma un attimo dopo R. si svincola, aggira F. e si mette al suo posto.

R: Facciamo piuttosto ch’io sia la guida

mentre tu controlli la bestia omicida

F: (terrorizzato dal fronteggiare la boscaglia di fronte a lui)

Non sono sicuro di resistere a lungo:

al tre prepariamoci a darci a un allungo!

R: Va bene, conto io: uno… due…e tre!

F: Aspetta!! Quel che io vedo mi dici cos’è?

R: Non credo ai miei occhi: è un coniglietto!

F: Ma non può essere quello l’essere abietto

che ci terrorizza e ci ha spinto a fuggire

e poco fa sentivamo ruggire!

R: Forse questa foresta amplifica i suoni

e  quinci i fruscii si trasformano in tuoni?

F: (risoluto) Io non so dirti cosa succeda,

ma so per certo che ora voglio una preda:

un mostruoso coniglio alto quanto un palazzo

che esiste solo nei sogni di un pazzo.

R: (basito) E invero folle mi sembra tu sia

tirando fuori una tal bizzarria!

F: (ammaestrando) Questo perché non vedi il disegno

che insieme noi due renderm fededegno.

Io da solo non posso esser creduto

e per questo una trama in testa ho intessuto.

(facendoglisi sotto, confidenziale ed esplicativo)

Se un Moro e un Cristiano insieme diranno

che insieme un mostro squartato avranno,

nessuno ardirà di contestare

ciò che noi andremo a raccontare.

(con accento da arringatore di folle)

Le nostre gesta saranno eternate

e con epici accenti nei libri narrate.

D’altronde è così che accade ogni volta

che la realtà deve esser distorta,

dando ad intendere che un paladino

è superiore per diritto divino!

R: Il tuo ragionar per logica mi ha avvinto,

ed anzi di più: mi ha proprio convinto!

Dunque all’attacco, amico mio caro,

facciamo a pezzi il coniglio mannaro!!!

Si gettano a capofitto nella macchia. La musica accompagna un concitato sventolare di spade, finché non piovono in scena dal bosco brandelli di pelliccia bianca: il povero coniglio è stato fatto a pezzi.

R: (asciugandosi la fronte rientrando in scena) Fuii che fatica essere un prode!

F: (pulendosi la corazza dalla polvere) Ma questo sudore ti farà degno di lode!

Raccoglie da terra, in punta di spada, un brandello di pelliccia.

Ecco la prova che dovremo mostrare

così che i poeti possan celebrare

nei loro poemi questa vittoria

e consacrare la nostra gloria.

(Un’idea gli balena in testa)

Ma forse possiamo andare più in là

sfruttando al meglio la fatalità...

(Con accento siciliano)

Che non capisti? Punta i miei occhi

e mentre lo fai piega i ginocchi…

(Schiarendosi la voce, solenne)

Io ora te investo seduta stante

con questo trofeo ancor palpitante

dell’ordine nuovo del “Mostro Coniglio”

che noi squartammo mettendo in periglio

la nostra vita per i poveri afflitti

che avrebber del mostro subito i delitti!

Ferraù poggia il brandello di pelliccia sulla spalla destra di Rinaldo, inginocchiatosi nel frattempo. Questi, ricevuta “l’investitura”, si alza tenendo con la mano sinistra il pezzo di pelliccia e prendendo con la destra da terra un altro brandello. Quindi lo pone sul capo di F. inginocchiatosi a sua volta.

R: (con accento napoletano)

Cumpà, chella c’avisti è stata ‘n idea

che degna è davvero di un epopea!

Aggie capito chello che buò

e chell ch’hai rato mmò t’o ridò!

(solenne)

TU  e ME proclamo Signori

e di queste terre prodi difensori!

Perciò entrambi acquistiamo il diritto

di riscuotere ora e in futuro l’affitto

di quanti in un raggio di venti leghe

abbiano case, poderi o botteghe!

Ferraù si rialza. I due si voltano verso il pubblico, impettiti, comicamente solenni: il primo ha in testa, il secondo sulla spalla, un brandello di pelliccia di coniglio. Si abbracciano.

F: (con accento siciliano) Commuovere mi facisti

R: (con accento napoletano) Coumpà: t’o meritasti!

F: (ironico, ammiccando al brandello di pelliccia)

Ma ora che del “mostro” abbiamo la pellaccia

di Angelica nostra rimettiamoci alla caccia!

Cominciano a prepararsi per ripartire. Angelica torna in scena, avvolta in un cono di luce, sempre invisibile ai due. Si rivolge al pubblico.

A: Or che si son conferiti a vicenda

un potere vestito di falsa leggenda,

più liberi sono i due paladini

di comportarsi da veri Caini!

D’ora in avanti nessuna azione

sarà passibile di punizione:

si ritengon più in alto per “ius naturale”

della legge umana e del precetto morale.

