Titolo: CHARLOTTE (la cameriera)
Autore: Giuliano Angeletti
Genere: Drammaturgia per un solo attore / Monologo comico
Codice SIAE: 931774A
Numero Posizione SIAE: 198563
Uomini: 0
Donne: 1
Generici: 0
CHARLOTTE
(la cameriera)
di Giuliano Angeletti
© Giuliano Angeletti · SIAE 198563 · Codice Opera 931774A
📌 PERSONAGGIO
- Charlotte — cameriera, ironica, osservatrice, filosofa del quotidiano
📌 SINOSSI
Charlotte, cameriera del quotidiano, entra ogni giorno nel bar come se varcasse la soglia di un tempio dedicato alla caffeina e alle fragilità umane. Armata del suo vassoio-talismano, attraversa un universo popolato da creature comiche: il Profeta del Bicchiere Sporco, il Signore del Cappuccino Perfetto, la Signora del Cornetto Triste, gli indecisi cronici, le coppie che litigano per la pasta, i gruppi rumorosi, i filosofi del vino, i clienti che si confessano, quelli che non capiscono il menu, quelli che non capiscono il POS, quelli che non capiscono la vita.
Ogni scena è un frammento di umanità deformata, un mosaico di assurdo e tenerezza, dove Charlotte osserva, commenta, sopporta, e sopravvive. Il suo sguardo ironico diventa lente drammaturgica: il bar è un microcosmo sociale, un teatro naturale dove la comicità nasce dalla fragilità, dalla confusione, dall’eccesso, dalla mancanza di logica, dalla fame e dalla sete di attenzione.
Tra incidenti epici, vassoi ribelli, clienti esistenziali, turisti confusi, dietisti improvvisati, cinici professionisti e poeti del cappuccino, Charlotte costruisce una filosofia personale: il vassoio è maestro di equilibrio, la routine è un rito, la stanchezza è sacra, e ogni turno è una storia che merita di essere raccontata.
Il monologo culmina nel momento in cui, chiudendo la porta del locale, Charlotte si riconosce come un’eroina del quotidiano: non per aver servito decine di tavoli, ma per non aver lanciato nemmeno un vassoio. E in quell’istante, il pubblico comprende che la comicità non è solo risata, ma resistenza, osservazione, sopravvivenza poetica.
Charlotte, cameriera del quotidiano, entra ogni giorno nel bar come se varcasse la soglia di un tempio dedicato alla caffeina e alle fragilità umane. Armata del suo vassoio-talismano, attraversa un universo popolato da creature comiche: il Profeta del Bicchiere Sporco, il Signore del Cappuccino Perfetto, la Signora del Cornetto Triste, gli indecisi cronici, le coppie che litigano per la pasta, i gruppi rumorosi, i filosofi del vino, i clienti che si confessano, quelli che non capiscono il menu, quelli che non capiscono il POS, quelli che non capiscono la vita.
Ogni scena è un frammento di umanità deformata, un mosaico di assurdo e tenerezza, dove Charlotte osserva, commenta, sopporta, e sopravvive. Il suo sguardo ironico diventa lente drammaturgica: il bar è un microcosmo sociale, un teatro naturale dove la comicità nasce dalla fragilità, dalla confusione, dall’eccesso, dalla mancanza di logica, dalla fame e dalla sete di attenzione.
Tra incidenti epici, vassoi ribelli, clienti esistenziali, turisti confusi, dietisti improvvisati, cinici professionisti e poeti del cappuccino, Charlotte costruisce una filosofia personale: il vassoio è maestro di equilibrio, la routine è un rito, la stanchezza è sacra, e ogni turno è una storia che merita di essere raccontata.
Il monologo culmina nel momento in cui, chiudendo la porta del locale, Charlotte si riconosce come un’eroina del quotidiano: non per aver servito decine di tavoli, ma per non aver lanciato nemmeno un vassoio. E in quell’istante, il pubblico comprende che la comicità non è solo risata, ma resistenza, osservazione, sopravvivenza poetica.
📌 CARATTERE DI CHARLOTTE
Charlotte è una figura liminale: vive tra il caos del bar e la disciplina del vassoio, tra la comicità dell’assurdo e la stanchezza sacra di chi osserva troppo. La sua personalità è un equilibrio instabile tra ironia, lucidità e resistenza quotidiana.
Charlotte è una comica naturale, ma non perché cerchi la risata: la risata nasce dalla sua capacità di vedere il mondo con un occhio clinico e un occhio poetico. È sarcastica, ma mai cattiva; è stanca, ma mai spenta; è disillusa, ma mai cinica. Il suo temperamento è quello di una sacerdotessa del quotidiano: accoglie, ascolta, sopporta, decodifica.
Charlotte percepisce le micro-crepe dell’umanità: l’indecisione, la frustrazione, la comicità involontaria, la fragilità. Sa quando un cliente è perso, quando una coppia sta per esplodere, quando un collega ha bisogno di una battuta per sopravvivere. La sua ironia è un meccanismo di difesa, ma anche un modo per restare lucida in mezzo al caos.
La comicità di Charlotte è osservativa, chirurgica, quasi antropologica. Non inventa gag: le raccoglie dal mondo. Ogni cliente è un caso di studio, ogni vassoio un esperimento, ogni turno una tesi di laurea sulla follia umana. La sua comicità è fatta di metafore fulminanti, paragoni surreali, intuizioni che trasformano il banale in epico.
Charlotte è dinamica, ma non frenetica. Si muove come chi ha imparato a sopravvivere in un ambiente ostile: rapida, precisa, ma sempre con un filo di teatralità involontaria. Il vassoio è la sua estensione fisica: un oggetto che diventa simbolo, scudo, arma, compagno di viaggio.
Sotto l’ironia, Charlotte è vulnerabile. La sua stanchezza non è solo fisica: è esistenziale. Ogni turno è una prova, ogni cliente un enigma, ogni incidente un piccolo trauma. Ma la fragilità non la indebolisce: la rende più vera, più comica, più umana.
Charlotte crede che il bar sia un microcosmo del mondo: il caos, l’indecisione, l’ego, la tenerezza, la follia, la poesia. Il vassoio è il suo maestro: insegna equilibrio, pazienza, accettazione. La sua filosofia è semplice: sopravvivere con ironia, osservare con lucidità, raccontare con grazia.
Charlotte parte come una cameriera stanca e ironica, ma scena dopo scena diventa una narratrice, una sacerdotessa, una filosofa del quotidiano. Alla fine del monologo, quando chiude la porta del locale, si riconosce come un’eroina: non perché ha servito, ma perché non ha lanciato nemmeno un vassoio.
Charlotte è una figura liminale: vive tra il caos del bar e la disciplina del vassoio, tra la comicità dell’assurdo e la stanchezza sacra di chi osserva troppo. La sua personalità è un equilibrio instabile tra ironia, lucidità e resistenza quotidiana.
Charlotte è una comica naturale, ma non perché cerchi la risata: la risata nasce dalla sua capacità di vedere il mondo con un occhio clinico e un occhio poetico. È sarcastica, ma mai cattiva; è stanca, ma mai spenta; è disillusa, ma mai cinica. Il suo temperamento è quello di una sacerdotessa del quotidiano: accoglie, ascolta, sopporta, decodifica.
Charlotte percepisce le micro-crepe dell’umanità: l’indecisione, la frustrazione, la comicità involontaria, la fragilità. Sa quando un cliente è perso, quando una coppia sta per esplodere, quando un collega ha bisogno di una battuta per sopravvivere. La sua ironia è un meccanismo di difesa, ma anche un modo per restare lucida in mezzo al caos.
La comicità di Charlotte è osservativa, chirurgica, quasi antropologica. Non inventa gag: le raccoglie dal mondo. Ogni cliente è un caso di studio, ogni vassoio un esperimento, ogni turno una tesi di laurea sulla follia umana. La sua comicità è fatta di metafore fulminanti, paragoni surreali, intuizioni che trasformano il banale in epico.
Charlotte è dinamica, ma non frenetica. Si muove come chi ha imparato a sopravvivere in un ambiente ostile: rapida, precisa, ma sempre con un filo di teatralità involontaria. Il vassoio è la sua estensione fisica: un oggetto che diventa simbolo, scudo, arma, compagno di viaggio.
Sotto l’ironia, Charlotte è vulnerabile. La sua stanchezza non è solo fisica: è esistenziale. Ogni turno è una prova, ogni cliente un enigma, ogni incidente un piccolo trauma. Ma la fragilità non la indebolisce: la rende più vera, più comica, più umana.
Charlotte crede che il bar sia un microcosmo del mondo: il caos, l’indecisione, l’ego, la tenerezza, la follia, la poesia. Il vassoio è il suo maestro: insegna equilibrio, pazienza, accettazione. La sua filosofia è semplice: sopravvivere con ironia, osservare con lucidità, raccontare con grazia.
Charlotte parte come una cameriera stanca e ironica, ma scena dopo scena diventa una narratrice, una sacerdotessa, una filosofa del quotidiano. Alla fine del monologo, quando chiude la porta del locale, si riconosce come un’eroina: non perché ha servito, ma perché non ha lanciato nemmeno un vassoio.
SCENA I — L’INGRESSO NEL TEMPIO DEL CAFFÈ
📌 Charlotte entra con un vassoio come fosse un trofeo conquistato dopo una guerra. Si ferma, osserva il pubblico, sospira con la stanchezza allegra di chi ha visto troppo e dormito poco.
Charlotte
Ogni mattina entro qui dentro come se stessi varcando la soglia di un tempio. Un tempio dedicato alla caffeina, alla sopravvivenza, e alla disperazione umana. E io sono la sacerdotessa. Charlotte, sacerdotessa del vassoio. Non ho scelto io il titolo, me l’ha dato la vita. E la vita, si sa, è una barista che non sorride mai.
Appena entro, vedo Marco, il Profeta del Bicchiere Sporco. Ha già l’espressione di chi ha visto l’inferno e ne è tornato solo perché non aveva abbastanza ferie. Mi guarda e dice: Oggi arriva qualcuno che ti farà pentire di essere nata. Io gli rispondo: Marco, questa frase la dici ogni giorno. E lui: E ogni giorno ho ragione.
E così capisco che la giornata sarà interessante. Interessante nel senso di: “vorrei essere altrove”.
La mattina è un mondo a parte. La mattina arrivano quelli che non hanno ancora deciso se odiano la vita o se la vita odia loro. E io sono lì, nel mezzo, come una mediatrice diplomatica tra l’umanità e la caffeina.
Il primo è sempre lui: il Signore del Cappuccino Perfetto. Entra alle 7:32. Non 7:30. Non 7:35. 7:32. Io credo che abbia un orologio atomico nel cervello.
Appena entro, vedo Marco, il Profeta del Bicchiere Sporco. Ha già l’espressione di chi ha visto l’inferno e ne è tornato solo perché non aveva abbastanza ferie. Mi guarda e dice: Oggi arriva qualcuno che ti farà pentire di essere nata. Io gli rispondo: Marco, questa frase la dici ogni giorno. E lui: E ogni giorno ho ragione.
E così capisco che la giornata sarà interessante. Interessante nel senso di: “vorrei essere altrove”.
La mattina è un mondo a parte. La mattina arrivano quelli che non hanno ancora deciso se odiano la vita o se la vita odia loro. E io sono lì, nel mezzo, come una mediatrice diplomatica tra l’umanità e la caffeina.
Il primo è sempre lui: il Signore del Cappuccino Perfetto. Entra alle 7:32. Non 7:30. Non 7:35. 7:32. Io credo che abbia un orologio atomico nel cervello.
Charlotte
Mi guarda con la serietà di un cardiochirurgo e dice: Un cappuccino. Ma con la schiuma alta un centimetro e mezzo. Non di più, non di meno. Il latte dev’essere caldo ma non bollente, tiepido ma non freddo, cremoso ma non liquido. Il caffè dev’essere forte ma non troppo forte, aromatico ma non troppo aromatico, intenso ma non troppo intenso.
Io lo guardo e penso: Quest’uomo non vuole un cappuccino. Vuole un miracolo.
Una volta gli ho chiesto: Ma perché tutta questa precisione? E lui: Perché la vita è caos. Il cappuccino no.
E lì ho capito che forse dovrei farmi pagare come psicoterapeuta.
Poi arriva la Signora del Cornetto Triste. La chiamo così perché ogni mattina entra, guarda la vetrina dei dolci come se stesse osservando un panorama di guerra, e dice: Non c’è niente che mi ispiri.
Signora, sono cornetti, non opere d’arte contemporanea. Ma lei è così. Una volta ha preso un cornetto alla crema, lo ha guardato e ha detto: Non è come me lo aspettavo.
E io ho capito che quel cornetto aveva appena deluso una persona. Un cornetto. Deluso. Una persona. Il mondo è crudele.
Poi c’è il cliente che entra ogni mattina con la stessa frase: Un caffè, ma che mi sveglia. Una volta gli ho portato un espresso doppio. Mi ha guardato e ha detto: Non funziona. Io: Vuole che le porti una sveglia?
Non ha riso. Io sì.
Gli indecisi sono una categoria a parte. Entrano, si siedono, guardano il menu come se fosse scritto in geroglifici, e poi dicono: Mi consiglia qualcosa?
E tu pensi: No, perché qualsiasi cosa ti consigli, tu la rifiuterai.
E infatti succede sempre.
Una volta ho consigliato una torta al cioccolato. La cliente mi ha guardato e ha detto: No, non mi piace il cioccolato.
Allora ho consigliato una crostata alla frutta. No, non mi piace la frutta.
Allora ho consigliato un tè. No, non mi piace il tè.
Alla fine le ho chiesto: Ma cosa le piace? E lei: Non lo so.
E io ho capito che stavo parlando con una persona che aveva perso la fede. La fede nel cibo. Che è la più grave.
Poi ci sono quelli che leggono tutto il menu. Tutto. Ogni singola parola. E poi ordinano un caffè. Un caffè. Dopo venti minuti di lettura.
Io li guardo e penso: Queste persone non devono mai fare la spesa, altrimenti muoiono nel reparto pasta.
Io lo guardo e penso: Quest’uomo non vuole un cappuccino. Vuole un miracolo.
Una volta gli ho chiesto: Ma perché tutta questa precisione? E lui: Perché la vita è caos. Il cappuccino no.
E lì ho capito che forse dovrei farmi pagare come psicoterapeuta.
Poi arriva la Signora del Cornetto Triste. La chiamo così perché ogni mattina entra, guarda la vetrina dei dolci come se stesse osservando un panorama di guerra, e dice: Non c’è niente che mi ispiri.
Signora, sono cornetti, non opere d’arte contemporanea. Ma lei è così. Una volta ha preso un cornetto alla crema, lo ha guardato e ha detto: Non è come me lo aspettavo.
E io ho capito che quel cornetto aveva appena deluso una persona. Un cornetto. Deluso. Una persona. Il mondo è crudele.
Poi c’è il cliente che entra ogni mattina con la stessa frase: Un caffè, ma che mi sveglia. Una volta gli ho portato un espresso doppio. Mi ha guardato e ha detto: Non funziona. Io: Vuole che le porti una sveglia?
Non ha riso. Io sì.
Gli indecisi sono una categoria a parte. Entrano, si siedono, guardano il menu come se fosse scritto in geroglifici, e poi dicono: Mi consiglia qualcosa?
E tu pensi: No, perché qualsiasi cosa ti consigli, tu la rifiuterai.
E infatti succede sempre.
Una volta ho consigliato una torta al cioccolato. La cliente mi ha guardato e ha detto: No, non mi piace il cioccolato.
Allora ho consigliato una crostata alla frutta. No, non mi piace la frutta.
Allora ho consigliato un tè. No, non mi piace il tè.
Alla fine le ho chiesto: Ma cosa le piace? E lei: Non lo so.
E io ho capito che stavo parlando con una persona che aveva perso la fede. La fede nel cibo. Che è la più grave.
Poi ci sono quelli che leggono tutto il menu. Tutto. Ogni singola parola. E poi ordinano un caffè. Un caffè. Dopo venti minuti di lettura.
Io li guardo e penso: Queste persone non devono mai fare la spesa, altrimenti muoiono nel reparto pasta.
Charlotte
Ah, le coppie. Bellissime. Romantiche. E completamente incapaci di ordinare.
Lei: Amore, cosa prendi? Lui: Quello che prendi tu.
E io lì, a pensare: Ecco, un’altra relazione destinata a finire per colpa di un’insalata troppo cara.
Una volta ho visto una coppia litigare per un piatto di pasta. Lei: Tu hai preso la carbonara, ma io volevo la carbonara. Lui: Ma tu hai preso la cacio e pepe. Lei: Ma volevo la carbonara.
E io lì, a pensare: La pasta è un’arma di distruzione di massa.
Poi ci sono le coppie che si baciano mentre ordino. Io dico: Cosa desiderate? E loro si baciano. Io riprovo: Cosa desiderate? E loro si baciano.
Alla fine dico: Vi porto due bicchieri d’acqua, così vi idratate.
Non se ne accorgono. Sono troppo impegnati a scambiarsi saliva.
I colleghi sono la parte più bella e più tragica del lavoro.
Marco, il Profeta del Bicchiere Sporco, è il mio preferito. Una volta ha guardato un cliente entrare e ha detto: Questo ordinerà qualcosa di impossibile.
E aveva ragione. Il cliente ha ordinato una pizza senza pomodoro, senza mozzarella, senza impasto. Una pizza leggera.
Marco non è un collega. È un oracolo.
Poi c’è Sara, che ha la capacità di portare tre vassoi contemporaneamente senza far cadere nulla. Io credo che sia una divinità minore. Una volta ha portato dodici piatti in un solo viaggio. Dodici. Io ne porto due e rischio la vita.
E poi c’è Luca, che ha deciso che il suo scopo nella vita è flirtare con ogni cliente che respira. Una volta ha flirtato con una signora di ottant’anni. Lei era felicissima. Lui pure.
Io ho portato il conto e ho detto: Signora, vuole il numero di Luca? Lei: No, voglio il suo. Io: Signora, la prego. Lei: Non si preoccupi, sono ancora in forma. Io: Lo vedo.
La vita è imprevedibile.
Ora vi racconto i miei preferiti. Quelli che non dimenticherò mai.
Un giorno un bambino di cinque anni mi guarda e mi dice: Perché lavori? Io: Per guadagnare soldi. Lui: E perché ti servono i soldi? Io: Per vivere. Lui: E perché devi vivere?
Quel bambino era Socrate reincarnato.
Lei: Amore, cosa prendi? Lui: Quello che prendi tu.
E io lì, a pensare: Ecco, un’altra relazione destinata a finire per colpa di un’insalata troppo cara.
Una volta ho visto una coppia litigare per un piatto di pasta. Lei: Tu hai preso la carbonara, ma io volevo la carbonara. Lui: Ma tu hai preso la cacio e pepe. Lei: Ma volevo la carbonara.
E io lì, a pensare: La pasta è un’arma di distruzione di massa.
Poi ci sono le coppie che si baciano mentre ordino. Io dico: Cosa desiderate? E loro si baciano. Io riprovo: Cosa desiderate? E loro si baciano.