Deboli e afflitti copron di angherie:

ché questa è la forza delle tirannie!

(sarcastica) Non vi stupite voi che guardate:

come va il mondo solo ora imparate?

Il potere si regge sopra il sopruso

di cui i Signori sanno fare buon uso.

E questa “virtù” essi chiaman coraggio:

ma cosa sia in vero per loro è un miraggio.

Ed or che vi ho detto ciò che avevo da dire

state a guardare come la faccio finire!

La luce su A. si abbassa. Tornano in luce R. e F. che, pronti a ripartire, odono un gemito in lontananza.

F: Udisti anche tu, quel che io ho udito?

R: Si, e già rinnova in me l’appetito!

F: Tu vai a destra che io vado a manca

Il primo che la vede, per primo l’abbranca!

Partono alla ricerca, irrequieti come cani in caccia, la spada sguainata e bene in vista. In sottofondo una musica incalzante sottolinea la loro foga. Angelica, invisibile ai due, entra in scena facendo bella mostra dell’anello magico. Si avvicina a R. e comincia a parlargli.

A: Rinaldo, che fai, lo lasci andare?

Sei proprio certo di poterti fidare?

R: (muovendosi a scatti in direzione della voce che gli si muove attorno )

E’ cavalier Cortese, di questo son sicuro

perché dovrei temere che sia uno spergiuro

A: (Continuando a ballargli intorno al ritmo della musica, sarcastica)

Certo, cavaliere, e Cortese quanto vuoi.

Ma ricordati che è Moro: non appartiene ai tuoi…

Angelica si allontana. Rinaldo resta solo, in preda all’agitazione.

R: Dove sei, non te ne andare, ch’io mi sento arroventare!

Or che il dubbio tu m’accendi non c’è più modus vivendi.

Buio su di lui

Luce  su Angelica e Ferraù.

A: (falsamente suadente)

Ferraù mio paladino, non cercarmi qui vicino…

F: (voltandosi  di scatto in cerca di A.)

Angelica, che intendi? E perché non mi ti arrendi?

Se qui una voce ascolto, veder devo anche un volto!

A: Altrove questo è vero, ma qui è menzognero.

E mentre ciò ti dico, Rinaldo mi ha rapito…

Si allontana verso Rinaldo

F: (sempre più agitato, rivolto al pubblico)

Guai a te, Cristiano ingordo: questo è contro il nostro accordo!

E se rotto hai l’intesa, or ti aspetta una sorpresa!

Da a vedere di muoversi verso la zona dove si trova Rinaldo. Poi buio su di lui.

Luce su Angelica di nuovo da Rinaldo. Gli si muove intorno.

A: Attento cavaliere, hai qualcosa da temere!

R: (furibondo, muovendosi sempre più freneticamente)

Che cosa vuoi tu dire?! Mi vuoi fare imbestialire?!

A: (falsamente suadente) Giammai mio buon signore, lo faccio  per amore

Ti volevo solo avvertire: Ferraù sta per venire

R: Venire a fare che? Non dovrebbe cercar te?

A: Te l’ho detto e ripetuto: quello è Moro ed è astuto!

Mentre pensi sia lontano, quello ha già il pugnale in mano

Si avvicina poi spedito e ti assesta il benservito!

Se non credi proprio a me, conta solo fino a tre!

La musica che in sottofondo ha accompagnato finora l’andirivieni di Angelica, va a concludersi scandendo tre tempi. Sull’ultimo Ferraù piomba davanti a Rinaldo.

F: (la spada sguainata, parlando come un padrino)

Mii, dimmi subito unn’è ca l’ahi nascosta

che altrimenti, non sai quanto ti costa!!

R: (sguaina la spada anche lui, parlando come un guappo napoletano)

Ma che bbuò ricere minacciandomi accussì?!

Fatte nnanz, che sta storia ha da fernì!

Gli si fa incontro per duellare

F: (sempre con accento siciliano)

Cìerto che vegno: sono uomo d’onore!

E ùora stai pronto a pruvari dolore!

R: (sempre con accento napoletano)

E verimme si sì n’omme o nu fetente

che t’accìre dda dreto ‘e spalle sulamente!

Si scagliano l’uno contro l’altro urlando, ma nel momento in cui le spade si toccano, il loro duello procede al rallentatore. Angelica, che fino a questo momento è rimasta in disparte, entra in azione guidando le mosse dei due: trattiene Ferraù impedendogli di difendersi da un attacco di Rinaldo e, una volta Ferraù caduto a terra, la spada ancora in resta, sgambetta Rinaldo e lo fa infilzare su quella di Ferraù.

Per tutta la durata dell’azione, in sottofondo una canzone, simile ad una marcia funebre bandistica dalle sonorità tipicamente meridionali, accompagna la scena come descritta nei quadri dei cantastorie.