Alla fine dico: Vi porto due bicchieri d’acqua, così vi idratate.
Non se ne accorgono. Sono troppo impegnati a scambiarsi saliva.
I colleghi sono la parte più bella e più tragica del lavoro.
Marco, il Profeta del Bicchiere Sporco, è il mio preferito. Una volta ha guardato un cliente entrare e ha detto: Questo ordinerà qualcosa di impossibile.
E aveva ragione. Il cliente ha ordinato una pizza senza pomodoro, senza mozzarella, senza impasto. Una pizza leggera.
Marco non è un collega. È un oracolo.
Poi c’è Sara, che ha la capacità di portare tre vassoi contemporaneamente senza far cadere nulla. Io credo che sia una divinità minore. Una volta ha portato dodici piatti in un solo viaggio. Dodici. Io ne porto due e rischio la vita.
E poi c’è Luca, che ha deciso che il suo scopo nella vita è flirtare con ogni cliente che respira. Una volta ha flirtato con una signora di ottant’anni. Lei era felicissima. Lui pure.
Io ho portato il conto e ho detto: Signora, vuole il numero di Luca? Lei: No, voglio il suo. Io: Signora, la prego. Lei: Non si preoccupi, sono ancora in forma. Io: Lo vedo.
La vita è imprevedibile.
Ora vi racconto i miei preferiti. Quelli che non dimenticherò mai.
Un giorno un bambino di cinque anni mi guarda e mi dice: Perché lavori? Io: Per guadagnare soldi. Lui: E perché ti servono i soldi? Io: Per vivere. Lui: E perché devi vivere?
Quel bambino era Socrate reincarnato.
Charlotte
Una volta un uomo ha iniziato a parlare con il mio vassoio. Non con me. Con il vassoio.
Tu sì che mi capisci.
Forse dovrei farmi pagare anche come terapeuta del vassoio.
Una cliente mi ha chiesto: Posso avere un tavolo con più energia?
Ho spostato una sedia di tre centimetri. Lei ha detto: Perfetto.
La psicologia è sopravvalutata.
Il pomeriggio è il momento più strano della giornata. È come se il locale entrasse in una dimensione parallela, dove il tempo rallenta, la logica si dissolve, e i clienti diventano creature mitologiche che vagano alla ricerca di qualcosa che non sanno definire.
Il primo a entrare è sempre lui: il Cliente del Pomeriggio Esistenziale. Si siede, guarda il menu come se fosse un testo sacro, poi mi guarda e dice: Cosa mi consiglia?
Io penso: Niente, perché qualsiasi cosa ti consigli, tu la rifiuterai.
E infatti succede.
Gli propongo una fetta di torta. No, troppo dolce. Gli propongo una tisana. No, troppo amara. Gli propongo un succo. No, troppo fruttato. Gli propongo un bicchiere d’acqua. No, troppo semplice.
Alla fine gli chiedo: Ma cosa vuole? E lui: Non lo so.
E io capisco che il pomeriggio è il momento in cui la gente perde la fede. La fede nel cibo, nella vita, e nel concetto stesso di decisione.
Poi arriva la Signora del Tavolo Perfetto. Ogni pomeriggio entra, guarda tutti i tavoli, e dice: Questo non va bene. Perché? Troppa luce. Le propongo un altro. Troppa ombra. Un altro. Troppo vicino alla porta. Un altro. Troppo lontano dalla porta.
Alla fine si siede al primo tavolo che aveva rifiutato. E dice: Questo è perfetto.
Io penso: La psicologia è sopravvalutata.
La sera è il regno dei gruppi. I gruppi sono la prova che Dio esiste e che ha un senso dell’umorismo molto crudele.
Arrivano in dieci. Si siedono. Ridono. Urlano. E poi ordinano dieci cose diverse. E tu devi ricordarle tutte. E loro cambiano idea ogni tre minuti. E tu devi sorridere. Sempre. Sempre. Sempre.
Il gruppo peggiore è quello del Compleanno Improbabile. Arrivano con un palloncino che dice “18”, ma il festeggiato ne ha chiaramente 45. Si siedono, iniziano a cantare, e poi mi chiamano.
Tu sì che mi capisci.
Forse dovrei farmi pagare anche come terapeuta del vassoio.
Una cliente mi ha chiesto: Posso avere un tavolo con più energia?
Ho spostato una sedia di tre centimetri. Lei ha detto: Perfetto.
La psicologia è sopravvalutata.
Il pomeriggio è il momento più strano della giornata. È come se il locale entrasse in una dimensione parallela, dove il tempo rallenta, la logica si dissolve, e i clienti diventano creature mitologiche che vagano alla ricerca di qualcosa che non sanno definire.
Il primo a entrare è sempre lui: il Cliente del Pomeriggio Esistenziale. Si siede, guarda il menu come se fosse un testo sacro, poi mi guarda e dice: Cosa mi consiglia?
Io penso: Niente, perché qualsiasi cosa ti consigli, tu la rifiuterai.
E infatti succede.
Gli propongo una fetta di torta. No, troppo dolce. Gli propongo una tisana. No, troppo amara. Gli propongo un succo. No, troppo fruttato. Gli propongo un bicchiere d’acqua. No, troppo semplice.
Alla fine gli chiedo: Ma cosa vuole? E lui: Non lo so.
E io capisco che il pomeriggio è il momento in cui la gente perde la fede. La fede nel cibo, nella vita, e nel concetto stesso di decisione.
Poi arriva la Signora del Tavolo Perfetto. Ogni pomeriggio entra, guarda tutti i tavoli, e dice: Questo non va bene. Perché? Troppa luce. Le propongo un altro. Troppa ombra. Un altro. Troppo vicino alla porta. Un altro. Troppo lontano dalla porta.
Alla fine si siede al primo tavolo che aveva rifiutato. E dice: Questo è perfetto.
Io penso: La psicologia è sopravvalutata.
La sera è il regno dei gruppi. I gruppi sono la prova che Dio esiste e che ha un senso dell’umorismo molto crudele.
Arrivano in dieci. Si siedono. Ridono. Urlano. E poi ordinano dieci cose diverse. E tu devi ricordarle tutte. E loro cambiano idea ogni tre minuti. E tu devi sorridere. Sempre. Sempre. Sempre.
Il gruppo peggiore è quello del Compleanno Improbabile. Arrivano con un palloncino che dice “18”, ma il festeggiato ne ha chiaramente 45. Si siedono, iniziano a cantare, e poi mi chiamano.
Charlotte
Charlotte, puoi portarci dieci spritz? Certo. Charlotte, puoi portarci anche dieci patatine? Certo. Charlotte, puoi portarci anche dieci tovaglioli? Certo. Charlotte, puoi portarci anche dieci sorrisi? No.
Una volta un ragazzo mi ha detto: Vorrei un cocktail che mi rappresenti. Io ho pensato: Non esiste un cocktail che rappresenti il vuoto cosmico. Ma gli ho portato un gin tonic. Che è il cocktail universale. Va bene per tutti. Anche per il vuoto cosmico.
Poi c’è il gruppo delle Amiche del venerdì. Entrano sempre con la stessa energia: quella di chi ha deciso che la serata sarà memorabile, anche se non succederà nulla. Si siedono, ordinano tre spritz, quattro prosecchi, due analcolici, e una bottiglia d’acqua che nessuno toccherà mai.
Una di loro mi guarda e dice: Charlotte, tu sei una di noi. Io rispondo: No, perché io lavoro. E lei: Ma dentro sei una di noi. Io: Dentro sono stanca.
Gli incidenti sono inevitabili. Sono parte del mestiere. Sono come le tasse: non puoi evitarli, puoi solo sperare che non siano troppo dolorosi.
Il primo incidente che ricordo è quello del Vassoiò Ribelle. Avevo appena preso sei caffè. Sei. Li porto al tavolo, ma il vassoio decide che non vuole collaborare. Si inclina. Io cerco di salvarlo. Lui si ribella. I caffè volano. Uno finisce sulla giacca di un signore. Uno sulla borsa di una signora. Uno sul tavolo. Uno sul pavimento. Uno su di me. Uno non so dove.
Il signore mi guarda e dice: Non si preoccupi, capita. La signora mi guarda e dice: Lei è una minaccia.
Io penso: Ha ragione.
Poi c’è stato l’incidente del Bicchiere Fantasma. Stavo portando un bicchiere d’acqua. Un bicchiere. Semplice. Trasparente. Innocuo.
Ma il bicchiere decide di scivolare dal vassoio. Io cerco di prenderlo. Lui scivola. Io cerco di salvarlo. Lui cade. Si rompe. L’acqua vola. Il ghiaccio rotola. Il cliente urla. Io mi scuso. Il ghiaccio continua a rotolare.
Una scena epica. Degna di un film d’azione. Ma senza eroi.
I clienti abituali sono un mondo a parte. Sono come personaggi di una serie tv: li vedi ogni giorno, hanno le loro battute, le loro abitudini, le loro stranezze.
Il primo è il Signore del Caffè Triste. Entra, si siede, ordina un caffè, lo beve, sospira, e se ne va. Ogni giorno. Sempre uguale. Io penso: Questo uomo vive in un loop emotivo.
Poi c’è la Signora del Biscotto. Ogni giorno entra, ordina un tè, e mi chiede: Posso avere un biscotto? Glielo porto. Lei lo guarda e dice: Non è come me lo aspettavo.
Signora, è un biscotto. Non è un’esperienza spirituale.
Poi c’è il Ragazzo del Panino Perfetto. Ogni giorno ordina un panino diverso. Ogni giorno dice: Questo non è perfetto. Io penso: Forse il panino perfetto non esiste. Come la felicità.
Una volta un ragazzo mi ha detto: Vorrei un cocktail che mi rappresenti. Io ho pensato: Non esiste un cocktail che rappresenti il vuoto cosmico. Ma gli ho portato un gin tonic. Che è il cocktail universale. Va bene per tutti. Anche per il vuoto cosmico.
Poi c’è il gruppo delle Amiche del venerdì. Entrano sempre con la stessa energia: quella di chi ha deciso che la serata sarà memorabile, anche se non succederà nulla. Si siedono, ordinano tre spritz, quattro prosecchi, due analcolici, e una bottiglia d’acqua che nessuno toccherà mai.
Una di loro mi guarda e dice: Charlotte, tu sei una di noi. Io rispondo: No, perché io lavoro. E lei: Ma dentro sei una di noi. Io: Dentro sono stanca.
Gli incidenti sono inevitabili. Sono parte del mestiere. Sono come le tasse: non puoi evitarli, puoi solo sperare che non siano troppo dolorosi.
Il primo incidente che ricordo è quello del Vassoiò Ribelle. Avevo appena preso sei caffè. Sei. Li porto al tavolo, ma il vassoio decide che non vuole collaborare. Si inclina. Io cerco di salvarlo. Lui si ribella. I caffè volano. Uno finisce sulla giacca di un signore. Uno sulla borsa di una signora. Uno sul tavolo. Uno sul pavimento. Uno su di me. Uno non so dove.
Il signore mi guarda e dice: Non si preoccupi, capita. La signora mi guarda e dice: Lei è una minaccia.
Io penso: Ha ragione.
Poi c’è stato l’incidente del Bicchiere Fantasma. Stavo portando un bicchiere d’acqua. Un bicchiere. Semplice. Trasparente. Innocuo.
Ma il bicchiere decide di scivolare dal vassoio. Io cerco di prenderlo. Lui scivola. Io cerco di salvarlo. Lui cade. Si rompe. L’acqua vola. Il ghiaccio rotola. Il cliente urla. Io mi scuso. Il ghiaccio continua a rotolare.
Una scena epica. Degna di un film d’azione. Ma senza eroi.
I clienti abituali sono un mondo a parte. Sono come personaggi di una serie tv: li vedi ogni giorno, hanno le loro battute, le loro abitudini, le loro stranezze.
Il primo è il Signore del Caffè Triste. Entra, si siede, ordina un caffè, lo beve, sospira, e se ne va. Ogni giorno. Sempre uguale. Io penso: Questo uomo vive in un loop emotivo.
Poi c’è la Signora del Biscotto. Ogni giorno entra, ordina un tè, e mi chiede: Posso avere un biscotto? Glielo porto. Lei lo guarda e dice: Non è come me lo aspettavo.
Signora, è un biscotto. Non è un’esperienza spirituale.
Poi c’è il Ragazzo del Panino Perfetto. Ogni giorno ordina un panino diverso. Ogni giorno dice: Questo non è perfetto. Io penso: Forse il panino perfetto non esiste. Come la felicità.
Charlotte
Ci sono clienti che vedi una volta sola. Entrano, fanno qualcosa di assurdo, e poi spariscono per sempre.
Una volta un uomo è entrato, ha ordinato un caffè, ha bevuto il caffè, ha guardato il vassoio, e ha detto: Tu sì che mi capisci. Poi se n’è andato. Non l’ho mai più visto.
Una volta una signora è entrata, ha chiesto un tavolo con più energia, ha mangiato una fetta di torta, ha detto: Questa torta mi ha cambiato la vita. Poi se n’è andata. Non è mai tornata. Forse la torta l’ha cambiata troppo.
Ci sono clienti che tornano troppo. Troppo spesso. Troppo intensamente. Troppo tutto.
Una volta un ragazzo è venuto tre volte in un giorno. Tre. La prima volta ha preso un caffè. La seconda un panino. La terza un bicchiere d’acqua.
Alla terza volta gli ho chiesto: Ma lei vive qui? E lui: No, ma mi piace la sua energia.
Io: La mia energia è stanchezza.
Dopo anni di lavoro, ho capito una cosa: Il vassoio è un maestro di vita.
Il vassoio ti insegna l’equilibrio. Ti insegna la pazienza. Ti insegna la fragilità. Ti insegna che tutto può cadere da un momento all’altro. Ti insegna che la vita è un vassoio pieno di cose che non hai chiesto, ma che devi portare comunque.
Una volta Marco mi ha detto: Charlotte, il vassoio è come il destino. Io ho risposto: Il mio destino è scivoloso.
Alla fine della giornata, quando chiudo la porta del locale, mi sento un’eroina. Non perché ho servito cinquanta caffè. Non perché ho sopportato venti clienti indecisi. Non perché ho salvato tre coppie dalla rottura per colpa della pasta. Ma perché non ho lanciato nemmeno un vassoio.
E questo, credetemi, è un trionfo.
La sera è un animale strano. Ha un respiro lungo, un odore di fritto, e una capacità incredibile di trasformare le persone. La sera, i clienti diventano più rumorosi, più emotivi, più indecisi, più tutto. E io, Charlotte, divento una specie di sciamana che cerca di guidarli attraverso il caos.
Il primo cliente della sera è sempre lui: il Signore del Bicchiere di Vino. Entra, si siede, mi guarda e dice: Un rosso. Io gli porto un rosso. Lo guarda, lo annusa, lo assaggia, e dice: Non è abbastanza rosso.
Signore, è vino. Non è un semaforo.
Poi arriva la Coppia del Litigio Programmato. Li riconosco subito: entrano già con la tensione negli occhi. Si siedono, ordinano due cose che non vogliono, e poi iniziano.
Lei: Tu non mi ascolti mai. Lui: Ma se ti sto ascoltando adesso. Lei: Adesso sì, ma prima no. Lui: Prima cosa? Lei: Non lo so, ma non mi ascoltavi.
Una volta un uomo è entrato, ha ordinato un caffè, ha bevuto il caffè, ha guardato il vassoio, e ha detto: Tu sì che mi capisci. Poi se n’è andato. Non l’ho mai più visto.
Una volta una signora è entrata, ha chiesto un tavolo con più energia, ha mangiato una fetta di torta, ha detto: Questa torta mi ha cambiato la vita. Poi se n’è andata. Non è mai tornata. Forse la torta l’ha cambiata troppo.
Ci sono clienti che tornano troppo. Troppo spesso. Troppo intensamente. Troppo tutto.
Una volta un ragazzo è venuto tre volte in un giorno. Tre. La prima volta ha preso un caffè. La seconda un panino. La terza un bicchiere d’acqua.
Alla terza volta gli ho chiesto: Ma lei vive qui? E lui: No, ma mi piace la sua energia.
Io: La mia energia è stanchezza.
Dopo anni di lavoro, ho capito una cosa: Il vassoio è un maestro di vita.
Il vassoio ti insegna l’equilibrio. Ti insegna la pazienza. Ti insegna la fragilità. Ti insegna che tutto può cadere da un momento all’altro. Ti insegna che la vita è un vassoio pieno di cose che non hai chiesto, ma che devi portare comunque.
Una volta Marco mi ha detto: Charlotte, il vassoio è come il destino. Io ho risposto: Il mio destino è scivoloso.
Alla fine della giornata, quando chiudo la porta del locale, mi sento un’eroina. Non perché ho servito cinquanta caffè. Non perché ho sopportato venti clienti indecisi. Non perché ho salvato tre coppie dalla rottura per colpa della pasta. Ma perché non ho lanciato nemmeno un vassoio.
E questo, credetemi, è un trionfo.
La sera è un animale strano. Ha un respiro lungo, un odore di fritto, e una capacità incredibile di trasformare le persone. La sera, i clienti diventano più rumorosi, più emotivi, più indecisi, più tutto. E io, Charlotte, divento una specie di sciamana che cerca di guidarli attraverso il caos.
Il primo cliente della sera è sempre lui: il Signore del Bicchiere di Vino. Entra, si siede, mi guarda e dice: Un rosso. Io gli porto un rosso. Lo guarda, lo annusa, lo assaggia, e dice: Non è abbastanza rosso.
Signore, è vino. Non è un semaforo.
Poi arriva la Coppia del Litigio Programmato. Li riconosco subito: entrano già con la tensione negli occhi. Si siedono, ordinano due cose che non vogliono, e poi iniziano.
Lei: Tu non mi ascolti mai. Lui: Ma se ti sto ascoltando adesso. Lei: Adesso sì, ma prima no. Lui: Prima cosa? Lei: Non lo so, ma non mi ascoltavi.
Charlotte
Io passo con il vassoio e penso: Questi due hanno bisogno di un mediatore, non di un prosecco.
Ogni sera c’è un tavolo che diventa improvvisamente un simposio. Tre uomini, una donna, quattro bicchieri di vino, e la convinzione di essere i nuovi Platone, Aristotele, Socrate e… la quarta non so chi sia, ma sicuramente è la più lucida.
Mi chiamano. Charlotte, secondo te la felicità cos’è? Io rispondo: La felicità è quando nessuno mi chiede cos’è la felicità.
Loro ridono. Io no.
Poi iniziano a discutere del senso della vita. Uno dice: La vita è un viaggio. L’altro: La vita è un mistero. Il terzo: La vita è un bicchiere mezzo pieno. La donna: La vita è un bicchiere che Charlotte deve riempire di nuovo.
Io penso: La vita è un turno che non finisce mai.
C’è sempre qualcuno che arriva con una domanda che nessuno dovrebbe mai fare a una cameriera.