Canzone

S’avventano l’un l’altro come lupi

Decidono così del loro onore

Ma in vero sono solamente pupi

mossi da un puparo sfottitore.

La donna che invisibile li osserva

è pronta come tigre ad attaccare:

trovare il buon momento si riserva

di riuscir tanti innocenti a vendicare.

Lei sì che paladina si dimostra

D’offesi, derelitti ed oltraggiati:

Dà vita ad una vera e propria giostra

Ove i due cavalier son giustiziati.

Trattiene Ferraù dalla difesa

Del colpo del suo contendente:

Rinaldo lo trafigge di sorpresa

Lasciandolo per terra ormai morente.

Ma invero non fa in tempo a dir “vittoria”

Che Angelica gli appresta uno sgambetto

Facendolo cadere in traiettoria

Del ferro che lo Moro ha sempre eretto.

Andando così incontro al suo tracollo

Di smorfie di dolor piena la faccia

Passato dallo spiedo come un pollo

Rinaldo a Ferraù ora s’ abbraccia.

La canzone termina e la musica sfuma in un tema da melodramma lirico. Rinaldo e Ferraù sono stesi a terra, praticamente abbracciati, incapaci di muoversi per le ferite riportate. Angelica, ancora invisibile, li osserva.

R: (sofferente, sbalordito) Chi la mia difesa ha ostacolato ?...

F: (sofferente anche lui) E chi sulla tua spada mi ha gettato?

R: Io credo questo bosco sia incantato

F: Dev’essere di spiriti infestato

R: Io sento ormai mia ora avvicinarsi

F: Anche il mio destin sento disfarsi

R: Oh Dio, perdona i miei peccati

F: Allah, che anche i miei sian cancellati

R: Signore, concedimi di entrare in paradiso

F: …E delle cento vergini accarezzare il viso

R: (basito) Che dici? Tu stai farneticando?...

F: No mio caro amico: sto solo assaporando.

A noi Musulmani questo premio spetta

R: Quel che tu mi dici è proprio una disdetta:

(ci pensa un attimo)… e se musulmano volessi diventare?

F: Io credo che nessuno potrebbe contestare…

Su queste parole una risata fragorosa risuona sulla scena. E’ quella di Angelica che, mostrando di togliere l’anello, appare alla vista dei due.

R: (stupito, vedendo la donna) Finito non ho ancor la conversione

Che già la prima vergine è a mia disposizione!...

Angelica ride ancora fragorosamente

F: La vedo anch’io, e non sono trapassato:

ma quella è Angelica: certo e assicurato!

Insieme: Oh dolce Angelica, vieni qui da noi

e prima che moriamo esprimi i gusti tuoi:

un bacio, un bacio sol di donar concedi

a un dei due morenti che qui davanti vedi

Un’ ultima fragorosa risata di Angelica

A: (continuando a trattenere a stendo le risa)

Vedo, senza dubbio alcuno, che morituri siete:

perciò quel che vi concedo... è di chiamarvi un prete!

R: Angelica che dici? Non vuoi tu accontentare

chi sta qui morendo per causa del tuo amore

A: (diventando improvvisamente feroce)

Guardati bene dal bestemmiare

tu che d’amore mi vieni a parlare!

F: Eppure è l’amore che fin qui ci ha spinto

A: (ferocemente sarcastica)

Sbagliato, “mio eroe”: è solo l’istinto!

La voglia che preme nell’armatura

(fa un gesto con cui indica il basso ventre)

ed il bisogno di spegner l’arsura

(ne fa un altro che indica un atto sessuale)

che prende voi maschi di fronte a una donna

di entrarle al più presto di sotto alla gonna.

Ma adesso basta! Dovete sentire,

perché in questo bosco venite a morire.

Le nefandezze che avete compiuto

io le conosco dal primo minuto:

quel che faceste a genti inermi

è degno soltanto di una razza di vermi!

Perciò voi che tutti vorrebbe onorare

ora ai miei piedi io faccio strisciare.

R: (con accento napoletano)

Io nun capisc, ma che sta a succerere?

F: (con accento siciliano)

Che siamo fottuti: mi devi credere...

A: Voi pensavate di starmi a cacciare:

invece ero io a venirvi a cercare.

Invisibile agli occhi con questo anello

da mesi organizzo di tirarvi in tranello.

Le lame ho guidato nel combattimento

affinché vi dessero il giusto tormento.

Vi ho giudicati per i vostri delitti:

son IO che vi lascio a terra trafitti!

F: (con accento siciliano)

Tu bottana e traditora, infierire voi ancora?

R: (con accento napoletano, rivolgendosi a F.)

E vabbuò, mmò è finita: s’è pres’a nosta vita…

A: La vita non mi basta: io voglio il vostro onore

E per ottenere questo, qui ho qualche spettatore.