Charlotte, qual è il piatto più buono? Charlotte, qual è il piatto meno buono? Charlotte, cosa mangeresti se fossi un animale? Charlotte, cosa mangeresti se fossi un fantasma? Charlotte, cosa mangeresti se fossi felice?
Io rispondo sempre: Una cosa che non devo portare io.
Una volta un uomo mi ha chiesto: Charlotte, secondo te esiste il destino? Io ho risposto: Sì, ed è in ritardo come lei.
I ritardatari sono una categoria speciale. Arrivano sempre quando la cucina sta per chiudere. Sempre. È una legge universale.
Entrano correndo, si siedono, mi guardano e dicono: Possiamo ancora ordinare?
Io penso: No. Ma dico: Sì.
Perché sono una brava persona. O forse perché ho perso la capacità di dire di no.
Una volta un gruppo è arrivato cinque minuti prima della chiusura. Cinque. Hanno ordinato: Tre pizze. Due primi. Quattro antipasti. Un dolce. E un bicchiere d’acqua.
Io ho guardato Marco e ho detto: Siamo morti. Marco ha risposto: Sì, ma almeno moriamo insieme.
Ci sono clienti che parlano troppo. Troppo. Troppo tutto.
Una volta un uomo ha iniziato a raccontarmi la sua vita mentre ordinava un caffè. Un caffè. Un ordine che dovrebbe durare tre secondi.
Ogni sera c’è un tavolo che diventa improvvisamente un simposio. Tre uomini, una donna, quattro bicchieri di vino, e la convinzione di essere i nuovi Platone, Aristotele, Socrate e… la quarta non so chi sia, ma sicuramente è la più lucida.
Mi chiamano. Charlotte, secondo te la felicità cos’è? Io rispondo: La felicità è quando nessuno mi chiede cos’è la felicità.
Loro ridono. Io no.
Poi iniziano a discutere del senso della vita. Uno dice: La vita è un viaggio. L’altro: La vita è un mistero. Il terzo: La vita è un bicchiere mezzo pieno. La donna: La vita è un bicchiere che Charlotte deve riempire di nuovo.
Io penso: La vita è un turno che non finisce mai.
C’è sempre qualcuno che arriva con una domanda che nessuno dovrebbe mai fare a una cameriera.
Charlotte, qual è il piatto più buono? Charlotte, qual è il piatto meno buono? Charlotte, cosa mangeresti se fossi un animale? Charlotte, cosa mangeresti se fossi un fantasma? Charlotte, cosa mangeresti se fossi felice?
Io rispondo sempre: Una cosa che non devo portare io.
Una volta un uomo mi ha chiesto: Charlotte, secondo te esiste il destino? Io ho risposto: Sì, ed è in ritardo come lei.
I ritardatari sono una categoria speciale. Arrivano sempre quando la cucina sta per chiudere. Sempre. È una legge universale.
Entrano correndo, si siedono, mi guardano e dicono: Possiamo ancora ordinare?
Io penso: No. Ma dico: Sì.
Perché sono una brava persona. O forse perché ho perso la capacità di dire di no.
Una volta un gruppo è arrivato cinque minuti prima della chiusura. Cinque. Hanno ordinato: Tre pizze. Due primi. Quattro antipasti. Un dolce. E un bicchiere d’acqua.
Io ho guardato Marco e ho detto: Siamo morti. Marco ha risposto: Sì, ma almeno moriamo insieme.
Ci sono clienti che parlano troppo. Troppo. Troppo tutto.
Una volta un uomo ha iniziato a raccontarmi la sua vita mentre ordinava un caffè. Un caffè. Un ordine che dovrebbe durare tre secondi.
Charlotte
Invece lui: Charlotte, sai, io ho avuto un’infanzia difficile. Charlotte, sai, mio padre non mi capiva. Charlotte, sai, ho cambiato lavoro tre volte. Charlotte, sai, ho avuto un cane che mi ha lasciato. Charlotte, sai, ho scritto un libro. Charlotte, sai, ho perso il libro.
Io pensavo: Charlotte, sai, io devo portare un caffè.
Gli entusiasti sono i miei preferiti. Entrano con un sorriso enorme, si siedono, e dicono: Charlotte, oggi è una giornata bellissima.
Io rispondo: Perché siete venuti qui?
E loro: No, perché siamo vivi.
Io penso: Io sono viva, ma non così tanto.
Gli entusiasti ordinano sempre cose semplici. Un caffè. Un tè. Un biscotto. E poi mi ringraziano come se avessi salvato il mondo.
Una volta una signora mi ha detto: Charlotte, tu porti luce. Io ho risposto: No, porto vassoi.
Ci sono clienti che non capiscono il menu. Non perché sia difficile. Ma perché non vogliono capirlo.
Una volta un uomo ha letto la voce: Panino vegetariano. E mi ha chiesto: C’è carne?
Un’altra volta una signora ha letto: Acqua naturale. E mi ha chiesto: È frizzante?
Una volta un ragazzo ha letto: Torta al cioccolato. E mi ha chiesto: Sa di cioccolato?
Io ho risposto: No, sa di rimpianti.
I silenziosi sono inquietanti. Entrano, si siedono, ordinano, mangiano, pagano, e se ne vanno. Senza dire nulla. Nulla. Neanche un grazie. Neanche un ciao. Neanche un sospiro.
Io li guardo e penso: Sono spie. O fantasmi. O persone che hanno visto troppo.
Una volta un uomo ha mangiato un intero piatto di pasta senza cambiare espressione. Io ho pensato: Questo è un monaco zen. O un assassino.
C’è sempre qualcuno che si lamenta. Sempre.
Una volta un uomo ha detto: Il caffè è troppo caldo. Il giorno dopo: Il caffè è troppo freddo. Il giorno dopo ancora: Il caffè è troppo caffè.
Io ho pensato: Lei è troppo lei.
Una signora una volta ha detto: La sedia è troppo dura. Le ho portato un cuscino. Ha detto: Il cuscino è troppo morbido.
Io ho pensato: Signora, lei è troppo complicata.
Ogni sera c’è un momento in cui mi fermo, guardo il locale, guardo i tavoli, guardo i clienti, e penso: Perché lo faccio?
Io pensavo: Charlotte, sai, io devo portare un caffè.
Gli entusiasti sono i miei preferiti. Entrano con un sorriso enorme, si siedono, e dicono: Charlotte, oggi è una giornata bellissima.
Io rispondo: Perché siete venuti qui?
E loro: No, perché siamo vivi.
Io penso: Io sono viva, ma non così tanto.
Gli entusiasti ordinano sempre cose semplici. Un caffè. Un tè. Un biscotto. E poi mi ringraziano come se avessi salvato il mondo.
Una volta una signora mi ha detto: Charlotte, tu porti luce. Io ho risposto: No, porto vassoi.
Ci sono clienti che non capiscono il menu. Non perché sia difficile. Ma perché non vogliono capirlo.
Una volta un uomo ha letto la voce: Panino vegetariano. E mi ha chiesto: C’è carne?
Un’altra volta una signora ha letto: Acqua naturale. E mi ha chiesto: È frizzante?
Una volta un ragazzo ha letto: Torta al cioccolato. E mi ha chiesto: Sa di cioccolato?
Io ho risposto: No, sa di rimpianti.
I silenziosi sono inquietanti. Entrano, si siedono, ordinano, mangiano, pagano, e se ne vanno. Senza dire nulla. Nulla. Neanche un grazie. Neanche un ciao. Neanche un sospiro.
Io li guardo e penso: Sono spie. O fantasmi. O persone che hanno visto troppo.
Una volta un uomo ha mangiato un intero piatto di pasta senza cambiare espressione. Io ho pensato: Questo è un monaco zen. O un assassino.
C’è sempre qualcuno che si lamenta. Sempre.
Una volta un uomo ha detto: Il caffè è troppo caldo. Il giorno dopo: Il caffè è troppo freddo. Il giorno dopo ancora: Il caffè è troppo caffè.
Io ho pensato: Lei è troppo lei.
Una signora una volta ha detto: La sedia è troppo dura. Le ho portato un cuscino. Ha detto: Il cuscino è troppo morbido.
Io ho pensato: Signora, lei è troppo complicata.
Ogni sera c’è un momento in cui mi fermo, guardo il locale, guardo i tavoli, guardo i clienti, e penso: Perché lo faccio?
Charlotte
E poi lo capisco. Lo faccio perché è divertente. Perché è assurdo. Perché è umano. Perché ogni giorno succede qualcosa che non succederebbe mai altrove. Perché ogni cliente è un personaggio. Perché ogni vassoio è un’avventura. Perché ogni turno è una storia.
E perché, alla fine, quando chiudo la porta, mi sento un’eroina. Un’eroina stanca. Ma pur sempre un’eroina.
Gli ottimisti irrealistici sono una categoria meravigliosa. Entrano nel locale con la convinzione che tutto andrà bene, anche quando tutto sta già andando male. Li riconosci subito: hanno un sorriso che sfida la gravità e un entusiasmo che sfida la logica.
Una volta un gruppo di ottimisti è entrato durante un temporale. Un temporale vero, di quelli che fanno tremare i vetri. Si siedono, mi guardano e dicono: Che bella serata.
Io penso: State guardando la stessa finestra che guardo io?
Poi ordinano tre spritz, due prosecchi, un panino, e una fetta di torta. La torta finisce. Io glielo dico. Loro rispondono: Non importa, Charlotte, la vita è piena di alternative.
Io penso: La vita sì. La cucina no.
C’è sempre qualcuno che entra con l’energia di un tornado e la chiarezza di una nuvola.
Charlotte, voglio qualcosa di buono. Cosa? Non lo so. Dolce o salato? Non lo so. Caldo o freddo? Non lo so. Piccolo o grande? Non lo so. Ma lo voglio subito.
Io penso: Questo è un test. Un test dell’universo. E io lo sto fallendo.
Alla fine gli porto un panino. Lo guarda e dice: Non è quello che volevo.
Io rispondo: Neanche io.
Ci sono tavoli che diventano improvvisamente luoghi di nostalgia. Persone che si siedono, ordinano qualcosa, e poi iniziano a ricordare.
Una volta tre signore si sono sedute e hanno iniziato a raccontare la loro giovinezza. Io portavo i caffè e loro parlavano di amori perduti, viaggi improbabili, feste indimenticabili, e vestiti che oggi non esistono più.
Una di loro mi guarda e dice: Charlotte, tu sei giovane, vero? Io rispondo: Dipende da chi lo chiede.
Lei ride e dice: Goditi tutto. Io penso: Sto godendo un turno di nove ore.
Ci sono clienti che trasformano il locale in un confessionale. Entrano, si siedono, ordinano qualcosa, e poi iniziano a raccontare la loro vita.
Una volta un uomo ha ordinato un cappuccino e poi ha detto: Charlotte, ho tradito la mia fidanzata. Io ho risposto: Vuole cacao sopra?
Lui ha continuato: Non so cosa fare. Io: Vuole anche un bicchiere d’acqua?
Lui: Mi sento in colpa. Io: Vuole un cucchiaino?
E perché, alla fine, quando chiudo la porta, mi sento un’eroina. Un’eroina stanca. Ma pur sempre un’eroina.
Gli ottimisti irrealistici sono una categoria meravigliosa. Entrano nel locale con la convinzione che tutto andrà bene, anche quando tutto sta già andando male. Li riconosci subito: hanno un sorriso che sfida la gravità e un entusiasmo che sfida la logica.
Una volta un gruppo di ottimisti è entrato durante un temporale. Un temporale vero, di quelli che fanno tremare i vetri. Si siedono, mi guardano e dicono: Che bella serata.
Io penso: State guardando la stessa finestra che guardo io?
Poi ordinano tre spritz, due prosecchi, un panino, e una fetta di torta. La torta finisce. Io glielo dico. Loro rispondono: Non importa, Charlotte, la vita è piena di alternative.
Io penso: La vita sì. La cucina no.
C’è sempre qualcuno che entra con l’energia di un tornado e la chiarezza di una nuvola.
Charlotte, voglio qualcosa di buono. Cosa? Non lo so. Dolce o salato? Non lo so. Caldo o freddo? Non lo so. Piccolo o grande? Non lo so. Ma lo voglio subito.
Io penso: Questo è un test. Un test dell’universo. E io lo sto fallendo.
Alla fine gli porto un panino. Lo guarda e dice: Non è quello che volevo.
Io rispondo: Neanche io.
Ci sono tavoli che diventano improvvisamente luoghi di nostalgia. Persone che si siedono, ordinano qualcosa, e poi iniziano a ricordare.
Una volta tre signore si sono sedute e hanno iniziato a raccontare la loro giovinezza. Io portavo i caffè e loro parlavano di amori perduti, viaggi improbabili, feste indimenticabili, e vestiti che oggi non esistono più.
Una di loro mi guarda e dice: Charlotte, tu sei giovane, vero? Io rispondo: Dipende da chi lo chiede.
Lei ride e dice: Goditi tutto. Io penso: Sto godendo un turno di nove ore.
Ci sono clienti che trasformano il locale in un confessionale. Entrano, si siedono, ordinano qualcosa, e poi iniziano a raccontare la loro vita.
Una volta un uomo ha ordinato un cappuccino e poi ha detto: Charlotte, ho tradito la mia fidanzata. Io ho risposto: Vuole cacao sopra?
Lui ha continuato: Non so cosa fare. Io: Vuole anche un bicchiere d’acqua?
Lui: Mi sento in colpa. Io: Vuole un cucchiaino?
Charlotte
Alla fine mi ha detto: Grazie, Charlotte, parlare con te mi aiuta. Io ho pensato: Io volevo solo portare un cappuccino.
I tecnologici sono quelli che entrano con tre telefoni, due tablet, un computer, e la convinzione che il Wi-Fi sia un diritto umano.
Si siedono, mi guardano e dicono: Charlotte, qual è la password del Wi-Fi? Io rispondo: È scritta sul cartello. Loro: Non la vediamo. Io: È davanti a voi. Loro: Non funziona. Io: Non l’avete ancora digitata.
Una volta un ragazzo mi ha detto: Charlotte, il Wi-Fi è lento. Io ho risposto: Anche io.
Ci sono clienti che non capiscono il concetto di tempo. Entrano, si siedono, ordinano, e poi chiedono cose impossibili.
Una volta un uomo ha ordinato una pizza e dopo trenta secondi mi ha chiesto: È pronta?
Una volta una signora ha ordinato un cappuccino e dopo dieci secondi ha detto: È in ritardo.
Una volta un ragazzo ha ordinato un panino e dopo cinque secondi ha detto: Posso parlare con il cuoco?
Io ho risposto: No, perché il cuoco sta cucinando. Lui: Cosa? Io: Il suo panino.
I festaioli sono quelli che entrano con l’energia di un concerto rock. Si siedono, ridono, urlano, cantano, e poi ordinano cose che non esistono.
Una volta un ragazzo mi ha detto: Charlotte, voglio un cocktail che mi faccia dimenticare tutto. Io ho risposto: Non posso farlo. Lui: Perché? Io: Perché poi si dimentica di pagare.
Una volta una ragazza mi ha detto: Charlotte, voglio un drink che mi faccia sentire speciale. Io ho risposto: Le porto un bicchiere d’acqua. Lei ha riso. Io no.
Il POS è un mistero per molti. Un mistero profondo. Un enigma.
Una volta un uomo ha cercato di pagare con la tessera sanitaria. Una volta una signora ha cercato di pagare con la carta del supermercato. Una volta un ragazzo ha cercato di pagare con la tessera della palestra.
Una volta un signore ha infilato la carta al contrario, poi di lato, poi sopra, poi sotto, poi ha guardato me e ha detto: È rotto.
Io ho risposto: No, è lei.
C’è un momento, ogni sera, in cui la stanchezza diventa sacra. Un momento in cui il locale si ferma, il rumore si abbassa, e io mi ritrovo sola con il vassoio.
È un momento breve. Ma è mio.
Mi fermo, respiro, guardo il bancone, guardo i tavoli, guardo la porta. E penso: Sono ancora viva.
E poi arriva qualcuno che dice: Charlotte, scusi, posso avere un bicchiere d’acqua?
I tecnologici sono quelli che entrano con tre telefoni, due tablet, un computer, e la convinzione che il Wi-Fi sia un diritto umano.
Si siedono, mi guardano e dicono: Charlotte, qual è la password del Wi-Fi? Io rispondo: È scritta sul cartello. Loro: Non la vediamo. Io: È davanti a voi. Loro: Non funziona. Io: Non l’avete ancora digitata.
Una volta un ragazzo mi ha detto: Charlotte, il Wi-Fi è lento. Io ho risposto: Anche io.
Ci sono clienti che non capiscono il concetto di tempo. Entrano, si siedono, ordinano, e poi chiedono cose impossibili.
Una volta un uomo ha ordinato una pizza e dopo trenta secondi mi ha chiesto: È pronta?
Una volta una signora ha ordinato un cappuccino e dopo dieci secondi ha detto: È in ritardo.
Una volta un ragazzo ha ordinato un panino e dopo cinque secondi ha detto: Posso parlare con il cuoco?
Io ho risposto: No, perché il cuoco sta cucinando. Lui: Cosa? Io: Il suo panino.
I festaioli sono quelli che entrano con l’energia di un concerto rock. Si siedono, ridono, urlano, cantano, e poi ordinano cose che non esistono.
Una volta un ragazzo mi ha detto: Charlotte, voglio un cocktail che mi faccia dimenticare tutto. Io ho risposto: Non posso farlo. Lui: Perché? Io: Perché poi si dimentica di pagare.
Una volta una ragazza mi ha detto: Charlotte, voglio un drink che mi faccia sentire speciale. Io ho risposto: Le porto un bicchiere d’acqua. Lei ha riso. Io no.
Il POS è un mistero per molti. Un mistero profondo. Un enigma.
Una volta un uomo ha cercato di pagare con la tessera sanitaria. Una volta una signora ha cercato di pagare con la carta del supermercato. Una volta un ragazzo ha cercato di pagare con la tessera della palestra.
Una volta un signore ha infilato la carta al contrario, poi di lato, poi sopra, poi sotto, poi ha guardato me e ha detto: È rotto.
Io ho risposto: No, è lei.
C’è un momento, ogni sera, in cui la stanchezza diventa sacra. Un momento in cui il locale si ferma, il rumore si abbassa, e io mi ritrovo sola con il vassoio.
È un momento breve. Ma è mio.
Mi fermo, respiro, guardo il bancone, guardo i tavoli, guardo la porta. E penso: Sono ancora viva.
E poi arriva qualcuno che dice: Charlotte, scusi, posso avere un bicchiere d’acqua?
Charlotte
E il momento sacro finisce.
Alla fine della giornata, quando chiudo la porta del locale, mi sento un’eroina. Un’eroina stanca. Un’eroina che ha visto troppo. Un’eroina che ha portato troppi vassoi. Un’eroina che ha ascoltato troppe storie. Un’eroina che ha sopportato troppe domande.
Ma un’eroina, comunque.
Perché non ho lanciato nemmeno un vassoio. E questo, credetemi, è un trionfo.