Inizia una musica di taranta, in crescendo. In una sorta di “rap medievale” A. si rivolge direttamene al pubblico, illuminato in platea, parlando con piglio da arringatrice di folle.

Voi che ci guardate giudicate i vostri “eroi”

Son come quelli antichi e che verranno poi!

Ci sono sempre stati e per sempre ci saranno

Per proprio tornaconto sono pronti a fare danno

Viscidi ed astuti, si danno un bel da fare

Sono come un cancro che non si può estirpare

Si aggirano tra noi, aspettano il momento

Di agire ed ottenere il proprio tornaconto

Dicon che il denaro per lor non ha valore

Dicono di agire in nome  del Signore

Dicono che sono la mano della storia

Dicon che del mondo sono la memoria

Dicono che sono la stirpe destinata

A cui la nostra sorte deve’essere affidata

Dicono di avere intelletto superiore

e che seguire quello è la scelta migliore

Dicon che ragione è dalla loro parte:

Convincerci di questo è la loro arte

Come dei sofisti il bianco chiaman nero

Quando il risultato è contrario al vero

Dicon che “giustizia”, “amore” e “libertà”

Sono le parole cui danno dignità

Tutto questo dicon ma come vi ho mostrato

In disprezzo hanno tutto quel che ho nominato!

Portatene memoria per chi ci seguirà:

così che prima o poi qualcuno capirà.

Su queste ultime parole di A. la musica si arresta di colpo. Un urlo finale e le spade ancora piantate per ritto nel corpo dei “paladini”, si piegano a terra sancendone la morte.


Chanson (Indi)Geste

Note di scrittura

Un bosco incantato nel quale sono prigionieri due “paladini”, il cristiano Rinaldo e il Moro Ferraù, dalla magia messa in opera da Angelica, la donna della quale i due uomini, l’uno all’insaputa dell’altro, sono all’inseguimento ritornando dal Santo sepolcro. In questo spazio chiuso si svelano i bassi istinti sessuali e predatori che li animano realmente spingendo Angelica ad una finale vendetta in nome di quegli “inermi” che, in quanto paladini, i due dovrebbero proteggere e che, invece, sono divenuti l’oggetto del loro gioco al massacro

Uno sguardo disincantato e del tutto atipico sul mondo dei paladini e delle loro “grandi” imprese che serve da pretesto per una riflessione offerta al pubblico sulle guerre, sopratutto quelle di religione, combattute in tutti i tempi ed in tutti i luoghi. E’ questo il punto di partenza di un testo che prende spunto dalle Chansons del ciclo carolingio e bretone (ma anche dall’”Orlando furioso” dell’Ariosto che da esse riparte), per dare vita ad un episodio, fremente ed appassionato, che potrebbe appartenere ad una Chanson Indi-Gesta, difficile da digerire da un punto di vista etico per il ribaltamento che essa propone degli stilemi poetici dei testi medievali: il paladino eroe indiscusso, difensore dei deboli e degli oppressi, della donna e dei princìpi cari alla morale cristiana.

La scelta stilistica adottata per la scrittura è quella di una prosa poetica, che utilizza il verso e la rima, con l’obiettivo di caratterizzare linguisticamente il testo con tratti che rimandano alla tradizione, rendendo così più stridente il contrasto con il messaggio proposto: quello che le guerre non hanno mai nobili cause che le giustifichino.

In questo senso è l’uomo, inteso come “maschio combattente”, a rappresentare la ferocia della guerra e dei bassi istinti di conquista e potere che, rivestiti di alti ideali, sono causa di sofferenza sempre e dovunque. E’ così che il Paladino (Rinaldo) ed il suo alter ego, il Moro (Ferraù), diventano portatori di un’etica della distruzione e della ferocia stigmatizzata nella paradossale e grottesca condivisione di atti inumani e barbarici. Per questo il merito ed il vanto della dignità cavalleresca risiedono, l’uno agli occhi dell’altro, nel mero numero di uomini, donne e bambini trucidati.

La perdita di umanità dei due “cavalieri” viene peraltro duplicata nel passaggio da un linguaggio elevato ad uno basso, secondo l’equazione: degradazione umana = degradazione linguistica. Incapaci così di controllare i loro bassi istinti, i due diventeranno anche incapaci di controllare la lingua, aulica ed elegante, nella quale si esprimono per mera convenzione, tornando a parlare un dialetto che rappresenta la loro vera, crudele, natura.

In tutto questo gioco di rimandi sarà la donna (Angelica) a risultare vincitrice, in quanto depositaria di una sincera e schietta umanità. E d’altronde sarà sempre lei, è proprio il caso di dirlo, a tirare le fila delle vicende dei due cavalieri, che mossi dalle sue abili strategie, si paleseranno niente altro che Pupi nel senso della più classica tradizione popolare siciliana.

Gabriele Benucci

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