I dietisti improvvisati sono quelli che entrano nel locale con la convinzione di essere nutrizionisti, scienziati, medici, e guru spirituali… tutto insieme. Si siedono, guardano il menu e iniziano a fare calcoli invisibili nell’aria.
Una volta una signora mi ha detto: Charlotte, vorrei qualcosa che abbia meno di cento calorie, ma che mi sazi, ma che sia croccante, ma che sia caldo, ma che sia freddo, ma che sia dolce, ma che sia salato.
Io ho risposto: Signora, vuole un miracolo.
Lei ha detto: No, voglio un pranzo.
Alla fine le ho portato un bicchiere d’acqua. Ha detto: Perfetto.
Io ho pensato: La dieta è una religione.
Ci sono clienti che non vogliono solo ordinare. Vogliono sapere tutto di me. Tutto. Troppo.
Una volta un uomo mi ha chiesto: Charlotte, ma tu sei felice? Io ho risposto: Dipende dal turno.
Una volta una signora mi ha chiesto: Charlotte, ma tu sogni? Io: Sì, sogno di avere un giorno libero.
Una volta un ragazzo mi ha chiesto: Charlotte, ma tu credi nell’amore? Io: Credo nel vassoio. Lui: Perché? Io: Perché non mi ha mai tradita.
I turisti sono meravigliosi. Entrano con la curiosità di bambini e la confusione di adulti.
Una volta un turista americano ha guardato il menu e ha detto: Charlotte, cos’è un “caffè”? Io ho risposto: È un caffè.
Lui ha annuito come se avessi rivelato un segreto antico.
Una volta una turista francese ha chiesto: Charlotte, cos’è un “tramezzino”? Io: Un tramezzino. Lei: Ah. Io: Sì.
Una volta un turista tedesco ha chiesto: Charlotte, cos’è un “aperitivo”? Io: È un rito. Lui: Capisco. Io: No.
Ci sono clienti che non capiscono le porzioni. Non perché siano difficili. Ma perché non vogliono capirle.
Alla fine della giornata, quando chiudo la porta del locale, mi sento un’eroina. Un’eroina stanca. Un’eroina che ha visto troppo. Un’eroina che ha portato troppi vassoi. Un’eroina che ha ascoltato troppe storie. Un’eroina che ha sopportato troppe domande.
Ma un’eroina, comunque.
Perché non ho lanciato nemmeno un vassoio. E questo, credetemi, è un trionfo.
I dietisti improvvisati sono quelli che entrano nel locale con la convinzione di essere nutrizionisti, scienziati, medici, e guru spirituali… tutto insieme. Si siedono, guardano il menu e iniziano a fare calcoli invisibili nell’aria.
Una volta una signora mi ha detto: Charlotte, vorrei qualcosa che abbia meno di cento calorie, ma che mi sazi, ma che sia croccante, ma che sia caldo, ma che sia freddo, ma che sia dolce, ma che sia salato.
Io ho risposto: Signora, vuole un miracolo.
Lei ha detto: No, voglio un pranzo.
Alla fine le ho portato un bicchiere d’acqua. Ha detto: Perfetto.
Io ho pensato: La dieta è una religione.
Ci sono clienti che non vogliono solo ordinare. Vogliono sapere tutto di me. Tutto. Troppo.
Una volta un uomo mi ha chiesto: Charlotte, ma tu sei felice? Io ho risposto: Dipende dal turno.
Una volta una signora mi ha chiesto: Charlotte, ma tu sogni? Io: Sì, sogno di avere un giorno libero.
Una volta un ragazzo mi ha chiesto: Charlotte, ma tu credi nell’amore? Io: Credo nel vassoio. Lui: Perché? Io: Perché non mi ha mai tradita.
I turisti sono meravigliosi. Entrano con la curiosità di bambini e la confusione di adulti.
Una volta un turista americano ha guardato il menu e ha detto: Charlotte, cos’è un “caffè”? Io ho risposto: È un caffè.
Lui ha annuito come se avessi rivelato un segreto antico.
Una volta una turista francese ha chiesto: Charlotte, cos’è un “tramezzino”? Io: Un tramezzino. Lei: Ah. Io: Sì.
Una volta un turista tedesco ha chiesto: Charlotte, cos’è un “aperitivo”? Io: È un rito. Lui: Capisco. Io: No.
Ci sono clienti che non capiscono le porzioni. Non perché siano difficili. Ma perché non vogliono capirle.
Charlotte
Una volta un uomo ha ordinato un panino e poi ha detto: È troppo piccolo. Gli ho portato un panino più grande. Ha detto: È troppo grande.
Una volta una signora ha ordinato una fetta di torta e poi ha detto: È troppo fetta.
Una volta un ragazzo ha ordinato un piatto di pasta e poi ha detto: È troppo piatto.
Io ho pensato: Lei è troppo lei.
I cinici sono quelli che entrano già convinti che tutto andrà male. Si siedono, guardano il menu e dicono: Non sarà buono. Ancora prima di ordinare.
Una volta un uomo ha detto: Charlotte, la vita è una delusione. Io ho risposto: Vuole un cappuccino?
Una volta una signora ha detto: Charlotte, niente è come sembra. Io: Neanche il tiramisù.
Una volta un ragazzo ha detto: Charlotte, tutto finisce. Io: Anche il mio turno, ma non oggi.
Ci sono clienti che entrano e si innamorano del locale. Non di me. Del locale.
Una volta una signora ha detto: Charlotte, questo posto è magico. Io ho risposto: È un bar.
Una volta un uomo ha detto: Charlotte, qui si sente l’energia dell’universo. Io: È la friggitrice.
Una volta una ragazza ha detto: Charlotte, qui mi sento a casa. Io: Io no.
I poeti sono quelli che trasformano ogni cosa in metafora. Anche il caffè.
Una volta un poeta ha detto: Charlotte, questo cappuccino è come la vita: caldo, dolce, ma con un fondo amaro. Io ho risposto: È latte e caffè.
Una volta una poetessa ha detto: Charlotte, questo biscotto è fragile come il cuore umano. Io: È un biscotto.
Una volta un ragazzo ha detto: Charlotte, questo tavolo è un’isola nel mare del caos. Io: È un tavolo.
Ci sono clienti che non capiscono le regole. Non perché siano difficili. Ma perché non vogliono capirle.
Una volta un uomo ha cercato di entrare in cucina. Io ho detto: Non può entrare. Lui: Perché? Io: Perché non lavora qui. Lui: Ma voglio vedere. Io: No.
Una volta una signora ha cercato di prendere un bicchiere dal bancone. Io: Signora, ci penso io. Lei: Ma voglio aiutare. Io: No.
Una volta un ragazzo ha cercato di servire un tavolo. Io: Perché? Lui: Mi annoiavo. Io: No.
C’è un momento, ogni sera, in cui la resa arriva. Non la resa totale. La resa dolce. La resa che dice: Va bene così.
Mi fermo, guardo il locale, guardo i tavoli, guardo il vassoio. E penso: Ho fatto abbastanza.
Una volta una signora ha ordinato una fetta di torta e poi ha detto: È troppo fetta.
Una volta un ragazzo ha ordinato un piatto di pasta e poi ha detto: È troppo piatto.
Io ho pensato: Lei è troppo lei.
I cinici sono quelli che entrano già convinti che tutto andrà male. Si siedono, guardano il menu e dicono: Non sarà buono. Ancora prima di ordinare.
Una volta un uomo ha detto: Charlotte, la vita è una delusione. Io ho risposto: Vuole un cappuccino?
Una volta una signora ha detto: Charlotte, niente è come sembra. Io: Neanche il tiramisù.
Una volta un ragazzo ha detto: Charlotte, tutto finisce. Io: Anche il mio turno, ma non oggi.
Ci sono clienti che entrano e si innamorano del locale. Non di me. Del locale.
Una volta una signora ha detto: Charlotte, questo posto è magico. Io ho risposto: È un bar.
Una volta un uomo ha detto: Charlotte, qui si sente l’energia dell’universo. Io: È la friggitrice.
Una volta una ragazza ha detto: Charlotte, qui mi sento a casa. Io: Io no.
I poeti sono quelli che trasformano ogni cosa in metafora. Anche il caffè.
Una volta un poeta ha detto: Charlotte, questo cappuccino è come la vita: caldo, dolce, ma con un fondo amaro. Io ho risposto: È latte e caffè.
Una volta una poetessa ha detto: Charlotte, questo biscotto è fragile come il cuore umano. Io: È un biscotto.
Una volta un ragazzo ha detto: Charlotte, questo tavolo è un’isola nel mare del caos. Io: È un tavolo.
Ci sono clienti che non capiscono le regole. Non perché siano difficili. Ma perché non vogliono capirle.
Una volta un uomo ha cercato di entrare in cucina. Io ho detto: Non può entrare. Lui: Perché? Io: Perché non lavora qui. Lui: Ma voglio vedere. Io: No.
Una volta una signora ha cercato di prendere un bicchiere dal bancone. Io: Signora, ci penso io. Lei: Ma voglio aiutare. Io: No.
Una volta un ragazzo ha cercato di servire un tavolo. Io: Perché? Lui: Mi annoiavo. Io: No.
C’è un momento, ogni sera, in cui la resa arriva. Non la resa totale. La resa dolce. La resa che dice: Va bene così.
Mi fermo, guardo il locale, guardo i tavoli, guardo il vassoio. E penso: Ho fatto abbastanza.
Charlotte
E poi arriva qualcuno che dice: Charlotte, scusi, posso avere un bicchiere d’acqua?
E io penso: La resa è un’illusione.
Quando finalmente chiudo la porta, il silenzio è un regalo. Un regalo prezioso. Un regalo raro.
Mi siedo un attimo. Respiro. Sorrido. Penso a tutto quello che è successo. A tutto quello che ho visto. A tutto quello che ho sopportato. A tutto quello che ho portato.
E penso: Sono ancora viva. E domani ricomincia.
E va bene così.
Gli apocalittici sono quelli che entrano nel locale convinti che il mondo stia per finire. Si siedono, guardano il menu e dicono: Charlotte, tutto sta andando a rotoli.
Io rispondo: Vuole un cappuccino?
Una volta un uomo ha detto: Charlotte, la società è in declino. Io: Vuole un panino?
Una volta una signora ha detto: Charlotte, siamo sull’orlo del baratro. Io: Vuole un biscotto?
Una volta un ragazzo ha detto: Charlotte, non c’è più speranza. Io: Vuole un bicchiere d’acqua?
E lui ha risposto: Sì.
E io ho pensato: L’acqua salva più vite della filosofia.
Ci sono clienti che entrano e parlano come se fossimo amici da vent’anni. Io non li ho mai visti. Mai.
Una volta un uomo è entrato e ha detto: Charlotte, come va la tua gamba? Io ho risposto: Quale?
Una volta una signora ha detto: Charlotte, ho pensato molto a quello che mi hai detto. Io: Cosa? Lei: Non lo so, ma era profondo.
Una volta un ragazzo ha detto: Charlotte, sei cambiata. Io: Rispetto a quando? Lui: Rispetto a prima. Io: Prima cosa? Lui: Non lo so.
E io ho pensato: La gente vede cose che non esistono.
Gli esagerati sono quelli che trasformano ogni cosa in un dramma. Ogni cosa. Anche un cucchiaino.
Una volta un uomo ha detto: Charlotte, questo cucchiaino è troppo piccolo. Io: È un cucchiaino. Lui: È minuscolo. Io: È un cucchiaino. Lui: È offensivo. Io: È un cucchiaino.
Una volta una signora ha detto: Charlotte, questo tovagliolo è troppo bianco. Io: È un tovagliolo. Lei: È accecante. Io: È un tovagliolo.
E io penso: La resa è un’illusione.
Quando finalmente chiudo la porta, il silenzio è un regalo. Un regalo prezioso. Un regalo raro.
Mi siedo un attimo. Respiro. Sorrido. Penso a tutto quello che è successo. A tutto quello che ho visto. A tutto quello che ho sopportato. A tutto quello che ho portato.
E penso: Sono ancora viva. E domani ricomincia.
E va bene così.
Gli apocalittici sono quelli che entrano nel locale convinti che il mondo stia per finire. Si siedono, guardano il menu e dicono: Charlotte, tutto sta andando a rotoli.
Io rispondo: Vuole un cappuccino?
Una volta un uomo ha detto: Charlotte, la società è in declino. Io: Vuole un panino?
Una volta una signora ha detto: Charlotte, siamo sull’orlo del baratro. Io: Vuole un biscotto?
Una volta un ragazzo ha detto: Charlotte, non c’è più speranza. Io: Vuole un bicchiere d’acqua?
E lui ha risposto: Sì.
E io ho pensato: L’acqua salva più vite della filosofia.
Ci sono clienti che entrano e parlano come se fossimo amici da vent’anni. Io non li ho mai visti. Mai.
Una volta un uomo è entrato e ha detto: Charlotte, come va la tua gamba? Io ho risposto: Quale?
Una volta una signora ha detto: Charlotte, ho pensato molto a quello che mi hai detto. Io: Cosa? Lei: Non lo so, ma era profondo.
Una volta un ragazzo ha detto: Charlotte, sei cambiata. Io: Rispetto a quando? Lui: Rispetto a prima. Io: Prima cosa? Lui: Non lo so.
E io ho pensato: La gente vede cose che non esistono.
Gli esagerati sono quelli che trasformano ogni cosa in un dramma. Ogni cosa. Anche un cucchiaino.
Una volta un uomo ha detto: Charlotte, questo cucchiaino è troppo piccolo. Io: È un cucchiaino. Lui: È minuscolo. Io: È un cucchiaino. Lui: È offensivo. Io: È un cucchiaino.
Una volta una signora ha detto: Charlotte, questo tovagliolo è troppo bianco. Io: È un tovagliolo. Lei: È accecante. Io: È un tovagliolo.
Charlotte
Una volta un ragazzo ha detto: Charlotte, questo bicchiere è troppo trasparente. Io: È un bicchiere. Lui: È inquietante. Io: È un bicchiere.
Ci sono clienti che si scusano per tutto. Tutto.
Una volta un uomo ha detto: Charlotte, scusi se respiro. Io: Va bene.
Una volta una signora ha detto: Charlotte, scusi se esisto. Io: Va bene.
Una volta un ragazzo ha detto: Charlotte, scusi se ho ordinato. Io: Va bene.
Una volta un signore ha detto: Charlotte, scusi se la disturbo. Io: È il mio lavoro.
E lui ha risposto: Mi dispiace.
Ci sono tavoli che parlano solo di film. Solo. Sempre.
Una volta tre ragazzi hanno discusso per venti minuti su quale fosse il miglior film della storia. Io portavo i drink e loro litigavano.
Uno: Il miglior film è quello che ti cambia la vita. L’altro: No, è quello che ti fa ridere. Il terzo: No, è quello che ti fa piangere. Io: È quello che finisce presto.
Ci sono clienti che vivono in un mondo tutto loro. Un mondo parallelo. Un mondo dove le cose non funzionano come qui.
Una volta un uomo ha detto: Charlotte, posso pagare con un abbraccio? Io: No. Lui: Perché? Io: Perché non sono una banca.
Una volta una signora ha detto: Charlotte, posso portare via il tavolo? Io: No. Lei: Perché? Io: Perché è un tavolo.
Una volta un ragazzo ha detto: Charlotte, posso avere un unicorno? Io: No. Lui: Perché? Io: Perché non lavoro in un sogno.
C’è un momento, ogni sera, in cui tutto si ferma. Un momento in cui il locale diventa silenzioso. Un momento in cui il vassoio è vuoto. Un momento in cui io, Charlotte, mi fermo e penso:
Perché lo faccio?
E poi lo capisco.
Lo faccio perché è divertente. Perché è assurdo. Perché è umano. Perché ogni giorno succede qualcosa che non succederebbe mai altrove. Perché ogni cliente è un personaggio. Perché ogni tavolo è una storia. Perché ogni turno è un’avventura. Perché ogni vassoio è un destino.
E perché, alla fine, quando chiudo la porta, mi sento viva. Stanca. Ma viva.
La notte è scesa. Il locale è vuoto. Il silenzio è un balsamo. Il vassoio è finalmente leggero.
Ci sono clienti che si scusano per tutto. Tutto.
Una volta un uomo ha detto: Charlotte, scusi se respiro. Io: Va bene.
Una volta una signora ha detto: Charlotte, scusi se esisto. Io: Va bene.
Una volta un ragazzo ha detto: Charlotte, scusi se ho ordinato. Io: Va bene.
Una volta un signore ha detto: Charlotte, scusi se la disturbo. Io: È il mio lavoro.
E lui ha risposto: Mi dispiace.
Ci sono tavoli che parlano solo di film. Solo. Sempre.
Una volta tre ragazzi hanno discusso per venti minuti su quale fosse il miglior film della storia. Io portavo i drink e loro litigavano.
Uno: Il miglior film è quello che ti cambia la vita. L’altro: No, è quello che ti fa ridere. Il terzo: No, è quello che ti fa piangere. Io: È quello che finisce presto.
Ci sono clienti che vivono in un mondo tutto loro. Un mondo parallelo. Un mondo dove le cose non funzionano come qui.
Una volta un uomo ha detto: Charlotte, posso pagare con un abbraccio? Io: No. Lui: Perché? Io: Perché non sono una banca.
Una volta una signora ha detto: Charlotte, posso portare via il tavolo? Io: No. Lei: Perché? Io: Perché è un tavolo.
Una volta un ragazzo ha detto: Charlotte, posso avere un unicorno? Io: No. Lui: Perché? Io: Perché non lavoro in un sogno.
C’è un momento, ogni sera, in cui tutto si ferma. Un momento in cui il locale diventa silenzioso. Un momento in cui il vassoio è vuoto. Un momento in cui io, Charlotte, mi fermo e penso:
Perché lo faccio?
E poi lo capisco.
Lo faccio perché è divertente. Perché è assurdo. Perché è umano. Perché ogni giorno succede qualcosa che non succederebbe mai altrove. Perché ogni cliente è un personaggio. Perché ogni tavolo è una storia. Perché ogni turno è un’avventura. Perché ogni vassoio è un destino.
E perché, alla fine, quando chiudo la porta, mi sento viva. Stanca. Ma viva.
La notte è scesa. Il locale è vuoto. Il silenzio è un balsamo. Il vassoio è finalmente leggero.
Charlotte
Mi avvicino alla porta. La chiudo. E in quel momento, Charlotte, sacerdotessa del vassoio, eroina del caos, regina dei bicchieri caduti, filosofa dei cappuccini, sopravvissuta ai clienti indecisi, ai gruppi rumorosi, ai poeti, ai cinici, ai festaioli, ai turisti, ai dietisti improvvisati, ai tecnologici, ai ritardatari, agli apocalittici…
…sorride.
Perché domani ricomincia. E va bene così. Perché ogni giorno è una storia. E io, Charlotte, sono qui per raccontarla: e il bar è mio.
…sorride.
Perché domani ricomincia. E va bene così. Perché ogni giorno è una storia. E io, Charlotte, sono qui per raccontarla: e il bar è mio.
(Si inchina. Il vassoio, per una volta, non cade.)
——— SIPARIO ———


